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Un paese bello da vivere

1 settembre 2015

Viaggio sull’Appennino alla ricerca dell’Uomo

A mo’ di premessa, bisognerà spiegare ai nuovi lettori di Nusquamia che esiste un paesone sgarrupato alle porte di Bergamo, in direzione ovest, che pretende di essere bello da vivere, da che è governato da una divertente accolita di aziendalsimilprogressisti. Quel paese si chiama Curno. [1] Gli attuali amministratori furono bersaniani finché Bersani, l’ultimo rappresentante del socialismo umanitario nel Pd, un uomo mite e cortese, con studi umanistici nella valigia dei sogni [2], fu segretario del partito (Pd, che vuol dire Partito democratico, e non Partito opportunista, altrimenti si sarebbe chiamato Po). Poi, quando del partito si insignorì quel Renzi, noto bullo fiorentino, non dubitarono un attimo a salire sul carro del vincitore, facendosi proteggere da Misiani, che fu bersaniano anche lui, e che anche lui ha abbandonato Bersani, ma che almeno è intelligente.
Varrà infine la pena ricordare – e qui mi fermo, perché intendo parlare di argomenti più elevati: paulo maiora canamus (“cantiamo cose un po’ più grandi”), come scrive Virgilio — che gli aziendalsimilprogressisti di questo sventurato paese, due volte sventurato perché brutto e perché ha una classe politica brutta, si sono impadroniti del potere congiurando con un leghista, tale Roberto Pedretti, al tempo della congiura protetto da Roberto Calderoli, che era un po’ il conte zio di Curno.

Dirò dunque che ieri, in compagnia di Angelo Gandolfi, ho trascorso qualche ora in un paese i cui amministratori non strombettano che sia “bello da vivere”, men che meno per merito loro, come se bastasse l’acculamento di un politico indigeno a fare bello un paese brutto. Eppure questo paese è veramente bello, né dubito che sia veramente bello da vivere. Parlo di Bettola, aprico paese collinare alle pendici dell’Appennino piacentino, attraversato dal torrrente Nure: tremila abitanti circa, un paesaggio che fa affiorare alla memoria cose viste in tempi migliori nella bella Provenza di Mistral; un paese con una bella storia, cominciata sotto ottimi auspici (il Comune si costituisce sotto la Repubblica cisalpina, che fu parto del genio politico e strategico di Napoleone Bonaparte); un paese con bella gente. Dico così, “bella gente”, perché Bettola di Piacenza ha, come vedremo, la vocazione alla libertà e perché ha dato i natali a un gentiluomo, uno degli ultimi sopravvissuti in Italia, almeno fra gli uomini politici. Parlo di Pierluigi Bersani.
Arrivando in automobile per la strada statale, si entrerà nel quartiere di San Bernardino che vediamo in questa foto:

Bettola_01Quando siamo arrivati, nella veranda del bar che qui vediamo, giocavano a carte tre vecchie signore: una ci guardò con occhio torvo, una seconda contava le carte con rabbiosa energia e segnava i punti su un quadernetto: mi aspettavo che inumidisse la punta della matita con la lingua ma non l’ha fatto, peccato; la terza era una vecchietta mite, la vittima, che subiva la cattiveria delle prime due. Insomma, anche a Bettola esistono le sciure Rusine, ma questo non deve trarci in inganno. Esaminando bene il paese, se si hanno occhi per guardare, si capirà che qui le sciure Rusine stanno al loro posto, nessuna si permette di dettar legge. Hanno diritto di vivere anche loro, purché non debordino e non si mettano in testa di asfissiare chi ha diritto di vivere, almeno come loro. La mia impressione  è che a Bettola esista una diffusa riprovazione sociale dell’egoismo delle vecchie bagasce.
Come si vede, i saggi amministratori di questo paese fortunato hanno pensato bene di costruire un’opera pubblica utile, e anche bella a suo modo, un’opera senza secondi fini, pensata per il vantaggio dei cittadini. Parlo della passerella che si sviluppa parallela al letto del torrente, in alto, quella che vedete a destra nella foto.

Bettola_02Attraversato il ponte che unisce i due borghi di Bettola, ci si trova nel borgo di san Giovanni con la sua grande piazza ottocentesca, di geometrica bellezza, e il monumento a Cristoforo Colombo: la vediamo nella foto qui sotto. A sinistra, la facciata del Municipio, che qui correttamente si chiama “Municipio”, appunto, e non “Casa del Comune”.

Bettola_03Come si vede, le case di Bettola che si affacciano alla Piazza grande sono rigorosamente allineate:

Bettola_04Dunque, anche volendolo, nessun politicastro di Bettola potrebbe scrivere alle regionali autorità competenti una lettera anonima di denuncia del mancato allineamento di una casa, appartenente a un nemico politico o un suo congiunto. Questo invece è precisamente quel che è avvenuto in quel tal paese sgarrupato del quale si diceva. C’era un sindaco del buon governo che dava fastidio, così si fece la bella pensata di mandare una lettera anonima alla Regione lombarda. Gli ideatori ed estensori dell’epistola maligna, tra le centinaia di casi di mancato allineamento rispetto a linee ideali e oggetto di interpretazione controversa, denunciarono proprio quel mancato allineamento, quello che se sanzionato avrebbe danneggiato l’avversario politico. Un “avvertimento”, insomma. L’aggetto in questione era di misura (addirittura) siffredica, rispetto a una certa linea di riferimento; ma la misura potrebbe essere nulla se invece si considera l’allineamento storico degli edifici. A Bettola, paese di galantuomini sull’esempio di Pierluigi Bersani, queste cose non soltanto non succedono per ragioni obiettive, ma non potrebbero succedere nemmeno se qualche edificio presentasse indebito e scandaloso aggetto siffredico. [3]
Ma che cosa ci fa la statua del navigatore Cristoforo Colombo nella Piazza grande di Bettola, paese appenninico?

Bettola_05Se leggiamo l’iscrizione scolpita sul plinto di appoggio della statua non sarà difficile capire perché, nonostante il giro di parole un po’ ampolloso e non propriamente perspicuo:

Dica (è un congiuntivo esortativo) ai venturi (cioè, ai posteri, o, letteralmente, “a coloro che verranno”)
questo monumento
sorto per unanime plebiscito
che da Valnure (cioè, dalla valle del torrente Nure) uscì la progenie (vuol dire la discendenza, la stirpe)
di
Cristoforo Cololombo,
al mondo antico
sublime datore d’un altro
21 agosto 1892

Qui potrebbe cascare l’asino perché un gatto padano, ingenuamente, intrappolato dai ghirigori linguistici tipici delle iscrizioni monumentali, potrebbe capire che Cristoforo Colombo diede al mondo antico un altro 21 agosto 1892. Se però uno ragiona, si rende conto che non è possibile. Perciò bisognerà intendere, correttamente, che Cristoforo Colombo fece il gesto sublime di dare al mondo antico un altro mondo, cioè Cristoforo Colombo fu lo scopritore del mondo nuovo, che diede al mondo antico. Quel “21 agosto 1892” è, evidentemente, la data del plebiscito che stabilì l’erezione della statua.
Sarà vero che gli antenati di Cristoforo Colombo sono di Bettola? La questione è controversa e noi preferiamo stare alla lontana da ogni intrusione polemica. Ci atteniamo all’antico monito di Prosper Merimée, che fu un grande scrittore francese, portatore di una cultura universale (non identitaria), il quale ci suggeriva di non prendere mai di punta gli storici locali, gl’identitaristi e i linguisti-fai-da-te, perché se li tocchi sul vivo potrebbero diventare cattivi.
Ma adesso vediamo la sede del Municipio. Potremmo anche dire, “vediamo il Municipio”, perché questa parola indica sia l’“amministrazione comunale” sia la “sede dell’amministrazione comunale”. Gli amministratori di quel paese sgarrupato che si diceva prima non lo sanno e non vogliono saperne, perciò continuano a parlare di “Casa del Comune”. Beh, facciano come vogliono, perché tanto, come si dice, “a lavare la testa all’asino si perde il ranno e il sapone”. Ecco dunque la sede dignitosissima del Municipio di Bettola, senza intrusioni di architetti desiderosi di marcare il territorio con le loro trovatine, come fanno i cani con il piscio:

Bettola_06Salta agli occhi la differenza tra un paese veramente bello da vivere e un paese brutto come pochi, ma che pretende di essere bello da vivere. Nella fotografia qui sotto vediamo l’ex sindaco del paese sgarrupato che ci mostra come gli amministratori del paese bello da vivere, quello veramente bello da vivere, abbiano pensato di mettere sotto gli occhi dei cittadini e dei visitatori la mappa dei numerosi itinerari escursionistici tutt’intorno.

Bettola_07Qualcuno dirà che è una piccola cosa, tale da non prestarsi nemmeno a inaugurazione rituale officiata dal sindaco fasciato e tricolorato. Ma è una cosa molto bella, tra l’altro, proprio perché costa poco e perché è pensata in funzione della pubblica utilità, invece che della visibilità e della promozione di carriera degli amministratori locali.
Vediamo qui sotto il dettaglio del pannello:

Bettola_09Dall’altro lato dell’ingresso al Municipio, un altro pannello meritevole di attenzione: è quello che mostra il tracciato della via Francigena, documentata dal diario di viaggio dell’arcivescovo (cattolico) britannico Sigerico, il quale nel 990 partì da Canterbury per recarsi a Roma dove avrebbe ricevuto dal pontefice le insegne della dignità arcivescovile.

Bettola_08Sigerico percorse 1600 km in 79 giorni, viaggiando quasi sempre a piedi: con una media, dunque, di 20 km al giorno. Il pannello che i saggi amministratori di Bettola presentano ai buoni cittadini è interessante anche perché illustra, oltre che l’itinerario di britanno, le numerose varianti segnalate da altre testimonianze.
Nel paese che si diceva prima, quello brutto da vivere, si leggono invece locandine burocratiche, pallosissime, anche locandine che dànno la “supercazzola” ai cittadini. Oppure cosucce buone tutt’al più a spostare l’aria perché si sappia – nel partito e negli ambienti che contano – che gli assessori si agitano. Leggiamo per esempio le locandine che illustrano le azioni promosse dagli amministratori in collaborazione con un’“impresa sociale”, tale Enèrgheia, che dice di lavorare nel mercato del lavoro, ma produce perlopiù iniziative che fanno immagine. Oppure, sempre in quel paese di bel vivere, si legge una locandina che invita i cittadini ad assistere alla presentazione di un libro un po’ esoterico, un po’ giallo, un po’ Lgbt (così si allarga la base del mercato dei possibili lettori) che costituirebbe un superamento di Camilleri (“oltre Camilleri”, ci assicura l’autrice): il libro è scritto dall’ex segretario comunale di Curno; alla presentazione assisteranno tre persone, tutte cammellate, compresai la sindachessa (una delle tre), più l’estensore di questa nota, non cammellato, ma comunque più interessato al risvolto politico e alle modalità P.R. (= pubbliche relazioni) dell’operazione, che alla sostanza dell’evento culturale”.

Ma ecco, infine, una buona ragione per cui i cittadini di Bettola possono dirsi orgogliosi della propria storia, anche di quella recente, tutto il contrario di quel paese sgarrupato che si diceva, i cui cittadini migliori non potranno fare a meno di vergognarsi dei comportamenti di alcuni loro politici indigeni, con l’aggravante dell’atteggiamento di indifferenza etica da parte di altri politici indigeni che avrebbero dovuto esercitare una vigilanza etico-politica e che preferirono ingaglioffirsi nei giochini della politichetta.

Bettola_10

Trascrivo quel che è scritto nella lapide, senza commentare, perché mi sembra tutto chiaro:

Comune di Bettola
Medaglia d’argento
al valor militare.

«Centro della resistenza piacentina
e sede del comando di formazioni partigiane
operanti nella zona,
appena liberata, si resse
per quattro mesi consecutivi
a Repubblica indipendente.
La popolazione, sopportando
sacrifici e privazioni, seppe
contribuire validamente alla guerra
di liberazione, con l’apporto dei suoi
figli migliori, molti dei quali caduti
in combattimento o nei campi di
concentramento per la loro indomita
fede negli ideali di giustizia e libertà».

8 settembre 1943 – 25 aprile 1945

(Decreto del Presidente della Repubblica del 9 maggio 1994)

O voi beati, voi cittadini di Bettola, voi concittadini del gentiluomo piacentino tradito dagli opportunisti aziendalsimilprogressisti, umiliato dal boyscout democristiano-aziendalista-berlusconian-levantino, longa manus di oscuri ambienti finanziari, carrozzato con le miserabili slàid della McKinsey!

Viva la giustizia, viva la libertà, viva l’onore!

Muoiano i coglioni!

—————————————————————————————–

[1] La promessa di “Un paese bello da vivere” fu precisamente il Leitmotiv che caratterizzò la campagna elettorale della lista cosiddetta civica “Vivere Curno”, egemonizzata dal Pd ma, più ancora, egemonizzata da Perlita Serra, attuale sindachessa di Curno, in combine con Max Conti, attuale segretario della sezione locale del Pd curnense e tessitore della congiura serrapedrettista che ordì il tranello che fece cadere il sindaco del buon governo Angelo Gandolfi 40 giorni prima della fine del mandato elettorale. Tennero e tengono le bocche cucite, non hanno mai voluto spiegare la motivazione di quel gesto apparentemente inutile. In realtà utilissimo, nell’ottica degli accordi con gli “attori del territorio”.

[2] Pierluigi Bersani ha studiato latino con la prof.ssa Rita Calderini e si è laureato in filosofia all’Alma mater di Bologna discutendo una vera tesi di filosofia (ci sono anche quelle false, quelle opportuniste ecc., com’è noto) dal titolo impegnativo La grazia e l’autonomia umana nella prospettiva ecclesiologica di san Gregorio Magno.

[3] Un paese veramente bello da vivere avrebbe anche una classe di politici locali moralmente “bella”. Perciò non potrebbe avvenire che si usassero colpi bassi come se ne sono usati, a iosa, nell’agro cornetense, cioè nel “territorio” di Curno (questa parola, “territorio”, piace molto ai leghisti, talora anche ai similprogressisti: squit, squit, squit!). Inoltre in un paese bello da vivere se qualche vecchia ciabatta della politica si mettesse in testa di promuovere un’azione vigliacchetta, nessuna giovane promessa della politica, dopo aver proclamato ai quattro venti “Io sono ggiovane”, “Largo ai ggiovani” raccoglierebbe l’eredità delle vecchie ciabatte della politica. Le quali, quando commettono le loro male azioni, sono abbastanza furbe da starsene nascoste; il “ggiovane” sprovveduto, invece, fa sotto gli occhi di tutti quello che le vecchie ciabatte si preoccupavano di celare.

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91 commenti
  1. Il gatto padano è poco riguardoso nei confronti della dott.ssa Serra

    Il gatto padano, i cui messaggi notoriamente non sono pubblicati in questo giornale che – sia detto di sfuggita – concederà sempre meno spazio al cazzeggio e ai tentativi diversivi, ci invita a dare un’occhiata a quanto si legge sull’Eco di Bergamo: Il governo sblocca 1,8 milioni per sistemare sette scuole superiori.
    E, poiché si tratta di scuole medie superiori bergamasche, il gatto suggerisce che sia tutto merito della dott.ssa Serra: «La tua amica Serra é riuscita a convincere il Renzi e può spendere un altro pacchetto di soldini: dopo quelli già ottenuti per la scuola di Curno. Caro mio, la Serra c’ha le palle e te sei senza».
    Ma il gatto padano non ambisce a essere lo scudiero della dott.ssa Serra, come già fu lo scudiero del Pedretti? E, se vuole salire a cassetta nella diligenza che porterà la dott.ssa Serra ai più alti fastigi della politica nazionale e internazionale, perché le rende questo cattivo servizio, attribuendole palle che io non avrei?
    Il gatto padano sa benissimo che il Pedretti scrisse a suo tempo, sul cosiddetto blog dell’UDC, che io non avevo palle. Fu allora che il Pedretti si beccò l’epiteto di Testitrahus e che, con questo nome, fu lanciato in rete un sito che il Pedretti pretendeva che io chiudessi (questo chiedeva nella denuncia che notoriamente andò in fumo, per cui se ne tornò a casa con le pive nel sacco).


    ‘Aries testitrahus’, cioè ariete trascinatore di testicoli: così dicevano i comici romani. Nel periodo dell’estro la sacca scrotale dell’ovino maschio si riempie abbondantemente di seme, tanto che i testicoli arrivano a terra e che gli stessi movimenti del maschio risultano impediti o, quanto meno, goffi.

    Adesso, evidentemente, il gatto padano vorrebbe che io dicessi della dott.ssa Serra, come per rappresaglia, che lei è Testitraha. Ma a me non sfugge che la dott.ssa Serra non ha mai affermato che io non avrei palle, e che lei ne è invece abbondantemente provveduta. Questa è un’espressione del gatto padano, questo è quel che lui voleva che io dicessi ed è anche quello che lui vuole che si dica. In sostanza, caro gatto padano, «Tu l’hai detto».
    Io della dott.ssa Serra mai e poi mai direi che è Testitraha, a meno che non fossi provocato direttamente, proprio da lei. Ma lei, notoriamente, è sobria. Ed è qui che si vorrebbe inserire il gatto. È da un bel po’, ormai, che le ronza intorno. Lui sa che il Pd è un partito ricco e potente, con accesso alla sal di comando di parecchi gangli vitali. Poiché anche il gatto ha sogni di grandezza, vorrebbe cominciare, tanto per farsi conoscere (come se non fosse conosciuto per quel che è), ricevendo l’incarico ufficiale di coordinamento di una campagna intesa a fare polpette di Aristide. Come già pretese di fare il povero Quantile. Il suo discorso più o meno, è questo: voi similprogressisti continuate pure a fare quelli che sono sobri, ché ad Aristide ci penso io. Però dovete darmi carta bianca e una centrale operativa attrezzta ai livelli del Dipartimento Studi & Ricerche della Freni Brembo.
    Secondo me, la Serra da principio può essere stata tentata di accettare la felina proposta indecente. Poi però ha sentito chi di dovere ed è arrivata alla conclusione che, affidandosi al gatto, mi avrebbe messo in mano un’arma micidiale. La conclusione è corretta.

    E poi basta con questa storia di chi ci mette la faccia, di chi ha le palle, di chi è con la gente e in mezzo alla gente, di chi è conviviale nelle differenze ecc. Basta, questa è soltanto aria fritta. Non potete pretendere di essere giudicati per quello che dite o per gli eventi mediatici che producete con il fine evidente di uccellare il popolo. Sarete giudicati per quello che fate, e per quello che avete fatto (niente diritto all’oblio). Siate uomini, uomini senza aggettivi, uomini veri di quella specie che ormai è in via di estinzione (c’è un dialogo bellissimo in proposito, nel film C’era una volta il West). Lo so che è difficile essere uomini, come dice anche una canzone di Endrigo, ma almeno provateci.

  2. Excubiae permalink

    In nome dello Stato
    di Ludwig von Mises

    Ludwig von Mises, l’autore di questo libro, è stato uno dei grandi liberali del Novecento. Figlio della Grande Vienna, è stato maestro di Friedrich A. von Hayek e di tanti altri giovani che, dopo la Grande Guerra, si sono trovati a cercare un orientamento culturale e politico. In fuga dal nazismo, Mises si è dapprima rifugiato a Ginevra e poi a New York. In nome dello Stato fa parte degli scritti del periodo ginevrino, che precede e segue di poco lo scoppio della Seconda guerra mondiale. È uno straordinario documento, tramite cui è possibile “rileggere” uno dei momenti più tragici della storia d’Europa. È un testo agile, in cui una prosa nitida e diretta getta luce sull’incubazione del nazismo, sui suoi legami con la cultura interventistica dei prevalenti circoli accademici tedeschi. Dopo la conquista del potere da parte di Lenin, Mises aveva mostrato come l’impossibilità del calcolo economico, in regime di pianificazione, avrebbe portato al crollo del comunismo. Ed è toccato a lui fornirci una delle più immediate e penetranti analisi del nazismo, che non è stato una “terza soluzione” fra capitalismo e comunismo. La cooperazione sociale si può svolgere in maniera volontaria: la via intrapresa dalle società libere. E si può svolgere in maniera coercitiva: con la pianificazione comunista o con un generalizzato sistema di interventi autoritativi. Nel caso dell’interventismo, la proprietà privata non viene formalmente soppressa, ma viene svuotata di contenuto: mediante una fitta trama di provvedimenti amministrativi, la libertà di scelta individuale e l’allocazione competitiva delle risorse vengono soppresse. È esattamente quanto ha fatto il nazismo, che ha perciò avuto una base economica congruente con la sua ideologia totalitaria. La vicenda hitleriana non è una figlia, sia pure illegittima, del liberalismo. È un prodotto di quell’avversione nei confronti della libertà individuale e del mercato, che è il tratto comune di tutti i membri della famiglia del totalitarismo. Il libro di Mises ha una grande utilità. Non serve solo a spiegarci il perché delle gravissime tragedie del Novecento. Esso ci aiuta pure a porre in chiaro le conseguenze economiche, sociali e politiche di ogni tipo di interferenza del potere pubblico. E rende in tal modo trasparente quel che si cela dietro molte delle “pratiche” politiche del nostro tempo. L’interventismo è la malattia professionale di governanti, militari e burocrati. I governi sono liberali solo quando sono costretti dai cittadini.

    • Libero mercato?

      Il messaggio che leggo qui sopra ha tutta l’aria di essere un soffietto editoriale. Non ho letto il libro di von Mises e non parlo del libro. Però ho letto il soffietto, e posso parlare di questo.
      Mi ha fatto drizzare le orecchie l’affermazione riguardo all’impossibilità del calcolo economico, in regime di pianificazione. Bisognerebbe capire se questa affermazione è considerata vera nel periodo in cui Ludwig von Mises scrisse il suo libro, o se invece sia considerata tuttora un principio fondamentale della scuola economica di Vienna, della quale von Mises è autorevolissimo esponente.
      Perché un conto è dire che il regime sovietico non era in grado di fare previsioni economiche, in quanto deliberatamente incapace: questo è giusto, e mi sembra evidente perché. Grazie tante, nell’Unione sovietica si presero cantonate bestiali in campo biologico: le teorie di Lysenko, biologo di regime, applicate all’agricoltura causarono danni enormi. E la causa era sempre quella, si pretendeva che un presupposto ideologico dovesse prevalere sul metodo scientifico.
      Altro è però dire che i fenomeni economici non sono governabili in regime di pianificazione: mai, sotto tutte le possibili ipotesi di pianificazione. Premesso che i fenomeni economici sono pochissimo governabili se studiati come a sé stanti, e che cominciano semmai ad essere comprensibili, se non proprio governabili, quando siano affrontati nella cornice della dinamica dei sistemi, a me sembra evidente che in un regime dirigistico il controllo del sistema economico è facilitato, indipendentemente dal fatto che il regime ci piaccia o non ci piaccia.
      Un’altra cosa che mi ha lasciato un po’ perplesso leggendo il soffietto (ma forse l’ho letto male) è una certa indebita sovrapposizione tra la libertà individuale tutelata dalla Carta dei diritti dell’uomo e la libertà d’impresa. Andava detto, se non altro, che la libertà d’impresa potrebbe conculcare le libertà individuali. Però – ripeto – questa non è una critica al libro di von Mises, che non ho letto, ma al soffietto.
      In generale, suggerirei un certo pragmatismo: ci sono casi in cui «l’interferenza del potere pubblico» è una bestemmia: come quando l’Iri, che fu un ente benemerito, quando fu creato, e anche nel dopoguerra, a un certo punto cominciò ad acquistare le fabbriche di panettoni che si trovavano in difficoltà economica. Inutile spiegare perché i politici intelligentoni pretendevano che l’Iri si occupasse di panettoni.
      Ma proviamo a pensare, per esempio, al progetto Manhattan, quello per la costruzione della bomba atomica. Nego che un progetto del genere possa (potesse) essere affidato al libero mercato: e non soltanto per ragioni di segretezza, che sono ovvie, e delle quali non mette conto parlare. No, parlo proprio di una questione di metodo.

  3. Nirvana permalink

    Quale gatto padano? Quello allegrone e oracolare o lo statista dolce come un fico? Perché se è l’allegrone, avrà di che compiacersi, dal momento che si avverano le sue altere gioie. Se invece si tratta dello statista, allora saranno tempi lunghi, e dai lunghi coltelli. Comunque, che si tratti dell’uno o dell’altro, gli armadi scarseggiano e i fantasmi iniziano a sgomitare fra loro.

