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Fine della c.d. leadership (cioè, della preminenza) politica di Berlusconi

24 aprile 2016

viale-del-tramonto

Vi ricordate questa foto? L’abbiamo utilizzata per illustrare l’esilio politico del Pedretti da noi preconizzato, fin dai tempi della pubblicazione della Pedretteide, quindi avveratosi. Per merito del Pedretti, s’intende, ma anche con un pizzico di merito nostro; in ogni caso, senza alcun merito di quegl’intelligentoni della similsinistra curnense i quali, se conosciamo i nostri polli, hanno buone ragioni per rammaricarsi dell’eclisse del politico territoriale, che gli faceva comodo per certe loro manovrine politiche. L’immagine della panchina nel viale del tramonto è stata utilizzata, per esempio, nell’articolo di Nusquamia Dedicato al Pedretti che sogna prestigiosi incarichi e al Max Conti che sogna di diventare Pedretti (quello che fu)

Bene, anzi ottimo. È venuto il momento di utilizzare questa “ominosa” immagine anche per il Berlusca: per il significato della parola “ominosa” i gatti padani consultino il vocabolario in rete della Treccani; e non rompetemi i cabasisi dicendomi che devo farmi capire dalla sciura Rusina, della quale non m’importa un fico secco e che anzi irrorerei volentieri di abbondante Flit, quando pretende da noi l’equivalente del panettone che le fu regalato dal Pedretti e dalla Chiara Leydi, qualche Natale fa, per ragioni di bieca propaganda politica. Tenetevela, la sciura Rusina!
Il Berlusconi, dunque, è sul viale del tramonto e, se non sta attento, le prossime elezioni comunali che si terranno a Roma il prossimo 5 giugno 2016 potrebbero essere la sua tomba, se insiste a camminare. Meglio farebbe a sedersi in panchina, eventualmente esprimere pubblicamente simpatia per Marchini, come gli suggerisce l’amico di sempre Confalonieri, almeno così non fa brutte figure, e stare a guardare. Se si appecora a Salvini e a Giorgiameloni fa una figura ben meschina: sarebbe l’epilogo più triste, altro che padre della patria, come pure sognava di essere ricordato, al tempo in cui ambiva alla presidenza della Repubblica e mostrava i filmini dei suoi exploit politici alle olgettine, convinto com’era del potere erotizzante dei filmini su quelle Taidi, [1] sensibili in realtà al solo odore del denaro. Se insiste sulla candidatura di Bertolaso, riceverà una mazzata dalla quale gli sarà difficile risollevarsi. E allora? Per quanto faccia di tutto per nascondere la sua simpatia per Matteo Renzi, il successore è proprio lui, come sappiamo tutti: il bullo fiorentino, il pentolaio che proietta le slàid della McKinsey; proprio così, il suo successore, quello che il Berlusca, nonostante l’abbrivio brianzolo, non è stato in grado di designare nella cerchia del suo partito. E allora, vada fino in fondo: faccia come Matteo Renzi che, sotto sotto, preferisce che le elezioni a Roma siano vinte da quella candidata del Movimento cinque stelle della quale ancora stentiamo a ricordare il nome. Perché lo sanno tutti che governare Roma è più difficile che governare l’Italia, e Matteo Renzi che ormai vede il suo partito fuori gioco, perlomeno a Roma, smania dalla voglia di vedere i grillini bruciarsi a Roma, per poi perdere terreno in tutta Italia.
Al tramonto di Berlusconi era dedicato, due giorni fa, l’editoriale del Tempo, quotidiano di Roma, infeudato ai tempi d’oro al salotto – trasversale e micidiale – di Maria Angiolillo, vedova potentissima del fondatore del giornale. Non mi era simpatica Maria Angiolillo, non mi è simpatico il Tempo. Ma non posso non apprezzare la lucidità dell’analisi fatta da Gian Marco Chiocci, nell’articolo che porta il titolo La festa e il funerale. Già il titolo è ben congegnato, perché fa riferimento all’ultima esternazione di Berlusconi, del 21 aprile, quando ha fatto capire che in realtà non aveva ancora deciso niente e che comunque lui per il momento non molla Bertolaso, il quale ha buon gioco a dire: «Berlusconi mi ha chiesto un sacrificio, e io rimango candidato». Sull’indecisionismo di Berlusconi si veda Berlusconi incerto su Bertolaso, Fi spaccata.  Il 21 aprile — ricordiamo — è il Natale di Roma: ecco “la festa” che compare nel titolo dell’articolo; quanto al funerale, è quello di Berlusconi, evidentemente. Scrive dunque l’editorialista del Tempo:

Per vent’anni il centrodestra è stato dipendente e schiavo del guizzo di Berlusconi e del suo magnetico carisma, ora che sia l’uno che l’altro si sono asciugati non c’è un contenitore programmatico in grado di raccogliere diverse identità. Se, come sta avvenendo, le acrimonie, i pregiudizi e le scaramucce prevalgono sull’istinto di costruire un grande progetto, allora c’è da addolorarsi. E il dolore, in questo momento, ha soprattutto il volto di Forza Italia, guidata da un leader avvitato su un immobilismo che lo fa sembrare uno spento Mr Hyde in confronto del galvanizzante decisionista che fu. Cinto da un cerchio magico che ne ha spento la verve, Berlusconi come nel brano di Lucrezio è spettatore immobile di fronte al naufragio della nave che egli stesso ha costruito. E che ora procede verso gli scogli mentre la ciurma litiga.

 L’unica obiezione che avrei da muovere all’editorialista del Tempo riguarda la pertinenza della citazione di Lucrezio: il poeta latino, infatti, non parla di uno «spettatore immobile di fronte al naufragio della nave che egli stesso ha costruito», di uno spettatore – dunque – che sarà anche contento di aver messo in salvo la vita, ma che comunque assiste al naufragio della sua nave. E che forse, se è il costruttore della nave, come è ipotizzato nell’editoriale, non ha tutte le ragioni di essere contento. Questo sarebbe precisamente il caso di Berlusconi. No: Lucrezio parla di uno spettatore che non è il proprietario della nave e che osserva di lontano non la propria rovina, ma l’altrui rovina, e si compiace per la distanza che lo separa da una simile sorte. Come scrive Remo Bodei – filosofo peraltro sopravvalutato, ma sempre meglio di Martha Nussbaum – «la serena gioia che pervade [lo spettatore del naufragio] scaturisce dal confronto fra la sicurezza della sua posizione e il pericolo e la rovina degli altri. L’immagine lucreziana non è che un’allegoria del saggio epicureo». [2] Ma ascoltiamo direttamente che cosa scrive Lucrezio nell’incipit del secondo libro del suo capolavoro, il De rerum natura, nella bella lettura di Enzo Salomone, attore colto, espressivo e non trombone: [3]

 

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[1] I gatti padani cerchino in rete notizie sulla “peccatrice” Taide; ne parla, tra gli altri, Dante: «Taïde è, la puttana che rispuose / al drudo suo quando disse “Ho io grazie / grandi appo te?”: “Anzi maravigliose!” ».

[2] R. Bodei, Distanza di sicurezza, introduzione a H. Blumenberg, Naufragio con spettatore, il Mulino, Bologna 2010, pp. 7-8.

[3] Salomone ha lavorato per il feuilleton televisivo (o “soap opera”, con riferimento alla pubblicità delle saponette, nei feuilleton americani) Un posto al sole: non so in quali episodi. In ogni caso, prima di farci idee sbagliate e sbrigative, val la pena dare un’ochiata a questi cenni alla sua biografia artistica.

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From → C.d. idealisti

50 commenti
  1. Forzitalioti curnensi cannibalizzano la Lega nord? Forse: sta a Marcobelotti inventarsi una strategia plausibile

    L’articolo qui sopra, nella sua proiezione curnense, è idealmente dedicato a Giovanni Locatelli e a Cavagna il Giovane, che saranno costretti a far scomparire il simbolo di Forza Italia dal marchio della loro futura lista civica farlocca, alla quale dovranno dare un nuovo nome, evidentemente. Certo non potrà intitolarsi a “Claudio Corti sindaco”, che proprio loro sfancularono. Visto che per anni hanno preteso di darci “buoni consigli” (l’anno scorso il buon consiglio si esprimeva con queste parole: “Gandolfi, fai un passo indietro”; non mi soffermo sui buoni consigli che arrivavano a Nusquamia, mai ascoltati e spesso rintuzzati, quando fossero stati troppo petulanti), mi permetto di darne uno io, questa volta: nel marchio della nuova lista civica farlocca, al posto del logo di Forza Italia, potrebbero inserire una moschea e un cane, in memoria dell’impostura della meschita e di quella canina. La prima permane, a quel che vedo; la seconda è stata stroncata dalla Serra che ha detto: ah, voi fate un’associazione cinofila e chiedete un parco “di sgambamento” canino? Ebbene, io di parchi canini ne faccio ben due, dove i cani possano liberamente scacazzare e annusarsi il culo, oltre che “sgambare”. Ed eccoli fregati.
    Mi domando infine che cosa aspetti Marcobelotti a farsi giustizia (fatti suoi, direte: ma a me la giustizia piace in sé e per sé). I politici forzitalioti curnensi si erano messi in testa di cannibalizzare l’elettorato leghista di Curno, spaventato e disperso, dopo le scorribande pedrettesche. E Marcobelotti ha subito. Sì, cannibalizzavano, ma intanto contavano d’intercettare l’onda forzitaliota nazionale. Ma se l’onda non c’è più, cannibalizzano e basta. E Marcobelotti si lascia cannibalizzare?
    Lo stesso Marcobelotti, in realtà, si trova in difficoltà a intercettare l’onda salvinesca nazionale. Perciò è fin troppo facile prevedere che si butterà sull’Ur-leghismo, cioè sul leghismo delle origini, come del resto è suggerito da Salvini: si veda La mistica celtica sul viale del tramonto. Ma Salvini dà spago agli Ur-leghisti, per coglionare l’elettorato settentrionale. Sì, questa dell’Ur-leghismo suonerebbe, e di fatto suona, come un’impostura. Un po’ come quando un Mussolini stanco e pochissimo motivato — divenuto una pedina di Hitler — costituì la Repubblica sociale, rifacendosi al fascismo delle origini e addirittura raschiando il barile della sua antica militanza socialista. Ma chi ci credeva più, ormai?
    Venendo al sodo, che cosa dovrebbe fare Marcobelotti, allora? Mi guardo bene dal formulare “buoni consigli”, anche perché l’azione di Marcobelotti molto dovrebbe dipendere da Roberto Calderoli, quando tornerà ad occuparsi di Curno, se vorrà occuparsene, e avendo ricevute opportune garanzie, perché non si trovi faccia a faccia, d’improvviso, con il Pedretti. So anche, o credo di sapere, che Roberto Calderoli vorrebbe passare, anche lui, come a suo tempo Berlusconi, per un padre della patria; ma mi è difficile entrare nella sua mente vulcanica e patafisica. Certo è che Marcobelotti, per uscire dal culo di sacco nel quale si è trovato, ma nel quale, a quel che vedo, gli piace rimanere, avrebbe bisogno di compiere uno scarto, fare qualcosa d’imprevisto e d’imprevedibile, poco importa se da lui concepito in prima persona, o da Roberto Calderoli. Ma certo non può accettare di farsi coglionare da Alessandro Sorte, che agisce fondamentalmente in una prospettiva solipsistica, pronto a lasciare Forza Italia al momento opportuno, perché Alessqandro Sorte è deciso a rimanere a galla, quale che sia il destino di Berlusconi. Del resto Alessandr Sorte non ebbe esitazine alcuna, quando si trattò di rompere gli ormeggi e allontanarsi da Saffioti, che pure fu suo mentore e dal quale era stato designato successore. Già, lo sfanculamento è di moda.

  2. Portare al guinzaglio un cane di piccola taglia è poco virile? Caccioppoli portava un gallo

    Ieri ho visto il film Morte di un matematico napoletano, dedicata alla figura di Renato Caccioppoli. L’avevo visto vent’anni fa, poi non ho resistito alla tentazione di rivederlo e via Amazon ho ordinato il Dvd, per rinfrescare la memoria. Di lui avevo sempre sentito parlare come di una figura leggendaria. Era un dandy, un abile pianista, un grande appassionato di cinema, era anche un alcolista, era nipote dell’anarchico Bakunin, ma soprattutto era un genio matematico, ed era anche antifascista. Nel 1938, in occasione della visita di Hitler in Italia, si trovava in un ritrovo elegante (a Mergellina, se ricordo bene), in compagnia degli amici, ma sotto gli occhi degli agenti della terribile polizia segreta fascista, l’Ovra: ebbene, ordinò all’orchestrina che si suonasse la Marsigliese (come nel film Casablanca — ricordate? – che però è posteriore). Come se non bastasse, all’esecuzione dell’inno, di inequivocabile sapore libertario, fece seguire un suo appassionato discorso antifascista. La cosa non deve meravigliare, perché negli ambienti dell’Illuminismo napoletano non si è mai spento il ricordo della Repubblica del 1799, finita in un bagno di sangue con la benedizione del re Ferdinando di Borbone, di Carolina d’Asburgo-Lorena sua moglie (sorella della regina Maria Antonietta di Francia, quella delle brioche), di Horatio Nelson, il nemico di Napoleone (e dei francesi), comandante della flotta britannica a Napoli, nonché della sua amante Emma Hamilton (della cui lascivia, anche tribadica, sarà meglio tacere).
    Un film degno di essere visto, questa Morte di un anarchico napoletano, realiazzato da quel Mario Martone, regista teatrale che per il cinema ha fatto cose buone e meno buone: questo suo primo lungometraggio è, credo, la sua opera migliore.
    Il film narra l’ultima settimana di vita di Caccioppoli (siamo nel 1959), quando torna a Napoli per far visita al fratello, alla moglie dalla quale è separato, alla zia, una famosa e severissima professoressa di chimica che riuscì a evitargli la galera sotto il fascismo ottenendo che fosse temporaneamente internato in un manicomio, ai colleghi del mondo universitario e ai vecchi compagni del partito, il PCI, al quale non è mai stato iscritto, ma per il quale lavorava, e del quale si sentiva deluso. Consapevole della propria decadenza, del suo etilismo e della sua mancanza d’interesse per la vita e per le cose che lo avevano appassionato, si uccide con una pistola che da tempo teneva in una cassetta di sicurezza. Il suo non fu un gesto disperato, ma meditato.
    Dopo aver visto il film, sono andato in rete in cerca di qualche notizia in più. In effetti qualcosa ho trovato: l’orazione funebre che avevo sentito alla fine del film mi suonava familiare, con i suoi riferimenti all’utopia platonica. Infatti, così ho letto, l’orazione fu pronunciata proprio così, con quelle parole, dal prof. Pugliese Carratelli, un grande intellettuale, morto centenario qualche anno fa, che avevo avuto la fortuna di conoscere.
    Sapevo delle stravaganze di Caccioppoli e del suo modo di infierire sul suo assistente, che aveva la disgrazia di essere un prete (lo vediamo nello spezzone presentato qui sopra). Ma non sapevo la storia del gallo. Pare dunque che il fascismo avesse posto il divieto per gli uomini di passeggiare con cani di piccola taglia, perché questo ne avrebbe sminuito la virilità. Caccioppoli decise di irridere alla legge passeggiando a Napoli, per la via Caracciolo e corso Umberto, tenendo al guinzaglio un gallo. A norma di cacata legge nessuno poteva dirgli niente, perché la legge impediva di tenere al guinzaglio i cani di piccola taglia ma non impediva di tenere al guinzaglio i galli.

  3. Allora, si può sapere quante firme avete raccolto?

    Cari signori della sgangheratissima Nuova destra curnense,
    voi stessi riconoscevate nel vostro papello (riprodotto in basso), in entrambe le edizioni, [*] che le firme che andavate raccogliendo non avevano valore cogente, a norma di cacata carta, per l’indizione di un referendum contro la “nuova moschea”. Quale nuova moschea, poi? Nuova perché trasferita a nuova sede, nuova perché in aggiunta a quella esistente? Dovreste essere precisi, o forse qualche giurista vi ha consigliato precisamente questo, di essere vaghi quanto più è possibile, così da dare ampio spazio al cazzeggio semantico-giuridico? Non so se lodare la vostra furbizia o dileggiare la vostra ingenuità. Mi sa che scelgo la seconda. Ecco comunque il papello:

    Insomma, avete istruito la montatura della moschea, con tanto di copertura da parte della stampa anglorobicosassone, e avete scomodato i cittadini perché si presentassero, possibilmente accompagnati dal loro cane, a deporre la loro firma, che voi per primi ritenevate inutilizzabile. Vi siete comportati così, tanto per agitarvi un po’, perché si parlasse di voi, per il gusto della sceneggiata, perché così vuole la maschia volontà di potenza di Alessandro Sorte, per un’operazione farlocca.
    Ma poiché siete tremendamente furbi — degni allievi della gran scuola del Pedretti — avete messo le mani avanti: «Inoltre la presente raccolta di firme è finalizzata a sensibilizzare l’Amministrazione comunale di Curno affinché si adoperi tempestivamente, come già ampiamente richiesto mediante nostre interrogazioni, ad: a) aumentare il controllo del territorio da parte degli agenti della Polizia locale; b) implementare la rete di videosorveglianza comunale alle zone più “sensibili” del territorio.
    Bella roba: vi siete comportati come il Corriere della Sera, prima che la “zarina” (così la chiamava Montanelli) contessa Giulia Maria Mozzoni Crespi, imprimesse una svolta similprogressista e radical chic al giornale del quale era a quel tempo proprietaria (non so se fosse proprietaria di tutto, ma è noto che spadroneggiava, e questo basti).
    In particolare, che cosa faceva il Corriere della Sera? Impaginava le cronache sindacali accanto ai resoconti di cronaca nera, così il lettore pensava – in automatico, s’intende, per associazione subliminale – che le rivendicazioni salariali fossero assimilabili ad azioni criminali. Voi dite di voler raccogliere le firme perché non si costruisca a Curno una nuova moschea: già questa è grossa, perché si dà per scontato che la diceria che voi stessi avete seminato a Curno per spaventare i cittadini e raccogliere consenso elettorale, sia il riflesso di una realtà fattuale e provata. Per giunta, questa stessa richiesta sgangherata è associata a una seconda richiesta, quella di repressione della criminalità (o microcriminalità). E così il gioco è fatto.
    Ma quanto siete furbi! In realtà, mica tanto: ringraziate Iddio che finora vi sia andata bene. Sperate soltanto di non trovare sulla vostra strada un giurista di quelli tosti, e che que giurista non sia un giudice come quello interpretato da Tognazzi nel film In nome del popolo italiano.

    In ogni caso:
    a) perché non montate più i gazebo?
    b) si può sapere quante firme avete raccolto e, quale che sia il numero delle firme raccolte?
    c) possiamo avere il piacere di sentire dalla vostra mente più lucida, da quella di Cavagna il Giovane, un’analisi politica del risultato!

    Grazie e cordiali saluti.

    ————————————–
    [*] La prima edizione non portava il marchio della fasciofemminista; nella seconda si faceva ammenda di tale dimenticanza (“gravissima”, in linguaggio serano).

  4. Approccio unitario permalink

    Roma, 23 apr. (askanews) – Che il centrodestra vada su Bertolaso, Marchini o Meloni, a Roma la situazione “non cambia: finirà comunque male”. E’ la convinzione di Umberto Bossi, per il quale nella capitale il centrodestra ha fatto “troppi errori e troppe ripicche: si sono tagliati le palle da soli e quando ne combini così tante non ti riprendi più”, dice a ‘Il Giornale’. Sottolineando invece la validità dell’approccio unitario scelto a Milano: “E’ la partita decisiva, e credo che Parisi ce la possa fare. E sarebbe una vittoria da cui il centrodestra potrebbe ripartire nonostante il disastro combinato a Roma”.

    In un colloquio in Transatlantico, cui partecipano anche un paio di deputati Pd, l’ex leader leghista non fa mistero dei suoi dissidi con Matteo Salvini, e sollecitato dai Dem critica la svolta ‘lepenista’ della Lega, rivendica la centralità della questione settentrionale e rimpiange: “Abbiamo perso la vocazione autonomista”. Ma il Senatur è convinto che si tratti solo di un periodo transitorio: “Adesso c’è Salvini, è vero. Chi ci sarà anche dopo, però, sono io…”.

