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Odifreddi: ne ultra crepidam, sutor!

20 ottobre 2013

 Oddifreddi

Facendo clic sull’immagine si accede all’articolo pubblicato nell’edizione in linea del Corriere della sera.

L’espressione «Sutor, ne ultra crepidam», della quale esistono diverse varianti, è desunta da un aneddoto raccontato dallo scrittore latino Valerio Massimo. Alla lettera significa “Ciabattino, non [andare] oltre la suola” e vuol essere un invito perché ciascuno faccia quel che sa fare e dica quel che sa dire, senza troppo allargarsi. Un po’ come il milanese Offelèe, fa el tò mestèe, dove l’offelèe è il proprietario di una pasticceria (dal lat. offa, cioè “focaccia” come l’offa lanciata da Virgilio a Cerbero, nell’Inferno di Dante: ma la focaccia non è impastata di miele, come la facevano i romani: quella lanciata a Cerbero, per chetarlo, è fatta di terra).
Il ciabattino saccente – così narra l’aneddoto – aveva consigliato il pittore Apelle dapprima su come dovesse essere rappresentato un sandalo, poi si allargò, pretendendo di dar consigli sulla rappresentazione anatomica. Insomma quel ciabattino era come il gatto padano doc curnense, che si picca di sapere di biblioteche, di urbanistica ecc. (e guai a chi non lo ascolta! perciò si è offeso con il VitoConti).
Odifreddi ha un’impostazione mentale non diversa da quella del gatto padano doc (ovviamente, è un po’ meglio del gatto, e non ci vuole molto). Fu l’Odifreddi, in gioventù, un brillante matematico e un logico di vaglia, poi è diventato un divulgatore scientifico. Fin qui non c’è niente di male: l’ha fatto anche Bertrand Russell, che diede contributi fondamentali allo sviluppo della logica matematica, quindi onorò la sua lunga vecchiaia con opere di divulgazione scientifica e con l’impegno politico per la pace nel mondo. Con una grande differenza, però: Bertrand Russell aveva alle spalle studi comme il faut, cioè studi che gli permettevano di spaziare praticamente in tutti i campi del sapere.
Gli studi di Odifreddi sono invece alquanto modesti. E anche qui non ci sarebbe niente di male, purché lui, l’Odifreddi, si fosse messo a studiare seriamente. Così fece per esempio Marcello Pera, che era ragioniere e si impiegò in banca, ma poi studiò, conseguì la maturità classica, si iscrisse a filosofia: non si laureò su argomenti femministi o comunque sciacquettistici e divenne apprezzato professore di filosofia.
L’errore di Odifreddi (che però lui considera un suo diritto) è quello di occuparsi di tutto senza praticamente studiare seriamente niente. Lui, contando sull’ignoranza dei suoi lettori e di tutto il seguito di pensionati, disposti a subire le sue conferenze per taedium vitae e innato masochismo, si è travestito da simil-Russell (ci tiene molto a esserlo). Inoltre, poiché ormai gode di notevole potere mediatico, è arrivato a pensare di essere perfino carismatico (anche il Pedretti, modesto politico orobico-curnense ora collassato, credeva di essere carismatico, in virtù del vassallaggio nei confronti del conte zio Roberto Calderoli e del potere che si trovava tra le mani). Avviene così che più d’una volta Piergiorgio Odifreddi l’abbia fatta fuori del vaso: ultimamente ha osato perfino occuparsi di Lucrezio, dando a intendere che lui stesso potrebbe essere un novello Lucrezio, il “poeta della ragione” latino. Cose da pazzi!
L’ultimo scivolone dell’ex matematico Odifreddi è stato sul tema dell’Olocausto, come si può leggere nell’articolo pubblicato in prima pagina, domenica 20 ottobre, sul Corriere della Sera. Aldo Grasso, l’autore dell’articolo, ha scritto benissimo e non ho niente da aggiungere. Bella anche la chiusa dell’articolo sui “martellatore di verità”, anche se non sono completamente d’accordo sulla condanna del positivismo ottocentesco, che a mio parere ebbe anche i suoi meriti. Quei positivisti ottocenteschi avevano punti di vista non condivisibili, per noi che siamo anarchisti epistemologici, ma non si può negare che fossero uomini di cultura. Nego invece che il Piergiorgio Odifreddi possa dirsi uomo di cultura: gli mancano le basi e lui non ha mai fatto niente per procurarsele con umiltà e con assiduo lavoro. Penso, per esempio a Camillo Flammarion, del quale conservo, qui nel mio antro abduano, due opere meravigliose: Il mondo prima della creazione dell’uomo (Sonzogno, Milano 1889) e Le stelle e le curiosità del cielo (Sonzogno, Milano 1904). Altro che le baggianate di Odifreddi!

Concludo affermando che:

a) Piergiorgio Odifreddi sta alla cultura come Martha Nussbaum sta alla filosofia vera (Martha Nussbaum ha osato occuparsi del Simposio di Platone, traendone quel che le faceva comodo pur di portare acqua al mulino Lgbt e, soprattutto, prendendo lucciole per lanterne, come spero di dimostrare su queste colonne, con un articolo tutto dedicato a lei. Spero che la consigliera Bellezza non se n’avrà a male).

b) Piergiorgio Odifreddi è membro del comitato scientifico dell’Associazione Bergamoscienza: ho sempre diffidato di questa sorta di circo Barnum, sia perché eccessivo mi è sembrato il tasso di spettacolarizzazione, sia perché risentiva in maniera evidente delle ansietà e delle insicurezze culturali di Piergiorgio Odifreddi.

