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L’inno delle bibliomamme

19 settembre 2012

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In questo spezzone Johnny Cash interpreta il simil-gospel I saw the light, con alle spalle un coro angelico di misticheggianti signore americane. Sono vestite di tuniche bianche, hanno i piedi scalzi e profumati. La capa ha alle maniche un accenno di manipolo sacerdotale.  Sempre lei, la sacerdotessa, unisce le mani  in segno di preghiera, oppure staccandole imprime con la mano destra il ritmo, la porta in alto come per cogliere nell’aria gli spiritelli divini e impossessarsene, per poi con determinazione “parteciparli” alle adepte, ottenendo un effetto di entusiasmo bacchico. Quando cantano alzano gli occhi al cielo e atteggiano la boccuccia a culo di gallina. Siamo all’acme del misticismo in stile new age, quello che piace alle babbione ex-sessantottine e alle sciacquette ignoranti.
Questo filmato è tratto da una puntata della serie del tenente Colombo, intitolata
Il canto del cigno. Johnny Cash, un bravo cantante, sempre vestito di nero, e perciò conosciuto come “L’uomo in nero”, praticamente nel film interpreta il suo stesso personaggio, libertino e carismatico. Nel film però uccide la moglie, cosa che Johnny Cash pare non abbia fatto nella vita.

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Inno delle bibliomamme, in inglese e in italiano

I saw the light, I saw the light .
No more darkness, no more night .
Now I’m so happy, no sorrow  in sight .
Praise the Lord, I saw the light
Ho visto la luce, ho visto la luce .
Non più le tenebre, non più la notte .
Sono ora lieto, nessuna ansietà .
Lodiamo l’azienda, ho visto la luce
I walked in darkness, and clouds covered me .
I had no idea where the way out could be .
Then came the sunrise and rolled back the night .
Praise the Lord, I saw the light
Andavo a tentoni, il cielo era nuvolo .
Non avevo l’idea della via d’uscita .
Spuntò poi il sole, scacciò via la notte .
Lodiamo l’azienda, ho visto la luce
I saw the light, I saw the light .
No more darkness, no more night .
Now I’m so happy, no sorrow  in sight .
Praise the Lord, I saw the light
Ho visto la luce, ho visto la luce .
Non più le tenebre, non più la notte .
Sono ora lieto, nessuna ansietà .
Lodiamo l’azienda, ho visto la luce
Just like a blind man, I wanderer astray .
Straight is the gate, and narrow the way .
Then like a blind man who God gave back his sight .
Praise the Lord, I saw the light
Proprio un cieco, vagavo qual è là .
Stretta e la porta angusta la via .
Poi come un cieco che torna a vedere .
Lodiamo l’azienda, ho visto la luce
I saw the light, I saw the light .
No more darkness, no more night .
Now I’m so happy, no sorrow  in sight .
Praise the Lord, I saw the light
Ho visto la luce, ho visto la luce .
Non più le tenebre, non più la notte .
Sono ora lieto, nessuna ansietà .
Lodiamo l’azienda, ho visto la luce
I saw the light, I saw the light .
No more darkness, no more night .
Now I’m so happy, no sorrow  in sight .
Praise the Lord, I saw the light
Ho visto la luce, ho visto la luce .
Non più le tenebre, non più la notte .
Sono ora lieto, nessuna ansietà .
Lodiamo l’azienda, ho visto la luce

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Premessa sulle applicazioni aziendali del misticismo

(Questa premessa è dedicata a Max Conti e a Luisa Gamba)
Il misticismo, si sa, può essere un’arma potente di controllo del consenso delle masse e di manipolazione delle coscienze individuali. I regimi dittatoriali (come il fascismo: vedi l’insegnamento di mistica fascista) e gli universi concentrazionari (gli ambienti di lavoro aziendali) ricorrono al misticismo per piegare la volontà dei sudditi e dei dipendenti, obbligandoli a ingurgitare il principio della condivisione forzata. Grazie al misticismo (e, in certi casi, alle danze haka, come abbiamo visto in un articolo precedente), instillato esplicitamente da guru furbacchioni strapagati (nel caso di monager di alto livello) o implicitamente da formatori-proiezionisti-di-slàid (nei corsi di formazione per monager triccheballacche) le aziende arrivano a realizzare un meccanismo di autorepressione del dipendente e/o monager. Il quale, una volta convinto di far parte di una “grande famiglia”, non avrà più bisogno di essere represso, perché si reprime da solo, anzi è orgoglioso di essere represso, felice della sua condizione schiavile. Appena ha ingranato con il meccanismo, lo schiavo-dipendente vuol far carriera, diventa carogna quanto basta, secondo necessità, vive la famiglia reale come una famiglia virtuale (per esempio, i figli diventano status symbol), mentre vive come reali le relazioni aziendali, che sono virtuali. Come conseguenza del processo di sostituzione della realtà materiale con la realtà virtuale (per lo più imprevista, talora anche voluta, specie nelle sedi nazionali delle società multinazionali), nell’universo concentrazionario aziendale non sono infrequenti i casi di autofagia (nota per il gatto padano: non è la stessa cosa che l’aerofagia) dell’azienda intera. Ancora più frequenti sono i casi di autofagia di gruppi di lavoro e dei singoli schiavi-impiegati-monager.

Moderne tecniche di repressione aziendale nel Comune di Curno

Come è noto, l’ideologia degli amministratori di Curno è fondamentalmente aziendalista, anche se per ragioni di raccolta (iniziale) del consenso continuano a proclamarsi “progressisti”. Ma l’ideologia, come pure il punto di approdo dell’attività amministrativa, è aziendalista.
In quanto aziendalista, il gruppo al potere a Curno – che, si ricorderà, si è impadronito delle leve di comando disarcionando violentemente il sindaco precedente, 40 giorni prima del temine naturale del mandato – introduce temi e tecniche aziendali a ogni piè sospinto, gradualmente ma inesorabilmente.  Ai Consigli comunali è tutto un armeggiare di gingillini elettronici, è tutto una proiezione di slàid, l’elocuzione è tipicamente quella aziendale: non solo l’elocutio, se dobbiamo dirla tutta, ma anche l’actio (riguardo a questi termini si veda qualsiasi trattato di retorica del nostro glorioso retaggio culturale: il più chiaro, tutto sommato, è la Rhetorica ad Herennium. Molto meglio che le schifezze scritte nelle dispensine dei corsi di formazione per monager, dove un formatore ignorante, preventivamente sodomizzato intellettualmente, proietta “slàid” e sodomizza i monager, perché i monager imparino a sodomizzare consumatori e dipendenti).
La sindachessa, dott.ssa Serra mostra di essere perfettamente padrona delle tecniche: è determinata e conclude i passaggi più difficili della sua esposizione e conduzione del dibattito con ben calibrati sorrisetti asseverativi che inibiscono negl’interlocutori tapini ogni possibilità di replica. Essendo stato presente a qualche Consiglio e adunata di “Consiglio partecipato”, e avendo attentamente osservato il linguaggio verbale e del corpo, sarei arrivato alla conclusione che l’allievo, cioè la sindachesa Serra, ha superato il maestro, cioè la professoressa Gamba. In particolare, direi, nell’actio, e non solo per il sorrrisetto asseverativo. La sindachessa infatti, che si è proposta di dare di sé un’immagine determinata, riesce benissimo nell’intento. Meno bene riesce, a nostro avviso, la maestra, dal cui portamento emerge un conflitto interiore (quasi che fosse meno “determinata”: ma questo, in realtà, torna a suo onore). Tale conflitto interiore, com’è noto, non dovrebbe trasparire.

Poiché nell’ottica aziendalistica i cittadini non sono più cittadini, ma dipendenti, quest’amministrazione ha da tempo previsto la creazione di tutta una serie di organismi, che saranno introdotti alla spicciolata, per realizzare il controllo totale dei dipendenti (ex cittadini).
La realizzazione del sistema di repressione totalizzante e autorepressivo, sul modello dell’universo concentrazionario aziendale, potrebbe trovare resistenza dapprima in cittadini isolati, quindi in veri e propri focolai di resistenza. In questo caso, se un cittadino isolato, ricorrendo eventualmente al presidio della cultura, mostrasse di non aderire al pensiero unico, normalmente l’amministrazione assumerà un atteggiamento di distaccata (spocchiosa, dicono i malevoli) sobrietà. In altre parole, ci si limiterà a presentare il cittadino come un pazzo, o un pervertito.
Però già la riunione di tre cittadini che leggano Dostoevskij tra loro, senza essere stati preventivamente sodomizzati intellettualmente mediante corso di formazione aziendale, con funzione di depotenziamento del libero pensiero, costituisce un elemento di preoccupazione. Il principio è sempre quello, riportato nel Digesto (opera sicuramente conosciuta al giurista Pedretti, e da lui consultata in occasione delle sue proverbiali e ormai non più micidiali denunce) : Tres faciunt collegium. Proprio per questo la sagace amministrazione guidata dalla sindachessa Serra ha pensato – pare – alla costituzione di una milizia di “bibliomamme animatrici”. Alle bibliomamme sono assegnati còmpiti di polizia segreta, in particolare riguardo ai fenomeni di rifiuto di condivisione mistica, un po’ come l’Ovra sotto il fascismo.
Si poneva però un altro problema: quello di esercitare un controllo sulle stesse bibliomamme, che potrebbero allontanarsi dalla strada della retta condivisione. Il problema è sempre quello, come scrisse Giovenale: Quis custodiet custodes? Perciò la sagace amministrazione ha pensato a un insieme di verifiche in progress (come dicono gli aziendalisti) della tenuta ideologica delle bibliomamme, che dovranno esse stesse autoreprimersi. Cioè le bibliomamme saranno un corpo mistico.
Per creare l’unità mistica della milizia delle bibliomamme sono previsti corsi di formazione (e ti pareva!), raduni ed esercitazioni paramilitari sul colle di Mozzo, con danze haka. In particolare, sempre a fini di motivazione aziendale, le bibliomamme dovranno cantare, a gola spiegata, l’inno riportato in testa a quest’articolo (può essere cantato in italiano, o in inglese, che è la lingua degli aziendalisti, ancorché dai più ignorata). L’inno andrà intonato con il sorriso delle bibliomamme ben riconoscibile sul volto e in stato di eccitazione bacchica (per entrare in questo stato sono previsti corsi di formazione ad hoc, con impiego di casse orgoniche [non ho tempo di spiegare che cosa siano, ma in Internet si dovrebbe trovare qualcosa]).

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Approfondimento sulle bibliomamme

Delle bibliomamme ci siamo già occupati, qui su Nusquamia. Ho ancora vivo il ricordo del momento di timore e terrore del quale mi sentii pervaso quando lessi nel programma di Vivere Curno — fra le azioni intese alla realizzazione del programma — che è intendimento dei viveur «promuovere l’impegno di giovani e adulti alla cura dell’ambiente e degli spazi pubblici, anche favorendo lo sviluppo di gruppi di volontari per servizi di manutenzione e di pulizia, di animazione della biblioteca (bibliomamme), di organizzazione di eventi culturali…».
Ohibò — mi domandai — che cosa vorranno mai animare queste bibliomamme? Non è che vorranno animare me? Come mi animano? Come nei villaggi turistici? Qui lo metto per iscritto, chiaro e tondo: sono vivo, sono vegeto, e anche “animoso” (nel senso pieno e duplice della parola latina, dove animosus solitamente deriva da animus, al maschile, e significa “coraggioso”; ma può anche derivare da anima, al femminile, che possiamo intendere come il soffio vitale, e neanche quella, cioè l’anima, ci manca). Dunque, sia ben chiaro, care bibliomamme, noi non abbiamo bisogno di animazione.

Digressione politicamente scorretta
Non abbiamo bisogno di animazione, a meno che le bibliomamme non siano le vezzose angioline che vediamo nel filmato qui sopra. Ma anche in questo caso, sia ben chiaro: niente alucce, niente drappeggi, manine giunte, boccucce a culo di gallina, niente apparato mistico e profumi d’incenso (gl’incensi dei nostri mistici da quattro soldi puzzano di piedi, secondo me, quale più, quale meno). Comunque, non c’è pericolo che noi si possa cadere nei dolci inganni di Venere, né quella urania, né quella pandemia (buona, Rusina!): le bibliomamme del corpo mistico saranno istruite per avere atteggiamenti scostanti, da virago determinate. E qui finisce il discorso: tutti i salmi finiscono in mordacchia.

Comunque si giri la cosa, la triste verità, come scrivevo nell’articolo L’animazione della biblioteca e le bibliomamme curnensi, è che sui poveri e tapini cittadini di Curno incombe verisimilmente lo spettro delle bibliomamme. Parlavo allora di bibliomamme biciclettate (è nota la passione della dott.ssa Serra per la bicicletta). All’inizio ci scherzavo. Ma, considerata la determinazione totale di questa amministrazione, la cosa potrebbe farsi seria. E se veramente le bibliomamme avessero compiti di polizia ausiliaria? Già il 4 luglio scorso paventavo «la repressione delle manifestazioni culturali di significato equivoco o politicamente scorrette». E se, per entrare nell’animo dei cittadini e reprimere il dissenso sul nascere, questi mattacchioni facessero seguire lle bibliomamme un corso di “Inquisizione spagnola”? Speriamo almeno che si tratti di un’Inquisizione come in Monty Python:

(A proposito: proprio il 4 luglio 2012 a Ginevra veniva dato l’annuncio ufficiale della scoperta del bosone di Higgs: al gatto padano, al maiuscolettatore, alla sciura Rusina, al Pedretti e ai signori della politichetta curnense non gliene potrebbe fregare di meno: lo so, proprio per questo lo dico.)

17 commenti
  1. Jacques Deuzè de Cahors permalink

    MI è venuto in mente un bel soprannome

    sembra fatto apposta per lei..

    Deriva da un signore, nato in una importante famiglia bergamasca.

    Quando gli chiedevano che facesse nelle vita, o peggio, che lavoro facesse, rispondeva.

    “I Fri..oni non lavorano, si occupano di qualcosa” (non metto il cognome completo ma chi bazzica per Viale Vittorio Emanuele II ha già capito.

    Il nomignolo che ne derivò fu cannetta (sottinteso di vetro) ossia lazzarone.

