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Chi e che cosa impedisce le riforme

4 marzo 2013

Ovvero: se il Pd fosse un partito di sinistra, e non un comitato d’interessi

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(Un discorso che sembra concepito per dare un dispiacere all’Augusta sindachessa e al similgatto padano: ma, se così sembra, non si è fatto apposta)

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Con riferimento all’articolo riportato sul Fatto quotidiano (per leggerlo, fare clic sul collegamento ipertestuale), mi permetto, in questo caso, di dissentire dal professor Cacciari, del quale peraltro – parlando in generale – apprezzo l’intelligenza, la cultura e la capacità d’introspezione, anche in campo politico.
In questo caso dissento, non tanto e non solo perché il buon Matteo Renzi appare come poco convincente, non idoneo ad affrontare il compito immane di traghettare l’Italia verso lidi più tranquilli e, soprattutto, migliori. Ammettiamo che Renzi, al tempo della campagna elettorale alla quale Cacciari fa riferimento, interpretasse al meglio l’esigenza che a guidare la sinistra italiana ci fosse un uomo colto, intelligente, in grado di afferrare la complessità del sistema sociopolitico, tenendo conto degli ormai imprescindibili fattori d’influenza di tipo economico e industriale. Dimentichiamo, insomma, che Renzi è un boyscout, preso strumentalmente a benvolere da certi signori della finanza, sul quale i “giovani turchi” di una borghesia allo sfascio avevano puntato le proprie carte.
Bene, ammesso che Matteo Renzi rispondesse al profilo “ottimale” di cui sopra, non sarebbe stato comunque meglio di Bersani. Infatti, bisogna fare i conti con la composizione sociale dell’elettorato del Pd. Già nel corso della campagna elettorale, il buon Renzi aveva dovuto dare un’aggiustatina alla rotta che gli veniva suggerita dal guru Giorgio Gori. Parlava parecchio, il buon Renzi, di rottamazione e di svecchiamento, dunque parlava contro i vecchi. Ma si dimenticava che i vecchi sono una parte tutt’altro che marginale dell’elettorato del Pd. Perciò fu costretto a precisare che lui non ce l’aveva con i vecchi: ma la prima impressione era rimasta, anche per questo ha perso (oltre che per la diffidenza ispirata da alcuni suoi amici a larghi strati dell’elettorato).
Questo, naturalmente, è soltanto un esempio. Il punto è che, per la salvezza non soltanto del Pd, ma anche dell’Italia, al timone del Pd deve sedere uno che sia in grado di imprimere una sterzata all’elettorato del Pd. Se al timone sta Renzi, la base non ci sta, si ribella. Occorre dunque qualcuno che riscuota la fiducia di quell’elettorato, senile e timoroso del cambiamento, qualcuno che possa permettersi il lusso di chiedere sacrifici, uno del quale ci si possa fidare (i sacrifici chiesti potrebbero essere reali, per qualcuno, per esempio per taluni baby pensionati di breve o anche di lungo corso; oppure sono soltanto presunti: il fatto è che l’elettorato conservatore del Partito democratico è portato a interpretare come “sacrificio” ogni ipotesi di cambiamento).

Non dimentichiamo che tre sono le ragioni che impediscono le riforme, dunque quel rinnovamento in mancanza del quale l’Italia è destinata a un declino inesorabile, che non sarà soltanto economico ma che inciderà soprattutto sulla tenuta sociale del paese.

I potentati economici e finanziari

La prima ragione che impedisce ogni seria riforma strutturale in Italia è che questo paese è governato sottobanco da potentati economici e – sempre più – da cordate finanziarie i cui interessi raramente coincidono con quelli degli italiani. Avviene sovente che il loro guadagno nasca – precisamente – da un impoverimento degli italiani, in applicazione dell’antico principio Nihil ex nihilo fit (“Niente si crea dal niente”) che nel XVIII secolo prese il nome di principio di Lavoisier (legge di conservazione della massa), quindi generalizzato nel primo principio della termodinamica come principio di conservazione dell’energia.
Oggi si parla parecchio del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale. Attenzione però a non fossilizzarci su questi nomi, sia perché i “signori della guerra” summenzionati potrebbero scomparire, per ricomparire poi sotto altro nome, sia perché sulle disgrazie degli italiani lucrano anche le sottomarche, nonché coloro che fanno un lavoro di intercettazione, più o meno truffaldinamente (vedi, in piccolo, quei giovani virgulti della borghesia bergamasca i quali, in una sorta di gioco del “Piccolo gattopardo”, si schierarono con Renzi, quando sembrava che il Pd dovesse vincere le elezioni; puntavano su Renzi nell’ipotesi che tutto cambiasse senza che niente cambiasse).
Pur senza dimenticare l’incombenza del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, spero però che nessuno si sia dimenticato di Mediobanca, del cosiddetto “salotto buono della finanza”, che con Cuccia imperversava qualche decennio fa, degli ospedali che in Italia non si facevano perché invece bisognava costruire le autostrade per Agnelli ecc. Spero che nessuno si dimentichi che presidente della Repubblica italiana è stato Carlo Azeglio Ciampi (che tanto piacque alla cosiddetta sinistra) e che adesso c’è chi vorrebbe che il nuovo presidente della Repubblica fosse Mario Draghi.
In conclusione: la rinascita dell’Italia passa necessariamente per la consapevolezza che le decisioni politiche che val la pena prendere siano in favore dei cittadini e non dei potentati economici e delle cordate finanziarie. Qualcuno potrebbe obiettare: banale, è chiaro che in democrazia le cose devono stare così. Sì, ma allora, perché si fa tutto il contrario? Perché a suo tempo Prodi commise quel vero e proprio crimine contro l’Italia, consistito nello svendere l’Iri a pezzettini (dunque diminuendone di metà il valore) a questo o quel gruppo privato? Ecco perché non si insisterà mai abbastanza sul fatto che gli uomini politici, oltre che essere onesti, siano anche intelligenti.

Gli apparati dello Stato

La seconda ragione impediente è data dallo strapotere e inamovibilità della burocrazia di fascia alta, i cosiddetti Grand commis de l’État, bravissimi nello sciorinare un’ideologia per principio contraria a ogni cambiamento. Questo punto di vista è espresso molto bene oggi, 4 marzo, in un articolo di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera (si veda Quegli “incompatibili” che si tengono le poltrone). Scrive la Gabanelli: «Cambiano i partiti, cambiano i governi, ma questi apparati dello Stato, formati da individui sconosciuti alla maggior parte della popolazione, sono sempre lì, sempre gli stessi, in spregio alle incompatibilità previste dalla legge e dal buon senso. Sono questi inamovibili Direttori Generali, Segretari di Stato, Presidenti di Commissioni, che impediscono la costruzione di uno Stato moderno, efficiente, affidabile. È questa larchitrave del potere da smantellare».

