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«Fedifrago»

19 novembre 2016

locatelli_bergamopost

Qui sopra, l’intervista a Giovanni Locatelli su BergamoPost. Lo svolgimento dell’articolo non rende giustizia al titolo, in quanto attribuisce al solo Locatelli il timone di tutto il centro destra curnense, che in realtà ha tre anime: quel che resta in Forza Italia delle due componenti bergamasche del Pdl, che nel passato hanno avuto contrasti al calor bianco, e la Lega nord. Val la pena ricordare che delle due componenti del Pdl, la prima – quella di Locatelli – si costituì come quinta colonna di guastatori alleati con il Pedretti, ma operanti nell’amministrazione Gandolfi. L’altra componente del Pdl, quella di ascendenza formigoniana, si sarebbe presentata alle elezioni indipendentemente dalla quinta colonna e avrebbe candidato al seggio di sindaco il dottor Consolandi; al quale, quando rinunciò al posto di consigliere di minoranza, succedette Sara Carrara che, infatti, qui sotto vediamo fotografata con Formigoni. Infine la Lega nord, che avrebbe avuto tutto l’interesse, se non altro in termini di ritorno elettorale, a prendere le distanze dal Pedretti, non prese mai lo slancio e aspettò di essere lei stessa, semmai, rifiutata dal Pedretti, che si era stancato di essere ignorato. L’errore della Lega nord fu proprio questo, di avere ignorato Pedretti invece di prendere le distanze e riabilitare Angelo Fassi e Maria Donizetti, i due leghisti dal volto umano fieramente avversati dal Pedretti.
In ogni caso, è legittimo domandarsi se Sara Carrara e Marcobelotti possano dirsi contenti di non essere stati nemmeno considerati nella definizione di “Centrodestra curnense”.

SaraCarrara & Formigoni


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Sostiene Giovanni Locatelli, coordinatore della sezione curnense di Forza Italia, in un’intervista pubblicata su BergamoPost attualmente in edicola (18 novembre 2016) che «l’essere chiamato “assessore fedifrago” sono epiteti [leggi, meglio: “assessore fedifrago è epiteto…”: N.d.A.] al limite della querela. Per ora non l’ho fatto, ma potrei farlo presto».
Questa accorata considerazione è preceduta da una sostanziosa premessa, una sorta di excusatio non petita, dove Locatelli precisa quale fosse il suo ruolo – peraltro determinante – nell’eversione dell’amministrazione Gandolfi, della quale faceva parte, avvenuta il 19 marzo 2012. Era assessore di Gandolfi un attimo prima di salire le scale del Municipio dove, insieme al Pedretti e alla dott.ssa Serra, avrebbe rassegnato le dimissioni di consigliere comunale, facendosi promotore della fine prematura della giunta, quaranta giorni prima la scadenza naturale del mandato. A monte, era stato stretto un accordo – preparato, per quel che è dato di congetturare, dal Pedretti e da Max Conti – tra pedrettoleghisti, similprogressisti e quinta colonna del Pdl (della quale Locatelli faceva parte). Cioè, Locatelli venne meno al patto di lealtà con il sindaco del quale era assessore.

Significato di “assessore” – “Assessore” è chi siede accanto a qualcuno per dargli una mano, e non per farlo cadere: deriva dal latino assessor, che a sua volta è sostantivo verbale derivato da (o “deverbale” di) assidēre, a sua volta composto di ad + sĕdēre, “sedere accanto”. In particolare, assessore non è colui che siede accanto al sindaco per caso, ma colui che siede accanto al sindaco, per aiutarlo, abitualmente.
A riprova di ciò, si consideri che assessor deriva dal supino di assidēre (che fa assessum); presenta la terminazione in –or che, come si legge nelle grammatiche, caratterizza i sostantivi derivati dal supino denotando un’abitudine: altrimenti in latino non si direbbe assessor, ma assidens. Analogamente, c’è differenza fra amans e amator: il primo si trova nella condizione transitoria di amare, il secondo ama abitualmente. [*] D’altra parte questa stessa differenza si sente anche in italiano: vedi per esempio nel film L’armata Brancaleone le parole con cui Teofilatto spinge Brancaleone nelle braccia della zia vogliosa: «E vanci, è grande amatora».

Significato della parola “fedifrago” – “Fedifrago” è colui che rompe un patto: deriva dal latino foedifrăgus, che a sua volta deriva dalla composizione di:
foedus, “patto”; da foedus derivano “federale”, “federato” ecc.§
– dal tema frag di frangĕre, cioè “rompere”; da frangĕre derivano “frattura”, “frangente” ecc.
Leggiamo infatti nel celebre lessico dello Stephanus che foedifragus significa Ruptor foederis, cioè colui che rompe un patto:

foedifragus

A riprova del corretto significato e della corretta etimologia della parola “fedifrago” riportiamo la scheda del Dizionario etimologico on line:

1dbe29

Ciò premesso, desta stupore l’affermazione dell’ex assessore gandulfiano Giovanni Locatelli: «Quando poi [Gandolfi] fa la vittima, dicendo che è caduto a quaranta giorni dal termine, si ricordi che lo ha fatto [traduco: “che è caduto”; N.d.A.] su un Pgt che è ancora oggi di difficilissima lettura…». No, Gandolfi non è caduto il 17 marzo per il concorso con il Pedretti e i similprogressisti di due membri della sua giunta –  Giovanni Locatelli (che si espresse per una moratoria del Pgt) e di Sara Carrara (che scomparve perché aveva un appuntamento a Milano) – ma il 19 marzo. Quelle del sabato 17 marzo 2012 furono soltanto le prove generali di compattezza del fronte trasversale che doveva far cadere Gandolfi il lunedì successivo, quando i congiurati tutti insieme e baldanzosamente salirono le scale del Municipio, rassegnarono le proprie dimissioni e così fecero venir meno il numero legale per la sopravvivenza del Consiglio comunale. Insomma, quando Gandolfi dice quel che dice non fa la vittima, ma dice la verità, solo che Locatelli pretenderebbe che dire la verità, almeno in questo caso, significhi fare la vittima.
Il Locatelli prosegue con la perorazione delle sue buone ragioni per essere contrario al Pgt. Ne ha facoltà, ovviamente, come dice quel personaggio televisivo tromboneggiando (così si sente giurista, anche lui: uffa!). Ma allora, considerato che era assessore, e a maggior ragione perché era assessore, perché prima del 17 marzo non fece mai presente in Consiglio la sua avversione al Pgt gandulfiano? Perché non ha ritenuto opportuno rassegnare le proprie dimissioni, considerato che egli trovava assurdo quel Piano generale del territorio? Il Locatelli sapeva benissimo che quel piano era stato da lui avversato privatamente (si diceva allora che Locatelli “remasse contro”), [**] ma non si era mai sentito in dovere di avversarlo pubblicamente: perché dunque si meraviglia se Gandolfi presentò con l’affanno quel piano regolatore, quello stesso piano che poi sarebbe stato adottato – dice lui – dall’amministrazione serrana? Di quell’affanno era lui responsabile, perché dunque meravigliarsi?

Insomma, a nostro parere si dànno tutte le condizioni perché si possa affermare senza tema di smentita che Giovanni Locatelli ha rotto un patto. Sì, rotto, e non allentato e nemmeno annunciato e poi reciso: “rotto” è la parola giusta, per il carattere improvviso e, direi violento della rescissione di quel patto e “rompere” si dice frangere. Ma un assessore che rompe un patto – l’abbiamo appena dimostrato – si chiama fedifrago. Non credo perciò che Locatelli possa pretendere di essere chiamato “assessore dimissionario”, dal momento che lui le dimissioni non le ha mai rassegnate (neanche un telegramma, sia pure tardivo, o un messaggio di posta certificata, o un bigliettino recapitato per mano innocente di una vergine). E se non gli piace la parola “fedifrago”, quale altra parola dovremmo usare, secondo lui? Forse “scassapatti”? Ma è una parola che non esiste, e che, oltretutto, suona male alle nostre orecchie, che con buone letture abbiamo pazientemente educate al buon italiano.

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[*] Si veda, nelle Tuscolane di Cicerone (IV, 12): «… aliudque est amatorem esse, aliud amantem» (… “e altro è essere amatore, altro amante”).

[**]Giovanni Locatelli lamenta nella summenzionata intervista che il Pgt commissionato da Gandolfi «conteneva scelte non condivise [da chi e con chi? N.d.A.]: per ampliare la volumetria di un edificio si chiedeva di pagare dei diritti edificatori salatissimi, da mille euro al metro quadro. Questo io non lo condividevo e ho votato contro, ma è stata l’unica volta». Già, «l’unica volta» e, subito dopo, per la precisione due giorni dopo, Giovanni Locatelli ha salito le scale del Municipio per far cadere l’amministrazione della quale era assessore. Dobbiamo pensare che questa non-condivisione si materializzasse improvvisamente, il 17 marzo 2012? E, se non si materializzò improvvisamente, perché Giovanni Locatelli ritenne opportuno non esprimere pubblicamente questo suo dissenso, in precedenza?

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From → C.d. idealisti

43 commenti
  1. Straordinaria puntata del Tg porco

    Quando Sabina Guzzanti rinuncia a fare l’intellettuale, e a spiegarci come stanno le cose nel mondo, e soprattutto come dovrebbero andare, quando non ripete su Mara Carfagna le cattiverie che ha letto sul Clarín (e chissà chi gliel’ha raccontate al Clarín [*]) può riuscire straordinaria, come in questa edizione del “Tg porco”. Del resto, la stessa cosa può dirsi della sorella di Sabina, Caterina Guzzanti: se parla fuori del personaggio interpretato, se cioè esprime se stessa, può lasciare a desiderare, addirittura diventa bruttina.
    Ma rimaniamo su Sabina Guzzanti, che in questa edizione del suo Tg interpreta tre personaggi: la giornalista, Giorgiameloni e Maria Elena Boschi.
    La giornalista interpretata da Sabina Guzzanti non è precisamente Lilli Gruber, però il personaggio è costruito su Lilli Gruber: si veda la gestualità asseverativa delle mani piantate sulla scrivania e spostate da un punto all’altro come a sottolineare la pregnanza del ragionamento; soprattutto, si presti orecchio alle impennate e alle pause del registro vocale che, particolarmente evidenti in Mentana, sono tuttavia comuni al modo di parlare della maggior parte dei giornalisti televisivi: quelle impennate e quelle pause dovrebbero convincerci che le cose che i giornalisti vanno dicendo sono pensate da loro personalmente, ed è come se ragionassero con i telespettatori, davanti a un caminetto, mentre le immagini scorrono rapidamente l’una dietro l’altra, o mentre dànno, e, soprattutto, tolgono, la parola agli ospiti in studio.
    Maria Elena Boschi in questa edizione del Tg porco è interpretata un po’ meno bene che in altre, dove fra l’altro, proprio mentre imita le carinerie della Vergine d’Arezzo, Sabina Guzzanti appare un po’ meno gonfia (credo che i tecnici usino all’uopo il comando di ampiezza orizzontale dell’immagine) e finisce con il diventare lei stessa bella; in questo Tg, in realtà, un po’ meno. Qui Sabina fa fa dire a Maria Elena alcune cose interessanti, per esempio sui «nostri babbi e le loro banche» e sul «nostro governo che non è il solito governo degli amici degli amici, no: noi siamo i figli degli amici degli amici, che poi sono diventati amici».
    Ma è straordinarial’interpretazione di Giorgiameloni che, figlia di un sardo e di una spagnola, parla schifosamente il romanesco della Garbatella e spara a raffica battute straordinarie. Per esempio: «Salvini è un coglione. Ho detto coglione? Ma sì, l’ho detto in senso affettuoso». Poi: «Qui si parla di crisi del centrodestra. Ma se c’è un punto di crisi nel centrodestra è che poi tutti, proprio tutti, dopo la vittoria di Trump, si stanno buttando a destra. Lo vogliamo salvare questo centrodestra? Ma allora leviamoci dalle palle! Non c’è altra soluzione». Meravigliosa infine questa considerazione: «Ma lo dicono proprio a noi, che siamo fasci da molto prima, quando essere fasci era molto peggio che essere frocio? E guarda che per un fascio essere considerato frocio è veramente un problema. Mica come oggi che a casa Pound stanno tutti a fare i trenini, e non so se ci siamo capiti».

    Alle volte provo a immaginare quale potrebbe essere l’imitazione della fasciofemminista di Curno: credo che Sabina Guzzanti in quattro e quattr’otto potrebbe fare qualcosa di strepitoso. In attesa di vedere l’imitazione della fasciofemminista, vediamo adesso la sorellina Caterina:

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    [*] Sexgate a la italiana: el escándalo salpica [= schizza] a Berlusconi y una ministra.

  2. Noterella di 3^F – L’italiano che si parla a Curno
    Asino chi scrive “redarre”: si dice “redigere”

    Scrive il gatto padano in una suo pezzullo sulla variante del Pgt curnense di recente adottata in Consiglio comunale con il voto unanime dei serrani, con l’opposizione di Cavagna il Giovane, con l’astensione della fasciofemminista (toh!) e in assenza di Gandolfi [*] che fece una rapida apparizione in Sala consiliare, per poi involarsi mezz’ora dopo, ma facendo in tempo a depositare un’interrogazione contenente una decisa condanna del metodo e della sostanza di tale variante:

    Siamo arrivati al 19 novembre e sul sito del Comune non sono stati pubblicati gli atti della prima variante al PGT adottata il 03 novembre. “In teoria” dal 04 novembre in avanti ci sarebbe stato da redarre “solo” la delibera, peraltro brevissima perchè la seduta é stata particolarmente spoglia di interventi “densi e sensati” se si escludono le comode presentazioni degli autori e addetti ai lavori.