    • I gatti padani, l’opinione pubblica. Contro l’ottusa condivisione, per l’intelligenza della politica

      Intendevo il gatto allegrone, quello che ci delizia raccontandoci, tutto serio (il divertimento sta proprio qui) di essere per metà francese, da padano che era, e discendente di strenui cacciatori di coccodrilli, in Provenza!
      Quanto all’altro gatto, cioè al similgatto padano, lei dice che potrebbe essere concorrente della Serra nella competizione per la poltrona di sindaco? Tutto può succedere. Per il momento i due ambiscono fortemente a un ruolo Oltrecurno. Ma, in effetti, se i sogni dovessero infrangersi, Curno potrebbe essere un ripiego. Ribadisco il mio punto di vista: se la Serra volesse occuparsi di Curno, invece che delle sue cose femministe e politicamente corrette, avrebbe risorse intellettuali e capacità superiori a quelle della Gamba e del similgatto, sempre che costui intenda porre la sua candidatura.
      Ma la cosa migliore sarebbe che i cittadini curnensi si svegliassero dal torpore, che si assistesse a una bella e generosa guerra delle idee tra cittadini non “condivisori”, come vorrebbe la Serra, ma pensanti. Un’opinione pubblica matura saprebbe come rintuzzare le ambizioni della Serra e di Max Conti, le velleità di Cavagna il Giovane (che farebbe bene a gettare la spugna, per non cadere nel ridicolo), la demagogia del leghista che salterà fuori dal cappello del conte zio. Un’opinione pubblica matura non si fa ingananre dai proclami, dalle tavole rotonde, dalle gazebate, dalle feste dello gnocco fritto, dai conigli mediatici e dalle trovatine di Enèrgheia. Anzi, si sente offesa da questi tentativi di uccellagione e punisce gli uccellatori di frodo.

  4. Francesco F. permalink

    Non so, io non mi stanco di chiedere: qual’è il motivo (quali sono gli interessi lesi, chi il mandante) a causa del quale è stato esautorato il (prestigioso) governo del presidente (governo “Letta”), dopo soli 10 mesi, sostituendolo con un (pseudo) governo di figuranti?!

    • A.d.G. permalink

      @Francesco F.
      Premesso che i veri motivi e le relative verità si sapranno tra circa 30 anni, se si sapranno, ritengo che non sia importante sapere perchè Enrico Letta sia stato “esautorato” ma penso sia più interessante sapere perchè si vada avanti con governi non eletti. Secondo me perchè si sta aspettando che i pasticcioni del centro destra si ricompattino dietro al Matteo barbuto per poter reinscenare una guerra elettoral/teatrale che coinvolga più cittadini possibile. Aggiungiamo i programmi televisivi (e gli interessi di “audience”) e consideriamo che si finirà con un “testa a testa” che assicuri una equa distribuzione di poltrone. Il tutto alla faccia dei cittadini contribuenti.
      Ritornando all’inizio: Letta è persona pensante e d’onore (si è persino dimesso da parlamentare), forse è questo il motivo?

  5. Penso che di Letta torneremo a sentir parlare, dopo che Renzi – giusta la profezia di D’Alema – sarà “andato a sbattere”. Però, con tutto il rispetto per Letta, che sarebbe stato un buon meccanico, non è di aggiustatine al motore che si ha bisogno. È necessario cambiare il motore. Vedo la salvezza in una tempesta impietosa di disprezzo, che spazzi le belle piazze d’Italia, almeno quelle non ancora rovinate dall’ipercinetismo assessorile: basta con i demagoghi, basta con i giochini che gli antichi chiamavano ‘spintriae’, [*] come quando ci si diverte a incularsi in catena. I politicastri arrivano a vantarsi della propria slealtà, come vediamo nel caso miserabile di Curno: invece devono sentire la riprovazione sociale, il disprezzo.
    Dopo la tempesta, il sereno, il ritorno alla ragione, la scienza al servizio del popolo, il politicamente corretto solo un triste ricordo.

    —————————————————
    [*] Spintria è parola di derivazione greca, e ha assunto vari significati: da sfintere anale (in origine, sphinthria), a prostituto maschio , a gettone per la consumazione di prestazioni sessuali in un lupanare, a figurazione erotica concatenata.

  6. Accidenti, torno a casa a mezzanotte del 3 settembre, vado a dare un’occhiata al pannello di controllo di Nusquamia e vedo che c’è stata una visita dalla Groenlandia. C’è qualche curnense in Groenlandia? Forse il gatto padano alla ricerca disperata di coccodrilli? Ma è più probabile — credo — che qualcuno dalla Groenlandia sia capitato su questo diario reziale casualmente, facendo qualche ricerca mediante Google. Cosa facilissima, se appena si considera la ricchezza dei termini e degli argomenti trattati. E scusate se non affetto la solita professione ipocrita di modestia. Scusate, perché dovrei essere modesto con chi ricorre ai peggiori mezzucci della politichetta, con chi spedisce infami lettere anonime, con chi sghignazza delle lettere anonime, con chi è assatanato di visibilità, con chi si esprime in italiano pedestre o addirittura grugnisce invece di esprimersi, con chi se la fa con le vecchie ciabatte della politica e pretende di essere nuovo? Per usare un linguaggio vetero-radical-chic considero costoro intellettualmente, culturalmente e antropologicamente inferiori. E mi rifiuto di ingaglioffirmi ai livelli infimi, bestiali della sciura Rusina, solo perché i nostri avversari si sentano a loro agio. Tutto il contrario, si devono a sentire a disagio. Pentitentiagite! (Come diceva quel discepolo di fra Dolcino nel Nome della rosa.)
    La dignità culturale di Nusquamia dà fastidio ai nostri avversari politici. Ma, più ancora, quel che li fa impazzire di rabbia è la paventata possibilità che si venga a sapere in giro, anche solo casualmente, che sono dei bricconcelli. Che lo vengano a sapere i loro stessi superiori provinciali, i loro referenti nel mondo che conta. Perché non dimentichiamo che costoro, oltre che coglionare i cittadini di Curno, coglionano abitualmente i loro referenti ecc. O, quanto meno, ci provano. Vivono nel terrore che la voce di Nusquamia possa essere udita dove, secondo loro, non dovrebbe. Cercano di farsi coraggio dicendo “Tanto Nusquamia non la legge quasi nessuno”, “Tanto così non si va da nessuna parte”, “Non si può prescindere da un rapporto di affiliazione con i padrini dei partiti”. Vedremo, vedremo.

  7. Bèlo permalink

    Riguardo a quelli che si divertono, penso voglia riferirsi ai due grulli, quelli che si compiacquero della sassata scagliata da uno schizofrenico che si piaceva molto, come un onanista compulsivo. Eh sì, fu proprio una mala azione.
    Oggi credo si siano rifatti la verginità illudendosi che poi ci si dimentichi di loro. Forse la sciura rosina si dimenticherà di loro (per poco, perché ci sarà questo diario a tenere desta la memoria). O, forse, chissà, faranno qualche altra nobile azione perché tutto torni a veleggiare naturalmente.
    [Naturalmente, dice lei; ma per loro, secondo la loro concezione della naturalità, dico io. Non tutti hanno la stessa idea della natura e, soprattutto, molti hanno un’idea sbagliata, chi per ignoranza, chi per convenienza. Per noi liberi pensatori la natura è quella che ci mostra l’indagine onesta e senza cazzeggio del metodo scientifico. In campo etico, ci affidiamo volentieri alla morale naturale, che è quella rispecchiata nel Vangelo e nell’insegnamento di Buddha, per esempio (non siamo buddisti, diciamo così per onestà intellettuale), ma che non trova riscontro nell’Antico testamento, libro crudelissimo dove si fa apologia di cose che ci ripugnano, a cominciare dal sacrificio di Abramo; e neanche nel Corano. Pietrangelo Buttafuoco, l’intellettuale politicamente scorretto che si è convertito all’islamismo, faceva presente che nemico dell’Occidente non è l’islamismo, ma il fondamentalismo islamico e che, quanto a sconcezze, il Vecchio testamento non ha niente da invidiare al Corano. N.d.Ar.]

    Noto con piacere che i quadrumani, da tempo non si mostrano.

  8. Il Vecchio testamento e gli Lgbt

    Ai cattoprogressisti, che hanno la fregola di accostarsi il più possibile ai protestanti, il Vecchio testamento piace parecchio. Eppure la Chiesa cattolica, per secoli, ne aveva scoraggiato la lettura che non fosse mediata dall’interpretazione della Chiesa di Gesù. Il quale, com’è noto, era un rivoluzionario di tipo “entrista”, cioè predicò la buona novella inserendosi nella tradizione, ma per rovesciarla. Perché disse, certo: «In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto» (Mt., V, 18). Ma diceva così per “dissimulazione onesta”, perché, poco dopo, soggiungeva: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt., V, 43-45). E qui c’è — direi, eloquentemente — tutta la differenza fra predicazione evangelica e Vecchio testamento.

    Ma veniamo ai sodomiti, così vicini al cuore dei cattoprogressisti della convivialità delle differenze, che sono così vicini alla Bibbia. Ecco che cosa leggiamo in un libro della Bibbia (Levitico, 20, 13):

    Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro.

    Ecco, noi siamo per la tolleranza e assolutamente ci ribelliamo all’idea che a un Lgbt sia torto un solo capello. Però, per favore, i cattoprogressisti, preferibilmente con sandali francescani da parata, per le grandi occasioni (fiaccolate ecc.), ci risparmino il predicozzo: ma no, non è proprio così, qui si voleva dire altro… Sì, come quella volta che andammo a sentire a Bergamo Moni Ovadia, che ci raccontò che il sacrificio di Isacco era sì una prova, ma che propriamente Dio non aveva chiesto ad Abramo di uccidere il figlio ma invece… Palle. Moni Ovadia voleva darci la supercazzola. Come pure tenterebbero di darci la supercazzola i cattoprogressisti conviviali, quando pretendano di essere parimenti vicini al Vecchio testamento e agli Lgbt. Che si decidano.
    Prendano esempio da noi, che auguriamo lunga vita agli Lgbt e prendiamo le distanze dal fondamentalismo del Vecchio testamento.

  9. Elogio della prima F, irrisione del tafanaio senile
    Il malpertugio di Bologna e quello della vedova


    “Malpertuso” è il nome di una via stretta di Bologna, perpendicolare alla via Saragozza, quella che porta, dopo circa quaranta minuti di cammino, al santuario di San Luca, sopra l’omonimo colle. Può darsi che in antico questa via fosse a fondo chiuso e, probabilmente, poco illuminata e mal frequentata. Così si spiegherebbe perché è chiamata “il buco cattivo”. Ma in un libro del Settecento, fortunosamente trovato in rete, leggo che il nome deriverebbe da una corruzione di Marii pertusus, cioè “buco di Mario”, quasi che vi fosse stato da quelle parti, un tempo, il fóndaco (cioè, un magazzino) di un certo Mario. Sembra strano, perché l’Italia è piena di toponimi come Malpertugio e Malpertuso, che individuano “buchi inospitali” e che dunque non si riferiscono ad alcun Mario.

    Ero a Bologna ieri, anche avantieri, insieme ad Angelo Gandolfi, in missione per il momento segreta. Avevamo appuntamento con un personaggio petroniano in un ristorante frequentato dal popolo universitario, dalle parti del Palazzo di giustizia. Mentre parlavamo, improvvisamente ammutolimmo. Anche un giovane, che sedeva al tavolo accanto, apparve folgorato, tanto che rimase con la forchetta a mezz’aria, con infilati due o tre rigatoni.
    Vi ricordate quell’episodio di Amici miei, quando Moschin in quella stanza di ospedale dov’era in degenza con la testa fasciata, eruppe in un grido irrefrenabile: «Ho visto la Madonna!»? Ebbene, eravamo in tre ad aver appena visto la Madonna, che poi – oh, bontà divina! – sarebbe venuta al nostro tavolo. Sì, perché costei era una studentessa-lavoratrice, serviva ai tavoli.
    Come la donna sognata da Baudelaire, aveva una «maestà nativa, il suo sguardo era armato di grazia e di vigore, i bei capelli sopra il capo le facevano come un elmo profumato, che solo a ricordarlo riaccende il gusto per l’amore» (Baudelaire, Les fleurs du mal, ‘Spleen et Idéal’: Une nuit que j’étais près d’une affreuse Juive). Quella ragazza, quell’apparizione, era somala. Soltanto le somale sanno essere così belle.
    Poiché, appena ci riebbimo dell’incantamento, ne portavamo evidenti tracce nel volto, non potemmo fare a meno di sorriderci. Così familiarizzammo; il ragazzo accanto a noi era uno studente di filosofia, ma filosofia seria: niente Martha Nussbaum. A nostra domanda rispose che la conosceva, purtroppo, perché pare che la Nussbaum sia di casa a Bologna (si veda La filosofa Martha C. Nussbaum a Bologna); ma quasi di comune accordo lasciamo cadere l’argomento tristanzuolo, per tornare a parlare della bellezza. Gli ricordai quel libro di Flaiano: si intitola Tempo di uccidere ed è, a mio parere, un capolavoro della letteratura italiana del Novecento.
    Nel libro, ambientato nella guerra di Etiopia del 1936, si parla, appunto, dell’incontro di un ufficiale italiano con una somala: avviene nella boscaglia, un giorno che lui andava in città, dal dentista. Ma il camion che lo trasportava va in panne, lui decide di proseguire a piedi, si perde facendo una scorciatoia. Lungo il corso del fiume incontra la somala, la ama, sarà causa della sua morte, quando spara contro una fiera che si aggirava intorno al rifugio, di notte. La ragazza è ferita a morte da un proiettile di rimbalzo. Per porre fine alle sofferenze, l’ufficiale le spara un colpo alla tempia. Dopo questo episodio, vorrà sapere tutto della donna, farà le sue indagini: si chiama Mariam, ne conosce il padre o, quanto meno, si convince che Ioannes, un ascaro in pensione, sia suo padre. Provai a raccontare con parole mie l’episodio dell’incontro:

    Quando si levò in piedi e prese a lavarsi il ventre e le gambe, mi accorsi che era molto giovane, si muoveva però con una lentezza di una donna matura, che potevo attribuire soltanto alla noia di quella calda giornata. Poi mi accorsi che era bella, anzi mi parve troppo bella, o forse la solitudine mi imponeva questo giudizio senza scelta. […] Vedevo la sua pelle chiara e splendida, animata da un sangue denso, “un sangue avvezzo alla malinconia di questa terra” pensai.
    Forse lei non ne sapeva niente della sua bellezza. Il suo specchio era quella pozza, oppure uno specchio da poche lire, che le rimandava un’immagine sconnessa. E nessun uomo aveva ancora lottato per lei, questi uomini evitano la gelosia e danno alle cose il loro giusto valore. Costretti a vivere in una natura drammatica, il loro desiderio non si eccita nel dramma.
    […] Quando mi scoprì tra le piante seguitò a lavarsi con calma, senza curarsi di me e forse non curandosene davvero. Ebbi quasi voglia di ridere e pensai che uno di noi poteva essere un miraggio, ma non io. E lei, non era troppo simile a quella beltà che i soldati cercano per fotografare o per altri scopi?

    La conversazione proseguì toccando altri argomenti: accennammo, tra l’altro, alla nostra intenzione di salire al colle di San Luca: lo si raggiunge dal centro di Bologna lungo un porticato che si sviluppa per quattro kilometri. Lo studente disse di abitare proprio di fronte a quel porticato, per la precisione in una traversa che prende il nome di Malpertuso. È quella che vedete nella fotografia qui sopra.
    A questo punto, prima di salutarci e scambiarci gli indirizzi di posta elettronica, a proposito del “malpertugio” era d’obbligo parlare del Boccaccio. Qualche lettore forse se ne ricorderà, avevamo toccato l’argomento del malpertugio boccacciano che, nella fattispecie è quello rombante e maleolente di una vedova che aveva fatto la schizzinosa con uno dei tre grandi padri della lingua italiana. Scrivevamo allora che quando il Boccaccio, ormai avanti negli anni, fu rifiutato da una vedova, pensò di vendcarsi scrivendo un’opera, Il Corbaccio, dove immagina di essere visitato, nel sogno, dal marito di lei, defunto. Ed è proprio il marito che, non per gelosia, ma per complicità maschile, dissuade il Boccaccio dal voler espugnare le difese della matrona che fa la preziosa. Per convincerlo, ne elenca tutti i capricci, tutti i difetti e perfino i tuoni delle sue natiche, potenti come il rombo dell’Etna:

    Che ti dirò adunque più avanti del borgo di Malpertugio, posto tra due rilevati monti, del quale alcuna volta, quando con tuoni grandissimi e quando senza, non altrimenti che di Mongibello, spira un fummo sulfureo sì fetido e sì spiacevole che tutta la contrada atorno apuzola? Io non so che dirmiti, se non che, quando io vicino v’abitai (ché vi stetti più che voluto non arei), assai volte, da così fatto fiato offeso, mi credetti altra morte fare che di cristiano.

  10. Astenersi permalink

    Siete stati fortunati ad incontrare così belle persone. E’ risaputo che chi sa osservare, prova maggior lietitudine nello scoprire le poche cose che contano veramente. Poi, alla fine dei fatti, cosa avete scoperto che possa andare bene ai gatti e simil gatti? Avete incontrato una bella ragazza, fortunati, avete incontrato uno studente che sa ragionare, e anche qui siete stati fortunati. Mi sarebbe piaciuto leggere che avevate incontrato la signora Marta, ecco, mi sarebbe piaciuto scoprirne le reazioni.
    [Lei intende la Martha Nussbaum. Eh, se la incontrassi, avrei da farle un bel discorsetto sul lavoro di falsificazione compiuto nell’interpretazione del ‘Simposio’ di Platone e del saggio — serio e fondamentale — Greek Homosexuality, di Kenneth Dover. Credo che abbia scritto in malafede, in modalità di cazzeggio degna del peggiore azzeccagarbugli. Infatti lei non è un gatto padano, dovrebbe avere la cultura e gli srumenti critici. Ma fa questo ragionamento, di tipo inculante: io so’ io, voi nun siete un cazzo (come scriveva il Belli e come dice il marchese del Grillo); perciò quando racconto le balle voi dovete credermi sulla parola. Perciò Marthina per difendere i “diritti” Lgbt tira in campo l’omosessualità degli antichi greci, che era pederastia, pura pederastia. Quella che gli Lgbt istituzionali detestano o, quanto meno, dicono di detestare. Ma io ho letto il ‘Simposio’ in greco e certo non mi faccio far fesso da lei. N.d.Ar.]

    Sono convinto, anzi convintissimo, che i simili si attraggono, quindi, se non per pura folle fortuna, forse un giorno la incontrerete (fuori dalle mura curnensi) una persona che risponde a questi profili. Chissà che bellezza.
    [Parla dei gatti? N.d.Ar.]

    Quelle persone s’incontrano essenzialmente in situazioni in cui possano farsi forti del numero, quando siano in condizione di cantarsela e suonarsela senza contraddittorio; allora s’incensano fra loro, con turiboli di latta. Una voce fuori dal coro gli farebbe tremare l’orlo delle mutande: non sanno come controbattere alle critiche, la lezioncina imparata a memoria non servirebbe a un tubazzo e, se li contraddici, diventano paranoici.

    • Sinistra critica permalink

      @ gatto padano (doc) e similgatto aziendalsimilprogressista, a mo’ di facilitazione linguistica:

      via Malpertuso = via buco del culo non accogliente

      [Se quelli della lobby Lgbt avessero un po’ di vivacità intellettuale, o anche un po’ di spirito, come si dice, intitolerebbero la sezione curnense della loro associazione, con sede ovviamente presso il Bibliomostro, in questo modo: “Circolo Martha Nussbaum del Buonpertugio”. N.d.Ar.]

  11. Fermare la guerra: se necessario con la minaccia della guerra, o con la guerra stessa

    Questo ragazzino dice una verità che può essere sconvolgente per i professionisti del cazzeggio. Ma è evidente, come non ci stanchiamo di scrivere ormai da qualche tempo:
    a) che i profghi siriani, i profughi somali, i profughi curdi ecc. sono veri profughi, con buona pace di Salvini che minaccia querele a destra e a manca per chi mette in dubbio il suo verbo e lo definisce politicamente per quel che è (ma chi crede di essere; e, soprattutto, crede di essere a Curno?);
    b) che le risorse dell’Italia e della stessa Europa sono limitate, che il moto perpetuo non esiste e che il I principio della Termodinamica (“Niente si crea e niente si distrugge”) è una legge di natura, e voglio vedere se la lobby Lgbt vuole infrangere anche questa legge;
    c) che è nostro dovere etico-politico dare una mano ai profughi;
    d) ma che è altresì nostro dovere difenderci dalla barbarie fascioleghista che va montando via via che si accresce il numero di profughi in Italia; più ancora in generale, è nostro dovere difenderci dai focolai nazisti attizzati dai demagoghi in tutta Europa;
    e) che per contrastare gli effetti, poiché da un lato sentiamo il dovere superiore di non voltare la faccia dall’altra parte o di farci irretire nella supercazzola dei differentemente conviviali o negli affarucci dei professionisti della solidarietà, ma d’altra parte non vogliamo ridurci ai livelli di umanità degradata, tendenti al livello di bestialità, postulati dai fascioleghisti, dobbiamo eliminare le cause che inducono gli uomini a lasciare le loro terre e farsi profughi;
    f) che le cause non si eliminano bombardando i pescherecci tunisini, come ipotizzò quel burlone democristiano-aziendal-berlusconian-impostore-gran figl. di putt.-pseudoprogressista-servo della McKinsey di Renzi, né tampoco bombardando la Libia, come chiese quel burlone di Salvini: anche perché i profughi siriani, i cristiani perseguitati dai fondamentalisti islamici, i curdi ecc. non sono libici;
    g) che le cause si eliminano muovendo guerra a chi perseguita, uccide, rende la vita impossibile ad altri uomini perché appartenenti a religione diversa, a un’etnia diversa o, semplicemente, perché si rifiutano di “condividere” un’ideologia, un programma politico, un modus vivendi;
    h) che si vis pacem, para bellum (questo non lo traduco: non sono la balia dei gatti padani).
    Suggerisco la lettura di questo articolo di Giuliano Ferrara, pubblicato il 4 settembre 2015:
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    I valori e le canaglie, di Giuliano Ferrara
    Un siriano in fuga si fa scappare la verità che nessuno vuole ammettere: la guerra si ferma con la guerra

    Il tredicenne siriano Kinan Masalmeh, con il suo volto serio, il suo eloquio equilibrato e realista, i suoi occhi intelligenti, ha detto in poche parole quello che qui si ripete da mesi inascoltati: passiamo dai valori ai fatti, [*] «fermate la guerra in Siria e noi non verremo più in Europa». Kinan non ha letto l’Economist e la sua lezione sul self interest degli europei, vecchi e non, in grado di pagarsi welfare e debiti con i pochi figli che fanno, bisognosi di importare gioventù, alacrità, desiderio di futuro. Kinan certo chiede aiuto per i siriani, sarà contento quando saprà che ora anche Angela Merkel, anche la Bild Zeitung e la maggioranza dei tedeschi, anche il paese-guida del continente nel quale cerca rifugio vogliono offrirgli solidarietà, un rifugio, un posto di lavoro. Tuttavia la sua innocente verità è più che solidarietà, umanitarismo: la sua verità è politica, la forma più alta della carità secondo Paolo VI. Fermate la guerra in Siria, continueranno le migrazioni ma controllabili, amministrabili, finirà l’esodo, la corsa disperata disseminata di morti per acqua e per autostrada, per annegamento e asfissia.
    «Just stop the war, and we don’t want to go to Europe. Stop the war, just that». Da quattro anni alcuni fra i paesi più ricchi e più forti del mondo, attrezzati in tecnologia, bene armati, hanno paura di agire nel teatro di guerra che ha già fatto centinaia di migliaia di morti, fissano la linea rossa dell’uso delle armi chimiche e poi lasciano che venga valicata. Così brucia la Siria, centro strategico del Medio Oriente, e gli europei, gli occidentali, digiunano sulla via delle buone intenzioni, con Papa Francesco e con Putin, per evitare ogni forma di intervento armato, si dividono sui valori dell’accoglienza o dell’identità, frastornano nel panico morale l’opinione pubblica travolta dalle paure, subiscono l’esodo nelle forme più tragiche, selvagge, guardano storditi la foto del piccolo cadavere spiaggiato e raccolto e deposto da un militare turco, raccolgono eroicamente a migliaia i dispersi del mare, quelli sopravvissuti all’ecatombe, erigono muri, speculano sull’immigrazione, litigano sui Trattati, e tutto nel nome dei valori umanitari, affermati o negati o interpretati, tutto nel nome di quella spettrale emulsione retorica che è “l’anima dell’Europa”, balle, chiacchiere, vanità degne della caciara mediatica in cui ormai consiste la vita delle elite o classi dirigenti. I valori sono come il patriottismo del dottor Johnson, sono l’ultimo rifugio delle canaglie.
    Finché un tredicenne siriano in fuga non si fa scappare la verità politica che nessuno voleva ascoltare. Bene. Non si può che rallegrarsi per la nuova via lastricata di buone intenzioni che è l’asilo politico comune, la revisione delle regole di Dublino, la presa d’atto della necessità di una condivisione vincolante dell’accoglienza dei profughi, la conversione della Merkel, del gruppo Springer e di David Cameron, l’uscita di Francia e Spagna dall’ambiguità, la buona rotta media scelta per prima dall’Italia, bene, rallegriamoci e facciamoci tutti un selfie in Alaska con vista sul ghiacciaio. Ma non scordiamoci la Siria e la Libia, non scordiamoci lo Stato Islamico che si sta divorando con il tritolo, dopo aver infierito su cristiani e yesidi, i rimasugli di una storia bimillenaria, non obliteriamo sotto il segno dell’umanitarismo la indecente sconfitta politica, diplomatica e militare che emiri, Califfi e Ayatollah stanno comminando all’insieme di paesi occidentali che dovrebbero essere il centro di una mobilitazione politica per un nuovo ordine mondiale, che dovrebbero semplicemente fermare la guerra e imporre la pace con l’unico mezzo ad oggi conosciuto: una guerra. “Stop the war. Just that”
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    Rileggiamo bene, dunque la conclusione: «fermare la guerra e imporre la pace con l’unico mezzo ad oggi conosciuto: una guerra». E ragioniamo, invece di cazzeggiare, una volta tanto. Vediamo se i cazzeggiatori abituali rispondono all’appello. Adesso diranno che non rispondono, perché, se rispondono figurano come cazzeggiatori abituali. No, non è così. In ogni caso prometto che non dirò mai: ah, ti riconosco, tu sei il cazzeggiatore abituale. Oggi mi sento buono, concedo un’amnistia.
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    [*] È quel che scrivevamo qualche tempo fa su Nusquamia: Gli immigrati sono un problema: i problemi si risolvono con la ragione, non con il sentimento
    Si veda anche:
    Profughi in Italia, dove scrivevamo:

    In ultima analisi, la soluzione del problema potrebbe essere la guerra. O la minaccia di una guerra: si vis pacem, para bellum. Il che non significa che si debba muovere guerra a cuor leggero, men che meno in modalità di impostura, alla quale noi italiani siamo tristemente abituati, come quando si fa la guerra, e la guerra viene chiamata “missione di pace”. Ma non dobbiamo commettere l’errore dell’Inghilterra la quale, per l’indecisionismo di Chamberlain, rischiò di essere distrutta dalla Germania, se le briglie del potere non fossero passate a Churchill e non fosse intervenuta l’America. Se Hitler minaccia la guerra, non devi aspettare che Hitler ti metta in ginocchio, prima di cominciare a fare la guerra. La guerra devi farla subito.