Monager e masse impiegatizie inerti

La terza ragione impediente ai fini di una riforma strutturale dello Stato sono le masse impiegatizie inerti, delle quali i sindacati confederali e il Partito democratico hanno assunto la rappresentanza. Non è un caso, d’altra parte, che gli operai e, in generale, i “lavoratori che lavorano” si riconoscano sempre meno nei sindacati confederali e nel Pd.
Nell’esercito delle masse impiegatizie inerti, alle quali possiamo tranquillamente aggregare le pattuglie dei manager-monager dei quali diremo in seguito, molti sono, obiettivamente, privilegiati. Altri, scioccamente, credono di essere privilegiati, pur non essendolo: anzi, il cambiamento sarebbe a loro vantaggio. Ma poiché è stata loro inculcata la mentalità del posto fisso costi quel che costi, temono come la peste ogni prospettiva di cambiamento. La verità è che sono vittime insieme della propria stupidità e del cinismo di chi agita davanti ai loro occhi il drappo rosso della paventata ipotesi di riforma dello Stato, dei riti istituzionali, dei così detti diritti acquisiti (i quali, proprio perché “acquisiti” devono intendersi come veri e propri soprusi: parlo delle baby pensioni, per esempio).
Quando si parla di non-lavoro o di lavoro improduttivo, si commette spesso l’errore di pensare al solo impiego pubblico. Invece anche il lavoro impiegatizio nel settore privato è spesso – direi sempre più – lavoro improduttivo, dal momento che nelle aziende medio-grandi la pletora degli impiegati ha una funzione perlopiù di apparato. Gli impiegati servono per giustificare la sopravvivenza di manager inutili, incapaci in senso lato, ma abili quanto basta per tessere una serie di relazioni interaziendali ed elaborare una sorta di “latinorum” con il quale pretendono di dimostrare alla proprietà dell’azienda di essere indispensabili. Come abbiamo più volte osservato sulle pagine di Nusquamia, si scrive “manager”, si pronuncia “monager”. Cioè, ai fini aziendali e industriali i manager sono dei “mona”, però i loro interessi li sanno fare: altro che!
Dunque in queste nostre aziende disastrate, che nessuno vuol fare fallire, non è importante che gli impiegati facciano qualcosa di utile, è importante invece che “facciano qualcosa”, purchessia, perché così l’apparato (manager più impiegati) trova una sua ragion d’essere. In Italia la razionalizzazione della produzione ha toccato tutti i comparti tranne quello del lavoro impiegatizio, in virtù dell’alleanza tra i manager e gli impiegati improduttivi.
Questa buggeratura ai danni dei proprietari e degli azionisti delle aziende è un fenomeno in America ben conosciuto: i manager non corrono rischi, ma guadagnano più dei proprietari. In parte, in America vi si è posto rimedio. Qui in Italia, nonostante i lutti imposti dai manager-monager alle aziende di dimensioni medio-grandi, si va avanti egualmente con la mistica manageriale, come se niente fosse. È di questi giorni in Svizzera la ribellione dei cittadini, sancita da un referendum, contro i compensi d’oro corrisposti ai super manager, da quelle parti denominati “gatti grassi”. È montata una vera e propria onda di risentimento popolare, pilotata da un piccolo imprenditore che si è meritato il titolo di “Robin Hood dei piccoli azionisti”: “lavoratori che lavorano” contro i manager-monager. Si noti che la proposta di legge elvetica si è affermata contro la volontà di tutti i principali partiti, della Confindustria locale e dell’establishment bancario.
Per uscire dal culo di sacco non c’è che una via: 1) tagliare le teste dei manager-monager o, comunque, ridimensionare l’ambito di competenze dei sopravvissuti (sopravvivono soltanto quelli strettamente necessari); 2) convertire il lavoro improduttivo delle masse impiegatizie inerti in lavoro produttivo.

Perché Renzi non è una soluzione

Così stando le cose, dovrebbe essere evidente la ragione per cui Renzi non può essere una soluzione ai mali dell’Italia. Il fatto è che il Partito democratico, del quale Renzi intendeva insignorirsi, è il portatore d’acqua (cioè, di voti) dell’infame blocco sociale che impedisce ogni modernizzazione dell’Italia. Al blocco sociale contribuiscono (dovrebbe essere evidente, a questo punto) i seguenti “soggetti sociali”:

A) potentati economici e cordate finanziarie, i quali finora hanno condotto le danze: sono i principali percettori dei benefici derivanti dal mantenimento del blocco;

B) la burocrazia di fascia alta, che fornisce l’ideologia necessaria per mascherare e giustificare l’infame blocco sociale; dalla conservazione del blocco traggono il vantaggio di lauti stipendi e sinecure ma – ancora di più – il piacere di sentirsi importanti (però, come abbiamo visto, non sono loro i pupari, i burattinai sono i potentati economici e finanziari, che hanno bisogno sia della burocrazia di fascia alta, come catena di trasmissione, sia delle masse impiegatizie inerti come carne da cannone, per tenere sotto ricatto l’Italia intera);

C) le masse impiegatizie inerti, che nel comparto pubblico godono della benedizione della burocrazia di fascia alta, mentre in quello privato sono spalleggiate dal sistema di buggeratura manager-monageriale; in pratica, esse non traggono alcun vantaggio reale dal mantenimento del blocco sociale, che tuttavia alimentano continuando a votare per il Pd sull’onda di una paura del cambiamento che in parte è autentica, in parte è alimentata dallo stesso Pd (che da questa paura ricava un lucro elettorale).
Tutto l’infame blocco sociale vive alle spalle degli italiani che lavorano: i quali però, in misura sempre maggiore, sono indotti a non lavorare più, sia perché il sistema economico è al collasso non c’è più lavoro, sia perché non hanno convenienza a lavorare, se appena hanno qualche risparmio da parte (e ben custodito), o uno straccio di pensione, qualora abbiano superato l’età pensionabile. Si noti che in questo gioco infame al massacro i veri perdenti, sono gli italiani che lavorano (in primis), ma anche le stesse masse impiegatizie inerti, che vedranno crollare una per una tutte le loro sicurezze, proprio loro che che si sono dissanguate per mantenere in vita l’infame blocco sociale.
Poiché in democrazia i voti contano (ed è giusto così, per carità!), nell’interesse delle stesse masse impiegatizie inerti delle quali assume la rappresentanza, il Pd è l’unico soggetto che potrebbe imprimere una sterzata al collasso dell’economia; l’unico soggetto politico e socialmente legittimato che potrebbe radunare la forza per abbattere politicamente l’infame blocco sociale. Una simile forza politica, tanto per fare un esempio, non l’avevano certo i finian-futuristi, che racimolavano voti nella burocrazia statale di fascia medio-alta.
Il Partito democratico potrebbe diventare il protagonista di una grande riforma – diciamo così – socialdemocratica (o riformista, se non piace la parola “socialdemocratico” che in Italia riporta alla memoria certi trascorsi non propriamente gloriosi dei socialdemocratici, che ebbero vocazione affaristica molto prima dei socialisti craxiani). Qualora lo volesse e si ritrovasse il coraggio di farlo, il Pd potrebbe indurre le masse impiegatizie inerti a traversare il Mar Rosso. Potrebbe tornare a guadagnarsi il favore degli italiani che lavorano, porsi alla loro guida e approdare alla terra promessa, dove si lavori tutti, senza ammazzarsi come bestie, senza nevrosi aziendalistica, ma anche nella consapevolezza che non esistono i cosiddetti (e stramaledetti) diritti acquisiti, ma che a questo mondo ci sono diritti e doveri.

