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Un adagio di Erasmo contro gli opportunisti/conformisti del Pd

21 agosto 2017

Il veltroniano “non solo questo, ma anche…” in versione curnense. È in arrivo un clistere di massa, aromatizzato con profumi massonici?

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de-libero-et-servo-arbitrio

 A cinquecento anni dall’affissione al duomo di Wittenberg delle 94 tesi di Martin Lutero, papa Francesco ha abbracciato l’arcivescovo primate della Chiesa luterana svedese, signora Antje Jackelen. Ciò avveniva il 31 ottobre 2016, appena dopo la firma della dichiarazione congiunta luterano-cattolica da parte di papa Francesco e del presidente della Federazione luterana mondiale, Munib Younan. Sorge la domanda: era proprio necessario? Ci sono nella dottrina protestante aspetti preoccupanti, sono sotto gli occhi di tutti, sono inglobati nell’etica protestante del capitalismo. Poco importa che il mondo sia scristianizzato, in pratica: i disvalori di quell’etica sono lì, postulano il ritorno alla legge della giungla. Il mondo cattolico, i paesi latini, se non fossero ormai infettati dall’aziendalismo, avrebbero il dovere di resistere, di promuovere una rinascita dell’umanesimo, anche nel nome della Buona novella, quella stessa che, di fatto, è stata ripudiata dalla Riforma protestante, che segna un ritorno alla barbarie del Vecchio testamento.
I due punti fondamentali che impedirono ad Erasmo, libero pensatore che bene conosceva i difetti della Curia, l’avidità dei pontefici, l’ignoranza dei frati, di aderire al protestantesimo, sono la questione del peccato originale e quella del libero arbitrio. Secondo Erasmo, Lutero sbagliava, perché è vero che il libero arbitrio è stato viziato dal peccato originale, ma esiste pur sempre nell’uomo un margine di libertà: se non ci fosse, dovremmo negare la giustizia e la misericordia divina. Un anno dopo, Lutero rispose ad Erasmo scrivendo un trattato sul servo arbitrio, nel quale insisteva sull’impossibilità per l’uomo di scegliere liberamente tra bene e male. A sinistra, il saggio di Erasmo da Rotterdam sul libero arbitrio, pubblicato nel 1524. Per sfogliare il libro di Erasmo, fare clic su De libero arbitrio διατριβή sive collatio per Desiderium Erasmum Roterodamum. A destra, la risposta di Lutero, sul servo arbitrio, pubblicata appenai un anno dopo. Per sfogliare il libro di Lutero, fare clic su De servo arbitrio Martini Lutheri ad D. Erasmum Roterodamum.

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Erasmo era un umanista, non un aziendalista. Era anche un demistificatore: la mistica dell’Erasmus/Orgasmus che si vuole inoculare ai curnensi destinati a diventare “sempre più europei” per favorire la carriera di un consigliere comunale, l’avrebbe fatto vomitare. Ce ne fanno fede la sua opera e la sua vita: [*] avrebbe potuto cogliere allori “istituzionali”, schierandosi con i protestanti che – almeno in questo, giustamente – si scandalizzavano dell’ipocrisia dei cattolici e del marketing delle indulgenze. Ma era un uomo d’intelletto, e capì immediatamente il pericolo del servo arbitrio difeso da Lutero: un argomento ideologicamente pericolosissimo, del quale ci siamo già occupati su Nusquamia (vedi Il papa è libero di dire e fare quel che vuole. Noi siamo liberi di dissentire. Concludevamo il nostro pezzo con queste parole:

Ebbene, Lutero e Calvino, che ci ripropongono la barbarie del Vecchio testamento, cioè il ritorno alla logica di sopraffazione, sono reazionari perché contrastano l’evoluzione dell’uomo, che non è più una scimmia antropomorfa nella giungla. La natura dell’uomo non è più quella della scimmia, noi non siamo scimmie, la giungla non ci piace, neanche la sua legge, e l’etica protestante ci fa orrore.

Insomma, tutto il contrario delle Acli di Bergamo, tutto il contrario della diaconessa dott.ssa Serra che prepara un pasticcio politicamente corretto, pretende che noi lo ingurgitiamo e che per giunta si dica che il pasticcio è buono, anzi ottimo. Alcuni degli ingredienti del pasticcio sono: cattolicesimo in salsa cattoprogressista, protestantesimo (entrambi pochissimo cristiani), molte fedi sotto lo stesso cielo (è una cosa che li fa godere, da pazzi), Vera Baboun e la buonanima (mica tanto) di Arafat, femminismo e piedi nudi nella moschea, aziendalismo ed estirpazione dei pregiudizi Lgbt.
Riuscirà l’amministrazione crurale a liberarsi del fardello serrano? Abbiamo forti dubbi in proposito; perciò non abbasseremo la guardia, finché non avremo la certezza che la dott.ssa Serra si sia veramente ritirata a vita nonnesca. Parimenti non ci faremo impressionare da certe manovre di facciata, qualora per esempio MarcoBattaglia decida di condire il pasticcio serrano con una spolveratina di europeismo massonico, per poi diluirlo con l’acqua miracolosa della casetta curnense dell’acqua, onde farne un beverone da inoculare nei cittadini, a mo’ di clistere di condivisione: un enteroclisma di massa da leccarsi i baffi, pensano gli aziendalsimilprogressisti; in realtà, da soffrire le pene dell’inferno. Così il MarcoBattaglia fa carriera, mostrando alle lobby europee che Curno non solo è Lgbt-friendly, ma anche Europe-friendly, e prendendosi il merito del lungo lavoro di sottomissione cominciato già agli albori della tirannide serrana; intanto i curnensi si buttano dalla passerella sul Brembo per dare refrigerio al culo in fiamme.
Precisamente contro il “non solo… ma anche…” prima veltroniano, poi serrano-cattoprogressista, quindi crurale-aziendalista (senza tuttavia rinnegare il cattoprogressismo e con in più una spruzzatina massonica, grazie al contributo dei giovani neoconformisti) si espresse Erasmo da Rotterdam in questo suo adagio, il 602mo, nell’ultima edizione dei suoi Adagia, quello che s’intitola “Sedere su due sedie”.

602. Duabus sedere sellis1. Duabus sedere sellis est incertarum esse partium et ancipiti fide, ambabus satisfacere velle. 2. Quo verbo nove composito ἀλλοπρόσαλλον Homerus appellat Martem, id est nunc his, nunc illis partibus faventem. 3. Macrobius in Saturnalibus cenis: Laberius mimus in senatum a Caesare lectus, cum a Cicerone ad consessum non reciperetur dicente: 4. Reciperem te, nisi anguste sederemus, nimis mordaciter respondit: 5. “Atqui solebas duabus sellis sedere!”, objiciens tanto viro lubricum fidei. 6. Sed id, quod Cicero dixit, “nisi anguste sederemus” scomma erat in Caesarem, qui in senatum passim tam multos admittebat, ut eos quattuordecim gradus capere non possent. 7. Hactenus Macrobius. 8. Est autem omnium consensu turpissimum cum utraque parte colludere. 9. At Solon legem tulit, qua punirentur hi, qui in civitatis tumultu neutri partium adhaesissent.

Note grammaticali, sintattiche e di comprensione
1. ‘Duabus sedere sellis’ è proposizione sostantiva, soggettiva costruita con inf. + accusativo; ‘incertarum esse partium et ancipiti fide’, ‘ambabus satisfacere velle’: due proposizioni sostantive costruite con acc. + infinito, di valore predicativo, coordinate; ‘incertarum partium’ è complemento attributivo di appartenenza. 2. ‘Nove’ è avverbio, dall’agg. ‘novus’;  ἀλλοπρόσαλλον è compl. predic. di ‘appellat’; ‘id est’ è locuzione con valore di congiunzione; ‘faventem’ è participio congiunto con ‘Martem’. 3. ‘Macrobius… cenis’: la proposizione, che finisce con i due punti, è ellittica del predicato verbale: sottintendiamo ‘refert’ (‘riferisce’). I Saturnalia sono un’opera di Macrobio in forma di dialogo tra dodici personaggi che discutono convivialmente – perciò si parla di ‘cenae’ – durante le feste di Saturno; ‘mimus’ designa sia l’attore, sia il commediografo, come in questo caso: qui è complemento appositivo; ‘lectus’: participio congiunto con Laberius; ‘in senatum… lectus’ vuol dire ‘chiamato tra i senatori’; ‘cum… reciperetur’: prop. subordinata avverbiale, causale; ‘dicente’ è participio congiunto con ‘Cicerone’. 4. ‘Reciperem te, nisi anguste sederemus’: periodo ipotetico del III tipo (‘nisi… sederemus’, prop. subord. concessiva: protasi). 5. ‘Solebas… sedere’: predicato verbale con due verbi, dove ‘solebas’ è verbo servile; ‘lubricum’ è qui sostantivo, derivato dall’agg. ‘lubricus’ (scivoloso); ‘fidei’ è compl. attributivo di qualità, come per esempio in ‘vir magni ingenii’. 6. ‘in Caesarem’: compl. di specificazione oggettiva; ‘tam… ut non possent’: la congiunzione ‘ut’, associata all’avverbio ‘tam’, regge la proposizione subordinata avverbiale consecutiva; ‘quattuordecim gradus’ è il soggetto della proposiz. consecutiva: erano quattordici gli ordini dei seggi riservati in teatro ai cavalieri, nella cavea, appena sopra i senatori, quindi un po’ più distanti dalla scena; i senatori sedevano nell’orchestra (che è uno spazio del teatro): oggi diremmo in platea; il testo di Macrobio lascia intendere un’analogia tra lo spazio del Senato e quello di un teatro. [**] 7. Proposizione ellittica del predicato verbale: possiamo intendere ‘Hactenus quod Macrobius rettulit’, cioè ‘Fin qui, quanto ci ha riferito Macrobio’. 8. ‘Omnium consensu’: complemento di limitazione; ‘cum utraque parte colludere’: proposiz. subordinata completiva, sostantiva soggettiva; ‘est… turpissimum’: predicato nominale della proposizione principale. 9. ‘At’: non sempre il valore della congiunzione ‘at’ è avversativo, talora, come in questo caso, il suo significato, all’inizio di una proposizione che introduca una nuova narrazione, è analogo al greco δέ (quest’uso è più frequente nella prosa post-augustea); ‘qua punirentur’ è una proposiz. finale (introdotta dal pron. rel. +  il congiuntivo), dunque una ‘falsa proposiz. relativa’; ‘qui… adhaesissent’: proposiz. relativa di valore attributivo (e non appositivo).

Segue la traduzione:

602. Sedere su due sedie – Sedere su due sedie significa stare non da una parte certa, ma con lealtà ambigua voler piacere ad entrambe le parti. Omero con un neologismo da lui coniato chiama Marte ‘voltafaccia’, perché il dio, appunto, favorisce ora una parte, ora l’altra. Racconta Macrobio nelle sue ‘Cene durante i Saturnali’: Laberio, il mimografo, chiamato da Cesare tra i senatori, poiché Cicerone non gli consentiva che sedesse con loro, e gli diceva «ti accoglierei, se non avessimo così poco spazio per sederci», gli rispose assai mordacemente: «Eppure tu eri solito sedere su due sedie», rinfacciando a un così grande uomo la scivolosità della sua lealtà. Ma le parole di Cicerone, «se non avessimo così poco spazio per sederci», erano una battuta contro Cesare, che indiscriminatamente introduceva in Senato così tante persone, che quattordici ordini di seggi non basterebbero ad accoglierli. Fin qui Macrobio. D’altronde, tutti concordano che è oltremodo vergognoso giocare ora con un partito, ora con l’altro. Invero Solone promosse una legge per cui si punissero coloro che, nei conflitti civili, non avessero preso partito per gli uni o per gli altri.

Mi domando se gli agitatori della mistica Erasmus/Orgasmus leggeranno queste righe e se, intuendo – forse – qualcosa dello spirito di Erasmo, del tutto per caso (serendipità? no, perché il caso qui, bene o male, è pilotato) non possano cominciare a vergognarsi della loro ostinata determinazione di fottere la concorrenza dei coetanei votati alla disoccupazione, ricorrendo al trucco congiunto della tessera del Pd e delle lobby europeiste. Le probabilità di una loro resipiscenza sono molto esigue, praticamente nulle, lo so. Quelli sono determinati, come la dott.ssa Serra, e non hanno nemmeno i freni inibitori della sindachessa emerita italo-elvetica (freni caratterizzanti e impiantati nelle coscienze dei giovani, un tempo, dalla buona educazione borghese; tuttavia, quando alla dott.ssa Serra si fosse presentata la possibilità di mettersi in mostra, in occasione di cerimonie fasciate e tricolorate, tali freni s’inceppavano, come abbiamo già fatto osservare).

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[*] Torneremo, spero, sulla vita di Erasmo. Basti qui accennare che i suoi Colloquia furono condannati dalla Facoltà teologica della Sorbona nel 1526. Non è il massimo per chi aspiri a una vita tranquilla.

[**] Qui sotto, vista assonometrica di un teatro romano. L’orchestra è lo spazio semicircolare sotto il palcoscenico. I seggi riservati ai senatori sono quelli in basso, indicati nella figura come ‘bisellia’, essendo il ‘bisellium’ un sedile a due posti. I cavalieri sedevano nella gradinata, nei primi quattordici ordini, sopra i senatori. Correggere i refusi nelle diciture: trinunal > tribunal; substractiones > substructiones; ambulacro > ambulacrum.

Teatro romano

 

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56 commenti
  1. Il libero pensiero nella tradizione umanistica, prima dell’illuminismo
    I conformisti del Pd, che abusano del nome di Erasmo da Rotterdam trascinandolo nel fango della mistica dell’Erasmus/Orgasmus, sono invece rappresentanti del “pensiero coatto”


    Traduzione di Erasmo da Rotterdam della Vita di Alessandro di Abonutìco, di Luciano di Samòsata. Lo scrittore greco mette alla berlina l’impostura di un personaggio carismatico, un santone che pretendeva di essere discendente del dio Asclepio e come tale in grado di guarire gli uomini da qualunque male. Vedi Luciani viri quam disertissimi compluria opuscula longe festivissima ab Erasmo Roterodamo & Thoma Moro interpretibus optimis in Latinorum linguam traducta, Parisiis, Ex aedibus Ascensianis 1506.

    Scrivevo ieri di Erasmo che è un «libero pensatore». Quindi, nel corso di una passeggiata, mi è venuto fatto di pensare: che espressione meravigliosa! Mette insieme due concetti dove si appalesa in sommo grado la dignità dell’uomo, ché l’uomo sarebbe ben misera cosa, senza l’aspirazione alla libertà e senza le facoltà razionali. Ma quando è nata quest’espressione? I francesi ricordano una Société des libres penseurs, nata nel 1848 tra un gruppo di medici e studenti di medicina. Un dizionario inglese (The American Heritage Dictionary of the English Language) fa risalire al 1690 la prima apparizione del termine “freethinker”.
    Definire il libero pensiero è difficile, anzi è meglio proprio non definirlo, perciò, tutt’al più sarà definito per esclusione, perché si è liberi “da” qualcosa o, meglio, da tutto. Bertrand Russell scrisse che un libero pensatore è libero dalle catene della tradizione (capito, signori identitaristi?) e dalla tirannia delle passioni. Quel che è certo è che il libero pensiero ha molto che fare con il rifiuto del dogmatismo e della superstizione, dunque un libero pensatore è un razionalista, non accetta la verità oracolare e non ha una sua verità da imporre. Libero pensatore potrebbe essere sinonimo di “libertino”, ma nel senso filosofico del termine, nel Settecento. Il libero pensiero è anche imparentato con l’umanesimo, anzi non sarà assurdo affermare che bisognerà aspettare l’età dei Lumi per imbattersi in un libero pensiero che non sia umanistico. Ai primi umanisti, in particolare, si deve la riscoperta di due apostoli del libero pensiero, Lucrezio, poeta della ragione, e Luciano di Samosata, fustigatore dei costumi.
    Lucrezio — ricordiamo — fu riportato alla luce da Poggio Bracciolini nell’abbazia benedettina di Fulda, in Germania, dissepolto dopo secoli di oblio: lui stesso ci parla dei libri scoperti in Germania, e “liberati”, come di persone «recluse in luoghi di pena, tenuti nelle tenebre, in un carcere senza finestre» (in ergastulis reclusi detinentur, in tenebris et carcere caeco).
    Anche la riscoperta di Luciano è impresa umanistica: nel 1397 i Priori della Repubblica fiorentina avevano affidato la prima cattedra ufficiale di greco al Crisolora, un letterato bizantino, con il quale s’inizia nell’ambiente umanistico fiorentino lo studio sistematico del greco. Il Crisolora aveva con sé i codici manoscritti di Luciano, infatti è lui che fa conoscere il celebre scrittore greco (che in realtà era siriaco, e che da bambino conosceva soltanto il siriano), traducendolo in latino. Con l’invenzione della stampa, alla fine del Quattrocento, viene stampato a Firenze tutto Luciano, che sarà poi ristampato a Venezia da Aldo Manuzio, agl’inizi del Cinquecento.
    Ed è qui che torniamo a parlare di Erasmo, salutato dai contemporanei come il Luciano redivivo: lo Scaligero scrisse che Erasmo era il Luciano dei cristiani, e aveva ragione. Come Luciano aveva smascherato l’impostura pagana di Alessandro di Abonutico (e non solo quella), così Erasmo demistificò le imposture incistate nella Chiesa. Il Giovio scrisse che Erasmo pubblicò il suo Elogio della follia a imitazione della satira lucianea, spargendovi aculei penetranti e riducendo ad una dimensione
    di follia i comportamenti di tutte le conventicole. Da Luciano Erasmo attinse a piene mani per la stesura di parecchi suoi Adagia e dei suoi Colloquia. Ed Erasmo tradurrà Luciano in latino, anche lui, insieme con l’amico Tommaso Moro: le loro traduzioni saranno ben presto [nel 1506] date alle stampe, e sono oggi leggibili in rete.
    Un altro continuatore di Luciano sarà Rabelais e, infine, Voltaire: ma ormai siamo in epoca illuministica. Voltaire, l’esempio perfetto di libero pensatore, dedicherà a Luciano, Erasmo e Rabelais un sapido dialogo intitolato Conversation de Lucien, Érasme et Rabelais dans les Champs-Élysées.