    Questo perchè quasi tutti gli altri che per necessità lavoravano, si sentivano un poco offesi da questa spocchia.

    Che quando lo sentii con le mie orecchie mi fece passare al famoso passaggio del Conte Zio del Manzoni sul nipote, Don Rodrigo.

    “Mio nipote si sente quello che è”

    In lei a voltre trasuda, forse è involontario, un senso di appartenenza a una casta diversa dalla nostra, comunque l’essere depositario di un pensiero superiore, lei vola dove il cielo è più blu, disse una volta.
    Inoltre..
    Un senso di disprezzo per tanti soggetti (di Curno si direbbe le piaccia poco o niente, non i progressisti, non l’attuale amministrazione, non la Lega, non l?IDV dopo l’abboccamento no agli idealisti no, ma solo dalla campagna elettorale pagnoncelli, no gli imprenditori, molte associazioni, i vari Gatti padani di 1a 2a e 3a scelta, no gli aziendalisti, no agli atori del territorio e infine non le bibliomamme)

    Cannetta credo che fosse il soprannome più insultante per quel signore, nato credo nel secolo sbagliato.

    Credo che la chiamerò così

    Buona giornata e..

    Su di Lei sia Anatema

    • Intanto le annuncio che l’articolo che non le è piaciuto l’ho migliorato, perché le piaccia ancor meno. Senza rinunciare al mio modo di esprimermi, che non cambio, nonostante i “buoni consigli”, per lo più di natura ìnvida, ho reso l’articolo più leggibile. Scherzo: volevo apportare qualche modifica prima del suo messaggio, ma il sito WordPress era temporaneamente in disarmo. Ho introdotto anche una dedica a Max Conti e Luisa Gamba. Mi è sembrato doveroso.

      Del soprannome non mi curo.

      Se sono contro l’ammucchiata istituzionale, è chiaro che sono contro tutti coloro che ad essa afferiscono, o che sono politicamente ed eticamente indifferenti. Inutile che mi faccia gli elenchi. Nusquamia è un diario di controinformazione: non ha letto la testata? (D’accordo, si legge male, in grigio: ma non posso farci niente, questa è la versione gratuita della piattaforma WordPress).

      Se ho capito bene quel che lei ha espresso in maniera obliqua, lei vorrebbe dire che poiché il Max Conti si occupa di relazioni umane e aziendalismo lui lavora, mentre chi non si occupa di aziendalismo non lavora? Spero di aver capito male. Perché la mette in questi termini? Provi, invece, a dimostrare — se ci riesce — che l’essere aziendalisti e, nella fattispecie, occuparsi di relazioni umane è occupazione “di sinistra” e non “de sinistra”. Ci provi, ma la avverto: sono attrezzatissimo per darle risposte articolate, documentate, stringenti.

      Questa storia che io offenderei i curnensi, se mi occupo di politichetta curnense, l’ho già sentita, in tutte le salse, da parte del gatto padano. In Sicilia si diceva, si dice ancora da parte di alcuni sciagurati, che sarebbe meglio non parlare di mafia, ché altrimenti si offendono i siciliani. E che i siciiani parimenti si offenderebbero, se si vanno a scoprire certi altarini. Ma i siciliani onesti, guarda caso, vogliono che si parli di mafia. Lei è sicuro che a Curno nessuno voglia sentire un discorso di demistificazione, che nessuno voglia lo sgretolamento dell’ammucchiata istituzionale? A me risulta tutto il contrario. Il numero dei resistenti s’accresce di giorno in giorno.

      Quanto al disprezzo: ancora una volta, non ha letto la testata? C’è scritto che questo è un diario di lotta contro l’idiozia. Per principio, non odio nessuno. Disprezzo qualcuno, mi sembra giusto, ma deve averla combinata grossa. Sempre meglio che la farisaica sobrietà, l’indifferenza. Dicono i cugini francesi: L’indifférence est le pire des mépris. Solitamente uso l’ironia, o il sarcasmo. Ma mi devono aver provocato.

  2. Sole permalink

    @Jacques: suicidati…!

    • Non sono d’accordo. Jacques potrebbe conservarsi in vita, dedicando gli anni che gli avanzano, che gli auguriamo numerosi e in salute, alla ricerca disinteressata della verità e del bello, con l’impegno di “condividere” con l’umanità i risultati della ricerca. Inoltre, compatibilmente con le sue forze, Jacques potrebbe riscattare la vita precedente, prima della “metànoia” (la conversione), trascorsa nell’adorazione degli dèi falsi e bugiardi, combattendo gagliardamente per la libertà e la giustizia. Non guasterebbe che Jacques si disfacesse dei terrreni e delle ricchezze. Gesù Cristo accettò fra i suoi discepoli pubblicani (esattori delle tasse, servi del denaro) e puttane: vero, ma impose agli aziendalisti di smettere di adorare il denaro (che allora era almeno denaro sonante, con l’immagine dell’imperatore, che ne certificava il valore, mentre oggi, spesso, invece di denaro vero abbiamo ectoplasma aziendalistico e cacata carta); parimenti Gesù non disse che le puttane potevano continuare a “gestire” l’utero come avevano fatto fin allora, disse invece che dovevano abbandonare il mestiere. (Osservo in proposito che esiste anche un aziendalismo dell’utero: le femministe che berciavano «L’utero è mio e lo gestisco io» furono dei precursori, quasi come Bepi “el memorioso”, il quale fu precursore nel tradimento degl’ideali della sinistra).

  3. Jacques Deuzè de Cahors permalink

    Sono sorpreso di tre cose.
    la prima del livello miserevole delle frequentazioni di questo blog.
    Invitarmi a toglermi la vita.
    La seconda la pubblicazione di un commento tanto ignobile da parte del padrone di casa (oggetto a sua volta di inviti agettarsi dal ponte di trezzo e non da parte mia)
    La terza la non espulsione temporanea dal blog del Dott. Sole.

    Mi spiace ma è una delle pagine più brutte di questo blog.

    Ci sono livelli a cui nemmeno a lei e agli accoliti pro Gandolfi è ammesso ciò.

    Tra l’altro l’istigazione al suicidio è un reato e anche grave, credo che, magari non volendolo, abbiate in due, violato la legge.

    Ma se anche non fosse il giudizio che ho di questo blog da ora in poi e in mancanza di scuse vere è vomitevole.

    • Io, infatti, ho detto di non essere d’accordo.

      Invece quando proprio io fui invitato, più di una volta, dalle pagine internettiane di Bergamo news, a suicidarmi dal ponte di Trezzo, nessuno — né della redazione di Bergamo news né dei frequentatori abituali del blog, in particolare fra coloro che sono di matrice c.d. progressista — reagì, né a tambur battente, come ho reagito io, né in differita. Vorrà cortesemente qualcuno reagire adesso, almeno adesso?
      Più di una volta, ho fatto presente a Bergamo news:
      a) che ero stato reiteratamente indotto al suicidio dal maiuscolettatore;
      b) che non era stato “bello” pubblicare su Bergamo news, in chiaro, il nome di Aristide con tanto d’indirizzo di casa, in occasione della denuncia del Pedretti (tutto ciò avveniva al tempo della direzione di Cesare Zapperi).
      Sa quale fu la risposta da parte di Bergamo news? Lo sa benissimo: una risposta sobria, cioè nessuna risposta.

      Dunque questo diario non è vomitevole, perché io ho scritto a tambur battente quel che pensavo di questa proposta di suicidio. E lei dovrebbe imparare a riconoscere i veri uomini da quelli che non lo sono. E se lei, o qualche uomo della c.d. sinistra, avesse avuto il buon gusto di dire, a suo tempo, che il servizietto che mi aveva fatto Bergamo news (facendo da grancassa alla denuncia di Pedretti et quae sequuntur), io oggi avrei una miglior opinione della c.d. sinistra curnense (per quel che conta, cioè nulla, dirà lei). Non avrei cioè quell’atteggiamento che lei stesso ha definito “sprezzante”. Sarebbe sbagliato essere sprezzanti sempre e comunque, ma in certe occasioni ritengo che sia doveroso, soprattutto in certe questioni di principio, che, se non le dispiace, per noi uomini d’onore contano qualcosa. Anzi, sono una ragione di vita (come ho più volte manifestato a proposito del tentativo del Pedretti di svolgere un’ispezione nella c.d. moschea nell’ora del culto religioso: ma i signori della c.d. sinistra hanno fatto orecchie da mercante, per astio antigandulfiano e malintesa concezione “machiavellica” della politichetta).
      Le faccio presente che quando mi s’invitava a suicidarmi dal ponte di Trezzo, l‘invito era a una persona fisica identificata, infatti l’invito seguiva alla pubblicazione sulla testata anglorobicosassone del mio nome, cognome e indirizzo di casa (il che consentì al minàce maiuscolettatore di scrivere ch’egli sapeva ch’io abito vicino al ponte, ed è vero, la mia casa dista 70 m dal ponte). Lei invece è in questo diario l’avatar Jacques Deuzè de Cahors. Ma io non auguro il suicidio nemmeno agli avatar.

      E adesso le pongo la domanda delle cento pistole: se questo diario è vomitevole perché si incita al suicidio un avatar e il diarista si dichiara in disaccordo con tale invito, da altri formulato, come giudica Bergamo news che pubblicò il mio nome, cognome e indirizzo, nonché i reiterati inviti al suicidio e che non volle mai chiedermi scusa, nonostante la mia richiesta in tal senso (tutto documentato)?

      Concludendo:
      a) io non le devo scuse, perché mi son dichiarato immediatamente in disaccordo con l’invito sinteticamente ivi formulato, anzi le ho augurato di vivere a lungo e in buona salute;
      b) Sole, se vorrà, si scuserà con lei e io sarò felice di pubblicare tale richiesta che gli sia data venia. In queste scuse Sole potrà far presente che, più che un’istigazione al suicidio, si trattava di un’esortazione generica (il testo è questo: «@Jacques: suicidati…!»), del genere “Vaff..”, espressione sdoganata nel dibattito politico italiano. Io però, al posto di Sole, mi scuserei, e augurerei a Jacques Deuzè de Cahors di vivere a lungo e in buona salute, proprio come ha fatto Aristide.

      Insisto: lei dovrebbe imparare a riconoscere i veri uomini da quelli che non lo sono. E se lei è un uomo, mi faccia sapere che cosa pensa dell’atteggiamento “sobrio” di Bergamo news. Io le ho fatto sapere immediatamente che cosa pensassi dell’invito rivolto a lei. Lei, a proposito dell’invito rivolto a me, si è limitato a dire “non son stato io”.

    • H. C. Andersen permalink

      @ Jacques Deuzè de Cahors
      Non ne sentivamo proprio il bisogno, ecco che si fa avanti un’altra Principessa sul pisello.
      La Principessa si sente offesa.
      La Principessa fa la sostenuta, anche nel linguaggio, artificioso tra l’altro.
      La Principessa, ben nascosta, indica con il ditino.
      La Principessa non ci sta.
      Perfino il vomito, debole di stomaco la signorina.
      Non si scandalizzava, anzi gongolava, quando a Curno si è sfiorata la tragedia con la provocazione pedrettista alla moschea.
      Stessa tecnica, mandano avanti gli altri.
      Quasi si nutrono delle difficoltà altrui.
      Queste persone, non uomini sicuramente, stanno dietro, a guardare quello che succede e se al momento conviene ecco che saltano fuori a prendersi i meriti, a farsi fotografare.
      Se non conviene si ritirano e negano complicità e responsabilità.
      Vili e pavidi.
      Se il livello di questo diario per lei Principessa sul pisello2 è miserevole, continui a lavorare, ops dimenticavo le Principesse sul pisello non lavorano, per il lavoro c’è la plebe.

    • Giuli permalink

      @ Jacques Deuzè de Cahors
      Premesso che per la mia cultura cattolica la sola idea del suicidio mi ripugna in qualsiasi forma essa sia presentata, mi pare che lei esageri, addirittura istigazione al suicidio!
      L’istigazione al suicidio è punita dall’art. 580 del codice penale, il quale stabilisce che: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito al suicidio ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque anni a dodici anni”.
      Analizzando la norma parrebbe proprio che il reato non sia configurabile nemmeno in astratto, come potrebbe essere interpretata l’espressione (ripeto a mio avviso odiosa): “suicidati …! “?
      Ora la valutazione che taglia la testa al toro è che non sapendo e rispettando la volontà di colui che si cela dietro al nome Jacques Deuzè de Cahors di non apparire, non si può parlare di rafforzamento di volontà nè penso proprio che si possa interpretare la semplice espressione come determinazione al suicidio, che richiede certamente un’attività molto più corposa.
      Inoltre condizione per il reato è che il suicidio avvenga.
      Ora se questa è la sua intenzione ce lo dica ed io in prima persona farò di tutto per scoprire chi lei è ed impedirle di compiere il gesto.
      Quanto alla sua valutazione circa il fatto che questo diario sia vomitevole, mi permetta di farle osservare da un lato che il padrone di casa ha dichiarato di non essere d’accordo ed in ciò caro Jacques è contenuto molto più delle sterili scuse che lei richiede, non rinviene un’empatia, quell'”I care” che spesso sento nominare a sproposito.
      In altre parole il padrone di casa le porge la mano, rifletta su quel gesto e ,dopo avere sgonfiato il petto e riassorbito il livore, non rifiuti la stretta perchè questo sì che è un gesto inenarrabile tra gli Uomini!
      Ciò detto non tornerò mai più su quest’argomento.

  4. Jacques Deuzè de Cahors permalink

    Eccolo qui.
    Lui indubbiamente.
    Finalmente ci lascia un indizio per certificarne l’identità.
    C’è una espressione che in vita mia ho sentito solo da Lei.
    Gli altri indizi sono di contorno.
    Servono solo a certificare uno stato d’animo ancora in subbuglio, dopo l’8 maggio.
    Livore, Invidia, e tutto l’armamentario di rito.

    Per Aristide.
    Ha uno strano modo per applicare la legge del taglione.
    Tutto quanto non le stava bene prima e trovava ripugnante, ora le va benissimo, purchè diversi siano i destinatari.
    E la superiorità morale?
    E le dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo?
    Si direbbe che valgano per tutti, tutti quelli che la pensano come lei, non tutti in generale, si capisce.
    E’ troppo comodo questo atteggiamento.
    E certo, assolutamente riprovevole, almeno per me.