La terra promessa, di là dal Mar Rosso

Sciogliendo lacci e lacciuoli, spuntando le unghie ai feroci potentati economici e ai bavosi burocrati di Stato, usando l’intelligenza e opportunamente confinando il campo d’azione della retorica a favore del primato della razionalità e della scienza, si potrebbe costruire una società giusta. Il Partito democratico potrebbe sopravvivere, le masse impiegatizie inerti potrebbero rinascere ed essere liberate dalla schiavitù aziendale (che possiamo paragonare alla schiavitù degli Ebrei in Egitto), gli italiani che lavorano sarebbero felici di portare il loro contributo alla rinascita dell’Italia, potrebbe essere l’inizio di un nuovo corso, di un nuovo umanesimo (da non confondere con la filantropia).
Ma chi potrà essere il Mosé in grado di convincere le masse impiegatizie inerti al cambiamento, e nello stesso tempo di siglare un patto di concordia fra gli italiani che lavorano? Certo non Renzi, la cui funzione era quella di attrarre nel Pd schegge della cosiddetta “società civile”, della quale abbiamo imparato a diffidare (basta andare a vedere chi siano coloro che si proclamano “società civile”: magistrati, burocrati di fascia alta, manager-monager, finanzieri come Carlo De Benedetti, falsi industriali che vivono di commesse pubbliche, uomini del mondo dell’editoria e dello spettacolo agganciati al carro similprogressista ecc.).
Il Mosé del Pd dovrebbe essere in grado, invece, di fare un discorso tutto all’interno dell’elettorato tradizionale del Pd, ricuperando il consenso degli italiani che lavorano, perché il viaggio da affrontare ha come meta la libertà. Dunque il Mosé potrebbe essere Bersani, qualora volesse assumersi il compito, e ritrovasse il coraggio di fare questo discorso, o uno come Bersani, che goda della fiducia dell’elettorato del Pd: cioè, delle masse impiegatizie inerti, delle professoresse in perenne rivendicazione sindacale, dei pensionati che vivono nel terrore di una erosione del loro magro potere d’acquisto. Poco importa se dalla nave del Pd vorranno scendere gli infami aziendalisti. Anzi, meglio, perché quando si saprà che la nave è disinfestata dai parassiti, gli italiani migliori accorreranno numerosi.

22 commenti
  1. Franco de Moss permalink

    Il grande problema e’ che non c’e’ piu’ nulla da mungere per tenere in piedi la baracca.
    Bersani, Letta del PD, Renzi Berluska, Monti ecc. ecc. sono arrivati al punto di non ritorno e cioè tagliare le spese.
    Tagliare tanto, ma tanto: miliardi di euro.
    Se non tagliano la nave non affonda: no, ma di sicuro esplode….Boom! Altro che Grillini.
    Stanno arrivando le nuove tasse che non elenco ma sono ancora tasse poi il colpo finale l’aumento dell’IVA in Estate.
    Vi ricordate la barzelletta del pollaio? Vai avanti tu, che a me vien da ridere. Quante pallettate sui denti che ci saranno purtroppo.
    Purtroppo sarà come al solito: Cornuti e mazziati
    Ciao

    [Ho convertito le maiuscole in lettere corsive. N.d.Ar.]

  2. Federico permalink

    Grande Giorgio, sei tutti noi!

    Ma cosa vogliono questi tedeschi? Eleggiamo chi vogliamo, noi.
    Bene ha fatto Napolitano ad annullare l’incontro! Devono smetterla di rompere, questi tedeschi.

    I clown sono loro, con quei cognomi impronunciabili!

    Bravo Giorgio, ieri di nuovo ti sei fatto valere con quello Scioibel. L’Italia non è allo sbando. Il contagio prevede una malattia, e l’Italia non ha nessuna malattia. Diglielo!

    Fine del teatrino italiota. Ora le cose serie:

    Il debito pubblico è al 130% del Pil;
    Ci sono comuni, province e regioni in dissesto finanziario;
    Lo Stato ha un debito nascosto nei confronti delle aziende per 140 miliardi di euro;
    L’INPS ha un deficit di oltre 10 miliardi di euro (ndr e ne ha richiesto 85 allo stato per il ripianamento del solo 2012);
    Le aziende italiane in quattro anni hanno bruciato 500 miliardi di fatturato;
    Tre aziende su cinque sono costrette a chiedere prestiti per pagare le tasse;
    Negli ultimi cinque anni abbiamo perso 7 punti di Pil e oltre mezzo milione di posti di lavoro;
    La disoccupazione è oltre l’11%, quella giovanile oltre il 38%, i precari sono quasi 3 milioni;
    Le ore di cassa integrazione autorizzate continuano ad aumentare, a gennaio sono state 88,9 milioni;
    Per la prima volta il numero di emigrati ha superato quello degli immigrati;
    I valori immobiliari crollano, il mercato è bloccato, i negozi non vendono più;
    Le aziende delocalizzano, i capitali fuggono;
    Monte dei Paschi di Siena, l’istituto bancario più antico del mondo, è in bancarotta;
    Il governo Monti ha messo solo tasse e non ha cambiato una virgola del sistema;
    Ora con il Paese è ingovernabile la borsa va giù e lo spread su;

  3. Federico permalink

    Devo continuare..?

    Qui non c’è una malattia. Qui c’è un accanimento terapeutico su un corpo ormai inerme.
    Morirà, non c’è niente da fare. Il punto di non ritorno è stato superato. Urlare non cambia la realtà.

    Perdete la speranza, il sistema non si autoriforma per natura. Una soluzione politica non esiste.

    Un paio di giorni fa, i servizi segreti hanno rilasciato il proprio rapporto al Parlamento, in cui si afferma che la crisi alimenta tensione sociale (non l’avrei mai detto!):

    “Secondo gli 007 il «massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali» ha contribuito a contenere le tensioni che sono andare accumulandosi in diversi ambiti, dalla protesta degli autotrasportatori in Sicilia alla campagna contro Equitalia, dalla Tav alla scuola. Ora però, «in assenza di segnali di un’inversione del ciclo congiunturale – si legge – l’incremento delle difficoltà occupazionali e delle situazioni di crisi aziendale, potrebbe minare progressivamente la fiducia dei lavoratori nelle rappresentanze sindacali, alimentare la spontaneità rivendicativa ed innalzare la tensione sociale, offrendo nuove opportunità ai gruppi dell’antagonismo», per «intercettare il dissenso e incanalarlo verso ambiti di elevata conflittualità».”

    Il punto è molto semplice: crisi economica porta a malcontento popolare. La risposta dolorosa ma razionale sarebbe il taglio feroce di burocrazia, spesa pubblica, tasse ecc.. ma la democrazia è per definizione irresponsabile e irrazionale.

    La risposta che verrà data dal sistema a questa condizione sarà da una parte l’utilizzo di ammortizzatori sociali, sussidi, redditi di cittadinanza e dall’altra inasprimento della sicurezza, del controllo fiscale, controllo politico, controllo finanziario.

    Un inferno per le persone che amano la libertà, che vogliono lavorare, produrre, inventare, vivere.

    La soluzione non è la politica.
    La soluzione è individuale.