    Così stando le cose, mi domando con quale impudenza i giovanottini conformisti del Pd osino abusare del nome di Erasmo e quasi stuprarne la memoria, visto che insistono ad agitarsi sul tema della mistica Erasmus/Orgasmus. Sono forse liberi pensatori, loro? No, sono semmai rappresentanti del pensiero coatto. Sono schiavi di una passione che è fra le peggiori, l’ambizione, e soggiacciono al conformismo, che è una sorta di “tradizione dinamica”.
    Quando Russell scrisse che il libero pensatore non soggiace alle passioni, né alla tradizione, ancora la tradizione era statica. Oggi che siamo tutti in rete, che «c’è la banda larga» (uffa!) e via cazzeggiando, la tradizione è dinamica, si chiama “conformismo”: la tradizione non ha più i cani da guardi ben visibili e identificabili (il direttore delle scuole, il sacerdote ecc.), la tradizione è “in rete”, ed è subdola. Il sacerdote (cattolico) moderno non conta più niente, non gli rimane che essere in rete, anche lui.
    Schiavo dell’ambizione e in balia delle mode del momento, il giovanottino in carriera del Pd non potrà mai essere un libero pensatore. Sarà semmai un pensatore coatto, politicamente corretto e soggetto alla peggiore delle schiavitù, perché avendo scelto di essere conformista, sarà il carceriere di se stesso. Può consolarsi pensando che è in buona compagnia: sono pensatori coatti i giornalisti culilinctori e markettari, gli aziendalisti, i piccoli mostri di Maria De Filippi, quelli che si agitano per far carriera nelle conventicole (irrise da Erasmo: a livelli infimi, il sistema associazionistico curnense), gli esoterici, i vegani, i divoratori di derrate biologiche, i cazzeggiatori che per aver più successo nell’arte del cazzeggio hanno finito con il credere alle stesse balle che andavano inventando per gli altri, gli invidiosi e i malvagi che modellano il loro pensiero (se di pensiero si tratta) in antitesi a quello del nemico, e che sono incapaci di pensiero originale, gli identitaristi, quelli che vogliono essere fichi a tutti i costi… Oddio, l’elenco non finirebbe più; meglio fermarsi.

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    • Globalizzazione del conformismo / Conformismo della globalizzazione
      Curno ospiterà un locale Erasmus/Orgasmus?


      Video promozionale dell’Aegee per Bergamo “Portale dell’Europa” e sede di “eventi” «in perfect AEGEEan style» (orrore!), come leggiamo nella didascalia del video.

      L’Aegée (Association des Etats Généraux des Etudiants de l’Europe) [*] — ricordiamo — è la lobby degli studenti che “fanno” o che han “fatto” l’Erasmus. Curno ha la fortuna (?) di annoverare tra i membri della giunta crurale (nominalmente presieduta dalla dott.ssa Gamba: “crurale”, dal. lat. crus, –uris, “gamba”) MarcoBattaglia, che è Membro del Movimento Federalista Europeo (squit!) e Responsabile degli Eventi Culturali (doppio squit!) presso l’Aegée di Bergamo; come consigliere del Comune di Curno ha la delega alla Comunicazione e trasparenza, all’Intercultura e — ahinoi — alle “Relazioni con il territorio della Grande Bergamo”. Una delega ad hoc, un’offerta che la giunta crurale non poteva rifiutare (potenza della lobby).
      MarcoBattaglia ha una laurea in Politiche europee e praticamente è costretto ad occuparsi di Europa, per valorizzare la propria laurea. Fin qui, in astratto, non c’è niente di male. Non si vede però perché debba a sua volta costringere i cittadini di Curno a subire un turbine d’iniziative, come ha promesso in campagna elettorale, perché Curno diventi più europea. Con questo non diciamo che ci sia un conflitto d’interessi a norma di cacata carta: questo no, mai! Ma sarà pur consentito ragionare e pensare maliziosamente che questo voler fare i curnensi “più europei”, più che un servizio alla cittadinanza, ci pare un servizio che il MarcoBattaglia vuol rendere a se stesso.
      Ci domandiamo intanto, se in qualità di responsabile congiuntamente sia degli eventi Aegée sia degli eventi curnensi, l’intraprendente MarcoBattaglia non stia pensando di scegliere qualche locale di Curno, o eventualmente di crearne uno, per esempio per dare il benvenuto agli studenti Erasmus della prossima infornata. Come hanno fatto a Firenze: vedi Welcome erasmus aperitivo & party by Aegee. Copiamo e incolliamo dal sito Aegee-Firenze:

      Da anni Aegee è sinonimo di divertimento, nuove amicizie ed incredibili esperienze!!
      Vi offriamo una serata indimenticabile in compagnia di altri studenti internazionali ed italiani, durante la quale avrete la possibilità di conoscere nuove persone e parlare tante lingue diverse!!!
      Per gli studenti italiani, invece, c’è la possibilità di diventare nostri soci per soli 15€ all’anno ed in questo modo avere accesso a tutti gli eventi locali ed europei di AEGEE.
      DOVE: Atlantic pub, Piazza del Mercato Centrale 44r, Firenze
      QUANDO: tutti i martedì:
      • dalle ore 20:00-22:00 AperiTandem 7 euro 1 drink+ buffet
      • dalle 22: 3 drink 12 euro; 5 shot 5 euro; 3 birre 10 euro
      • 22:30 Karaoke + Raggaeton party

      Facciamo presente che non abbiamo niente contro le birre, niente contro gli orgasmi che sono il “payoff” subliminale del “brand” Erasmus (qui i termini del linguaggio coglione dei pubblicitari calzano a pennello). Perciò si parla di Erasmus/Orgasmus e i locali Erasmus sono anche noti come locali Orgasmus. Siamo molto favorevoli agli orgasmi, soprattutto quando essi siano il coronamento di un incontro esteticamente e intellettualmente raffinato. Men che meno abbiamo alcunché contro il grande umanista Desiderius Erasmus Roterodamus (Erasmo da Rotterdam), anzi. Però non ci piace la mistica Erasmus/Orgasmus. Non ci piace che s’imbastisca una mistica a fini di politichetta. E ricordiamo alla giunta crurale che chi di Erasmo ferisce, di Erasmo perisce. Se permette che si mistifichi nel nome di Erasmus, noi demistifichiamo in base al principio del rendere pan per focaccia, e in difesa del grande umanista la cui memoria non merita di essere abusata così vilmente.


      Discoteca Gabana a Madrid. Ogni mercoledì è sede di Serata Erasmus/Orgasmus, con entrata gratuita fino all’1.30 e open bar fino all’1. Questo peraltro è uno dei locali più cari; si vedano altre proposte in Top 5 Nightlife Locations for Madrid ERASMUS Students. Anche il Fucking Monday! è un famoso locale Erasmus/Orgasmus.

      Insomma che cosa si aspetta ad aprire a Curno un locale Erasmus/Orgasmus, o quanto meno ad abilitare un locale a serate Erasmus/Orgasmus?

      …………………………………
      [*] Si pronuncia come Égée, cioè Egeo; qui si coglie il gusto tutto sciacquettistico di trovare acronimi “spiritosi”: piacciono agl’impiegati del catasto, alle maestrine, ai tecnoburocrati. Chi riesce a piazzare un acronimo spiritoso spesso è soggetto a orgasmi compulsivi.

      • Erasmus/Orgasmus

        Se cercate in rete digitando nella finestrella di ricerca “Erasmus orgasmus” troverete di tutto e di più. Questo documentario fotografico ha il pregio di essere pulito: sì, c’è qualche culo nudo come sospeso per aria, ma sarà l’effetto della birra, immagino.

  2. Amarcord: quando la tirannide serrana era ancora in fasce

    Varrà la pena, forse, rileggere quest’articolo del marzo 2012, nel quale si dà notizia della discesa in campo della dott.ssa Perlita Serra:
    La dott.ssa Perlita Serra scende in campo alla testa della lista “Vivere Curno”

    C’è un commento (mio, più o meno in posizione centrale) dove si manifesta preoccupazione per quella connotazione di “determinazione” che la futura sindachessa si attribuì come una qualità, e che invece, secondo noi, è un brutto male, un tumore che se non è asportato tempestivamente, innescherà una metastasi devastante.

  3. Conc(h)ita De Gregorio, giornalista d’inchiesta


    Facendo clic sull’immagine si può vedere l’inchiesta televisiva di Conchita De Gregorio sulla città di Cagliari (perlomeno, finché sarà in rete). Il portale della Rai chiede all’utente di farsi riconoscere: è sufficiente presentarsi con il profilo facebook, oppure ci si registra.

    Conc(h)ita De Gregorio non ha più la bellezza fanée (per dirla alla francese: appassita) ma scitula (per dirla alla latina: stuzzicante) di dieci anni fa, per tacere poi della bellezza di qualche anno prima: tant’è che si favoleggiava che il lato B della pubblicità pensata da Toscani per il rilancio del quotidiano l’Unità fosse proprio il suo, il lato B di Conchita.
    Però la sua voce è ancora bella, ed è una giornalista brava, intelligente e generosa. Nel senso che mette la sua intelligenza al servizio del lettore, come dimostra anche la rubrica che tiene attualmente sulla Repubblica. È anche femminista, è vero, ma non da sciacquetta, o da vecchia bagascia sindacalizzata; e noi non siamo fanatici, sappiamo riconoscere la qualità delle persone anche quando pensiamo il mondo diversamente. Insomma, Conchita non è un giornalista culilinctorio, o markettaro. A questo proposito i lettori di Nusquamia ricorderanno la nostra polemica con il giornalismo enogastronomico, che se non altro ha il pregio di non nascondersi: le markette enogastronomiche sono “in purezza”, le informazioni sono taroccate alla luce del sole.
    Ho visto oggi su Rai 3 l’inchiesta di Conchita sulla città di Cagliari, a programma già cominciato. Quindi ho visto la parte che mi mancava, andando su Raiplay. Ebbene, non male. È chiaro che Conchita simpatizza per il sindaco Zedda, arrivato al suo secondo e ultimo mandato.C’è da dire però che Zedda è una persona seria e intelligente, uno che se è il tuo sindaco, non te ne vergogni. Non è assatanato di visibilità, non cazzeggia, ha la mente di un ingegnere sociale. Quando fu eletto, era il sindaco più giovane d’Italia, e fu l’eccezione che conferma la regola. Nel senso che era giovane, fu votato perché giovane, ma non era uno stronzo. La regola è che se uno è votato in quanto “ggiovane” è un pallone gonfiato, presuntuoso, indisponente, impreparato (e non imparerà mai, in quanto presuntuoso). Per non dire di peggio.
    A dir la verità neanche Gori fa schifo, così, a pelle. Ma è troppo aziendalista. La sindachessa Raggi proprio stronza non è, ma è sicuramente ìmpari alla bisogna, e tanto. Pare che sia una maliarda, ma in politica la malìa aiuta a bruciare le tappe della carriera, per l’arte del governo ci vuol altro che la promessa del piacere.

    P.S. – Conchita è passata vicino al mio liceo, ma non così vicino perché potesse essere inquadrato. Che ricordi! Pensate, lì vicino c’era e c’è ancora, una libreria che s’intitola “La bottega dello studente”. Quando, in V ginnasio, ne varcai la soglia per chiedere l’Anabasi di Senofonte, il libraio, un signore anziano, mi porse il libro recitandomene a memoria l’inizio: Δαρείου καὶ Παρυσάτιδος γίγνονται παῖδες δύο, πρεσβύτερος μὲν Ἀρταξέρξης, νεώτερος δὲ Κῦρος. Adesso quella libreria vende ancora qualche libro ma soprattutto gadget e giocattoli (anche perché il liceo non è più lì). E, in ogni caso, oggi nelle librerie trovate commessi molto “professionali” (si può tradurre come “teste di cazzo”), con un corso di formazione alle spalle e ammaestrati a norma di cacata carta; scordatevi però che siano in grado di parlarvi dei contenuti dei libri. A Milano era famoso per la competenza il commesso della libreria Bocca, in Galleria. Oggi nelle grandi librerie milanesi i commessi sono preferibilmente Lgbt, chissà perché.

  4. Ancora su Conchita


    Fermo immagine di un’intervista di Conchita De Gregorio nel corso del programma di RAi 3 ‘Pane quotidiano’. Per vedere l’intervista, fare clic sull’immagine.

    Ci siamo già occupati di Conchita de Gregorio: sia per il piacere di essere politicamente scorretti a proposito di quella pubblicità del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, allorché Conchita ne assunse la direzione nel 2008 (vedi foto in basso), sia perché è una brava giornalista. Vedi per esempio Conchita De Gregorio: grazie per questa bella intervista!.

    Vero è che, giudicata frettolosamente, Conchita può apparire — anche lei, ahinoi — politicamente corretta. Ma c’è modo e modo. Le opinioni di Conchita sono frutto di riflessione, della sua esperienza, della sua intelligenza: quand’anche noi non si sia d’accordo con lei, dobbiamo riconoscerle l’autenticità. Non parla per conformismo ingenuo-sciacquettistico, o — peggio — per calcolo conformistico (“se mi conformo, faccio carriera, faccio bella figura e sono anche istituzionale”). In lei non c’è una briciola dell’ipocrisia che caratterizza gli aziendalsimilprogressisti del Pd: un partito, ammesso che sia ancora il suo, che Conchita non ha mancato di punzecchiare. Si veda quanto abbiamo scritto di lei a proposito di un suo articolo datato ma attuale, sul salvataggio dei profughi: Ancora a proposito di immigrati.


    Chiappette allettanti, fotografate da Toscano in occasione del lancio dell’Unità, al tempo in cui la direzione fu assunta da Conchita De Gregorio. Si favoleggiò, a suo tempo, che le chiappette fossero quelle di Conchita, ma la cosa non appare verisimile.

  5. Chi di ‘Erasmus/Orgasmus’ ferisce, di Erasmo perisce
    Erasmo da Rotterdam, libero pensatore, contro il cazzeggio


    I Colloquia di Erasmo in un’edizione del 1664, sfogliabile in rete (fare clic sull’immagine), introvabile nel Bibliomostro curnense. Il colloquio sull’alchimia si trova a p. 348. Si faccia caso alle dimensioni della copertina: il rapporto tra l’altezza e la base è 1,618…, cioè il rapporto di sezione aurea. [*] Attenzione però: sarà bene considerare e, se possibile, studiare il rapporto di sezione aurea nel suo aspetto matematico, e fermarsi qui. Dico così perché esoterici e agrimensori male acculturati seguaci di Giacobbo e lettori di ‘Wired’ si sono impossessati del concetto, senza capirci niente, e con questo si affannano a imbastire una mistica.

    Dedichiamo questo pezzullo ancora ai giovani conformisti del Pd, invitandoli a riflettere sull’eredità di Erasmo da Rotterdam, che è di tutti, mica come i posti di comando o soltanto gl’impieghi e le sinecure, che sono per pochi privilegiati, raccomandatissimi, tutt’al più con qualche strapuntino per gli arrampicatori sociali provvisti di doti disumane di appecoramento. Considerino i giovani conformisti la bellezza del pensiero che, audace, spicca il volo nell’aria tersa e luminosa, mentre il loro non-pensiero striscia nella mota del conformismo carrieristico. Soprattutto si vergognino di mestare, per giunta pretendendo la gratitudine del volgo, la mistica dell’Erasmus/Orgasmus, che serve a loro, e soltanto a loro.
    Ecco dunque una pillola erasmiana, da meditare, e che porgiamo loro senza pretesa di condivisione, per giunta coatta:

    Non tantum Alcumistae perversa philosophandi ratione utuntur, sed et absonis verbis et ineptis terminis ut artis futilitatem haud intellectis vocabulis abscondant.

    Cioè:

    Non solo gli alchimisti adoprano un loro modo distorto di ragionare, ma fanno ricorso a parole assurde, inutili, per nascondere con vocaboli non intellegibili l’inconsistenza della propria scienza.

    Dovrebbe esser chiaro che l’alchimista non è soltanto il birbante del dialogo, che incarta uno sciocco promettendogli la conoscenza della “via lunga” alchemica, e mungendogli un bel po’ di soldi. Alchimisti sono i cazzeggiatori, in generale: non soltanto i dottori Azzeccagarbugli, professionisti del cazzeggio giuridico, ma tutti i cazzeggiatori, compresi i giovani che agitano la mistica dell’Erasmus/Orgasmus.
    Sono cazzeggiatori, in particolare, come scrivevamo in un articolo di Nusquamia del 2013, i politicanti che fanno ricorso a vocaboli assurdi, acronimi, paroline nuove, per nascondere l’inconsistenza della loro proposta politica e del loro agire politico (sempre che si possa chiamare “politico”). Rimane tuttavia una considerazione da fare: il birbante del dialogo di Erasmo, come quello della commedia di Ben Jonson, L’alchimista (i due alchimisti si somigliano parecchio), come pure l’Alessandro di Abonutìco, il falso profeta del quale Luciano di Samosata scrisse la vita (ne abbiamo parlato sopra, in questa pagina), come poi in seguito Cagliostro, ebbene, quelli almeno erano intelligenti. Molti cazzeggiatori di nostra conoscenza, diretta o indiretta, non sono nemmeno intelligenti.

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    [*] L’immagine jpeg dalla quale abbiamo tratto l’illustrazione presenta una base di 475 pixel, mentre l’altezza è di 768 px. Dunque, facendo il rapporto, 768/475 = 1,618…

  6. Sbruffonate curnensi


    L’ultimo grido della fiera delle inutilità è il cinema 4D, cioè a quattro dimensioni: significa che lo spettatore percepisce non soltanto le tre dimensioni del senso della vista, ma anche, oltre quelle uditive, le sensazioni tattili e gustative. Perciò se una certa sequenza è girata in riva al mare, lo spettatore percepirà la brezza marina sulla pelle e sentirà il profumo di mare. Se invece è girata tra cowboy che mangian fagioli, come nella celebre sequenza di Mezzogiorno e mezzo di fuoco (qui sotto), sarà investito dalle scorregge dei commensali.

