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Onore al giornalismo vero

21 dicembre 2016

Sembrerà strano, ma non tutto il giornalismo è turpe giornalismo di marketta

il-foglio_20_12_2016_p-1_1Il 12 dicembre è uscito sul Foglio un articolo toccante ma non biecamente sentimentale, men che meno politicamente corretto, un esempio di giornalismo vero, tanto più prezioso, in quanto il giornalismo vero è merce assai rara. Si tratta di un reportage che nel sito del Foglio è presentato in questi termini: Elena e le altre. Un reportage di Annalena Benini dai pullman che riportano le nostre tate in Moldavia. L’articolo non è trascritto in rete, a differenza di molti altri del Foglio; però è possibile acquistare la versione digitale del giornale (al prezzo di 0,99 euro) che, teoricamente, sarebbe visionabile soltanto in rete. Però, con un po’ di pazienza, è possibile ricavarne un documento pdf, con le pagine fascicolate.

Abbiamo trattato il tema del buon giornalismo e del cattivo giornalismo a più riprese, sia su questo diario, sia nel sito Testitrahus. A dir la verità, e per ragioni facilmente comprensibili, siamo stati costretti a occuparci più del cattivo giornalismo che di quello buono. In particolare su Testitrahus abbiamo raccontato le nequizie del giornalismo anglorobicosassone, cioè del giornalismo di area orobica che se la tira e che pretende di essere riverito, come se fosse di fattura anglosassone, ma che poi con gran voluttà si adagia al servo encomio, alla rimasticatura di comunicati stampa e – orrore! – all’informazione “al servizio del lettore” (?!) di genere enogastronomico. Gli articoli su Testitrahus erano intitolati a una “Scuola di giornalismo” che, se risponde a verità quel che ci è stato riferito, non è piaciuta punto alle cellule antigandulfiane incistate nel giornalismo anglorobicosassone.
Nel frattempo è avvenuto che una decina di giorni fa leggessimo sul Foglio, il giornale fondato da Giuliano Ferrara, un articolo che non possiamo dire che ci abbia messo di buon umore, considerato l’argomento; ma che ci ha disposti a ben sperare. Il buon giornalismo può esistere, ed esiste, se vi sono uomini e donne che hanno cuore e intelletto. Perciò questa pagina è dedicata a un reportage di Annalena Benini, che ci racconta di un suo viaggio da Roma alla Moldavia, insieme a Elena, la bambinaia. Voleva capire il mondo di Elena, ed Elena stessa e le ragioni che l’avevano spinta ad affidare i figli alla nonna, per  venire in Italia e piangere di nostalgia.
L’articolo è ricco di particolari, ben costruito, come in una sceneggiatura cinematografica. Un po’ ci dispiace, averci messo mano, per presentarne alcuni frammenti nella consapevolezza che, così facendo, avremmo turbato l’ordine espositivo. Ma l’alternativa era quella di pubblicare l’articolo tal quale, tutto, cosa che forse al Foglio non gradirebbero, visto che hanno deciso di non pubblicarlo in rete. Del resto, l’articolo può essere letto acquistando, come si è detto sopra, la copia arretrata del numero del Foglio uscito il 12 dicembre 2016. Ecco dunque il racconto di Annalena Benini ridotto all’essenziale.
Annalena ed Elena cominciano il loro viaggio recandosi fuori Roma a un punto di raccolta, dove sono in attesa dei passeggeri cinque pullman in procinto di partire per un lungo viaggio con pochissime soste, verso la Moldavia. Un viaggio scomodo, sempre in poltrona e senza mai allungare le gambe, con una coperta sulle ginocchia: la coperta è fondamentale, per questo tipo di viaggi. Elena e tutti gli altri passeggeri viaggiano carichi di bagagli,  hanno gente che li aspetta, laggiù. Annalena invece non ha nessuno che l’aspetti, non ha neanche bagaglio, a parte l’indispensabile per un viaggio lungo e un breve soggiorno. Questo la rende sospetta agli occhi degli altri passeggeri: ma che vuole questa? È una borghese, è una stronza (questo non è scritto nell’articolo, ma si capisce dal contesto). Ma ecco che cosa scrive la giornalista descrivendo questo viaggio,

… sempre più su verso i Carpazi, dove tutto era gelato e nel pullman tutti si erano portati una coperta, ma non c’era posto per distendersi nemmeno un po’. Tutti i posti vuoti erano occupati dai pacchi: regali di Natale, vestiti, frullatori, mobili, computer, scarpe, cibo, perfino la carta igienica era impacchettata con lo scotch, perché in Moldavia la carta igienica non è per tutti, ma serve soprattutto in campagna, dove le case non hanno il bagno e le ragazzine con l’iPhone escono lì fuori la sera, con la carta igienica e la torcia del telefono.
[…] Ho scoperto durante queste quaranta ore di pullman che le signore non italiane sanno come si fa, e bevono il meno possibile, per disturbare il meno possibile, perché il pullman si ferma solo pochi minuti nelle aree di servizio, tanto nessuno compra niente in autogrill, al massimo gli uomini un caffè corretto con la grappa, e le donne non si guardano intorno.
[…] Tornano dalle madri che hanno ancora il fazzoletto in testa, ma queste donne invece tornano cambiate, con i capelli un po’ diversi, meno rossi, con dei nuovi orecchini, con lo sguardo più alto, un paio di scarpe strane, e le madri le guardano con sospetto e pensano che in Italia siamo tutte un po’ puttane e libere, troppo libere, con cose inutili dentro la testa, che poi anche le loro figlie partono piene di buone maniere e occhi bassi e poi diventano come noi (“le piace la bella vita” non è un complimento in Moldavia, “le piace la bella vita” significa che una donna non accetta di fare soltanto sacrifici, “le piace la bella vita” è il segno che lei è cambiata, non è più la stessa, ha spinto le giornate un po’ più in là, adesso tiene qualcosa per sé).
[…] Irina [una delle donne moldave sul pullman] ha un figlio che è quasi cieco, ed è stata via un mese a sostituire una badante in ferie, adesso torna e sa già che il suo bambino è peggiorato. Ana ha cinque figli, il più piccolo ha cinque anni e dorme con la foto della mamma stretta in mano. Lei lo racconta con orgoglio, Elena piange e pensa ai sui figli, a quando erano piccoli e piangevano al telefono, le dicevano Mamma, torna da noi, non ci serve niente, torna qui.

Annalena, la giornalista, vuole spiegarci la ragione del viaggio. Sembra una pazzia, o una roba da donna borghese stronza (sì, ma intanto le borghesi stronze nella migliore delle ipotesi si limitano a fare la boccuccia a culo di gallina, quando qualcosa di politicamente scorretto perviene alle loro delicatissime orecchie, oppure sciamano per musei, fanno e ascoltano conferenze, amano teneramente i cani, firmano manifesti: mica s’imbarcano per un viaggio così scomodo). Infatti la madre di Annalena, che prenderà cura della prole temporaneamente abbandonata, non è tanto convinta della partenza: «Mia madre mi ha detto: “Tu pur di andartene in giro…”, e però è venuta a tenere i bambini. Io pur di andarmene in giro, adesso sono a Chisinau, alle sette del mattino, dopo quaranta ore di pullman». Neanche Elena capisce bene perché Annalena voglia partire:

Ma io volevo partire con loro [con le bambinaie, con le badanti, cioè], lo volevo da tanto tempo. Da quando per la prima volta è arrivata a casa nostra una ragazza dell’est [Elena], con gli occhi duri e impauriti, e i primi tempi io avevo un bambino piccolissimo e un’altra figlia all’asilo e avevo bisogno di aiuto per ricominciare a lavorare, e lei, Elena, viveva con noi: io tornavo a casa la sera e lei andava incamera sua, accendeva la televisione, ma la sua stanza era accanto alla cucina e io dalla cucina la sentivo piangere. Io sapevo che aveva tre figli, che stavano in Moldavia con la nonna, sapevo che era divorziata, sapevo che la bambina più piccola, Valeria, faceva la prima elementare in una città piccola, e gli altri due figli maschi, un poco più grandi, crescevano velocissimi e i pantaloni diventavano subito corti e quando lei li spediva con il pullman in Moldavia arrivavano che erano già troppo piccoli.
[…] Volevo toccare quel ghiaccio che si deposita negli occhi e nei cuori, volevo capire se poi si scioglie, se vale la pena di tutto quel dolore, e se ci sono speranze o se l’unica speranza è buttarsi in un nuovo mondo a occhi chiusi. […] Volevo vedere Elena con gli occhi della sua famiglia, dei suoi figli e di sua madre, vederla arrivare in Moldavia con i tacchi alti e i soldi in tasca, le amiche che le dicono: sei ringiovanita, e una nuova lingua nella voce, e abitudini nuove, il caffè nella moka e i bicchieri a tavola, uno per ciascuno. Le ho mandato un sms: possiamo andare in Moldavia insieme, con il pullman? Lei a tutti i miei messaggi risponde sempre e solo: ok. Quella volta mi ha telefonato, mi ha detto: sì, ti serve una coperta. Siamo andate a Tor di Valle, sulla linea che da Roma porta a Ostia, e c’erano almeno dieci pullman che caricavano pacchi, e anche una signora con il pancione che voleva partorire a casa sua, e chissà se ha partorito in pullman invece.

Poi c’è la storia di Madalina, «la bambina che mi chiede con gli occhi di essere sua madre», una ragazzetta infelice dagli occhi grandi che si sente abbandonata dalla madre, ma più delle altre. Perché lei è stata veramente abbandonata dalla madre. Madalina sa che non vedrà la madre, mai, forse mai più:

Madalina, undici anni e gli occhi azzurri splendenti, ospite del fratello di Elena da due anni a cento euro al mese: la madre lavora e non lavora in Russia, torna poco a casa, il padre sta anche lui in Russia ma sono separati, la madre da anni lascia Madalina a qualcuno, finché questo qualcuno non le dice: riprenditela, visto che non mi paghi, riprenditela visto che non telefoni mai, riprenditela visto che c’è una foto su Facebook in cui sorridi in discoteca con là minigonna e poi non mandi neanche i soldi per i quaderni di tua figlia.
[…] Sua madre telefona al fratello di Madalina, che ha 13 anni e vive in campagna con i nonni, ma non chiede mai niente di Madalina, se sta bene, come si comporta, se piange la notte con la sua foto in mano. Sua madre è partita e forse non vuole tornare, ha scoperto un altro mondo e vuole dimenticare questo. Madalina fra poco sarà una donna, e comincerà a camminare sola pensando che nessuno la ama, che lei, così bella, così intelligente, non sa farsi amare.
[…] Ci sediamo tutte e tre in cucina [Annalena, Elena, la cognata, Dana], parliamo di Madalina, che stasera a cena non parlava e aveva gli occhi rossi e a un certo punto si è alzata ed è andata via. La madre le aveva telefonato dalla Russia, la telefonata era durata un minuto. “Mia madre viene tra cinque giorni”, “Che bello sei felice?, “Sì”, ma gli occhi azzurri erano diventati quasi neri. Io non capivo perché. In cucina quella notte me lo ha raccontato Dana, a bassa voce: sua madre le fa promesse che non riesce a mantenere, sua madre non le ha comprato i vestiti per il primo giorno di scuola, sua madre non le ha telefonato per il compleanno […]Sua madre è partita e forse non vuole tornare, ha scoperto un altro mondo e vuole dimenticare questo. Madalina fra poco sarà una donna, e comincerà a camminare sola pensando che nessuno la ama, che lei, così bella, così intelligente, non sa farsi amare.