    Ebbene, “redarre” è orribile. Non solo non esiste in italiano, ma è vocabolo usato (a sproposito) e coccolato da piccoli burocrati oracolari, ovviamente impiegatucci a stipendio garantito, urbanisti dilettanti ecc. Ma potrebbe anche piacere a qualche ex di Lotta continua, è vero: quelli che, dopo aver flirtato con l’eversione armata, poi presero a scrivere poesie, pappette mostruosamente sentimentali che alla fine degli anni ’70 era dato leggere — se non altro per farsi quattro risate — su LC, il loro giornale cazzeggiante.
    Non capisco perché le grandi firme e i protagonisti della politichetta curnense debbano regolarmente ragionare col culo (si veda l’articoletto, facendo clic sul nesso) e inciampare nell’italiano, a ogni piè sospinto. Perché nessuno pensi che queste affermazioni aristidee sono sprovviste di fondamento, ecco un succinto promemoria:

    1. Un anno fa (11 luglio 2015) ci trovammo costretti a far presente alla dott.ssa Gamba che è errato l’uso dell’espressione “piuttosto che” «in funzione preposizionale di carattere disgiuntivo o additivo»: “piuttosto che” è comparativo e non disgiuntivo, cioè non significa “oppure”: nel corso di un suo discorso (8 luglio 2015) in Sala consiliare, scandito dalla proiezione di numerose Gamba-slàid, per lo più illeggibili, la dott.ssa Gamba usò questa locuzione, nel modo sbagliato, una quindicina di volte. Si veda Dedicato alla dott.ssa Gamba.

    2. Ieri siamo stati costretti a ricordare a Giovanni Locatelli che “fedifrago” significa “colui che rompe un patto”, che lui ha rotto un patto, e che pertanto non dovrebbe agitarsi, se viene chiamato fedifrago. Se lui è del parere che rompere un patto sia cosa riprovevole, non doveva rompere il patto stretto tipicamente tra assessore e sindaco. Doveva semmai denunciarlo, e qui “denunciare” non ha il significato truce che va per la maggiore a Curno, significa dichiarare pubblicamente e in anticipo la volontà di rescindere quel patto (uffa, qui bisogna spiegare tutti i vocaboli, altrimenti chissà che cosa capiscono!). Doveva, per esempio, rassegnare le dimissioni, a tempo debito. Cosa che non ha mai fatto, né a tempo debito, né a tempo indebito. Fra l’altro, non sempre rompere un patto è sbagliato: per esempio Antonio Giolitti, nipote dello statista Giovanni Giolitti (e non dico còtica: uno statista vero, mica Cavagna il Giovane) militava nel Pci quando la Russia invase l’Ungheria, a questo punto lui lasciò il Pci (1957) per passare al Psi. In seguito, in polemica con Craxi, lasciò anche il Psi. Può Giovanni Locatelli rivendicare con motivi di pari degnità la sua rottura del patto con Gandolfi?

    3. Oggi siamo costretti a ricordare al gatto padano — e non è la prima volta che lo invitiamo a sorvegliare l’italiano del quale fa uso improvvido: vedi le “piste pedociclabili” (mamma mia! che siano per i pedociclisti?), l’uso compiaciuto e intensivo di “turibolare” per “turiferario” ecc. — che si dice correttamente in italiano “redigere” e non “redarre”. Traggo dal sito dell’Accademia della Crusca:

    a) Per Serianni 1988, ried. 1997 (§ XI. 286) è «da considerare erroneo l’infinito ‘redarre’, modellato su ‘trarre’ per l’analogia dei participi passati ‘tratto-redatto’» (p. 314); il giudizio è ribadito nel ‘Glossario e dubbi linguistici’: «‘redigere/redarre’: nessun dubbio: la forma corretta è la prima; la seconda è dovuta all’attrazione del verbo ‘trarre’, favorita dalla comune terminazione in ‘-atto’ dei due participi passati (‘redatto-tratto’)» (p. 584). […]
    b) Giovanardi 2010: «’redarre’ [per retroformazione] da ‘redatto’ (forma corretta: ‘redigere’)» (p. 82).

    Altri esempi schifosi dell’italiano merdaiolo del quale si compiacciono burocrati e dilettanti dell’incistamento istituzionale sono:
    riassuntare da riassunto (forma corretta: riassumere);
    transare da transazione (forma corretta: transigere);
    contattare da contatto (forma corretta: porsi in contatto con)
    scannerizzare da scanner (forma corretta: scandire)

    —————————-
    [*] Gandolfi in più di un’occasione ha scongiurato la dott.ssa Serra di non indire le sedute di Consiglio nel giovedì, per lui impraticabile, in relazione a impegni di lavoro con altre persone. Il giorno 3 novembre, in cui la variante è stata adottata, cadeva di giovedì. Naturalmente nessuno dice che la dott.ssa Serra abbia indetto la riunione di giovedì a bella posta, né questa né altre volte. Ritengo tuttavia opportuno fare tale precisazione perché qualcuno si è dilettato di scrivere sull’assenteismo di Gandolfi, mentendo nella piena consapevolezza di mentire, e in assenza di argomenti migliori per attaccare il “nemico” del sistema delle famiglie e degli attori del territorio.

    • Il gatto una volta tanto ammette di essersi sbagliato

      Noto con piacere che il gatto padano, dopo aver letto la nostra noterella qui sopra, ha provveduto a correggere il suo testo. Adesso non leggiamo più «“In teoria” dal 04 novembre in avanti ci sarebbe stato da redarre “solo” la delibera…», ma «”In teoria” dal 04 novembre in avanti ci sarebbe stato da scrivere “solo” la delibera…».
      Bene, siamo contenti, soprattutto per lui, che in casi precedenti amava persistere nell’errore. Parimenti constatiamo con piacere che gli articoli che riporta nel suo diario da altri giornali dànno — era ora! — l’indicazione della fonte. Così come abbiamo preso atto che non usa più l’espressione “pista pedociclabile”, anche se un suo stizzoso, iniziale intervento lasciava intendere che fosse convinto del fatto suo. Aveva scritto, più o meno: «Tu, Aristide, scrivi “ciclopedonale”, io scrivo “pedociclabile”, ma il Codice della strada scrive un’altra cosa, dunque sbagli tu, sbaglio io e pari siamo». Ma che modo di ragionare è questo? E poi, da quando i burocrati fanno testo in fatto di eleganza della lingua italiana?
      Coraggio, gatto, se non scriverai più “turibolare” — parolina che ti piace tanto, e che doveva porti un gradino più in alto dei comuni mortali — intendendo in realtà “turiferario”, saremo costretti ad ammettere che sei sulla buona strada. Segui i consigli di Aristide, almeno quelli linguistici, non avrai da pentirti.

  3. È “de sinistra”, è radical chic, ma almeno è bella, gentile, educata

    Qui sopra vediamo Beatrice Borromeo in versione principesca. Qui sotto, invece, in versione politicamente corretta, quasi “una di noi” (mah…) mentre ci ragguaglia su quella statuetta itifallica (gatti padani e Locatelli, cercate il termine sul dizionario!) che circolava alle cene eleganti di Berlusconi, e che le ragazze baciavano nella sua protuberanza, o aggetto che dir si voglia. A noi la Borromeo piace in entrambe le versioni. Tanto più che lei può dire quello che vuole, anche quello che difficilmente perdoneremmo ad altri, e ad altre; e poco importa se non siamo d’accordo. Così come mi dichiaro faziosamente in disaccordo con qualunque cosa dica la Santa-de-ché. Pussa via!

  4. ALGIDo permalink

    la foto del locatelli mi pare datata…la criniera nera risale ai bei tempi che furono…..

    a presto

  5. Giovanni permalink

    Sig. Aristide,
    Le scrivo, con molta tranquillità, quanto ho già ho avuto modo di dirLe direttamente una domenica mattina dell’anno scorso, in un bar nel centro storico di Curno. Nel ribadirLe che non ho tradito proprio nessun patto con il sig. Gandolfi, avendo, semmai, un patto solo con i cittadini di Curno che mi hanno votato ai quali, prima di dimettermi, del tutto liberamente e autonomamente, ho comunicato ufficialmente la mia scelta spiegandone le motivazioni.
    Altre ricostruzioni sono frutto solo della Sua fantasia e non rappresentano, in alcun modo, la motivazione delle mie dimissioni che, più volte, ho spiegato sia attraverso i media sia con un volantino locale.
    Provi ad ascoltare, se Le è possibile, dalla registrazione consiliare del 17 marzo 2012, quanto da me dichiarato durante la tale seduta in cui, a nemmeno 45 giorni dalla scadenza del mandato elettorale dell’Amministrazione Gandolfi, lo stesso avrebbe voluto adottare un Piano di Governo del Territorio, rimasto nel cassetto del Sindaco per oltre tre anni e che, ancora oggi, purtroppo, sta producendo effetti nefasti. Da anni, peraltro, chiedevo l’istituzione di una commissione che valutasse i contenuti delle Norme Tecniche di Attuazione del Piano delle Regole del P.G.T.: provi a chiedere all’Ufficio Tecnico del Comune di Curno ed ai professionisti che operano localmente cosa ne pensano di questo P.G.T., di difficilissima lettura, a tratti cervellotico, spesso interpretabile, oltre che contenente i cosiddetti diritti edificatori, una mascherato e smisurato aumento degli oneri concessori.
    L’azione di forza di voler adottare il P.G.T. a meno di 45 giorni dalla scadenza elettorale fu una mancanza di rispetto nei confronti dello scrivente (che, come saprà, rivestiva la carica di assessore all’edilizia privata ed al riassetto del territorio) e, soprattutto, una presa in giro dei cittadini di Curno (che senso aveva adottare il P.G.T. a meno di 45 giorni dalla scadenza elettorale quando, come noto, l’iter procedurale dell’approvazione di un P.G.T. dura circa sei mesi).
    Le ricordo, infine, che il consigliere comunale agisce senza vincolo di mandato, come sancito dall’art. 67 della Costituzione Italiana e dall’art. 12 dello Statuto Comunale.
    Per questo motivo, per quanto sopra, La invito ufficialmente a rimuovere dal diario “Nusquamia” qualsiasi epiteto, che sia lesivo della dignità della mia persona, entro e non oltre 7 giorni dalla data di ricevimento della presente.
    Nella speranza voglia pubblicare per intero questa mia richiesta, rimango in attesa di un cortese riscontro. La saluto cordialmente.
    Giovanni Locatelli

    • Le parole sono importanti! La proprietà di linguaggio vuole che i significati siano circoscritti

      Certo, so bene che il consigliere agisce senza vincolo di mandato: ciò era, appunto, quanto mi sforzavo di far capire a coloro che pretendevano che Gandolfi, quand’era sindaco, si facesse servo dei partiti. Lei ricorderà che ci fu un incontro tra il Pedretti e Saffioti, allora suo politico di riferimento nel Pdl, che doveva servire a imporre la volontà di partito a Gandolfi, che oltre tutto — almeno in quel momento — non era iscritto al Pdl. Gandolfi si rifiutò di obbedire e la guerra, mai dichiarata, ma di fatto in essere con il susseguirsi di scaramucce e azioni di remora (perciò parlavamo di “quinta colonna”), continuò.
      Lei sicuramente ha un dovere di lealtà nei confronti dei cittadini che l’hanno votata. E — dico di più — questo è il primo dovere del politico chiamato a rappresentare i cittadini, in qualunque sede, comunale, regionale, nazionale, europea (i consiglieri provinciali sono un caso a sé e per non complicare il discorso non ce ne occupiamo). Ma perché negare che esista anche un dovere di lealtà nei confronti del sindaco che ha nominato l’assessore, proprio perché ha fiducia nell’assessore, e che dall’assessore si aspetta di essere assistito? Non farebbe bene un assessore a dimettersi, non dico alla prima occasione di contrasto, ma quando è ormai evidente che il contrasto con il suo sindaco è insanabile? Tanto più che, come lei stesso scrive, tale contrasto datava da anni (cosa che io non sapevo). Capisco Gandolfi che non chiedeva la sua testa, perché aveva un mandato da compiere. Ma non capisco lei, che voleva a tutti i costi continuare ad essere assessore pur non condividendo la strategia del sindaco.
      Sono d’accordo con lei, quando afferma che Gandolfi ha fatto un’azione di forza, che doveva servire, precisamente, a costringere il fronte antigandulfiano interno a non remare più contro il Pgt oppure a contrastarlo apertamente, uscendo allo scoperto, cosa che del resto avvenne. Almeno i pedrettoleghisti e i similprogressisti mostravano il proprio dissenso antigandulfiano apertamente, lei invece, insieme a Fausto Corti, in rappresentanza dell’ala saffiotiana del Pdl, agivate sotto traccia, senza che gli elettori ne sapessero niente: il che, forse non era precisamente parte integrante delle regole d’ingaggio elettorale. D’altra parte, come la dott.ssa Serra ha ricordato più volte, se Curno non avesse adottato il Pgt entro il 2013, il Comune sarebbe stato inadempiente a norma di legge, e ne avrebbe portato le conseguenze. Questa è precisamente la ragione addotta dall’arch. Conti per la vistosa variante di piano: noi abbiamo adottato il Pgt elaborato dall’arch. Simonetti durante l’amministrazione Gandolfi, perché se non l’avessimo fatto ecc., ma noi abbiamo una volontà progettuale autonoma; così si spiega la variante, in continuità e completamento — dicono — del Pgt originale.
      Non sono invece d’accordo con lei quando dice di aver comunicato ai suoi elettori la sua scelta prima di dimettersi. Lei scrive infatti:

      Nel ribadirLe che non ho tradito proprio nessun patto con il sig. Gandolfi, avendo, semmai, un patto solo con i cittadini di Curno che mi hanno votato ai quali, prima di dimettermi, del tutto liberamente e autonomamente, ho comunicato ufficialmente la mia scelta spiegandone le motivazioni

      .