Molto più serio è il Festival della scienza di Genova, che quest’anno si terrà dal 23 ottobre al 2 novembre. Gli organizzatori della manifestazione (si dice “manifestazione”, perdio, e non “evento”!) hanno ritenuto doveroso, fra l’altro, esprimersi in questi termini, rispetto allo scandaletto che l’Odifreddi ha voluto sollevare, pur di far parlare di sé (Odifreddi, essendo un presenzialista, ovviamente non poteva non essere presente anche al Festival della scienza di Genova):

La posizione del Festival della Scienza di Genova

Uno degli ospiti del Festival di quest’anno, Piergiorgio Odifreddi, ha fatto in questi giorni affermazioni che si vogliono richiamare alla scienza relativamente alla riattualizzazione della verità dell’olocausto. Riteniamo che alla luce di queste considerazioni, le affermazioni e le posizioni di Odifreddi non corrispondano minimamente allo spirito del Festival.

Si veda: La posizione del Festival della Scienza sulle affermazioni di Piergiorgio Odifreddi (fare clic sul nesso accanto)

Non si ha notizia di analoga posizione di Bergamoscienza.

From → Cultura

15 commenti
  1. Odifreddi beffato: crede di parlare con il papa, al quale commissiona la prefazione del suo prossimo libro

    La grande stampa ha preferito stendere un velo pietoso o non parlandone o limitandosi a riportare la notizia Ansa che qui di seguito trascriviamo:

    (ANSA) – ROMA – Al programma La Zanzara (Radio 24) un finto Papa Francesco beffa Odifreddi,il matematico al centro di polemiche per alcune dichiarazioni sull’Olocausto.”Ho letto quello che ha detto …”,dice “Francesco”. E Odifreddi:”un completo fraintendimento”.”Mi piacerebbe parlarne di persona…”,dice ancora il finto papa.”Sarò alla messa in Santa Marta del 25 ottobre,vuole che ci vediamo?”,replica il matematico che poi aggiunge:”Le faccio avere le bozze del libro,lei è l’unico che può fare la prefazione“.

    Lascio a voi trarre la conclusione, tanto più che potete ascoltare la voce gorgogliante di Odifreddi, lui che fa l’antipapista, lui che pretende di essere il Bertrand Russel de noantri, mentre tacchina il papa:

    In questa conversazione con il falso papa, che Odifreddi crede essere veramente papa Francesco, Odifreddi smentisce quel che ha scritto sull’Olocausto, utilizzando la ben nota “tecnica Rodotà”. Ricordo che Rodotà abbandonò il Partito repubblicano per avvicinarsi al Pci, che consentiva carriere più rapide: tuttavia uno come Giancarlo Pajetta, che per le sue idee era finito in galera sotto il fascismo, e che era iscritto al Pci non certo per fare carriera, non lo volle mai accettare come “compagno di strada”. La “tecnica Rodotà” si articola in una tripletta di esternazioni:
    a) Si scrive qualcosa di ragionevole, su una rivista scientifica, giuridica ecc.
    b) Si lascia passare del tempo, quindi si fa una sparata che susciti scandalo mediatico. Si gode della risonanza mediatica, e a botta quasi calda ci si fa vivi nuovamente per una replica.
    c) La replica costituisce in una smentita di quanto affermato al passo b), sotto vari pretesti: per esempio, sono stato frainteso, oppure sa com’è, in quel contesto non potevo esprimermi nel modo più consono ecc. A dimostrazione della plausibilità della smentita, si rimanda a quanto si è scritto in a). E il gioco è fatto.
    (Io che antipatizzo con Rodotà da tempo, posso assicurarsi che costui faceva così già vent’anni fa, e non solo adesso, com’è noto, a proposito dei No Tav).

    Berlusconi, che pure aveva l’abitudine di smentirsi e di dare la colpa delle sue studiate affermazioni ai giornalisti, al confronto di Rodotà e Odifreddi è un dilettante. Infatti, Berlusconi compiva i passi b) e c), ma si dimenticava il passo a), che prende il nome di “passo del paraculo”.

    Ascoltando l’intervista si noterà che:
    a) Odifreddi dà a intendere di essere amico del cardinale Ravasi: vogliamo sperare (per il cardinale Ravasi) che Odifreddi abbia esagerato.
    b) Odifreddi si vanta di aver scritto un libro, Caro papa ti scrivo, e di aver ricevuto dal papa emerito una lunga lettera. Lui dice proprio così: lunga; ed è gongolante come un Pedretti — geometra anche lui, come Odifreddi — quando la Serra gli trotterella dietro e vanno a rovesciare l’amministrazione Gandolfi, per ragioni mai spiegate. Comunque ha poco da vantarsi il povero Odifreddi, perché papa Ratzinger gli ha risposto per le rime (vedi, facendo clic sul nesso accanto).

  2. Allibito permalink

    Fastidioso, pomposo, inconsistente, ridicolo.
    Mi ricorda spesso uno che interviene spesso su Nusquamia a sbrodolare.

    • Beppe permalink

      Anche a me ricorda uno che spara filippiche senza senso.
      In questo periodo non interviene, sembra che sia molto preso nell’organizzare la serata di mercoledì sui Lgbt.
      Dicono anche che abbia cambiato look per l’occasione, siamo tutti curiosi di vedere e riconoscerlo!!!