    Tenetevi ben saldi ai braccioli della poltrona e ascoltate l’ultima. A Curno c’è chi postula — anzi, pretende — un collegamento in banda larga tramite fibra ottica che garantisca al Bibliomostro curnense una velocità di acquisizione dei dati (cosiddetto download) di 100 Mbyte/s. Lascio a voi individuare chi sia quel desso.
    Non ci spaventa la velocità di acquisizione, ci spaventa l’uso che si vorrebbe farne. Intercettando le istanze del “nuovo che avanza” e convogliandole al Bibliomostro, il noto vate curnense afferma oracolarmente che alla nuova biblioteca curnense (fatte le debite proporzioni, una mostruosità come il ponte sullo Stretto di Messina) «occorrono 100 Mb/s per ricevere in 4D».
    Vi domanderete che cosa siano queste 4D, buttate lì, con nonchalance, dall’oracolo curnense. Ma sono le quattro dimensioni del cinema 4D, sciocchini che siete! È il nuovo che avanza, per cui è prevista la “sinestesia” della percezione, cioè il coinvolgimento di tutti i cinque sensi. Perciò — come leggiamo nell’articolo del quale qui sopra abbiamo riportato il titolo (fare clic sull’immagine) la sala cinematografica dovrà essere attrezzata con «generatori di fumo e di nebbia, luci stroboscopiche, elementi che fanno vibrare i sedili, diffusori di essenze e di vapore acqueo, grandi ventilatori che simulano vento e correnti d’aria». Ecco un esempio di sala attrezzata per la mongo-fruizione 4D:

    Non c’è da dubitare che dietro questo sciocchezzaio mongotecnologico ci sia tutto un business. Questa, infatti è la sostanza del “nuovo che avanza”, il business; il quale, perché riesca meglio, ha bisogno del vestito mistico. Ma queste sono cose vecchie, sono le analisi che si facevano nel ’68 (non a caso “demistificatore”) e che adesso il filosofo belloccio Diego Fusaro ripropone come se fossero sue. Una volta che la sala cinematografica sia stata opportunamente attrezzata, si noleggia il film (che sarà un film in 2D o 3D, cioè con resa delle immagini bidimensionale o tridimensionale) e contestualmente si noleggia il software che azionerà gli ordigni. Perciò — afferma l’oracolo curnense — occorrono 100 Mb/s.
    Alcune osservazioni:
    a) la tecnologia 4D stenta a decollare per via del costo elevatissimo delle attrezzature.
    b) si propone per il costosissimo Bibliomostro curnense una costosissima tecnologia, che richiederebbe investimenti enormi. Essa inoltre non solo poco ha che fare coi libri, ma proprio niente con la cultura. La cosiddetta “realtà aumentata”, a parte certe prevedibili applicazioni porno, o in campo militare e scientifico, sul piano dell’intrattenimento è roba per minus habentes.
    c) Vero è che la dott.ssa Serra ha voluto vincolare il Comune di Curno a “buone pratiche” Lgbt, però prima di passare dal dire al fare, quando si tratti di adottare le costose tecnologie del “nuovo che avanza”, non sarebbe il caso di concedersi una pausa di riflessione e pensare a un impiego più razionale e umanitario dei soldi sottratti ai cittadini?

    Dopo questa demistificazione, il vate — immagino — dirà che non intendeva esattamente questo, in particolare che non pensava al porno. Va bene, mettiamo in non cale (se nessuno s’offende) i diritti degli Lgbt: ma allora che cosa intendeva il vate? I casi sono due;
    a) o il vate voleva proporsi in esclusiva come paladino del nuovo che avanza dopo aver letto un articolo sulla Repubblica (per esempio, Milano, un accordo per la Green street) o su Wired, parlando a vanvera, così tanto per parlare; insomma, la solita sbruffonata.
    b) oppure voleva proporci qualche sua invenzione, che ha chiamato “4D” perché suona fico: come quando s’inventò la pista “pedociclabile”, che poi si scoprì essere nient’altro che una pista ciclopedonale, con il “bonus” di uno svarione filologicamente disastroso.

    • Sul parlare oscuro ed oracolare

      Nell’articolo Sbruffonate curnensi avevamo scritto «il vate — immagino — dirà che non intendeva esattamente questo». Così è avvenuto. Infatti il vate, cioè il gatto padano, prende cappello, proclama indignato che lui intendeva Biblioteca e auditorium, insulta e afferma che noi avremmo fatto finta di non capire. Per cui saremmo noi i falsificatori (e non lui che ha una reputazione in merito: si veda Gatto padano), con l’aggravante etnica di essere noi «sardagnoli».
      Ma il punto non era se la Biblioteca e auditorium (cioè il Bibliomostro, un sogno agrimensurale concepito all’epoca Pedretti, un “Ponte di Messina” velleitario, provinciale e inutile) debbano essere intesi come un tutt’uno, culo e camicia. Il punto era il responso dell’oracolo curnense, che così si pronunciava, con riferimento al prog[g]etto culturale buzzurro: «occorrono 100 Mb/s per ricevere in 4D».
      Ecco, il sospetto era che il vate fosse incorso in un qui pro quo, che cioè volesse dire “4G” invece di “4D”. L’abbiamo un po’ preso in giro, è vero, perché sappiamo che soffre di quel morbo ridicolo e provinciale che caratterizzò l’Amministrazione Morelli, che fu già di Nerone (il quale invece, come c’insegna Massimo Fini, era un uomo di cultura), e che Tacito definì libido aedificandi. Per essere precisi, quella del gatto più propriamente si direbbe libido delineandi.
      Perciò gli domandavamo se per caso volesse veramente, anzi pretendesse, il cinema 4D. Sappiamo che è molto esigente per la “sua” Curno: imitando Crozza che imita De Luca, pretende che, prima di lui, Curno non esistesse, o comunque fosse come se non esistesse.

      Infatti, parlando da esperto ministeriale, molto compreso di sé, consapevole del suo ruolo salvifico e — ça va sans dire — molto istituzionale, vuole, pretende che i curnensi studino in scuole di “eccellenza” (una parola che piace molto agl’impiegati del catasto e ai commessi viaggiatori, oltre che al gatto), che i laureati curnensi, soprattutto quelli mongodotati di lauree disperate come “Scienze della comunicazione” abbiano maturato esperienze Erasmus/Orgasmus, postula come necessarissime e indispensabili commissioni internazionali di validazione e progettazione di tutto ciò che si possa validare a norma di cacata carta, e progettare in chiave grandiosa e provincialmente, agrimensuralmente, sbruffonesca).
      Ma non poteva il vate dire: vabbè, ho sbagliato, intendevo parlare di tecnica di comunicazione multiportante cosiddetta 4G (che vuol dire fourth generation) e non della tecnica cinematografica 4D (che vuol dire quattro dimensioni)?
      Già, perché non l’ha detto? Forse perché questo è tipico degli oracoli, che sono ambigui per poter essere interpretati sia in un modo, sia anche tutto al contrario. Come quell’oracolo che a un soldato che voleva sapere se sarebbe tornato vivo dalla guerra, rispose «Ibis redibis non morieris in bello» che, a seconda dell’intonazione della voce, significa “Andrai e tornerai, non morirai in guerra”, oppure “Andrai, non tornerai, morirai in guerra”.
      E poi — sant’uomo! meglio: santo gatto! — un po’ di proprietà di linguaggio! Ammesso che tu intendessi la tecnica di comunicazione 4G e non la sbruffonata del cinema 4D, come si fa a dire che «occorrono 100 Mb/s per ricevere in 4G»? Che cioè occorre una certa velocità di flusso della comunicazione per avere una certa tecnica di trasmissione/ricezione? Semmai è vero il contrario: se voglio una velocità di flusso elevata, occorrerà una tecnica di comunicazione avanzata qual è, appunto, quella di quarta generazione (4G).
      Vero è che il gatto è solo un agrimensore male acculturato, ma non è necessario aver studiato retorica per sapere che la chiarezza (perspicuitas) è una delle virtù dell’espressione (virtutes elocutionis): vedi Bice Mortara Garvelli, Manuale di retorica, Bompiani, Milano 1989, p. 135. Ho parlato con operai e contadini che, a parte qualche solecismo e una pronuncia vernacolare, si esprimevano perfettamente. Ho anche parlato con avvocati del cui profluvio di parole non si capiva una mazza. La perspicuità di un discorso dipende anche dall’onestà delle intenzioni.

      • P.S. – Osservo che nella tignosa replica del gatto padano sono citate le mie parole, «quella tecnologia 4D sarebbe costosissima…», alle quali il vate-agrimensore risponde in questi termini risentiti: «contrariamente a quanto afferma il custode della latrina di Nusquamia, quella tecnologia servirebbe alle proiezioni cinematografiche…». Si noti che mai io mi sarei sognato di occuparmi di tecnologie 4D, se non ne avesse parlato il gatto, che è un attento lettore di Focus [*] e Wired. Queste riviste, per chi non lo sapesse, soprattutto la seconda, rappresentano la versione mongotecnologica del giornalismo enogastronomico. È noto che molti giornalisti enogastronomici, considerato il discredito di cui godono le markette enogastronomiche (nessuno si fida più, nessuno legge più i redazionali camuffati da notizie al servizio del lettore) si sono convertiti al business tecno (un insulto alla scienza, come la mistica Erasmus/Orgasmus costituisce un insulto a Erasmo da Rotterdam).
        Non appare alcun segno di ravvedimento del gatto, il quale non rinuncia al suo ruolo consueto, e patetico, di paladino del “nuovo che avanza”, per non dire piazzista, ma non precisa che si tratta di “4G” (sistema di codificazione delle portanti di campo elettromagnetico, di quarta generazione) e non di “4D” (cinema a quattro dimensioni). Se dunque il gatto scrive «quelle tecnologie», e non corregge il tiro, dobbiamo intendere che il gatto ha in mente le tecnologie del cinema 4D? In tal caso chi paga l’installazione delle costosissime attrezzature delle quali il Bibliomostro dovrebbe essere dotato per consentire ai mongospettatori la percezione sinestetica del filmato? (Vogliamo, fra l’altro, parlare delle percezioni tattili, che un po’ ci preoccupano, o è proibito?) Vero è che il gatto padano potrebbe pensare a una donazione. Però — mi sbaglierò, forse — ma pur tenendo nel dovuto conto la condizione di rentier del gatto padano, non credo ch’egli possa permettersi il lusso di una donazione così cospicua. Donazione che, in ogni caso, il Comune di Curno farebbe bene a rifiutare.

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        [*] Vedi su Focus l’articolo Immersi nel cinema 4D, che porta l’interessante sottotitolo “Emozioni forti assicurate con i nuovi cinema immersivi, dove si sente anche la puzza dell’azione”.

  7. Preoccupato


    La Boldrini, e i suoi piedi, durante la visita alla moschea di Roma. Diego Fusaro si è occupato della Boldrini come portatrice delle istanze del politicamente corretto, argomentando (lo spiego in termini miei) che il politicamente corretto della similsinistra altro non è che una gherminella per portare acqua al mulino dove si macinano le granaglie malefiche con le quali si confeziona il pastone dell’esistente. Il politicamente corretto, in altre parole, è una pugnalata nella schiena della sinistra non mistificata.

    Sono preoccupato. Sono preoccupato perché (e non è la prima volta) leggo un articolo del filosofo belloccio Diego Fusaro e mi trovo d’accordo. L’articolo è: Laura Boldrini? Simbolo della sinistra che non lotta contro, ma per il capitale. Il lettore ricorderà che ci siamo occupati a più riprese della Boldrini: da principio, quand’era più giovane, ci interrogavamo sulla sua propensione ad apparire una controfigura di Morticia Adams; in seguito abbiamo scritto delle polemiche boldriniane sull’obelisco al Foro italico, del suo pletorico ufficio di comunicazione alla Camera, dei suoi piedi nudi impudicamente ostentati alla moschea di Monte Antenne, progettata dall’arch. Paolo Portoghesi (buono, anche quello!) e, infine, della gaffe di voler insegnare al papa che si dice “diacona” e non “diaconessa”, come pure si è detto per secoli.
    Intendiamoci, in quel che scrive Fusaro, a proposito della Boldrini, come pure in generale, non c’è niente di nuovo, perché le sue analisi sono quelle che si facevano nel ’68, come quelle un po’ sopra le righe, come quelle un po’ troppo oracolari, senza uno straccio di dimostrazione. I temi sono in parte gli stessi temi di allora (peraltro non c’è niente di male), o anche i temi proposti alle masse, costrette a condividere, dall’egemonia sciacquettistica del politicamente corretto, che è post-sessantottina. La sinistra, infatti, dopo aver messo in soffitta Marx, ha adottato Bobbio (fin qui passi, anche se non era il caso di farne un gigante, e ancor meno un eroe), poi addirittura Rodotà (questo è insopportabile).
    Diego Fusaro del resto, è discepolo di un professore della sinistra radicale torinese, Costanzo Preve, autore di una monumentale Nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia (roba seria, mica Martha Nussbaum). Uno potrebbe azzardare, superficialmente, che somiglia un po’ a Massimo Fini, a parte il fatto che Fusaro è tutto a modino, azzimato, mentre Fini è naturalmente, e senza ostentazione, un pensatore maledetto (lo si legge, adesso, sul Fatto quotidiano). Ma c’è una grande differenza, rispetto a Preve e a Massimo Fini, uno dei pochi rappresentanti superstiti del pensiero critico. Preve e Fini sono autentici, Fusaro è un personaggio. Fusaro recita bene la sua parte, ma non la vive, come l’hanno vissuta Preve e Massimo Fini (scrivo il nome di battesimo, perché Dio non voglia che s’intenda quell’altro Fini, il Gianfranco Fini della saga dei Tulliano’s).
    Massimo Fini ha la piega amara dell’intellettuale engagé, ha pagato di persona il suo rifiuto di appecorarsi, fin dal tempo in cui Pertini telefonava al direttore dell’Europeo, Massimo Giglio, per chiederne il licenziamento (Fini rifiutava a nonno Pertini un culilinctorio culto della personalità). La madre di Fini è russa (l’aspetto anarchico viene di lì), il padre è un giornalista toscano che si rifiutò di essere culilinctorio coi fascisti e che nel dopoguerra vedeva con disprezzo l’antifascismo di facciata degli ex-fascisti. Massimo Fini è un antitaliano.
    Invece Diego Fusaro è istituzionale, ed è “istituzionalmente” presente in tutte le trasmissioni trash, con la funzione di provocatore-non-provocatore. Le sue sono non-provocazioni, appunto perché prevedibili, lo chiamano apposta perché dica certe cose (previste) a certe persone che sono chiamate apposta per dire altre cose in contrasto (previste). Dice cose sessantottine, facendosi mandare affanculo da Mughini, per esempio, uno che un po’ se n’intende (è stato direttore di Lotta continua), e ricevendo reiterati inviti ad essere meno prevedibile. Lui risponde calmo e molto assertivo, parla come un libro stampato, snocciola citazioni. È indisponente, ogni tanto qualcuno gli dice: scusi, guardi che ho frequentato il classico anch’io. Così, con questi sfanculamenti reciproci, fa audience, perciò è ospite fisso di Gianluigi Paragone, l’orrido Paragone.
    Si prende tremendamente sul serio, non conosce l’ironia, neanche un po’. Vero è che è sempre educato, in questo è molto torinese: la sua assertività, per esempio, non prevede i sorrisetti asseverativi della dott.ssa Serra, il cui significato è inequivocabile ed equivalgono a “Ho ragione io, tiè, tiè, tiè”. Beh, almeno questo.
    Tutto ciò premesso, rimane il fatto che Diego Fusaro, pur indisponente perché sistematicamente “fa il personaggio”, dice cose politicamente scorrette, e giuste, su femminismo, utero in affitto, sinistra fedifraga e in disarmo, mistica dei nuovi diritti, conformismo e globalizzazione coatta dell’Erasmus/Orgasmus (lui non parla di orgasmo, ma non me lo sono inventato io, sono gli stessi studenti erasmorgasmici che ne parlano compiaciuti, tra una birra e l’altra). Adesso anche sulla Boldrini. E io sono, ahimè, costretto ad essere d’accordo.

  8. Amarcord

    L’immagine qui sopra è tratta da un pezzullo pubblicato tempo fa su questo diario: La lingua (del Pedretti) batte dove il dente duole.

    In fondo, a parte l’esilio politico del Pedretti (che, comunque, non è cosa da poco), non è che il livello della politichetta curnense sia ultimamente migliorato di molto, anzi, nonostante gli sforzi di Nusquamia.