      Mi scusi, quando lei si è dimesso? Non mi vorrà dire che si è dimesso da assessore; perché — spero che abbia la bontà di riconoscerlo — io sempre di questo ho parlato, del “patto” (in lat. foedus) rotto (in lat. fractum) con il sindaco. Le dimissioni da assessore, se non sbaglio, si rassegnano in Consiglio, ci comunicano al Consiglio. E così come non fu mai aperta una crisi politica che mettesse in minoranza Gandolfi con la contestuale richiesta di dimissioni (di Gandolfi), parimenti non risulta pervenuta né a Gandolfi né al Consiglio una comunicazione attestante la volontà dell’assessore Locatelli di dimettersi dalla carica di assessore: ovviamente, rimanendo consigliere. Sappiamo però che sabato 17 marzo 2012 il fronte antigandulfiano venne allo scoperto, quando l’arch. Simonetti doveva illustrare il Pgt: il proiettore era montato, ma poiché si chiese una moratoria, la presentazione fu rinviata. Quella fu la prova generale del seguito che sappiamo. Il lunedì seguente, il 19 marzo, i consiglieri del fronte antigandulfiano (pedrettoleghisti, similprogressisti e quinta colonna del Pdl) salirono le scale del Municipio, capitanati dal Pedretti, e rassegnarono in massa le dimissioni dalla carica di consigliere. Così ottenevano di far decadere il Consiglio: il Comune veniva commissariato. Ma lei mai rassegnò il mandato di assessore nelle mani del sindaco, quand’era consigliere, prima del 19 marzo. Lei fece cadere il Consiglio il 19 marzo, è diverso. Sarebbero queste le sue dimissioni da assessore? La rottura del patto con il sindaco, per giunta una rottura mai formalizzata (prima del 19 marzo: grazie tante) della quale ho sempre parlato, è quella dell’assessore nei confronti del sindaco: la quale sarà anche cosa lecita, e infatti lo è, ma perché non chimarla “rottura”? Se vuole, però, potrei anche chiamarla frattura (dal verbo frangere, che però non sembra piacerle, neanche quello). Veramente lei vuole stravolgere i significati delle parole della nostra bella lingua?

      Comunque, poiché lei parla di «dimissioni» e di «comunicazione ufficiale» ai suoi elettori, sarebbe interessante sapere in quale data e in quali sedi sono avvenute tali dimissioni e tale comunicazione. Almeno così sapiamo di che cosa parliamo.

      P.S. – Potrebbe riassumere che cosa dichiarò nella seduta di Consiglio del 17 marzo e che possa servire come argomento probante della sua tesi? Rassegnò le dimissioni da assessore in quell’occasione? Se leggo il pezzo gongolante del Pedretti — Il Pgt non si discute. Pedretti: “Gandolfi game over” — non trovo traccia di queste dimissioni, nemmeno tardive. Ma sì, ammettiamo che dimissioni rassegnate due giorni prima dell’eversione del Consiglio (dal lat. evertere, significa “rovesciare”, “ribaltare”) possano chiamarsi le dimissioni di Locatelli dalla carica di assessore. Com’è che un attento osservare quale è il Pedretti si è lasciato sfuggire questo particolare?

  6. Giovanni permalink

    La pantomima della quinta colonna è un’altra bufala che vi siete inventati: ho sempre cercato di svolgere nella massima serenità il mio ruolo di assessore, solo ed esclusivamente in modo costruttivo e nell’interesse dell’Amministrazione Comunale.
    Più di una volta invece il sig. Gandolfi mi ha “usò” come scudo poiché, non condividendo alcune operazioni urbanistiche e non avendo (mi scusi il termine) le palle per metterci la faccia, usava dire agli imprenditori che ero io a non essere d’accordo salvo poi, in sede di Consiglio, votare all’unisono (a volte anche rincarando la dose attraverso un altro assessori suo ” fido scudiero”).
    Le potrei fare un lungo elenco di operazioni che si sono sbloccate dopo la mia nomina ad assessore, dopo lunghe ed estenuanti trattative con gli imprenditori (e anche questo il sig. Gandolfi lo sa bene), ma non è questa la sede. Solo una volta, ricordo bene, mi allontanai da riunioni di organi istituzionali (una riunione di Giunta, precisamente) e fu durante la proroga di quella che Lei chiama “festa cervisaria”: in tale sede fu concessa la proroga di detta festa (che sappiamo a cosa portò), anche da parte del Sindaco che era presente, il quale votò favorevolmente.
    Del P.I.I. cosiddetto “Bodega”, altro Piano tenuto nel cassetto per oltre tre anni da parte del SIndaco, le ricordo (la mia dichiarazioni è agli atti) che erano tre le condizioni che avevo posto affinché potesse essere votato favorevolmente, ma nessuna delle tre fu esaudita col risultato che sappiamo (mi astenni esponendo chiaramente il mio pensiero). Del P.G.T Le ho già scritto ampiamente prima, dopo l’affronto di sabato 17 marzo 2012 non c’era più alcun motivo per continuare il percorso istituzionale assieme e, il lunedì successivo, rassegnai le mie dimissioni LIBERAMENTE (ma forse, mi viene il dubbio, che il sig. Gandolfi sia in collera con me soprattutto per aver perso un mese di stipendio da Sindaco…).
    Ora, con questo mio secondo ed ultimo commento, mi congedo da Lei precisandole che mi asterrò dal proseguire ad intervenire sul suo diario non essendoci, purtroppo, alcuna possibilità di dialogo con Lei, mi auguro solo che accolga ciò che Le ho bonariamente chiesto nel commento precedente.
    Buona prosecuzione.

    • Nodi al pettine
      Succedeva quasi cinque anni fa, il 17 marzo 2012

      Che Gandolfi dovesse barcamenarsi fra le due anime del Pdl in sorda e rancorosa lotta fra loro, non è un mistero per nessuno. È invece un mistero, almeno per me, questo «votare all’unisono» di Gandolfi, in Consiglio: con chi, e per quale fine? Lei dice che potrebbe fare un lungo elenco di operazioni sbloccate grazie alla sua nomina di assessore, ma se non dice quali e non ci spiega neanche perché si potrebbe fare quel lungo elenco, siamo in alto mare.
      Quanto alla festa cervisiaria, cioè alla festa della birra che fu promossa dalla corrente formigoniana del Pdl di stanza a Curno, pensata verisimilmente per mettere in difficoltà la componente di osservanza saffiotiana ed esprimere una candidatura alla poltrona di sindaco per le elezioni imminenti alternativa a quella di Gandolfi, che si mostrava ribelle al telecomando del partito, lei mi parla di una proroga della quale non so niente: e mi deve credere.
      Così come io credo a lei che afferma di non aver visto di buon occhio quella festa. Ci credo! Era fortemente voluta da colei che in questo diario prendeva il nome di “zarina curnense”, la quale svolgeva la funzione di fiduciaria della corrente formigoniana, in contrasto con quella saffiotiana, rappresentata da Corti e Locatelli. Però della festa cervisiaria so questo: quando fu finanziata dal Comune, e alcuni che votarono a favore non sapevano del possibile conflitto di interessi (zarina e sorella) che poi sarebbe emerso, Gandolfi non era in Italia. Invece lo si volle coinvolgere a forza, tanto che fu oggetto sia di volantini anonimi diffamatori, sia di uno o più conigli mediatici del Pedretti. Anche quella doveva essere una prova generale di disarcionamento. Ma quando poi Gandolfi ebbe buon gioco a dimostrare la propria estraneità e rimosse la zarina dall’incarico di assessore alla Cultura, si preferì da parte della similsinistra, non andare a fondo nella questione, forse perché ne avrebbe fatto le spese una donna, invece di Gandolfi. In altre parole, per spirito di sororità, non se ne fece poi più niente.
      Non so se il progetto dell’arch. Bodega, dal geom. Pedretti definito “Ecomostro”, fosse stato tenuto nel cassetto da Gandolfi, come dice lei. Io mi ricordo che Gandolfi ricevette fortissime pressioni perché quel progetto non fosse nemmeno presentato in Consiglio, cosa della quale Gandolfi avrebbe portato la responsabilità penale: ma perché poi? Solo perché gli avversari di quel progetto – anche in questo caso, una maggioranza trasversale fatta di pedrettoleghisti, similsinistri e quinta colonna – non volevano uscire allo scoperto. E allora, quando votarono contro, dissero che il progetto era bellissimo, però non erano stati ascoltati gli attori del territorio.
      Non ho mai sostenuto che Locatelli avesse fatto quel che ha fatto il 17 marzo 2012 prima, quindi ancora due giorni dopo, il 19 marzo, perché costretto da qualcuno. Locatelli scrive «rassegnai le mie dimissioni liberamente»: noi non affermiamo che abbia dato le dimissioni da consigliere comunale (che è un’altra cosa che rassegnare le dimissioni dalla carica di assessore) in modalità coatta, semmai ragioniamo – e speriamo che non sia un delitto ragionare – sul significato di quelle dimissioni: dimissioni da che cosa.? Ma siccome abbiamo già ragionato, non ci sembra il caso di ripetere per filo e per segno il ragionamento. Ricordiamo però che Fausto Corti, l’altro esponente di scuola saffiotiana, ebbe un comportamento più lineare: contribuì al disarcionamento di Gandolfi, è vero, ma ormai da tempo aveva dichiarato di non far più parte della maggioranza.
      Semmai vale la pena insistere sul fatto che il rapporto tra il sindaco e l’assessore è un rapporto fiduciario e ricordare che il rapporto è talmente fiduciario che il sindaco può rimuovere un assessore anche senza contraddittorio in Consiglio: questo lei dovrebbe saperlo. Ma rapporto fiduciario vuol dire fiducia, fiducia deriva dal lat. fīdĕre, che vuol dire “fidarsi”; il tema fid- di fīdĕre è lo stesso di foedus, “patto”: entrambe le parole hanno come referente il proto-italico *feiðos (lat. fidus, “fido”, “fedele”). Dunque se il rapporto tra sindaco e assessore è fiduciario, e l’assessore è subordinato al sindaco, l’assessore che fa cadere il suo sindaco insieme agli avversari del sindaco rompe un patto. E colui che rompe un patto prende il nome di fedifrago. Guardi che questo non è cazzeggio giuridico, questa è scienza linguistica, anche se minimale.
      Dunque la discussione e – perché no? – il dialogo dovrebbe essere non sulla parola “fedifrago”, ma sulla circostanza se Locatelli abbia o meno rotto, in qualità di assessore, un rapporto fiduciario con il proprio sindaco.
      Ricordo infine che “dialogo” non significa che due si mettono a parlare e poi trovano un accordo a metà strada. Non so se lei abbia mai letto insieme con Cavagna il Giovane qualche dialogo di Platone, ma sia nei dialoghi di Platone sia in quelli innumerevoli che sono stati scritti in epoca umanistica, sulla falsariga dei dialoghi platonici, il dialogo comporta un punto di vista vincente e uno perdente (nei dialoghi platonici vince sempre Socrate); oppure le due posizioni contrapposte fanno scaturire una sintesi che nasce da un superamento delle posizioni iniziali, ma senza inciucio. Quando lei scrive che non c’è possibilità di dialogo con Aristide, forse ha in mente il dialogo giovanneo, che però sta al dialogo nobile della tradizione umanistica come Martha Nussbaum, filosofa femminista e politicamente corretta, sta a un filosofo serio (uno qualsiasi: Aristotele, Bacone, Cartesio, Leibniz, Kant…).

      P.S. – L’osservazione che Gandolfi potrebbe avercela con Locatelli perché Gandolfi con l’eversione della sua amministrazione avrebbe perso quarantacinque giorni di stipendio rappresenta una caduta di stile che, tutto sommato, non mi aspettavo: questo è l’argomento principe del gatto padano contro Gandolfi.

  7. In ricordo del Pedretti

    Poiché in questa pagina di Nusquamia, di fine novembre 2016, si parla molto del 17 marzo 2017, sono andato a vedere che cosa avessimo pubblicato quel giorno. Ho trovato questa immagine a commento dell’articolo Il Pgt è impallinato. Il Pedretti denuncia (ancora).
    Val la pena riportare l’incipit dell’articolo:

    Oggi 17 marzo 2012, in apertura del Consiglio comunale di Curno, il consigliere comunale-regionale Pedretti annuncia di aver fatto un esposto presso la locale stazione dei Carabinieri, lamentando che via Internet, volantini e messaggi di posta elettronica, il sindaco Gandolfi e i suoi “amici” facciano pesanti insinuazioni su chi è contrario all’adozione del Pgt.

    Val anche la pena ricordare che questa sua denuncia non ebbe seguito e rileggere questo nostro commento:

    Osserviamo che il Pedretti in Consiglio si lamenta che si siano fatte insinuazioni sul suo conto, o sul conto d’altri «creando del terrorismo». Dice: «io non sono mai stato condizionato da nessuno». Va bene, ne prendiamo atto, ma chi ha mai osato affermare che il Pedretti sia stato condizionato da alcuno? In particolare, dove sta scritto nei volantini e nello scritto dal quale stralcia alcune righe? O come si potrebbe evincere? Però lo stesso Pedretti non si perita di affermare, mentre in Consiglio il sindaco ha la parola:
    «Atteggiamenti mafiosi! Avete degli atteggiamenti di stampo mafioso! Avete degli atteggiamenti di stampo mafioso!»

    La maggioranza sediziosa uscita allo scoperto in Consiglio dopo un assiduo lavoro di taglio e cucitura (il merito dovrebbe andare al Pedretti e a Max Conti) ottenne che si stralciasse il primo punto all’ordine del giorno e che perciò il Pgt non fosse messo ai voti. Non fu nemmeno presentato. Bel colpo! Non trovo nel mio resoconto traccia delle dimissioni di Locatelli. Però trovo quest’altro commento, presàgo del futuro:

    Il bello è che ciascuno di voi [mi rivolgevo ai congiurati: N.d.Ar.], singolarmente, pensa di essere onnipotente. Volevate dare uno schiaffo al sindaco? L’avete dato, ma ho il presentimento che questo non vi basti. Ci avete preso gusto, c’è da scommetterci. Forse chiederete le dimissioni anticipate del sindaco [‘qui mi sbagliai, almenoin parte; infatti, ordirono ma non ardirono: preferirono, piuttosto che una crisi politica, che li avrebbe obbligati a uscire allo scoperto, dare le dimissioni di massa, e far decadere il Consiglio’: N.d.Ar.], proprio a ridosso della fine del mandato, come riuscì di ottenere in altri tempi ad altre maggioranze raccogliticce, quando il presidente della Repubblica italiana Leone e, più tardi, il presidente Cossiga furono costretti a rassegnare le dimissioni. Seguirono poi tardive rivalutazioni, ripensamenti e riparazioni improprie (il figlio di Leone è un grosso dirigente della Rai). A questo punto chi potrà più fermarvi? Vi preparate a celebrare il trionfo, per aver fatto una cosa che non è punto bella. Però ci saranno le elezioni, o l’avete dimenticato? Ci sarà anche una campagna elettorale. O volete mettere la mordacchia anche alla campagna elettorale? Come? Con le denunce?

