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“Il sindaco”, “la sindaco”, “la sindaca” o “la sindachessa”?

8 agosto 2012

Si è detto, per moltissimo tempo, “giudichessa”, senza che nessuno avesse da ridire. Perché dunque non si potrebbe dire “sindachessa”? Qui sopra, Eleonora, giudichessa di Arborèa. Contrastò in Sardegna le mire espansionistiche di Giovanni I d’Aragona e promulgò il codice di leggi conosciuto come Carta de Logu d’Arborea, che poi fu esteso a tutta l’isola, dopo la soppressione dei giudicati (1324) e la costituzione del Regno di Sardegna (1324-1720), aggregato a Las Españas. Oltre a Eleonora, si ricorda in Sardegna un’altra giudichessa: Elena, giudichessa di Gallura, che trasmise i suoi diritti al marito Lamberto Visconti di Pisa (sec. XIII), aprendo così la via al dominio dei Pisani sul giudicato.

1.

L’esigenza di femminilizzazione dei nomi designanti incarichi e funzioni

 Volendo rendere un servigio disinteressato al Comune di Curno – “gratuito” nell’accezione più nobile, non mercantile, non aziendalistica, del termine –, considerato che la nuova Amministrazione è retta da un sindaco di sesso femminile, la dott.ssa Perlita Serra, mi sono posto il problema di quale fosse il sostantivo più idoneo per designarne la carica. Questo trattatello è il modesto risultato di alcune riflessioni sull’argomento.

A) Direi che se si designa la carica in sé, la cosa migliore sia continuare a dire “il sindaco”, come si è sempre detto: per esempio: “nell’espletamento della sua funzione di sindaco, la dott.ssa Perlita Serra…”.

B) Tutt’altro caso è quello in cui il sostantivo che designa la carica si trovi in posizione attributiva rispetto al nome del sindaco, cioè ne preceda il nome. In tal caso si pone il problema se sia preferibile dire (e scrivere):

– il sindaco dott.ssa Perlita Serra
– la sindaco dott.ssa Perlita Serra
– la sindaca dott.ssa Perlita Serra
– la sindachessa dott.ssa Perlita Serra

A seguito di una ricerca storica e filologica, sarei pervenuto alla conclusione che, se proprio si vuol dare un contentino all’esigenza di femminilizzazione dei nomi designanti incarichi e funzioni, quando siano riferiti a donne, l’ultima espressione sia quella preferibile.
Vero è che, in unisono con l’Académie française, sarei tentato di dire “Il sindaco Perlita Serra”. Ma sono realista: capisco l’aria che tira, mi adeguo all’esigenza di femminilizzazione. Purché però non si stupri la lingua italiana. Penso che le femministe siano d’accordo: non sta bene stuprare le donne (neanche gli uomini, se è per questo), ma non sta bene nemmeno stuprare la lingua italiana, ohibò!

2.

Excursus storico: da “giudichessa” a “sindachessa”

Intendo svolgere il mio ragionamento partendo da un precedente storico, la forma, attestata e accettata, di femminilizzazione del vocabolo “giudice”, che al femminile diventa “giudichessa” (con la variante “giudicessa”).  La storia registra i nomi di almeno due giudichesse: Elena, giudichessa di Gallura ed Eleonora, giudichessa d’Arborea. In epoca medievale venivano così chiamati – “giudici” – i titolari dei quattro “regni” sardi. Prendevano il  nome di “giudici”, e non “re”, perché, pur essendo la carica ereditaria e non elettiva, amministravano la cosa pubblica, senza usurparne il possesso.

Se si può dire “giudichessa”, e così infatti si è detto per secoli, perché non si potrebbe dire “sindachessa”? Tanto più che il significato è lo stesso:

1. “giudice” (e, al femminile, “giudichessa”: con uso del suffisso nominale -essa, dal gr. -ίσσα,  per formare il femminile) significa “amministratore di giustizia”, dal lat. ius, “diritto”, e dico (non c’è bisogno di traduzione);

2. “sindaco” (e il corrispettivo femminile “sindachessa”) significa la stessa cosa, dal gr. σύνδικος  formato da συν, “con”,  + δικ  (che è la radice di  δίκη, “giustizia”) + ος , che è un suffisso nominale. Oggi “sindaco” significa “capo dell’amministrazione comunale” o, in ambito aziendale, “membro dell’organo di controllo dell’amministrazione” ma in antico significava proprio questo: “amministratore di giustizia”.

3.

L’attuale prevalenza del cretino in ambito linguistico

Qualcuno dirà – già mi pare di sentire costui, servo del “politicamente corretto” – che il suffisso in -essa potrebbe avere una connotazione ironica o spregiativa. Ma chi l’ha detto? Ma quando mai? E allora che dire di “dottoressa”, o “poetessa”, o “professoressa”, o “studentessa”? Diciamo che “sindachessa”, semmai, suona nuovo, questo sì. Diciamo anche che l’uso di una parola che suona nuova può essere ironico (è vero, anche noi, qualche volta qui su Nusquamia designiamo cose vilissime con nomi di sapore “antico”,  connotando tale viltà “per antifrasi”: spero che nessuno se n’abbia a male, l’ironia non è vietata, non ancora, perlomeno).

Ma il punto è che “giudichessa” può suonar nuovo soltanto alle orecchie di un ignorante e di un buzzurro. Da quando in qua i buzzurri fanno testo? La stessa cosa dobbiamo pensare della parola “sindachessa”, che copre lo stesso campo semantico di “giudichessa” e che – soprattutto – è di conio ineccepibile.
Del resto, mi pare di ricordare che ci fu un tempo in cui qualcuno storceva il naso, davanti alla parola “vigilessa”, volendosi trovare in questo vocabolo una connotazione ironica, anche qui. È probabile che qualche cretino pretendesse di essere spiritoso, dicendo “vigilessa”, con idiota sorrisino stampato sulle labbra: perché se lui diceva “vigilessa” si doveva intendere chissà quale realtà d’alcova. Ma, ancora, forse che ci dobbiamo preoccupare dei cretini, oltre che dei buzzurri? Oggi si dice “vigilessa”, senza alcun recondito pensiero. Dunque, diciamo “sindachessa” e non se ne parli più.