  9. Curno politicamente corretta, esoterica e in prima linea con il “nuovo che avanza”

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    Un articolo di Wired del 2015, scritto da uno che si qualifica «data Journalist», dove si strombazza il problema dell'”University ranking” a norma di cacata carta. Un discorso serio sulle Università italiane dovrebbe affrontare il tema della necessità di sopprimere le cattedre inutili, ridimensionare le Università di quartiere, sfoltire e ricostruire ex novo, dove necessario. È quel che si fece in Cina, quando il personale universitario venne licenziato in blocco e poi eventualmente riassunto. Invece si dà per scontato che il problema della riqualificazione delle Università italiane debba essere affrontato in una prospettiva sindacale, perciò tutte le cacate carte vengono buone per battere cassa. Si dice “Non si investe abbastanza per la ricerca”, e ci si dimentica — cioè, si fa finta di dimenticare — che esiste ricerca e ricerca. Al tempo degli Anni di piombo si assegnarono contratti di ricerca a militanti e fiancheggiatori delle Brigate rosse (ma non è detto che quelle fossero le “ricerche” più scassate).
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    Della propensione di Curno al politicamente corretto, in regime coatto, al tempo della tirannide serrana, mediante somministrazione di “clisteri di condivisione”, si è ampiamente detto: potremmo dire che per Nusquamia è pane quotidiano.
    Così come a suo tempo molto ci siamo soffermati sul fascino subdolo dell’esoterismo: da quello druidico e sottoproletario dei leghisti identitari a quello più raffinato degli steineriani, che predicano l’esistenza di due Bambin Gesù. In mezzo c’è di tutto, compreso l’esoterismo orgiastico, non necessariamente quello di Stanley Kubrick in Eyes wide shut: siamo a Curno, qui l’esoterismo sarà più ruspante, ma, non volendo Curno essere inferiore a nessuno, anche quello curnense pretenderà di razionalizzare (nel senso di “giustificare pretestuosamente”) le “buone pratiche” sodomitiche.
    Curno vuol essere all’avanguardia anche nell’edificazione di mangiatoie per impiegati con diritti sindacali e coatti dei Centri commerciali (pare che ci stiano pensando gli aziendalsimilprogressisti) e sul fronte del “nuovo che avanza”. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, adesso c’è tutto uno squittire — indecoroso per chi sia stato educato alla cultura e al buon gusto — intorno alla parola magica “eccellenza” (eccellenza del Bibliomostro curnense, eccellenza della nuova scuola curnense, eccellenza della progettazione delle nuove mangiatoie, eccellenza delle feste cervisiarie dell’Erasmus/Orgasmus ecc.). È una parola alla quale si pretende di assegnare pregnanza mistica, perciò piace tanto alle mezze calzette. Prima si parlava dell’Innovazione, se vi ricordate: poi però la parola fu sputtanata come evocatrice di impostura mistica, come del resto si sta già sputtanando l”eccellenza”.
    Ma “il nuovo che avanza” non demorde, figuriamoci. Adesso pare che ci sia un gran bisogno di spedire gli studenti di Curno al mitico Mit (Massachusetts Institute of Technology) o alla Stanford University. Così pretendono certi pasticcioni, sedicenti esperti di “education” (così piace dire, in linguaggio coglione): Curno è una grande realtà, non può certo contentarsi dell’Università di Bergamo e delle sette Università di Milano. Perciò preparatevi a subire sproloqui provinciali sull’University ranking. Ne parla Wired, la nota rivista di markette tecno, ormai dal 2015. Poiché a Curno non mancano, oltre ai delatori anonimi, i kapò, gente cioè che smania di svolgere un ruolo collaborazionista per l’affermazione del “nuovo che avanza”, preparatevi a questa nuova rottura di cabasisi. Sentirete parlare di “eccellenza” e di University ranking, oltre che dell’Homo semisapiens Cornetensis (è il progetto antropopoietico della dott.ssa Gamba, novello dott. Frankenstein), ovviamente di Erasmus/Orgasmus. Si dà per scontato che voi dobbiate subire, come sempre. E se invece prendeste in considerazione l’idea di ribellarvi?

  10. Non siamo nel mondo delle favole di Charles Perrault, questa è l’Italia del bismillennio

    Qui sopra, la Madonna d’Arezzo, Maria Elena Boschi. Sotto, la sciura Valeria Fedeli, ex sindacalista, ministro dell’Istruzione pubblica che nell’Italia sgarrupata d’oggidì, ha l’ardire di ricoprire l’incarico di Ministro della Pubblica istruzione che fu già di Francesco De Sanctis (1861-62; 1878; 1879-81), Quintino Sella (1872), Pasquale Villari (1891-92), Benedetto Croce (1920-21), Orso Maria Corbino (1921-22), Giovanni Gentile (1922-24), Giovanni Bottai (1936-43), Guido De Ruggiero (1944), Vincenzo Arangio Ruiz (1945), Tullio De Mauro (2000-01). A parte Francesco De Sanctis, padre della critica letteraria italiana, Quintino Sella ed Orso Maria Corbino (due scienziati), non abbiamo motivi di particolare simpatia ideologica o d’altro tipo per i summenzionati ministri. Ma sarà difficile negare che fossero grandi intellettuali: anche Gentile, anche Bottai che furono fascisti (Bottai molto di più di Gentile, che giudicava troppo borghese [*]). Fascisti, sì, ma non sporcaccioni. L’assassinio di Gentile da parte di un gruppo di partigiani fu una delle pagine più brutte della guerra civile italiana. [**]
    Tornando alle due donne qui fotografate, voi fate la vostra scelta, ché io ho fatto la mia.

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    [*] Bottai era talmente fascista e aderente ai principi fondatori del fascismo, ampiamente populisti, da volere che il latino divenisse lingua di popolo, perché finalmente si realizzasse il mito della Nuova Roma che Margherita Sarfatti (peraltro ebrea) aveva cucito addosso a Mussolini, il nuovo Augusto. La riforma della scuola che da lui prese il nome (Riforma Bottai), che non fece in tempo a essere varata per l’incalzare degli eventi bellici, prevedeva che già alle scuole medie si parlasse latino. Non sarebbe più stato il latino degli aristocratici e delle fasce alte della borghesia, e nemmeno il latino del Messale di Santa Romana Chiesa, ma il latino del popolo italiano, ritemprato alla forgia di Mussolini, che era figlio di un fabbro. Presenterò prossimamente la riproduzione di alcune pagine del manuale di conversazione latina che avrebbe dovuto essere adottato nelle scuole italiane.
    [**] Una volta tanto sono d’accordo con Oriana Fallaci, che leggevo con attenzione quando scriveva sull’Europeo, ma che da Panagulis in poi (era il suo fidanzato greco morto in circostanze sospette, che fanno pensare a un assassinio politico) è divenuta insopportabile (non a caso piace ai leghisti male acculturati): «L’assassinio di Gentile fu una carognata ingiusta e vigliacca. Gentile non era fascista [questo direi che è esagerato: N.d.Ar.]. Gli antifascisti furono dei cacasotto perché uccisero un grande e inerme filosofo mentre non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze che i tedeschi avevano minato».

  11. Les parapluies de Cherbourg permalink

    @ Aristide

    Vedo:

    • Truffaut, Sartre e gli “sporcaccioni”


      Antoine Doinel, interpretato da Jean-Paul Léaud, nel film Baisers volés (“Baci rubati”). Il film è girato nel ’68, poco prima del famoso maggio. Non è difficile tuttavia pensare che Antoine non avrà una parte attiva nel “movimento”, pur partecipando al clima di ribellione di quegli anni (chi è più ribelle di lui?). Non è studente universitario ed è seriamente impegnato a costruirsi una vita, a realizzare i suoi ideali, che sono anarchici e autarchici. Non solo ha i suoi ideali, ma professa coerentemente i suoi principi ideali, su tutto. Quando nel film Baci rubati starnutisce, l’amichetta Christine gli porge un fazzoletto; lui fa per accettarlo, poi lo rifiuta con un gesto della mano, e dice: «No, è di carta!».

      Nel contributo precedente (in linguaggio coglione, post) vediamo le inquadrature di coda del “film nel film” girato da Truffaut per il film a episodi (come usava negli anni ’60) L’amore a vent’anni. L’episodio di Truffaut s’intitola Antoine e Colette: incontriamo per la seconda volta il personaggio di Antoine Doinel, che è un po’ l’alter ego di Truffaut, sempre interpretato da Jean-Paul Léaud. L’attore aveva interpretato Antoine Doinel dodicenne nel film I quattrocento colpi.
      Nel film Amore a vent’anni, Antoine, che è uscito di casa giovanissimo e non perde un concerto di musica classica, incontra Colette a un “Concerto per la gioventù”. Ad Antoine piacciono le ragazze di buona famiglia (sono parole sue), soprattutto piacciono le famiglie delle sue ragazze, che cancellano il ricordo della sua, alquanto disordinata. Sposerà Christine Darbonne, una ragazza acqua e sapone, con splendidi genitori (questo è importante per Antoine), poi divorzierà, come vedremo nel film seguente, Domicilio coniugale.
      Nella vita, avverrà che Truffaut s’innamorasse seriamente (e dolorosamente, perché non fu corrisposto) dell’attrice che interpretava Christine Darbonne.
      Vedremo ancora Jean-Paul Léaud interpretare Antoine Doinel in Baci rubati: comincia con Antoine, riformato dal servizio militare per instabilità mentale, che va a puttane appena uscito di caserma, su preciso incarico dei commilitoni. La scopata dev’essere consumata a un’ora precisa, perché i commilitoni lo penseranno mentre scopa. Ma Antoine è splendidamente goffo.

      Per vedere questo spezzone, si passi a You Tube.

      Tutto questo avveniva quando ancora non esisteva l’Erasmus/Orgasmus e Jean-Paul Sartre chiamava con il nome più appropriato gli uomini senza principi etici e politici, quelli per cui «Questo xe quelo», come dice il signor Giacomo Puttini nel Piccolo mondo antico di Fogazzaro. Il nome appropriato era l’epiteto di salauds, cioè “sporcaccioni”.

      • Paola permalink

        @Les parapluies de Cherbourg

        Guarda:

        [Dovremmo separare la stupidità delle reazioni istituzionali alla predicazione di Reich, dal giudizio scientifico che di tale predicazione si potrebbe e si dovrebbe dare. Se l’Inquisizione tortura e mette a morte una strega (cosiddetta), questo non significa che quel che la strega (cosiddetta) diceva in vita fosse da prendere per oro colato. La teoria orgonica, analizzata razionalmente, è solo impostura. N.d.Ar.]

  12. Anna permalink

    @ Aristide

    Anniversario della rivoluzione russa:

    I capolavori della letteratura russa in quaranta secondi

    Giovani sporcaccioni similprogressisti riflettete e arrossite per la vergogna.

    • I “ggiovani” del Pd

      Ho apprezzato la presentazione del Maestro e Margherita, ma anche gli altri esempi di sintesi per immagini dei capolavori della letteratura russa sono tutt’altro che banali (come invece sarebbero stati se il lavoro fosse stato coordinato in Italia da una maestrina similprogressista). Quello su Delitto e castigo, però, pur pregevole tecnicamente, non mi pare che abbia colto il significato del romanzo, che non è un racconto morale, perlomeno nel senso che al delitto segue la giusta punizione, perciò stiamo attenti a non commettere delitti.
      È anche interessante che questi lavori siano stati realizzati in occasione dell’anniversario della rivoluzione russa. Già, saranno in grado i nostri “ggiovani” conformisti del Pd di promuovere qualcosa del genere? Troppo impegnativo? Forse che il loro impegno si riduce a organizzare eventi più-che-banali, abbondantemente innaffiati di birra? Ve bene, diranno loro, ma i nostri sono eventi a tema, e magari ci scappa anche l’intervista e un po’ di visibilità mediatica. Domanda: il prossimo tema sarà — guarda caso — “Curno bella da vivere e sempre più europea”? E giù con la mistica dell’Erasmus&Orgasmus.
      Ripeto, non ho niente contro la birra, men che meno contro i pompini (purché siano “atti gratuiti” e non venali, come quelli pagati dalle pubbliche relazioni). Ma non mi va la mistica, in generale.
      Inoltre, non so se avete notato come funziona. Il Pd, che si guarda bene dall’affrontare i temi roventi del momento (per esempio, immigrazione e suo presunta connessione con il terrorismo e la sicurezza) si occupa di temi d’evasione e li affida ai suoi “ggiovani”. (Si noti che anche i diritti civili sono temi di evasione, quando sono agitati perché ci si dimentichi che un partito che pretende di essere di sinistra dovrebbe occuparsi fondamentalmente di giustizia sociale ed eguaglianza.) E i “ggiovani” ricambiano dicendo: oh, quanto è brava la dott.ssa Serra! E quali magnifiche sorti e progressive ci si aprono con la staffetta in mano alla dott.ssa Gamba! Poi chiosano: Avanti così! Con tanto di punt esclamativo. Questa è la nuova linea “rivoluzionaria” (boh!) della comunicazione del Pd, nonché della giunta crurale, affidate a MarcoBattaglia. Ecco un esempio di comunicazione “rivoluzionaria” (si notino le faccine e i punti esclamativi):

      Vivere Curno
      31 luglio alle ore 12:11 ·

      Con grande soddisfazione vi proponiamo questo articolo tratto da “l’Eco di Bergamo” di sabato! Curno è tra i principali paesi della bergamasca a guidare la lenta ma constante ripresa economica nella provincia😊
      Avanti così, verso nuovi traguardi!
      #ripresa #occupazione #imprese

      Ed ecco un altro esempio:

      La giunta Serra è sempre impegnata per regalarci un paese che sia davvero bello da vivere! Eccovi gli ultimi aggiornamenti sui lavori in corso a Curno: tutela dell’ambiente, sicurezza, nuove strutte scolastiche, piste ciclabili e un’intensa riqualificazione del territorio 😊 avanti così!

      Cioè, i vecchi dicono “Quanto sono bravi i nostri giovani!”. E i giovani dicono “Quanto sono bravi i nostri vecchi!”. E Tina Pica diceva: “Che schifo!”.

      • Un esempio di “evento” Erasmus & Orgasmus


        Qui sopra, un “Erasmus welcome party” (cosiddetto, in linguaggio coglione: o vogliamo chiamarlo “evento”?) a Bologna. Viene in mente il carme LIX di Catullo:

        Bononiensis Rufa Rufulum fellat,
        uxor Meneni, saepe quam in sepulcretis
        vidistis ipso rapere de rogo cenam,
        cum devolutum ex igne prosequens panem
        ab semiraso tunderetur ustore.

        Si capisce che questa bolognese, moglie di Menenio (uxor Meneni) è molto vorace, tant’è che spesso la si è vista (saepe vidistis: spesso l’avete vista) nei cimiteri (in sepulcretis) mentre rubava il cibo offerto al morto (rapere de rogo cenam: il cibo messo a bruciare insieme con il morto). Il pane cade a terra e rotola (devolutus), lei gli corre dietro (prosequens, participio congiunto con rapere), lo schiavo addetto alla cremazione (ustor) la calpesta. E lo schiavo è anche rasato per metà (semirasus), dunque è uno schiavo fuggitivo, una roba ignobile. Ecco, questa bolognese che è rossa di capelli (rufa, in latino) si dà da fare con un certo Rufo.

  13. I profughi e la volata progressista del gatto padano
    Ma MarcoBattaglia, che voleva rendere Curno più europea, non prende posizione? Tace?

    Il gatto padano è quello che è, lo conoscete tutti. È istituzionale, è cattivo, invidioso, ambizioso, egocentrico, irascibile, tessitore compiaciuto di disinformazione, come abbiamo abbondantemente documentato (si veda Gatto padano). È stato un collaboratore del Pedretti, che non ha l’aria di essere uno di sinistra, e con lui è rimasto in buoni rapporti; durante la trascorsa amministrazione ha passato delle dritte a Cavagna il Giovane; adesso ha ricucito i rapporti con Locatelli, al cui servizio ha posto al sua indiscussa capacità olfattiva di cacate carte.
    Uno così, tutto potresti aspettarti che fosse, tranne che progressista. Invece tale gli piace presentarsi. Credo che in tempi passati quello fosse un modo per avvicinarsi alle persone che contano della Bergamo bene, perlomeno alcune, quando la borghesia, per conservare i propri privilegi, si disse di sinistra (tra tanta cialtroneria c’erano anche delle eccezioni: una di queste era Giovanni Pirelli, intellettuale rigoroso, fratello di Leopoldo). Perciò la borghesia di sinistra, quella di fascia alta, era assediata dalla piccola borghesia, di fascia bassa.
    Oggi il gatto padano si dice progressista, pur essendo tutto il contrario che un progressista coerente (la constantia sapientis, della quale scrisse Seneca, peraltro lui stesso non sempre coerente: ma filosofo di vaglia, questo sì: mica Martha Nussbaum). Fondamentalmente il gatto si dice progressista per due ragioni: la prima, perché anche uno cattivo come lui vuole sentirsi buono. È normale: basti pensare alle megere che amano da pazzi i gatti, o a Cavagna il Giovane che ama i cani, ma fa quel che ha fatto contro i due Gandolfi, eppure si sentono tutti buoni. La seconda ragione per cui il gatto si dice progressista è che nel progressismo, opportunamente manipolato, trova uno strumento per dar sfogo ad alcuni dei suoi istinti, e una clava da dare in testa ai suoi avversari. Come quando propone interventi urbanistici impossibili (Hitler vedeva ossessivamente il film Metropolis, affascinato dall’urbanistica visionaria di Fritz Lang, che peraltro lascerà la Germania nazista), e se gli dicono che non sono possibili, e che insomma dove pensa di trovare le risorse ecc., lui può sempre dire che allora gli altri non capiscono niente di architettura, non sanno chi è Norman Foster, sono gretti e non capiscono niente del “nuovo che avanza”.
    Adesso invece ce l’ha con Minniti, perché lui, il gatto, contrariamente al pelato, è favorevole a una liberalizzazione degli accessi a migranti e profughi, senza se e senza ma, fregandosene del Primo principio della Termodinamica e del principio di Le Châtelier; che invece vanno rispettati, come abbiamo argomentato nell’articolo Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier.
    Intendiamoci, in alcune cose il gatto ha ragione, in particolare su questi punti:
    a) ipocrisia degli aziendalsimilprogressisti (lui pone male la questione, si perde nei particolari e nelle cacate carte: ma non possiamo pretendere troppo)
    b) interessi petroliferi dell’Italia e imperiali della Francia, in Africa, che fanno aggio sulle considerazioni razionali e umanitarie (il gatto veramente della razionalità se ne frega, ma, per il momento, glissons…)
    c) pericolo di legittimare la delinquenza organizzata che attualmente converte il business del trasbordo marittimo di migranti e profughi in business di organizzazione dei campi profughi in terra d’Africa
    d) interesse elettorale peloso del Pd che, dopo la svolta del M5S, opera anvh’esso la sua svolta in tema di contenimento degli sbarchi; così fa per evitare l’emorragia del consenso di strati di popolazione sofferente (e non non vanno soltanto da Salvini; anche in Italia, dopo la Grecia, l’Ungheria, l’Austria ecc., i fascisti tornano a farsi vivi, dopo un sonno che doveva essere solo apparente).