Ripasso sul cattivo giornalismo

 la-repubblica-delle-marchette

Nella presentazione del libro che vedete qui sopra (Paolo Bianchi, Sabrina Giannini, La Repubblica delle marchette, Stampa alternativa 2004), leggiamo:

Sono finiti i tempi dei grandi inviati. Oggi i giornalisti sono soprattutto invitati. Alle cene, ai viaggi, alle presentazioni con buffet. Non lavorano di senso critico, ma di gomiti. Con il moltiplicarsi delle superfici d’informazione (pagine sui giornali, riviste, canali televisivi e radiofonici, Internet) non è migliorata la qualità dell’informazione. E’ aumentato lo spazio pubblicitario.
Quello del giornalista è un mestiere romantico. Per questo molti giovani vorrebbero farlo. Se solo si rendessero conto che finiranno in maggioranza a vendere la penna, pardon, la tastiera, all’inserzionista più potente, forse cambierebbero idea. O forse no.
Il padrone dei giornali non è il lettore, come sosteneva Indro Montanelli. Non è nemmeno l’editore, come afferma Cesare Romiti. Il padrone dei giornali è l’inserzionista pubblicitario. Il 70 per cento degli introiti vengono da lui.
Se una notizia è contraria all’interesse dell’inserzionista, non verrà pubblicata. Meglio parlare di cose futili, mettendoci dentro quanto più marchi possibile. Naturalmente, i marchi degli inserzionisti. Meglio lasciar perdere le inchieste, sono pericolose. Meglio parlare del “problema” della cellulite, e indicare alle lettrici quale prodotto e quale marca andare a comprare per risolverlo. Poi, se anche non è vero, pazienza.
[…] La marchetta è sinonimo di mercimonio, di prostituzione. Il giornalismo odierno, in Italia e non solo, è un giornalismio marchettaro perché non serve a far conoscere i fatti, ma a vendere merci.

 Tra i numerosi articoli dedicati a cattivo giornalismo pubblicati su Nusquamia ricordo i seguenti:

Giornalismo, giornalismo passa-carte e giornalismo di marketta

Il lato oscuro del giornalismo

La Scuola di giornalismo pubblicata su Testitrahus comprende i seguenti articoli:

Scuola di giornalismo / 1: La tecnica del tramezzino

Scuola di giornalismo / 2: Eloquenza della notizia negata

Scuola di giornalismo / 3: La bufala del forum di discussione “libera”

Scuola di giornalismo / 4: Il lettore manipolato

Scuola di giornalismo / 5: Il giornalismo di marketta (questa pagina di Testitrahus è ancora vuota: sarà riempita con i numerosi esempi di giornalismo di marketta descritti via via su Nusquamia)

Scuola di giornalismo / 6: Giornalismo politicamente solerte

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28 commenti
  1. A Curno — pare — “fedifrago” non si può dire, non è “curnensemente corretto”, però chi non ha santi in paradiso può essere definito “bastardo traditore”
    Anche se la rottura di un patto (fiduciario) c’è stata e se il soggetto così apostrofato non risponde ai requisiti attribuiti

    Correva il maggio 2015 (inizio anch’io così). Sul diario di un militante leghista dell’Isola bergamasca si parla di clandestini e terrorismo islamico. Se ne parla perché proprio quei giorni un giovane marocchino che viveva senza documenti fra Gaggiano e Trezzano sul Naviglio è stato arrestato su segnalazione delle autorità tunisine, con l’imputazione di aver preso parte alla strage al Museo del Bardo, a Tunisi.
    Interviene il Pedretti che pubblica il contributo leggibile nell’immagine qui sopra, e che qui di seguito trascriviamo.

    Correva l’anno 2009: quel BASTARDO traditore di Gandolfi (allora sindaco di Curno) ed il compare burattinaio Piga congiuravano contro il sottoscritto, compravano 2 consiglieri della Lega, solo perché il sottoscritto voleva vederci chiaro nel presunto centro islamico. Questi, come i sinistri, sono quelli che difendono l’illegalità per i loro sporchi giochi di potere! Schifosi!

    Trascrivo anche il ragionamento “entimematico”, che a suo tempo sviluppai su Nusquamia:

    a) Nessuna congiura. È stato il Pedretti a fare la prima mossa, ed era una mossa sbagliata: un’ispezione in modalità di provocazione, da lui ordinata un certo giorno di venerdì, nell’ora del culto religioso. Un’ispezione che riguardava il rispetto delle norme di sicurezza: non certo un’indagine di polizia, per la quale il Pedretti non aveva titoli.
    b) Per giunta l’ispezione avrebbe dovuto essere coordinata da un funzionario dell’Ufficio tecnico del Comune, di sesso femminile, in qualità di responsabile dell’Ufficio.
    c) Mettiamo insieme le cose: una verifica di tipo strutturale eseguita (casualmente?) nell’ora del culto religioso e coordinata da una donna. Un gesto che sarebbe stato interpretato come uno sfregio, peggio di una bestemmia pronunciata contro il Profeta. O non avete visto la Bonino e la Boldrini, come sono compunte quando osano mettere piede in luoghi sacri ai macometani?
    d) Secondo il Pedretti farsi promotore di una simile provocazione significa «vederci chiaro nel presunto centro islamico». Ma che dice il Pedretti? E come parla?
    e) Destituire il Pedretti dalla carica di vicesindaco che — ammettiamo, agiva così per inconscienza, per distrazione ecc. : si dice così, no? — si accingeva a infrangere clamorosamente l’art. 18 dei Diritti dell’Uomo non è «difendere l’illegalità». Significa stare dalla parte di una Legge che è la più importante fra tutte, perché scaturisce dai diritti naturali dell’uomo (insomma è qualcosa di più di una legge del codice stradale, sia detto con il massimo rispetto per le altre leggi, comprese quelle che tutelano i diritti dei cani).

    Gli amici (forse, però, dovrei dire ex amici) del Pedretti hanno qualcosa da dire, da chiosare? Hanno scuse da chiedere umilmente? No, niente: ma quando mai!. Il loro silenzio è assordante. Pretendono il rispetto di un inesistente diritto all’oblio, è ovvio. Avrebbero la tentazione di dire che è maleducato ricordare i loro peccatucci: sono così fini, loro!

  2. ALGIDO permalink

    Bizzarro l’atteggiamento del Belotti.
    Molto Bizzarro… Su Officina Curna parlano del centro islamico (lo spazio della preghiera aumenta da 250 a poco piu di 500 mq carte alla mano, e continuano a parlare di 2000) forse sommano gli spazi esterni. E non la vogliono, lo sappiamo.
    [Non conosco Officina Curna e ho motivo di credere che non mi piaccia. Perlomeno non mi piaceva quell’Officina Curna che fu a suo tempo stampata come per lanciare un’offa agli assessori di Curno: il giornale nobile dell’Amministrazione Gandolfi non faceva marchette assessorili, e questo li mandava in bestia. Ma forse lei intendeva L’obiettivo Curno, l’obiettivo che non vede, come il Laboratorio delle Idee — un parto anche quello del Locatelli — fu un laboratorio che non elaborava. Se lei intende l’Obiettivo Curno, ha visto come maldestramente si sforzano di imitare lo stile di Aristide? Hanno assoldato un simil-Quantile, che doveva essere l’anti-Aristide? O che — addirittura — abbiano ricicciato il Quantile, quello che doveva fare un mazzo così a Gandolfi e Aristide? Quello che minacciava denunce e poi scomparve, proprio come il suo Maestro, il Gianfranco Fini della saga dei Tuliano’s? Anche il gatto padano copia mica male da Aristide, ma io mica me la prendo. Men che meno denuncio perché — parafrasando la dolcissima contadinella toscana che scaglia la maledizione al pretendente noioso (v. Dedicato agli odiatori di Nusquamia) “Tanto io per quella roba ’un ci ho la passione, anzi la disprezzo”, diversamente dai nemici curnensi. N.d.Ar.]

    Poi scrivono che il centro islamico in caso di permesso negato per il nuovo edificio “OVVIAMENTE RESTEREBBE DOVE E’ “. ????
    Infatti è rimasto dove è per 20 anni, con due amministrazioni di CSX e 3 di CDX.
    Il centro è monitorato dalla questura e pare ci sia una proficua collaborazione e scambio di informazioni (dico pare ma ne sono certo, ho info di prima mano).
    Non credo che un cambio di edificio possa attirare terroristi, e nemmeno deprezzare il costo degli immobili.. (anche perchè sono gli stessi che confinano con l’attuale centro) essendo distante 20 metri in linea d’aria da 20 anni.
    Non voglio entrare ma voglio dare conto di una bella serata con Lucio Caracciolo la scorsa settimana (il 7 dicembre) dal Titolo 3a guerra Mondiale.
    [Se la similsinistra avesse avuto un simil-Aristide un po’ meno scassato di quelli che si procura il Locatelli, avrebbe potuto difendersi egregiamente dagli attacchi della minus habens Nuova destra organizzata curnense. La dott.ssa Serra si è fatta intervistare da una giornalista d’area, per dare una malaccorta risposta all’articolo dell’Eco di Bergamo dal quale prese l’abbrivio la diceria della moschea. E non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Bisognava fare un ragionamento che smontasse la diceria, sviluppando da premesse giuste e razionali una dimostrazione stringente, espressa con parole fluide. Ma le premesse fondamentali, gratta gratta, erano due: 1. La dott.ssa Serra è una donna determinata; 2. La dott.ssa Serra mai e poi mai darà un dispiacere alle Acli, alla Bergamo bene e alla Bergamo che conta. Ed è così che la similsinistra curnense si scava la fossa. N.d.Ar.]

    Quale è la chiave di lettura? quella demografica.. ovviamente, la demografia è una scienza statistica.
    Quello determinerà le prossime guerre, assai più della religione almeno nel medio periodo.
    L’Europa in 70 anni calerebbe di circa 100 milioni di abitanti (da circa 750 a circa 650 milioni)
    L’Asia crescerebbe, ma non di molto
    L’Africa passerebbe da 1,3 miliardi a circa 4 Miliardi (4 miliardi, ci siamo capiti??)
    La sola Nigeria supererebbe di slancio il mezzo miliardo (e già sono oltre 160 milioni).
    La domanda è… che risposte diamo? perchè avremo bisogno (per sostenere una economia al 100% basata sulla crescita, qui in Europa) di rimpiazzare le persone perse. (100 milioni) ma sarebbe meglio crescere (quindi almeno 120 milioni).
    O ci rimettiamo a fare figli oppure???
    Chi fa andare avanti le NOSTRE attività produttive? Chi paga le NOSTRE pensioni?
    Non do risposte, faccio domande…
    Del resto il più grande motivo di tensione tra Cina e Russia è oggi quello demografico, lo confermava Caracciolo.
    La Russia e la Cina confinano a Est (zona Siberiana).
    L’intera Siberia (immensa e ricca di materie prime ma popolata da meno di 3 milioni di Russi, 3 volte la provincia di Bergamo per capirci) confina con la Cina (in quella zona alcune centinaia di milioni di cinesi) povera di materie prime e popolatissima di Cinesi di varia religione (non islamici in in quella zona..
    Esistono già piccole dispute territoriali, ma il timore è quello… che arrivino i cinesi, affamati di Terre e lavoro, laddove gente non ce n’è, ma la terra invece sì.
    Qui in Europa ci sono gli africani (in prevalenza islamici)
    Negli USA il problema sono i Sud Americani (messicani, latinos ecc.) che al 100% sono cattolici.
    Insomma, paese che vai, migrante che trovi (in ogni zona provengono da zone povere e sovrappopolate, il fattore religioso è secondario allora)
    L’Europa è un continente in declino e, come tutti vediamo con prospettive modestissime;
    Motivi storici, di totale disomogenieità culturale, linguistica, anche economica… che risposte allora?
    Io chiedo, ma come eludere una questione del genere??
    [Qui proprio non la seguo. L’argomento è complesso, non pretendo di rispondere con una notazione interlineare. Potrei rispondere che tutto quello che abbiamo scritto finora su Nusquamia contraddice alle premesse del suo discorso, a parte il punto della decadenza dell’Europa che, come lei sa, attribuisco alla prevalenza del cretino all’incontro con la prevalenza del politicamente corretto. Potrei rispondere così, ma sarebbe banale. Mi limito a osservare che, dopo una vita malvissuta, gli europei e gli italiani farebbero bene a pensare, se non altro, a morire bene, da uomini. Almeno quello. N.d.Ar.]

