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Gatto padano, spudorato e copione

23 agosto 2016

Nel suo diario impagina articoli propri (si fa per dire) accanto a quelli delle grandi firme. Come se non bastasse, copia spudoratamente

 

A guardare i calli

Tra le ultime prodezze del gatto padano “affine”, affine del gatto padano Doc (si veda in questo diario Gatto padano) [1] c’è il parto di un diario reziale, che probabilmente intende presentare a Bombassei, insieme ai sensi dell’ammirazione culilinctoria per il restyling dei baffi. Come vediamo qui sopra, una caratteristica del diario felino, sempre per fare impressione a Bombassei, è l’impaginazione degli articoli del gatto in posizione di spalla rispetto a quelli delle grandi firme del giornalismo italiano. L’articolo che il gatto ha avuto l’ardire di firmare con la sua iconcina – il gattoleone – è frutto di pedissequa scopiazzatura, per più della metà, qui sopra facilmente identificabile, perché contornata dal tratto di un pennarello rosso.

 

Premessa – Dicono che questa è l’epoca dell’immagine. Sarà… Ma come la mettiamo allora, per esempio, con la Basilica di Assisi? Semmai sarebbe più corretto parlare di un’epoca che ha perso l’uso elegante e intelligente della parola e, con l’uso attivo, la sensibilità passiva per la parola stessa. Per cui se un gatto padano cacheggia acronimi e dice “percorso pedociclabile”, se Cavagna il Giovane si esprime come si esprime, cioè male, e se la dott.ssa Serra non si sforza di argomentare le sue posizioni, ma preferisce, secondo necessità, diventare tremendamente assertiva e chiudere l’universo del discorso, o ridere con espressione di malcelata superiorità nei confronti del malcapitato avversario, ormai nessuno ci fa più caso. La sciatteria linguistica, il saltare di palo in frasca, lo sforzo di volta in volta furbesco o rabbioso di togliere la parola all’interlocutore, le risate di scherno nei confronti dell’avversario più debole perché sprovvisto di copertura anglorobicosassone, tutto questo costituisce uno svilimento della civiltà della parola. Probabilmente non c’è niente da fare, non ci rimane che prenderne atto: ma, per favore, non diciamo che questa è la civiltà dell’immagine. Semplicemente, questa è una non-civiltà.

 ♥

Ciò premesso, l’immagine qui sopra rappresenta efficacemente l’ultima impresa del gatto padano, ancorché affine, o reso affine o, se si vuole, “affinizzato”, per dirla alla maniera di Bobomaroni. Ecco che cos’ha fatto il gatto: ha messo in rete un diario, con il quale – immagino – dovrebbe dimostrare all’ingegnere con i baffi che lui può fare molto, in questo paese sgarrupato, qualora qualcuno avesse la bontà di dargli adeguato sostegno. Soprattutto non ha difficoltà a surclassare quella tal Nusquamia che lui solitamente designa come la «latrina di Nusquamia». Ma quest’ultima parte del suo intendimento non riguarda Bombassei, riguarda semmai quello straccio di opinione pubblica che a Curno non si è mai riusciti a mettere insieme, grazie alla stampa anglorobicosassone che ha stretto un patto di ferro con i protagonisti della politichetta di Curno, che vogliono i cittadini cammellati.
Per mostrare le potenzialità dello strumento da lui creato, e la sua ecellenza, il gatto fa bella mostra di sé accanto alle grandi firme, come vediamo qui sopra: nella colonna di sinistra, l’articolo del gatto; a destra, su quattro colonne, un articolo di Alessandro Giglioli, recentemente pubblicato sul Corriere della Sera. Per avere un’idea delle vette intellettuali raggiunte dal nostro, oltre che della notorietà nel mondo che conta, sarà bene ricordare che lui impagina i suoi “pensi”, per esempio, insieme con gli artcoli di Luciano Canfora, che è un intellettuale marxista di straordinaria perspicacia, cultura ed intelligenza, acccanto a Umberto Eco buonanima e a dirimpetto d’Eugenio Scalfari, con il quale ha manifestato dissenso, dandogli poi la “risposta” che si meritava. Ohibò!
Ma il bello deve ancora venire: l’articolo del gatto che vedete qui sopra è copiato per più di metà da un altro articolo del Corriere della Sera, scritto da Roberto Sommella, un giornalista economico un po’ meglio dei soliti servi markettari: si veda Profitti senza lavoro nell’era digitale.
Vi si leggevano alcuni concetti interessanti, e mi sembrava bene che quella non fosse farina del sacco del gatto, che abitualmente si trova a suo agio quando si tratta di celebrare la mistica della banda larga, o d’incensare (ovvero “turibolare”: in questo caso l’uso della parola è corretto)[2] il Bibliomostro, un monumento alla buzzurraggine e al velleitarismo paesano e piccolo borghese, che oggi rischia di diventare centro di accoglienza per i profughi. Per il resto, abbiamo sorpreso il gatto, più di una volta, in difficoltà quando si trattasse di fare un bel ragionamento, da esprimere in italiano adeguato. Un’altra situazione nella quale il gatto padano dà il meglio di sé, e la cosa ci diverte parecchio, è quella in cui fa il diavolo a quattro per riciclare le giaculatorie politicamente corrette del femminismo e del mondo Lgbt: come quando se la prende con i sacerdoti che lui pretende che siano dediti alla lussuria e che pertanto, in poche parole, costituiscano un pericolo concreto per la castimonia (che non è la castità della mona) della gioventù di entrambi i sessi.
Proprio così: da una breve indagine risultava, senz’ombra di dubbio, che l’articolo firmato con l’iconcina del gattoleone non era parto dell’intelletto felino. Riportiamo qui di seguito l’articolo, dove le parti saccheggiate dal Corriere della Sera sono indicate in grassetto:

Il mondo è cambiato ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo e dirlo
Alessandro Giglioli risponde all’articolo Federico Rampini su La Repubblica del 16 agosto dove raccontava dei timori delle banche e investitori stranieri circa l’esito del referendum costituzionale di questo autunno.
Quei soggetti ovviamente sostengono il SI senza riflettere che finora hanno accumulato tanti di quegli errori e danni all’universo che anche la “casalinga di Voghera” non affiderebbe loro nemmeno la spesa quotidiana, altro che il “budget” famigliare.
L’aspetto che più stupisce è che nessuno dei c.d. grandi politici levi la voce per invitarli a tacere.
L’idea che si va facendo avanti nel “popolino” è che nessuno di quelli che comandano, tranne la disperata sopravvivenza quotidiana, abbiano uno straccio di idea per fare ripartire il mondo.
Soprattutto l’idea che circola senza essere detta è che il meccanismo che prevedeva il mondo diviso tra chi sfrutta – l’Occidente – e chi subisce lo sfruttamento – l’Oriente e il Sud del mondo –  si stia in qualche modo sfasciando creando occasioni positive per una discreta parte del Sud del mondo (non di tutto ovviamente: vedi Centro Africa) ma nel contempo abbassando drasticamente anche il benessere diffuso cui era abituata gran parte della popolazione occidentale.
Un tempo questo ruolo di sfruttatori-sfruttati era in mano ai grandi paesi ed ai loro governi mentre oggi sembra passato nelle mani di poche grandi società che, anche con l’appoggio dei governi magari non il proprio- fanno il lavoro sporco e quello pulito.