    • Umberto Bossi, il Pedretti e la fatwa

      Più che un estimatore, io sarei uno spregiatore di Salvini. Eppure non posso fare a meno di dire, in tutta onestà, che il “fenomeno” Salvini non sarebbe emerso se prima Umberto Bossi non avesse combinato quel che ha combinato. E dico “Umberto”, perché non vorrei che, semplificando al massimo, la rovina del partito, prima del rilancio operato da Salvini in chiave lepenista, si riducesse a certi fenomeni folkloristici, come appunto le sparate del Trota.
      Ma, anche volendo ragionare in termini di Trota, non dimentichiamo che il caro pargolo, il tenero virgulto, fu insediato da Umberto Bossi nello scranno della Regione lombarda, e avviato ai sommi fasti del partito, ben prima della malattia, quando il Senatur era lucidissimo, e il cerchio magico doveva ancora costituirsi.
      Insomma, mi sembra che Umberto Bossi faccia come il Pedretti: entrambi nel partito non contano più niente (il Pedretti ne è uscito alle Idi di dicembre), però sperano di contare qualcosa, nella politica, in generale e in astratto e magari, forse, se Dio volesse, o anche per intercessione di Balanu, la divinità celtica, anche in concreto. Sperano.
      Adesso si improvvisano saggi e dispensatori di buoni consigli. Rispolverano l’Ur-leghismo, il leghismo delle origini. Sì, ma intanto ai loro tempi d’oro, dov’erano e che cosa facevano?
      Senza contare che l’Ur-leghismo portava con sé il peccato originale dell’identitarismo. Il quale poteva essere, all’inizio, e in fase transitoria, un argomento di campagna elettorale, per catturare il consenso dei vecchietti al circolo delle bocce, ma non poteva e non doveva essere il fondamento di un’ideologia.
      Immagino che anche Marcobelotti vorrà rispolverare a Curno l’Ur-leghismo, ma sa benissimo che dovrà fare i conti con il passato pedrettesco della Lega nord curnense. Come dicevano gli antichi, Hic Rhodus, hic salta: cioè, se tu dici di non aver niente che fare con il Pedretti, perché non hai mai preso posizione, e soprattutto perché non ti sei mai pronunciato sulla fatwa scagliata dal Pedretti contro Fassi e Donizetti?

  5. Laura permalink

    E non ho pagato 16.000 lire per vedere la mia donna di servizio cantare in scena (Spoleto, 1964).

    Vedi:

    • Celebriamo il 25 aprile in maniera politicamente scorretta. Gli aziendalsimilprogressisti abbiano il buon gusto di astenersi dal raccontare balle e mettersi in mostra
      Che si arricchiscano, che facciano i loro giochi di potere, ma che non vengano a raccontarci il loro progressismo. Non ci crede nessuno

      Cara Laura,
      le parole che lei ha ricordato sono quelle di Lucilla Galeazzi, che ricorda l’indignazione di una signora borghese che aveva sottoscritto l’abbonamento al Festival dei due mondi di Spoleto, una giornata di fine giugno 1964. Ascoltiamo queste parole al tempo 3′ 35″ dello spezzone che lei ci ha presentato.
      Lucilla Galeazzi racconta un episodio avvenuto veramente, che effettivamente ebbe strascichi giudiziari. Ma che cosa avvenne di così grave? Semplice, quella signora aveva acquistato il diritto di accularsi in una poltrona tra persone eleganti, per sentire cose eleganti e invece le sue orecchie furono costrette a sentire canzoni popolari, di lavoro e antimilitariste. Ma non lo sapeva la brava, timorata, ma linguaggiuta signora borghese, che era andata a sentire lo spettacolo O Bella Ciao del Nuovo canzoniere internazionale? Mi sa che quella era indignazione programmata, a orologeria. Tra le cantanti c’erano Giovanna Daffini e Sandra Mantovani, che la signora borghese ritenne elegante chiamare “donne di servizio”.
      Io non so se quelle parole siano state pronunciate per davvero, la “narrazione” della Galeazzi ha un vago sapore di retorica spicciola: a dirla tutta, buona per strappare gli applausi di un pubblico quasi-progressista. È vero comunque che a Spoleto ci fu la reazione assai risentita di un ufficiale (la Galeazzi dice “un militare”), e che quello spettacolo fu per i “fasci” un’occasione di gazzarra, un pretesto da cavalcare costi quel che costi: un po’ come fa la Nuova destra sgangherata curnense con la c.d. moschea.
      Per un resoconto circostanziato di quella serata di tanti anni fa, veda O Gorizia, tu sei maledetta.

      In una pagina precedente di Nusquamia avevamo presentato questa stessa canzone, nell’interpretazione di Sandra Mantovani. Si veda Politicamente scorretto, contro la retorica patriottarda,
      dove scrivevamo:

      Michele Straniero, che aveva organizzato in occasione del Festival dei due mondi di Spoleto uno spettacolo di canzoni contro la guerra fu denunciato per vilipendio delle Forze armate. La pietra dello scandalo, in particolare, fu la canzone O Gorizia, tu sei maledetta, che ascoltiamo nell’interpretazione di Sandra Mantovani:

      Altri tempi,quelli in cui i progressisti, quelli veri, erano antimilitaristi. I similprogressisti d’oggi sono contro la guerra, ma anche (veltronianamente) per la guerra. Organizzano le fiaccolate per la pace, ma non chiudono occhio, pensando ai “nostri marò”.

      P.S. – Le signore borghesi del 1969 non esistono più. Hanno capito l’aria che tira, sono diventate aziendalsimilprogressiste.

  6. Oltrecurno si sappia che a Curno si pratica il vintage (squit!)

    Facendo clic sull’immagine con il topo computatrale (= il mouse del computer) si potrà seguire l’intervista rilasciata dalla dott.ssa Serra a Bergamo Tv, quindi diffusa in rete dall’Eco di Bergamo.
    Di che cosa si tratta? Dell’iniziativa che con metafora creativa (i similprogressisti sono molto metaforici) è stata denominata La miniera. Insomma questa nuova cosuccia similprogressista di Curno dovrebbe nelle intenzioni dei promotori essere paragonata alle miniere del Laurio, dalle quali Atene estraeva molto della sua ricchezza.
    Come se non bastasse, ecco spuntare l’ultima metafora, quella del vintage. Sissignori, a Curno si fa la “buona pratica” del vintage, che letteralmente significa “vendemmia” e che per metafora vuol dire che tu vai a raccogliere, come fossero succosi grappoli, capi di vestiario, bigiotteria, ninnoli, suppellettile ecc., che con un po’ di buona volontà potrebbero anche essere chic.
    OltreCurno saranno tutti a bocca aperta, perché a Curno si scava come in una miniera e si vendemmia come in un vigneto rigoglioso. Tanti applausi alla dott.ssa Perlita Serra e alla dott.ssa Luisa Gamba, dunque, che al riguardo è già stata intervistata.

    Ultima considerazione: beata la dott.ssa Serra che gode di queste buone entrature presso l’Eco di Bergamo! Non è la sola, a dire la verità. Ottime entrature ebbe il Pedretti, finché fu il politico territoriale più apprezzato in terra orobica; sono memorabili le esternazioni della fasciofemminista; ultimamente abbiamo osservato che Cavagna il Giovane e Giovanni Locatelli sono intervistati dall’Eco di Bergamo, come se avessero il turbo, o anche come se anche loro avessero acquistato una Toyota a propulsione ibrida. Riguardo alla Toyota, com’è noto, abbiamo letto sull’Eco di Bergamo un redazionale arricchito della presenza della dott.ssa Serra, fasciata e tricolorata (arricchito, o “avvantaggiato”, come si dice della pasta col pesto arricchito con fagiolini e patate).
    Invece su Gandolfi è come se fosse stata lanciata una fatwa, per cui all’Eco di Bergamo lo sfuggono come se fosse appestato. Per esempio, potevano intervistare Gandolfi riguardo alla questione della cosiddetta “nuova moschea”, considerato che avevano intervistato Cavagna il Giovane, Giovanni Locatelli e la dott.ssa Serra. Invece niente.
    Qualcuno dirà: eh, grazie tante, ma voi (soprattutto a Nusquamia, che peraltro non coincide a norma di cacata carta con Gandolfi) avete fatto gli offesi, quando la giornalista Sara Agostinelli fu presente a una seduta del Consiglio comunale, chiarificatrice riguardo alle responsabilità del Pedretti in quella famosa ispezione alla cosiddetta moschea in modalità di provocazione, ma poi sull’Eco di Bergamo non si lesse proprio niente, e fu un vero e proprio furto di verità; sempre quel “qualcuno” potrebbe dire che noi abbiamo fatto gli offesi quando l’Eco di Bergamo ha dato una mano al Pedretti, che a sua volta aveva lanciato una fatwa contro Fassi e Donizetti, e la cosa fu certificata da un articolo sull’Eco di Bergamo firmato da Remo Traìna, corredato di tanto di spillo redazionale che ammoniva Gandolfi a non disturbare il manovratore. Sì, a noi non è piaciuto il comportamento tenuto dall’Eco di Bergamo. Ma che cosa dovevamo dire, che ci faceva piacere? Dovevamo forse ringraziarli, perché è vero che non hanno dimostrato simpatia nei nostri confronti, ma in fondo potevano anche essere più cattivi?
    No, non è così che si ragiona. Se qualcuno ti è antipatico, e tu sei un giornale di informazione, hai comunque il dovere di dare l’informazione. Prendano esempio da Nusquamia, che pure non è un giornale di informazione ed è semmai un giornale di opinione, onestamente schierato: i lettori ricorderanno che noi più di una volta ci siamo offerti di intervistare Tarcisio Foresti, per capire una buona volta che cosa succede nella Lega nord curnense. La nostra offerta di approfondimento dell’argomento prescinde dal fatto che con Tarcisio Foresti ci siano stati nel passato degli scazzi, come usa dire in linguaggio fiorito.
    D’altra parte se la dott.ssa Serra chiedesse a Nusquamia di essere intervistata, noi non esiteremmo un attimo a raccogliere l’intervista. Che, naturalmente, non sarebbe un’intervista in ginocchio, come quella che fece Minoli a Craxi (oggi però Minoli è molto similprogressista). Non sarebbe un’intervista in ginocchio, ma sarebbe comunque un’intervista onesta. Perché noi siamo onesti.

  7. Anna permalink

    Cos’è cambiato da allora?
    Questa è una canzone seria cantata dagli Squallor di un tempo, un tempo che fu. Il gruppetto divenuto famoso per aver usato il linguaggio apparentemente scurrile, ma di grande impatto sul volgo coinvolgendo apparentemente pure i poteri forti. Il 68 ha fatto proprio così bene all’Italia?

    • Il ’68, in Francia e in Italia
      In Italia, differenza fondamentale tra il ’68 e il ’77

      Il ’68? Tanto per cominciare, ricordiamo che la plaquette che abbiamo presentato su Nusquamia, credo più di una volta, e che riproduciamo ancora qui sotto, è precisamente un parto del ’68, anche se nasce in tutt’altro ambiente sociale (in ambiente militare) e in tutt’altro contesto culturale.

      Ricordavamo anche su Nusquamia che il generale de Gaulle, leggendo questo importante monito, che racchiude in buona sostanza un imperativo etico fondamentale per i veri uomini, assumesse dapprima un’espressione pensosa, quindi commentasse: «Un programma vasto (vaste programme) e un còmpito assai arduo (lourde tâche)».

      Quando si parla di ’68, bisognerebbe distinguere tra il ’68 francese, che sprizzò scintille che si diffusero per tutta Europa (ma che a sua volta fu preceduto dalla cosiddetta “rivolta di Berkeley” in America) e il ’68 italiano. Il filmato che presentiamo qui sotto riassume il ’68 francese, che comincia il 3 maggio, quando il cortile della Sorbona viene occupato da 400 manifestanti, e termina il 29 maggio, allorché il generale Charles de Gaulle scompare dalla Francia per 24 ore: si è recato a Baden-Baden per incontrare il generale Massu, in pratica ottenendo l’appoggio delle forze armate. Quindi il 30 maggio scioglie l’Assemblea nazionale e decreta le elezioni anticipate per il 30 giugno. Così finisce la fase rivoluzionaria del ’68, in Francia.

      Anche in Italia ci fu il ’68, ma stabilire una data d’inizio è difficile, impossibile stabilirne la fine. Perché il ’68 non finì mai, e approdò a quella vera e propria schifezza che fu il cosiddetto Movimento del ’77, culminato con il Convegno contro la repressione indetto a Bologna, egemonizzato dai cosiddetti autonomi, parecchi dei quali sarebbero poi confluiti nella lotta armata.
      La differenza fondamentale è che in Italia, il Movimento del ’68 fu l’espressione del disagio intellettuale che spingeva gli studenti intelligenti di una Università d’élite a voler cambiare il mondo. Così, del resto, era stato in Francia. Invece il Movimento del ’77 fu espressione di una massa disorientata e per lo più ignorante di studenti sgarrupati, espressione di una Università di massa che, a parte le frange rivoluzionarie (ancorché senza una solida base dottrinale, anzi con parecchie pigne in testa) era fondamentalmente assatanata di stipendi sindacalmente garantiti. Non si vergognavano di pretendere il posto fisso, si inebriavano della fragranza delle cacate carte, proprio come i similprogressisti odierni, laddove il ’68 era stato intransigentemente antiburocratico.

      Tra il ’68 e il ’77 c’era stata di mezzo la riforma della scuola del ministro Misasi, uno sciagurato democristiano di sinistra, il quale fece danni irreparabili non soltanto alla scuola ma a tutto il corpo sociale dell’Italia degli anni di fine secolo, e del secolo presente.
      Poi le cose si sono un po’ aggiustate, in America è affiorato l’edonismo reaganiano, l’Italia voltò le spalle agli anni di piombo e guardò alla Milano da bere come a un modello da imitare. Tutto il resto è storia nota: il tramonto delle ideologie, la borghesia (anzi, la non-borghesia) che perde insieme con la dignità ogni ritegno, ogni residua consapevolezza del proprio ruolo e che per tutelare i propri privilegi diventa similprogressista.
      Ma il ’68 era un’altra cosa. Ricordo i due “leader” (cioè, “dirigenti”) storici di Architettura, a Milano. Il primo era un siciliano – credo che fosse di nobile nascita – spigoloso nel volto e di ingegno acuto, dal tratto fermo ed educato, degno erede della migliore tradizione sofistica, abilissimo nel maneggiare insieme dialettica e retorica (che presentano aree di sovrapposizione, è vero, ma che è bene rimangano separate). Mi capitò di incontrarlo casualmente, anni dopo, in un circolo culturale milanese, dove aveva preso la parola Lucio Lombardo Radice, matematico e dirigente comunista, al quale avevo mosso qualche obiezione: in sostanza, non mi ero detto d’accordo con la valutazione positiva del cattocomunismo. Ormai architetto, quel siciliano nobile e ascetico, mi disse che, quand’anche avessi avuto ragione, quel mio intervento non era opportuno. Poi non ne ho più sentito niente, anche perché per molto tempo mi disinteressai di politica e non frequentai più certa gente e certi ambienti. Soltanto cinque anni fa ho saputo di un fatto risalente a molto prima: quell’ex dirigente del Movimento degli studenti della facoltà di Architettura, un giorno si trovava con gli amici a discutere non so che cosa. D’un tratto si alzò, senza dir niente, si avvicinò a una finestra, l’aprì, e si precipitò nel vuoto.
      Dell’altro leader di Architettura posso fare il nome: è Stefano Levi della Torre, che da giovane aveva un aspetto bruttino, adesso invece, da anziano, ha uno splendido aspetto rabbinico. È professore universitario, pittore e saggista. L’ho sentito qualche tempo fa alla radio che diceva cose molto intelligenti sul disagio degli immigrati di seconda generazione i quali – diceva – sono in realtà meno islamici di quanto si creda. Di lui ho già parlato su Nusquamia: si veda La via della ragione, contro il sentimentalismo e la retorichetta. Insomma, Stefano Levi Della Torre non è diventato un aziendalista, come tanti miserabili.

      Contro-obiezione a un’obiezione scontata – E adesso se qualcuno vuol dire che Aristide è di sinistra e che dunque non bisognerebbe starlo ad ascoltare, si accomodi.
      Cavagna il Giovane e il Pedretti, in mancanza di argomenti, direbbero che Aristide e Gandolfi hanno stretto una sorta di patto del Nazareno con la dott.ssa Serra: ma il Pedretti e quelli che la pensano come lui, avendo letto Nusquamia, sono in grado di spiegare che “c’azzecca” Aristide con la dott.ssa Serra? Voglio dire, a parte il sofisma “Se Aristide è di sinistra e la Serra è di sinistra, allora Aristide è pappa e ciccia con la Serra”. Tanto per cominciare: forse che la Serra è “di sinistra”? Non confondiamo il politicamente corretto, del quale non dico che cosa penso, con la sinistra, che ha le sue luci e le sue ombre, ma che comunque ha una sua dignità storica e culturale. Quanto a Gandolfi, che è stato vittima del patto serrapedrettista, con tanto di inchino agli attori del territorio, mi sembra proprio che lui con la dott.ssa Serra non “c’azzecchi” punto.
      Comunque: coraggio, signori, in carrozza! E buona pedrettata!

  8. Preziosità librarie: un libro per imparare piacevolmente il latino
    Può interessare i gatti padani e il Collettivo Martha Nussbaum di Curno? Segue una modesta proposta alla dott.ssa Serra


    Il libro può essere sfogliato in rete facendo clic sull’immagine.

    Quella che vedete qui sopra è la pagina di frontespizio di un libro stampato nel 1660: si tratta della traduzione latina di un’antologia dei Ragionamenti dell’Aretino o, meglio, se vogliamo riportare il titolo esatto, del Ragionamento della Nanna e della Antonia, fatto in Roma sotto una ficaia, composto dal divino Aretino per suo capriccio a correzione dei tre stati delle donne, com’è indicato qui sotto:


    Una pagina dell’edizione del 1534, che si pretende parigina, per aggirare i rigori della censura. Leggiamo infatti nel colophon: «Egli si è datto alle stampe, di questo mese di aprile MDXXXIIII. Nella inclita città di Parigi». Il testo può essere sfogliato in rete facendo clic sull’immagine.

    I «tre stati delle donne» sono le tre condizioni della donna, secondo l’Aretino: quello della monaca, quello della sposata o quello della cortigiana. La preferenza dell’Aretino – ma questo viene da sé – è accordata alla condizione della cortigiana. Il Ragionamento si svolge nell’arco di tre giornate, nel corso delle quali l’anziana Antonia e la più giovane Nanna discutono che cosa sia preferibile per la Pippa, figlia della Nanna: prender marito, prendere i voti, o far la puttana.
    Ma l’Aretino, si sa, era un impunito, tanto che menava vanto di essere lui stesso figlio di una cortigiana: l’umanista Paolo Giovio, latinista sommo e orgoglio della città di Como, scrisse di lui scherzosamente questa epigrafe tombale:

    Qui giace l’Aretin, poeta Tosco,
    che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo,
    scusandosi col dir: “Non lo conosco”!