4.

La ricerca della soluzione con metodo baconiano:

tutte le opinioni sono considerate, non per essere “condivise” (orrore!) ma per essere sottoposte al vaglio della ragione e, se necessario, scartate

Seguendo il metodo baconiano di ricerca della verità, quello che comporta la compilazione di una tabula praesentiae, di una tabula absentiae e di una tabula graduum (avremo occasione, spero, di tornare sul metodo induttivo baconiano) ho voluto cercare anche dei controesempi, che falsificassero il mio assunto.

4.1. Le opinioni contrastanti di due linguisti italiani

Secondo quanto leggiamo nell’articolo del Corriere della Sera Per una sindachessa lite fra linguisti, ci sarebbe stata una lite fra i linguisti Aldo Duro, direttore dell’Osservatorio della Lingua italiana presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, e Raffaele Simone, professore ordinario di Linguistica generale presso l’Università degli studi Roma Tre. Secondo il giornalista, Aldo Duro direbbe: “Io accolgo il vocabolo ‘sindachessa’ nel mio vocabolario, ma vi dico che ha connotazione  ironica”. Raffaele Simone, invece, direbbe: “Ah, mai e poi mai accoglierò ‘sindachessa’ nel mio vocabolario!”. Infatti, «nella prassi prevale decisamente sindaco anche per una donna ». L’articolo non dice presso chi il vocabolo “sindachessa” avrebbe connotazione ironica. Rimane tuttavia il problema: in base a quali criteri, o testimonianze, si stabilisce che «sindachessa… [è] espressione rara e per lo più scherzosa o ironica»? Noi dovremmo rinunciare a un vocabolo di buon conio solo perché c’è qualche cretino che fa dello spirito? Ma è modo forse di ragionare, questo? I militari hanno sempre parlato di “rinculo” del cannone, senza preoccuparsi dell’assonanza che qualche cretino poteva trovarci.
Con metodo baconiano, prendiamo in considerazione l’opinione di Raffaele Simone, mentre scartiamo l’opinione di Aldo Duro.

4.2 La posizione assunta dall’Académie française

Parlando di lingua italiana, vale la pena guardare anche che cosa succede oltralpe, per due ragioni: la prima è che anche lì si è posto il problema della femminilizzazione dei nomi degli incarichi e delle funzioni (Féminisation des noms de métiers en français); la seconda ragione sta nel fatto che in Francia – molto più che in Italia – c’è una lunga tradizione di resistenza alla depravazione della lingua, in modo particolare per intrusione indebita della lingua inglese. (Però – con riferimento anche alla situazione italiana – prendersela con la lingua inglese in sé sarebbe sbagliato: sono semmai da mettere sul banco degl’imputati gli aziendalisti, che non capiscono una cicca di scienza e hanno una conoscenza approssimativa dell’inglese, ma pretendono spudoratamente di essere intenditori di scienza e conoscitori d’inglese, tanto da esercitare un’egemonia linguistica.)
L’Académie française, preposta fin dal 1635 alla tutela della lingua francese, nel 1984 ha preso ferma posizione contro la flessione al femminile di nomi designanti realtà collettive o di significato neutro. Ecco come l’Accademia francese condanna severamente la “femminilizzazione” dei nomi:

L’instauration progressive d’une réelle égalité entre les hommes et les femmes dans la vie politique et économique rend indispensable la préservation de dénominations collectives et neutres, donc le maintien du genre non marqué chaque fois que l’usage le permet. Le choix systématique et irréfléchi de formes féminisées établit au contraire, à l’intérieur même de la langue, une ségrégation qui va à l’encontre du but recherché.

Traduco l’essenziale: «La scelta sistematica e non ponderata di forme al femminile stabilisce, al contrario, nell’ambito stesso della lingua, una separatezza che va in direzione opposta al fine che ci si propone di conseguire». In soldoni, secondo l’Académie française, poche storie, si ha da dire “Il sindaco Perlita Serra”.

4.3. La posizione assunta dal Conseil supérieur de la langue française

Il  Conseil supérieur de la langue française è un organismo sovranazionale, incaricato di fornire consulenza e raccomandazioni ai governi di Francia, Belgio, Québec (Canada di lingua francese) e Svizzera romanda. Più pragmaticamente della rigida Académie française, questo Consiglio ha accettato la proposta dei Belgi, i quali hanno fatto buon viso a cattivo gioco, accettando che “sindachessa” comparisse accanto a “sindaco”, al femminile.
Leggiamo, infatti, nel sito dei francofoni del Belgio (Communauté française de Belgique) che al maschile maire (sindaco), corrisponde il femminile maire (sindaco), o in alternativa, mairesse (sindachessa) con l’avvertenza, in nota:

En ancien français, à certains noms qui se terminaient par -e, on ajoutait le suffixe -esse : comte, comtesse, notaire, notairesse, prince, princesse…, ces termes désignant soit la titulaire du titre, soit l’épouse du titulaire. Actuellement, dans le sens “femme exerçant la fonction de maire”, la forme mairesse est vieillie, mais elle permet d’éviter l’homophonie avec mère. Comme au Québec, les formes maire et mairesse pourraient coexister.

