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La mordacchia e la repressione psichiatrica

6 agosto 2013

Note di politichetta curnense

gulag-113

Il Gulag 113 fu istituito dai sovietici in Estonia, nel 1939, dopo la cacciata delle truppe di occupazione germaniche. Rimase in attività fino agli anni ’50. Su questo Gulag c’è una interessante documentazione, curata da un giornalista canadese, figlio di un estone ivi deportato  (si veda Estonian holocaust). La maggior parte dei Gulag si trovava comunque nella Siberia nordorientale: in tutto il territorio dell’Unione sovietica se ne contavano poco meno di 2000, per un totale di 2.500.000 prigionieri, negli anni ’50. Tra gli ospiti dei Gulag una componente non esigua, e di tutto riguardo, era costituita dai dissidenti politici, dichiarati pazzi dagli psichiatri di regime e sottoposti a trattamento medico forzato.

I fatti sono noti. A Curno, nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale, a fine luglio, il consigliere di quel che avanza del Pdl, dott. Consolandi, ha invitato il consigliere di opposizione Gandolfi a prendere in considerazione l’opportunità di sottoporsi a cura psichiatrica. Bontà sua, non ha chiesto il ricovero coatto. Però, per dare autorevolezza “sc sc scientifica” alle sue affermazioni, non disponendo di slàid di PowerPoint pronte per la bisogna, urlava: «Basta! Ci hai rotto i coglioni!».
La dott.ssa Serra si è limitata a esprimere, con la mimica facciale, l’opportunità di proseguire il dibattito e stringere i tempi della discussione, ma non ha ritenuto che fosse il caso di  censurare le intemperanze del consigliere, con opportune parole di presa di distanza, da mettere a verbale. Poteva almeno dire «È gravissimo!», come pare che le piaccia dire, quando si faccia un’affermazione che il bon ton similprogressista non sopporterebbe, non ha detto nemmeno questo.

Comunque, se il medico (dentista et al., ma non alienista) Consolandi pensava di dire qualcosa di originale, invocando che si prendesse in considerazione l’equilibrio mentale del Gandolfi che osava fare opposizione in Consiglio (l’unica opposizione al regime di ammucchiata istituzionale, teorizzato e praticato dalla Serra), si sbaglia.
C’è stato, infatti, un tempo in cui il gatto padano doc scriveva a Nusquamia tutti i giorni e tutti i giorni noi cestinavamo le sue missive stizzose. Lui voleva far vedere, miagolando sinistramente, che contava qualcosa. Invece non conta niente, neanche come megafono dell’ammucchiata istituzionale, per via dell’esuberanza del suo ego e dei suoi oggettivi limiti culturali: in pratica, nell’offrire i suoi servigi, reca danno a chi è servito. Ebbene, un ritornello del gatto padano doc era che Gandolfi e Aristide avrebbero dovuto essere messi a tacere con provvedimento di TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) emanato dalla dott.ssa Serra. Fra i tanti messaggi ricevuti in questo senso, avevo però pubblicato uno stralcio di una di quelle sue lettere maligne, che qui di seguito ripropongo (si veda Il gatto padano, dopo aver auspicato che la dott.ssa Serra ci assestasse «sganassoni femministi», invoca per i dissidenti la mordacchia psichiatrica. Scrivevamo, dunque:


Un passaggio decisivo del culto del gatto padano per un ruolo di sadica dominanza della dott.ssa Serra fu quel suo auspicio di sganassoni femministi, del quale abbiamo già informato i lettori di Nusquamia: si veda il commento Sganassoni femministi.
Adesso il gatto padano ha pensato a una dissuasione forzosa della dissidenza (ai fini del conseguimento della “condivisione totale”) ancora più drastico. Leggete che cosa ci scrive, a tambur battente, subito dopo la pubblicazione della nota precedente:

Curatevi che ne avete bisogno sennò la Serra vi ordina un tso [= Trattamento sanitario obbligatorio, per soggetti psichicamente squilibrati, che a norma di cacata carta richiede, appunto, l’autorizzazione del sindaco: N.d.Ar.] a Castiglione delle S. [S. = Stiviere. N.d.Ar.]


 

Bella roba. Riepiloghiamo:

a) La dott.ssa Serra, quando si trova a mal partito, impone la mordacchia. L’ha fatto due volte: quando il Gandolfi produceva le prove dei comportamenti antistituzionali del Pedretti (le rivelazioni di Gandolfi recavano danno alle trattative in corso per la sigla del patto serrapedrettista che qualche mese dopo avrebbe rovesciato l’amministrazione Gandolfi); quando si inibì la presentazione del Pgt in Consiglio, due giorni prima dell’eversione dell’amministrazione (come prova generale dell’unità d’azione dei congiurati).

b) Il gatto padano chiede abitualmente  il TSO per i dissidenti.

c) Il Consolandi invita il Gandolfi a fare una visita psichiatrica, in quanto oppositore.

Ma come sono carini, come sono educati! Ma che bel trio!

Beh, il gatto padano (che nello squallido panorama politico curnense è il più intelligente: figuriamoci gli altri) è scomparso: in esilio, come il Pedretti.

Il dott. Consolandi è un politico “di risulta”: fu ricuperato negli scantinati della politichetta curnense per formare una squadra Pdl alternativa a quella della quinta colonna. Fu messo a comandare, lì per lì, una zattera costruita con i rottami della nave del Pdl, che il capitano Schettino aveva fatto incagliare sulle scogliere di Nusquamia. Lui e la sua zattera sono destinati a essere inghiottiti dai flutti della prima procella politica, Consolandi lo sa benissimo. O dovrebbe saperlo.

Quanto alla dott.ssa Serra, il partito migliore da prendere, per lei, sarebbe registrare il fallimento del suo progetto. Curno non è bella da vivere, anzi ci sarebbe da vergognarsi, considerato che i similprogressisti al governo sono impedrettati. Un ritorno della Serra sulla tolda di comando nel Pd bergamasco (come pare pensasse da principio, forse passando il timone alla dott.ssa Luisa Gamba, per quota rosa) è altamente improbabile: avrebbe dovuto fare qualcosa di buono a Curno, e non è questo il caso. Oppure avrebbe dovuto dimostrare che lei è un grande condottiero, a prescindere, ma noi resistenti stiamo dimostrando che è vero tutto il contrario.
D’altra parte, una nuova trasmutazione della compagnia di giro similprogressista, con la benedizione delle famiglie, e con il sigillo degli attori del territorio, con salto triplo carpiato, loro che furono di Insieme per cambiare Curno, che poi cambiarono casacca e divennenro Vivere Curno, e che adesso potrebbero diventare Infinocchiamo Curno, sarebbe accolta in modo facilmente prevedibile, ci sarebbe una sollevazione popolare. Uscire di scena in maniera dignitosa, con una scusa qualsiasi, ecco la soluzione migliore per lei.
O vuol fare la fine dell’amico (suo) Pedretti, politico territoriale rottamato, ancorché senza certificato di rottamazione, per intrinseco prendinculismo bobomaronita?

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34 commenti
  1. Lucio permalink

    Su questo diario si afferma che per poter redigere un bollettino occorrono danari.
    Il nostro sindaco Gandolfi all’epoca della sua ri-candidatura, ebbe la fortuna di avere finanziatori, anche amici, che elargirono denaro atto alla bisogna; come giusto che fosse. La campagna è finita e di quei fantastici finanziatori non si vede neppure all’orizzonte la capa?
    [Lei sembra saperne più di me. So solo che, quando i giornalisti culilingui attaccavano Gandolfi, rendendo un bel servizietto a Pedretti e similprogressisti in via d’impedrettamento progressivo, uscirono due numeri dello ‘Schiaccianoccioline’: ebbene, io lavorai gratis e Gandolfi cacciò il vile metallo dalla sua scarsella per le spese di stampa. Durante la campagna elettorale, Locatelli assoldò l’ambiziosetto finian-futurista, il quale ci teneva a dire che le sue prestazioni, per il sito della quinta colonna impedrettata che presentava Corti sindaco e per il fantomatico e stitico Laboratorio delle idee (stitico, perché non cacò alcuna idea) erano di tipo professionale. Così mi disse nel corso di una telefonata nella quale manifestava forte risentimento e una vaga intenzione di denunzia, perché gli pareva di essere da me sputtanato nei confronti di Fini, rammentandogli che lui serviva due padroni, il Fini e il Pedretti. L’ambiziosetto non voleva che si mettesse in luce la contraddizione (nutriva, allora, ambizioni di carriera futurista), perciò insisteva sul carattere professionale.
    Soldi a Gandolfi per la campagna elettorale? Forse l’assegno di un amico che coprì qualche volantino (ricordo che alla zarina, ai bei tempi del suo fulgore determinato, piaceva chiamarli “flyer”, è più sc-sc scientifico), ma era poca roba. Io continuai a lavorare gratis, Gandolfi continuò ad autofinanziarsi. Non avevamo i culilingui che ci levassero le castagne dal fuoco: tutto il contrario, loro ci ammonivano, c’infliggevano “spilli”.
    N.d.Ar.]

    Peccato, perché sarebbe stata opera pia informare la popolazione delle “verità interpretative” dell’attuale amministrazione.
    Se i finanziatori non si trovano, credo di imputare la colpa a tre ipotetiche variabili:-
    a) non ci sono più soldi, gli imprenditori devono arrampicarsi sugli specchi per fare rientrare dai costi l’IMU che l’amministrazione ha doverosamente scaricato sulle spalle del consumatore.
    b) gli imprenditori hanno paura che si sappia che sono simpatizzanti di Gandolfi.
    c) non vogliono dare un centesimo in quanto Gandolfi non avendo più le redini del comando il servo prende coraggio e si ribella.

    Cambiando discorso.
    Ottimo è stato Gandolfi nella sua esposizione in opposizione verso il distorto potere di convenienza, meno bravi sono stati altri consiglieri di minoranza. Merita comunque il podio d’onore Corti che votando contro ha mantenuto fede a un preciso fondamento di democrazia che è:- se poco chiaro voto contro.
    [Una parte di merito è anche nostra, credo, perché l’abbiamo attaccato, abbiamo scritto che Consolandi e Corti venivano meno al loro dovere di un’analisi critica delle mosse degli aziendalsimilprogressisti. Se ho capito bene, Fausto Corti è demoralizzato, mentre Giovanni Locatelli intende rientrare nel giro della politica curnense. Ma il Pdl è morituro, ed è difficile che Gandolfi gli possa dare una mano: non vedo perché Gandolfi gli debba cedere una quota di prestigio personale e, semmai, offuscarlo, stringendo un patto d’azione con Locatelli, il cui alleato naturale rimane quello di sempre, il Pedretti rottamato. Comunque, tra vedere e non vedere, Locatelli avrà spinto Corti a essere più incisivo, meno impapocchiato che nelle precedenti riunioni di Consiglio. Il Corti ha letto una relazione infiocchettata, dove gli argomenti erano anche giusti, in parte coincidenti con quelli che siamo andati snocciolando qui su Nusquamia, ma con un’elocuzione verbosa, una cattiva imitazione di Aristide (che non è certo barocco), un po’ come quando il finian-futurista si arrabattava a giocare il ruolo di anti-Aristide per conto di Locatelli, con risultati risibili. Ho perfino pensato che nella relazione di Claudio Corti ci fosse lo zampino dell’ambiziosetto finian-futurista che, dopo la salutare trombatura di Fini, potrebbe aver ridimensionato le proprie ambizioni: non più su scala nazionale, ma orobica, o anche rionale. N.d.Ar.]

