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Il nome del Pedretti? Ormai è solo una metafora

9 settembre 2013

Come Coventry e come il ministro Bogino, significa un male, se possibile, da evitare

Ora che il Pedretti è ridotto a rango metaforico, cominciano le grandi manovre contro gl’impedrettati

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Ruins-of-Coventry-CathedralRovine della cattedrale di Coventry, dopo il bombardamento del novembre 1940, quando la città fu distrutta dall’aviazione tedesca. Dal nome di Coventry, completamente distrutta, deriva il. ted. koventrisieren, e di qui “coventrizzare”, con il significato di “distruggere completamente”. Dalla Francia occupata decollarono 500 bombardieri che in una sola notte, il 14 novembre 1940, sganciarono  sulla città 500 tonnellate di esplosivo e circa 30.000 spezzoni incendiari. [1]

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L’altro ieri, nel corso di una riunione conviviale, non senza lepidezza si andava discorrendo della prima “F”, che noi resistenti ci guardiamo bene dal disprezzare, come invece tenderebbe a imporre, con condivisione coatta, il Minculpop serrano (Minculpop = Ministero per la cultura popolare), favorevole semmai ad ampie aperture al mondo Lgbt.
Bene, dopo che furono convenevolmente dette le lodi della prima “F”, ed essendosi la conversazione arenata su argomenti vari ed eventuali, ci si domandò se il tramonto del Pedretti potesse darsi come dato acquisito. Si disse che il Pedretti era politicamente finito, certo, e che non sarebbero mancati nuovi riscontri del suo collasso.
Uno di noi osservò, giustamente, che il Pedretti continua a godere, però, del patrocinio del conte zio, cioè di Roberto Calderoli. Il quale, nel corso della Bèrghem Fest, fece presente che il Pedretti aveva operato bene in Val Seriana, della quale fu commissario politico. Ma è ridicolo, osservò un altro, perché lì dove il Pedretti ha messo piede, li si vedono soltanto macerie, nel senso che la Lega è retrocessa. Il Pedretti, ha detto un terzo, è come la peronospora della vite che in breve volgere di tempo portò alla rovina le viti di Francia, alla fine dell’Ottocento, e che di lì si sarebbe propagata al resto d’Europa. Proprio come il Pedretti, che ha messo nei guai ed esaurito, politicamente, un fracco di gente: il povero Foresti è un caso evidente, ma non è certo l’unico. Sarebbe questo, dunque, il ben operare del Pedretti?
A questo punto si ragionò su che cosa spingesse il conte zio, che ha fama di essere persona intelligente, ancorché di temperamento patafisico, a continuare a proteggere il Pedretti. Poiché le cause non sono accertate inoppugnabilmente e una probabilità non è una certezza, eviterò di farne menzione. Personalmente, non trascurerei l’ipotesi che il Pedretti abbia in mano carte che dànno da pensare allo stesso Bobomaroni, che non è una verginella e che forse – politicamente – è solo una demi-vierge: ma anche questo è tutto da dimostrare.
In ogni caso, dopo aver ciascuno di noi presentato punti di vista diversi e dopo ragionevole discussione, ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che per il Pedretti, che attualmente è soltanto factotum politico del Calderoli, quale del resto sempre fu, non ha speranza di essere proposto come candidato a seggi elettivi. Non è da escludere, tuttavia, che stante la forte vocazione territoriale del medesimo e l’interessamento del conte zio, non possa ottenere un cadreghino in qualche consiglio di amministrazione, in un ente per la tutela del formaggino valligiano, per esempio; o in qualche festevole brigata enogastronomica, o in un costituendo Ente per la tutela della cultura del roccolo (brigate enogastronomiche e ornitologia furono oggetto della sua defatigante attività di consigliere regionale, ai tempi d’oro).
Come ho già espresso precedentemente su Nusquamia, la stagione del Pedretti è finita, vivaddio. Potrà anche godere della protezione del conte zio, per ragioni che sanno loro due e che qui non discutiamo, ma il Pedretti con Curno ha chiuso: questa è una certezza, che siamo orgogliosi di aver costruito, con le nostre forze, minime, avendo contro praticamente tutti i potenti, nonché i culilingui che ambivano a un briciolo di potere.
Per dirla nel linguaggio trucibaldo dell’ex politico territoriale e dell’ex tutto: “Pedretti game over”. Questo, il “game over” del Gandolfi, è quanto il Pedretti proclamò gongolante, su Bergamo news (naturalmente), a tambur battente, subito dopo che fu imposta la mordacchia al sindaco del buon governo, e non solo a lui: quando, cioè, s’impedì la presentazione del Pgt in Consiglio, il 17 marzo 2012. Si veda Il Pgt non si discute. Pedretti: “Gandolfi game over”. Due giorni dopo ci sarebbe stata l’eversione dell’amministrazione gandulfiana, promossa dal Pedretti medesimo, che di primo mattino si recava gongolante in Municipio, con la dott.ssa Serra che gli trotterellava dietro, seguiti dall’assessore fedifrago Locatelli e dal drappello di consiglieri che facevano harakiri per la far crollare l’odiata amministrazione, quaranta giorni prima della scadenza naturale del mandato.
Dunque, il Pedretti è collassato. Di lui ci occuperemo sempre meno,  se Dio vuole, sempre che l’ex politico territoriale abbia la bontà di non menare  colpi di coda, e che gli aziendalsimilprogressisti non facciano nuovi tentativi di rimetterlo in circolo (vale anche per loro quel che dicevamo del conte zio: noi non sappiamo perché lo pratichino, possiamo soltanto formulare ipotesi; è un fatto, comunque, che costoro sono regolarmente venuti in soccorso del Pedretti in difficoltà, così come furono proni alla maschia volontà del politico territoriale, al tempo in cui costui era il bau bau di Curno). Ritengo peraltro probabile che il Pedretti sarà presto rinnegato dagli stessi aziendalsimilprogressisti.

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Si apre una nuova stagione di lotta

 Dunque, il Pedretti è collassato. Ma il pedrettismo resisterà (speriamo soltanto come nome), per denotare una pratica di politica contorta, esecrabile in sé e da castigare. Chi ancora mostri voluttà d’impedrettamento, o chi, essendosi impedrettato, persista a calcare le tavole della scena politica, sappia che non dimentichiamo, proprio un bel niente, con buona pace di chi afferma «io non porto rancore». Grazie tante, prima usano mezzi di slealtà indicibile, complottano facendosi forti  dell’appoggio degli attori del territorio e del fuoco di sbarramento della stampa culilingue, poi fanno i superiori, hanno l’impudenza di dirsi sobri. Dicono: «Io non porto rancore per le marachelle che ho combinato». Neanche noi, se tu scompari dalla scena politica. E poi il nostro non è rancore, è giustizia. Come dice l’antico brocardo (gatti padani: cercate la parola sul vocabolario): Iniuriam facias, nisi vindices; cioè, se tu non ti adoperi per la giustizia, commetti un’ingiustizia.
Dunque, cari amici aziendalsimilprogressisti, se intendete rimanere sulla scena politica, sappiate che non vi faremo sconti. Non siate patetici, non invocate il bon ton, la cultura dell’oblio, il dialogo. Era bon ton quello che avete fatto? E poi, scusate, che c’entra il bon ton in politica? Impedrettandovi, avete fatto il male della comunità di Curno, l’avete impoverita spiritualmente (trascinandola nel baratro della vostra indifferenza etica) e materialmente (con la montatura dell’ecomostro: 5.000.000 € di entrate per il Comune andati in fumo). Dopo l’esilio del Pedretti, ci aspettiamo di vedere l’esilio politico degl’impedrettati. In particolare, nella pagina precedente ci dicevamo dell’opinione che fosse interesse del Pd provinciale chiedere alla dott.ssa Serra e a Max Conti di fare un passo indietro.

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“Pedretti”: una metafora, come “Coventry” e come “Bogino”

 Avverrà del nome del Pedretti quel che è avvenuto del nome della città inglese di Coventry. Nessuno oggi s’interessa a Coventry, nessuno pensa di fare un viaggio a Coventry, eppure chi si occupa di storia conosce bene il significato della parola “coventrizzare”: significa radere al suolo con un bombardamento aereo. Questa fu infatti la sorte che subì Coventry al tempo della seconda guerra mondiale, quando in una notte del 1940 fu distrutta da un attacco aereo della Luftwaffe: fu una tragedia per le vite umane falcidiate, per i danni materiali, per il duro colpo inferto alle difese morali del popolo inglese.
Un altro esempio di eclisse della cosa denotata in senso proprio, ma di persistenza del nome che metaforicamente denota un’altra cosa, è l’espressione con la quale in Sardegna si chiedeva un intervento di giustizia (umana, non divina) per chi, avendo commesso il male, persisteva impunito. L’espressione è «anca ti crùxat [2] su buginu», cioè “che ti rincorra il (ministro) Bogino”, nel senso di “spero che tu incorra nel castigo che ti meriti”. Infatti, del tutto analogamente, si dice anche «Anca ti pregònit [3] sa Giustizia!», cioè “Che la giustizia ti metta al bando”. Ora, nessuno sa più chi fosse il ministro Bogino, però il suo nome viene evocato nelle circostanze che ho detto.
Ebbene, io auspico, anzi sono sicuro, che di qui a non molto, eguale sarà la sorte del nome Pedretti: non denoterà più una persona fisica, ma sarà un nome astratto, esprimerà un concetto, come Coventry e come Bogino, che evocano – rispettivamente – il concetto di distruzione per bombardamento e il concetto di giustizia vìndice. Analogamente, il nome di Pedretti sarà evocatore di una pratica di malapolitica, nel senso che abbiamo più volte illustrato qui su Nusquamia.

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Approfondimento sul ministro Bogino

 Riprendiamo l’espressione anca ti crùxat su buginu  e osserviamo che buginu significa “boia, carnefice”. Questo è sicuro, ma è da dimostrare che il sabaudo conte Giovanni Battista Bogino meritasse questa triste nomea. Infatti, «“fece tante cose buone”, ma, come si legge nel Dizionario del Vigna, “si comportò come un duro colonizzatore, vessando i sardi di tasse esose e attuando una riforma della giustizia che diede lavoro a molti boia”» (si veda G. Melis Onnis, Fueddaru sardu campidanesu-italiano ). La verità è però che il Bogino fu tutt’altro che un cattivo ministro, per quei tempi (era, per la precisione, ministro del Regno per gli Affari di Sardegna): si veda il riquadro qui sotto, riquadro che in linguaggio coglione viene dai grafici chiamato “box”.

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Ma il Cattaneo diceva bene del conte Giovanni Battista Lorenzo Bogino

Il conte Bogino, fu un riformatore illuminato, contrariamente a quel che lascia intendere il detto popolare anca ti crùxat su buginu. Atri furono i personaggi dalla faccia feroce: fra questi, si ricorda Carlo-Amadeo San-Martino, marchese di Rivarolo, viceré della Sardegna e «uomo di severo sopracciglio» nel periodo 1735-39. Il conte Bogino, per esempio, diede nuovo impulso alle Università di Cagliari e Sassari, istituì in Sardegna nuovi “monti granatici” (o “frumentari”), vere e proprie banche del grano: i contadini prendevano in prestito il grano per la semina, che avrebbero restituito al tempo del raccolto. Una forma di prestito agevolato ai contadini, dunque, che li sottraeva alla piaga dell’usura.
Il conte Bogino aveva fama di essere “illuminista” e come tale fu destituito dal reazionario Vittorio Amedeo III di Savoia, appena diventa re. Del Bogino dice bene Carlo Cattaneo, in un saggio pubblicato sul Politecnico (IV, 21 [1841]: Della Sardegna antica e moderna): «Morto nel 1773 il prode vecchio Carlo Emanuele, è spenta con lui la benefica potenza del ministro pensatore, conte Bogino…». Carlo Emanuele è Carlo Emanuele III, re di Sardegna, figlio di Vittorio Amedeo II, che nel 1718 aveva ottenuto la Sardegna con titolo regio, in cambio della Sicilia (ceduta obtorto collo).

Layout 1

Un’edizione moderna del saggio scritto dal Cattaneo nel 1841, contenente in appendice un epistolario di Cattaneo con i corrispondenti sardi, illuminante per capire il metodo di lavoro dell’intellettuale milanese, patriota, politico e scienziato, fondatore della rivista Il Politecnico.
Il saggio fu ristampato, già cinque anni dopo la sua prima pubblicazione, in Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo, Borroni e Scotti, Milano 1846, vol II, pp. 177 ss. Il volume è rintracciabile in rete, come pure, dello stesso autore, è possibile leggere a casa propria, senza necessità di andare in orrende biblioteche come il paventato Bibliomostro, le Notizie naturali e civili su la Lombardia, opera monumentale di 600 pagine, mai più ristampata in edizione integrale. Fra l’altro, nel Bibliomostro non si troveranno certo libri come questi, che sono libri seri: è molto più probabile che vi si ritrovino pubblicazioni sull’alimentazione biologica (ricordo che anche i coprofagi mangiano “bio”), libercoli femministi, predicozzi politicamente corretti e manualistica Lgbt.