    La pregevole traduzione latina è opera dell’umanista tedesco Caspar von Barth (1587-1658): filologo, erudito, grande viaggiatore e fornito di una memoria prodigiosa: si dice che all’età di nove anni recitasse tutte le commedie di Terenzio a memoria, senza commettere un errore. Questa traduzione latina, in realtà, è la traduzione di una traduzione: von Barth, oltre che al latino, era molto interessato alle lingue neolatine; tuttavia, mentre conosceva il castigliano a perfezione, non così poteva dire dell’italiano. Perciò preferì tradurre il Ragionamento dell’Aretino, non dall’originale italiano, ma da una traduzione spagnola precedentemente curata da Fernando Suarez.
    Qualche problema con la censura doveva esserci anche in Germania, ma i censori ritennero di chiudere un occhio, visto che l’opera era scritta in latino. A scanso di equivoci, la silloge dei salaci ragionamenti dell’Aretino è presentata come uno strumento che consenta alla gioventù tedesca di non essere irretito dalle insidie dalle donne, soprattutto quando avvenga che si trovi in viaggio all’estero. Infatti, ecco come viene presentata, già nel frontespizio:

    Pornodidascalus, seu colloquium muliebre Petri Aretini, ingeniosissimi & fere incomparabilis virtutum & vitiorum demonstratoris : de astu nefario horrendisque dolis, quibus impudicae mulieres juventuti incautae insidiantur. Dialogus ex Italico in Hispanicum sermonem versus a Ferdinando Xuaresio Seviliensi. De Hispanico in Latinum traducebat, ut Juventus Germana pestes illas diabolicas apud exteros, utinam non & intra limites, obvias cavere possit cautius, Caspar Barthius.
    Typis & sumptibus Melchioris Göpneri, 1660.

    Cioè:

    Il pornoprofessore, ovvero colloquio donnesco di Pietro Aretino, uomo di grandissimo ingegno e illustratore pressoché incomparabile delle virtù e dei vizi: sull’astuzia perniciosa e i terribili inganni con i quali le donne sfrontate insidiano la gioventù sprovveduta. Dialogo tradotto dall’italiano in spagnolo da Fernando Suarez, quindi tradotto da Caspar von Barth dallo spagnolo in latino, affinché la gioventù tedesca possa cautamente evitare quella peste diabolica, qualora vi s’imbattesse all’estero o, Dio non voglia, anche presso di noi.
    Stampato per i tipi di Melchiorre Göpner, a sue spese. 1660.

    Una modesta proposta – Se la dott.ssa Serra fosse meno coriacea, legata com’è al mondo del politicamente corretto, e amasse la cultura senza arrière-pensées e intendimenti di volta in volta di sussunzione normativa e formale, di assunzione di meriti per la propria parte o di addomesticamento delle masse, incaricherebbe immediatamente Aristide di tenere un corso che, facendo perno su questa lettura, aiutasse gli aziendalisti, i burocrati, tutti coloro che soffrono di albagia istituzionale, quale che sia la loro fede politica, la religione o professione, a purgarsi del male che li rende odiosi a se stessi, prima ancora che agli altri, e ad aprirsi alla gioia epicurea e serendipica della vita (“serendipica”: in altre parole, sbarazzandosi del contagio della “determinazione”). La partecipazione dei cittadini e residenti di cultura islamica è benvenuta, anzi caldeggiata.
    La sede ideale per il corso, ovviamente, sarebbe la Sala consiliare: né troppo grande, né troppo piccola, e di adeguata rilevanza istituzionale. Perché il romanzo Lgbt-friendly della Di Piazza sì, e l’Aretino no?

  9. Seduta del Consiglio comunale di Curno di giovedì 28 aprile 2016
    Gandolfi non sarà presente. Ma questo non è un caso di applicazione della tecnica dell’uccellino a cucù, che fu specialità d’altri

    Il consigliere di minoranza intelligente e non talebanica, Angelo Gandolfi, non potrà essere presente alla seduta di Consiglio comunale che si terrà questa sera alle 8.30 (se non sbaglio). La seduta infatti cade nel giorno di giovedì, che è un giorno in cui Gandolfi è solitamente impegnato a Milano. La dott.ssa Serra sa che per Gandolfi questo è un giorno critico ma, evidentemente, ci sono ragioni di forza maggiore che hanno imposto questa data. Nessuna polemica in merito: semplicemente, speriamo che non vadano dicendo che Gandolfi è cronicamente assente; o che è sospetta la sua assenza odierna, quasi che anche Gandolfi praticasse la tecnica dell’uccellino a cucù, che invece è, o è stata, prerogativa deplorevole di altri consiglieri. Oltretutto, la tecnica dell’uccellino cucù non comporta l’assenza integrale, ma prevede l’evanescenza strategica del consigliere, in un certo passaggio di una votazione, per esempio, allorché gli riesce difficile prendere posizione: infatti i suoi elettori si aspetterebbero una cosa e lui invece ha in mente un’altra cosa, come riflesso di accordi segreti con gli attori del territorio, o per strategia solipsistica.
    Gandolfi ha comunicato alla dott.ssa Serra il suo rammarico di non poter partecipare alla seduta di Consiglio, tanto più che avrebbe volentieri spiegato nella sede più appropriata la sua posizione a proposito della cosiddetta “Nuova moschea”. Tale posizione è stata comunque esposta alla dott.ssa Serra, per sommi capi, e Gandolfi ha autorizzato la dott.ssa Serra a leggere in aula questa sua posizione, ancorché soltanto enunciata e non argomentata. Naturalmente la dott.ssa Serra è libera di leggere o di non leggere.
    La dott.ssa Serra ha risposto a Gandolfi con un messaggio SMS, facendogli presente che non c’è fretta e che lo stesso Gandolfi potrà esprimersi nella prossima seduta di Consiglio.

    • Il Pedretti fa opera di intercettazione: vorrebbe tornare nel giro dei “grandi decisori” di Curno, come ai bei tempi

      Avevo appena finito di dire, “Bboni, state calmi… E adesso non venitemi a dire che Gandolfi è sempre assente, e che magari proprio oggi fa l’uccellino a cucù” (altri erano i campioni della tecnica dell’uccellino a cucù, se ben ricordate; inoltre questo Consiglio si è tenuto di giovedì, nel giorno proibito di Gandolfi), quand’ecco che il Pedretti si fionda sulla notizia: Gandolfi è assente, questo è gravissimo! Chi l’ha avvertito della scandalosa assenza? Nusquamia o Cavagna il Giovane? Ecco che cosa scrive il Pedretti:

      Il paladino del “buon governo” quasi sempre assente dal Consiglio comunale di Curno.
      I suoi elettori, truffati, saranno soddisfati per essere rappresentati da un assente…
      Beh…l’accordo di sottobanco Serra – Gandolfi sembra un poco il patto del nazareno… Con le dovute proporzioni ovviamente.
      Uno fa sopravvivere l’altra nel bene e nel male.

      Il Pedretti, ex politico, prima ancora che ex-leghista, fa opera d’intercettazione, degli eventi e dei fatterelli, spera di tornare nel giro buono, o quasi. Adesso che non lo teme più nessuno (soltanto la Lega lo teme, un po’) ha rinunciato ai sogni di gloria (il Parlamento europeo, il Parlamento nazionale, la Presidenza di un ente), si capisce che uno strapuntino a Curno gli potrebbe andare bene. Giusto per risalire la china, dalla cui sommità è stato detronizzato: porcputt! La Regione lombarda che si costituisce parte civile cotro i consiglieri renitenti al rimborso delle spese pazze! Inaudito! Ma chi crede di essere, questo Bobomaroni? NOn lo sa che il Pedretti ha la coscienza tranquilla, tanto più che è stato autorizzato a quelle spese dal capogruppo regionale della Lega nord? Quanta ignoranza c’è in giro! Quanto poco rispetto per i personaggi istituzionali!
      Ma allora che fare? Beh, il Pedretti non è uno che se ne stia in panciolle. Ha acceso il booster, cioè il propulsore d’inizio corsa, spera di trovare una copertura politica entrando nell’orbita dei Fratelli d’Italia, ma ancora non si decise a spiccare il salto. O forse i giorgiameloniti non lo vogliono? Intanto fa un po’ di corte al Marchese Terzi di sant’Agata, che ha residenza a Curno, ne condivide su Facebook la notizia di un’intervista, sul caso Regeni. Oh, se Iddio volesse che il Pedretti venisse nelle grazie di qualche esponente politico di primo piano, come un tempo con Roberto Calderoli! Ma non farebbe meglio a incontrarsi con la fasciofemminista? Un tempo non andavano d’accordo, però in politica niente è impossibile, per non parlare della politichetta. Rimane il fatto che il politico che gli è più vicino, per disinvolta determinazione, per modo di fare, di parlare, e per congenita antigandulfite, è Cavagna il Giovane.
      Se Forza Italia si svegliasse e capisse che puntando su Cavagna il Giovane ha sbagliato tutto, Cavagna il Giovane e il Pedretti potrebbero fondare insieme una bella lista civica. Già, se ne sentiva la mancanza. C’è però un problema: se Forza Italia si amputa, per sopravvivere, Cavagna il Giovane e il Locatelli (come fa la volpe con la zampa che sia rimasta intrappolata tra i denti della tagliola), a chi altri potrebbe rivolgersi, perché non si dica che si è estinta del tutto, prima dell’ora X? (Adesso invece è soltanto moritura, grazie al maschio intervento di Alessandro Sorte, che comunque il giorno del naufragio — all’ora X — sarà il primo ad abbandonare la nave, c’è da giurarlo.)

  10. Cinefilìa
    The Dreamers, di Bernardo Bertolucci: quando il “personale” diventa “politico

    Nell’articolo pubblicato un po’ più sopra (Il ’68, in Francia e in Italia), si parlava del ’68 francese. Ho sempre trovato interessante l’interpretazione di un pezzo del ’68 in Francia fatta dal regista Bernardo Bertolucci, in chiave psicanalitica. Poco importa che le motivazioni di un atto politico, e del ’68 in generale, possano essere tante. Ma è straordinario l’epilogo di questo film (epilogo che non ho trovato in rete, separato, mentre si trova tutto il film, su You tube: scaricatelo, prima che scompaia), quando l’intreccio delle vite di tre giovani accomunati da un amore viscerale per il cinema è segnato da un destino di morte: i due fratelli cinefili (attenzione, Cavagna il Giovane: cinefili e non cinofili) sono sul punto di morire insieme, per volontà di lei, devastata da un ritorno di fiamma della moralità borghese. Ma il fragore del ’68 strappa la falce dalle mani della morte. Cioè, la Rivoluzione per non morire.
    Interessanti anche queste notazioni del regista:

  11. Giorgiameloni: questa a Curno ci mancava. E manca ancora. Cercansi volontari per colmare una grave lacuna
    Marcobelotti, a nome della Lega di Curno potrebbe dire: “Ma per me questa è Carneade, non la conosco”

    Giorgiameloni: questa ci manca, ancora a Curno non si è fatta viva. Tranne il Pedretti che è in manovra di avvicinamento (ma il Marchese Terzi di sant’Agata si sarà accorto di lui?), pare che a Curno nessuno faccia caso al meraviglioso partito della Giorgiameloni, nonché alle straordinarie, nonché miracolose, idee per una Curno bella da vivere, che una come lei potrebbe partorire in quattro e quattr’otto. Sì una Curno bella da vivere, anche per gli uomini (oltre che per i cani). Ma la fasciofemminista che dice, non si fa avanti? Eppure una certa affinità di fondo dovrebbe esserci.

    Inutile chiedere un parere a Marcobelotti: il conte zio non si è espresso, dunque Marcobelotti non si esprime. Quasi quasi fra qualche giorno me ne vado a Pontida, sul sacro prato, per trovare l’ispirazione giusta. Ci vado con un quadernetto, una matita (o un lapis, come diceva mio nonno) e una gomma. Quindi, dopo aver invocato la protezione del dio celtico Balanu — da cui deriva la nota interiezione ligure “Belìn!”, come abbiamo spiegato su Nusquamia — butto giù una lettera aperta di Marcobelotti, indirizzata alla cittadinanza di Curno. Marcobelotti potrebbe spiegare le ragioni del risfanculamento di Cavagna il Giovane, quasi un’eco degli sfanculamenti incrociati di Berlusconi e Salvini, che sono la notizia del giorno. Scrive il Foglio che la rottura a Roma, a proposito del candidato sindaco, è Gerovital per Berlusconi.
    Quindi, dopo aver messo in luce le buone intenzioni delle quali era lastricata la strada dell’Ur-leghismo, e averne denunciato il peccato d’origine, cioè l’identitarismo, [*] Marcobelotti potrebbe innalzare il vessillo dell’orgoglio Ur-leghista, in contrasto con la svolta lepenista forzosamente imposta da Salvini. A questo punto, dato che c’è, Marcobelotti potrebbe permettersi il lusso di sfanculare lo stesso Salvini e ammettere l’errore della fatwa pedrettesca pronunciata contro Fassi e Donizetti. Papa Giovanni Paolo II riconobbe l’errore del processo a Galileo, o no? Ebbene, Marcobelotti potrebbe riconoscere l’errore della fatwa del Pedretti, subita da tutta la Lega di Curno, che se ne stette accucciata.
    Sarebbe una svolta storica, che potrebbe perfino ricevere l’approvazione del conte zio, oltre che del comandante Ettorino (che ne sarebbe l’ispiratore).

    ———————————————————-
    [*] L’identitarismo, un sentimento tipicamente di destra e storicamente fascistoide, è stata inseme una gherminella acchiappavoti, ma anche la tomba dell’autonomismo. In Svizzera si vive benissimo, con tradizioni, lingua e religioni diverse e il cemento dell’unione svizzera è l’amore per la libertà.

  12. Curnoalternativa, sitarello di lobbying a favore del Bibliomostro

    Se vi recate al sitarello di Curnoalternativa (basta fare clic sull’immagine qui sopra), troverete qualche fotografia di più o meno spiritosa testimonianza di degrado urbano e per contrasto, molte foto e i rimandi ad articoli che trattano del “sublime”: e il sublime sarebbe — toh! — il Bibliomostro.
    Ci siamo occupati più di una volta, e non superficialmente di questo aborto, mettendo in rilievo che non critichiamo la realizzazione del progetto, ma il progetto stesso.
    Avete mai sentito parlare di Soroca? È una cittadina sulla “collina dei Rom”, in Moldavia. Questa è una delle regioni più povere d’Europa: si veda Moldavia, un paese alla fame alle porte dell’Europa ricca.
    Eppure qui gli zingari che hanno il monopolio del commercio dell’oro, hanno edificato edifici sontuosi, non distanti da miserabili capanne, in un’accozzaglia di stili vomitevole. I contadini si spezzano la schiena, loro vivono nello sfarzo: e non è una cosa recente, erano ricchi già al tempo del comunismo, quando il commercio clandestino dei jeans “capitalistici” nell’Est europeo era straordinariamente redditizio. Chissa poi perché i jeans piacevano tanto.

    Adesso immaginate che uno di questi commercianti, invece di farsi costruire una schifezza come quella che vedete qui sopra, chiami un architetto bravissimo, che gli realizza un bell’edificio, pulito, razionale, con i quartierini per le puttane, l’ambiente per le “cene eleganti”, le sale di aspetto per i ricettatori dell’oro rubato, il cinema privato ecc. La realizzazione del progetto sarà anche impeccabile, ma tutto il progetto, tenendo conto delle sue finalità, e del luogo dove è edificato, e insomma di tutta l’operazione “culturale”, che altro è, se non una grande troiata?
    Ebbene la stessa cosa si può dire del Bibliomostro: come operazione culturale è una schifezza madornale, una vergogna, una testimonianza di velleità piccolo-borghesi, grette e provinciali, una cattedrale nel deserto costosa e inutile. Ed è tale non solo oggi che i libri più belli si leggono via Internet e, sempre via Internet, quelli meno belli possono essere ritirati in formato cartaceo presso piccole biblioteche di quartiere. Il Bibliomostro era una buzzurrata fin dal tempo in cui fu concepito, considerato che a Curno già esisteva una biblioteca pubblica e che le Crocette distano dalla Stazione di Bergamo 6,5 km, e ancor meno dalla Biblioteca Tiraboschi, quella multimediale progettata da Marco Botta.
    Adesso la dott.ssa Serra vorrebbe trasformare il Bibliomostro in un centro di irraggiamento del Verbo politicamente corretto, una sorta di rampa di lancio per la sua proiezione verso i più alti fastigi istituzionali, possibilmente internazionali. Fortuna che non ci sono i soldi. Perché voglio sperare che le Gamba-slàid non nascondano, in quegli strafottutigrafici di Excel, l’intenzione di scorticare i cittadini, cavargli il sangue e levargli il pane di bocca, per mantenere in esercizio una struttura così costosa (spese per adeguamento tecnico degli impianti, spese vive di esercizio tecnico, spese per il personale). Merda!
    Ma che lo trasformino in un ostello della gioventù e della senescenza Lgbt, semmai. E che si facciano pagare il biglietto, sarà un modo di trasformare il Bibliomostro in qualcosa di utile.

    P.S. – Poiché vedo che nel sitarello di Curnoalternativa sono presenti numerosi rimandi allo studio Archea, che ha progettato il Bibliomostro, voglio sperare che l’iniziativa del sitarello non sia dello studio Archea. Perché se costoro sono in grado di progettare un edificio che — ripeto — in sé e per sé, prescindendo dalle finalità e dalla buzzurraggine dell’operazione “culturale” non è male, come mai realizzano un sitarello come Curnoalternativa, petulante e melenso?

  13. La posizione di Gandolfi riguardo alla montatura mediatica della cosiddetta “Nuova moschea” di Curno
    In Consiglio comunale, né con Cavagna il Giovane, né con la dott.ssa Serra

    Questa è la comunicazione inviata da Angelo Gandolfi, già sindaco del buon governo a Curno nel 2007-12 e attualmente consigliere di minoranza, né di destra, né di sinistra, schierato a favore del popolo senza ambizioni di carriera nei partiti o istituzionale:

    Oggetto: La c.d. moschea di Curno. La posizione di Angelo Gandolfi, già sindaco di Curno
    Curno, 28 aprile 2016

    Gentile dott.ssa Serra,
    purtroppo non potrò essere presente alla seduta del Consiglio comunale indetta per giovedì 28 aprile (h 20:30).
    Lei sa che il giovedì è il mio giorno critico (gliel’ho comunicato e ribadito più di una volta): ma se ha così deciso, come pure è sua facoltà, avrà avuto le sue ragioni.
    Tanto più mi rammarico di non essere presente, in quanto lei stessa mi chiedeva, in un suo recente messaggio elettronico, di prendere posizione pubblicamente sulla cosiddetta moschea di Curno.
    Ebbene il prossimo Consiglio comunale sarebbe stata l’occasione migliore per tale presa di posizione pubblica.
    Mi sarebbe piaciuto esporla per sommi capi ed argomentarla: niente politichetta acchiappa voti, insomma, e nessun amo lanciato per raccogliere consensi oltre Curno.

    Ecco comunque la mia posizione espressa per sommi capi:
    a) Ritengo che la questione, così come è stata posta dal gruppo consiliare “Claudio Corti sindaco”, faccia perno su un’impostura politica, quella della “nuova moschea”: che cosa vuol dire “nuova”? E che cosa vuol dire “moschea”? Parimenti ritengo che l’aver associato la c.d. nuova moschea all’esigenza della sicurezza offenda l’intelligenza dei cittadini e dei residenti tutti, islamici, cattolici e agnostici.
    b) Capisco tuttavia che il trasferimento del Centro culturale islamico possa destare apprensione nella popolazione, in relazione a oggettive esperienze di coabitazione non riuscita (Zingonia, Ponte san Pietro) e in relazione alle dicerie propalate ad arte dalla Nuova destra curnense.

    Penso perciò che i cittadini si aspettino da lei rassicurazioni riguardo agli aspetti quantitativi e qualitativi di questo trasferimento.
    Quantitativi: a quanto ammonta il fattore di incremento di capienza del centro culturale islamico?
    Qualitativi: in merito ai disagi per la popolazione, in occasione delle festività islamiche.
    Sono precisamente i fattori quantitativi e qualitativi che mettono in apprensione la popolazione di Curno, anche in relazione alla perdita di valore delle proprietà, come lei ben dovrebbe sapere.
    In assenza di vincoli precisi e coercitivi e rassicurazioni cogenti, pur lontano dalle posizioni fondamentaliste della Nuova destra curnense, sarei costretto a pronunciarmi in senso contrario a tale trasferimento.
    Angelo Gandolfi

    PS – La autorizzo a leggere, se vuole, la presente comunicazione nella prossima seduta di Consiglio (ovvero quella di questa sera).