  3. Il libro di Odifreddi su Lucrezio: sbagliato, inutile e…

    Odifreddi è scatenato: come è noto, voleva inviare le bozze del suo ultimo libro, non ancora pubblicato, a papa Francesco, aveva la pretesa che il pontefice le leggesse, che ne discutesse con lui (bella trovata: così il Bertrand Russel de noantri ci avrebbe montato su un “evento” mediatico); addirittura tacchinava il papa (che è un gesuita, oltre tutto, e non è un fesso), affermando che un papa sarebbe stata la persona più idonea a scrivere la prefazione di un libro di Odifreddi. Cose da pazzi. Ma colui che parlava all’altro capo del filo del telefono era un falso papa, e l’Odifreddi che credeva di essere una volpe si è rivelato un tacchino: e nemmeno il tacchino di Bersani.
    Ma adesso parliamo del libro precedente di Odifreddi, che s’intitola Come stanno le cose: il mio Lucrezio, la mia Venere. Il libro è stato accolto da un coro di gran slinguazzate, da parte di giornalisti di marketta, proni agli uffici stampa delle case editrici. Ma non solo, purtroppo. Per esempio, non mi aspettavo questa recensione di Micromega (o dovevo, invece, aspettarmela? mi trovo spesso in disaccordo con le tesi di Micromega, ma riconosco che il livello della rivista è solitamente buono, non culilinctorio): si veda “Come stanno le cose”, Lucrezio in versione Odifreddi
    In tutto questo clamore culilinctorio ho durato fatica a trovare qualche voce fuori dal coro: una è quella del prof. Pietro Melis, che conoscevo, avendo egli già in precedenza incrociato le armi con l’Odifreddi. Melis aveva chiamato Odifreddi, che non ha studiato il latino, ma che ha osato tradurre Lucrezio, “traduttor de’ traduttori di Lucrezio”, parafrasando il Foscolo a proposito del Monti. [*]
    Ecco però la lieta sorpresa: ho trovato una seconda voce dissenziente, ed è stata una piacevole sorpresa: è quella di un laureando, che sta scrivendo una tesi di laurea su Lucrezio (roba seria, mica MArtha Nussbaum) e che su consiglio del professore ha acquistato il libro di Lucrezio rivisitato da Odifreddi. Ecco un assaggio di quel che scrive il laureando:

    Il problema è che il libro di Odifreddi è un libro sbagliato dal punto di vista del metodo, inutile dal punto di vista della divulgazione scientifica, inutile dal punto di vista della crescita intellettuale di una persona e, inoltre, permeato di una profonda disonestà intellettuale.

    Segue la dimostrazione, per cui vi rimando alla pagina Letture rozze: Come stanno le cose di Piergiorgio Odifreddi. Ed è una dimostrazione ben articolata e documentata. Peccato quella foto di apertura e quell’incipit, dove ricorre l’espressione vernacolare benessùm (ma in bolognese non si dice benéssum = “benissimo”? o è un gioco di parole?), che potrebbero portarci fuori strada e fanno pensare a uno svolgimento goliardico del tema. Ma quel che segue è ben pensato e ben argomentato. Chiudo con quest’ultima osservazione, tratta dalla pagina d’Internet citata:

    Sembra quasi che la scrittura di questo libro sia stata per Odifreddi un pretesto per potersi vantare del suo ateismo e della sua presunta superiorità rispetto a chi invece crede in una divinità. Per questo dico che questo libro non aiuta a crescere intellettualmente: perché dopo la lettura se sei un credente di certo non metterai in dubbio le tue posizioni, e se sei un ateo tuttalpiù darai una stretta di mano virtuale a Odifreddi complimentandoti della sua/tua superiore intelligenza. Serve a questo un libro?

    —————————-
    [*] Gl’interventi del Melis, professore emerito di Storia della filosofia, autore di un saggio che non conosco, ma il cui titolo desta curiosità (Scontro tra culture e metacultura scientifica: l’Occidente e il diritto naturale) dovrebbero essere ancora leggibili nella pagina reziale dell’Odifreddi. Altri, più di uno, si trovano nel diario del Melis: si veda per esempio L’istrione Odifreddi non perde occasione…

    • Ringrazio infinitamente per la menzione e per l’apprezzamento manifestato. Tra l’altro lo stesso Odifreddi deve aver seguito questo link e commentato anche il mio post, commento a cui ho risposto e che mi ha permesso di argomentare ulteriormente le mie critiche. Infine, la dicitura corretta è effettivamente benéssum e non benessùm; provvedo immediatamente a correggere.

      [Il riferimento è al testo qui sopra Il libro di Odifreddi su Lucrezio: sbagliato, inutile e…, dove si discute la tesi di Ritucc (si veda nella pagina segnalata (‘Letture rozze’…) il testo “barbaro”, la lettera di Odifreddi e la replica). N.d.Ar.]

  4. Giuli permalink

    Venerdì sera dopo avere seguito un faticoso convegno, cercavo di raggiungere casa trovandomi immantinente incolonnata.
    Avevo così modo di ascoltare in anteprima lo scherzo fatto ai danni del professor de professori.
    Debbo dire che in un primo momento ho cercato di ascoltare ciò che questi diceva, ma poi ha cominciato a montare il fastidio ed una crescente irritazione si è impadronita di me.
    Ciò che ne ho tratto è solo boria accompagnata all’autoconvinzione di potersela permettere.
    Odifreddi può sbandierare fin che vuole la sua condizione di ateo, quasi fosse un segno di distinzione intellettuale, ma, a parte la non lontana lezione impartitagli da Benedetto XVI, il dubbio circa l’esistenza della camere a gas ed in ultima istanza dell’Olocausto stesso (non ho visto di persona dunque non posso che dubitare è il suo ragionamento che vorrebbe fondato sulla logica scientifica) sia una paraculata di infimo grado, di cui non si è compreso il motivo se non per infilarsi nel filone polemico nato dal caso Priebke.
    L’operazione è quanto di più vicino allo sciacallaggio possa esserci.