Apple nel 2015 ha raggiunto quota 85 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni Sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di ricavi dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. Questa è la prova che il capitale si è sostituito sempre più al lavoro e che per produrre ricchezza il denaro ha bisogno di meno individui. Ma sono proprio i consumi individuali a far crescere le economie mature come quella europea.
L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari.
E’ in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi alle famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web. Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,25 rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha  presentato una crescita del 5,2%, giungendo a copri -re quasi il 6% del PIL mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del PIL è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro Paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. Secondo i dati Ocse, fino al 13% del valore generato dalle aziende potrebbe essere attribuito alle virtù taumaturgiche della rete, mentre il settore ha assorbito il 50% di tutte le operazioni di venture capital già nel 2011.
Accontentarsi quindi nel 2015 di una crescita europea di poco più dell’1% significa in sostanza mettere in conto la saturazione di un intero sistema, perché chi può spendere non incrementa le sue spese e chi non ha questa possibilità è ormai fuori dall’area dei consumi: alla marea dei senza lavoro dovranno quindi pensarci i governi con i loro claudicanti sistemi di welfare piuttosto che le imprese.
E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa e Stati Uniti. In primo luogo, nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale.
Adesso pensare che la riforma costituzionale prossima ventura dia una qualche svolta a questa situazione … non ci crediamo troppo o proprio ma che l’idea di tornare indietro – «adesso ci ripigliamo tutto il nostro…» – sia quella vincente di questo invece ne siamo assolutamente sicuri.
L’unica certezza è che come sta andando il mondo, saremo vieppiù poveri e pieni di debito pubblico. Un debito inutile che serve solo ad alimentare se stesso senza dare nessuna prospettiva a noie nemmeno a chi ce l’ha in mano. Che cacchio se ne farebbero i c.d. fondi sovrani di un pezzo d’Italia se nessuno ci viene a vederlo come accade adesso per una Turchia o un’Arabia?

Non so se altre parti dell’articolo siano copiate da altre fonti. Ma quel che abbiamo evidenziato pare più che sufficiente per capire e giudicare.

Gattoleone

Gli articoli del gatto padano sono firmati con l’iconcina del gattoleone, prelevata dalla rete. Come vediamo qui sotto, sempre in rete si possono reperire alcune varianti sul tema: il gatto padano potrebbe prendere in considerazione l’idea di sostituire la sua immagine attuale, alquanto compromessa, dopo quest’ennesima brutta figura.

Leoni padani e non padani

Se mi si consente, come direbbe l’ex cavaliere, se ne avesse la forza, oggi costretto a subire l’inferno della Pascale dopo i fasti di Noemi che fecero perdere la trebisonda alla Veronica, consiglierei al gatto padano di non reagire all’articolo che ha davanti agli occhi, né nel modo iroso che gli è abituale, e che lo caratterizza fortemente, né in altro modo. Qualunque parola aggiungesse – con il suo tono oracolare, poi! – o, peggio ancora, qualunque tentativo facesse per accampare scuse e trovare giustificazioni o attenuanti per la figuraccia, non farebbe che peggiorare la situazione, di per sé abbastanza grave. Vero è che noi ci divertiremo ancor più, ma lo dispensiamo volentieri da questo supplemento di sollazzo che volesse regalarci.

 

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[1] Come abbiamo spiegato in un’altra pagina di questo diario, il gatto padano è qui denominato “affine”, per via di alcune differenze rispetto al gatto padano Doc: 1) Il gatto padano Doc scriveva sotto vari pseudonimi nei diari degli altri, dove spesso e volentieri spargeva disinformazione. 2) Il gatto padano affine ci mette la faccia, in questo diario, o quanto meno, ci mette l’icona, quella del gattoleone. 3) Il gatto padano Doc era innamorato pazzo della dott.ssa Serra, quello affine è ai ferri corti con la sindachessa elvetica e determinata. In particolare il gatto padano affine rimprovera alla sindachessa il ricorso intensivo al “privato sociale”: in questo non ha tutti i torti e converge sostanzialmente con Aristide che da anni denuncia l’ingerenza del sistema micidiale delle associazioni e dei cosiddetti attori del territorio. 4) Il gatto padano Doc quando cacheggiava disinformazione su Nusquamia, dalla quale fu espulso per manifesta indegnità, affermava oracolarmente che il responsabile dell’eventuale reato di diffamazione nei commenti pubblicati sul diario è il tenutario medesimo, cioè io, e non il disinformatore. Perché diceva questo? Era avvenuto, in concreto, che il gatto padano Doc avesse ventilato l’interesse privato di un esponente della similsinistra curnense; non solo, dopo vibrata protesta del summenzionato esponenete e minaccia di querela, negò di aver mai scritto quel che aveva scritto (ma io gli feci capire che disponevo delle prove, e gliele mostrai), ma sostenne con ardito cazzeggio giuridico che di quel che aveva scritto lui ero responsabile io, che pure avevo preso le distanze da quel commento, mentre l’autore della diffamazione, quand’anche identificato, come l’avevo identificato io, dovesse uscirne pulito. Ora invece, il gatto padano — gatto padano affine, d’accordo —  sostiene il contrario: sostiene di non essere responsabile dei commenti malevoli eventualmente pubblicati sul suo blog e scritti da terze persone. Appunto, “eventualmente”: non ci risulta che alcuno scriva sul diario del gatto padano affine.

[2] Come abbiamo osservato altrove, il gatto padano, credendo di essere fico e pretendendo di imitare un giurista-scrittore (ma bisogna vedere se è vero che lui si espresse così) usa la parola “turibolare” come sinonimo di “turiferario”. Ma questo è scorretto, perché “turibolare” può essere aggettivo, nel significato di “pertinente al turibolo” o verbo, nel significato di “incensare”. Invece colui che agita il turibolo, e perciò incensa, è il turiferario.