    • Lei scrive: «La risposta dolorosa ma razionale sarebbe il taglio feroce di burocrazia, spesa pubblica, tasse ecc.». Perfettamente d’accordo, e non soltanto perché sono soldi bruciati: noi paghiamo i burocrati, quelli con i nostri soldi s’inventano sempre nuovi marchingegni, apparati e procedure, incistandosi sempre più in profondità nel tessuto socioeconomico e, alla fine della fiera, facendoci del male, qualunque cosa facciano, o non facciano. Non soltanto, dicevo, perché i soldi divorati dal mostro burocratico sono soldi bruciati; non soltanto perché quelli lavorano, quando lavorano, per farci del male. Ma anche, e soprattutto, perché quelli infettano il corpo sociale. D’accordo dunque con i tagli. Aggiungerei però che deve essere operativo, parallelamente, un progetto o, se preferisce, un piano strategico. Quelli sono il nostro nemico. Noi dobbiamo prevederne le mosse, distruggere i loro arsenali, depotenziare le azioni di ricatto.
      La guerra alla burocrazia comporterà necessariamente perdita di posti di lavoro nelle fasce di cittadini che vivono di stipendi legati alle attività improduttive e deleterie controllate dal mostro burocratico. Un po’ come quando si uccide il tiranno, e tutta una corte di servi e puttane si trova senza lavoro. Se non siamo del tutto disumani, dobbiamo farci carico anche di loro. Purtroppo non disponiamo più dell’IRI, che con faciloneria che rasenta la volontà criminale è stato svenduto da Prodi. Ebbene, bisognerà pensare a qualcosa di analogo: sempre che si trovi, oggi, uno come Beneduce, matematico ed economista, al quale fu affidata la costituzione dell’Iri, per salvare l’Italia dalla speculazione finanziaria internazionale. Non è facile, bisogna trovare il modo di liberare le energie intellettuali migliori, finora compresse: quelle poche avventurosamente sopravvissute allo sterminio dell’intelligenza operante sistematicamente in Italia, ormai da qualche decennio a questa parte.

  4. Complementi all’articolo di questa pagina: sul concetto di “patto sociale”

    Afferma Jean-Jacques Rousseau che «il patto sociale ha per fine la conservazione dei contraenti», rimuovendo gli ostacoli che nuocciono alla loro conservazione nello stato di natura. Dunque il patto sociale, qualora sia liberamente sottoscritto da liberi cittadini, è il fondamento di un ordinato sviluppo della società e dell’amministrazione della cosa pubblica.
    Altro è se il patto sociale è un accordo tra poteri eventualmente in competizione ma comunque interessati a tenere in stato di soggezione i cittadini. In tal caso i contraenti del “patto sociale” si accordano per non farsi guerra fra loro, a spese dei cittadini che diventano sudditi del sistema di potere sancito da quel patto sociale.
    Un esempio di patto sociale scellerato – uno tra i tanti – è quello stretto tra industriali dell’Italia settentrionale e i politici corrotti dell’Italia meridionale: gli industriali garantivano ai politici corrotti la non ingerenza negli affari meridionali, i politici corrotti garantivano il pacchetto di voti necessari alla perpetuazione dello stato di compressione degli operai del Nord e di oppressione delle plebi agricole nel sud.
    Un altro esempio di patto sociale scellerato è quello descritto nell’articolo in apertura di questa pagina, il patto stretto tra i detentori del potere economico-finanziario, i detentori del potere burocratico e i detentori del pacchetto di voti necessari per assicurare la perpetuazione del patto sociale medesimo.

  5. Complementi all’articolo di questa pagina (2): sui grillini… e Nusquamia

    Si parla molto, questi giorni, dell’instabilità del sistema sociopolitico italiano e dell’ingresso dirompente sulla scena politica dei cosiddetti grillini. Qualcuno, con prepostera sollecitudine, s’interroga sulle cause del malessere che hanno portato tanti italiani a esprimere la loro preferenza per un partito che – come la Lega una volta (ormai alle promesse palingenetiche della Lega non crede più nessuno) – promette la liberazione dell’Italia da ogni sorta di padroni, palesi e occulti.
    I lettori di Nusquamia sanno che alcuni punti fermi del malessere italiano sono apparsi in tutta evidenza, depurati di incrostazioni ideologiche, nel “laboratorio politico” di Curno. Qui tutto era evidente, già prima che Grillo lanciasse il suo grido d’allarme.
    Basti ricordare la sorda lotta di delegittimazione del buon governo garantito dall’Amministrazione Gandolfi, per opera dei partiti, in competizione fra loro per guadagnarsi il favore degli “attori del territorio” o per far prevalere un attore del territorio sull’altro, secondo necessità. Questa lotta fra i partiti si è infine conclusa con un patto di desistenza tra i partiti stessi, con la benedizione degli attori del territorio, sfociato nell’agguato teso all’amministrazione Gandolfi, che “inspiegabilmente” è stata fatta cadere quaranta giorni prima della scadenza naturale del mandato, come ben sanno i nostri lettori.
    Oppure, si pensi al disprezzo di Grillo nei confronti dei giornalisti italiani, al punto da spingerlo a negare ogni possibilità di interlocuzione con la stampa italiana: Grillo parla soltanto con gli inviati della stampa estera. Anche in questo caso, nihil sub sole novi. Nusquamia e, prima ancora, Testitrahus, il sito di «politica, cultura e resistenza all’idiozia», denunciano da sempre le “apparentemente” inspiegabili propensioni serrapedrettiste della stampa anglorobicosassone.

  6. Considerazioni sul Machiavelli, l’aziendalismo e le pubbliche relazioni

    Segnalo ai lettori di Nusquamia l’articolo di Ostellino sul Corriere della Sera di oggi 5 marzo 2013, Letture per politici (e magistrati): riscoprire le virtù di Machiavelli, che prende le mosse dalla dichiarazione di un magistrato, il quale avrebbe sostenuto che il realismo teorizzato dal Machiavelli sarebbe «giustificazionismo» dell’illegalità. Leggiamo fra l’altro:

    «Siamo immersi in una legislazione, imbevuta di moralismo controriformista e tecnicamente sbagliata, voluta dalla politica; e siamo vittime di uno straripante ossequio a un positivismo giuridico, portato alle estreme conseguenze da una irrealistica soggettività, da parte di una certa magistratura. Sia il legislatore, sia certi magistrati danno mostra di ignoranza della «realtà effettuale», e di [= e dànno mostra altresì di] una conseguente, e bigotta, negazione della natura ontologica del male – dell’«oggettività» della sua essenza – che danno vita a [ = in conseguenza della quale si fa strada] un «uso moralistico» del male truccato da lotta per la legalità».

    La prosa di Ostellino non è delle più facili, ma il concetto è assolutamente condivisibile: l’illegalità va combattuta, avendo tuttavia presente che «il mondo, la vita e gli uomini sono quello che sono: una mistura di bene e di male, di onestà e di disonestà, di bontà e di cattiveria che convivono in una zona grigia e razionalmente indefinibile». Dunque, non si esorcizza il male «imponendo per legge che il mondo, la vita e gli uomini siano l’opposto di ciò che sono».
    Segue un interessante esempio tratto dalla cronaca recente, riguardo ai casi di Finmeccanica e dell’Eni. Qui la magistratura ha individuato un reato di «corruzione fra privati». Ma la legge di riferimento, sostiene Ostellino, «è una legge sbagliata, perché ciò che essa codifica come “corruzione” è, in realtà, l’azione di lobbying […] che l’ufficio preposto alle relazioni esterne di qualsiasi azienda esercita regolarmente».
    L’articolo termina chiosando un brano del Principe di Machiavelli: Ostellino nega che il segretario fiorentino sostenga, come vuole la vulgata, che «il fine giustifica i mezzi». Ma è il fine, «moralmente, realisticamente e laicamente ponderato, che giustifica di volta in volta se stesso».

    Insomma, io l’ho sempre detto: non sono un moralista da strapazzo, perciò non condanno a priori (neanche a posteriori) né puttane né pubbliche relazioni. Ma coloro che praticano pubbliche relazioni hanno ben poco di che vantarsi. Gli aziendalisti facciano le loro “porcherie”, ma ci facciano il piacere di camminare rasente il muro.