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Com’è dunque che il nome del ministro Bogino, che fu portatore di istanze tipiche del dispotismo illuminato dell’epoca, sia divenuto sinonimo di “boia”?
Una possibile spiegazione potrebbe essere che ci troviamo di fronte a un fenomeno di attrazione paronimica, come si dice in linguistica. È quello per cui in italiano “regalia”, che in origine significava “diritti del re” (deriva da “regale”) veniva sentito dall’orecchio popolare come affine a “regalo”, prendendo in seguito il significato quasi di mancia, o compenso straordinario: un fenomeno simile, ma non coincidente, con quello di paraetimologia, o etimologia popolare. [4]
Cioè, può essere che in certi ambiti linguistici per dire “bando” si dicesse latinamente bucinum, che è il suono della tromba del banditore (lo si vedeva in qualche film degli anni cinquanta: il banditore imbocca la tromba – che in latino si dice bucina, da bos + cano, cioè “bue” + “cantare”, perché le antiche trombe erano corna di bue – quindi con voce chiara e distinta legge il proclama). Di un malnato si diceva, dunque: che tu possa essere perseguito dal bando, cioè da un editto che decreti il tuo esilio, o la tua condanna. E per dire “bando” dicevano bucinum, appunto. Ma il popolo, che non sapeva il latino, che forse aveva appreso quest’espressione da un sacerdote, ma che aveva sentito parlare del ministro Bogino, quello che voleva far pagare le tasse, perlomeno ai ricchi, capiva Bogino.


[1] Anche Milano subì pesantissimi bombardamenti a tappeto, con lancio di bombe incendiarie: il 13 agosto la Royal Air Force inglese impegna tutti i bombardieri disponibili, 504, che trasportano 1.250 tonnellate di bombe; il 15 agosto cadono su Milano altre 400 tonnellate di bombe e spezzoni incendiari. Per fortuna la città è in buona parte evacuata, un terzo delle costruzioni vanno distrutte. La strage di Gorla sarà invece del 20 ottobre 1944, quando per errore un bombardiere della United States Army Air Forces americana distrugge una scuola elementare, il mattino: perirono 184 bambini e l’intero corpo docente.

[2] Crùxat, presente congiuntivo, con valore esortativo, del verbo crùxiri, da cùrriri “correre, rincorrere”. La “x” di cruxat non va pronunciata come una “ics”, ma denota una fricativa postalveolare sonora indicata nell’alfabeto fonetico internazionale come [ʒ] ; nelle lingue slave questo stesso fonema è rappresentato come [ž].

[3] Pregònit, presente congiuntivo, con valore esortativo, del verbo pregonai, dal lat. praeconium, “bando, pubblicazione” (praeco è il banditore)

[4] Un caso di paraetimologia in senso proprio è quello per cui il latino periculum che significava “prova,  esperimento” passando all’italiano assume il significato di “rischio”: ciò avveniva perché il popolo in questa parola sentiva l’eco del perire, dell’andare in rovina.

30 commenti
  1. .
    Federalismo serio, mica impostura, tronchetti della felicità e sparate mediatiche

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    Il Politecnico

    Vedete come gira il mondo: si parte dalle stalle e si arriva alle stelle. Avevamo preso le mosse dalla politichetta curnense, dal servilismo e dal bassissimo livello intellettuale dei suoi boriosi rappresentanti, siamo approdati a Cattaneo.
    A proposito del ministro Bogino, ricordavamo che sul Politecnico il Cattaneo ne aveva apprezzato il dispotismo illuminato, quando il Bogino fu ministro per gli affari della Sardegna. Ebbene, con un po’ di pazienza ho trovato in rete l’annata 1841 della rivista: possiamo sfogliarla facendo clic sull’immagine qui sopra. Val la pena osservare che la rivista del Cattaneo s’intitola Politecnico e non Copropapirologia padana, per esempio. Vediamo, infatti, che porta come sottotitolo esplicativo “Repertorio mensile di studj applicati alla prosperità e coltura sociale”. Capito? Niente retorica, niente poesiole; e se si parla degli antichi Ari (gli antenati indoiranici) è per fare un discorso scientifico, urbano, senza derive da nazistelli ignoranti, senza prendere a pretesto la mistica del cosiddetto territorio per far brigata enogastronomica intonando canzoni di osteria, scandite dalla mitraglia di rutti e peti rustici. (Il Pedretti aveva fatto richiesta di speciali provvidenze regionali a favore delle brigate enogastronomiche, in virtù della loro valenza culturale.)
    Il Politecnico è dunque una rivista senza concessioni alla sciura Rusina, perché da qualche parte si dovrà pur ragionare, e ragionare seriamente. Mica una rivista per sbrodolate, a fini di concacazione di nuovi assetti mondiali partoriti dalle menti etiliche di poeti dialettali, riflessioni sulla cultura del roccolo, pallosissimi encomi di non meglio specificate e per lo più fantasiose radici, inni alla divinità celtica Belanu (da cui il genovese “belìn”: non è una battuta, è vero).
    Scorriamone l’indice: vediamo che si parla di ferrovie, canali navigabili, turbine per utilizzare la forza motrice dei corsi d’acqua, ponti, agricoltura, salubrità delle acque, tecnologie meccaniche, tecniche di trattamento dei materiali, chimica, bachicoltura, miniere. E poi nella sezione umanistica si parla di poesia, certo, ma anche di urbanistica, della questione sociale, del «modo di preparare i pastelli ad uso degli studiosi di pittura». Trattando questi argomenti, il Politecnico manteneva fede al suo assunto, quello di far derivare «dalle più ardue regioni della Scienza […] sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile»: così recava scritto il primo numero (1839), nella presentazione al lettore. Era dunque quello del Politecnico un programma politico, ma serio, senza imposture, senza le sparate mediatiche usate per buggerare i gonzi, come i tronchetti portafortuna di Vanna Marchi e del mago Pacheco do Nacimiento. Saranno le «Arti Fisiche, le Arti Sociali, le Arti Mentali, le Arti Belle» a promuovere «una nuova trasformazione di quell’industria che, perseverando per venti secoli, ha già potuto recare questa nostra terra Insubrica dallo stato suo primitivo di sabbia o di palude a quello di una incomparabile feracità».
    Segnalo infine che Il Politecnico trattò con dovizia di articoli e pertinenza la disciplina linguistica, afferente alla terza “F” dell’insegna di Nusquamia (rappresenta la fonolinguistica).

    Accennavamo anche alle Notizie naturali e civili su la Lombardia, sempre del Cattaneo. Facendo clic sull’immagine qui sotto è possibile sfogliare l’opera, veramente meritevole, anche perché costituisce un’indicazione di metodo (nelle grandi linee, beninteso: il metodo va escogitato secondo la bisogna, avendo cura di rifiutare la gabbia metodologica che rischia, spesso, di diventare una sorta di mordacchia “partecipata”, dove cioè la vittima collabora con il carnefice). Se andiamo in fondo a queste Notizie e ne scorriamo l’indice, la mente corre al Bobomaroni che sussiegoso discetta di macroregione: ridicolo, o penoso. Non sa neanche dove cominciare, ma fa a gara con la Serracchiani a chi la spara più grossa! Cabaret, o impostura, o tutt’e due le cose. Vanna Marchi, comunque, era più divertente.
    Vediamo invece come il Cattaneo affronta la questione: storia, orografia, geologia, precipitazioni, idrografia, fauna e flora. Queste, infatti, sono le notizie naturali e civili sulla Lombardia. Poi ci sono gli aspetti industriali, scientifici e sociali che tratta sul Politecnico.
    E le leggi, e le cacate carte? Beh, se necessario, si fa anche la rivoluzione. Si va negli archivi, si bruciano le cacate carte, come si è sempre fatto: così si fece in Francia nella prima rivoluzione del 1789, nella seconda del luglio 1830, nella terza del 1848. Come facevano le plebi meridionali che a colpo sicuro si recavano in Municipio sapendo bene che i galantuomini, i signori delle famiglie notabili (i “cappelli”), opprimono i contadini (i “berretti”) proprio con le cacate carte: si veda la novella del Verga, Libertà .
    Ma si fa la rivoluzione quando si diano le condizioni oggettive per farla (ricordando che la rivoluzione ha bisogno dei rivoluzionari, tanto per cominciare), mica si fanno i proclami, per poi andarsi a strippare da Giggetto er pescatore, come fanno i nostri leghisti.
    Se non si può fare la rivoluzione, si batte la strada del riformismo, mai tuttavia venendo meno al dovere di essere seri, senza cadere nella tentazione del cabaret (e se fate cabaret, fate almeno del buon cabaret, diamine!). Perché il riformismo è una cosa seria, mica schifosissima condivisione, dialogo giovanneo e cultura dell’ascolto. Le riforme si conquistano, non sono esito d’inciucio. Ovviamente, anche il riformismo si fa senza sparate mediatiche: le riforme si fanno, non si proclamano. Perché un conto è una discussione seria, fra persone serie; altro è il proclama ai gonzi.
    Cattaneo fu all’uopo un combattente: fece parte del Consiglio di guerra durante l’insurrezione delle Cinque giornate di Milano. Si rifiutò però di venire a patti con il re sabaudo, aveva tutte le ragioni di questo mondo: tanto vale, allora, rimanere con l’Austria. Scrive Montanelli che «il suo sogno non era l’unità nazionale, ma un Commonwealth mitteleuropeo a guida austriaca, in cui il Lombardo-Veneto prendesse il suo posto come Land dotato di ampia autonomia».
    La realtà è oggi tremendamente complessa. Occorre trovare un modo di dominare simultaneamente tutti gli aspetti del problema, non più per aggiustamenti successivi, per accordi sindacali e per aggiunzione di cacate leggi. Immagino che sia necessario scrivere, ex integro, una sorta di Codice napoleonico, le cacatissime leggi devono scomparire.
    Ho sostenuto in altre pagine che bisognerebbe mettere intorno a un tavolo le menti migliori (tenendo presente comunque che si rifiuterebbero di stare intorno a Bobomaroni, o addirittura di prendere ordini da lui) e approntare non già un modello econometrico, tipo quello della Banca d’Italia, ma un modello di sistema, come quello di Forrester ai tempi del Club di Roma, ma funzionante, questa volta, e senza contributi talebanici. Il modello è finalizzato a simulare diversi scenari d’intervento, in base ai quali possa adottarsi – su base razionale – una via di salvezza, idonea a portare a soluzione la questione settentrionale.
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    Cattaneo_Lombardia

  2. Il cavallerizzo permalink

    Il pedrettismo sarà duro a morire.

    Abbiamo conosciuto a fondo le gesta e prestazioni in ambito politco del Pedretti e, se dobbiamo tirare le somme del suo operato in proporzione al suo agitarsi e ai ruoli ricoperti, il giudizio non può che essere negativo.
    I risultati elettorali sono negativi: anzi, sotto lo zero, visto che negli ultimi anni dove lui si presenta come responsabile diretto o indiretto, tramite alcuni suoi adepti, la Lega prende solo legnate.
    Altro che le lodi del Calderoli, che se lo tiene buono per il timore che parli dei loro metodi per fare politica.
    Per non parlare sotto l’aspetto del profilo della persona, un disatro.
    Arrogante, prepotente, maleducato come pochi, un modello negativo in tutti gli aspetti per un uomo che della politica si vuole occupare.
    Mi aspetto a breve sue patetiche e rozze esternazioni, molto di pancia, per lucrare sullo sgomento dei cittadini, che vorrebbe trasformare in suoi elettori, che non possono che condannare i tragici fatti di cronaca nera avvenuti negli ultimi due giorni in provincia di Bergamo.
    Infatti il Pedrettismo incarna nel modo peggiore la tecnica di rivolgersi alla pancia dell’elettore, accendendo gli animi e agitando ancor più lo stato di apprensione che viviamo quando siamo coinvolti da questi drammatici fatti.
    Concludo affermando che cavalcare con metodi primitivi, argomenti di dramma sociale, noti e purtroppo in ascesa, non aiuta a trovare soluzioni.
    La politica per venire a capo di fatti e situazione di allarme e disagio sociale deve essere in grado d’intervenire con autorevolezza, capacità e conoscenza di causa.
    Altrimenti per il politico pedrettista resta l’ennesima meschina opportunità per cavalcare un’onda di malessere per un breve periodo, quello che lo separa dalle prossime elezioni, per poi tralasciare la situazione non risolverla e tenerla in caldo come argomento futuro.
    [Questa è un classico dell’impostura politica, non solo pedrettesca. Bisogna dire però che il Pedretti, quando si tratta di coniglistica mediatica non conosce rivali. Sono le 8 : 40 del 10 settembre, fra poco avremo modo di verificare se i baldi giornalisti anglorobicosassoni ancora una volta gli faranno il servizietto, e come. O se invece, divenuti più saggi, lo lasceranno perdere. Se però fossi io il giornalista, un articolo lo farei, con questa traccia: è successo questo e questo, ed ecco che il Pedretti si fa vivo, cercando presso di noi una pubblicità gratuita che, pagata come pubblicità tabellare, avrebbe il valore di tot euro. Ma noi siamo giornalisti, non siamo markettari. Dunque… ecc. N.d.Ar.]

    Mi ricorda la tecnica dei forestali precari del sud Italia, provocare e mantenere un minimo d’incendi annuali per garantirsi l’occupazione per gli anni a venire.

    • Un coniglio mai concepito o un coniglio abortito?