From → Gatto padano_1

14 commenti
  1. Dimentichiamo il gatto, parliamo di imprese belle ed eroiche
    Hasta siempre, Comandante: in lingua còrsa (“capitano” Salvini, nasconditi!)

    Interessante questa versione in lingua còrsa della celebre canzone composta da Carlos Puebla in risposta alla Carta de despedida del Che a Fidel, la lettera di commiato scritta da Che Guevara a Fidel Castro, e della quale Fidel diede pubblica lettura. In questa lettera il Che rassegna le dimissioni dalla carica di ministro del governo cubano e dalla stessa condizione “nazionale” di cubano. Da qualche tempo il Che era scomparso, non lo si vedeva più a Cuba: infatti, sulle orme dell’internazionalismo di Garibaldi, con una maggiore sollecitudine sociale, però, era andato a far la rivoluzione altrove, prima in Messico, poi in Sud America.

    Dopo la versione còrsa, sentiamo quella orignale spagnola, cioè in castigliano, interpretata dalla bella e brava Nathalie Cardone, nata sui Pirenei francesi da padre siciliano e madre spagnola: un esempio virtuoso di meticciato, alla faccia di Salvini. Però dobbiamo ricordarla così, quand’era giovane. Non cercate di lei ora che, anche per lei, breve è di speranza il corso.

    Per sentire la lettura del messaggio di commiato dalla viva voce di Fidel Castro:

    Testo originale e traduzione italiana si trovano in Carta de despedida del Che a Fidel.

    • Un’altra interpretazione

      Presentiamo un’altra interpretazione della bella e brava Nathalie Cardone di Hasta siempre, comandante. Sono sicuro di averla già presentata ai lettori di Nusquamia, ma dove sta scritto che non potrei riproporla? Qui ci sta benissimo, tanto più che in questa pagina si parla del gatto padano, che ha dichiarato guerra alla fica. Sia il nostro ragionar di fica un piacere per noi, per lui invece una sofferenza e una giusta punizione.
      Del resto, come dimenticare l’indignazione del gatto padano doc per la pubblicazione, da parte nostra, della pagina pubblicitaria dell’Unità, quella voluta da Concita De Gregorio (bella anche lei, anche se ormai un po’ fanée, ma sempre brava) per il rilancio della testata? Secondo lui quell’immagine offendeva la dott.ssa Serra. Penso che il gatto padano affine sia d’accordo con quello doc, a parte il fatto che quello affine è in rotta con la dott.ssa Serra, tanto che — si apprende da fonte felina — la sindachessa elvetica avrebbe scritto, come si legge nel diario del summenzionato personaggio:

      Buonasera signor [omissis],
      [omissis] Nessuno può impedirle di partecipare a un’assemblea pubblica: sappia che io abbandonerò la sala all’inizio di ogni suo eventuale prossimo intervento.

      Ebbene tornando a Concita (così la chiamò un giorno Feltri, ma lei mostrò di non gradire) e al manifesto firmato da Toscani, il gatto padano doc arrivò a formulare l’auspicio che la dott.ssa Serra imprimesse sulle facce di Gandolfi e Aristide sonori schiaffoni. Comunque giudicate voi se questo manifesto è poi così malvagio:

  2. Risus abundat in ore stultorum
    «Al mio mulo non piace la gente che ride»

    Ecco, mettiamo in chiaro una volta per tutte che le risate non richieste, sonore e sguiate — risate di scherno, insomma — nelle quali prorompe chi si trova in una situazione di conflitto, anche solo dialettico — anzi, soprattutto dialettico — sono indisponenti. Basta digitare sulla finestrella di You Tube le paroline “Hillary Clinton laughing” per trovare decine di registrazioni dove la “sorella” Hillary ride istericamente, tutte le volte che si trova in difficoltà, per giunta con la pretesa, assurda, di atterrare l’avversario.


    La risata sguaiata di sorella Hillary è al min. 0 : 50.

    In questo spezzone vediamo (e sentiamo) Hillary Clinton che rende testimonianza a una commissione parlamentare, in relazione all’attacco dell’11 settembre 2012 subito dal consolato Usa in Libia, quando lei era Segretario di Stato, e avrebbe dovuto coordinare la risposta. Nel corso di quell’attacco morirono l’ambasciatore Chris Stevens ed altri tre americani. Le viene chiesto di descrivere le misure di protezione preventiva e di ricostruire i fatti, minuto per minuto, della sua attività, il giorno dell’attacco.
    Già in precedenza Hillary aveva dichiarato che quella notte, a una certa ora, aveva lasciato il Dipartimento di Stato per passare il resto della giornata a casa sua, consapevole di essere sotto la sorveglianza del Dipartimento. Il commissario le domanda se disponesse di un sistema di protezione e pulizia telefonica (Scif o, in gergo, ‘skiff’, visto che si pronuncia così [*]). Hillary risponde affermativamente. La domanda successiva è:
    «Chi altri c’era a casa sua? Era sola?».
    «Ero sola, sì».
    «Tutta la notte?», le viene domandato.
    «Certo, sì,» — risponde lei — «tutta la notte». A questo punto prorompe in una risata fragorosa, che io direi sguaiata, ma che il New York Times, politicamente corretto, si limita a definire “sonora” («“Well, yes,” Mrs. Clinton said with a loud laugh, presumably assuming that she was being asked if she had company. “The whole night”»).
    Ma il commissario in rappresentanza dell’Alabama, Ms Roby, non si diverte.
    «Non vedo perché sia divertente.» — dice — «Disponeva di un sistema di supporto via auricolare?».
    Ecco la trascrizione di questo brano dell’interrogatorio, ad uso degli anglofoni di chiara fama, come il Pedretti:

    You wrote in your book “Hard choices” that you were directing the State Department response the night of September 11th, 2012, but you also stated that you left your office on the night of the attacks and went to your home in northwest Washington because you said you knew the next few days were going to be taxing and the department was going to be looking to you. I want to talk about a few things. Do you have a skiff in your home?
    CLINTON: Yes, I did.
    ROBY: OK. And who else was at your home? Were you alone?
    CLINTON: I was alone, yes.
    ROBY: The whole night?
    CLINTON: Yes, the whole night.

    (LAUGHTER)

    ROBY: I don’t know why that’s funny. I mean, did you have any in-person briefings? I don’t find it funny at all.
    CLINTON: I’m sorry — a little note of levity at 7:15, noted for the record.