    Si veda inoltre:
    Ancora a proposito di immigrati

    • No: Alda Merini no!


      Qui sopra, la bella ministra al Gay Pride Village di Padova, attorniata da Lgbt che allegramente sbandierano il diritto all’omologazione delle pulsioni amorose. In basso, Alda Merini, la “poetessa dei Navigli”.

      Trovo che la maglietta della nostra bella ministra, indossata «sotto la giacca jeans, con stampato il volto di Alda Merini (fronte) e la scritta “Chi ama è un genio dell’amore”» (retro) sia roba di pessimo gusto. In generale, tutta la gadgettistica, tutto il sistema delle pubbliche relazioni femministe incentrate sullo sfruttamento dell’immagine della poetessa dei Navigli, tutti quei pensierini politicamente corretti in stile Baci Perugina sono di cattivo gusto. Basta, per carità! Alda Merini ebbe una vita travagliata, abbiamo rispetto per il suo dolore solitario. Ma non fu una santa, né pretendeva di esserlo. Lo sfruttamento della tragedia di una poetessa che entrava e usciva dal manicomio è banale e, più che banale, ignobile. Perché poi? Per portare acqua al mulino dell’impostura politicamente corretta.
      Ricordo con orrore il tempo in cui, tormentata da voglie senili, la poetessa cercava di abbordarmi nel sotterraneo della libreria Rizzoli di Milano.

      • Alda Merini politicamente scorretta


        Alda Merini fu politicamente scorretta, ma le sciacquette del politicamente corretto si sono appropriate della sua immagine, l’hanno deformata, ne hanno fatto un’icona del loro microcosmo popolato di banalità, solo di banalità.
        Si veda Alda Merini, la signora dei navigli.

  12. Paride permalink

    Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, intervistato:
    ” È anche molto amico di Bersani? ”
    ” Eccome! Persona di grande intelligenza, preparata, pratica, sono andato a trovarlo quando non stava bene. Mi dispiace non abbia più in mano le leve. È l’unico che è riuscito a portare qualche liberalizzazione nel commercio. ”

    Vedi:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/31/bernardo-caprotti-patron-esselunga-expo-coop-oscar-farinetti-fuori/1550834/

    • Bersani è un galantuomo. Quelli che l’hanno tradito sono opportunisti

      Volevo ben dire: Bersani è un galantuomo.
      Stupendo, e anche micidiale, questo Caprotti. Politicamente scorretto, ma sempre elegante. Ecco due sue “rasoiate”:

      • «Farinetti va di moda… lui è l’uomo che sa tutto, viene qui a Milano e ci insegna cos’è il food. Sa tutto di food. Vendeva frigoriferi e televisori, ma ora è un grande esperto, è l’oracolo. È un chiacchierone formidabile».

      • Alla domanda «C’è qualche politico che proprio non digerisce?» risponde: «Le dico due nomi: Romano Prodi e Rosi Bindi, loro due insieme per me sono il massimo del terribile». Perfetto. Potremmo dirci d’accordo, non fosse che a Curno abbiamo conosciuto di peggio.

  13. Ancora sui nuovi esuli, cosiddetti migranti: da quando in qua la guerra si chiama “funzione educativa”?
    Anche se è vero che c’è supercazzola e supercazzola, e che la supercazzola di qualità di Eugenio Scalfari è superiore a quella curnense, sarebbe comunque ora di piantarla. Non siamo scemi e non “condividiamo”

    Scrive Scalfari sulla Repubblica del 6 settembre 2015, p. 29: «Il solo modo non di abolire ma di moderare le migrazioni di interi popoli è di educarli civilmente e professionalmente sulle terre dalle quali vogliono andarsene. Bonificare eticamente quelle terre. Trasformare le loro plebi in popoli». Conclude poi che «il mondo ha bisogno di migliaia e migliaia di angeli custodi, cioè d’un volontariato capace di svolgere quella funzione educativa, protetto dalla sponsorizzazione delle grandi potenze. Il plurale è d’obbligo ma è metaforico: la grande potenza è una sola. Unita a quella d’un Papa come l’attuale, quegli angeli custodi sarebbero l’aiuto del quale il mondo ha bisogno in questo fine d’epoca che stiamo vivendo».
    Leggendo per intero l’articolo, si capisce che la grande potenza alla quale allude Scalfari sono gli Usa, «la sola, unica potenza mondiale», dice. Che l’America possa fare molto e che l’Europa sia una schifezza è vero. Mi sembra invece cervellotico affermare che le cause dell’esodo verso l’Europa dei popoli funestati dal fanatismo religioso, etnico e, in generale, identitarista possano essere rimosse – hic et nunc, nell’immediato — da una «funzione educativa», come dice “il fondatore” per antonomasia, cioè ilfondatore del giornale la Repubblica. A meno che Scalfari non abbia trovato una nuova espressione della neolingua politicamente corretta: in altre parole, a meno che lui non chiami “funzione educativa” quello che noi, che ci ostiniamo a dire sì se è sì e no se no (come ci ammoniva Gesù), chiamiamo “guerra”.
    Apparentemente, Scalfari dà, ancora una volta, la supercazzola ai suoi lettori, né più né meno di come fanno la dott.ssa Serra e Max Conti con i poveri cittadini curnensi. Con una differenza, però: Max Conti e Serra al massimo cammellano don Giancarlo; Scalfari invece è culo e camicia con papa Francesco, si sentono per telefono abbastanza spesso. Ma può darsi che il papa non basti più a Scalfari, e che la prossima telefonata la farà a Dio, direttamente.
    Anche se Scalfari dà la supercazzola ai lettori (e questo non sta bene, comunque) possiamo accreditargli un progetto irenista su base mondiale che, per quanto cervellotico, è comunque più nobile del progetto di uno scatto di carriera OltreCurno dei nostri due Pd-ini ex bersaniani, oggi renzisti con «vocazione governativa», come, se non sbaglio, scrisse il Conti.
    Sia come sia, a noi piace il precetto evangelico, del quale dicevamo: «Sit autem sermo vester, est, est: non, non: quod autem his abundantius est, a malo est» (Mt., V, 37). Cioè: “Ma sia il vostro linguaggio: sì, se è sì; no, se è no. Il più viene dal maligno”. Ci sentiamo consentanei, in particolare, con Giuliano Ferrara che scrive:

    L’apertura delle frontiere europee sarebbe una tragica farsa senza una strategia per far mettere radici a pace e libertà dove queste sono conculcate. Con lo stesso vigore usato nel dire la verità del diritto d’asilo, i governi europei e quello americano dovrebbero affermare il diritto di intervento per strappare gli artigli alla bestia del disordine fanatico, della persecuzione etnica e religiosa, della distruzione delle memorie archeologiche che sono patrimonio dell’umanità, come direbbe l’Unesco. Forse adesso, e proprio adesso che l’autodifesa arcigna ha ceduto il passo a un governo attivo dell’esodo, bisognerebbe rileggersi i testi in base ai quali l’ultima classe dirigente occidentale che si sia messa all’offensiva dopo l’11 settembre del 2001 tentò una strategia di chiarezza morale, di riscrittura della mappa del Medio Oriente. L’universalismo delle libertà e la protezione della persona non possono fermarsi all’accoglienza umanitaria.

    (si veda Se proteggi milioni di vittime devi avere poi il coraggio di combattere il loro nemico).


    • Facendo clic sull’immagine si richiama sullo schermo un ingrandimento dell’articolo di Ferrara, sopra citato, pubblicato sul Foglio del lunedì (7 settembre 2015).

    • Trasformare la plebe in popolo

      La proposta di Eugenio Scalfari che abbiamo esaminato sopra, è espressa in forma oracolare, credo di proposito. In ogni caso, non si capisce come dovrebbe dispiegarsi questa santa alleanza tra il pontefice e Obama: o, peggio, Dio non voglia, con Hillary Clinton, la quale, dopo le dieci piaghe d’Egitto, potrebbe essere la prima piaga mondiale. C’è tuttavia nel suo oracolo un’epressione degna di esser tenuta da conto. Del resto, Scalfari sarà anche stato fascista, sarà anche uno che se si attacca a qualcuno, come a De Mita a suo tempo, poi gli porta sfiga, sarà anche un narciso e un brubero malefico, ma è un buon giornalista, di ottima scuola. Lui ci tiene a dire che al liceo di San Remo è stato compagno di banco di Italo Calvino, e non di uno spelacchiato gatto padano.
      Mi sembra interessante, dunque, a parte il riferimento specifico, il proposito si trasformare le plebi in popoli. È quello di cui si ha bisogno in Italia per levare il terreno sotto ai piedi di Salvini: trasformare la plebe in popolo. Lo so che è difficile, ma noi siamo uomini, non siamo bestie. E siamo soggetti a imperativi etici.

      • A proposito di Hillary Clinton

        Nell’involucro dell’elegante confezione regalo leggiamo l’agoscioso quesito: «Is America ready for this nutcracker?», cioè “L’America è pronta per questo schiaccianoci?”. Di lato, invece: “Vi aspettavate un orsacchiotto?”.

  14. A Curno pretendono “condivisione”. Ma una condivisione così se la sognano

    Va bene, facciamo pure le proporzioni. Curno sta a Roma come l’associazione cammellata curnense X sta all’associazione ducesca Y. Ebbene, i conti non tornano.
    Nessuno pretende che nella Piazza degl’Impiccati si raduni tanta gente quanta se ne vedeva sotto il balcone di Mussolini, nemmeno in rapporto alle dimensioni dell’infelice borgo. No, non è questione di numeri. Ma vogliamo parlare dell’entusiasmo? La vogliamo percepire, questa condivisione, o non la vogliamo percepire? Perché se voi, cari cittadini, non condividete, che ne sarà del prestigio orobico, langobardo, italico, europeo e mondiale della dott.ssa Serra e di Max Conti?
    Gli adepti delle associazioni cammellate, in particolare quelli di prima fila, li voglio vedere scattare! I cittadini che hanno avuto il bene di partecipare ai corsi di formazione di Enèrgheia voglio vederli ben diritti, pancia in dentro e petto in fuori, baldanzosi, lieti, entusiasti. E i militi della cittadinanza attiva, dove sono, e quanto in alto sono i loro cuori? E i sempllici cittadini cui toccò il privilegio di assistere alla cerimonia di consegna della Toyota, con la sindachessa fasciata e tricolorata, perché non fan sentire la loro gioia? Dove sono le bibliomamme? E coloro cui fu offerta la straordinaria possibilità di incontrare l’ex segretario comunale in veste di autrice di un giallo che, come ci assicura l’autrice, costituisce un superamento di Camilleri, dove sono, questi ingrati? Voglio sentire le loro acclamazioni. Invece niente.
    Non scorgo, per quanto aguzzi lo sguardo, i segni evidenti di condivisione, di partecipazione, di cittadinanza attiva, di consapevolezza di nuovi diritti. Non vedo nemmeno i sandali francescani dei portatori di fiaccole, i tedofori curnensi, eppure la stagione è propizia, i piedi sono abbronzati, anche un po’ meno schifosi. In ogni caso, anche senza fiaccole, po’ di enusiasmo, suvvia!
    O che, non siete contenti di condividere? Dite che la condivisione per voi è un po’ come prendere l’olio di ricino? No, questo non lo dovete dire. Guardate come la plebe condivideva le parate e i discorsi di Mussolini, che pure dava l’olio di ricino, denso e puzzolente, perlomeno agli oppositori. E voi, ingrati, vi lamentate! Ma che cosa volete dunque? Avete la casetta dell’acqua, avete l’area di concacazione canina, avete il Consiglio comunale in piazza, avete le fiaccolate, vi hanno portato Vera Baboun, vi presentano il libro della Di Piazza, e vi par poco? Dovreste essere orgogliosi dei vostri figli che giocano al piccolo amministratore nel Comune delle ragazze e delle ragazze: così diventano ambiziosi, ed è sempre meglio che giocare a Monopoli, no? Voi adulti avete avuto la possibilità di estirpare i vostri personali e inconfessabili pregiudizi omofobici, nel corso di sedute di gruppo, rigorosamente sc-scientifiche. E non dico altro, per non mettere troppa carne al fuoco. E voi ve ne state mogi, con quelle facce meste, da cani bastonati, privi perfino dei vantaggi di essere associati a “Curno a sei zampe”? Voi condividete con quello sguardo triste? Neanche un’acclamazione, come quelle che sentiamo tributate a Mussolini? Ma che schifo! Che condivisione sarà mai questa? Mah, non capisco.

  15. Montanelli, oggi icona della c.d. sinistra vs. Elvira Banotti, femminista storica

    Effettivamente Montanelli aveva sposata Fatima, dodicenne, in regime di “madamato”, come allora si diceva: una sorta di matrimonio pro tempore contratto dagli italiani con le “indigene”, fin dai primi anni di presenza italiana in Eritrea. Attingo queste notizie dalla pagina d’Internet Madamato:

    Il madamato fu giustificato come rispondente al locale istituto tradizionale del “dämòz” — o matrimonio “per mercede” — una forma di contratto matrimoniale a termine che vincola i coniugi ad una reciprocità di obblighi che includono, per l’uomo, quello di provvedere alla prole anche dopo la risoluzione del contratto.
    Con l’introduzione delle leggi razziali, il madamato fu proibito e penalmente perseguito, anche se con scarsi risultati, nonostante lo sforzo dello Stato di diffondere nei territori delle Colonie case di tolleranza, dapprima con prostitute italiane, in seguito (a causa dell’immagine negativa delle donne italiane che si mostrava ai sudditi delle colonie) con ragazze marsigliesi. Il regime fascista giudicava il madamato rovinoso per l’integrità della razza e per il prestigio dell’Italia imperiale, come si evince dall’ultimatum “Aut Imperium Aut Voluptas!” lanciato nel 1938 dal governatore dell’Harar, Guglielmo Nasi, in una sua ormai famosa circolare.

    Montanelli racconta a Enzo Biagi (si veda il video del commento successivo) che quando lasciò l’Etiopia, vendette Fatima a un alto ufficiale coloniale. Ma da qualche parte scrisse che Fatima sarebbe andata in sposa a uno che fu un suo ascari. Devo dire però che qui la vicenda s’ingarbuglia: credo, anche perché è possibile che Montanelli abbia raccontato cose diverse e non sempre fra loro conciliabili. Se ricordo bene, in una delle sue “Stanze”, quando riprese a scrivere sul Corriere della Sera, aggiunse che Fatima e l’ascari ebbero un figlio al quale imposero il nome di Indro, in segno di gratitudine per l’ex marito e superiore, rispettivamente. E che lui stesso sarebbe stato padrino del piccolo Indro. Montanelli racconta da un’altra parte ancora che la prima notte di nozze si trovò in difficoltà, perché la giovane sposa era infibulata, tant’è che dovette riportarla dai genitori, che provvidero a levare la fibula, credo, o comunque ad appianare l’impedimento.
    Intervistato da Gianni Bisiach fa presente che Fatima era di etnia bilena: i bileni erano una delle nove tribù eritree che vivevano nell’area occupata dagli italiani prima del 1941.
    La donna che nel video qui sopra mette sotto processo Montanelli è Elvira Banotti, profemminista di origine etiope, un tempo molto presente in televisione; i suoi interventi si tramutavano in risse (ma non qui, con Montanelli), perciò era molto richiesta, perché determinava un incremento dell’ascolto (cosiddetta audience). Qui sotto, la fotografia di Fatima, che Montanelli teneva appesa alla parete dello studio (come vediamo al minuto 10 : 29 del filmato che presentiamo qui sotto).

    Ricordo che del passato coloniale di Montanelli abbiamo già parlato, nell’articolo Un Consiglio comunale esagerato: partecipò alla guerra di Etiopia come volontario, con il grado di sottotenente in un battaglione coloniale di Ascari. In quell’articolo pubblicavo un suo articolo apparso sulla rivista Italia fascista: intelligente, non banale, ma fascista, e razzista.
    La sinistra storica non aveva simpatia per Montanelli, e aveva le sue ragioni. Invece la cosiddetta sinistra, che della sinistra ha usurpato il mercato elettorale, ma che non ha niente di sinistra, prese una vera cotta per il toscano di Fucecchio. Scrivevo che l’innamoramento scattò quando Montanelli giurò di vendicarsi della cafonaggine di Berlusconi: e aveva ragione, perché il riccastro si era presentato all’assemblea dei “suoi” giornalisti, dei giornalisti del giornale di Montanelli, facendo una proposta che – sperava – essi non avrebbero rifiutato. Berlusconi proponeva di comprare il Giornale che versava in difficoltà economiche, cosa che poi fece, a patto che i giornalisti gli fossero vicini, ora che lui “scendeva in campo”. Vendicandosi di Berlusconi, Montanelli fece il suo dovere. Ma non fecero il proprio dovere gli uomini e le donne “de sinistra” che collocarono Montanelli nel loro Pantheon, forse per far dimenticare. e dimenticare essi stessi, certe precedenti loro sbandate, di segno opposto all’ubriacatura fascista di Montanelli. Quando Montanelli fu gambizzato in piazza Cavour a Milano, nessuno di essi fiatò. Il Corriere della sera, diretto da Piero Ottone, giornalista di aplomb ipocritamente anglosassone — lui ci teneva a essere anglosassone — titolò «Milano, gambizzato un giornalista». Cioè omise il nome di Montanelli nel titolo, relegandolo nel sommario, con tutto che Montanelli fosse una colonna del giornale ambrosiano. Ma a Giulia Maria Crespi Mozzoni, “contessa rossa” (così si diceva, malignando anche sulla sua amicizia per Capanna) ed erede dei cotonieri proprietari del Corriere, da Montanelli soprannominata “la zarina”, appunto, quella colonna non piaceva. Le piaceva invece quel direttore genovese, che parlava con la voce impostata e quando parlava si fregava le mani in maniera cardinalizia, come monsignor Ravasi e come Gianni Letta, molto curiale consigliere di Berlusconi e zio di Enrico Letta, vittima di Renzi.

    • Appendice su Montanelli razzista

      Scriveva Montanelli su Civiltà fascista, gennaio 1936-XIV, un articolo per certi versi molto interessante, perché il Montanelli giovane aveva le doti di osservatore e quello spirito critico che avrebbe lucidamente mantenuto fino in tarda età. Ma l’articolo contiene una precisa esortazione al razzismo, mitigata tutt’al più da una sorta di “dissimulazione onesta”, laddove concede che possa anche esserci qualche amorazzo con le indigene, ma suggerisce che niente debba «trapelare al difuori».

      Ci sono due razzismi: uno europeo – e questo lo lasciamo in monopolio ai capelbiondi d’oltralpe; e uno africano – e questo è un catechismo che, se non lo sappiamo, bisogna affrettarsi a impararlo e ad adottarlo. Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. […] Niente indulgenze, niente amorazzi. Si pensi che qui debbon venire famiglie, famiglie e famiglie nostre. Il bianco comandi. Ogni languore che possa intiepidirci di dentro non deve trapelare al difuori.

      Abbiamo pubblicato per intero questo articolo in una precedente pagina di Nusquamia, dopo averlo ricuperato in forma di fogli sparsi in un sito antifascista e averlo acconciamente ricomposto in un documento pdf: si veda Civiltà fascista, gennaio 1936-XIV.
      E adesso gli estimatori similprogressisti di Montanelli vedano un po’ che cosa pensare.

    • Montanelli e la sua impresa d’Africa

      Montanelli qui discorre della sua impresa d’Africa con Enzo Biagi, gran trombone radiotelevisivo, molto apprezzato dai similsinistri. Al min 10 : 25 parla dell’acquisto della moglie: Montanelli aveva consegnato al suo ascari 500 lire, e con questa somma acquistò in un colpo solo una moglie, un cavallo e un fucile. Prego le signore femministe di scatenarsi: ma non prendetevela con me, prendetevela con gli estimatori similprogressisti di Montanelli.

      • Anche Enzo Biagi, naturalmente, fu fascista

        Traggo dal diario reziale Carmilla (letteratura e cultura d’opposizione) le seguenti informazioni (si veda La memoria selettiva di Enzo Biagi):

        Grazie alla raccomandazione del cugino Bruno Biagi, potente ras fascista, deputato dal ’34, Enzo Biagi cominciò a fare il mestiere di giornalista abbastana precocemente. Firmandosi come Enzo Marco scriveva già diciassettenne sull’Avvenire d’Italia e su L’Assalto, «organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna», e in seguito su Il Resto del Carlino, dove divenne professionista nel giugno del ’42, quotidiano che per razzismo e fanatismo non era da meno dell’Assalto.
        In particolare, L’Assalto si distinse sin dal luglio del ’38 per la violenza della campagna antisemita, condotta settimanalmente sulla pelle degli ebrei bolognesi. Qui Biagi si occupava di critica cinematografica e quando venne il suo turno di fornire un diretto contributo al razzismo nazifascista elogiò Süss, l’ebreo, film la cui visione Himmler impose alla Wehrmacht e alle SS in partenza per le campagne di sterminio in Europa Orientale.
        Dopo l’8 settembre, i giornali bolognesi passarono sotto il controllo nazista, Biagi rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del ’44. Quando giunse, non più aggirabile, la chiamata alle armi nell’esercito di Salò, Enzo Marco, cioè Enzo Biagi, preferì la montagna, quindi si fece vivo a Bologna, dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell’esercito statunitense.
        Rimane il fatto che «fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l’età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza».