    Aggiungo che se oltre alla povertà (secondo alcuni provocata dal colonialismo, io questo non lo so) l’Europa con la scusa di esportare la democrazia fomenta le rivolte (Tunisia, Libia, Iraq, ecc.) per rovesciare i dittatori, beh. il cocktail è servito.
    Abbiamo zone (Libia e Iraq, Somalia, ora la Siria) che sono a instabilità Cronica, non temporanea.
    Ciò significa che non solo la gente vuole scappare da queste zone (sarebbe già grave, me è il meno grave dei problemi) e vuole scappare in aree stabili e con prospettive di vita, ma che essendo zone senza controllo sono il crocevia di trafficanti (di armi, uomini, organi, rifiuti..) totalmente indisturbati.
    E non credo che potrebbe bastare mandare i nostri soldati (che non siamo disposti nemmeno a sacrificare per difendere il Nostro benessere, ma ricordiamoci, il potere segue leve economiche, demografiche o militari (vedi il caso della Russia) per riprender il controllo di un territorio grande più dell’intera Europa.
    Un bel casino no??
    Ma resto fiducioso nel futuro e nelle sue occasioni..
    In Fondo…
    “Grande confusione sotto al cielo… la situazione è eccellente…”

    Buon Natale a Nusquamia

  3. Come se non fossimo sputtanati abbastanza dalla sciura Valeria [*]
    Renzi: che figüra! Per colpa sua ancora una volta siamo costretti a vergognarci d’essere italiani

    Renzi si presenta agli appuntamenti in ritardo, fa il piacione, aggiunge ritardo al ritardo rispondendo al ficofono, come l’ultimo dei cafoni della suburra politicante o mongomanageriale; quando il presidente Schutz prende la parola e, in particolare, si rivolge a lui, traffica ancora con il ficofono, sbadiglia e assume pose scimmiesche. Come diceva Tina Pica: che schifo!

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    [*] Però il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli «è stata tra le fondatrici di Se non ora quando?, partecipando all’organizzazione della manifestazione del 13 febbraio 2011 che ha dato l’avvio alla stagione di cambiamento e di risorgimento civico del Paese». Il fascismo si sarebbe ben guardato dal mettere Starace in un posto così delicato. Tutti sapevano chi fosse, gli faceva comodo, se lo tenevano, è vero: ma gli facevano organizzare le parate (che allora erano in orbace, più che fasciate e tricolorate), mica lo facevano ministro della Pubblica istruzione. Durante il ventennio, come abbiamo ricordato su Nusquamia, furono titolari di questo dicastero Gentile e Bottai, due uomini di livello intellettuale superiore e, credo, mai più raggiunto da nessun ministro dell’Istruzione nel dopoguerra. Tanto che Luigi Berlinguer, il “cugino”, quando divenne per meriti oscuri in parte, ma anche facilmente intuibili, Ministro dell’Istruzione, fece lo sbruffone e osò paragonare la sua riforma a quella di Gentile! La riforma della “scienziata” Gelmini non sarà che il completamento della riforma di Berlinguer: bella trojata! (Si noti che il Pd non era ancora nato e ufficialmente Luigi Berlinguer era “comunista”). La dittatura del politicamente corretto è arrivata a perpetrare un misfatto che quella fascista non ebbe il l’ardire di compiere.

  4. Virginia Thomson permalink

    Su segnalazione del Dott. Leonardi, leggo per la prima volta il blog di Nusquamia: il blog è una rivincita sui radical chic, giornalisti e politici, che hanno sempre guardato con disprezzo il popolo.

    • Nusquamia non è un organo di propaganda, non è un ipocrita giornale di opinione equanime (siamo onestamente faziosi), ovviamente non è un giornale di marketta, è un luogo di demistificazione della politichetta e discussione delle ragioni della politica ed è, soprattutto, un esperimento, che gli antipatizzanti espliciti e gli oblatori [*] di “buoni consigli” avrebbero voluto finisse anzitempo e comunque il prima possibile; e che invece continua. Ohibò! Questi — non so quanti l’abbiano capito, ma sono contento che lei appartenga alla schiera degli happy few di shakespeariana memoria — sono i fini precipui dell’esperimento:

      1. Punire i similprogressisti per l’ostentata sicumera, l’albagìa istituzionale, la presunzione di essere il sale del mondo. E perché poi? Fossero almeno furbi, come pretendono di essere. In realtà non ne azzeccano una e, in particolare, la dott.ssa Serra è stata “sgamata” in tutti gli aspetti del suo agire politico, proprio quelli che, da un lato, lei faceva di tutto per tenerci nascosti (per esempio, l’uso dei cittadini in apparato, come quando si mise in testa di fare politica internazionale, e si prestò a ricevere con tutti gli onori Vera Baboun, sindachessa di Betlemme, ricercatrice nella dottrina del “gender”, portavoce dell’Autorità nazionale palestinese, in perenne trasferta italiana, a fini di propaganda antisraeliana) o che addirittura, d’altro lato, pretendeva di presentarci come virtuosi, da riprovevoli che erano, e sono (l’attivismo fasciato e tricolorato, la determinazione, il femminismo, il rapporto speciale con le Acli, la mistica della condivisione, la neolingua, il politicamente corretto, il togliere la parola all’interlocutore ecc.).

      2. Il secondo fine era dimostrare che — “omnia munda mundis”, come disse fra Cristoforo — se è vero che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono, o possono nascere, i fiori, come c’insegna il buon Faber (Fabrizio de André). Nusquamia riesce a spiccare il volo, innalzandosi dalle bassure caliginose della politichetta, maleodoranti di cacate carte, all’altezza dell’atmosfera pura e tersa, dove siedono a ideale banchetto gli spiriti magni del passato, dove tutto è, come diceva il poeta, «ordine e bellezza, calma, lusso e voluttà» [attenzione, però: Baudelaire non intendeva il lusso pacchiano delle damazze, delle mantenute e delle operatrici orali di pubbliche relazioni]. Si possono prendere le mosse dall’indecorosa politichetta curnense per tessere l’elogio dell’onore, questo sconosciuto, e del rispetto per il principio superiore. Il femminismo volgare delle celebrazioni dell’obbligo politicamente corretto può suscitare un discorso sulla violenza e sulla natura violenta della nostra scristianizzata e aziendalistica società di merda. Un errore d’interpretazione della parola “fedifrago” ci aiuta a riflettere sull’importanza delle parole e sull’eredità della lingua latina. La rancorosa avversione per Nusquamia elargita a piene mani dal gatto padano serve di spunto per una digressione etnomusicologica. E così via.

      P.S. – Vedo che la Nuova destra organizzata curnense attinge ad alcune analisi svolte su Nusquamia, e fin qui passi, anche se l’abbinamento di una notazione di Nusquamia con una sparata populista stride, è un ibrido mal riuscito, un aborto dilazionato, come i cani di certe razze forzate, che a una certa età impazziscono, e i padroni li abbattono. Ma la pretesa di imitare lo stile è decisamente ridicola, il risultato si presta al sarcasmo più feroce; come quando i cocci della destra curnense, rabberciati con l’Attak, hanno scomodato il genius loci della bottega tipicamente curnense: con tutto il rispetto, quando vado ad acquistare il prosciutto serrano (e non vi dico dove), potrei essere interessato agli occhi di cerbiatta della commessa numidica, o alle mani di odalisca della commessa ucraìna, certo non vado a cercare il genius loci della bottega; non m’interessa incontrare lo spirito del maiale. Se volete imitare Aristide, almeno mostrate un minimo di senso della misura! Non serve assoldare (siamo al secondo tentativo, dopo quello, fallito, con il finian-futurista Quantile) un personaggio di buona volontà che si presti a svolgere il ruolo di simil-Aristide, bisognerebbe trovarne uno che avesse un vissuto come quello di Aristide. Chi cerca trova, è vero. Ma, cari signori della destra populista, seminatori di paura a fine di raccolta elettorale, fondatori di associazioni canine, amici ed ex amici del Pedretti, vi siete mai domandati se uno che abbia le caratteristiche di Aristide potrebbe mai essere disposto a lavorare per voi?

      ———————————————————–
      [*] Gatti padani, antipatizzanti e politici indigeni: cercate il significato del termine “oblatore” nel vocabolario. Non commettete l’errore di pensare che, se leggete su Nusquamia una parola che non conoscete, quella sia una parolaccia o un’offesa terribile. Vedi il caso recente di “fedifrago”, che Locatelli intese come “bastardo traditore”, o qualcosa del genere. Noi sappiamo che cos’è l’educazione, abbiamo una certa cultura e buon gusto quanto basta. Perciò lasciamo che queste espressioni fioriscano sulla bocca del Pedretti, all’indirizzo di Gandolfi (vedi sopra, dove si riproduce un comunicato “social” del Pedretti). Fra l’altro, mi pare che nessuno tra gli “attori” della politichetta curnense si sia mai scandalizzato, né delle parole né dei gesti del Pedretti (per esempio, la famosa ispezione in modalità di provocazione), nemmeno fra i suoi amici, fra cui si annovera il Locatelli che con il Pedretti diede vita alla famosa lista “Claudio Corti sindaco”, rappresentata nel Consiglio comunale da Cavagna il Giovane, che del Pedretti, infatti, è una sorta di reincarnazione.

  5. R. Bianchi permalink

    @Nusquamia

    Dubbio.
    Aristide l’ ateniese celebre per il suo amore per la giustizia?
    O il pittore di Tebe?
    O lo scultore?
    O il famoso matematico di Samo?
    O il poeta , autore di fabulae Milesiae?

    [Il primo. N.d.Ar.]

  6. Un ritorno di fiamma della tecnica del sorrisetto asseverativo: questa volta, metamorfosato in forma di proverbio
    La dott.ssa Serra scantona e si dà ragione da sola. Non so le Acli di Bergamo, ma Sant’Agostino non sarebbe d’accordo


    Facendo clic sull’immagine è possibile leggere il libro di Sant’Agostino Contra Academicos, scritto nel periodo in cui maturava la sua conversione al cristianesimo, nel ritiro di Cassiciacum (identificato nell’attuale Cassago Brianza). Il libro si apre alla pagina che riporta il brano di seguito citato: è facilmente consultabile da casa nel sito della biblioteca digitale ‘Internet archive’, e non nel Bibliomostro curnense, una deplorevole testimonianza di velleitarismo provinciale e piccolo borghese dell’amministrazione comunale di Curno.