    Poi sappiamo le cose come sono andate: la dott.ssa Serra fece la parte del leone, né il Pedretti né il Locatelli ebbero animo di ricandidarsi, quindi il Pedretti uscì dalla scena politica. La componente formigoniana del Pdl si è eclissata per eccesso di indecisionismo schettiniano, avanza il Locatelli che nutre il sogno di cannibalizzare la Lega nord proprio mentre Forza Italia è sul punto di implodere, su scala nazionale. La Lega nord nella bergamasca arretra e nella terra del Pedretti rischia di arretrare vieppiù.

  8. ALGIDo permalink

    Mi scusi Eccellenza [oddio… N.d.Ar.], come prima cosa le chiedo che c’entra Max Conti.
    Non occupava scranni in consiglio nel 2012 (per la verità mai nè prima nè dopo), inoltre può immaginarsi che la Dott.ssa Morelli o la Dott.ssa Serra o il compianto Domenico Cangelli (allora Consigliere Provinciale ed esponente di spicco dell’IDV) o il Dott. Benedetti o l’Arch. Conti (tutti con spalle larghe, autonomi, esperti, capaci) prendano ordini da Max Conti? Via, non siamo ridicoli.
    E poi essendo il 19 marzo il compleanno del Max Conti so che da anni è dedicato a fare festa in allegrezza e semplicità con gli amici di sempre, si è dato la regola di investire la sua festa in ludiche attività. nient’altro.
    [Non faccia la mammoletta. Il lavoro di Max Conti non era in Consiglio, ma di preparazione e mediazione, fuori del Consiglio, di quel che sarebbe avvenuto in Consiglio il 17 marzo e di quel che sarebbe avvenuto negli uffici del Comune il 19 marzo. Ma, soprattutto, il suo ruolo fu quello d’internunzio (ho verificato: questa parola si trova nei vocabolari, dunque poche storie; prima di pensare che sia una parolaccia, come è successo per “fedifrago”, si abbia la compiacenza di verificarne il significato). Non mi dirà che tutto è avvenuto per caso, o per improvvisa ispirazione divina. Il progetto di rovesciare Gandolfi mettendo insieme una maggioranza trasversale era nell’aria da tempo. Il Pedretti voleva che ciò avvenisse in tempo utile per l’indizione delle elezioni, senza commissariamento del Comune. Tant’è che, allo scadere di quel tempo, uscì con un coniglio mediatico che diceva ai similprogressisti: allora, il tempo passa, vi decidete o non vi decidete? Noi uscimmo con il volantino “Mammuzza” e il tentativo fu sventato. Nei precedenti tentativi falliti di disarcionamento di Gandolfi, come pure nell’ultimo, finalmente riuscito, Max Conti ebbe verisimilmente una parte: non ne abbiamo le prove, è vero, ma gl’indizi ci sono. Per esempio, vedi l’azione di fiancheggiamento del Pedretti nella levata di scudi contro il c.d. Ecomostro, con il lancio nel cielo di Bergamo di conigli mediatici paralleli; vedi il rapporto di amicizia che lo lega al coetaneo Pedretti (e, se l’amicizia è personale, non abbiamo niente da dire in contrario) che può aver favorito la presa di contatto fra il Pedretti, il Locatelli e la similsinistra. Perché una presa di contatto ci fu, spero che non lo voglia negare. E Max Conti era il ‘trait-d’union’ ideale. D’altra parte, Max Conti potrebbe dire: Embè, che c’è di male? Infatti. N.d.Ar.]

    Non entro a commentare quanto afferma il Geometra Locatelli, non ero nè in giunta nè altro, non conosco i retroscena, nè mi risulta che ci fosse Lei, Aristide, dobbiamo fidarci o non fidarci di quanto ci viene riportato.
    Vero è che qualche ex amministratore (Consiglieri, Capigruppo, Assessori, Vice Sindaci) dopo le elezioni 2012 (per la verità anche prima e spesso) si sono lasciati andare a confidenze, spesso concordanti tra loro, ma prove… niente.

    il PGT nel 2012 non aveva i numeri per essere approvato, nè prima nè durante il Consiglio, tutti quanti lo sapevano. Si disse che il Sindaco lo volesse comunque portare per sfidare qualche consigliere border line (forse gente che non si era chiaramente espressa sul suo voto) e vedere se alla fine sotto pressione andasse al voto. No, non è successo.
    [Questo è corretto. Dietro le quinte facevano vedere i sorci verdi a Gandolfi il quale, dopo tali visioni, somatizzò il proprio malessere con vistose eruzioni cutanee. Perciò il sindaco amico del popolo disse, in almeno due occasioni, al tempo del c.d. Ecomostro e a quello del Pgt: Bene, abbiate almeno il coraggio di uscire allo scoperto. Che cosa c’è di male? Onore a Gandolfi che strappò il sipario e mostrò la finzione scenica! N.d.Ar.]

    Il contrario di quanto accaduto di recente. Piaccia o non piaccia la possibilità di successo di un programma elettorale, o di qualsiasi altra pianificazione, dipendono innanzitutto dalla concordia e dalla compattezza del gruppo che sostiene questa decisione.
    [E anche questo è vero. N.d.Ar.]

    Allora non ci fu (e par di capire che non ci fosse nemmeno negli anni precedenti, infatti il PGT salvo una assemblea del PD restò un oggetto misterioso) e infatti non venne presentato in commissione, consiglio e non venne approvato, zero.
    Sulla presentazione in Giunta non so, non ho notizia.

    Un mese fa invece, non ostante i tentativi di condizionamento di consiglieri (Benedetti e Cavagna per il loro passato comunista, Bellezza e Colombo perchè gggiovani) tutto liscio. Infatti l’amministrazione è sempre stata è e sarà sino alle elezioni compatta.
    Anzi, in consiglio l’immagine di divisione l’ha data la destra.
    [Nell’elenco che segue lei pone Gandolfi a destra. Ma è sicuro di quel che dice? A me la dott.ssa Gamba, con i suoi fogli Excel e le sue slàid aziendalistiche, pare a destra, ma molto più a destra, di Gandolfi. D’altra parte non direi che la dott.ssa Serra è di sinistra, semmai è “de sinistra”, se vogliamo tener conto della distinzione introdotta da Giuliano Ferrara, uno che di sinistra se n’intende: fu commissario politico del Pci, a Torino, al tempo delle Brigate rosse. N.d.Ar.]
    • Astenuta Sara Carrara (che curiosamente durante il consiglio ha preso anche visivamente le distanze da Paolo Cavagna avvicinandosi ad Aldo Benedetti). La Carrara ha anzi sostenuto (forse sinceramente perchè pare che la sua vicenda politica non proseguirà dopo maggio [dice? N.d.Ar.]) che le scelte sulle aree Freni Brembo e parco commerciale fossero tutto sommato figlir di raguonamenti fatti a suo tempo in amministrazione Gandolfi.
    • Non ha partecipato al voto Angelo Gandolfi (io non valuto positivamente chi si sottrae a questi momenti, siano le commissioni, le cui sedute ha sempre disertato, siano le riunioni di capogruppo, sia altro) malissimo ha fatto.
    • Contrario Paolo Cavagna.
    [I puntolini sono stati introdotti da me, per facilitare la lettura dell’Algido-pensiero. N.d.Ar.]

    Questo tema di visione comune o divisioni è stato un tratto della amministrazione Gandolfi (alla seduta di insediamento la sua maggioranza si è divisa in 3 gruppi…serve aggiungere altro?) e delle minoranze per 5 anni adesso.
    [La formazione dei due gruppi consiliari fu una cosa che, personalmente, digerii malissimo: effettivamente, costituiva una rappresentazione in scala ridotta di tutto quel che sarebbe seguito dopo, come un ologramma che, per quanto minuscolo, racchiuda tutti i dettagli di una tela di grandi dimensioni. A maggior ragione però si dovrebbe ammirare Gandolfi che, nonostante quella maggioranza rissosa e scombiccherata, anche culturalmente (come dimenticare le propensioni della consigliera esoterica a una svolta steineriana all’amministrazione, introducendo gli dèi falsi e bugiardi?), e l’ostilità della stampa anglorobicosassone, che si era messa in testa di logorarlo, realizzò il buon governo, mettendo il bene pubblico al di sopra degl’interessi dei partiti, degli attori del territorio e della sua stessa salute. N.d.Ar.]

    Vedremo per il futuro, le persone, davanti o dietro le quinte però sono le stesse.
    • Locatelli e Belotti (già canditato nel 2012) dietro a Cavagna [in che senso dietro? forse voleva dire “rappresentati in Consiglio da Cavagna il Giovane”. N.d.Ar.]
    • Gandolfi e Fassi con M5S (in piazza in questo periodo) [Gandolfi non è candidato a niente, non si candiderà e non è iscritto al M5S; però vuole, come tutti noi, por termine alla tirannide serrana, senza che la Nuova destra organizzata curnense tocchi palla. N.d.Ar.]
    • Pedretti, Carrara e Innocenti che stanno alla finestra, non si sa in attesa di cosa.

    Se le info che ho sono corrette non sarei così sicuro che una lista unitaria [scilicet, di destra: N.d.Ar.] (sempre che venga alla fine organizzata, ma mettiamo di sì) possa lavorare bene e in armonia. Ma lo auguro a loro e ai cittadini di Curno in caso di loro vittoria elettorale.

    PS Dovremmo aprire un inciso sulla meteora BergamoPost.
    [Apriamolo: pare che dietro ci sia Ongis, che fu cattoleghista. N.d.Ar.]

  9. ALGIDo permalink

    Ongis è l’unico dipendente di un giornale, Bergamo Post, che è finanziato, a quanto so, da Percassi, Presidente dell’Atalanta e molto altro.
    Tutti gli atri sono free lance
    Bergamo Post è uscito dal limbo on line (egemonizzato da BG News ed Eco di Bergamo) per tentare (mi dicono con modesti risultati, fonte Eco di Bergamo) la sortita cartacea.
    Copie non se ne vendono, per venderne occorrerebbe scrivere di più dei territori, per farlo occorrono collaboratori, che costano e affosserebbero ancor peggio i conti.
    A Bergamo uno spazio per un cartaceo alternativo all’Eco non c’è mai stato, il Corrire ha inserito le pagine Bergamo, non so con quali risultati.
    L’eco di Bergamo in scala provinciale è l’unico giornale locale così potente in Italia.
    Per dare un’idea la tiratura de l?eco era simile a quella del Manifesto che usciva in tutta italia però.

    Ongis viene dal mondo CDO CL, lo sappiamo tutti, infatti dopo Eco finì i IMIBerg, la scuola dei Ciellini Bene.

    Ora Bergamo Post. dopo il precedente fallimento di Bergamo Economia (di cui ricorderà perchè le pubblicarono vari articoli).

    Mi chiedo però se la vecchia voce che vedrebbe Ongis candidato sindaco qui non sia in fondo un poco vera. Non mi spiegherei altrimenti le frequenti sortite su Curno tutte a senso unico (critiche ai limiti della diffamazione nei confronti della Amministrazione Serra, senza mai un minimo contraddittorio)

    La versione On Line è diversa, ma quella cartacea….

    So che cercavano un Cavaliere Bianco, Ongis però diciamo che dorme a Curno, ma mi dicono che conosca pochino la realtà.

    • Non c’ha dubbio che a Ongis non dispiacerebbe essere influente a Curno, e in altri posti. Ma fare il sindaco a Curno non è l’unico modo di esercitare l’influenza. Penso che alla Ndoc, alla destra curnense, non dispiacerebbe Ongis come candidato sindaco: sempre meglio di Cavagna il Giovane, inesperto di tutto, o di Locatelli, che non ha ancora superato gli esami di riparazione (politica) . Ma non è irragionevole pensare che per Ongis accettare la candidatura equivarrebbe a una dichiarazione di resa, una sconfitta, in rapporto alle sue ambizioni.

  10. Cul-ragionamenti
    Chi fa l’uccellino a cucù

    Il gatto padano scrive che Gandolfi farebbe l’uccellino a cucù con la Serra. Inoltre con la «balla» (dice lui) dell’impegno gioviale (vuol dire: del dì di Giove) suggerirebbe alla Serra il modo di facilitargli il còmpito. Lui ragiona così: poiché Gandolfi ha chiesto alla Serra di non indire le sedute di Consiglio il giovedì, ecco che la Serra potrebbe convocare il Consiglio, precisamente il giovedì, con vantaggio di entrambi, perché così Gandolfi eviterebbe di votare contro la linea della Serra, e la Serra sarebbe ben lieta di accogliere l’“inchino” di Gandolfi. Il gatto conclude il cul-ragionamento (“ragionare col culo”) con queste parole:

    La balla [dell’impegno del giovedì] non regge: se Gandolfi fosse un medico del pronto soccorso sarebbe credibile, mentre invece nessuno crede a uno che parte alle 21,30 per andare a lavorare a… Milano. L’avvertimento alla Serra: continua così a convocare le riunioni quando io ho la giustificazione (mai dimostrata) di stare assente e così il piano passa. Peccato che i democristiani questi mezzucci ce li hanno insegnati già mezzo secolo or sono.
    Accadrà la solita pantomina: al momento dell’approvazione finale della Variante qualcuno delle minoranze si asterrà (già fatto…) qualcuno uscirà dall’aula (il giovin leghista) e qualcun altro sarà assente per “improrogabili” impegni al giovedi sera dopo le 21,30.
    Così sperano di salvarsi le palle per prepararsi alla prossima campagna elettorale e il gioco continua in danno dei Curnesi.