  5. La riunione di Consiglio del 17 ottobre: moscia, ma con colpo di coda Lgbt

    Ho scritto a consuntivo una brevissima relazione (dal mio punto di vista, ovviamente: Nusquamia non è un organo di servizio pubblico) sulla riunione di Consiglio del 17 ottobre. Si veda il testo aggiunto sotto l’immagine dell’armamentario di castrazione (tratta da un libro di medicina del ’700) in apertura della pagina No alla castrazione! No alle mordacchie!.

  6. Il Lucrezio di Odifreddi e la vacca «orfana» (!) del vitello

    Ero curioso di leggere la traduzione di Lucrezio proposta dall’Odifreddi nel suo ultimo libro (o penultimo, perché l’agguerrito staff editoriale del quale l’Odifreddi è circondato fa di lui un autore estremamente prolifico, di successo sicuro, grazie anche a una formidabile macchina di pubbliche relazioni, paragonabile alla “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana ed infausta memoria). Il libro s’intitola Come stanno le cose: il mio Lucrezio, la mia Venere (Rizzoli, 2013).
    Nella premessa posta all’inizio del libro, l’Odifreddi afferma che la poesia di Lucrezio al giorno d’oggi «risplende meglio nella prosa: per noi contemporanei, i versi attirano troppo l’attenzione su se stessi e la distraggono da un contenuto che, nel caso della scienza, è preponderante sulla forma». Come se l’interesse di Lucrezio, per noi contemporanei, fosse quello di apprendere dal poeta latino la realtà delle cose e non di penetrare la concezione che di quella realtà aveva Lucrezio. Boh!
    La cosa migliore sarebbe, per chi se lo può permettere, leggere Lucrezio il latino, eventualmente con l’aiuto di una buona “traduzione di servizio” come quella di Luca Canali (si veda Tito Lucrezio Caro, La natura delle cose, Rizzoli, Milano 1990). Ma Odifreddi ha una concezione tutta sua della letteratura e, in particolare, di Lucrezio. Cioè, ritiene che Lucrezio sia un poeta, sotto il profilo scientifico, di «visionaria attualità». È un punto di vista discutibile, ma legittimo. Perciò Odifreddi si propone come “editor” di Lucrezio così da «sbocconcellare in briciole digeribili […] la sua prelibata ma indigesta invenzione letteraria». Scrive infatti alla fine della premessa a questa sua traduzione e commento di Lucrezio:

    Spesso, bastano anche piccole accortezze, quali identificare Venere con una spinoziana ‘Dea sive Natura’ o l’animo e l’anima con le funzioni del cervello e del sistema nervoso, per illuminare di luce nuova questi versi antichi, che una lettura troppo letterale rischierebbe di far apparire antiquati, offuscandone la visionaria attualità.

    Se l’intendimento di presentare Lucrezio come anticipatore della scienza moderna è discutibile, ma legittimo (semmai bisognerà discutere caso per caso quanto veramente Lucrezio abbia anticipato la scienza moderna: avrei i miei dubbi, ma questo è un altro discorso) è tuttavia illegittima la violenza che Odifreddi esercita insieme alla lingua italiana e a quella latina, in appena quattro righe di testo. Non so di altri possibili scivoloni linguistici dell’Odifreddi, ma è sconcertante che, aprendo a caso il libro, mi balzi agli occhi tale duplice incidente.
    Per essere precisi, mi è venuta immediatamente agli occhi la prima violenza: alla lingua italiana. Poi, confrontando la traduzione di Odifreddi con il testo latino, non ho potuto fare a meno di registrare la seconda violenza.
    Giuro che è vero: ho l’abitudine di aprire a caso i libri, come già usavano gli antichi. Siamo in molti a fare così, nel numero di coloro che non sono divorati dalla lebbra della “determinazione”, prima di procedere a una lettura sistematica, o per il gusto di concederci un’illuminazione improvvisa, secondo il capriccio del caso (si veda il precedente illustre del Petrarca, il quale apre a caso le Confessioni di sant’Agostino, in un momento di sconforto, quando si trovava a metà della sua escursione al Monte ventoso, in Provenza).
    Apro dunque a caso il libro di Odifreddi e m’imbatto in una pagina del capolavoro di Lucrezio, ben nota, nella quale il poeta si sofferma sui riti inutili e crudeli della religione romana che chiedono il sacrificio del vitello sugli altari degli dèi assetati di sangue. Luca Canali, che in gioventù scrisse un pregevole saggio su Lucrezio «poeta della ragione», traduce così:

    Ma desolata la madre, errando per le verdi pasture,
    cerca in terra le orme segnate dai piedi bisulci, [*]
    con lo sguardo scrutando dovunque, se possa in un luogo
    scorgere il figlio perduto, ed empie di tristi muggiti
    immobile il bosco frondoso, e spesso torna a cercare
    nella stalla, angosciata dal rimpianto del suo caro giovenco.