      È passato un congruo spazio di tempo, dal momento in cui sono avvenuti «i tragici fatti di cronaca nera avvenuti negli ultimi due giorni», ai quali si accenna nel commento precedente. Ma non è stato avvistato alcun coniglio mediatico del Pedretti. A questo, punto, è probabibile che non si vedrà, perché una delle caratteristiche del Pedretti, quando si tratta di promuovere la propria immagine, è la tempestività. In ogni caso, il coniglio sarà impallinato dalla carabina di Nusquamia, se mai ci sarà, per quanto tardivo.
      Il fatto che il coniglio non ci sia stato, pur essendo l’occasione ghiotta per uno come il Pedretti, è verisimilmentte dovuto a una di queste cause:
      a) il Pedretti si è rassegnato all’esilio, ha gettato la spugna e si contenterà di una posizione nelle retrovie, confidando nella benevolenza del conte zio, beninteso;
      b) pur non essendo rassegnato, il Pedretti attraversa un periodo d’incertezza, è in attesa dello sviluppo degli eventi e di certe sue private traversie (vedi per esempio la questione dei gingillini e del vino Chardonnay da lui acquistati con i soldi dei lombardi) e, come in Napoli milionaria, di Eduardo De Filippo, «Ha da passà ‘a nuttata»;
      c) i giornalisti anglorobicosassoni sono arrivati a rendersi conto che, continuando a fare i servizietti al Pedretti, tornando a casa non avrebbero il coraggio di guardare i figli negli occhi; perciò, pur essendo sollecitati a confezionare un coniglio, o a metterlo in orbita tel quel (come fecero quando pubblicarono la notizia della denuncia pedrettesca a carico di Aristide, senza nemmeno rendersi conto di quel che facevano, pubblicando l’indirizzo di casa di Aristide), si sono rifiutati;
      d) il potere di dissuasione di Nusquamia è stato sopravvalutato, tanto che, nonostante il coniglio fosse già stato concepito, a seguito della pubblicazione del pezzullo qui sopra, il Pedretti e i giornalisti anglorobicosassoni hanno deciso di comune accordo che la coniglia dovesse abortire.

      • Povero Pedretti permalink

        Che uomo!Che profonda convinzione del proprio pensiero!
        A dimostrazione che quanto scrive su Facebook, abbondanti ruttini e innumerevoli leccatine, è solo pro domo sua.
        Non è in grado di esprimere un solo pensiero, che abbia un benchè minimo valore riconosciuto dai più.
        Oramai ben conosciuto, prevedibile ed inconsistente, come si muove viene subito impallinato.
        Domanda: tace Pedretti e tacciono anche tutti i suoi seguaci?
        Muoia Sansone con tutti i Filistei?
        O meglio: essendo lui il più intelligente e preparato, ed è tutto dire, del gruppo gli altri sono nel panico?
        E poi ci si stupisce perché dopo 20 anni la Lega ha raccolto 300 voti e 0 consiglieri?
        Si veda:http://leganordcurno.com/

        “Oh no! Il dominio leganordcurno.com è scaduto 13 giorni fa!
        Contatta il proprietario del sito e chiedi di rinnovare il dominio. Non preoccuparti, potrai ancora visualizzare il sito a questo indirizzo: leganordcurno.wordpress.com.”

        [Ho provato a recarmi sia all’indirizzo http://leganordcurno.com, sia a http://leganordcurno.com (sono i due indirizzi segnalati qui sopra), ma nessuno dei due sitarelli risponde. Ho provato a fare “toc, toc”, nessuna risposta. Ecco che cosa succede a sostituire il buon Foresti, il santo Foresti, l’uomo per tutte le stagioni (pedrettiste) Foresti con un Marcobelotti, che è mùtolo come Masetto da Lamprecchio, ma non altrettanto sagace. Ché se fosse stato sagace, non si sarebbe prestato a questa farsa. Alcuni segnali ci dicono che lo stesso Foresti avesse aperto gli occhi, ultimamente, sia pure con una latenza di risposta agli stimoli che a lui perdoniamo volentieri. Segnalo tuttavia che esiste un fossile di sitarello della Lega nord curnense. Si veda http://leganordcurno.blogspot.it, che è fermo al tempo in cui il Pedretti pubblicò una sorta di lista di proscrizione, contro chi non si era prestato alla montatura serrapedrettista del cosiddetto ecomostro. N.d.Ar.]

        Il super segretario Marco Belotti, scelto per le sue grandi qualità nel campo della comunicazione, e non come le malelingue affermano, perché è il marito dell’infermiera del Calderoli, ci farà sapere a breve quando riemergerà dall’apnea che dura da mesi?

        Ma torniamo al Pedretti: è così uomo ardito e di grandi visioni da starsene rintanato buono buono in attesa che il suo vecchio capo Bossi torni in sella?
        Cosa spera di tornare a fare?
        1 – la sella
        2 – il gobbo suggeritore
        3 – ospitare il Trota
        4 – accudire nuovamente le tartarughe della Marrone
        5 – rifare terrazzi a Gemonio (cacchio sarebbe la terza volta!lo stesso nè)
        6 – cuocere gnocchi fritti in mezzo alla gente
        7 – comprare una Porsche come ai vecchi tempi
        8 – impazzare su BG News
        9 – salire in cattedra, archittettura, inglese e di bon ton
        10- produrre nuovi gadget
        11- occuparsi di volatili, vivi e morti
        12- dedicarsi alla telefonia e al mondo dei gingillini
        13- il suo numero del fluido SS, Super Sfiga
        14- invitare ancora casa il Max Conti (forse sempre incontrato in altra sede?)
        15- allevare nuovi adepti per la brillante sezione di Curno
        16- farsi fotografare invece di fotografare gli altri
        17- ispezionare luoghi di culto
        18- farsi bello, politicamente, per il Calderoli, ops, mai smesso.

        mi fermo mi sono rotto le balle, perchè potrei arrivare a 90, fate voi.
        Dopo il SuperEnalotto giocheremo con il SuperPedroLotto, con la elle non la erre.

        Un consiglio, Pedretti non ascoltare Aristide, piantala di leggere Nusquamia, segui il tuo istinto, il tuo collaudato fiuto, tieni sgombra la tua mente, agisci di tuo, non indugiare, accelera così la tua parabola discendente, trasformala in una deflagrante picchiata.
        Colpisse il Bibliomostro ne avremmo anche un beneficio.

  3. Sull’unità d’Italia
    Un esercizio di memoria (memoria vera, mica memoria “storica”, come quella del Bepi, addomesticata e adulterata)

    Nell’articolo con il quale s’inizia questa pagina ricordavo una novella del Verga, Libertà, dove si narra della rivolta dei “berretti” contro i “cappelli”, cioè dei contadini contro i cosiddetti galantuomini. La rivolta degenera in un bagno di sangue (il figlio del notaio, un giovinetto di undici anni, “biondo come l’oro”, lascia la vita troncato da un’ascia: poco male, si dice, perché sarebbe diventato notaio, anche lui). Segue la repressione guidata da Bixio, che però nella novella non viene nominato. Il racconto può essere letto alle pp. 10 ss. del documento Pdf consultabile in rete (vedi sopra). Varrà la pena ricordare che quella di Bronte non fu l’unica repressione nei confronti dei contadini che rivendicavano il possesso delle terre.
    I fatti raccontati succedono al principio dell’agosto 1860. Garibaldi è sbarcato a Marsala l’11 maggio, riporta un grosso successo a Calatafimi, il 27 maggio conquista Palermo. Le file garibaldine nel frattempo si ingrossano, anche perché la parola “libertà” per il popolo minuto significa la fine della servitù, significa il possesso delle terre. Perlomeno, così essi credono. Garibaldi avanza e a Bronte i “berretti” regolano i conti con la superbia dei “cappelli”. L’avv. Lombardo, un libero pensatore (tiene in casa una donna che convive more uxorio) di sentimenti repubblicani, prova a dare un indirizzo realistico, non necessariamente moderato, alla rivolta. Ma ha la peggio, assiste impotente alla macelleria: quando i cosiddetti galantuomini sventolano anch’essi il tricolore e si dicono favorevoli alla libertà e a Garibaldi, gli animi si esasperano ancora di più. Perché il problema sono loro, il problema è nel sistema delle famiglie: sono loro i nemici del popolo.
    Intanto i garibaldini avanzano verso lo stretto di Messina, divisi in tre colonne: Garibaldi procede lungo la costa settentrionale (il 20 luglio riporterà una difficile vittoria a Milazzo, dimostrando capacità strategiche e tattiche superiori a quelle dei cosiddetti “regi”, cioè dei borbonici); la colonna dei Cacciatori delle Alpi comandata da Stefano Türr, un ungherese molto stimato da Garibaldi, attraversa la Sicilia centrale diretta a Catania, per proseguire lungo la costa orientale, verso nord; la terza colonna prosegue lungo il profilo meridionale della Trinacria, per ricongiungersi alla colonna di Bixio, a Catania. Ed è di qui che Bixio fa una diversione verso Bronte, alle pendici dell’Etna, per reprimere la rivolta. Fra l’altro, ci sono nei dintorni possedimenti inglesi da tutelare, la cosiddetta ducea, che re Ferdinando IV di Napoli aveva infeudato a Horatio Nelson (sì, quello di Trafalgar) per aver avuto salva la vita, grazie a Nelson, insieme alla moglie Maria Carolina d’Asburgo Lorena, al tempo della Repubblica partenopea, quando i reali ripararono in Sicilia. Nino Bixio pretende e ottiene che un tribunale di guerra individui cinque cittadini da giustiziare esemplarmente e immediatamente. Fra questi, l’avv. Lombardo.
    La rivolta di Bronte e la repressione di Nino Bixio sono raccontate in un film molto bello, girato nel 1972 da Florestano Vancini: vi si riconoscono alcuni episodi narrati nella novella del Verga, per esempio la morte del figlio del notaio. Il film s’intitola Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato. Eccolo, in versione integrale:

    Abbiamo già accennato a questo film in un precedente commento di Nusquamia. Se il capo dei carbonai vi pare che abbia un aspetto poco siciliano, non fateci caso: il film è stato girato in Croazia, e le comparse, nonché alcuni attori che recitano in ruoli minori, sono stati reclutati sul posto. Il film è ben documentato, accurato nella ricostruzione degli ambienti, con una narrazione incalzante, tanto da far sfigurare un film recente, di argomento parimenti risorgimentale, che racconta la delusione di un patriota per un’Italia che, appena unificata, mostra un volto inaspettatamente feroce e stupido. Anche di questo film abbiamo parlato in un precedente commento (l’opera s’intitola Noi credevamo, per la regia di Martone: non è un capolavoro, ha l’impianto di una fiction televisiva, ma vale la pena vederlo; Martone diede migliore prova di sé in Morte di un matematico napoletano). Si veda Politicamente scorretto: sull’unificazione d’Italia.

    È possibile ascoltare la novella del Verga nella lettura intensa di Gian Maria Volonté, facendo clic sul nesso che riportiamo qui sotto:
    Gian Maria Volonté legge Libertà, di Giovanni Verga.

    Sciura Rusina e signori progressisti, ho scritto questo pezzo senza chiedere il vostro permesso: ho fatto male?

  4. A ridaje con il Bibliomostro

    Compare sull’Eco di Bergamo un articolo sul Bibliomostro, quest’opera inutile, mastodontica, costata un patrimonio e che potrebbe continuare ad affliggere i cittadini di Curno, con nuove tasse, o privandoli di cose più utili, più degne, anche più “progressiste”, qualora gli aziendalsimilporgressisti che maldestramente reggono le sorti del Comune si trovassero per le mani qualche “picciolo” da spendere. Si veda Patto di stabilità: la biblioteca di Curno dopo quindici anni non può aprire. Com’è noto, siamo dell’opinione che gli amministratori dovrebbero darsi da fare (seriamente) per convertire ad altra destinazione d’uso la struttura progettata per essere un Bibliomostro. Potrebbero per esempio, se volessero, sfruttare le entrature in campo similprogressista, per agganciarsi alla monta lattea dei quattrini di Expo 2015. Ma abbiamo capito, fin troppo bene, che non c’è la volontà politica.
    Comunque, val la pena registrare la stima fatta dagli Uffici tecnici (immagino la stima sia loro, spero che non sia una stima a capocchia, fatta dal primo assessore che passa, magari uno di quelli che, se si distruggono i nidi di rondine, dicono “ecchisenefrega” ):
    • 150.000 euro per terminare alcuni lavori e rendere funzionale l’auditorium, nonché per l’Ufficio cultura (che cos’è l’ “Ufficio cultura”? è il Minculpop serrano? [*]);
    • 300.000 euro per arredare la biblioteca.

    Va bene, queste sono le spese d’impianto ancora da affrontare, come si dice in linguaggio ingegneristico.
    E le spese di esercizio? In particolare:
    • Quanto si ha da spendere per il riscaldamento, l’energia elettrica, le assicurazioni, la sorveglianza ecc., nell’ipotesi di funzionamento del Bibliomostro con il normale orario di aperture delle biblioteche italiane?
    • Quanto si dovrebbe spendere nell’ipotesi di funzionamento, come sarebbe ragionevole, in orario concepito per gli studiosi e non per gl’impiegati statali? (All’estero le biblioteche esistono per gli studiosi, mica per dare uno stipendio a impiegati che impongono le proprie condizioni, da loro chiamate “diritti”, perciò sono aperte anche di notte).
    • Quanto si ha da spendere per gl’impiegati? Per favore, che non si dica che questo è un altro conto. E non dite nemmeno che li trasferite da altri uffici, opportunamente qualificandoli ecc. Infatti: a) gli aziendalsimilprogressisti hanno di recente affermato che gl’impiegati del Comune hanno da lavorare, eccome, se non altro per mandar avanti le pratiche finora rimaste nei cassetti; b) in ogni caso, gli stipendi di questi impiegati, quand’anche fossero trasferiti da altre mansioni, rientrano in questo conto.