    E bravo il gatto. Continua pure così. Peccato che in altri tempi, quando la pratica dell’uccellino a cucù era abituale, e noi eravamo gli unici a denuciare questa sconcezza, il gatto non si avvedesse di niente. Anzi, ricordo un’occasione in cui s’incazzò di brutto, quando noi segnalammo il fenomeno.
    Il lettore ricorderà che abbiamo già presentato un esempio di cul-ragionamento, secondo il quale Gandolfi non potrebbe ergersi a paladino del verde, anche se si è opposto al consumo di verde pubblico, nel corso del suo buon governo. Non ha consumato verde pubblico, ma è come se lo avesse consumato, dice; infatti noi resistenti non abbiamo chiaro il concetto di verde pubblico, che invece è chiarissimo al gatto padano, grazie alle illuminazioni che lo colgono dum ventrem exonerat nei campi di ortiche (verdi anche quelli), dove è solito avere le sue estasi mistiche.

  11. ALGIDo permalink

    Ah, il Gatto Padano…
    Quel gran fijo… [matris ignotae].
    Ti dice una cosa in faccia e già ti sta accoltellando nella schiena.
    Venire in commissione sarà stato anche faticoso (la sera, le partite che non si possono vedere, ecc. ecc.) ma utile a capire le cose.
    C’era un uomo [che gli somigliava parecchio, ricordo, di temperamento ora melanconico (dovuto a bile nera, o atrabile, secondo la teoria degli umori), ora collerico (dovuto alla prevalenza della bile gialla nella definizione della costituzione temperamentale, il quale] su certi appezzamenti di terreno di Via L……….bo appariva ragionare con praticità assai diversa rispetto alle demolizioni da lui previste su edifici o zone da ripulire (stile Unione Sovietica, per intenderci).
    Una sera ci volle il Sindaco [per metterlo in riga] e dirgli che per decenza era meglio che tacesse sulle aree in questione.
    Che soggetto, se non ci fosse (forse) occorrerebbe inventarlo.

    [Fra parentesi quadre e in corsivo si leggono alcune mie interpolazioni intese a facilitare la lettura del testo. N.d.Ar.]

    • Senza il gatto padano Nusquamia perderebbe un po’ del suo mordente, lo riconosco. Non scrive più su Nusquamia, dove non metteva la faccia, ma c’è un diario dove scrive un suo affine: gli somiglia parecchio ma, poiché il diario è suo ed è costretto a metterci la faccia, l’affine sta in campana. Si concede di farla fuori del vaso (essendo oltrettutto abituato ai campi di ortiche) solo quando deve parlare di Aristide e della sua “Latrina di Curno”.
      Un personaggio che sembrava nato apposta per essere ospite dello zoo di Nusquamia era anche quel tal Quantile, di tendenza finian-futurista, a suo tempo assoldato da Locatelli come l’anti-Aristide. Aveva un’alta opinione di sé, non ne azzeccava una (si vantava di essere esperto d'”informaticchia”, come direbbe Catarella, poi però fece confusione con gli IP e si fece identificare facile facile), minacciò denunce e poi scomparve. Un vero peccato.
      Altro personaggio che se non esistesse dovrebbe essere inventato è il Tarcisio. L’ho incontrato domenica scorsa in piazza, sapeva che ci tenevo a intervistarlo, per scrivere la storia di Curno impedrettata. Spudoratamente mi domandò quanto l’avrei pagato. Ah sì? Va bene che non faccio giornalismo di marketta (quello per cui, al contrario, l’intervistato paga il giornalista: in soldi, in favori o in natura, se l’intervistato ha qualcosa di vendibile) ma finanziare io il Tarcisio, questo proprio no. Chissà poi come andrebbe a spendere i soldi.
      Ci terrei però a pubblicare una foto del gatto padano e di Tarcisio insieme, mentre passeggiano per la Piazza degl’Impiccati di Curno.

  12. Ci sarebbe anche lo stupro dei maschi sui maschi, ma avviene nelle carceri
    La dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza faranno qualcosa per arginare la violenza delle donne sui maschi?

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    Per leggere l’articolo fare clic sull’immagine.
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    Il Giornale è un giornale maledetto, lo so. È diretto da Alessandro Sallusti, detto anche «zio Tibia» da Travaglio; Vittorio Feltri, invece, l’ha ‘bonariamente’ rimbrottato, al tempo della sua liaison con Daniela Santanché, ricordando che la coppia Alessandro e Daniela ricorderebbe da vicino quell’altra coppia, brianzola, Olindo e Rosa. [*]
    Il Foglio di Ferrara assegna al direttore del Giornale, già diretto da Montanelli, finché Berlusconi non andò a fare il baüscia con i giornalisti, l’epiteto di “Padre Sallusti”; vero, ma non intende mettere la mordacchia a chi voglia diffondere la notizia, quando la notizia c’è, e scrive (si veda Trump esiste perché le donne ci menano come fabbri):

    Un’indagine dell’Università di Siena – di cui dà conto il machissimo Giornale di Padre Sallusti – dice che nel mondo [in realtà, in Italia: il Foglio è incorso in un errore: cfr. infra] , nel 2011, ci sarebbero stati oltre cinque milioni di uomini vittime di violenza femminile: dai capelli strappati a calci e pugni. Con buona pace pure di Laura Boldrini, il fatto è che in questo mondo di debosciati le donne menano come i fabbri gli omuncoli, e votano The Donald anche se le prende proprio per lì.

    Nota metodologica – Siamo andati a controllare la fonte della notizia, la ricerca dell’Università di Siena, dove leggiamo: «Ne deriva che oltre 5 milioni di uomini avrebbero subito almeno una violenza fisica per mano di una donna nel corso della vita». Questa è la proiezione dei dati emersi dall’indagine conoscitiva sulla popolazione maschile, in Italia, di età compresa fra 18 e 70 anni: 20.717.815 uomini, su un totale della popolazione residente di 60.626.442 uomini. La ricerca è stata condotta con la stessa metodologia utilizzata dall’Istat nei rapporti sulla violenza sulle donne. I lettori che vogliano approfondire l’argomento possono utilmente consultare lo studio che è servito di spunto all’articolo del Giornale politicamente scorretto: Indagine conoscitiva sugli uomini italiani vittime di violenza domestica.

    Dunque un’indagine svolta in ambito universitario – tutta roba a norma di cacata carta, e voglio vedere se i copropapirologi abituali hanno qualcosa da obiettare – afferma che «nel 2011 sarebbero stati oltre 5 milioni gli uomini vittime di violenza femminile configurata in: minaccia di esercitare violenza (63,1%); graffi, morsi, capelli strappati (60,05); lancio di oggetti (51,02); percosse con calci e pugni (58,1%). Molto inferiori (8,4%), a differenza della violenza esercitata sulle donne, gli atti che possono mettere a rischio l’incolumità personale e portare al decesso» (v. Il Giornale, articolo cit.).
    Lo so, i “benaltristi” diranno che perlopiù non si tratta di violenze fisiche, ma di umiliazioni, ricatti e questioni economiche che possono portare alla povertà. Ma è questa una buona scusa per negare la violenza femminile sugli uomini?

    A questo punto, e a scanso di equivoci, esprimo il mio punto di vista alla maniera delle merdosissime slàid di PowerPoint, perché agli avversari malati di aziendalismo sia più difficile imbastire azioni di cazzeggio e disinformazione su questo articolo (tranne il gatto padano, ché quello non lo ferma nessuno):
    • Detesto non solo il feminicidio, ma in generale qualsiasi violenza del maschio sulla donna.
    • Prendo atto della circostanza che i maschi violenti sono per lo più individui insicuri per ragioni soggettive (ansia di prestazione, misura modesta di “pene percepito”, come oggi sciacquettisticamente si parla di “temperatura percepita”) e oggettive (consapevolezza di inferiorità sessuale reale, e non solo percepita, intellettuale e cognitiva).
    • Se è vero che la molla della violenza maschile è caricata dall’insicurezza, è anche vero che nella società occidentale in particolare [**]:
    a) sono caduti progressivamente i freni inibitori della violenza: erano scomodi, perché inibivano insieme con la violenza la spirale dei consumi e la produttività aziendale;
    b) in àmbiti sempre più estesi, in particolare nel mondo dello spettacolo, nel sottobosco del divertimento e nell’inferno aziendalistico è un atto un bombardamento ideologico all’insegna del “Violento è bello”. L’incitamento alla violenza spesso è camuffato, come quando si fa aperta apologia della “determinazione” (chi è “determinato” o è violento, o è predisposto alla violenza), ma la sostanza non cambia.
    • Le circostanze a) e b) sono dovute, in particolare in Italia, alla scristianizzazione e alla sostituzione parassitaria dei valori cristiani con i disvalori aziendalistici. D’altra parte i valori cristiani, quelli del Vangelo (e non quelli delle Acli, per esempio) coincidono perfettamente con quelli della morale naturale. [***]

    Bene, apprendo che:
    a. La consigliera Paola Bellezza, laureata al primo livello con una tesi sulla proposta etica della “filosofa” neofemminista Martha Nussbaum, intende presentare nella prossima seduta di Consiglio una mozione a sostegno delle azioni di contrasto alla violenza sulle donne in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne; contestualmente la dott.ssa Bellezza chiede ai consiglieri che tale mozione sia letta e approvata. Sarà così possibile «partecipare al percorso di consapevolezza della difficile situazione delle donne e di contrasto dello stato attuale delle cose».
    b. I Consigli comunali di Curno, Lallio e Mozzo congiuntamente impegnano i rispettivi Sindaci e le Giunte a mettere in atto azioni significative contro la violenza sulle donne e a prevenirla attraverso la diffusione di una cultura di parità di genere.
    c. S’intende prevenire la violenza sulle donne attraverso la diffusione di una cultura di parità di genere, iniziative locali, momenti di informazione e formazione in particolare per le agenzie educative del territorio nonché per la cittadinanza tutta.
    d. La riunione di Consiglio era indetta per il 30 novembre, ma avendo la consigliera Carrara fatto presente l’impossibilità di partecipare, la data del Consiglio è stata anticipata al 29. Invece, ultimamente, due sedute di Consiglio sono state tenute di giovedì, che è il giorno della settimana in cui solitamente Gandolfi è impegnato per impellenti ragioni di lavoro: e la dott.ssa Serra è da sempre al corrente di tale inconveniente. Naturalmente, la dott.ssa Serra non è obbligata a fare il piacere di Gandolfi, perciò non abbiamo alcuna recriminazione da mettere sul tappeto. Ma ci tenevamo a dirlo.

    Tutto ciò premesso, in qualità di libero pensatore, uomo non violento, cittadino preoccupato per la scristianizzazione dell’Europa e dell’Italia in particolare (per le ragioni dette sopra), convinto che la lotta alla violenza debba essere fondamentalmente lotta alla violenza stessa e alle sue cause, fra l’altro — e in primis — togliendo spazio istituzionale e dignità culturale alle manifestazioni parallele di violenza e ai suoi camuffamenti (culto aziendalistico della determinazione, corsi di autodifesa, tifoserie, machismo da stadio, esibizione di auto e stili di vita cazzuti ecc.) mi dichiaro preoccupato per queste espressioni:
    percorso di consapevolezza: ho una mia dignità come uomo, non negoziabile, rivendico l’autonomia del mio pensiero, non tollero che nessuno mi aiuti ad essere “consapevole”
    azioni significative: che cosa s’intende per “significativo”? Temo l’inganno, perché so — lo so per averlo studiato — che l’ambiguità del linguaggio nasconde la frode
    diffusione di una cultura di parità di genere: la mia cultura abbraccia tutti i diritti umani, non ho personalmente bisogno di clisteri di “cultura di parità di genere” e penso che tali clisteri irritino chi è costretto a subirli
    agenzie educative: questo è forse l’aspetto più preoccupante. Quali sono queste agenzie educative? Volete dirmi che dovrei appecorarmi, solo perché nel neolinguaggio politicamente corretto si chiamano agenzie educative cose che non conosco ma che non faccio fatica a paventare fortemente?

    ——————————————————–
    [*] Dichiara Vittorio Feltri: «Una battuta infelice. Però l’ho fatta, non posso negare»; vedi Vittorio Feltri: “Per me i giornali sono come le donne, dopo un po’ mi stufo”

    [**] Per non complicare il discorso, in altra occasione, semmai, prenderemo in considerazione la violenza nell’area culturale genuinamente non-occidentale, in quella non-occidentale, ma contaminata dai disvalori occidentali, e nelle enclave di cultura non-occidentale residenti in Occidente.

    [***] Leggiamo in un trattato scritto da un anonimo libertino del Seicento, presente in forma di manoscritto clandestino e proibitissimo nelle biblioteche degli uomini colti d’Europa: «Primariae civilis societatis leges, quas a deo manasse latores illarum mentiti sunt, videlicet neminem laedere, dilige proximum tuum sicut te ipsum, alteri ne feceris quod tibi fieri non vis, non hominum deorumve leges sunt, sed ipsius naturae, et ad supradictam illius legem, animalis videlicet conservationem, omnino referuntur». Cioè: “Le leggi fondamentali della società civile, che coloro che le stabilirono affermano, mentendo, che fossero di emanazione divina, cioè non recar danno ad alcuno, ama il prossimo tuo come te stesso, non fare agli altri quel che non vorresti fatto a te, non sono leggi decretate dagli uomini o dagli dèi, ma dalla stessa natura, e sono da attribuirsi per certo a quella legge naturale che si è detta, cioè alla legge di conservazione animale”.
    Il manoscritto è consultabile non nel buzzurro Bibliomostro (ovvio), espressione delle velleità piccolo borghesi di dilettanti allo sbaraglio con ridicole pretese culturali, ma nel sito della Bibliothèque nationale de France (Gallica). Si veda Theophrastus redivivus, sive historia de iis quae dicuntur de Diis, de mundo, de religione, de anima, etc.

  13. ALGIDo permalink

    Bah…
    applicando la proprietà transitiva allora il motivo per cui la coppia Sallusti (Olindo) Santachè (Rosa) è scoppiata perchè lei je menava.. Era una maldicenza, ma forse è così, di qui la linea editoriale di Sallusti. (che a me ricorda molto di più Nosferatu il vampiro interpretato da Klaus Kinski).
    [Non so se la Santa-de-che menasse Sallusti; certo che anche lui se l’è cercata (come si dice delle donne che vanno in giro scosciate in certi ambienti poco raccomandabili). N.d.Ar.]