    Si noti che tutta la questione s’intreccia con l’uso, da parte di Hillary Clinton, anche allora, dell’indirizzo di posta elettronica privato, invece di quello istituzionale, che si immagina protetto.
    Naturalmente, non ci sfugge che i repubblicani intendessero mettere in imbarazzo sorella Hillary, non tanto come ex Segretario di Stato, ma come candidato (futuro) alla Presidenza degli Stati uniti d’America. Non ci sfugge, certo, come non ci sfugge il cazzeggio giuridico che, al solito, disprezziamo. Qui però c’interessa mettere in evidenza la risata sgangherata della Clinton, che potrebbe anche essrle perdonata, una volta tanto, considerata la tensione dell’interrogatorio (che si sarbbe prolungato per ben undici ore). Ma non possiamo perdonarla, se lei, di fatto, usa la risata sguaiata come una clava. La usa per dire che lei è superiore, che ha l’appoggio di Wall Street e dei latinos, forse la usa anche per dire che è più intelligente. Beh, se si riferisce a Donald Trump, non ha tutti i torti. Ma poiché lei è una donna pubblica e ride abitualmente davanti a noi, offende la nostra intelligenza, ed è una maleducata.

    —————————-
    [*] Sensitive Compartmented Information Facility. Non dite quest’acronimo al gatto padano e agli aziendalisti similprogressisti, perché potrebbero avere sconvolgimenti di autoerotismo indotto, potenzialmente devastanti, come pare sia successo a quella donna che si masturbava con un vibratore e che trovò la morte nella vasca da bagno, con il vibratore in mano, a causa di un afflusso di sangue al cervello così impetuoso da paralizzare la funzione respiratoria. Così scrive l’American Journal of Forensic Medicine and Pathology: si veda Ha un orgasmo facendo autoerotismo: 24enne stroncata da un aneurisma.

  3. Due esempi di cazzeggio giuridico, solitamente irriso dall’Aretino:
    1. Peccato di gola o di lussuria?
    2. La sodomia praticata come medicina può esser peccato?

    Dubbio V.
    Destossi l’abadessa con gran furia
    Sognando di mangiar latte e gioncate, [1]
    Trovossi in bocca il cazzo dell’abbate.
    Fù peccato di gola o di lussuria?

    Risoluzione V
    Non fù gola o lussuria è risoluto,
    Perche questo fù caso accidentario,
    Ben se l’avesse avuto in tafanario [2]
    O in potta, dubitar s’avria potuto.

    Ci siamo già occupati dell’Aretino, più volte. In particolare, di recente abbiamo presentato il Dubbio V della prima raccolta dei Dubbi amorosi, quello — ricorderete — del Moro e dell’usuraia: Dubbio amoroso V, sul Moro e l’usuraia libidinosa.
    Qui sopra troviamo un dubbio, ancora il V, tratto da una successiva raccolta di dubbi amorosi, i quali presentano tutti la presentazione di un dubbio (“proposizione”) seguita dalla soluzione del dubbio, formulata in termini giuridici; si capisce che farsi beffe dell’ambaradan giuridico, delle sue forme contorte latineggianti o latine era per l’Aretino un vero piacere.
    Come secondo esempio di irrisione del cazzeggio giuridico, consideriamo il dubbio II, dove si tratta si una donna che, non riuscendo a cacare, se lo fece mettere nel culo, e guarì del suo male. Il dubbio è se quel rimedio salvifico debba considerarsi peccato, tanto più che la donna n’ebbe piacere.

    Dubbio II
    Aveva la Martuzza un giorno tolta [3]
    la medicina, e non potea cacare;
    ond’ella avea dolor e pena molta
    E quasi tutta si sentia crepare.
    Talchè temendo di restar sepolta,
    Un grosso cazzo in cul si fe’ cacciare:
    Guarì, ma nel guarir gustò sapore. [4]
    È tenuta di dirlo al confessore?

    Risoluzione II
    Tutti i canoni [5] voglion ch’il peccato
    Se non è volontario, non si stima:
    E che l’uomo non può dirsi dannato
    Se non vende a Satan se stesso prima:
    Unde quicumque sit, non è obligato
    Decima quinta quæstione prima,
    Concludo, ch’è peccato veniale,
    E dirlo al prete poco o nulla vale.

    Ma che cos’è allora il cazzeggio giuridico? Semplice, si considera una questione qualsiasi, che non sarebbe nemmeno una questione e che se è veramente un problema, andrebbe affrontato per quello che è, con gli strumenti che la natura del problema richiederebbe. Il cazzeggio giuridico pretende invece che il problema sia spostato sul terreno di una formulazione giuridica prima, quindi di una controversia giuridica, con grande gusto e guadagno degli operatori del giure. Nel cazzeggio giuridico la natura intrinseca del problema scompare, scompare lo stesso problema, rimane il caccone giuridico.
    Nei due casi considerati dall’Aretino,si crea un problema che non sarebbe neanche un problema, quindi se ne discetta in termini giuridici. La sapidità dei carmi dell’Aretino nasce precisamente da questa pretesa giuridica totalizzante, anche riguardi delle cose di cazzo, di culo e di potta (con due “t”, in area toscana).

    ———————————————–
    [1] Gioncata, o giuncata, è un formaggio a pasta molle ottenuto ponendo la cagliata in una forma di giunco.
    [2] Culo.
    [3] Presa.
    [4] Gusto.
    [5] Il diritto canonico.

    • Quando il cazzeggio giuridico è in latino: famoso quello di don Abbondio

      Tratto a parte le espressioni di cazzeggio giuridico in latino, presenti nel dubbio amoroso dell’Aretino qui sopra presentato, e ivi denotate in neretto. Ed è evidente ceh l’Aretino cazzeggia giuridicamente per farsi gioco della cogenza oracolare del giure.
      Unde quicumque sit >> Per cui, chiunque egli sia
      Decima quinta quæstione prima >> nel quindicesimo [paragrafo], alla prima questione. La parola “paragrafo” è sottintesa e l’aggettivo (prima) è declinato al femminile, perché paragraphus è parola greca di genere femminile: qui, evidentemente, il divino Aretino immagina di compulsare un trattato di diritto.

      Attenzione comunque a non pensare che il latino sia una lingua di cazzeggio, anche se è vero che vi fu un tempo in cui si cazzeggiava parecchio in latino, sempre in ambito giuridico. Famoso è il cazzeggio giuridico di don Abbondio che con il cazzeggio giuridico, appunto, si proponeva di coglionare il povero Renzo Tramaglino, che nei Promessi sposi è un onesto e bravo operaio tessile, anche se un po’ mona. Il fatto è noto: don Abbondio faceva il suo porco interesse, non intendeva unire in matrimonio Renzo con la vezzosa Lucia Mondella, perché era stato minacciato dai bravi. Però pretendeva di dimostrare, ricorrendo al cazzeggio giuridico, che lui non c’entrava, ma che questo voleva la legge, perché ci sono gl’«impedimenti dirimenti», così dice il vigliaccone. Il quale scodella gl’impedimenti dirimenti, com’è tipico del cazzeggio giuridico, che accampa leggi, leggine e codicilli che non c’entrano un cazzo con la questione vera, ma che servono a far guadagnare terreno al cazzeggiatore. Trascrivo dai Promessi sposi:

      [Renzo] – Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.
      [don Abbondio] – Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?
      – Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
      – Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis,… – cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
      – Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?