    Per lei non vale il detto:
    “Nessuno tocchi Caino”
    Caino può tranquillamente suicidarsi.
    Naturalmente dopo una blanda presa di distanze rispetto a chi fa il lavoro sporco.
    Prima il Pedretti. Ora chi nasconde il “ditino” dietro uno pseudonimo.

    Se prima di questa settimana potevo avere ancora dei dubbi (pochi, ma non sono abituato a dare giudizi definitivi con facilità) ora mi è tutto molto più chiaro.

    • Cioè lei dice che H.C. Andersen sarei io? Scrive infatti: «C’è una espressione che in vita mia ho sentito solo da Lei». Si sbaglia di grosso. Che lei ci creda o no: non so chi sia l’autore. Ho verificato l’indirizzo IP, è un indirizzo attribuito a quel solo messaggio. La persona che ha scritto dimostra cultura e proprietà di linguaggio, questo lei l’ha avvertito, come l’ho avvertito io. E con questo?

      Se penso agli antichi romani, direi che non sono del tutto contrario al suicidio, sono contrario però al suicidio clamoroso, al suicido di vanità, al suicidio simulato. Sono ovviamente contrario all’induzione al suicidio. L’ho scritto sempre, l’ho scritto ieri notte, rispondendo al messaggio, l’ho scritto ancora oggi.

      Che cosa le fa credere che «Tutto quanto non le stava bene prima e trovava ripugnante, ora le va benissimo»? Lei mente sapendo di mentire. Io ho scritto in apertura al mio commento all’esortazione al suicidio rivolto a un avatar da un avatar «Non sono d’accordo». Ma le ho fatto la domanda delle cento pistole: lei è d’accordo con il trattamento riservatomi da Bergamo news? Lei mi ha risposto “sobriamente”, cioè non mi ha risposto. Le ricordo che colui che era invitato a suicidarsi era Claudio Piga, perché tutti ormai, grazie a Bergamo news, sapevano che Aristide era Claudio Piga. Le ricordo che non mi è stato detto “Suicidati!” in modalità “Vaff…”, come è stato invitato l’avatar Jacques: sono stato invitato al suicidio come Aristide coincidente di là da ogni possibile dubbio con Claudio Piga, reiteratamente e distesamente. Ma lei è sobrio. Non si avvede del ridicolo del quale si copre quando chiede di pronunziarsi a me, che mi sono pronunziato, mentre non si pronunzia lei che chiede a me di pronunziarsi? Ci vorrebbe Totò per sceneggiare questo suo modo di esporsi al ridicolo. E per questa sua prosopopea.

      Lei non risponde alla mia domanda dalle cento pistole. In effetti, non è obbligato. Ma non pretenda d’insegnare a me come si sta al mondo.

      • Jacques Deuzè de Cahors permalink

        [Trovo questo messaggio nella sezione “spam” del “pannello di controllo” della piattaforma (ohibò, si chiama così, non è colpa mia) WordPress, insieme ad altri messaggi effettivamente “spam”, cioè messaggi imbucati a scopo commerciale o di disturbo. Mi accorgo — in ritardo — che questo non è un messaggio spam e lo pubblico in ritardo, per la ragione detta dianzi. Mi scuso per il differimento della pubblicazione e non commento per correttezza. Mi limito a osservare che, se Jacques si riferisce a H.C. Andersen, costui non è Gandolfi, come ho avuto modo di acclarare, in seguito. N.d.Ar.]

        Non mi riferivo a Lei.
        Non penso che si celi dietro ad altri pseudonimi che Aristide.
        la persona cui mi riferisco è un indigeno Curnense.
        Abita a circa 300 metri in linea d’aria dalla casa comunale e ama per le auto (vintage e no) il colore nero.
        A lei non ho mai pensato.
        E ho, su di lei, a parte i recenti scivoloni, una idea diversa e un’opinione migliore rispetto al suddetto soggetto.
        Per questo motivo oggi mi sono incazzato.
        Mi riferirono dell’invito che le fu rivolto da un rozzo e violento figuro (se non ricordo male il virgolettatore) a gettarsi dal ponte dell’Adda.
        Quando lo seppi non mi piacque.
        E non mi piacerebbe se lo indirizzassero a Pedretti, o ad altri, perfino al gandolfi.
        Per questo è inaccettabile il suo comportamento di oggi.

        E lei che fa? si mette a quel livello?

        Via, un poco di amor proprio…

        Il maiuscolettatore è, da anni, lo zimbello del paese, lo scemo del villaggio, inviso perfino alla maggior parte dei leghisti di Curno.

        Proprio per questo la pubblicazione è stata una cosa brutta e un grave errore.

        Non ostante questo di cuore le esprimo due considerazioni

        Penso che lei sia migliore della causa che sta combattendo a Curno.

        Ne sono certo.

        Si ricordi che il mondo non si divide in buoni per sempre e cattivi per sempre.