    L’articolo dell’Eco di Bergamo è pubblicato in rete (vedi sopra) il giorno 8 settembre; nella parte riservata ai commenti se ne trova uno solo, tempestivo (è stato inoltrato alle 10 del mattino), scritto nello stile facilmente riconoscibile del gatto padano. Andiamo bene!

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    [*] Sempre che non vogliano adibirlo a sede di coordinamento provinciale dei “soggetti politici e culturali” dei comitati per i nuovi diritti Lgbt. Rimango dell’idea che gli appartenenti del mondo Lgbt possano praticar sodomia e tribadismo quanto e come vogliono in privato, che debbano essere tutelati dalle forze dell’ordine e dalla giustizia ordinaria se qualcuno lede i loro diritti sanciti dalla Costituzione, ma non abbiano diritti superiori a quelli dei normoscopanti, degli aeromodellisti, dei radioamatori ecc. Dunque, né il Comune di Bergamo né quello di Curno dovrebbero mostrare per loro un interesse superiore a quello dovuto a qualunque cittadino senza titoli che lo qualifichino “attore del territorio”. Dico questo perché sia il Comune di Bergamo, sia quello di Curno hanno mostrato speciale attenzione per il mondo Lgbt.

  5. Anche Renzi, come il Pedretti, dice “game over”: che squallore!
    .

    Renzi
    Facendo clic sull’immagine, si accede alla pagina contenente il video del “game over” renzista.

    Ecco che anche Renzi si esprime à la Pedrettì (pronunciare Pedrettì, con l’accento sulla “i”, in questo caso, poiché l’espressione è di conio francese). Riferendosi a Berlusconi, per dire che il cavaliere è al capolinea, afferma asseverativamente che costui è “game over”. Si esprime nel linguaggio delle macchinette mangiasoldi, come il Pedretti brembano.
    Eppure il Renzi avrebbe dovuto frequentare ambienti migliori. Sono stato due volte al liceo Dante di Firenze, dove Renzi ha studiato, chiamato da un’amica professoressa perché conversassi con i suoi studenti. Conservo grato il ricordo delle loro espressioni, intelligenti nel volto, acute nel discorrere; la soavità dei modi delle ragazze mi fece per un momento sperare che non tutto fosse perduto in quest’Italia sempre più schifosamente aziendalistica e volgare; il piacere fonolinguistico non fu inferiore agli altri diletti. Ebbene, Renzi che ebbe la fortuna di venire a contatto con questo mondo, si esprime come il Pedretti!
    Intanto il pensiero corre a Max Conti e alla dott.ssa Serra, le due punte di diamante del Pd curnense, parimenti responsabili dell’impedrettamento del Pd (del quale il Pd pagherà le conseguenze, a momento debito, se non avrà preso provvedimenti di depedrettizzazione). Mi domando: già fatto il salto della quaglia? In campo renzista, s’intende. E se non l’hanno già fatto, se ancora corrono sul terreno di qui e di là, per ingannare i segugi, in quale occasione spiccheranno il volo? Il loro problema è far sapere ai renzisti che loro stanno dalla parte del vincitore, senza che i cittadini si accorgano di niente, perché queste non sno cose da raccontare ai cittadini, meritevoli a loro parere, come sempre, di essere coglionati. Insomma, faranno i “sobri”. Peccato che la sobrietà serrana sia stata smascherata. Tradotta in italiano corrente, prende nomi che suonano tutt’altro che a encomio dell’asseverativa, determinata e impedrettata sindachessa.
    Vi ricordate il discorso di Ciampa nel Berretto a sonagli di Pirandello? Diceva Ciampa: «Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa: la seria, la civile, la pazza». Anche la dott.ssa Serra ha tre corde, che però sono «l’indignata, la civile (intesa come “società civile”) e la curnense». Avremo modo di tornare su questo argomento delle tre corde, che mi è venuto in mente mentre, imitando maldestramente Rousseau (vedi Les Rêveries du promeneur solitaire), camminavo per i campi, ormai non più deserti, come quelli del Petrarca («Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti…» [*]).

    Pedretti

    – – – – – – – – – – – – – – –
    [*] Si noti di sfuggita che i passi del Petrarca sono tardi e lenti, mica come quelle donnette che taccheggiando scompostamente sfrecciano per le vie, come vediamo i topi nel solaio di una casa antica (parenti minuti delle meno simpatiche zoccole), quando improvvisamente ne apriamo l’uscio. Ma i tacchi – osseva Bianciardi – sono stati inventati per dare movenza aggraziata alla camminata, che dev’essere lenta e prestarsi all’ammirazione, sempre che ci sia qualcosa da ammirare.

  6. Elogio della Catalogna

    Diada

    I giornali parlano oggi della Catalogna, rendendo conto della Diada, la manifestazione che commemora la resistenza di Barcellona che tenne testa per 14 mesi all’assedio dell’esercito borbonico di Filippo V di Spagna, e cadde l’11 settembre 1714.
    Leggiamo sul Corriere della Sera, nella pagina che riporta il video della manifestazione (si veda: Spagna, catena umana in catalogna per 400 km):

    In occasione della Diada, la festa nazionale della Catalogna, decine di migliaia di persone si sono riunite per formare la “Via catalana” una catena umana lunga 400 km. Obiettivo: rinnovare la pressione per un referendum sull’indipendenza dalla Spagna. Barcellona era gremita di manifestanti che hanno sfidato il brutto tempo con bandiere colorate, canti e slogan.

    .
    Cossiga

    Mi piace rammentare a questo punto un Elogio della Catalogna pronunciato da Cossiga in occasione della laurea honoris causa in Giurisprudenza, conferitagli dall’Università di Barcellona il 15 novembre 1991. Lo si trova alle pp. 271 ss. del libro del quale si riproduce qui sopra la copertina. Non avendo trovato in rete una trascrizione dell’elogio, mi limito a ricordare che, ovviamente, l’elogio di Cossiga, se non proprio autoreferenziale, non può far a meno di accennare a Cossiga stesso e ai suoi quarti di ascendenza catalana. Ma, considerata l’occasione, era inevitabile che fosse così.
    Interessa però considerare che Cossiga sottolinea la «vivacità e profondità dei legami politici, culturali e umani tra l’Italia e la Spagna, tra la Repubblica italiana e il regno di Spagna, e in particolare tra l’Italia e la Catalogna, nel quadro del faticoso ma inarrestabile processo di riunificazione della cultura europea e della fondazione dell’unità dell’Europa». Perciò richiama «gli specialissimi vincoli che si stabilirono, dall’alba del nostro millennio, tra la Catalogna e alcune Repubbliche marinare italiane, impegnate anch’esse nella riconquista cristiana del Mediterraneo occidentale». Segue una carrellata storica dove si legge del Regno di Sardegna e Corsica, costituito nel 1297 da Bonifacio VIII, che nel 1324 si aggiunge di fatto alla Corona d’Aragona, che nasce dalla confluenza della Contea di Barcellona nel Regno d’Aragona. Con la fine della Corona d’Aragona come potenza egemonica mediterranea, si ha la decadenza politica della Catalogna, ma non vengono meno le istituzioni catalane nel Regno di Sardegna, dice Cossiga. Infatti, «sia il Parlamento che la carica viceregia furono aboliti solo nel 1848, […] ben oltre il principio della dinastia dei Savoia, sul trono di Sardegna nel 1720». Dunque, 128 anni dopo, quando si ottenne la cosiddetta “fusione perfetta” col Piemonte, la Liguria, la Savoia e il Nizzardo. Ricordo che sia il passaggio della Sardegna ai Savoia, sia quello della Catalogna ai Borbone è l’esito della lunga guerra di successione sul trono di Spagna (1701-14) al quale pretendevano, l’un contro l’altro armati, Carlo d’Asburgo (diventerà imperatore del Sacro romano impero con il nome di Carlo VI d’Asburgo) e Filippo d’Angiò (nipote di Luigi XIV re di Francia, diventerà con il nome di Filippo V di Spagna il primo re della dinastia dei Borboni di Spagna).
    Concludendo la sua lezione di storia, il presidente picconatore ricorda che «nell’alto Medioevo il Mediterraneo ha oscillato fra tre mondi: quello orientale bizantino, quello occidentale latino e quello islamico […] Dopo il Mille, i catalano-aragonesi insieme ai pisani, ai genovesi e ai normanni hanno concorso all’occidentalizzazione del Mezzogiorno italiano attraverso il principio monarchico, ispirato dall’impero e dal papato».

    Insomma, da un lato il discorso di Cossiga appare ampiamente per quello che è, e doveva essere, un “discorso di apparato”; d’altro lato, però, è apprezzabile la passione politica, che è autentica: non è un modo di tirare a campare, non è un’impostura. Insomma, quand’anche non fossimo d’accordo con Cossiga, dobbiamo riconoscere che non solo questo discorso, ma le stesse picconate sono lontani le mille miglia dalle sparate bobomaronite: in queste non c’è cultura, non c’è intelligenza, non c’è passione politica. Sono sparate fini a se stesse, o per ricordarci che Bobomaroni è vivo, tutt’al più con la funzione di dimostrare che Bobomaroni avrebbe a cuore la questione settentrionale. Ma poiché a Bobomaroni non importa niente di queste cose, le sue sparate sono un esempio da manuale di impostura.

  7. Indipendentismo

    Segnalo sul quotidiano in rete l’Indipendenza l’articolo Indipendentismo, manca la classe politica all’altezza e la visione strategica. Il titolo è promettente, lo svolgimento del tema proposto non delude l’attesa. L’autore è Enzo Trentin, uno che crede nella cultura, con una visione laica e razionale della politica.
    Provo a riassumerne il messaggio dell’articolo: i sindaci, e non soltanto i sindaci, si agitano (perlopiù scompostamente, e perlopiù per chiedere soldi, che useranno male, malissimo: questo lo dico io, Aristide), qualcuno addirittura parla di indipendenza. Ma, scrive Trentin, «non sono all’altezza della situazione, […] se avessero coscienza della loro funzione e delle prerogative di autonomia che la Carta europea delle autonomie e le conseguenti successive leggi consentono loro, avremmo una diversa consapevolezza politica, e conseguenti azioni».
    Segue nell’articolo una disamina della civiltà comunale, degli aspetti giuridici e politico-istituzionali che consentirono, in antico, di legittimare e consolidare le istituzioni comunali. Si sottolinea l’importanza del contributo fornito dagli intellettuali nel contrastare le rivendicazioni imperiali: per esempio, i notai formati nelle scuole di Bologna. A quel tempo la cultura era fondamentalmente umanistica e giuridica.
    Nell’Ottocento uno studioso serio come Cattaneo intese che la cultura dovesse essere umanistica, giuridica e scientifica: ne abbiamo parlato in questa pagina di Nusquamia nei contributi precedenti, fornendo qualche esempio. Cattaneo pensava già a una cultura di sistema, perché il progresso scientifico fosse al servizio dell’uomo (chissà che cosa avrebbe pensato dei gingillini elettronici odierni). Perciò fondò Il Politecnico (vedi sopra, in questa pagina).
    Sarebbe un errore oggi abbandonare la prospettiva umanistica, non foss’altro che per contrastare efficacemente il disegno di egemonia – se proprio non vogliamo chiamarla sopraffazione – della proterva e spregevole, ma potentissima, ideologia aziendalistica. Parimenti sarebbe esiziale trascurare la prospettiva scientifica, della quale talvolta si fanno paladini gli stessi aziendalisti. [*] Come i notai dell’epoca comunale seppero efficacemente rispondere colpo su colpo alle pretese egemoniche degli imperiali con argomenti giuridici e retorici, così occorre oggi essere efficaci nel contrastare le sparate bobomaronite, le sceneggiate aziendaliste dei Renzi di turno, i colpi di coda degli Uffici studi della banche ecc. con gli strumenti che la situazione richiede: economici, giuridici, scientifici ecc. e soprattutto con una visione di sistema.
    Plaudo perciò alla conclusione dell’articolo:

    Concludendo: agli indipendentisti autoctoni non mancano solo progetti di una nuova architettura istituzionale da sottoporre al cosiddetto popolo sovrano. Mancano di una visione strategica. Come scriveva un giornalista americano: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta».

    Cioè, niente sparate mediatiche, ma verifiche su modelli affidabili della realtà che si vuole modificare o costruire. Bando agli entusiasmi degl’invasati, alle certezze talebaniche, ai colpi d’ala poetici. Ben venga la critica spietata, perché i difetti del progetto emergano nelle simulazioni su modello, in alternativa allo sbattere il muso su una realtà diversa da quella che si era frettolosamente ipotizzata.

    —————————————————–
    [* ] Ma gli aziendalisti che si dicono scientifici sono impostori, così come erano impostori, allorché si professavano cristiani, i coloni spagnoli i quali arrivarono ad affermare, perché così faceva loro comodo, che addirittura gli indios non avessero un’anima ( vedi la famosa Controversia di Valladolid nella quale il punto di vista del domenicano Bartolomé de Las Casas, il “difensore degli indios”, si contrapponeva a quello di Juan Ginés de Sepúlveda, gesuita, che definiva i nativi americani homunculi).

