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Comunicazione e identitarismo straccione

8 agosto 2017

C’è chi sostiene che non si può parlare di Curno, se non si è iniziati alla “curnensità”

L. Belingardi, bersagliere volon

Luigi Belingardi, bersagliere volontario garibaldino nella campagna del 1866, del II battaglione dei Bersaglieri (o “carabinieri”) milanesi, bisnonno di Aristide: vedi § 7 di questo articolo (la foto è tratta dalla rivista Bergomum [1928], VII, 3, p. 84).

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1. Premessa

C’è un tale, malmostoso e iracondo – e non è difficile per i lettori di Nusquamia capire chi sia quel desso – il quale non ha mai digerito che Gandolfi divenisse sindaco di Curno in seguito a un sofferto compromesso tra Pdl e Lega. Quando fu designato capolista della scombiccherata coalizione, Gandolfi ebbe il grave torto di nemmeno interpellarlo: un affronto, per uno che da sempre aspira a un ruolo istituzionale; uno che si è messo in testa, e pesta i piedi, come un bambino prepotente e antipatico, di prog[g]ettare tutto il prog[g]ettabile e insieme pretende di spezzare il pane mistico del “nuovo che avanza” davanti a villici ammirati e a bocca aperta (adesso è fissato con la banda larga, l’“eccellenza” e i certificati Erasmus/Orgasmus); uno che – addirittura! e sono mentule acide! – contende a Bepi el memorioso il ruolo di depositario della memoria storica del paesello; come se non bastasse, conosceva Angelo da ragazzo, quando lui, sottovalutato uomo della Provvidenza, si professava membro della fazione dei “prasini” politici, cioè dei verdi, ma poi sarebbe planato sulla sponda occupata dal politico territoriale Pedretti, verde anche lui, ma di un’altra tonalità, politicamente agli antipodi (beh, “verde” è anche il Libro verde di Gheddafi). Già, lui, l’agrimensore malmostoso, condivise con il Pedretti, agrimensore e politico territoriale, la velleità provinciale di dotare Curno di un inutile Bibliomostro che avrebbe dovuto suscitare l’invidia del mondo e in particolare di Bergamo. Sì, sì: i paesani sono più bravi dei cittadini! Mah!
Per giunta Gandolfi, dovendo preparare il piano di comunicazione della campagna elettorale, pensò di rivolgersi all’amico Aristide, che il malmostoso ancora non conosceva. Il risentimento per Gandolfi si accrebbe, mentre cominciava a prendere corpo un sentimento d’invidia per il misterioso collaboratore, la cui campagna di comunicazione non solo era elegante nella grafica e nell’eloquio, in contraddizione con la beceraggine della destra e con lo sciacquettismo delle maestrine della similsinistra, ma si rivelò efficace.

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2. Una comunicazione efficace ma non volgare

La comunicazione di Gandolfi, tollerata, ma indigesta a parte degli stessi compagni di squadra, considerata irridente e politicamente scorretta dalle maestrine similprogressiste, aveva il torto di non concedere niente alla volgarità. Suonava come tacito rimprovero a tutto quel che avevano sempre fatto, parimenti destrorsi e similsinistri, e che avrebbero continuato a fare, essendo sprovvisti di ésprit de finesse, di senso critico, d’ironia. I fatti dimostrarono che la volgarità non era necessaria (tanto per intenderci, sono volgari anche i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia, è volgare spacciare paura e odio per raccattare voti, come fa Salvini). Caratteristica fondamentale di tale comunicazione è la sobrietà: quella vera, però, fatta di onestà, eleganza e “parresia”, e non d’ipocrisia e mal riposta superbia, quale sarebbe stata la sobrietà serrana.
La sobrietà, i ragionamenti pacati rassicurarono l’elettore moderato, che voleva soltanto il buongoverno, mica i megaprogetti dell’amministrazione similprogressista precedente, pervasa (si era ancora al tempo delle vacche grasse) da libido aedificandi, come scrive Tacito di Nerone. Insomma se i leghisti volevano votare il  Pedretti, presente in lista, padronissimi di farlo: si accomodino. Ma i modi, le parole, gli stilemi, gli slogan del Pedretti erano banditi. Ma il malmostoso del quale si diceva questo non lo sopportava proprio: ohibò, ma qui si va contro la prassi!

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L'ipocirisia della anime belle

Una pagina del sito di qualità (mica i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia per Vivere Curno!) creato in occasione della campagna elettorale di Gandolfi. Già il suo titolo – I valori sì, ma non quelli bollati dei dottori della legge –  preannuncia (siamo nel 2007) il tormentone di disprezzo per la mistica delle cacate carte, che sarà uno dei capisaldi dell’impegno politico di Nusquamia. Per condannare l’ipocrisia delle damazze della similsinistra, spesso e volentieri cattoprogressiste, quell’ipocrisia che la dott.ssa Serra vorrà far passare per “sobrietà”, l’articolo rammenta le parole del Vangelo (Matteo, XXIII, 6-7; 23; 27-28) laddove Gesù inveisce («Vae vobis…») contro coloro che «amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità».
Altre pagine del sito erano dedicate alla cattiva coscienza della cosiddetta sinistra, alla sua libido aedificandi (prima della crisi), ai suoi ridicoli tic linguistici: ce n’era abbastanza per mandare in bestia le damazze di città e le sciacquette di paese operanti a Curno, che avevano dato a intendere ai villici di essere “le mejo fiche der bigonzo”. Parallelamente nel cuore del malmostoso ex collaboratore del Pedretti al risentimento per Gandolfi si aggiungeva un sordo rancore per l’ancora misterioso collaboratore del neo-sindaco, motivato fondamentalmente da invidia. Anche lui, infatti, aveva dato da bere ai villici di essere, nonostante la dimensione agrimensurale, tenuta però segreta, “er mejo fico der bigonzo”; ma al confronto quel che lui aveva fatto non era che una vecchia mutanda slabbrata.

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3. Gandolfi candidato sindaco: la campagna elettorale

Ma procediamo con ordine. Nel 2007, a ridosso delle imminenti elezioni amministrative, Pdl e Lega nord, i due partiti “di destra” (in realtà la Lega nord era ancora una “costola del movimento operaio”, come disse D’Alema), pensavano di aver buone possibilità di vincere le elezioni, se uniti. Ma si disputavano – e non c’è da meravigliarsi – il diritto di scegliere il candidato sindaco. Come abbiamo accennato sopra, saltò fuori il nome di Gandolfi, una specie di papa straniero, che avrebbe consentito una tregua tra le due fazioni, che avrebbero sistemato i conti dopo la vittoria, qualora avessero vinto. Si noti che la frattura non passava soltanto tra Lega e Forza Italia (non ancora Pdl), ma attraversava la stessa Forza Italia, divisa in due tronconi: pagnoncelliani e saffiotiani.
Nella campagna elettorale còmpito di Gandolfi (il cui nome pare fosse stato fatto da Maini) era metterci la faccia: poi, in un modo o nell’altro, i politici indigeni avrebbero trovato il modo di dare al neosindaco, ignaro della merda e del sangue della politichetta curnense, tutte le dritte di cui avrebbe avuto bisogno.

Il piano di comunicazione – Quando Aristide ricevette da Gandolfi la proposta di dirigere la campagna di comunicazione, mise subito le mani avanti: avrebbe potuto accettare, a condizione di non ricevere indicazioni del tipo “mi-piace-non-mi-piace” da parte dei politici indigeni, che non avevano né titoli né qualità per esprimersi in materia. Poiché quando la merda siede sullo scranno (un proverbio che conosceva da piccolo, per bocca della nonna)…, a dover sentire il parere di questo o di quello, il rischio è di rodersi il fegato e produrre qualcosa di un livello appena superiore a quello della comunicazione di Vivere Curno (la comunicazione dei desperados, da un punto di vista tecnico, è stata molto migliore, non foss’altro perché hanno deciso di assoldare uno che si premurò di studiare attentamente i contenuti e i modi della comunicazione di Aristide, un simil-Aristide, insomma, un po’ meglio dello scassato Quantile arruolato da Locatelli cinque anni fa, per la campagna elettorale del 2012).
Aristide, che a quel tempo ancora votava per la Lega, visto che la sinistra (cosiddetta) aveva gettato la bandiera rossa in un fosso, volle essere rassicurato sulla temperie politica del paesello:
– Non è per caso che dovrei lavorare per biechi razzisti, o sfruttatori della classe operaia?
– Ma no, – rispose Gandolfi – sono solo gruppi di potere, “famiglie contro famiglie” che, alla bisogna, trovano sempre un punto di equilibrio, non senza essersi prodotti in buzzurre e scomposte sceneggiate: come nell’Haka, la danza di guerra degl’indigeni Maori, o, per rimanere in casa nostra, come al mercato delle vacche del buon tempo antico.

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I politici indigeni curnensi in campagna elettorale fanno un gran baccano, quando si tratta di conquistare il potere. Poi solitamente scompaiono: vedi il Laboratorio delle idee promosso da Locatelli nel 2012, chiuso immediatamente dopo la disfatta elettorale, o l’Obiettivo Curno, che vivacchia, anche perché hanno perso per strada il simil-Aristide che gli dava una mano. La recente campagna elettorale (2017) della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense è stata particolarmente virulenta: agitarono lo spettro dell’Islam e denunciarono la “colata di cemento” che si sarebbe rovesciata su Curno per via della sciagurata variante del Pgt voluta dai serrani e sussunta dai crurali. Ma la campagna contro l’erezione della “nuova” Maxi moschea (peraltro nemmeno contrastata dalla dott.ssa Serra, per ragioni tutte sue, delle quali ci sfugge la nobiltà) fu un miserabile pretesto d’accattonaggio dei voti. L’alzata di scudi contro la colata di cemento fu una sceneggiata. 

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Quel che in fin dei conti spinse Aristide ad accettare la proposta fu la notizia che il gruppone della cosiddetta sinistra era egemonizzato da due femministe. Due femministe, delle quali una era tremendamente radical-chic: meglio, molto meglio che un invito a nozze! Fu questo l’argomento che levò di mezzo ogni esitazione: per combattere ci vuole un ideale, ma ci vuole anche un nemico, non generico, ma ben connotato. Ebbene, l’ideale era quello di sempre, una visione umanistica della società, per la quale Aristide si era sempre battuto; il nemico era anch’esso una vecchia conoscenza, la stupidità, fin dai tempi di Bouvard et Pécuchet di Flaubert, e prima ancora; la stupidità che recentemente, ma ormai da diversi decenni, porta il mantello dell’ipocrisia politicamente corretta. Che cosa si potrebbe chiedere di meglio?
La campagna elettorale fu efficace, come si è detto, i politici indigeni del PdL e il Pedretti della Lega nord incassarono i vantaggi della vittoria, quindi stesero le reti per impedire che Gandolfi desse seguito ai contenuti di quella campagna e portarono le sciabole dagli arrotini, perché fossero ben affilate in vista delle lotte intestine.