  7. In cenere il simbolo del Rinascimento napoletano degli anni ’90


    Come è noto, la Città della scienza, nata da un progetto di ristrutturazione dell’acciaieria Italsider nell’area di Bagnoli, è stata distrutta dalle fiamme, che hanno interessato un’area stimata 10-12.000 metri quadrati.
    Sono notizie che non fanno piacere, tanto più, in quanto viene colpita una città che ci è cara, una vera capitale europea (lo è ancora oggi, nonostante tutto), indegnamente massacrata da una classe politica scellerata.
    Io ci sono stato a quella Città della scienza, e devo dire che non mi è piaciuta. Perché a me non piace la spettacolarizzazione della scienza, mi piace la scienza. Per la stessa ragione non mi è mai andata a sangue Bergamoscienza, mentre ho apprezzato il Festival della scienza di Genova. Per la stessa ragione sono un fervido ammiratore, fin da miei verdi anni, del Museo della scienza e della tecnica di via San Vittore, Milano, e del Museo civico di Storia naturale di corso Venezia, Milano; per non parlare di quelle magnifiche conferenze che ascoltavo, da ragazzo, al Planetarium, nei Giardini di via Palestro (oggi dedicati a Indro Montanelli). Tu andavi a quei musei, a quel planetario, tu vai ancora oggi al Festival della Scienza dei Genova, per imparare davvero, mica per essere preso per le natiche.
    Il fatto che la Città della scienza di Napoli-Bagnoli fosse visitata da 350.000 visitatori l’anno non significa che fosse un’iniziativa ottima, significa soltanto che esiste il turismo scolastico. Una roba vecchia come il cucco, che ebbe la sua validità in altri tempi (ricordate quel film meraviglioso di Pupi Avati, Una gita scolastica?), che la mantenne fino agli anni ’60: ma che oggi, con Internet e i Dvd è del tutto inutile. Così come è inutile (nonché un’offesa all’intelligenza dei cittadini) il Bibliomostro curnense.
    Il livello di divulgazione scientifica della Città della scienza di Napoli offendeva l’intelligenza del visitatore (in primis quella degli studenti), inoltre tutto faceva capire che l’allestimento fosse ispirato al principio secondo cui “chi più spende, meglio spende”. Il che sarà anche vero se chi spende tira fuori i soldi dalla tasca propria. Ma è un principio pericolosissimo se a spendere sono gli amministratori pubblici.
    Mi sembrano interessanti queste considerazioni, di natura vagamente “grillina”, che leggo in calce a un articolo riportato sul Giornale, Distrutta la Città della scienza: Napoli perde uno dei suoi gioielli. Spero che nessuno abbia da lanciare anatemi considerando la fonte dalla quale ho attinto il commento. Ritengo probabile che l’autore (il quale si firma “gatto grasso”, proprio come vengono chiamati i manager-monager in Svizzera, dei quali si è detto nell’articolo di apertura di questa pagina) abbia inviato lo stesso commento anche ad altri giornali. Invece di lanciare anatemi, proviamo a ragionare.

    «Spero che queste righe servano a rompere ogni forma di ipocrisia. Strutture come queste bruciano solo se gli addetti all’interno lo vogliono [Perché l’incendio avrebbe dovuto essere sciaguratamente desiderato soltanto da personaggi “interni”? In linea di principio, perché non anche esterni? Semmai io, per non saper né leggere né scrivere, nel senso che non so come il complesso museale è stato costruito, mi domando come mai 12.000 metri quadrati abbiano potuto prendere fuoco così facilmente, così rapidamente. So bene che alle elevate temperature anche l’acciaio brucia, anche il cemento brucia. Ma non c’è stato trattamento ignifugo, in un edificio pubblico? Ha preso fuoco — si direbbe — quasi come se fosse stato predisposto un sistema d’inneschi simultanei N.d.Ar.]. Le ragioni possono essere tante. Enclave rossa al 1000 per 1000, Città della scienza è un’emanazione del ventennio bassoliniano.
    Nessuno che non fosse leale da tre generazioni al Pci / “Pd meno L” poteva essere assunto. Mafia da colletti bianchi ai massimi livelli. Spese in apparenza folli per distribuire ricchezza tra i gerarchi napoletani e le loro clientele. Sprechi senza confini e buchi di bilancio a carico [forse intendeva dire “a vantaggio”: N.d.Ar.] dei dipendenti ex fedelissimi.
    Quante cose da nascondere ad una eventuale nuova Italia meno rispettosa di questi gloriosi poteri e delle loro meravigliose clientele ammantate di una cultura spocchiosa che sarà sempre solo specchietto per le allodole per sporchissimi giochi di potere. E adesso la pantomima di indagini da quattro soldi, per non verificare nulla e giustificare nuovi soldi per la rinascita. Questa è l’amara verità per chi la vuol conoscere. [Seguono alcune considerazioni amare esprimenti sfiducia sul fatto che si faccia mai luce sul fatto. N.d.Ar.] Come si dice da quelle parti: auguri e figli maschi.
    Cordialmente, Gatto Grasso»

  8. Casaleggio 1
    Un filmato della CasaleggioAssociati: l’ho visto, e sono contento di non aver votato grillino

    Casaleggio — lo ricordiamo ai pochi che ancora non lo sapessero — è il guru di Grillo, che è il guru del Movimento 5 Stelle, che ha fatto la messe di voti in Italia che ben sappiamo.
    Questo video, dopo una carrellata sui mezzi di comunicazione nell’antichità, dalle strade dell’impero romano, ai corrieri di Gengis Kahn, alle lettere che il Savonarola (qui definito anticipatore di Lutero) faceva circolare in più copie, all’uso della radio da parte di Mussolini e del cinema da parte di Hitler ecc., ci dice:
    a) che il mondo è in mano a tre potenze che agiscono occultamente: la massoneria, la Chiesa e la finanza;
    b) che nel 2020 vi sarà la terza guerra mondiale, con uso di armi batteriologiche e distruzione di piazza San Pietro a Roma;
    c) che a metà del secolo ci sarà un governo mondiale, con elezioni via Web e con un non meglio precisato sistema di intelligenza e conoscenza diffusa, che consentirebbe a chiunque — sempre grazie al Web — di risolvere qualsiasi problema.

    Posso dire che in questa impostazione avveniristica, misticheggiante ed esoterica non c’è niente di nuovo? C’è qui qualcuno che ti racconta che esiste un prodotto miracoloso e che grazie a questo prodotto, vera e propria panacea, tutti i mali del mondo saranno risolti. Luciano di Samosata scrisse nel II secolo Alessandro o il falso profeta, che si diceva discendente del dio Esculapio e che trascinava le folle di creduloni. Negli anni ’70 il regista cinematografico Roberto Faenza s’innamorò dei primi rudimentali registratori video, fece delle previsioni in stile Casaleggio sugli orizzonti di libertà che si allargavano grazie alla registrazione video e ci scrisse un libro, Senza chiedere permesso. Io lo acquistai, lo tenni in libreria forse per un decennio, poi un giorno lo buttai nella spazzatura: non poteva continuare a disonorare la mia libreria.