    1. – Metamorfosi del sorrisetto asseverativo – Abbiamo osservato, più di una volta, che dopo la sconfitta elettorale di Hillary Clinton, la dott.ssa Serra ha sottoposto a revisione il suo look: non si presenta più trionfante, tonica, palestrata, biciclettata, bordata di foulard arancione (colore che non è più di moda, anche perché porta sfiga), come l’avevamo vista nel 2012, all’acme della sua determinazione. Soprattutto ha cancellato dal volto il sorrisetto asseverativo che invariabilmente appariva immediatamente dopo la troncatura di un dibattito allo stato nascente, o a chiusura di una presentazione di slàid, dette anche Gamba-slàid (furono introdotte nel rituale della politichetta curnense dalla dott.ssa Gamba, in anticipo sulle slàid renziste, e sul tormentone che ne avrebbe fatto Crozza). Il significato del sorrisetto era inequivocabile: «Punto! Basta! Non m’interessa! Ho ragione io! Tiè, tiè, tiè!».
    Sorella Hillary rideva sempre, in particolare quando le si poneva una domanda imbarazzante. Più rideva, più il consenso e la simpatia dell’elettorato, del suo stesso elettorato, scemavano. Così avvenne che sorella Hillary perdesse le elezioni: sorella Perlita, che a queste cose presta molta attenzione, capì l’antifona e cambiò immediatamente look: il nuovo look è meno trionfalistico e soprattutto senza sorrisetti asseverativi, la dott.ssa Serra si presenta quasi dimessa, non vuole più apparire una superdonna, con superpoteri, con aderenze nella Bergamo che conta, nella sua Svizzera (non dimentichiamo che Ginevra è la seconda sede dell’Onu, dopo quella di New York), nel mondo (come dimenticare Vera Baboun, esponenente di Al Fatah, partito “riconciliato” con Hamas, movimento politico e militare che ribadisce il rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele?).


    La sede dell’Onu a Ginevra.

    Ma ecco che, pur scomparso dal volto, il sorrisetto asseverativo torna a galla, metamorfosato, in un documento della dott.ssa Serra. Rispondendo per iscritto a un intervento di Gandolfi nel corso della seduta di Consiglio comunale del 3 novembre 2016 [*], a proposito dell’adozione della variante del Pgt, la dott.ssa Serra conclude, con riferimento esplicito a Gandolfi, che le aveva rimproverato un calo di coscienza ambientalistica, con queste parole: «Il bue che dà del cornuto all’asino». L’intervento è stato trasmesso all’Ufficio di protocollo, immagino che sarà presto leggibile nel sito del Comune.
    Con questa espressione proverbiale, metamorficamente equivalente al sorrisetto asseverativo (Ho ragione io. Tiè, tiè, tiè!), la dott.ssa Serra voleva dire a Gandolfi: guarda che se io sono poco ambientalista, tu lo sei ancora meno. Peccato però che la dott.ssa Serra abbia scantonato rispetto ai rilievi che le sono stati mossi.

    2. – Lo scantonamento della dott.ssa Serra – Infatti la dott.ssa Serra fa il conto dei metri cubi edificabili secondo quanto previsto dalla variante del Pgt, li confronta con quelli del Pgt a suo tempo presentato da Gandolfi, arriva alla conclusione che la nuova volumetria equivale numericamente, più o meno, a quella precedente, anzi è forse inferiore. E conclude con il sorrisetto asseverativo, questa volta metamorfosato. Ma, per potersi dare ragione, la dott.ssa Serra scantona, due volte:
    a. Scantona sulla qualità delle aree edificabili: quelle rese edificabili da Gandolfi erano di minor pregio rispetto a quelle indicate come tali dalla revisione similprogressista. Pur di avere ragione, la dott.ssa Serra ha stravolto il problema, come se fosse quantitativo, e non qualitativo.
    b. Scantona sul tema della sensibilità ambientalistica della giunta serrana, che nel proprio programma elettorale aveva promesso di «compiere le scelte più opportune per rendere Curno un paese in cui sia bello vivere». E non si peritò di salire sul podio per affermare, nemmeno fosse il Nerone di Petrolini rivolto all’“ignobile plebaglia” di Roma, che «un paese in cui è bello vivere è un luogo in cui il territorio è curato, tutelato, trasformato secondo una pianificazione partecipata e coordinata». E Gandolfi ebbe buon gioco a domandare: «Dov’è la tutela del territorio, e dov’è la partecipazione?».

    3. – Tecnica dello scantonamento – La tecnica dello scantonamento è antica come il mondo. Consiste in questo: io avrei torto su A, ma ho ragione su B. Se il mio avversario porta il discorso su A, io scantono, non rispondo su A, ma porto il discorso su B, dove invece ho ragione, anche se l’avversario non si è nemmeno sognato di far menzione di B. Dimostro dunque che su B ho ragione e concludo che ho ragione io, anche su A. Se riesco a impedire la replica dell’avversario, levandogli la parola di bocca, impedendo ai giornalisti anglorobicosassoni di andarlo a sentire, o con qualche altro idoneo trucchetto, e se parlo davanti ha un uditorio di mongoletti, risulterà ai più che ho ragione io; e per soprammercato ci faccio un bel sorrisetto asseverativo.
    Questa tecnica non piaceva affatto a Sant’Agostino che nel libro Contro gli accademici (noto anche come Controversia accademica) condanna questo modo di affrontare le questioni come proprio della cosiddetta (quod dici solet, nell’originale latino) «contesa toscana» [**]. Agostino immagina di essere impegnato in una discussione con due giovani e con l’amico Alipio sulla Media e sulla Nuova Accademia, due scuole filosofiche di ascendenza platonica, confluite nello scetticismo. A un certo punto Agostino agita la questione: “Ma, secondo te, quel filosofo accademico possiede veramente la conoscenza?”. Alipio replica: “E a te sembra la stessa cosa, o sono due cose diverse, se quegli sa o gli sembra di sapere?». Ed è qui che viene il rimprovero di Sant’Agostino:

    Quanto stai dicendo, gli risposi, è simile a quella che si suol denominare contesa toscana. Avviene quando la questione proposta non sembra decisa dalla sua soluzione, ma dalla presentazione di un’altra questione. Anche il nostro poeta [Virgilio], nelle Bucoliche, ha giustamente giudicato che questo modo di fare è roba da contadini, se non da pastori. […] Come grande favore, ti prego di concedermi, prima di tutto, che ti degni rispondere alle domande che ti rivolgo io e non a quelle che tu formuli.

    E adesso proviamo a ragionare: perché la dott.ssa Serra si è sentita in dovere di rispondere in maniera così piccata a Gandolfi e dopo così gran tempo? Di solito lei è “sobria” nei confronti di Gandolfi, cioè lo ignora, se può; oppure ride e minimizza. Per non parlare di Nusquamia. Questa d’altra parte è la parola d’ordine alla quale si sono tenuti e tuttora si attengono i giornalisti anglorobicosassoni. In questo caso, invece, la dott.ssa Serra prende Gandolfi di petto. Che cosa è successo? A quale scenario sta facendo riferimento?

    …………………………………………
    [*] È possibile leggere l’intervento di Gandolfi nell’articolo di Nusquamia: Consiglio comunale, 3 nov. 2016.

    [**] Ho cercato a lungo la ragione per cui questo modo di scantonamento, sarebbe tipico della “contesa toscana”. Tutti coloro che usano tale espressione fanno riferimento ad Agostino, che riporta un esempio di scantonamento ripreso dalla terza bucolica di Virgilio. Lì, effettivamente, c’è scantonamento. Ma perché Agostino si esprime così? Forse perché nel canto melibeo – a botta e risposta, cioè – messo in versi da Virgilio colui che scantona, Menalca, è etrusco? Non credo, non risulta. O perché Agostino accredita a Virgilio l’origine etrusca, come del resto era di famiglia etrusca Mecenate?

  7. ALGIDO permalink

    Beh… quali fossero le intenzioni “edificatorie” della Giunta Gandolfi risultarono chiare nella famosa assemblea organizzata dal PD che mostrò i documenti.
    Una bozza poi in parte modificata in cui però l’uso di aree non solo vergini, ma anche pregiate (edificazioni dietro i campi sportivi della Marigolda ad esempio) erano evidenti.
    [Quell’assemblea, se la memoria non mi falla, doveva essere una specie di processo sommario a Gandolfi, un po’ come i processi alle streghe, per esempio quello di Pisogne in Lombardia o a Salem nel Massachusetts, in altri tempi. Si indice un’assemblea cammellata, la cosiddetta sinistra svolge insieme il ruolo di pubblico accusatore, giudice, giuria e carnefice. E il povero Gandolfi è condannato come un eretico: se è presente, bene; altrimenti sarà comunque condannato contumace. La cosiddetta sinistra, in generale, pur dialogante con il Pedretti, e non senza voluttà, ha sempre evitato di confrontarsi alla pari, con i portatori di un pensiero libero e razionale. Per esempio, ignora programmaticamente le critiche che le vengono mosse da questo diario, che — se mi passa l’espressione dostoevskijana (vedi l’inconcludente Stepàn Trofimovič dei ‘Demòni’)– costituisce un rimprovero vivente per i politici indigeni e per il giornalismo anglorobicosassone. Ed è chiaro che quanto più la cosiddetta sinstra insiste nell’atteggiamento assurdo di “sopire e troncare, troncare e sopire’, tanto più si fa del male. Questo diario avrebbe potuto essere una palestra dell’intelligenza residua e una pista di decollo del pensiero critico, anche in un paese come Curno, che sembra maledetto da Dio, se appena torniamo con la mente a cose che lei ed io conosciamo benissimo. Invece è stato demonizzato (dott.ssa Serra), denunciato (Pedretti), minacciato di denunce (Quantile), bombardato perché “deragliasse” (gatto padano), preso d’assalto perché mutasse rotta e divenisse una sorta di giornale umoristico, senza disturbo per i manovratori occulti (zuzzerelloni vari, ai quali è stato a suo tempo dedicato il Salotto di nonna Speranza), fatto oggetto di oblazione di “buoni consigli” (perfino da parte di Tarcisio, che però accampa scuse per non essere intervistato). Eppure la cosiddetta sinistra, in particolare, avrebbe potuto evitare di cacciarsi nel vicolo cieco del politicamente corretto nel quale è stata trascinata dalla dott.ssa Serra. Invece, le poche volte che in Consiglio Gandolfi – en passant — ha nominato Nusquamia, ho colto nella dott.ssa Serra indizi evidentissimi di nausea. Perché? Voi e il Pedretti chiamavate le vostre assemblee “cittadine”, e invece erano soltanto assemblee cammellate, dove pretendevate di celebrare processi sommari, che pretendevate popolari e democratici: come quell’altra assemblea sulla scuola, che grondava risentimento e che avevate organizzato per stroncare sul nascere la gioiosa battaglia delle idee. Adesso non si celebrano più assemblee cammellate, ma solo perché finalmente sono state demistificate da Nusquamia. Come del resto meritavano. N.d.Ar.]