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4. I primi due anni dell’Amministrazione Gandolfi

A questo punto Aristide, per due anni buoni, praticamente si disinteressò della politica di Curno: a dir la verità, un po’ disgustato della piega che prendevano gli eventi. Era il periodo in cui imperversava nella giunta gandulfiana la zarina curnense (della fazione pagnoncel-formigoniana del Pdl): un esempio deteriore dei guai che può combinare un “ggiovane” in politica, quando parimenti manchi di qualità politiche, e abbia un alto concetto di sé; un po’ come si sarebbe visto in seguito con Cavagna il Giovane, che credeva di essere Bismarck; e come gli aziendalsimilprogressisti rischiano di sperimentare, se non trovano il modo di dare una calmata a MarcoBattaglia. Insomma, pare che la zarina comandasse a bacchetta, soprattutto i consiglieri targati PdL: guai a coloro che non si attenessero alla linea dettata da “lui” perché in caso di disobbedienza, avrebbero potuto essere sculacciati, tutti, compreso l’anziano Maini. Sì, sì, facciamo così! Lui lo vuole! “Deus volt!”.
Ogni tanto, è vero, Gandolfi chiedeva ad Aristide un parere sulle cose più disparate che gli capitavano sul tavolo: oscene proposte di servizi bislacchi al Comune che avrebbero dato “visibilità” agli amministratori (avevano il coraggio di scrivere così, i malnati venditori di fumo), “animatori” che si proponevano per divertenti e istruttivi spettacolini ai bambini delle scuole, proposte di adesione a inculanti iniziative istituzionali, anche queste con possibili sbocchi di visibilità assessorile, ma con finanziamento regionale ecc. Potete immaginare quali fossero le risposte vergate da Aristide. Ricordo però che una di queste iniziative passò, nonostante il pollice verso: era caldeggiata dal segretario comunale, aveva un inconcludente sapore ambientalistico, prevedeva il coinvolgimento delle scuole (poveri bambini, oggetto di pelose attenzioni in stile Minculpop!) e l’incarico a un architetto; si sarebbe conclusa con un convegnetto inutile nel quale prese la parola la zarina curnense (del Pdl, come si è visto).
Qualche volta Gandolfi chiedeva ad Aristide di dare un’occhiata agli scritti dei suoi consiglieri o assessori: a titolo di amicizia, Aristide correggeva gli svarioni grammaticali, o metteva in evidenza l’enormità di certi passaggi logici. Ricordo che una volta mi mandò il testo di un volantino, a proposito di un tiglio che qualcuno aveva reciso o che si voleva che fosse stroncato. Risposi a Gandolfi che la parte melensamente “culturale” del testo era copiata di sana pianta, virgole comprese, da Wikipedia: era la storia di Filemone e Bauci, quale si legge nelle Metamorfosi di Ovidio, trasformati in una quercia e un tiglio (appunto), uniti per il tronco; non ricordo, e forse non seppi mai, il seguito di questo episodio penoso d’improvvido ipercinetismo assessorile.
Aristide, cioè la persona fisica che in seguito avrebbe assunto lo pseudonimo di Aristide, si limitò a un esercizio di comunicazione neutra, avendo ricevuto l’incarico – previo un passaggio di presentazione in sede di Consiglio comunale – di redigere la rivista del Comune, che avrebbe preso il nome di 24035 Curno, Bg.  Ne uscirono due numeri, rispettivamente nell’ottobre 2008 e nell’ottobre 2009.

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24035Curno, BG_n.2_copert.

Il secondo numero della rivista 24035 Curno Bg (ottobre 2009): può essere sfogliata in formato pdf facendo clic sull’immagine. Come si vede, un prodotto di qualità, del quale tutto si può dire tranne che sia un giornale di marketta, come sono solitamente gli organi delle amministrazioni comunali (salvo forse qualche eccezione, a noi peraltro ignota): cioè, passerella di visibilità per gli assessorucoli e organo di sfacciata propaganda della maggioranza al potere, all’insegna del “tutto va bene, madama la marchesa”. Per il varo dell’iniziativa il segretario comunale d’allora, Annalisa Di Piazza, postulò all’ingenuo e non ancora scafato Angelo Gandolfi, costretto a fidarsi, la necessità di un Ufficio di staff, perfettamente inutile, come spiegato nell’articolo di Testitrahus Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno. Aristide, che pure fu posto a capo dell’Ufficio di Staff, di fatto non lavorò mai per l’Ufficio di Staff, per via della connotazione mostruosamente burocratica dell’Ufficio stesso. Peraltro in nome di quest’ufficio ci fu il tentativo d’innesco di “cattive pratiche” burocratiche: per esempio, si postulava che còmpito dell’Ufficio di staff fosse «fare acquisire a un gruppo di lavoro di giovani curnensi una «maggiore competenza e dimestichezza con le tematiche della collaborazione istituzionale». Come? Boh! Ma è importante agitare il pastone nel truogolo dei porci burocratici.

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La controversia pedrettesca – Poco dopo l’uscita del secondo numero di 24035 Curno, Bg, il Pedretti si produsse nella sua famosa ispezione della c.d. moschea in modalità di provocazione, bloccata in extremis da Gandolfi. Ed è a questo punto, e soltanto adesso, che nasce lo pseudonimo di Aristide: adesso che Aristide prende pubblicamente una posizione politica, se si vuole chiamare “politica” una posizione in difesa dell’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Era successo a Curno qualcosa di estremamente grave, in generale, sul piano etico-politico; in particolare, su scala locale, il paese non ancora “bello da vivere” rischiava di subire le conseguenze di una bravata che avrebbe, sì, dato visibilità al Pedretti in vista delle prossime elezioni regionali, ma che avrebbe potuto innescare una guerra di religione (qualora il piano d’ispezione fosse stato attuato, un funzionario di sesso femminile avrebbe dovuto interrompere la preghiera collettiva degl’islamici, il venerdì a mezzogiorno).
Il tentativo del Pedretti portò alla sua defenestrazione, cioè gli furono levate la carica di vicesindaco e le deleghe assessorili. Ma il Pedretti era un politico “territoriale” molto potente, perciò fu trattato dalla stampa anglorobicosassone con tutti i riguardi, fra l’altro in combutta con i similprogressisti che si macchiarono di un’indifferenza etica che ha dell’incredibile. Gandolfi venne a dir poco massacrato dalla stampa anglorobicosassone. Una giornalista dell’Eco di Bergamo, fra l’altro “de sinistra” e figlia di un personaggio di spicco della sinistra bergamasca, era presente a Curno in Aula consiliare il 29 dicembre 2009, quando Gandolfi lesse la dichiarazione sottoscritta da un pubblico ufficiale, che inchiodava il Pedretti alle sue responsabilità, ma i lettori del giornale non ne seppero niente, né allora, né mai. Per saperne di più, riguardo a questo oscuro e triste episodio della politichetta curnense, si veda quanto abbiamo scritto su Testitrahus:

Qui comincia l’avventura…

Scuola di giornalismo, 1: La tecnica del tramezzino

Scuola di giornalismo, 2: Eloquenza della notizia negata

Se per la dott.ssa Serra fu facile non accorgersi della gravità dell’accaduto e, anzi, da quel momento cominciò ad accarezzare l’idea di sfruttare il risentimento del Pedretti per far cadere l’Amministrazione Gandolfi, a costo di aderire a un piano di eversione pilotato dal Pedretti, come di fatto poi avvenne, per Aristide non era possibile tacere. Era una questione di principio, perlomeno per uno come lui che mai fu sporcaccione, e che da ragazzo, così diverso dai giovani conformisti del Pd curnense, fu assetato di nobili ideali (si veda Il principio superiore).
Perciò pur consapevole del rischio che lo pseudonimo fosse scoperto, e del cattivo uso che si sarebbe fatto della scoperta, per rompere l’accerchiamento della stampa anglorobicosassone, Aristide cominciò  a scrivere con questo pseudonimo in calce alle notizie di Bergamo news e sul diario dell’Udc: avveniva sul finire del 2009, dopo la tentata provocazione del Pedretti.
Il diario dell’Udc, in particolare, era una tribuna aperta a tutti i lettori; il gestore per parte sua era ben felice di ricevere i contributi di tutti, perché ne guadagnava in visibilità all’interno del partito. In seguito però fu un po’ meno felice, perché nel frattempo il Pedretti aveva denunciato Aristide (ma dovrà rincasare con le pive nel sacco: vedi Aristide prosciolto in udienza preliminare, Pedretti condannato al pagamento delle spese processuali); era evidente inoltre che il Pedretti, potente politico territoriale, non gradiva la presenza di Aristide nel “blog” dell’Udc, che era divisa in due tronconi: il gestore del diario apparteneva al troncone filopedrettesco. Così, dopo qualche tentennamento, il diario dell’Udc chiuse definitivamente i battenti nell’ottobre 2010: si veda Blog Udc chiuso per davvero.

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5. Impegno politico contro l’ipocrisia similprogressista

La denuncia del Pedretti fu subito strombazzata dal compiacente Bergamo news, così lo pseudonimo di Aristide fu associato alla persona fisica che curava la stesura di 24035 Curno, Bg. Pedrettisti e similprogressisti ebbero fremiti paralleli di contenuto orgasmo.
Ad Aristide lo strombazzamento da principio dispiacque, poi ci ripensò, non essendo egli determinato in quella maniera trucibalda che tanto piace a Curno, che rende le persone prigioniere dei propri capricci e ne fa degli esseri insopportabili e maleducati. Ebbene – pensò – quelle trombe pedrettesche e anglorobicosassoni che dovevano annunciare la sua condanna a morte potevano essere le trombe della liberazione. Finalmente si sarebbe potuto dire pane al pane e vino al vino.
Dopo l’agnizione, Aristide aprì un giornale dedicato alle imprese del Pedretti che condizionava pesantemente la vita del paesello. Poiché nel blog, cosiddetto, dell’Udc il politico territoriale aveva scritto che Aristide non aveva palle, ipotizzando per converso che il politico ne fosse ampiamente fornito, tanto da doverle trascinare per terra, come si legge nei comici romani dell’ariete nel periodo della monta (perciò detto aries testitrahus, “ariete trascinatore di palle”),  in onore del Pedretti il giornale s’intitolò Testitrahus. Qui fu pubblicata la Pedretteide, un classico della fustigazione della politichetta curnense.

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Copertina_Pedrett

Per leggere la Pedretteide, fare clic sull’immagine.

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Fu proprio la giornalista antigandulfiana e “de sinistra” a informare Aristide della denuncia, che gli sarebbe stata notificata dagli organi competenti mesi dopo. Lei domandò: Ma come, non ne sa niente? Quindi: Come si sente? Risposi, come del resto usa in questi casi: Tranquillo. Avvertii un imbarazzo nella voce anglorobicosassone: che la giornalista, in un sussulto di dignità, si fosse sentita usata dal Pedretti, ai fini di una sua vendetta personale? Non lo so; so soltanto che s’interruppe, e che mi chiese il numero del telefono cellulare, con la promessa che mi avrebbe richiamato. Dalla giornalista antigandulfiana non ricevetti più alcuna telefonata; in compenso uno o due giorni dopo, la notizia dell’identità di Aristide, con in più spiattellato l’indirizzo del suo domicilio, apparve su Bergamo news, diretto da Cesare Zapperi, coetaneo del Pedretti e principe dei giornalisti anglorobicosassoni, allora.

La mozione della vendetta – Seguì in sede di Consiglio comunale curnense la “mozione della vendetta”, presentata dal Pedretti ed entusiasticamente appoggiata dai similsinistri curnensi che allora si chiamavano “Insieme per cambiare Curno”, non ancora “Vivere Curno”. Con tale mozione chiedevano la chiusura dell’Ufficio di Staff, al quale, come si è visto, la Di Piazza aveva vincolato la realizzazione della rivista. La mozione non passò, ma Aristide ritenne opportuno cessare la collaborazione: cosa facilissima, perché aveva avuto l’accortezza di siglare un accordo per cui sarebbe stato pagato, di volta in volta, a fronte di presentazione di una fattura relativa al prodotto realizzato. Le fatture furono due.
Varrà la pena ribadire che Aristide non percepiva alcun appannaggio fisso, contrariamente a quanto sostenuto dai soliti disinformatori (lo scrivevano in calce agli articoli curnensi di Bergamo news, a suo tempo; lo scrive adesso, oltre che allora, con vari pseudonimi, il malmostoso del quale si diceva). I disinformatori mentivano sapendo di mentire, tanto più che era scritto tutto, nero su bianco, nell’articolo Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno pubblicato il 19 febbraio 2011, dove Aristide afferma: «Se veramente l’avessi svolto [scilicet, l’incarico di responsabile globale della comunicazione dell’amministrazione comunale], considerando la qualità non eccelsa della comunicazione corrente del Comune di Curno, se ne dedurrebbe che sono un  buono a nulla, o un disgraziato. Insomma, qui ne va del mio onore». Dunque, nessun appannaggio fisso, e nessun proseguimento della collaborazione all’ideazione, alla stesura dei testi e all’impaginazione della rivista (di qualità, senza punti esclamativi e senza spudorate markette) 24035 Curno, Bg.
Aristide preferì ritirarsi, motu proprio, pur potendo continuare, a norma di cacata carta (la mozione di vendetta non era passata) e pur potendo sostenere, e dimostrare, che mai quale direttore della rivista aveva messo becco nella politica. Semmai, ma da privato cittadino, e sotto pseudonimo (a differenza, per esempio, di certi giudici che prendono pubblicamente posizioni politiche, nemmeno sotto pseudonimo) si era limitato a spendersi in favore dei Diritti dell’Uomo, in nome di un principio superiore. Francamente, non so quanti fra i copropapirologi, similprogressisti e non, così puntigliosi nell’applicazione della legge, quando gli torna comodo, si sarebbero ritirati in buon ordine, pur potendo evitare il coitus interruptus. Aristide preferì spuntare un’arma, ancorché impropria, che avrebbe potuto essere usata contro Gandolfi.