  8. Un sindaco scatenato e megalomane
    Ma almeno lui poi, gratta gratta, si contenta di Storaro e dello “shòn, shòn”: qui vogliono il Bibliomostro

    Consiglio di vedere questo spezzone al min. 19 : 17 ss. (vuol dire: al minuto 19 : 17 e ai minuti seguenti). Ci eravamo occupati di quest’episodio in un articolo a p. 14 del secondo numero di 24035 Curno, Bg, intitolato L’amministrazione prudente e l’ipercinetismo assessorile.[*] Scrivevamo nella didascalia di una foto che faceva riferimento a questo film:

    L’episodio centrale del film Caro Diario, di Nanni Moretti, s’intitola ‘Isole’: sono le isole Eolie. L’io narrante del film è lo stesso Nanni Moretti (a destra nella foto). Approdato a Stromboli insieme all’amico Gerardo (interpretato da Renato Carpentieri, a sinistra), Moretti ha la disavventura di imbattersi nel “maiore” dell’isola, un facente-funzione di sindaco, megalomane, animato da tutte le velleità di cui sono capaci i provinciali (interpretato dal compianto Antonio Neiwiller). Per fortuna degli isolani, i poteri del maiore sono limitati.

    Qualora capitasse a Moretti di attraversare un nuovo periodo di crisi creativa (come purtroppo gli accadde, quando salì sul palco dei girotondini; poi per fortuna è guarito, ha girato Habemus papam, che è un prezioso capolavoro), gli suggeriremmo di fare un salto a Curno. Il ribrezzo per l’amucchiata istituzionale, la superbia diffusa, il provincialismo con pretesa di fichitudine, l’orrendo serrapedrettismo sarebbero fonte per lui di vigorosa ispirazione. Tema di un possibile episodio di un film da farsi, o addirittura di tutto un film, potrebbe essere la pretenziosità “culturale” dei megaprogetti assessorili. E qui a Curno, non fo per dire, ci sarebbe il Bibliomostro.
    Se Nanni Moretti s’incontra con la dott.ssa Serra, il Pedretti e il gatto padano, i grandi sponsor del ridicolo megaprogetto, non dubito che troverebbe materia con i fiocchi. Suggerirei agl’intervistati una certa cautela nel parlare. Per essere espliciti, niente Tibet free, niente stronzate tipo “stare con la gente in mezzo alla gente”, niente bibliomamme, ludobaby, cultura dell’ascolto, niente attori del territorio, niente terminologia aziendalistica, soprattutto niente Imho (= in my honest opinion). Perché qui ci scappa lo schiaffo. Si veda:

    ——————————————-
    [*] Quello fu un articolo profetico, perché appena un mese dopo il Pedretti avrebbe dato prova sciagurata d’ipercinetismo, a fine di un ritorno d’immagine sulla sua persona. L’ambizioso politico territoriale brembano, infatti, che si apprestava a concorrre per un seggio di consigliere regionale, prese un’iniziativa d’ispezione in modalità di provocazione presso la cosiddetta moschea di Curno (poi sventata dal sindaco di Curno, appena venne a conoscenza del colpo di mano del Pedretti, allora vicesindaco). Le ambizioni del Pedretti, che sarà effettivamente candidato dal partito, nonostante la manifesta inopportunità di questa decisione, sarebbero poi tragicomicamente naufragate in una vicenda di gingillini elettronici e vino Chardonnay acquistati con i soldi dei cittadini lombardi.

  9. Renzi dice che asfalta: oggi il Pdl, domani chissà…
    Qui a Curno invece Max & Serra non asfaltano nessuno

    Renzi asfaltatore
    Questa foto risale al 17 ottobre 2012: rappresenta un uomo con la maschera di Massimo D’Alema, davanti al camper di Renzi, in procinto di essere “asfaltato”. La burla, che appartiene alla migliore tradizione beffarda toscana (e non solo), non è stata tuttavia gradita dalla squadra (lorcoglioni però parlano di “staff”) dell’ambizioso sindaco catto-aziendalista. Quelli della sua squadra sono a loro agio soltanto con le slàid per PowerPoint preparate dalla multinazionale McKinsey (ambiti operativi della McKinsey: consulenze aziendali, lobbying e PPR, già PR). La burla è stata allestita davanti al Palazzo delle Esposizioni di Empoli, al tempo delle primarie del centrosinistra.

    Renzi fa il gradasso, adesso dice che lui “asfalta”. Non saremo certo noi a meravigliarci. Ci facciamo vanto di aver individuato tempestivamente la protervia del personaggio, quand’era ancora latente, e di averla segnalata ai lettori di Nusquamia. Adesso è manifesta: perciò quasi mi vergognerei a insiste, tanto questa sua sgradevolissima qualità è banale e sotto gli occhi di tutti. C’è un fatto nuovo, però. Ieri si tendeva a negare l’aziendalismo, l’assenza di intelligenza politica, l’appecoramento aziendalistico alla McKinsey di questo boyscout ambiziosetto, che milita nel Pd con tracotanza ciellina e che ha in tasca un programma da baüscia berlusconiano (che non sarà lui a realizzare, la sua funzione essendo quella dello stallone ruffiano). Oggi che tutto ciò è evidente, invece, coloro che sono saliti sul suo carro, o si accingono a salirvi, pretendono di minimizzare. Perciò sono costretto a parlarne, proprio perché adesso lorsignori minimizzano, invocano la sobrietà (che Iddio maledica i sobri, se questa impostura prende il nome di sobrietà!). Forse che Renzi è sobrio? No, non è per niente sobrio. Dunque, come diceva Pertini: “A brigante, brigante e mezzo”.

    È certo, comunque, che qui a Curno Max & Serra non asfalteranno proprio nessuno. Io non so se abbiano già fatto (sobriamente) il salto della quaglia in campo renzista, o quando lo faranno (sobriamente), se ancora non l’hanno fatto. So per certo, però, che, quanto all’asfaltare, non se lo possono permettere. Infatti, sono impedrettati fino al collo: appena se ne presenta l’occasione, che non intendo sprecare, mostreremo la foto del Pedretti che si reca gongolante al Municipio, seguito dalla Serra che gli trotterella determinata, dal fedifrago e titubante assessore Locatelli, dal codazzo dei consiglieri che fanno harakiri per porre termine anzitempo all’Amministrazione Gandolfi.
    Noi non dimentichiamo due o tre cose: a) Max & Serra hanno trascinato nel disonore il borgo; b) in generale, la percezione dell’amministrazione guidata da “Vivere Curno” è negativa perché costoro come amministratori, nonostante la gran boria aziendalistica, si sono dimostrati incapaci, come politici si sono resi invisi alla popolazione, per via della loro superbia.
    Se il Pd volesse seguire il nostro consiglio, in caso di elezioni, terrebbe quei due, Max & Serra, nelle retrovie. Dico così perché sono convinto che anche Curno, come l’Italia, abbia bisogno di un partito riformista. Questi, invece, in caso di elezioni direbbero di rappresentare il centrosinistra. D’altra parte, le frattaglie del Pdl e la corte dei miracoli pedrettista direbbero di essere la destra: i due schieramenti (farlocchi, perché è soltanto un gioco delle parti delle famiglie curnensi) armeggerebbero (che in buon italiano significa darsi da fare, ma a vuoto) pretendendo che la politica si faccia così: chissà, forse pretenderebbero perfino di dettare le regole del gioco, come hanno sempre fatto, in mancanza di un controcanto. Mai però come adesso sarà evidente che la contrapposizione destra e sinistra è una tecnica di buggeratura [*]. Il problema, abbastanza facile, del resto, è stabilire una volta per tutte chi è amico del popolo, e chi è nemico del popolo. Il sistema di rappresentanza delle famiglie curnensi è nemico del popolo: dovrebbe essere ormai chiaro e, in ogni caso, è tutto ben documentato.
    Eguale discorso vale per la coppia Marcobelotti & Pedretti. Non so che cosa aspetti la Lega nord a fare un po’ di chiarezza. Se ci fossero elezioni, e la Lega non avesse provveduto per tempo a restituire l’onore a Fassi e Donizetti, riporterebbe a Curno un risultato disastroso. Il Pedretti ha ridotto la rappresentanza leghista ai minimi termini, la sua azione di stalking (cioè, in buon italiano, di molestia continuata) amministrativo non è mai stata sanzionata. Se qualcun pensa che io esageri, vada a vedere La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male. In questa pagina sono riprodotti due documenti: uno è del Comune di Curno, scarabocchiato dal Pedretti perché gli faceva stizza leggere il nome del Fassi indicato come appartenente alla Lega nord; l’altro è indirizzato a due funzionari del Comune, ai quali il Pedretti chiede in forma perentoria – al fine, dice, di evitare «inutili polemiche ed eventuali azioni giudiziarie» una ricostruzione dei fatti a sé favorevole, riguardo alla ben nota richiesta d’ispezione al Centro culturale islamico, in modalità di provocazione. Non volete chiamare “moleste” queste azioni di molestia? Volete chiamarle stalking? Va bene, dite come volete. Ma l’indifferenza della Lega, come quella degli aziendalsimilprogressisti (minimizzare e addirittura mettere la mordacchia al sindaco che rendeva edotto il Consiglio di queste molestie) sono cose che si pagano.

    Dunque, Max & Serra, ancorché abbiate fatto il salto della quaglia e, in generale, voi serrapedrettisti: mettetevelo in testa: voi non asfaltate nessuno.

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    [*] Nota linguistica – “Buggerare” sta per “bulgarizzare” (deriva da “bulgaro”: i bulgari erano eretici e come eretici si dava per scontato che fossero sodomiti. “Vivere Curno” è oggi percepito come “Buggerare Curno”, nel significato sopra detto.

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      Sempre piacevole rivedere Stanlio e Ollio, di tutt’altro tenore invece sono le reazioni che provoca la lettura di questa frase:

      “Un nuovo inizio, una nuova alba per Curno”

      cotante maestose parole, con nobile e ardito intendimento, provi lei Aristide ad indovinare da dove provengono.
      Esistono i buggeratori professionali in politica, spiace osservare che sono numerosi i buggerati a Curno che non oppongono nessuna resistenza, e continueranno a ricevere anestetizzati questo trattamento.
      Saluti

      [È vero, mi ero dimenticato di questa asserzione, in perfetto stile serrano: ah! il sogno palingenetico! Gatti padani, se la parola vi è nuova, non dite le solite banalità: la sciura Rusina, il rispetto per gli attori del territorio che “ascoltano”, l’associazionismo ecc. Non rispetto la sciura Rusina, né gli attori del territorio, quando vogliono impormi qualcosa. Li rispetterò, come tutti, solo se si comportano bene, se sono educati. Dovete smetterla di pretendere che gli altri parlino per borborigmi, o acronimi, come fate voi, o per abracadabra politichese. Cercate di elevarvi, se vi riesce. Avete il computer, fate la fatica di cercare il significato delle parole che non conoscete. N.d.Ar.]

  10. Anche gli asini volano permalink

    Dopo i conigli, i gatti, le caprette, le trote, le tartarughe e gli adorati uccelli, e in particolare la maldestra quaglia con salto zoppicante, ecco solcare i cieli di Curno un’altra povera bestiola.

    Scrive “Libero”
    “Speriamo bene !!! L’eletto migliore per antonomasia è certamente stato il fenomeno di Curno. Se si voleva eleggere un asino…ci erano riusciti. E in circolazione ce ne sono ancora tanti (anche a Roma) che forse le scope non sono sufficienti”

    Si veda:
    http://www.bergamonews.it/politica/assemblea-provinciale-lega-i-militanti-ai-vertici-%E2%80%9Cora-linea-indipendentista%E2%80%9D-179583

    Che bello osservare, dopo un bel colpo di scopa, vedere un asino, con indosso vezzosi braccialetti e foulard, spiccare il volo con migrazione stanziale in Tanzania.

    • Lei mi parla di asini volanti? Come dimenticare questa deliziosa canzoncina, che presentammo già al tempo della prima campagna elettorale di Gandolfi?

      D’accordo, abbiamo già visto questo spezzone. Ma, come dicevano gli antichi, Meminisse juvat, “Giova ricordare”. Invece Max & Serra non vogliono che si facciano esercizi di memoria, al massimo va loro a sangue la “memoria storica” di Pepito el memorioso, che però è merce contraffatta. Dicono inoltre, Max & Serra: “Noi non siamo rancorosi…”. Come se dovessero essere loro coloro che possono ricordare o dimenticare le altrui peccata e che per somma degnazione, stabiliscono di dimenticarle. Cose da pazzi! Ma i peccatori sono loro! Comunque, se voi aziendalsimilprogressisti impedrettati vi pentite (“Penitenziagite!”, come diceva fra’ Dolcino), noi vi perdoniamo. Ma dovete pentirvi, e chiedere perdono: non a noi, ma alla popolazione di Curno.

      Infine, ha ragione lei, qui a Curno c’è proprio uno zoo. Fuori delle mura, in prossimità del Brembo, stazionano i cammelli.