      Si veda questa efficace rappresentazione della miseria del cazzeggio giuridico nella trasposizione televisiva dei Promessi sposi: quella per la regia di Sandro Bolchi, che per la sceneggiatura si valse della collaborazione di Riccardo Bacchelli:


      Al minuto 6 : 30 sentiamo don Abbondio che vuole coglionare il povero Renzo con argomenti di cazzeggio giuridico.

      Oggi il cazzeggio perlopiù non si esprime in latino, tuttavia è sempre in agguato, ed è nostro dovere identificarlo e atterrarlo.
      Riassumendo, il cazzeggio giuridico è quello per cui, facendo ricorso agli arcani del giure, presentati in forma oracolare, uno fa il suo porco interesse, o si dà da fare per favorire il porco interesse d’altri. Però pretende che il suo porco interesse, o quello degli altri da lui rappresentati, sia il tuo interesse.

  4. Dedicato al gatto padano e a tutti coloro che vorrebbero bandire la prima F.
    Le erezioni di Brassens interpretate da Carla Bruni

    Continua la punizione del gatto padano, che scrive un diario presuntuoso e copione, quello che avrebbe voluto scrivere per la dott.ssa Serra, onde fare a pezzettini Nusquamia. Ultimamente, invece, sperava di presentarsi con le credenziali di questo diario a Bombassei e ai suoi augusti baffi: mi sa però che gli è andata buca. Il diario felino chiuderà i battenti? Meno male, perché il gatto contava sull’aiuto di Bombassei per infliggere ai curnensi percorsi pedociclabili, coccodrilli da portare al guinzaglio, discutibili invenzioni linguistiche, soprattutto acronimi, da presentare in anteprima mondiale al Bibliomostro e, in generale, clisteri impietosi in banda larga, che è una sua passione: come se non bastassero i clisteri di condivisione serrana.

    Ecco, il gatto subisca questa canzone — Fernande — composta dal sommo cantore provenzale Georges Brassens, nella quale il poeta ci fa sapere che, se pensa a Fernanda, l’erezione è scontata (je bande: cioè, mi si rizza). E questo avviene non solo con Fernanda: avviene anche con Félicie e con Léonor. Ma non avviene con Lulu che, evidentemente, è racchia. Infatti l’erezione non è a comando (la bandaison, papa, ça n’se commande pas). Ecco il ritornello:

    Quand je pense à Fernande
    Je bande, je bande
    Quand j’pense à Félicie
    Je bande aussi
    Quand j’pense à Léonor
    Mon dieu je bande encore
    Mais quand j’pense à Lulu
    Là je ne bande plus
    La bandaison papa
    Ça n’se commande pas.

    Qui la canzone è registrata dal vivo, nel corso di un concerto tenuto al Théâtre du Trianon di Parigi: certo, rimane difficile immaginare le erezioni di Carla Bruni al pensiero di Fernanda, ma non dimentichiamo che l’interpretazione non comporta la coincidenza dell’interprete con l’autore.

  5. Il telegiornale svizzero è meglio


    Facendo clic sull’immagine si accede al sito della TSI, Televisione Svizzera italiana, e si può scegliere un’edizione del telegiornale da vedere e ascoltare.

    Sono giorni di lutto per l’Italia, ma figùrati se la cosiddetta libera stampa ci fa qualche sconto, inutile sperare che vi presentino un quadro essenziale delle cose, seguito da approfondimenti e commenti: come la nostra intelligenza di lettori e telespettatori richiederebbe. Il bello viene quando si tratta di dare un’interpretazione dei fatti: poiché loro sono obiettivi — dicono — non interpretano, ma per lo più cacciano il gelato (cioè, il microfono) in bocca a un politico o a un attore del territorio, lui sì che può esprimersi anche se dice cose scontate, visto che è un politico o un attore. Ovvio: il politico e l’attore (del territorio) sono scelti in base alle indicazioni di un manuale Cencelli, che i signori giornalisti conoscono benissimo, un manuale di lottizzazione delle opinioni consentite e di esecrazione di quelle da inibire a tutti i costi, e infatti non si sentono mai discorsi politicamente scorretti. L’unico che può farli è Salvini, ma tanto dice cazzate, e questo fa il gioco dei renzisti. Mai sentito uno scienziato che fa discorsi politicamente scorretti, solo Salvini e relitti umani di vario tipo.
    Figuriamoci: abbondano i fronzoli, le interviste ai sindaci, le dichiarazioni istituzionali, le voci dei bambini cinicamente registrate. E magari fossero questi giornalisti come quegli scrittori arzigogolati e barocchi, come il favolistico Carlo Gozzi, il romantico Jean Paul, o lo scapigliato Carlo Dossi «o un qualche altro Carlo anche peggio di questi due, già così grami loro soli; buono magari di adoperar la guerra, e i dolori della guerra, per cincischiarne o sottilizzarne fuori i suoi riboboli sterili, in punta di penna» (C.E. GAdda, La congnizione del dolore) Già, perché questi letterati sui quali si appunta il sarcasmo di Carlo Emilio Gadda, almeno avevano un solido impianto culturale. Invece no, questi giornalisti culilinctori parlano con la stessa disinvoltura con cui Cavagna il Giovane prende la parola nel Consiglio comunale di un paese sgarruppato come Curno, e addirittura credendosi un Ulpiano si permette di fare cazzeggio giuridico. Questi giornalisti non si dànno una calmata nemmeno adesso che c’è il terremoto: si muovono tra retorica e cazzeggio, tra cazzeggio e retorica. Anzi, la tragicità dell’evento li fa sentire in dovere di aumentare la dose di cattiva retorica, a cominciare dal ricorso spudorato alle bellurie di mozione degli affetti.
    Comunque, almeno i giornali li puoi sfogliare, ed è quello che ho fatto questi giorni: sfogliato molto, letto poco. Ieri però era possibile leggere un bell’articolo di Sallusti, quello che insieme alla Santanché, finché facevano coppia, secondo Feltri aveva ricostituito il binomio di Olindo & Rosa (ricordate?), mentre considerato a sé stante secondo Travaglio è lo zio Tibia. In sostanza, ieri Sallusti scriveva “Forza Renzi!”, non perché Renzi gli sia simpatico, ma perché questo non è il momento di mettere il bastone tra le ruote al capo dello Stato: tregua, insomma.
    Quelli che sono proprio insopportabili sono i telegiornali, perché quelli non li puoi sfogliare, quelli li devi subire nella loro sequenzqailità, se proprio li vuoi vedere alla TV. Perciò io preferisco seguire i telegiornali in rete. Per esempio, quello della Televisione svizzera italiana (fare clic sull’immagine qui sopra e, in generale, digitare nella finestra di Google “Televisione Svizzera italiana telegiornale”).
    Per esempio, seguendo l’edizione del telegiornale della Svizzera italiana, quello di ieri alle h. 20, ho appreso due notizie che mi erano sfuggite:
    • c’è stato un terremoto anche in Birmania, con danni ad almeno 500 delle migliaia di tempi buddisti in quella zona;
    • per affrontare il problema dell’immigrazione le autorità elvetiche si servono di un modello elaborato dal Politecnico di Zurigo, non dai soliti cazzeggiatori. Sono anni che dico che Bobomaroni dovrebbe affidare al Politecnico di Zurigo l’elaborazione di un modello di simulazione delle risorse della Lombardia, delle sue infrastrutture e del sistema di relazioni con le altre regioni d’Italia e d’Europa. Un modello di sistema, insomma, molto dettagliato per quanto riguarda la Lombardia ma comprendente l’Europa. Già, ma che cosa possiamo sperare da un Bobomaroni? Mica è Quintino Sella, lui è stato procuratore legale della Avon cosmetici, poi anche ministro degli Interni, e così ha potuto fare fuori il circolo magico e Bossi stesso, e adesso ha le sue gatte da pelare con Salvini, che è stato messo dov’è proprio da Bobomaroni.
    Ma, una volta stabilito il principio che dobbiamo impedire al cazzeggio di farci del male, perché rivolgersi al Politecnico di Zurigo, domanderà qualcuno, e non a quello di Milano? Perché siamo arrivati al punto, oggi come oggi, che non possiamo fidarci più di nessuno, perché tutti in Italia, anche i fisici e gl’ingegneri possono essere sotto schiaffo e tutti tengono famiglia, per la solita ragione, che la linea delle palme è arrivata al Nord, come diceva Sciascia, a suo tempo bestia nera dei similprogressisti, salvo il fatto che oggi pretendono che sia uno dei loro (hanno l’oblio facile, loro: noi, no). Non possiamo fidarci più nemmeno del “nòster Politeknik”, come diceva sempre Carlo Emilio Gadda. Che tempi!