    Da tempo, quand’era politicamente scorretto affrontare il problema in termini razionali, come adesso dice di fare Minniti, sosteniamo la necessità di fare i conti con la pancia del popolo (invece di minimizzare o infastidirsi, come ha sempre fatto la superba dott.ssa Serra), non per assecondarla, ma per trovare soluzioni razionali, in ambito europeo, possibilmente diplomatiche, eventualmente facendo ricorso alle armi (altrimenti, a che serve essere armati fino ai denti? solo per il business delle commesse militari? per fare della retorica sui “nostri marò”?). Abbiamo riassunto lo stato della questione in un articolo pubblicato a luglio: Non “convivialità” delle differenze, ma coesistenza e scontro dialettico. Da allora la novità è che adesso c’è Minniti. Il punto più preoccupante di tutta la questione, oggi, inutile negarlo, è che l’Italia finisca con il mettere a contratto gruppi di delinquenza organizzata operanti in Libia. Voglio sperare che la cosa sia tenuta sotto controllo, nel senso che “oggi ti dò un po’ di agibilità nei campi di raccolta, domani però intervengo in forze”. Non so però quanto possiamo fidarci degli “esperti”: sarà bene tenere gli occhi aperti, qui si vedrà quanto l’Europa (con buona pace di MArcoBattaglia) sarà ancora una volta cialtrona. Comunque non è la prima volta che l’Italia finanzia i delinquenti: l’ha fatto tutte le volte che ha pagato i riscatti (quello di Greta e Vanessa, per esempio, le due cooperanti lombarde rapite in Siria e in un’altra infinità di casi).
    Il gatto padano invece dice: in Italia c’è posto, anzi noi abbiamo bisogno di immigrati e profughi, dunque avanti tutti. L’importante è mostrare che si è “buoni”. E il principio di realtà? Perché non considerare il fatto che i curnensi, tanto per fare un esempio a caso, all’occorrenza, possono anche essere cattivi? Anzi, molto cattivi, anzi bestiali. Questo è quello che sapeva bene la dott.ssa Serra, che non volle mai affrontare apertamente la diceria della “nuova moschea”, promossa a maximoschea, e perciò i similprogressisti furono lì lì per perdere le elezioni. Se fosse andata in porto l’operazione “inculante” di far credere che Gandolfi era schierato con Locatelli, come si volle far di tutto perché avvenisse, se Locatelli avesse potuto dire, senza essere smentito, “Il sindaco del buon governo è con me”, dunque se il popolo fosse stato tranquillizzato su quella candidatura (era una questione psicologica, non di spostamento di voti), oggi al Municipio di Curno garrirebbe la bandiera di Alessandro Sorte.
    Comunque, il pericolo Locatelli/Sorte/Salvini è stato sventato. Rimane però il problema del populismo, come pure ancora non è stata schiacciata la serpe del mongoidentitarismo, quello che tanto fa preoccupare il gatto padano quando uno come Aristide affronta la mistica curnense: costui ha la residenza a Trezzo e per giunta è «sardagnolo», dunque come osa? (La dott.ssa Serra è elvetica, e passi.)

    Domanda delle cento pistole – MarcoBattaglia, che è laureato in Politiche Europee, che è appassionato di storia e di politica, che è membro presso Movimento Federalista Europeo, che è responsabile eventi (squit! squit! squit!) culturali presso Aegee-Bergamo (così leggiamo ne suo profilo prosopobiblico) e che è responsabile della Comunicazione dell’Amministrazione comunale curnense, che cosa aspetta a promuovere un incontro pubblico sull’argomento? Guardi però che non abbiamo le fette di prosciutto sugli occhi: sappiamo distinguere un dibattito politico e culturale da un “evento”. Dunque, una volta tanto, niente birra, [*] niente Erasmus/Orgasmus.

    ……………………………………………………
    [*] Gli “eventi” Erasmus & Orgasmus sono di solito sponsorizzati da questo o quel produttore di birra. Perciò parlo spesso di birra, a proposito dei temi erasmorgasmici.

  14. M5S a Curno e Mozzo

    In una bacheca di via dei Marchesi Terzi di sant’Agata Vien dal monte ecc. è possibile leggere il seguente ta-tze-bao:

    Per leggere il documento in formato pdf, fare clic sull’immagine.

    Auguriamo all’amico Angelo Fassi di riuscire con successo a mettere insieme una squadra di «gente onesta e volenterosa», soprattutto intelligente, che, oltre a veicolare i contenuti grillini, analizzi i bisogni veri delle due comunità, quella del paese bello e quella del paese brutto, ed elabori un piano d’intervento. O di non-intervento: perché, com’è noto, molti guai di Curno nascono dall’eccesso d’interventismo della sua amministrazione. Adesso pare che vogliano creare in laboratorio l’uomo nuovo (l‘Homo semisapiens cornetensis?). Curno allora dovrebbe essere una specie di Scuola di Barbiana, come quella del poco compianto don Milani. Il prototipo dell’uomo nuovo forgiato a Curno, del quale saranno padre e madre putativi la dott.ssa Gamba e Cavagna il Vecchio, sarà chiamato “Perlito” e sarà addestrato geneticamente a condividere tutto. Per i cittadini vecchi, cioè non manipolati geneticamente, invece, è previsto un programma a tappeto di clisteri di condivisione: così finalmente diventeranno più europei, come vuole MarcoBattaglia, impegnatissimo nell’organizzazione di “eventi” Erasmus/Orgasmus. Agli altri, quibus ore mos geritur (per pudore mi esprimo in latino) l’orgasmo, ai curnensi il clistere.
    L’interventismo non è soltanto da parte della similsinistra (è la sua specialità). Anche Locatelli ha fatto dapprima il diavolo a quattro con i cani, adesso per raccogliere consensi pare che voglia entrare nel mercato elettorale degli anziani. Senza contare che, tanto per far polemica, in campagna elettorale ha postulato l’esigenza di un’attivazione rapida del Bibliomostro, laddove sarebbe prudente pensare a un’operazione di dismissione intelligente.
    È altresì importante che l’azione del M5S sia autonoma dalla logica della Lega/Forza Italia, contrariamente a quanto è successo (ahinoi) nelle ultime amministrative curnensi. Ma quello fu un incidente di percorso, l’esito per fortuna abortito di una “manovra inculante” a vasto raggio che aveva come fine ultimo lo sputtanamento di Gandolfi, e che avrebbe dovuto benedire l’operazione Locatelli/Alessandro Sorte, con acquisizione di benemerenze presso Salvini (e nemmeno da parte di MarcoBelotti che, al solito, è stato costretto a subire l’iniziativa altrui).
    Il progetto consisteva nel cooptare Gandolfi e Fassi in una critica alla variante del Pgt che poi li avrebbe dovuti far cadere in trappola, trasformando una convergenza su argomenti “tecnici” in un coinvolgimento politico.
    D’altra parte in un paese brutto come Curno, è stato, ed è, ridicolo parlare di “colata di cemento”. Così però si fece, in mancanza di argomenti politici, che pure non sarebbero mancati, e che la Lega e Forza Italia non ebbero la volontà e la capacità d’individuare e di proporre. Si sarebbero dovute, invece, analizzare le ragioni del bisogno impellente, da parte degli aziendalsimilprogressisti, di quella cosiddetta colata di cemento. Invece di sparare ipotesi maliziose, destinate a rimanere per aria, ci si sarebbe dovuti interrogare sulla destinazione degli introiti associati a quella manovra, quindi si sarebbe dovuto puntare il dito sulle spese inutili e velleitarie rese possibili dalla summenzionata e cosiddetta colata.
    Comunque, è andata così, vuol dire che la prossima volta i M5S faranno meglio.
    Tra l’altro, Locatelli aveva minacciato fuoco e fiamme, denunce e ricorsi. Voglio proprio vedere che cosa farà.
    Personalmente auspico che il M5S prenda in considerazione l’ipotesi che i Comuni di Curno e Mozzo siano assorbiti da quello di Bergamo, un po’ come fece Bergamo che si diede a Venezia: grande sarebbe il vantaggio per i cittadini, perché diminuirebbe il rischio di essere governati da amministratori incapaci. Cioè, invece di fare tavole rotonde e retorica sulla Città metropolitana di Bergamo (in sostituzione della Provincia di Bergamo), un argomento che piace moltissimo ai serrani e piacerà ai postserrani, si tratta di sbarazzarsi per sempre di amministratori indigeni (spesso) culturalmente indegni, politicamente pasticcioni e portati all’inciucio, tecnicamente incapaci.
    Noi, se fossimo stati cittadini di Curno, ci saremmo sentiti costretti a votare per la dott.ssa Gamba e Dio solo sa quanto ci sarebbe costato quel gesto. Se fossimo cittadini di Bergamo, votare ci sarebbe meno penoso.

  15. Il canto della Sibilla in catalano algherese
    Viene utile come ‘memento mori’ perché gli scomposti ambiziosetti della politichetta curnense si diano una calmata

    Il canto presentato qui sopra è in catalano, eppure sarebbe sbagliato farne una bandiera identitaria. Non saremo certo noi a scivolare sulla buccia di banana del mongoidentitarismo.
    Va bene che El Senyal del Judici (così s’intitola in catalano) è stato dichiarato «patrimonio immateriale dell’Unesco» (cosa che peraltro non ci fa tremare le mutande, perché abbiamo poca stima dei pronunciamenti istituzionali in generale e di quelli dell’Unesco in particolare). [*] Una persona ragionevole non ha bisogno di farsi dire che cosa è bello e che cosa non lo è, a norma di cacata carta. Questo canto, che evoca il giudizio celebrato dal tribunale di Cristo nella valle di Giosafat, fa venire i brividi, è bello, e questo basta.
    La prospettiva identitaria, d’altra parte, è sempre sbagliata, molto semplicemente, perché non esistono le culture locali, esiste la cultura. Del resto, chi è politicamente corretto sa che esiste la razza umana, ma non le razze umane. Segue di qui che, se non abbiamo consapevolezza dei precedenti di certe espressioni “culturali”, non siamo tuttavia autorizzati a inventarci quel che non sappiamo. In questo caso, invece, sappiamo.
    Il Canto della Sibilla nasce in Francia nel IX secolo, si diffonde in area mediterranea, quindi sarà proibito al tempo del Concilio di Trento (1545-63) in quanto paganeggiante: continuò tuttavia ad essere praticato per tradizione orale a Maiorca e ad Alghero, i cui vescovi, dopo aver messo la mordacchia ai fedeli per qualche decennio, decisero che valeva la pena chiudere un occhio. Ancora oggi viene recitato, la notte di Natale, nelle cattedrali di Alghero (in catalano) e di Maiorca (in maiorchino antico).
    Prende il nome di Canto della Sibilla perché nelle liturgie medievali del tempo di Natale avveniva che nell’Ordo prophetarum, la processione dei profeti di Cristo, fosse presente anche la Sibilla Eritrea (affrescata da Michelangelo nella Cappella Sistina). La Sibilla non annunciava il Salvatore, ma il Giudizio universale che, secondo il canto, è preceduto da un insieme di terribili manifestazioni naturali: l’oscuramento del Sole, un terremoto, grida, tuoni, puzzo di zolfo, crollo delle montagne.
    Ecco le parole dell’esecuzione algherese:

    El Senyal del Judici

    Al jorn del judici / parrà qui avrà fet servici.

    Un Rei vindrà perpetual / vestit de nostra carn mortal / del Cel vindrà tot certament / per fer del setgle giugiament.

    Ans quel Judici no serà / un gran señal sa monstrarà / lo sol perdrà la resplandor / la terra tremirà de por.

    Aprés se badarà molt fort / amostrantse de gran conort / amostrar se an ab bris i trons / les infernals confusions.

    Del Cel gran foc devallarà / com a soffre molt podirà / la terra cremarà ab furor / la gent avrà molt gran terror.

    Aprés serà un fort señal / d’un terratremol general / les pedres per mig se rompran / y les montanyes se fendran.

    Llavors ningú tindrà talent / de or, riqueses, ni argent / esperant tots quina serà / la sentèntia ques darà.

    De morir seran tots son talents / scrafirlos an totes les dens / no y avrà home que no plor / tot lo món serà en tristor.

    Los puits y plans seran iguals / allí seran los bons y mals / Reis, Duchs, Conptes y Barons / que de lus fets retran rahons.

    Aprés vindrà terriblement / lo fill de Déu omnipotent / qui morts y vius judicarà / qui bé avrà fet allís parrà.

    Los infans qui nats no seran / dintre ses mares cridaran / diran tots plorosament / ajudaus Déu omnipotent.

    Mare de Déu pregau per nos / pus seu Mare dels peccadors / que bona sentèntia hajam / y Paradís possehiam.

    Vosaltres tots qui estau / devotament a Déu pregau / de cor ab de gran devoció / que us porte a salvació. Amen.

    Ed ecco lo stesso canto nella precedente versione latina (Iudicii signum):

    Il Canto della Sibilla (‘Iudicii signum’) interpretato nella versione originale latina dal soprano catalano Monserrat Figueras. In questo video è molto interessante l’iconografia. Peccato però che si apra con l’affresco della Sibilla Cumana; invece la Sibilla del canto è quella Eritrea. In basso si riporta il testo latino dell’interpretazione della Figueras. Il testo latino deriva da un originale greco (gli ‘Oracula sybillina), contaminato con indicazioni di sant’Agostino, che ne ha scritto nella sua opera ‘De civitate Dei’. L’argomento è stato sviscerato da Emile Mâle nella tesi di dottorato Quomodo Sibyllas recentiores artifices repraesentaverint che è possibile leggere in traduzione italiana [**] facendo clic sul nesso ipertestuale.

    Iudicii Signum

    (REF – Iudicii Signum: tellus sudore madescet.
    E caelo rex adveniet per saecula futurus, / Scilicet ut carnem praesens ut iudicet orbem.
    (REF)
    Reicient Simulacra viri cunctam quoque gazam / exuret terras ignis pontumque polumque
    REF
    Inquirens, taetri portas effringet Averni. / Sanctorum sed enim cunctae lux libera carni
    REF)
    Eripitur solis iubar et chorus interit astris. / solvetur caelum lunaris splendor abibit
    REF
    Et coram hic domino reges sistentur ad unum / Reccidet e caelo ignisque et sulphuris amnis

    Infine, ecco l’interpretazione maiorchina:

    …………………………………………
    [*] Per essere precisi è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’Unesco la versione maiorchina. Chi vuole dare un’annusatina alla cacata carta, faccia clic qui.
    [**] L’originale latino della tesi di dottorato ancora non si trova in rete.

    • Contro gli annusatori di cacate carte e i mongoidentitaristi

      Ho rimpolpato il contributo precedente aggiungendo il testo latino del Canto della Sibilla e alcune notizie sulla sua tradizione testuale, fino al testo catalano. Il quale, come si vede, è ampliato rispetto a quello latino. Il passaggio dal greco al latino, dal latino al catalano, e la stessa evoluzione musicale del canto, in origine rigorosamente gregoriano, è una dimostrazione della fecondità del meticciato culturale. Chissà se questo punto di vista sarà compreso da certi curnensi [*] pervicacemente aggrappati ai disvalori del mongoidentirarismo (vi si attaccano con la forza della disperazione, come l’ubriaco alla bottiglia: sapendo di essere ignobili, pretendono di nobilitarsi appropriandosi di una “identità” inesistente).
      Per gli annusatori di cacate carte ho riportato il collegamento al pronunciamento dell’Unesco sul Canto della Sibilla, decretato “patrimonio immateriale”. Dell’Unesco peraltro noi ci facciamo baffi: l’Unesco è sempre più screditato, colonizzato com’è dalle istanze del politicamente corretto. Non che le espressioni culturali premiate siano da buttare, c’infastidisce però il paludamento burocratico.
      Infine, ho aggiunto la versione maiorchina, meritevole se non altro per il garbo delle forme dell’interprete: ¡qué guapa!

      ……………………………….
      [*] Tanto per citare, a caso. Bisogna dire però che non tutti i curnensi sono cattivi, sbruffoni, mongoidentitari, denunciatori in potenza e in atto, e perfino denunciatori anonimi, ridicolmente ambiziosi, caramellosamente istituzionali ecc.

  16. Maria Elena Boschi al Festival del Cinema di Venezia

    Maria Elena Boschi approda a Venezia. I corrispondenti della stampa estera, sconvolti da tanta bellezza, dopo essersi ripresi dallo stupore, per cui erano rimasti ammutoliti («Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia, quand’ella altrui saluta, / ch’ogne lingua devèn, tremando, muta…») domandano: «Ma chi è quell’attrice stupenda?». Nossignori, non è un’attrice, è stata il nostro ministro per le riforme.
    Qui sotto, la Rosy Bindi che ha recentemente dichiarato: «Non chiedetemi di rappresentare Renzi. E non sono nemmeno la Boschi». Comunque, se ancora c’è libertà di parola, vorrei sommessamente proclamare che la Bindi è meglio, molto meglio, della sciura Valeria (Fedeli), colei che usurpa il posto di Ministro per l’Istruzione.

    • Vanja permalink

      @Aristide

      Vedi:

      [Grazie per questo interessante contributo N.d.Ar.]

  17. Due intellettuali non sporcaccioni, non banali


    Fare clic sull’immagine per sentire gl’interventi di Luigi Manconi nel corso della trasmissione ‘In onda’ di venerdì 1° settembre.