  5. Giuseppe permalink
    Esimio Aristides de Nusquamia, nonostante la sua presentazione internettiana strumentalmente volgare (ma la volgarità, in ebraismo, si accompagna spesso alla preghiera più appassionata), occorre dire che le domande poste dal signor Klistèr (il quale ha, evidentemente, altre finalità) nel suo commento all’articolo precedentemente pubblicato sono fondate e, direi, centrate – probabilmente per questo è stato pubblicato il suo intervento – e richiedono adeguate risposte, ancor più necessarie se, come mi è parso, da parte dei signori Jacques Deuzè de Cahors e Massimiliano esiste veramente, qua e là, un qualche apparente accenno a un tentativo di dialogo (relazione fra soggetti in grado d’intendersi). In particolare, nonostante la stizzita polemica nata in relazione a questo articolo, osservo che Jacques non tende comunque a imporre una sua visione totalizzante, e ciò non mi sembra in contrasto con quei “rari nantes”, rari accenni nel procelloso mare che credodi aver rilevato. Dico questo anche per rispetto nei confronti della persona Jacques, perché oggettivamente quel “vomitevole” lo accosta sotto certi aspetti al signor Klistèr. Jacques non può inopinatamente negare l’elevatezza dello stile e delle considerazioni che, in generale, caratterizzano codesto inusuale e atipico luogo internettiano, e semmai può ritenere non degne di esso le sgradite espressioni nei suoi confronti che ritenga immotivate. Torniamo a quei ”rari nantes”: come accade in tutti i rapporti umani, alla base di qualsivoglia relazione stanno elementi costitutivi che occorre pre-chiarire, e senza dubbio le risposte alle domande del signor Klistèr fornirebbero importanti indizi in questo senso. Non che una risposta di un tipo escluda il dialogo e l’altra lo consenta, ma risposte adeguate fornirebbero un sicuro indirizzo circa la tipologia del supposto dialogo che s’intenderebbe affrontare. A ciò precede, in ogni caso, la questione circa l’effettiva possibilità di un qualsiasi dialogo, la fase pre-dialogica, che dipende da un quadro generale di compatibilità. Affrontiamo qui, soltanto, dunque e primariamente, tale primo aspetto del problema. Credo che innanzitutto si debba aver contezza del fatto che si versa in una situazione estremamente complessa, della quale le vicende curnensi sono soltanto una spia, pur assai utile quale pur sempre parziale laboratorio, e ciò in forza del dettagliato esame compiuto nel tempo, con profondità, dall’accademico prof. Aristides & C. Fino a qualche decennio fa era sembrato che il compimento dei processi di secolarizzazione fosse inevitabile (cfr., ad esempio, Lübbe, 1970, 2010), con la conseguenza, da un lato e prima di tutto, dell’espandersi dell’indifferenza religiosa, soprattutto nel contesto occidentale, e, dall’altro lato, dell’incardinarsi delle cosiddette religioni civili, basate sulle varie Carte dei Diritti quando non su ordinamenti giuridici costituzionali di singoli Paesi. L’illusione che princìpii e valori assoluti potessero essere scolpiti una volta per tutte, insieme al loro senso, in testi legislativi di per sé destinati a un continuo mutamento è durata lo spazio di un mattino, cioè relativamente poco: pur riconoscendone la grandissima valenza, si è ben presto dovuto prender atto che pure tali statuizioni erano derivate, da sottoporsi a un continuo vaglio generato, in ultima analisi, dall’intimo dell’uomo, aperto all’infinito, che sa pensare l’infinito, e dalla sua storia. Per questo, negli ultimi anni, abbiamo assistito a un vero e proprio “ritorno delle religioni” (Riesebrodt, 2001). Le religioni si sono riproposte con forza sia come luoghi di elaborazione spirituale, capaci di offrire quell’orientamento complessivo e quei valori che le ideologie non sapevano più produrre, sia sotto forma di movimenti o istituzioni in grado d’incidere, come motori della storia, anche all’interno della sfera pubblica. Questo punto di vista, chiarito anche con l’esempio portato, si pone come elemento di scriminante, costitutivo e presupposto di un possibile incontro dialogico in materia politica: la credenza personale, la cultura, anche religiosa, di una comunità, le sue tradizioni fanno parte a pieno titolo della politica, alla cui radice sta l’uomo come persona, con le sue dirette organizzazioni naturali (la famiglia, la tribù, la gens etc.), e non le strutture da lui stesso create e dalla sua volontà derivate quali mezzi di servizio. Oggi, andando più nel dettaglio, possiamo riscontrare – tralasciandosi al momento coloro che in proprio elaborano teorie politiche più o meno eleganti e le sottopongono al vaglio dell’agorà degli studiosi della materia – nei confronti dell’ambito politico, così come per altro verso di quello religioso, e al suo stesso interno, la compresenza di almeno tre atteggiamenti, che s’intrecciano fra loro: un’indifferenza sempre più consolidata e persistente, diffusa anche e spesso fra i politicanti di professione, i quali paiono tesi, nell’assenza di idee, soprattutto al conseguimento di interessi partitici o di gruppo non incompatibili con quelli della società di riferimento, quando non alla diretta percezione di vantaggi soggettivi; la consapevolezza di poter scegliere fra una molteplicità di culti e di rituali di partito o di aggregazioni di interessi, posti tutti sullo stesso piano per assenza di idee scriminanti (una vera e propria pluralità nell’ambito delle strutture attraverso le quali soltanto pare essere oggi realisticamente ricopribile una qualunque pubblica funzione di natura politica); un modo di vivere il fenomeno politico che trova riscontro ed espressione nel contesto dei vari fondamentalismi. La complessità della situazione attuale sta tutta, appunto e secondo me, in questo singolare intreccio. Da esso dobbiamo dunque partire se vogliamo elaborare un canovaccio di possibilità dialogica adeguato al presente. A) Cominciamo con una riflessione che riguarda il termine medio, ciò che abbiamo chiamato la pluralità di offerte nell’ambito delle strutture della “politica”, quelle che tendenzialmente sole selezionano le qualità e capacità politiche insite in ciascun membro di ogni comunità, specie allorché siano in campo interessi di un qualche rilievo. Sotto questo rispetto oggi viviamo un’esperienza che in passato solo raramente è stata fatta. Assistiamo a un’effettiva compresenza, in diverse aree del mondo, di molteplici culti e rituali politici, oltre che religiosi, con la sopravvivenza di residui d’ideologie varie. Ciò che in passato era stato separato da barriere di spazio e di tempo – che avevano fatto sì che una determinata modalità politica s’identificasse con un particolare territorio o caratterizzasse una certa epoca nella sua costruzione (vedasi l’antica Grecia, Roma, il feudalesimo, le signorie etc.) – ora spesso si trova mescolato, effettivamente o virtualmente, all’interno di uno stesso ambito. Liberismi e liberalismi, socialismi e comunismi di varia specie, autoritarismi e totalitarismi, laicismi e strutturalismi delle più varie tipologie, autonomismi e federalismi nelle più diverse coniugazioni, oligarchismi e tecnicismi, buonismi disparati, spesso riconducibili a manifestazioni come quelle del New Age, etc. etc.: tutto questo e molto altro ancora si propone alla nostra attenzione, nel contesto di un Occidente globalizzato, offrendo soluzioni differenti per le varie esigenze della nostra esistenza. È con questa situazione che qualunque discussione politica si trova anzitutto a interagire. Più che di pluralità si parla oggi, più precisamente, di pluralismo partitico (centri di interesse afferenti la politica), più o meno accentuato, più o meno localmente esteso. Con questa espressione intendo non solo la descrizione di un fatto, ma anche la soluzione di un problema di fronte al quale questo fatto si pone. Non è in gioco, qui, unicamente la possibilità che molteplici culti e riti politici, in verità quasi sempre ormai svuotati della loro idealità, frequentemente di sola facciata e coprenti interessi diversi, coesistano nello stesso territorio, fianco a fianco, senza provocare tensioni che spesso risultano difficili da gestire. Non si verifica solo la trasformazione, anche radicale, di questi culti e comportamenti a seguito del loro interagire con le culture con cui possono entrare in contatto (vedi le contiguità mafie-politica in determinate aree del territorio dello Stato italiano, in continua e progressiva espansione). Non basta, ai nostri giorni, semplicemente prendere atto della molteplicità di offerte sul mercato politico/partitico, alle quali è in grado di accedere (senza necessariamente aderire) in special modo chi vive nel mondo occidentale e gode delle forme definite democratiche di governo che per lo più lo contraddistinguono. Vi è, in parallelo, l’idea che questa pluralità d’interpretazioni e di modi di vivere l’appartenenza a una dimensione politica, propria della natura umana ma oggi quasi totalmente svuotata di ogni afflato ideale, sia, in generale, qualcosa di corretto e di opportuno. Ci si persuade che aver di fronte questa indistinta molteplicità di esperienze e d’interessi particolari, cui le esperienze stesse sono indissolubilmente legate, gli uni accanto agli altri, sia cosa buona. Ecco ciò che viene sostenuto dal pluralismo partitico e dei gruppi d’interesse. Ecco la soluzione che ai problemi provocati dall’esistenza di una pluralità di congregazioni e aggregazioni di interessi alcuni studiosi propongono. Altrimenti, essi dicono, se non venisse promossa questa forma di coesistenza, l’esito scontato non potrebbe che essere il conflitto: conseguenza del tentativo da parte di una determinata congrega politica di prendere il sopravvento sulle altre, con tutti i mezzi possibili. La dittatura, insomma. Quindi, fare cartello, fare trust, e non intralciare vicendevolmente le più varie “esperienze” da parte degli iscritti alla gara (gli “attori politici del territorio” come Lei, stimatissimo Aristides, li definirebbe) diventa indispensabile, essendo questo il minore dei mali. Il consociativismo, insomma, nel nome di una discutibile versione, “buonista”, della tolleranza e del realismo sociale, che lo preferisce a qualunque potere assoluto. In effetti, anche l’esperienza politica fa i conti, oggi, con i fenomeni della globalizzazione e della localizzazione. Lo fa, appunto, nei modi di un’offerta e di una declinazione al plurale delle proprie figure, che si moltiplicano anche in relazione a problemi specifici. Per esempio, la lista Vivere Curno rappresenta la convergenza territoriale e locale dei partiti nazionali della sinistra, mentre due liste di destra raffigurano il disfacimento locale dei partiti ascritti a tale area, il PDL e la Lega Nord. Il risultato è il proliferare di “culti” partitici che convivono, là dov’è possibile, fianco a fianco l’uno con l’altro e, insieme, la trasformazione del modello predominante all’interno di una tendenza politica in qualcosa che, su di un piano locale, viene vissuto in modi differenti. Per esempio, e per uscire dal caso curnense, il socialismo globale è oggi qualcosa che va pensato nelle varie articolazioni che questa tendenza politica conosce non solamente nelle aree del mondo europeo nelle quali è da molti decenni diffusa (vedasi le differenti figure di Craxi e Mitterrand), ma anche nelle particolari modificazioni a cui è soggetta, sovente in chiave fondamentalistica, nelle zone d’immigrazione europea. E, ora, si prospetta addirittura l’idea di dar vita a partiti etnici… Si tratta di fenomeni che in passato la storia ha già conosciuto – si pensi, in chiave culturale, all’ellenismo come estrema stagione della cultura greco-antica -, ma mai in questa misura. Ecco un primo elemento, relativo alla situazione politica del presente, con cui ci si deve confrontare allorché si voglia intraprendere un dialogo. Sono appunto questi aspetti, concernenti l’attuale assetto di pluralità dell’offerta partitica, utilizzata dagli iniziati come unica via per essere protagonisti delle vicende politiche, spesso connotata da differenze soltanto strumentali per ragioni di potere e d’interesse, e le modalità del suo articolarsi, ciò che credo dover ora brevemente approfondire, soprattutto per quanto riguarda alcune loro conseguenze. Essi sono, nello specifico: a) l’idea che quella partitica sia una scelta che ciascuno può compiere, valutando in astratto, quasi si trovasse in un supermercato, prodotti diversi che sono a sua disposizione e sembrano utilizzabili a suo piacimento; b) la perdita, nel mondo globalizzato, di un radicamento delle esperienze politiche all’interno di un determinato contesto culturale, accompagnata però da un movimento contrario, volto al recupero e alla valorizzazione della propria identità particolare; c) l’emergere di nuovi “culti”, anche grazie all’uso delle tecnologie informatiche. Al supermercato delle scelte di partiti e di gruppi d’interesse. La compresenza di molteplici partiti e gruppi d’interesse, spesso non molto difformi fra loro, su di un unico territorio, quale si verifica, per esempio e specificamente in Italia, si attua secondo vari modelli e varie forme. I problemi che questa situazione comporta, sollecitando l’impianto democratico dell’organizzazione politica, riguardano anzitutto i rapporti tra sfera pubblica, strettamente regolamentata dallo Stato, e ambito privato, che sovente non ritiene di dover limitare la propria azione al proprio interno, ma vuole trovar diretta espressione e spazi a un livello pubblico, quando non addirittura su di un terreno politico. Le polemiche riguardanti le proprietà del cav. Berlusconi nel campo dei media e l’utilizzo conseguentemente fattone lo dimostrano a sufficienza, così come la presenza di partiti politici, attivi anche in alcune democrazie occidentali, che si ricollegano esplicitamente a istituzioni religiose. Tali problemi riguardano, però, anche i rapporti fra gli stessi partiti o gruppi d’interesse, non solo nel caso in cui questi si configurino anzitutto in forme istituzionali o pseudo tali (in Italia tutti i partiti non sono altro che associazioni non riconosciute, né più né meno che come Trasporto amico, l’associazione degli alpini, Vivere Curno etc.), ma anche per quanto concerne il modo in cui la singola persona vive questa situazione di pluralità partitica e sviluppa o cerca di sviluppare in essa la propria esperienza del “politico”. Il primo caso oggi sovente comporta un incremento del dialogo, generalmente sotterraneo e sottaciuto, fra le diverse congreghe o, qualora vi sia un forte intreccio con la presenza di una religione nell’ambito di una certa situazione politica di un determinato paese, fra l’istituzione religiosa e lo Stato di riferimento. Ciò che viene comunque sovente richiesto, all’istituzione religiosa come alle altre congreghe, è di realizzare un’alleanza sempre più forte, sul piano mediatico, allo scopo soprattutto di contrastare l’ideologia antipartitica ormai predominante. Riguardo invece al modo in cui, nella situazione attuale, cambia la percezione dell’esperienza politica a causa della diffusa pluralità partitica che la contraddistingue, è bene segnalare l’insorgere, rispetto al passato, di una nuova domanda. Si tratta di una domanda che in precedenza veniva ignorata, appunto perché il partito di riferimento assai raramente era scelto, ma a esso si apparteneva: per tradizione familiare o comunitaria, per collocazione geografica, per ruolo sociale, per battaglie, non sempre politiche, sostenute collettivamente, etc.. La domanda oggi, invece, è: “Quale partito, fra i molti possibili?”. E tuttavia, per affrontare tale domanda in maniera adeguata, dobbiamo essere ben consapevoli di ciò che essa comporta. Essa segnala, infatti, non solo la possibilità, sulla quale prima mi sono soffermato, di poter oggi davvero scegliere fra i vari partiti o gruppi d’interesse, ma è indice, soprattutto, di un atteggiamento ben preciso: del fatto cioè che, di fronte alla molteplicità delle proposte, ci troviamo per così dire in un atteggiamento simile a quello che abbiamo al supermercato quando, volendo comperare qualcosa, confrontiamo prodotti analoghi di marche diverse e decidiamo che cosa acquistare sulla base di un’esigenza personale, reale o indotta dalla pubblicità. Del resto, la costosissima pubblicità elettorale non è concepita forse nello stesso modo, e quello elettorale non è chiamato a propria volta “mercato”? E se mercato è, la scelta va a favorire comunque interessi “di mercato” di qualcuno. La speranza rimane quella di eleggere colui che abbia minori interessi “di mercato” personali. Che cosa significa tutto questo? Significa che siamo noi, nel senso più pregnantemente soggettivo – almeno così pare – gli arbitri della scelta: una scelta che viene compiuta sulla base delle nostre esclusive esigenze, delle nostre esclusive aspirazioni, dei nostri esclusivi bisogni. Vuol dire, in altre parole, che la sopravvivenza di una “politica”, di una visione politica d’interesse generale, dipende, in qualche modo, proprio da noi. Si tratta, dunque, di una prospettiva in cui la politica si configura non già come un’offerta di senso, che ci precede e ci coinvolge, ma come un’iniziativa umana, troppo umana, individuale e soggettiva. Essa, la politica intendo, quindi si trova snaturata proprio in quanto politica. Al tempo stesso, poi, ciò significa anche che, se siamo in condizione di scegliere, le diverse opzioni partitiche stanno per noi tutte sullo stesso piano, indifferentemente, e almeno in un primo momento le possiamo considerare con un certo distacco. Ma se le cose stanno così, allora nessuna idea politica ci coinvolge davvero, ci appassiona: una vale l’altra, e siamo noi a decidere se vogliamo fingere di far nostra una di esse a seconda di ciò che ci conviene. Oppure, a nostro piacere, possiamo anche mescolare alcuni aspetti di questa o di quella credenza politica, come accade nelle forme sincretistiche del buonismo New Age. Insomma: ciò vuol dire che, in fondo, tutte le opzioni politiche, in realtà partitiche, ci sono indifferenti, essendo in giuoco soltanto la nostra convenienza, commisurata alla possibilità di conseguirla attraverso gli interessi convergenti, più che la credibilità, del partito o del leader che abbiamo scelto. Globalizzazione e localizzazione degli interessi partitici L’altro aspetto che si ricollega al panorama di pluralità dei partiti e dei gruppi di interesse che abbiamo davanti e che tende a creare l’oligopolio nell’ambito politico è quello che concerne un vero e proprio adattamento dei culti e riti partitici più diffusi agli ambiti geografici e culturali all’interno dei quali essi attecchiscono e si sviluppano. Qualche decennio fa si parlava, a questo proposito, di “radicamento”, cioè riuscita fusione con gli interessi prevalenti nel luogo. Ma certo un tale processo risulta problematico, nella misura in cui dimostra la necessità di tenere assieme una prospettiva politica, che fa riferimento a qualcosa di alto e nobile in assoluto, per quanto assolute possano essere le aspirazioni umane, con le differenti modalità in cui concretamente, su di un piano storico e geografico, questo “assoluto” si manifesta e viene vissuto. Vedremo fra poco come i fondamentalismi vogliono essere una soluzione di tale problema: una soluzione, peraltro, che intende eliminarlo alla radice. Vari sono gli esempi oggi di una tale diffusione e trasformazione globale di una singola scelta partitica o di gruppo (es: il partito socialista o laburista, che dir si voglia), che introducono l’idea di un pluralismo che non solamente riguarda i partiti o i gruppi (vale a dire: fra di essi), ma che a essi è interno. Riflettiamo ancora una volta sulle diverse forme che sono assunte a livello mondiale dall’idea socialista e relativa Internazionale dei partiti che dovrebbero rappresentarla, compresi alcuni atteggiamenti riconducibili alla mentalità fondamentalistica. Sono tutti motivi che consentono di parlare in maniera nuova di un “socialismo globale”, coll’emergere di quello specifico orientamento nella diffusione del messaggio in virtù del quale il centro si sposta sempre più decisamente verso il Sud del mondo: cambiando la configurazione fino a oggi predominante e indicando un futuro molto meno eurocentrico. La mentalità eurocentrica, quando si affronta la questione delle organizzazioni politico-partitiche oggi, dev’essere comunque abbandonata, poiché prendere atto della condizione di pluralità significa anche questo. Il centro rimane la nostra tradizione al riguardo, le nostre abitudini, ma questa collocazione dev’essere integrata dall’idea di una molteplicità di poli di attrazione e di definizione dell’esperienza politico-partitica quale si è ormai costituita a livello globale, abbandono degli idealismi e sgradevoli esempi attuativi compresi. La presenza di questi poli modifica fortemente lo stesso modello di governo di ciascuna istituzione partitica, e delle stesse pubbliche istituzioni, qualunque sia il partito e lo Stato presi in esame. Non è un caso che negli Stati Uniti sia stato eletto un presidente, un democratico, keniota e probabilmente musulmano, e non è neppure un caso che sempre più, per altro verso, si parli di PD del Nord…. E quanto sopra rilevato deve valere anche per il mio argomentare. Che non può essere legato a fenomeni che si sviluppano solamente nell’Occidente (o, più localmente, in Lombardia) caratterizzato, su di un piano politico e partitico, da una ben precisa tradizione pubblicamente manifestatasi già alla metà del XVIII secolo. Perché, appunto, vi è un modo ben più ampio e articolato non solamente di considerare i vari mondi politico-partitici, ma anche d’intendere quegli stessi partiti che lo