    P.S. – Visto che la sindachessa di Curno è svizzera, non potrebbe ottenere che fosse instalalto un ripetitore che consentisse ai bergamaschi di vedere i programmi televisivi svizzeri, via satellite, non criptati? Eventualmente anche a pagamento, perché il canone certo non sarà così esoso come quello della Rai. Non si rivolga però al gatto padano che si perde in discorsi di mistica della banda larga e fa un casino feroce.

  6. Insiste, fa brutte figure, s’intorta
    Il gatto padano affine si arrampica sugli specchi, ma scivola

    A proposito dell’articolo del Corriere della Sera segnalato in questa pagina e saccheggiato dal gatto padano, scrive il medesimo:

    Peccato che il testo (citato dalla Latrina) consista in una serie di dati statistici che non ha certamente partorito in originale del Sommella perchè sono provenienti da fonti che sono le sole che possono disporne: la Apple, la Gm, ISTAT ed EUROSTAT. Il testo con quei dati è stato inoltre pubblicato anche da diversi siti a stampa e on line.

    Sì, ma qui stiamo forse a prenderci per il deretano? Il gatto dice di aver «riportato dati statistici». Peccato che in quel testo di 2.500 battute copiate di sana pianta ci siano diverse considerazioni, anche intelligenti, che questo maître à penser (pfui!) curnense vorrebbe far passare per sue. Per non perderci in troppe parole nel corso di un’analisi puntigliosa, limitiamoci a considerare questa riflessione che il gatto spudoratamente si attribuisce: «E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa e Stati Uniti. In primo luogo, nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale». Questi sarebbero i dati statistici pubblicati sulla stampa e in rete?
    Il gatto padano racconti queste fole a Cavagna il Giovane al quale potrebbe presentarsi con le insegne di Gran maestro di cazzegio giuridico, ma non speri di essere preso sul serio, per esempio, dai lettori di Nusquamia.
    Inoltre il gatto sostiene che sarei stato «beccato a fotoscioppare diffamazioni plurime nei confronti di tre cittadini». Vorrebbe essere più preciso? Chi ha diffamato? Nell’articolo Intemperanze della fasciofemminista ho pubblicato un ingrandimento della foto della bacheca del gruppo (?) consiliare intitolato alla Curno alternativa del dott. Consolandi (poi scomparso) nel quale si legge un’affernazione che poteva essere intesa in senso diffamatorio nei confronti della dott.ssa Serra. Poi quell’affermazione, stampata come un titolo a caratteri di scatola e sovrastante un articolo dell’Eco di Bergamo che non diceva quello, è scomparsa: come testimonia la foto del totale della bacheca, da me scattata via ficofono e in condizioni precarie di luce alle due di notte, collocata a destra di quell’ingrandimento. Condizioni precarie, sì, ma non abbastanza perché non si capisse che il ta-tze-bao della fasciofemminista era sparito. Riassumendo:
    • io non ho diffamato nessuno
    • sarei curioso di sapere chi siano le tre persone diffamate in modalità plurima
    • del resto, il gatto padano affine non afferma che ho diffamato, ma che ho fotoscioppato diffamazioni plurime: ma quanto è furbo il gatto! Contadinamente e curnensemente astuto! Lui non ha detto precisamente quello, ma se poi qualcuno intendesse proprio così, a lui non dispiacerebbe, immagino. Merda all’astuzia!

  7. Salvini fu Giuseppe permalink

    Riuscirà Salvini dove Fini ha fallito?
    Che Garibaldi si sia reincarnato nel Matteo milanese?

    Neppure qualche dubbio sulla «discesa al sud»?
    «Non lascio, anzi, raddoppio: è un dovere morale. Martedì sarò in Sicilia, poi in Calabria: la gente mi incoraggia a non mollare. A Roma, 31mila voti conquistati in autofinanziamento non sono da buttare».