    Pessimo e squalificato (sotto l’aspetto morale) il Consolandi che ha dato prova di estremo appecoronamento al potere. Non s’è neppure posto il problema di argomentare la sua decisione e tant’è che da un suo giudizio contrario al bilancio, mi sarei aspettato voto contrario. Invece cosa mi combina? Si astiene.
    Detto ciò per rimarcare un fatto inaudito, il fatto che Consolandi consigli a Gandolfi una visita psichiatrica la dice lunga sul proprio stato di salute, prima dice di essere contrario e poi anziché votare contro si astiene.
    Secondo voi, chi tra Consolandi e Gandolfi abbisogna di visita specialistica?
    Ho avuto modo di partecipare al consiglio comunale come osservatore esterno (non essendo di Curno) eravamo in pochissimi tra il pubblico a differenza di quando l’amministrazione deve suonare il piffero magico, in quelle occasioni e in quelle soltanto chiamano anche rinforzi di intellettuali grugnosi.
    Scenette divertenti tra il pubblico quando un buffone tinto di rosso apostrofava un collega aggettivandolo, come maroni qualcun altro che se ne stava tranquillo nel suo angoletto, chiesi informazioni su chi fosse il rosso e capii che non meritava il mio interesse se non per la spettacolarizzazione del vermiglio.

  2. A.d.G. permalink

    Buongiorno Aristide,
    questa mia non vuole essere un commento al Suo articolo ma uno spunto ad approfondire e articolare (se, quando e come meglio crede, ovviamente) una questione importante che riguarda i Comuni e le loro amministrazioni, forse la primaria per la Politica con la maiuscola.
    Lo spunto mi arriva dalla lettura di un articolo apparso alcuni giorni fa su L’Eco di Bergamo, (venerdì 2 o sabato 3, in prima pagina, a firma Giorgio Gandola: i sindaci e la beffa a statuto speciale) dove viene analizzata e evidenziata la questione delle differenze e delle deroghe al patto di stabilità tra Comuni del nord italia e quelli del sud, specialmente nelle Regioni a statuto speciale.
    Molto ad effetto la frase iniziale sul pollo che gioca a poker.
    Non sarebbe male riuscire a scoprire se i sindaci “cugini” di Curno e Mozzo hanno partecipato, oppure no, alla protesta davanti alla Prefettura di pochi giorni fa. Sarebbe una interessante informazione da divulgare (“condividere”?) al resto della cittadinanza, il loro impegno, oppure disimpegno, per una vera protesta contro un sistema di regole che penalizza il buon governo e premia l’irresponsabilità.
    Mi piacerebbe vedere provocata una discussione nei Consigli Comunali su questi argomenti, mi sembrano un inizio di una battaglia politica importante che spariglierebbe entrambe le compagini amministrative; ovviamente utilizzando come leva il benessere dei propri cittadini a scapito “dello Stato e della legalità”.
    Mi preme molto che, dopo una martellante ed efficace campagna operata da Lei in queste pagine, venga il momento di “picchiare” anche su temi puramente politici che possano essere “spesi” anche verso la “sciura Rosina”, su argomenti che gli attuali amministratori evitano accuratamente di toccare; informalmente dichiarano come “impossibili da cambiare o da contrastare”, riferendosi alle regole restrittive.
    Nessuna legge o regola è per sempre, tutto è modificabile e adattabile al periodo storico, basta ci sia la volontà o la costrizione. Sarebbe curioso vedere la reazione della Sindachessa “che ha fatto orgogliosamente il ’68”, parole ascoltate personalmente!
    A presto,
    A.d.G.
    gftslombardy@gmail.com

    • Il patto di stabilità? Certo che è un argomento da affrontare. Ed è anche vero che certi provvedimenti “equi” sono invece iniqui, come l'”equo canone”, che era iniquo, perché “equamente” metteva tutti sullo steso piano: chi aveva bisogno di una tutela e chi non ne aveva bisogno. Tant’è che con i soldi risparmiati con l’equo canone (in realtà iniquo) c’era chi si pagava la casa al mare. In soldoni, è sbagliato mettere tutti sullo stesso piano, Comuni virtuosi e Comuni spendaccioni.
      Sono però contrario alle manifestazioni generiche di sindaci fasciati e tricolorati che vogliono più soldi, “a prescindere”. Non mi commuovono, quando dicono di essere costretti a tagliare sulle spese sociali; per commuovermi, dovrei fidarmi delle loro parole, ma l’esperienza mi dice che fidandomi sarei uno sciocco. Perché, se vado a vedere come hanno speso i soldi negli anni precedenti, potrei essere d’accordo sulla necessità di rivedere il patto di stabilità ecc., ma soprattutto mi viene in mente che quel sindaco fasciato e tricolorato che protesta davanti alla Prefettura di Milano dovrebbe essere sbalzato dal suo scranno. Un conto è chiedere giustizia, anche con un corrispettivo in denaro, altro è chiedere più soldi, per continuare a fare le proprie “cosine”. Le quali talora sono soltanto “porcatine”, come la festa dello gnocco fritto, altre volte sono grandi porcate, come il Bibliomostro.
      Perché, invece di chiedere più soldi, i sindaci non chiedono una maggiore flessibilità nella gestione dei propri impiegati? Perché non impiegare gl’impiegati (appunto), per i servizi sociali, per esempio? Non capisco perché si dia per scontato che si possa modificare la legge che regola il patto di stabilità (che ha addentellati europei) e invece sia tabù chiedere una revisione della rigidità del sistema che fa affluire i soldi a impiegati spesso (anche se non sempre) poco produttivi.
      Poiché, parlando in generale, il pubblico impiego inghiotte una quantità enorme di denaro, senza che questo si trasformi in lavoro utile, considerato che le difficoltà in cui versano gl’italiani senza tutele sindacali (ma che, con effetto meno devastante, si ripercuotono sugli stessi impiegati garantiti) sono dovute precisamente alle rigidità del mercato del lavoro, perché questa cocciutaggine, perché insistere a occultare un problema che è immenso ed esplosivo? Vogliamo fare come nella ex Yugoslavia, dove si negò dignità al diverso sentire nazionale e religioso, ma poi dopo la caduta di Tito si scannarono? Ci rendiamo conto, o no, che siamo sull’orlo di una guerra di classe, garantiti contro non garantiti? Dunque, facciamoli lavorare, questi garantiti, se non lavorano. O se anche lavorano, ma fanno lavori inutili, sforbiciamo impietosamente la burocrazia, e mandiamoli a fare lavori utili. Come vede, non propongo licenziamenti, ma un impegno per il lavoro utile.
      La rag. Raimunda Rizzo, affrontando il tema delle difficoltà di bilancio mise in Consiglio le mani avanti: gl’impiegati non si toccano. Beata ingenuità! Io dico invece che, quando c’è crisi, si toccano, oppure vengono toccati. E se “vengono toccati”, può anche andare a finire male. In Grecia avevano una televisione di Stato pletorica come quella italiana. Li hanno mandati a casa, e hanno creato un nuovo ente televisivo, più snello. Così fecero in Cina, anni fa, quando rinnovarono il sistema universitario: in parecchie Università intasate da vecchie cariatidi, tutti i professori furono mandati a casa, quindi si procedette all’assunzione di nuovi professori. I vecchi potevano ripresentarsi, ma dovevano superare un esame, come tutti. I meriti maoisti sono stati azzerati.
      E adesso, se vogliamo, ragioniamo.

  3. Lucio permalink

    Chiedo venia, non intendevo dire che Gandolfi prendesse danari personalmente e poi non era e non è da lui questo comportamento.
    Scrissi per descrivere lo stato di prostrazione che a volte alcuni magnanimi finanziatori elargirono modiche cifre in favore della campagna elettorale dell’allora lista Gandolfi, in totale legalità, e che ora purtroppo tace per quanto riguarda la modalità di comunicazione persuasiva che in quel tempo offriva ottimi spunti di ragionamento permettendo al seme di germinare nel dubbio nelle menti più sensibili con attacchi fulminei di volantinaggio volontario. Ricordo di avere incontrato spesso alcuni candidati della sua lista (Gandolfi) che a spron battente imbucavano le missive quasi quotidianamente e lo facevano senza baldanza con umiltà e gentilezza. Intendevo semplicemente questo, non ho mai osato pensare che Gandolfi si fosse beneficiato di proventi personalmente, tutt’altro, so per certo che ha utilizzato danari propri e in diverse occasioni per giunta. Mi dolgo che ciò, per il momento economico sfavorevole non sia possibile e proprio per mancanza di fondi e che per questo l’amministrazione attuale si fa vanto di aver tutte le carte in regola dal momento che l’opposizione non riesce a controbattere con volantini autografi.
    Mi dispiace che il mio scritto si sia prestato a interpretazione fallace.

    Cordialmente.
    Lucio

    • Proprio così: «l’amministrazione attuale si fa vanto di aver tutte le carte in regola dal momento che l’opposizione non riesce a controbattere con volantini autografi». Possiamo ragionare su Nusquamia, o in assemblea (ma le assemblee, un tempo gabbate per “cittadine”, sono sempre più rade, la baldanza assembleare gli si ammosciata, a lorsignori) o Gandolfi può replicare in Consiglio, davanti a pochissimi cittadini (non amano essere visti, e ascoltati, impegnati in un contraddittorio: preferiscono “condividere” nelle commissioni di nani e ballerine).
      Noi si fa quel che si può, mentre, per tema che quel che diciamo sommessamente possa trovare eco, lorsignori dicono che siamo pazzi, che dovremmo essere presi a sganassoni, addirittura subire un Tso (= trattamento sanitario obbligatorio). Forse sognano che qualche culilinguo, al ritorno dalle vacanze, c’infligga su un giornale dei soliti un altro “spillo”, ci dica di smetterla, perché il nostro atteggiamento sarebbe — dicono — disfattista, laddove oggi come non mai si avrebbe bisogno di “condivisione”! (Che Iddio stramaledica questa repressiva condivisione serrana!)
      Perciò in un commento precedente auspicavo che si facesse avanti un mecenate che ci facilitasse nel comunicare ai cittadini le nostre analisi. Non voglio scomodare un’espressione come la “cultura del dono”, quella che la dott.ssa Serra ha affermato in Consiglio di non avere, e le crediamo sulla parola (è un’espressione, fra l’altro, che mi garba poco, dico la verità: sento odore di parrocchietta cattocomunista). Ma è evidente che un mecenate, se mai esisterà, sarà consapevole che non potrà chiederci contropartita aziendale, o palazzinara, o partitica, che non potrà affiliarci a questa o quella setta, o gruppo d’interesse. Se mai esisterà, avrà fiducia nella nostra intelligenza, cultura e onestà, anche nel nostro stile. In ogni caso, noi non molliamo: continueremo a incontrarci, discutere, scrivere, continueremo come tafàni a tormentare gl’impedrettati, demistificheremo i luoghi comuni, accenderemo i riflettori nei recessi dove lorsignori (i partiti marcidi, le famiglie alla ricerca d’incarichi di rappresentanza, gli attori del territorio) pensano di tramare indisturbati. Combatteremo la nostra battaglia contro l’idiozia, che non conosce mezze misure. Se avremo i soldi, stamperemo qualcosa, e volantineremo. Se non li avremo, non stamperemo, e non volantineremo. Ma non per questo faremo qualcos’altro, tanto per fare: che so io, a metà, come le demi-vierges.

      • Clergyman permalink

        Guardi, Aristide, che il sor Lucio sta dicendo che non basta. Sta dicendo che occorre inventarci in questi tempi di guerra altri metodi per rigenerare nelle menti non solo dei curnesi quei dubbi che – lui afferma – si era riusciti a generare durante la campagna elettorale. Dubbi enormi e di alto spessore allora, ancor più, e anche tragici, oggi, dubbi dei quali qui si tratta con grande competenza soprattutto grazie alle Sue capacità.

        [Altri metodi? Sentiamoli: purché io conservi la libertà di usare i miei, ai quali sono affezionato, e che so usare abbastanza bene. In generale, la cosa migliore è che ognuno usi bene i metodi che sa usare. Chi ha un buon metodo per insegnare il latino, per esempio, lo usi, ma non lo imponga a me, che ho come metodo quello di non usare alcun metodo, nel senso che il metodo, cioè la via da seguire, preferisco scoprirla caso per caso. È il metodo libertario, un non-metodo. Dunque, non ‘aut… aut…’, ma ‘et… et…’, senza obbligo, ovviamente, di condivisione, e nel rispetto delle scelte di vita, dei principi morali, delle predilezioni naturali e culturali di ciascuno ecc. Dico la verità: se uno mi parla di “metodo”, io temo sempre che quel metodo sia una gabbia, come una nassa senza via d’uscita, me ne sto alla larga. N.d.Ar.]