  16. Renzi sciacalla, ma dice una cosa giusta: questa si chiama l’“eterogenesi dei fini”

    Chiudendo la Festa dell’Unità, il 6 Settembre 2015, Matteo Renzi dice al regista dell’“evento”, con fare da product manager: «Fai vedere, Franco, la foto di quel bambino: Aylan». Dunque sciacalla. Perché Aylan è il bimbo siriano di tre anni trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia.
    Considerato che viviamo nella “società dello spettacolo” precisamente quella foto ha costretto la Merkel, figlia di un pastore luterano, a fare dietrofront, a concedere quello che Juncker, il lussemburghese Presidente della Commissione europea, chiedeva da tempo, e che lei, cancelliera di ferro, aveva negato precedentemente che potesse avvenire: le quote-profughi. Del resto, come leggiamo sulla Stampa di Torino, «quanti bambini vietnamiti erano stati bruciati dal napalm prima di quella famosa foto della bimba che correva gridando con le braccia staccate dal corpo terribilmente ustionato?». Poiché a pensar male si commette peccato ecc., [*] io credo che i servizi d’informazione tedeschi siano efficientissimi e che abbiano avvertito chi di dovere del pericolo che, dopo la severità usata dalla Germania nei confronti della Grecia e dei paesi latini, si aprisse la valigia dei ricordi, quelli del passato nazista della Germania. Dunque chapeau alla cancelliera che ha capito al volo la situazione e vi ha posto rimedio! Ha dimostrato di avere la caratura di uno statista.

    Renzi, malgré soi, dice una cosa giusta – Ma torniamo a Renzi. Dopo avere mostrato la foto del bambino siriano, in stile di slide-show aziendalista (merda!) ha detto: «C’è un livello di umanità sotto il quale non bisognerebbe scendere, arrivando a strumentalizzare anche la vita. Non serve il Pd contro la destra, ci sono gli umani contro le bestie. Ma non ci rendiamo conto cosa comporta l’essere umani?».
    Bene, qui Renzi malgré soi, cioè suo malgrado, dice una cosa giusta. Perché è vero che in Italia si aggirano i puscher della paura e dell’odio, ed è vero, come non ci stanchiamo di dire, che non possiamo, e non vogliamo, abbassarci ai livelli bestiali degli istinti plebei attizzati dai demagoghi. Non prendiamoli sottogamba, questi istinti. Attenzione, perché l’indifferenza di oggi potrebbe domani diventare un grande rimorso, una vergogna terribile. Se qualcuno pensa magari di cazzeggiare su Nusquamia, per diluire il grido di allarme che lanciamo in rete, nel nostro piccolo, e per quel pochissimo che conta, si ricordi di coloro che in Germania sentivano il puzzo dei forni crematori, e che a suo tempo pensarono che si poteva anche far finta di nn aver sentito niente.

    Dunque Renzi, che è quel boy scout supponenete, aziendal-progressista e berluschino che conosciamo, quello che come Berlusconi vorrebbe — sì — cambiare qualcosa, e così passare per riformatore, ma senza calpestare i piedi a chi lo tiene in pugno (e, guarda caso, sono proprio quelle le cose che occorrerebbe cambiare), questo Renzi proiezionista delle slàid della McKinsey ha detto una cosa giusta. E non è nemmeno la prima volta, ma non per questo c’inganna.
    Renzi ha detto una cosa giusta nella cornice di uno sciacallaggio: e questo è un esempio di “eterogenesi dei fini”. Ad uso dei gatti padani copio e incollo dall’Enciclopedia Treccani (quella che il Pedretti in una sua famosa orazione al Consiglio comunale di Curno scambiò con l’Accademia della Crusca): «Eterogenesi dei fini – Principio formulato da Wundt, secondo il quale le azioni umane possono riuscire a fini diversi da quelli che sono perseguiti dal soggetto che compie l’azione; in partic., ciò avverrebbe per il sommarsi delle conseguenze e degli effetti secondari dell’agire, che modificherebbe gli scopi originari, o farebbe nascere nuove motivazioni, di carattere non intenzionale». Insomma, anche dai malvagi può nascere qualcosa di buono.

    —————————————–
    [*] A pensar male si commette peccato, ma ci s’azzecca: così diceva Andreotti.

  17. Paulo R. P. permalink

    @ Sinistra critica.
    Conoscendo le sfaccettature della medaglia, gira e rigira, la moda rincorre il retro pensiero tardo.
    Ossia.-Gusti son gusti.-

    • Un rimedio ai rombi del tonitruante (= tonante) Malpertuso

      Lei si riferisce, con ogni evidenza, al Malpertuso, del quale si diceva sopra, essendo gli “spiragli” del Malpertuso, gli spiracula culi, verisimilmente assimilabili a una voce dal sen sfuggita, ma posteriormente. Mah, io non saprei, qui ci vorrebbe un consulto di esperti, che a Curno non mancano. Quel poco che so, l’ho appreso leggendo la regola della celebre Scuola salernitana di medicina (non identitaria, ma universale, perché scritta in latino):

      Semen foeniculi pellit spiracula culi

      Cioè il finocchio avrebbe proprietà “carminative” proprio come le pillole che il marchese de Sade diede a certe servotte, per cui finì recluso alla Bastiglia, finché non fu liberato dai rivoluzionari. Tali confetti carminativi avevano fatto “cantare” (in lat. carmen = canto) il culo delle malcapitate, per il divertimento del sadico marchese. Sulle proprietà carminative del finocchio esiste una vasta letteratura, sia in latino, sia nelle lingue volgari (forse anche in lingua lombarda transabduana, della quale il bergamasco è una varietà: così c’insegnano i più strenui identitaristi).
      Mi è capitato di recente di leggere questa traduzione del precetto salernitano: «Il finocchio frenar sa / le crudei ventosità». Ma è una traduzione errata, perché il finocchio pellit, cioè espelle, e non coercet, cioè non tiene a freno, la ventosità. Mi sembrano molto migliori queste due traduzioni:
      • Del podice lo spiraglio apre il finocchio.
      • Del finocchio le sementi / caccian fuor per l’ano i venti.

      Poiché al Consiglio comunale di Curno ci si occupa di tutto: della tutela della lingua italiana, della cacciata delle lucciole, della pace nel mondo ecc., mi domando se non sia il caso che i consiglieri di Curno prendano posizione sull’argomento, avendo essi stessi sperimentato le proprietà del finocchio in corpore vili. Dopo l’esperimento, si stenderà una relazione, con la supervisione oracolare del gatto padano (doc). Quindi, grazie ai buoni uffici della scrittrice Annalisa Di Piazza, la relazione sarà presentata al Premio Bancarella come opera d’esordio del gatto padano, accompagnata da un Dvd che registra il decorso acustico della malattia, via via che la cura procede.

  18. Un libro che potrebbe interessare i curnensi cultori della convivialità delle differenze

    Consiglierei alla dott.ssa Serra, molto attenta alla tematica degli Lgbt e parimenti alla convivialità delle differenze, di presentare quanto prima questo libro, in sala consiliare, come quando fu presentato il libro della scrittrice Annalisa Di Piazza, sollecitado la partecipazione e, se possibile, la condivisione dei componenti della comunità cattolica (suore, clero secolare, monaci) congiuntamente a quella islamica (imam, giovani musulmani d’ambo i sessi), in un clima di gaia convivialità. Suggerirei che il coordinamento del dibattito fosse affidato al sottoscritto, invece che alla nussbaumiana dott.ssa Paola Bellezza (una scelta fin troppo scontata). Il dibattito potrebbe riuscire interessante purché si svolga in un clima di libertina parresia, cioè senza mordacchia.

  19. Inghilterra: niente cazzeggio, risposte rapide. Renzi: ci fa vergognare di essere italiani

    Copio e incollo dalla notizia di stampa AGI:

    Londra, 8 set. – Reyaad Khan, il jihadista di Isis 21enne di Cardiff, elimato il 21 agosto da un drone britannico in Siria, era la mente dell’attentato sventato lo scorso 15 agosto contro Elisabetta II e, tra gli altri, il premier David Cameron. E’ quanto rivela il conservatore Daily Telegraph. Si trattava del giorno della cerimonia in grande stile per ricordare il 70esimo anniversario della fine della II Guerra Mondiale nel Pacifico con la resa del Giappone.

    Renzi invece, fa lo sbruffone, nel contesto internazionale è meno che un bruscolino, ma fa proclami, dice che hanno copiato da lui. Quando non copiano, sbagliano, perciò proclama: «No a raid in Siria». Mario Sechi, il giornalista con l’occhio sbirolo, ma con la mente diritta e la parola penetrante commenta: «E qui emerge il premier scout, pacifista senza se e senza ma, lo stratega arcobaleno di cui si sentiva il bisogno». Renzi è così sicuro di sé che, a differenza della dott.ssa Serra, non ha nemmeno bisogno di fare il sorrisetto asseverativo, che tradisce imbarazzo per quel che si va dicendo o che si è appena affermato. E se Hollande annuncia di voler fare un volo di ricognizione in Siria, e non propriamente in “missione di pace” come fanno abitualmente, si dice, i “nostri soldati”, i “nostri marò” ecc., Renzi afferma spavaldamente, come quegli anticlericali che fanno scorregge in sacrestia: «Non partecipiamo ad iniziative spot come quelle di Francia e Inghilterra». Il solito Sechi commenta: «Però mi piacerebbe sapere che cosa è “un’iniziativa spot” e perché il premier la definisce tale. Sarebbe interessante sapere a che livello si sono svolti i colloqui, cosa avremmo dovuto fare (o non fare), forse servirebbe anche un dibattito parlamentare, tanto per sembrare una Repubblica seria, insomma, qualcosa che vada fuori dal salotto di Bruno Vespa e diventi un fatto istituzionale rispettoso anche di quella minoranza di cittadini che vogliono capire, non fanno spallucce, dicono “embè” e tirano dritti con il maritozzo imbevuto nel cappuccino».
    Sì, ma che cosa pretende il buon Sechi? O non lo sa che paese siamo? Non fatemelo dire, ancora una volta.

  20. Kluntz permalink

    Ma ci sarà pure un uomo buono nel passato e nel presente dello stato italiano? Enzo Marco ”Biagi” che fu fascista e poi pulcinescamente cambia casacca, Montanelli non cambia casacca, ma a mio parere mantiene quello spirito che lo ha contraddistinto fino alla fine dei suoi giorni. Tra i due preferisco il secondo.
    [Anche io: N.d.Ar.]

    Tra le persone che conosco, (mi ritengo un orso bruno, quindi solitario) non trovo nessuno che sia degno di fiducia. Imparando ad osservare i mutamenti dell’animo umano, ho scoperto che le persone degne di fiducia conosciute durante il mio peregrinare nella vita sono estremamente poche. Chi ha avuta la mia stessa fortuna capirà che sono persone che per mezzo dello sguardo solamente, sancisci un contratto di fiducia:-a vita-. Poche significa, una persona, due sono già troppe, ma ci stanno, di più sono una presa n giro.
    Questo significa che i restanti sono opportunisti, travestiti (non come potrebbero intendere i due gatti burloni) di buone maniere ma pronti a ficcarti una lama nell’anima dicendosi, soddisfatti che così va il mondo. E se al mondo ci ribellassimo? se a queste persone volessimo far intendere che la lama nell’anima vogliamo ficcargliela noi? Si ribellerebbero di certo, perché a noi non è dato ribellarci, per far ciò, dovremmo travestirci come loro e adoperarci senza riposo per non venire scoperti ad essere inculatori come loro; e così il mondo continua.
    Prendiamo ad esempio l’amministrazione di Curno, quante volte in nome di chi, ha fatto delle scelte per se stessa? quante volte abbiamo letto bollettini ridicoli e ridanciani di un certo coordinatore piddino già prodiano con atavica metamorfosi, sacrificarsi per il bene del popolo votante perché lo si lanciasse a scaldare la poltroncina in provincia? In ottima compagnia dite?…ah sì è vero, in compagnia di chi ci vuole far credere che se il paese è gemellato con rito LGBT o se la scuola nuova finalmente verrà realizzata, se facendo pubblicità a una concessionaria di auto, se organizzando conferenze dove neppure i loro sodali partecipano, tutte queste cose assolutamente utili al bene personale proprio e non alla comunità, ha permesso loro di fare carriera sui cadaveri dei bisognosi veri, quelli che, senza darsi visibilità sopravvivono al disagio che l’amministrazione non riesce a vedere. o non vuole?
    Esseri immondi, si atteggiano pure.
    Come scritto all’inizio, persone vere sono rarissime, le rimanenti sono sassi. Poi esiste la popolazione, ma almeno loro stanno al loro posto, consci o meno di essere solo numeri statistici buoni per le marie de filippi di turno.

  21. I pugni in tasca

    Ieri su Rai movie si è visto I pugni in tasca, un film che fa venire i brividi; anzi oggi li fa venire più che allora. Ci mostra una famiglia spappolata, la follia che prevale sulla ragione: quel che ieri era patologico e che oggi diventa fisiologico, in questa parte del mondo, nel mondo di merda. Per questo non dobbiamo avere paura degli esuli, potrebbero essere proprio loro a salvarci.
    Il film è straordinario, realizzato con pochi soldi da un giovane regista allora in stato di grazia, Marco Bellocchio. Peccato che oggi si sia ridotto, in verità ormai da un bel po’, a fare film politicamente corretti. Anche lui.

  22. Travaglio, il renzismo, i traditori di Bersani e l’essere “uomini”

    Avevo riportato queste parole di Travaglio, pubblicate sul Fatto quotidiano poco meno di un anno fa, nell’ottobre 2014, ma mi sembrano più che mai attuali. Perciò rileggiamole.

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    1. Allocuzione (immaginaria) di Renzi ai renzisti

    Cazzari di terra, di mare e dell’aria! Camicie Bianche della Rottamazione e delle Regioni! Uomini e Donne della De Filippi, di Porro e della D’Urso, ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra pancia! L’ora dei selfie, degli hashtag, delle slide e delle linee-guida revocabili! La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli scribacchini di Bruxelles e Strasburgo. L’Italia parolaia e renzista è un’altra volta in piedi anzi seduta, forte, fiera e compatta come non mai. La supercazzola è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori da Arcore al Nazareno alla Leopolda: vincere! E twitteremo! Popolo renziano, corri alle poltrone e agli iPhone e dimostra la tua viltà, il tuo servaggio, il tuo sedere!

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    2. I traditori di Bersani: antologia delle loro esternazioni, quand’erano bersaniani

    Dario Franceschini – Tra la competenza e l’esperienza di Bersani e la rottamazione di Renzi ci possono essere dubbi a chi affidare il Paese? Bersani ragiona, Renzi recita.

    Marianna Madia – Bersani è il miglior premier che l’Italia possa avere. Solo lui ha statura da presidente del Consiglio.

    Piero Fassino – Se il programma di Renzi è ‘tutti a casa’, non è un programma per governare il Paese.

    Matteo Orfini – Basta atteggiamenti provocatori. Renzi faccia il segretario di partito e la smetta con certe guasconate. L’idea di fare il premier è una follia. Renzi è l’ultimo giapponese di una linea che in tutto il mondo è stata abbandonata. Mi ricorda i Righeira, gli Europe, certe sue scelte estetico-musicali ricordano il mondo dei paninari. C’è un’idea della spettacolarizzazione della politica un po’ figlia di quegli anni.

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    Sì, lo so. A Curno la dott.ssa Serra e Max Conti dicono che loro erano bersaniani, sì, ma con juicio, appena appena. Semmai loro sono Pd-ini di scuola orobica, e se proprio li si vuol ascrivere a una corrente, si dica che sono della corrente di Misiani. Secondo loro, questo sarebbe un modo tutto particolare di essere similprogressisti, una sorta di variante aziendalista. Ma io al posto di Misiani non permetterei che ci si servisse a cuor legero del mio marchio. E Clara Colombo? Beh, lei era nel comitato pro-Bersani, al tempo delle primarie, ma giusto perché così chiedevano le circostanze, anche lei appena appena, senza convinzione, evidentemente, e con mille riserve.
    Povero gentiluomo piacentino! Ma non ti vien voglia di fargliela pagare? Si veda C’era una volta il West, al punto h 2 : 12′:

    C’è però una differenza. Frank, l’uomo politicamente spegiudicato al servizio di Morton, detto Ciùf Ciùf, il padrone della ferrovia, alla fine si comporterà da uomo, come pure nello stesso film morirà da uomo Cheyenne, quello che dava l’assalto ai treni. Invece sulla scena politica italiana e curnense tra i similprogressisti noi vediamo un solo uomo, un solo rappresentante di questa specie in via di estinzione, come dice il film. Quell’Uomo è Pierluigi Bersani. Ma ripassiamo il dialogo memorabile fra Armonica, al quale Frank aveva sterminato la famiglia, e l’avventuriero (analogamente i renzisti hanno sterminato i bersaniani):

    Frank: Aspettavi me?
    Armonica: Da molto tempo.
    Frank: Morton diceva che non ero come lui. Ora capisco che voleva dire: lui avrebbe dormito tranquillo sapendo che da qualche parte c’eri tu… vivo!
    Armonica: Così alla fine hai scoperto di non essere un uomo d’affari.
    Frank: Solo un uomo!
    Armonica: Una razza vecchia. Verranno altri Morton… e la faranno sparire.
    Frank: Il futuro non riguarda più noi due. Io non sono qui né per la terra, né per il denaro, né per la donna. Sono qui solamente per te: perché so che ora tu mi dirai cosa cerchi da me.
    Armonica: Rischi di non saperlo mai…
    Frank: Lo so.

    Cioè, Frank vuol essere un uomo, non gl’interessa più essere un uomo d’affari, men che meno un aziendalista, che è come dire un servo degli uomini d’affari.

  23. Kluntz permalink

    Film molto vero. Inquadrature di primo e primissimo piano, alternate a inquadrature di campo lungo e lunghissimo, piani sequenza efficacissimi e fotografia meravigliosa; e, ancora, scelta degli attori superba, luci… Beh lasciamo perdere il romanticismo di quel che fu un tempo non lontano, ma lolntanissimo dal punto di vista della cinematografia. Volete mettere Muccino, al confronto di un gigante come Leone? Ah ah che ridere. Eppure quelli come Muccino godono delle simpatie dei paraculi, però.
    Curno non è un paese popolato da uomini; e donne ce n’è poche. Il gatto e simil gatto fregnone lo sanno, perciò si sentono di essere qualcuno, pontificano come fossero Gesù nel Tempio [come nella canzone di De Andre, in ‘Bocca di rosa’: «si sa che la gente dà buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio… se non può più dare il cattivo esempio» N.d.Ar.], addirittura pensano di avere sale in zucca.

    Devo lasciarvi, le spie mi stanno alle costole. Vogliono sapere come faccio a continuare senza leccare culi. Non è difficile, una regola fondamentale di sopravvivenza è non commettere azioni per cui si possa essere ricattati. Io non ne ho commesse.

    • Il congedo di Cheyenne e il piano sequenza finale di C’era una volta il West

      Il piano sequenza finale di C’era una volta il West è meraviglioso (comincia all’istante 2:36:00). Cheyenne si è fatto la barba, ha sentito il colpo con cui Armonica ha freddato Frank, aspetta il ritorno di Armonica, che si congeda. Adesso si congeda anche lui. Tocca il culo a Claudia Cardinale e lei non protesta, perché sa che questo può far felice un uomo, tanto più quando è in punto di morte. Avendola salutata a quel modo, Cheyenne va a morire in solitudine. Armonica, che vorrebbe soccorrerlo, viene allontanato, perché a Cheyenne non va di esser visto, mente muore. Muore come i romani antichi, come Cesare, per esempio, che al momento del trapasso si velavano il capo.
      In un’inquadratura successiva vediamo Armonica che tiene per le briglie un cavallo sulla cui groppa ha montato, pancia in giù, il corpo di Cheyenne. Va a dargli sepoltura. Poi alza lo sguardo, vede di lontano il fervore dei lavori nella nuova stazione ferroviaria. Frank è morto, anche Cheyenne è morto, ma lì, intorno a quella stazione, che doveva nascere proprio lì, perché lì c’è l’acqua, sorgerà una città.
      A questo punto comincia il piano sequenza. Gli operai sono accaldati, Claudia Cardinale esce dalla stazione con due secchi d’acqua, per ristorarli della sua vista e dissetarli con la sua acqua. La macchina da presa segue i movimenti di Claudia Cardinale, senza staccarsi mai, quindi il punto di vista si porta in alto, vediamo la locomotiva, il tracciato ferroviario, tantissimi operai che lavorano, ormai sono solo delle formichine. Questa è la nascita del capitalismo. La macchina da presa, spostando lentamente il punto di vista verso ovest, senza mai interrompere la continuità della rappresentazione, inquadra la vallata, mentre compaiono i titoli di coda.

      P.S. – Ma i gatti padani e la dott.ssa Serra riusciranno a capire tutto questo? In particolare riusciranno a capire la bellezza del finale, dove Cheyenne, che sa di essere ferito a morte, si rade, per morire decorosamente, e prende congedo dalla vita con quel gesto di struggente poesia, allorché come viatico per il viaggio nell’Oltretomba attinge il calore di quel culo tornito? Ma perché invece di promuovere incontri di presentazione dell’opera della scrittrice Annalisa Di Piazza non si proietta questo film, così ricco di spunti di riflessione? L’analisi del finale costituisce di per sé materia di ampio dibattito. Non meno interessante è l’analisi minuziosa del capitalismo nascente, come esito di violenza, rapina e omicidio.
      Ancora più interessante sarebbe considerare il seguito ideale di questo film, C’era una volta in America, dove il potere conseguito con la violenza, la rapina e l’omicidio diventa “istituzionale”. Perciò in una precedente pagina di Nusquamia sostenevo che questi due film, di là dalle intenzioni di Leone, probabilmente, sono film marxisti.

  24. Noi non dimentichiamo: il diritto al’oblio in politica è un’impostura


    Roma, febbraio 2015: manifestazione fascioleghista.

  25. Palma il Vecchio permalink

    Aziendalisti:

    [Avete notato che il medico che fa lo sdegnoso, e che si rifiuta di accettare il pompino delle pubbliche relazioni è impersonato da Marco Travaglio? N.d.Ar.]

  26. «Educare i giovani a camminare insieme»
    Vaniloquio a proposito di una gita scolastica cammellata dalla politica

    Il 25 settembre p.v. — così leggiamo in un comunicato della Provincia di Bergamo — sarà una «giornata di scuola e solidarietà in montagna».
    Di scuola in che senso? Di solidarietà in che senso? Non sarebbe meglio precisare? “Di scuola” nel senso che si fa scuola in montagna, o “di scuola” nel senso che quel giorno, che è un giovedì, non si va a scuola, ma si va in montagna? E di quale “solidarietà” parliamo? Solidarietà in dare o in avere, nei confronti di chi o da parte di chi?
    Questi benedetti addetti alla stampa e alle pubbliche relazioni non potrebbero esprimersi meglio? Insomma, sono stufo di ripeterlo: chi si esprime male pensa male; e vive male.
    La gita scolastica è organizzata dall’Unicef e dal CAI, ma è ufficialmente promossa dalla Provincia di Bergamo: cioè i politici hanno pensato bene di metterci il cappello sopra.
    La dott.ssa Serra che è biconsigliera, sia perché in qualità di sindaco di Curno è ipso facto consigliera nel paese «bello da vivere», ormai da tre anni e mezzo, sia perché si è a suo tempo candidata per un posto alla Provincia e, unica donna, è stata cooptata nel Consiglio provinciale, afferma che il progetto è stato promosso dalla Provincia di Bergamo «per le valenze educative forti che porta con sé».
    Bene, bene. Però faccio umilmente osservare che il modello di questa e analoghe iniziative, dove l’educazione politica procede di pari passo con quella del corpo in un clima di condivisione gregaria, è quello fascista. E quello è un modello insuperato: inutile competere, altrimenti ci si rende ridicoli.
    Non sto qui a ripetere cose arcinote, ricordate nel promemoria che pubblico qui sotto. Ci tengo però a sottolineare che al tempo di Mussolini, primo sportivo d’Italia (era cavallerizzo, schermidore, aviatore, trebbiatore ecc.) i professori, per quanto fascistizzati, non avrebbero mai parlato di «giornata di scuola e solidarietà in montagna». È un’espressione stonata, vuota di significato, cioè un vaniloquio. Una specie di supercazzola. I professori, i funzionari di partito, i giornalisti, non si sarebbero mai azzardati a parlare o scrivere così, avrebbero fatto la figura di illetterati, ignari dell’importanza della proprietà di linguaggio.