    LA coscienza ambientalista si può discutere, ma non il fatto che la Giunta Serra abbia puntato su due cose sopratutto:
    1) Eventuale ampliamento Freni Brembo (che a Curno ha il maggior stabilimento in Italia, e da lavoro a oltre 1200 persone)
    2) maquillage dell’area commerciale (che è ormai obsoleta e a rischio declino, essendo del 1991), le cui opere strategiche sono legate a singoli ampliamenti di attività esistenti ( e quindi a rischio zero di invenduto) oltre alla aggiunta della galleria commerciale di un comparto ristorazione.
    [Non sono talebano e pur detestando il consumismo e l’ideologia dei centri commerciali, non sarò io a fare il sodomita con il deretano altrui. C’è la crisi, il popolo di coloro che non hanno santi in paradiso soffre, purtroppo la crescita economica è ancora necessaria. La transizione verso la cosiddetta “decrescita felice”, che vedo come salvifica per la cultura occidentale, non potrà che essere graduale e, oltre tutto, accompagnata dalla consapevolezza della necessità di una forza militare deterrente. Non ho tempo per fare il ragionamento completo: chi ha curiosità intellettuale provi a ragionare sulle navi nere del commodoro Perry con le quali gli Stati uniti imposero al Giappone medievale l’apertura delle frontiere: se devi difenderti dalle “navi nere” della globalizzazione, devi avere le tue navi bianche. E questo non è un discorso ‘à la Salvini’, sia ben chiaro, non è un discorso di infingarda propaganda per acchiappare voti, non sto proponendo una nuova merdosa associazione degli amanti dei cani, o dei coccodrilli: è un dicorso in prospettiva umanistica. Tutto ciò premesso, posso accettare un ‘aiutino’ all’area commerciale, che non minimizzerei come maquillage. Ma il discorso dovrebbe essere serio, senza tentativi di castrazione dell’universo del discorso e senza sorrisetti asseverativi. N.d.Ar.]

    A parte ciò alcuni piccoli interventi “vincolati” alla realizzazione di opere (un passaggio pedonale qui. un sottopasso ferroviario là, ecc.), opere prioritarie.
    [Sulle cacate carte, sui dettagli, avete sempre ragione voi. Dirò di più: sono patetici i tentativi di Cavagna il Giovane di farvi le pulci sul numero di viti che assicurano le doghe delle panchine ai montanti in ferro (un esempio inventato, metafora di tutte le cazzatine che, apparentemente, appassionano i politici indigeni). Il fatto è che avete torto marcio nell’impostazione politica di fondo, che è quella che conta. Personalmente mi rifiuto di annusare le cacate carte, a ognuno il suo. Né mi faccio trascinare su quel terreno. N.d.Ar.]

    Gandolfi non ha partecipato alle commissioni, ai capigruppo e alla esposizione in consiglio. nemmeno alla votazione. Non mi è piaciuto.
    [Immagino che a Gandolfi non piacesse essere usato in apparato, nella consapevolezza che la cosiddetta sinistra, i cosiddetti attori del territorio se la cantano e se la suonano come vogliono. Perlomeno — parlo per me — non mi piacerebbe essere considerato culo buono a sedersi a un tavolo dove si allestisce la farsa della partecipazione, non mi piacerebbe essere interrotto, farmi ridere in faccia qualora dicessi qualcosa di imbarazzante per i signori della recita ecc. Mi piacerebbe parlare con persone intelligenti, interessate al mio punto di vista, che non è più spregevole di altri (ne ho la certezza, se considero il mio vissuto e mi confronto con i politici indigeni curnensi). Ma se devo parlare avendo la consapevolezza che qualcuno pensa “Ma sì, lasciamolo parlare, tanto non ce ne frega niente. E se dice qualcosa che non va, gli mettiamo la mordacchia”, sono costretto a farmi reo del ‘contempt of court’. N.d.Ar.]

    Dove va per il capodanno? Riemerge da acque termali?
    [Spero di morire senza essere mai stato in uno stabilimento termale. Un dèmone mi dice quel che non devo fare, anche se tace, quando invece sono indeciso sul da farsi. N.d.Ar.]

  8. Incontri a Parigi

    Questo è il finale di uno dei tre episodi del film Incontri a Parigi, del regista svizzero-francese Éric Rohmer. L’episodio s’intitola “Le panchine di Parigi”, ed effettivamente di panchine ne vediamo tante, perché lui e lei s’incontrano clandestinamente, in tutti i parchi di Parigi, si siedono su tutte le panchine. Lei insegna matematica e vive con un fidanzato tutto preso dal lavoro. Lui è professore di lettere, non ha una casa tutta per sé. S’incontrano ai giardini pubblici, anche adesso che la stagione fredda avanza inesorabilmente. Lui non è contento, le effusioni sono poche o nulle, sembra invece che a lei piaccia così. Le piace tenere il piede in due scarpe.
    Lei un giorno, improvvisamente, dice che il fidanzato è partito per Lione, pochi giorni, e di punto in bianco propone al professore di passare una notte in un albergo di Montmartre. Si viene a sapere che quell’albergo è un suo antico sogno, perché si fa sempre quel che vuole lei. Quando i due sono davanti all’albergo lei vede il fidanzato che vi si reca con un’altra. Già, perché lei aveva proposto al fidanzato, anche a lui, di passare una notte in quell’albergo, ma poi non se n’era fatto niente. Insomma il fidanzato le ha rubato l’idea, e la tradisce. Allora lei scopre il gioco: le piaceva tenere il piede in due scarpe, e poiché il rapporto con il fidanzato è finito, ebbene, è finito anche il rapporto con il professore.
    Anche gli altri due episodi del film trattano il tema dei rapporti triadici e del ruolo fondamentale dell’indeterminazione nello scioglimento del rapporto di coppia, la coppia principale e la coppia secondaria insieme. Il film è stato definito pessimista perché mostra l’inanità delle parole e delle intenzioni, a fronte del ruolo del caso. Io non trovo che sia pessimista, secondo me il film è un apologo filosofico.
    Dopo aver visto il film, non è male ascoltare questa canzone di Brassens, Les amoureux des bancs publics:

  9. Promemoria per le Acli di Bergamo
    Tommaso Moro non confondeva il papa con il Dalai Lama, la figlia parlava latino

    Lo so, la Chiesa va incontro a una deriva protestante, perciò le Acli di Bergamo squittiscono di gioia, inoltre vanno di moda i sacerdoti che non credono in Dio, il canto gregoriano è considerato poco meno che diabolico. È probabile che la lettera apostolica di Benedetto XVI, Summorum pontificum sia abrogata, di qui a non molto. [in latino: qui] Invece piace molto agitarsi sulla “convivialità delle differenze”, come ebbe a dire con sincero e un po’ compiaciuto trasporto don Tonino Bello, suscitatore di entusiasmo nelle persone semplici (e in qualche furbetto). [*] Uno dei possibili sbocchi di carriera della dott.ssa Serra, sindachessa di Curno cattofemminista, potrebbe essere l’assunzione della carica di vescovo di Bergamo, primo vescovo donna d’Italia. Tutto sommato sarebbe il male minore.
    Va bene, sopporteremo anche questo, come abbiamo sopportato con animo imperturbabile tante altre cose. In compenso però, se non altro per dare un dispiacere alle Acli di Bergamo, presentiamo uno spezzone del film Un uomo per tutte le stagioni: vi si narra di Tommaso Moro, insigne umanista, santo della Chiesa e cancelliere del re, condannato a morte in quanto reo di alto tradimento (fedifrago anche lui?) per non aver riconosciuto la supremazia del re d’Inghilterra, Enrico VIII, sulla Chiesa romana.
    Vediamo nello spezzone il re che s’intrattiene con la figlia di Tommaso Moro: poiché sa che è una persona erudita (lo fu veramente) le rivolge la parola in latino, le domanda se conosce anche il greco e conclude con l’elogio delle proprie gambe.

    Ecco il dialogo:

    HENRY – Why Margaret, they told me you were a scholar.
    THOMAS – Answer, Margaret.
    MARGARET – Among women I pass for one, Your Grace.
    HENRY – Antīquōne modō Latīne loqueris, an Oxoniēnsī? [Do you speak Latin the old way or the Oxford one?]
    MARGARET – Quem me docuit pater, Domine.
    HENRY – Bene. Optimum est. Graecamne linguam quoque tē docuit?
    MARGARET – Graecam mē docuit nōn pater meus sed meī patris amīcus, Johannes Colētus, Sanctī Paulī Decānus. In litterīs Graecīs tamen, nōn minus quam Latīnīs, ars magistrī minuitur discipulī stultitiā
    HENRY – Can you dance, too?
    MARGARET Not well, your Grace.
    HENRY – Well I dance superlatively. That’s a dancer’s leg, Margaret.

    Traduzione:

    ENRICO – Margherita, è vero quel che mi si dice, che sei una persona erudita?
    TOMMASO – Rispondi, Margherita.
    MARGHERITA – Vostra Grazia, ho fama di esserlo, fra le donne.
    ENRICO- Parli latino alla maniera antica o a quella di Oxford?
    MARGHERITA – Quella che mi ha insegnato mio padre, Sire.
    ENRICO – Bene, ottimo. Ti ha anche insegnato la lingua greca?
    MARGHERITA – Il greco non me l’ha insegnato mio padre, ma Giovanni Colet, decano di San Paolo e amico di mio padre. Nello studio del greco tuttavia, non meno che in quello del latino, l’abilità del maestro è frustrata dalla stupidità del discepolo.
    ENRICO – Sai anche ballare?
    MARGHERITA – Non bene, Vostra grazia.
    ENRICO – Bene, io ballo superbamente. Queste sono gambe da ballerino, Margherita.

    Nota 1 – La maniera antica di parlare latino (la pronuncia “restituta”) è quella introdotta da Erasmo da Rotterdam, che era amico di Tommaso Moro. Era stata adottata a Cambridge, ma non a Oxford.

    Nota 2 – Tommaso Moro è autore dell’Utopia, alla quale accennava nella corrispondenza con l’amico, latinizzandola in Nusquam(i)a: “Utopia” è una parola greca coniata dallo stesso Moro.

    ……………………………………………………..
    [*] Sentiamo don Tonino Bello: quant’è carismatico!

  10. Diritto di rappresaglia preventiva

    Staremo via due giorni. È possibile che in questo tempo il gatto padano voglia ancora accennare al nostro brillante diario — brillante, se non altro in rapporto allo squallore delle cacate carte per cui va pazzo — con la solita apostrofe iconica:

    Il gatto padano si permette di esprimere il suo “geometrico” giudizio (un frattale, o una frattaglia?) su Nusquamia con la stessa spudoratezza con cui il geom. Pedretti definiva “ecomostro” il progetto dell’arch. Bodega. Che dire? Sutor, ne ultra crepidam! (cioè: Ofelè fa el to mestè!).
    Perciò, come rappresaglia preventiva, pubblichiamo uno spezzone del film realizzato dal M° Lattuada (fra l’altro, anche lui architetto e uomo di gusto raffinatissimo): sappiamo per certo che al gatto darà fastidio. Lui soffre (alla vista della bella Nastassja), noi godiamo.
    Buon anno agli amici di Nusquamia ma anche — perché no? — agli odiatori di Nusquamia. Ci sentiamo il primo dell’anno. Valete.

    P.S. – L’accostamento di Nastassja Kinski a don Tonino Bello non è casuale: è politicamente scorretto, in sintonia con la linea editoriale di Nusquamia. Tanto più che don Tonino Bello è un sacerdote movimentista, pochissimo tradizionale, pochissimo tomista, ma paganamente entusiastico ( dal greco ἐνθουσιασμός < ἐν + θεός + οὐσία, "posseduto dall'essenza del dio", come nei riti dionisiaci), come piace alle Acli, ai cattoprogressisti e alle cattofemministe.

  11. Uno strumento di difesa individuale e collettiva contro la prevalenza dell’impostore


    Facendo clic sull’immagine è possibile leggere il documento pdf ottenuto per scansione da p. 23 del Fatto quotidiano del 31 dicembre 2016.

    .