  4. Doctor Gandalf ad Parnassum permalink

    Cinque prime f.

    Vedi:

    • Omaggio alla prima F dall’isola di Nusquamia

      (Ricordo che il vessillo dell’isola di Nusquamia pesenta al centro tre F intrecciate in color “laque de Chine” — come diceva una mia amica raffinata e un po’ rompiballe — su fondo nero, circoscritto da un’ellisse con asse principale verticale.)

      Rispondo con le immagini tratte dal film Senza via di scampo (1987), che ho visto piacevolmente in una calda notte d’estate, ieri sera. D’accordo, non è un film di Hitchcock, non è di Truffaut, il regista non è Kubrick, non Bertolucci, non Scola, non Kieślowski, nemmeno Sautet ecc., ma lei che fa la parte di una mantenuta del segretario della Difesa americano, insidiata da un agente russo infiltrato nel Pentagono (l’insidia riesce, e i due si amano per davvero) mi è parsa molto, ma molto degna.
      La canzone che copre l’audio originale è la colonna sonora del film, cantata da Paul Anka: vi ricordate? quello che cantava Diana, che narra dell’amore di un impubere per la sua baby sitter:

      I’m so young and you’re so old
      This, my darling, I’ve been told.
      I don’t care just what they say
      ‘Cause forever I will pray:
      You and I will be as free
      As the birds up in the trees.
      Oh, please stay by me, Diana.

      Ma nell’Italia di quegli anni (sono gli anni ’60), ancora cattolica, non c’è traccia di questo trasporto:

      Oh Diana solo tu
      mi conquisti sempre più.
      Non c’è al mondo credi a me,
      chi mi piace più di te.
      La ragazza del mio cuor…

      Una cacata di traduzione.

  5. Matteo Renzi cita Ligabue: «Ora tocca a noi»

    Matteo Renzi accantona le slàid di PowerPoint che la multinazionale McKinsey gli ha preparato (delle quali ci siamo occupati su Nusquamia, fornendo altresì il nesso per la loro consultazione) e, passando per Ligabue, torna allo slogan fascista “Largo ai giovani”.

    Dice il buon Renzi: «Ventitré anni fa un giovane sconosciuto cantautore, Luciano Ligabue, inventò l’inno della mia generazione, una canzone molto bella, ma anche triste, che diceva: “non è tempo per noi e forse non lo sarà mai”». Dài, Renzi, contala giusta! Se fossi stato più ardito, tu non della canzone di Ligabue avresti fatto parola, ma di Giovinezza, le cui note risuonano nell’introduzione del filmato fascistissimo che vediamo qui sopra.
    Renzi è patetico, non ne possiamo più delle sue querule e reiterate rivendicazioni generazionali: sono peggio delle slàid di PowerPoint. Renzi ci ricorda quel ragazzotto di paese, di Curno, quello denunciato e umiliato dal Pedretti, che invecchia continuando a ripetere la solita solfa, anche lui, “Largo ai giovani”: spera così di essere candidato nelle liste similprogressiste, e fare il mestiere della politica, che è sempre meglio che lavorare. Ma — lo dico a Renzi e al ragagazzotto di paese — siete sicuri che l’intelligenza, la cultura, l’onestà, l’ansia di giustizia non contino niente? E che invece contino qualcosa l’egoismo, l’ambizione, l’essere giovani? E poi, scusatemi, non è che state truccando i dati sulla carta d’identità? Mica siete tanto giovani, voi. [*]
    Questi argomenti generazionali sono spregevoli e con disprezzo dedichiamo a Renzi questa canzoncina, Noi siamo i giovani, cantata da Catherine Spaak, che se se non altro — a differenza di Renzi, che somiglia a Pupo — è piacevolissima, al tempo in cui ebbe una parte nel film Il sorpasso, le cui immagini vediamo scorrere nel filmato sottostante. La canzone è schifosa, quel ritornello “Noi siamo i giovani, i giovani, i giovani” io proprio non lo sopportavo, quand’ero ragazzo. Non mi piaceva essere preso per il culo, neanche allora. Ma Catherine Spaak era un sogno, molto più che una bella ragazza, era il sogno di un mondo nuovo, di una libertà sconfinata che si sarebbe rivelata inafferrabile (anche perniciosa, per la stessa Spaak, che cadde in depressione).

    .
    .

    —————————————-
    [*] Catherine Spaak ci fa sapere che si è giovani quando si hanno «vent’anni o poco più»:

    Insomma, siate seri, se ci riuscite!

    • Giovinezza, l’inno che Renzi vorrebbe far suo

      Questa è la canzone Giovinezza, cantata da Beniamino Gigli, nella versione già fascistizzata. Ma la canzone esiste prima del fascismo, che se ne appropriò, come Max Conti e Pedrito el memorioso, la memoria storica” — dice lui — della sinistra di Curno (cioè, dico io, la memoria del tradimento della classe operaia) hanno preteso di appropriarsi delle parole di papa Francesco (non ce ne dimenticheremo, potete starne certi).
      Giovinezza fu, inizialmente, un inno goliardico degli studenti universitari torinesi, composto nel 1909, prima dunque del fascismo. Non s’intitolava nemmeno Giovinezza, ma Commiato. Le parole della canzone subirono una prima trasformazione quando divennero l’inno degli arditi della prima guerra mondiale. Furono ancora rimaneggiate da Salvator Gotta (qualcuno di noi ricorderà di aver letto da bambino il libro patriottico e strappalacrime Il piccolo alpino — io l’ebbi in regalo da mia nonna — altri ricorderanno la sua rubrica di domande e risposte su Topolino: fu autore prolifico di libri, fino agli anni ’70), quindi furono “fascistizzate”, pur mantenendo l’impianto nazionalistico di Salvator Gotta, quando Giovinezza divenne «Inno Trionfale del Partito Nazionale Fascista».

  6. Elogio della fichitudine: La voglia matta, di Luciano Salce, con Catherine Spaak

    L’anno scorso — quasi esattamente un anno fa, era il 10 agosto — pubblicammo un articolo dal titolo Un tema per le vacanze: sull’eterno femminino e sulla “fichitudine” intesa come idea platonica. In questo articolo presentammo un film interpretato da Catherine Spaal, La noia (è ancora possibile vederlo, sono parecchi i visitatori di Nusquamia che continuano ad approdare all’isola per vederlo). Ci rammaricavamo tuttavia di non poter presentare La voglia matta, il film di Luciano Slace, dove Catehrine Spaak raggiunge, a nostro parere, l’acme della fichitudine. Scrivevamo allora:

    I film migliori di Catherine Spaak sono tutti di questo filone: quello della ragazza per cui l’amore è una possibilità, priva però della prospettiva di una sua espansione. L’amore dei migliori film di Catherine Spaak è fondamentalmente inafferrabile, mutevole, fuggitivo. Se qualcuno pretende di afferrarlo, lei scoppia in un risolino disarmante, come vediamo in quell’altro capolavoro, ‘La voglia matta’ (1962), per la regia di Luciano Salce, dove colui che ha goduto delle grazie della Spaak, ma non capisce niente e perciò s’illude, è un Ugo Tognazzi nella parte di un patetico ingegnere di mezza età.
    Era splendida Catherine Spaak a quel tempo: di gran classe, nipote dell’uomo politico Paul-Henri Spaak, uno dei padri fondatori dell’Unione europea, veniva per questo designata con affetto “la reginetta del Mercato comune”. Era un tipo androgino: fu lei, in pratica, ad affermare in Italia un tipo di bellezza femminile svincolato dalla promessa di una maternità senza problemi (garantita da fianchi larghi e seno prosperoso, com’era ancora di moda). Anticipò la rivoluzione della pillola, per cui l’amore (o il sesso, direbbe qualcuno) non ha come sbocco abbastanza probabile la maternità, inoltre svincolato dal matrimonio (la maternità e il matrimonio sono due cose diverse). Soprattutto, il tipo impersonato da Catherine Spaak completò la rivoluzione del sentimento amoroso avviata, secondo Ugo Foscolo, da Petrarca.

    Abbiamo controllato sul canale di You tube: ebbene il film, il capolavoro — direi – di Luciano Salce è finalmente in rete, da appena due settimane. Consiglio ai lettori di Nusquamia di andarlo a vedere, prima che scompaia. Se non avete tempo, nell’immediato, di vedere tutto il film, non perdetevi la sequenza al min. 1 : 05, sull’onda della musica di Sassi, la canzone di Gino Paoli, o quella che s’inizia al min. 1 : 36, girata sul lido di Sabaudia con effetto notte (cioè girata di giorno, ma chiudendo il diaframma dell’ottica di ripresa delle immagini). È una scena, a mio parere commovente (però, per capire perché, dovete vedere tutto il film), sull’onda di una canzonetta samba, composta da un tale Jorge Veiga. Il ritornello recita «Brigitte Bardot Bardot / Brigitte beijou beijou». Sono vissuto un numero straordinario di anni domandandomi che cosa significasse, ma senza mai osare domandare, forse per paura di spezzare l’incanto. Finché ho appreso che, traducendo dal portoghese, significa «Brigitte Bardot Bardot / Brigitte baciò baciò». La versione originale e completa può essere ascoltata qui. Poiché quest’ultima scena è alquanto scura, consiglio di passare alla visualizzazione su You tube, scegliendo quindi l’opzione di visione in formato grande.

    • Ripensando a quella samba dedicata a Brigitte Bardot, che riesco ad apprezzare solo in associazione alla sequenza della Voglia matta ricordata qui sopra, non ho potuto fare a meno di pensare a Orfeu Negro. Qualcuno di voi ha mai visto questo film? Lo vidi che ero un adolescente, e mi sembra che la mia vita sia più stata quella di prima, dopo aver visto quel film. Ho anche commesso molte fesserie, in un’ottica aziendalista, dopo aver visto quel film e letto qualche libro. Ma non me ne pento. Almeno non morirò idiota. Ecco una delle musiche dell’Orfeo negro. Avete mai sentito qualcosa di più struggente?

  7. (Copio e incollo questo testo dalla pagina precedente di Nusquamia, dove figura come risposta a un altro commento, a precisazione della linea editoriale “onestamente faziosa” di Nusquamia. Per l’argomento trattato, questa pare essere la sua più congrua collocazione: nella pagina precedente risultava come “soffocato”.)