    In una nostra nota precedente, facevamo presente che Gandolfi era impossibilitato a prendere parte alla seduta del Consiglio comunale di Curno di giovedì scorso: si veda Seduta del Consiglio comunale di Curno di giovedì 28 aprile 2016. Aveva tuttavia inviato una comunicazione alla dott.ssa Serra, dove precisava la sua posizione sulla montatura mediatica della cosiddetta Nuova moschea di Curno. Com’è noto, alla montatura mediatica, veicolata dall’Eco di Bergamo, ha fatto seguito l’immediata erezione di gazebo domenicali, da parte di “Curno oltre”, la sottomarca di Forza Italia rappresentata in Consiglio comunale da Cavagna il Giovane, che peraltro è stato pubblicamente sfanculato da Marcobelotti: cioè, come ancora si può leggere nel sito della Lega nord di Curno, Cavagna il Giovane non rappresenta più in Consiglio le posizioni della Lega nord. Al gazebo si raccoglievano firme per l’indizione di uno strampalato referendum cautelativo, contro l’ipotesi di costruzione, a Curno, diuna nuova “moschea” che non è nuova, perlomeno nel senso che non si aggiunge a una precedente “moschea”, anche se poi questo è quello che si vorrebbe far credere alla cittadinanza. Tale raccolta di firme (che verisimilmente è stata fallimentare) comunque non avrebbe avuto seguito alcuno, quand’anche si fosse raccolto un numero sufficiente di firme, stante l’incertezza giuridica vigente: Bobomaroni aveva varato una legge anti-moschee, che fu poi cassata dalla Consulta; intanto Bobomaroni, insieme con i giureconsulti della nota scuola di pensiero salvinesco, sta pensando di varare una nuova legge che aggiri le obiezioni della Consulta, rendendo più restrittive le condizioni per l’insediamento di luoghi di culto, sia per gli islamici, sia per i cristiani.
    La Lega nord guidata a Curno da Marcobelotti in qualità di proconsole del conte zio, non poteva tirarsi indietro, e ha stancamente eretto il suo gazebo. Dunque la raccolta delle firme è avvenuta a gazebo separati.
    Tra parentesi, varrà la pena rilevare che il conte zio, cioè Roberto Calderoli, mostra, attualmente, di disinteressarsi di Curno (forse non gradisce incontrare il Pedretti). Sia come sia: la Lega nord di Curno è stata costretta a subire l’iniziativa di Curno oltre, pilotata a Bergamo dalla maschia volontà di Alessandro Sorte (il suo slogan è “Alessandro Sorte per una Bergamo forte”), propugnatore dell’orgoglio forzitaliota e intransigentemente determinato a cannibalizzare l’elettorato della Lega nord che a Curno è sbandato, frastornato dalle ben note imprese del Pedretti che fu il dominus della Lega nord, ai bei tempi del sodalizio di ferro con il conte zio. All’inizio la fasciofemminista, che in Consiglio dovrebbe rappresentare la posizione dei forzitalioti cattolici, di scuola formigoniana, e che infatti rappresenta la lista cosiddetta civica “Consolandi: una scelta per Curno”, ma in realtà rappresenta soltanto se stessa, non faceva parte della brigata. In seguito però, in una seconda edizione dei volantini distribuiti ai gazebo, abbiamo visto il marchio augusto della fasciofemminista.

    Credo che la comunicazione di Gandolfi non sia stata letta in Consiglio.

  14. Il Pd sulla diceria della Nuova moschea

    Qui sopra vedete l’ultimo volantino del Pd, affisso alla bacheca del partito, lungo la via dei Marchesi Terzi di Sant’Agata vien dal Monte. Si tratta di una fotografia scattata mediante ficofono (= smartphone), appena ricevuta via posta elettronica da parte di Gandolfi.
    Il titolo del comunicato, emesso dal Circolo Pd di Curno è “Pinocchio è tornato in servizio”. Leggendo il testo, si capisce che con il termine “Pinocchio” si vuol designare la bugia e, più in particolare, quel genere di menzogna che è veicolato dalla disinformazione. Ci troviamo dunque di fronte all’uso di una figura retorica, che prende il nome di antonomasia, quando si usa un nome proprio al posto di un nome comune. L’estensore non lo sapeva, ma di questo si tratta. D’altra parte neanche Monsieur Jourdain, l’ambizioso quarantenne del Borghese gentiluomo di Molière, sapeva di parlare in prosa: e quando gli dissero che lui, proprio lui, parlava in prosa, ne fu sommamente contento.
    Il comunicato si divide in cinque parti:
    a) Nella prima parte si denuncia la montatura mediatica della cosiddetta “Nuova moschea” di Curno. Peccato che non si faccia niente perché i cittadini capiscano. Anzi, sembra che si sia fatto apposta perché i cittadini non capissero. Si parla di disinformazione e non si dice chi ha propalato la disinformazione. Ebbene, se è vero che la disinformazione nasce per iniziativa della Nuova destra organizzata curnense (ma sarà anche unita? si vedrà), è pur vero che tale disinformazione è stata veicolata dall’Eco di Bergamo, in quel famoso articolo firmato da Remo Traìna, del quale ci siamo ampiamente occupati su Nusquamia, noi che non abbiamo peli sulla lingua.
    Comunque, poiché non siamo nati ieri, capiamo benissimo perché il Pd di Curno abbia preferito rimanere nel vago: più che pensare ai cittadini, che avevano diritto di capire, ha pensato alla propria convenienza, agli equilibri di potere stabiliti da un rinnovato patto di alleanza. Come dicevano gli antichi, Quieta non movere (che potremmo tradurre “Non stuzzicare il can che dorme”).
    Quali equlibri? Quale patto? Come abbiamo avuto modo di scrivere su Nusquamia, la dott.ssa Serra si era a suo tempo arrabbiata moltissimo per l’articolo disinformante del Traìna. Quindi ottenne interviste riparatrici, questa volta a cura non più di Remo Traìna, ma di una giovane giornalista che mi sa tanto che è di area Pd (del resto non ci vuol molto a capirlo: basta andare a vedereil suo profilo Facebook). Beata la Serra che cade sempre in piedi. Invece noi per l’Eco di Bergamo siamo soltanto pulci da schiacciare. Dato che ci sono, aggiungo che non sono così ingenuo da prendermela con il buon Remo Traìna, che poi è lo stesso giornalista che firmò quel famoso articolo tutto a favore del Pedretti, contenente per giunta uno “Spillo” redazionale che invitava il sindaco del buon governo a non disturbare il manovratore, cioè il Pedretti.

    b) Nella seconda parte del comunicato si mette in luce la scorrettezza della disinformazione propalata a Curno, in particolare quando stabilisce la concomitanza dell’Islam con la paventata mancanza di sicurezza a Curno. Anche qui il comunicato si mostra poco rispettoso dei cittadini, dal momento che evita di chiamare le cose con il loro nome: è un esempio di parlare ellittico, che potrebbe sembrare una furbata, e forse anche lo è, ma che in realtà fa un po’ incazzare i cittadini. Allora chiariamo noi quello che il comunicato non ha voluto mettere in luce: intanto, osserviamo che quando pudicamente si parla del tema di sicurezza (che in mancanza di opportuna specificazione significa tutto e niente), si evoca in realtà lo spettro della piccola delinquenza; in secondo luogo, andava chiarito che la disinformazione sul tema della sicurezza non è stata veicolata dall’Eco di Bergamo (meno male!), ma è presente sia nei volantini distribuiti ai gazebo di Forza Italia e della Lega nord, sia negl’interventi in Consiglio di Cavagna il Giovane. Si ha il dovere di essere chiari. Chi parla oscuro, per oracoli, usando le formulette del politichese e mai chiamando le cose per il proprio nome, mostra disprezzo per i cittadini ai quali ci si deve rivolgere non già – come vorrebbero certi dispensatori di buoni consigli – con i termini di un linguaggio per semianalfabeti, ma ordinando i pensieri nella forma di un discorso chiaro (sono due cose diverse). [*]
    Si noti che i gazebo di raccolta delle firme non sono nemmeno nominati: perché, viene da domandarsi, tanto pudore? E perché non parlare esplicitamente di Cavagna il Giovane? Lo so, i nostri avversari risponderanno che, a differenza di quanto a loro dire si farebbe in quella latrina di Nusquamia, non è corretto fare “attacchi personali”. Dicono così per nascondere una grande verità, questa. Il fatto è che i signori della politichetta sono tutti d’accordo nel coglionare i cittadini, perciò si guardano bene dall’attaccarsi l’un l’altro. Noi invece sferriamo gli “attacchi personali”, proprio perché riteniamo che i cittadini debbano conoscere le capacità e i limiti di coloro che chiedono il voto, nonché la cultura, l’idoneità ad affrontare i problemi e a ragionare in termini di sistema. Non facciamo aprte della coalizione dei coglionatori, di coloro che vedono nei cittadini un mezzo e non un fine. Dunque ciò che i signori della politichetta chiamano “attacchi personali” è in realtà un servizio al cittadino.

    c) La terza parte del volantino è una sorta di peana in onore dell’Arma dei carabinieri (gatti padani, cercate sul vocabolario il significato del termine “peana”). Da un lato, è vero, la Nuova destra organizzata curnense fa disinformazione strumentale (e indecente, aggiungerei) quando agita il tema della cosiddetta sicurezza, e non rende un buon servizio all’abnegazione e ai risultati conseguiti dall’Arma. D’altra parte è anche vero che il peana del circolo Pd di Curno è troppo, e stroppia, sia per una questione di misura (quante righe!), sia perché l’apprezzamento dell’Arma sarebbe stato più efficace se fosse stato meno partiticamente esplicito.

    d) La quarta parte del comunicato, per via del solito vezzo di parlare oscuro, da politico a politico, non dice quale sia la Nuova destra organizzata curnense. Invece, perché i cittadini capissero, sarebbe stato sufficiente dire che la Nuova destra organizzata è attualmente rappresentata da Curno oltre, sottomarca di Forza Italia, e dalla Lega nord (il Pedretti si appresta, pare, a fare un nuovo salto della quaglia, verso Fratelli d’Italia, [**] ma è tutto ancora in forse). Ed ecco allora la frase criptica, una vera e propria offesa all’intelligenza dei cittadini: «Gli ambienti che stanno orchestrando questa campagna tra l’altro, sono direttamente o indirettamente gli stessi che hanno amministrato il paese tra il 2007 e il 2012: esperienza disastrosa come ricordiamo tutti». Qui il circolo Pd di Curno sta facendo a sua volta disinformazione, anzi la fa due volte, sia perché non stabilisce, come pure sarebbe giusto, la differenza che corre tra Angelo Gandolfi e le componenti oltranziste di Forza Italia e Lega nord che mettevano il bastone fra le ruote al suo buon governo, sia perché dichiara il buon governo di Gandolfi «esperienza disastrosa».

    e) Nella quinta parte del comunicato si paventa «il tentativo di infangare a livello personale gli avversari politici». Qui sarebbe stato opportuno ricordare che i citati «metodi già visti a Curno in un passato non lontano», quei metodi vigliacchi, furono applicati a Gandolfi, il quale fu oggetto di volantini anonimi e di denuncia anonima di una protuberanza edilizia di entità siffredica (anzi, fu denunciato il padre, per demoralizzare il figlio).
    Varrà anche la pena ricordare che noi di Nusquamia non infanghiamo nessuno. Semmai facciamo il nostro dovere quando mettiamo in luce gli errori, le manchevolezze, le astuzie, le ambizioni, l’inadeguatezza tecnica e politica di alcuni nostri avversari. Insisto sul concetto che i cosiddetti “attacchi personali” sono necessari e doverosi, quando si fa politica onestamente e dalla parte del cittadino. Noi non siamo “con la gente e in mezzo alla gente” per coglionare la gente, come facevano i ciarlatani nelle piazze d’Italia, ma siamo dalla parte del popolo, senza secondi fini, senza usare il popolo per favorire una nostra carriera nei partiti e nelle istituzioni, per alalcciare relazioni importanti, o per fecondare il terreno di un letame che dovrebbe farci diventare ricchi e famosi. Il popolo come fine, e non come mezzo, dicevamo.

    Osservo infine che nel comunicato manca un sesto punto, quello che avrebbe dovuto tranquillizzare i cittadini: e non è cosa di poco conto. Si tratta di quel che Gandolfi ha messo in luce nell’espistola alla dott.ssa Serra: i cittadini temono che le loro proprietà perdano di valore, qualora le dimensioni del Centro culturale islamico superino una certa soglia. Dunque i cittadini dovevano essere tranquillizzati riguardo agli aspetti quantitativi e qualitativi del trasferimento del Centro ulturale islamico. E qui i casi sono due: o questo sesto punto non esiste, e allora tutto il comunicato perde valore. Oppure esiste, e l’averlo trascurato costituisce un grave errore di comunicazione, del quale quel furbacchione di Alessandro Sorte si farà forte (l’assonanza è voluta).

    ————————————————-
    [*] È una vita che, da diverse parti, cercano di rompere i cabasisi a noi di Nusquamia con questa storia che la sciura Rusina non capisce. Invece di dire “Quel che tu scrivi non mi piace”, dicono che la Rusina non capisce. Dicevano, alcuni lo dicono ancora, che siamo “difficili” e che dovremmo esprimerci come il Pedretti. Eh no, poffare! come il Pedretti esprimetevi voi. In ogni caso, tanto per cominciare, Nusquamia è un organo di discussione sulle ragioni della politica, e non un organo di propaganda. In secondo luogo, si abbia la bontà di considerare che la chiarezza non è sciatteria di linguaggio, non è beceraggine e non è assenza di contenuti: non stiamo parlando di cani, ma di politica; senza contare che uno può scrivere in linguaggio per semianalfabeti ed essere egualmente oscuro, se si esprime in politichese, dove tutte le parole sono ormai parole comuni, ma prive di significato. Anzi, noi cittadini dell’isola felice di Nusquamia ci facciamo un vanto di esprimerci chiaramente: abbiamo rispetto per il lettore, ci vergogneremmo di far ricorso a frasi strampalate, oracolari o di cazzeggio, implicito od esplicito. E se usiamo una parola più difficile, abbiamo sempre cura di farla capire nel contesto (così faceva Aulo Gellio, scrittore latino, quando gli capitava di ricorrere a parole meno comuni). Merda! Sono stufo di ripetere sempre le stesse cose!

    [**] Sarebbe il quarto salto della quaglia: il primo fu da Umberto Bossi a Bobomaroni; il secondo da BoboMaroni a Salvini; il terzo da militante della Lega a non-militante (l’annuncio di dimissioni dalla Lega, divulgato urbi et orbi dalla stampa anglorobicosassone alle Idi del dicembre 2015).

    • Credo che in vita sua Max Conti non sia mai stato preso così sul serio e così profondamente, se non presumo troppo, come in questa recensione del volantino del Pd di Curno. O forse presumo troppo? Forse certi giornalisti enogastronomici anglorobicosassoni sono molto più intelligenti, più profondi di quanto vogliano dare a intendere. Fanno i tontoloni, gli ingenui, i passacarte, per non suscitare l’invidia dei vicini. In realtà, invece… Insomma fanno come ho letto da qualche parte che facevano un tempo i contadini cinesi: appena gli fosse nato un figlio, il padre prendeva il fagotto del neonato, usciva di casa e si rivolgeva agli dèì: “Guardate, o dèi, che figlio mi è nato! Guardate com’è brutto, com’è rachitico! E com’è grinzoso, con questa bava sulla pelle, come quella di un ranocchio, con questi occhietti che sembrano quelli di un micio!”. Così pensavano di allontanare l’ira degli dei. Si tratta di un rito cosiddetto apotropaico.

  15. Giacomo e Francesca, via Pertini permalink

    Mia moglie ed io questa mattina abbiamo letto nella bacheca del PD un testo dal titolo ” Pinocchio è tornato in servizio”. Noi abbiamo conservato tutti i volantini del Sindaco Gandolfi, ma anche quelli delle rimanenti forze politiche. Li abbiamo sempre letti con calma in famiglia o il sabato o la domenica. Siamo abbastanza bene informati. Osserviamo per l’ennesima volta che chi scrive è un caso disperato che con tutta probabilità è il coordinatore Conti, lo diciamo con rammarico perché noi prima di Renzi votavamo per il PD e sappiamo che Conti c’era già al tempo di Bersani e c’è ancora adesso che c’è Renzi. Ma se non è lui che scrive, per carità, che ce lo dica e che smentisca lo scritto. Tenendo presente i volantini di Gandolfi e quelli di Conti, noi sappiamo che buona parte dei cittadini, quelli che hanno due dita di cervello ovviamente, reputano che Conti, politicamente, ribadisco politicamente, è un uomo da nulla che ignora le leggi dell’onore, chissà se politicamente è anche un poltrone, probabilmente sì, visto che un lustro di lettura del blog di Nusquamia non gli è servito a un fico secco. se quello del nuovo testo in bacheca è il suo livello di ragionamento. Coraggio sostenitori del PD di Curno che siete ben rappresentati.

    • Vedo che lei è molto pungente nei confronti dell’estensore del volantino: o anche acre, si direbbe. Comunque, “acre” deriva dalla radice indoeuropea ac, che infica una punta, ciò che è appuntito e che punge. V. il lat. acus (= ago), acutus (= acuto), acetum (= aceto, per il suo sapore pungente); o anche il gr. akros, che indica la cima di un monte (di qui “acropoli”). In senso buono, un acre ingenium è un’intelligenza penetrante (quel che scrivo non è farina del mio sacco, ma di quello del Mandruzzato: v. I segreti del latino).
      Ciò premesso credo che i primi due punti del comunicato potrebbero salvarsi, avendo però l’accortezza di specificare la genesi della diceria, i suoi autori e gli strumenti di diffusione: è una questione di rispetto dei cittadini e degli stessi elettori del Pd. Così com’è scritto, il comunicato sembra pensato non per i cittadini, non per gli elettori, ma per i funzionari di partito o per lo sparuto gruppo di militanti del partito (tra i quali c’è un giovane virgulto, il figlio della dott.ssa Luisa Gamba, destinato a un grande avvenire, forse futuro erede di Max Conti alla guida del Pd curnense).
      Dunque bisognerebbe specificare a) che una parte della disinformazione è stata veicolata dall’Eco di Bergamo; b) un’altra parte della disinformazione è stata propalata con i volantini distribuiti ai gazebo (che non si dovrebbe aver paura di nominare), segnalando che i gazebo erano rispettivamente di Curno oltre/Forza Italia (Cavagna il Giovane, il giovane virgulto par excellence) e della Lega nord attualmente guidata, ancorché sottotraccia, da Marcobelotti. Così i cittadini capirebbero qualcosa. Naturalmente, bisognerebbe aggiungere il punto che dicevo alla fine: c) gli aspetti qualitativi e quantitativi del trasferimento del Centro culturale islamico.
      Max Conti potrebbe precisare il suo pensiero in un prossimo volantino. Se non fossimo avversari politici, potrei fornirgli — dietro adeguato e lauto compenso: diciamo 600 euri — una consulenza, di là da quella che già gli ho fornito con queste noterelle. Si tratterebbe di produrre una nuova acconcia stesura del testo, un po’ come ho fatto, in via scherzosa, riformulando parte del comunicato zoppicante e incompresibile, per eccesso di zelo politicamente corretto e carenza di lettura dei classici, steso da quel funzionario di partito di Ponte san Pietro: si veda Scuola di scrittura per similprogressisti.

  16. Gli avversari politici non si diano alla pazza gioia. Ogni intemperanza sarà punita

    Sarò meno presente su Nusquamia, questi prossimi giorni. Mi trovo infatti a Terracina, fino a venerdì prossimo. Non è tuttavia il caso che i nostri avversari politici si diano alla pazza gioia. Anche se a distanza, essi sono pur sempre sotto tiro. Ogni loro fuga in avanti, ogni coniglio mediatico, ogni trasgressione alle leggi della decenza e dell’onore sarà punita.
    Contrariamente all’uso curnense di documentare in rete i cibi di prossima ingurgitazione (vedi i contributi su Facebook del Pedretti e di Marcobelotti), destinati a concozione [*] voglio sperare non difficoltosa, e a liberatoria cacazione, non presenterò la foto della frittura di paranza della quale mi sono testé deliziato. Dirò però, sicuramente recando un dispiacere alla dott.ssa Serra, che questa frittura di paranza terracinense è assai più gradevole di quella servita al ristorante similprogressista di Eataly, del similprogressista Oscar Farinetti, quello con i baffi buffi come si vedono nei cartoni animati, portati su una faccia similprogressista e inattendibile, che più renzista di così non si può.