    La invito a considerare solo una cosa..
    Sono certo che in molti casi uomini subiscano maltrattamenti (diciamo così) di tipo psicologico, simili al mobbing che si subisce in azienda..
    Imposizione di corna, di stili di vita. manipolazione dei figli in caso di separazione, ecc.. ecc.
    Senza contare che, nel caso di stalking, in una trasmissione tv ho sentito un avvocato confermare che almeno il 35% (e lo diceva per triste constatazione diretta) di queste cause sono all’interno di complessi processi di divorzio, spesso con importanti risvolti patrimoniali, e che sono montate (magari a partire da episodi eistenti, ma non gravi) per arrivare in “posizione di favore” così ha detto, al vero obiettivo, un grasso assegno sul divorzio.
    Se andiamo alle violenze fisiche..
    Beh Credo che il rapporto maltrattamenti uomo donna sia diverso, anche per la generica enorme sproporzione fisica tra la forza dei due.
    Non so se siano in Italia o nel mondo i succitati 5 milioni [in Italia: veda la nota metodologica e il rimando allo studio dell’accademia senense: N.d.Ar.], ma uomini che maltrattano fisicamente le donne credo siano almeno 10 volte di più.

    • Esprimo in breve il mio modo di vedere:
      a. Esiste una violenza delle donne sui maschi, anche se meno invasiva di quella dei maschi sulle donne.
      b. Le iniziative femministe non incidono sulle cause della violenza, dunque non servono ad altro che all’affermazione del verbo politicamente corretto. Sono autoreferenziali.
      C. Anzi le iniziative femministe aumentano l’aggressività dei soggetti deboli: maschi con il pene piccolo (poco importa se la misura sia oggettiva o percepita, e da chi) ecc.
      d. La dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza sanno benissimo che le loro iniziative non incidono sull’aggressività del maschio frustrato e marginale, anzi sortiscono l’effetto contrario. Però incollano etichette nell’albo delle benemerenze. Qualche volta si convincono dell’utilità delle loro iniziative, è vero, ma per motivi analoghi a quelli per cui a un rappresentante di software conviene pensare che il suo software è il migliore: vive meglio. Se invece girasse la chiavetta del pensiero critico, vivrebbe male.

  14. el Perro permalink

    I cani!
    Non dimentichiamoci delle esigenze dei nostri cani!
    Loro ce le comunicano!
    Ma noi sappiamo ascoltarli? Sappiamo capirli?
    “Impariamo a… comuni-cane”
    Tutti in sala consiliare!
    Mondo cane!

    • Tutte le scuse sono buone per non occuparsi dei cittadini

      L’“evento” promosso dal Comune di Curno s’intitola «Impariamo a… “comuni-cane”». No! Questo è troppo! Urge conoscere immediatametne il nome del copywriter per assegnazione del premio di scrittura creativa “L’Erasmo dei cani”. Il geniale copywriter, autore del titolo della serata, riceverà l’ambito riconoscimento nel corso di un altro “evento”, presenziato dalla sindachessa Perlita Serra, fasciata e tricolorata, naturalmente. Insomma, “evento” chiama “evento”: Curno è un paese bello da vivere, anche per questo.
      La commovente serata canina cade il 25 novembre 2016, casualmente coincidente con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in occasione della quale, nel corso della prossima seduta di Consiglio comunale, la dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza chiederanno ai consiglieri comunali la “condivisione” di una mozione a sua volta già condivisa dalle amministrazioni comunali di Curno, Lallio e Mozzo. La mozione non serve ad arginare la violenza, che è un fenomeno generalizzato, non-curnense e da porre in relazione con la scristianizzazione della società schifosamente avanzata, come abbiamo messo in luce in un altro commento. Un tempo si parlava di “società industriale avanzata”, e il filosofo Marcuse (studioso serio, mica Martha Nussbaum) ne aveva mostrato i limiti e il carattere involutivo: la società modrna, cosiddetta industriale avanzata, evolve verso una distopia totalitaria. L’iniziativa femminista sarà come gettare benzina sul fuoco del sentimento di sordo rancore verso la società e, in particolare, contro la “donna che avanza”, che è alla base della violenza degli uomini contro le donne. I maschi che si sentono inadeguati — perché intellettualmente inferiori, per esempio, o perché portatori di pene piccolo (come abbiamo scritto, poco importa se la misura è reale o percepita, dipende anche da chi la percepisce) — non dimentichiamolo — sono tutti potenziali assassini, come gli impiegati conformisti e ubbidienti sono tutti potenziali aguzzini di un regime totalitario: è dimostrato da studi ripetuti promossi in diversi ambiti accademici, seri e non-nussbaumiani (ne ha parlato spesso Piero Angela nelle sue trasmissioni divulgative). Gli uomini violenti e insicuri, ma “determinati” (merda alla determinazione!) nella loro pretesa di dimostrare il contrario, questi mostri, si fanno un baffo della mozione della dott.ssa Serra e della dott.ssa Bellezza.
      Stiamo facendo passi da gigante verso il baratro: il cane è un feticcio, la nobile tradizione umanitaria “di sinistra” è stata snaturata nel chiacchericcio politicamente corretto, femminista e canino “de sinistra”, la dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza incollano etichette all’albo delle benemerenze, la dott.ssa Gamba e Cavagna il Vecchio, creano la comunità di co-working solidale essendosi messi in testa di essere un po’ don Bosco e un po’ don Milani (meglio il primo, comunque: don Milani fu un cattivo maestro) e Curno è un paese molto dog-friendly, oltre che Lgbt-friendly e Nussbaum-friendly. Mamma mia!

  15. L’uccellino Titti, la moglie di Brunetta, è un burlone, a tratti cattivello
    Tormentava Maria Elena Boschi

    Si era parlato di «cyberpropaganda e macchina del fango automatizzata costruita ad arte a favore del M5s», ci sono state denunce, si è paventato un piano di diffamazione intensiva del Pd, con il concorso di hacker russi o quanto meno di sudaticci “filosofi del Web”, come si definisce quel tale veronese che aiuta, o aiutava, Salvini a rendere “virali” le sue comunicazioni internettiane. C’è cascato lo stesso Emanuele Fiano, parlamentare Pd peraltro intelligente, un uomo serio, mica una della sinistra al gusto di caviale (con un’esperienza di lavoro a Israele in un kibbuz, mica come Veltroni che doveva ritirarsi in Africa: uno che, a differenza della dott.ssa Serra, non si sarebbe fatto intortare dalla propaganda filopalestinese di Vera Baboun). In una sua interrogazione parlamentare Fiano ipotizzava che Beatrice Di Maio, autrice di cinguettii sarcastici sul Pd, fosse una «star della galassia social a 5 Stelle». Invece l’uccellino canterino che si firmava Beatrice Di Maio, colei che sferzava Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Banca Etruria, la Rai e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era Tommasa Giovannoni Ottaviani, detta “Titti”, moglie di Renato Brunetta.
    Mercoledì scorso Titti ha sospeso l’account affermando di non essere «una militante del Movimento, anche se ho fatto amicizia virtuale con tanti e altre persone avevano idee simili». Abbiamo controllato, ed è proprio così, le pagine cinguettanti sono scomparse. Però in rete com’è noto, ci sono i “fossili”, che prendono il nome di “copia cache” (per saperne di più, rivolgetevi al gatto padano, esperto oracolare — dice lui — di cacate carte, acronimi, banda larga e cazzatine tecnoburocratiche). Ed è così che ho trovato il cinguettio fossile qui sotto riportato, dedicato alla Madonna d’Arezzo: pare che fosse un vero e proprio tormentone. Ma perché ce l’hanno tutti con lei?

    • Le pagine fossili della Titti

      Questo sarebbe l’indirizzo della pagina Twitter di Titti, la moglie di Brunetta

      https://twitter.com/beatricedimadi/status/676450762566815745

      ma, se fate clic sul nesso sbatterete il muso sul cartello qui sopra riprodotto. Però, facendo clic su quest’altro nesso:
      Beatrice Di Maio
      potete accedere al fossile della medesima pagina (copia cache) contenente il cinguettio riportato nel commento precedente, quello dedicato alla gentile, bella e callipigia Madonna di Arezzo (Maria Elena Boschi), nonché altre cattiverie sul suo conto: ma non so per quanto tempo ancora saranno visibili in rete.
      Qui sotto: una foto della Madonna.

      • P.S. – Oggi, 28 novembre, a distanza di due giorni dalla pubblicazione del nesso alla “copia cache” della pagina Facebook di Titti (v. commento qui sopra), la pagina medesima è scomparsa. Cazzarola!

  16. Differenza tra Fausto Corti e Giovanni Locatelli

    Giovanni Locatelli, in relazione al suo abbandono della maggioranza della quale faceva parte, parla in questa pagina di «dimissioni» e di «comunicazione ufficiale» ai suoi elettori. Noi ci domandavamo: «sarebbe interessante sapere in quale data e in quali sedi sono avvenute tali dimissioni e tale comunicazione». Quindi osservavamo che semmai Fausto Corti aveva comunicato la sua uscita della maggioranza in data accertata e in sede opportuna.
    Aveva una gran voglia di uscire dalla maggioranza, e trovò l’occasione propizia il 3 dicembre 2011, il giorno in cui su iniziativa della dott.ssa Serra fu imposta la mordacchia a Gandolfi, per impedirgli di rendere edotto il Consiglio delle azioni di disturbo del Pedretti (si veda La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male). E anche quella era una prova generale del complotto serrapedrettista. Tuttavia Locatelli, assessore, fu leale — in quell’occasione, almeno — nei confronti di Gandolfi, non votò per la mordacchia anche se, con il senno del poi, non è difficile ipotizzare che quella scelta di campo gli sia costata qualche fatica. Scrivevamo in particolare:

    Ricordiamo però che Fausto Corti, l’altro esponente di scuola saffiotiana, ebbe un comportamento più lineare: contribuì al disarcionamento di Gandolfi, è vero, ma ormai da tempo aveva dichiarato di non far più parte della Giunta.

    Ma c’era un errore: in realtà Fausto Corti, fratello di “Claudio Corti sindaco”, faceva parte della maggiornaza e non della Giunta: ho corretto l’errore, così il gatto padano non ha niente da dire.
    Rimane il fatto che Fausto Corti ha avuto il buon gusto di annunciare la sua defezione con il preavviso di qualche mese, rispetto al giorno dell’eversione (che vuol dire — ricordo — “rovesciamento”, dal lat. evertere). Invece Locatelli il 12 settembre 2012 ha salito le scale del Municipio con le insegne dell’assessore, cioè di colui che siede accanto al sindaco e le ridiscese dopo che ebbe infranto il patto fiduciario con il sindaco, senza preavviso, improvvisamente e ratto come la folgore (“ratto” non significa “topo”, ma “veloce”). Cosa che è lecita, senz’altro, è tutto a norma di cacata carta. Ma perché se la prende tanto se diciamo che lui ha rotto (lat. frangere) il patto (lat. foedus) con il sindaco così diventando — direi, con il permesso del gatto padano — ipso facto, cioè per il fatto stesso, foedifragus?

    • Fedifrago, e non fedifrego

      Forse il Locatelli se l’è presa tanto perché ha pensato che “fedifrago” potesse intendersi come “fedifrego” (con la “e” al posto della “a”), parola che potrebbe designare una sorta di ciurmadore, uno che frega la buona fede della gente.
      Un altro modo d’intendere “fedifrego” (cosa che mai noi ci sogneremmo di dire) è che costui sia un ladro professionista, uno che con destrezza ruba le fedi matrimoniali alle vecchie signore (ma anche alle giovani, purché non abbiano la mano troppo paffuta). Del resto, è fama che gli zingari rubino l’oro nelle case private e il rame nelle fabbriche abbandonate o non adeguatamente sorvegliate (mentre non rubano l’argento, perché porta male). Bene, possiamo sempre immaginare che esistano ladri di generazione 1342.0 specializzati nel furto con destrezza delle vere nuziali (o “fedi”: di qui la denominazione di “fedifreghi”). Loro vanno in giro con un flacone di sapone liquido, in particolare in metropolitana a Milano e nei mercati rionali dell’Insubria e dell’Orobia: appena vedono una vecchia signora le zompano vicino, con destrezza le insaponano l’anulare e le sfilano la fede.
      Ma — insisto — noi abbamo parlato di fedifraghi, non di fedifreghi.

  17. Politica e 3^ F
    Ricordiamo, insieme con Fidel Castro, anche Ernesto “Che” Guevara

    Ricordo che in una pagina di Nusquamia di qualche tempo fa ci siamo intrattenuti sul significato della entrañable transparencia del ritornello:

    Aquí se queda la clara,
    La entrañable transparencia,
    De tu querida presencia,
    Comandante Che Guevara.

    In alcune traduzioni della canzone leggiamo, per entrañable , “penetrante”. Ma è ridicolo: è vero che entrañar significa “introdurre a fondo”, ma può una presenza essere penetrante? Nel dizionario della lingua spagnola dell’Accademia reale di Spagna di legge: «entrañable. 1. adj. Íntimo, muy afectuoso». Dunque entrañable sta per “dolcemente pervasivo”. Ma come dirlo con una parola sola?
    Concludevo quella noterella di 3^ F osservando che potremmo rinunciare alla dolcezza suggerita dalla parola entrañable, tanto più che il concetto è ripreso nella querida presencia del verso successivo, e dire che la trasparenza è “diffusa”. Questo sì, questo si può dire. Nelle traduzioni, quelle buone, usa fare così: se non si trova una parola che porti esattametne un certo significato, parte di quel significato è trasferito alla traduzione di una parola vicina (oppure un aggettivo diventa un avverbio, un verbo di modo finito assume il modo indefinito, la paratassi è sciolta in ipotassi ecc. [*]). Mi sembra che si possa allora azzardare la traduzione:

    Qui persiste la chiara
    diffusa trasparenza
    della tua cara presenza
    Comandante Che Guevara

    L’immagine che l’autore del testo, Carlos Puebla, voleva darci — così concludevo la nota di 3^ F — è dunque quella di una presenza del Che luminosa, com’è luminoso un cristallo trasparente, ed è una presenza diffusa, nonostante la sua assenza, perché adesso il Che è sul continente, forse, in montagna, o chissà dove.