    L’aziendalismo della dott.ssa Serra e il metodo Stanislavskij dell’arch. Conti

    Lo «psichiatra di corte» (o di regime) in realtà è un medico, ma non uno psichiatra. È andato in escandescenze, nel corso dell’ultima riunione del Consiglio comunale curnense — il 29 luglio — prendendo a pretesto la lunghezza degl’interventi del Gandolfi. Lui, il medico, teoricamente sarebbe all’opposizione: l’amministrazione serrana, infatti, è formata da esponenti del gruppo Vivere Curno, nato dalla trasformazione del gruppo consiliare precedente, Insieme per cambiare Curno, con egemonia teoricamente del Pd. In realtà Vivere Curno, non meno del precedente ensemble, attraverso un sistema di scatole cinesi, è egemonizzato dal sistema delle “famiglie” di Curno, che da sempre rappresentano nel borgo interessi più grandi di loro.
    Rispetto a Insieme per cambiare Curno, la nuova cosiddetta lista civica Vivere Curno ha ritenuto opportuno darsi una verniciata di modernità, assumendo toni e burbanzosità aziendalistica: ha cooptato fra i suoi la dott.ssa Luisa Gamba, che ha introdotto la mistica “sc-sc scientifica” delle slàid di PowerPoint, ha sbandierato le lauree dei suoi componenti ecc. (Però poi, per dirla tutta, l’unica persona che dimostra di essere abile, se non altro sul piano della recita aziendalistica, è la dott.ssa Serra. La qualità degli altri assessori e consiglieri non mi sembra eccelsa. Un discorso a aprte merita l’arch. Vito Conti: cfr. infra.) Il segretario della sezione locale del Pd, Max conti, della famiglia dei Conti, è un aziendalista professionista e con autorevolezza aziendalistica ha benedetto la coalizione. Avviene talvolta che le famiglie si facciano la guerra, altre volte sono soltanto scaramucce. Adesso, in tempo di vacche magre, hanno stretto un patto: le famiglie contro tutti, perché non avvenga che il sistema delle famiglie sia cancellato, per sempre, quando i cittadini si accorgano che Gandolfi è l’amico del popolo. Perché non avvenga, cioè, che a Curno si faccia politica, invece di politichetta. Questo è dunque il momento della “condivisione”, teorizzata e praticata dalla dott.ssa Serra. Cioè, vige a Curno un regime di ammucchiata istituzionale.
    L’improvvisato psichiatra in realtà è un politico di risulta, ex Pci, ripescato in mancanza di meglio, e messo a capo di un frammento di coalizione targata Pdl, dopo che la nave del Pdl, improvvidamente comandata dal cap. Schettino, andò a incagliarsi sulle scogliere di Nusquamia. Il dott. Consolandi ne è perfettamente consapevole: quanto meno, si spera che ne sia consapevole. Quando si è presentato candidato sindaco, aveva promesso opposizione al regime che la Serra avrebbe instaurato a Curno, ma adesso in Consiglio si ammucchia. Per mostrare che lui, però, invece, nonostante le apparenze, ha uno spessore politico, ha preferito inveire contro Gandolfi, aggiungendo alla richiesta di una visita psichiatrica (alla quale Gandolfi avrebbe dovuto presentarsi spontaneamente: dunque è già un passo avanti rispetto all’auspicio di un Tso, com’era nei voti del gatto padano, scudiero della dott.ssa Serra, mai smentito) l’invettiva: «Ci hai rotto i coglioni!».
    Comunque — non è la prima volta che lo affermo — dovremmo evitare di sopravvalutare il ruolo della dott.ssa Serra. Certo, a lei piace mostrarsi determinata, si compiace di brandire la mordacchia, ci fulmina con i sorrisetti asseverativi, suoi sono certi temi d’impronta femminista e punitivi nei confronti dei normoscopanti, in salsa di “società civile”, che avrebbero dovuto caratterizzare il suo mandato e che per colpa, o per merito, di Nusquamia, si vede costretta a contenere, sentendosi sotto tiro: delle bibliomamme non si sente più parlare, per esempio; è stato invece gettato un ponte istituzionale con il mondo Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender). Vero, ma forse, più che altro, perché resistere alle pressioni della lobby gaia è davvero impossibile. Tuttavia — questo è il punto — la dott.ssa Serra sta soltanto recitando una parte in commedia — direi, abbastanza bene, non c’è che dire — su un canovaccio che non ha preparato lei. Ho l’impressione che quel canovaccio sia stato pensato a Bergamo e che semmai nella sua tessitura abbia avuto una parte di qualche rilievo l’arch. Vito «Stanislavskij» Conti (così chiamato, «Stanislavskij», per via della recitazione teatrale dei suoi interventi in Aula consiliare). L’arch. Conti è il più furbo di tutti, sia come tessitore della trama della politichetta curnense, sia perché ha mandato avanti gli altri a sputtanarsi e intortarsi con le slàid di PowerPoint. Lui invece va sul sicuro, continua a recitare con metodo Stanislavskij. Anzi, pare che sia in partenza a New York per partecipare a uno stage di perfezionamento sul metodo di recitazione teatrale Stanislavskij [per i gatti padani: si pronuncia “stàa∫”, alla francese, e non “stèig”, all’inglese: per favore!].

  8. Divagazioni estive: uno spunto per l’incombente Festival Lgbt di Curno

    Poiché il Dipartimento degli Affari culturali della Municipalità di Curno ha insindacabilmente deciso (come abbiamo appreso nel corso della seduta consiliare del 29 luglio) di prendere contatti con il mondo Lgbt a seguito dei quali, immagino, Curno metterà a disposizione il proprio Bibliomostro, temporaneamente adibito a dormitorio e centro di socializzazione e sodomizzazione per le le lesbiche, i gay, i bisessuali e transgender provenienti da tutto il mondo, propongo che la colonna musicale dell'”evento” (come si dice in linguaggio assessorile) sia il Sirtaki. Tuttavia gli avveduti amministratori di Curno si guarderanno bene dal proporre il sirtaki nella versione originale, quella del film Zorba il greco, dove Zorba è magnificamente interpretato da Anthony Quinn. La versione di riferimento sarà quella scasciata [*] interpretata da Dalida.
    Infatti, nel film Zorba il greco traspare una concezione virile della vita. Non solo: a Zorba piace la prima “F”, parecchio, ed è scandalosamente normoscopante. È una cosa insopportabile (“gravissima”, in linguaggio serrano), offensiva nei riguardi della sensibilità dei diversi, in prospettiva anche un reato. Si veda la “disgustosa” sequenza finale di questo film scandalosamente fallocentrico:

    Invece la versione scasciata di Dalida, donna pelosa e icona gay, può a tutti gli effetti essere considerata “progressista” (Karl Marx non sarebbe d’accordo: direbbe, ma che cazzo c’entrano le predilezioni sessuali invertite con il progresso? Poveretto, si vede che era un reazionario, tant’è che mise incinta la cameriera). Si veda:

    —————————————————————–
    [*] Nota linguistica – “Scasciato” deriva dalla voce “scasciare”, diffusa nei dialetti dell’Italia meridionale. Il significato proprio di scasciare è “togliere dalla cassa [cašcia]”: dunque non va confuso con l’ital. “scassare”, che significa “squassare”, dal lat. ex + quatere. Metaforicamente, significa fare una stecca (nel gioco del biliardo, o cantando), sformarsi (ma non è il caso della muscolosa Dalida) o uscire dai ranghi, essere sopra le righe: è questo il caso di Dalida che è icona gay per la stessa ragione per cui fu icona gay Wanda Osiris, sostituita in tempi relativamente recenti da Moira Orfei, quindi ancora da Ambra Angiolini, attualmente attrice problematica. “Scašciare” si pronuncia con la fricativa postalveolare sorda.

    • Repressione, censura additiva e sottrattiva

      Mi riallaccio a quanto scrivevo sopra sulla concezione virile del film Zorba il greco, facendo presente che ho verificato in rete che ne esistono in circolazione ancora poche copie (Dvd). Se non avete visto il film, e non volete morire senza aver visto questo film degnissimo, affrettatevi. Ho paura, infatti, che non sarà ristampato, perché la lobby gaia si adopera per far scomparire dalla circolazione i film e i libri che esprimano una concezione eroica della vita. Però la colonna sonora originale è ancora godibile per intero, in tutta la sua bellezza:

      Ahimè, stiamo poco per volta scivolando, grazie alla repressione castratrice del “politicamente corretto”, in un clima come lo vediamo in Farenheit 451, il bel film di Truffaut, dove non è più consentito leggere i libri. Perciò un gruppo di cittadini resistenti s’incarica di mandarli a memoria e trasmetterli alle generazioni future: ogni cittadino, un capolavoro della letteratura. Lo so, questa è una situazione estrema: il film che Truffaut ha tratto dal libro di Bradbury ci presenta una distopia, cioè una società che, invece di essere una società ideale, come per esempio l’Utopia di Tommaso Moro, è un inferno di società.
      È un fatto, però, che la nostra società decadente, pervasa da un forsennato cupio dissolvi, è attraversata da fremiti totalitari, ben dissimulati, spesso ammantati di orpelli “democratici”, ma non per questo meno liberticidi. Anzi, sono più pericolosi. Questa è una società repressiva (e castratrice, via via che prendono il sopravvento la lobby femminista e gaia). La società italiana “arcaica”, per così dire, degli anni ’30 e ’40, era meno repressiva, perché pervia alla comunicazione più di quel che si pensi: infatti, la comunicazione si realizzava nell’incontro fisico delle persone. Dunque il fascismo poteva imprigionare gli antifascisti, o mandarli al confino, ma non poteva levare loro la dignità di oppositori. Quando invece la comunicazione è per lo più “mediata”, cioè passa per i mezzi di comunicazione, si può arrivare a un tale livello di schifosa sobrietà da soffocare ogni opposizione. (Un riflesso di tale deriva totalitaria, fra l’altro all’insegna della coglioneria, è percepibile qui a Curno.)
      Si noti che la censura non è soltanto sottrattiva, può anche essere additiva, come osservava Umberto Eco, già parecchi anni fa. Un esempio di censura additiva l’abbiamo visto al tempo del blog dell’Udc di Curno: Ululà e gli altri nostri avversari, scrivevano di tutto e di più, copiando e incollando a casaccio, o scrivendo oscenità, in modo da soffocare gli interventi di Aristide in un grande blob, facendo scivolare in basso il nome di Aristide dall’elenco degl’interventi, fino a farlo scomparire, togliendo continuità al discorso che allora si andava intavolando, e che poi sarebbe sfociato in Nusquamia, dopo la soppressione pilotata del blog dell’Udc.

      Comunque il metodo classico per imporre una concezione politicamente corretta continua a essere quello di sempre: denigrare non solo il dissenso, ma anche — cosa importante — denigrare le possibili fonti del dissenso. Per esempio, a livello curnense, non dubito che la Serra vada dicendo che Nusquamia è una sconcezza. Mentre invece quel che scrivono i giornalisti culilingui sarebbe giornalismo da premio Pulitzer, evidentemente. Se possibile, il dissenso va soffocato (ecco dunque il furto di verità dei giornalisti culilingui), o soppresso: a questo tendeva la denuncia del Pedretti, che chiedeva la chiusura di Testitrahus, prima che nascesse Nusquamia.
      Nella distopia di Truffaut-Bradbury i vigili del fuoco avevano il compito di incendiare i libri che fortunosamente si fossero salvati. Non siamo arrivati a tanto. Però, considerate il film Todo modo: un film bellissimo, girato da Elio Petri, tratto dal libro omonimo di Leonardo Sciascia. Poiché il personaggio principale, interpretato da Gian Maria Volonté è modellato sull’uomo politico Aldo Moro (la somiglianza fisica è impressionante) e quel personaggio è viscido, politicamente ambiguo e moralmente schifosetto, e poiché di Aldo Moro non si può parlar male, ecco che cosa succede:
      a) pur essendo il film un capolavoro, non se ne è tratto un Dvd (qualora fosse stato stampato, ci sarebbe stato il muro di gomma, nessuno ne avrebbe parlato ecc.);
      b) per meglio giustificare il silenzio, la schifosa sobrietà, si è raccontata la palla del negativo che avrebbe preso fuoco a Cinecittà (perché, il Dvd di Metropolis, completo dei 20 minuti fino a qualche anno fa mancanti, trovati casualmente in Sudamerica, è tratto forse dal negativo originale?);
      c) su You tube un cinefilo aveva pubblicato una copia tratta da una registrazione video (il film era stato proiettato di notte, su Rai 3): scomparsa anche quella, su segnalazione da parte dei “proprietari”, che intendono mantenere il sequestro sul film, pur avendo rinunciato a trarne qualsiasi utile commerciale.
      Avanza qualche spezzone su You tube, per il momento ancora “tollerato”. Si veda, per esempio:

      Si veda anche l’interessante recensione di uno studioso americano: Elio Petri and the legacy of Italian political cinema

  9. La supercazzola? Come strumento di demistificazione è formidabile. Può riuscire utile anche in altre occasioni. Si veda, qui sotto, con quale signorilità il conte Mascetti usi l’espressione come formula di parlare compito:

    Se vedete per strada Ululà e vi demoralizzate, rinfrancatevi pensando che esiste un altro mondo, foss’anche virtuale, nello spazio Web di You tube, nel quale è possibile incontrare il conte Mascetti.