S’inizia la stagione dell’impegno politico – In compenso però, non collaborando più alla rivista, Aristide inaugurò una stagione entusiasmante d’impegno politico diretto. A questo punto non c’era più ragione di astenersi dal denunciare l’evasione etica e l’ipocrisia dei similprogressisti che perdevano via via ogni pudore e non esitavano a fare le mosse più riprovevoli per astio antigandulfiano e spianare la strada alla tirannide della dott.ssa Serra. Basti considerare l’episodio vergognoso della mordacchia imposta a Gandolfi a norma di cacata carta, quando, per togliergli la parola, i similprogressisti, insieme con i pedrettoleghisti e con metà della quinta colonna del Pdl (Locatelli doveva ancora uscire allo scoperto) abbandonarono l’Aula consiliare, decretando forzosamente la fine della seduta. La cronaca dell’esecrabile episodio si trova in La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male.
Altro che mozione della vendetta! A questo punto si dispiega la vendetta di Aristide, ma nel senso buono della parola latina vindicta (“animadversio pro delicto corrigendi causa facta”; la vendetta cattiva si chiama ultio), in base al brocardo: Iniuriam facias, nisi vindices. Insomma, signori similprogressisti (oggi, ancora peggio: aziendalsimilprogressisti): ve la siete cercata voi e, come dice il proverbio, chi è causa del proprio mal, pianga se stesso.
S’inizia così, nel 2010, una nuova fase di stretta collaborazione con Gandolfi, che viene attaccato dai nemici interni e da quelli esterni. La maggioranza nel frattempo s’incrina, la  festa cervisiaria è alle porte (non solo la quinta colonna, ma la stessa componente formigoniana del Pdl trama contro Gandolfi): ma Gandolfi, da abile scacchista, gioca sulle loro divisioni e tira avanti; anzi, darà il meglio di sé, riuscendo a realizzare il buongoverno nonostante la maggioranza scombiccherata. Aristide gli dà una mano sul piano della comunicazione, questa volta, sì, onestamente faziosa; e si divertirà un mondo. Il Pedretti schiuma di rabbia, dice che Gandolfi tratta i suoi consiglieri come burattini e, in parte, ha ragione. D’altra parte, forse che non se lo meritano?
Il resto è storia nota, perlomeno ai lettori di Nusquamia, che nel 2012 prosegue in forma più spigliata l’esperienza di Testitrahus. Continuare a scrivere su un organo intitolato al Pedretti (testitrahus, appunto), non aveva più senso ora che lo sapevamo avviato sul viale del tramonto, come scrivemmo in questo articolo all’indomani delle elezioni amministrative del 2012:

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Viale del tramonto_9 maggio 2012

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

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6. Parlare di Curno, alla faccia della mistica curnense

Tutto quello che si è scritto dovrebbe dimostrare che, se c’è uno che può parlare della politichetta di Curno con conoscenza di causa, questi è proprio Aristide. Conosco la politichetta, ne conosco i retroscena, sia quelli dei quali ho parlato, e che si possono dire, sia quelli dei quali non ho parlato e dei quali è meglio non dire, o perché a ben vedere non si ha certezza di certi fatterelli, o perché non sarebbe conveniente parlarne, perché investono aspetti di vita privata (non costituisce invece delitto di lesa maestà assessorile, o d’altro tipo, l’analisi del quadro motivazionale dei politici indigeni, che ci è stata utilissima).
Conosco inoltre la psicologia dei politici indigeni come il loro confessore, anzi meglio: perché c’è da scommettere che al confessore raccontano delle balle, mentre io, con l’esperienza, ho imparato ad estrarre la verità dalle balle, o anche dal non detto. Del resto la psicologia dei politici indigeni è brutalmente semplice, come quella di certi personaggi primordiali analizzati da Prosper Merimée.
Bene, nonostante questo patrimonio di conoscenza sento ogni tanto qualcuno negarmi il diritto di occuparmi di Curno, in assenza dei seguenti requisiti:

a) iniziazione alla mistica curnense;
b) residenza a Curno;
c) ius sanguinis.

Parlare del requisito a) è difficile, perché la mistica curnense, come tutte le mistiche, è misteriosa. Nessuno ha il coraggio di evocarla apertamente, perché così confesserebbe di essere lui stesso un iniziato, ma così facendo si tradirebbe, cioè tradirebbe l’esistenza di tale loggia segreta, frequentata fondamentalmente da buzzurri che credono di essere boni cives, anzi optimates.
Quanto al requisito b) quello di residenza curnense, esso fu evocato, circa cinque anni fa, dallo scassatissimo Quantile, assoldato da Locatelli in funzione di anti-Aristide (a proposito, che fine ha fatto? è sempre finian-futurista, nonostante la saga dei Tulliano’s? sempre così ambizioso, sempre così “ggiovane”, anche adesso che è un po’ meno giovane?). Il Quantile, per esempio, trovava molto disdicevole che Gandolfi prendesse contatto con possibili candidati di lista «geograficamente lontani da Curno». Parimenti il requisito di residenza era invocato dal Pedretti, in funzione antiaristidea, come pure dal mitico Tarcisio, factotum del Pedretti, il quale scriveva sul “blog” del’Udc tutto in maiuscolo, perciò venne chiamato il “maiuscolettatore”: Tarcisio invitava Aristide a rimanere a Trezzo sull’Adda e, dato che c’era, a buttarsi dal ponte. Ma quello che più di tutti si mostrava scandalizzato della lontananza geografica di un Aristide, che pure osava parlare di Curno era il malmostoso di cui sopra.
Ma ecco una novità, riguardo al requisito c). Non sapendo più a che santo appigliarsi, il malmostoso invoca la discriminazione etnica (che costò a Umberto Bossi un supplemento di condanna, oltre a quella per vilipendio del Capo dello Stato, ma Napolitano avrebbe fatto bene a dire: signor giudice, lasci perdere, il Bossi è un poveretto e io lo perdono, senza contare che è stato il Pedretti a mettergli quelle parole in bocca). Scrive infatti il malmostoso in una pagina del suo diario:

«Il custode delLa Latrina di Nusquamia l’ing. C.P. [cioè, Aristide] da Trezzo sull’Adda (cosa c’entra con Curno? forse c’ha un amante segreto?), lui d’origini sardagnole, uno che ha fatto il classico dai preti…».

Insomma, le origini di Aristide pare che non siano quelle giuste, quanto meno per parlare di Curno (ma gratta gratta, forse nemmeno per parlare d’altro). Beh, mi sia consentito osservare che quest’ansia identitaria:

a) è fondamentalmente fascista, come mi sono sforzato di dimostrare in alcuni dei numerosi scritti dedicati alla demistificazione dell’identitarismo, dei quali è riportato l’elenco nell’articolo Appunti di astronomia padana;
b) è indice di uno stato di sofferta incertezza riguardo all’onestà della propria madre, all’oscurità delle proprie origini, alla possibilità di tare familiari.

Psicologia dell’identitarista Hitler – Quello di Hitler è un ottimo esempio. Era figlio di Klara Pölzl che il padre aveva assunto come domestica, ed era al terzo matrimonio. Già questo, forse, non piaceva al gracile e sensibile ragazzino ambiziosetto. Per giunta il padre, Alois Hitler, non si chiamava così, ma Alois Schicklgruber, cioè portava il nome della madre, una contadina non sposata. Solo a 39 anni Alois, il padre di Adolf, con il concorso di testimoni che non sappiamo quanto fossero onesti in quell’ambiente contadinesco, riuscì a farsi attribuire il nome di quello che egli pretendeva essere il suo padre biologico, morto ormai da vent’anni, quindi impossibilitato a dire la sua, che però non si chiamava nemmeno Hitler, ma Hiedler. Come se non bastasse, Alois, che corse sempre la cavallina extraconiugale durante i suoi tre matrimoni, ed era padre di figli illegittimi, era sempre all’osteria, anzi per fortuna morì presto: all’osteria, appunto. Il guaio è che ben presto morì anche la madre, quando Adolf aveva 18 anni, e fu per lui un dolore devastante. Hitler si sentiva una merda, ed era nato a Braunau, che era in Austria ma che nel passato aveva appartenuto alla Baviera. E allora che cosa fa il giovane Hitler? S’inventa tutta una mistica dell’identità germanica, che cancellasse l’incertezza della sua identità e la vergogna per un ambiente familiare che lui sentiva come immorale.

Psicologia del mongoidentitarista padano – Naturalmente perché poi uno sviluppi una simile ossessiva ansia identitaria, non è necessario che la madre sia veramente una puttana, per esempio, o che esistano ragioni obiettive per vergognarsi degli antenati. Alle volte, uno è colto dal sospetto che la madre sia stata poco virtuosa un certo giorno, che per una coppa di champagne avesse perso l’onore (pare che nell’Ottocento si dicesse così) e che lui sia il figlio del peccato: e invece non è successo niente di tutto questo. Un altro invece è stato trascurato dalla mamma, e allora la nostalgia per una mamma, una mamma vera, una mamma più grande e finalmente benevola, lo spinge ad essere un identitarista esagitato. Ma, a voler passare in rassegna tutti i complessi d’inferiorità e d’altro tipo per cui si diventa identitaristi, non si finirebbe più. È difficile d’altra parte generalizzare, perché ogni identitarista, in mancanza di solidi fondamenti culturali (che impediscono per esempio, di dire certe cazzate sulle radici celtiche dei padani, come se ne sono sentite a josa) ha le sue ubbìe, le sue fobie, i suoi fantasmi, i suoi complessi d’inferiorità, le sue incertezze.
Naturalmente, non bisogna confondere l’identitarista psicotico e troglodita con lo studioso della cultura locale, purché la sua mente non sia troppo localmente angusta: condivido la repulsione di Merimée, già citato, per certi fanatici cultori di storia locale (l’argomento è toccato nel racconto La Vénus d’Ille).  A scanso di equivoci si veda tutto il bene che ho scritto della lingua provenzale e del poeta Mistral in Il provenzale, una lingua nobile e sepolta, riportata alla luce dal poeta Mistral.