    Insomma, noi non abbiamo niente contro la montagna, anzi. Non siamo contrari alla gita scolastica, soprattutto se non è svaccamento, ma è qualcosa di nobile, qualcosa che sia pensato per studenti educati alla religione della libertà, e non cammellati, come la gita scolastica descritta in questo meraviglioso film di Pupi Avati, al tempo in cui la scuola italiana formava i cittadini e rendeva i ragazzi migliori: quando la scuola era una cosa seria e non uno stipendificio.

    Una scena dal film Una gita scolastica, ambientata nell’Italia del 1914, prima che la scuola fosse fascistizzata. La gita scolastica non aveva risvolti ideologici.

    • Una domanda: l’Unicef è il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (United Nations Children’s Fund), vero? La sede centrale dell’Unicef è a New York, vero? Ed è normale che l’Unicef “organizzi” gite scolastiche insieme al Cai, oppure questo avviene soltanto nelle occasioni speciali, quando si abbia che fare con uomini e donne politici speciali, come Vera Baboun e Perlita Serra? Organizza o sponsorizza, nel senso che concede che sia utilizzato il suo marchio? Perché c’è una bella differenza, tra la concessione del marchio (basta uno scambio di letterine fra addetti alle pubbliche relazioni) e l’organizzazione congiunta. Nel secondo caso la Provincia di Bergamo figurerebbe quasi come un organo in rapporto paritetico con le Nazioni unite.
      E se il Cai fa la sua parte, e l’Unicef sponsorizza, che cosa ci sta a fare la Provincia e, soprattutto, perché i consiglieri provinciali indicono conferenze stampa?

      • Quasi come “Dagli Appennini alle Ande”: dal Brembo all’Hudson
        La lunga marcia, da Curno a New York, dove hanno sede le Nazioni unite

        Il manager che vedete qui al lavoro, seduta al computer (probabilmente sta trafficando con il programma Excel, che per gl’ingegneri è un ottimo programma, per gli aziendalisti è un programma mistico), dietro una scrivania fotografata in campo lungo, ingombra delle testimonianze di un impegno assiduo e a 360°, come si dice in linguaggio aziendale (in buon italiano: a tutto campo) è la dott.ssa Perlita Serra. Quale scrivania occupi in questo momento non saprei per certo, anche se presumo, a giudicare da quel che si vede dietro la finestra, che sia quella che le spetta in qualità di sindachessa curnense. Ma, com’è noto, c’è un’altra scrivania per lei, presso la sede della Provincia di Bergamo.
        In ballo ci sarebbe una terza scrivania, molto lontano, di là dell’Atlantico: a New York, dove hanno sede le Nazioni unite. Le premesse per l’occupazione di quella scrivania ci sono tutte: l’impostazione neofemminista e nussbaumiana data alla conduzione del Comune di Curno, le fiaccolate con quelli della convivialità delle differenze, l’amicizia con Vera Baboun, la gita scolastica promossa dalla Provincia di Bergamo e “co-organizzata” (?) dall’Unicef, la cittadinanza elvetica ecc. Potrebbe dirigere, dietro la prestigiosa scrivania nuovayorkese, l’ufficio dei Nuovi diritti (al solito: quali?).
        Bel colpo! Grazie ai cittadini di Curno, che tutto subiscono senza mai fiatare, la lunga marcia della Serra sta per concludersi, dal Brembo all’Hudson.

  27. mozzese d.o.p. permalink

    Domande: cosa c’entra l’UNICEF con il CAI alta val Brembana? Dov’è la solidarietà? Non era sufficiente un contributo in denaro della Provincia alle scuole che aderiscono a progetti del CAI? E dopo aver issato la bandiera UNICEF su Pizzo dei tre Signori, cosa succede? Si salvano bambini? E soprattutto: quale scuola mette in programma una gita 20 gg prima? Di solito ci vogliono mesi di anticipo per poter entrare nella programmazione scolastica…
    Leggo che anche la Diocesi è coinvolta: in che modo? Niente presenza in conferenza stampa?
    A me sembra una marchettona di quelle spudorate, che in confronto la cerimonia di consegna dell’auto ibrida è uno scherzetto!
    “Come siamo fighi”!!
    Che schifo, come se i cittadini fossero cani alla catena.

    • Un “evento” del quale sentiremo ancora parlare

      Lei ha perfettamente ragione: sarebbe stato più decoroso, se la Provincia di Bergamo avesse contribuito finanziariamente, o anche in altri modi, alla gita scolastica, ma in silenzio: che la mano sinistra non sappia quel fa la tua destra. Trasformare, da parte dei politici e degli organi più o meno istituzionali, la programmazione di una gita scolastica in un evento mediatico pro domo sua è, quanto meno, di cattivo gusto.
      L’Unicef, com’è noto, è emanazione delle Nazioni Unite ed è articolata a sua volta in tutta una serie di associazioni, comitati regionali e comitati locali. Si veda per esempio Comitato Unicef Lombardia. È un’organizzazione complessa, politicamente corretta, geograficamente diffusa, un po’ meno del Rotary Club, ma quasi. Anche Bergamo ospita un comitato Unicef, che ha sede a fianco della Chiesa di sant’Alessandro in Colonna.
      Leggendo un po’ le informazioni diffuse in rete, si capisce che un ruolo importante nella messa a punto dell'”evento” è svolto da Maurizio Agazzi, che è “Testimonial Unicef”. Credo che la vestizione della montagna con la bandiera Unicef sarà opera sua. Leggo infatti su Wikipedia che Agazzi «ha realizzato dodici progetti inediti compiendo più di mille ascensioni». Uno dei suoi progetti porta il titolo La Regina abbraccia l’Unicef, dove la “regina” dovrebbe essere la Presolana, che è regina delle Orobie Questo abbraccio è documentato in un DVD che è stato premiato nel corso della manifestazione “Orobie film festival”, dove si vede come qualmente la bandiera dell’Unicef sia stata posata sulla cima della Presolana, che così «diventa la prima vetta “vestita” del vessillo Unicef». E mica ti dico cotica! Se non è un “evento” questo, per giunta un evento politicamente corretto, mi sapete dire che cos’è un evento? Certo non gli aperitivi serviti nel Comune di Curno. In ogni caso, siamo in ambiente parecchio istituzionale. Come del resto hanno forte caratura istituzionale gli «ambasciatori e testimonial Unicef» (non chiedetemi quale sia la differenza). Sono persone importanti, o Vip che dir si voglia: per esempio, Rania di Giordania, Lino Banfi, Elisabetta Canalis, Samantha Cristofoletti, Maria Rosario Omaggio (voi non la conoscete, ma io me la ricordo benissimo, quando cantava da gran maliarda le canzoni napoletane), la popstar Shakira, Francesco Totti.
      Bene, adesso la bandiera Unicef sarà portata in vetta sul “Pizzo Tre signori” e sarà firmata dai bambini, e questa è una cosa commovente. I giornalisti anglorobicosassoni si scateneranno, con un profluvio di pensierini.
      Ed ecco, signore e signori, l’evento!
      Mi domando quale sia migliore fra queste due emanazioni delle Nazioni unite: la Fao, o l’Unicef. Forse l’Unicef, perché la Fao è totalmente sputtanata, perché spende tutti i soldi che sono assegnati alal sede di Roma per i suoi funzionari, mica per la fame nel mondo; l’Unicef invece qualosa di buono lo fa, tra una vippata e l’altra. Ma quanto l’Unicef è meglio?

      • L’Unicef è finita nelle mani di una lobby radical chic e femminista?


        Questo articolo, pubblicato nella prestigiosa rivista medica The Lancet (11 dicembre 2004), metteva sotto accusa la nuova politica radical chic dell’Unicef e chiedeva un cambio di rotta, che però non è avvenuto. Facendo clic sull’immagine è possibile leggere la trascrizione dell’articolo. Nella fotografia sul colonnino di destra. Carol Bellamy, direttrice dell’Unicef dal 1995 al 2005. A capo dell’Unicef è oggi Ann Veneman, anche lei una donna, che ha mantenuto la linea politica impressa dalla Bellamy.

        La nuova linea di conduzione dell’Unicef voluta da Carol Bellamy, che nel 1995 fu insediata nella carica di direttore esecutivo del Fondo per volontà dell’allora presidente americano Bill Clinton, è messa sotto accusa da più parti. Cominciò dieci anni fa la prestigiosa rivista medica britannica Lancet, con un articolo che ha fatto il giro del mondo, e che i lettori possono leggere facendo clic sull’immagine qui sopra.
        Per non farci influenzare troppo, diciamo che tutto sommato è naturale che la Santa sede abbia ritirato il proprio contributo all’Unicef già nel 1996, poco dopo l’insediamento della Bellamy; non teniamo conto dell’accusa mossa dall’antiabortista Catholic Family & Human Rights Institute, secondo cui la Bellamy avrebbe messo l’agenzia ONU a servizio della lobby femminista radicale. No, concentriamoci sulla laica rivista The Lancet: mi sembrano abbastanza gravi la considerazioni svolte in questo articolo, Unicef leadership 2005–2015: a call for strategic change. Qui si sostiene che negli ultimi 10 anni l’Unicef sarebbe diventato uno dei maggiori ostacoli per la sopravvivenza dei bambini nei paesi in via di sviluppo. In pratica, la vocazione originaria del Fondo Onu per l’infanzia è stata tradita, a favore di un approccio ideologico.
        Secondo la rivista Lancet, al tempo in cui l’articolo fu scritto 600.000 bambini continuvano a morire ogni anno per cause assolutamente prevedibili, malgrado fossero disponibili interventi efficaci a basso costo. A questo si aggiunge il fatto che l’Unicef avrebbe dirottato i fondi a disposizione su interventi basati sui “diritti”, invece che orientati alla sopravvivenza dei bambini. L’articolo si conclude sollecitando il nuovo direttore dell’Unicef perché il Fondo torni ai suoi scopi originari: «It should be Unicef’s mission to place the wellbeing of children at the centre of the UN, and at the centre of globalization».

        Mi domando quanto l’iniziativa dell’Unicef bergamasca, cammellata dai soliti politici in salsa Vip, sia in sintonia con il benessere dei bambini nel mondo.

  28. A.d.G. permalink

    Gentile Prof. Aristide,
    ora capisco perchè i sindaci eletti hanno accettato di partecipare al consiglio provinciale in forma gratuita: hanno un ritorno di “punti Cirio” che noi poveri liberi pensatori neanche immaginiamo.
    Ora capisco il motivo di togliere competenze alle Province senza eliminarle.
    La provoco con una domanda; secondo lei il popolo è così coglione da non accorgersi di queste manfrine oppure la quantità di persone che vivono di proventi di tasse sono così numerosi da rimanere in silenzio anche davanti a queste palesi prese per il deretano?
    Le propongo cioè le due classiche soluzioni: i cittadini sono stupidi oppure in malafede?
    Cordiali saluti,
    A.d.G.

    • Datemi un artigiano, o due, che abbiano il coraggio di parlare, e vi cambierò il mondo

      La dott.ssa Serra ha già messo a segno un numero notevole di iniziative tutte calibrate, più che sulle reali e talora impellenti esigenze dei cittadini di Curno, su un ritorno d’immagine propria nel partito e negli ambienti che contano. Tu fai una bella azione, una sorta di “fioretto”, ed ecco che hai diritto a incollare sull’albo delle benemerenze una marca che attesti il tuo merito. Proprio come facevano le massaie al tempo della Raccolta dei punti Cirio: si staccavano con garbo le etichette dai barattoli di pelati e le si incollavano nell’album di raccolta. Quando l’album fosse stato completato, lo si inviava alla casa madre, che avrebbe provveduto all’inoltro del “premio”.
      Peccato però che il piano d’azione previsto dalla dott.ssa Serra prevedesse il completamento del Bibliomostro, che lei avrebbe trasformato in un Centro culturale (qualcosa di analogo al Centro Pompidou di Parigi, tanto per intenderci) e che sarebbe diventata una roccaforte dei Nuovi diritti, con immediata risonanza orobica, langobardica, italica, europea e mondiale. Manca un anno e mezzo alla fine del mandato serrano e il Bibliomostro è ancora lì, senza che nessuno abbia il coraggio di prendere in considerazione una possibile destinazione d’uso alternativa, in particolare una sua dismissione.
      In assenza del Bibliomostro, la dott.ssa Serra è costretta ad attivarsi in mille modi e in mille iniziative che, sommate, possano avere un impatto pari a quello che si riproponeva dal Bibliomostro. Ma la vedo brutta, sia per la dott.ssa Serra, sia anche per noi, che subiamo le sue mille iniziative.
      Rispondo alla sua domanda, se i cittadini siano stupidi oppure in malafede. Stupidi ce n’è abbastanza, in malafede anche, soprattutto se consideriamo coloro che, consapevoli di percepire uno stipendio che non meritano, sono contrari a qualsiasi riforma. Sono però del parere che la maggioranza dei cittadini – anche se non è una maggioranza schiacciante – siano persone oneste, in buona fede, anche quando sbagliano, sia quando si trovano di fronte all’urna elettorale, sia anche in altre occasioni. Perché dunque sopportano tutto questo sfacelo, perché accettano di essere trascinati verso un destino mediocre, indegno di uomini veri?
      La mia risposta è che i cittadini non sono informati. Non solo, ma pare che non esista più nessuno, tra i cittadini stessi, che li esorti a pensare liberamente. Bertrand Russell scriveva che in ogni villaggio inglese c’era almeno un artigiano che, in occasione della visita del signore che si degnava di mostrarsi tra i villici, non si levava il cappello di testa («non si scopriva», come scriverebbe il mio Bianciardi). Apparentemente, oggi le cose vanno meglio. Ma non è vero: oggi possiamo essere servi di A, oppure servi di B. Ma non è questa la libertà. La libertà è non essere servi di nessuno.
      Guardate la situazione a Curno: a parte noi resistenti, quanti sono coloro che capiscono il pericolo di involuzione totalitaria nel concetto di “condivisione” spudoratamente sbandierato dai serrani? Quanti sono coloro che capiscono al volo l’aspetto squalificante delle sparate mediatiche? Quanti si rendono conto che per un politico indigeno andare a stringere la mano a Brunetta o Toti, perché tutti sappiano che lui ha stretto la mano a Brunetta o Toti, equivale implicitamente a un’ammissione di inadeguatezza personale, che si vorrebbe mascherare con la presenza di un padrino? Quanti hanno saputo, e sanno tuttora considerare nella giusta prospettiva chi si fa fotografare attaccato al conte zio come una cozza, perché tutti sappiano che lui gode della protezione del conte zio? Credo, pochi. Eppure molti capirebbero, se appena in mezzo alla folla ci fosse un artigiano che dicesse: che schifo!
      Grande è dunque la responsabilità di chi s’ingaglioffisce nei giochi della politichetta, che agisce facendosi guidare dalla convenienza immediata, sulla base di ragionamenti del tipo “se mi faccio scudiero di quello” avrò il mio vantaggio politico. Non che non si debba tener conto della convenienza. Ma bisogna ragionare, in una prospettiva di medio e lungo termine. la convenienza immediata conta poco; inoltre, attenzione a chi ti mette sotto il naso una convenienza immediata, ma la convenienza non è tua, ma sua, del consigliere. Vi ricordate il gatto e la volpe? Pinocchio voleva spassarsela, nell’immediato. Così il gatto e la volpe gli confezionarono la storiella dell’albero degli zecchini d’oro. Ma la convenienza era del gatto e della volpe, mica di Pinocchio.

  29. Palma il Vecchio permalink

    Prima effe.

    La ragione per cui ho inviato il trailer del film “Il venditore di medicine” nasce da una causualità di prima effe (Fica, per il nuovo lettore).
    Ho visto su Nusquamia per la prima volta il film di Bellocchio che dev’essere molto bello e di cui non sapevo l’esistenza.
    Ma soprattutto ho visto una Paola Pitagora stupenda e allora mi sono ricordato che la Pitagora ha una figlia che si chiama Evita.
    Non nascondo che sono andato a cercare la figlia della Pitagora perché ero curioso di sapere se è fica come la mamma.
    Ricordo con emozione la Pitagora su Playboy a fine anni settanta, per cui mi è venuto naturale andare a vedere com’è la figlia.
    E son capitato sul film del venditore di medicine proprio perché Evita ne è un’interprete.
    Poi ho visto l’arroganza e la superbia della Ferrari che fa la manager e mi è subito venuta in mente la Serra, ma anche la Gamba.
    [Chi, Isabella Ferrari? Non sta bene fare la prezzemolina alla sua età. N.d.Ar.]

    Che schifezza di atteggiamento è quello manageriale, fa venir da vomitare. Pardon monageriale o mongo-manageriale come dice Aristide.
    Sulla figlia della Pitagora decida lei Aristide, che è un vero intenditore, invece i due gatti, quello padano e simil non se ne intendono un bel niente di bellezza. Sono un po’ confuso sull’indice di fichitudine della figlia rispetto alla fichitudine disarmante della mamma, e la luna discese sul tempio che fu: mi riferisco a una tipologia di chiappa sovrana di razza padana come oggi non se ne vede più in giro.
    [Sono in trasferta a Milano. Questa notte sarò lieto di esaminare la figlia. Paola Pitagora fu meravigliosa. Mi dispiace soltanto che, a una svolta della sua vita, fosse divenuta buddista. Non che abbia qualcosa contro il Budd(h)a, ché anzi quella religione così mite mi piace. Ma se qualcuno di noi si fa buddista, tradisce implicitamente un malessere, così mi dice l’osservazione dei casi a me noti. Dunque, mi dispiaceva che la Pitagora fosse divenuta buddista, perché capivo che probabilmente era depressa, cercava una via d’uscita, o di fuga. Mi sarebbe piaciuto filosofeggiare con lei. N.d.Ar.]

    Nei primi anni ottanta ancora ce ne era in giro qualcuna, vedi quella della Pitagora.
    La Pitagora è nata a Parma. Guarda Gandolfi che mi ricordo benissimo che sei stato tu che un po’ di tempo fa hai il fatto il commento:
    Razza padana Chiappa sovrana.
    E non è un chiasmo ariostesco, ma è altamente poetico lo stesso.
    Gatti padani pussa via!
    Gatto, padano io non c’entro, prenditela con Gandolfi, è lui che ha cominciato.
    Ma anche Aristide non scherza mica con la fica.
    [La fica va rispettata; il disprezzo del quale è fatta segno al giorno d’oggi è un segno inequivocabile di decadenza. E poi, perché arrendersi così facilmente? Se le femministe rompono, lasciamole bollire nel loro brodo, le loro fiche non c’interessano, perché sono “cunni dentati”, cioè vagine dentate. Ci interessano le fiche leggiadre e l’idea stessa della fica, cioè la fichitudine, che sta alla fica come, secondo Platone, la cavallinità sta al cavallo. N.d.Ar.]

    • La fichitudine e la entrañable transparencia

      Ho dato un’occhiata a Evita, la figlia di Paola Pitagora. Non c’è confronto: la mamma, Paola Pitagora, nei suoi begli anni era di un livello di fichitudine infinitamente superiore. Bella e dolce. Quella Lucia Mondella interpretata da Paola Pitagora nell’impeccabile riduzione televisiva dei Promessi sposi per la regia di Sandro Bolchi, che lavorò gomito a gomito con Riccardo Bacchelli (mica con Annalisa Di Piazza, con buona pace di Paola Bellezza e di Perlita Serra) era “bella da morire”. Così dice Caherine Spaak, in linguaggio (allora) giovanile nella Voglia matta: mi astengo dal commentare la fichitudine della Spaak, perché, quand’anche vi provassi, rimarrei senza parole.

      La bellezza di Paola Pitagora è sfiorita. Altre belleze, invece, non sfioriscono mai, proprio come dice quella bella canzone toscana: «Cade l’uliva, non cade la foglia / le tue bellezze non cadono mai», che qui sentiamo nell’interpretazione di Caterina Bueno.

      Parlo di Valeria Golino, di fichitudine pazzesca, alla quale contribuisce non poco la voce meravigliosa, da donna indeterminata, non scassacazzi. Qualche decennio fa non c’era un suo film che mi perdessi, perché erano tutti belli i film nei quali lei avesse una parte. Mi piace qui ricordare, a titolo di esempio, Come due coccodrilli, film poco conosciuto, ma che non direi minore: un magnifico soggetto, dove la Golino è dolce e indeterminata, accanto a Fabrizio Bentivoglio, che allora era suo compagno di vita; ed è girato a Varenna, senza sbavature oleografiche, però. Semmai la Golino è meno convincente in qualche suo film americano, con l’eccezione di Rain man: come dimenticarla, quando regala un po’ della sua bellezza allo stralunato Dustin Hoffman?
      Forse ha raggiunto l’acme al tempo di Puerto Econdido, film di Salvatores. Nello spezzone qui non si vede tanto, ma bastano poche immagini a riempirci di gioia (forse non proprio tutti: il gatto padano, immagino, si sdegna, soffia e scorreggia, cioè sbuffa da entrambi i pertugi).

      Qui sentiamo anche Hasta siempre comandante (dove il comandante, sia ben chiaro è il “Che” Guevara, mica quello sbruffone ignorante che ben conoscete, quello che ha detto: «Migranti? Per me è solo un gerundio!» Un gerundio! Bestia!). Ascoltiamola questa canzone, con rispetto. Ho sognato per anni su quella entrañable transparencia, che letteralmente sarebbe la trasparenza “penetrante” della presenza del “Che”. Ma era una traduzione che non mi soddisfaceva, finché mi è venuto in mente che la clara, entrañable transparencia, de tu querida presencia fosse la “luminosa e diffusa trasparenza della cara presenza” del Che.
      Ma ditemi se non ho ragione quando affermo che le parole della canzone toscana, “le tue bellezze non cadono mai”, sembrano scritte per la Golino:

      Avete sentito la sua voce, che voce?
      Oltre tutto la Golino, pur nella sua dolcezza, è come se lasciasse il segno di una rasoiata in faccia all’identitarismo coglione. È figlia di un famoso germanista napoletano e di una pittrice greca.

      • Ancora su Valeria Golino

        Vorrei ricordare un altro film, sempre interpretato da Valeria Golino, meraviglioso esempio di meticciato, alla faccia degl’identitaristi che si trastullano con le zucche di Halloween che loro dicono essere celtiche. Il film s’intitola Il capitale umano, ed è girato da Virzì, lo stesso regista di Tutta la vita davanti, al quale abbiamo accennato in una vecchia pagina di Nusquamia, a proposito delle tecniche truffaldine di pubbliche relazioni. I film illustrano, rispettivamente, un esempio di basso livelo e uno di alto della vita di merda in un mondo di merda, improntato ai disvalori aziendalistici. Attenzione, però: l’aziendalismo di fascia alta è ancora più squallido di quello di fascia bassa. Per questo provi qualche forma di compassione, purché gli aziendalisti rimangano nei ranghi; per quello, soltanto disprezzo. Il film è di qualche anno fa.