  10. Cooperativa permalink

    Vedo che si parla del Bio. A suo parere la Biotroia che tipo di troia è? Pronunciare troia con la o aperta alla Tognazzi per cortesia.
    [Cioè, una tròja biologica? Una che l’ha data soltanto a gente come noi. N.d.Ar.]

  11. Arturo permalink

    I commenti in epigrafe prendono le cose un po’ alla larga, salvo forse i primi, ma esprimono tutti una grande voglia di libertà di espressione e di passione per la cosa pubblica, con l’insita ricerca di modalità attuative utili e giuste. C’è una grande “fame” di politica vera, sotto ogni aspetto. In particolare, c’è anche la consapevolezza che la sola cosidetta politica “del fare” non porta da nessuna parte. È tutto un fermento che può portare sia a un rinnovamento dell’isonomia sia a un immane rogo socio-politico… Pensare di rimettere in funzione i gulag è oggi comportamento suicida, da scemi-ciechi.

  12. Eleuterio, curnosalmista molto serio permalink

    O Sardelita (sintesi fra la Sardegnola e la Perlita – n.d.r.),
    risparmia Aristide e Nusquamia dal diversizzarsi (“diversizzarsi” è detto in linguaggio bobomaronita, ma in italiano si dice “diversificarsi” e, meglio ancora, “differenziarsi”- n.d.Ar. e r.),
    fa’ che non s’aprano a nuovi sistemi di comunicazione (per esempio, il telefono senza fili – n.d.r.).
    Essi saranno come albero piantato lungo corsi d’acqua (non gasata, perché fa male – n.d.r.),
    che darà frutto a suo tempo (per la verità, qualche significativo frutto l’albero aristideo l’ha già dato, e magari ne darà ancor più da adesso in avanti – n.d.r.),
    e le sue foglie non cadranno mai (perché è un pino silvestre vidal, e non ha foglie, ma aghi che pungono. Capito? Bisogna fare attenzione e maneggiare con cura. Se no si fa la fine di Biancaneve – n.d.r.);
    riusciranno tutte le sue opere (magari riuscisse quella di prendere a calci certe sedie occu…late da gentaglia varia!. Magari facendole schiantare in terra, senza che gli occu…lanti facciano in tempo a metter gambetta in spalla. Sai che risate! – n.d.r.).
    Non così, non così gli empi: saranno pressati in qualche cavagna, come nidi di rondine, nella serranda verranno mangiati arrosto come colombi, nessun loro pezzo resterà rizzo, ogni loro gamba verrà spezzata, senza che si contino le loro ossa.(vacca! che carneficina… e che pasto indigesto – n.d.r.).
    E tu, regina, dopo il crudo pasto (non era ben cotta la carne, eh? – n.d.r.),
    spazzerai come pula che il vento disperde i “rifiuti” (così sparisce tutto. Ci sarà forse qualche stronzissimo accenno a qualcosa? – n.d.r.);
    e gli empi, che non hanno retto il giudizio (per forza!: te li sei mangiati senza chiamare un bravo cuoco! Già l’insieme vale poco… se poi è cotto male… che giudizio vuoi dare? – n.d.r.),
    saranno cacciati dall’assemblea dei giusti (la giustizia, infatti, sei tu, o regina. È pur vero che te li porti sullo stomaco, indigesti, anche in assemblea aperta – n.d.r.).
    Perché Sardelita veglia sul cammino dei giusti,
    quello di Aristide e del Gandolfi in particolare,
    sapendo che la via degli empi andrà in rovina (per la verità, andrà in bagno. Bisogna già prepararsi a ristrutturare la serranda per le esplosioni? – n.d.r.)

  13. Diversamente permalink

    Nell’interesse della libertà e per avversione al gulag curnese, pericoloso comunque, anche se gestito da Consuelo della Serranda (o Uccellanda, come storicamente si è sempre detto), se ci fosse qualche amministratore men che stupido, dovrebbe pensare a come fare, evidentemente soltanto valorizzandolo, ad acquisire alla Storia di Curno, magari attraverso quella scuoletta indipendente cui Aristides accennava nell’articolo pre-bivio, il prezioso bagaglio culturale e di idee accumulato nel tempo dal prof. Aristides e dai suoi clerici vagantes che, absit injuria verbis, ricorda neppur tanto vagamente l’insieme dei ragionati interventi, da priore e gonfaloniere, che guadagnarono gran credito a Dino Compagni, protagonista e scrittore dei fatti civili e religiosi che guastarono la nobile Firenze mentre egli visse.
    Ora come allora vedo interpretata la realtà storica del rispettivo tempo come conflitto di valori morali, scontro di forze arroventate: si tratta di lotte interne che, allora come ora, riverberano in adozioni politiche più alte, innescando un sostanziale contagio derivante dalla virulenza delle malizie partitiche, volte a soddisfare i miserabili congregati, avidi di pecunia, determinati anche nei tentativi di insudiciare di false accuse onesti cittadini. Sempre sotto il profilo morale, lo scenario richiama, ora come allora, la pioggia di zolfo ardente riversata sopra Sodoma e Gomorra (siamo in tema, no? Speriamo che a Curno non accada), invoca la giustizia divina, in assenza di quella pur imperfetta, ma almeno un po’ equilibrata, degli uomini e dei reggitori della cosa pubblica e comune.
    A Dino Compagni rimase l’onore dell’onestà, l’amore del bene civico, il timore di Dio; ad Aristides de Nusquamia e ai suoi clerici vagantes, pure.

  14. Kamella Scemì permalink

    Mi sembra che il dibattito iniziato con l’affissione di un tragicamente sbagliato manifesto, volgare nel suo concreto porsi, conduca poco alla volta a ragionare sui rapporti intercorrenti fra verità e politica, e viceversa. Fonti della verità possono anche assumersi contemporaneamente sia la scoperta che l’invenzione: apparentemente si tratta di un’incoerenza, perché un conto è pensare che scopro se il mio giudizio (siamo sempre lì) è vero confrontandolo con la realtà e altra cosa è pensare che diventa vero perché il crederlo vero o farlo credere tale funziona. In realtà, come è facile intendere, questa incoerenza apre la strada a tutti i tentativi che possiamo compiere di riconciliare le due posizioni, o addirittura concezioni, del concetto. Anche a Curno, e anche rispetto agli eventi e problemi in esame.

  15. Giòsep str. permalink

    Questa sera, non appena sono comparsi in cielo i primi lampi di calore, ho visto Ululà precipitarsi fuori dalla colombaia inseguito dal suo capo, puntare ispirato il dito medio al cielo e sorridere disteso, mettendosi in pose diverse, sempre in stile Alberto da Giussano.
    Inutilmente Marcoinfermierbelotti gli spiegava che non erano i flash dei fotografi…

  16. La Supercazzola 2.0 • Come lucus a non lucendo, così Maroni prende nome dall’assenza di maroni

    C’è però una differenza tra la supercazzola degli Amici miei e quella dei serrani, che faremmo bene a tenere a mente. Gli amici miei, quelli del film, dicevano “supercazzola”, gli altri non capivano, perplessi, e loro si divertivano un mondo. E poi la supercazzola originale era tagliente e rapida come la folgore, spiazzava l’interlocutore, era un baleno demistificante. Per esempio, al conte Mascetti, impersonato da Tognazzi, presentano una signora che se la tira, lui le bacia la mano e, con il tono di chi dice ‘Enchanté, madame’, dice nel modo più compìto: ‘La supercazzola, signora’.
    Invece i serrani dicono un profluvio di parole; la gente capisce la manfrina, sopporta e dice “Ah, ecco, questa è la supercazzola serrana”, cioè capisce benissimo che non c’è niente da capire e che stanno ciurlando nel manico perché — almeno per il momento — non ci capisca niente. Poiché però il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, prima o poi verranno smascherati, da Aristide & Gandolfi.
    Infine val la pena osservare che i serrani non si divertono, sono sempre ingrugniti e paludati, a scopo preventivo, di sdegno istituzionale. Cioè, in pratica: se tu, Aristide o Gandolfi, mi contesti, se mi metti alla berlina, tu sei ipso facto reo di lesa maestà. Perché noi siamo l’istituziione, ohibò. In compenso, tutte le volte che enunciano la supercazzola (in questo Vito Conti è maestro e, se non altro, la sua recita è piacevole, il suo modo di entrare nel ruolo, secondo il metodo Stanislavskij, quand’anche ciò avvenga per raccontare palle, è degno di miglior consesso), ritengono di aver eretto un ‘monumentum aere perennius’, cioè un monumento più duraturo del bronzo. Bomba!
    Comunque, alla luce di queste considerazioni e preso atto delle differenze, proporrei di chiamare quella serrana Supercazzola 2.0. Speriamo che Bobomaroni non si arrabbi, perché lui riteneva geniale quella trovata buona per i grulli, voglio dire il passaggio da Lega nord a Lega 2.0. Potrebbe pensare che noi gli rubiamo un parto autentico del suo genio politico e creativo.
    Com’è noto, Bobomaroni dà il meglio di sé, quando si tratta di fare sparate mediatiche (ma, come recitava il titolo di quel film, “Sotto il vestito, niente”. Anzi, niente di niente, come le bambole di una volta). Come spiegava Isidoro da Siviglia, lucus a non lucendo: cioè il bosco sacro in latino si dice lucus, proprio perché non c’è lux, cioè luce. Analogamente, MAroni si chiama così per via dell’assenza di maroni. Se li avesse, non se ne sarebbe strafottuto, vergognosamente, dell’onore di Fassi e Donizetti, avrebbe sanzionato il Pedretti e oltre tutto ci avrebbe guadagnato. Vergognati, Bobomaroni, due volte: perché non hai avuto il coraggio di fare quello che avresti dovuto fare, e perché non hai capito cose che un bambino avrebbe capito meglio di te. Caro Bobomaroni, anche per te vale il monito che abbiamo indirizzato ai similprogressisti curnensi: non hai diritto all’oblio; pagherai caro, pagherai tutto.

    • Ho modificato il commento precedente, dando a Vito quel che è di Vito: chiaro che la Supercazzola 2.0 recitata da Vito Conti con metodo Stanislavskij è più piacevole della presentazione delle slàid di PowerPoint messa in scena — professionalmente, d’accordo — dalla Serra (con la regia occulta, mica tanto, dell’aziendalista multinazionale Luisa Gamba).

  17. Più che lo stomaco, abbiamo solleticato le fauci. La taverna delle callipigie è detta “taverna” solo in senso lato. Più propriamente, si direbbe una mescita, o un thermopolium, come si legge nelle insegne di Pompei. [Questo incipit si riferisce a un commento che adesso si trova nel Salotto di nonna Speranza, dove annunciavo che avrei visto Gandolfi sulla sponda di Menaggio del lago di Como.]

    Vedo che Rosy La Verde, Marussia, Diversamente, Kamella Scemì, Arturo, Giòsep str., Eleuterio, Quisa Invertemata si sono dati appuntamento su questa pagina, nonostante nel frattempo sia stata aperta una nuova pagina, i cui argomenti sono — direi — succulenti. L’impressione è che in questa pagina si stia formando un salotto appartato di persone che si conoscono, e che si riconoscono. Per carità, niente di male, è previsto che Nusquamia abbia le sue enclave: la Stanza di Giuseppe e le Lettere dal passato… sono due esempi di enclave di Nusquamia, che godono di diritti territoriali propri.
    Mi permetto tuttavia di segnalare che i temi della pagina successiva sono di un qualche interesse, e che forse è un peccato lasciarli perdere, non foss’altro che per esprimere il dissenso. Per esempio, se io scrivo sulla mediocrità della proposta politica di Bobomaroni, si può aprire un dibattito, ed è lecito — naturalmente — sostenere che Bobomaroni, invece, è intelligentissimo. Se scrivo che Gandolfi farà bene a diffidare dai tentativi di cooptazione da parte di aziende e gruppi di potere che offrono strumenti alternativi (e per loro vantaggiosi), uno potrebbe dire che queste sono cose dell’altro mondo. E io sarei ben lieto di dimostrare che, invece, questa è precisamente la tecnica dei rappresentanti dell’aspirapolvere Folletto, e che non diversamente si fa in politica. Comunque, ecco un elenco dei temi dell’ultima pagina:

    — Albagia istituzionale
    — Miseria della bacheca Pd a Curno
    — Opere pubbliche (fasciste e serrane)
    — Democrazia vs isonomia
    — Conati intesi a dirottare Nusquamia e uccellare Gandolfi
    — Tecnica di marcamento a zona del Calderoli per tenere sotto schiaffo Bobomaroni
    — Mediocrità della proposta politica bobomaronita
    — Colpi di coda del politico territoriale curnense, collassato, ora factotum militante calderoliano

    Francamente, direi che non è male. Sempre meglio che la sobrietà serrana, o il parlar d'”altro” (dove “altro” è tutto ciò che non è scomodo, e che viene proposto come tema di discussione, precisamente, per non parlare delle cose scomode).