    Traduce invece Piergiorgio Odifreddi:

    Ma la madre orfana, errando sui pascoli, cerca fra l’erba le impronte delle sue zampette, e scruta dovunque nella speranza di rivederlo. Spesso si ferma, e riempie il bosco di muggiti strazianti. Torna continuamente alla stalla, trafitta dal desiderio di ritrovarlo.

    a) Prima violenza (alla lingua italiana): da quando in qua una madre che perde il figlio si dirà “orfana”? Nel testo latino leggiamo: mater orbata. Cioè, la madre è orbata del figlio, come anche si dice in italiano. Se un genitore perde il figlio si può anche dire che è “orbo” del figlio. In generale, infatti (si veda il vocabolario Treccani), “orbo” può significare «privato di persona cara, soprattutto per opera della morte: orba del marito; o. del padre, dei figli». Cioè, “orbo” si dice di colui che ha perso un un figlio, o anche di colui che ha perso un genitore. Nel secondo caso, “orbo” è sinonimo di “orfano”. E qui casca l’asino. Infatti, Odifreddi ha sotto gli occhi la traduzione del poema di Lucrezio curata da Alessandro Marchetti (1633-1714): il quale è “filosofo della natura” di impronta galileiana e matematico, tenuto (giustamente) in grande considerazione dall’Odifreddi, tanto che nel suo libro gli dedica una scheda di approfondimento. E allora lui, cioè l’Odifreddi, che fa? Legge nella traduzione del Marchetti “orbo”, che in effetti è un termine un po’ antiquato: si veda il manzoniano «orba di tanto spiro». Cerca quindi un sinonimo, ed effettivamente “orfano” è sinonimo, talvolta, di “orbo”. Ma, in questo caso, c’entra come i cavoli a merenda. Tutto si potrà dire di una madre che perde il figlio, tranne che sia “orfana del figlio”. Luca Canali traduce molto bene: scrive “desolata”, che significa lasciata sola, senza più il conforto della presenza del figlio.
    b) Seconda violenza (alla lingua latina). Dove sta scritto nel testo originale che la vacca, alla ricerca del suo vitello, si fermi spesso? Se leggiamo Lucrezio, fra l’altro guardandoci bene dal seguire i consigli di Odifreddi, che vorrebbe sfrondare il significato poetico di questo poema, c’imbattiamo in un’immagine bellissima: c’è la madre che erra per le verdi pasture, cerca sul terreno le impronte lasciate dalle zampe del vitello, guarda di qua e di là, roteando gli occhi. Quindi, non avendo trovato niente, se ne sta ferma, come paralizzata dal dolore e riempie il bosco di tristi muggiti. Non solo con la sua pedestre traduzione Odifreddi ci fa perdere la poesia di quest’immagine, ma ci fa una descrizione che non corrisponde all’intendimento di Lucrezio. In latino, infatti, leggiamo «completque querellis frondiferum nemus adsistens», cioè “e, restando immobile [questo significa adsistens], riempie di lamenti il bosco frondoso”. Anche qui è evidente che Odifreddi aveva di fronte agli occhi la traduzione del Marchetti. Il quale traduce, correttamente, «e, ferma, spesso di queruli muggiti empie le selve». E anche qui Odifreddi ha voluto cambiare la traduzione del Marchetti. Ma essendo, come tutti gli uomini di successo, frettoloso, prende un granchio. Infatti, Lucrezio ci dà un’immagine statica, quella della madre che, dopo aver cercato inutilmente il figlio, stando ferma, desolatamente muggisce. Odifreddi invece ci fa vedere una vacca che corre e che spesso si ferma. Invece, la giovenca è già ferma: c’è una bella differenza tra l’essere fermi e il fermarsi, come l’essere seduti e il mettersi a sedere. Ma Odifreddi ha interpretato male la traduzione del Marchetti. Fra l’altro, in latino “spesso” non c’è, anche se si trova nella traduzione del Marchetti, probabilmente per ragioni metriche, cioè per rispettare il ritmo dell’endecasillabo. In ogni caso, nel Marchetti “spesso” non è riferito al fermarsi ma al muggire: cioè, vuol dire che i muggiti sono frequenti. Ecco che cosa succede quando si è traduttor del Marchetti traduttore di Lucrezio! Non mi risulta che il Monti, che fu accusato dal Foscolo di essere «gran traduttor de’ traduttori d’Omero» fosse incorso in simili topiche.
    Non c’è niente di male, ovviamente, ad aver di fronte il testo del Marchetti. Però, Odifreddi fraintende la traduzione. Ho la fortuna di possedere una ristampa del pregevole lavoro del Marchetti (Sonzogno, 1933: questo libro apparteneva a mio nonno [**]), dalla quale trascrivo l’interpretazione del brano fatta dal matematico e filosofo pisano (d’adozione: era nato a Empoli):

    Ma l’afflitta et orba
    madre pe’ boschi errando in terra lascia
    del bipartito piede impresse l’orme;
    cerca con gli occhi ogni riposto luogo
    sella veder pur una volta possa
    il perduto suo parto e, ferma, spesso
    di queruli muggiti empie le selve,
    e spesso torna, dal desio trafitta,
    del caro figlio a riveder la stalla.

    Il testo originale di Lucrezio è il seguente:

    At mater viridis saltus orbata peragrans
    quaerit humi pedibus vestigia pressa bisulcis,
    omnia convisens oculis loca, si queat usquam
    conspicere amissum fetum, completque querellis
    frondiferum nemus adsistens et crebra revisit
    ad stabulum desiderio perfixa iuvenci.

    ————————————–
    [*] Dal lat. bisulcus: i bovini sono ungulati fissipedi il cui zoccolo è spaccato, diviso in due parti da un solco.