        Ma ecco che proprio oggi, 12 settembre 2015, è possibile leggere sul Corriere della Sera una recensione dell’ultima fatica di questa attrice “ecezionale”, non nel senso che diceva Abbatatuono quando faceva il terrunciello (“ecceziunale, veramente”), ma in quello di Antoine Doinel ne film Baci rubati, di François Truffaut.
        L’ultimo film della Golino, salutato a Venezia da nove minuti di applausi, s’intitola Per amor vostro. Si veda La ribellione di Valeria. Riscatto di una moglie in una Napoli violenta.
        Più o meno gli stessi concetti sono espressi in questo video (e non è difficile capire perché):
        La recensione di Paolo Mereghetti

      • Speriamo che la “Coppa Volpi” non intacchi la fichitudine di Valeria Golino. Corrispondenze tra la prima F (cunnus) e la terza F (elocutio)

        Quando ho scritto le noterelle qui sopra, Valeria Golino non era ancora stata premiata al Festival del cinema di Venezia: “Coppa Volpi” come migliore attrice, questo è stato il premio. Si veda Valeria Golino miglior attrice. Ma non sono un paragnosta, quel premio era nell’aria. Né si può dire che io scrivessi l’omaggio alla fichitudine di Valeria Golino, consapevole che sarebbe stata premiata, per poi dire: io qui, io là, io l’avevo detto! Io, io, io! Non è nelle mie corde.
        No, chi mi conosce sa che Valeria Golino fa parte del Pantheon dove da tempo hanno il loro culto Catherine Spaak e Nastassja Kinski (da giovani, però, perché invecchiando, via via che la bellezza scemava, sono diventate esoteriche, animaliste, politicamente corrette). Oggi come oggi, sono indeciso se fare entrare nel Pantheon Maria Elena Boschi: vedremo.
        Invece Valeria Golino non è mai diventata esoterica, neanche un po’. Ha fatto molto meglio: con il passare degli anni ha avuto molti uomini, sempre irreprensibilmente,senza mai svaccarsi, mica come Carla Bruni, che pretendeva di giocare a fare la libertina, senza averne la stoffa: si faceva trombare, è vero, ma è un’altra cosa.
        È un miracolo come Valeria Golino abbia fatto a conservarsi così, con quella voce meravigliosa, senza mai farsi contagiare dalle mode. La sua non è una di quelle vocine pé-pé-pé da impiegate in carriera, o delle picae pulvinares (come dice Petronio, cioè, più o meno, cornacchie salottiere), o di quelle vociacce da donne in carriera. No, è la sua voce, la voce di una donna compos sui, cioè padrona di se stessa; tutto il contrario di una donna determinata, che miserabilmente insegue traguardi non suoi, per cui possa dirsi importante, ma lei crede che quelli siano i “suoi” traguardi. In qualità di cultore non solo della prima F, ma anche della terza, confesso che molto del fascino di Maria Elena Boschi è merito della sua voce e del suo eloquio.
        Però, se proprio devo dirla tutta, sono preoccupato per questo nuovo premio tributato a Valeria Golino. Le onorificenze di solito fanno male, non vorrei che la bella e brava Golino perdesse qualcosa della sua fichitudine di magnifica cinquantenne.

  30. Pioggia nel palmeto permalink

    [“Pioggia nel palmeto”, invece che nel pineto, per via del fatto che siamo nell’Oasi del paese bello da vivere, dove abbondano i cammelli? O perché qui c’è un’industria di olio di palma? E a che cosa serve l’olio di palma, consideato che, a quel che si dice, assunto per via orale, nuoce alla salute? N.d.Ar.]

    Mi ha incuriosito la signora Paola Pitagora della quale Palma il Vecchio declama la bellezza. Effettivamente esprime bellezza nei tratti somatici che ne danno evidente testimonianza sensibile e, soprattutto, per la femminilità che veste la bellezza di ammirevole ”fichitudine” padana.
    Le donne, esseri un tempo superiori, farebbero bene a spogliarsi della saccenza determinata e femminista. Perché oggi, lungi dall’essere angelicata, a parte alcune lodevoli e commoventi eccezioi, appare indemoniata, lordata dalla possessione diabolica che è notoriamente sodomitica. Se è bella, quando è bella, la donna moderna fa della bellezza un grimaldello per l’ingresso nelle stanze del potere, uno strumento per irretire i maschietti coglioni. Ci tengono a essere donne con i coglioni, se ne vantano: -ergo, sono tendenzialmente uno schifo di donne.
    [Per non parlare delle donne «vecchie e laide», che Cecco Angiolieri «lascerebbe altrui» e che invece, oggi, quanto più sono racchie, tanto più scassano. N.d.Ar.]

    A Curno c’è la tendenza a esercitare sulle nuove generazioni, indifese e in balia dello lobby del politicamente corretto, una forte pressione, di stampo Lgbt&femminista, totalmente antifemminile. Esercitata dai piani alti dell’Amministrazione, la pervasiva (o “virale”, come pare si dica oggi) campagna di pubbliche relazioni intende sovvertire il concetto di famiglia e matrimonio, arrivando tendenzialmente alla soppressione del sesso femminile, in favore della prevalenza di un nuovo “gender”, quello della donna con i coglioni. Altro che le dieci piaghe d’Egitto! Non le ricordavo tutte, dunque copio e incollo:
    a) Tramutazione dell’acqua in sangue
    b) Invasione di rane dai corsi d’acqua
    c) Invasione di zanzare
    d) Invasione di mosche
    e) Morìa del bestiame
    f) Ulcere su animali e umani
    g) Pioggia di fuoco e ghiaccio (Grandine)
    h) Invasione di cavallette/locuste
    i) Tenebre
    l) Morte dei primogeniti maschi

    Le piaghe di Curno sono appena due [quali? immagino che non si possano nominare: N.d.Ar.], in compenso la lista dei contorni è particolarmente variegata:
    a) gatto padano
    b) simil gatto padano
    c) assessorucoli
    d) sindaco con elevate doti di visibilità determinata
    e) oracolarità del vice sindaco
    f) consigliere in pectore ma fuori pectore Cavagna il giovane
    g) la ggiòvane consigliera che tanto si aggrappa al convoglio indiano
    h) la trascurata assessora Rizzo, simpatica, ma maltrattata dai suoi compari
    i) gatto padano il superbo
    l) simil gatto padano colpito da misticismo silente.
    [Allude al fatto che il similgatto padano non si fa più vivo su Nusquamia? Penso che siano ordini superiori, probabilmente serrani. Non dimentichiamo che il similgatto padano è stato il gran tessitore del patto seraperettista; poi, però, colei che è uscita vincitrice da tutto questo tintinnio di sciabole è stata la dott.ssa Serra e lei soltanto; né il Pedretti né il simigatto sono riusciti a cogliere alcun vantaggio tangibile dall’infame complotto, a parte la meschina soddisfazione di aver disarcionato Gandolfi 40 giorni prima della scadenza naturale del mandato di sindaco preposto all’amministrazione curnense. N.d.Ar.]

  31. Pioggia nel palmeto permalink

    Non avrei potuto esprimere meglio il giudizio da lei formulato al riguardo del Palmeto. Ammetto che inizialmente avevo pensato al titolo originale; pensandoci meglio, ho optato per il palmeto, questo per non coinvolgere il Vate in argometi schifosissimi che riguardano la leggerezza con cui i ministri del paese bello da vivere, pregno di virginee ancelle, inculano i cittadini con fare istituzionale.
    Per quanto concerne il simil gatto, temo che gli ordini gli siano pervenuti da molto più in alto che dalla serrana virtute. Forse, addirittura, dall’altissimo comando e con qualche minaccia: Se, o miagolbelante amico, vuoi continuare a sodomizzare il prossimo o ti lasci sodomizzare da noi che abbiamo a cuore il tuo bene, o ti lasciamo ai liberi ceffoni che a rigor di logica mal non ti danneggiano, anzi.
    Il gatto padano, ormai vacillante nella sua euforia da prestazione saltuaria: che dire di lui che non sia già stato detto su questo diario? S’è sfanculato da solo e credo che gioiosamente giace.
    La prima f!?…aahhh.

    • Candidato sindaco alternativo alla Serra cercasi. Ma non si trova

      Dunque lei ritiene che il similgatto padano voglia aprire la strada a una candidatura del suo avatar Max Conti? Parlo, ovviamente, della candidatura alla poltrona di sindaco di Curno.
      Lo dico contro il mio interesse (politico: e quale se no? mica sono un attore del territorio, men che meno servo degli attori del territorio): il Pd, in prima persona, o mediante la proiezione di liste civiche farlocche, farebbe bene a pensarci bene, prima di dare il via libera a un’operazione che potrebbe rivelarsi disastrosa, per il Pd stesso, non meno che per i cittadini curnensi .
      L’ho scritto e lo scrivo di nuovo: è interesse del Pd vanificare le aspirazioni mondialiste e panfemministe della dott.ssa Serra, così che, venuta meno la prospettiva di una carriera Oltrecurno, si accontenti di essere ricandidata a Curno. I similprogressisti non hanno alternative. La Gamba e Max Conti sono improponibili, se si pensa all’esigenza di governare una realtà complessa che, prima di essere governata, deve essere capita. Ora, a nostro avviso, non è che la Serra capisca proprio tutto, ma, obiettivamente, ha risorse intelletuali che le consentono di presentarsi come colei che ha capito. Solo un attento osservatore coglie il suo imbarazzo mascherato dai sorrisetti asseverativi, o è infastidito dalla velocità con cui sguscia dai problemi spinosi; in questo è maestra, quando scantona del problema se la parola spetta a lei (e in Consiglio la parola è quasi semre la sua), o quando interrompe i suoi assessori e consiglieri.
      È anche vero però che, se rinunciasse a giocare in proprio, con la promozione assidua e, direi, compulsiva d’iniziative politicamente corrette, la Serra potrebbe perfino farsi carico dei problemi dei cittadini. Dando un calcio a Enèrgheia, ovviamente, e al mito balengo, piccolo borghese e servile della managerialità, potrebbe perfino fare qualcosa di buono, se volesse. Invece la Gamba e Max Conti, anche se volessero, non potrebbero fare niente di buono.

  32. Sarà migliore il Caffè Serrano o il Caffè Corti? A Tarcisio l’ardua sentenza


    Qui sopra, una confezione di Caffè Serrano che, essendo cubano, promette bene: sì, ma quello originale. Diffidare delle imitazioni. In basso, il famoso Caffè Corti, partorito dal genio gadgettistico del Pedretti e distribuito a Curno in occasione delle elezioni amministrative, in modalità laurina. Peccato che il Corti sia stato sfanculato da Cavagna il Giovane, che poi è stato a sua volta sfanculato da Marcobelotti, segretario locale del partito — la Lega nord — a quel tempo sotto il tallone del Pedretti che promosse la lista civica dalla quale la Lega adesso si è sfilata.
    Domanda: Marcobelotti alle prossime elezioni come subirà o eventualmente contrasterà i tentativi del Pedretti di reinserirsi nella compagnia politica di giro? Se il Pedretti s’inventa un nuovo gadget, all’insaputa del Marcobelotti e, grazie alle residue amicizie nelle cellule fuori controllo di giornalismo anglorobicosassone, riesce a ottenere un bel coniglio mediatico tutto per sé, il Marcobelotti rinuncia al diritto di replica e subisce?

  33. Gl’identitaristi si trastullano con le zucche di Halloween.
    I similprogressisti carezzano sogni di luminose carriere Oltrecurno.
    Poi ci sono gli esoteristi, quelli che c’insegnano la differenza fra sesso e “gender”.
    A noi invece interessa l’uomo, interessa la giustizia, interessa la libertà.

    Cominciamo da questo brano, tratto dal film Sacco e Vanzetti (regista: Giuliano Montaldo), dove Vanzetti sviluppa un ragionamento, verso la fine del video, sostenendo che tutto questo mondo di merda è basato sulla violenza. Proprio così. Il film del quale vediamo uno spezzone è del 1971. Nicola Sacco, pugliese, è interpretato da Riccardo Cucciolla; Bartolomeo Vanzetti, piemontese, da Gian Maria Volonté.
    Sacco e Vanzetti, com’è noto, son due anarchici italiani — due “emigrati” — morti innocenti sulla sedia elettrica (1927). Nel 1977, cinquant’anni dopo, si riconobbe negli Usa l’errore giudiziario, i due furono riabilitati.

    Poi ascoltiamo questo famoso componimento sulla triste vicenda dei due martiri, che è originariamente la colonna sonora del film. Le parole sono di Joan Baez, la musica è di Ennio Morricone. Nella seconda parte della ballata Joan Baez si è ispirata alla lettera dal carcere scritta da Vanzetti al padre; la terza parte è ispirata alla lettera di Sacco al figlio Dante.

    Ma c’è un precedente: la stessa lettera di Sacco era già era stata messa in musica da Pete Seeger nel 1951: quando ascolto queste parole messe in musica da Pete Seeger (uno dei due papà di Bob Dylan, l’altro è Woody Guthrie) mi commuovo, proprio io che detesto il sentimentalismo. Una debolezza.

    I titoli di coda del film (quello dal quale è tratto il primo video; film che, per la cronaca, si trova tutt’intero su You tube, sempre che il gatto padano doc non si attivi malignamente per farlo levare) sono accompagnati dalla celebre canzone Here’s to you, Nicola and Bart. Anche qui Joan Baez si è ispirata alle parole dei due anarchici durante il processo.

    Ascoltando la ballata, sentiamo parole idealmente riconducibili al nostro sdegno, al nostro disprezzo per la politichetta curnense. Percepiamo l’amore per il popolo, invece che per la propria carriera, e la condanna per l’indifferenza etica («The crime is loving the forsaken, only silence is shame»). Ferma è la condanna contro l’uso violento della cacata legge («Against us is the law with its immensity of strength and power. Against us is the law!»). Bellissima anche la chiusa, dove si denuncia l’inanità degli sforzi di far carriera costi quel che costi, magari vendendo la propria madre a un nano, quando invece dovremmo essere consapevoli del fatto che siamo “figli della vita” e che la morte è poca cosa («And I sense when I look at the stars, that we are children of life, death is small».

    Merda all’aziendalismo! Merda al carrierismo! Merda al politicamente corretto! Queste brutte cose vogliono farci dimenticare la bellezza del progresso e della civiltà (che sono universali, e non identitarie). Lorsignori ci dàno la supercazzola per farci dimenticare che la libertà è necessaria all’uomo quanto l’aria e l’acqua, e che senza giustizia vengono meno le stesse basi materiali del progresso.
    Altro che carriere, complotti, conigli mediatici, passerelle con i Vip!
    Merda a voi, doppia merda, (merda)exp∞ ! (vuol dire: merda elevata a potenza infinita).

    P.S. – Anche Joan Baez è meticcia: per metà di origine scozzese, per l’altra metà di origine messicana. Niente zucche di Halloween.

    • Andrea permalink

      Ricordate cosa sosteneva De André? “L’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!”

  34. Renzo Bossi animalista

    Segnalo, senza commentare, questto vecchio articolo (2011):
    Vivisezione, Renzo Bossi in prima linea

    Questo però, almeno questo, lasciatemelo dire: non tutti gli animalisti sono propriamente dei santi.

  35. Doctor vivisex permalink

    E’ vero.
    C’è chi si sente più animale di altri.

    • Diritti degli animali (sic!)
      Gli animali dei circhi nel contesto giuridico curnense

      A Curno Cavagna il giovane si dice contrario ai circhi. Neanche a me i circhi piacciono, non mi piacevano neanche da bambino. Mi garbavano soltanto le signorine in calzamaglia e tutù; un giorno feci questa confidenza a un cugino di mio padre: «Ma perché nei circhi le ragazze sono così belle?». La voce circolò tra “i grandi”, mi fecero una testa così su questa piacevolezza delle ragazze circensi. I pagliacci, poi, non sono mica come ce li fa vedere Fellini, possono anche essere pallosi. I trapezisti erano troppo scenosi, già allora, per i miei gusti. Gli animali dietro le sbarre non mi piacevano, le tigri e i leoni erano smorti, indolenti. Facevano ben meschina figura, quanto a vivacità, a confronto con il gattino che nutrivo di nascosto, con la complicità della donna di servizio, in una rimessa un po’ discosta, dove non entrava mai nessuno: mia madre non voleva gatti in casa. Con il senno del poi posso dire che quei leoni e quelle tigri, così goffi, erano manifestamente drogati, Gli elefanti cacavano e pisciavano dappertutto, inseguiti da raccoglitori di merda in divisa, con il secchiello porta-merda. E, anche se non cacavano, gli animali puzzavano, quale più, quale meno. I cammelli in particolare, che per giunta avevano un aspetto molto stupido: roba da prenderli a schiaffi.
      Però il fatto che a me non piacciano i circhi non autorizza nessuno a mettermi sullo stesso piano di Cavagna il Giovane. Ohibò, c’è una bella differenza: politica, culturale e riguardo al progetto di vita.
      So che anche la consigliera Rizzo è contraria ai circhi e che su questo particolare argomento si trova in dissenso con la dott.ssa Serra, tant’è che si è astenuta quando è stato messo ai voti un regolamento sull’accoglienza di animali nel paese bello da vivere (così mi pare, se sono stato poco preciso coreggetemi) da lei stessa elaborato. Mi domando se la Rizzo abbia espresso la sua obiezione di coscienza all’ultimo momento, o se il dissenso fosse stato manifestato precedentemente, e in Giunta, riguardo a quel passaggio controverso. In ogni caso, credo che a norma di cacata carta il comportamento della consigliera Rizzo sia corretto, perciò mi auguro che non ci siano rappresaglie, o gherminelle per sopire e troncare, troncare e sopire.

  36. Dedicato agli utenti dei “social”, cioè dei social media, cioè dei mezzi di “condivisione” [*] in rete

    Di solito non copio & incollo dai profili prosopobiblici, non “condivido”. Troppo facile, e anche un po’ truffaldino, perché sotto sotto c’è un tentativo di passare per co-autore della vignetta, della fotografia, del proclama. Per dirla con due parole: è pedrettesco. Faccio un’eccezione per queste due vignette che ho trovato su un profilo prosopobiblico — Insegnare la grammatica italiana a chi crea gruppi — dove si tratta allegramente di questioni di lingua italiana e si compie una generosa quanto inutile battaglia contro il linguaggio coglion-aziendale.

    Meglio, però il sito Scripta volant al quale abbiamo accennato in una pagina precedente, dove si faceva parola del numero straordinario di “piuttosto che” infilati dalla dott.ssa Gamba, a sproposito, nel corso di diversi interventi, tutti nello stesso giorno, durante una seduta del Consiglio comunale. Si veda Dedicato alla dott.ssa Gamba.

    Conclusione, al solito: merda all’aziendalismo!

    ——————————————–
    [*] Se tu dici “condivisione” a Curno, sentirai levarsi un brusio: “squit! squit! squit!”. Sono gli aziendalsimilprogressisti che esprimono la loro approvazione e la loro gioia.

  37. Tutelare la pace con la guerra, o con le manovre di guerra, è davvero politicamente scorretto?

    Questa mattina ho acceso il televisore per ascoltare la lettura dei giornali a Radiotre. Attenzione, questo non è un lapsus calami: è proprio vero, si può ascoltare Radiotre, senza video evidentemente, sintonizzandosi sul canale 906 del digitale terrestre. Poiché al momento in cui avevo spento televisore, ieri sera, ero sintonizzato sul programma La 7, ho visto scorrere sul video le immagini del telegiornale La 7: parlava un giovanotto su sfondo di bandiere leghiste. Però, stranamente, quel giovane aveva un aspetto a modo e, ancora più stranamente, parlava un italiano corretto, senza idiotismi regionali (non pensate male, “idiotismo” non è quello che parrebbe a prima vista), senza i bofonchiamenti e i borborigmi caratteristici, per esempio, di certi geni della politichetta curnense. Invece di aizzare la plebe, invece di farsi pusher di paura e odio, alla maniera abituale di Salvini e dei suoi epigoni territoriali, affermava che non sarebbe peregrino prendere in considerazione l’ipotesi di un intervento bellico europeo nelle zone dove impazzano le cause che trasformano gli uomini pacificamente residenti in profughi. Non ha detto esattamente così, ma il concetto era questo, quello stesso che abbiamo enunciato in altre pagine di Nusquamia: combattere la malattia abbattendone le cause.
    Ora, noi non ci facciamo illusioni, a differenza – forse – di quel giovanotto dall’aspetto, una volta tanto, per bene. Salvini è un individuo pericoloso, e noi abbiamo il dovere di dire quel che abbiamo capito delle cose, quando le abbiamo capite, prima che sia troppo tardi, prima che le capiscano anche gli stupidi: i quali non è vero che non capiscono mai niente. Il fatto è che capiscono le cose troppo tardi. D’altra parte, è troppo facile per la Lega nord dire ogni tanto qualcosa di ragionevole, dopo aver intascato lo spregevole lucro elettorale di chi fa leva sugli istinti bestiali dell’uomo, spacciando senza ritegno paura e odio.
    Dunque, indipendentemente dalla Lega nord, e prima della Lega nord, e in ogni caso senza bofonchiamenti e senza seminare paura e odio, noi sosteniamo che bisogna abbattere le cause dell’esodo e comportarci da umani nei confronti dei profughi. Riguardo al secondo punto, è quello che ha capito quella furbacchiona della Merkel, la quale, mostrando un volto umano nei confronti dei profughi, ha rovesciato l’immagine di una rinascente Germania simil-hitleriana, o comunque disumana, nei confronti della Grecia.
    In ogni caso, proviamo a ragionare, con buona pace di chi semina odio o di chi crede di contrastare l’odio con i pensierini della convivialità delle differenze (e così facendo, concima il terreno della Lega nord). Dobbiamo ragionare, senza aver timore di essere politicamente scorretti. Lo so, appena qualcuna delle sentinelle del politicamente corretto capisce che il tuo discorso va a parare sul “politicamente scorretto”, ti interrompe o, in alternativa, ti vomita addosso le accuse più infamanti. Ma la prima regola per ragionare bene è quella di non aver paura di ragionare. La seconda è quella di non essere paraculi.
    Anche in colloqui privati, ragionando dei profughi (cosiddetti, alquanto maldestramente “migranti”) mi è capitato che qualcuno sostenesse che sarei un propugnatore della guerra, poco meno che un guerrafondaio. Invece no, mi limito a sostenere che, se siamo coinvolti in una guerra, bisogna combattere. Sostengo anche che la guerra va di pari passo con la diplomazia, e che la guerra, o la minaccia della guerra, può far molto per la diplomazia.
    Rispondendo il 15 giugno a un similgatto padano impancatosi a esegeta di Giuliano Ferrara, scrivevo:

    Ma il senso dell’articolo di Ferrara è il contrario di quel che gli attribuisce. Ferrara afferma che, facendo così come facciamo (come fa Renzi), i problemi non si risolvono. La soluzione sarebbe quella “imperialista”, ma non ne siamo capaci, né in Italia (figuriamoci!), né in Europa. Il nostro atteggiamento è simile a quello di Chamberlain, a petto della furia nazista (poiché molti sono stupidi di natura, altri, i contadinamente “astuti”, fanno finta di esserlo, preciso: i nazisti in questa analogia non sono i profughi, ma chi li mette in fuga). Però dopo Chamberlain venne Churchill. Ad averne!

    Insomma, l’Europa dovrebbe evitare di fare la fine che avrebbe fatto l’Inghilterra, se Churchill non avesse preso le redini del potere, dopo l’imbelle Chamberlain. Ma l’Europa deve ancora trovare ilsuo Churchill. Ho riassunto il punto di vista di Nusquamia sulla questione dei profughi, laico e spregiatore del fondamentalismo dei leghisti salvineschi, noti pusher di paura e di odio nell’articolo Fermare la guerra: se necessario con la minaccia della guerra, o con la guerra stessa. Rimando a questo articolo perché a nessuno venga la tentazione di fraintendere il nostro punto di vista, fra gli aziendalsimilprogressisti come tra i reggicoda di Salvini.
    Ma noi, si sa, siamo politicamente scorretti. Ecco però che sul Corriere della Sera di oggi, 14 settembre 2015, è dato leggere un articolo (Rimettere i piedi per terra) a firma di Panebianco che, pur scrivendo in un contesto politicamente corretto, afferma:

    Più il tempo passa senza che gli occidentali siano capaci di scuotersi e di dotarsi di una strategia plausibile, più il loro spazio di manovra andrà a ridursi. Proprio in un’area così vitale per la sicurezza europea. […] Gli europei (con la parziale eccezione di francesi e inglesi) sembrano ormai largamente inconsapevoli del fatto che la pace, per durare, debba essere tutelata dalla forza e dalla volontà di usarla contro le minacce.