Dunque i francofoni belgi, più flessibili, designano come preferibile l’espressione “Il sindaco Perlita Serra”. Tuttavia, pur di dare un contentino alle femministe in perenne stato di agitazione, pensano che si potrebbe accettare l’espressione “La sindachessa Perlita Serra” (in francese: mairesse), come, del resto, si accetta nel Québec, cioè nel Canada francofono.

4.4 Peculiarità del caso italiano rispetto a quello francese

Il problema che si pone in francese, che cioè la forma in -esse (corrispondente alla forma italiana in –essa) designi la moglie di colui che riveste la funzione è ormai datato: roba d’altri tempi, come si mette in luce nel documento dei francofoni belgi.
Lo stesso problema in italiano non solo è parimenti datato, ma pressoché inesistente: “generalessa” per “moglie di un generale” si trova soltanto in certi romanzi, perlopiù tradotti dal francese, dal russo o dal tedesco. Mentre invece in italiano, correttamente, si trova “generalessa” per designare la superiora di un qualche ordine cattolico, al femminile.

Conclusione: la forma in -essa per formare il femminile di sostantivi designanti cariche e funzioni è in italiano attestata storicamente ed è di buon conio.

4.5. Il parere burocratico dei copropapirologi della Comunità europea

Sempre per scrupolo baconiano, sono andato a vedere che cosa abbiano da dire alla Commissione europea. Gli euroburocrati, pur di non faticare troppo, hanno fatto proprio un documento svizzero, una tabella di 654 righe e tre colonne, nella quale sono riportati i nomi – al maschile e al femminile –dei titolari delle professioni e dei mestieri in tedesco, francese e italiano. Loro dicono che “sindaco” al maschile può dirsi, in francese, secondo i casi, maire oppure syndic. Sindaco al femminile invece si direbbe syndique in francese e sindaca in italiano. Ora, non se ne abbiano a male i cugini svizzeri (che pure ci sono simpatici) e gli euroburocrati (decisamente meno simpatici): ma quel documento è una cacata carta, perché si limita a fotografare l’esistente, senza mai metterlo in discussione, senza alcun criterio scientifico. Abbiamo preso in considerazione questo documento, per onestà intellettuale, ma non lo condividiamo: pensiamo che non se ne debba tenere alcun conto, che debba essere scartato.

4.6 Un documento italiano veterofemminista

Il documento elaborato nel 1987, per la Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna, intitolato Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, è pretenzioso nella forma e nella sostanza, oltre che politicamente (e scientificamente) esecrabile.
Cominciamo con il dire perché sia esecrabile: lo è perché, nello stabilire se una certa forma verbale possa essere accettata, non fa riferimento ai buoni canoni d’uso della lingua italiana, ma all’uso che di quei termini potrebbero fare cani e porci: si cade cioè nell’errore, posto in evidenza nel § 3, di accreditare la prevalenza del cretino. Leggiamo, infatti, a proposito del suffisso in –essa:

 Il suffisso –essa ha in gran parte perduto le sue connotazioni negative presenti invece nelle nuove formazioni (vigilessa, ecc.). Non si può per altro negare che finché esistono parole molto frequenti come le precedenti, tale suffisso viene mantenuto in vita ed è pronto ad essere riutilizzato e a risprigionare la sua carica negativa. Per tale ragione, ove possibile, sarebbe meglio evitarlo.

C’è di che rimanere basiti, ritengo inutile ogni commento.

Risulta poi spudorata in questo documento la pretesa di “scientificità”: in realtà,  una scientificità tutta in apparato. Infatti, si dà per scontato che sia “scientifico” un lavoro di collazione, forse anche faticoso, ma inutile e burocratico. In questo lavoro non si mette mai in discussione l’autorevolezza delle fonti, come usa fare – tipicamente – in ambito scientifico e, più che mai, in ambito filologico (la filologia è scienza, mica marketing triccheballacche o politichetta, dove le “verità” si stabiliscono a maggioranza di cani e porci, o per truffaldina “condivisione” da parte di soggetti non abilitati a stabilire la verità). Le fonti in questo documento sono invariabilmente citate come oracolari, pur non essendolo affatto: non c’è chi non veda l’assurdità dell’assunto, in un’opera che intende far luce sulla liceità della femminilizzazione e sulle forme accettabili, pubblicata per i tipi dell’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato.
Diciamola papale papale: lo Zingarelli 2013, pur con le sue 143 000 voci, non ha l’autorità dello Zingarelli del 1928 (ricordo quello di mio padre, stampato in carta d’India, con le xilografie e le etimolgie delle parole greche scritte in greco) e non ha l’autorità della Sintassi italiana dell’uso moderno del Fornaciari (1884: non è un errore di battitura!), che suggerisce in I, i, 9:

La terminazione essa (vedi Grammatica italiana dell’uso moderno, II, VII, 7) è preferita a tutte le altre nell’uso comune, quando si debba estendere a donna o una professione o una dignità propria principalmente o soltanto dei maschi. Quindi da professore si farebbe professoressa; da canonico, canonichessa (non canonica che è il nome della casa parrocchiale); da esattore, esattoressa (e non esattrice); da avvocato, avvocatessa, e non avvocata che vale protettrice e si attribuisce quasi soltanto alla Madonna; da provveditore, provveditoressa e non provveditrice che avrebbe senso più generico; da medico, medichessa (e non medica che sarebbe appena tollerato in poesia), da procuratore, procuratoressa e non procuratrice.

Guardate: io non dico neanche che si debba seguire il Fornaciari. Però affermo che il Fornaciari è autorevole, vivaddio. Ma, soprattutto, io dico che bisogna ragionare: mica appecorarsi ai dizionari moderni prodotti con criteri aziendalistici, invece che scientifici. Le fonti vanno controllate e le loro indicazioni devono essere sottoposte al vaglio impietoso della ragione.