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7. Risposta al malmostoso

Meraviglia per esempio la presa di posizione identitarista del malmostoso summenzionato, tanto più che mi dicono che proviene da una famiglia di onesti lavoratori. Va bene, è la pecora nera, ma perché tutta questa cattiveria, perché questo identitarismo esasperato, solitamente assente nelle persone equilibrate? Si avverte in lui la volontà di essere altro da quello che è, di essere di più, di dare una lezione a coloro che sono felici e che hanno le cose che lui non ha. Per quanto impietosito dai suoi problemi, che non conosco, e che quand’anche conoscessi, riterrei sconveniente trattare in questa sede, ritengo doveroso dare una lezione al malmostoso presentandogli mio bisnonno, che era bergamasco, garibaldino e un uomo di pregio, come forse si capisce (anche) osservando la foto all’inizio di questo articolo.
Il libro di Ottone Brentari, Il secondo battaglione Bersaglieri volontari di Garibaldi nella campagna del 1866, Tip. Agnelli, Milano 1908, al cap. IX, “Ruolo nominativo del Secondo battaglione”, p. 305, lo registra tra i bersaglieri della quarta compagnia: «Belingardi Luigi di Francesco, bersagliere della quarta compagnia, arruolato dopo il 1° luglio 1866. 17 anni. Vive a Bergamo».
In realtà nonna Teresita raccontava, insieme con alcuni aneddoti gustosi, il particolare che nonno Luigi era fuggito di casa e che aveva allora 16 anni. Ma i conti potrebbero tornare pensando che fosse fuggito prima del 1° luglio, ed essersi iscritto (o essere stato iscritto) al secondo battaglione soltanto in seguito, al termine dell’addestramento che – così leggiamo in alcuni documenti – avveniva a Milano, presso la Società del tiro a segno (perciò si chiamavano “bersaglieri”), in previsione della guerra con l’Austria. Oppure nonno Luigi potrebbe avere mentito sull’età al momento dell’arruolamento.
Ancora qualche particolare, prima di arrivare alla conclusione: si sa che il secondo battaglione dei bersaglieri partì da Bergamo per Desenzano il 21 giugno e che a Portese ricevette la visita di Garibaldi. Ci fu qualche sosta e qualche ripiegamento, che non val la pena raccontare; basti ricordare che le quattro compagnie il 1° luglio erano riunite a Lovere, che lasciarono alle 17 per arrivare a mezzanotte a Breno, in Val Camonica. Se nonno Luigi era con loro a Lovere, allora combatté anche lui a Vezza d’Oglio, il 4 luglio, dove i garibaldini fallirono il tentativo di contrastare le truppe austriache discese dal Tonale. Muoiono a Vezza, tra gli altri, il comandante del secondo battaglione, maggiore Castellini e il capitano della quarta compagnia (quella di nonno Luigi), Antonio Frigerio. Ecco il monumento ai caduti garibaldini, che dovettero fare i conti con i Kaiserjäger comandati dallo svizzero (sì, svizzero) Ulysses von Albertini: come dire soldati professionisti contro intellettuali. Tali erano i garibaldini: studenti, professori, medici, ingegneri, avvocati non cazzeggiatori, uomini di studio e di lettere.

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Vezza sull'Oglio

Monumento ai caduti garibaldini a Vezza d’Oglio, in Val Camonica, 20 km a ovest del Passo del Tonale.

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Sui libri si legge che ci fu a Bergamo un secondo arruolamento di volontari per il Secondo battaglione, il 15 luglio; e se “arruolato dopo il 1° luglio”, come si legge nel libro del Brentari, vuol dire “arruolato il 15 luglio”, allora il merito di nonno Luigi fu ancora maggiore, perché partì dopo la disfatta di Vezza, consapevole del rischio di perdere la vita, quando la vittoria di Garibaldi a Bezzecca, il 21 luglio, doveva ancora venire.
Insomma, sono il primo a dire che l’ideale di nonno Luigi, quello di un’Italia unita e redenta dal domino straniero, come si diceva, era sbagliato; con il senno del poi sappiamo com’è andata a finire: è finita che siamo divenuti schiavi dei burocrati e delle sciacquette del politicamente corretto, pedine delle manovre dei poteri forti, intrisi fino alle ossa di mafia, camorra e di ’ndrangheta, con le istituzioni che fanno acqua da tutte le parti e abbiamo perfino come ministro della Pubblica istruzione una sindacalista. Ma vivaddio era giovane, aveva degli ideali, si arruolava e rischiava la vita; non era uno sporcaccione, un giovane conformista come quelli che oggi s’iscrivono al Pd per fregare slealmente i coetanei nella struggle for life facendo parte di una lobby, contenti di una vita di merda purché con prospettive di carriera.
Un’altra cosa che mi fa orgoglioso di nonno Luigi  sono le visite che faceva ormai cinquantenne (siamo nel 1898: mia nonna, che mi avrebbe raccontato queste cose, aveva allora 11 anni) a Filippo Turati, incarcerato a Milano, dopo che la «vile sabauda marmaglia» al comando del «feroce monarchico Bava» Beccaris aveva preso a cannonate il popolo «che pan domandava», come ricorda la canzone:

Ora io non so se, nella miserabile primiera dell’identitarista padano, un bergamasco di pregio valga quanto tre contadini bergamaschi o quattro contadini valligiani, o vattelapesca. Queste sono cose che sanno, e che hanno accuratamente contabilizzato, gli spregevoli identitaristi. Cose che disprezzo, come disprezzo gl’identitaristi che, non possedendo qualità proprie, si attribuiscono con frode qualità altrui. E allora maramaldeggiano, cazzeggiano e mistificano intorno alla qualità del proprio patrimonio genetico: cioè, se uno è un cretino, o ha sviluppato una patologia criminale, dirà che però il suo sangue e lo sperma sono quelli “giusti”; così pretenderà di non essere più un cretino, o un criminale.
Insomma, il malmostoso faccia tutti i suoi conti e, se non gli dispiace, se li tenga per sé. A me non rimane che pagarlo con la sua moneta, rinnovandogli l’invito, come scrivevo nella pagina precedente di questo diario: «Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno come si tratta coi gentiluomini».
(A scanso di equivoci, e per bene interpretare queste parole, si veda quanto ho scritto in Risposta ad Algido).

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From → Cultura, Gatto padano

27 commenti
  1. Disimparados, cioè emarginati

    Poiché siamo a casa nostra, pensiamo di non dovere chiedere il permesso al malmostoso gatto padano (per le cui prodezze di falsificazione e cattiveria rimandiamo a Gatto padano) per presentare la canzone Disimparados, nell’interpretazione dei Tazenda. Disimparados significa “emarginati” (vedi lo spagnolo desamparado: “abbandonato”, “indifeso”). È una canzone perfettamente riuscita sotto il profilo musicale, ma non sarebbe così bella se non avesse le parole che riportiamo qui sotto, in sardo logudorese.
    La versione italiana di Disimparados fu presentata da Pierangelo Bertoli nel lontano 1991. [*]

    Noterella di 3^ F – Aggiungiamo la traduzione in italiano, perché non possiamo pretendere dal lettore di Nusquamia la conoscenza del logudorese, anche se chi ha studiato latino potrebbe arrivare a capirci qualcosa, purché tenga conto del fatto che il logudorese ha conservato le consonanti velari che nella tarda latinità hanno subito un processo di palatalizzazione. Per comprendere il gerundio “chirchende” (in it., “cercando”), per esempio, occorre pensare che in latino il verbo circare si pronunciava “chircare”: tra l’altro, in senso proprio circare significa “andare intorno” (in circo, in circolo), ed è quel che fa il cane in cerca della traccia. Circare nel senso dell’it. “cercare” è della tarda latinità, e di qui è passato all’italiano. Dunque da circare è venuto l’italiano cercare, dove però la “i” è divenuta una “e”, per il fenomeno di apofonia e il logudorese “chircare”, che ha conservato il suono velare.
    Considerazioni analoghe si possono fare per l’altro gerundio che leggiamo sempre nella seconda strofe, “pranghende” (in italiano, “piangendo”). L’italiano “piangere” come pure il sardo logudorese “pranghere” derivano dal lat. plangere che significa “battersi il petto”, quindi addolorarsi e, nella tarda latinità, “piangere”. Si noti che in latino plangere si pronuncia “planghere”: anche in questo caso il sardo logudorese conserva il suono velare, salvo il fatto che la consonante liquida “l” è trasformata nella consonante vibrante alveolare “r”. Invece in italiano abbiamo la vocalizzazione della “l” preconsonantica.
    Oppure vedi chimbantunu (cinquantuno), dove si sente chimbe (cinque), che deriva dal lat. quinque: il logudorese conserva il suono velare all’inizio della parola, l’italiano lo palatalizza.
    La somiglianza del sardo con il latino dava fastidio a Dante il quale, onestamente fazioso, osservava nel De vulgari eloquentia:

    Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur.

    Cioé:

    Quanto ai Sardi, che non sono Italiani, ma andranno associati agli Italiani, via anche loro, dato che sono i soli a non avere un volgare proprio, imitando invece la grammatica [cioè, il latino: N.d.Ar.] come fanno le scimmie con gli uomini: e infatti dicono ‘domus nova’ e ‘dominus meus’ [cioè per dire “una casa nuova” e “il mio signore” usano parole latine: N.d.Ar.].

    Ma non è più tenero con i milanesi e i bergamaschi:

    Post quos Mediolanenses atque Pergameos eorumque finitimos eruncemus, in quorum etiam improperium quendam cecinisse recolimus «Enter l’ora del vesper, ciò fu del mes d’occhiòver».

    Cioè:

    Dopo di questi tiriamo via Milanesi e Bergamaschi e loro vicini; su di loro ricordiamo inoltre che un tale ha composto un canto di scherno: Enter l’ora del vesper, ciò fu del mes d’ochiover [“Nell’ora del vespro, ciò avvenne nel mese di ottobre”: N.d.Ar.].

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    …………………………Disimparados, in logudorese…………………………

    Notte ’e anneu / Chena una lumera / E in coro meu / No b’at un’ispera / Mì sa die / Chi istoccad’ una nue / E rie – rie / Beni’ innoe… / Beni’ intonende unu dillu… / Beni’ intonende unu dillu…

    In sos muntonarzos, sos disamparados / Chirchende ricattu, chirchende / In mesu a sa zente, in mesu / A s’istrada dimandende / Sa vida s’ischidat pranghende

    Bois fizos ’e niunu / Chin sos annos irmenticados / Tue nd’has solu chimbantunu / Ma parent chent’annos /

    Dae sos muntonarzos de sa tziviltade / Sa ’oghe ’e sos disamparados / Ponimus una cantone / Ei chena alenu picare / Cantamus pro no irmenticare

    Bois jajos ’e niunu / Chin sos annos irmenticados / Sa vida ue bos at juttu? / In sos muntonarzos!

    Coro meu / Fuente ’ia, gradessida / Gai puru deo / Potho bier a sa vida / Mì sa die / Chi istoccad’ una nue / E rie – rie / Beni’ innoe… / Beni’ intonende unu dillu… / Beni’ intonende unu dillu…

    Nois fizos ’e niunu / In sos annos irmenticados / Sa vida ue nos hat juttu? / In sos muntonarzos!

    In sos muntonarzos, sos disamparados / Chirchende ricattu, chirchende / In mesu a sa zente, in mesu / A s’istrada dimandende / Sa vida s’ischidat pranghende

    Bois fizos ’e niunu / Chin sos annos irmenticados / Tue nd’has solu chimbantunu / Ma parent chent’annos

    In sos muntonarzos, sos disamparados / Chirchende ricattu, chirchende / In mesu a sa zente, in mesu / A s’istrada dimandende / Sa vida s’ischidat pranghende

    In sos muntonarzos, sos disamparados / Chirchende ricattu, chirchende / In mesu a sa zente, in mesu / A s’istrada dimandende / Sa vida s’ischidat pranghende

    Beni’ intonende unu dillu… / Beni’ intonende unu dillu…

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    …………………………Disimparados, in italiano…………………………

    Notte d’affanno / Senza una luce / E nel mio cuore / Non c’è speranza / Ecco il giorno / Che trafigge una nuvola / E ridendo / Arriva fin qui… / Viene intonando un dillu… / Viene intonando un dillu…[*]

    Nelle discariche, i disperati / Cercando da mangiare, cercando / In mezzo alla gente, in mezzo / Alla strada domandando carità / La vita si sveglia piangendo

    Voi figli di nessuno / Negli anni dimenticati / Tu ne hai solo 51 / Ma sembrano cent’anni / / Dagli immondezzai della civiltà / La voce degli abbandonati / Scriviamo una canzone / E senza prendere respiro / Cantiamo per non dimenticare

    Voi vecchi di nessuno / Con gli anni dimenticati / Dove vi ha portato la vita? / Negli immondezzai!