    L’ultimo dell’anno abbiamo letto con piacere sul Fatto quotidiano un articolo-intervista di Nando dalla Chiesa a Giancarlo Rossi. I due sono amici di vecchia data, già al tempo di Società civile, il circolo, poi movimento politico, creato da Nando dalla Chiesa, del quale Rossi fu socio, militante e qualcosa di più. Ecco alcuni passi fra i più significativi dell’articolo:

    Tipi così se ne trovano pochi. Nell’era dell’italiano che si fa poltiglia, in cui “finalizzare” è usato per “concludere” , e “schernirsi” è scambiato per “schermirsi”, uno che difende la purezza suprema del latino, e in latino legge e addirittura parla, sembra il più alieno tra gli alieni. Eppure non è un monaco e nemmeno un vecchio professore di lettere classiche. Ma un architetto oggi in pensione che ha lavorato per decenni nel cuore della operosa e ruspante Lombardia, «soprattutto con giunte di centro-sinistra, mai quelle di Tangentopoli, e ho litigato solo con quelle calabro-socialiste». Giancarlo Rossi la passione del latino se la porta dietro fin dai tempi delle medie del Parini di Milano.
    […] A chi gli chiede se non si senta un po’ fuori tempo, sfodera una sua precisa teoria. Il latino, assicura, svolge una funzione politica. «Ho il sospetto che l’ostilità al latino, priva di argomentazioni ma intrisa di radicalità emotiva, sia simbolo e sintomo di altro: ossia dell’ostilità del potere verso la cultura. Ci faccia caso: destra e sinistra, tranne una minuscola pattuglia di conservatori e gruppuscoli di cani sciolti progressisti, da decenni cospirano per abolire la tradizione umanistica. Lavorano a infiacchire l’abitudine al pensiero critico. Basti pensare agli anni novanta del secolo scorso, e alla stupefacente assonanza tra le riforme del ministro Luigi Berlinguer e la scuola delle “tre I” della ministra Moratti, che venne dopo di lui; o alla resistenza di criteri didattici improduttivi nell’insegnamento delle lingue classiche, quale che sia il colore del governo in carica».
    […] «Vede, chi è mediamente colto, voglio dire chi ha imparato a sospendere il giudizio, finché almeno non ha raccolto tutti gl’indizi, e si è nutrito col pensiero dei grandi uomini dell’antichità, difficilmente può essere ingannato dall’imbonitore di turno. Preferisce dare il suo voto a chi appare più credibile per argomentazioni, non a chi strilla più forte ed eccita le viscere e i testicoli invece del cervello e del cuore. Insomma il latino è un’arma di verità che, ben maneggiata, non solo ci difende dagl’inganni della pubblicità, mercantile o politica, ma ci dà la speranza di comunicare con maggior consapevolezza con i nostri contemporanei».
    Il latino contro il potere. Chi l’avrebbe mai detto?

    Che dire di più? Date le circostanze, e in nome di un principio superiore, quello della lotta senza quartiere all’imbecillità e all’impostura (che si nutrono l’una dell’altra), per cui il metodo umanistico e la ragione illuministica sono utensìli pressoché indispensabili, ritengo utile soprassedere nella mia polemica contro il concetto nandochiesastico di “società civile” che a suo tempo tanto piacque alle picae pulvinares [*] milanesi; o, quanto meno, attenuarla. Allora dirsi appartenenti alla “società civile” era come un fiore all’occhiello; anche il Pedretti nel 2007 — lo ricordo bene — in un suo volantino elettorale scrisse di essere uno che viene dalla società civile. Il sociologo De Rita fu uno dei primi a sganciarsi: in una sorta di autodafé non negò di aver subito l’«attrazione» del concetto e della locuzione di “società civile”, ma poi ne prese le distanze: vedi Requiem per la società civile.
    Ritengo però che Nando dalla Chiesa non porti responsabilità per l’intervista alla dott.ssa Serra, La professoressa di francese che sfida la Lega nella “Padania”: l’attuale sindachessa di Curno, dopo l’intervista in cui si diceva disgustata dalla Lega nord, di lì a non molto, come membro dell’opposizione consiliare, si rese protagonista di un inqualificabile episodio d’indifferenza etica, al tempo dell’ispezione in modalità di provocazione, presso la locale “moschea”, promossa dal Pedretti, noto politico territoriale, successivamente fruitore di rimborsi regionali allegri. Il Pedretti era allora nelle grazie della dott.ssa Serra, che con lui avrebbe promosso la congiura dei piccoli boiardi curnensi, il 19 marzo 2012, capitanata dal Pedretti in persona. [**] Ma tutto questo è responsabilità della dott.ssa Serra, certo non di Nando dalla Chiesa.

    ……………………………………………………
    [*] L’espressione pica pulvinaris si trova in Petronio, con riferimento a Fortunata, moglie dell’arricchito Trimalchione, sempre ricca di “buoni consigli” e garrula in maniera insopportabile. Per la sua loquacità viene chiamata pica, cioè gazza; pulvinaris perché siede su un cuscino: insomma una cornacchia salottiera (dico “cornacchia”, ricordando che nel film La terrazza Vittorio Gassman, nella parte di un intellettuale in crisi, così apostrofava una giovane e stupenda Stefania Sandrelli, salottiera nel film per esigenze di copione). Le picae pulvinares mediolanenses sono assimilabili alle précieuses ridicules di Molière.

    [**] Si veda Amarcord_5 • La mordacchia, l’indifferenza etica, la banalità del male.

  12. Lettrice permalink

    @Aristide

    Bella e perduta (2015), un film di Pietro Marcello

    • Mah, a suo tempo avevo letto qualche recensione, avevo visto il provino (che oggi chiamano trailer). Ho avuto l’impressione che fosse una cosa un po’ pasoliniana, alla Uccellacci e uccellini. Anche il fatto che tutti ne parlassero bene, ma nessuno si esprimesse decentemente, in buon italiano, voglio dire, per dire il bene di questo film, m’insospettiva. Possibile, dico io, che non ci sia una persona colta e intelligente che riesca a dire qualcosa di questo film che non sia scontata, e prevedibile, raccontino compreso? Possibile che se ne possa dir soltanto bene, e soltanto in modalità zoccolante? Sentivo il fiato delle pubbliche relazioni. E poi, se devo dire la verità, le favole non mi piacciono. Guardi, non sto affermando che questo è un film brutto. Dico soltanto che non mi sento invogliato a vederlo. Altri sono i film che vorrei vedere o rivedere, il tempo fugge irreparabile e non me la sento di fare un investimento (di tempo) probabilmente sbagliato. Domani mi arriva il Dvd di un film di fantascienza che parla proprio di questo: gli uomini hanno un computer di bordo, installato nella viva carne, per così dire, per cui il tempo della vita può essere acquistato o venduto.

  13. La sciura Valeria di Treviglio e i suoi tre sottosegretari

    .
    Riassumendo: ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è la sciura Valeria, ex sindacalista, poco esperta di pedagogia e del sistema scolastico, ma latrice di una proposta di legge per introdurre l’“educazione di genere”. I suoi sottosegretari, come annuncia Maria Elena Boschi, l’unica cosa bella in tanto squallore politico, sono:
    • Vito De Filippo, ex sottosegretario alla Salute;
    • Angela Donghia, imprenditrice del Settore abbigliamento (anche lei opera nella nicchia del “lusso”, come la fasciofemminista?);
    • Gabriele Toccafondi, già consigliere comunale a Firenze, uno che nel suo sito si presenta con lo slogan “Al servizio di tutti, servo di nessuno”, ma che sta con Angelino Alfano e che negl’incarichi precedenti si è occupato della “libertà di educazione”: il che, in soldoni, vuol dire che si è dato molto da fare per le scuole private.

    Ecco, con queste premesse, potrà mai l’Italia aspirare ad avere una scuola di Stato seria, come pure fu in altri tempi, non necessariamente migliori, ma almeno la scuola era decorosa? Quando non ci si trastullava con le bùbbole di genere: eppure, se uno ha letto appena qualche libro, non durerà fatica a comprendere che l’assenza del trastullo di genere non comportò trauma alcuno, per nessuno. La scuola dovrebbe porre le premesse per una crescita morale, civile ed economica del paese, dubito tuttavia che la classe dirigente di questa terra maledetta voglia farsi carico del problema.
    Non saranno quattro licei d’eccellenza, come si dice con espressione da mongomanager infoiato e ignorante, a salvare il paese. Vedi il liceo classico del Sacro Cuore a Milano, cinquemila euro di retta, al primo posto in classifica secondo la Fondazione Agnelli, [*] che assicura un avvenire ai figli della borghesia di fascia alta: ma per il futuro dell’Italia è come se questi licei non esistessero.
    Dovrebbero tornare a esistere, invece, licei di altissimo livello in tutti gli angoli del paese, proprio come una volta, licei di Stato, gratuiti, per tutti i ragazzi che hanno voglia di studiare, cresciuti in un’Italia diversa, un’Italia governata da una classe dirigente all’altezza della bisogna, dove si affermasse il primato della cultura, della libertà, della fratellanza, dell’eguaglianza delle condizioni di partenza (almeno quelle) e del decoro, che è cosa più importante di quel che si creda. Dove, per esempio, un preside che si compiacesse di far pubblicità al suo istituto ricorrendo alle bellurie del marketing mongomanageriale sarebbe immediatamente licenziato per manifesta indegnità. Altro che “eventi” fasciati e tricolorati!

    ………………………….
    [*] Si veda Classi ristrette, laboratori e digitale. Così il Sacro Cuore è arrivato al top. “Al top”? Ma chi si è inventato questo titolo di merda?

  14. “Cinocoprologia”: il progresso scientifico applicato alla merda di cane
    Quando i cani non sono soltanto un business elettorale

    La notizia è che il Comune di Malnate, in provincia di Varese, schederà il Dna dei cani; quando l’operatore ecologico rilevasse merda di cane sul suolo pubblico, procederà a un prelievo che, sottoposto all’esame del Dna, consentirà d’identificare il cane cacatore. Il proprietario del cane che non abbia rimosso la deiezione sarà sanzionato.
    Per la gioia degli avvocati di Varese, pare che il regolamento comunale non preveda che la merda del cane identificata sul suolo pubblico sia anche fotografata. Poiché è inevitabile che tracce di copro-Dna aderiscano comunque al suolo anche dopo la rimozione del prezioso fardello, ecco che il proprietario del cane identificato con il Dna potrebbe sempre sostenere, in sede di cazzeggio giuridico, che una semplice striscicata di merda non può essere sanzionabile. Le associazioni degli amici a quattro zampe potrebbero far sentire tutto il loro potere lobbyistico, denunciare il fumus persecutionis; sempre in sede di cazzeggio giuridico, si potrà discettare fino allo sfinimento di Dna nucleare e mitocondriale, in analogia al caso Bossetti.
    E a Curno? A Curno, paese notoriamente “bello da vivere” — così pretende l’amministrazione serrana — considerato l’alto livello delle competenze canine della Ndoc – Nuova destra organizzata curnense e, in particolare, dello statista “ggiovane” che la rappresenta in Consiglio, una volta tanto maggioranza e opposizione potrebbero lavorare fianco a fianco alla stesura di un regolamento cinocoprologico condiviso (la cinocoprologia è la scienza della merda di cane): è prevista la fotografia della deiezione canina, mediante ficofono. Questa sì che è civiltà, questa è la bella politica!