  18. Karl Heinz Treetball permalink

    Credo che, filosofeggiando metafisicamente, come recita il titolo di una immane poesia del grande poeta Alessandro Pedretti della Val Trompia, opportunamente riportata in questo sito, bisognerebbe allargare la visione alternativa proposta da mia moglie Kamella (che poi tanto cicciona non è, anzi!: dalle nostre parti è richiesta una certa abbondanza): in realtà, prima di introdurre criteri interpretativi estremamente pregnanti, bisognerebbe anzitutto cercare di render conto della varietà di interessi teorici che sono coinvolti nella risposta alla domanda sui possibili nessi fra verità e politica, guardandoli da una doppia prospettiva, quella di teorie politiche sulla verità e quella di filosofie della verità sulla politica. Probabilmente scopriremmo, anzitutto, come dice Hannah Arendt, che “verità e politica sono in rapporti piuttosto cattivi l’una con l’altra”, e poi ci accorgeremmo che cattivi sono soprattutto i rapporti della politica con la verità. Questo ci consentirebbe di addentrarci sulla via della spiegazione del perché la relazione fra verità e politica è considerata complicata, se non pericolosa, e perché si preferisca ignorarla o giudicarla irrilevante.
    [Con riferimento alla situazione curnense, osservo che abbiamo assistito, più di una volta, ad autentici furti di verità, da parte di testate che si dicevano organi d’informazione, con caratteristiche di professionalità al di sopra di ogni sospetto, addirittura di tipo anglosassone. Per questo, se non altro per metterli alla berlina, abbiamo chiamato codesti culilingui “giornalisti anglorobicosassoni”. Per questa ragione abbiamo creato Nusquamia, per reazione al furto di verità. Si parva licet…, anche Enrico Mattei creò ‘Il giorno’, un giornale tutto suo, per raccontare la sua verità, nel momento in cui la stampa che faceva opinione era venduta alle sette sorelle (le multinazionali del petrolio), e sparavano ad alzo zero contro l’iniziativa di dare nuova vita all’Agip, l’azienda petrolifera fondata negli anni ’20, sotto il fascismo. Il giornalismo culilinctorio, dunque, non è certo cosa nuova: basta leggere i grandi romanzieri francesi per sincerarsene. Perciò, a nostro avviso, è importante che Nusquamia conservi il suo carattere di organo di lotta, onestamente fazioso. Insomma, il nostro problema, nell’immediato, non è il rapporto tra verità e politica, pur degnissimo di grande considerazione filosofica, ma il furto di verità. N.d.Ar.]

    Prendiamo, per esempio, gli interventi di @Lucio, @A.d.G. e @Clergymen, riportati qui sopra, e le risposte di Aristide.

    @Lucio dice una cosa vera: le spese della campagna elettorale ebbero un qualche supporto in denaro, poco rilevante in sé. Si chiede, dunque, per fare opposizione a una maggioranza ritenuta poco veritiera e per raccontare come stanno effettivamente le cose, che fine abbia fatto ora quel magari unico finanziatore amico che non faceva parte di coloro che si autofinanziarono e lavorarono gratis. E aggiunge: “peccato, perché (avendo denaro sufficiente – n. d.r.) sarebbe stata opera pia informare la popolazione delle “verità interpretative” dell’attuale amministrazione”, ricordando la comunicazione persuasiva utilizzata durante la passata campagna elettorale “che in quel tempo offriva ottimi spunti di ragionamento permettendo al seme di germinare nel dubbio nelle menti più sensibili con attacchi fulminei di volantinaggio volontario”. Con tutto questo @Lucio va al cuore di quanto sopra argomentato e pone direttamente il problema dei cattivi rapporti della politica con la verità.

    @ Aristides risponde dicendo un’altra cosa vera, seppur parziale rispetto a quanto dice @Lucio, e cioè che

    … quando i giornalisti culilingui attaccavano Gandolfi, rendendo un bel servizietto a Pedretti e similprogressisti in via d’impedrettamento progressivo, uscirono due numeri dello ‘Schiaccianoccioline’: ebbene, io lavorai gratis e Gandolfi cacciò il vile metallo dalla sua scarsella per le spese di stampa”. E poi un’altra cosa vera ancora: “Durante la campagna elettorale, Locatelli assoldò l’ambiziosetto finian-futurista, il quale ci teneva a dire che le sue prestazioni, per il sito della quinta colonna impedrettata che presentava Corti sindaco e per il fantomatico e stitico Laboratorio delle idee (stitico, perché non cacò alcuna idea) erano di tipo professionale.

    Aristides pone chiaramente il problema della comunicazione e delle tecniche di velamento e svelamento della verità in politica.

    @Lucio dice un’altra cosa vera, che però riguarda i comportamenti e la tattica nella concreta azione politica, cioè che

    …ottimo è stato Gandolfi nella sua esposizione, in opposizione verso il distorto potere delle convenienze, meno bravi sono stati altri consiglieri di minoranza. Merita comunque il podio d’onore Corti che, votando contro, ha mantenuto fede a un preciso fondamento di democrazia che è:- se poco chiaro voto contro.

    @Aristides, per contro, dice una cosa “ancor più vera” sempre nell’indicato ambito, aggiungendo rilevanti sfumature psicologiche (non psichiatriche: quelle le lasciamo al Consolandi):

    Fausto Corti è demoralizzato, mentre Giovanni Locatelli intende rientrare nel giro della politica curnense. Ma il Pdl è morituro, ed è difficile che Gandolfi gli possa dare una mano: non vedo perché Gandolfi gli debba cedere una quota di prestigio personale e, semmai, offuscarlo, stringendo un patto d’azione con Locatelli, il cui alleato naturale rimane quello di sempre, il Pedretti rottamato.

    @A.d.G. introduce un’altra faccenda, tecnicamente vera o verosimile, che per un verso concerne entrambi i profili sopra presi in considerazione e per altro verso se ne distoglie, riguardando prevalentemente l’aspetto tecnico giuridico-amministrativo: la questione delle differenze e delle deroghe al patto di stabilità tra Comuni del nord italia e quelli del sud, specialmente nelle Regioni a statuto speciale. Sensatamente afferma che gli

    …piacerebbe vedere provocata una discussione nei Consigli Comunali di Curno e Mozzo su questi argomenti, che gli sembrano un inizio di una battaglia politica importante che spariglierebbe entrambe le compagini amministrative; ovviamente utilizzando come leva il benessere dei propri cittadini a scapito “dello Stato e della legalità. Con la conseguenza che, dopo una martellante ed efficace campagna operata da Lei, Aristides, in queste pagine, venga il momento di “picchiare” anche su temi puramente politici (lui li vede così – n.d.r.) che possano essere “spesi” anche verso la “sciura Rosina”, su argomenti che gli attuali amministratori evitano accuratamente di toccare, informalmente dichiarandoli come “impossibili da cambiare o da contrastare

    in ciò riferendosi alle regole restrittive le quali, forse, servono loro da strumento per aumentare le tasse a piacimento, per poi spenderne i proventi come meglio credono, probabilmente secondo i criteri del più sporco clientelismo para-mafioso.
    Aristides de Nusquamia risponde:

    Il patto di stabilità? Certo che è un argomento da affrontare (come fatto tecnico, ed è corretta la sua posizione molto precisa – n.d.r.). Ed è anche vero che certi provvedimenti “equi” sono invece iniqui, come l’”equo canone”, che era iniquo, perché “equamente” metteva tutti sullo steso piano: chi aveva bisogno di una tutela e chi non ne aveva bisogno. Tant’è che con i soldi risparmiati con l’equo canone (in realtà iniquo) c’era chi si pagava la casa al mare. In soldoni, è sbagliato mettere tutti sullo stesso piano, Comuni virtuosi e Comuni spendaccioni”. Ritorna, dunque, il problema della verità in relazione all’equità (giustizia, di cui qui si dibatte) e alla tecnica, per poi andare a trattare il problema della verità in relazione agli effetti dei comportamenti “politici”. Infatti, Aristides afferma: “Sono però contrario alle manifestazioni generiche di sindaci fasciati e tricolorati che vogliono più soldi, “a prescindere”. Non mi commuovono, quando dicono di essere costretti a tagliare” sulle spese sociali; per commuovermi, dovrei fidarmi delle loro parole, ma l’esperienza mi dice che fidandomi sarei uno sciocco. Perché, se vado a vedere come hanno speso i soldi negli anni precedenti, potrei essere d’accordo sulla necessità di rivedere il patto di stabilità ecc., ma soprattutto mi viene in mente che quel sindaco fasciato e tricolorato che protesta davanti alla Prefettura di Milano dovrebbe essere sbalzato dal suo scranno. Un conto è chiedere giustizia, anche con un corrispettivo in denaro, altro è chiedere più soldi, per continuare a fare le proprie “cosine”. Le quali talora sono soltanto “porcatine”, come la festa dello gnocco fritto, altre volte sono grandi porcate, come il Bibliomostro.

    E aggiunge un’altra osservazione verisimile, in linea comparativa con la giustizia sociale ma anche con la sistematica economica di servizio:

    Perché, invece di chiedere più soldi, i sindaci non chiedono una maggiore flessibilità nella gestione dei propri impiegati? Perché non impiegare gl’impiegati (appunto), per i servizi sociali, per esempio? Non capisco perché si dia per scontato che si possa modificare la legge che regola il patto di stabilità (che ha addentellati europei) e invece sia tabù chiedere una revisione della rigidità del sistema che fa affluire i soldi a impiegati spesso (anche se non sempre) poco produttivi. Poiché, parlando in generale, il pubblico impiego inghiotte una quantità enorme di denaro, senza che questo si trasformi in lavoro utile, considerato che le difficoltà in cui versano gl’italiani senza tutele sindacali (ma che, con effetto meno devastante, si ripercuotono sugli stessi impiegati garantiti) sono dovute precisamente alle rigidità del mercato del lavoro, perché questa cocciutaggine, perché insistere a occultare un problema che è immenso ed esplosivo? Vogliamo fare come nella ex Yugoslavia, dove si negò dignità al diverso sentire nazionale e religioso, ma poi dopo la caduta di Tito si scannarono? Ci rendiamo conto, o no, che siamo sull’orlo di una guerra di classe, garantiti contro non garantiti? Dunque, facciamoli lavorare, questi garantiti, se non lavorano. O se anche lavorano, ma fanno lavori inutili, sforbiciamo impietosamente la burocrazia, e mandiamoli a fare lavori utili. Come vede, non propongo licenziamenti, ma un impegno per il lavoro utile.

    E’ una risposta che in sé propone in tutta la sua complessità e drammaticità il rapporto fra verità e politica.
    @Clergyman, riprendendo il ragionamento di @Lucio, dice un’altra cosa vera: occorre inventarsi in questi tempi di guerra altri metodi per rigenerare nelle menti non solo dei curnesi quei dubbi che – lui afferma – si era riusciti a generare durante la campagna elettorale. Dubbi enormi e di alto spessore allora, ancor più, e anche tragici, oggi, dubbi dei quali qui si tratta con grande competenza soprattutto grazie alle Sue (di Aristide – n.d.r.) capacità.