    Cuore mio / Fonte viva, gradita / Così anch’io / Posso bere alla vita / Ecco il giorno / Che trafigge una nuvola / E ridendo / Arriva fino a qui… / Viene intonando un dillu… / Viene intonando un dillu…

    Noi figli di nessuno / Negli anni dimenticati / Dove ci ha portato la vita? / Negli immondezzai!

    Nelle discariche, i disperati / Cercando da mangiare, cercando / In mezzo alla gente, in mezzo / Alla strada domandando carità / La vita si sveglia piangendo

    Voi figli di nessuno / Negli anni dimenticati / Tu ne hai solo 51 / Ma sembrano cent’anni

    Nelle discariche, i disperati / Cercando da mangiare, cercando / In mezzo alla gente, in mezzo / Alla strada domandando carità / La vita si sveglia piangendo

    Nelle discariche, i disperati / Cercando da mangiare, cercando / In mezzo alla gente, in mezzo / Alla strada domandando carità / La vita si sveglia piangendo

    Viene intonando un dillu… / Viene intonando un dillu…

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    [**] Dillu è una movenza di danza e un canto tradizionale. Pare che in origine fosse inteso a esorcizzare la conseguenza mortale della puntura della malmignatta, un ragno velenoso dell’area mediterranea, parente della vedova nera americana. Ecco un esempio di dillu, eseguito da un volenteroso quartetto di baldi ragazzi americani. Dillu deriverebbe dal lat. delirium.

    • I quattro nuovayorkesi che “cantano a tenore”

      Tutto cominciò quando i quattro ragazzi, intervistati a metà del servizio (a scanso di equivoci: non è giornalismo anglorobicosassone), sentirono su You tube i Tenores di Bitti: fu un colpo di fulmine e l’inizio di un’avventura culturale, un felice esempio di meticciato culturale (non ci stancheremo mai di ricordare ai mongoidentiraristi, padani e non, che la cultura è fondamentalmente meticcia: la “cultura identitaria” è il miraggio di poveri cristi in cerca di un’identità perché ignoranti e perché, come dice Virgilio, non conobbero il sorriso della mamma; non hanno un’identità come individui, perciò vanno alla ricerca di un’identità collettiva, che non esiste. Senza contare poi che se un’identità è collettiva, quale identità sarà mai, se non quella dell’appecoramento?).
      L’interessante servizio (ripetiamo: non anglorobicosassone) presenta il parere dei Tenores di Bitti, che sono il modello al quale i quattro ragazzi americani hanno conformato il proprio stile: non hanno difficoltà a riconoscere la bravura dei seguaci d’Oltreatlantico anche se — precisano — dovrebbero migliorare la pronunzia.
      Il “canto a tenore” — ricordiamo — si compone di quattro voci: su bassu (basso), sa contra (baritono), sa mesu boche (la mezza voce: contralto) e sa boche (la voce), che stabilisce la tonalità delle strofe nell’esecuzione musicale.

  2. Ben fatto, ben fatto. Come ammoniva Jorge da Burgos “Non vi è progresso nella scienza ma soltanto una sublime continua ricapitolazione”.
    Ecco il suo pezzo è utile ma aggiunge poco ai suoi aficionado o habitué. Alla prossima.

    [Jorge era un reazionario: il progresso non sempre è lineare, spesso richiede un rovesciamento, è quella che si chiama una “rivoluzione”. Questo però non vuol dire che si debba sempre e comunque mettere tutto sottosopra: si conserva e si rovescia secondo necessità. Sì, ma vallo a spiegare ai giovani conformisti del Pd, o agli aziendalisti. Loro non ragionano, al massimo cercano di capire da che parte gli conviene schierarsi; ma, ordinariamente, procedono per “prassi”, per “procedure”; né manca il buzzurro di turno, di quelli che ci tengono a mostrarsi in sintonia con il nuovo che avanza, il quale dirà, tra una slàid e l’altra, che si tratta di “applicare un algoritmo” (e che lo lasciassero stare questo algoritmo! ci sono vocaboli ormai divenuti odiosi, da che sono nella bocca dei buzzurri, come per esempio “istituti di eccellenza”, le “eccellenze di Curno”, che sarebbero poi il Bibliomostro, le denunce come succedaneo della dialettica, le lettere anonime ecc.).
    Infine, non dimentichiamo i nuovi lettori, o i lettori casuali: hanno diritto a capire, e questo articolo che ho appena scritto serve a capire la temperie politica curnense prima del 2012. Potrebbe essere utile per far capire a chi di dovere che sarebbe venuto il momento di abolire il Comune di Curno. È assurdo mantenere in vita questo Comune solo per dare la possibilità ai politici indigeni di fare carriera a Bergamo. Se Curno facesse parte di Bergamo, non si farebbe più mercimonio dei curnensi, che sarebbero meglio tutelati da amministratori cittadini.
    Nusquamia viene talora consultata da lettori occasionali, che cercano tutt’altro. Per esempio, potrebbe capitare su Nusquamia chi cercasse notizie del pensiero di Dante sul volgare parlato dai bergamaschi: vedi mio commento qui sopra. Beh, mi diverte sapere che qualcuno, capitando per caso su Nusquamia, possa apprendere che questo paese pretende d’essere bello da vivere, che i suoi politici indigeni sfruttano i cittadini per fare carriera nell’OltreCurno, che qui c’è stato un tentativo di fare politica estera a favore di Al Fatah (sventato anche per merito di Nusquamia) e che la sindachessa emerita dott.ssa Serra aspira a diventare papessa
    . N.d.Ar.]

  3. Raggi : Arafat = dott.ssa Serra : Vera Baboun

    Grazie alla dura (e motivata) presa di posizione della comunità ebraica di Roma, la sindachessa di Roma ha fatto un passo indietro, non intitolerà più un parco di Roma alla discutibilissima figura di Arafat, che agli altri suoi demeriti aggiunge quello di essere stato insignito del premio Nobel per la pace (non sarà l’assegnazione di un premio Nobel a farci tremare le mutande).
    La presidentessa della comunità ebraica di Roma, con buona pace delle Acli di Bergamo, ha fatto presente che «Arafat del terrorismo odierno è stato il precursore, se non l’ideatore: il premio Nobel per la pace da lui ricevuto non è altro che il primo dei tanti premi Nobel assegnati con dubbio merito. […] Arafat, lo ricordiamo per chi evidentemente non conosce la storia, è il mandante morale dell’attentato antisemita alla Sinagoga del 9 ottobre 1982 in cui morì Stefano Gay Tachè. Un bambino ebreo, romano e italiano».
    Invece le Acli di Bergamo stravedono per Vera Baboun emissaria di Al Fatah (per lei stravedono, e questo è già più comprensibile, le imprese italiane che operano nel mercato arabo), tant’è che prepararono per la sindachessa di Betlemme un pacchetto di pubbliche relazioni, al quale la dott.ssa Serra aderì entusiasticamente.Vera Baboun, che è l’agente delle pubbliche relazioni di Al Fatah in Italia, è stata accolta dalla dott.ssa Serra come operatice di pace e madonna pellegrina degna di essere adorata in modalità di condivisione. Qui sotto una foto di Vera Baboun con appesa bene in evidenza alle pareti del suo studio la fotografia del leader labbrone, vergognosamente insignito del premio Nobel e scandalosamente ricco, Arafat.

  4. La malcontenta: il babbo gode, la mamma stenta

    Continua la rassegna di canti “eretici”: mettiamo in chiaro, ad ogni modo, che “godere” non è sbagliato. Insomma, a differenza dei conformisti politicamente corretti, pensiamo che s’abbia a giudicare caso per caso. La mamma è una rompiballe? Allora il babbo fa bene a godere altrove. Se invece la mamma è una santa, una donna educata e quindi non “determinata”, men che meno femminista, graziosa e degna di doverose attenzioni, allora il babbo che va all’osteria è un gaglioffo.

  5. Guccini contro «il nuovo che avanza»

    Sante parole contro la moda buzzurra del sushi. Per parte mia, non l’ho assaggiato e non mi piace; e sono fermamente intenzionato a morire senza averne mai assaggiato.
    Quanto al nuovo che avanza, non dite niente a Guccini di questi giovanottini ambiziosi che si aggirano dalle parti del Pd curnense: aziendalisti, conformisti e senza ideali. E non fategli parola degli agrimensori male acculturati. Guccini non ne sa niente, ma a Curno ci sono agrimensori preoccupati perché i politici non sanno, non hanno capito che cosa sia la banda larga, mentre loro invece…; inoltre strapparlano di eccellenze (squit, squit, squit! “eccellenza” è una parola che piace moltissimo ai buzzurri, come ai mongoidentitari piace il “territorio”: i primi perché sono alla ricerca di una cultura mai avuta, i secondi perché anelano a ritrovare la mamma perduta); e sempre loro, gli agrimensori male acculturati, vorrebbero, anzi pretendono l’intervento di commissioni internazionali, o anche soltanto di un simil-uomo-Del-Monte, purché di respiro internazionale (ai provinciali piace pensare in grande) per giudicare della progettazione di tutto ciò che si decida in ambito curnense, anche dei cessi (oh, yeah); secondo loro per proiettare le slàid e leccare il culo ai potenti è indispensabile il bollino Erasmus/Orgasmus, controfirmato dalla loggia segreta (mica tanto) massonico-cattoprogressista che spinge per l’allineamento renzista del Pd curnense (magari su quest’ultimo punto hanno anche ragione: il bollino è necessario).
    Guccini, salvaci tu, se puoi. Ma credo che non ci sia niente da fare. Il “nuovo” avanza inesorabilmente. Ma non pensiamo che sia il nuovo del progresso scientifico, la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del lavoro, la vittoria della ragione sulla superstizione, o soltanto il nuovo vagheggiato nei romanzi di Verne. No, questo è il nuovo di Giacobbo, il nuovo della rivista Wired (oh, yeah), il nuovo del Bibliomostro, il nuovo degli agrimensori male acculturati, il nuovo del potere agl’incompetenti, il nuovo dei servizi dati in esternalizzazione, il nuovo del co-working solidale (vedremo quanto), il nuovo dei corsi di formazione inutili, il nuovo del ministro della Pubblica istruzione che è una sindacalista. Merda!

  6. Tempus edax rerum

    Così scrive Ovidio, tempus edax rerum: il tempo che divora le cose. Ciò che c’impressiona, e che ci fa paura, o che dovrebbe far paura, è quanto in fretta, alle volte, il tempo corroda le cose, la bellezza delle donne e l’intelligenza degli uomini (in generale). Qui sopra, Antonella Ruggiero interpreta Vacanze romane: siamo nel 1983. In basso, la stessa Ruggiero interpreta la bellissima canzone di De André, Crêuza de mä (significa “viottolo di mare”: una mulattiera che scende giù ripida a mare): siamo nel 2013. Ma, parafrasando Virgilio: quantum mutata ab illa!

  7. A proposito del tempo e della bellezza svanita

    Se ne accennava nel commento precedente. Questo adattamento di De André di una melodia siciliana che ascoltava da ragazzino suonata su un 78 giri — così ci racconta — appartiene al genere dell’invettiva. In questo caso, contro la donna che gli ha rifiutato le sue grazie. Oggi sarebbe considerata politicamente scorretta. Anche per questo ci piace.

    • Daniela permalink

      @ Aristide

      Vedi:

      • La storia di Marinella è una storia vera, proprio come narra la canzone. Marinella era una santa e una puttana. Puttana d’altri tempi, quando ancora non c’era l’Erasmus/Orgasmus (così aderiamo al tema proposto nella pagina seguente).
        Fra l’altro, la Canzone di Marinella era il lato A del 45 giri che nel lato B riportava il Valzer per un amore.