    Consiglio vivamente di sentire le parole di Luigi Manconi, sociologo «sardagnolo», come direbbe il male acculturato gatto padano in versione mongoidentitarista (il quale così dicendo spera di mettere in non cale o addirittura di compensare le sue gravi carenze culturali), ma soprattutto intellettuale rigoroso, uno dei pochi sociologi seri dello scassatissimo panorama culturale italiano. A proposito del problema dei profughi e dei cosiddetti migranti economici (una distinzione che ritiene sciocchina), Manconi rivendica la necessità che sia affrontato da un punto di vista razionale. Tant’è che si fa vanto di non aver mai presentato la questione in termini sentimentali (questa è musica per le nostre orecchie). Manconi inoltre dà ragione a Cacciari, il quale in un articolo pubblicato sulla Repubblica di oggi afferma che è dovere della sinistra reagire alle bugie della destra. Che è quello che abbiamo sempre sostenuto noi (si parva licet…), contro la politica apparentemente superba della dott.ssa Serra, non fosse che c’era un preciso calcolo politico, pro domo usa, nell’ostinazione di non voler affrontare la diceria della moschea curnense. Anche Cacciari è un uomo degno di grande rispetto. Per esempio, diversi mesi fa mi sono occupato del pensiero di Pico della Mirandola, del quale ho letto con gli amici latinisti il discorso sulla dignità dell’uomo (De hominis dignitate). Ho letto, a latere, il libro scritto da Jader Jacobelli, che qualcuno ricorderà come giornalista parlamentare, ma divenne giornalista per caso (in tempo di guerra, a Radio Cagliari libera, sempre se non dispiace al gatto), ed è uno studioso serio, laureato con Garin su Pico, e non su Martha Nussbaum; inoltre ho voluto sentire una lezioncina del filosofo piacente Diego Fusaro, poi una conferenza tenuta a Genova da Massimo Cacciari. Beh, la lezioncina aveva molte pretese ma non insegnava niente, la conferenza di Cacciari non aveva pretese, ma lasciava il segno.
    Insomma, Manconi e Cacciari testimoniano — purtroppo sono rarae aves — che si può essere di sinistra senza essere coglioni, né sporcaccioni, né servi delle mode del momento e del “nuovo che avanza”, e politicamente corretti neanche un po’, e nemmeno sgangheratamente cattoprogressisti.
    Avrei soltanto due obiezioni da fare: la prima è per Luigi Manconi, al quale non posso perdonare di essere stato il compagno prima di Lucia Annunziata, adesso di Bianca Berlinguer. Però, in fondo, se lui falla, dal nostro punto di vista, in fatto di predilezioni femminili, non per questo dovremo dire che il suo pensiero è fallace.
    Non siamo d’altra parte d’accordo con Cacciari che minimizza l’ipotesi, avanzata da Minniti, che la tenuta delle istituzioni democratiche sia in Italia messa in discussione dalla cagnara che la destra sta facendo sul tema degl’immigrati. L’ha detto anche Bersani, che pure non è amico di Minniti. Perché, se è vero che il Pd di Renzi si butta a destra per togliere terreno a Salvini e a Casa Pound, è anche vero che non si può fare finta di niente di fronte alla disperazione della gente, manovrata a fini eversivi dai populisti.
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    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.
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  18. I serrano-crurali e il gatto padano strologano e parlano dell’«eccellenza» di Curno
    Non solo Curno è “bella da vivere”, ma è sede di eccellenze. La nuova scuola elementare e il Bibliomostro sono reclamizzati come al reparto salumi e formaggi della Conad


    Pubblicità Conad di un nuovo punto di vendita, presentato come l’«Ipermercato delle eccellenze a vista», dove per eccellenze s’intendono salumi, formaggi, tagli di carne, uova, vini (come vediamo qui sotto) ecc.

    La pubblicità, ahinoi, opera a livelli sovraliminali ma soprattutto subliminali sulle pulsioni più basse dell’animo umano, più o meno come Salvini in politica. Però l’investimento pubblicitario è razionale, cioè se da tanto tempo la Conad insiste sull’eccellenza, vuol dire che funziona: vuol dire che la parola ha un effetto magico sulle massaie, sugli Lgbt che la domenica fanno acquisti di coppia all’Ikea, per non parlare dei mongomanager che con queste cazzate vanno a nozze.
    Qualche decina di anni fa gli aziendalisti parlavano di “innovazione”, questa era la parolina passpartout che qualificava la propria azienda, i suoi prodotti e i suoi servizi, perfettamente in linea con “il nuovo che avanza”. Adesso si parla di “eccellenza”, perché anche l’impostura ha i suoi cicli di avvicendamento (o, come si dice in linguaggio marketing-coglione, il suo turnover).
    La Conad sta facendo investimenti a tappeto in comunicazione palese e subliminale (quella dei “redazionali”), tant’è che per la realizzazione dei suoi cortometraggi pubblicitari ricorre perfino al regista Pupi Avati: beh, mai quanto la Barilla che a suo tempo si valse della collaborazione del sociologo Alberoni e del mago della pubblicità Gavino Sanna, che però è sardagnolo, e questo è grave, nella prospettiva del gatto padano; si vedano “Quando creammo il Mulino Bianco tra le Brigate rosse” e Riflettendo con Gavino Sanna (il creatore del Mulino Bianco).
    Beh, ma neanche la Conad scherza, addirittura si è appropriata della parola, qualificandosi come «interprete dell’eccellenza gastronomica regionale»: così gli altri, la concorrenza, rimangono con un palmo di naso e non interpretano un bel niente.
    Avendo avuto positivi riscontri dal mercato, la Conad ha diramato l’ordine agli estensori di redazionali da pubblicare sui giornali come se fossero articoli al servizio del lettore: “Dovete parlare di eccellenza, dovete battere e ribattere sul concetto, perché questa parolina piace inseme ai buzzurri con le toppe al culo e ai buzzurri che leggono il Sole 24 ore. Il nostro obiettivo è creare un riflesso pavloviano, per cui se il mongoconsumatore sente parlare di eccellenza, quello compra”. Ecco alcuni esempi di comunicazione conadiana:
    • «Vendita e degustazione di prodotti di eccellenza per uno spazio che una volta ospitava un teatro (e un cinema), ma che da anni è abbandonato: il Nuovo di Largo Belotti» (BergamoPost).
    • «Sarà un punto vendita e degustazione di prodotti di eccellenza, quelli che oggi Conad commercializza con il marchio “Sapori e dintorni”» (Eco di Bergamo).
    • «È il nuovo volto dell’eccellenza enogastronomica made in Naples [squit!] targata Conad, spazio rivoluzionario [mamma mia!] che fa del cibo di alta qualità protagonista [il cibo protagonista: squit!] assoluto di una festa del gusto» (il Mattino).

    Visto lo straordinario successo dell’impostura dell’eccellenza, potevano i serrano-crurali, poteva il gatto padano (sempre in prima linea con “il nuovo che avanza”) non fare ricorso a questa sputtanatissima impostura? (Cioè, sputtanata per chi abbia cervello, ma di sicura penetrazione nel corpo flaccido delle masse inerti.) No, non potevano. Infatti i serrano-crurali ci hanno parlato dell’eccellenza della nuova scuola elementare (forse MarcoBattaglia qui non c’entra, al massimo avrà messo qualche punto esclamativo), e il gatto padano ci ha parlato dell’eccellenza dell’inutile e vergognoso Bibliomostro (il Bibliomostro sta a Curno come il Ponte sullo Stretto di Messina sta all’Italia).

  19. La vendetta di Erasmo, contro la mistica curnense dell’Erasmus/Orgasmus
    La Follia parla delle donne giocosamente (e poco serranamente!)

    Poiché a Curno si vuole a tutti i costi imporre la mistica conformista dell’Erasmus & Orgasmus, stravolgendo il lascito di ragionevolezza anticonformista di Erasmo, dell’umanista che si battè contro ogni impostura mistica, abbiamo preso l’impegno difenderne l’onore, presentando alcune pillole di saggezza erasmiana.
    Il latino di Erasmo è meraviglioso, e limpido, ma è anche sottile, perciò la sua traduzione in italiano presenta qualche difficoltà, a cominciare dal titolo stesso della sua opera più conosciuta, che è Stultitiae laus: ma la Stultitia della quale qui è questione non è la follia del manicomio criminale, ma quella spensierata degli sciocchi.
    Nel brano che presentiamo di seguito, la Follia, parlando in prima persona, ha appena finito di far presente che ai re e ai potenti piacciono gli sciocchi, tant’è che da loro sono disposti ad accettare la verità, quella stessa verità che non accettano di udire dalla bocca di un uomo di senno; e se lui la dice, sarà condannato a morte («idem dictum, quod si a sapientis ore proficiscatur, capitale fuerat futurum»). La dott.ssa Serra invece, nel periodo della sua tirannide, non potendo mettere a morte i dissidenti, faceva finta di non sentire (la stessa tecnica della marchesa Maironi, la “nonna cattiva”, come diceva Ombretta, nel Piccolo mondo antico di Fogazzaro), oppure imponeva la mordacchia.
    Quindi la Follia spiega che anche le donne amano gli sciocchi, perché il rapporto con loro è meno compromettente.
    Come nelle pillole erasmiane precedenti, presentiamo tra parentesi quadre alcune spiegazioni, onde più facilmente indurre gli happy few (questo è Shakespeare, non è linguaggio coglione dei mongomanager) a leggere Erasmo in latino. Potrebbe risultare difficile l’interpretazione di «quidquid cum huiusmodi factitarint», ma tutto diventa chiaro se osserviamo che ci troviamo di fonte a una figura sintattica di anastrofe, cioè di inversione dell’ordine di due parole: quidquid cum huiusmodi factitarint = cum quidquid huiusmodi factitarint.
    Ed ecco il testo politicamente scorretto:

    Iisdem ferme de causis hoc hominum genere [scilicet fatuis] mulieres gaudere solent impensius, utpote ad voluptatem et nugas natura propensiores. Proinde quidquid cum huiusmodi factitarint, etiamsi nonnumquam serium nimis, illae tamen iocum ac lusum interpretantur, ut est ingeniosus, praesertim ad praetexenda commissa sua, sexus ille. (Erasmi ‘Stultitiae laus’, 36)

    Cioè:

    Per queste stesse ragioni, all’incirca [ferme], le donne di solito [l’espressione avverbiale è ricavata dal predicato solere] traggono piacere più che mai [impensius] da questo genere d’uomini [cioè dagli sciocchini, dei quali si è parlato prima], in quanto [utpote] le donne sono più propense alla frivolezza piacevole [endiadi: ad voluptatem et nugas]. Perciò quando abbiano fatto con uno di costoro [cioè con uno scemotto: sottinteso] una qualunque sciocchezza [quidquid huismodi: lett. qualunque cosa di tal fatta], anche se talvolta una cosa fin troppo seria [serium nimis], loro tuttavia le dànno un significato [interpretantur] come di una frivolezza fatta per gioco [iocum ac lusum], tanto questo [ille: lett.te ‘quello’, ma in it. diciamo ‘questo’] sesso è ingegnoso nel coprire con pretesti [ad praetexenda] le loro imprese.

    Erasmo, sarai vendicato! Perlomeno, ci proviamo.

  20. Crozza-Minniti: «Non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti»

  21. Anna permalink

    @nuovoeutile.it

    Paradosso della visibilità: come i media premiano chi deplorano
    [È sibillino, forse perché in questa pagina abbiamo parlato della Sibilla Eritrea? (ma non ditelo a Salvini: potrebbe incazzarsi, perché mi sa che la Sibilla non ha le cacate carte in regola). O forse in questo contributo, cosiddetto “post”, in linguaggio coglione, si è perso per strada qualcosa? N.d.Ar.]

  22. A Curno una cosa così non potrebbe succedere

    Quella che vedete qui sopra è una foto, scattata oggi, della strada al porto di Trezzo sull’Adda; una strada analoga esiste — anzi, esisteva — a San Gervasio, essendo in parte demolita, in parte inglobata nelle frane e ricoperta dalla vegetazione, a parte il tratto iniziale.
    Dalle sostruzioni del castello di Trezzo, visibili in parte nella foto e nell’acquerello, spiccava un ponte imponente, del quale non avanzano che le spalle: fu distrutto nel 1417 dal Carmagnola, appena trent’anni dopo la costruzione. Con la sua luce di 72 metri era un’opera ardita ed esemplare, tant’è che bisognerà aspettare il Settecento per vedere realizzata in Italia un’opera che eguagli per lunghezza della campata questo capriccio militare di Bernabò Visconti (il ponte era fortificato, a tre ordini di transito). Qui sotto, ipotetica ricostruzione del ponte, in un disegno al tratto ottocentesco.

    Quello che chiamano il castello in realtà è soltanto la torre: beh, diciamo che siamo nel caso della figura retorica di sineddoche; dunque il castello non c’è più; non c’è il ponte e non c’è nemmeno il porto, che però fu attivo finché a distanza di quattro secoli dalla distruzione del primo, fu costruito un nuovo ponte in ferro, simile a quello di Paderno d’Adda. Gli uomini e le merci venivano trasportati su un barcone vincolato a una fune, azionato dalla corrente del fiume, come il traghetto ancora in esercizio a Imbersago. Qui sotto vediamo come si presentava la salita dal porto a Trezzo, in una veduta ottocentesca di un acquerellista svizzero.

    Proprio questi giorni l’amministrazione comunale (leghista, ma non malvagia, nonostante certi vezzi provinciali e populisti, e una certa propensione a sudaticcia istituzionalità) ha consegnato alla cittadinanza la sistemazione della strada al porto: per quanto ne so, non c’è stata orrenda cerimonia fasciata e tricolorata: di questo, se così è stato, le rendiamo sentite grazie. È stato collocato anche un pannello dimostrativo, che vediamo qui sotto.

    Purtroppo c’è scappato un errore, per fortuna è un refuso, mica è uno strafalcione come il curnense e pedrettista “Tibet free”, dunque l’onore degli amministratori è (quasi) salvo. Come si vede qui sotto, l’errore è stato corretto da un generoso cittadino. Però, perdindirindina, Trezzo non è Curno: Trezzo, per interessamento dell’ex segretario comunale Purcaro, della famiglia dei segretari comunali Purcaro, l’inventore della Coa, quello stesso che ultimamente ha lavorato con la dott.ssa Serra alla Provincia di Bergamo, si fregia del titolo di città. E questa, di voler diventare città, è stata proprio una buzzurrata, che fa il paio con il Bibliomostro di Curno. Dunque, essendo Trezzo una città, e non un paese sgarruppato come Curno, non si poteva pensare a un minimo di controllo di qualità?

    Comunque una cosa così a Curno non potrebbe succedere, perché Curno vuol essere un paese a vocazione estremamente europeista, fino allo spasimo: anzi, fino all’orgasmo. In un paese così europeista e così erasmorgasmico, grazie all’interessamento disinteressato (figura retorica: ossimoro) di MarcoBattaglia, errori d’inglese non si commettono, è impossibile. Parola di MarcoBattaglia, responsabile della comunicazione curnense. Quel Tibet free scappato al Pedretti fu un’eccezione, ma erano altri tempi, quando Curno non era ancora “bella da vivere” e le buone pratiche orgasmiche degli eventi erasmorgasmici erano di là da venire. Insomma, allora non c’era “dialogo” fra cittadini europei, quale si realizza oggi — anche a Curno! — con gli “eventi” Erasmus/Orgasmus, nel corso dei quali inter pocula e dum alter ore morem gerit alteri, nel tempo che avanza si fa pratica d’inglese. Se è per questo, a Curno non si percepisce tutto questo dialogo, neanche oggi, nemmeno nella sua forma più risibile, il dialogo giovanneo. Semmai ci sono denunce, minacce di denunce, diffide a occuparsi di Curno se non sei iniziato alla mistica curnense, calunnie e scorregge. Vedremo se i neoserrani, oggi serrano-crurali, saranno più tolleranti nei confronti del pensiero politicamente scorretto, non allineato. E se saranno del parere che sia venuta l’ora di smettere di affliggere i cittadini con dolorosi clisteri di condivisione, urticanti.

  23. Chi è il responsabile del Circolo Pd di Curno?

    Se andiamo alla pagina Facebook del Circolo Pd di Curno leggiamo:

    Il circolo PD sezione di Curno nasce il 18 febbraio 2008 grazie all’impegno e alla passione di tanti nostri concittadini. Sin dalla sua fondazione, Massimo Conti ne è il coordinatore.

    Dunque il responsabile dovrebbe essere Max Conti. Nessuno però ignora che nella galassia politica curnense si è proiettato (o è stato proiettato) di recente, e con una certa prepotenza, il MarcoBattaglia. Infatti il visitatore del sito è invitato a scrivere per posta elettronica a MarcoBattaglia, «per ulteriori informazioni di contatto» (chissà che cosa precisamente significa).
    Ci troviamo di fronte a un caso di co-conduzione, o addirittura di emarginazione di Max Conti? E lui accetta, così, senza fiatare?

    Un precedente (se posso ricorrere a un esempio personale) – Io al posto di Max Conti non accetterei, così come a suo tempo non accettai che nella stesura della rivista del Comune s’intrufolasse un gruppetto mandato avanti — come seppi in seguito, dalla Di Piazza — che avrebbe dovuto ‘darmi una mano’: ma non l’avevo scelto io, nemmeno lo conoscevo, e non l’ho mai conosciuto. Gandolfi mi presentò l’intromissione del gruppetto di “ggiovani” come una soluzione idonea a sedare le acque agitate, non so da chi. Avanzai l’ipotesi che ci fosse un tentativo di egemonia da parte della zarina curnense, che a quel tempo era lanciatissima (“Lui lo vuole! Deus volt!”) e, a quanto pare, potentissima. Solo in seguito seppi che il gruppetto era stato mandato avanti dalla Di Piazza (che mi fece anche avere, via Gandolfi, un suo articolo sulla rivoluzione copernicana che lei aveva intenzione di operare sugli orari degli sportelli comunali, la quale fra l’altro non fu nemmeno attuata; in ogni caso, non pubblicai quell’articolo). Dopo qualche passaggio, dopo che il gruppetto fu prodigo di consigli riguardo alla copertina (che io avevo progettato), e tali “consigli” mi pervenivano via Gandolfi, proprio perché il mio era un apporto di libero professionista, feci presente a Gandolfi che, se la responsabilità del prodotto era mia, non potevo “condividerla” con personaggi mandati avanti con intenzioni poco chiare, con l’escamotage di suggerirti modifiche alla copertina, oggi; e domani chissà che. Molto semplicemente, mi sarei ritirato dall’impresa. Rifiutavo quell’offerta.