    ————————————————-
    [*] I gatti padani cerchino sul vocabolario il significato del termine “concozione”.

  17. Analisi di un messaggio pubblicitario: Il maschio d’oggi, povero pirla
    Gli uomini veri sono una specie in via d’estinzione

    Nota – Questa analisi di un intermezzo pubblicitario è parte di un più ampio ragionamento sul metodo nusquamico di analisi del “testo”, cioè della tessitura dell’informazione. È il metodo con cui analizziamo i comportamenti e le uscite pubbliche dei personaggi della politichetta curnense, i conigli mediatici, i comunicati stampa spacciati per cronaca politica o camuffati da interviste al servizio del lettore (tutt’al più saranno interviste in ginocchio, al servizio dell’intervistato). Ai nostri avversari politici, di là dal metodo utilizzato, non garba che noi si facciano delle analisi. Dovremmo prendere per buoni i loro proclami, le loro interviste ecc. attenendoci rigorosamente al significato letterale di quel che dicono e di quel che fanno, sempre che quel che dicono e che fanno abbia un significato. Se ci scostiamo dal significato letterale, noi saremmo scorretti – dicono – perché i nostri sarebbero attacchi personali. Non siamo d’accordo: quelli che lorsignori chiamano attacchi personali sono il più delle volte analisi doverose e oneste. Noi non infrangiamo alcun un patto, perché non l’abbiamo mai sottoscritto. Quale patto? Quello di coglionare il popolo, tutti insieme, a destra e a sinistra. E se tali analisi diventano demistificazione, noi non portiamo colpa, anzi ne rivendichiamo il merito.

    Nella comunicazione pubblicitaria, come in quella politica, che è quasi sempre comunicazione di propaganda, esistono invariabilmente un “detto” emerso e un “non-detto” sommerso. In quella che vediamo qui sopra il “detto” consiste nella presentazione di un prodotto, in vendita in farmacia, che può contrastare efficacemente l’ipertrofia prostatica, quella per cui il maschio è costretto a frequenti minzioni.
    Il “non-detto” è che il maschio è un povero pirla, che non sa quel che vuole e ignora i doveri di un comportamento politicamente corretto; pertanto sarà còmpito della donna prendere l’iniziativa, recarsi in farmacia, acquistare quel prodotto e imporlo al povero maschio. Non soltanto lei non sarà più infastidita dalle impellenti necessità di minzione frequente da parte del marito/compagno, ma assumerà un nuovo ruolo nel rapporto di coppia, un ruolo dominante: volendo, il marito potrebbe essere ridotto a una pezza da piedi, ut est in feministriarum votis. Non è forse una buona motivazione per l’acquisto del farmaco?
    Si noti che in questa pubblicità il “non-detto”, cioè la promessa di soddisfacimento di una volontà di dominio, prevale sul “detto”, cioè la cura del male (l’ipertrofia prostatica): la motivazione all’acquisto del farmaco nasce dal “non-detto”, prima ancora e molto più che dal “detto”. Il “detto” è soltanto un pretesto.
    Questo è quanto emerge dall’analisi della comunicazione pubblicitaria, se si hanno occhi per vedere, orecchie per udire e facoltà mentali idonee per pensare. Ecco, ad ogni buon conto, l’analisi nusquamica:

    • Scena #1 – Interno di camera da letto: lei è a sinistra, lui a destra; a sinistra, la porta della camera da bagno. Il marito si volta su un fianco, si scopre, si alza dal letto.
    • Scena #2 – Interno del bagno, inquadrato dalla camera da letto, piano basso. Si vedono i polpacci e gli arti inferiori del marito, davanti alla tazza del cesso, nella quale ha appena versato la sua minzione; i piedi sono sporchi.
    • Scena #3 – Camera da letto: la moglie, infastidita dal rumore, si è svegliata, si appoggia su un gomito, osserva in direzione del bagno e disapprova. È impeccabile, la pettinatura è perfetta: rappresenta il mito della cinquantenne determinata, ancora stuzzichevole e in carriera. Guarda contrariata il marito che torna in camera; lui sa benissimo di essere in colpa, perché ha creato un disturbo nella vita regolata della moglie. Perciò accampa la scusa: «Avevo sete»: excusatio non petita, accusatio manifesta. Oltre tutto, una scusa stupida, perché lei si è accorta benissimo che lui pisciava. Il povero maschio somiglia un po’ a Michele Placido, che cominciò la carriera cinematografica interpretando il ruolo dello stallone, mentre adesso che è anziano tiene in modo particolare a passare per un pensoso intellettuale del giro politicamente corretto.
    • Scena #4 – Quest’uomo è un gran pisciatore. Lo vediamo ancora una volta che, mogio mogio, fa ritorno in camera da letto: racconta alla moglie una seconda frottola: «Ho sentito uno strano rumore in garage». In mano ha una torcia elettrica, come se effettivamente fosse andato in garage. Lei non ci crede (giustamente), comincia ad essere incazzata.
    • Scena #5 – Vediamo ancora una volta il marito-bambolotto tornare in camera, mentre accampa la terza scusa: «La televisione era rimasta accesa». In mano ha il telecomando, per rendere plausibile la sceneggiata; lei, svegliatasi un’ennesima volta, non gli crede, ed è decisamente incazzata. Tanto più che l’indomani ha una riunione con lo staff (squit!) dell’Ufficio marketing, ha la necessità di essere in forma, ben riposata, e lui osa svegliarla nel cuore della notte. Cose da pazzi! Lui ha l’aspetto di un cane bastonato.
    • Scena #6 – È chiaro che lei deve aver detto “Basta! Punto! Me ne interesso!”. Perciò, senza frapporre indugio, si reca in farmacia per acquistare il farmaco benedetto che finalmente, preso dal marito, consentirà a lei di dormire in pace.
    • Scena #7 – Elogio dei pregi del farmaco testé acquistato.
    • Scena #8 – Il marito si presenta in camera da letto, sempre con la faccia di Michele Placido, non più a notte fonda, ma il mattino. Ed è trasformato in cameriere! Per le mani ha non più la torcia elettrica, non più il telecomando – miserabili espedienti dissimulatori – ma un vassoio per la colazione a letto. Annuncia servizievole: «La colazione è pronta, e non è una scusa». Lei non è più incazzata, anzi sorride compiaciuta della vittoria riportata: poco manca che il marito/compagno indossi la casacca-rigatino dei camerieri d’albergo.
    La colazione è servita. Anche il messaggio pubblicitario è servito, comprendente il “non-detto”, soverchiante il “detto”, ma tale da indurre all’acquisto del prodotto detto.
    Fine dell’analisi, ma non dell’argomento, sul quale torneremo. Per la gioia dei gatti padani, del Collettivo Martha Nussbaum di Curno e dei politicanti che vorrebbero, tutti d’accordo, coglionare il popolo; e che perciò non amano le analisi demistificanti.

  18. palmiro permalink

    Oltre tutto, il volantino del Pd lascia intendere che tutto il centro destra al completo stia facendo opera di disinformazione, quando agita lo spauracchio dell’edificazione di una presunta moschea.
    [Già: grande quanto? Come il Bibliomostro? N.d.Ar.]

    Mettono nel calderone Gandolfi: includono, e poiché loro possono dire quel che vogliono, ecco Gandolfi bello che incluso. Ma i letterati estensori del volantino piddino sono sicuri di essere immuni dalla disinformazione? e perché non hanno specificato il non allineamento di Gandolfi rispetto i cianciaroni ggiovani? Mi viene un sospetto. Che abbiano paura di Gandolfi? Così si spiega perché parlano di disinformazione, ma si guardano bene dal nominare Forza Italia [che sbuffa e bluffa come se fosse l’azionista di maggioranza: N.d.Ar.] e la Lega [che subisce: N.d.Ar.]: per negare diritto di esistenza a Gandolfi. Del resto, che per loro Gandolfi non esista è testimoniato dal fatto che, malgrado siano anni che Gandolfi afferma la sua difficoltà a partecipare alle riunioni di Consiglio comunale, quando siano tenute il giovedì, l’amministrazione, tenendone ben conto, abbia convocato il consiglio per il Giovedì.

    • el Perro permalink

      E se l’attuale amministrazione fosse felice quando Gandolfi non è presente in consiglio?
      E se il PD di Curno avesse un redattore di volantini davvero incapace di comunicare in modo adeguato?
      Ambedue le domande prevedono solo due risposte: 1- perchè sono diversamente onesti; 2- perchè sono diversamente intelligenti.

  19. Curno: un ennesimo convegno inutile
    Ma non hanno paura della reazione imbufalita del popolo?

    A Curno giovedì scorso si è tenuto un ennesimo convegno inutile, con il solito titolo che pretende di essere creativo (“Muoviamoci insieme”) e che invece nasconde l’imbarazzo di dire le cose come stanno. Un titolo degno dei copywriter che escono dall’Univeristà sgarrupata di questo tempo infelice, laureati in cosiddette Scienze della comunicazione.
    Come quando certe marche di yogurt sono reclamizzate come idonee alla cosiddetta “regolarità”. Quale regolarità ? Forse quella del ciclo mestruale, visto che il ciclo va talora eufemisticamente sotto il nome di “regole”? Se avessero il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, direbbero che serve per cacare regolarmente. Già dire che lo yogurt serve per la regolarità intestinale è un po’ girare intorno al problema. Ed ecco la grande trovata: serve per la “regolarità quotidiana”. La cacata è evocata, ma non è nominata: vi si allude. Fra l’altro, così si tutelano da una causa legale, intentata da un consumatore che in giudizio affermasse, e dimostrasse, che stitico era e stitico è rimasto, nonostante l’uso compulsivo dello yogurt.

    Analogamente si comportano i nostri amici (si fa per dire) similprogressisti, quando indicono un convegno inutile e non vogliono dirci quale ne sia il tema. Già non è chiaro perché lo indicano a Curno; o, meglio, poiché non ce lo dicono, e non si trova alcuna buona e plausibile ragione, ci inducono a essere sospettosi. Leoluca Orlando Cascio soleva dire che il sospetto è l’anticamera della verità: grandissima cazzata, che anni fa furoreggiava tra le damazze radical chic. Però, in generale, sospettare di certi nostri polli non è sbagliato. Sappiamo per esperienza che essi usano i cittadini in apparato, considerati non come un fine, ma come un mezzo onde acquisire visibilità, fare carriera, estendere il perimetro della propria area di potere.
    Ma poi, qual è il tema di questo convegno inutile? Va bene, non ve lo dicono loro, ve lo diciamo noi: il convegno era dedicato al tema del pendolarismo tra casa e lavoro, o tra casa e Università, o anche degli spostamenti per diporto. In altre parole, se proprio si devono utilizzare i mezzi di trasporto, sarebbe bene che si usassero i mezzi pubblici o che i cittadini che compiono lo stesso percorso invece di usare ognuno il proprio mezzo privato si mettessero d’accordo per viaggiare insieme, in quattro o anche in cinque in una stessa automobile.
    Capisco che tutto questo non si possa dire in due parole, però se invece del titolo sciacquettistico-metaforico-similcreativo-anfibolico (il “muoversi” nel senso di “trasportarsi da un luogo all’altro”, in senso proprio, e nel senso di “darsi una mossa”, in senso metaforico) avessero trovato un titolo pertinente, avrebbero fatto il loro dovere. Un esempio di titolo non coglionante? Eccolo:
    Trasporto condiviso.
    Era così difficile per i grandi copywriter del Pd? Non sono i nostri amici (si fa per dire) similprogressisti i grandi buccinatori (gatti padani: cercate la parola nel vocabolario) della condivisione? Com’è noto, essi intendono la condivisione come una supposta, o un clistere, somministrato dall’Amministrazione ai cittadini, e mai come ascolto delle necessità dei cittadini. Bene, avevano un’occasione per usare questa parola, una volta tanto, in senso non schifoso, e non l’hanno sfruttata.
    Invece il sottotitolo del convegno (“Il trasporto al tempo di Internet”), non è male, soprattutto se il tema è stato affrontato, ed è stato affrontato correttamente e con competenza. Infatti dire che faremmo bene a usare i mezzi pubblici e a condividere l’auto è un’esortazione genericamente buonista, una robetta che abbiamo sentito in tutte le salse, ma della quale non vale la pena parlare, perché è naturale che se ci fossero trasporti pubblici decenti, un numero crescente di persone, soprattutto in epoca di crisi, ricorrerebbe al trasporto pubblico, invece di infognarsi nel traffico cittadino e interurbano: dunque non si vede perché amministratori pubblici e partiti debbano fare conferenze, invece di adoprarsi attivamente perché i trasporti pubblici ci siano, siano sicuri e siano efficienti.
    Non è invece banale, perlomeno non è ancora banale, affrontare il tema della liberazione dell’uomo dall’idea che il lavoro si debba svolgere in ufficio. Nello stesso tempo dev’essere messo bene in chiaro che il lavoro a casa non ha da essere una forma di sfruttamento, per cui i figli di puttana che hanno un posto di lavoro fisso sfruttano coloro che non ce l’hanno, ma una forma di razionalizzazione che la tecnologia già oggi consentirebbe di attuare. Tuttavia non viene attuata perché solitamente la tecnologia viene usata contro l’uomo e non per l’uomo. I mongomanager sono i kapò di questo sistema di sfruttamento delle risorse umane, cioè servi contenti di essere servi, brutta gente che gode a sfruttare uomini liberi ridotti in stato di schiavitù dal sistema di ingiustizia sociale. Tale sistema d’ingiustizia sociale, messo a punto dai mongomanager, è oggi sostenuto da un partito come il Pd che spudoratamente si dice “di sinistra”.

    La fotografia qui sopra illustra molto bene due cose:
    a) intanto il convegno è stato ampiamente cammellato, come si evince dal fatto che riconosciamo le solite facce della solita compagnia di giro;
    b) in secondo luogo, il convegno dev’essere stato particolarmente palloso, come si evince dall’aspetto scazzato degli astanti.

    Il convegno era moderato da Isaia Invernizzi, già giornalista a Bergamo news e antipatizzante nei confronti di Nusquamia (ricordo due sue telefonate, in cui si lamentava del fatto che io non apprezzassi la professionalità anglorobicosassone); attualmente lavora presso l’Eco di Bergamo e sogna di prendere l’aereo a Orio al Serio per approdare all’aeroporto Fiorello La Guardia e lavorare come “giornalista d’inchiesta” (seh… e a Bergamo?) al New Yorker. Lui è un giornalista del genere “ma anche”, un po’ alla maniera di Veltroni: nel suo profilo Twitter ha scritto di essere «guardiano social» e «anarchico borghese», cioè lui starebbe dalla parte del cosiddetto “contropotere”; nello stesso tempo, fa parte di quella stampa anglorobicosassone che, per non dare un dispiacere ai soliti noti della politichetta curnense, ha stabilito che Gandolfi non esiste. Cioè, secondo lorsignori, a Curno non esiste l’intelligenza, non esiste la capacità di ragionare e affrontare i problemi in maniera disinteressata dalla parte di cittadini, non esiste l’onore.

    Il convegno è stato introdotto da Max Conti, segretario del circolo Pd di Curno; e qui viene naturale porsi qualche domanda:
    a) Un convegno come questo che, pur nella sua inutilità, avrebbe dovuto svolgersi a Bergamo, è stato tenuto a Curno per fare un piacere a Max Conti?
    b) Se questo convegno è stato tenuto a Curno per fare un piacere a Max Conti, vuol dire che Max Conti sarà candidato sindaco alle prossime elezioni amministrative? O vuol dire che è candidato alle prossime elezioni regionali o europee? Cioè, il convegno serviva a dare visibilità a Max Conti? Ma allora come la mettiamo con le aspettative di carriera della dott.ssa Perlita Serra, in concomitanza con il prossimo regno di Hillary Clinton?
    c) Se invece questo convegno non è stato indetto a Curno per fare un piacere a Max Conti, forse allora è stato un’offa gettata nelle sue fauci? Egli, infatti, ambirebbe a qualcosa di più che a presiedere un’associazione inutile e a vocazione fortemente burocratica come BergamoEuropa; per non parlare poi di questo convegnuccio che avevano paura che andasse incontro a un fallimento, se fosse stato tenuto a Bergamo. Perciò l’hanno indetto a Curno, dove le truppe cammellate sono garantite.
    Insomma, da qualche tempo a questa parte ci siamo fatti l’idea che Max Conti scàlpiti per sedersi su una poltrona istituzionale importante, anche per non essere da meno della dott.ssa Serra, che ambisce a posizioni di grande rilievo su scala regionale, nazionale, europea e forse anche internazionale. Lui però si vede assegnare soltanto cosucce burocratiche, con le quali sperano di tenerlo buono. Max Conti fa buon viso a cattivo gioco, ma morde il freno, perché vorrebbe accreditarsi come operatore culturale. Invece nel Pd, dove hanno altri uomini da sistemare nel settore – qualcuno è anche preparato – fanno orecchie di mercante. Potremmo dire che fanno orecchio di “attore del territorio curnense”: insomma, Max Conti è in ambasce, anche perché non se la sente di rinunciare a un ruolo culturale, per meriti che a noi sfuggono.

    • Il mobility manager? Una vessazione burocratica
      Il mostro burocratico s’ingrassa e divora stipendi su stipendi: il cittadino paga

      Per chi non lo sapesse, il responsabile della mobilità (o Mobility manager, come piace dire: oh, yeah!) è un “regalo” che l’apparato tecno-burocratico-politico impose agli italiani con il decreto interministriale del 27 marzo 1998, rimasto in sonno negli anni passati, ma esploso ultimamente con il regime renzista, sempre alla ricerca di nuovi pretesti per tassare i sudditi, cioè noi. Il decreto, che prende il nome di Mobilità sostenibile nelle aree urbane, prevede che gli enti pubblici con più di 300 dipendenti per unità locale e le imprese con complessivamente oltre 800 dipendenti, debbano individuare un responsabile della mobilità del personale. Non è prescritto che debbano procedere a nuove assunzioni, ma figuriamoci se le Amministrazioni locali si lasciano sfuggire questa nuova occasione per spendere e per produrre fumus grapheocraticus. Come se non bastasse, ben due sono le figure professionali di manager/monager: il mobility manager di azienda e il mobility manager di area.
      Non vado oltre, perché sono disgustato. Merda!

      • Ma perché il sitarello del Pd di Curno è fermo all’ultima apparizione di Misiani (5 maggio 2014)?

        Come mai il sitarello del Pd tace? È fermo all’ultima apparizione di Misiani (5 maggio 2014), in occasione delle elezioni europee, quando Max Conti doveva dimostrare al “suo” conte zio che qui a Curno qualcosa si muove, e che le truppe cammellate rispondono al richiamo convenzionale: ohibò!
        Non vogliono compromettersi? Eppure qualcosa bolle in pentola, alcuni esponeneti curnensi del Pd sono in gran carriera: la dott.ssa Clara Colombo è stata di recente nominata, dopo ampio e quasi-democratico dibattito, responsabile dei Giovani democratici orobici del Pd, la sua carriera potrebbe essere simil-Pivetti; Max Conti è sempre in attesa di un riconscimento culturale, adesso che più nessuno mette in discussione il suo specifico vissuto aziendalista, ma è comunque presidente dell’importante associazione lobbistica BegamoEuropa; la dott.ssa Serra, fotografatissima mentre inaugura tutto e di più, in posa fasciata e tricolorata, è proiettata verso i più alti fastigi nazionali e internazionali, in modalità simil-clintoniana (anche la “sorella” Hillary ride sempre: si vedano i numerosi filmati su You Tube, che si pongono tuti la stessa domanda: ma che ci sarà mai da ridere, soprattutto dopo le domande imbarazzanti?).
        Non si sentono in dovere gli aziendalsimilprogressisti curnensi di riassumerci, dal loro punto di vista, s’intende, il significato del recente dibattito sulla mobilità, proprio a Curno? Ma che si esprimano, una buona volta! Perché se ne stanno sommersi? Fanno come Marcobelotti? Gatta ci cova: e questa volta non è un gatto padano. Più o meno come quel poveraccio della pubblicità del Prostamol (vedi sopra): «E questa volta non è una scusa».