In particolare – vengo al dunque – il documento di Alma Sabatini rifiuta l’espressione “sindachessa”, preferisce “sindaca”. Ma sentiamo la dimostrazione: dovremmo adottare “sindaca”

… per assonanza con molti altri casi della lingua italiana (es. monaco, monaca). Inoltre il vocabolario  Zingarelli 1983 dà «sindaco s.m. (f. -a , scherz. -essa)».

Proprio qui casca l’asino, perché il criterio è quello burocratico dell’autorità dello Zingarelli, come se non sapessimo tutti che lo Zingarelli non è più curato dal prof. Zingarelli. La verità è che le nuove “edizioni” dello Zingarelli sfornate a getto continuo sul mercato, per bieche ragioni commerciali, sono curate da lavoratori intellettuali sottopagati, sfruttati dai / dalle manager / monager o dai / dalle kapò che aspirano al ruolo monageriale. I collaboratori, anche bravi, talvolta, sono talmente sfruttati da non aver tempo per approfondire nessuna questione.
In pratica, i vocabolari sono scopiazzati l’uno dall’altro, con la consegna generale (e manager/monageriale) di far passare tutto purché l’ultimissima edizione sia “moderna” allo spasimo, zeppa di vocaboli, così il prodotto si vende meglio. Per esempio, può mancare in un vocabolario che si dica moderno il verbo “chattare”? Certo che no, ci mancherebbe! Ditemi voi se un’opera che pretenda di essere scientifica possa far riferimento all’ultima edizione dello Zingarelli, o del Sabatini-Colletti ecc.
Come se non bastasse, i sottopagati collaboratori dei vocabolari sono invariabilmente sotto schiaffo: devono pensarci due volte, prima di dare un dispiacere alla manager/monager con ubbìe femministe, con ruolo di caporedattore o di super-gallina editoriale. Perciò, per non aver grane, se quella virago vuole  che si scriva “sindaca”, vada per “sindaca”, e che non se ne parli più. Perché anche il collaboratore esterno tiene famiglia, lui più degli altri.
Dov’è dunque il criterio scientifico in questo documento del 1987? Non esiste. Nessuna delle affermazioni è dimostrata, con riferimento all’uso da parte dei buoni scrittori, per esempio, nonché alle regole di conio corretto dei neologismi, pur necessari, ma da introdurre cum grano salis. Fondamentalmente il volumetto Il sessismo nella lingua italiana è d’impostazione sciacquettistica, appena riscattato da una prefazione un po’ intelligente, ricca di considerazioni tutto sommato di buon senso, estorta al prof. Francesco Sabatini (mi dicono che non ci sia parentela tra Alma e Francesco Sabatini).
Per fortuna, comunque, leggiamo in questo documento una nota conclusiva nella quale – sia pure timidamente – si prendono le distanze dalla forma esecrabile, cacofonica, vero e proprio stupro alla lingua italiana, “la sindaco”:

 Un’alternativa al titolo maschile per le donne che si è potuta notare in questo periodo è il titolo al maschile preceduto dall’articolo femminile, (es. la ministro, la sindaco, ecc.). Questi casi indicano l’insoddisfazione nei confronti della vecchia forma e allo stesso tempo la resistenza a quella nuova.

5.

Conclusione

A seguito di quest’analisi ragionata, con metodo baconiano, delle varie proposte, sarei pervenuto alla seguente conclusione:

• aderendo al punto di vista dell’Académie française reputo ottima e preferibile l’espressione “il sindaco Perlita Serra”;

• tuttavia, dovendo dare un contentino al femminismo che postula l’esigenza di femminilizzazione dei nomi, considerato anche il penchent femminista dell’Amministrazione Serra, penso che si possa accettare l’espressione “la sindachessa Perlita Serra”, per le ragioni esposte sopra, di carattere storico e linguistico.

Insomma, le proposte esaminate ai §§ 4.1 (la prima proposta), 4.5 e 4.6 non sono punto condivise: sono scartate decisamente, come vuole il metodo baconiano. Se non dispiace, in mancanza di meglio, ritengo le mie considerazioni sull’uso dell’espressione “il sindaco Perlita Serra” o “la sindachessa Perlita Serra” meglio argomentate, storicamente più fondate e scientificamente più affidabili.


6. Appendice

La Carta de Logu promulgata dalla giudichessa Eleonora d’Arborèa

 

Carta de Logu, promulgata dalla giudichessa Eleonora d’Arborea:codice manoscritto del XIV secolo (una trascrizione). Il testo a stampa, con traduzione italiana a fronte, si trova nell’immensa biblioteca di Google libri: può essere letto facendo clic su Le costituzioni di Eleonora giudicessa d’Arborea.

Considerato che la parte storica dell’argomentazione a favore del vocabolo “sindachessa” è incentrata sull’autorità e sul prestigio della giudichessa Eleonora d’Arborea (cfr. supra), riteniamo utile spendere qualche parola sul corpo di leggi da lei promulgato.
Carta de Logu è il Codice delle leggi dello Stato (Logu = Stato) d’Arborea: comprende un codice civile e penale più un codice rurale, redatti al tempo del padre di Eleonora, Mariano IV. La Carta contempla la piena attuazione di uno “Stato di diritto”, cioè uno Stato in cui tutti sono tenuti all’osservanza e al rispetto delle norme giuridiche, delle quali tutti i cittadini sono a conoscenza. La Carta de Logu sopravvisse alla fine del regno arborense e dei giudicati sardi, e rimase in vigore in Sardegna in epoca spagnola e sabauda, fino all’emanazione del Codice di Carlo Felice nell’aprile 1827. Di straordinaria attualità sono le parti relative alla tutela e alla posizione della donna; alla difesa del territorio e delle sue risorse; al problema dell’usura; all’esigenza di certezza nei rapporti sociali.
La Carta de Logu è scritta in lingua sardo-logudorese, parecchio simile al latino. Tale somiglianza piaceva poco a Dante, che la riteneva uno scimmiottamento del latino. Perciò, dopo aver detto male della parlata milanese e bergamasca («… togliamo poi via i  milanesi, i bergamaschi e i loro vicini», cioè, che non si sognino di darci lezioni in fatto di lingua) scrive Dante nel De vulgari eloquentia:

Sardos etiam, qui non Latii sunt, sed Latiis adsociandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes; nam domus nova et dominus meus locuntur.