  11. La cattiva retorica di Letta

    Concordia raddrizzata

    A proposito del raddrizzamento della Concordia, Letta fa il fico, usa Tweeter e ci fa sapere che il raddrizzamento è motivo di orgoglio per l’Italia. Come se tale raddrizzamento della Concordia fosse un’erezione di Rocco Siffredi. Cose da pazzi! Dopo che uno come il capitano Schettino, quello che non voleva andar su per la biscaglina, ha lacerato il nostro onore in maniera irrimediabile! Ma non era meglio tacere?
    Piccoli segnali come la sparata di Letta (via Tweeter) ci dicono che non c’è speranza, non c’è rinascita possibile per l’Italia. Ma come, siamo allo sbando, non siamo capaci di contrastare la camorra e la mafia, la classe politica non fa niente per mascherare la propria ignoranza e ottusità, anzi sembra farsene vanto, le più alte magistrature dello Stato fanno finta di niente, alla faccia del conclamato senso dello Stato (che dovrebbe rivendicare le sue prerogative), anzi intessono la camicia di forza ideologica che “legittima” il patto scellerato in virtù del quale muovono guerra al popolo che lavora e geme (sempre che non abbia perso il lavoro), in solido con sfarzose bande di usurai (la chiamano “finanza”) e tabescenti masse impiegatizie inerti. E Letta fa il fico con i gingillini elettronici e con Tweeter. Fa retorica, come l’ultimo dei paglietta, [*] lui che sarebbe a capo del migliore dei governi possibili, nell’assunto che tutto debba restare com’è, senza mai osare fare uno straccio di riforma. Cioè, conservando un sistema scolastico e universitario che è tra i più scassati del mondo, anche se per ogni studente si spende come in Germania, che ha una delle scuole migliori del mondo; con i farmacisti che guai se li tocchi; con i tassisti che idem con patate; con la Confindustria che contribuisce a strangolare quel poco di imprenditorialità che avanza; con un numero di forestali in Calabria superiore a quello dei canadesi; con i lavoratori che sono costretti a diventare una partita Iva, così se cadono da un’impalcatura sono cazzi loro, e ai sindacati non gliene frega niente; con gl’impiegati statali, e non, che quando rinunciano al diritto di non lavorare s’inventano lavori inutili, così fanno ancora più male ai lavoratori veri; con le pensioni d’oro e i baby pensionati che anche loro guai se li tocchi perché sono diritti acquisiti; ecc.
    Se tutto deve rimanere imperturbato, a costo di turbare talmente gl’italiani da costringerli al suicidio, non c’è dubbio che Letta sia il migliore dei capi di governo possibili. Almeno è intelligente. Ma fino a che punto potremo sopportare questo stato di cose? E perché Letta ci provoca con una retorica miserabile, una retorica da paglietta?

    – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
    [*] Dal Vocabolario Treccani:
    Paglietta – b). merid. Per estens., come s. m. (pl. -i o invar.) >> Avvocato da strapazzo (prob. per l’uso che avevano un tempo gli avvocati napoletani di portare cappelli di paglia neri).

    • Curno: quando la Costa Concordia è tabù

      A proposito del raddrizzamento della Costa Concordia, la mia immaginazione corre a una dimora di Curno dove il televisore viene spento con stizza, tutte le volte che scorrono le immagini della nave maldestramente governata dal comandante Schettino. C’era una volta il Pdl, a Curno, ma il suo referente locale, che governava la nave per conto della famiglia imperiale (non erano loro gli armatori della nave, ma facevano credere ai paesani di esserlo), credendo di essere astuto, voltò la poppa all’isola di Nusquamia, per fare una scorreggia, passandovi a poca distanza (la scorreggia come variante dell’ “inchino”, del capitan Schettino all’isola del Giglio). Mal glien’incolse, perché la nave in corso di manovra s’incagliò sul fondale roccioso di Nusquamia.
      Da quel tempo, parlare di Concordia o di capitan Schettino suonò in quella casa come una provocazione. Mi viene in mente il brano dei Promessi sposi, dove si narra del padre di fra’ Cristoforo, che aveva smanie nobiliari, non voleva che gli si ricordasse ch’era stato mercante (ecco, markettari odierni, imparate a vergognarvi, anche voi: voi che, facendo marketing, non siete nemmeno mercanti, ma schiavi dei mercanti)

      Studiava tutte le maniere di far dimenticare ch’era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. […] E non si potrebbe dire la cura che dovevano aver [gli ospiti], per schivare ogni parola che potesse parere allusiva all’antica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne’ momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d’aver apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que’ commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d’un bambino, rispose: – eh! io fo l’orecchio del mercante -. Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone, che s’era rannuvolata: l’uno e l’altro avrebber voluto riprender quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da sé, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto. Ognuno scansava d’incontrar gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n’andò; e l’imprudente o, per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito.

      Ecco, io penso che sia così anche in quella casa: se uno nomina la Costa Concordia o — peggio — il comandante Schettino, non sarà più invitato, e non gli si rivolgerà più il saluto.

    • Non è mai troppo tardi: impariamo a disprezzare la politichetta e i politicanti

      In un’intervista alla Stampa pubblicata mercoledì 18 settembre 2013, Elena Cattaneo, neo-senatrice a vita, commenta il raddrizzamento della Concordia:

      È uno di quei casi in cui ci si è affidati ai tecnici che hanno agito conoscendo il loro mestiere e operando in base alle loro competenze. Non sempre questo accade in molte professioni in Italia a volte si finisce per provare rabbia perché i tecnici non sono opportunamente valorizzati. È uno dei motivi per cui i giovani scappano all’estero prima ancora che per i soldi.

      Riferendosi poi al metodo Stamina da poco bocciato dagli esperti del Comitato scientifico nominato dal Ministero della Salute, afferma:

      La politica […] non ha voluto consultare la scienza, ha preferito fare da sola lasciando gli italiani in balia delle alchimie. La politica non deve sapere di scienza, né deve sostituirsi ad altri, sono i tecnici che devono fornire le loro conoscenze alla politica su argomenti scientifici.

      Più chiaro di così non avrebbe potuto dire. Poiché – rivendicando il diritto alla “parresia” (gatti padani, non rompete…) – posso permettermi di affermare anche quello che Elena Cattaneo non potrebbe, dirò che non è certo il caso di tirarsi indietro: abbiamo non soltanto il diritto, ma anche il dovere di disprezzare gli uomini politici i quali, invece di farsi carico dei problemi reali (il che comporta una intelligenza delle cose che solitamente non hanno) ed affidarne la risoluzione a uomini competenti, si limitano a fare sparate mediatiche, a voler fare i fichi a tutti i costi (come purtroppo ha fatto ultimamente lo stesso Letta, che pure sarebbe di una pasta diversa da quella di Leoluca Orlando Cascio. [*] Promettono mari e monti, i cialtroni, lanciano la palla oltre l’ostacolo: i cosiddetti progressisti, quanto più sono indifferenti alla giustizia, tanto più ne parlano; i leghisti quanto più se ne sono impipati della questione settentrionale, tanto più grosse le sparano: parlano di macroregione, addirittura di indipendentismo! La verità è che sono tutti sullo stesso piano, a livelli infimi di intelligenza politica delle cose. Invernizzi non è meno condannabile di un Pedretti, un Bobomaroni non è meno esecrabile di un Invernizzi, un Renzi non è meno indigesto di un Veltroni, un Di Pietro non è meno pernicioso di un Leoluca Orlando Cascio. E così via dicendo. Insomma, qui non si tratta della cosiddetta “sprezzatura” teorizzata in epoca rinascimentale, [**] questi politici hanno bisogno di essere seppelliti sotto una coltre di irredimibile di disprezzo.

      ——————————————–
      [*] Lui si fa chiamare Leoluca Orlando, e basta, senza Cascio. Ma è Leoluca Orlando Cascio, perché figlio di Giuseppe Orlando Cascio, notabile democristiano, avvocato di uomini siciliani molto importanti, come non mancava di ricordargli Cossiga.

      [**] La sprezzatura è una sorta di dissimulazione: il concetto è stato così definito dal Castiglione, che nel Libro del Cortegiano ne fa la principale caratteristica formale della grazia: «Questa virtù adunque contraria alla affettazione, la qual noi per ora chiamiamo sprezzatura, oltra che ella sia il vero fonte donde deriva la grazia, porta ancor seco un altro ornamento» (I, 28).

  12. Olgettina, errepriva permalink

    Il nuovo avanza, l’importante è che non ci tamponi….
    Con il tempo la vita lussuriosa della capitale ha cambiato gli uomini che spergiuravano, con le virtù necessarie, di trascinare fuori dalla palude romana le terre del nord.
    Uomini indomiti che un tempo venivano forgiati con i riti celtici, veri combattenti, giuravano a Pontida di fronte al popolo, sul fiume Po, uomini retti, non si piegavano davanti a niente….insomma…..
    Mi sa che le numerose cenette, sembra anche altro, in tutti questi anni ad Arcore hanno scalfito la corazza dei due assidui guerrieri della tavola imbandita, strenui difensori del loro cavaliere che ha preso in dono i loro voti.
    Infatti leggiamo in questo costruttivo e utililissimo dibattito per la causa nordista, tra due simpatici intrattenitori della politica, un sempre più triste e incomprensibile Bossi e il più democristiano di sempre dei leghisti il Calderoli.

    http://www.ilgiornale.it/news/interni/bossi-calderoli-ti-piacciono-donne-oppure-sei-tosi-950246.html

    Si confermano quindi le voci che da questa area politica si possa esprimere il migliore, il più indicato e adeguato presidente della futura commissione Lgbt in divenire a Curno.
    Ecco vede Aristide come un classico trombato in politica trova presto una sistemazione consona, un ruolo adatto per purificarsi e rigenerarsi in una nuova candida veste.
    Finalmente una calda cadrega per le sue attuali irrequiete areate terga.

    • Speriamo che i serrani si ripensino con questa storia delle aperture al mondo Lgbt. Non abbiamo niente contro chi intenda praticare tribadismo, sodomia, bisessualità e metamorfismo sessuale (l’acronimo Lgbt significa tutto questo), ma siamo contrari alla costituzione di corsie preferenziali, in ambiti istituzionali, per gli appassionati di queste pratiche. Spero veramente che ci ripensino, tanto più che sanno di essere sotto sorveglianza.
      Quanto all’affermazione di Calderoli, riportata nell’articolo che lei ci segnala, contraria alle gambe delle fanciulle esposte alla nostra goduta visione, mi limito a osservare che le gambe femminili sapientemente nudate (fra l’altro, quest’estate c’è stata un’esplosione di pantaloncini bollenti, cosiddetti “hot pants”: un buon motivo per rimpiangere la fine della stagione) sono dispensatrici d’incomparabile maggior piacere che quelle del Calderoli Roberto, ch’egli ostenta glabre, emergenti da bermuda “sartoriali” (è una parola che si sente spesso, di questi tempi).
      Vedo che Bossi ci va giù pesante con il Tosi: poco tempo fa affermò che il politico veneto è di matrice fascista, oggi lascia intendere che sarebbe dell’altra sponda e teme che nel partito si formi una quinta colonna Lgbt. Sembrano passati anni luce, da quando la Lega nord lanciò il profumo-gadget Dür, che non lasciava dubbi sulla destinazione e l’uso dell’evocata durezza . Gli esperti di gadgettistica elettorale pare stiano lanciando il profumo Dür 2.0, per venire incontro alle nuove e progressive esigenze.

    • Sergio permalink

      Povera Lega come si è malridotta, Bossi è in preda al delirio, Calderoli non riesce a dire una cosa seria, sua caratteristica di sempre, Pedretti a Curno a parte qualche insulto di più non riesce a pronunciare.
      La lega ha solo 25 anni e questi tre si sono resi totalmente inutili e decrepiti, sono da allontanare al più presto insieme ad altri, non hanno fatto altro che combinare danni.
      Hanno anche un brutto aspetto, che fa solo scappare la gente, ma chi li vuole?

  13. A.d.G. permalink

    Pensi, Aristide, che quasi quasi sarei contento di vedere una accelerazione di libertà e iniziative “lgbt-oriented” a Curno solo per il gusto di sorridere alla sfacciata volgarità di certe manifestazioni e per vedere se nel vicino Mozzo troveranno il supporto delle Associazioni anche nella organizzazione di manifestazioni “lgbt-oriented”. S’immagina già gli Alpini o i Fanti sul palco insieme a qualche “drag queen”? Uno spasso!
    Grazie della solita ospitalità.
    A.d.G.