  20. Quando il Pedretti era il Pedretti
    Il fringuello, la peppola e la pispola… e poi?

    Ho trovato in rete questo fossile, che sottopongo all’attenzione dei lettori. Trattasi di un contributo del consigliere regionale Pedretti, quello che alle Idi del dicembre scorso ha annunciato di non far parte della Lega, perché non vi si riconosce più, dice; dunque si ritira per motivi ideali, e non perché non è stato posto nelle liste di papabili o papati. Dice anche che Maroni è un traditore e, francamente, ci piacerebbe saperne di più. E se invece tentasse il colpo, a fine anno, di creare una lista di disturbo, per poi accreditarsi come elemento unificante della Nuova destra organizzata curnense? Pur non candidandosi (una sua candidatura, francamente, mi sembra impossibile), la speranza sarebbe di tornare a essere un riferimento indispensabile per la rete di relazioni che ha stabilito negli anni passati, e che lui intenderebbe gettare di nuovo nel mare sempre meno pescoso degli elettori, dopo le opportune operazioni di ripristino e sostituzione delle maglie distrutte.

    Intanto godiamoci questa chicca, che porta la data del 17 giugno 2012;
    Nuova legge per la caccia in deroga di sei specie.

    Alla fine della chicca leggiamo: «la Lega Nord è da sempre in prima linea nella difesa dell’attività venatoria, nella sua valenza sportiva ma anche per il suo forte significato tradizionale e culturale». E ti pareva: la cultura! Ora, io non voglio certo normare la cultura, ai sensi di cacata carta. Però, ancora una volta, mi vien fatto di pensare che gli “evocatori” di cultura non sono le persone che in fondo un po’ di cultura l’avrebbero, ma coloro che pensano che la cultura sia una sguadrinella, pronta ad accomodarsi con questo e con quello. Qui è l’errore: la cultura è povera, è vero, ma non è necessariamente puttana; tutt’al più è libertina, ma è un’altra cosa.
    Il Petrarca, dopo aver constatato che non esiste amore per la virtù e che l’aspirazione di tutti è per il guadagno, e non per la cultura, prende atto delle parole di scherno che il volgo indirizza alla cultura, teso com’è al guadagno (ma oggi, aggiungiamo noi, le cose vanno ancora peggio: assistiamo allibiti alla pretesa degli aziendalisti di essere essi stessi dei protagonisti culturali). E scrive:

    Qual vaghezza di Lauro? qual di Mirto?
    Povera, e nuda vai, Filosofia,
    Dice la turba al vil guadagno intesa.

    Faccio la parafrasi ad uso dei gatti padani: «Quale mai desiderio di gloria letteraria? (la testa dei poeti eccellenti era cinta di lauro, sacro al dio Apollo, o di mirto, sacro alla dea Venere). Dice la massa (“la turba”) che pensa soltanto al vil guadagno (i servi del denaro, gli aziendalisti): “Ma tu, filosofia, te ne vai povera, non hai nemmeno di che vestirti”.
    Va bene, gli aziendalisti la pensino pure così, dice il Petrarca, che conclude il sonetto con l’esortazione ad affrontare comunque i disagi di una vita scomoda e la disapprovazione del volgo ignorante. È evidente la contrapposizione tra il “gentile spirto”, al quale si rivolge, e il “volgo”, appunto.
    Ma, se le cose stanno così, perché i politici e gli aziendalisti osano scomodare la cultura? Perché pensano che sia una puttanella, evidentemente, per giunta indifesa. Qualche volta è proprio così: si trovano giovanottini, anche preparati, ma ambiziosi, pronti a giurare il falso; dicono per esempio che Martha Nussbaum è una filosofa, che il bergamasco è una varietà di un’ipotetica Ur-lingua, il lombardo orientale ecc. Cioè, qualche volta i politici e gli aziendalisti riescono davvero a coglionare il prossimo. Nostro preciso dovere è impedire che gli vada sempre bene.

    • Appendice sull’ipotesi di una lista di disturbo pedrettesca

      Tra l’altro, se l’ipotesi di una lista di disturbo pedrettesca dovesse avverarsi, ci sarebbe verametne da ridere. Perché in questo caso Marcobelotti dovrebbe spiegare ai cittadini perché varebbe la pena votare per il drappello della Lega nord curnense, invece che per il Pedretti. Questi, com’è noto, lanciò una fatwa contro Maria Donizetti ed Angelo Fassi, i leghisti dal volto umano, ma Marcobelotti si è sempre ben guardato dall’affrontare il caso Pedretti, men che meno di abrogare la fatwa, pronunciata da un Pedretti allora potentissimo, quando diceva: la Lega sono sio! E il Bepi, per gli amici Pepito el memorioso (visto che è la “memoria storica”), ci fece un bel ta-tze-bao, ricordate? Al centro campeggiava il Pedretti con il suo giacchettino attillato, alla maniera di Elvis Presley, dalla bocca usciva il fumetto “La Lega sono io!”. In soldoni, la Lega nord — e non solo Marcobelotti, oserei dire anche più in altro: Maroni, Salvini) — hanno fatto di tutto per non trovarsi mai il Pedretti alle spalle, e neanche di fronte. Però, se il Pedretti crea una lista di disturbo, per essere efficace dovrà dare un po’ di fastidio a Marcobelotti, almeno un po’, soprattutto all’inizio. E Marcobelotti sarà costretto a prendere posizione. Contro il Pedretti, almeno inizialmente, se non vuole che il suo elettorato sia largamente cannibalizzato da Alessandro Sorte e dal Pedretti. Beh, sarà divertente.
      Così come sarà divertente esaminare il comportamento della componente formigoniana — o ex-formigioniana, forse lupesca (da Maurizio Lupi) — di Forza Italia. Se ancora esistono, come si comporteranno? E quanto si sentono rappresentati dalla fasciofemminista che, se non sbaglio (credo di no, perché ricordo bene un suo intervento in Consiglio) si sente pochissimo in sintonia con il mondo cattolico, in particolare con quello brianzolo così bene rappresentato da Formigoni (che è di Lecco) e da don Giussani (che è di Desio, come papa Pio XI; invece Radio Maria ha sede a Erba, sempre in Brianza).
      Insomma, questa prossima campagna elettorale si annuncia frizzante. E se, nella vana speranza di coglierci di sorpresa, i nostri avversari introducessero nell’agone politico qualche personaggio nuovo? Speranza vana, appunto: abbiamo maturato un’esperienza di prim’ordine nell’analisi motivazionale dei politici indigeni, non credo che troveremo difficoltà nel decrittare le magagne di eventuali nuovi personaggi o personaggetti politici che si facessero vivi di punto in bianco: oriundi curnensi, cittadini bergamaschi o anche non-orobici, foresti. Non ci vuole granché a costruire il profilo di qualche eventuale personaggio nuovo, soprattuto se si agita oltre i limiti della decenza.
      Insomma, cari avversari, rassegnatevi, siete sotto tiro, non c’è camuffamento o escamotage che tenga. Pagherete caro, pagherete tutto.
      Ma il piatto forte delle prosime amministrative sarà il dilemma: dott.ssa Serra sì / dott.ssa Serra no. Insomma, si ricandida o non si ricandida? E se non si ricandida (in vista dell’assunzione di una carica di prestigio internazionale), chi avremo come candidato sindaco succedaneo? Max Conti? La dott.ssa Luisa Gamba? Un giovane virgulto? E, se è un giovane virgulto, quale?

      • Sparare sugli uccelli è “cultura”?
        Sì, buona notte: allora Martha Nussbaum è una filosofa, e se mia nonna avesse una ruota, sarebbe una carriola

        In un recente intervento su Facebook (vedi), il Pedretti si lamenta di una nostra noterella, quella che leggete qui sopra. Dice che avrei problemi con gli uccelli. Ma l’ornitologo non era lui? E non è lui che ci ha dato esempi di appassionata oratoria, perorando l’assunto che sparare agli uccelli è cultura?

        Però il metodo d’indagine nusquamiense c’induce, come i lettori sanno, ad andare oltre il significato letterale del testo, a leggere tra le righe. Ci domandiamo allora se veramente il Pedretti sia irritato perché rammentiamo il suo antico interesse per il bacino elettorale dei cacciatori, [*] o se invece la ragione della sua irritazione non sia un’altra. In verità nella nostra noterella accennavamo a un possibile tentativo del Pedretti di tornare a calcare le tavole del palcoscenico politico (chiamiamolo così), creando a Curno (la “ridotta di Curno”, come la ben nota “ridotta della Valtellina” per Mussolini, quando la guerra era ormai perduta) una lista elettorale di disturbo, destinata poi a convergere, con la sua regia, nella Nuova destra organizzata curnense: una speranziella — dicevamo – non fosse che deve fare i conti con la maschia determinazione di Alessandro Sorte. Perché “maschia”? Perché questo emergente uomo politico bergamasco, messo in pista da Saffioti, con il quale il Pedretti era in ottimi rapporti, è, come noto, paladino di una “Bergamo forte”; a fortiori, cioè a maggior ragione, sarà favorevole a una “Curno forte”, sotto la sua egemonia.
        Ci domandiamo perché il Pedretti se la prenda tanto, tanto più che noi non saremmo per niente dispiaciuti, qualora tale ipotesi di una lista di disturbo si avverasse. In tal caso, infatti, la Lega nord sarebbe finalmente costretta a occuparsi del Pedretti, finalmente i cittadini riceverebbero spiegazioni dovute (e il non darle suona a grave offesa alla loro intelligenza, quale che essa sia), quelle stesse che la Lega nord ha finora evitato di dare, come se il Pedretti non esistesse. Invece il Pedretti esiste, e nella Lega nord, com’è noto, contava: e come se contava! Era un amicone di Umberto Bossi, prima che il Pedro facesse il salto della quaglia in campo bobomaronita, e prima che negasse al caro leader un aiutino, anche soltanto simbolico, quando il fondatore incespicò in una causa giudiziaria. Mi riferisco al tempo in cui l’Umberto veniva processato per vilipendio al Capo dello Stato. Eppure era stato il Pedretti a suggerire all’Umberto la qualifica di terrone, da attribuire a Napolitano.

        Il Pedretti era stato il progettista del terrazzino della villa dell’Umberto, in quel di Gemonio, a titolo gratuito. Umberto dice che il terrazzino è stato pagato, ma si riferiva all’impresa che fece i lavori, non al Pedretti, che è generoso:

        Sempre il Pedretti si era fatto carico del benessere delle tartarughe di madame Bossi (sig.ra Marrone in Bossi, quella che, secondo le malelingue, avrebbe dato vita al cerchio magico). E la famiglia del Pedretti aveva ospitato il Trota, al tempo in cui il pargolo dinastico, il giovane virgulto, trasferì la propria residenza a Curno per attendere a uno «studio matto e disperatissimo» (l’espressione è del Leopardi). Dopo di che per lui prendere la laurea (in Albania) fu uno scherzo da ragazzi.
        Non dimentichiamo infine che il Pedretti è stato un apprezzato (dalla Lega nord) legislatore nei banchi della Regione lombarda: e non si è occupato solo di caccia, a suo tempo trovammo anche una sua firma in calce a un progetto di riconoscimento di certe brigate gastronomiche.
        Dunque il Pedretti non è un signor nessuno e, se così stanno le cose, perché da un certo punto in poi la Lega nord lo ha ignorato e continua a ignorarlo? Marcobelotti ha una risposta da darci? Perché fanno di tutto per non incontrarlo? Pensavano di tenerselo buono con quella targa onorifica che Salvini gli consegnò sul palco della Fiera di Bergamo, qualche tempo fa? E, soprattutto, se veramente hanno chiuso con il Pedretti, perché non hanno revocato la fatwa contro Fassi e Donizetti? Anche qui: che cosa ci può dire Marcobelotti?

        ——————————————————
        [*] Simile interesse disinteressato (è un ossimòro, e sta bene così) per i cacciatori mostrava Gabriele Cimadoro, cognato di Di Pietro e deputato dell’Italia dei Valori: «L’Italia con i cacciatori è un paese incivile. Pensi che quest’anno in Val Brembana abbiamo fatto solo due giorni di caccia. Io non ho preso niente, ma ormai per andare a cacciare bisogna portarsi dietro l’avvocato, il codice civile e quello penale. In altri paesi più civili del nostro è una fonte di guadagno».

      • Marcobelotti, Bobomaroni e Matteo Salvini: salite per quella biscaglina! Ed esprimetevi, cazzo!

      • Cattolicesimo brianzolo vs. cattolicesimo padano

        Qui sopra avevo accennato al cattolicesimo che caratterizza i forzitalioti di ascendenza formigoniana, quelli stessi che a Curno dovrebbero essere rappresentati in Consiglio dalla fasciofemminista, sempre che i formigonian-forzitalioti esistano ancora a Curno. Alcuni rappresentanti del loro non pletorico drappello potrebbero essere politicamente deceduti, di crepacuore; altri sono stati avvistati mentre si lasciavano trasportare dalle turbinose correnti del Brembo, precariamente accomodati su zatterre primitive, o anche aggrappati a tronchi d’albero, con l’intento di farsi trasportare fino alle foci del Po: poi, quel che sarà sarà, un po’ come i pellegrini che nell’Armata Brancaleone andavano in Terra santa. Pare comunque che siano andati abbastanza avanti: dopo la confluenza del Brembo nell’Adda, sono stati avvistati a Lodi che intonavano l’inno del monaco Zenone: «Senza armatura / senza paura / senza calzari / senza denari / senza la brocca / senza la gnocca / senza la mappa / senza la pappa / senza cavallo / né caciocavallo…».

        Mi domando come abbiano superato i numerosi ostacoli che intercettano la navigazione dei tre fiumi, per esempio gli sbarramenti, e se sono riusciti illesi dal pericolo di sodomizzazione rappresentato dai pesci-siluro, che apprezzano il tepore delle viscere umane, o come si siano difesi dai morsi delle mutrie, che apprezzano il sapore acre dei testicoli. Si vede che lo Stella, che cinque anni fa non voleva salire quella benedetta biscaglina, è diventato un capitano coraggioso e ha saputo assicurare l’incolumità ai forzitalioti curnensi di area cattolica, quelli che non hanno voltato le spalle al verbo di don Giussani e che, pur di non darla vinta a Locatelli, hanno scelto la perigliosa strada dell’esilio. Com’è noto, Comunione e Liberazione, la creatura di don Giussani, il “movimento” al quale aderiscono i forzitalioti formigoniani (o lupeschi) è pervasa di cattolicesimo brianzolo.
        Ecco, mentre rincasavo da una breve paseggiata, all’improvviso, in un sentiero di san Gervasio, tra un muro del Seicento e un filare di betulle, nell’intervallo tra la lettura di due capitoli dell’audiolibro che vado ascoltando questi giorni (La ragazza di Bube), mi domandai: ma in che cosa differisce il cattolicesimo brianzolo da quello padano? Perché si parla di cattolicesimo brianzolo, e non si parla mai di cattolicesimo padano? Mi posi la domanda, ma non mi diedi la risposta, perché era cominciata la lettura del cap. 18. D’altra parte, non sono in grado di trovare una risposta nemmeno adesso. Non ne so abbastanza da potermi pronunciare. Qualche lettore di Nusquamia è in grado di affrontare la questione?

  21. palmiro permalink

    Sparare sugli uccelli è cultura?_2

    Certamente sì, sparare su inermi e innocenti animaletti è cultura. Tutto è cultura, in nome di; in nome della; è cultura. Non dobbiamo scandalizzarci, non più di tanto almeno. Del resto, anche il mastodontico, illustrissimo eccellentissimo e pregiatissimo Costanzo dott Maurizio, in epoca non sospetta, all’apparire dalle prime puntate del Grande fratello, ne assunse il patrocinio, affermando che lo spettacolo del grande fratello propinato a piene mani fosse cultura. Il sottoscritto è dubitativo nei confronti dei falsi profeti, e feci bene; infatti venni poi a scoprire che sia il buon uomo sia la moglie (tale Maria De Filippi) al seguito [al tempo in cui la De Filippi era meno importante del marito: N.d.Ar.] erano azionisti della trasmissione.
    Io rimango dalla mia idea, bloccato e impantanato nelle fradice terre putrescenti della mala informazione. Ribadisco la mia impenetrabilità alle ideuzze interessate dei sacerdoti oracolari: per me cultura è bellezza, arte, scuola che fu, architettura che fu, cibo ecc.

    P.S.
    Che fine ha fatto il coordinatore del PIDI di Curno? Ma sì, quello che dovrebbe aver scritto quelle incredibili baggianate in relazione al volantino di risposta al centro destra (tutto) sulla moschea; ma, colto da un oblio di comodo, da miracolosa amnesia, evitò di puntualizzare che Gandolfi non si è mai accodato al sistema destrorso. Atteggiamento subdolo di una persona subdola, disinformante nella sua cattiva espressione distorta della verità?
    [Già, ai posteri l’ardua sentenza. Pare che faccia comodo appiattire il Gandolfi sulle posizioni della Nuova destra curnense organizzata, attualmente egemonizzata da Sorte, a meno di un colpo di reni della Lega nord, colpo di reni che, però, dovrebbe nascere da una precisa direttiva del conte zio. Il quale, invece, sembra essere del parere che sia meglio non mettere piede in un possibile ginepraio. È come se alla Lega nord avessero detto: a Curno, meglio una posizione di nicchia, piuttosto che fare la voce grossa, con il rischio che qualcuno (chi?) vada a rivangare il passato. Il Pd, che a Bergamo conta anche uomini intelligenti (per esempio, Misiani, ancorché bocconiano, dunque aderente a un’ideologia pseudogiansenista), sa benissimo che conviene far passare Gandolfi per un babau populista, come Salvini, ponendolo sullo stesso piano di Cavagna il Giovane, che si fece promotore di una battuta di caccia grossa antigandulfiana, e di Locatelli, che fu assessore fedifrago nella passata Amministrazione del buongoverno. La parola d’ordine, alla quale finora la stampa anglorobicosassone si è attenuta, è sopire e troncare, troncare e sopire ogni possibile presa di posizione di Gandolfi. Gandolfi non esiste e, se esiste, dev’essere assimilato a questa Nuova destra sgangherata. Ma conviene alla stampa anglorobicosassone stare asserragliati in questa fortezza Bastiani, che è soltanto un rudere, il lascito di un passato a egemonia pedrettesca, che essi per primi vorrebbrro dimenticare? Infatti, se gli ricordi le antiche convergenze parallele con il Pedretti, s’incazzano, dicono che è roba vecchia e uffa, che noia, che barba. Come quando ai similprogressisti ricordi il favoloso progetto tecnoburocratico della Coa. E come quando, fra qualche tempo, gli ricorderai l’alzata d’ingegno, tutta aziendalista, dell’esternalizzazione, costi quel che costi (infatti, a fare bene i conti, costa molto). N.d.Ar.]

  22. Dedicato alle sciacquette del politicamente corretto
    Aforisma sui furfanti e i moralisti

    Jules Renard è autore del celebre Pel di carota, la storia di un ragazzo che non si sente amato in un mondo dove regna la cattiveria; è anche un critico del costume, un naturalista, un socialista e un anticlericale. Trovo eccellente questo suo aforisma:

    Conosco parecchi furfanti che sono anche moralisti. Non ho mai conosciuto nessun moralista che non fosse anche un furfante.

  23. Salvini? È come quelli che t’infettano il computer
    Emeneutica del pensiero di Ettorino


    Facendo clic sull’immagine, ci si connette alla pagina Facebook di Marcobelotti contenente il testo qui sotto riprodotto.