Cioè:

“Eliminiamo anche i sardi (che non sono italiani, ma sembrano accomunabili agli italiani) perché essi soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano la «grammatica» [cioè, il latino] come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti domus nova e dominus meus”.

From → Cultura

13 commenti
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  2. Usare il femminile è giusto. Concordo sullo stupro non più sopportabile de “la sindaco”. Il francese porta fuori strada, perché usa formule retoriche che noi non usiamo (“M.me le Maire” non è “la sindaco”, perché utilizza una parola in più per connotare il tutto. Sono però contrario al femminile in “essa”, almeno in questo caso. Così come si dice normalmente “il monaco” e “la monaca”; “fico” e “…”, userei tranquillamente “sindaca” senza far caso all’eurocrazia o ai neovocabolaristi coi cervelli scalzi..

    [Risulta dal pannello di controllo di Nusquamia che la pagina di questo diario più frequentemente visitata, da motore di ricerca, è quella dedicata alle vafie opzioni di declinazione al femminile della parola “sindaco”. La Perlita Serra ha optato per la locuzione “il sindaco Perlita Serra”, ed è una scelta ragionevole. Meglio ancora sarebbe stato, a mio parere, dire “sindachessa”, come ho dimostrato con buoni argomenti nell’articolo citato. Ma le femministe non vogliono, e chiedere alla nussbaumiana sindachessa di andwr contro le prescrizioni del politicamente corretto sarebbe come dire a un tacchino di rallegrarsi per le imminenti festività natalizie. N.d.Ar.]

    [Aggiornamento del 7 maggio 2016 – Nel frattempo, dal momento in cui abbiamo scritto questa nota a oggi, la dot.ssa Serra ha cominciato a firmarsi in certi suoi documenti, in qualità di “sindaca” (per esempio, in quello sulla c.d. “Miniera” di Curno). N.d.Ar.]

  3. Sindaco è un sostantivo epicèno, ha quindi un’unica forma per il maschile ed il femminile. Sarebbe come dire Gorilla – Gorillessa.
    Non vedo il motivo di aggiungere alla lingua italiana altre parole cacofoniche come vigilessa, sindachessa, giudichessa o giudicessa.

    • La dott.ssa Serra è sindaca o sindachessa?

      Lei scrive che “sindaco” è un sostantivo epicèno, cioè di genere promiscuo, e che pertanto «ha un’unica forma, per il maschile e per il femminile».
      Non le nascondo che piacerebbe anche a me affermare questo punto di vista con la sua stessa sicurezza, quasi oracolare, tant’è che scrivevo: «in unisono con l’Académie Française, sarei tentato di dire “il sindaco Perlita Serra”». Sì, ma poi i conti con la sindachessa Perlita Serra, che è una donna straordinariamente determinata, chi li fa? li fa lei? Insomma, se lei sostiene che “sindaco” è un sostantivo epicèno, cioè di genere promiscuo, si prende lei l’incarico di affrontare le femministe che, come scrivevo, postulano «la femminilizzazione dei nomi designanti incarichi e funzioni, quando siano riferiti alle donne»?
      Dunque, a me pare che sia una questione di rapporti di forza. E io so, o credo di sapere, che con le femmiiste non si scherza. Pur senza proclamarmi “femministo”, come molti intellettuali pavidi (direi, la maggior parte), sempre pronti a calar le brache, so che, se le menadi sono pervase della furia bacchica, c’è poco da scherzare. Ed è noto che il mondo del politicamente corretto, nel cui perimetro si agitano le femministe, al riguardo della nomenclatura è perentorio. Se lei ha la forza di affrontare l’ira delle femministe e di vivere una vita difficile in conseguenza della sua coraggiosa presa di posizione, non può che riscuotere il mio plauso. Per parte mia, so di non avere forze bastevoli per contrastarne la furia: se quelle si arrabbiano sono poi – diciamo così – mentule acide.
      Perciò mi ponevo il problema se fosse meglio dire:
      – il sindaco dott.ssa Perlita Serra
      – la sindaco dott.ssa Perlita Serra
      – la sindaca dott.ssa Perlita Serra
      – la sindachessa dott.ssa Perlita Serra
      «volendo dare un contentino all’esigenza di femminilizzazione ecc.». Tenendo conto del principio di realtà, cioè dei rapporti di forza tutti a favore delle femministe, sarei arrivato alla conclusione che è da preferire l’espressione “la sindachessa dott.ssa Perlita Serra”.
      Cioè, accetto di dare un contentino alla dott.ssa Serra, ma mi rifiuto di chiamarla “sindaca”. Penso infatti che la competenza linguistica del Fornaciari possa tranquillamente far aggio sull’ignoranza delle femministe, le quali non vogliono si dica “sindachessa”, solo perché questo vocabolo risulta in assonanza con la “vigilessa” immancabilmente smutandata della quale favoleggiavano certi filmetti degli anni ’70. Fra l’altro, nessuno più si ricorda di quei filmetti. E non vedo perché, per timore di quella assonanza, non dovremmo dire oggi “sindachessa”, come suggeriscono uomini competenti, non ancora condizionati dalla repressione politicamente corretta e non laureati su Martha Nussbaum: «la terminazione “essa” (vedi Fornaciari, Grammatica italiana dell’uso moderno, II, VII, 7) è preferita a tutte le altre nell’uso comune, quando si debba estendere a donna o una professione o una dignità propria principalmente o soltanto dei maschi»; come suggerisce d’altra parte l’uso analogico, con precedenti illustri come “dottoressa” e “professoressa”, per esempio.
      Fra l’altro, ragionando alla stregua delle femministe, che vogliono vocaboli separati per maschi e femmine, un analista dei sistemi, dovrebbe chiamarsi “analisto”, se maschio; e “analista”, se femmina. E anche un geometra, se maschio, dovrebbe chiamarsi “geometro”. E vaglielo a spiegare che “geometra” deriva dal gr. γεωμέτρης che in latino diventava geometres, o geometra, e che i sostantivi greci (maschili) in -ης sono passati in latino, e in italiano, con la terminazione in -a. Cosa vuole che glien’importi della lingua? Per loro conta il fatto ideologico. Per giunta questa loro ideologia — a differenza delle ideologie storiche — è un’ideologia sciacquettistica.