    • Sì, anche io spero che Curno e Mozzo si intortino in qualche iniziativa Lgbt (ripeto per chi non abbia, giustamente, dimestichezza con gli acronimi: Lgbt sta per lesbiche, gay, bisex e transgender): sarebbe una cartina al tornasole, come si dice.
      Gli assessorucoli di questi due borghi hanno una voglia matta di tuffarsi nel mondo Lgbt, sia per indomito provincialismo, perché “fa fico”, ed è anche un po’ esotico, e «l’esotico piace allo zotico»; sia anche per evitare di affrontare i problemi reali che affliggono i loro abitati come nel resto della Lombardia (disoccupazione, dilagare della piaga del familismo amorale, delle cuginanze ecc., proprio come in Meridione), ma più che nel resto della Lombardia (sotto il profilo culturale, qui è il deserto, nonostante la vicinanza della civilissima Bergamo, un deserto con tanto di cammelli, a disposizione delle truppe cammellate, che non sarà certo il Bibliomostro a riempire).
      Chiaro che l’assessorame curno-mozzardo ha una voglia matta di allinearsi con Bergamo sul tema Lgbt. Leggiamo infatti — nel sito Arcilesbica XX, Bergamo — che è in essere una nuova associazione (ah, l’associazionismo! ah, gli attori del territorio che sarebbe gran peccato non ascoltare! grave sarebbe l’ingiuria alla “cultura dell’ascolto”!), «dopo un assiduo lavoro che ha viste impegnate le associazioni LGBT del territorio di Bergamo con l’amministrazione comunale di Bergamo».
      Questa associazione si chiama Re.A.Dy, che è un acronimo a capocchia, costruito mettendo insieme alcune lettere di questa pallosissima espressione: «Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere». Immagino che “Re.” derivi da “rete”, “A” da “anti”, “Dy” da “discriminazioni”, con la “y” finale invece che la “i”, perché così è più cafone. Si veda in questo opuscolo illustrativo l’elenco dei comuni che hanno aderito a Re.A.Dy: c’è Bergamo, ma mancano ancora le adesioni di Curno e Mozzo. Speriamo che aderiscano, così movimentano il panorama politico, e noi daremo pane per i lor denti.
      Sempre nell’autorevole sito Arcilesbica XX, Bergamo (che significa XX?) leggiamo:

      Gli Enti locali, nello specifico il Comune di Bergamo, si mettono in rete con la finalità di ricercare e di promuovere la cultura delle differenze e, conseguentemente, contrastare tutte le forme di discriminazione nei confronti delle persone lesbiche gay, bisessuali e transessuali (LGBT). In sostanza, il Comune di Bergamo, sottoscrivendo la Carta degli intenti della Rete, s’impegna a diffondere politiche di inclusione sociale a livello locale ed a diffondere le “buone prassi” a livello nazionale con interventi studiati e mirati alla promozione e al riconoscimento dei diritti delle persone LGBT. Cosa significa tutto questo per noi?

      Ecco, se non vi dispiace, vorreste spiegarci meglio in che cosa consistano queste buone prassi? Non ce ne avrete a male, se siamo un po’ diffidenti: lo siamo per partito preso, come quando in un’azienda ti dicono “Ma questa è la prassi!”, e, invariabilmente, si scopre che è una prassi sodomizzante (in senso metaforico). Quanto al «contrastare tutte le forme di discriminazione», voglio sperare che lorsignori intendano cose concrete, e non sparate mediatiche: che cioè, se riscontrano la violazione dei diritti umani o dei principi sanciti dalla Cartta costituzionale, o se constatano l’infrazione degli articoli del Codice di procedura penale, si rivolgano senza frapporre indugio ai carabinieri, alla polizia, ai giudici. I reati vanno perseguiti. Insomma speriamo che questi rappresentanti del mondo Lgbt non si comportino come le femministe, che sono sempre brave a parlare, ma quando si tratta di fare, senza riscontro mediatico, scompaiono. Non mi risulta, per esempio, che abbiano fatto molto per liberare le prostitute bambine che, come si legge sui giornali, sono rapite fuori di scuola (succedeva in Albania fino a un decennio fa [*]) o allettate a fare una vita facile in Italia e costrette a battere i marciapiedi a suon di percosse, minacce e torture (mozziconi accesi di sigaretta spenti sulla loro carne, tagli di lametta ecc.). Non sarebbe poi così difficile, la liberazione delle prostitute, laddove esse vogliano essere liberate, se non sono minorenni: è una cosa che già fanno alcune associazioni cristiane, che avrebbero bisogno di un aiuto, soprattutto femminile. Non capisco perché le femministe latitino: suvvia, un po’ di coerenza! Al Comune di Curno, invece, su istigazione dell’assessore fasciofemminista, si emanò un decreto che sanciva il bando delle prostitute dalla Briantea: i similprogressisti plaudirono all’iniziativa approvarono il bando, per giunta con la pretesa di fare qualcosa di “progressista”. Cose da pazzi!

      ————————————————-
      [*] Un ragazzo albanese che lavorava e studiava presso un mio amico, un professore d’italiano, mi raccontò che i genitori si videro costretti a ritirare da scuola la sorella, che pure aveva un grande talento per le lingue e che più che volentieri avrebbe continuato gli studi, perché già due sue compagne d’istituto erano state rapite, alla fine delle lezioni. (I rapitori sceglievano le più belle, per venderle ai trafficanti di carne umana, i quali le avrebbero collocate sulle strade d’Italia, previa “iniziazione”, intesa a stroncare ogni possibile velleità di resistenza, così da creare un idoneo clima di “condivisione”.)

  14. Elvira permalink

    Il commento, qui di seguito riportato, è stato pubblicato su Bergamonews [si veda l’articolo Assemblea provinciale Lega. I militanti ai vertici: “Ora linea indipendentista” N.d.Ar.].
    Lo hanno pubblicato, evviva! Allora significa che la Lega è alle strette, non hanno più gli appoggi della stampa sanculotta , oppure è un grande colui che fa passare le notizie. Ecco il commento:

    L’articolo tratta e evidenzia una partecipazione fluente e condivisa su i fatti riportati. Vero? non vero? e perché non mostrano le foto immortali di questa adunanza attiva? Forse perché non bene a fuoco e quindi poco delucidanti?
    Stiamo attenti ai falsi proclami e prendiamo in mani le redini delle nostre capacità mentali senza che più nessuno ci dica che posizioni che dobbiamo tenere, se proni oppure supini. Attenti a chi dice che ha la ricetta nel cassetto.

    • Tre commenti in breve:
      a) Segnalo la perla di Belotti (Daniele: il Marcobelotti, l’odontosegretario mùtolo della sezione curnense della Lega, è meglio lasciarlo perdere), il quale afferma: «Abbiamo volutamente scelto di riunirci a porte chiuse per non condizionare lo spirito degli interventi». Gli antichi dicevano: Excusatio non petita, accusatio manifesta.
      b) Se qualcuno nella Lega è costretto dalle circostanze sfavorevoli a non fare più il baüscia, se non si sente più parlare di Lega 2.0, questo non significa che il baüscia, o i baüscia (veda lei) sono scomparsi: significa soltanto che le circostanze li hanno costretti a darsi una regolata; attenti dunque a non abbassare la guardia, semmai questo è il momento di andarci sotto, adesso che la bestia è stordita. Penso che lei intendesse la stessa cosa.
      c) Ho osservato anch’io che Bergamo news è meno blindata. Banalmente, si potrebbe dire che è conseguenza del fatto che certi politici intoccabili hanno esaurito i ticket e non sono più inserzionisti (si veda il caso Pedretti, tanto per fare un nome a caso). Tuttavia questa circostanza non spiega tutto, direi che è una concausa. Infatti, i rapporti fra certi giornalisti e certi uomini politici tendono a diventare personali: per il principio d’inerzia conservano la quantità di moto iniziale, per un po’ di tempo, destinata a esaurirsi (viene dissipata per attrito) se non è rivitalizzata da nuove spinte propulsive. Direi che nel caso di Bergamo news alcuni giornalisti si siano posti seriamente il problema se, perseverando nel vecchio andazzo, non andassero incontro a uno sputtanamento durevole, che nessuna “sobrietà” avrebbe potuto cancellare così facilmente. Come vede, o io non sono un ingenuo, o i giornalisti anglorobicosassoni sono meno furbi di quel che credono.

  15. Pedretti: l’epoca dei conigli mediatici essendo finita, adesso le spara da semplice lettore

    Pare proprio che la luna di miele di Pedretti con Bergamo news sia finita. Finiti i tempi beati dell’accoppiata Pedretti-Zapperi! Coetanei, ambiziosi entrambi, entrambi provinciali fermamente “determinati” a conquistare la città, non si amavano, ma operavano in sinergia. Pedretti scrisse sul blog dell’Udc che Bergamo news, quando pubblicò la notizia della sua denuncia a mio carico, copiando e incollando dal suo esposto ai carabinieri i brani più significativi (compreso l’indirizzo di casa) «ha le su fonti d’informazione». Cioè a Bergamo news si fa giornalismo d’inchiesta, così diceva il Pedretti. Certo, pubblicarono tutto due giorni dopo l’esposto, così il Pedretti con il concorso dei similprogressisti si sarebbe trovata spianata la strada alla “mozione della vendetta” [*] in Consiglio ecc. (andò a finire che il Pedretti dovette pagare le spese processuali, visto che si era costituito parte civile, per farmi pagar cara l’audacia di leso pedrettismo).
    Il Pedretti ebbe buoni rapporti anche con il successore dello Zapperi, con la Rossella del Castro. Ma adesso non c’è più sinergia. Piacerebbe al Pedretti cavalcare le questioni che si agitano al momento, facendo conoscere urbi et vallibus il pedrettopensiero, come ai bei tempi. Un bel coniglio mediatico, questa sarebbe la sua aspirazione: come quando pubblicarono la notizia del pestone sul suo callo “territoriale”, per opera di giornalisti sbadati che in fitta schiera inseguivano la Minetti che si rifugiava nei cessi del Pierellone. Lui, il Pedretti, era lì, diceva “Ci sono anch’io!”, voleva intercettare il flusso, rilasciare un’intervista, ma nessuno gli badò, anzi gli pestarono un callo: andò al Pronto soccorso, dove gli trovarono una caviglia slogata e Il Corriere della Sera ci ragguagliò sui calli del Pedretti.
    Ma i giornalisti anglorobicosassoni hanno capito, finalmente, che non ci fanno una bella figura a star dietro al Pedretti. Ecco allora che l’ex politico territoriale, il bau bau di Curno, l’anglista, l’esteta, il denunciatore, l’ornitologo Pedretti, ormai ridotto al ruolo di factotum del Roberto Calderoli, non potendo lanciare dalle rampe di Bergamo news un coniglio mediatico, scrive da semplice cittadino. Il pretesto è dato da un intervento del prof. Galli che in Consiglio regionale difende l’esistenza delle Province (che Lega e Pdl un tempo volevnao abolirte) prendendo la parola sul disegno di legge costituzionale per il riordino dei livelli intermedi di Governo. Trascrivo da Le Province sono necessarie, soprattutto nella Macroregione

    Roberto Pedretti: Mer, 18/09/2013 – 12:07
    Eliminiamo le prefetture! Eliminiamo il canone Rai, eliminiamo tutte quelle accise sulla benzina che foraggiano ancora il terremoto del Belice del 1968 , la guerra in Abissinia del 1935, alluvione di Firenze del 1968, la crisi di Suez del 1956, l’emergenza immigrati del 2004, le missioni in Bosnia e Libano, il terremoto dell’Irpinia del 1980. L’eliminazione in toto delle Province è solo demagogia populista.

    Ecco che cosa gli risponde un lettore, non senza ragione:

    Troton de Trotonis: Mer, 18/09/2013 – 12:57
    Nei quasi 10 anni al governo dove eravate ? Tutte le date che hai citato sono di PRIMA di voi al governo meno una , il 2004 , quando eravate al governo VOI !!! Potevate risolverle tutte , no ? Ma evidentemente la lega era impegnata in altro , queste cose le chiede solo quando è all’opposizione e chiederle adesso, quando con gli amici del PDL avete messo in ginocchio la nazione, è semplicemente agghiacciante. Che fegato!

    ——————————————–
    [*] Quando si seppe che l’Aristide che scriveva sul blog dell’Udc in difesa dei diritti civili che il Pedretti aveva inteso calpestare con la sua ispezione alla c.d. moschea curnense, in modalità di provocazione, coincideva con colui che curava il giornale dell’Amministrazione, una rivista non assessorile sulle ragioni della politica, di alto profilo, dichiaratamente contraria a ogni forma di culilinctus, cioè senza foto di sindaco fasciato e tricolorato, senza leccate agli assessori ecc., il Pedretti chiese la rimozione del curatore. La cosidedetta sinistra, che non aveva niente da dire sul curatore, ma molto sull’Aristide libertario e difensore dei diritti civili, si associò al Pedretti. Per dispetto all’odiato sindaco, nei confronti del quale coltivava un sordo rancore, la cosiddetta sinistra aveva definito il Pedretti, destituito dalla carica di vicesindaco, un “capro espiatorio”, arrivando giorno dopo giorno a impedrettarsi sempre più, fino a farsi guidare dal Pedretti nella spedizione punitiva al Municipio che avrebbe fatto cadere l’Amministrazione anzi tempo (quaranta gionrni prima della scadenza del mandato naturale!) e a mettere a punto con lui un meccanismo di “ammucchiata istituzionale” nel governo di Curno, al quale fecero da paravento la mistica della “condivisione” e la predicazione di quella vera e propria impostura, che battezzarono “cultura dell’ascolto”.