    La rivista del Comune di Curno, non culilinctoria a differenza della maggior parte dei prodotti simili, come si può verificare sfogliandone le pagine (fare clic sull’immagine). A quel tempo “Aristide” ancora non esisteva, ero solo un libero professionista. In seguito avrei contrastato il potere pedrettesco con lo questo pseudonimo (scrivendo nel c.d. blog del’Udc e varando il sito Testitrahus), finché il Pedretti spifferò al compiacente Bergamo news che Aristide coincideva con colui che redigeva la rivista. A questo punto, pur essendo la mia collaborazione con il Comune a norma di cacata carta (la mozione della vendetta promossa dal Pedretti e appoggiata dalla quinta colonna del PdL e da similprogressisti era stata bocciata) decisi di non occuparmi più della rivista e di impegnarmi, finalmente, sul fronte politico. Tanto più che Gandolfi era attaccato slealmente da componenti della sua stessa Giunta, sempre più insofferenti del buon governo. Alla mozione della vendetta fece dunque seguito la mia vendetta sull’ipocrisia, l’ignoranza e le mal riposte ambizioni di parecchi politici indigeni curnensi, nemici e falsi amici. In tale attività di resistenza e demistificazione mi sono divertito moltissimo, ed è stata questa la mia più bella remunerazione.

    Per essere precisi, il portavoce del gruppuscolo suggerì a Gandolfi, che mi riferì, che l’immagine del Leviatano che figurava nel primo numero della rivista dovesse essere a piena pagina, mentre io avevo previsto una cornice (come vediamo qui sopra): sarebbe stata più eloquente, diceva. Ed è chiaro che se l’avessi impostata a piena pagina, l’ambiziosetto avrebbe suggerito che l’immagine dovesse essere inserita in una cornice. Cioè io ho l’idea, procuro l’immagine, ragiono e lavoro, loro suggeriscono… Merda!.

    Tornando a MarcoBattaglia, questo giovane sbandieratore di vessillo europeo, creatore di “eventi” per l’Aégée, è stato proiettato nella galassia della politichetta curnense perché si facesse le ossa in vista di più ambiziosi traguardi: ovviamente OltreCurno. MarcoBattaglia è stata un’offerta che gli aziendalsimilprogresssiti curnensi non potevano rifiutare: infatti, l’offerta è stata accettata. Max Conti non si ribella? Subisce?

    • Qual è la strategia dei poteri forti per Curno?

      Ma se la presenza impetuosa di MarcoBattaglia e la sua resistibile ascesa nella politichetta curnense è frutto di un preciso accordo tra poteri forti bergamaschi (tra i quali non possiamo non annoverare quello curiale, con riferimento alla Curia vescovile della Diocesi di Bergamo), possiamo ragionare sulle possibili strategie? E, a parte la Curia, quali sono gli altri poteri forti? Che cosa rappresenta il progetto Erasmus/Orgasmus per i poteri forti? (Leggendo la pubblicità del curiale Collegio sant’Alessandro di Bergamo, quello frequentato dall’adolescente MarcoBattaglia, pare che per loro l’Erasmus sia molto importante.) Sono tutti interrogativi aperti, anche perché non tutti i poteri forti operano alla luce del sole. Almeno la Curia si sa che cosa sia: più ancora perciò ci preoccupano altri poteri forti, con i quali la Curia potrebbe aver preso accordi. Forse quelli stessi che, pur estranei al sistema di potere similprogressista, volevano tuttavia stringere un patto con questo, e a suo tempo puntarono il tutto e per tutto su Renzi, che doveva far fuori Bersani, e su Gori, che era venuto a Bergamo a fare il Discorso della Marianna: qualcuno inviò tale discorso a Nusquamia, credo perché si voleva coinvolgerci in un’operazione che dava adito a parecchi sospetti, proprio per quelle sue lucette, tipiche del’impostura del “nuovo che avanza”; ma noi, che avevamo capito l’astuzia e la trappola, prendemmo le distanze e pubblicammo il Discorso della Marianna in una pagina separata.
      Riassumendo: se individuiamo prontamente le strategie dei poteri forti, forse facciamo in tempo a demistificare e a pensare a una linea di resistenza. Infatti, noi abbiamo già cominciato a demistificare l’Erasmus/Orgasmus.
      Mi diceva l’amministratore delegato di una società d’ingegneria che quando si trattava di dare il via a qualche grande opera nei paesi che un tempo portavano l’etichetta del “Terzo mondo”, e si poneva la necessità di accedere a un finanziamento della Banca mondiale, tale intervento era subordinato a un accordo tra la finanza vaticana e quella massonica. Del resto, è noto che in Vaticano operava e opera una Commissione per i rapporti con la Massoneria, nonostante il nicchiare di Ratzinger: si veda Massoneria in Vaticano? Lo stop di Ratzinger. Il libro Vaticano massone esordisce con queste precise parole: «Quanto conta oggi la massoneria in Vaticano? che rapporti ha con l’elezione del primo papa gesuita della storia, Padre Jorge Mario Bergoglio?».
      Insomma, io non dico che queste cosucce che si vanno facendo a Curno siano paragonabili a una grande opera come la Diga di Tarbela in Pakistan (la costruzione fu affidata a una joint venture che aveva come capofila l’Impregilo, ed ebbe il finanziamento della Banca mondiale). Aggiungo che mi sembra ridicolo che Locatelli abbia parlato di una colata di cemento che avrebbe offeso la grande bellezza di Curno, e mi aspetto che, dopo aver fatto tutto il can can che ha fatto, a ridosso della campagna elettorale, mostri un po’ di coerenza, adesso, da consigliere di minoranza: insomma vogliamo vedere il seguito del balletto. Inoltre sono rimasto disgustato dalle parole del gatto padano il quale, avendo osservato che «la giunta Conti&Serra ha portato in consiglio comunale delle delibere che sommate ad altre non ci paiono del tutto corrette e bene ponderate», e avendo sollevato il problema delle responsabilità per i danni all’edificio della nuova scuola procurati dallo «stravento [squit!] del 26 giugno 2016», sibilava nel numero 322 del suo diario:

      Questo è un blog e pertanto non segnaleremo nulla né alla Corte dei Conti né al TAR. Chi ha precisazioni da fare rispetto alla nostra posizione basta una mail e pubblicheremo (mica lunga come la Bibbia, però…).

      Sono rimasto disgustato, perché i problemi politici vanno affrontati politicamente, e non con le cacate carte. Così come Berlusconi doveva essere affrontato politicamente: voglio dire, più politicamente che giudizialmente: la storia della “diciassettenne” Ruby (lo era veramente, diciassettenne, a norma di cacata carta: ma l’avete vista?), le telefonate roventi con la Minetti, il giro vorticoso di puttanoni, che mai bastavano a saziare il drago, sono per noi una testimonianza squalliduccia di pornocrazia, sono condannabili sul piano etico e forse anche sul piano politico, se è in forse la sicurezza dello Stato, ma non sono un ragionamento politico.
      Tutto ciò premesso, senza troppo spingere l’acceleratore (naturalmente) e fatte le debite proporzioni, senza dare a Curno l’importanza che gli sbruffoni vorrebbero tributarle, ci piacerebbe sapere che cosa i poteri forti intendono fare di questo sciagurato paese. Una soluzione per dare una calmata ai poteri forti, nel caso avessero cattive intenzioni, potrebbe essere quella dell’abolizione del Comune di Curno, che sarebbe perciò inglobato in quello di Bergamo (parlo dell’abolizione totale, e del conseguente annullamento della sua perniciosa classe politica indigena; non parlo della Grande Bergamo che già sul nascere olezza di tecnoburocrazia).

      • Sulle cacate leggi: il ragionamento è sottile, forse, ma è fondato, e non è questione di lana caprina

        Con riferimento a quanto ho scritto sopra sull’uso improprio delle cacate leggi in sede di ragionamento politico, consapevole del fatto che qualcuno possa non aver capito e travisare in buona fede, e che altri potrebbero invece aver capito benissimo, ma trovino comodo travisare: ebbene, onde sbarrare a questi ultimi la strada del cazzeggio e venire incontro alle esigenze di comprensione dei primi, faccio presente quanto segue.
        Intanto, esistono buone leggi e cattive leggi. Si noti che come cittadino sono tenuto a rispettare le leggi, tutte, ma non sono obbligato a dire che mi piacciono e nemmeno a dire che sono giuste. Per esempio, la legge sull’equo canone era iniqua, tant’è che poi è stata abolita. Ma non è che al tempo in cui era in vigore fosse giusta e possa essere considerata ingiusta solo dal momento in cui non c’è più stata. No, la legge dell’equo canone è sempre stata una legge ingiusta.
        Dunque
        a) chi pensa di far politica minacciando le sanzioni della legge o, più semplicemente, ragionando a norma di cacata carta, potrebbe fare appello a una legge ingiusta. Quanto meno chi ragiona a norma di cacata carta dovrebbe essere sicuro che la legge sia giusta, e che le circostanze sulle quali intende far cadere la mannaia della legge siano appropriate.
        b) Ma, in fondo, che la legge sia giusta o ingiusta non è nemmeno così importante. La cosa veramente importante da dire è che in un ragionamento politico le cacate carte non c’entrano, e non devono entrarci. Per farla breve, e non perdermi in un mare di cazzeggianti parole (o che tali potrebbero sembrare) ricorrerò a un esempio. Ammettiamo che il signor Ambrogio Brambilla uccida il fratello, Carlo Brambilla, con il veleno per topi, per una lite sull’eredità di un immobile. Di fronte a un delitto così odioso, un fratricidio, per giunta per una ragione ignobile, voi che cosa dite: i) che Ambrogio è un cane schifoso (con tutto il rispetto per i cani di Locatelli e Cavagna il Giovane); oppure, ii) che Ambrogio ha infranto il Codice penale a norma di cacata carta, vedi legge taldeitali, comma mong. ecc.? Mi sembra evidente, voi direste che colui è un cane schifoso (o comunque esprimereste, con altre parole, un giudizio simile, immagino).
        Analogamente, in politica, se qualche amministratore combina qualcosa di riprovevole politicamente, voi denuncerete la violazione di un principio etico-politico, mica l’infrazione di questa o quella norma del Corpus legum cacatarum. E, se sapete ragionare, dimostrerete che quell’azione è riprovevole, senza nemmeno una volta farvi forti di una cacata legge. Oltre tutto, il ricorso alle cacate leggi nella formulazione di un giudizio politico è pericoloso, o perché vi rende schiavi dell’avvocato, o perché, peggio ancora, farà di voi un appassionato di copropapirologia, una perversione che vi porterà alla follia, come un tempo la sifilide.

  24. La birra degli “eventi” Erasmus/Orgasmus

    Il povero Erasmo da Rotterdam ancora una volta usato per bassi fini markettari (o di politica politicante: non c’è molta differenza).
    Erasmo, sarai vendicato!

  25. Uno sberleffo per i mongoidentitari

    Com’è noto, Curno è il paese dove al posto della dialettica si usano le denunce, eventualmente anonime, o si minacciano denunce, è il paese dove la destra più becera per andare all’accatto di voti che dovevano portarla al potere si scatenò scompostamente propalando la diceria della maximoschea, ed è anche il paese — questa è la cosa più grave — in cui la dott.ssa Serra invece di rispondere colpo su colpo alle menzogne che facevano il gioco di Alessandro Sorte (Locatelli e Cavagna il Giovane essendo soltanto due pedine del progetto egemonico dell’ambizioso consigliere regionale), invece di affrontare i cittadini e ascoltare le loro ragioni, per sbagliate che fossero, preferì non esporsi: fece “sobriamente” lo struzzo, venendo meno a un suo preciso dovere etico-politico. Perché poi? Perché a lei conviene mantenersi su una posizione cattoprogressista intransigente, al di sopra di tutto e di tutti, gesuitico-istituzionale, alla cardinal Martini: prima viene l’Oltrecurno — questo è stata la sua strategia — poi vengono i curnensi (ai quali aveva raccontato di voler fare la nonna). Infatti, nel gioco del Monòpoli politico-istituzionale pare che le cartelle del cattoprogressismo intransigente valgano il decuplo delle cartelle cristiano-razionali (eppure la forza del cristianesimo fu l’aver elaborato una teologia, con i Padri della Chiesa, che attinse linfa, idee e metodi dal pensiero razionale greco; anche se non sappiamo quanti anni di vita avanzino a quella teologia).
    Pur essendo Curno il paese che sappiamo, nonostante le sue brutture, le cattiverie e le ridicole ambizioni di alcuni cittadini che credono di essere esemplari, nonostante le sbruffonate e le scorregge, questo paese pretende di essere bello da vivere (mah, io questa grande bellezza proprio non la vedo), ha elaborato una sua sua mistica, crede fermamente nelle virtù ìnsite nella “curnensità”, che dovrebbe essere qualcosa di analogo allo stato di grazia elargito da Dio ai suoi eletti, e soltanto a loro, secondo la dottrina luterana e calvinista.
    Ciò che è curnense è sacro, ciò che non è curnense è profano: questo, in sintesi, è il pensiero mongo-identitario curnense.
    Per punire i mongoidentitari, abbiamo proposto qui sopra una registrazione audio estratta dallo spettacolo Ci ragiono e canto, che girò con notevole successo per l’Italia intera, con la regia di Dario Fo (per la cronaca, io ero presente alla Camera del lavoro di Milano, il giorno della registrazione). Nel brano proposto sentiamo una canzone toscana di schietta impronta anarchica e anticlericale, un lamento funebre siciliano e uno abruzzese. Sono canti contro la guerra, quella che rende più ricco chi è già ricco e impoverisce e falcidia il povero.
    Ci si esprime in lingue diversi, in modi (modi musicali) diversi, con tradizioni diverse (che, come abbiamo sostenuto altre volte, sono il felice esito di un meticciato, alle volte difficile da individuare, ma sempre meticciato è: per esempio, la melodia abruzzese vine dall’altra sponda dell’Adriatico, è di origine illirica).
    Insomma qui non c’è trippa per i gatti mongoidentitari. In generale, lo spettacolo voleva essere un’operazione culturale di ricupero del patrimonio etnomusiscale, nella prospettiva di una cultura universale, contro la bestialità del mongoidentitarismo.
    Qui sotto, una registrazione dello spettacolo al tempo in cui la Rai dedicò a Dario Fo una serie di serate “di riparazione”. Guardate al min. 21 com’è carina Ivana Monti, che interpreta un canto laziale del XVIII secolo: mi domando come abbia fatto a sposare Andrea Barbato, quel giornalista leccaculo. Al tempo 1h : 51 min è possibile ascoltare un’altra interpretazione del Canto della Sibilla che abbiamo presentato all’inizio di questa pagina, nella versione catalana, maiorchina e latina: il canto della Sibilla è alternato con un analogo canto religioso evocatore del giudizio universale, ma piemontese, quindi con con un’invocazione siciliana a Cristo, perché torni sulla terra a far giustizia sociale.

    I “ggiovani” conformisti del Pd, politicamente corretti, istituzionali ed erasmorgasmici che cosa ne pensano? Ah no, dimenticavo. Loro non rispondono, sono “sobri”: anche loro. O forse diranno, anche loro, che le nostre tafaniche provocazioni sono insulti, e che agl’insulti non si risponde. Ed è così che persero l’anima.

  26. Mongoidentitaristi, fate uno sforzo, siate un po’ meno bestie

    Contro la bestialità dell’identitarismo ho già scritto articoli e commenti, perciò mi limito a segnalarne in nota [*] alcuni, e affronto il tema che vorrei sviluppare, questa bella lezione di civiltà che sentiamo per la bocca del «signor tenente» nel film Mediterraneo, del quale per caso ho visto l’ultima parte oggi alla televisione. È un film che conosco quasi a memoria, però vedendo sul teleschermo scorrere le immagini non ho potuto fare a meno di attardarmi. Ed è così che ho visto la scena che è qui riportata. Ecco dunque il discorso che il «signor tenente» fa all’attendente Farina: «È bello qui, eh? Sai, questo può anche sembrare un posto arido, un posto da pecorai. Però qui, duemilacinquecento anni fa, prima di Roma, c’era una civiltà bellissima e c’erano poeti, filosofi, guerrieri, divinità. Noi tutti discendiamo da qui, in qualche modo. Anche tu, se vuoi cercare le origini, qui le puoi trovare».
    Al termine di questo discorso, semplice ma pieno di saggezza, sentiamo la voce fuori campo che recita il carme notturno del lirico Alcmane:

    58 – Notturno
    εὕδουσι δ’ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
    πρώονές τε καὶ χαράδραι
    φῦλά τ’ ἑρπέτ’ ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα
    θῆρές τ’ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν
    καὶ κνώδαλ’ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·
    εὕδουσι δ’ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.

    Dormono le cime dei monti e le vallate intorno
    i declivi e i burroni;
    dormono i rettili, quanti nella specie la nera terra alleva,
    le fiere di selva, le varie forme di api,
    i mostri nel fondo cupo del mare;
    dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.

    Conclusione: quella bestia di gatto padano, mongoidentitarista, che si rammarica e s’indigna che noi, non curnensi, ci occupiamo di Curno, si tenga la sua merda mongoidentitaria. Noi, cittadini del mondo, [**] ci teniamo stretta la nostra civiltà, che non è di uno solo, tanto meno di minus habentes schiacciati da complessi d’inferiorità intellettuale e culturale, ma di tutti.

    ……………………………………….
    [*] Tra gli articoli ricordiamo, oltre al recente Comunicazione e identitarismo straccione:
    Boccaccio bergamasco
    Romanticismo, esoterismo, identitarismo, nazismo
    Appunti di astronomia padana
    Tra gli articoli brevi, in forma di contributi (in linguaggio coglione: “post”) in calce alle pagine di Nusquamia:
    I dialetti hanno i loro limiti espressivi: ma non c’è niente di male
    Anche parlando di dialetti, impariamo a far a meno della mistica
    Un elenco ragionato di altri contributi al tema del mongoidentitarismo si trova nell’articolo, citato, Appunti di astronomia padana.
    [**] “Cittadini del mondo” va inteso nel senso libertario ed “eversivo” che gli attribuiscono da sempre i liberi pensatori. Insomma non ha niente che fare con l’ideologia sciacquettistica e conformisticamente mondialista degli erasmorgasmici (il loro mondo non è il mondo degli uomini, ma quello dei consumi e dei modi di vita, cioè delle mode, normalizzati e coatti, su scala mondiale).

  27. C’è nonna e nonna
    La dott.ssa Serra si candida per il Consiglio regionale Lombardo?


    La dott.ssa Serra presiede a una manifestazione mondana.