    [**] Facendo clic su:
    Tito Lucrezio Caro, Della natura delle cose (Londra 1761)
    si può leggere una pregevole edizione settecentesca: ma non metterei la mano sul fuoco, riguardo al fatto che effettivamente sia stata stampata a Londra. Alle volte usava dare indicazioni false, per sfuggire ai rigori della censura. Infatti, Lucrezio fu sempre tenuto in gran sospetto e nel 1718 entrò ufficialmente nell’Indice dei libri proibiti.

  7. piergiorgio odifreddi permalink

    mi permetto di lasciare qualche nota rapsodica sul post e sui successivi commenti.

    1) invece di dire “l’ultimo scivolone dell’ex matematico odifreddi è stato sul tema dell’olocausto, come si può leggere nell’articolo pubblicato in prima pagina, domenica 20 ottobre, sul Corriere della Sera”, sarebbe stato più serio e corretto dire “come si può leggere sul suo blog su Repubblica”.

    se non altro, perché andando al riferimento si sarebbe scoperto che le cose che io ho detto non sono affatto quelle che grasso (il quale, tra l’altro, non è andato neppure lui a vedere cosa ho scritto, ma ripete solo ciò che altri avevano già detto, e così via) mi fa dire.

    per chi fosse realmente interessato ai fatti, e non soltanto alle tirate opinionistiche, qui si trova una rassegna stampa:

    http://www.piergiorgioodifreddi.it/priebke

    [Ma io ho citato il Corriere della Sera, perché intendevo che si facesse riferimento a quell’articolo, dove — correttamente — si rimanda al suo diario in rete (“blog”). Leggiamo infatti: «Così, sul suo blog, rispondendo a un lettore sull’esistenza delle camere a gas…». N.d.Ar.]

    2) non discuto sulle opere di flammarion, benché mi stupisca della citazione: con tutta la divulgazione che si trova in giro, quella citazione sa di pura casualità. ma avrei preferito un po’ più di precisione sulle mie “baggianate”, che specificasse quali e perché. detta così, sa soltanto di denigrazione gratuita e disinformata.
    [Un giorno un’ex ragazza francese mi disse: io sono cresciuta a pane e Brassens. Io, invece, sono cresciuto a pane e Flammarion. Al penultimo anno di liceo avevamo un professore di religione che, con molta buona volontà, si sforzava di dimostrare l’infondatezza degli argomenti di quel manipolo di studenti che contestava la religione e lo stesso insegnamento della religione nelle scuole. Con grande presunzione, e in mancanza di argomenti migliori, portavamo in classe uno di quei due volumi citati, facevamo i sapientoni citando il Falmmarion come fosse la Bibbia. N.d.Ar.]

    3) è vero che faccio parte del comitato organizzatore di bergamoscienza, ma non ho mai partecipato a riunioni organizzative, per mia colpa. non vedo dunque come sia possibile che la manifestazione abbia potuto “risentire in maniera evidente delle mie ansietà e delle insicurezze culturali”. temo che le ansietà e le insicurezze non siano le mie, ma dell’estensore del post.
    [Ammetto di essere stato sbrigativo. Il mio era un ragionamento entimematico, diciamo pure molto entimematico. Cioè mancavano le proposizioni che avrebbero comportato quella conclusione, e che davo per scontate: avrei potuto parlare, per esempio, di quella sua passioncella per l’etimologia dove, non di rado, più che rigore filologico si coglie una certa propensione a ‘épater le bourgeois’. N.d.Ar.]

    4) ho partecipato sabato al festival della scienza di genova, presentando il mio “lucrezio”. ho letto io stesso al pubblico il comunicato del festival, visto che la signora arata, sua autrice, non ha avuto il coraggio di venirlo a difendere di persona, accusando una scusa “diplomatica”. mi duole dirle che il pubblico ha gremito la sala del maggior consiglio, mi ha tributato un’ovazione alla fine, e nessuno ha fatto domande sull’argomento, nonostante io avessi dato la mia disponibilità a spiegare i modi e i motivi del mio linciaggio mediatico, a cui questo sito non contribuisce che una goccia nel mare.
    [Non nego che lei abbia nemici, talora anche pertinaci. Sulla lealtà dei suoi nemici non metterei la mano sul fuoco, perché non li conosco che minimamente: non mi è difficile immaginare, tuttavia, che tra essi si annoverino gli esoterici, gente che ci va giù con la mano pesante. Ma i miei argomenti sono stati leali. Né si può negare che lei stesso sia un uomo potente: il che non costituisce una colpa, ma spiega il «linciaggio mediatico», che comunque non si giustifica, se di linciaggio si è trattato. La mia critica non è linciaggio. N.d.Ar.]

    5) la pedestre e pedante tirata sulla mia traduzione del termine “orbata” fa ridere i polli. il termine “orphos” in greco significa letteralmente “(de)privato”, non necessariamente dei genitori, e “orbus” ne è la traduzione latina. la traduzione “orfano” non è certo più scorretta, o tirata per i capelli, di “desolato”, ed è una questione di gusti.
    [Cioè, lei afferma che, per tradurre il lat. ‘mater orbata’, dire che una vacca è «orfana» del vitello sarebbe una traduzione italiana corretta. ‘Nihil habeo quod amplius dicam’. N.d.Ar.]