    Nel video di Casaleggio le verità dello speaker-paragnosta sono snocciolate a ritmo incalzante sullo sfondo di una colonna sonora martellante, che dovrebbe avere un effetto ipnotico. Scusate, ma a me sembra di sentire l’orrido Giacobbo in quella sua trasmissione per gonzi, Voyager, parodiata da Crozza con il nome Kazzenger.
    In tutto questo di serio c’è il fatto che — per disperazione e indignazione nei confronti dei partiti — gli italiani hanno votato in massa per Grillo. Di serio c’è anche che Casaleggio è un personaggio intelligente, il che lo rende più pericoloso, ovviamente (attenzione, il fatto che il suo pacchetto esoterico sia farlocco non significa che alcune cose affermate da Casaleggio siano false: ragioniamo, e applichiamo correttamente le regole della logica, prego).

    P.S. – Fra poco sentirete dell’esistenza, anche a Bergamo, di super-esperti di “democrazia liquida”, che è uno degli ingredienti del Casaleggio-pensiero. Questi individui vi saranno presentati come carismatici e detentori di conoscenza esoterica. Vogliono far proseliti? Si accomodino, non possiamo impedirglielo, purché tutto quel che fanno lo facciano a spese proprie, senza finanziamento pubblico. Però, se per caso un giorno vi accorgete che qualcuno sta creando un business su queste fumisterie, per esempio promuovendo corsi di formazione sulla democrazia liquida pagati dalla Regione lombarda (dove siedono grillini ingenui che potrebbero votare a favore dei corsi di formazione insieme a Pd-ini renzisti non meno ingenui, con l’apporto di qualche scaltro Pdl-ino), vi scongiuro: ribellatevi.

    • Al minuto 7 : 38 (7 m 38 s) dello spezzone riportato qui sotto Crozza commenta il filmato di Casaleggio.

      Se avete tempo, però guardate tutto lo spezzone, dall’inizio. È stato immesso in rete cinque mesi fa: proprio per questo val la pena vederlo adesso (oggi è l’8 marzo, giorno infausto per gli uomini e le donne intelligenti): è come leggere una profezia di Nostradamus, per il quale peraltro solitamente non nutriamo grande fiducia, e dover constatare sbalorditi che ci aveva azzeccato.

  9. Casaleggio 2
    Il grillismo secondo Umberto Eco

    Segnalo dalla Repubblica, oggi (6 marzo) in edicola, questa considerazione di Umberto Eco:

    Il grillismo parlamentare è una contraddizione, di qui gli imbarazzi di Grillo, perché la sua idea era quella di un grillismo informatico. Cioè, se è impossibile riunire a legiferare i cittadini su una piazza, si crea la piazza informatica e mediante Internet in cui tutti parlano con tutti si ricrea l’agorà ateniese, per cui il Sovrano è “on line”. Ma l’idea non tiene conto del fatto che gli utenti del Web non sono tutti i cittadini (e per lungo tempo non lo saranno) per cui le decisioni non vengono prese dal popolo sovrano ma da un’aristocrazia di blogghisti. Pertanto non avremo mai il popolo in perpetua assemblea. Questo è l’impasse del grillismo che deve scegliere tra democrazia parlamentare (che esiste, e che lui ha accettato partecipando alle elezioni) e agorà, che non esiste più o non ancora. Una democrazia informatica è parsa esistere nella cosiddetta primavera araba, e ora vediamo chi poi ne ha approfittato.

    Osserva inoltre il professore:

    Io non sono presente né su Facebook né su Twitter eppure vedo che qualsiasi cosa scriva viene ripreso su vari siti, e non posso fare un intervento nel più remoto seminario universitario che subito vado su YouTube. Dunque complimenti a Grillo che ha capito questo principio fondamentale: la comunicazione non è più diretta ma va come una palla di biliardo, ovvero si parla a nuora perché suocera intenda (o viceversa).

    Queste parole fanno parte dell’intervista a Eco da parte di Stefano Bartezzaghi, leggibile per intero facendo clic sul collegamento ipertestuale (interessanti le considerazioni sulla volontà generale del popolo secondo Rousseau: un concetto criticato da Bertrand Russel e Karl R. Popper).

  10. Casaleggio 3
    Impariamo a conoscere Casaleggio, il guru di Grillo: o, quanto meno, proviamoci. L’aspetto esoterico e il rischio totalitario del grillismo

    Per cominciare a capire qualcosa del guru Casaleggio, suggerisco di dare un’occhiata a questo articolo dell’Unità: M5S: Tutto cominciò da un business di Casaleggio. Dico “cominciare a capire”, perché in realtà c’è molto da scavare. In particolare si tratta di portare alla luce e demistificare gli aspetti di esoterismo aziendale (significa: finalizzato al conseguimento di un fine aziendale) che permeano, attraverso Casaleggio, tutto il Movimento cinque stelle.
    Ciò premesso, l’articolo dell’Unità ci presenta alcuni punti fermi della parte emersa del fenomeno Casaleggio, degni di riflessione: i primi passi di Casaleggio si muovono in ambito aziendale, con la fondazione di una società, la Webegg, che fa capo all’Olivetti e che più tardi passerà alla Telecom; quindi, dopo la chiusura della società, Casaleggio organizzerà “convenscion” aziendali, comprendenti un pacchetto motivazionale su base mistica; infine fonda la CasaleggioAssociati, tuttora esistente, e incontra Grillo.
    L’incontro con Grillo segna una svolta nell’attività di Casaleggio: comincia il trasferimento alla politica della strategia di penetrazione aziendale basata sul meccanismo di “influenza in rete”. In pratica operano in rete figure professionali di venditori (poco importa quale sia la merce: possono essere pannolini, oppure una proposta politica), che prendono il nome di “influencer”. Il meccanismo di influenza si basa sul fatto che il 90% dei contenuti di rete è creato dal 10% dei suoi utenti: gli “influencer”, appunto.
    Ma il pericolo è quello che s’instauri una “diktuocrazia” (dal greco δίκτυον, “rete”). In questo senso l’articolo dell’Unità lascia a desiderare, perché non ha colto l’aspetto esoterico del grillismo (a monte, dell’ideologia del suo guru) e il rischio totalitario. Avremo modo di tornare sull’argomento, qui su Nusquamia.
    Dimenticavo: Casaleggio ha gestito la comunicazione in rete della defunta Italia dei valori, l’ex-partito dell’Antonio marsicano cittadino di Curno.
    A questo punto non dovreste proprio meravigliarvi se, come annunciavo in un commento precedente, sentirete alcuni rampanti aziendalisti bergamaschi parlare di “democrazia liquida” con parole flautate, volto ispirato e accenti di peloso misticismo. I furbastri hanno capito il business. Ma voi, mi raccomando, non fatevi uccellare. Se poi quelli pretendono di organizzare corsi di formazione con finanziamento regionale, ribellatevi: proprio ieri il boyscout Renzi, intervistato da Floris a Ballarò, ha messo in luce il carattere truffaldino dei corsi di formazione, per lo più inutili e – dice Renzi – utili giochini, semmai, per chi li propone.

  11. I finanziatori di Renzi

    Si veda sul Fatto quotidiano il seguente articolo: Renzi, trasparenza “scaduta”. Ancora riservata la lista dei finanziatori. Il “catenaccio” sotto il titolo così recita:

    Il sindaco di Firenze aveva garantito di pubblicare sul web l’elenco dei donatori che hanno contribuito alla campagna per le primarie. Ma la promessa finora non è stata mantenuta. Il tesoriere della Fondazione Big Bang Bianchi: “I nomi saranno online 31 marzo, ma contiamo di fare prima”

    .