    • Ci vuole buon senso: il termine maschile “sindaco” deriva dal fatto che quando è stato utilizzato, fino a 30 anni fa circa, i sindaci erano praticamente tutti maschi. Quindi il problema non si poneva.
      Inoltre, continueremo a dire “ministro Gina” o più correttamente diremo “MinistrA Gina”? A mio avviso utilizzare il femminile |sindacA| è più eufonico che |sindacHESSA!. Su giudice, geometra etc., lascerei la soluzione epicenica. Trovo molto corretto dare la distinzione di genere in politica, perché ha un significato di riscatto sociale non trascurabile, e così facendo si evitano rigurgiti ideologici femministi o residuati bellici maschilisti e sgrammaticati come |LA SindacO|.

      • Importanza della scelta dei vocaboli: analogia e anomalia
        Questa, da anni e tutti i giorni, è la pagina più letta di Nusquamia. Vada alla dott.ssa Serra, che indirettamente ha suscitato la questione, un nostro sentito ringraziamento

        @ Paolo Sala – Siamo d’accordo, mi sembra, nell’affermare che la scelta delle parole è importante: lo diceva Nanni Moretti, quando nel film Palombella rossa schiaffeggiò molto opportunamente una giornalista sciacquetta che parlava di trend e simili amenità del linguaggio similprogressista e aziendalista (asintoticamente convergenti).

        Anche Pietro Bembo, il veneziano al quale si deve la sistematizzazione del volgare toscano, assegnandogli pari dignità “grammaticale” del latino, era del parere che la scelta delle parole fosse importante. Nella Vita Bembi scritta – in latino — da Giovanni della Casa leggiamo:

        Giulio Cesare, come vediamo tramandato nella letteratura, meritò la fama di uomo eloquente, non perché seguisse l’uso popolare, ma per il molto studio e le molte letture, profonde e raffinate; dedicando allo stesso Cicerone un trattato in più libri sull’arte di parlar latino, disse che la scelta delle parole è l’origine dell’eloquenza. Non senza ragione dunque il Bembo si arrovellava, con particolare impegno, nella scelta delle parole, specialmente quando scriveva in toscano.

        I nostri punti di vista differiscono riguardo a una vexata quaestio, ben presente nei circoli intellettuali di Roma (quello degli Scipioni, per esempio), sulla quale si espresse lo stesso Giulio Cesare scrivendo – mentre attraversava le Alpi, pare – un trattatello purtroppo andato perduto, De analogia libri II. Il problema è: nella scelta dei vocaboli deve prevalere l’analogia o l’anomalia? In altre parole:
        a) Deve prevalere la norma, per cui dovendo introdurre un nuovo vocabolo ci si conformerà per analogia a vocaboli ed esempi prelevati da fonti autorevoli? Naturalmente, bisogna vedere che cosa s’intende per “autorevole”, e qui il dibattito potrebbe essere infinito, perciò non lo affrontiamo nemmeno. Basti dire che per il Bembo i modelli autorevoli da “imitare”, ma non da scimmiottare, erano Cicerone e Virgilio, per quanto riguarda la prosa e la poesia latina, rispettivamente; Boccaccio e Petrarca, per quanto attiene alla prosa e alla poesia italiana. Questo non significa che noi moderni ci esprimeremo in lingua boccacciana, ma ci guarderemo dall’esprimerci come gli aziendalisti perché, come disse Moretti e come disse – pare – prima di lui Bossuet, chi si esprime male pensa male, e vive male.

        b) Oppure deve prevalere l’uso, prescindendo dall’imitazione delle fonti autorevoli? Cioè, se negli uffici gli aziendalisti dicono “contattare” e “scannerizzare”, dovremo adeguarci, oppure faremo un tentativo, ancorché disperato, per continuare a dire “mettersi in contatto con” e per dare un nuovo significato alla parola “scandire”, visto che il verbo to scan deriva dal latino scando (che significa, appunto, passare da un elemento all’altro, proprio come avviene nella cosiddetta “scansione metrica” e in uno scansore (scanner) elettronico? In altre parole, non è meglio fare opera generosa di proselitismo perché gli aziendalisti – almeno qualcuno, dotato di buona volontà – imparino a esprimersi bene, piuttosto che noi degradarci ai livelli infimi degli aziendalisti?