    6) naturalmente, ciascuno può tradurre come gli pare, e leggere le traduzioni che preferisce. ma nessuno sano di mente può pensare che la logorroica e autoreferenziale pedanteria mostrata nei commenti [i commenti all’opera di Lucrezio, cioè: N.d.Ar.] possa invogliare qualche studente a prendere in mano il testo di lucrezio, o qualunque altro testo. il mio intento era far leggere il libro proprio a coloro che sarebbero disgustati da chi glielo presentasse con argomenti come quelli proposti sopra, e io stesso sono uno di quei “coloro”.

    • Ho risposto interlinearmente (cfr. supra), come spesso in corso di svolgimento di un diverbio (che non significa zuffa, in questo caso, ma dialogo: di-verbium è un calco del greco διά-λογος), in omaggio alla socratica preferenza per la brachilogia (discorso breve), in opposizione alla macrologia (discorso lungo).

  8. La mia cultura non è a livelli così eccelsi. Ma mi sento in sintonia con un Odifreddi che si firma, piuttosto che con chi non si firma e pur disquisisce.
    Gian Paolo Barsi.

    • Benvenuto nell’isola di Nusquamia.
      Non mi è chiaro se lei mi rimprovera di non firmarmi con i dati anagrafici, o di aver criticato le posizioni avventatamente laiciste di Odifreddi (siamo laici anche noi, ma con un registro diverso: càpita), o tutt’è due le cose.
      Quanto al dovere, che si pretende “etico” (questa è una parolina, purtroppo, abusata dai nuovi mostri della mezza cultura), di firmarsi con nome e cognome, se ne potrebbe discutere: in un dibattito intelligente, argomenterei, a favore dello scrivere con pseudonimo, ricordando la tradizione libellistica dell’Età dei Lumi e accennando al concetto di dissimulazione onesta. Ma se qualcuno parla per oracoli (vedi la Boldrina, Salvini, Casaleggio senior ecc.), meglio neanche provare a discutere: in questi casi s’ingrana la marcia dell’ironia.
      Quanto al laicismo di Odifreddi, che peraltro è persona garbata e intellettualmente onesta, anche se esuberante e con un gusto talora sopra le righe di volere épater le bourgeois, costi quel che costi, anche qui si potrebbe discutere: nel rispetto delle regole del ragionare, che Odifreddi conosce benissimo, ma è uno dei pochi.

  9. Grazie per il benvenuto, insolito e sinceramente apprezzato.
    La curiosità è una molla che mi spinge spesso, e mi hanno attirato la singolarità dei nomi e degli argomenti. Non rimprovero: osservo. Non sempre comprendo, ed in questo Odifreddi è più incline ad abbandonare linguaggi difficili adatti a pochi per farsi più facilmente comprendere da molti.
    A lui devo la chiarezza di alcune decisioni che forse non avrei saputo prendere da solo. Laici sì ma con registro diverso, sì ma contro posizioni avventatamente laiciste…..comincio a tentennare e a non capire bene di quale laicismo mi sento di far parte. Forse viene meno persino la definizione di laicismo, ammesso che si sia in grado di darne una chiara, semplice ed univoca.
    Rispetto a questi grandi pensieri, appare fatua, anche se magari divertente, la questione sindaco, sindaca e sindachessa. Invece non lo è: è stata sbagliata la reazione stizzosa, comprensibile per i secoli di sottomissione che hanno dovuto subire le donne, delle femministe ultras che hanno ingaggiato una battaglia linguistica priva di sostanza e di senso estetico. In ben diversa direzione dovrebbero agire, per la sottomissione alla quale ancora molti ambienti e culture le vogliono mantenere. Bene sia venuto Giletti stasera, che ha accolto il sindaco di Roma nella sua trasmissione, chiamandolo con la proprietà e l’eleganza che il suo titolo merita, in modo coraggiosamente contrario alla corrente conformista imperante.
    Qui per ora La lascio, nel rispetto della concisione che mi sono sempre sforzato di seguire. Basta che non consideri anche questo come un rimprovero!