    Salvini: il mio interlocutore è Berlusconi. Bossi? Guardo avanti»

    Salvini ha estromesso Bossi e si è tenuto i pezzi da 90, nel senso che fanno veramente paura.

    “E infatti ha convocato per i primi giorni di settembre una riunione ristretta con i futuri «saggi» Roberto Maroni, Luca Zaia, Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli.”

    A Pontida con Marion Le Pen: Salvini vuole oscurare Parisi

    A breve ci aspetteremo il grido di battaglia di Salvini “Boia chi molla!

    • Salvini di lotta, di governo e di tutto un po’


      Marion Le Pen: ma Salvini non ha il suo carisma.

      Salvini dice che lui è un capitano, ma è solo un duce senza mascella e senza gli agrari. Fra l’altro, non ha né la cultura né il vissuto di Mussolini. Cerca i suoi “agrari” al Sud? Attenzione, perché quella è gente seria…
      Commentavo con Gandolfi — ieri — quello stesso articolo del Corriere segnalato qui sopra, il secondo. Dopo avere rapidamente esaurito l’argomento Marion Le Pen della quale lodavo la venustà — ma era doveroso, visto che l’articolo ce ne propone la foto [*] — osservavo che è singolare che Salvini abbia voluto designare come «saggi» proprio coloro con i quali, all’interno della Lega, deve fare i conti: un tentativo sgraziato di lisciare loro il pelo? I saggi sarebbero Bobomaroni, con il quale il rivale del pentolaio della McKinsey continua a pizzicarsi, Luca Zaia che è stato e forse sarà un concorrente di Salvini, un autonomista interno, il Giorgetti che è l’unico politicamente sopravvissuto della vecchia guardia varesina, ed è una specie di Gianni Letta per Salvini, uno indispensabile, mentre non è vero il viceversa, e Roberto Calderoli che, a parte le sue intemperanze patafisiche, è un personaggio cento volte più intelligente di Salvini, e forse più ancora, che per giunta sta studiando una sua ricollocazione nella politica da padre nobile. Perciò non ha intenzione di immischiarsi più che tanto nelle questioni di Curno e Mozzo, dove è ancora vivo il ricordo delle pedrettate. (Chiedo scusa a Tarcisio, a Marcobelotti e alla Serra se parlo del Pedretti, ma non è vero che è acqua passata: l’egemonia pedrettesca è merda e sangue della politichetta curnense, e non è mai stata lavata).
      Berlusconi ha incaricato Parisi di salvare Forza Italia dal naufragio, però Toti, Brunetta e la Santanché, tanto per fare qualche nome, non sono d’accordo, nel senso che non vogliono alinearsi a Parisi. Salvini sta con Giorgiameloni, con Toti, con Brunetta e con la Santanché. Peccato però che Maroni, Giorgetti e Calderoli stiano con Parisi, e che Luca Zaia giochi in proprio. Dunque? Attenzione, Matteo di Milano. Abbiamo tutti sotto gli occhi il bluff del Matteo fiorentino. I fischi sono dietro l’angolo, altro che i coretti che ti acclamano “capitano” come a suo tempo Du-ce! Du-ce! Già, la massa non è che un gregge di pecore, come disse Mussolini a Ludwig che lo intervistava, la massa è donna. Gadda in Eros e Priapo si sentì in dovere di correggere: la massa è femmina e nottivaga, cioè puttana (come le puttane “merdaiole” delle quali si parla nella Vita agra di Bianciardi, che di notte vanno su e giù per le strade e calpestano le merde dei cani).

      ———————————
      [*] Questo non significa che sia mia intenzione voltare le spalle a Maria Elena Boschi, per la quale nutro un trasporto simile a quello che i trovatori provavano per donne e financo regine, che pure avevano soltanto viste e mai avvicinate. L’amore di Petrarca per Laura si pone sulla scia di quell’amore cortese che proprio nella Provenza di Marion Le Pen ebbe la sua più bella fioritura, e fu codificato nel trattato di Andrea Cappellano sull’amore. Ed è singolare che Marion Le Pen sia deputato di Vaucluse, cioè di quella Valchiusa abitata da Petrarca e sempre amata nel ricordo, come pure Laura, Laura de Noves, dal poeta incontrata per caso in una chiesa di Avignone, quando lei era da due anni sposa del marchese de Sade (un antenato del noto libertino): nella sua ‘canzone’ più nota, il Petrarca la rievoca distesa in un prato, presso le chiare, fresche e dolci acque della Sorgue, in Valchiusa. Mancano tuttavia a Marion Le Pen il bel volto, il garbo e la bella voce di Maria Elena Boschi. Marion Le Pen è una donna dura, senza essere stupida, però, a differenza della maggior parte dei “duri” e delle “dure”, che la determinazione trasforma in bestie. O forse sono determinati perché sono bestie.

  8. Dice Salvini: «Martedì sarò in Sicilia, poi in Calabria: la gente mi incoraggia a non mollare». Dice Aristide: «Attenzione, perché quella è gente seria…». Cioè, se tu gli fai una promessa, mica li puoi prendere per il culo, quelli, e non mantenerla. Quelli, caro Salvini, ti inseguono dappertutto, non serve nascondersi, come provò a fare Mimì metallurgico, ferito nell’onore. Lui pensava di essersi liberato dell’uomo con i tre nei, ma si sbagliava.

    E poi quando li vedi, che dici? Come Salvo Lima, forse: «Tornano, Madonna santa, tornano!». Consiglio a Salvini perché sia salvo (e non Salvo, come Salvo Lima) di adottare come guardia del corpo Efe Bal, che sempre maschio è. E forse riesce a distrarre gli esattori delle promesse.

  9. Hillary Clinton è antipatica? Certo che sì

    Sulla Repubblica oggi in edicola (28 agosto 2016) ci si domanda se Hillary sia antipatica. Perché, forse che si sono dei dubbi? Né c’inganna questa fotografia che ce la presenta con le labbra socchiuse, invece che sghignazzante, sguaiata e maleducata, come sempre. Non ne possiamo più della sua determinazione, del suo femminismo, delle sue risate scomposte. Eppure, ahinoi, se fossimo cittadini degli Stati uniti d’America, saremmo costretti a preferire lei piuttosto che quel tamarro di Donald Trump. Quello è un pazzo scatenato, è un Salvini a piede libero e senza reti di sicurezza, uno che ha in mano la valigetta per scatenare la guerra mondiale, con le bombe atomiche: qualora divenisse presidente degli Usa, s’intende, cosa che non avverrà, nonostante la lobby degli armaioli. Sì, ma che cos’è la lobby degli armaioli, a fronte della lobby di Wall Street, che sostiene Hillary?