    ————————————————-
    [*] Oddio, spero di non essere frainteso. Non vorrei che il gatto padano e Locatelli pensassero a chissà quali sconvenienti epiteti indirizzati alle loro persone.

  18. Politica e 1^ F
    Un’altra interpretazione della canzone del “Che”

    Abbiamo messo in relazione Poltica e 3^ F: perché no anche la politica con la 1^ F?

  19. Hasta siempre, comandante: la canzone del Che nella versione originale, cantata dall’autore

    Questa è la versione cantata da Carlos Puebla y sus tradicionales.

  20. In attesa delle elezioni amministrative a Curno, maggio 2017

    El Degüello è una musica stupenda, composta da Dimitri Tiomkin, divenuta famosa al tempo del film Un dollaro d’onore (in originale: Rio Bravo), dove sottolinea il clima di tensione e imminente resa dei conti tra gli attori del territorio (che a quel tempo erano i latifondisti) e lo sceriffo, interpretato da John Wayne. Ed è appunto il latifondista Nathan a pagare gli uomini del saloon perché intonino El Degüello, che letteralmente significa “lo sgozzamento”, per dire il combattimento senza dar quartiere, senza far prigionieri (dal verbo degollar, a sua volta dal lat. decollare).
    Fu suonato — si dice — durante la battaglia di Alamo (1836) da parte delle truppe messicane perché i texani, asserragliati in una missione francescana e all’uopo fortificata, sapessero che cosa li attendeva. L’assedio, durato tredici giorni, si concluse, come promesso dal Degüello, con l’eccidio dei texani.
    Il segnale di combattimento all’ultimo sangue (Toque de Degüello), quello autentico, sarebbe però questo che sentiamo qui sotto (al min 1:42), non quello musicato da Dimitri Tiomkin, né quello che sentiamo nel film Alamo, anch’esso interpretato da John Wayne: i messicani avrebbero ereditato la consuetudine del segnale di combattimento all’ultimo sangue, e la musica, dagli spagnoli.

    P.S. – Ma la dott.ssa Serra si ricandida, o non si ricandida? Ci saranno primarie tra i similprogressisti? Nusquamia potrà esprimere un parere, senza incorrere nei rigori di mordacchia minacciata, e quale peso si vorrà dare al sostegno [*] (relativo, s’intende) di Nusquamia a favore di questo o di quel candidato sindaco di parte similprogressista?

    ———————————–
    [*] In linguaggio coglione: endorsement, che sarebbe una firma a tergo (dal fr. endosser, dal lat. dorsum) di un documento, a titolo di garanzia.

  21. Secondo il gatto, questo diario sarebbe una latrina

    Nel suo diario reziale il gatto padano dà periodicamente conto dei punti di vista espressi su Nusquamia all’interno di una rubrica da lui intitolata “Nusquamia: la latrina di Curno”. Di solito se la prende con Aristide e con Gandolfi; la novità e che nel n. 259, p. 2 se la prende anche con Algido per un suo commento a un articolo da noi pubblicato, Chi fa l’uccellino a cucù nel quale riportavo l’insinuazione, formulata dal gatto, che Gandolfi suggerisse alla Serra un modo per facilitargli il compito di renderle omaggio, come da suddito a regina, con un pretesto che apparisse plausibile. Insomma, le solite cose feline e padano-curnensi, che non ci toccano, scritte come sono da un gatto in stato temperamentale perennemente alterato, dovuto a uno scompenso delle secrezioni umorali (bile gialla, o collera; e bile nera, o atrabile).
    Lui è un odiatore di Nusquamia. Per parte nostra, noi non siamo odiatori del gatto padano, tutt’altro, essendo anche noi del parere che se il gatto padano non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Il gatto infatti ci diverte, per la sua passione per gli acronimi, per il tono oracolare, un gradino al di sotto del mago Otelma, per la sua ansia di riconoscimenti istituzionali, per il culto delle cacate carte, per la sua cattiveria contadina e sbracata. I suoi strafalcioni linguistici sono esilaranti, tanto più quelli nei quali incorre quando si mette in testa di fare il fico e l’acculturato: come quando scrive “redarre” per “redigere”, o “turibolare” per “turiferario”. Quando ci spiegò, con fare di superiorità, da uomo saputo costretto a spiegare le cose fondamentali a una massa di poveri ignoranti, che il coccodrillo che vediamo incatenato a una palma nello stemma di Nîmes sarebbe il ricordo dei coccodrilli che infestavano gli acquitrini della Provenza, al tempo dei romani, raggiunse vette irraggiungibili per Bouvard e Pécuchet, i cui deliri culturali erano — almeno — documentati (i coccodrilli scomparvero dall’Europa al tempo del Miocene, decine di milioni di anni fa, nell’era terziaria). Come poi dimenticare certe sue divertentissime balle, come quando si proclamò per metà francese, o quando si disse elettore del Pd da almeno vent’anni, essendo stato il Pd fondato nel 2007?

    Grazie, gatto padano!

  22. Verdini de noantri... permalink

    Certo non si può rimanere indifferenti di fronte a tali dichiarazioni.

    “Nel ribadirLe che non ho tradito proprio nessun patto con il sig. Gandolfi, avendo, semmai, un patto solo con i cittadini di Curno che mi hanno votato ai quali, prima di dimettermi, del tutto liberamente e autonomamente, ho comunicato ufficialmente la mia scelta spiegandone le motivazioni.”

    In questo splendido paese chiamato Italia noi cittadini abbiamo la fortuna di avere decine, centinaia, forse migliaia, di politici che agiscono per il bene dei cittadini con slancio generoso. E se uno cambia schieramento, non è detto che tradisca, potrebbe farlo per il nobile fine di un’orgogliosa coerenza, per essere fedele a se stesso e ai propri elettori.
    [In linea di principio è proprio così: bisogna giudicare caso per caso: N.d.Ar.]

    Ecco io vorrei che si facessero un po’ i cazzi loro, che ai miei ci penso io, visto i brillanti risultati che il loro operato ci ha condotto.
    Tornando al geom. Locatelli, essendo Curno notoriamente un paese bello da vivere, non poteva esser da meno rispetto ai rappresentanti della classe politica, locale o nazionale del “bel paese” che è l’Italia.
    [Giusto: l’Italia è notoriamente il Bel Paese. Così infatti — Il Bel Paese — appunto, Antonio Stoppani, sacerdote di quelli che ancora credono in Dio, non iscritto alle Acli, intitolò il suo bellissimo libro: A. Stoppani, ‘Il Bel Paese. Conversazioni suelle Bellezze naturali’, Milano, Agnelli 1883 [1876*]. E nel frontespizio si leggono i versi tratti dal ‘Canzoniere’ di Petrarca (canto 146): «… il bel paese / ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda et l’Alpe». Quando la dott.ssa Serra creò l’infelice slogan di Curno “paese bello da vivere” pensava allo Stoppani e al Petrarca? Curno-Italia, dunque, un po’ come “Se Parigi avèsse lu màre, fosse na piccola Bbàre”. N.d.Ar.]

    Abbiamo in Italia esempi splendidi di fedeltà ai principi fondativi della propria missione da parte di politici. Brevemente mi giungono in mente alcuni nomi; chi volesse aggiungerne altri si accomodi. Come dimenticare il buon Clemente Mastella, detto anche premio di maggioranza o Domenico Scilipoti e, in ultimo, Denis Verdini? Uomini che stanno lasciando il segno, indubbiamente.
    Insomma, il nostro Giovanni Locatelli possiamo considerarlo il Verdini de noantri?

    ——————————————————
    [*] L’edizione in mio possesso è del 1883, ma la prima stampa del libro è del 1876. N.d.A.

    • La conversione: differenze tra sant’Agostino e Giovanni Locatelli

      Gli antichi tenevano in gran conto la fedeltà ai principi. Quel che i filosofi stoici, in particolare, chiamavano la constantia sapientis: un concetto che il gatto padano, misconosciuto pensatore curnense, conosce benissimo e che molto meglio di me potrebbe illustrare al volgo, con fare oracolare, come soltanto lui sa fare.
      Senza troppo girare il coltello nella piaga (indovinate di chi), vorrei osservare che c’è modo e modo di convertirsi (che, letteralmente, significa “volgersi da un’altra parte”). Consideriamo per esempio la conversione di sant’Agostino che, da pagano che era, si convertì al cristianesimo. Il percorso di conversione fu sofferto, con titubanze, ripensamenti, tormento dell’anima, come leggiamo nelle Confessioni di Agostino, opera che il gatto padano conoscerà benissimo. Finché un giorno a Milano, lì dove poi sarebbe stata edificata la Chiesa di sant’Ambrogio, Agostino sentì una bambina che per strada cantava una canzoncina, che diceva: Tolle, lege, cioè: “Prendi, leggi”. Agostino da Tagaste, che poi sarebbe divenuto vescovo di Ippona, prese la Bibbia, dove trovò le parole che gli fecero fare il passo decisivo verso la conversione.
      Ecco, noi non siamo in grado di sapere quanto tormentato e quale fosse il cammino di conversione del Locatelli. Sappiamo però che il 19 marzo 2012 salì le scale del Municipio che era ancora assessore in carica (assessore di Gandolfi!), e ridiscese le scale come colui che con il proprio voto numericamente determinante e di grandissimo valore simbolico decretava la fine anticipata dell’Amministrazione Gandolfi. Locatelli, cioè, si era convertito. Non sappiamo quale sia l’evento determinanate, assimilabile al Tolle, lege del santo africano (sì, Agostino era africano, ma non ditelo a Salvini), che spinse Locatelli a portarsi nel campo avverso. Stupisce però la concatenazione degli eventi, anzi la coincidenza dei due eventi: a) conversione; b) rovesciamento dell’Amministrazione Gandolfi. Almeno Fausto Corti, prima di votare — anche lui — per il rovesciamento dell’Amministrazione, aveva dichiarato, con qualche mese di anticipo, di non far più parte della maggioranza. Non risulta che Locatelli dichiarasse di non far più parte della maggioranza, nemmeno il 17 marzo, giorno dell’ultima e definitiva prova generale.
      Desta parimenti stupore, non solo in Locatelli, ma in tutta l’eteròclita maggioranza che fece cadere l’Amministrazione Gandolfi, la decisione di non uscire allo scoperto in una seduta di Consiglio, ma recandosi agli uffici del Comune per rassegnare le dimissioni dalla carica di consigliere e così far cadere i presupposti per l’esistenza del Consiglio stesso. La gherminella del suicidio di massa, insomma.

  23. Auguri da Bergamo permalink

    A voi di Curno non manca niente, la sorella di Hillary, il conte zio, i gatti, e adesso arriva il puro, l’emulo di Verdini.
    Auguri, ne avete bisogno.

  24. Apparizione della Madonna a Napoli

    Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi era presente all’esecuzione dell’Otello di Rossini, al Teatro San Carlo di Napoli, prima regia operistica del cineasta israeliano Amos Gitai.
    A leggere le cronache dei giornali, pare che all’interno del teatro ci fosse il visibilio; alcuni melomani addirittura al suo apparire persero la parola, al solo vederla, come presi da incantamento. Fuori del teatro, invece, alcune donne dei centri sociali urlavano: «Trovati un lavoro!». Maleducate, oltre che invidiose! Vorrei proprio vederle, chissà che ciospi! Anzi, non le voglio vedere. E che figura fate fare alla dott.ssa Serra, che sostiene il primato delle donne in tutti i campi, compreso quelle delle buone maniere? Voglio vedere se ha il coraggio di dire “Basta! Punto! Non m’interessa!”: un’espressione, fra l’altro, che la Madonna di Arezzo mai e poi mai si lascerebbe sfuggire, nemmeno nei frangenti più difficili.
    Adesso che la campagna referendaria è finita, auguriamo alla bella ministra di trovare il tempo di riposare, per cancellare i segni che il tour de force al quale si è sottoposta senza badare a fatica alcuna, potrebbero aver lasciato sul volto leggiadro, sul portamento divino, sul dolce eloquio, sul nitore delle sue chiome e di tutta la sua persona.

  25. .
    .
    Il femminismo, i milioni di bambini infelici e un confronto tra il gatto padano e l’avvocato mentitore

    Nel suo diario (n. 260, p. 2) il gatto padano scrive, in un articolo che porta il titolo Se 116 vi sembran poche… che «il tenutario della Latrina di Nusquamia [cioè il sottoscritto, Aristide] non poteva perdere l’occasione per dimostrare la propria misoginia, oltre il razzismo che gli è proprio». Sostiene che io avrei messo sullo stesso piano «116 assassini con “graffi, morsi, capelli strappati, lancio di oggetti, percosse con calci e pugni”» dei quali ogni anno sono vittime i maschi italiani per opera delle donne (e, a dir la verità, non si tratta soltanto di graffi e morsi, ma anche di vessazioni psicologiche e, con la separazione coniugale e il divorzio, ricatti sulla possibilità di vedere i figli, spoliazione economica ecc.). E conclude: «Beh, diciamo che col cervello non ci sta più. Curatelo prima che sia troppo tardi».
    Naturalmente, non mettevo sullo stesso piano l’assassinio con un morso. Proprio perché sapevo che non sarebbe mancato chi avrebbe fatto finta di non capire, nell’articolo La dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza faranno qualcosa per arginare la violenza delle donne sui maschi? nel quale commentavo gli episodi di violenza femminile, analizzati esattamente con la stessa metodologia dell’analisi sulla violenza maschile, mi premuravo di scrivere:

    A scanso di equivoci, esprimo il mio punto di vista […] perché agli avversari malati di aziendalismo sia più difficile imbastire azioni di cazzeggio e disinformazione su questo articolo (tranne il gatto padano, ché quello non lo ferma nessuno):
    • Detesto non solo il feminicidio, ma in generale qualsiasi violenza del maschio sulla donna.
    • Prendo atto della circostanza che i maschi violenti sono per lo più individui insicuri per ragioni soggettive (ansia di prestazione, misura modesta di “pene percepito”, come oggi sciacquettisticamente si parla di “temperatura percepita”) ecc.