  12. Cristina permalink

    Chi ci ha salvato dal default?
    La BCE ha comprato 102 miliardi di debito pubblico della MaurItaglia al 31.12.2012, 34 della Grecia, ecc….
    E cosa è servito?
    Nulla….

    http://www.xe.com/news/2013/02/21/3216897.htm?c=1&t=
    […]

    [Segue la trascrizione copia & incolla del contenuto della pagina della quale qui sopra si fornisce l’indirizzo. Teoricamente sarebbe stato sufficiente fornire l’indirizzo. In realtà, sarebbe servita a ben poco la lunga trascrizione, che ho cassato (visto che è un copia & incolla), così come serve a ben poco la pagina citata copiata & incollata nel messaggio originale, non amputato. Infatti, il contenuto di quella pagina è a sua volta una brutale trascrizione copia & incolla di una tabella, della quale già si era persa la formattazione. Risultato: i numeri sono affastellati e non ci capisce a che cosa si riferiscano. Con un minimo di pazienza, sono riuscito a individuare la fonte dalla quale la tabella è stata brutalmente copiata. La tabella non stuprata può essere letta nel sito della BCE, all’indirizzo: http://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2013/html/pr130221_1.en.html. N.d.Ar.]

    • Ho corretto il secondo rimando, quello alla tabella BCE: adesso appare la tabella, correttamente.

      Stranamente, questa tabella, con le relative intestazioni e spiega è presentata soltanto in lingua inglese. Tutto i documenti della BCE sono invece riportati nelle seguenti lingue:

      bg . cs . da . de . el . en . es . et . fi . fr . hu . it . lt . lv . mt . nl . pl . pt . ro . sk . sl . sv , cioè: bulgaro, ceco, danese, tedesco, greco ecc. (22 lingue).

      Sarà tradotta? Non sarà tradotta? Perché non verrà tradotta? È una tabella mistica? Perché viene in alcuni siti riprodotta in modo che, anche con la migliore volontà, non si capisca niente?

  13. Collega permalink

    Dagli archivi della banca dei Regolamenti Internazionali, il discorso di Jens Weidman, Governatore della Banca centrale tedesca, all’ Institute for Bank-Historical Reasearch a Francoforte il 18 Settembre 2012:
    Money Creation and responsability: money creation, Goethe, Faust and alchemy

    “All this activity degenerates into inflation, destroying the monetary system because the money rapidly loses its value”

    • Il rimando è al testo di una conferenza di Jens Weidmann, presidente della Deutsche Bundeskank.
      Proverò a leggere queste considerazioni sull’esoterismo della moneta, nella prospettiva del Faust di Goethe. Ci proverò anche se — confesso — sono poco propenso all’esoterismo e penso che chi lavora con lo sterco del diavolo (l’espressione è di Lutero) farebbe bene ad astenersi da pose letterarie: unicuique suum. Sarò costretto a replicare con l’invettiva contro l’usura di Ezra Pound.
      Dal mio punto di vista, prima della conservazione del sistema monetario, quale che esso sia, viene la conservazione dell’economia reale, dei rapporti di scambio non mistificati, della dignità e del valore dell’uomo.

      • Ho letto il documento: trovo che sia un utile spunto per una discussione sulla componente irrazionale del denaro. La quale non va disprezzata, per carità: va presa per quel che è, va accettata, come accettiamo tant cose che non ci piacciono. E, prima ancor di essere accettata, va compresa, perché l’irrazionalità del denaro non diventi mistica del denaro. Non credo di dire una cosa nuova, se affermo che il culto del potere per mezzo del denaro è fondamentalmente un culto esoterico.
        Però il discorso di Weidmann è un po’ tirato con le pinze: o, quanto meno, è affrettato. Ci ricorda che Faust fa firmare all’imperatore la carta moneta, tutti sono soddisfatti, viene creata sempre nuova carta moneta, si innesca un processo inflat(t)ivo, perché viene meno la fiducia nel valore del denaro. Dunque Goethe ci presenterebbe la creazione del denaro, dal nulla (dall’«aria»), come una sorta di trasmutazione alchemica: un po’ come quando gli alchimisti pretendevano di creare l’oro da un metallo vile.
        Ora, è vero che Goethe nutrì grande interesse per l’occultismo: ma senza mai dismettere l’abito razionale della sua educazione classica. Quella stessa che fece di lui un protoromantico, ma mai un romantico sbracato (per così dire, cioè con nessun riguardo per l’armonia delle parole e delle cose). Forse però quel che voleva dire Weidmann è meglio argomentato nel libro al quale egli fa riferimento: Money and Magic: A Critique of the Modern Economy in the Light of Goethe’s Faust.
        Scorrendo l’indice e le pagine di anteprima nel sito di Amazon, il libro si presenta degno d’interesse, bene argomentato, e ben scritto. Invece la conferenza di Weidmann ha tutta l’aria di essere l’esibizione di un uomo di apparato, che vuol passare per una persona colta. Mi ricorda un po’ Ciampi che faceva il patriottico: io non ho mai creduto che Ciampi amasse veramente l’Italia.

  14. Autonomista permalink

    Letture consigliate per un’adeguata conoscenza dei fenomeni:

    http://download.luogocomune.net/download/Libri/LoStatoFalsario-M.N.Rothbard.pdf

    https://mises.org/journals/qjae/pdf/qjae14_4_1.pdf

    [Il primo documento è l’introduzione — per la penna di Verdiglione — a un libro di Murray Rothbard, teorico del’anarco-capitalismo, esponenente della scuola economica neo-austriaca. Il libro è pubblicato da Leonardo Facco editore. Il secondo collegamento porta a un articolo del Quarterly Journal of Austrian Economics (sempre di scuola neo-austriaca. N.d.Ar.]

  15. La ricchezza di Grillo, la carriera politica di Rodotà

    Grillo, autista e cognata

    Facendo clic sull’immagine potete leggere l’anteprima dell’articolo dell’Espresso oggi (8 marzo 2013) in edicola.
    Nello stesso numero, una ferale notizia: gli ambienti radical chic vorrebbero Rodotà come presidente della Repubblica. Mamma mia! Meglio Dario Fo, allora.
    Giancarlo Pajetta si rifiutava di parlare con Rodotà, anche quando il giurista si traghettò dal Partito repubblicano a quello comunista. Ci credo bene: Pajetta, per essere comunista, e per coerenza con le proprie idee, aveva passato la gioventù in galera. Invece Rodotà, se ne fregava della coerenza e diventava comunista per carriera: si “buttava a sinistra”, come si diceva allora. Si veda Voglio un Pd a cinque stelle.

  16. Emilio permalink

    “Era accettato che i maiali, manifestamente più intelligenti di tutti gli altri animali, avrebbero dovuto decidere su tutte le questioni di politica agricola, anche se le loro decisioni dovevano essere ratificate da un voto di maggioranza.”
    Orwell, G. (1989 [1945]), La Fattoria degli Animali, S. 34.
    Franz Oppenheimer evidenziò che “ci sono fondamentalmente due modi per cui l’uomo è spinto ad ottenere i mezzi necessari per soddisfare i suoi desideri: il lavoro e la rapina. Il proprio lavoro e l’appropriazione forzata del lavoro di altri.”
    Uno stato può essere inteso come un monopolio della coercizione su un territorio: un’agenzia che si impegna a violare i diritti di proprietà ed a sfruttare –– sotto forma di espropriazione, tassazione e regolamentazione –– i proprietari privati.