  8. 3^F nella Curno crurale ed agrimensurale

    a) Apprendiamo dalla lettura di BergamoPost che presto una passerella congiungerà le due rive del Brembo nel tratto che bagna il territorio di Curno che volge ad occidente (lo bagna veramente? beh, sarà còmpito di qualche agrimensore verificare se lo bagna propriamente; qui “bagna” è da intendersi lato sensu, ed è espressione latina: vedi in Plinio il Vecchio «flumen quo adluitur oppidum».
    Prendiamo atto con piacere della circostanza che la passerella è ciclopedonale e non pedociclabile, come pretendeva la nota lobby curnense degli agrimensori male acculturati. La purezza dei fanciulli di Curno, vogliamo sperare, non sarà esposta a turpitudine di sorta.
    b) Putroppo, però, leggiamo di un prog[g]etto intitolato sciacquettisticamente We care, con evidente riferimento all’I care di don Milani, a suo tempo sciaquettisticamente usato (credeva di fare il fico) da Uòlter Veltroni. Fra l’altro, non ci stancheremo di ripeterlo, don Milani era un uomo cattivo e per niente cristiano.
    c) Peggio ancora, leggiamo che la giunta crurale mena vanto dell'”eccellenza” della nuova scuola: ed è un’espressione che non può non offendere la sensibilità dei curnensi educati alla buona lingua italiana e a quel sentimento di cortesia che ha scaturigine antica (non so quanti siano i curnensi provvisti di un buon impianto culturale, e non parlo di lauree, che oggi non garantiscono un bel niente: ma qualcuno ci sarà, voglio sperare): nella Francia dei trovatori, dapprima, quindi nella società urbana in Italia, e in quella signorile. Insomma, “eccellenza” è un parola che piace tanto ai buzzurri che credono di essere fichi usando acronimi, paroline inglesi e metafore della neolingua mongoaziendale e tecnoburocratica, quelli che seguono Giacobbo alla televisione e leggono la rivista Wired, talché nessuna persona bennata può sentir parlare di “eccellenza” (con questo significato) senza rabbrividire. Men che meno potrà mai usarla.

    A cotali signori male, anzi pessimamente, acculturati si applica benissimo quel che nell’Elogio della follia, diceva Erasmo da Rotterdam dei poetastri e degli oratori da strapazzo:

    Quo quisque est indoctior, hoc sibi placet insolentius, hoc sese magis iactat ac dilatat.

    Cioè:

    Quanto più uno è ignorante, tanto più si compiace di sé con superbia, tanto più si vanta e si gonfia.

    Sì, così diceva Erasmo, oggi maltrattato, abusato, per non dire stuprato, dagli operatori della mistica del bollino di qualità Erasmus/Orgasmus. Proprio Erasmo che, sulla scia del suo modello greco, Luciano di Samosata, fu un nemico implacabile dell’impostura, oggi viene usato a fini di impostura.

  9. Contro l’odiosa mistica dell’Erasmus/Orgasmus
    Fusaro: «Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro dell’Erasmus»

    Diego Fusaro esiste perché esistono gli aziendalsimilprogressisti. Questi hanno fatto come il cucùlo, che mette le proprie uova malefiche nel nido di uccelli di altre specie. L’uovo clandestino viene covato come se fosse autentico; quando il pulcino del cucùlo nasce, si sbarazza, facendole precipitare dal nido, delle uova dei fratellastri, che ancora devono venire alla luce. Rimane lui solo; ed è lautamente nutrito da un passeraceo che non gli è madre, ma che lui subdolamente inganna. Così hanno fatto gli aziendalsimilprogressisti con le sedi — in generale, con la struttura — del vecchio Pci. Se ne sono impossessati, hanno assassinato (politicamente) gli esponenti residui dell’antica tradizione di umanitarismo socialista, oppure li hanno comprati, quelli che pensarono di trarre qualche vantaggio, materiale o solo narcisistico, immediato o futuro. Ché degli emuli di Giuda Iscariota pare che la Storia sia sempre incinta.

    Dunque gli aziendalsimilprogressisti hanno assassinato la sinistra, tuttavia sono nutriti dal popolo della sinistra che si affida a loro (ancorché in misura decrescente) come se veramente rappresentassero la sinistra.
    Ergo esiste un vuoto a sinistra che in maniera più o meno maldestra fa gola a parecchi. Nessuno però si è finora trovato che riempisse quel vuoto degnamente. Il migliore, almeno sotto il profilo umano, sarebbe Pierluigi Bersani. Anche sotto il profilo culturale: possiede una laurea in filosofia non di merda, e al liceo ha studiato latino con la professoressa Calderini, politicamente reazionaria ma erede di una grande tradizione. [*] Tuttavia, avendo detto tutto il bene possibile di Bersani, soprattutto se lo confrontiamo con il bullo fiorentino (sotto il profilo umano, più che quello politico), bisognerà dire che a) Bersani è comunque, lui stesso, nella linea del tradimento della sinistra inaugurata da Occhetto e approdata all’osceno connubio con il piucchetrombone Romano Prodi; b) Bersani non è all’altezza della complessità del sistema: la sinistra italiana e quella europea devono ancora trovare i direttori d’orchestra e gli esecutori di uno spartito che dovrà necessariamente essere socialista e scientifico.

    Ed è qui che entra in ballo Diego Fusaro. È giovane, è belloccio e, soprattutto, riempie uno spazio lasciato vuoto dalla sinistra. Non si propone come leader politico (non ancora, perlomeno), ma sul piano filosofico-divulgativo, più che su quello teorico, occupa la nicchia del “filosofo gramsciano”. Un tempo i filosofi marxisti — altro che nicchia! — occupavano tutti gli spalti del castello della filosofia. Oggi di quel castello avanzano le rovine, non perché sia stato preso d’assedio e distrutto da nemici esterni: no, perché gli stessi filosofi e pensatori un tempo marxisti, avendo annusato il vento nuovista, hanno sabotato, minato e distrutto il castello dall’interno (con poche eccezioni, per esempio quella di Luciano Canfora, storico e grecista).
    IL bel Fusaro, a proposito dell’Erasmus, ci dice qualcosa che perfino per i lettori intelligenti di Nusquamia (non tutti sono intelligenti, ma non c’è niente di male) è ormai scontata: quella dell’Erasmus è una mistica, e la mistica va demistificata. È l’antica lezione del pensiero critico del quale tanto si discuteva nel ’68, a proposito e sproposito (ma non dimentichiamo la differenza tra il ’68 e il ’77: borghese ma intelligente il primo, sgarruppato e intellettualmente sottoproletario il secondo).
    Credo che Fusaro esageri nella valutazione dell’intelligenza delle “forze capitalistiche” che a suo dire troverebbero un equivalente monetario nella mistica del “nuovo che avanza”. Se Fusaro si limitasse a denunciare, nel concreto, il tentativo di manipolazione dei consumatori con il concorso, per esempio, di giornalisti prezzolati, e di pubbliche relazioni ai vari livelli, sarei d’accordo senza riserve. Come quando il giornalista di Wired auspica un movimento dal basso che richieda l’adozione generalizzata della banda larga, facendone — addirittura — una questione di “educazione” (nel senso inglese di education, immagino, che fa cacare comunque [**]). Beh, qui il neocapitalismo ha il suo riscontro economico, è vero. Ma non tutte le forme di decadenza della nostra civiltà sono riconducibili al profitto: esiste un diffuso cupio dissolvi che andrebbe analizzato, se non altro per contrastare la decadenza. Non lo facciamo qui, per non allargarci troppo, ma vi abbiamo accennato, per esempio, quando ci siamo occupati di femminismo ed Lgbt: una sinistra, ancorché cosiddetta, che si dimentica delle ragioni della sinistra e dei diritti dell’Uomo, per occuparsi esclusivamente di bùbbole condivise e “nuovi diritti”, contribuisce alla decadenza.
    Insomma è un po’ come con le Brigate rosse, che furono sopravvalutate, allorché si ipotizzò una loro intelligenza diffusa, un coordinamento internazionale, una partecipazione dei servizi segreti dell’Est. I quali avranno anche inzuppato il biscotto, ma le ragioni del malessere andavano ricercate a casa nostra. Poi quando furono distrutte — con il contributo determinante del Pci e segnatamente di Pecchioli, il ministro-ombra del Pci agl’Interni — si scoprì che c’era ben poco di “scientifico” nella loro organizzazione.
    Peraltro Fusaro fa benissimo a sferzare la mistica di quel che noi chiamiamo il bollino di qualità Erasmus/Orgasmus, quello che manda in visibilio i buzzurri di Curno. Sì, l’Erasmus come viatico della condizione infelice dei giovani che sono vittime della società di merda e che da vittime si trasformano in collaboratori, o collaborazionisti, visto che che non si ribellano e che, anzi, si conformano. Fa benissimo ancora, il giovane Fusaro, a esprimersi contro il giovanilismo. Se conoscesse Marcobattaglia, sarebbe d’accordo con noi nel considerare particolarmente grave, anzi “gravissima” (in linguaggio serrano) l’inesauribile attività di sbandieramento del vessillo europeo da parte del giovane Pd-conformista (quel vessillo finirà col diventare odioso ai curnensi, se Marcobattaglia insiste a farsi fotografare in modalità di sbandieratore); per non parlare dell’impegno spudoratamente assunto dal medesimo di «rendere Curno più europea» e della pervicace volontà di obbligare i curnensi alla celebrazione della mistica dell’Erasmus/Orgasmus.
    Pur prendendo le distanze dal “personaggio” Fusaro (cosa che abbiamo già fatto [***]) riteniamo valga la pena riportare quanto afferma alla fine dell’intervento:

    I giovani vivono oggi come qualcosa di positivo il fatto di non potere mai stabilizzarsi ed essere permanentemente in movimento tra una festa e l’altra, da Londra a Parigi e vivere appunto come se si fosse permanentemente in Erasmus [e con la speranza di un Orgasmus, aggiungo io N.d.Ar.]. Si abituano cioè fin dalla giovane età a una vita che dovranno condurre sempre. […] Saranno costretti al nomadismo cosmopolita secondom le logiche delocalizzanti che ci rende tutti precari e migranti, tipo generazione Erasmus.

    Osserviamo infine che mentre i giovani conformisti del Pd curnense si dànno da fare per inculcare la mistica dell’Erasmus/Orgasmus, ottenendo che i loro sfigati colleghi di gioventù accettino senza ribellarsi di non avere un ruolo in società, essi stessi, invece, contestualmente diventano segretari di quest’associazione e presidente di quell’altra (oh, le associazioni! squit!), con la prospettiva quasi certa di un posto di lavoro fisso nel loro futuro, per loro e per loro soli. Sono propagandisti del nomadismo, per non diventare nomadi: bella roba! Forse uno di loro, l’Andrea Saccogna-Gamba, se tutto va bene, avrà una sdraio allo stabilimento balneare L’ultima spiaggia di Capalbio, erediterà quella di Chicco Testa (gli ambienti cattoprogressisti di Bergamo, forse la stessa dott.ssa Serra, se avrà raggiunto i traguardi che si è proposti — ça va sans dire — ci metteranno una parolina buona).

    ………………………………
    [*] Si veda Bersani: il mio ’68 sui banchi del Gioia.
    [**] Si veda La concorrenza di Stato fa bene alla banda larga.
    [***] Si veda Diego Fusaro invita i giovani ad essere un po’ meno sporcaccioni (in senso etico)

    • Perché Bersani ci è simpatico

      Accennavamo nel commento precedente alla simpatia che non possiamo non provare per Pierluigi Bersani, se non altro sul piano umano. La fotografia qui sopra lo ritrae nel 2012 a Campo de’ Fiori mentre scrive in splendida solitudine, penna alla mano, mica sul tablet con tastiera blootooth, come i due Mattei, davanti a una pinta di birra, il discorso per l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico. La valutazione politica non è parimenti positiva, è vero. Ma che importa? L’esperienza ormai decennale di coabitazione con la politichetta curnense (coabitazione, si badi bene, e non condivisione: ché quella politichetta l’ho sempre disprezzata, insieme con le sue appendici padane e feline) mi ha portato a rivedere certi miei precedenti pregiudizi, e ad apprezzare il fattore umano.