compongono, elaborando una pur parziale e riduttiva disciplina al riguardo. Nuovi riti e culti partitici tecnologici Ho già accennato al fatto che uno dei concorrenti dell’approccio politico-partitico che può essere assunto dagli esseri umani è costituito dalla mentalità tecnico-scientifica. Essa comporta l’idea che tutto, prima o poi, può essere spiegato e, perciò stesso, controllato. Sappiamo bene, però, che tale possibilità di controllo non è totalmente in possesso del singolo individuo. Anche quando facciamo uso, più o meno abilmente, di ciò che ci permette di orientare e di governare meglio i processi della nostra vita non tarda a manifestarsi, prima o poi, un senso di frustrazione e d’impotenza. Ciò accade perché noi possiamo utilizzare gli strumenti tecnologici solo adattandoci alle regole che di essi sono proprie. Più in generale, anzi, il mondo della tecnica possiede una pretesa di autonomia e una capacità di autoalimentarsi che ci fanno persuasi di essere subordinati a esso. Ecco perché, esplicitando questo sentimento di subordinazione e organizzandolo in forme di culto politico, possono nascere partiti tecnologici. Con l’espressione “partiti tecnologici” intendo non tanto quei partiti che fanno riferimento a determinati strumenti tecnici per la loro elaborazione o per lo svolgimento dei propri riti. Questo, in realtà, è sempre avvenuto. Oggi tuttavia la mentalità tecnologica induce a ritenere, più di quanto accadeva in passato, che un programma di partito, un culto o rito dello stesso possa essere scomposto nei propri elementi costitutivi e ricomposto a proprio piacimento, e modellato sulla base delle esigenze di ciascuno. Nascono allora i cosiddetti “partiti fai da te”, come sostanzialmente avviene nei buonismi derivati dal New Age, in cui il “fai da te” consiste nell’interpretazione soggettiva data all’indirizzo partitico. Oltre a questa forma d’interazione, però, si verifica oggi un’ulteriore modalità in cui la dimensione tecnologica incide sull’esperienza politica. Si tratta del fatto che molte strutture partitiche tradizionali si rivolgono massicciamente alle nuove tecnologie comunicative per diffondere il proprio messaggio e per consolidare il proprio spazio di potere. Questo, certo, è sempre avvenuto: soprattutto per quanto riguarda i partiti “dell’annuncio”, che si basavano sull’esercizio della capacità comunicativa per fare proselitismo e per promuovere la propria “missione” (vedi il Partito Comunista Italiano nel dopoguerra o la Lega Nord). Ciò che tuttavia cambia, oggi, è la misura di questo riferimento, e il modo in cui esso incide sul contenuto del messaggio partitico-politico e sul configurarsi del partito stesso. Emerge allora il rischio che questo contenuto e questa struttura siano modellati in base alle esigenze della società dello spettacolo, piuttosto che movendo dalla fedeltà al rapporto con una sfera politica o intesa come tale. Tutto ciò d’altronde non basta per trasformare i partiti che fanno riferimento ai nuovi strumenti di comunicazione, e che addirittura accettano il rischio di compromettersi con essi, in partiti tecnologici propriamente detti. Essi lo diventano, invece, se ritengono di potersi sviluppare solamente attraverso l’uso delle nuove tecnologie. Di più: lo diventano nella misura in cui essi considerano le nuove tecnologie come qualcosa di sovra-umano, che, andando oltre le potenzialità del singolo, lo può “assimilare” con la propria superiorità. Una specie di “ultradarwinismo” organizzativo. Proprio per questo essi possono venir onorati anche su di un piano para-religioso. Un esempio fra i tanti che potremmo menzionare è quello che riguarda il cyber-partito di Grillo. Non si tratta di un partito che faccia uso del web affiancando quanto offerto dalla rete ad altre forme di diffusione del messaggio. No, si tratta di riti e culti partitici che solo attraverso il web hanno ragion d’essere e possibilità di sviluppo. Essi non sono, cioè, partiti in internet, ma partiti di internet. Con quest’ultima espressione indico appunto le organizzazioni partitiche che hanno il loro ambiente, il loro spazio rituale, i loro oggetti di culto esclusivamente nella rete. Segnalo alcuni motivi di trasformazione dell’esperienza politica di cui questi fenomeni sono testimonianza. Anzitutto, l’interazione attraverso il web rischia di cambiare lo stesso significato del termine “politica”. Se, infatti, come vedremo meglio più oltre, questo termine allude a una specifica forma di legame tra gli esseri umani, correlato alle istituzioni poste al loro comune servizio, qui è proprio un tale legame a essere radicalmente modificato. Ora esso viene a unire i netsurfers con la dimensione stessa del web. È il web che prende il posto delle istituzioni e delle modalità del loro utilizzo. L’istituzione, in altre parole, viene a coincidere con il nesso tecnologico: con la struttura, con la matrice. Ecco ciò che la web-community è chiamata politicamente ad “adorare”. Ed ecco perché la domanda circa i programmi di tale tipo di partito è priva di senso: il programma non può esistere se non generato dal web, perché altrimenti si sovrapporrebbe al web medesimo, limitandone “l’infinita” potenzialità, della quale ognuno dei netizen – i cittadini del web – si sente pienamente investito Però, riflettiamoci, internet ha le sue regole che sono poste pur da qualcuno, il quale le sa utilizzare e modificare all’occorrenza… E le regole stesse non sono parimenti alla portata di tutti gli internauti partecipi del giuoco politico in questione. O no? Mi sembra che si tratti di un grande problema. In secondo luogo, poi, le nuove tecnologie non vengono qui considerate come un mero strumento, come qualcosa che si può semplicemente utilizzare, ma incidono nella forma stessa dell’essere politico e dell’esperienza che lo rende possibile. Più precisamente, ci accorgiamo che, trasposta in rete, l’azione politica e la politica stessa si modificano e vengono ad assumere, con i loro contenuti, un carattere virtuale. La virtualizzazione della politica è infatti il vero e proprio rischio del suo inserimento nel web. Ciò comporta la necessità di gestire la relazione fra questa dimensione virtuale e il mondo quotidiano in cui uomini e donne si trovano a vivere. Ed emerge il problema di come pensare la prospettiva di salvezza sociale che anche i partiti tecnologici, dal canto loro, intendono offrire. In ultimo, come già accennavo, ciò che viene a essere modificato è la possibilità stessa di un’esperienza politica. Internet certamente, così come più in generale le nuove tecnologie, offre un ambiente che amplia la nostra possibilità di far esperienza. Non si tratta solo di un’estensione delle nostre capacità comunicative, ma appunto di un allargamento dei confini dell’esperienza stessa. Ma vi è una grande differenza tra l’esperienza politica che l’uomo può vivere nel quotidiano e l’esperienza virtuale che può essere fatta, ad esempio, nel web. Quest’ultima forma di esperienza, infatti, ha importanza per me solo in quanto mi coinvolge in una serie di relazioni parallele e mi spinge a restare connesso. Ecco allora emergere una serie ben precisa di questioni. Domandiamoci: che cosa vuol dire “esperienza politica” nel web (quell’esperienza, cioè, che consente al netizen – il cittadino di internet – un’estensione dei modi del proprio essere politico)? E in che termini essa può venir regolamentata? In altre parole: questa forma di esperienza – intesa in un’accezione forte, tale cioè da dar senso alla vita reale degli esseri umani, tale da poter offrire una prospettiva di salvezza sociale e da trasformare i comportamenti quotidiani – è davvero possibile nel web? O invece, collocata soltanto in internet, la politica diventa solo un gioco: serio come tutti i giochi, per carità, ma niente affatto impegnativo, coinvolgente l’intera persona? A queste domande bisognerà dare risposta: specialmente se in futuro tali forme di attività politica prenderanno spazio ulteriore. B) Apparentemente opposta alla situazione sopra illustrata si presenta oggi un’altra esperienza: quella che trova espressione nei vari fondamentalismi politici/partitici. Sembra, infatti, che i fondamentalismi nascano proprio per contrastare non solo l’indifferenza per la politica (leggi: per i partiti), della quale parlerò fra breve, ma anche quell’attitudine che sorge all’interno del supermercato dei partiti e dei gruppi d’interesse su cui mi sono appena soffermato. Sembra, in altre parole, che solo la concezione fondamentalistica dell’esperienza politica e partitica sia in grado di dare un’effettiva risposta alla pluralità dell’offerta e insieme al disinteresse che, da molti versanti, si manifesta nei confronti dei mondi dei politicanti, permettendo di recuperare il modo vero e corretto di accedere alla politica. Ma è solo un’impressione. Parlo anzitutto di “fondamentalismi”, al plurale. Non esiste infatti, all’interno dell’ambito politico, solo un fondamentalismo: può, infatti, essere riscontrata una tendenza fondamentalistica all’interno di ogni ambito politico e dei partiti. In altre parole, possiamo dire che l’attitudine fondamentalistica, con la sua capacità di enfatizzare e di portare alle estreme conseguenze determinati aspetti dell’esperienza, risulta una possibilità che caratterizza la politica in generale. In questa prospettiva, tale attitudine viene a configurarsi come una deriva che possono prendere le idee politiche, assumendo forme rigide e unilaterali, e le strutture che dovrebbero esserne al servizio, e che caratterizza un modo specifico di vivere il rapporto tra l’essere umano e la sfera politica. C’è però un’altra accezione dell’aggettivo “fondamentalistico” che desidero mettere in evidenza. Essa risulta da un’ulteriore estensione dell’idea del fondamentalismo, come attitudine e come mentalità, che viene a interessare anche ambiti non strettamente politici. Vi è, infatti, una deriva fondamentalistica che è presente in certe concezioni laiche – o, meglio, “laiciste” – della vita quotidiana, sovente non meno rigide e unilaterali di quelle che fanno riferimento al legame col “politico” strettamente inteso. Possiamo pensare a certe forme di ateismo o a espressioni di esclusione e d’intolleranza giustificate da un’ideologia personale sostanzialmente totalitaria. Da questo punto di vista, e più in generale, verrebbe allora da dire che fondamentalistiche possono essere considerate quelle posizioni che rifiutano o svalutano il confronto produttivo con tutti coloro che la pensano in maniera diversa, dal momento che chi le adotta ritiene di essere già in possesso della verità e non abbisogna, quindi, di operare un tale confronto. Il fondamentalista, infatti, non sente la necessità di dialogare, di dialogare davvero. In sintesi, come vedremo meglio fra poco, la mentalità fondamentalistica si ricollega a una concezione parziale e ristretta della propria identità e costituisce una sorta di patologia che viene a colpire l’attitudine relazionale degli esseri umani, fino a giungere alla negazione “dell’altro” come persona, in ultima analisi, alla negazione delle fonti stesse della propria esistenza, delle sue ragioni, in insanabile contraddizione. In sostanza, per tornare al caso del “laboratorio Curno”, proprio questo tipo generale di fondamentalismo mi sembra abbia rimproverato il sindaco Gandolfi all’attuale sindaco pro-tempore: troppi “non m’interessa”, “io e lei non ci capiamo”, troppe valutazioni e decisioni “da manager” rispetto a situazioni squisitamente tecniche, troppo aprioristico metodo aziendale nella gestione comunale, in cui cuore, cervello e tecnica debbono, invece, operare insieme. Anche il silenzio e la disinformazione appartengono alla categoria, con un surplus di egoismo che giunge a sfiorare l’egotismo: in questo, per quanto volgare, la virulenza del signor Klistèr ha un suo significato. Si potrebbe obiettare, secondo vetusti e inaccettabili schemi, che in tali modalità si è proceduto per non diffondere ansie e preoccupazioni fra i cittadini in un momento tanto delicato. Una versione curnense del celeberrimo “a fin di bene”. Non ha prospettiva un’impostazione del genere, perché da un lato genera confusione e dall’altro, a carte scoperchiate, sfiducia, ostilità preconcetta. Salvo, appunto, approvare una concezione del potere non come servizio ma in modo fondamentalistico, cioè totalitario, come potere fine a se stesso. Anche su questo piano squisitamente pratico, addirittura di atteggiamento, si deve sviluppare, chiarendosi, l’eventuale intento di dialogo dei signori Massimiliano e Jacques. Vari tipi di fondamentalismo Ma quali fenomeni indica più concretamente, e questa volta con particolare riferimento agli ambiti politici, la parola “fondamentalismo”? Per rispondere a una tale domanda potrei far riferimento a diverse analisi che, su questo tema, hanno condotto sociologi, psicologi, storici filosofi o teorici della politica. Fra le varie tipologie proposte per classificare i fondamentalismi politici ne scelgo però una che risulta, a mio avviso, sufficientemente duttile per cogliere la molteplicità di articolazioni del fenomeno a livello mondiale (la globalizzazione implica una sempre più alta frequenza di interazioni fra il globale e il locale): identifico due tipologie di fondamentalismo: a) quella «legalistico-letteralistica» e b) quella «carismatico-utopistica». La prima, potremmo dire, guarda al passato. La fonte alla quale essa si riferisce per dare un senso alla propria vita è un testo sacro, intendo di sacralità strettamente umana, ritenuto in senso letterale “parola dell’umanità”, quale, ad esempio, fu inteso “Il Capitale” di Karl Marx. In quanto tale, questo tipo di testo non può essere interpretato, ma solamente accolto. A ciò che esso esprime sotto forma di precetti e di modelli di comportamento si deve infatti ubbidienza. Qui il passato grava sul presente e costringe ad accoglierlo. Il cittadino, insomma, è, in ogni caso, letteralmente un sottomesso. E’ una posizione che ricorda e, in un certo senso, giustifica l’assorbimento islamico nel volere di Allah di tutte le regole attinenti la convivenza civile, pur con le dovute distinzioni. E’, però, una posizione che deve far riflettere. La seconda tipologia, invece, rimanda a un compimento per così dire escatologico, a una finalità che darà salvezza solo ai “veri” cittadini del mondo. Essa, dunque, guarda al futuro. E di questo compimento è data garanzia, nel presente, da parte di una guida che è chiamata ad annunciarlo e, in virtù del suo carisma, a farsene testimone presso la comunità. Ci si apre dunque a una dimensione ulteriore: ma tale apertura è possibile solo se ci si affida, nel presente, alla mediazione di una figura che è assimilabile a quella del profeta. Comunismo, nazismo, laicismo ne sono un esempio storico, ma anche il berlusconismo, a ben vedere…. In realtà, come si può evincere anche dagli stessi esempi portati, questi due tipi di fondamentalismo non s’incontrano quasi mai in una forma pura, ma s’intrecciano fra loro e con le tradizioni di ordine politico sulle quali s’innestano. Di fronte a essi, d’altra parte, un’indagine appena un poco appropriata, diversamente da quella compiuta dalla sociologia, è chiamata non semplicemente a un’opera di descrizione, ma alla ricerca di un perché, all’identificazione di un motivo. Alla base del fondamentalismo c’è lo stesso atteggiamento che viene suscitato da un certo modo di rapportarsi all’odierno contesto di pluralità delle offerte partitiche. Mi riferisco, di nuovo, all’imporsi, crescente nella nostra epoca, di un sentimento d’indifferenza. Anche nei confronti della dimensione politica, parallelamente, sotto questo aspetto, a quella religiosa. Non deve sorprendere questa tesi: la tesi per cui alla base dei vari fondamentalismi vi sarebbe un atteggiamento d’indifferenza. Si tratta, infatti, di un’indifferenza che si manifesta non già, come abbiamo visto in precedenza, nei confronti delle varie esperienze politiche e di strutturazione politica – tutte poste sullo stesso piano nell’odierno supermercato delle offerte politiche -, bensì tanto rispetto a coloro che risultano estranei, “infedeli”, e che dunque senza particolari problemi possono essere combattuti e annientati, quanto riguardo ai precetti che vengono imposti agli esseri umani e, in ultima analisi, nei confronti di quella stessa Dea Ragione che li rivela. Infatti, se ciò che conta è solamente l’obbedienza, l’adesione alla lettera del testo umanamente sacro o alle parole della guida spirituale, tutto il resto diventa assolutamente irrilevante: la comprensione di questo testo e di queste parole, la possibilità di un rapporto autentico con altre culture e altri assetti politici, il senso stesso dell’approcciarsi dell’umanità alle norme o, più specificamente, alla Dea. Tutto ciò viene riassorbito, invece, in una dimensione d’indifferenza. Anche per il fondamentalista, infatti, – chiamato unicamente a sottoporsi senza domande a ciò che esternamente gli viene imposto – l’unica cosa importante è ubbidire: ubbidire ciecamente. Questo introduce certamente una distinzione fra ciò che va fatto e ciò che non va fatto, ma – in quanto non dà il perché, non fornisce il senso di queste azioni – finisce per appiattire ogni cosa su uno stesso piano, su un’unica dimensione. Potremmo anzi dire che, senza l’indicazione del suo senso, anche l’offerta partitica, che pure dovrebbe essere offerta di senso, appare insensata. Ecco, in ultima analisi, la prospettiva d’indifferenza che s’annuncia nei fondamentalismi. La genesi della mentalità fondamentalistica Ma come nascono i fondamentalismi? O meglio: come nasce quella mentalità che produce tali esiti? Quale ne è la genesi e (posto che si possa usare qui tale espressione) la logica? Una risposta a queste domande può anzitutto essere favorita dalla semplice osservazione che nei differenti contesti politici, anche in quelli che possiedono indubitabilmente aspetti comuni – per esempio la condivisione di alcuni testi “sacri”, come la “Carta dei diritti umani”, il riferimento a una particolare immagine del “sacro” umanamente inteso, la richiesta in vari mondi politici di un comportamento analogo, come quello dettato dal rispetto della dignità umana e delle personali credenze religiose -, possono tuttavia essere individuati e sperimentati modi diversi di vivere, nel concreto, proprio tali aspetti. Ciascuno di essi, negli ambiti politici di riferimento, è tendenzialmente considerato il migliore, spesso l’unico valido, spesso l’unico legittimo, l’unico da perseguire da parte del cittadino. Ciò significa che uno specifico approccio da parte dell’uomo in sé politico, che una sua particolare esperienza di tale sacralità sono assunti o percepiti come tendenzialmente validi in assoluto, e considerati normativi per tutti gli esseri umani. Ogni altra esperienza, dunque, ogni ulteriore approccio rischiano di essere esclusi e condannati. A meno che non prenda il sopravvento un’altra idea di politica. Alla base di questa concezione vi è più precisamente una serie di passaggi che permettono il suo formarsi e che vale la pena di mettere in chiaro. Indichiamoli schematicamente. a) A una particolare prospettiva politica viene attribuito un valore universale (es: il sistema democratico, da esportare ovunque). b) Ma questo valore universale può essere variamente concepito. Nel caso dell’approccio fondamentalistico esso viene inteso dall’uomo politico, anche grazie all’uso di opportune strategie di rassicurazione e di conferma, in modo da dimenticare il carattere particolare, concreto, della prospettiva politica che è da lui condivisa e che, legittimamente, egli ritiene possa essere condivisa anche da altri (es: la profezia comunista). c) Così questa stessa prospettiva, che s’incarna nell’esperienza concreta e particolare dell’uomo politico, finisce per perdere un tale specifico riferimento e si trasforma immediatamente in qualcosa di astratto, di assoluto. d) Una tale visione politica astratta, assoluta, richiede poi di essere consolidata nella sua identità. Viene stabilito che cosa costituisce la sua retta dottrina – l\'”ortodossia” – e che cosa, invece, dev’essere escluso, se non condannato, come a essa non rispondente. e) Di conseguenza, la relazione con coloro che non rientrano nell’ambito di una visione politica così intesa, stabilita nella sua identità e definita nella sua ortodossia, può configurarsi solamente in termini di assimilazione, oppure di distruzione. Questa, insomma, è la dinamica che conduce al formarsi dei fondamentalismi. Questa è la genesi di tale mentalità. Da un punto di vista generale la mentalità fondamentalistica si configura allora come una patologia del pensare, nella quale un assunto particolare, contingente, circoscritto viene immediatamente considerato valido per tutti, necessario, assoluto. Chi è affetto da un modo di pensare fondamentalistico non è in grado di collocarsi in un determinato contesto e, dunque, non è capace di considerare i contesti degli altri, prima ancora di non volerlo. E tutto ciò provoca, evidentemente, una correlata patologia nel modo in cui l’essere umano si rapporta a sé e si considera nella propria identità. Sul piano più specifico dei fondamentalismi politici un tale fenomeno – di là dalle spiegazioni che di esso possono fornire le scienze umane – si configura come una degenerazione insita nell’esperienza politica e, in particolare, in quella che contraddistingue le cosiddette società democratiche. Si tratta di una tentazione da cui ogni visione politica si deve guardare, ma con cui devono fare i conti oggi in special modo gli Stati Uniti d’America. Ciò accade nella misura in cui, nella prospettiva dell’affermazione