  15. Nuova punizione per il gatto padano

    Abbiamo capito che il gatto padano considera politicamente scorretto l’elogio della prima F di Nusquamia (ricordo che le tre F di Nusquamia sono Fica, Filosofia, Fonolinguistica; niente che fare dunque con le tre F del re borbonico Ferdinando II re delle due Sicilie: Feste, Farina, Forca). Perciò pubblichiamo uno spezzone del film di Damiano Damiani, La noia, tratto dall’omonimo romanzo di Moravia, dove il livello di fichitudine di Catherine Spaak tocca vette difficilmente raggiungibili da qualunque altra fanciulla nella storia. Catherine Spaak — ricordo — era di buona famiglia, figlia di un affermato sceneggiatore cinematografico e nipote dello statista belga Paul-Henri Spaak; perciò fu definita “reginetta del Mercato comune”.
    Bene, dopo aver disgustato il gatto padano con questa visione per noi celestiale, per lui diabolica, spieghiamo perché viene così punito. C’è una sua pagina in cui riprende alcuni punti della nostra analisi politica e della nostra demistificazione dell’albagìa della dott.ssa Serra, che lui condisce con considerazioni puntigliose sulla base dell’esame delle cacate carte (nell’annusamento delle quali è maestro) in cui osa scrivere: «La contorta risposta che il tenutario della Latrina di Nusquamia dà alla sua spalla (il politicamente travestito Algido) indica la difficoltà delle destra curnese, comunque travestita, di contestare ragionevolmente la prima variante del PGT a firma Conti & Serra e indica anche che la loro prima reazione a botta calda non è stata gradita dai loro riferimenti politici, quegli «attori del territorio» che Gandolfi & Aristide rinfacciano alla giunta Serra». Il gatto copia l’analisi politica di fondo (l’albagia della dott.ssa Serra e l’equivoco — chiamiamolo così, per esser buoni — per cui non si parla più di qualità, ma di quantità), le nostre espressioni (gli “attori del territorio” come entità mistica), la nostra analisi psicologica (come mai la dott.ssa Serra non è più sobria?), ma ancora una volta di suo ci mette la cattiveria, la falsificazione. E dice puntigliosamente con troppe parole quel che si direbbe meglio con poche, ma scelte bene, mettendo in luce il giochino di spostare l’argomento dalla qualità alla quantità, appunto. Pensa di aver ragione, di fare il fico, se ci sommerge con le cacate carte. Invece, al massimo, ci asfissia.
    Così ancora una volta, colui che non sarebbe degno di annodare i lacci delle scarpe di Aristide, osa definire “latrina” questo degnissimo e onesto diario. Questa volta si riferisce alle nostre risposte interlineari al commento di Algido e, soprattutto a quanto abbiao scritto in Un ritorno di fiamma della tecnica del sorrisetto asseverativo: questa volta, metamorfosato in forma di proverbio. Quale sarebbe la «destra curnese, comunque travestita»? Sarebbe questo, forse, un diario di destra? Se c’è qualcuno che è contorto, è proprio lui, il gatto. Non mi sembra il caso di rispondere, ma di punire. Cosa che abbiamo fatto con il filmato riprodotto qui sopra.

  16. Gli aziendalisti non amano l’italiano? Meglio così, l’italiano è una lingua bellissima, quasi perfetta: se fosse amata dai proiezionisti di slàid sarebbe ipso facto sporcata
    La lingua parlata dai mongomanager e dai tecnoburocrati, nonché quella dell’orbe politicamente corretto è soltanto un dialetto, il più turpe dei dialetti

  17. Vitalità delle lingue classiche. Un’aziendalista pentita (forse) a colloquio con Vittorio Sgarbi e Nicola Gardini


    Facendo clic sull’immagine è possibile seguire l’incontro nel salotto di Otto e mezzo, fra Gardini, Sgarbi e Marcologo.

    Nicola Gardini è autore del libro Viva il Latino: Storie e bellezza di una lingua inutile.
    Andrea Marcolongo, antipaticuccia e non precisamente comunicatrice eccelsa, nonostante il precedente incarico di ghostwriter (cioè “negro”), è autrice del libro La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco. Ha lavorato nell’ufficio di comunicazione di Matteo Renzi.
    Vittorio Sgarbi qui dice cose giuste. Forse calca la mano parlando della persecuzione dei sacerdoti che volevano dir messa in latino. Bastava dire che la Chiesa ha fatto il vuoto intorno al latino. E i sacerdoti, molti sacerdoti, nella loro ansia immanentista, hanno colto con voluttà l’occasione di dare un calcio al sacro. È come con il nazismo: non si può dare tutta la colpa a Hitler. O come con l’aziendalismo: gli aziendalisti non possono dare la colpa all’azienda per il loro essere disumani. Le responsabilità sono individuali.

    • Viva don Camillo!

      Scrivevo in un commento precedente, a proposito del tradimento, da parte della Chiesa, della lingua sacra, cioè del latino: «E i sacerdoti, molti sacerdoti, nella loro ansia immanentista, hanno colto con voluttà l’occasione di dare un calcio al sacro». Mi è venuto in mente, mentre facevo la barba, che avrei anche potuto scrivere di «ansia di prestazione progressista», per analogia con quell’altra ansia di prestazione che affligge talora i maschietti.
      Don Camillo, che era stato partigiano, non aveva ansia di prestazione progressista e riusciva parimenti a essere sollecito del bene del popolo, senza dare un calcio al sacro.
      Ci domandiamo tutti — ovviamente, con il sorriso della ragione a fior di labbra — quanto sarà progressista il prossimo parroco di Curno e come legherà con la cattofemminista sindachessa, dott.ssa Perlita Serra.

    • Andrea Marcolongo: adesso che non sta più con Renzi ripudierà veramente l’aziendalismo?
      Dopo il successo del suo libro non sarà più “storyteller”?

      Andrea Marcolongo è la “storyteller” labronico-milanese determinata che vediamo nel salotto della Gruber insieme col prof. Gardini e col prof. Sgarbi (vedi sopra). È autrice del libro La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco. Trascrivo dal “soffietto” di presentazione dell’editore Laterza:

      Andrea Marcolongo, grecista, si è laureata all’Università degli Studi di Milano. Nella sua vita ha molto viaggiato e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno. Dopo essersi specializzata in storytelling, ha lavorato come consulente di comunicazione per politici e aziende. Capire il greco, però, è sempre stata la sua questione irrisolta e a questa ha dedicato buona parte delle sue notti insonni. Questo è il suo primo libro.

      Si veda anche Andrea Marcolongo, la ghost writer che ha lasciato Palazzo Chigi delusa da Matteo Renzi, dove leggiamo fra l’altro:

      Nata a Milano nel 1987, grecista e allieva della Scuola Holden di Alessandro Baricco, Andrea dopo avergli [a Renzi] regalato titoli di libri, citazioni, immagini, metafore da usare nei suoi discorsi, ha inviato una mail di congedo a Renzi. “Non sono mai stata pagata, a parte una mensilità”, ha detto la donna, anche se precisa che non è per i soldi che se n’è andata. “Eravamo tutti così. Viaggi a Roma e lavori mai pagati, so di persone che si sono indebitate e sono andate dallo psicologo perché distrutti dalle promesse”

      Sarà, ma noi ci siamo fatti l’idea che la Marcolongo sia una furbetta, con una dose di “determinazione” probabilmente insopportabile. Non è stata pagata da quello spilorcio ragazzaccio toscano, è vero: ma vuoi mettere le prospettive di carriera? Nell’album delle etichette Cirio (per metafora), aver lavorato per Renzi conferisce titoli di merito pari ad almeno dieci festeggiamenti di Vera Baboun, quando l’intraprendente sindachessa di Betlemme — una sindachessa col turbo — fa il giro dei sindaci cattoprogressisti d’Italia, a fine di propaganda antisraeliana. Cioè, voglio dire, è come se un sindaco cattoprogressista, meglio se cattofemminista, dedicasse a Vera Baboun dieci serate (cosa peraltro improbabile, per nostra fortuna).

      • Andrea Marcolongo alla Leopolda 2013
        Quand’era soltanto “storyteller” e orgogliosamente renzista

        Il sermone della Marcolongo si conclude con queste parole: «Il futuro di cui parla Matteo è molto simile a quello di cui voglio essere orgogliosa». Il tono è asseverativo. Bene, bene. Non male come inizio di carriera.

  18. Politicamente corretto
    Napolitano e Sgarbi d’accordo: «sindaca» è abominevole

    Sì, lo so. Una certa Cecilia Robustelli, femminista, è riuscita a intrufolarsi nell’Accademia della Crusca, ha preso il potere, e le ha sparate grosse. Così anche quelle dell’Accademia della Crusca sono diventate cacate carte. Vabbè, forse lo erano anche prima. Non dimentichiamo la Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca (a p. 2 del documento che s’apre facendo clic sul nesso) di Alessandro Verri, uomo di punta dell’illuminismo lombardo. Esordisce con queste parole: «Cum sit che gli autori del Caffè siano estremamente portati a preferire le idee alle parole, ed essendo inimicissimi d’ogni laccio ingiusto che imporre si voglia all’onesta libertà de’ loro pensieri e della ragion loro, perciò sono venuti in parere di fare nelle forme solenne rinunzia alla pretesa purezza della toscana favella, e ciò per le seguenti ragioni». E afferma senza mezzi termini che «nessuna legge ci obbliga a venerare gli oracoli della Crusca ed a scrivere o parlare soltanto con quelle parole che si stimò bene di racchiudervi».
    Dunque, mentre ci possono andar bene — e fino a un certo punto — «gli oracoli della Crusca» fino al giorno prima del colpo di mano femminista e politicamente corretto, se non altro in funzione di contrasto del turpe dialetto dei tecnoburocrati e dei mongomanager, quando esso pretende di essere italiano, da questo punto in poi tali oracoli non c’interessano più. Con buona pace di Cecilia Robustelli, della Boldrini e della «sindaca» dott.ssa Perlita Serra. L’Accademia della Crusca tenuta sotto schiaffo dalle femministe è un altro esempio di degenerazione delle istituzioni. Sul lavoro svolto da Cecilia Robustelli, in collaborazione con il Comitato Pari Opportunità del Comune di Firenze (al tempo in cui era sindaco Renzi) e sulla servile sussunzione di tale lavoro da parte dell’Accademia della Crusca, si veda sempre su questo diario: “Il sindaco”, “la sindaco”, “la sindaca” o “la sindachessa”?

    Morte al politicamente corretto! Mort aux cons!

  19. Le verità non si votano a maggioranza, e la scienza non è democratica
    Perciò le assemblee cammellate ci fanno schifo, siamo contro il cazzeggio d’ogni sorta e siamo disgustati dalla diceria della nuova moschea

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    .
    Scrive Roberto Burioni, medico e professore di microbiologia e virologia all’università San Raffaele di Milano, che ha inaugurato la sua pagina Facebook per parlare di vaccini, separando la scienza dalle opinioni, la realtà dalle bufale: «Spero di avere chiarito la questione: qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune. La scienza non è democratica». Insomma niente cazzeggio: né giuridico, né democratico, o quale ch’esso sia.