    • Giletti si è rivolto alla Raggi chiamandola “sindaco”: rischia di brutto

      Come divulgatore il professor Odifreddi ha sicuramente meriti che sarebbe ingiusto levargli: non ho difficoltà a riconoscerlo, al netto di quanto ho scritto precedentemente, in forma un po’ tranchant(e). Mantengo le mie riserve riguardo all’aspetto ideologico, ma non è il caso di farne un dramma.
      A quanto ho scritto precedentemente aggiungerei qui che da taluni il professor Odifreddi è percepito come “carismatico”: direi che però l’essere considerato un guru non è una cosa bella, è vero, ma è una colpa che ricade soprattutto su chi ne fa un guru. Mi viene in mente il film Palombella rossa di Nanni Moretti, quando sul bordo della piscina diverse persone gli si presentarono accompagnate da un terzo personaggio del quale dicevano: «Ti presento N, l’uomo che mi ha cambiato la vita». Ed era evidente il disprezzo di Nanni Moretti per coloro che hanno bisogno di un guru. Vero è che il professor Odifreddi potrebbe concludere certe sue sparate ideologiche dicendo: questo è quello che penso io, voi però, ricordatevi di ragionare con la vostra testa. Ma, in fondo, quanti sono coloro che si preoccupano di stimolare i propri interlocutori all’uso della “ragione naturale”? A parte Cartesio, voglio dire, il quale della ragione naturale aveva fatto il cardine del suo Discorso sul metodo.
      Lei accenna alla possibilità di definire il laicismo, credo però che sia lei sia i lettori intelligenti di Nusquamia (cioè, quelli che sono intelligenti, ed è cosa diversa che dire “gli’intelligenti lettori di Nusquamia”) siamo d’accordo nel riconoscere il pericolo di imbalsamare il laicismo in una definizione “laicamente corretta”: il che comporterebbe storture analoghe al “politicamente corretto”, per non parlare della sua degenerazione nel “boldrinamente corretto”. Il professor Odifreddi si dichiara laico ed ateo. Ma è possibile essere laici e agnostici. Oppure laici e deisti (come Voltaire, per esempio). Infine è anche possibile essere credenti e insieme laici: campioni di questo atteggiamento sono Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro; quest’ultimo addirittura è stato proclamato santo della Chiesa.
      Passiamo ad altro. Dunque il presentatore televisivo Giletti si è rivolto a Virginia Raggi chiamandola “sindaco di Roma”, contravvenendo alla neolingua politicamente e boldrinamente corretta, per cui dire “sindaco” riferendosi a una donna sarebbe un reato da deferire al tribunale dell’Inquisizione politicamente corretta. Secondo me Giletti ha fatto benissimo però – lo dico per il suo bene – deve stare attento alle rappresaglie. Infatti non è un mistero per nessuno (non ci vuol molto ad accorgersene) che Giletti è un “sicòfilo”, tutto il contrario dei “sicòfobi”, che sarebbero gli spregiatori della fica; il che, con questi chiari di luna, nel clima di demonizzazione del maschio “a prescindere”, appare assai rischioso. Avendo egli chiamato la Raggi “sindaco” e non “sindaca”, e per giunta essendo sicòfilo, la rappresaglia potrebbe consistere nell’accusa di molestie sessuali compiute da posizioni di potere. I pretesti per tale accusa non mancherebbero certo. A questo punto Giletti non avrebbe il tempo di dire nemmeno “bah”, la sua carriera sarebbe ipso facto stroncata.

      • Per l’eleganza e la sottigliezza garbata del Suo dire, in chiosa alle mie osservazioni, mi sentirei in difetto ove non mi rivolgessi ancora a Lei per alcune riflessioni.
        Primo, siamo d’accordo sul fatto che Giletti ha fatto bene, pur rischiando qualche anatema, ad usare le parole giuste. Così dovremmo avere il coraggio di fare tutti. L’ottuso femminismo Boldriniano e non solo nuoce alla stessa giustissima causa che non è ormai più controversa e da difendere come ideologia, ma soltanto nella concretezza delle cose da attuare. Non individuo, non conoscendone minimamente il significato, la distinzione tra sicòfili e sicòfobi.
        [Trova una presentazione ragionata dei termini sicòfobo e sicòfilo nella mia Noterella culturale e politicamente scorretta: Maria Elena Boschi. N.d.Ar.]

        Secondo, debbo dirLe che le dizioni di politicamente corretto, laicamente corretto, boldrinianamente corretto e così via andando, giusto sarcasmo a parte, evocano in me il famoso giudizio liberatorio e dissacratorio del grande Paolo Villaggio: sono una cagata pazzesca. Esprimiamo dunque le nostre opinioni ed abbiamone il coraggio, corrette che siano, secondo un comunque ben discutibile giudizio altrui.
        Terzo, è vero che il laicismo è compatibile con molte altre posizioni, come Lei opportunamente accenna, che sembrano, ma non sono con esso contrastanti. Perciò che è difficile definirlo con precisione, nei significati più attuali seguiti a quello originario circoscritto alla sfera di appartenenza religiosa. Tuttavia ci provo: pensare liberamente e lasciare che altri pensino liberamente, nel rispetto dei reciproci diritti e convinzioni. Sperando di non essermi meritato l’esclusione dalla schiera dei lettori intelligenti di Nusquamia, per aver tentato una definizione imbalsamabile.
        [Non mi faccia più severo di quel che sia. Però, a conferma del discorso sulla gabbia costituita dalle definizioni: vede, io se proprio fossi costretto a definire l’uomo laico, non mancherei di mettere in rilievo la propensione al dubbio sistematico. Un mangiapreti a oltranza, per esempio, proprio perché è tale, secondo me manca di una virtù laica, quella che alcuni, con evidente ma felice ossimoro, chiamano la “religione del dubbio”. N.d.Ar.]

        Quarto, il “guru”. Io direi meglio maestro (ove se ne condividano i principi). Da seguire, non ciecamente, ma per ricavarne nuove idee, o rinforzare le proprie, anche se è troppo frequente l’impossibilità “trista” di superarlo. Bene, debbo ammettere che il seguire la semplice esortazione di Odifreddi a leggere, effettivamente leggere, alcuni passi di testi cosiddetti sacri per definizione, ispirazione o per tradizione, mi ha aperto la mente. Ho dovuto riconoscere che in non pochi casi non potevano non dico definirsi sacri, ma nemmeno leggibili, in serenità di mente e di sentimento. A meno di non essere costretti ad accettarne improbabili interpretazioni tortuose, semplicistiche e comunque accomodanti. In conflitto con la ragione.
        Secondo Lei, dico proprio male?
        [La lettura di Odifreddi è certamente stimolante. L’importante, come lei dice, è non seguirlo ciecamente; o, come diceva Orazio, ‘non iurare in verba magistri’. Conosco una “ragazza”, ma nel senso che dice Lina Sotis (“Siamo tutte ragazze”: anche le vecchie carampane) di buona volontà, una di quelle che non si perde neanche una conferenza: prese una sbandata per Odifreddi, e su certi temi con lei non si poteva ragionare; adesso però da Odifreddi è passata a Diego Fusaro. Ma una, o uno, che fa così, finisce con il farsi del male. N.d.Ar.]

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