di un unico metodo politico valido, viene offerta una particolare interpretazione – che appunto non viene riconosciuta come tale – dell’universalità e verità di questo approccio. E da ciò appunto consegue, com’è stato anche di recente sottolineato con forza e con una certa unilateralità, la necessità di estromettere, anche con violenza, da un ambito preventivamente definito tutto ciò che non è riconducibile al rapporto unico che l’essere umano può instaurare con quel sacro insieme di precetti, considerato anch’esso come unico, in quanto “il più avanzato”. In sintesi, allora, su di un piano politico, la logica del fondamentalismo è quella per cui una particolare visione politica viene ad essere considerata, in modo immediato, come valida universalmente, cioè come l’unica ed esclusiva (nel dato momento storico) possibilità d’interpretare la relazione che unisce l’uomo al mondo, agli altri uomini. La sua genesi dipende da una particolare comprensione, unilaterale, di forme di relazione che possono essere nominate utilizzando i concetti di “identità” e di “universalità”. Ne risulta un’attenzione privilegiata per quegli aspetti che, nel rapporto fra le strutture politiche, differenziano ed escludono, piuttosto che per gli elementi che uniscono e collegano. Ne consegue la legittimazione della violenza contro il diverso. Problemi d’identità Sembra dunque che la questione della “violenza della Dea Ragione” possa essere risolta attraverso un’interpretazione della violenza dell’uomo. E questa violenza umana può certamente essere spiegata individuando la sua genesi. Tutto ciò, come abbiamo visto, si ricollega a una particolare concezione dell’identità e a uno specifico modo d’intendere la relazione tra il sé e l’altro (cfr. Schwartz, 1997). Ma – domandiamoci – la nozione di “identità” dev’essere per forza intesa secondo la mentalità fondamentalistica? Che cosa indica, più precisamente, questo termine? Si tratta di un fenomeno da intendere in una maniera univoca e unilaterale? In effetti, le cose non stanno così. Vi sono, infatti, tre modi di concepire ciò che chiamiamo “identità”. Vi sono tre tipologie che possono essere distinte. Possiamo parlare di una identità chiusa (o, con un’immagine, di un’identità “muro”); di un’identità riflessa (ossia di un’identità “specchio”) e, infine, di un’identità aperta. L’identità “muro” è quella che considera l’altro semplicemente come ciò che dev’essere negato. Essa implica un’affermazione di sé che è esclusiva ed escludente. Ci dev’essere un muro tra me e l’altro a garanzia di tale esclusione. È questo il modo in cui la questione dell’identità è vissuta dalla mentalità fondamentalistica. L’immagine dello specchio, invece, ci mette davanti a un’altra idea d’identità: meno violenta ma altrettanto egemonica. In questo modello l’altro è considerato solo in funzione della mia affermazione, della conferma della mia identità. La sua funzione, cioè, è solo quella di rispecchiare le mie posizioni: che io so fin dall’inizio essere valide, e che dunque non possono essere veramente discusse. L’altro, da questo punto di vista, è solo uno sparring partner, destinato a soccombere (vedi i vari “buonismi”). L’identità aperta, infine, è quella in cui la mia identità è stabilita dal mio rapporto con gli altri. Solo se la mia identità si realizza in questa relazione, essa è, appunto, un’identità aperta: aperta a quanto di nuovo può accadere in questa relazione; aperta a sempre nuove relazioni. Agli altri non mi chiudo; negli altri, semplicemente, non mi specchio. Invece, rapportandomi a loro, modifico la mia percezione di me stesso e comprendo chi sono. L’identità, dunque, non è qualcosa di statico, ma un processo in divenire. Il problema della mentalità fondamentalistica è che in essa tutte queste distinzioni vengono appiattite. Così come, al suo interno, sono confuse particolarità e universalità, storicità e assolutezza. Tutto ciò, lo abbiamo visto, conduce, sia nella tipologia del fondamentalismo legalistico-letteralistico che in quella del fondamentalismo carismatico-utopistico, a una serie di pratiche che presuppongono l’indifferenza e che producono l’annullamento delle differenze. Ma allora, appunto, che cosa significa questa condizione d’indifferenza quale sfondo complessivo in cui vivono oggi tanto gli esseri umani che fanno un’opzione di tipo politico/partitico, quanto coloro che non contemplano tale esito? E soprattutto come può essere pensata, nello specifico, l’indifferenza politica? C) Capita, a volte, di sentirsi un po’ depressi. Si perde interesse per le cose, viene meno la voglia di fare. Quando questo stato d’animo prende il sopravvento e copre d’un velo grigio ogni esperienza, allora la depressione diventa una scomoda compagna, con la quale può essere necessario convivere. Si tratta di una variante di quel «vuoto abisso» del nulla nel quale – come dice Hegel nell’Introduzione alla “Fenomenologia dello spirito” (1998, p. 52) – finisce per essere gettato tutto ciò che si presenta come nuovo. È lo spleen di Baudelaire (1984). Si tratta di una disfunzione, forse, di una malattia? Se così fosse, la si potrebbe intendere come qualcosa di fisiologico. E dunque trattarla con farmaci specifici. È quasi una moda, oggi. In realtà, forse, un altro approccio può esserci più utile a capire la questione: non solo a governare tecnicamente tali processi, non solo a controllare i segnali di questo disagio. Che cosa si manifesta, infatti, quando insorge questo stato d’animo? Che cosa si mostra in esso, propriamente, da una prospettiva filosofica, se si vuole? Emerge, in generale, la persuasione che nessuna cosa ha più importanza delle altre. Nulla ha valore, tutto appare uguale, uniforme, intercambiabile. Ma non in positivo. Non dunque perché tutte le cose – ogni cosa singolarmente presa – sono belle e tali da offrirsi alla vita nella loro pienezza. Questa sarebbe semmai l’esperienza della gioia: una condizione in cui tutto ha valore, tutto è ricco e genera ricchezza, e in quanto tale mi contagia, mi prende. Ciò avviene soprattutto in certi istanti privilegiati, che vorremmo arrestare per sempre. Invece, quando siamo depressi, accade proprio il contrario. Certo: anche nella depressione tutto è uguale. Ma nel senso che, davvero, ogni cosa appare nella sua nullità. E in quanto tale, appunto, mi risulta indifferente e m’attira in una dimensione d’indifferenza sempre più radicale. Non solo riguardo al presente, ma anche nei confronti del futuro. Tutto è nulla. Perciò tutto è indifferente. Allo stesso modo in cui è indifferente dire che tutto è tutto. Come accade invece nell’esperienza della gioia. Dunque alla fine gli estremi si toccano. “Essere” e “nulla”, da questo punto di vista, sono lo stesso. È sempre Hegel a farlo vedere, se vogliamo richiamarci ancora al suo pensiero, all’inizio della “Scienza della logica” (Hegel, 2008). Torniamo, però, nuovamente alle situazioni che possiamo vivere. Oggi infatti, l’esperienza di una concezione indifferente e indifferenziata delle cose risulta oltremodo diffusa. Oggi viviamo in quella che, in senso generale, può essere chiamata l’epoca dell’indifferenza. Lo avvertiamo non solo da un punto di vista psicologico: quello dal quale siamo partiti. Lo vediamo soprattutto nei vari modi in cui un atteggiamento indifferente può venire a imporsi: su di un piano etico (il disinteresse per ogni cosa, che impedisce di trovare criteri di orientamento che guidino le scelte); su di un piano politico (nelle forme che può assumere oggi il qualunquismo); su di un piano religioso. La vera morte di Dio, infatti, non consiste nella semplice negazione dell’esistenza di un tale essere, ma nel fatto che il riferimento a una dimensione ulteriore non è più qualcosa di scontato: dato che possiamo vivere – e di fatto viviamo, come diceva Bonhoeffer seppure con altra intenzione – etsi Deus non daretur, «come se Dio non esistesse». Vale dunque la pena soffermarsi su questo tema dell’indifferenza. Forse perché – ecco la mia tesi – con esso si esprime nella maniera più chiara la condizione in cui viviamo nel nostro presente. A cominciare, per quel che qui stiamo discutendo, dal modo in cui, nella mentalità comune, ci si rapporta alla dimensione politica. E tenendo conto delle diverse forme che dell’indifferenza politica sono proprie. Forme dell’indifferenza politica L’indifferenza specificamente politica si coniuga, infatti, in molti modi. Tre, soprattutto, sono quelli, fra loro correlati, in cui a mio avviso tale fenomeno può venire a configurarsi. Anzitutto, esso si presenta, immediatamente, come indifferenza di fronte all’alternativa fra un’opzione politico-partitica e un’opzione che non fa affatto riferimento a prospettive derivanti da una visione politica, comunque questa venga intesa. Non si tratta più, qui, di opporsi alla Dea Ragione e alla sua rivelazione (o addirittura a qualcosa che proveniva più o meno direttamente da Dio), come avveniva nelle forme classiche dell’anarchismo, di recente comunque rivendicate e riproposte. Si tratta, piuttosto, di non prendere in considerazione neppure queste possibilità alternative: perché proprio nei loro confronti pare ormai essersi verificata una caduta d’interesse. In un’altra sua forma, poi, tale atteggiamento di disinteresse e di distacco si manifesta come indifferenza fra le diverse e possibili opzioni partitiche, variamente determinate, che oggi ci vengono offerte: predomina, anzi, la convinzione che al supermercato delle opzioni politiche del mondo contemporaneo, almeno nelle forme che esse hanno assunto in Occidente, si possa scegliere fra prodotti politici che stanno tutti sullo stesso piano e che, comunque, possiedono tutti una loro validità. Abbiamo visto precedentemente, più nel dettaglio, in che modo l’indifferenza si coniuga, in questo caso, con l’arbitrio di una scelta sovente dettata solo da curiosità, oppure da interessi strettamente egoistici. Infine, l’indifferenza politica può indicare quell’atteggiamento che – di fronte alle prescrizioni e ai valori proposti, in un ordine ben preciso, all’interno di una particolare visione – non accoglie affatto tali prescrizioni e valori in maniera incondizionata, non ne riconosce la disposizione gerarchica, ma li pone tutti sullo stesso piano, li considera modificabili a proprio piacimento e ritiene di poterli adattare, in maniera flessibile, alle situazioni concrete che di volta in volta si presentano alla coscienza individuale. In definitiva, perciò, il giudice ultimo che deve decidere della legittimità di quest’applicazione dei principi incondizionati alla vita sociale quotidiana è, ancora una volta, solo l’individuo. È chi può trarre benefici dalla benevola flessibilità che lui stesso ha introdotto e benevolmente si concede. Se, dunque, ci atteniamo a queste varie tipologie, incontriamo un’indifferenza che si configura in una triplice accezione: quella che riguarda il collegamento fra il “politico” e il “non-politico”; quella che interviene nelle relazioni fra le differenti visioni politiche o partitiche; quella che caratterizza, infine, i rapporti fra gli stessi valori che, pure, dovrebbero essere accettati da chi riconosce di appartenere a una particolare visione politica. E le conseguenze dei tre modi in cui l’indifferenza politca oggi si presenta sono, a ben vedere, del tutto analoghe. Nel primo caso, si rischia di perdere la specificità dell’atteggiamento politico in generale, favorendo in tal modo la confusione, ad esempio, fra il pensare e l’agire che sono propri del cittadino partecipe della vita sociale e quelli che contraddistinguono piuttosto chi tale non è. Nel secondo caso, si rischia invece di perdere la specificità di un determinato atteggiamento politico rispetto ad altri, favorendo in tal modo l’insorgenza di forme instabili di sincretismo tra visioni politiche e culture che risultano ben diverse tra loro. Nel terzo caso, infine, si rischia di perdere la specificità che caratterizza l’atteggiamento individuale all’interno di un determinato contesto socio-politico, favorendo in tal modo un’indebita omologazione tra cittadini che intendono in modi differenti, e magari contrastanti fra loro, i dettami enunciati da una medesima visione politica (ricordiamoci dei rivoluzionari del ’68, che usavano tutti gli stessi termini marxisti pur intendendo finalità e valutazioni spesso inconciliabili). L’indifferenza in generale Ma anche precisando le cose in questo modo rischiamo di restare alla superficie del problema. “Indifferenza”, infatti, è in sé un termine equivoco. Ma lo è non solo per quanto ho fin qui detto, bensì anche in un senso ulteriore e più profondo. Il concetto di “indifferenza” ha, infatti, due significati: può indicare sia una mancanza di distinzioni, sia un’assenza d’interesse. L’atteggiamento d’indifferenza contiene in sé, in altri termini, sia l’indistinzione che il disinteresse. In ciò è simile a quel sentimento di pienezza, a quella gioia a cui mi riferivo poco sopra. Si tratta, nel primo caso, dell’indifferenza che è in qualcosa, dentro qualcosa, nel secondo, dell’indifferenza che si sviluppa rispetto a qualcosa. Se predomina l’indistinzione, tutto risulta omologato, mescolato, confuso. Se ha il sopravvento il disinteresse, ogni cosa che può attirare l’attenzione finisce per essere, alla fine, ritenuta vana. E dunque viene meno ogni predilezione, ogni ordine, ogni gerarchia fra ciò che si presenta al nostro sguardo. In entrambe le accezioni, comunque, il risultato è l’annullamento di un rapporto. Il rapporto in questione, infatti, subisce l’annullamento perché viene negato che vi possa essere una qualche diversità fra i termini che potrebbero entrare in rapporto. Perciò tutto risulta indistinto. E, di fronte all’indistinto, non c’è nulla che mi possa attrarre, nulla che susciti il mio interesse. Io non sono più coinvolto, motivato. Tutto, perciò, mi appare privo di senso. È proprio in questo annullamento che emerge il tratto nichilistico del fenomeno dell’indifferenza. Proviamo ad applicare questa osservazione alla comunità curnense… Indifferenza e nichilismo Il termine “nichilismo”, introdotto dallo scrittore tedesco Jean Paul tra Settecento e Ottocento (cfr. Jean Paul, 1997), è diventato con Nietzsche parola di moda. Ma in proposito dobbiamo intenderci. Come dicevo, il nichilismo occidentale non è solamente la condizione nella quale i vecchi valori vengono meno, si afferma la “morte di Dio” e ci si può porre alla ricerca di nuovi valori. La situazione è ben più complessa. È la possibilità che ogni valore sia destinato, prima o poi, a venire meno, ciò che caratterizza lo spirito disincantato della nostra epoca. Nonostante il ritorno delle religioni. Nonostante il risorgere dei fondamentalismi. Ciò si verifica perché, al fondo anche delle opzioni che vengono assunte, magari in maniera intransigente e violenta, vi è la persuasione che nulla, in effetti, ha senso alcuno. Nulla è in grado più di motivarci. A nulla si può ormai prestare fede. E’ questo “nichilismo del senso” ciò che si presenta oggi al nostro sguardo, ben oltre il grido di Zarathustra (cfr. Nietzsche, 2010). È questo il modo in cui s’annuncia la malattia dell’indifferenza. Porre il problema del senso, insomma, è qualcosa che sembra non avere più senso. Ma che cosa vuol dire, qui, “senso”? In che modo possiamo comprendere questo fenomeno? C’è da dire, anzitutto, che “senso” non è sinonimo di “spiegazione”. Il senso, rispetto a qualcosa, mi dà la motivazione, non già il motivo, cioè appunto la causa, come invece fa la spiegazione. Il senso mi propone un orientamento preliminare, un punto di riferimento in base al quale regolare il mio agire e il mio pensare. E tale riferimento non è affatto spiegabile. Ne è una riprova il fatto che, anche una volta che uno stato di cose risulta pienamente spiegato, possiamo ancora interrogarci sul suo “perché”. Il senso, così, risulta qualcosa che viene accolto preliminarmente da chi lo intende assumere. E solo così esso è in grado di guidare il nostro pensiero e la nostra azione. Non bisogna, dunque, confondere la logica del senso con quella della spiegazione. Il senso rimanda a un orizzonte che risulta irriducibile a ciò che, a partire da esso, viene compreso e motivato. La spiegazione, invece, individua la responsabilità di un evento ponendola allo stesso livello di questo evento, dal momento che, in un legame di tipo causale, sussiste sempre una relazione di prossimità tra esplicante ed esplicato. Il senso apre, per dir così, una dinamica verticale: ciò che dà senso si colloca in una dimensione ulteriore rispetto a quella che lo riceve. La spiegazione, invece, fa rimanere sullo stesso piano colui che cerca e ciò che gli viene offerto come risposta: vincola tutto allo stesso orizzonte, condanna a non fuoriuscire dalla dimensione del finito. Di conseguenza il problema, nei confronti dell’indifferenza, è quello di recuperare la motivazione: di recuperarla di fronte al nichilismo, rispetto alla persuasione che tutto sia nulla. Non si tratta, come si vede, di qualcosa che può essere trattato come una semplice depressione. La depressione è semmai un modo specifico, psicologicamente connotato, in cui il fenomeno dell’indifferenza, considerato in tutta la sua complessità, può venire a manifestarsi. L’indifferenza, invece, si ricollega in generale al problema del senso. È il modo in cui la perdita di senso può essere sperimentata. Di più. E’ la dimensione in cui può imporsi anche il disinteresse nei confronti di questa stessa esperienza. Come uscire, allora, da tale situazione? Anzitutto: possiamo davvero uscirne? C’interessa effettivamente farlo? Queste domande riguardano sia l’ambito politico, sia quello religioso che la sfera filosofica. I mondi politici sono, infatti, insieme a quelli religiosi, i luoghi all’interno dei quali con grande forza, anzitutto, sono stati proposti motivazioni e orizzonti di senso per l’agire e il pensare degli esseri umani. Le visioni politiche si sono configurate, nelle loro varie manifestazioni, come contrapposizioni e parziali risposte al problema del male nelle relazioni sociali e come modi per governare questa stessa esperienza. E il male, nelle sue varie articolazioni, è forse il modo più evidente in cui può emergere lo sfondo d’insensatezza in cui ci possiamo collocare. L’indagine filosofica, dal canto suo, si è messa fin dalle origini in competizione con l’approccio religioso e con quello politico per trovare risposte alternative alle stesse domande. Lo ha fatto scegliendo, piuttosto che la via della narrazione, la strada del discorso argomentato. Lo ha fatto, per un verso, avendo coscienza che la sua iniziativa era puramente umana, e che dunque il contesto di relazioni che potevano venir messe in opera era pur sempre instaurato da una riflessione a partire da cui un senso veniva posto; per altro verso, facendo leva sull’ambiguità dell’atteggiamento d’indifferenza, dal momento che – come ho già accennato – esso si ritrova sia al fondo dell’esito nichilistico, sia nell’esperienza della gioia più piena. In ogni caso, visioni politiche e religiose e filosofie sono accomunate dal medesimo impegno a favore del senso. Anche se non di rado il fallimento degli sforzi filosofici in tale direzione ha condotto alcuni pensatori a ripiegarsi su di un’attitudine scettica. Ma, se le cose stanno così, la stessa storia della riflessione filosofica può essere esaminata, proprio nel suo confronto con i mondi politici, a partire da tale prospettiva. Tutto qui. Pochi, scarni concetti-base per un proficuo dibattito. Li si valuti insieme, se si vuole, disaggregandoli o accorpandoli, corredandoli con esempi magari tratti dal laboratorio curnense. Se Massimiliano e Jacques diranno che si tratta di cose risapute, fini a se stesse, per di più esposte in modo prolisso e “vomitevole”, vorrà dire che, in realtà, non c’è alcuna intenzione dialogica, come erroneamente e invano ho sperato. Può darsi il caso che altri, invece, ne intravvedano la possibilità o l’opportunità. Se a nessuno potrà interessare il commento sopra esteso, beh!, vorrà dire che mi sono esercitato per alcune ore nell’intuizione, nell’immaginazione, nella logica e nella dettatura, non senza aver prima pensato a ciò che chiedevo fosse scritto. Inoltre, mi scuso con lei, paziente Aristides de Nusquamia, per l’inconsueta “vastatio” dello spazio internettiano e, come sempre, La Ossequio.
  6. @ Giuseppe, Jacques Deuzè de Cahors & Massimiliano
    Intanto, una comunicazione di servizio per il lettore: il commento di Klistèr al quale fa riferimento l’articolo qui sopra si trova nella pagina di Nusquamia Le umane relazioni: tecniche di manipolazione e spersonalizzazione, subito dopo lo spezzone dove Dario Fo ed Enzo Jannacci recitano Ho visto un re. In sostanza Klistèr lamenta il fatto che la cosiddetta sinistra di Curno in sede locale, abbia detto peste e corna di Gandolfi e l’abbia disarcionato nel modo indegno che sappiamo per combinare poi soltanto pasticci. Inoltre – doce Klistèr – la stessa cosiddetta sinistra di Curno, così a modino e progressista a 360° (come dicono orrendamente gli aziendalisti) preferisce tacere su quello che succede in questi giorni in Africa e nel Vicino oriente: forse perché ha paura di fare i conti con la consapevolezza della sua evasione etica, al tempo della tentata ispezione alla cosiddetta moschea di Curno, nel modo che sappiamo e da parte di chi sappiamo.
    È l’una di notte, non mi azzardo a commentare l’articolo sopra riportato, che le mie glosse potrebbero soltanto appesantire e forse anche distorcere. Mi limito a riportare queste parole tratte dai Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, nell’italiano meraviglioso di Galileo Galilei:

    Salviati – Largo campo di filosofare a gl’intelletti specolativi parmi che porga la frequente pratica del famoso arsenale di voi, Signori Veneziani, ed in particolare in quella parte che mecanica si domanda (= prende il nome di meccanica)…

    Ecco, parafrasando Galilei dirò anch’io che “Largo campo di filosofare a gl’intelletti specolativi parmi che porga” la lettura dell’articolo di Giuseppe, che prende le mosse dalle parole risentite di Jacques Deuzè de Cahors e Massimiliano per spiccare il volo verso il cielo sereno dal quale possiamo contemplare le miserie della politichetta curnense, con il sorriso della ragione del quale si compiaceva Diderot. Un po’ come quando Virgilio scriveva paulo maiora canamus.
    Faccio due considerazioni, poi vado a letto.

    La prima considerazione è che se disponessi su questa piattaforma di WordPress di strumenti grafici adeguati, mi piacerebbe impaginare l’articolo qui sopra un po’ come erano disposti i testi dei tre manuali di E. Paolo Lamanna, sui quali hanno studiato filosofia almeno due generazioni di italiani: un testo corrente a destra e, a sinistra, in caratteri più piccoli e in neretto, come delle isole di testo che riassumono il testo corrente. Erano piccoli testi densi di concetti espressi con grande efficacia, non erano – si badi bene – titoli messi a capocchia, come si vedono in parecchi libri e manuali di testo, ai quali hanno atteso svogliatamente e senza conoscenza di causa le “galline editoriali” (= redattrici). Magari sono anche laureate nelle sciacquettosissime (cosiddette) “Scienze della comunicazione”, il che costituisce un’aggravante. (Per fortuna però c’è in giro qualche eccezione: proprio oggi parlavo con una redattrice preparata e intelligente.)

    La seconda considerazione riguarda Jacques Deuzè de Cahors e Massimiliano, dei quali ho colto anch’io una iniziale volontà di dialogo. Ma si sono entrambi imputati sul mio “disprezzo” per l’aziendalismo e sul fatto che abbia parecchio insistito sull’impossibilità di servire Dio e Mammona. Ma – dico io – che dialogo è quello dove tu impedisci a una persona di avere un atteggiamento forte, impietoso, senza giri di parole, senza “volemose bene”, senza triccheballacche e ipocrita o anche forzata “condivisione”, riguardo ad un qualsiasi problema?
    Se io affermo che Max Conti ha tutte le ragioni di questo mondo a fare il mestiere che fa, ma che quello non è un mestiere adatto a uno che sia di sinistra, se costoro sono per il dialogo, perché non dialogano? Potremmo parlare della filosofia della miseria e della miseria della filosofia, di Horkheimer, di Adorno, di Marcuse, di pensiero debole e pensiero forte, del consumismo, delle tecniche di manipolazione aziendale, dell’induzione di bisogni artificiali da parte degli ometti del marketing, dell’oscenità delle pubbliche relazioni, delle azioni criminali delle multinazionali, della superstizione di pretendere una perenne crescita economica a fronte del fatto che, purtroppo, senza crescita economica vedremo sempre più persone risucchiate nel vortice della miseria.
    Jacques Deuzè de Cahors e Massimiliano dovrebbero rendersi conto che non ce l’ho né con loro né con Max Conti. Vorrei soltanto che a Curno, e altrove, ci fosse una sinistra vera. Non sto qui a ripetere, data anche l’ora tarda, quel discorso del minestrone che sentii fare da Malagodi alle massaie del mercato rionale di Porta ticinese, Milano. Voleva dire, in un suo disperato tentativo di far votare le massaie per il Partito liberale, che per fare un buon minestrone occorrono tante verdure. Abbiamo bisogno di Oscar Giannino, ma abbiamo anche bisogno di una sinistra che non c’è. Per far posto a una sinistra che non c’è, abbiamo il dovere di scalzare una sinistra che non merita di essere chiamata sinistra. Gli aziendalisti facciano gli aziendalisti, e la sinistra faccia la sinistra.
    Soprattutto nessuno sente il bisogno della mistica aziendalista, che in Italia ha fatto soltanto danni. Riconosco che possa aver fatto qualcosa di utile, se non proprio di buono, nei paesi di mentalità protestante.