  16. Pedretti, che palle! permalink

    Il Pedretti è un personaggio straordinario

    Vieni da chiedersi se le sue azioni fuori dall’ordinario sono conseguenti a:
    – limiti naturali e culturali
    – disperazione per un lento tramonto (inediacadregaprivio )
    – ipercinetismo dei vari glossi
    – altro (non conosciuto a oggi)

    Mai è successo che nell’arco della sua “attività” politica, riuscisse a scrivere un solo pensiero compiuto, una riflessione, un atto, un proclama, utile e sensato per conseguire l’obiettivo scritto nell’articolo 1° dello statuto della Lega Nord, niente.
    La sua pagina Facebook, ferma da settimane, è eloquente: un insieme di foto dei suoi superiori, insulti ( Aristide, qui lei è il primo nella lista) e vari copia incolla di manifesti e articoli fatti da altre persone.
    Niente di niente.
    https://www.facebook.com/pages/Roberto-Pedretti/100126231147

    Al massimo in regione, si è occupato di uccelli e cacciatori, vediamo ancora l’ntervista esemplare:

    Ma crede di essere bravo?Utile?O divertente?
    Solo grazie all’amicizia di Bossi con la sua, spero finita per sempre, gestione, è stato messo in lista per le europee e poi è approdato in consiglio regionale.
    Sempre determinante il ruolo del Calderoli, non dimentichiamolo.
    Ora la disperazione lo porta a inseguire e a tentare un’approccio con Salvini (sperando che non si faccia impedrettare), infatti osserviamo domenica scorsa:

    “Le prossime battaglie. Salvini annuncia che proporrà alla Lega di mettere in discussione la cosa più borbonica e romana che ci sia, i prefetti.”

    http://www.lindipendenza.com/lega-da-domaso-al-congresso-ce-la-ricetta-per-avere-un-futuro/

    Il Pedretti subito, da bravo succhiaruote, si mette dietro in scia al Salvini per far vedere che anche lui, o anche da prima, è per l’abolizione dei prefetti (argomento o meglio slogan vecchiotto per la verità) come letto qui sopra.

    “Roberto Pedretti: Mer, 18/09/2013 – 12:07
    Eliminiamo le prefetture!”

    [La polemica contro le prefetture fu un cavallo di battaglia della sinistra, prima che diventasse cosiddetta sinistra e candidasse a sindaco di Milano un ex prefetto, del quale (per fortuna) tutti abbiamo dimenticato il nome. N.d.Ar.]

    Pedretti basta emulare! Si faccia coraggio lasci lo scoglio e prenda il largo da solo, non faccia sempre la cozza con il potente di turno.
    Infatti nelle Ere pedrettiste: Bossi è il passato, Maroni non dura, e Salvini è avvisato, occhio!
    Ah….Pedretti, lei è un mito, rischia perfino di offuscare il carisma e la statura di Cetto La Qualunque

    n.b.sostituite al posto dell’inaugurazione del liceo classico il bibliomostro, per il resto siamo pari pari, sembrano siamesi.

  17. Sandro permalink

    A forza di slogan e metafore, l’Italia affonda e non la gira più nessuno.
    http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/1312719/Renzi—Il-Pd-deve-tornare-ad-essere-cool—E-partono-gli-sfotto-su-Twitter.html
    Questo è il futuro salvatore della patria?
    Ha frequentato la stessa scuola del geometra brembano?

  18. Bruno permalink

    Diritto all’oblio.
    Pedretti Leonbestia, non Leoncavallo.

    AFFAIRE GANDOLFI: DOCUMENTO ESCLUSIVO, LETTERA APERTA AI CAPIGRUPPO
    Cari capigruppo dott.ssa Annamaria Morelli e arch. Ferruccio Innocenti,

    ecco l’ultimo numero del circo Pedretti, ecco, signori, l’ultima trovata del nostro sempre ipercinetico consigliere comunale Roberto Pedretti. Il quale ha creato i presupposti, contravvenendo a un impegno da lui precedentemente sottoscritto, per cassare il metodo di comunicazione via posta elettronica delle convocazioni del Consiglio e trasmissione della relativa documentazione. Risultato: abbiamo dovuto disdire, a norma di legge e di regolamento comunale, il Consiglio convocato per avant’ieri, 22 novembre.

    Ecco la cronistoria: venerdì scorso venivano trasmessi al Pedretti – via posta elettronica – sia la convocazione per la seduta di Consiglio del 22 novembre, sia la relativa documentazione. Non essendo il recapito andato a buon fine, il Pedretti veniva subito informato te-le-fo-ni-ca-men-te. Il Pedretti rispondeva che avrebbe provveduto a ritirare regolarmente e di persona la documentazione. Il ritiro della documentazione – da parte del Pedretti, come pure da parte di Chiara Leidi – avveniva soltanto il sabato. Oltre a ciò, Pedretti si recò personalmente dal segretario comunale, per chiedere lo spostamento – a martedì – della riunione consiliare convocata per il 22 novembre. In caso contrario, essendo egli venuto in possesso della convocazione e della documentazione fuori tempo utile, come prescritto dalla legge, si sarebbe probabilmente attivato per ottenere la nullità della seduta di Consiglio? Boh! Davvero peccato, un vero caso, che egli abbia agito in modo di ritirare i documenti fuori tempo utile. Pensa tu! Noi siamo stati ingenui a non insistere nel far sì che la convocazione e la documentazione allegata gli pervenissero nei tempi di decadenza previsti, lo riconosco, ma lui, come lo giudicate? Che cos’è? A conti fatti, grazie al comportamento di Pedretti, la convocazione del Consiglio era impugnabile.

    Emergono di qui due considerazioni: a) la prospettabile volontà di disturbo, da parte del Pedretti; b) la fiducia riposta dal nostro ufficio nella normale collaborazione del Pedretti. Questo, soprattutto, è stato un errore, essendo ben noto quel che sappiamo tutti da tempo: col Pedretti occorre essere puntigliosamente e ossessivamente burocratici.

    Non sempre, infatti, il nostro consigliere comunale ha una parola sola: il Pedretti, per esempio, è colui che nel Consiglio regionale della Lombardia si pronunciò contro il principio di votazione a scrutinio segreto, ritenendo che fosse una vigliaccata; tuttavia chiese una votazione segreta nel Consiglio di Curno il 22 settembre, perché questa – riteneva – sarebbe stata la modalità più idonea per la votazione della sua mozione di vendetta personale.

    Il fastidio a noi ora recato dai sopra descritti comportamenti pedrettisti, improvvidi e sostanzialmente molesti, è evidente: infatti, onde evitare che il Comune fosse trascinato in una non improbabile impugnazione, promossa fors’anche dal callido consigliere Pedretti, ho dovuto annullare la convocazione del Consiglio. Com’è noto, quando si tratti di azioni di logoramento di questa Amministrazione, il Pedretti non lascia niente d’intentato.

    Infine, visto lo svolgimento dei fatti, a tutela esclusiva dell’Ente e delle persone che con buona fede vi lavorano, minoranza compresa, ho dovuto disporre il ritorno al vecchio sistema di recapito delle convocazioni del Consiglio, con consegna della documentazione, via messo comunale.

    Grazie molte a Pedretti, grazie infinite a Pedretti per il caso creato cui consegue un aggravio permanente delle mansioni svolte nei nostri uffici, aggravio che vanifica i vantaggi di Internet e viola espressamente l’impegno di semplificazione burocratica stretto con i nostri concittadini. Qualcuno dirà che è cortesia fiorita, a me pare solo ben qualificata piccineria politica (se questa è politica). Una piccolezza che a Pedretti è universalmente riconosciuta, in terra e in cielo, ab aeterno.

    Angelo Gandolfi, sindaco di Curno

    ———————–

    • Stalking politico del Pedretti

      Ecco uno dei tanti tentativi — tutti per lo più riusciti — di stalking politico del Pedretti.
      Vorrei aggiungere una cosa: è vero che il Pedretti ha fatto il diavolo a quattro per mettere il bastone fra le ruote all’Amministrazione Gandolfi, ed è vero che ne porta piena responsabilità (politica), ma è anche vero che corresponsabili dello stalking pedrettesco sono la quinta colonna del Pdl e la similsinistra curnense. Non dimentichiamo, infatti, che il brodo di coltura delle azioni di disturbo continuato (stalking) che, intese a danneggiare Gandolfi, si traducevano in un danno per i cittadini amministrati da Gandolfi, costretto ogni giorno a parare nuove iniziative, fu quello dell’ammucchiata istituzionale.
      Gandolfi, sindaco del buon governo, si trovò da solo a fronteggiare le bordate “istituzionali” del Pedretti, come quella qui sopra ricordata, nell’indifferenza di parte dei suoi consiglieri, con l’eccezione di Fassi e Donizetti, oggetto essi stessi di stalking politico e particolare da parte del Pedretti, e con l’eccezione di Ferruccio Innocenti, che si prodigò per ridurre alla ragione i colleghi del suo gruppo consiliare, talvolta anche riuscendovi, ma senza mai riuscire a imporre una disciplina, men che meno potendo organizzare una risposta leale, aperta e incisiva a quegli attacchi, come pur si sarebbe dovuto fare.
      Il Pdl schettinescamente non voleva salire su per la biscaglina della responsabilità politica e dell’onore. Com’è noto, nel gruppo consiliare del Pdl militava una quinta colonna, rappresentata da Corti e Locatelli, che poi avrebbe contribuito in maniera determinante al rovesciamento — misterioso e proditorio — dell’amministrazione Gandolfi; la Carrara (dott.ssa Carrara) curava la propria immagine, come adesso, e al tempo della seconda mordacchia a Gandolfi, quando s’impedi la presentazione del Pgt, ebbe un’improvvisa evanescenza, in stile Cenerentola. Chiara Leydi, inizialmente indipentente nella lista Gandolfi, che al tempo della destituzione della zarina curnense dalla carica di assessore alla Cultura, aveva sperato in una successione (pericolosa, perché avrebbe esposto Curno al pericolo d’introduzione del pantheon esoterico, falso e bugiardo, simile al pericolo odierno di Lgbt-izzazione di un borgo ridotto all’obbedienza nussbaumiana), vista svanire la speranza dell’assessorato, si avvicinò al Pedretti, quindi svanì lei stessa dalla scena politica.
      Quanto ai similprogressisti, loro pretendevano di non aver parte nella “lite di comari”, ostentavano un’aria di superiorità, che aveva l’aria di essere concordata con il Pedretti, come in un gioco delle parti: tant’è che al tempo della prima mordacchia, quando capirono che Gandolfi faceva sul serio e intendeva denunciare in sede propria, cioè finalmente in Consiglio, lo stalking politico del Pedretti, assistemmo in Consiglio a uno sguardo d’intesa tra Vito Conti e Perlita Serra, quindi repentinamente la dottt.ssa Serra annunciò l’abbandono dell’aula, prontamente abbandonata dagli altri membri della coalizione antigandulfiana; venne meno così il numero legale perché il Consiglio proseguisse i lavori e di fatto si tolse a Gandolfi la possibilità di esprimersi.
      Il patto serrapedrettista era entrato in azione, la cosiddetta sinistra faceva l’inchino al Pedretti, ma pretendeva — orrore! — di essere superiore. Ed è questo il punto: è vero che le bordate di stalking venivano dal Pedretti, ma quello stalking poteva dispiegarsi proprio perché esisteva quel brodo di coltura. E dal punto di vista etico-politico a me sembra che la cosiddetta sinistra sia corresponsabile del Pedretti e da giudicare più severamente dello stesso Pedretti, proprio per questa aria di superiorità ostentata da lorsignori. Del resto, si sa, il Pedretti è quello che è e, almeno in questi casi di stalking, ci metteva la faccia (invece non mette la faccia, quando si tratta di difendere Bossi, inquisito per la battutaccia sulla terronità di Napolitano; battutaccia che fu suggerita all’Umberto dal Pedro).
      A dir la verità, in prosieguo di tempo avremmo strappato la maschera alla similsinistra, ed è perciò che adesso hanno abbassato le pretese, riguardo alla loro presunta superiorità (ma de che? ma quando? per una laurea su MArtha Nussbaum? ma ci facciano il piacere!), e si sono ridotti a rivendicare il diritto all’oblio. Col ciuffolo! Guardate, noi potremmo anche dimenticare tutto questo cumulo di slealtà e d’ipocrisia, ma prima dovete chiedere perdono. Altrimenti, ciccia (come diceva Cossiga).
      Poi so che che a lorsignori non piacque, e non piace, che noi si parli di stalking politico del Pedretti. Non sanno come dirlo, non trovano le parole, ma loro proprio questo vorrebebro dirci: non è corretto che noi parliamo di stalking politico del Pedretti, considerato che il Pedretti viene giudicato per stalking uxorio. Come, non è corretto? Non è politicamente corretto? Eh, questo non lo possono proprio dire. Proveranno a proporre una versione aggiornata della loro superiorità, come quando noi resistenti ci opponevamo al dominio pedrettesco e la nostra azione di legittima difesa, prima, quindi anche di attacco, venne bollata come come lite di pollaio e un compiacente editoriale dell’Eco di Bergamo allora smaccatamente cattoleghista, sotto il titolo “Lo spillo”, invitava Gandolfi a lasciarsi tormentare, a non reagire, a occuparsi d’altro. La metteranno sul piano del bon ton. Ma, guardate, l’ho detto e lo ripeto: il nostro parere è che in linea di principio il Pedretti potrebbe essere un ottimo politico, quand’anche fosse condannato per stalking uxorio: ma il punto è che esiste un parallelo tra lo stalking uxorio, per il quale è aperto un procedimento a suo carico e che ancora deve essere dimostrato in sede giudiziale, e lo stalking politico, cioè la molestia politica surrettizia e continuata, che è dimostrato. Si veda in proposito La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male. Dunque, niente mordacchia, per favore: se voi non aveste favorito in tutti i modi lo stalking politico del Pedretti, oggi non saremmo costretti a istituire il parallelo tra stalking politico e stalking uxorio.

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