  10. Provocazione politicamente scorretta
    L’arcivescovo (anglicano) di Canterbury mangia falafel con Vera Baboun

    Maggio 2017 – Justin Welby, arcivescovo anglicano di Canterbury, dopo aver incontrato a Gerusalemme Omar al-Kiswani, direttore della moschea al-Aqsa Mosque (li vediamo qui sopra all’interno della Cupola della Roccia), ha incontrato a Betlemme la sindachessa Vera Baboun con la quale — c’informa un servizio della Bbc — ha mangiato falafel, una polpetta di legumi speziati: probabilmente è buona, forse anche molto buona, perché contiene aglio in abbondanza (quello che non piace a Berlusconi e alle femministe). Si veda Archbishop of Canterbury to meet Palestinian and Israeli leaders.
    Ne diamo notizia perché, com’è noto, la dott.ssa Serra ha stretto un patto di sororità con la sindachessa betlemita, sia perché Vera Baboun è nelle grazie delle Acli di Bergamo, oltre che degl’industriali che intrattengono rapporti d’affari nel mondo arabo, sia anche per affinità elettive, essendo la Baboun ricercatrice universitaria sulle tematiche del “gender”.
    Non ci fidiamo della professione di understatement della dott.ssa Serra, che ha detto che le piacerebbe fare la nonna: ma intanto si è ricandidata nella lista di Vivere Curno, la pseudo-lista civica da lei fondata nel 2012, e oggi siede nel Consiglio comunale di Curno, con il telecomando in mano, in attesa di sviluppi favorevoli della situazione politica. Del resto anche quando si [auto]candidò sindachessa nel 2012, si dimise contestualmente dalla carica di presidentessa dell’assemblea provinciale del Pd, e diceva di volersi dedicare tutta al popolo di Curno; poi però accettò con piglio decisionista la carica di consigliere provinciale (consigliere nella Provincia di Bergamo, in quota Pd), con tanto di delega prestigiosa (poi, par di capire, «il mellone è uscito bianco», cioè il cocomero non era bello rosso all’interno, ovvero ancora, la sua ascesa incontrò una battuta d’arresto: ma questo è un altro discorso, e «mo’ cu chi t”a vuó’ pigliá»? Così dice Carosone.).
    Insomma, poiché non ci fidiamo dei buoni intendimenti nonneschi, continuiamo a tenere la situazione sotto controllo, compreso il panorama internazionale. Non dimentichiamo che la dott.ssa Serra si sente una ragazza, che durante la sua tirannide ha seminato a destra e a manca in vista di una sua affermazione OltreCurno, e che sulla Baboun ha puntato parecchio, allorché la collega fu presentata agl’ingenui boccaloni curnensi in veste di Madonna pellegrina, assetata di pace. Così volevano le Acli di Bergamo, e così piaceva alla dott.ssa Serra.

  11. La Suprema è lei permalink

    La Baboun loda Arafat, Arafat Nobel per la pace. Come Obama che tanta pace sganciò sul mondo intero.
    C’è da tenersi a debita distanza da questi santoni pacifisti.
    La Serra che fa invece? Ci va a corte.
    E se entri nella corte tra un giro di giostra e l’altro un sellino ti può capitare.
    Accanita nel raccogliere i punti Cirio, quasi una forma di ludopatia, quasi un’ossessione che le ha tolto lucidità.
    E si è notato benissimo durante il suo quinquennio, tanto che il nome Augusta le calza benissimo

    • La politica filopalestinese del Pd di Curno

      Un aspetto assai triste della politica di questi ultimi tempi è che non si ha la possibilità di scegliere il meglio, per mancanza di offerta del meglio: si può scegliere solo il meno peggio. Oppure non si va a votare: cosa che io stesso ho fatto in altri tempi, disgustato dal tradimento occhettiano; anzi, per punire il fatuo Occhetto e i post-occhettiani, votai per diversi anni per la Lega nord, finché non m’imbattei nel Pedretti. Anche il voto punitivo ha una sua logica, come ho già scritto, credo più di una volta, su Nusquamia. Dopo di che, vedendo la situazione politica incancrenirsi, e non potendomi più permettermi il rischio di favorire i peggiori con il non-voto o con il voto punitivo cominciai a votare per il meno peggio.
      A scanso di equivoci, non fu il Pedretti a indurmi a non votare più per la Lega nord (nessuno si scandalizza se un uomo politico traligna), ma fu la Lega nord che non volle prendere posizione sulle gesta del Pedretti, furono l’ipocrisia di Bobomaroni prima e di Salvini poi. Nello stesso lasso di tempo la Lega nord diede segni inequivocabili di non essere in grado di governare il cambiamento, non solo per lo scarsissimo livello della classe dirigente (sembrerà strano, ma il migliore fra loro è Roberto Calderoli), ma perché risultava sempre più repellente al gusto e all’intelligenza degli uomini di cultura, degli scienziati, delle forze economiche sane (niente finanza criminale o anche solo parassitaria), necessarissimi per l’auspicato cambiamento. Infine, con Salvini, la Lega nord ha abbandonato la politica per addentrarsi in un lucroso business (in termini di voti) politicamente cloacale. Insomma, con la morte nel cuore, voto per il meno peggio.
      Perciò il dicembre scorso ho votato per il Sì referendario: certo non per simpatia nei confronti del pentolaio Renzi, che è riuscito a far convergere su di sé (oddio, in verità è stato scelto) i “mi piace” della finanza cattolica e di quella massonica, come avviene per i grandi progetti finanziati dalla Banca mondiale. Ho votato “sì” perché convinto che la posta in gioco non fosse Renzi, come lui stesso aveva preteso, all’inizio, ma l’affermazione del principio che in Italia il cambiamento è possibile. Che poi certe proposte renziste siano scritte con i piedi, è cosa sulla quale non ho dubbio alcuno. Ma la pessima qualità di scrittura e di pensiero dei renzisti non era, date le circostanze, una ragione sufficiente. Si trattava di vincere quel che in fisica si chiama l’attrito di primo distacco.
      Parimenti i lettori di Nusquamia sanno quanto abbia in dispetto Hillary Clinton: determinata, maleducata, indisponente, femminista, sguaiata, ipocrita, pappa-e-ciccia-con la finanza wasp (ma non per questo meno criminale): eppure, dovendo scegliere tra lei e il tamarro pazzo Donald Trump, dissi che se fossi stato americano avrei votato per l’odiosa testifraga (scilicet, quae testes frangit) Hillary.
      E, venendo alle nostre pecore, come si dice in francese (revenons-en à nos moutons), cioè per tornare alle simpatie filopalestinesi dei similprogressisti curnensi, noi che fummo avversari implacabili dei clisteri di condivisione, del femminismo, del politicamente corretto, della ambizioni della dott.ssa Serra, tuttavia quando si trattò di decidere a Curno tra Locatelli e la dott.ssa Gamba, non esitammo a dire che il meno peggio era la dott.ssa Gamba, continuatrice della dott.ssa Serra (la quale,fino a prova contraria, detiene il telecomando dell’amministrazione crurale). Queste simpatie e conseguentemente il pericolo che i curnensi siano trascinati in questioni indebite di politica internazionale fanno capolino perfino in certi “messaggini” prosopobiblici di Marcobattaglia: speriamo che nello stesso Pd lo fermino, finché si è in tempo. L’on. Misiani è o non è il padrino politico del Pd di Curno? Dunque che cosa aspetta a intervenire? Non venitemi a dire che il Pd con MarcoBattaglia ha ricevuto una proposta che non si può rifiutare.

      • P.S. – In ogni caso. l’offerta ricevuta dal Pd curnense, quando si è visto catapultato il “ggiovane” Marcobattaglia, premiato sbandieratore del vessillo europeo, va rifiutata. Quand’anche fosse la Banca mondiale in persona a caldeggiarne la carriera. La ragione? La sua determinazione non conosce freni inibitori, quelli che talora salvarono in extremis la dott.ssa Serra, salvo quando si trattava di esibirsi, preferibilmente in modalità fasciata e tricolorata. Ché allora non c’era educazione borghese che tenesse, la dott.ssa Serra in tali circostanze diventava liquida (come la società liquida di Bauman-Grillo-Casaleggio), si abbandonava al piacere della visibilità.

  12. Controinformazione

    Continua l’attività di disinformazione del gatto padano. Poco mi curo dei suoi epiteti (afferma che Nusquamia è una latrina), non mi sembra il caso di replicare alla sua disinformazione, ai suoi mendacî, alle sue falsificazioni. Il personaggio è stato già analizzato e, per così dire, notomizzato: vedi Gatto padano.
    Tra le falsificazioni, manifestamente incredibili, ce n’è una che ha l’aria di essere credibile, e che invece afferma il falso, a più riprese, nonostante le smentite. Quella per cui sarei stato a libro paga del Comune di Curno, retribuito mensilmente fino al giorno del disarcionamento serrapedrettesco di Gandolfi. Come ho ampiamente spiegato su Testitrahus e ultimamente anche su Nusquamia, ho spiccato due fatture, da libero professionista, per la realizzazione di due numeri del periodico 24035 Curno, Bg: dunque il gatto mente sapendo di mentire, tanto più che lui è un annusatore professionista di cacate carte. Né vale la pena domandarsi a pro di chi egli mentisca: bastano e avanzano la sua cattiveria, la sua invidia, e certi altri aspetti della sua personalità, che riteniamo opportuno preterire.
    La mia collaborazione con il Comune di Curno è tutta qui, riguarda due numeri di una rivista di qualità finalmente non culilinctoria, a differenza delle riviste similari degli altri Comuni e dello stesso Comune di Curno, prima e dopo. Una rivista di taglio culturale che non trattava di politica di paese, della quale mi sono occupato, pubblicamente, solo dopo. Sia Gandolfi sia io, occupandoci di Curno, abbiamo lavorato in perdita, almeno sotto il profilo economico. Grande invece è stata la soddisfazione di essere stati come dei tafàni per la politichetta, determinando altresì l’evanescenza di certi personaggi del milieu politico indigeno, non di tutti, però: non omnia possumus omnes. Fu, pur con tutti i limiti del caso, un’opera di giustizia: cone dice l’antico brocardo, Iniuriam facias, nisi vindices.

    • Quos vult Iupiter perdere, dementat prius

      Dopo aver letto la noterella qui sopra riportata, alle menzogne e alla disinformazione precedenti il gatto padano aggiunge un nuovo mendacio: «Dopo il secondo numero gli altri componenti la giunta Gandolfi ed anche i consiglieri di maggioranza bloccarono l’edizione del libello [cioè di ‘24035 Curno Bg’: N.d.Ar.]».
      Eppure al cap. 5 dell’articolo che apre questa pagina è possibile leggere un paragrafo (e il gatto l’ha letto) intitolato “La mozione della vendetta”, in cui era scritto che ci fu, appunto, una mozione della vendetta, «presentata dal Pedretti ed entusiasticamente appoggiata dai similsinistri curnensi che allora si chiamavano “Insieme per cambiare Curno”, non ancora “Vivere Curno”. Con tale mozione chiedevano la chiusura dell’Ufficio di Staff, al quale, come si è visto, la Di Piazza aveva vincolato la realizzazione della rivista. La mozione non passò, ma Aristide ritenne opportuno cessare la collaborazione: cosa facilissima, perché aveva avuto l’accortezza di siglare un accordo per cui sarebbe stato pagato, di volta in volta, a fronte di presentazione di una fattura relativa al prodotto realizzato. Le fatture furono due». Avrei potuto narrare anche del desiderio, più o meno subliminale, della Di Piazza di avere voce in capitolo nella realizzazione della rivista, ma sarebbe stata una divagazione inutile, nell’economia del discorso, anche se interessante, in sé, come “pezzo di colore”. Non ne ho parlato allora e non ne parlo adesso.
      Ergo, la maggioranza ha votato contro la mozione della vendetta. La votazione fu a scrutinio segreto, su richiesta della Morelli. Facendo la conta dei voti, non è stato difficile capire che mancava un solo voto della maggioranza, quello di Fausto Corti, della quinta colonna del Pdl, alleato di ferro del Pedretti. Locatelli preferì non uscire allo scoperto e votò con la maggioranza, contro la mozione della vendetta.
      Certo, potrei aver mentito io, scrivendo quel che ho scritto. E potrei mentire ancora, adesso che ribadisco il concetto. Ma a, occhio e croce, chi è il mentitore, uno come Aristide che ha un onore da difendere, o uno come il gatto padano, del quale leggiamo alcune imprese nella sezione di questo blog a lui intitolata, e istituita a scopo di legittima difesa? Vedi Gatto padano.
      Ricordo che il gatto padano è stato espulso da questo nobile diario per manifesta indegnità (vedi Il gatto padano espulso da Nusquamia per tutto il 2012): infatti è impossibile, oltre che assurdo, che uno come lui possa dialogare da pari a pari con me. Ecco allora che, pur di destare l’attenzione, il gatto ricorre al mendacio e alla calunnia.
      Per parte mia mi limito a mettere in evidenza, sporadicamente, alcuni dei suoi tentativi di trascinare Nusquamia sul terreno della fetida politichetta curnense, e a mettere sul chi-va-là le persone che eventualmente il gatto voglia agganciare. A suo tempo agganciò il Pedretti (e qualcosa di quel sodalizio, tutto sommato, sopravvive). Ultimamente ha fatto tentativi di agganciamento su Cavagna il Giovane e MarcoBattaglia. E fin qui passi. Ma è importante che si fermi lì.