    Certo, Panebianco è stato costretto a scrivere quel che abbiamo enucleato annegandolo in un contesto di considerazioni che allontanassero il pericolo di essere sbranato dalle sentinelle del politicamente corretto. Ha scritto che la pace dovrebbe essere tutelata dalla “forza”, ha evitato di nominare la guerra, nella speranza (a nostro avviso vana) di farla franca, di non allarmare i pasdaran del politicamnte corretto, che in questi giorni di pioggia sono stati costretti ad abbandonare i loro adorati sandali francescani. Ma intanto ha scritto quel che ha scritto. Ed è un bel passo avanti. Perché un conto è se certe ipotesi sgangherate sono buttate giù – tra l’altro, tardivamente – tra un bofonchiamento e l’altro in ambienti squalificati e irresponsabili, mescolate a grida fondamentaliste di incitamento alla paura e all’odio. Altro è se certe ipotesi ragionate si fanno strada in ambienti qualificati, se non altro nel senso che tali ambienti “possono”, nel senso che hanno possanza.

    P.S. – Noi abbiamo detto il nostro punto di vista. Si può sapere quale sia il punto di vista del Pd? Ma — per favore! — evitino di indire la solita conferenza, o assemblea, o convènscion, cammellata. Invitare ancora una volta, tanto per cambiare, l’on. Misiani sarebbe soltanto un’iniziativa culilinctoria nei confronti di Misiani, intesa a favorire la carriera di Max Conti: un’ennesima supercazzola all’indirizzo dei cittadini, che però hanno ormai mangiato la foglia. No: venga Max Conti in persona, senza secondi fini, in particolare senza pretendere di incollare marchette sull’albo della raccolta Cirio-Pd. Dica ai cittadini quale sia il punto di vista del partito, visto che quello è un partito. Ci dica questo benedetto punto di vista, per quanto mutevole: quello di oggi, quello di ieri e quello di domani. Non abbia paura di confrontarsi con i suoi elettori. E, dato che c’è, ci dica — ai cammellati come ai non-cammellati — quale scenario politico il Pd curnense vede per il paese non-brutto da vivere (“bello da vivere” è manifestamente un’esagerazione).

    • Un paese “diversamente bello” da vivere

      Avevo proposto nell’articoletto precedente che Curno, non potendosi chiamare “paese bello da vivere” potesse dirsi “non-brutto da vivere”. Oddio, a rigore, in logica “non-brutto” sarebbe come dire “bello”. Ma è anche vero che nel linguaggio parlato qualcosa che non è brutto non è detto che sia bello, anzi è più vicino al brutto che al bello, pur non essendo del tutto brutto.
      Però, com’è noto, nell’isola felice di Nusquamia abbiamo in dispetto l’ambiguità, che è l’anticamera del cazzeggio. Ho avuto allora un’ispirazione, che fra l’altro ha il merito di dare la baia al linguaggio politicamente corretto (come sordo >> non udente; stitico >> non cacante; zoppo >> diversamente ambulante ecc.): e se dicessimo che Curno è un paese diversamente bello da vivere?
      I leghisti volevano che i cartelli stradali di Curno portassero la doppia indicazione Curno / Cüren.
      Io proporrei:
      Curno / Borgo diversamente bello da vivere
      Veda Gandolfi se è il caso di presentare una mozione in Consiglio, a fini istituzionali (ah, l’istituzionalità: squit! squit! squit!).

  38. Sinistra permalink

    Mah, viste le delibere pro carriera della Serra e della Bellezza su temi di gender, a me Curno sembra un paese bell’ano da vivere.
    [Cioè, sarebbe come dire “bellino da vivere”, dove “bellino” diventa “bellano”, per il fenomeno di apofonia vocalica, che non sto qui a spiegare. Il gatto padano doc, del resto, sa tutto di questo fenomeno, come pure di amplificatori valvolari e di coccodrilli. Bellano è anche il paese del lago di Como, ramo di Lecco, dove sono ambientati i romanzi di Andrea Vitali. N.d.Ar.]

    Lo dico con simpatia nei confronti di tutti, normoscopanti e non, e soprattutto con rispetto nei confronti dei gay, bisex ecc., ma con diprezzo nei confronti dell’attitudine serrana di usare i gay, bisex e via dicendo a fini di carriera nel partito [e negli ambienti che contano, aggiungerei; sempre più spesso infatti i partiti, in particolre il Pd, risultano controllati da cordate di potere, formate da schiere esclusive (in linguaggio coglione: ‘exclusive’, come exclusive class) di persone che si conoscono e si frequentano, trascorrono le vacanze insieme, si ritrovano nelle processioni e nelle fiaccolate, che sono una sorta di vacanza ecc.: insomma, gente che “condivide”. N.d.Ar]

  39. Orrore! Luxuria e l’“economista” prezzemolino Claudio Borghi insieme. Per fortuna non si vede Chicco Testa

    E per fortuna che qui non si vede Chicco Testa, perché c’era anche lui, il Testa di Chicco (come diceva Sgarbi), bergamasco belloccio a forte vocazione presidenziale: presiede un po’ tutto quel che si può presiedere, ad alto e altissimo livello. È stato presidente dell’Enel, ed è strenuo fautore del nucleare: fin qui non ci sarebbe niente di male, dal mio punto di vista. Peccato che Chicco Testa abbia cominciato la sua luminosa carriera come piùccheantinuclearista. Era contro il nucleare, contro le centrali a carbone, contro le centrali a ciclo policombustibile ecc.
    Gli ambiziosetti di Curno però non si facciano illusioni: Chicco Testa parte con il piede giusto, nasce in “ottima” famiglia cattolica, studia dai salesiani di Treviglio, fa l’extraparlamentare con i fighetta. Loro, invece, gli ambiziosetti, non sono bellocci come Chicco Testa (che ha posato anche per i fotoromanzi, facendo incazzare Pajetta), non hanno fatto gli studi che ha fatto Chico Testa, non hanno frequentato il bel mondo, fin da bambini, come Chicco Testa. Se anche un ambiziosetto curnense un giorno coronasse il sogno di essere invitato a cena dalla Parodi e dal marito della moglie di Gori, sappia che il suo ruolo è analogo a quello dei vecchi dell’ospizio, al quale il cardinale Ravasi potrebbe anche lavare i piedi, ma un giorno soltanto. Poi si torna nei ranghi.
    Si veda Chicco “Testa calda” , da freak a boiardo di Stato.

  40. Pompini tristi nel paese diversamente bello da vivere


    “Fotografia della schermata” di una pagina del diario prosopobiblico del Pedretti. Si veda in fondo all’articolo, qui sotto, la trascrizione dei messaggi scambiati tra il Pedretti e il Max Conti.

    La notizia sarebbe che mercoledì 9 settembre 2015 i carabinieri di Curno hanno effettuato il sequestro preventivo (articolo 321 di procedura penale) di un “Centro del benessere” sito a Curno a 200 m dal Municipio. Il sequestro è stato ordinato dalla magistratura, in relazione al reato di sfruttamento della prostituzione. Pare che i massaggi del centro del benessere, definiti «rilassanti con tecniche orientali» rilasciassero la tensione erotica degli avventori, sollecitati da bocche servizievoli.
    I carabinieri – apprendiamo da una prestigiosa testata orobica – sarebbero intervenuti a seguito di segnalazioni dei residenti, avendo messo in atto opportuni «servizi di osservazione».
    Osservando, i carabinieri hanno fatto il loro dovere, in relazione a una precisa ipotesi di reato, come pure il magistrato che «ha conseguentemente disposto il sequestro dell’esercizio».
    Va bene: se quel centro di massaggi era una “Casa del pene sorgente” [*], vorrà dire che i pompini tristi non si faranno più lì, ma si faranno da qualche altra parte.
    Ma perché “pompini tristi”? Ma sì, perché è triste questa sceneggiata del “massaggio” salutistico e – perché no? – “biologico”. Perché è triste Curno (in generale), perché è triste l’estetica kitsch che caratterizza l’ambiente.
    Come se non bastasse, è triste il modo con cui l’argomento viene affrontato dai due grandi amiconi, da Roberto Pedretti e da Massimo conti. Come i lettori abituali di Nusquamia ben sanno, sono gli artefici del complotto serrapedrettista che misteriosamente (ma mica tanto, per chi sappia ragionare) disarcionò Gandolfi 40 giorni prima della fine del mandato.
    Il Pedretti fa il moralista: si aggrappa alla notizia per insinuare che Curno non sarebbe un paese bello da vivere, visto che vi si praticano pompini cinesi. Come se non esistessero argomenti migliori! Massimo Conti, pr gli amici Max, risponde affermando che però Curno potrebbe ben essere un paese bello da vivere, visto che i «valorosi carabinieri» (slurp! e i “nostri marò”, dove li mettiamo?), hanno posto sotto sequestro la Casa del pene sorgente.
    È tutto questo quel che un noto aziendalista ha da dire? Io al posto suo avrei colto l’occasione per fare un confronto tra i pompini tristi e sottoproletari del centro di massaggi curnense con i pompini manageriali gestiti da certe società di pubbliche relazioni.
    Con questo non dico che si debbano fare indagini a tappeto sulle società di pubbliche relazioni che talora – ma non sempre, e non esclusivamente – favoriscono la dinamica degli affari ricorrendo a signorine di bell’aspetto, spesso anche laureate, che con la bocca possano fare il piacere del monager. In latino si dice proprio così: ore morem alci (=alicui) gerere, o anche ore alci morigerari.
    Non sono un moralista, ma non sono nemmeno uno stupido. Altro che mistica manageriale: come si dice in economia, il pompino “fa aggio” sul grafico Excel proiettato con slàid di PowerPoint.

    Ecco la trascrizione del dialogo intercorso tra il Pedretti e Max Conti:

    Roberto Pedretti – Ops… CURNO bella da vivere! Per le puttane cinesi…

    Massimo Conti – C’è scritto che è stato chiuso, non aperto…anche a Treviolo ne hanno chiuso uno..sempre ad opera dei Valorosi carabinieri di Curno.. tipo 3 mesi fa circa

    Roberto Pedretti – Beh… Non è aperto da ieri…

    Tristi pompini, nella Casa del pene sorgente, e tristi commenti dei due Dioscuri! (= Pedretti e Max Conti).

    ——————————–
    [*] Dico così per analogia con The House of the rising sun, cioè, “La casa del sole sorgente”: era il nome di un bordello di New Orleans. È anche una canzone risalente all’800, pare: una prostituta prende il treno per far ritorno a quel suo carcere e scongiura chi la sta a sentire di parlare con la sorellina, perché le dicano di non fare quel che lei ha fatto, e che torna a fare:

    There is a house down in New Orleans they call the rising sun
    And it’s been the ruin of many a poor girl and me, oh God, I’m one.
    […]
    Oh tell my baby sister not to do what I have done
    But shun that house in New Orleans they call the rising sun.

    Ascoltiamo questa canzone nell’interpretazione di Joan Baez, della quale in questa pagina abbiamo sentito la ballata per Sacco e Vanzetti:

    (Avevamo già presentato questa canzone in una precedente pagina di Nusquamia, in tutt’altro contesto.)

    • Dona dona: un inno alla libertà

      Questa è la versione inglese di una canzone yiddish, cantata ancora dalla brava Joan Baez, della quale abbiamo presentato in questa pagina l’esecuzione della Ballata di Sacco e Vanzetti e della Casa del sole nascente (The house of the rising sun).
      Si dice che la versione inglese è fedele all’originale yiddish.
      Nella canzone si parla di un vitello che è portato al macello, sopra di lui volteggiano le rondini, libere nell’aria senza confini. Il contadino che lo porta al macello osserva che in realtà il vitello non è solo un vitello, anche lui ha le ali, come le rondini. La canzone si conclude con questa morale: i vitelli sono legati e macellati, e non sapranno mai perché. Ma chi avrà fatto tesoro della libertà imparerà a volare come le rondini.
      Ebbene, il vitello rappresenta il corpo, la rondine è l’anima: o, l’animo, se ci atteniamo alla distinzione che Lucrezio fa tra anima e animo.
      Ecco le parole della versione inglese cantata da Joan Baez:

      On a waggon bound for market
      there`s a calf with a mournful eye.
      High above him there`s a swallow,
      winging swiftly through the sky.

      How the winds are laughing,
      they laugh with all their might.
      Laugh and laugh the whole day through,
      and half the summer`s night.

      Dona dona ecc.

      “Stop complaining!“ said the farmer,
      Who told you a calf to be ?
      Why don`t you have wings to fly with,
      like the swallow so proud and free?“

      Calves are easily bound and slaughtered,
      never knowing the reason why.
      But who ever treasures freedom,
      like the swallow has learned to fly.

      • Attenzione: il titolo della canzone dovrebbe essere “Dona dona”, che è una pronuncia approssimativa di “Dana dana”, nell’originale yiddish.
        Ma che cosa significa “Dana dana”? Beh, la cosa si fa complicata, perché non è nemmeno yiddish. Bisogno allora pensare alle culture attraversate dagli ebrei, a seguito della loro diaspora (che significa “dispersione”) in Europa e in Asia. L’autore è di nascita russa, ma visse in Polonia, e in polacco “dana dana” suona più o meno come da noi “la la la la”. Però in turco “dona” è la vacca, che potrebbe essere la madre del vitello. La prima spiegazione mi pare più plausibile.
        Per chi voglia saperne di più: Dana Dana / Dona Dona.
        Speriamo che la dott.ssa Serra non ce ne voglia se abbiamo pubblicato questa canzone, che potrebbe dispiacere alla sua amica Vera Baboun. Ho l’impressione che Vera Baboun sia determinata e cattiva.

  41. Panka Rock permalink

    Ciao Ragazzi…
    Vi sono mancato?

    Non credo, comunque ekkomi qui.

    [Similgatto padano. N.d.Ar.]

  42. Eccolo permalink

    Perbacco, non vedo più Orbo. Perché? In compenso è tornato il fac simile. Devo ammettere che un pizzico di nostalgia nei confronti dell’assente Panka l’ho provata. speriamo non sia avaro di interventi, sono sempre attento ai buoni interventi di cotanta scenza.

    • Un’apparizione “a gatto selvaggio” del gatto padano

      Mi è stato riferito di una fugace apparizione su Nusquamia di Orbo & Sordo, poi però sparito, anche se non di sua volontà. È stato scacciato a colpi di scopa.
      Com’è noto, Orbo & Sordo è il gatto padano doc, espulso da Nusquamia per manifesta indegnità. Ciò non impedisce tuttavia che egli continui a indirizzare messaggi e reprimende a Nusquamia. Non gl’importa che quei suoi commenti siano pubblicati, gl’interessa esercitarsi per dimostrare poi a qualche sprovveduto che lui avrebbe i numeri per giocare un ruolo di anti-Aristide, riuscendo dove il povero Quantile fallì miseramente.
      I messaggi del gatto sono solitamente cestinati, senza indugio e senza pietà. Oggi invece, o ieri sera, è successo che un suo messaggio apparisse sul diario: con il topo (mouse) del computer devo aver fatto clic su una casella sbagliata. Quando poi sono tornato al pannello di controllo di Nusquamia, trovandomi tra i piedi ancora il messaggio del gatto, l’ho cestinato. Così si spiega l’apparizione e la repentina evanescenza del gatto.
      Il messaggio del gatto faceva riferimento al pellegrinaggio compiuto da Gandolfi e Aristide a Bettola, il paese del gentiluomo piacentino: secondo il gatto tale omaggio reso al gentiluomo sarebbe stato all’origine dei rovesci che si sono abbattuti non solo su quel paese bello e generoso (l’on. Bersani voglia accogliere i sensi del nostro sincero rammarico), ma un po’ dappertutto in Italia: in Lombardia, in Emilia, in Toscana, in Liguria ecc.
      Credo che, collezionando i pezzulli che ci ha inviato, ma che non sono stati pubblicati, il gatto abbia materiale sufficiente per mettere insieme il numero zero di un miserevole organo antigandulfiano. Credo anche che l’abbia già proposto alla dott.ssa Serra, dalla quale ambisce di essere frustato, ma che costei, seppure tentata dall’offerta, l’abbia poi saggiamente declinata. Dopo aver associato il proprio nome a quello del Pedretti, avvinghiarlo a quello del gatto padano sarebbe stato per la Serra uno scivolone sul piano del gusto e un gesto manifesto d’insipienza politica.
      Il gatto potrebbe allora ripiegare sul Pedretti, o sugli attori del territorio. Quanto al Pedretti, desideroso di tornare a contare qualcosa, almeno a Curno, credo che lui stesso, il gatto, si renda conto del rischio di questo apparentamento, quando fosse palese. Meglio dunque continuare come ha sempre fatto, offrendogli consulenze occasionali e segrete.
      Invece il colpo grosso per il gatto padano sarebbe piazzare la propria merce presso gli attori del territorio. I quali lo conoscono poco e potrebbero non sapere che il gatto è stato da noi notomizzato, classificato e modellizzato con le tecniche dell’analisi motivazionale. Dunque, sempre che il gatto riesca a mettere nel sacco gli attori, gli conviene realizzare il più possibile — in marchi tedeschi contanti — e subito tutto quel che può racimolare. Quindi la cosa più saggia per lui sarebbe fuggire da qualche parte remota, portando nelle valigie, opportunamente arrotolati, i suoi coccodrilli addomestiati.

      • La navicella di Nusquamia procede senza diversioni nella rotta di navigazione

        Il gatto padano non ha gradito quanto abbiamo scritto ieri notte (cfr. supra). Non gradisce in generale, “a prescindere”, per così dire, e come piaceva dire a Totò. Ma in particolare, immagino, non gli piace il fatto di essere conosciuto per quello che è. Ci terrebbe a essere conosciuto per quello che vorrebbe essere.
        Abbiamo ricevuto un suo nuovo messaggio, che ovviamente non pubblichiamo. Esordisce con queste parole: «Bravi. Altra pubblicità». Pubblicità per il gatto, ovviamente. Quindi, tre righe dopo: «Mi fa piacere sapere che mi vedete come avversario (politico)». No: non come avversario politico, ma come avversario e basta. Per giunta, un avversario sgradito. Ci piacerebbe avere avversari intelligenti e leali; nel corso della navigazione, invece, abbiamo perlopiù incontrato avversari rozzi, ignoranti, ottusi e sleali.
        Il gatto prosegue nel messaggio con alcune insinuazioni riguardo all’esercizio commerciale di via Buelli, analoghe a quelle che avevano eccitato l’attività inquisitrice di Cavagna il Giovane; per giunta pretenderebbe che al riguardo si aprisse un dibattito su Nusquamia. Conclude infatti con questa oscena proposta: «Ne parliamo su Nusquamia, o censura anche lì?».
        Certo che censuro: Nusquamia nasce per contrastare il gioco sleale dei signori della politichetta e gli argomenti da trattare li scegliamo noi. Non ci facciamo dettare l’ordine del giorno, non accettiamo arrembaggi intesi a dirottare la navicella di Nusquamia, non accettiamo “buoni consigli” che farebbero il gioco di terze parti con le quali non abbiamo niente che fare e soprattutto non vogliamo avere che fare.
        Figurati se accettiamo di buttare tutto in caciara. Cari avversari vicini e lontani, avete provato mille volte, non ci siete riusciti e non ci riuscirete: vi abbiamo contrastato con le buone, da principio; se necessario, anche con le cattive. Ma è una cattiveria relativa: mica scriviamo lettere anonime, noi. Ci limitiamo a censurarvi, perché non tolleriamo che lordiate i bei giardini dell’isola felice di Nusquamia.
        Se invece qualcuno si dice in disaccordo e lealmente mette sul tavolo le ragioni del disaccordo, senza menare il can per l’aia, senza cazzeggio, senza allusioni oracolari, senza lavorare per i servizi più o meno segreti di qualche cellula di potere, siamo pronti al dialogo, da non intendersi come dialogo giovanneo, ma come diverbium: questo è il “calco” latino della parola greca “dialogos” (gr. διάλογος, che traslitterato in lat. fa dialŏgus, da cui l’it. “dialogo”). Ma il gatto padano non ne è capace, quand’anche volesse, per via della stortura mentale congenita.
        Questa è anche la differenza tra il gatto padano e il similgatto. Io credo che fra i due non corra ottimo sangue, ma mi son fatto persuaso (come dice Montalbano) che i due di tanto in tanto si sentano. E qui mi fermo nelle mie congetture, nel senso che le tengo per me. Però il similgatto, pur propenso al cazzeggio, anche lui, non è manifestamente un falsificatore e ha un minimo di ritegno. Per questa ragione credo di non averlo censurato o, se l’ho fatto, l’ho fatto raramente (non ricordo, dico la verità). Ripeto: qui non si accetta la lordura.
        Conclusione: continueremo a esercitare una salutare opera di discredito nei confronti della politichetta portando nuovi argomenti di disprezzo per gli alfieri della politica politicante e corroborando quelli antichi.

  43. L’Is è in guerra con l’Occidente. Ma l’Occidente è in guerra con l’Is?

    Non tutti in Occidente sono in guerra con lo Stato islamico (IS, cioè Islamic State, il cui capo ha proclamato la nascita di un califfato nei territori controllati in Irak e Siria). Alcuni sì, per esempio l’Australia e, prossimamente, la Francia.
    I primi bombardamenti australiani hanno colpito depositi di carburante e mezzi blindati dei jihadisti. La Francia ha annunciato di essere sul piede di guerra: effettuerà i suoi primi bombardamenti contro lo Stato islamico in Siria nelle prossime settimane. Si veda sul Foglio: Anche l’Australia bombarda lo Stato islamico in Siria.
    Intanto pare che i vertici militari dello Us Central Command abbiano falsificato le notizie sull’andamento delle operazioni, al fine di «mostrare ai vertici dello Stato un quadro più roseo, più positivo della lotta ai militanti dello Stato islamico». Si veda sulla Repubblica l’articolo: USA, i militari hanno fornito informazioni manipolate sulla guerra all’Is. A questo punto si pone la domanda: perché hanno falsificato? La risposta maliziosa è: per fare un favore a Obama, premio Nobel per la pace. Cioè, perché il premio Nobel per la pace non concludesse il proprio mandato dissotterrando l’ascia di guerra.

  44. Ma è lui o non è lui il candidato sindaco della destra curnense? Quale destra?

    Questa è l’immagine di copertina (credo che si dica così) del libro delle facce (o prosopobiblio o anche Facebook) di Marcobelotti.
    Qualche parola di spiegazione riguardo alla stampigliatura sovrapposta alla foto di sfondo, accanto alla fotografia di Marcobelotti:
    • la denominazione “Colgate” si deve alla circostanza che per un certo tempo scrivemmo su Nusquamia “Marco «Colgate» Belotti”, in virtù del fatto che la moglie di Marcobelotti è stata infermiera nello studio dentistico di Roberto Calderoli e che verisimilmente Roberto Calderoli abbia avuto un qualche peso nella designazione di Marcobelotti alla guida della sezione di Curno, un tempo leghista, oggi fascioleghista;
    • la denominazione “Tayllerand curnense” è anche questa di conio nusquamico: spesse volte, accennando ai capoccia della politichetta curnense, li avevamo chiamati, per antifrasi, come si dice, il Richelieu curnense, l’Alberoni curnense, il Talleyrand curnense
    Sono questi i nomi di tre cardinali di finissimo ingegno che ebbero un ruolo di primissimo piano nel tessere la trama della politica: Richelieu al tempi di Luigi XIII di Francia; Alberoni al servizio di Filippo V di Spagna e del papa; Talleyrand, che fu un esponenente esmplare di camaleontismo politico, al servizio prima di Luigi XVI di Francia, poi della Repubblica francese, in seguito dell’Impero napoleonico, infine si schierò nuovamente con la monarchia, sotto Luigi XVIII.

    E ora due domande:

    • Se Marcobelotti è il Talleyrand curnense, come la mettiamo con il Pedretti? Cioè, ha intenzione di subire la prevedibile iniziativa pedrettesca di ritagliarsi una nicchia di potere a Curno, iniziativa che gli farà perdere voti, oppure ha intenzione di ribellarsi, e come?