  10. Mussolini «guarda con sovrano disprezzo» la pretesa superiorità hitleriana
    I Germani (forse anche i Celti?) non sapevano ancora scrivere quando l’Italia aveva Cesare, Virgilio e Augusto

    Questo discorso di Mussolini è del 6 settembre 1934. Due mesi prima i nazisti austriaci avevano tentato un colpo di Stato e ucciso Dollfuß, che era il dirigente del Fronte patriottico austriaco. Tale colpo di Stato doveva favorire l’“Anschluss» dell’Austria con la Germania („Anschluss“ Österreichs), che effettivamente si sarebbe realizzato nel 1938. Però proprio nel 1934 (marzo) l’Italia aveva firmato un protocollo d’intesa con l’Austria, per cui l’Italia sarebbe intervenuta a difesa dell’Austria, se minacciata. Ebbene, proprio dopo l’uccisione di Dollfuß l’Austria si sentì minacciata, da Hitler, e chiese l’intervento dell’Italia. Mussolini mantenne l’impegno, mandò alcune divisioni al Brennero, pronte a intervenire, qualora fosse stato necessario. Hitler, per il momento, desistette dall’invasione dell’Austria.
    Quello fu un momento di grande freddo tra l’Italia e la Germania. Mussolini arrivò a compiere un gesto di grande valore simbolico e di scherno. C’era a Bolzano la statua del più grande poeta in Mittelhochdeutsch (alto-tedesco medio), Walther von der Vogelweide, nativo — pare — di Vipiteno: ebbene, Mussolini ordinò che la statua fosse sostituita con quella di Germanico, il figliastro di Augusto che fu a capo di campagne di guerra in Germania, che portarono alla sottomissione di numerose tribù germaniche.
    Precisamente in questo clima di tensione con la Germania Mussolini pronuncia, in occasione dell’inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, queste parole:

    Noi possiamo guardare con un sovrano disprezzo talune dottrine d’oltralpe, di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto.

    Interessante anche l’apertura ai popoli del Mediterraneo e dell’Oriente. Riporto per intero un brano che il video qui sopra presenta tagliuzzato:

    Il Mediterraneo è un mare certamente meridionale, ma è sulle rive del Mediterraneo che sono nate le grandi religioni, le grandi filosofie, la grande poesia e l’impero. È un impero che ha lasciato tracce incancellabili nella storia di tutti i popoli civili. Lo dico a tutti e particolarmente ai popoli dell’oriente che è così vicino a noi, che noi conosciamo, con quale abbiamo avuto contatti per tanti secoli. Io dico a questi popoli: credete nella volontà di collaborazione dell’Italia fascista, lavorate con noi, scambiamoci le merci e le idee. Vediamo che con uno sforzo solidale di tutti i popoli – i vicini e i lontani – sia possibile di uscire da questa depressione che attanaglia gli spiriti ed umilia i corpi; sia possibile di ritornare a un’epoca di forza e di benessere.

    Ho ricostruito questo brano di testo mettendo insieme le registrazioni del video riportato sopra e di quello che presento qui sotto:

    Si noti il consenso di folla, il tripudio delle truppe cammellate: una roba che la dott.ssa Serra se la sogna, nonostante tutti i clisteri di condivisione inflitti ai poveri cittadini curnensi.

  11. Se la cacata carta certifica che la costruzione è antisismica, vuol dire che veramente la costruzione è antisismica? ¡claro que no!


    Per leggere l’articolo di Rizzo fare clic sull’immagine.

    Sul Corriere della Sera Sergio Rizzo analizza alcune dichiarazioni di personaggi che potrebbero avere qualche responsabilità o voce in capitolo, al riguardo della scuola Capranica di Amatrice, crollata dopo la prima scossa di terremoto. Naturalmente si sentono tutti sereni. Secondo loro — ça va sans dire — il sentirsi sereni sarebbe una dimostrazione di un lavoro ben fatto. Anche il Pedretti dopo aver ordinato l’ispezione alla c.d. moschea di Curno si sentiva sereno, come dire: ma io non ho fatto niente di male. Anche Mengele, se è per questo, così scrivemmo: e allora il Pedretti ci denunciò. Però poi gli fu spiegato che noi mettevamo in dubbio il valore probante del “sentirsi sereni”, mica paragonavamo un politico territoriale a Mengele, e fu così che quella denuncia andò in fumo.
    Proprio così: a norma di cacata carta si può affermare che sulla scuola di Amatrice i lavori del 2012 furono eseguiti in chiave antisismica. Ma il costruttore specifica: attenzione, “miglioramento antisismico”, non “adeguamento antisismico”.
    Riassumo per punti l’articolo di Rizzo:

    • La Regione latina (Regione Lazio, per i mongoburocrati) «non c’entra nulla», dice l’ex governatrice Renata Polverini.
    • Il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi dichiara: «Sono parte lesa. Io faccio il Mister, non il tecnico. E da sindaco ho la coscienza a posto».
    • Il costruttore Gianfranco Truffarelli, anche lui ha «la coscienza a posto», e dichiara: «Nessuno mi ha chiesto l’adeguamento sismico, il sindaco sa quello che è stato fatto».
    • Conclude Rizzo: «Ci pensino i magistrati, tanto finirà in una bolla di sapone».

    Terribile, la conclusione di Rizzo, che non è un atto d’accusa contro i magistrati, semmai un’esortazione ai magistrati perché non si facciano avvolgere dai rotoli di cacata carta. Perché c’è da giurarci, che si pretenderà di buttare tutto il discorso sul terreno del cazzeggio giuridico. Qui torna alla mente l’esortazione di Carlo Cattaneo che nel suo Politecnico scriveva: più fisici e ingegneri, meno avvocati.
    Quanto a noi, proviamo a trarre questa conclusione: una cacata carta non dimostra niente, perché una cacata carta è solo una carta cacata. Importa semmai sapere, di là da quello che è scritto sulla cacata carta, chi l’ha scritta, quanto fosse intelligente, esperto delle cose che cacatamente certifica e quali amici avesse quando fu chiamato a redigere la cacata carta.
    Interessante sotto questo riguardo il caso della «valutazione del rischio sismico di otto ospedali» affidata a Stanislao Acciarri, un centralinista dei vigili del fuoco che invece non ha mai svolto alcuna attività nei primi due anni di contratto, e nonostante ciò ha ottenuto il rinnovo per un altro biennio. Stanislao Acciarri è fratello di Monica Acciarri, consigliere comunale ad Ascoli Piceno in quota Pd. La storia è raccontata in Terremoto, i fondi del campanile crollato usati per lavori nella chiesa.

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