    Le assemblee cammellate – I lettori di Nusquamia ricorderanno la nostra antica polemica contro le assemblee cammellate, che un tempo a Curno usavano parecchio. I similprogressisti e i pedrettisti indicevano un’assemblea (mi riferisco in particolare alle assemblee antigandulfiane), avevano l’ardire di chiamarle assemblee cittadine e pretendevano di dettar legge «perché così si era espressa l’assemblea».
    Due erano le obiezioni:
    a) un’assemblea cammellata, alla quale prende parte un numero esiguo di cittadini, ancorché tutti ascari fedeli, non può accampare la pretesa di essere rappresentativa della maggioranza dei cittadini aventi diritto di voto;
    b) non tutte le decisioni devono necessariamente essere assoggettate al giudizio popolare.
    Se il geom. Pedretti stabilisce che il progetto dell’arch. Bodega è un ecomostro, e nell’assemblea cammellata tutti dicono che sì, certo, quello è un ecomostro, quand’anche il Pedretti fosse riuscito a radunare una folla enorme di scalmanati, non per questo gli scalmanati potrebbero decidere se quel progetto è o non è ecomostruoso. Non ne hanno titolo. Sciò, pussa via!
    Analogamente, non sarà un’assemblea cammellata di maestrine frementi d’indignazione pilotata a stabilire se Gandolfi è, o fu, il drago cattivo che voleva incendiare la meravigliosa nuova scuola elementare: così progressista, così sperimentale! Che infatti non è stata incendiata, dovrebbe aprire i battenti in tempo per le prossime elezioni amministrative, con tanto di cerimonia d’inaugurazione fasciata e tricolorata.

    Cazzeggio giuridico – Sul cazzeggio giuridico non insisto, perché ne abbiamo trattato ampiamente a proposito della prova del Dna su Bossetti. In soldoni, se Bossetti è innocente, fermo restando che quello rilevato sui legging della Gambirasio è il suo Dna, allora il muratore di Mapello è stato difeso maluccio dai suoi avvocati, che dovevano semmai puntare sulla possibilità che quel Dna fosse capitato lì per caso. E ragionare in termini scientifici, probabilistici, producendo riscontri, prove di laboratorio, argomenti stringati ma penetranti, invece di fiumi di parole, faldoni su faldoni, richiesta di escussione di seicento testimoni.

    La diceria della moschea – Un cenno, infine, all’inganno mediatico, per cui quel che si vede in televisione, quel dice la televisione e che scrive l’Eco di Bergamo, sarebbe più vero di quel che vediamo con i nostri occhi o che potremmo concludere ragionando con la nostra testa.
    I lettori ricorderanno che abbiamo denunciato sul nascere la montatura della “nuova moschea di Curno”: “nuova” in che senso? L’Eco di Bergamo ebbe un ruolo non trascurabile nella faccenda, perché un certo suo articolo servì come innesco per la propalazione della diceria della moschea e l’0installazione domenicale dei gazebo fortemente voluti da Alessandro Sorte, pensati fondamentalmente per mettere Marcobelotti spalle al muro e cannibalizzare i voti dell’elettorato leghista.
    Ma le verità, anche in questo caso, non si votano a maggioranza: nemmeno con la raccolta delle firme perché l’installazione del Centro culturale islamico (cosiddetta “moschea”) sia assoggettata a referendum popolare, ancorché a norma di cacata carta.
    La presenza dei fedeli macomettani in Italia, come a Curno e dintorni, è un dato di fatto, la concessione di uno spazio di preghiera, indipendentemente dalle cacate carte, è nell’interesse di tutti, soprattutto se l’intera faccenda è governata con competenza, serietà, intelligenza. Di questo ci si dovrebbe preoccupare. Si dovevano chiedere garanzie alla dott.ssa Serra ed, eventualmente, esigerle, invece di alimentare la paura e il malessere nel popolo, come se non ce ne fossero abbastanza. Per esempio, Cavagna il Giovane, che fa sempre il Pierino, ha calcolato la ricettività dei parcheggi esistenti in relazione al numero presumibile di presenze il venerdì, in occasione della celebrazione del culto religioso? Con la consulenza del gatto padano o, meglio ancora, senza la sua consulenza, perché non pensare a un parcheggio dislocato con servizio di navetta (a spese del gatto padano, se vuole essere lui il progettista-geometra). Dove sta scritto che l’opposizione consiste soltanto nel fare il male dell’avversario, “a prescindere”? Ah, è vero, questa doveva essere la teoria della Serra, del Pedretti e di Locatelli, quando disarcionarono Gandolfi. Però Cavagna il Giovane crede di essere uno statista, qualche volta in Consiglio ha perfino parlato di etica (mamma mia!). Ma si è mai posto il problema delle conseguenze di quello che dice? A parte la ricaduta elettorale, s’intende, che però è tutta da vedere.

  20. Il fedifrago non è degnato di uno sguardo

    Questa che vediamo è la scena finale — meravigliosa — del Terzo uomo, film di Carol Reed (regista) e Graham Greene (sceneggiatore).
    Anna Schmidt (interpretata da Alida Valli) si reca per la seconda volta al cimitero di Vienna perché il fidanzato Harry Lime (interpretato da Orson Welles) vi è stato sepolto due volte: ma la prima era soltanto per finta, perché l’uomo, smascherato per quel che era, un efferato criminale, aveva battuto la ritirata nel settore di Vienna controllato dai sovietici, dando a intendere alla polizia inglese, americana e francese, che lo ricercava, di essere morto. Aveva fatto ammazzare un complice scomodo: quello era stato sepolto, come se fosse proprio lui, Harry Lime. Ma al tempo della prima sepoltura, Anna non sapeva che Harry fosse un criminale.
    Poi avviene che Harry Lime sia ucciso in un conflitto a fuoco, proprio dal suo amico Holly Martins (interpretato da Joseph Cotten): adesso Harry viene sepolto per davvero, proprio lui; Anna ormai sa che Harry era un criminale, e della peggior specie.
    Martins da principio non credeva alla colpevolezza dell’amico, quando però la polizia gli mostra i risultati delle prodezze di Harry, decide di collaborare alla cattura del criminale. Insomma, tradisce l’amico.
    E adesso ascoltiamo la musica del film nei titoli di testa:

  21. Terza punizione per il gatto padano


    Questa è la terza punizione per il gatto padano: Il corpo della ragassa, interpretato da Lilli Carati, «ex signorina bene della commedia scollacciata». Un inno alla gioia, all’insegna del motto “Razza padana, chiappa sovrana”.

    Il gatto padano ha osato ancora una volta apostrofare come «Latrina di Curno» questo raffinato diario, da lui odiatissimo: ma non è l’unico ad augurarci ogni male possibile, e va da sé che la cosa non c’impressione, anzi ci diverte parecchio, se pensiamo alla qualità degli odiatori.
    Lo fa prendendo a pretesto quanto scrivemmo nell’articolo Le verità non si votano a maggioranza, e la scienza non è democratica. Arriva a conclusioni cervellotiche, circa una nostra presunta volontà di competizione con il virologo del quale si parla nell’articolo, laddove è evidente, e non da oggi, il male che affligge il gatto padano, anzi, a dirla tutta, uno dei suoi mali: l’invidia. Dirò in breve, senza stare a ripetere cose note, che ho ben chiaro il quadro psicologico del gatto padano, che non dubito di apparentare all’autodidatta del romanzo La nausea di Jean-Paul Sartre: l’autodidatta era colui che leggeva i libri in biblioteca, l’uno dopo l’altro, in ordine alfabetico, nell’affannosa ricerca di uno status intellettuale, o di un riscatto morale.
    Invece di studiare seriamente, il gatto padano cerca le scorciatoie. Così fanno gli esoterici, che non capiscono un piffero di filosofia naturale: così con espressione migliore, si diceva un tempo quel che oggi sarebbe la “scienza”; però leggono qualche libro di Osho (per esempio, ma gl’impostori si contano a migliaia e l’uno vale l’altro: Osho, insieme con Steiner e Hubbard è solo più intelligente), quindi pretendono che quelle panzane, facili facili da capire, siano “scienza”; cioè, secondo loro, qualcosa di indubitabile, fuori discussione. E non sanno, i poveretti, che la scienza è tutto il contrario: mettere tutto in discussione, tutti i ragionamenti e le conclusioni sviluppate a partire da un corpo assiomatico, come nella geometria euclidea, o dagli endoxa (ἔνδοξα), dei quali diceva Aristotele, cioè da un insieme di premesse, che potrebbero essere anche opinioni, ma condivise. Dove la “condivisione” qui dovrà essere intesa in senso non sciacquettistico, quello cioè dei clisteri di condivisione dell’amministrazione serrana.
    Avviene così — e qui chiudo il discorso — che il gatto padano, noto stupratore della lingua italiana, abbondante di acronimi, paroline inglesi usate a sproposito, con il palese intendimento di farci tremare le mutande, e simili lepidezze, pubblichi una pagina che riporta un articolo della Repubblica in memoria dell’ex discusso ministro della Pubblica istruzione, Tullio De Mauro, recentemente defunto. Tullio De Mauro era un linguista, il gatto conosce il nostro interesse per la linguistica, inglobata nella terza F di Nusquamia, ed è invidioso; perciò, copiando e incollando quel pezzo giornalistico, ci fa sapere che lui, però, anche in campo linguistico, modestamente, avrebbe da dire la sua. E se, con palese compiacimento, quasi da “maestro” (di Pedretti però, o di Cavagna il Giovane) scrive “piste pedociclabili”, usa “turibolare” per “turiferario” [*] e compendia in acronimo UU.TT. per Ufficio tecnico (che semmai sarebbe UT), insomma, il gatto è uno che conosce il fatto suo. Dice.

    La terza punizione – Come terza punizione per il gatto, e occasione di godimento intellettuale per noi, propongo la visione di uno spezzone del film Il corpo della ragassa, tratto da un romanzo di Gianni Brera. Ne avevamo parlato nell’articolo Sit tibi terra levis, Lilith. Quell’articolo aveva dato parecchio fastidio al gatto padano doc. Colui che qui puniamo – vero – è il gatto padano affine (l’unica differenza tra i due è che il primo spargeva disinformazione firmandosi con pseudonimi vari su diari altrui; il secondo, scrivendo su diario proprio, è costretto ad essere più prudente. In tutto il resto conicidono).
    Stante la parentela fra i due gatti, puniamo il gatto padano affine ben ricordando che quello doc, firmandosi “orbo & sordo” aveva manifestato disgusto per la nostra commossa rievocazione di Lilli Carati, l’interprete del film, la «ragassa», della quale scrivevamo: «Ma quella era una santa! Non era mica una donna determinata, o in carriera, o una che “l’utero è mio e lo gestisco io!”. O una di quelle che prima fanno le veline, poi s’impancano a statiste. Aveva studiato dalle suore, e non si era laureata su Martha Nussbaum. Una santa…».

    ————————————–
    [*] Esistono entrambe le parole, ma con significato diverso. Il gatto non solo usa a sproposito la parola “turibolare”, ma persiste nell’erore, affermando in modo oracolare, cioè senza dimostrazione, che così scriverebbe anche Franco Cordero: nei corsivi sulla Repubblica, immagino. Quand’anche Cordero scrivesse così, il gatto sbaglia. Nella sua ansia di parlare fico, prende comunque e oggettivamente — Cordero o non Cordero — una cantonata. Il gatto fa come coloro che, nel campo semantico della seconda “F”, prendono “trascendentale” per “trascendente”.

    • Trascendente e trascendentale

      Scrivevo nel commento qui sopra che il gatto padano nella sua ansia di parlare fico, e di darsi un tono, se non altro davanti a Cavagna il Giovane, per esempio, confonde “turibolare” con “turiferario”, e prende una cantonata. E aggiungevo che il gatto fa come coloro che, nel campo semantico della seconda “F”, prendono “trascendentale” per “trascendente”. Ho scritto così perché perché avevo nelle orecchie la conversazione che riportiamo qui sopra, tratta dal film Racconto di primavera, di Eric Rohmer.

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