    Sappiamo che i custodi dello stato pubblico vogliono espropriare risorse dalla popolazione. Questo può essere fatto più convenientemente
    ottenendo il controllo sulla produzione di denaro,
    sostituendo la moneta-merce con il denaro fiat, e
    producendo denaro attraverso l’espansione del credito.
    Il settore bancario e le banche sono quindi l’alleato naturale dello stato per il furto pianificato. In realtà, coloro all’interno dello stato ed i banchieri si metteranno d’accordo (e logicamente sarà così) per stabilire un sistema a denaro fiat.
    I banchieri si rendono conto che guadagnerebbero entrate aggiuntive se e quando fosse permesso loro di emettere nuovi saldi monetari attraverso l’espansione del credito (o ex nihilo): erogando finanziamenti al di là della quantità di denaro a loro disposizione.
    Capiscono che la riserva frazionaria è un artifizio abbastanza redditizio, quindi la banca di deposito e la banca creditizia saranno a favore di una loro fusione.
    I custodi temporanei dello stato pubblico sono molto a favore del sistema bancario a riserva frazionaria. Essendo un primo ricevitore della nuova moneta, lo stato può espropriare le risorse dai proprietari naturali.
    Dopo aver monopolizzato la legge, per lo stato sarà relativamente facile dichiarare legale la riserva frazionaria.
    Tuttavia, per il banchiere è rischioso utilizzare la riserva frazionaria. Sa che se e quando la sua contraffazione verrà scoperta, potrebbe seguirne una corsa agli sportelli e lui sarebbe buttato fuori dal mercato, o peggio.
    Per lo stato, i fallimenti bancari sono indesiderabili. Produrrebbero gravi problemi politici ed economici. Più importante, le banche inadempienti mettono in pericolo l’accesso al credito e al denaro a condizioni agevolate.
    Lo stato quindi, sostenuto in gran parte dai banchieri, istituisce una banca centrale, la quale consentirà e incoraggerà tutte le banche a gonfiare la quantità di moneta mediante uno sforzo congiunto.
    Anche con una banca centrale, tuttavia, il rischio di una corsa agli sportelli bancari non viene eliminato del tutto. E’ necessario che la banca centrale abbia il monopolio sulla produzione di denaro.
    Questo è il motivo per cui presto o tardi la moneta-merce sarà sostituita dal denaro fiat; esso godrà di privilegi legali (quali, ad esempio, il corso legale). A tal fine, lo stato renderà legale la sospensione della rimborsabilità dei certificati del denaro con il denaro vero e proprio.

    Corruzione Collettiva
    Ci si può chiedere: come riescono a farla franca stati e banchieri – estraendo risorse dai produttori in modo fraudolento tramite l’emissione inflazionistica di moneta?
    Si tratta di una mancanza di consapevolezza da parte di coloro che ci perdono nella falsificazione della moneta? Oppure i costi di una rivoluzione contro la moneta fiat sono proibitivi dal punto di vista del singolo?
    Una risposta economicamente ragionevole (vale a dire, prasseologica) a questa domanda la possiamo trovare in quella che io chiamo “corruzione collettiva.”

    Una volta che lo stato interviene negli affari (monetari) della società, gli individui svilupperanno sempre di più una disposizione per violare la proprietà delle altre persone.
    Sfruttando le misure coercitive dello stato, un individuo può trarre vantaggio aggredendo la proprietà degli altri, mentre deve sopportare solo una frazione dei danni che la sua azione rappresenta per la società.
    Ha tutto l’interesse ad agire in questo modo; altrimenti dovrebbe sopportare tutte le perdite che derivano dalla violazione della proprietà privata altrui.
    Un sistema monetario fiat, una volta messo in moto, porterà alla corruzione collettiva su scala più grande.
    Come è noto, lo stato può consentire alla popolazione (in realtà, una parte di essa) di condividere i proventi fraudolenti estratti da proprietari naturali delle cose.
    Per esempio, lo stato offrirà posti di lavoro ben pagati (in particolare per gli intellettuali). Inoltre fornirà appalti pubblici alle imprese (ad esempio, progetti di costruzione e edili).
    Con le elargizioni governative, un numero crescente di persone e aziende diventerà economicamente e socialmente dipendente dalla continuazione (o anche dall’ulteriore espansione) delle attività statali.
    È naturale che diminuirà la resistenza nei confronti di un’ulteriore espansione dello stato e del denaro fiat –– il che significa necessariamente un’ulteriore violazione dei diritti di proprietà degli individui.
    I banchieri giocano un ruolo importante nella diffusione della corruzione collettiva. Potrebbe bastare dire che un numero crescente di persone inizierà ad investire i propri risparmi di una vita in depositi bancari e obbligazioni.
    Prima o poi la gente svilupperà un grande interesse nel sostenere lo stato ed il denaro fiat –– con tutti i mezzi ritenuti necessari.

    Finirà in Iperinflazione
    La corruzione collettiva, una volta divenuta sufficientemente diffusa, porterà all’iperinflazione –– il che significa un aumento accelerante della quantità di denaro che porterà ad una erosione, o anche una distruzione totale, del potere d’acquisto della moneta fiat.
    Naturalmente, lo stato e i banchieri hanno un interesse comune nell’evitare l’iperinflazione. Preferiscono un tipo di inflazione che va avanti praticamente inosservata, una forma di inflazione che non va fuori controllo.
    Tuttavia, una volta che la corruzione collettiva si diffonde e il settore bancario e finanziario diventano molto importanti (poiché finanziano lo stato e servono come un tesoro importante per i risparmi di una vita delle persone), il pendolo è già oscillato verso l’iperinflazione.
    In base alla prasseologia sappiamo per certo che un boom della moneta fiat finirà in depressione. Sappiamo anche che gli sforzi per sfuggire alla depressione, aumentando ulteriormente la quantità di moneta fiat, rimanderanno solamente il giorno della resa dei conti e aumenteranno i costi futuri della depressione.
    La maggior parte delle persone come risponderà ad una depressione? Se e quando le persone sanno di essere tra i primi ricevitori del denaro (quando la corruzione collettiva diventa abbastanza diffusa), la risposta sembra evidente.
    La maggior parte delle persone può aspettarsi di beneficiare dalla stampante elettronica, e la preferirà al default dello stato e delle banche. In una tale sistema monetario si finirà in iperinflazione.
    Alla luce di quanto è stato detto in precedenza si può concludere:
    Se e quando lo stato a proprietà pubblica si impadronisce della moneta-merce, sarà sostituita da quella fiat.
    Il denaro fiat porta alla corruzione collettiva su vasta scala.
    Una volta che la corruzione collettiva è diventata sufficientemente diffusa, il denaro fiat sarà distrutto dall’iperinflazione.
    Da quanto detto sopra ne consegue che una volta che viene avviato un sistema monetario fiat, le banche ed i banchieri si uniscono –– alcuni di loro volontariamente e consapevolmente, altri inconsapevolmente –– ad una grande impresa criminale: lo stato.
    Essendo esseri umani con determinati interessati, i banchieri possono, e devono, essere a conoscenza del denaro e di come gestire il settore bancario. In vista di una storia monetaria piuttosto triste, tale conclusione spiegherebbe molto bene le ultime parole di Giovanni di Bicci de’ Medici ai suoi figli: “State lontani dagli occhi della gente.”

    • Potremmo concludere, con Bertold Brecht: «Che cos’è l’effrazione di una banca a fronte della fondazione della medesima?» (Opera da tre soldi, atto III, scena 3).

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