    In un suo breve commento sotto la foto del comandante Ettorino, Marcobelotti osserva che il simpatico cagnetto sarebbe di fede buxista. Oddio, questo è troppo, io sapevo che era un Ur-leghista, che è un’altra cosa. Ecco che cosa ho scritto in risposta, facendomi interprete (ermeneuta) del’Ettorino-pensiero:

    Leggendo alcune esternazioni di Ettorino su Nusquamia, direi che è piucchebuxista. Ettorino ha capito che la Lega nord, nel momento stesso del fulgore buxista, portava in sé il germe della futura dissoluzione. Ettorino non confonde le cause con gli effetti, Ettorino sa che il Trota, Belsito, i diamanti, le spese pazze dei consiglieri regionali sono effetti, e non cause.
    Quali sono allora le cause del collasso della Lega o, per semplificare, qual è stata la causa principale? Eccola: il non aver fatto della Lega un partito con un’ideologia razionalmente fondata e ancorata alla realtà.
    Umberto Bossi aveva il terrore di confrontarsi con l’intelligenza e la cultura di chi – per doti congenite, per competenza e per cultura – fosse in grado d’interpretare la realtà e traghettare l’Italia settentrionale all’autonomia fiscale e amministrativa. Perciò, al momento di nominare il ministro delle Riforme, emarginò Miglio, preferendogli una figura politicamente e scientificamente irrilevante come Speroni. Così, invece della cultura, che è universale (la cultura cosiddetta identitaria non è cultura) e che — come scrisse Gadamer — quanto più è distribuita, tanto più s’accresce, preferì la mistica celtica, l’identitarismo delle donnacole superstiziose e dei vecchietti ebbri di vino e svampiti di cervello. Bisognava invece, al tempo del grande successo, quando votavano per la Lega uomini intellettualmente evoluti, onesti, non parassiti (con un po’ d’imbarazzo per la canottiera e le ascelle pelose esibite dall’Umberto, per i rutti e le improbabili corna celtiche), fare uno scatto, riprendere la tradizione della rivista del Cattaneo, ‘il Politecnico’, che postulava il contributo degl’ingegneri e dei fisici alla rinascita dell’Italia, che era stata il paese più ricco e più civile del mondo, al tempo delle invasioni barbariche; del tutto coerentemente, il Cattaneo riteneva che il progresso morale, civile ed economico del popolo comportasse una riduzione degli spazi di agibilità giuridico-avvocatesca e una guerra al cazzeggio mistico e retorico.
    Perché meravigliarsi, poi, se il “movimento” della Lega, senza basi solide ideologiche, senza cioè una teoria ancorata alla realtà (un “modello di sistema”, si direbbe oggi) è collassato, per non risorgere più? Perché meravigliarsi se ci si è intortati dell’identitarismo raffazzonato, se si è teorizzato su improbabili isoglosse (i gatti padani cerchino questo termine nel vocabolario) ed etimologie di comodo, se infine il Pedretti sostiene che fare pum-pum sugli uccellini è cultura? Questa sarà la loro cultura, certo non è la cultura di Platone, di Tacito, di san Tommaso, di Dante, di Petrarca, di Machiavelli, di Galileo, di Newton, di Leopardi, di Darwin, di Marx. E neanche quella di Hawkin, pur con i suoi limiti (non ho citato Einstein, perché è scontato: e poi voglio vedere Bobomaroni che cosa ci capisce, anche leggendo la pur elementare Esposizione divulgativa della Relatività, scritta dallo stesso Einstein, edita da Boringhieri).
    E non mi si dica che la Lega nord è risorta con Salvini. Semplicemente, Salvini ne ha rilevato il marchio, è un’altra cosa. Salvini si è ridotto a individuare i disagi e i bisogni della popolazione, che sono reali, spesso sottovalutati dai similprogressisti, ma non offre alcuna soluzione praticabile, promette, come l’altro Matteo, e pretende che gli si firmi una cambiale in bianco, perché, “quando saremo al potere…”. Già, ma con quale ideologia, con quale programma che regga al confronto con la realtà effettuale delle cose, con quale retroterra culturale e, soprattutto, con quali uomini? Come se non li conoscessimo, questi uomini. Insomma, Salvini fa come quelli che in rete cercano di infettarti il computer, per trarne un vantaggio, o per delirio di potenza. Tu cerchi un certo programma – di grafica, di manipolazione audio o video, poco importa – loro sanno che tu vai cercandolo e che un giorno o l’altro potresti incappare nella loro rete. E se tu sei così sprovveduto da scaricare il programma “gratuito” (fuori di metafora, a dargli il voto) sei bello che fregato.

    • Parliamo di cani, ma non per racimolare voti
      Gl’intellettuali, e i politici all’opposizione, devono essere i cani da guardia dei cittadini

      Marcobelotti risponde al commento qui sopra con queste parole:

      Sembra tutto facile… perchè non ci prova lei a creare dal nulla un partito con milioni di “adepti” per dare libero sfogo alla questione settentrionale. Se ce la fa avrà tutto il mio appoggio!

      Replico con queste parole ( e questi due filmati):

      Non si offenda, ma la risposta è evasiva, appena un po’ meglio del sorrisetto asseverativo della dott.ssa Serra e della “sorella” Hillary Clinton: le quali, non sapendo che rispondere, ridono. Ma che ci sarà da ridere?

      Lei dice che, siccome la questione è difficile, va bene così: Tutto va ben, madama la marchesa.

      Chi ha detto che la questione è facile? Oddio, in alcuni casi era facile, proprio così: bastava insediare Miglio nella carica di ministro delle Riforme, invece di Speroni.
      Le questioni difficili, o meno facili, si affrontano proccurandosi gli strumenti per ragionare, registrando i fatti e ragionando sui fatti, tenendo conto delle premesse per cui si ragiona e s’intende agire. Per esempio: vogliamo affrontare la questione settentrionale, o vogliamo dare la possibilità a Salvini di diventare importante, costi quel che costi e, in particolare, al costo di scivolare nel baratro fascioleghista-lepenista, per giunta con un occhio di riguardo per Putin, per il dittatore nordcoreano e per quanto di più viscerale e vergognoso si affaccia alla ribalta di questo mondo fatiscente?
      Veda il caso della moschea di Curno. Il vero problema sarebbe tenere a bada le propensioni ireniste e pro-Acli della dott.ssa Serra. Era proprio necessario seminare il panico fra la popolazione agitando lo spettro di una “nuova” e galattica moschea, con tanto di minacciosi minareti? La comunità musulmana a Curno è una realtà ineludibile, per gli stessi fascioleghisti. Bisognava ragionare sui fattori quantitativi e qualitativi, mettere la dott.ssa Serra spalle al muro, obbligarla a rassicurare i cittadini, nei limiti del possibile, invece di spararle grosse, sperando in un lucro elettorale. Provocare i musulmani, come volle fare il Pedretti a suo tempo, significa rendere un cattivo servizio agli stessi cittadini non-musulmani (teoricamente cattolici, solo perché battezzati); fortuna che la provocazione fu sventata da Gandolfi; inutile, parimenti, seminare il panico tra i cittadini.
      Indipendentemente dal fatto che sia facile o difficile, occorre stare dalla parte del popolo e, nel caso specifico, difenderlo dalle gherminelle del politicamente corretto, svolgendo una funzione di “cane da guardia” (con riferimento a Platone, più che alla polemica tra Paul Nizan e Julien Benda): ragionare dunque nella prospettiva di un servizio reso al popolo, e non del lucro elettorale o del progresso di carriera. Sui cani da guardia di Platone, che sono in ultima analisi cani-filosofi, si veda quanto abbiamo scritto in Ma i cani di Platone non sono quelli di Locatelli.

      • el Perro permalink

        Beh, la sensazione del popolo è proprio questa: una quantità di personaggi pagati dalle tasse dei cittadini (i soldi pubblici) che fanno promesse delle quali non hanno alcun interesse che vengano mantenute. Una maggiore quantità di persone che lavorano per questi personaggi, amplificando le parole, difendendo bugie e menzogne varie. Le promesse servono per far sì che i voti arrivino al personaggio oppure al partito che redistribuisce gli incarichi (e gli stipendi di conseguenza, sempre soldi pubblici=tasse dei cittadini). Bel sistema, non c’è dubbio.
        Non è il caso di cominciare a far ragionare le persone.
        Impariamo, per esempio, ad invitarle a farsi alcune domande, cominciando dal rapporto stato/cittadino.
        Domanda 1: a cosa serve quello che l’ente/azienda statale mi sta chiedendo?
        Domanda 2: a chi serve quello che mi sta chiedendo?
        Domanda 3: quante tasse pago in un anno?
        Domanda 4: come vengono spesi questi soldi?
        Domanda 5: quali servizi ricevo per questi soldi pagati?

        Quanti personaggi politici invitano i cittadini/elettori/contribuenti a farsi queste semplici domande?Quanto questi personaggi tengono al benessere comune dei cittadini?

        Come possono i personaggi (tutti, nessuno escluso) politici fare l’interesse dei cittadini quando è palesemente contrastante con il proprio?

        In periodo di elezioni ci saranno esempi ancora più appropriati. Per ora mi sembra abbastanza.

      • L’idea che hanno i partiti del cittadino
        «Il cittadino? Dimentichiamo che ha diritti e doveri e trattiamolo, semmai, come elettore. Soprattutto, facciamo finta che non sia un contribuente» (quando è un contribuente, e non un parassita)

        Il problema del rapporto Stato/cittadino mi sembra impostato egregiamente, le domande sono pertinenti, così com’è utile l’esortazione — implicita — a riflettere sull’identità tra cittadino/elettore/contribuente.
        I politici preferiscono rapportarsi ai cittadini come a elettori, e soltanto come a elettori. Infatti, si ricordano dei cittadini principalmente sotto elezioni. Vedi per esempio i gazebo che la Nuova destra organizzata sta cominciando a montare nel “paese bello da vivere”, in vista delle amministrative, tra un anno. Fino a ieri si occupavano dei cani, adesso alimentano la paura per la Nuova moschea, senza mai far la fatica d’intavolare un ragionamento, o di elaborare una strategia che protegga i cittadini da colpi di mano politicamente corretti, come forse vogliono le Acli, e come vorrebbe fare la Serra, per fare un piacere a loro e uno a se stessa. In realtà le due componenti della Nuova destra stanno ancora litigando: la Lega nord dice di avere più voti (sarà vero anche a Curno?), Alessandro Sorte dice che però sono sputtanati, dunque comanda lui, per interposta persona, s’intende. Litigano, si sfanculano, ma dicono agli elettori, i quali per certo sono arcistufi della Serra: noi siamo l’alternativa! Seh, quale alternativa? Nuove risse, nuovi sfanculamenti? E con quale cultura di governo, se proprio la componente della Nuova destra organizzata che pretende di essere egemone fu la quinta colonna dell’Amministrazione Gandolfi, cioè fece di tutto per impedirgli di governare?
        Oppure, vedi il sitarello del Pd: è fermo al maggio 2014, all’ultima apparizione di Misiani, in occasione delle eelzioni europee. Vogliamo scommettere che il Pd tornerà a farsi vivo in occasione del referendum e delle prossime amministrative? Segno che considera i cittadini solo in qualità di elettori: c.v.d. (come volevasi dimostrare).
        Quanto a considerare i cittadini per quel che sono, anche qui i politici sono molto cauti. Sì, ogni tanto la parola “cittadino” affiora, ma poi ci scivolano sopra. Perché, a ben rifletterci, un cittadino è un soggetto attivo e passivo: non nel senso che piace agli Lgbt, qui parlo di diritti e di doveri. Secondo i politici, è meglio che i cittadini non si ricordino dei loro diritti. Quanto ai doveri, anche questo è un tasto da non toccare: se ricordi ai cittadini i loro doveri, che dire allora dei doveri largamente evasi dai politici?
        Ci sarebbe infine la circostanza che il cittadino, quando non è un parassita, è un contribuente: ecco un tasto che proprio non si deve toccare. Loro, i politici, non ne sanno niente. Fanno le leggi che spremono i cittadini, è vero, alimentano a dismisura la burocrazia, vanno a inventarsele tutte pur di creare nuove figure “professionali” (merda!) che con vari pretesti campano sottraendo risorse ai cittadini, e magari questi parassiti passano anche per esponenti della “società civile” (merda!). E BergamoEuropa ci fa anche un bel convegno, le truppe cammellate accorrono e plaudono, mentre i cammelli bramiscono fuori della convènscion. Però i politici si comportano come se non ne sapessero niente: dei soldi da sottrarre ai cittadini si occupano semmai i “tecnici”, dicono loro, per esempio il braccio secolare del’Agenzia delle Entrate. Ma, siccome i soldi non ci sono più, e il mostro burocratico non è mai sazio, finirà che reintrodurranno la prigione per debiti. Mentre loro fanno le convènscion: merda doppia!

      • Alessio permalink

        Roma, 11 mag. (askanews) – “Alcuni mesi fa Salvini mi querelò perchè gli diedi del nazista. Avevo scritto che ‘Salvini non è uno sciacallo. Gli sciacalli agiscono per istinto animale non per calcolo. Salvini al contrario usa i disastri e lo spaesamento prodotti dal neoliberismo per costruire scientificamente la guerra tra i poveri e la ricerca di capri espiatori nel diverso. Salvini non è uno sciacallo ma un nazista, come quelli che all’inizio degli anni ’30 gridavano al complotto giudaico massonico’. Il Tribunale di Torino ha emesso sentenza in cui dichiara di non doversi procedere nei miei confronti perché il fatto non costituisce reato”. Lo ha dichiarato in una nota Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista.

        A giudizio del leader del Prc “si tratta di una sentenza importante che riconosce la piena legittimità di denunciare come Salvini sia un nazista in quanto usa argomenti simili a quelli dei nazisti che all’inizio degli anni ’30 hanno basato i loro consensi sulla costruzione della guerra tra i poveri e dei capri espiatori. Si tratta di una acquisizione rilevante perché ‘historia magistra vitae’, dalla storia si può e si deve imparare. Importante perché l’esito finale del nazismo sono stati i campi di concentramento e l’aberrazione dell’Olocausto ma i nazisti hanno cominciato a costruire il proprio consenso, nella drammatica crisi prodotta dalle politiche liberiste del governo Bruning, proprio attraverso l’istigazione sistematica dell’odio verso il diverso. Sono evidenti i parallelismi tra le parole e i concetti che usa Salvini e quelli usati dai nazisti per prendere il potere. Chiamare le cose con il loro nome – ha concluso – è il primo passo per potersi difendere da chi ripropone tesi che nel passato hanno portato ad una barbarie che l’umanità, con il contributo determinante dei comunisti e delle comuniste, ha sconfitto”.

      • Salvini come Hitler? Mah, faremmo meglio a riflettere sul brodo di coltura che favorisce la resistibile ascesa dei dirigenti populisti

        Complimenti per la tempestività. Ho dato un’occhiata in rete, pare che la notizia sia di appena 9 ore fa. In particolare, è vero che Salvini ha perso un’altra causa di diffamazione. Ma, dico io, se uno è accusato di nazismo, non fa prima a difendersi affermando che, al contrario, non è nazista? E, se ritiene che il nazismo sia una brutta cosa, non gli converrebbe fare qualche considerazione che allontanasse ogni sospetto? Potrebbe affermare, per esempio, che il nazismo è lo specchio della parte bestiale che alberga in ciascuno di noi e che proprio per questo il controllo della ragione non deve venir mai meno. La cosa preoccupante è che chiunque, sprovvisto di spirito critico, può comportarsi come un nazista, se c’è un’autorità che gli dice che il comportamento simil-nazista è accettato e approvato.
        Ci sono esperimenti di psicologia, ripetuti con tutte le possibili varianti, in sedi universitarie, presumibilmente rigorosi (spero: non mi risulta che fossero coordinati da Martha Nussbaum) i quali dimostrano che i tedeschi non furono più cattivi degli altri. Tanto per cominciare anche in Russia sotto Stalin si commisero porcherie, e mica male, anche se in maniera meno sc-scientifica (sull’organizzazione pseudoscientifica e industriale dello sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti e, in generale, sulle modalità di eliminazione della “feccia dell’umanità”, ci sono pagine esemplari scritte da Primo Levi). Semplicemente, i tedeschi ebbero la disgrazia di essere messi alla prova: uno psicopatico come Hitler, che aveva il privilegio di essere in sintonia con la parte peggiore dell’uomo, si lavorò ben bene il disagio dei tedeschi umiliati in maniera feroce e stupida dalle condizioni di pace del Trattato di Versailles. Dunque Hitler lavorò su un disagio reale e ben presto ebbe l’appoggio di quel che avanzava della classe dirigente tedesca, che era la classe dirigente del paese più colto del mondo. Il gioco era fatto.
        Ma quel che a noi interessa stabilire non è tanto il parallelo di Salvini con Hitler, quanto il fatto che qualunque studentello, qualunque impiegatuccio, qualunque vecchietto suonato può diventare un nazista, se si trova un demagogo che si mette in sintonia con la parte bestiale del suo animo e della sua mente, se il principio di autorità lo assolve da ogni peccato. Ecco perché gli aziendalisti sono pericolosi, perché basta un niente per trasforamre un aziendalista in una beva umana, anzi alcuni lo sono già, essendo i più pronti a mettere da parte ogni scrupolo, ogni remora morale, pur di fare carriera. Gli aziendalisti sono per definizione sulla cattiva strada.
        Tornando a Salvini, anche lui gioca su un disagio reale, quello creato dalla congiuntura economica, che fra l’altro non è soltanto italiana, ma che in Italia è aggravata dall’ingiustizia sociale, che è sotto gli occhi di tutti. Dunque Salvini parte da una fotografia della realtà che è corretta, misconosciuta e minimizzata dagli aziendalsimilprogressisti. Ma non ha con sé, per nostra fortuna, le energie intellettuali che in Germania si misero al servizio della ricostruzione, prima ancora che di Hitler. Un’altra differenza è che il potere di Hitler, come del resto quello di Mussolini, si consolidava via via che il popolo usciva dalla miseria, via via che si ritornava all’ordine. Invece Salvini ha bisogno del disordine, dell’ignoranza e della miseria crescente, della proletarizzazione di fasce sempre più ampie di cittadini un tempo classificati come ceto medio. Se il disagio delgi italiani venisse meno, come speriamo, ma come purtroppo non vediamo, Salvini sarebbe spacciato.
        Tornando all’irritabilità di Salvini, quando viene chiamato nazista, se lui si irrita tanto forse è anche perché ha la coda di paglia. Si è detto amico di Putin, che somiglia a un nazista più che a un comunista, come del resto gli è amica Marine Le Pen, che però non si è spesa in parole di elogio per il dittatore nordcoreano.
        E poi, se posso fare un esempio personale, se io mi sento dare del comunista, solo perché su Nusquamia ho detto la verità, cioè di aver votato per il Pci, e solo perché ho espresso la mia ammirazione per gli apostoli del socialismo umanitario e per il pensiero forte di Karl Marx, io mica denuncio nessuno, o vado in escandescenze. Semplicemente, nego di essere comunista (votavo per il Pci per la stessa ragione per cui più tardi avrei votato per la Lega nord, per stare dalla parte del popolo, quando il Pci e la Lega stavano con il popolo) e mi proclamo orgoglisamente socialista scientifico.

      • Il caso del Monte dei Paschi di Siena ci dimostra la possibilità, non tanto remota, che un aziendalista possa diventare un nazista, quando si diano opportune condizioni (non necessariamente coercitive)

        Precisazione – Rileggendo la noterella precedente, mi sono accorto che mi era rimasta nella penna una precisazione doverosa. Avevo scritto: «La cosa preoccupante è che chiunque può comportarsi come un nazista, se c’è un’autorità che gli dice che il comportamento simil-nazista è accettato e approvato». Ho corretto nel modo seguente: «La cosa preoccupante è che chiunque, sprovvisto di spirito critico, può comportarsi come un nazista, se c’è un’autorità che gli dice che il comportamento simil-nazista è accettato e approvato».
        La precisazione è doverosa, perché sappiamo bene che non tutti, non proprio tutti, rinunciano a ragionare, a porsi delle domande e a cercare delle risposte. Marcobelotti, a proposito degli errori dell’Urleghismo e della deriva fascioleghista di Salvini, affermava che è difficile trovare le soluzioni (“la quadra”, in linguaggio buxista). Questo però non ci esime dal dovere di cercarle, di ragionare. Questo è un principio universale, vale anche nei gesti della vita quotidiana, per quanto insignificanti. Infatti, a ben guardare, già dall’osservazione dei gesti cosiddetti “insignificanti” si può capire se un impiegatuccio e, a maggior ragione, un mongomanager è pronto a diventare un robot nazificato, quando eventualmente sia comandato a comportarsi così, e autorizzato a compiere il male. In certi corsi per mongomanager addirittura queste cose le insegnano: l’azienda viene prima di tutto, voi dovete fregare, fregare tutti: la concorrenza, il cliente ecc.
        Consideriamo il caso del Monte dei Paschi di Siena: l’ordine di vendere titoli speculativi e bond inculanti ai piccoli risparmiatori, senza informarli del rischio, era venuto dall’alto.