    @Aristides de Nusquamia risponde con altrettanta verità condita di sanissimo realismo:

    Altri metodi? Sentiamoli: purché io conservi la libertà di usare i miei, ai quali sono affezionato, e che so usare abbastanza bene. In generale, la cosa migliore è che ognuno usi bene i metodi che sa usare. Chi ha un buon metodo per insegnare il latino, per esempio, lo usi, ma non lo imponga a me, che ho come metodo quello di non usare alcun metodo, nel senso che il metodo, cioè la via da seguire, preferisco scoprirla caso per caso. È il metodo libertario, un non-metodo. Dunque, non ‘aut… aut…’, ma ‘et… et…’, senza obbligo, ovviamente, di condivisione, e nel rispetto delle scelte di vita, dei principi morali, delle predilezioni naturali e culturali di ciascuno ecc. Dico la verità: se uno mi parla di “metodo”, io temo sempre che quel metodo sia una gabbia, come una nassa senza via d’uscita, me ne sto alla larga.

    La verità in relazione alla libertà soggettiva, mica poco!.
    Cari e pazienti lettori, miei e di mia moglie Kamella, che mi ha aiutato non poco, come avrete certamente ben capito: avete notato? Quasi tutti hanno detto verità molto argomentate e ben riconoscibili come tali, le quali però ben poco hanno efficacemente inciso nella e sulla politica, che è sostanzialmente sfuggita alla presa di queste oggettive verità o verisimiglianze. Come mai?
    Capite adesso perché la relazione fra verità e politica è considerata complicata, se non pericolosa, e perché si preferisca ignorarla o giudicarla irrilevante, come dicevo più sopra? Riflettiamoci, approfondiamo, e vedrete che qualche spiraglio e utilità ne verrà fuori.
    P.S.: Saluto la signora Quisa e colgo l’occasione per dirle che l’ombrello che ci ha gentilmente prestato la settimana scorsa all’oratorio l’abbiamo restituito alla signora che era alla segreteria della canonica. Grazie ancora.

    • Altri metodi e altri strumenti: a quale prezzo?

      Ringrazio Karl Heinz Treetball per il prezioso di lavoro di sintesi, al quale volentieri faremo riferimento, quando dovremo riprendere questi argomenti. Mi limito a osservare che non sono d’accordo su due punti.

      Il primo, quello della necessità d’inventarsi «altri metodi per rigenerare nelle menti non solo dei curnesi quei dubbi che si era riusciti a generare durante la campagna elettorale», è il più insidioso, tanto più che chi in questo diario ha affermato la necessità di trovare altri metodi, si è espresso oracolarmente, non ha detto quali, o in quali direzione, e con quali mezzi e con chi. Io non dico che chi propone un altro metodo sia necessariamente “interessato”, come chi dà i “buoni consigli” per vendere un prodotto, come il rappresentante di aspirapolvere Folletto che vuol convincere la massaia ad acquistare il suo strumento, indipendentemente dalle necessità della massaia e dagli strumenti dei quali la massaia già dispone. Dico però che bisogna stare con gli occhi molto aperti.
      Per non perdermi in troppi giri di parole, riporterò un aneddoto. Al tempo della campagna elettorale, l’ultima, quella del 2012, quando era evidente che Gandolfi non sarebbe diventato sindaco, ma era ben deciso a vendere cara la pelle e a combattere fino in fondo una battaglia di civiltà (l’operazione è perfettamente riuscita), c’era tuttavia un tale, titolare di un’agenzia di marketing e pubbliche relazioni, che voleva vendere a Gandolfi altri metodi e altri strumenti. Eppure non c’erano soldi, e lui lo sapeva.
      Perché allora insisteva? In pratica, voleva che Gandolfi desse un calcio ad Aristide e che la campagna elettorale fosse affidata a lui, che avrebbe saputo come svilupparla in base a una ben precisa ‘road map’, così diceva, con criteri aziendalistici assolutamente ‘up-to-date’. E la road map, in soldoni, in che cosa consisteva? Lui sarebbe andato dagli “sponsor”, avrebbe venduto loro il “prodotto Gandolfi”, raccogliendo un gruzzolo del quale si sarebbe tenuto la maggior parte. Lui, insomma, l’affare l’avrebbe fatto comunque, perché le pisciatine di pubbliche relazioni non avrebbero assottigliato il gruzzolo, più che tanto. Il risultato sarebbe stato uno sputtanamento totale di Gandolfi, con il rischio, fra l’altro, di trovarsi sotto casa un picchiatore professionista, incaricato di spaccargli la faccia per promesse elettorali non mantenute. Pare che siano cose che succedono, e non dico dove, e a chi siano successe.
      Bene, spero che l’antifona sia stata compresa (poco mi curo della sciura Rusina) e passo al dunque. Oggi Gandolfi gode di un prestigio enorme: come sindaco del buon governo, come colui che di fatto ha liberato Curno dalla tutela di una classe politica inetta, disarmando il Pedretti, mandando fuori gioco Locatelli, zarine, fasciofemministe, esoteriche, capitan Schettini, primule rosse della quinta colonna ecc. Come colui che fa politica senza temere il giudizio dei giornalisti culilingui. Come colui che sta mettendo in seria difficoltà lo schieramento serrano, essendo quella gandulfiana l’unica opposizione credibile ed efficace, nei limiti degli strumenti disponibili.
      Ecco allora che Gandolfi diventa appetibile per agenzie di pubbliche relazioni, gruppi d’intromettitori che lavorano “professionalmente” nel sottobosco della politica (possiamo chiamarli “lenoni” politici, e poco male se i gatti padani non capiscono), singoli professionisti che si dicessero in grado di costituire una cordata d’investitori. Gl’intromettitori questa volta non avrebbero neanche bisogno di raccontare balle, agli attori del territorio et simil., come fatalmente le avrebbe raccontate l’intromettitore dell’anno scorso.
      Intendo dire questo, precisamente. Gandolfi dovrebbe esplorare bene le intenzioni di chi gli facesse questo discorso: «Caro Gandolfi, occorrono nuovi metodi e nuovi strumenti. Ma i nuovi metodi e i nuovi strumenti costano: tu però sei fortunato, perché io so dove trovarli, e se tu mi dai la tua fiducia, non avrai a pentirtene». Ebbene, è proprio qui che casca l’asino: quando si creda nella favola dell’albero degli zecchini d’oro. L’asino casca quando ci si fida della favoletta raccontata dal gatto e dalla volpe.
      Allora, che fare? Fare come chi deve vendere una casa. Cercherà di venderla da solo, contando sulle sue forze, evitando di mettersi nelle mani di certe società immobiliari. Soprattutto di quelle che si dicono “etiche”. Se ti parlano di etica, vuol dire – con rispetto parlando – che hanno in mente di incularti, ‘hic et nunc, ilico’ (gatti padani, beccatevi un po’ di latino!), “a prescindere”.

      Quanto all’ultimo punto, dove lei afferma che le “verità” recensite «ben poco hanno efficacemente inciso nella e sulla politica, che è sostanzialmente sfuggita alla presa di queste oggettive verità o verisimiglianze», direi che dalle “verità” non ci si può aspettare che di per sé incidano sulla realtà. Se però non mi areno su questa considerazione e faccio uno sforzo d’interpretazione, mi par di capire che lei mette quelle “verità” sullo stesso piano, e già qui non sarei d’accordo: la storia dei nuovi metodi e nuovi strumenti, buttata lì, proprio su Nusquamia, la vedo come un’azione di disturbo, pur nella sua vaghezza, piuttosto che come una verità. Senza contare che, se penso al cammino che abbiamo fatto, ai risultati acquisiti, ai quali ho accennato sopra, trovo la situazione attuale tutt’altro che deludente. Anzi, in prospettiva, esaltante. Riguardo al passato, con altri metodi e avendo il supporto di un’agenzia del sottobosco politico, invece che di Aristide, secondo lei Gandolfi godrebbe del prestigio del quale gode adesso? E riguardo al futuro, che dire? Certo, un’agenzia o un intromettitore potrebbe impossessarsi del bottino di Gandolfi: qualora l’operazione d’insignorimento fosse congegnata bene, e tempestivamente, Gandolfi non perderebbe immediatamente il suo prestigio, forse. Ma l’affare, c’è da giurarlo, non lo farebbe Gandolfi che, nel periodo medio-lungo si troverebbe nella condizione di Pinocchio: l’albero non avrà prodotto gli zecchini sperati e Pinocchio avrà perso quel che aveva (ma Gandolfi ha un tesoro molto maggiore di quello di Pinocchio).

  19. Margherita permalink

    Cara signora Quisa in Vertemata: l’ho vista il giorno prima di ferragosto all’Esselunga con suo marito, che forse lavora lì. Sono quella che le ha parlato al bar dei parcheggi sotto l’Esselunga che hanno pagato i curnesi. (Lei si lamentava perché non c’era più posto da nessuna parte).
    Non sapevo che anche lei scrivesse al sor Aristaides. Adesso siamo in due. Anch’io passo il trivio e torno al bivio. Forse la prossima volta è meglio fare un seguito del sentiero precedente, così non c’è neanche il bivio e non si perde la strada e non viene il cane pastore a chiamarti.

  20. Kamella Scemì permalink

    Nell’esame del rapporto fra verità e politica, che implica indubitabilmente aspetti socio-economici, pare necessario citare la recente enciclica “Lumen fidei”, nella quale l’impianto veritativo parte dal presupposto di una verità assoluta in mente Dei, della quale l’uomo è l’imago.
    Come tale, l’uomo è persona libera e, per questo, chiamata a essere responsabile nelle singole situazioni in cui viene a trovarsi: secondo il pensiero papale, dunque e per conseguenza, il bene comune, che è la finalità, la causa della buona politica, è irriducibile a un’unica soluzione, così come è altrettanto irriducibile a un’unica istituzione, locale o globale che sia. Papa Francesco ci dice che è la qualità delle relazioni tra le persone agenti in grado di rivelare la presenza di Dio nel mondo, onde, poiché Lui stesso ha creato la diversità, la verità contingente va ricercata con profondità nelle singole relazioni, caso per caso, luogo dopo luogo, per poi aprirsi e allargarsi a uno sguardo generale.
    La fede funge da cartina di tornasole in quanto rivelatrice della qualità del vincolo sociale. Un vincolo che se non è capace di esaltare la libertà di tutti e di ciascuno appare distante dall’ideale cristiano.
    In questo contesto, il Papa mostra come la luce della fede non fondi la città di Dio sulla terra, quanto piuttosto qualifichi cristianamente le istituzioni che gli uomini saranno capaci di edificare per se stessi e per altri uomini, a partire dalla famiglia, che è sì società naturale, ma in quanto società naturale è anche istituzione, anzi, l’istituzione che, in quanto società naturale, maggiormente esprime il carattere poliarchico della società civile.
    Tale carattere implica che il bene comune, nel quale i problemi della vita sulla terra hanno grande momento, va considerato alla luce del contesto globale, un contesto irriducibile all’azione di governo e fortemente proiettato verso una «governance sussidiaria e poliarchica» che, dal basso verso l’alto, sussidiariamente e in maniera sostanzialmente federalistica, intraprenda la cosiddetta «via istituzionale della carità», per usare una bella e convincente espressione presente nella lettera enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto Magno.
    Ovvio, a tal punto, dover ragionare anche sul rapporto tra religione e istituzioni economiche e politiche, tra comunità legate da una cultura comune e le istituzioni: rapporti purtroppo difficili, conflittuali, spesso eteronimi ed eterodiretti, e storicamente segnati dalle storture e dalle ingiustizie causate da uomini che hanno fatto della “brama di potere” e della ricerca del successo ad ogni costo le loro norme di vita. Le istituzioni non sono soggetti di atti morali, non sono soggetti etici, come invece il totalitarismo pretende, e, di conseguenza, non sono in sé né buone né cattive: riflettono le azioni e i modi di pensare delle persone che vi operano e di coloro che ne hanno imposto le funzioni e le regolano. Da qui la delicatezza e attenzione che si deve avere nel porre nuove istituzioni e nel riempirle di addetti, poiché l’impossibilità di governance sta dietro l’angolo e l’oppressione ne è la conseguenza, anche quando non rtrostia un disegno in qualche modo oppressivo.
    È certamente l’identificazione del denaro e del potere come idoli a essere condannata. Idoli che si presentano con le vesti ordinarie e quotidiane del successo professionale, del mors tua vita mea, di chi pretende di raccogliere senza aver seminato e di chi semina morte per il proprio tornaconto. Non vi è dubbio su questo. Ma ciò viene oggi ottenuto, diversamente dal passato, anche mediante l’uso distorto delle e la costituzione distorcente di istituzioni, che divengono lo strumento per il conseguimento di interessi particolaristici, raramente leciti quando non criminali secondo una coscienza rettamente educata.
    Sono purtroppo gli idoli accattivanti e generalmente tollerati perché un po’ tutti ci rappresentano, nei confronti dei quali si è solitamente più indulgenti e auto assolutori, finché non ci travolgono. In breve, è un atteggiamento che diventa costume, l’aria stessa che respiriamo, e giunge a intossicare le nostre coscienze e a corrompere le istituzioni della democrazia e del mercato. È l’insana pretesa di essere assolti anche quando “a qualsiasi prezzo” anteponiamo il nostro interesse immediato a quello di chi ci vive accanto, fosse anche qualcuno che deve ancora nascere, foss’anche una comunità in affanno. E il cerchio si chiude..