    • Premesso che Cavagna il Giovane è comunque fuori giuoco, come se la gioca invece con la fasciofemminista? Vero è che la fasciofemminista deve ancora dirci:
    a) se lei sta con Alfano, come dovrebbe, se rispettasse la linea di continuità del gruppo formigoniano rappresentato a Curno dalla famiglia del nonno imperiale;
    b) o se intende traghettarsi con la sempreggiovane Giorgiameloni;
    c) o, infine, se intende agganciarsi a un Brunetta, o a un Toti (che a dire la verità sarebbero stati prenotati da Cavagna il Giovane, che però ormai è fuori giuoco).
    Ma non trascuriamo queste due altre possibilità:
    d) potrebbe prendere la via di Roma per stringere un accordo ad altissimo livello con Alfio Marchini, che i politologi più acuti (per esempio, Pansa) indicano come un possibile salvagente per Forza Italia, se non altro perché è intelligente e non sputtanato; tra l’altro, tempo fa, abbiamo osservato, che la fasciofemminista scriveva sulla pagina Facebook (o Twitter) di Alfio Marchini, e si davano del tu.
    e) non dimentichiamo — come dimenticarlo? — che la fasciofemminista fece sapere ai giornali di voler «valutare», tra le altre, l’ipotesi di entrare nel partito passerino, quello di Corrado Passera, che porta il nome sgraziato, per non dire sciagurato, di “Italia unica”. Insomma, a meno che la fasciofemminista stia bluffando (ipotesi che non mi sento di scartare) pare che lei sia proprio una potenza. Dice. Il fatto è che, pur non provvista di seguito elettorale, la fasciofemminista potrebbe tuttavia dispiegare la potenza delle sue relazioni e far pervenire una telefonata a Marcobelotti. Quindi la domanda è: Se Marcobelotti riceve una telefonata autorevole che gli dice di farsi da parte in favore della fasciofemminista, lui che fa? Subisce e, come Garibaldi, spedisce un telegramma con su scritto “Obbedisco!”? Oppure reagisce, combatte?

    Ettorino che cosa pensa al riguardo?

  45. Isidoro permalink

    Ma come si fa ad argomentare su questioni da lei trattate su questo diario, cosa aggiungere ulteriormente di quanto già fortemente elaborato dai suoi pensieri ragionati. Apparirei banale e fotocopiatore del già e fu scritto. Non come quel tale che definito come gatto padano cerca di aprirsi un varco per poi ricambiare aprendo una voragine, a posteriori, al servizio del potente di turno.

    P.S. – Ho saputo che ieri sera s’è riunito il consiglio comunale, presso il municipio, nonché casa comunale di Curno. Non so come si siano svolte le cateratte al servizio servizievole.
    Una domanda, se mi è consentito… Ma quella dolce persona dal lungo capello, facente parte del politico corretto che ha a cuore il bene degl’italiani oltre oceano, dall’aspetto trascurato, era presente con istanze allucinate?
    [Non riesco a mettere a fuoco il personaggio. Se allude a Vito Conti, le faccio presente che era presente, ieri sera; e aveva un aspetto curato. Mai come la fasciofemminista, che era curata e tirata, anche euforica. Ma con risultati disastrosi. N.d.Ar.]

  46. viva la f... francia. permalink

    All’estimatore di coccodrilli provenzali. I francesi, che tanto ci amano, ci hanno lasciato per legato testamentario:- ol senglot-. Tradotto: “il singhiozzo”.
    Povero il nostro francese, a metà.
    [Il gatto padano (doc) è francese per metà, così ci disse. Ma non è vero, diceva così per entrare nelle grazie della Serra, che fu professoressa di francese. Parafrasando Dante: «”Ho io grazie grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”». N.d.Ar.]

    Quanta roba dovrà ingoiare ancora, con quanta vorace aspettativa? Durante l’attesa avrà ancora da singhiozzare.
    [Lei non sta parlando — immagino — del “pianto del fratellino” al quale accennava Ugo Foscolo in una lettera all’amante milanese, una delle tante, la contessa Antonietta Fagnani Arese. Non credo che il gatto padano abbia virtù foscoliane. Non credo proprio. N.d.Ar.]

  47. Isidoro permalink

    Proprio lei. la femmina fatale dal vello dorato. mi sarebbe piaciuto adorarla. E’ amabile quando si altera accesa di passione per il bene comune. Adorable quanto la sabbia nel c..o.

    • Alfio Marchini si candida come l'”anti-Matteo”. È bello, è intelligente e a Curno c’è chi ha pensato a tacchinarlo per tempo

      Un nuovo tentativo, da parte di Alfio Marchini, di entrare nel grande gioco della politica era nell’aria. Tant’è che in un precedente commento, esaminando le varie possibilità che la fasciofemminista avrebbe potuto prendere in considerazione per imporsi al cornuto popolo curnense (“cornuto” nel senso che è ritenuto popolo-bue), scrivevo:

      [La fasciofemminista] potrebbe prendere la via di Roma per stringere un accordo ad altissimo livello con Alfio Marchini, che i politologi più acuti (per esempio, Pansa) indicano come un possibile salvagente per Forza Italia, se non altro perché è intelligente e non sputtanato; tra l’altro, tempo fa, abbiamo osservato, che la fasciofemminista scriveva sulla pagina Facebook (o Twitter) di Alfio Marchini, e si davano del tu.

      Ed ecco qui sopra servita la notizia, fresca di giornata: Alfio Marchini si candida come l'”anti-Matteo”. In quel mio messaggio di avantieri (Ma è lui o non è lui il candidato sindaco della destra curnense? Quale destra? ricordavo alcuni tentativi di tacchinamento nei confronti di Alfio Marchini da parte della fasciofemminista. La quale non si offenderà se gode di questa denominazione, dal momento che non ha mai fatto mistero delle sue propensioni politiche, tant’è che l’abbiamo vista seduta a un gazebo di Casa Pound installato a Curno dove scriveva non so che cosa su un quadernetto e spadroneggiava; quanto alla seconda parte della denominazione, “femminista”, come dimenticare l’accusa che rivolse alla dott.ssa Serra, per cui se il Comune di Curno non dava la propria sponsorizzazione a una certa palestra dove si praticano arti marziali femminili, ciò ipso facto avrebbe significato una propensione della nostra sindachessa, pur neo-femminista convinta, per il feminicidio? (Mi raccomando: si scrive con una sola “m”.)
      Nel ricordare quei tentativi di tacchinamento, andavo a memoria. Ma, come ormai i nostri avversari dovrebbero aver imparato, non solo detesto i discorsi oracolari, ma non mi va a sangue nemmeno l’imprecisione. E se io stesso sono impreciso, mi sento in dovere di emendarmi e di precisare. Ecco dunque i tentativi di tacchinamento esperiti dalla fasciofemminista su Alfio Marchini, che pubblico qui di seguito senza commenti:

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      1° messaggio della fasciofemminista a Marchini, il 1° dic. 2014 (FB):

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      2° messaggio della fasciofemminista, 1 gen 2015 (Twitter)

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      3° messaggio della fasciofemminista, 18 gennaio 2015 (FB)

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      4° messaggio della Carrara (14 febbraio 2015 (Tweeter)

      ————————————————-

      • Errata corrige
        Nel messaggio precedente i lettori avranno letto, ieri, un’espressione di caratterizzazione della dott.ssa Serra che è il risultato di un errore di comprensione da parte del sistema di riconoscimento vocale da me impiegato, talvolta (dipende dal computer con il quale scrivo). Avevo dettato “neo-femminista”, ma il computer ha scritto “neuro-femminista”. Questa mattina, rileggendo il commento, mi sono accorto dell’errore e ho proveduto a scrivere, correttamente, “neo-femminista”. Così d’altra parte è solitamente designata Martha Nussbaum che, sia pure in maniera ancora non ufficiale, si è sostituita alla Santa Maria Assunta nel ruolo di patrona di Curno. Com’è noto, la grande attenzione dell’amministrazione serrana per i diritti civili e in particolare per i nuovi diritti civili (in alternativa o comunque in misura preponderante sui diritti sociali) è di impronta fondamentalmente nussbaumiana.
        Mi scuso con la dott.ssa Serra per l’errore, che non era nelle nostre intenzioni. Siamo fieri oppositori della vulgata politicamente corretta, è vero, non ci va a sangue il movimentismo di questa amministrazione al riguardo di istanze talora pretestuose, altre volte addirittura false, spesso avulse dal contesto istituzionale. Ma siamo convinti che pur nel turbine della tenzone politica — e noi crediamo nella necessità della guerra delle idee, in alternativa alla tetra condivisione — non si debba mai derogare dall’impegno di osservanza del codice d’onore, dove lealtà e decoro hanno un posto fondamentale. Disprezziamo la slealtà, disprezziamo l’astuzia contadina e levantina.
        Se siamo costretti a usare l’ironia, spesso anche il sarcasmo, egli è perché i nostri avversari — parlo, in generale, di tutto il variegato fronte antigandulfiano — si valgono dello sleale fuoco di copertura del giornalismo anglorobicosassone, di un’interpretazione puntigliosa delle cacate carte, di pratiche di pubbliche relazioni sleali, di denunce pretestuose, di lettere e volantini anonimi ecc.

  48. Stefania L permalink

    Non ho parole. Penso a tutti quei messaggini. Paiono scritti da persone instabili mentalmente. Una violenza all’intelligenza delle persone che solitamente scrivono e leggono questo diario. Ma come si fa ad essere così svergognatamente culinctori (mi scusi signor Aristide se abuso di una sua espressione, ma quando c’è da imparare, ebbene, si deve imparare) verso l’ipotetico potente di turno? Almeno lui è belloccio e a quanto pare, se dovesse rivelarsi necessario… [qui c’era un’espressione meravigliosa, ma troppo audace per noi nuquamiensi, timorati di Dio N.d.Ar.].
    Lei scrive di non aver parole per esprimere quanto si legge? ed io cosa dovrei dire allora che essendo donna mi sento spudoratamente offesa da tanta mediocrità comportamentale? Sottotitolando esprimo tanta “/(!%$£=?°ç§*^)[*]-_.;.,:>X”|\7

  49. Stefania L permalink

    E allora scrivo — in ossequio al feticcio della sobrietà — che donne del genere gatta morta e parimenti del genere tigre feroce sono state avvistate nei dintorni di Alfio Marchini. Lo molestano. Alcune per giunta gli dànno a intendere di avere armi segrete, come il colpo di glottide.
    [Mi ricorda una certa scena della Città delle donne, di Federico Fellini: N.d.Ar.]

    Donne piene di grazia (ma non nel senso dell’Ave maria) e veri e propri ciospi, ma comunque determinate, hanno questo in comune, si ritengono indispensabili. Ma non è vero. Il colpo di glottide è di tutti e di nessuno. E si può imparare, come dimostra questo video:

  50. Ma che notizia è mai questa?

    Abbiamo letto esterrefatti la “notizia” che vedete qui sopra, per la firma di Remo Traìna, noto giornalista orobico che gode della stima del Pedretti, della dott.ssa Serra e della fasciofemminista.
    La notizia è che un dipendente del Comune di Curno ha trovato una telecamera, «nascosta tra i tubi di riscaldamento» in un magazzino del Comune che funzionava come autorimessa e deposito dei materiali di ordinaria manutenzione, utilizzati dagli operai del Comune.
    Però c’è qualcosa che non torna. È vero che c’è stata una denuncia, il che prefigura un’ipotesi di reato, da dimostrare, ma davvero ogni denuncia, ancorché nel prestigioso Comune di Curno, è meritevole di due mezze colonne di giornale, in assenza di circostanze che la qualificano come obiettivamente interessante?
    L’articolo afferma che la telecamera «funzionava». Siamo sicuri? E se funzionava, come funzionava? Come fa a sapere il bravo giornalista anglorobicosassone che effettivamente «funzionava»? Perché, per esempio, potrebbe anche darsi che la telecamera funzionasse, e non funzioni più. E allora le cose cambiano. Potrebbe anche darsi che questa telecamera facesse parte di un circuito di altre telecamere, sparse nel Comune: poi la situazione potrebbe essere stata “bonificata”, ma ci si sarebbe dimenticati della telecamera nel magazzino (càpita).
    E, se la telecamera era nascosta, quanto era nascosta? Forse non era nascosta, se è stata scoperta casualmente. E se invece è stata scoperta a seguito di un’indagine, sarebbe interessante sapere perché tale indagine sia stata attivata.
    Insomma, bisognerebbe sapere se:
    • La telecamera faceva parte di un impianto fisso: in tal caso, dove portano i fili dell’impianto fisso?
    • La telecamera era autonoma, in quanto comprendeva o era collegata a una trasmittente: in tal caso, la telecamera era ancora attiva, con gli accumulatori carichi ecc.? Infatti, soltanto in questo caso potrebbe dirsi che la telecamera effettivamente «funzionava», come scrive il giornalista Traìna (che si pronuncia con l’accento sulla “i”: mi raccomando!).
    Ci sono poi nell’articolo due «sicuramente» che ci dànno da pensare:

    • la prima volta, quando leggiamo che la telecamera «sicuramente filmava quanto accadeva nel garage»; ancora, la telecamera “sicuramente” filmava ancora nel momento del ritrovamento, oppure “sicuramente” aveva filmato?
    • La seconda volta, quando il giornalista scrive che la sindachessa, interpellata, «ha confermato che la telecamera sicuramente è stata installata a protezione del patrimonio comunale».

    Ora, per come la cosa viene esposta, a me viene da dubitare, in alternativa, o del giornalista o della dott.ssa Serra:

    • La dott.ssa Serra sapeva o non sapeva della telecamera? Perché se sapeva è un conto (se sapeva lei, o l’amministrazione innome della quale prende la parola). Ma, se sapeva, è tutto regolare, fino a prova contraria. Non è mica un reato posizionare una telecamera a tutela del patrimonio del Comune. In tal caso, perché scrivere un articolo che mette in cattiva luce la sindachessa, soprattutto da parte di un Remo Traina che è sempre stato benevolo nei confronti della dott.ssa Serra? Che cosa è successo?
    • Se invece la dott.ssa Serra non sapeva, come fa ad affermare che «la telecamera sicuramente è stata installata a protezione del patrimonio comunale»?

    Francamente, conoscendo la dott.ssa Serra, e sapendo che a differenza di quasi tutti gli altri politici curnensi, non bofonchia e conosce l’italiano, propenderei per l’ipotesi che il giornalista Traina non le abbia reso un buon servigio.
    Insomma, tutta la faccenda mi puzza.
    Un’ipotesi che non mi sento di scartare – ma è soltanto un’ipotesi – è che si sia voluto fare uno sgambetto alla dott.ssa Gamba. Com’è noto, fino a non molto tempo fa la dott.ssa Gamba fu titolare della delega al personale del Comune. È anche noto che la dott.ssa Gamba rimise tale delega nelle mani del sindaco, «per ragioni personali», così disse. Il che, tradotto in termini comprensibili, significa che la dott.ssa Gamba ebbe qualche difficoltà nel relazionarsi con il personale. Ebbene, perché non dovrei prendere in considerazione l’ipotesi che la telecamera sia stata messa lì proprio perché venisse scoperta, per poi mettere la dott.ssa Gamba sul banco degli accusati, in particolare per comportamento antisindacale? Perciò è importante riuscire a capire da quanto tempo la telecamera si trovasse in quella posizione. Perché, se, per esempio, si trovasse che la carica degli accumulatori che alimentano sia la telecamera sia la trasmittente è esaurita, abbiamo un terminus ante quem (cioè, una data prima della quale) che taglia alcuni rami dell’albero logico del nostro ragionamento, e che dunque semplifica il ragionamento stesso. So che queste sono cose difficili da capire per i gatti padani, ma o si ragiona o si cazzeggia. Noi preferiamo ragionare.
    Dico tutto questo per onestà intellettuale. È noto che a noi abitanti dell’isola felice di Nusquamia dispiace – per dirla con un eufemismo – l’impostazione ideologica della dott.ssa Gamba, fortemente improntata ai disvalori dell’aziendalismo, mal mutuato dall’etica protestante del capitalismo; non ci piacciono le sue slàid ricavate dai fogli di calcolo Excel e assemblati celebrando i rituali del mongo-programma PowerPoint; abbiamo in orrore i suoi solecismi (= sgrammaticature), come quando usa a sproposito la locuzione “piuttosto che”. Ebbene, tutto ciò premesso, noi siamo persone perbene e siamo uomini d’onore. Non tolleriamo la slealtà, nemmeno quando viene usata contro i nostri avversari. Questa è una delle tante differenze tra noi e i nostri avversari.

    • Questa telecamera, invece, non era nascosta. Non era nemmeno una telecamera

      Nel corso dell’ultima riunione del Consiglio comunale la dott.ssa Serra ha fatto presente che tra gli allegati di una richiesta presentata da Cavagna il Giovane (una richiesta inoltrata via posta elettronica? O qualcosa di più? Confesso di non ricordare benissimo questo passaggio: se qualcuno è in grado di essere più preciso, gliene sarò grato) figuravano fotografie e una ripresa video girata entro il perimetro di competenza della scuola media di Curno. La richiesta di Cavagna il Giovane faceva riferimento a una normativa che stabiliva il numero massimo di persone che possono essere ospitate all’interno della palestra della scuola media. Così dice la cacata carta.
      In particolare, Cavagna il Giovane, domandava alla dott.ssa Serra se si fosse fatta parte diligente (o di farsi parte diligente) contando il numero dei celebranti che transitavano oltre i cancelli della scuola media – fedeli di religione islamica riuniti in occasione della festa del Ramadan.
      La dott.ssa Serra ha fatto presente che, nell’ottica della sicurezza di un edificio, c’è differenza tra il numero delle persone che sono entro l’edificio e il numero delle persone che sono nel perimetro delimitato dai cancelli che danno adito all’area sulla quale insiste l’edificio stesso, ma che si trovano all’esterno dell’edificio.
      Non entriamo nel merito delle cacate carte, che appassionano Cavagna il Giovane, e lasciamo che della questione si occupino gli esperti del tecno-giure. In ogni caso, a parte le cacate carte, non ci sfuggono le considerazioni di opportunità politica e pensiamo che la dott.ssa Serra abbia fatto bene a non prestarsi a innescare una spirale di odio e risentimento religioso.
      Non dimentichiamo che Cavagna il Giovane ha chiesto alla dott.ssa Serra di fare quel che aveva in mente di fare il Pedretti nell’ottobre 2009, allorché da vicesindaco, con il pretesto della sicurezza della cosiddetta moschea di Curno, che avrebbe dovuto essere verificata mediante opportuna ispezione, aveva ordinato l’interruzione della celebrazione del rito islamico del venerdì. Oltretutto, tale ispezione sarebbe stata capitanata dal responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune, che era una donna: e si sa quanto gl’islamici amino la presenza di una donna in un consesso religioso maschile. Tale ispezione che, quando fosse stata attuata, avrebbe potuto essere foriera di una vera e propria guerra di religione, fu sventata da Angelo Gandolfi, sindaco del buon governo. Ma a quel tempo la dott.ssa Serra si guardò da esprimere solidarietà nei confronti di Gandolfi.
      Sempre nel corso della seduta di Consiglio comunale u.s. (= ultimo scorso), la dott.ssa Serra ha fatto presente che il video al quale faceva riferimento Cavagna il Giovane era stato girato all’interno del perimetro scolastico, senza autorizzazione del dirigente scolastico. La dott.ssa Serra ha altresì fatto presente che esiste una denuncia al riguardo.

  51. Son soddisfazioni permalink

    Il giornalista è quel giornalista che scriveva articoli edulcorati riguardo all’amministrazione attuale? Quello delle interviste impossibili alla Carrara, impossibili perché sembrano la dettatura di un comunicato stampa? Quello che intervistava il Pedretti (o l’Invernizzi?) perché si sapesse che La Lega scopre le sue carte: «Per noi a Curno c’è Pedretti»?
    [Il collegamento ipertestuale è mio; e non dimentichiamo che dentro l’articolo c’era il favoloso redazionale, “Lo spillo” infitto nelle chiappe del sindaco del buongoverno: N.d.Ar.]

    Con questa frase:-
    • Se invece la dott.ssa Serra non sapeva, come fa ad affermare che «la telecamera sicuramente è stata installata a protezione del patrimonio comunale»?

    lei intende che la Serra stia coprendo qualcuno? o se stessa?
    [No, non mi spingerei a tanto. Dico solo che la faccenda puzza di bruciato, mi limito a rilevare le incongruenze nell’articolo, le aporie del ragionamento. Se dico “aporia”, certo la fasciofemminista mi capisce, lei che nel corso dell’ultimo Consiglio comunale affermò di essere contraria alla democrazia e chiamò a testimoniare per lei Platone e Aristotele. N.d.Ar.]

    Come può un ”comandante” non sapere quel che fanno i suoi subalterni, e se lo sapeva, non c’è appello per questo. Quando un comandante non riesca a tenere a bada i subalterni, se si è in guerra, i confini del territorio da difendere sono in forse: il pericolo è quello di trovarsi il nemico all’interno del proprio accampamento.
    Il gatto padano è servito, il simil gatto se la svigna, ma il coordinatore se la ride. Arriverà lui a sistemare le cose e traendo vantaggio dalla situazione, porterà avanti la propria candidatura come prossimo sindaco del meravioglioso paese bello da vivere.

    • Ma a Bergamo news non si fa parola della «telecamera nascosta». E adesso per qualcuno sono “mentule acri”

      Ci siamo recati al sito di Bergamo news, alla ricerca della notizia della «telecamera nascosta» presentata sull’Eco di Bergamo con il rilievo dovuto a una notitia criminis. Ma il crimen c’è, o non c’è?
      Ma se la notizia è di rilievo, com’è che su Bergamo news non se ne parla? C’è stata forse qualche telefonata all’insegna del manzoniano «sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire»?
      Ma se bisognava sopire e troncare, com’è che il buon giornalista Remo Traina ne ha parlato? Gli hanno forse teso un trappolone e lui ha scritto quel che non doveva scrivere, senza rendersi conto di quel che faceva? In tal caso, ho paura che per Remo Traina saranno “mentule acri”, nel senso che verrà a mancare il rapporto di stima che lega questo giornalista già democristiano el’Amministrazione serrana, guidata dalla dott.ssa Serra che è autorevole membro del Pd. Questo partito, com’è noto, ha una forte ascendenza democristiana, in particolare da quando se ne è insignorito Matteo Renzi, figlio del democristiano Tiziano Renzi, gran signore della Margherita, che gli ha aperto la strada nella democristianeria e nella massoneria toscana.
      Qualora il giornalista Remo Traina abbia l’impressione di essere stato giocato da qualcuno che gli ha passato la notizia per giocare un tiro birbone che gettasse discredito sull’amministrazione serrana (oltre tutto, eventualmente, ignara della telecamera, e pertanto incolpevole), ed egli intenda levarsi il sassolino dalla scarpa, si rivolga con fiducia a noi resistenti. Lo metteremo in contatto con un esponente del phrontisterion che lo aiuterà a far luce sui retroscena ed eventualmente a scrivere finalmente un bellissimo articolo d’inchiesta, alimentato dalla conoscenza di fatti vissuti in prima persona.

  52. Andrea permalink

    Buoni propositi: date uno schiaffo a chi usa impropriamente e, per così dire, sgrammaticalmente, “piuttosto che”!

    • Il “piuttosto che” della dott.ssa Gamba e l’UUTT del gatto padano

      Trattandosi della dott.ssa Gamba, considerata la dignità del suo ruolo istituzionale, ci limiteremo a un buffetto.

      Invece il gatto padano (doc) lo prendiamo a colpi di scopa, sia perché così usa fare con i gatti petulanti (con buona pace degli animalisti), sia anche perché è recidivo in tutte le riprovevoli manifestazioni del suo essere: non solo politiche ecc. ma anche grammaticali. Per esempio, insiste a usare gli acronimi e, per dire “Ufficio tecnico”, scrive – anzi, scriverebbe – UT; fin qui sarebbe soltanto un vezzo burino, da villano rifatto che vuole accreditarsi come uno che la sa lunga in fatto di mongo-tecno-burocrazia.
      Ma no! Lui non scrive UT, lui abbonda: lui scrive UUTT. Perché, secondo lui, scrivere UUTT sarebbe ancor più da mongo-tecno-burocrate, proprio come piace a lui! E invece è una cacata pazzesca, perché usa raddoppiare le iniziali di una sigla, sì, per designare il plurale. Per esempio, si scriveva FF.SS. per designare le Ferrovie dello Stato. Perché l’espressione è al plurale; se si fosse trattato della “Ferrovia dello Stato”, al singolare, si sarebbe scritto FS.
      Capito, gatto padano?

  53. Trasmettiamo un messaggio speciale:

    La fellatio gratuita, senza pattuizione di favori, applicata a un pene gioiosamente e liberamente sorgente, è cortesia fiorita. La fellatio subordinata all’ambizione politica, degradata alla funzione di ascensore sociale o politico, è un’infamia. Per chi la fa e per chi la riceve.

  54. Proposta di ascolto sull’indeterminazione femminile: un bene da tutelare

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