        Una delle circolari sul collocamento dei bond inculanti, «rivolti a un pubblico indistinto», venuta alla luce dopo un blitz della Guardia di Finanza. Secondo il pubblico ministero di Arezzo «esisteva una cabina di regia unica che presiedeva al collocamento delle obbligazioni subordinate di Banca Etruria (quelle azzerate dal decreto del 22 novembre) ed aveva sede presso il centro direzionale dell’istituto di credito più discusso d’Italia»: v. sulla Nazione Così le circolari sui bond. Chi sono gli indagati. Alterate le percentuali investite?.

        Vi risulta che i dirigenti delle filiali si siano ribellati? O che si siano ribellati i singoli impiegati allo sportello che invitavano i risparmiatori a investire? Eh, ma loro facevano il loro dovere, cioè il loro lavoro, loro sono dei “professionisti”, dirà qualcuno. Un par di balle! Quelli sono delle merde, gente che obbedisce agli ordini senza discuterli. Ecco, io non dico che costoro siano dei nazisti. Dico che i nazisti erano coloro che obbedivano agli ordini, e che i veri uomini, quando gli ordini sono immorali non obbediscono, o fanno qualcosa per rovesciare la situazione, o attenuare la crudeltà, se di crudeltà si tratta, o l’imbroglio, se si tratta d’imbroglio. Senza andare troppo per le lunghe, si vedano il film Schindler’s list e lo sceneggiato Perlasca.

        &&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&

        Tornando a Salvini, non sarà un nazista, ma certo è uno pericoloso, perché, a partire dalla fotografia di un disagio che è oggettivo, e che sarebbe sciocco negare (anzi, se è negato, come fanno i similprogressisti, l’incazzatura aumenta) lui costruisce le premesse per un consenso elettorale che non lascia presagire nente di buono: infatti Salvini, per oggettive carenze intellettuali sue e del suo entourage — basti pensare che il suo Claudio Borghi, uno dei pochi che sa esprimersi in italiano non sgangherato, come del resto Renato Pozzetto, passa per un economista — non è in grado di trovare soluzioni plausibili e praticabili per contenere e azzerare il disagio, ma usa il disagio esistente come concime per creare nuovo disagio. Usando una metafora ingegneristica, Salvini potrebbe fare entrare il sistema sociale in risonanza: che è quel fenomeno per cui certi ponti appaiono come quello qui sotto, anche dopo sollecitazioni resistibili, se non fosse che le vibrazioni della struttura hanno sfiorato la sua frequenza di risonanza.


        Collasso per risonanza del ponte sullo stretto di Tacoma (Stato di Washington, USA); quado fu aperto al traffico, nel 1940, era il terzo ponte sospeso più lungo al mondo (1600 m, con una campata di 850 m). Era stato progettato per resistere al vento di un uragano fino a 200 km/h. Prima di essere distrutto, il ponte oscilla con una pulsazione di circa 12 cicli al minuto (0,2 Hz): il modo predominante è il secondo modo normale di torsione quello con un nodo al centro della campata (da Fisica, onde, musica).

      • Salvini voleva fare beneficenza. Solo beneficenza?

        Salvini ha denunciato, e ha perso. Ma lui mica ha denunciato per vendicarsi, ha denunciato per far beneficenza. D’accordo, va bene la beneficenza, ma volete mettere la voluttà di denunciare? A suo tempo, avevamo dedicato al Pedretti questo manifesto:

  24. Politicamente corretto
    Esternazione della figlia di uno dei «nostri marò»

    Vedi:
    «Sono lesbica: mio padre lo sa e mi ama».

    Lei dice:

    Sono la figlia del MARO’ Massimiliano Latorre, la cui vicenda è ormai tristemente nota da tutti. Ho deciso di fare questo passo non per pubblicità, anzi forse è la cosa di cui ho meno bisogno, ma perché’ voglio dar e forza a quelle persone che hanno paura di mostrarsi per timore delle polemiche, degli insulti e delle conseguenze di un coming out.

    Noi commentiamo: va bene, Andy Warhol aveva certificato che tutti hanno diritto a esser famosi per quindici minuti (la citazione esatta è: «In the future everyone will be world-famous for 15 minutes»), ma a tutto c’è un limite. Ho letto che c’è poi stato tutto un balletto di smentite e controsmentite (ne guadagna il battage pubblicitario) da parte della ragazza che si definisce «determinata», culminate con l’auspicio della medesima di arrivare a far la tronista gay da Maria De Filippi(si veda sul Fatto quotidiano Giulia Latorre, la figlia del marò). Ma questo è troppo, passo e chiudo.

    Speriamo che non la invitino alla Sala consiliare di Curno per presentare il suo libro, sotto gli auspici della rete Lgbt-Ready e del Circolo Arcilesbica di Bergamo. Il libro non l’ha ancora scritto, ma se le cose le vanno bene lo scriverà, o lo farà scrivere, c’è da scommetterci.

  25. Anna permalink

    Mai menti umane hanno raggiunto il livello di degrado attuale con tanto affanno e determinazione, per poi poter sfoggiare tanta ignoranza e ipocrisia. Se dio esistesse, quel dio che non andava troppo per il sottile con gli arroganti e i buffoni, queste care e belle persone le avrebbe folgorate, come l’altro dio Giove, che del fulmine faceva gran uso.
    Mi dica caro Aristide, esiste un antidoto contro la deriva della mente umana? Mi trovo sempre più isolata (per scelta personale) dalle persone: la cosa mi rallegra, ma allo stesso modo mi rattrista, perché ho paura che questo sia un viaggio senza ritorno, di peggio in peggio. Si elogia il peggio per apparire migliori, dando a intendere che l’involucro della calotta cranica nasconda chissà quali tesori. In realtà valori come onestà, moralità, etica, appetito (sì appetito, perché ora la gente non si nutre, ora la gente va rifornendosi di cibo schifezza come similmente fa alla pompa di benzina), pensare, vivere.
    Chiaramente sto generalizzando, siete rimasti in pochi, purtroppo.

    • Antidoti

      Lei dice: “Quale antidoto”? Immagino che ne esistano parecchi, ma non è detto che io li conosca. Potrei parlare però di tre antidoti che conosco e, in parte, pratico. Ma sono antidoti a tutela di noi stessi, per non morire idioti. Più complesso il discorso sugli antidoti a tutela della civiltà. In parte è il discorso di Nusquamia, che ci guardiamo bene dal considerare esaurito.

      a) Il primo antidoto (per uso personale) è quello di “conversare”, cioè intrattenersi, con gli spiriti magni del passato. Niente di esoterico, per carità, e nemmeno niente di nuovo. I grandi del passato si trovano nei buoni libri. Già Seneca diceva:

      È la loro fatica a guidarci verso luminose conquiste, dissepolte dalle tenebre; non siamo esclusi da nessun secolo, a tutti abbiamo libero accesso, e, se ci garba di evadere dalle angustie della debolezza umana con la grandezza dello spirito, è molto il tempo per cui spaziare. Ci è possibile disputare con Socrate, dubitare con Carneade, con Epicuro starcene in pace, vincere con gli stoici la natura umana, con i cinici oltrepassarla. Dato che la natura ci lascia condividere il possesso di ogni tempo, perché non elevarci con tutto l’animo da questo esiguo ed effimero volgere di tempo a quei pensieri che sono immensi, sono eterni, sono comuni a chi è migliore di noi? [*]

      b) Il secondo antidoto consiste nel vedere buoni film. Il cinema è un’arte in via di estinzione, per fortuna però qualche buon film viene girato anche di questi tempi, anche se non così frequentemente: sarebbe un peccato rinunciarvi. Ma, soprattutto, ci sono i grandi film del passato, molti dei quali sono visionabili su YouTube, dove gli uomini sono uomini e le donne sono donne. Attenzione però: se non si ha tempo di vederli subito, appena individuati, conviene “scaricarli” perché non è detto che siano eterni. Per esempio, avevo individuato su YouTube la versione integrale di Une femme douce, il capolavoro di Bresson tratto dalla novella di Dostoevskij La mite. Poiché la qualità della registrazione non era eccelsa, evitai di scaricarlo (invece sono ancora presenti alcuni spezzoni, di qualità passabile). Ebbene, avevo bisogno qualche giorno fa di rivedere Dominique Sanda in quel film, sono andato a cercarlo su YouTube: ho constato che è scomparso. Che sia stato il gatto padano a farlo levare, per dispetto, visto che su Nusquamia avevo fornito il collegamento a tale edizione integrale? Fra l’altro, non essendo reperibile il Dvd, le vecchie videocassette di questo film sono vendute al prezzo esorbitante di 90 dollari.

      c) Un terzo antidoto è quello di vivere all’aria aperta, raggiungere luoghi solitari o comunque disertati dalle masse impiegatizie, e lì dare libero corso al flusso dei pensieri. Così faceva Jean-Jacques Rousseau (vedi Les Rêveries du promeneur solitaire, “Le fantasticherie del passeggiatore solitario”), così faceva Corto Maltese (vedi Corte sconta, detta arcana), così faceva Ismaele, l’io narante di Moby Dick. Chiaro che quando si va da qualche parte, c’è una meta. Ma c’è modo e modo. Una volta fissata la meta, non bisognerebbe negarsi il piacere dell’esplorazione e dell’improvvisazione. Voglio dire con questo che grandi sono i piaceri dell’indeterminazione. Lasciamo la determinazione a chi sappiamo noi.

      —————————————–
      [*] De brevitate vitae, 14. La traduzione è di Alfonso Traìna, sommo latinista, che niente ha che fare con il giornalista anglorobicosassone Remo Traìna. Questo è il testo originale di Seneca:

      Ad res pulcherrimas ex tenebris ad lucem erutas alieno labore deducimur; nullo nobis saeculo interdictum est, in omnia admittimur et, si magnitudine animi egredi humanae imbecillitatis angustias libet, multum per quod spatiemur temporis est. Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis vincere, cum Cynicis excedere. Cum rerum natura in consortium omnis aevi patiatur incedere, quidni ab hoc exiguo et caduco temporis transitu in illa toto nos demus animo quae immensa, quae aeterna sunt, quae cum melioribus communia?

  26. Per i cinèfili, appuntamento davanti all’elaboratore elettronico
    ‘Melancholia’, film di Lars von Trier, presentato a Cannes nel 2011

    Lunedì 16 maggio, alle 21, sarà possibile vedere a casa il film Melancholia, in modalità di flusso di suoni e immagini (cosiddetto streaming) al calcolatore domestico (che, più correttamente, dovrebbe chiamarsi “elaboratore”). A questo fine sarà sufficiente collegarsi al sito My movies e qui prenotare un posto nella sala virtuale. La visione è gratuita, sotto l’egida dell’iiziativa Nuovo Cinema Repubblica, promossa dal giornale fondato da Eugenio Scalfari, attualmente spin doctor del papa.
    Naturalmente, non si è obbligati a vedere tutto il film. Io stesso nutro più di una perplessità sul piano ideologico, tuttavia mi pare che la qualità del prodotto sia buona. Inoltre noi non dobbiamo fare come i talebani e le femministe, per esempio, che rifiutano a priori di prendere in considerazione checchessia (per i gatti padani: le checche non c’entrano), solo perché non c’è affinità ideologica. Anzi, loro vorrebbero distruggere ciò che non gli garba: i talebani distruggono i templi, le femministe scagliano l’anatema, c’è perfino chi vorrebbere distruggere Nusquamia. Anzi, se non c’è affinità d’idee e addirittura se c’è opposizione ideologica, tanto meglio: perché la guerra delle idee, con buona pace del consociativismo teorizzato dal non rimpianto presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dell’ideale di condivisione sbandierato dalla dott.ssa Serra, è uno dei piaceri dell’intelligenza.

  27. Politicamente corretto, o politicamente coglione?
    Il papa dice “diaconesse”, il giornalismo-sciacquetta dice, per il momento, «donne diacono». La Boldrini vuole che si dica “diacone”

    Tanto per cominciare, invito il lettore di Nusquamia a leggere che cosa effettivamente ha detto il papa riguardo alle diaconesse. Si veda
    Donne diacono: ecco che cosa ha detto veramente il papa.

    Quindi invito il lettore a considerare come la stampa italiana ha affrontato l’argomento. Lo stesso settimanale Famiglia cristiana che riporta le parole del papa, il quale correttamente dice “diaconessa”, si guarda bene – per terrore sacro d’incappare nell’ira delle femministe – dall’eprimersi correttamente, preferisce scrivere “donna diacono”. Ma vediamo qualche altro giornale:
    Donne diacono, così nella Chiesa delle origini (titolo dell’Avvenire, giornale dei vescovi cattolici)
    Boldrini: «Il Papa apre alle donne diacono, ma chiamiamole diacone» (titolo del Corriere della Sera: ma la Boldrini dimostra di essere un’ignorante, al livello della Gelmini, perché pretende di dare lezioni senza sapere dell’esistenza consolidata del termine “diaconessa”, come mostriamo qui sotto)
    Oggi, nessuna donna può essere diacono. Ma 800 anni fa, e soprattutto nelle prime comunità cristiane, sì (dal giornale in rete delle Acli di Bergamo, il movimento ecclesiale al quale la dott.ssa Serra è molto vicina)
    Il papa ha rivelato di aver parlato qualche anno fa con un «buon, saggio professore», che aveva studiato il ruolo delle donne diacono nei primi secoli della Chiesa (dall’Eco di Bergamo, giornale anglorobicosassone).

    Il papa però, con buona pace della Boldrini, di Alma Sabatini e di tale Cecilia Robustelli, buccinatrici del politicamente corretto in sede linguistica, paladine della femminiizzazine dei nomi e della connotazione di genere ha parlato, non una, ma più volte, di “diaconesse”. Si veda per esempio:

    Il papa: sembra che il ruolo delle diaconesse fosse per aiutare nel battesimo delle donne, l’immersione, le battezzavano loro, per il decoro, anche per fare le unzioni sul corpo delle donne, nel battesimo. E anche una cosa curiosa: quando c’era un giudizio matrimoniale perché il marito picchiava la moglie e questa andava dal vescovo a lamentarsi, le diaconesse erano le incaricate di vedere i lividi lasciati sul corpo della donna dalle percosse del marito e informare il vescovo.

    In un precedente articolo di Nusquamia (Il sindaco, la sindaco, la sindaca o la sindachessa?) avevamo mostrato come la terminazione in –essa non piaccia alle femministe, perché sono ferme agli anni ’70, quando erano in circolazione certi filmetti che si compiacevano di mostrare certe “vigilesse” smutandate. Perciò, secondo loro, il suffisso in –essa potrebbe avere una connotazione ironica o spregiativa. Addirittura Alma Sabatini voleva che si dicesse “professora”, e non professoressa, “dottora”, e non dottoressa, “direttora”, e non direttrice. Queste signore, in nome del politicamente corretto, sono pronte a vendersi la mamma a un nano. La Robustelli, a dire il vero, che è un po’ più buona, ma solo un po’, dopo aver raccomandato l’uso di termini come chirurga, notaia, sindaca, assessora, difensora, revisora, evasora, scrive con condiscendenza:

    Tuttavia, a differenza di quanto suggerito da Alma Sabatini propongo di conservare le forme in -essa, es. dottoressa, professoressa, e altre forme, come direttrice, che sono attestate da una lunga tradizione, sono ancora pienamente in uso, e sembrano proprio per queste ragioni preferibili alle “nuove” forme dottora, poeta, professora e direttora, suggerite da Sabatini.

    La Robustelli, come abbiamo ricordato altrove su Nusquamia, è autrice delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo: un documento steso per il Comune di Firenze, al tempo in cui era sindaco il ben noto e ormai famigerato Matteo Renzi.
    Ma queste signore possono starnazzare quanto vogliono, non potranno tuttavia dare fuoco alle biblioteche e far saltare il sistema delle comunicazioni in rete. Infatti le biblioteche, quelle reali e quelle virtuali, attestano concordemente che il termine “diaconessa” è sempre stato usato nella storia della Chiesa, come c’informa il lessico della latinità tarda, il ben noto (tranne che ai gatti padani e alle femministe) Lexicon mediae et infimae Latinitatis del Du Cange. Non solo, ma parlando del ruolo della diaconessa, mette in luce che esso è soprattutto in relazione alle cure prestate ad altre donne: [*] le diaconesse intervengono al posto del diacono quando potrebbe soffrirne il suo pudore, dovendo avere che fare con l’altro sesso (in latino: sexus sequior, cioè che segue), ovvero le donne stesse potrebbero sentirsi offese da uno sguardo maschile. Noi capiamo benissimo queste ragioni e le apprezziamo: perciò, con queste premesse di tutela del pudore, non siamo contrari a un ritorno delle diaconesse. Insomma, la Boldrini si prenda questa lezione, l’incarti e se la porti a casa. E anche alle Acli possono starnazzare quanto vogliono, ma il papa non ha parlato di sacerdozio alle donne. Anche perché il papa parlando delle diaconesse guardava al “mercato” dell’Occidente, ma poi sa benissimo che deve fare i conti con il “mercato” dell’Africa, molto più promettente.

    E la dott.ssa Serra?
    – Immagino a questo punto che la dott.ssa Serra morda il freno. Da un lato vorrebbe dare una lavata di capo allo stesso pontefice, perché sarà anche vero che “diaconessa” è un termine che sempre s’è usato nella storia della Chiesa, ma rimane il fatto che è grave – anzi, “gravissimo”, in linguaggio serrano – che si faccia un torto alle femministe, le quali detestano il suffisso femminilizzante in –essa. Però i giornali non dovrebbero passarla liscia: eh no, ai giornali una bella lavata di capo non gliela leva nessuno. Come minimo si beccano un bell’anatema. Che cos’è questa storia delle “donne diacono”? Possibile che ancora non abbiano appreso la lezione? I giornali dovevano dire “diacona”, almeno loro dovevano dire così, proprio come vuole la Boldrini.
    Ci aspettiamo una presa di posizione congiunta da parte del Collettivo Martha Nussbaum di Curno e della rete Lgbt-Ready, che con baldanza la dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza hanno imposto alla cittadinanza di Curno (uno dei tanti clisteri di condivisione). In particolare, pare che, in collaborazione con l’Arcigay e l’Arcilesbica di Bergamo, da sempre in ottimi rapporti con il Comune di Curno, il Collettivo Martha Nussbaum abbia intenzione di costituire una commissione per trovare e possibilmente imporre [**] un prefisso o un suffisso caratterizzante il genere Lgbt. I risultati di questo studio, con il concorso delle migliori menti di Curno, fra le quali si annovera il gatto padano doc (per chi non lo conoscesse, il bardo del Bibliomostro, al quale piace dire “la sindaco”), saranno presentati nel corso di un convegno di BergamoEuropa con ricca introduzione del presidente Max Conti, ceh finalmente potrà accreditarsi come operatore “culturale” (basta con i convegni burocratici, con un occhio di riguardo per i sindacalisti e i loro impiegatucci).

    —————————–
    [*] Ecco quanto leggiamo alla voce Diaconissa: «Diaconissæ: mulieres, vitæ integritate et religione ac pietate insignes, quæ in sacris Ecclesiæ ministeriis ea obibant munia, quæ Diaconi ipsi salvo pudore, vel etiam absque offensionis nota peragere non poterant, in officiis præsertim, quæ mulieres spectabant, verbi gratia, si ad lavacra, id est baptismum procederent, si in iis nudari, si docendæ, et divino verbo instruendæ essent mulieres».

    [**] Con la tecnica del clistere di condivisione.

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