    Per maggior chiarezza in un commento successivo, rispondendo ad Algido, specificavo che «esiste una violenza delle donne sui maschi, anche se meno invasiva di quella dei maschi sulle donne». Dunque non nego la violenza dei maschi sulle donne, e la detesto, in quanto uomo non violento; e non metto sullo stesso piano morsi e omicidi. Mi premeva però, quando scrivevo l’articolo, sollevare la questione della violenza delle donne sui maschi (non si può? è un peccato o, addirittura, un reato?): la quale è di un altro ordine di grandezza sul piano quantitativo, e qualitativamente del tutto differente, ma non per questo innocua, anzi. Inoltre sostenevo, e sostengo, la necessità di ragionare (almeno quello!) prendendo atto della violenza della quale è intrisa la nostra società e della quale si intride ogni giorno sempre di più. Ciò avviene perché i disvalori aziendalistici hanno preso il posto dei valori cristiani che, come accennavo, coincidono con quelli della morale naturale. E la violenza dei maschi è figlia della violenza della società.
    Ma è inutile che insista, perché chi legge Nusquamia conosce bene il nostro punto di vista autenticamente progressista e razionalista. Sa in quale conto noi teniamo il progresso scientifico, la lezione degli antichi e la Buona novella, non disgiunto dal disprezzo per l’aziendalismo, il consumismo e la società dello spettacolo. Perciò non ci siamo mai stancati di strigliare i similprogressisti che hanno dimenticato la lezione degli apostoli del socialismo e si compiacciono delle lordure dell’aziendalismo, dei suoi riti e delle sue cazzatine (gli “eventi”, le slàid ecc.). Sostenevo anche come la predicazione femminista, gli “eventi” femministi, le sponsorizzazzioni assessorili del femminismo servano a ben poco: anzi, peggiorano la situazione. Vero è che consentono alla dott.ssa Serra di appuntarsi sul petto una medaglietta similprogressista, ma potrebbero sortire risultati di segno contrario proprio quello che l’iniziativa femminista si propone, quella di ammansire i maschi violenti. Questi sono delle bestie che diventano ancora più furiose, dopo le iniziative femministe, come mi sono sforzato di dimostrare altrove.
    Dunque bisognerebbe, se non altro, cominciare a ragionare, in particolare sulla violenza diffusa nella nostra società, e tenere a mente l’esempio del prof. Augusto Monti di Torino, che non è il triste e grigio bocconiano di Milano che tutti purtroppo conosciamo come il timoniere di uno sciagurato governo tecnico, ma un professore d’altri tempi. Augusto Monti (e non è la prima volta che ne parlo su Nusquamia) era professore di italiano e latino al liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino: antifascista per educazione e per cultura, con il suo esempio, con il suo lavoro di insegnante, senza fare il gradasso, senza appuntarsi medagliette sul petto, educò tutta una generazione di antifascisti, fra i quali merita ricordare Cesare Pavese, Leone Ginzburg, e Massimo Mila. In quello stesso liceo studiarono, sotto il fascismo, Primo Levi, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Giancarlo Pajetta, Norberto Bobbio, Fernanda Pivano, Luigi Firpo. Tutte persone che non ebbero bisogno di subire pistolotti antifascisti per astenersi dalla violenza fascista: d’altra parte chi a quei tempi avesse pronunciato un pistolotto antifascista, invece di trovarsi una medaglietta sul petto, sarebbe stato sbattuto in galera.
    Nego dunque di aver mai messo sullo stesso piano un omicidio con uno schiaffo: o, per la precisione, 116 omicidi di donne, cosiddetti feminicidi, [*] sullo stesso piano di pugni, schiaffi e vessazioni di vario tipo). Lo nego decisamente, e lo nego non con gli oracoli, ma con i documenti.
    Però, visto che la madre degli stupidi è sempre incinta e che per giunta gli stupidi pretendono di puntare il ditino accusatore, mi sembra giusto rincarare la dose. Aggiungo perciò una considerazione che di proposito avevo tralasciato nei due articoletti sopra citati, ma che ho sempre presente, quando si parla di femminismo: sono del parere che il danno peggiore inferto dal femminismo a questa società, che comunque è di merda e che forse merita di morire anche per mano violenta del femminismo, siano le centinaia di migliaia, forse i milioni, di bambini infelici che ha sulla coscienza. Il bilancio dei bambini infelici in quarant’anni di femminismo, infelici perché hanno avuto una mamma femminista, per quel che ne so, deve ancora essere fatto; questo però non significa che, in mancanza di studi commissionati ad hoc (da chi poi, forse dalla Boldrini?), il problema debba essere trascurato o addirittura minimizzato. Possiamo immaginare che un certo numero di adulti che furono bambini infelici perché trascurati dalla mamma siano poi divenuti felici: non possiamo escluderlo. Molti di loro sono infelici, ma per fortuna, loro e della società, sono soltanto adulti infelici. Si ha il sospetto però che parecchi (lo so che e politicamente scorretto fare questa ipotesi, proprio per questo la faccio), quelli che da bambini ebbero gravi carenze affettive, bambini che non conobbero il sorriso della mamma, siano divenuti scemi, pazzi o delinquenti. Come diceva Virgilio: «cui non risere parentes / nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est». Questo fu, per esempio, il cruccio di Carlo Emilio Gadda, come si evince chiaramente dalla lettura della Cognizione del dolore: il non aver conosciuto il sorriso dei genitori. Carlo Emilio Gadda non divenne un delinquente, tutt’altro, ci mancherebbe! Però nella Cognizione del dolore, romanzo incompiuto, si affaccia l’ipotesi che l’assassino di quella brava donna, di quella signora anziana, brava e disponibile con gli odiati e graveolenti vìllici celtici (così il Gadda) ma anaffettiva col figlio, sia precisamente il figlio, il nobile Gonzalo, ridotto al rango umiliante di hidalgo brianzolo squattrinato.

    Ma, tornando all’argomento iniziale, se cioè io abbia messo sullo stesso piano omicidi e schiaffi, mi pare che il gatto padano si comporti come l’avvocato che dovendo difendere in tribunale (è pagato per questo) un imputato del quale sa bene che è colpevole, tuttavia ne protesta l’innocenza, davante al giudice. Cioè l’avvocato mente sapendo di mentire, perché quello che importa è farsi dar ragione, e non aver ragione. Però ci sono due tipi di avvocati: alla prima categoria appartengono quelli che sono avvocati soltanto in tribunale e che dunque, eventualmente, in tribunale mentono sapendo di mentire, ma poi tornano ad essere uomini normali, fuori del tribunale; poi ci sono gli avvocati che non solo mentono, ma poco per volta si dimenticano di aver intrapreso un percorso di menzogna e, un po’ per tacitare la propria coscienza e un po’ per entrare meglio nella parte, alla fine credono in quello che dicono, nella menzogna che essi stessi hanno fabbricato; questi sono gli “avvocati perpetui”. Assumono una forma mentis per cui mentire diventa naturale, nel senso che fa parte della loro natura e, quasi senz’accorgersene, mentono anche fuori dell’aula del tribunale, fra l’altro con grave pregiudizio per il loro equilibrio mentale.
    Decida il lettore, come esercizio di ripasso e stimolo alla riflessione su quanto si è qui esposto, se il gatto padano sia assimilabile all’avvocato mentitore del primo tipo, o all’avvocato mentitore del secondo tipo. In ogni caso il gatto sarà contento, perché per lui, contadinamente astuto e perennemente alla ricerca di riconoscimenti istituzionali, essere assimilato a un avvocato è molto gratificante.

    – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
    [*] Con una sola “m”, per favore: v. il fr. féminicide, che deriva dal lat. femina e non dal fr. femme; del resto si dice omicidio, dal lat. homo, e non uomicidio. Se una parola deriva dal latino, e già esiste in latino, non si fa un nuovo conio adattato all’italiano: perciò dal latino homicida, deriva l’italiano omicida, senza la “h”, che stonerebbe. Analogamente, se in italiano si crea una nuova parola con radici latine, le radici non vanno forzate: feminicidio deriva dal latino femina e dal suffisso -cida, dal tema del lat. caedĕre, “tagliare, uccidere”. Diverso è il caso della parola femminismo, che non può in ogni caso apparire di derivazione interamente latina, perché il suffisso -ismo è greco (-ισμός): è mezzo latina e mezzo greca, come televisione. E allora, tanto vale, essendo una parola di minor pregio, la si faccia derivare da un tema ancorché latino, italianizzato (femina diventa femmina), come usa spessissimo con i vari -ismi: riformismo, conformismo, avventurismo, consumismo ecc.

    • Naturalmente, condanniamo e detestiamo questo insegnamento coranico
      Ma il Corano che cosa ha detto veramente? In ogni caso non dimentichiamo, nel passato, le vessazioni cristiane sulle donne, specie in area protestante (direbbe Voltaire: attenzione, dott.ssa Serra, andiamoci piano con il dialogo interreligioso, con le Molte fedi sotto lo stesso cielo)

      Copio e incollo dal versetto 34 della Sûrah an-Nisâ’ (Le Donne), che dice:

      34. Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele*. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande.

      Si veda anche: «Picchiare la donna per renderla obbediente secondo i dettami di Allah». La “lezione” shock del terapista saudita.
      A scanso di equivoci, facendo clic sul nesso, si veda il testo completo della Sûrah IV an-Nisâ’.

    • La logica del gatto padano e il latino della giornalista

      Il gatto padano pretende di aver «beccato con le dita nella Nutella del machismo» l’odiato Aristide (che per parte sua si diverte), nonostante la lucida argomentazione qui sopra riportata: dicevamo, visto che non è — non ancora — un reato ribellarsi al conformismo femminista e politicamente corretto, che esiste anche una violenza femminile, e che naturalmente non mettiamo sullo stesso piano 116 omicidi perpetrati da maschi violenti (che condanniamo e disprezziamo) con i morsi, i graffi, le spoliazioni patrimoniali e i ricatti esercitati sui figli e in nome dei figli, dei quali sono vittime i mariti di donne violente (che condanniamo e sisprezziamo, ma non si è capito se il gatto apprezzi i morsi, i graffi ecc.). Inoltre — scrivevamo — ci dànno da pensare i milioni di bambini infelici, per anaffettività delle mamme femministe e in carriera.
      Il gatto equivoca sul significato di cacata carta che abbiamo da tempo introdotto su Nusquamia, per stigmatizzare l’accanimento burocratico dei cazzeggiatori e la sopraffazione dei burocrati professionisti: vabbè, da lui non si può pretendere molto. Svolge un discorsetto livoroso che chiamare ragionamento sarebbe troppo, scombiccherato sotto il profilo logico, sintatticamente claudicante, con chiusa mendace degna dei peggiori talk show, come quello condotto dall’orrido Paragone.
      Non ho niente da aggiungere, non devo convincere οἱ πολλοί, cioè “i più” (così Platone chiamava le sciure Rusine), mi basta aver presentato un buon ragionamento agli happy few, cioè i pochi beati (è un’espressione shakespeariana, dall’Enrico V): We few, we happy few, we band of brothers. D’altra parte a tutto c’è un limite, c’è una misura per tutte le cose. I latini dicevano est modus in rebus, che non significa “c’è modo e modo di fare le cose”, come intende una giornalista del Corriere della Sera, in un articolo sul restauro dei parapetti delle mura di Porta san Giacomo: v. Cantiere delle Mura bocciato (e ripensato) dalla Sovrintendenza [*]
      Quella giornalista è per caso cugina del gatto padano? Inutile dire che non è la bella e brava Anna Gandolfi, che oltre tutto ci ha lasciati, per andare a lavorare a Milano: voglio sperare che non si trovi a lavorare nella stessa stanza con Cesare Zapperi, anche lui trasferito a Milano. Il Nostro è tornato a firmare gli articoli del Corriere, dopo l’intervista a Bertinotti, molto Cl-friendly: Bertinotti: il movimento operaio è morto, in CL ho ritrovato un popolo. Una roba da brivido. Naturalmente Zapperi non ha colpa delle cose che dice Bertinotti, ma è anche vero che questa intervista costituisce una svolta nella carriera di Zapperi.


      Al min 2 : 22 sentiamo l’espressione «We few, we happy few, we band of brothers».

      —————————————————————————————————
      [*] Leggiamo nell’articolo: «Il “misunderstanding” (chiamiamolo malinteso) tra chi dice cosa e come fare e chi poi agisce, si dipana sui 170 metri lineari delle Mura che corrono tra lo spalto di San Giacomo e quello di Santa Grata. Est modus in rebus, avrebbero detto i latini. E il modus architettonico, con cui risanare quel tratto ammalorato delle Mura, prescritto dalla Soprintendenza, sarebbe ben diverso da quello con cui si è proceduto». Ma quando si dice est modus in rebus, s’intende la misura, non il modo di operare, che semmai in latino si dice ratio.

  26. Nada

    Oggi, verso le 21.30, ho acceso il televisore per vedere un vecchio Dvd di tutto riposo, l’operetta di ambiente fiorentino L’acqua cheta, di G. Petri (libretto di A. Novelli: la commedia originale non è musicata), dove la cantante Nada, allora giovane, recita la parte di Anita, figlia sulla scena di una esuberante e meravigliosa Ave Ninchi: passa per una ragazza poco seria perché fa l’amore con il legnaiolo; la sorella Ida invece (interpretata da Daniela Goggi) fa la santerella, ma in realtà è un’acqua cheta, perché se l’intende con il dozzinante, e fa pasticci con lui. Dice il proverbio toscano che «L’acqua cheta rovina i ponti», e la commedia lo dimostra.
    Bene, mentre manovravo il telecomando del riproduttore di Dvd, dal televisore, che era rimasto sintonizzato sul 3° programma della Rai, la voce del damerino similprogressista Fabio Fazio annunciava la presenza di Nada. Proprio lei! Non ho resistito alla tentazione, mi sono attardato sul televisore, finché ho visto Nada. Ma che roba! Per farla breve, non a tutte è dato d’invecchiare conservando la bellezza, come avvenne a Virna Lisi: una bellezza diversa, ma pur sempre bellezza. Invece il più sovente dei casi avviene che la bellezza, quando c’è, perché bisogna ben dire che è merce rara, dura poco, nel tempo precipitoso della gioventù. A noi piace ricordare Nada come la vediamo nel filmato qui sopra. Abbiamo già dimenticato la Nada che abbiamo visto questa sera.

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