        Ciò premesso, mi pare che almeno in questo siamo su posizioni diverse, essendo io schierato con gli analogisti (da non confondere con i puristi, anche se non mancano i punti di contatto), mentre lei, pur non accettando certi obbrobri linguistici, come “la sindaco” (e qui torniamo ad essere d’accordo) accetta di buon grado la femminilizzazione di certi termini. Io invece l’accetto obtorto collo e, se proprio la devo accettare, non mi faccio imporre il vocabolario delle femministe. Semmai ricorro a parole analogicamente accettabili.
        L’accordo invece è totale riguardo alla scelta delle parole: dev’essere guidata da considerazioni linguistiche, e non ideologiche.

        Quanto alla terminazione dei vocaboli femminilizzati con suffisso nominale -éssa, poiché deriva dal greco ίσσα, a dire il vero io non la trovo per niente cacofonica. L’uso di tale suffisso è attestato in latino, nelle parole di origine greca del latino ecclesiastico (e l’italiano deve moltissimo al latino ecclesiastico, a cominciare dalla “parola” stessa, che deriva da parabola che diventerà paraula, poi “parola”): si vedano per esempio pythonissa, prophetissa e abbatissa (da cui l’italiano “badessa”), derivante dalla femminilizzazione di abbas, “abate”; e a nessuno verrebbe in mente di dire “abata”, pur di non usare la terminazione in –éssa. Perciò in italiano diciamo tranquillamente dottoressa, professoressa, poetessa, studentessa ecc. E se qualcuno vuol trovare ironia nella formazione di queste parole, si accomodi non sarò io a impedirglielo. Ma penso che gli sia difficile dimostrare l’ironia con la forza degli esempi. Insisto: non sarà un filmetto degli anni ’70 su una vigilessa smutandata a impedirci di utilizzare una parola di conio analogico autorevole.

  4. In realtà concordiamo quasi in tutto, Aristides, eccetto un punto. Posto che la carica di sindaco oggi è più spesso di prima ricoperta da donne, l’uso di un femminile si impone anche se per “anomalia”. Del resto, essendo la lingua, come persino deve essere per “tà Biblìa” (gli scritti sacri), una cosa viva e quindi in perpetuo movimento, noi possiamo solo scegliere la forma migliore, e magari spingerla, consapevoli del fatto che poi saranno le masse -ahimé dirette dai pessimi media che ci ritroviamo- a decidere (leggere da un lato Ortega y Gasset “La ribellione delle masse”, dall’altro James Sorowiecki “La saggezza della folla”, più positivista).
    Io sceglierei “sindaca” versus “sindachessa” per gli stessi motivi che hanno spinto nei secoli dei Boccaccio e Bembo a costruire “monaca” come femminile di “monaco”. Però, se le masse, che oggi si imbevono di lessico commerciale inglese spacciandolo per lingua franca “internescional”, scegliessero altrimenti, ci inchineremmo comunque. Sono le stesse masse che per il calciatore Zanetti, cognome di chiara appartenenza italiana, come buona parte di quelli argentini, proferivano |S|anetti, facendo così capire di conoscere forse il castigliano ma non l’italiano.

    • Strategie linguistiche per la valorizzazione delle differenze di genere

      Certo, alle volte l’anomalia prevale sull’analogia e càpita perfino che noi si sia costretti a mettere in atto tecniche di dissimulazione onesta, e che accettiamo di conformarci all’anomalia, per evitare questioni con sciacquette ignoranti, che si fanno forti dell’opinione dei più: οἱ πολλοί, come leggiamo nei dialoghi socratici di Platone. Il quale, se dice “i più”, non dice per parlarne bene. Insomma, non è detto che i più dicano il vero, o il giusto, senza contare che alle volte – anzi, spesso – non è dato sapere quale sia il vero. In ogni caso, le verità non si decidono a maggioranza. E se anche la maggioranza dice “scannerizzare”, io mi rifiuto, dirò “scandire”. Pero, quando dovrei dire “io valùto”, “tu valùti” ecc., talora per evitare che la maestrina di turno mi corregga, dico “io vàluto”, “tu vàluti” ecc. (Il verbo “valutare” deriva da “valùto”, participio passato in antico di “valére”, che poi è divenuto “valso”.) Dirò correttamente “io valùto” soltanto tra amici fidati, con i quali abbia precedentemente affrontato la questione.
      Però – e qui si vede la differenza fra chi è tollerante e chi non lo è – se qualcuno vuol dire “scannerizzare”, io solitamente lo lascio dire, mica pretendo d’imporgli di parlare correttamente. Invece certe sciacquette degli uffici amministrativi dei Comuni, credo anche delle aziende, emanano circolari per imporre la versione “politicamente corretta” di nomi da femminilizzare. Per esempio il Comune di Firenze nel 2012, quand’era sindaco Matteo Renzi, decise di avviare una modifica di tutti i documenti ufficiali, riguardo alle voci designanti incarichi e mansioni, così che sia sempre possibile una distinzione tra maschile e femminile. Si sono perfino fatti aiutare da una ricercatrice universitaria, tale Cecilia Robustelli, in collabortazione con il Comitato Pari Opportunità del Comune. E, naturalmente, avranno presentato tale ricercatrice come l’ultimo grido della scienza linguistica. Anzi, pare che all’Accademia della Crusca si siano presi paura, accettando che questa quondam nobile istituzione fosse coinvolta in un’operazione di marketing per la promozione dell’ideologia del gender (cosiddetto). Sarebbe come se uno mi presentasse l’avvocato di Bossetti come l’ultimo grido della scienza genetica: poiché non siamo nati ieri, sappiamo che certi “esperti” dicono quel che dicono per onorare un ruolo retribuito o comunque foriero di soddisfazioni e vantaggi a latere. Per parte mia, applico il principio di Pascal: credo ai fatti che vedo e, quanto ai testi, credo soltanto a coloro che con la loro testimonianza rischiano di essere essi stessi incriminati. Cioè, non mi faccio intimidire dalle cacate carte e dai paralogismi ad baculum (stai attento a quel che dici, altrimenti ti sanziono).
      Comunque, se lei vuol soffrire, ecco il documento del colpo di mano neofemminista:
      Cecilia Robustelli: Strategie linguistiche per la valorizzazione delle differenze di genere
      Quanto a monaco/monaca, è vero che Boccaccio dice “monaca”: come dimenticare la novella della badessa e delle brache del prete? [*] Proprio per questo noi diremo “monaca”, perché riconosciamo autorevolezza al Boccaccio (non riconosciamo autorevolezza, invece, alle sciacquette). Però Boccaccio non ha inventato niente: monaco e monaca sono due vocaboli greci (μοναχός e μοναχή), attestati nella Patristica greca con il significato attuale, divenuti in latino monachus e monacha, e di qui passati all’italiano.