    Non c’è bisogno di troppa perspicacia per capire che Jacques Deuzè de Cahors se la prende con me (che, riguardo all’invito che lui ha ricevuto su questo diario al suicidarsi, mi sono comportato in maniera virilmente irreprensibile, quale non ho riscontrato nello stesso Jacques, ponendogli la domanda delle cento pistole) non per quell’episodio, ma per quell’altra questioncella, la mostruosità dell’aziendalismo. Sempre data l’ora tarda, evito di darne la dimostrazione alla luce delle regole di una corretta argomentazione. Però, se interessa, tornerò volentieri sull’argomento.

  7. H. C. Andersen permalink

    Buongiorno sig. Aristide intervengo nuovamente, le confesso che il suo diario è diventato un interessante ed istruttivo passatempo e la seguo con grande interesse.
    Mi scuso io con lei, per l’offesa che la Principessa sul pisello2 alias Jacques, da non confondere con la Principessa sul pisello1 alias Pedretti, le ha recato, non è in grado di distinguere i suoi testi dai miei, un gradito riconoscimento l’accostamento per me, lei non se la prenda può succedere quando una persona è punta sul vivo, perde un pò della sua lucidità di lettura e d’analisi.

    Mi rammarico di aver conosciuto in ritardo la sua penna e la sua cultura, e piaccia o non piaccia a qualcuno, lei ne possiede una miniera.
    Perché in ritardo?
    A questo turno elettorale per le amministrative non mi sono recato a votare, non avrei votato per la riedizione della c.d. sinistra presente a Curno e per nessuno della compagine spaccata del centro destra.
    Si votasse oggi non avrei dubbi, voterei per la cultura, il coraggio, la coerenza e l’onestà.
    Ora la giunta, legittimata dal consenso elettorale agisce, decide, compie scelte ma le critiche e l’informazione da loro non gestita non sono ben accette.
    In passato qualcuno ha detto “meno il popolo sa e meglio è”.
    Lei con il suo diario informa, questo è il problema di alcuni personaggi conosciuti grazie a questo diario, anche su Testitrahus, non gradiscono la sua informazione, non disturbate il manovratore che al momento chiede condivisione a scelte fatte e partecipazione a frittata avvenuta.
    Dalla lettura dei fatti e dei documenti, credo che la frittata del bilancio preventivo, disatteso totalmente dopo 5 giorni, dovrebbe essere affrontata nelle sedi opportune, ben oltre la giunta e il consiglio comunale di Curno.
    Speriamo che la Principessa sul pisello2 non s’innervosisca e non si ritragga in caso di clamore mediatico negativo, una bella foto anche per lei la scattano sempre.
    Chi si nasconde dietro uno pseudonimo?
    Le regole di un diario in rete sono queste, vuole la Principessa sul pisello2 uscire allo scoperto?
    Non le conviene, soprattutto non le appartiene il coraggio, è una Principessa sul pisello2, non è Giovanna d’Arco.
    La Principessa sul pisello2 probabilmente ha anche molto in gioco in questo momento, si capisce da quanto e come scrive.

    E le dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo?Nel contesto di un diario?
    Che domanda del cavolo.
    Invito la Principessa sul pisello2 a recarsi in Tibet, diventi la paladina dell’oppresso popolo tibetano e reclami ad alta voce con forza i diritti universali dell’uomo nella piazza principale di Lhasa.
    Mal che vada può dire ai suoi compagni cinesi che conosce un diario miserevole di nome Nusquamia e di mandare più truppe cammellate per la rieducazione del sig. Aristide e dei suoi amici.
    Mi scusi sig. Aristide spero che la Principessa sul pisello2 non raccolga il mio suggerimento, al massimo credo che la sottoponga alla svilita, dagli aziendalisti, danza Haka.
    Ma la Principessa sul pisello2 occupata davanti al suo specchio e timorosa come sempre non metterà un piedino fuori dalla torre.
    Come lei ricorda c’è molto di fantozziano in questa c.d. sinistra, del tipo “dici cosa poi fai altra”, la famosa coerenza a gettone.
    La Principessa sul pisello2 e la sua area politica di riferimento osannano Obama, primo presidente degli Stati Uniti che bombarda un paese estero senza chiedere al Congresso il voto, ora capisco il motto “Yes we can”.
    Le bandiere della pace esposte ora si ora no fanno poco onore e sviliscono la parola pace.
    Non tollero le doppie misure, mio difetto, uno dei tanti.
    Il lavoro sporco fatto dal Pedretti?La Principessa sul pisello1 ha goduto del silenzio, vili e pavidi, e anche della complicità della giustamente chiamata c.d. sinistra di Curno.
    Chiusa nella sua torre dorata la Principessa sul pisello2 non rammenta che il lei sig. Aristide con la sua blanda presa di distanza ha scomodato in tribunale la Principessa del pisello1.
    Anche lei però sig. Aristide affrontare a viso aperto le Principesse sul pisello1 e 2, un po’ di buona creanza nei confronti della nuova aristocrazia curnense.
    Ora la Principessa sul pisello2 ci scrive che le è tutto più chiaro, non ha più dubbi, buon per lei.
    Un pochino presuntuosa la Principessa sul pisello2, io aspetterei un po’ a sciogliere i dubbi.
    Gentile Principessa sul pisello2 spero di non averla urtata troppo con le mie riflessioni, mi lasci però dire che lei se le cerca anche se non si espone direttamente.
    Grazie sig. Aristide del suo interessante diario e dello spazio che gentilmente mi ha concesso.
    Mentre scrivo, vedo il commento del sig. Giuseppe e impallidisco, un paio di giorni per leggerlo e due settimane, forse, per maturarne le riflessioni.
    N.B. Principessa sul pisello2 ora non mi accosti al sig. Giuseppe, piuttosto lasci la cipria e risponda alle domande del sig. Aristide, non è cortese fare aspettare anche se lei è pur sempre la Principessa sul pisello2.

    • Delle cose che lei ha scritto, con intelligenza e garbo, sine ira ac studio (cioè, come già ho scritto in un commento precedente, senza animosità e simpatie pregiudiziali), mi permetto di segnalare al lettore due concetti importanti:
      A) Il fastidio che avvertono i signori della cosiddetta sinistra per il disturbo arrecato al «manovratore che al momento chiede condivisione a scelte fatte e partecipazione a frittata avvenuta». Penso che dovremo fare tutti insieme una riflessione sul significato mistificato della condivisione tanto sbandierata dai signori della cosiddetta sinistra (da me chiamati “signori” nell’accezione del termine per cui intendo che essi si sono insignoriti di Curno, sia pure, come sospetto, non in proprio ma per conto di una realtà socioeconomica tracotante, quella che con le nostre modeste forze ci sforziamo di sgretolare o quantomeno ridurre a più miti consigli). In che cosa consiste questa mistificazione? Lei l’ha detto benissimo: si tratta di una «condivisione a scelte fatte e partecipazione a frittata avvenuta».
      B) Indifferenti in politica interna, sono indifferenti anche in politica estera. Cioè, se fa loro comodo per la loro immagine d’apparato, per una bella intervista a Nando dalla Chiesa (come quando la dott.ssa Serra si disse schifata della Lega, che poi in altri paesi non sarebbe neanche così schifosa, ma invece a Curno lo è), allora si indignano, si sbracciano, corrono a firmare i manifesti. Ma se si tratta di fare una riflessione su Obama, sono “sobri”. Mai e poi mai avrei pensato, ancora solo qualche anno fa, che la parola “sobrietà” mi sarebbe stata così invisa. Anche perché io, di natura, sarei sobrio. Come quel mio amico, studente di architettura, figlio di un ricco commerciante di Bari, che di due cose si vergognava: della volgarità del padre (io non l’ho conosciuto, ma mi hanno detto che era uno che portava grossi anelli al dito) e del fatto che Modugno, suo connazionale, avesse quel modo di fare così meridionale, così esuberante, gridato, sudato e sbracciato. Se gli si parlava di Modugno e gli si diceva “Senti, Antonio, tu che sei pugliese…”, lui troncava risoluto con queste parole: “Non parlarmi di Modugno, perché mi fa schifo”. (Non piaceva neanche a me Modugno, per la stessa ragione a un dipresso, cioè per quell’eccesso di esuberanza scenica. Con il senno del poi, però, devo dire che sotto il profilo musicale, in particolare della ricerca musicale e valorizzazione di una tradizione di cantastorie, non sarebbe da prendere sotto gamba, soprattutto il primo Modugno.) Credo di aver già parlato di questo mio amico, è quello che giovanissimo si era letto tutto Jean-Paul Sartre.
      Ricordo infine che Obama fu insignito, appena insediato, del premio Nobel per la pace. E ho detto tutto. Un’altra volta diremo tutto il male possibile del premio Nobel, in generale (si salva quello per la Fisica, ma quello per l’Economia, per non parlare di quello per la Pace…) così gli “istituzionali” avranno il pretesto, ancora una volta, per atteggiare la boccuccia indignata a culo di gallina.

  8. Emilio permalink

    Devo dire subito che fino a poco tempo fa non sapevo di preciso dove fosse Curno, nome che avevo sentito per Di Pietro: pensavo che fosse dalle parti della Malpensa, di Gallarate, Busto Arsizio o da quelle parti lì. Da buon provincialone italiano, come dice la mia figlia che studia, conosco bene la mia zona, e il resto, se non mi riguarda, lo conosco a spanne. Uomo di una volta, come dice mia moglie, anche se non sono vecchio come il cucco: ho la testa di mio nonno, e a me va bene così. Meno male che il resto funziona diverso. Io, però, ho imparato bene a usare il computer, che mi serve per il mio lavoro, e siccome avrei dovuto avere a che fare con un vostro personaggio, mi sono informato e sono caduto per forza nella vostra rete, che è più grande del vostro sito. Tutto sommato, vi ringrazio, e anche un pochino di più.
    Mi interessa adesso dirvi una cosa: io sono meravigliato di quello che ho letto, che anche mia figlia, che studia, mi ha detto che è una cosa di un livello mai visto. Ma lì a Curno, meno qualcuno, siete tutti così? Se avete gente come voi, ma anche come quelli che scrivono, come fanno a esserci così tanti problemi? Dovreste avere un paese che è uno specchio, che è un gioiello. ma allora vuol dire che i comuni sono in crisi nera non perché i politici rubano ma perché, anche a essere bravissimi, non c’è niente da fare. Lei cosa mi dice, perché a me un comune dove ho lavorato mi ha pagato come avevamo stabilito.

    • Sono del parere che a Curno esistano uomini migliori di quel che appare, così come sono convinto che in Italia ci sono italiani seri, generosi, onesti nel senso pieno della parola (non basta non rubare, anche se a dire il vero i ladroni acclarati non mancano: credo però che il settanta per cento delle azioni disoneste si compiano, per via del marciume di sistema, sotto l’usbergo della legge e comunque siano talmente blindate che se le denunciassi finirei denunciato, quindi dritto dritto in galera).
      Il fatto è che è marcia la classe politica, non meno marcia, anzi più marcia ancora, è la cosiddetta “società civile”. Oggi questa infelice espressione, impropriamente mutuata dal filosofo Hegel e mistificata politicamente, non significa “la società dei cittadini”, come letteralmente vorrebbe significare (anche in Hegel tutto sommato, perché Hegel vedeva nello Stato un superamento della società dei cittadini): “società civile” dovrebbe dignificare, detto in parole povere “i mejo fichi der bigoncio”, fondamentalmente una neoborghesia “compradora” (termine che prendo a prestito da Fidel Castro) ma — direi meglio — una non-borghesia, con il suo codazzo di miserabili piccolo-borghesi che sognano di essere cooptati tra i gran borghesi: la Banca d’Italia è il pezzo di “società civile” della quale questi “mejo fichi” sono più orgogliosi, tanto per dire. Non sto a dire il seguito perché oggi, stranamente, non sono alla ricerca di grane.

      Tornando alle miserie di Curno, il fatto è che a Curno, come in Italia, i cittadini sono sudditi, anche se non si ha il coraggio di dire “siete sudditi”. Si dice invece che i cittadini devono essere educati (dai “formatori”, dagli “esperti”, da tutti meno che da chi veramente possa dirsi sapiente), devono capire e devono “condividere”. Hanno voce i partiti (sempre meno, a dir la verità) e la stramaledetta “società civile”, nel senso mistificato del termine, cioè i mejo fichi der bigoncio, il notabilato locale (robetta, naturalmente: ma credono di essere marchesi, conti e contesse, o almeno N.H, nobiluomini, come furono Alessandro Manzoni ed Enrico Berlinguer). In questa loro pretesa si valgono (si valsero, perché s’intravede all’orizzonte qualche segnale incoraggiante) del fuoco di copertura della stampa anglorobicosassone.
      Che fare dunque? Passare dalla “società civile” mistificata alla “società dei cittadini” nel senso pieno della parola (e democratico, purché democrazia intenda e inglobi l'”isonomia”, l’eguaglianza piena e vera dei cittadini davanti alla legge: cioè facendo scordare a lorsignori che ci siano cittadini “più uguali” degli altri).

      Non ho capito l’ultima frase: «Lei cosa mi dice, perché a me un comune dove ho lavorato mi ha pagato come avevamo stabilito».

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