    • Livio permalink

      @Margherita e Aristide
      Credo che l’ intervento di Margherita, salottiero soltanto in apparenza, faccia riferimento a una battaglia onorevolmente combattuta dal Geom. Giovanni Locatelli, all’ opposizione durante l’ Amministrazione Morelli. Ho potuto ascoltare più volte anch’io Locatelli criticare pubblicamente la Morelli, in particolare Conti, di aver fatto pagare i parcheggi sotto l’ Esselunga ai curnesi, quando l’ Esselunga ha concordato con l’ amministrazione Morelli la propria riqualificazione. La giunta Morelli, di cui allora faceva parte anche la Serra, diede l’autorizzazione all’ Esselunga a scontare uno o più milioni di euro di oneri dovuti per legge dall’ Esselunga al Comune, cioè ai curnesi, permettendole così di costruirsi i parcheggi con i nostri soldi. Vergogna Morelli, vergogna Conti, ora Vicesindaco, vergogna Serra, ora Sindaco. Locatelli, dopo essersi distinto nella sua allora, si dice, efficace opposizione, improvvisamente tacque e non se ne seppe più nulla. Perché? E adesso non venitemi a dire, come al solito, che Locatelli interruppe la sua efficace battaglia perché non può andare contro Conti, per il fatto che i due sono entrambi proprietari, insieme al Conti cugino segretario della sezione del PD, di un terreno agricolo in via Curnasco sul quale potremmo vedere da un momento all’altro una gru, delle ruspe e così via, il resto che dice la gente in paese lo potete immaginare. Io non ci credo. Io credo invece che ci sia dell’ altro. Ovvio che l’ Esselunga ci abbia provato, ma era dovere della Giunta Morelli non accettare la proposta di defalcare i costi dei parcheggi dell’ Esselunga dagli oneri dovuti per legge al Comune. Vergogna Serra, non potevi opporti, d’altra parte eri Assessore. Ora hai nominato Vicesindaco proprio quel Conti. Brava Serra e soprattutto auguri, puoi dormire tranquilla.
      Locatelli, anche se come Assessore hai clamorosamente tradito Gandolfi, firmando il foglio della congiura insieme a quelli della sinistra, prendi le distanze da Conti e dalla Serra almeno sulla vergogna dei parcheggi dell’ Esselunga, indirettamente pagati da tutti noi cittadini attraverso lo scomputo legittimo, ma non con obbligo di accettazione da parte della Giunta di allora, degli oneri che sarebbero dovuti entrare nella casse del Comune. Se prendi le distanze da quei due, va tutto a tuo vantaggio, se riprendi la battaglia su quella questione non puoi che fare bella figura, nonostante quel che politicamente si dice di te in paese e non solo in paese, tanto lo puoi immaginare, e non ti offendere, te la sei voluta tu. Avresti però l’occasione per abbassare un minimo la soglia di disprezzo politico di cui attualmente godi ormai dappertutto, a destra, al centro e soprattutto a sinistra. Non ti offendere ti raccomando, sii uomo di tanto in tanto e rifletti seriamente su che cosa potresti fare per recuperare un po’ del tuo onore politico perduto, dopotutto hai lavorato moltissimi anni in amministrazione, all’opposizione e in maggioranza, come hai potuto finire così male? Qual è la vera ragione che ti ha fatto fare una scelta così disonorevole?

      • Questo è il tono che ci garba: pugnace. Margherita aveva accennato ai «parcheggi sotto l’Esselunga che hanno pagato i curnesi» e al fatto che la signora Quisa si fosse lamentata con lei, con Margherita, «perché non c’era più posto da nessuna parte», all’Esselunga. Ma era una questione che riguardava la sig.ra MArgherita e la signora Quisa. Le questioni da lei “sollevate” (a proposito, Bianciardi ha scritto una paginetta deliziosa sulle questioni “poste” e “sollevate”) riguardano, invece, noi tutti:
        a) la “liberalità” (chiamiamola così) dell’amministrazione pseudoprogressita di Curno nei confronti dell’Esselunga in merito di concessione dei parcheggi («lo scomputo — ancorché legittimo — degli oneri che sarebbero dovuti entrare nella casse del Comune»);
        b) il tradimento dell’amministrazione Gandolfi consumato dall’assessore Locatelli che partecipò alla congiura del 19 marzo 2012, in qualità di esponente della quinta colonna del Pdl, alleata con il Pedretti, insieme alla cosiddetta sinistra guidata dalla dott.ssa Serra che quel giorno trotterellava, recandoci in Municipio all’apertura degli uffici, dietro un Pedretti gongolante.

        Credo anch’io, come lei, che il fatto che Giovanni Locatelli sia comproprietario, con i cugini della famiglia Conti (se ho capito bene), di un terreno agricolo in via Curnasco sia ininfluente sull’operato e il sentire politico di entrambi.

        • Avviso ai naviganti

          È stata creata una nuova pagina, intitolata Il salotto di nonna Speranza, alla quale sono stati trasferiti alcuni commenti qui presenti precedentemente. Le ragioni del trasferimento sono indicate all’inizio della pagina salottiera, alla quale si accede — oltre che attraverso il nesso ipertestuale sopra indicato — dal menu a tendina delle sezioni di Nusquamia, sotto la voce “A – Divagazioni e approfondimenti”. Le sezioni di Nusquamia sono indicate sotto l’immagine di testata (area archeologica di Paestum).

    • @ Kamella Scemì (cfr. supra): non sono riuscito, nonostante tre tentativi, a collocare il commento al posto giusto, sotto il commento di Kamella

      Un testo OT e una risposta quasi OT, ma non OT rispetto al testo precedente
      (gatto padano, leggendo questi acronimi trattieniti: non farti riconoscere!)

      Se questa è una risposta alle osservazioni nel testo Altri metodi e altri strumenti: a quale prezzo? (vedi), francamente non vedo il nesso. Il tema era quello delle sfaccettature della verità, io negavo che alcune “verità” fossero tali, in particolare quella sulla necessità di trovare nuovi metodi e nuovi strumenti (fra l’altro, non meglio specificati). Anzi, mettevo in luce l’opportunità che Gandolfi diffidasse di Gatti & Volpi, quali si trovano nelle società di consulenza e intermediazione operanti nel sottobosco politico, in particolare quando propongono in forma oracolare nuovi metodi e nuovi strumenti.
      A monte c’era il rapporto tra verità e politica, sollevato da Treetball, sul quale non mi sono soffermato, e ho spiegato perché: il problema cogente nell’isola di Nusquamia è il furto di verità, tant’è che proprio per rimediare al furto di verità è stato creato questo diario, come organo di battaglia politica. Preciso, dato che ci sono, che non parlo della verità che Socrate chiamava “episteme”, la verità fondata, la verità del filosofo; quella che egli contrapponeva alla “doxa” dell’oratore. Ma per gli antichi l’uomo politico era fondamentalmente un oratore, dunque – se non altro nell’ottica socratica – sarebbe vano e contraddittorio aspettarsi la verità da un politico. Se devo dirla tutta, io mi ritrovo in questa prospettiva e impostazione del problema, di stampo socratico.
      Invece nel testo di Kamella Scemì vedo citato il rapporto tra verità e politica, è vero, ma non lo vedo spiegato. Leggo però affermazioni condivisibilissime, che faccio mie senza riserve, come la seguente:

      In questo contesto, il Papa mostra come la luce della fede non fondi la città di Dio sulla terra, quanto piuttosto qualifichi cristianamente le istituzioni che gli uomini saranno capaci di edificare per se stessi e per altri uomini, a partire dalla famiglia, che è sì società naturale, ma in quanto società naturale è anche istituzione, anzi, l’istituzione che, in quanto società naturale, maggiormente esprime il carattere poliarchico della società civile.

      Sono egualmente d’accordo con la chiusa del testo, dove si pone in luce l’idolatria dell’egoismo, che è una caratteristica (questo lo dico io) della concezione aziendale della vita, in contrasto con la predicazione della Buona novella, e semmai più in sintonia con il Vecchio testamento, al quale attinge a piene mani l’etica protestante del capitalismo.
      Ma stiamo parlando d’altro, dunque ci troviamo, si direbbe, in un caso di ignoratio elenchi: cioè la mia confutazione (elenchos) non è stata considerata, e la discussione si è arenata.
      Peccato, perché l’argomento era (è) di grande momento.
      Certo, si può parlare d’altro. Succede, nei diari di rete: questi scarti sono indicati con l’acronimo OT (off topic: cioè, fuori tema): speriamo che il gatto padano non ci senta, altrimenti al dolce suono di un acronimo potrebbe avere reazioni incontrollate. Dunque gli interventi fuori tema vanno anche bene, per carità. Però nel caso particolare, sarebbe come se io rispondessi agli argomenti trattati nel testo qui sopra (argomenti che comunque non ho lasciato cadere), citando Le avventure di Pinocchio.
      Però, ecco che mi è venuta un’ispirazione. Ho pensato che la citazione del libro del Collodi sull’ingenuità di Pinocchio che si fa abbindolare dal Gatto e dalla Volpe calza proprio a pennello, non già come risposta agli argomenti trattati da Kamella Scemì (non mi permetterei, tanto più che fanno riferimento al pensiero dei due pontefici che vivono a Roma protetti dalle mura leonine), ma come approfondimento a quanto sostenevo sul pericolo di porgere orecchio ai cosiddetti esperti del sottobosco politico:

      — Dunque, — disse la Volpe — vuoi proprio andare a casa tua? Allora va’ pure, e tanto peggio per te.
      — Tanto peggio per te! — ripetè il Gatto.
      — Pensaci bene, Pinocchio, perchè tu dài un calcio alla fortuna.
      — Alla fortuna! — ripetè il Gatto.
      — I tuoi cinque zecchini, dall’oggi al domani sarebbero diventati duemila.
      — Duemila! — ripetè il Gatto.
      — Ma com’è mai possibile che diventino tanti? — domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.
      — Te lo spiego subito; — disse la Volpe — bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro, per esempio, uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.
      — Sicchè dunque — disse Pinocchio sempre più sbalordito — se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini vi troverei?
      […]
      Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno: e quando gli parve che fosse l’ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli.
      E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sè:
      — E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell’albero duemila?… E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila? E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? O che bel signore, allora, che diventerei!… Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosolii e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.
      Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla; entrò sul campo.… andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso, e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.

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