      ———————————————————————————————————————-
      [*] «Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli [cioè, il velo monacale: N.d.Ar.] aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l’accusata e fattalane accorgere, fu diliberata e ebbe agio di starsi col suo amante»: novella 2^ della IX giornata.

  5. “Diaconessa”, e non “donna diacono”

    Sempre sulla femminilizzazione dei nomi, ampiamente trattato in questa pagina, si veda in una pagina seguente l’articolo:
    Il papa dice “diaconesse”, il giornalismo-sciacquetta dice, per il momento, «donne diacono». La Boldrini vuole che si dica «diacone»

  6. Hugh: l’importante è mantenere la distinzione di genere, se non è burocrazia multiculturalista.
    Detto ciò, propongo un altra quaestio. La scempiostampa italiota -dopo qualche ondeggiamento- ha preso temo una volta di più la strada errata in un caso grammaticale estero-italico.
    Parliamo di |Jihad| e degli aggettivi derivati di genere maschile |jihadista| |jihadisti| etc.
    Oggi tutti gli scempiogiornalisti scrivono I JIHADISTI, IL JIHADISTA, prendendo il fischio per fiasco, cioé “interpretando” la J come una G, Ma la J non è la G, e lo stesso suono non scempiato delle derivate da |jihad| mostrano che la J è foneticamente la risultante di due morfemi: D e G dolce, come nel suono J in francese (“journal”, “jour”, “janvier” “Jean”…). In tal caso l’articolazione corretta dovrebbe essere GLI jihadisti, LO jihadista…

  7. Coerenza, anche nella forma

    Dovrebbe valere il principio di coerenza. Se uno pronuncia la “j” di jihad come una fricativa postalveolare sonora (come nel francese jour) dovrebbe poi pronunciare (e scrivere, se ritiene che questa sia la pronuncia corretta) “lo jihad”, “gli jiahadisti” Se pronuncia la “j” come un’affricata postalveolare sonora (detta anche affricata palatale sonora), come in italiano “gente”, dovrebbe dire “il jihad”, “i jihadisti”. [*] Se infine ritiene di pronunciare con suono occlusivo velare sonoro della “g” di “gatto”, dirà “il jihad”, i “jihadisti”.
    Insomma, possiamo transigere sulla pronunzia, ma non sul principio di coerenza. Trovo ridicolo che uno, per far vedere che ha studiato greco, dica “Tìmeo” e “Prometèo”. Cioè, può dirlo, ma allora deve anche dire Socràte. Cioè faccia il “fico” sempre, senza aver paura di dire “Socràte”. Il prof. Paratore, all’Università di Roma, andava su tutte le furie, se qualcuno pronunciava Eràclito, invece di Eraclìto. Forse però la signora che mi ha raccontato il fatto, e che fu allieva del Paratore, ha trascurato di riferire che le furie del professore non riguardavano la pronuncia italiana, ma quella latina; cioè infieriva quando l’esaminando leggesse, in latino, Eràclitus invece di Eraclìtus. In tal caso Paratore aveva tutte le ragioni di questo mondo. Il Dop, il Dizionaro di Ortografia e pronunzia, prescrive “Eràclito, alla lat. Eraclìto”.

    Ma direi che queste sono quisquilie, al confronto del “gerundio” di Salvini. Veda Salvini è un latinista? Forse, come il Pedretti è un anglista.

    —————————————-
    [*] Una consonante affricata «risulta da un’articolazione che nella fase iniziale è di tipo occlusivo e nella fase finale è di tipo fricativo (o spirante), pur restando immutato il punto di articolazione».

  8. Sicuramente sindaco, non centra nulla quanti altri nomi sono al femminile e non si possono cambiare al maschile, altrimenti fatelo: pilota farmacista, barista, astronauta,chitarrista, dentista, giornalista. ecc. ecc.
    Spero ne siate convinti.

    • Non ho ormai niente da aggiungere a quanto ho scritto precedentemente. Né mi parrebbe di buon gusto aggiungere qualcosa, come viene viene, giusto per ribadire il mio punto di vista e avere l’ultima parola. Respingo con decisione ogni normativa prescrittiva e se gli euroburocrati mi obbligano a dire “euro”, io dirò “euri”. Quanto alla femminilizzazione dei nomi maschili, premesso che ognuno, secondo me è libero di dire quel che vuole, io mi ritengo libero di giudicare lo stile e la cultura delle persone anche dal modo in cui si atteggiano di fronte a questo problemuccio. Così come mi sento libero di sorridere, e un po’ compatire la maestrina Boldrini, la quale disse: «Le donne diacono? Per me va benissimo, anzi ben vengano, purché si dica “diacone”». Il papa invece aveva detto “diaconesse”, come s’è detto per secoli.
      A titolo di cronaca (la notizia è dello stesso giorno in cui ci è pervenuto il commento qui sopra), e non per ribadire il mio punto di vista, si veda anche quanto ho scritto in Alla Raggi, neosindachessa romana, “sindaca” non piace, ma si adegua.

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