  13. Dopo la strage di Barcellona del 17 agosto 2017
    Erasmo [*] contro la bestialità del voler risolvere le controversie con la violenza

    [Natura, vel potius Deus] caeterorum animantium unumquodque suis instruxit armis: taurorum impetus armauit cornibus, leonum rabies unguibus, apris fulmineos affixit dentes, elephantos praeter cutem et molem promuscide quoque tutatus est, crocodilum crustis velut laminis communiuit. […] Solum hominem nudum produxit, imbecillem, tenerum, inermem, mollissima carne, cute leui. Nihil usquam in membris quod ad pugnam aut violentiam datum videri possit.
    […] Nec his contenta natura sermonis et rationis usum uni tribuit, quae quidem res ad parandam et alendam benevolentiam in primis valet, ne quid omnino per vim inter homines gereretur.

    Questo brano è tratto dal primo adagio del quarto migliaio degli Adagia raccolti e commentati da Erasmo da Rotterdam, che porta il titolo Dulce bellum inexpertis (“Ama la guerra chi non la conosce”). Segue la traduzione:

    [La natura, o Dio, piuttosto] ha dotato ciascuno degli altri esseri viventi [animantium] di armi proprie: ai tori diede come armi d’offesa le corna [impetus armavit cornibus], ai leoni le unghie perché sfogassero la propria rabbia, ai cinghiali impiantò [affixit] zanne micidiali, gli elefanti volle che si difendessero con la proboscide [promuscide… tutatus est], oltre che con lo spessore della pelle e con la mole del corpo, al coccodrillo diede come difesa [communivit] scaglie tali da costituire una corazza [velut laminis: ma il latinista intende che queste laminae siano quelle di una lorica, cioè di una corazza]. […] Solo l’uomo volle che fosse [produxit: lett.te, “mandò avanti, generò”] nudo, debole [imbecillem], di materia tenera ed inerme, fatto di carne cedevole e con una pelle sottile. E nelle sue membra, da nessuna parte, non c’è niente che possa sembrare predisposto [datum videri possit] alla lotta o alla violenza.
    […] Come se non bastasse, la natura attribuì all’uomo [sottinteso, ma suggerito dal complemento uni], e all’uomo soltanto [unus = “uno soltanto”], l’uso della parola [sermonis] e della ragione, la quale in particolare [quidem], e soprattutto [in primis], possiede la virtù [valet] di preparare e nutrire la benevolenza, perché nessuna questione [sottinteso, ma suggerito dal predicato della proposiz. subordinata gereretur] tra gli uomini, e in nessun modo, fosse trattata facendo ricorso alla violenza.

    …………………………………
    [*] Erasmo da Rotterdam, al quale è intitolato il programma di mobilità studentesca Erasmus, presto degenerato nell’impostura Erasmus/Orgasmus.

    • Maria Cristina G. permalink

      Muy interesante solo que estos conocimientos no los tiene toda la humanidad. Creo que fracasaron las religiones!

      • Non è chiaro a quali conocimientos faccia riferimento Maria Cristina. Conoscenze o concetti? In ogni caso, se certe conoscenze o concetti non sono alla portata di tutti, è forse questa una buona ragione per non parlarne? O è forse proibito? Mi sembra di essere tornato ai primi tempi di Nusquamia, quando qualcuno diceva “è difficile”; dunque non va. Ecco, il punto è: a chi non va? E perché?
        La frase è stata tradotta da Mr. Google?

    • Il monumento a Italo Balbo


      Spezzone di un documentario di Folco Quilici su Italo Balbo.

      Mah, la provenienza del messaggio di Sebastiàn mi è un po’ sospetta, più ancora la fonte della notizia qui sopra segnalata. Mi sa di provocazione, come ai vecchi tempi in cui si voleva far “deragliare” Nusquamia. Comunque…
      Rimuovere il monumento a Italo Balbo a Chicago? Oddio, pensavo che fosse una palla, considerato che la fonte della notizia è la testata “Il primato nazionale” (sottotitolo: “Quotidiano sovranista”). Con i sovranisti non vado punto d’accordo, per dirla tutta politicamente mi fanno ribrezzo. Perciò sono andato al più affidabile (non sempre, però) Corriere della Sera, dove ho trovato riscontro della veridicità della notizia (anche se non è chiaro il rapporto di causa ed effetto tra l’abbattimento dei monumenti sudisti e la proposta di abbattimento del monumento a Italo Balbo).


      Fare clic per leggere l’articolo.

      Spero comunque che i solerti chicagoani (così si chiamano gli abitanti di Chicago, e non cicacatori) non osino fare a pezzi la colonna romana, che è un reperto antico, portato da Ostia antica a Chicago, risalente a oltre duemila anni fa.
      Oggi alla radio, dopo la lettura dei giornali al terzo programma della Rai, venuto il momento delle domande al giornalista, ci fu un ascoltatore che disse: sono sicuri gli americani di potersi mettere a posto la coscienza abbattendo questi monumenti sudisti? (In realtà ci sarebbe da aggiungere che risalgono per lo più alla prima metà del Novecento, ma la questione non cambia molto.) Come la mettiamo allora — soggiungeva l’ascoltatore — con lo sterminio di 130 milioni d’indiani d’America? E anche se la cifra è esagerata, e il genocidio interessò soltanto 100.000.000 d’indiani, forse che cambia qualcosa?
      Un altro ascoltatore osservò: attenzione però, anche Washington, primo presidente degli Stati uniti d’America, e Jefferson, terzo presidente, possedettero schiavi. Abbattiamo anche le loro statue?

      È un pezzo che lo dico: le galline del politicamente corretto fanno da battistrada all’avanzata della destra. Facendo le dovute proporzioni, non dimentichiamo che il cardinale Martini, che viaggiava in Mercedes nera con i finestrini oscurati da tendine porpora e portava delicatissime scarpette di seta color porpora (ton sur ton con le tendine), e che predicava l’avvento di una “società multietnica e multirazziale” fu — senza volerlo, certo — un reclutatore di voti per Lega nord a Milano. C’è modo e modo di dire le cose, il cardinale Martini le disse in maniera sbagliata.

    • In risposta al messaggio qui sopra, sotto la dicitura “Prima effe”:

      Claudia Koll è una santa. Anche Maria Elena Boschi.

      Ricordo che l’insegna di Nusquamia reca al centro tre F su campo blu, contornato da doppio filetto tipografico, sottile e spesso. Il significato delle 3F è il seguente: Fica, Filosofia, Fonolinguistica.

  14. Così bella, così dolce / Une femme douce, di Robert Bresson

    Di questo film ci siamo già occupati su Nusquamia, per cui vedi:

    L’amore e le scimmie in un film di Robert Bresson tratto da Dostoevskij
    Sul film Une femme douce, su Bertolucci e Moravia
    Cinefilia

    La novità è che il film, introvabile su Dvd, e che più di una volta è comparso su You Tube, per poi sempre scomparire, è tornato su You Tube. Consiglio ai lettori cinefili di non perdere l’occasione di vedere, o rivedere, un capolavoro, prima che scompaia nuovamente. Oppure di scaricarlo (con Mozilla Firefox si può usare, per esempio, l’estensione Simple You Tube Converter). Non saprei essere preciso, ma il fatto curioso è che sono comparse, più o meno contemporaneamente, sia la versione italiana (in alto), dia quella francese (qui sotto). Uno-due anni fa c’era invece la versione francese sottotitolata in inglese.
    La fanciulla mite è qui interpretata da una meravigliosa Dominique Sanda: questo è il suo primo film, credo che il suo sia stato un battesimo di fuoco, perché Bresson ha fama di essere “crudele” con i suoi attori.
    Quanto al fatto che certi film ormai fuori commercio spariscano da You tube, queste sono le cause principali:
    a) L’esistenza di maiali che nella vita sono persone cattivissime, con gravissimi, inconfessabili e inconfessati peccati sulla coscienza, che però pretendono di combattere per una causa “nobile”, in questo caso quella della difesa di diritti d’autore inesistenti o praticamente inesistenti (Une femme douce è del 1969, non esiste il Dvd, dunque la sua visione su You tube non sottrae introiti agli eventuali percettori di diritti d’autore): in realtà, con il pretesto di una causa buona, continuano a commettere azioni cattive, come la loro natura li spinge a fare. Sono simili a certi vegani, ai pacifisti poco pacifici, a molti ambientalisti e divoratori di micidiali cibi “bio”: pensano soltanto a se stessi, alla propria salute o alla propria immagine, ma vorrebbero darci a credere di essere migliori degli altri.
    b) Delirio di potenza di “vendicatori” psicopatici: qualche anno fa è stato condannato un ragazzetto australiano che, pretendendo di essere il legale rappresentante di una serie Tv, aveva fatto rimuovere dalla rete i vecchi episodi della serie; fra l’altro, la casa produttrice per l’occasione si dichiarò favorevole alla presenza in rete di quelle vecchie puntate, che facevano da traino per le nuove.
    c) L’esistenza di miserabili delatori che offrono i loro servigi a organizzazioni mongoburocratiche che vendono “pacchetti” d’informazioni su presunte violazioni dei diritti d’autore; questi pezzenti sono retribuiti proporzionalmente al numero di delazioni effettuate, indipendentemente dal fatto che gli autori ricevano effettivamente un danno, o meno. Mi sembra evidente che se uno pubblica uno spezzone, o addirittura tutto un film recente, la casa di produzione riceve un danno, perché chi vede quel prodotto gratuitamente si guarderà dall’acquistare il Dvd, o vedere il film in una rete a pagamento (ce ne sono parecchie: per i film vecchiotti va bene “MyMovies live”, e costa poco; per i film più recenti, ChiliTv che, a differenza di altre piattaforma presenta anche film di qualità).
    Però — dico io — che bisogno c’era di levare lo spezzone di un film cèco degli anni ’50 (Il principio superiore), del quale non esiste il Dvd e dove si parla del punto d’onore di un professore di latino che non accetta i soprusi dell’occupante tedesco, e trova il coraggio di protestare con dignità, in nome della virtù romana, come è insegnata da Tacito? Mica era un film che tratti di trojone cinquantenni assatanate di sesso, un film di violenza, un film su mongomanager in carriera, un film di effetti speciali, come quelli che piacciono ai lettori di Focus e Wired e ai telespettatori di Voyager. È un film di grande valore culturale, ma il valore commerciale è zero. Quale danno riceverebbero mai gli autori o, meglio, gli eredi degli autori? Eppure, io che avevo pubblicato quello spezzone, mi sono visto recapitare un messaggio da parte di You tube: mi facevano presente di aver ricevuto un reclamo da parte di una qualche società subentrata a quella che realizzò il film. Delatori stronzi, burocrati, aziendalisti e — probabilmente, nella vita privata — porci.

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