    Corre voce che la candidatura della dott.ssa Serra nella lista che dovrebbe portare Giorgio Gori alla presidenza della Regione lombarda sia cosa assai probabile.
    Se la voce è fondata, vuol dire che la dott.ssa Serra, dopo aver preso in considerazione diverse possibilità di carriera (per dire il vero, noi non escludevamo che puntasse ancora più in alto, per esempio al Palazzo di vetro a New York), avendo bene esplorato l’orizzonte e mosso le sue pedine, avendo infine scartata la possibilità di presiedere qualcosa in ambito bergamasco, purché molto prestigioso, ha tratto il dado.
    È troppo presto per dire di più, ci asteniamo doverosamente dall’azzardare un commento come se la cosa fosse certa, in attesa di nuovi riscontri.
    Ci limitiamo a osservare che una come la dott.ssa Serra, che si sente ancora una ragazza (sono parole sue) e della cui determinazione i curnensi hanno fatto tristo esperimento, tutto aveva in mente, quando decise di non ricandidarsi alla carica di sindaco di Curno, tranne che «fare la nonna», come pure lasciò intendere, e disse, per gettare fumo negli occhi. Non voleva che si sapesse quello che noi abbiamo sempre saputo, che cioè ha usato i cittadini di Curno, per dirla con un’espressione senecana (cioè, di Seneca), “in apparatum”.
    Questo nostro giudizio sulla dott.ssa Serra è vero con probabilità elevatissima (La certezza assoluta non esiste: soltanto Mike Bongiorno poteva esclamare, al termine della risposta del candidato quizzaiolo: «Esatto!». Perciò venne sbeffeggiato da Umberto Eco.) Per noi la dott.ssa Serra è un libro aperto.
    Nel caso in cui la voce della candidatura serrana sia vera, diamo per scontate le scuse che la dott.ssa Serra pretenderà di farci ingurgitare: come potevo dire di no, davanti a così pressanti e autorevoli richieste? Che poi sarebbero le richieste degli ambienti cattoprogressisti e, in prosieguo di tempo, dei poteri forti (almeno una parte: l’altra metà teoricamente starebbe con Sorte, ma sappiamo bene quanto siano disinvolti, come quando per far fuori Bersani civettarono con Renzi).

    Ovvio che siamo contrari alla candidatura della Serra alla Regione. L’avremmo preferita come sindaco di Curno, al posto della Gamba: se non altro, si sarebbe giocato a carte scoperte, la dott.ssa Serra avrebbe dato conto personalmente delle sue scelte, che si proiettano sull’amministrazione crurale. Inoltre, visto che tanto piace essere “istituzionali” (merda!) è innegabile che la dott.ssa Serra sia più “istituzionale” della dott.ssa Gamba, la quale è aziendalista, mentre la dott.ssa Serra, in quanto gesuitica, è “anche” aziendalistica, cioè è di più, ingloba l’aziendalismo in una prospettiva allargata, che arriva a comprendere il mercato promettente dei paesi arabi e della classe dirigente palestinese (che è egemone in tutto il mercato arabo). Ovviamente, non abbiamo dimenticato gli amorosi sensi tra la dott.ssa Serra e la collega sindachessa betlemita, la Vera Baboun, che in rappresentanza di quegli interessi recitava in Italia l’impostura del pacifismo unidirezionale.
    L’aspetto triste della questione sta nella candidatura del competitore di Gori. Se l’altro candidato alla presidenza della Regione lombarda è Sorte, stiamo freschi: saremo costretti a dare la nostra preferenza a Gori (si dice Regione lombarda, cazzo, e non Regione Lombardia! Poco importa che la denominazione “Regione Lombardia” sia registrata a norma di cacata carta: noi ci facciamo un vanto di non essere istituzionali).
    Così, assegnando la preferenza a Gori, finiremmo per assecondare le ambizioni della nonna-non-nonna, la dott.ssa Serra. Double merde!

  28. Fellonia

    Il gatto padano insiste: Nusquamia è una latrina, i due fascicoli della rivista non culilinctoria che ho approntato per il Comune di Curno, prima che facessi politica attiva e demistificatrice della politichetta, sono una schifezza (provi lui a fare qualcosa di simile, se ci riesce, senza parlare di “stravento”, di “piste pedociclabili”, senza rendersi ridicolo chiedendo per i collaboratori del Comune di Curno la validazione Erasmus/Orgasmus, senza parlare a vanvera di “eccellenze”, senza inventarsi che al tempo dei romani a Nîmes c’erano i coccodrilli ecc., insomma senza sbruffonate da agrimensore male acculturato). Mi addita all’esecrazione bestiale dei mongoidentitaristi in quanto «sardagnolo». E mi è già andata bene. Poco manca che si sbracci per aizzare la plebe, affinché in stile curnense — cioè di malvagità anonima, come la denuncia dell’aggetto siffredico ai danni del sig. Costanzo, per colpire Angelo Gandolfi — compia qualche impresa ai miei danni, come quando negli anni Trenta i nazisti affiggevano alle porte dei negozi e degli studi professionali degli ebrei cartelli di questo tenore: «Die Juden sind unser Unglück!».
    Non m’importa un fico secco. Non sono ipocritamente “sobrio”, perciò non faccio serranamente finta di non sapere, ma conservo il mio giudizio su quell’essere malefico, quale è espresso negli articoli elencati nella pagina Gatto padano. Anzi, mi confermo in quel giudizio; e si dimentichi, colui, di potersi vantare di essere un mio pari, visto che mi attacca con assiduità e disinvoltura di villano rifatto: è un teorema che non sta in piedi, cazzeggio puro. Del resto, com’è noto, egli è stato espulso da questo nobile diario per manifesta indegnità morale, ma capisco che, essendo egli ampiamente sputtanato, non abbia niente da perdere distillando la sua malevolenza e facendo grondare il suo veleno.
    L’ultima è che mi sarei inventato un bisononno garibaldino. Non vedo perché dovrei inventare, e sputtanarmi, considerato che, a differenza del gatto, ho un onore da difendere.

  29. Repubblica permalink

    Vedi:
    Evgeny Morozov: “Il vero lusso? Vivere disconnessi dalla Rete”
    L’analista dei new media sarà oggi al Festival della Comunicazione di Camogli: “Solo i ricchi possono fare a meno del web e tutelare la loro privacy”

    • Il “nuovo che avanza”? È roba per buzzurri


      Il principe Lillio Sforza Ruspoli con la «bella e cerea siciliana» (così è stata definita) Pia Giamporcaro, ex valletta televisiva.

      Sì, è vero, i ricchi possono fare a meno di essere connessi alla rete H24, come si direbbe nel linguaggio coglione di Bobomaroni. E non solo H24, ma nemmeno un po’. Soprattutto se sono nati da genitori ricchi, figli di ricchi ecc., non sono nemmeno costretti a mostrarsi allineati con il “nuovo che avanza”, come fanno i nuovi ricchi che si vergognano delle radici contadine od operaie. Una volta ci si vergognava anche delle origini mercantili, come — nei Promessi sposi — il padre di fra Cristoforo, che da mercante che era voleva passare per gentiluomo, perciò davanti a lui non si poteva usare l’espressione “far orecchi di mercante”. Oggi invece i giovanottini del marketing, e gli aziendalisti in generale, si fanno vanto di quella è una loro vergogna.
      Certo non si agita scompostamente per il nuovo che avanza il principe Sforza Ruspoli, il quale, anzi, anzi, lo disprezza, tant’è che candidandosi sindaco di Cerveteri in testa alla lista “Nessun dorma…”, afferma: «Saranno candidati contadini, artigiani, commercianti, rappresentanti di quelle élites aristocratiche che finora sono sempre rimaste fuori dal sistema, discendenti degli Etruschi». Altro che banda larga, eccellenze, condivisione, Erasmus/Orgasmus ecc.
      Ricordiamo che Lillio Sforza Ruspoli, appartiene all’aristocrazia nera, che si dice pronta a morire per il papa e per la nera tonaca dei preti (perciò si dice “nera”): non è contadino, ma è strenuo difensore della realtà rurale, intesa come paesaggio naturale e morale. Perciò non ha bisogno di schierarsi con il “nuovo che avanza”, che è roba per buzzurri. “Buzzurro” — ricordo — è il nome con cui a Roma si designavano da principio gli svizzeri, poi i piemontesi dopo l’Unità d’Italia e, in generale, i settentrionali. Il contadiname locale era invece designato come “burino”: secondo alcuni il termine deriva dal vocabolo buris che in latino designa la stiva, cioè il manico dell’aratro.
      Buzzurro è anche il Bibliomostro curnense, non tanto per il progetto architettonico, che anzi non è male, ma perché buzzurro è l’intendimento con cui è nato: costruire un’opera faraonica, una cattedrale nel deserto, un’opera inutile che doveva dare lustro a due agrimensori. Il primo sognava di approdare a Roma o a Strasburgo, perché si sentiva protetto dal dio celta Balanu (quello che viene invocato nell’interiezione genovese “belìn”). Il secondo voleva dimostrare che si può dettar legge in fatto di cultura pur essendo agrimensori, per giunta senza nemmeno studiare le cose che si dovrebbero studiare, quando si osa parlare di cultura (come invece fecero Quasimodo, che era agrimensore, e Montale, che era ragioniere).
      Naturalmente, non è obbligatorio essere uomini di cultura. Sostengo da tempo che abbiamo molto da imparare dalle persone di cultura non paludata, come ben sapeva Denis Diderot, che fu l’animatore principale (non l’unico) di quella meravigliosa impresa culturale che fu l’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, la famosa enciclopedia di Diderot e D’Alembert. Ma è importante che non siano le persone sprovviste di cultura a dettar legge in fatto di cultura.
      Né il Bibliomostro sarà mai un’impresa culturale se diventa strumento di propaganda del politicamente corretto, com’era nelle intenzioni della dott.ssa Serra. Per fare di un’operazione di propaganda, o clientelare, un monumento di cultura, ci vorrebbe Pericle (le sue opere pubbliche, per esempio il Partenone, come osserva Luciano Canfora, gli assicuravano la rielezione). Ma uno come Pericle non nasce tutti giorni, soprattutto non nasce a Curno. Il Bibliomostro potrebbe diventare un’impresa culturale qualora fosse riattato a una nuova destinazione d’uso, passando di mano, per esempio, a una fondazione culturale.
      A ben vedere lo scandalo della sciura Valeria, sciagurata ministro (“ministro”, cazzo, e non boldriniamente “ministra”!) dell’Istruzione pubblica italiana, non è che non sia laureata: ecchisenefrega, tanto più che le lauree oggi non hanno quel valore di garanzia che avevano al tempo in cui si laurearono mio padre e mia madre. Il punto è che quella, la sciura Valeria Fedeli, viene dal mondo sindacale.

      • L’occhio vuole la sua parte


        Pia Giamporcaro in Sforza Ruspoli, al tempo della sua attività artistica. Né lei né il suo Lillio hanno bisogno di cazzeggiare con il “nuovo che avanza”. Non devono dimostrare niente, non tramano alcuna impostura, è tutto alla luce del sole.

  30. Giornalismo vero a Raqqa, roccaforte dell’Isis in Siria
    Non è giornalismo anglorobicosassone, non è giornalismo enogastronomico e non è culilinctorio. È giornalismo vero.

    Invito i lettori intelligenti di Nusquamia a vedere questo servizio, andato in onda ieri all’inizio del programma “Piazza pulita”, diffuso dall’emittente “La 7”.
    A parte quel che ho scritto nel sottotitolo di questo pezzullo non ho niente da aggiungere, stonerebbe: qui viene a proposito l’espressione di Joseph Grand, il segretario comunale di Orano, quello che voleva diventare scrittore e non riusciva ad andar oltre la prima frase del romanzo, nella Peste di Albert Camus: “Giù il cappello!”. Ecco, basta questo.
    Aggiungo soltanto un’informazione, di servizio: Raqqa (o al-Raqqa) fu una città fiorente in epoca ellenistica, quando si chiamava Νικηφόριον (Nicephorium, in latino), quindi prese il nome di Καλλίνικος (Callinicum: siamo nel III sec. d.C.).

  31. I lettori intelligenti di Nusquamia
    Noterella sul significato attributivo e predicativo dell’aggettivo: pillole di analisi logica per non farsi fottere dagli avvocati cazzeggiatori [*]

    Scrivevo qui sopra: «Invito i lettori intelligenti di Nusquamia a vedere…». E già m’immagino il solito odiatore di Nusquamia (ce n’è più di uno, per quel che ne so) che dice: eccolo qui, l’Aristide che crede di aver fondato un circolo d’intelligentoni.
    Ma no, per niente: sono perfettamente consapevole del fatto che, perlomeno a Curno, paese sgarruppato e disonorato dalla cattiveria bestiale di alcuni suoi cittadini, paese peraltro ridicolmente profetizzato dalla dott.ssa Serra come “bello da vivere”, Nusquamia è letto anche da persone diversamente intelligenti (diciamo così), per non dire anche da vere e proprie bestie. Lo leggono nella speranza di trovarvi gli estremi per una denuncia.
    Varrà allora la pena spiegare (non alla bestia che facesse la considerazione qui sopra ipotizzata, ché quello della bestia è un caso disperato) che ho scritto «i lettori intelligenti» e non «gl’intelligenti lettori». C’è una bella differenza, che nasce dalla posizione dell’articolo.
    • Se dico «Gl’intelligenti lettori di Nusquamia», l’articolo precede l’aggettivo: in analisi logica si dice che l’aggettivo ha valore predicativo, [**] ed è come se dicessi «i lettori di Nusquamia, che hanno la caratteristica di essere intelligenti» (che cioè sono intelligenti, tutti: ma non è questo quel che intendevo). In altre parole, potrei trasformare la frase «Gl’intelligenti lettori di Nusquamia…» in questo modo: «I lettori di Nusquamia, i quali sono intelligenti…», dove “i quali sono intelligenti” è una frase subordinata (relativa) in cui “i quali” è soggetto, “sono” è copula, “intelligenti” è predicato nominale. Ed è per questo che la funzione dell’aggettivo qui è detta predicativa.
    • Se invece dico «I lettori intelligenti di Nusquamia», l’articolo non precede l’aggettivo, che qui ha valore attributivo ed è come se dicessi «i lettori di Nusquamia, quelli che sono intelligenti»: ma non è detto che siano tutti intelligenti (ed è questo quel che intendevo, rivolgendomi soltanto ai lettori che sono intelligenti).
    In latino non c’è l’articolo, ma c’è in greco, dove l’attenzione per la posizione dell’articolo è fondamentale ai fini di una corretta interpretazione del testo. Con questa differenza però, rispetto all’italiano, che in greco l’aggettivo ha funzione attributiva se è preceduto dall’articolo, altrimenti ha funzione predicativa. Esempio:
    • Οἱ ἀγαθοὶ πολῖται ἐμάχοντο (“I cittadini valorosi combattevano”: l’aggettivo ha valore attributivo, cioè combattevano i cittadini che fossero valorosi, gli altri non combattevano.
    • Οἱ πολῖται ἀγαθοὶ ἐμάχοντο (“I valorosi cittadini combattevano”): l’aggettivo ha valore predicativo, nel senso che l’essere valorosi è una loro caratteristica (se non sono cittadini di Curno).

    ……………………………………………………..
    [*] I quali però non è detto che sappiano queste cose. Loro cazzeggiano per istinto. Cioè, “ci provano”.
    [**] Soprattutto nell’analisi della proposizione greca, più che nell’analisi della proposizione italiana, dove si tende a dire che la funzione dell’aggettivo è predicativa se, unito al verbo “essere” (o a un verbo predicativo), forma nella proposizione un predicato nominale.

  32. Ma come, a Curno non si fa niente di simile?
    Non è questo il modo di trascurare le “eccellenze” di Curno

    Occorre una commissione internazionale che si faccia carico del problema. Di più: si potrebbe — anzi, si dovrebbe! — fare di Curno una capitale europea di “eventi” Erasmus & Orgasmus: eventi eccellenti, ovviamente. Per fortuna c’è MarcoBattaglia, lui stesso un’“eccellenza”.

    P.S. – Si noti la cazzata del nome dato all’iniziativa abbondantemente foraggiata da denaro pubblico: Addentrarsi, dove “Add” sta per Adda. Sciacquettismo puro, roba per maestrine in fiamme (ardono di sacro fuoco pseudoprogressista), assessorucoli male acculturati e orecchianti (stonati, anzi: intronati) della cultura.

  33. L’imperatore Caracalla fu ucciso mentre cacava
    Oh, fine indegna!

    Sto curando un libro sulla descrizione dell’Asia, scritto da un autore d’eccezione, il Pontefice Pio II il quale, prima di essere tale con questo nome, si chiamava Enea Silvio Piccolomini, di nobile famiglia senese. Fu un grande umanista (e tale rimase), ma soprattutto un uomo di mondo che con buoni risultati corse la cavallina. Il suo racconto erotico Historia de duobus amantibus, di scrittura agile ed elegante, è un pregevole capolavoro.
    Ma ecco che cosa leggo, nel capitolo che tratta dei Parti e delle guerre che con essi sostennero i Romani:

    Helius Lampridius non in proelio, sed cum ex proelio recessisset ad requisita naturae, insidiis eum a Macrino praefecto occisum dicit.

    Cioè:

    Elio Lampridio afferma che [l’imperatore] fu ucciso non in battaglia, ma dal prefetto Macrino, in un agguato, quand’egli si era allontanato dal campo per espletare un bisogno corporale.

    Si notino due cose: a) quelli che noi chiamiamo i bisogni corporali, in latino (ed è locuzione comune) si dicono requisita naturae, cioè “necessità naturali”; b) nell’espressione “cum… recessiset”, nel significato di “essendosi ritirato” (ed ecco perché nei treni il cesso, ancora qualche decina d’anni fa, si chiamava “ritirata”), il verbo è re-cedere, un composto di cedo (“mi allontano”, “mi ritiro”), dal cui supino, cessum, deriva l’italiano “cesso”. A noi sembra poco meno che una parolaccia, ma in latino il secessus era la ritirata; e non era una parolaccia. Così in altri tempi, secoli dopo, si decise di chiamare quel posto — ritirata, appunto –, quando i dirigenti ferroviari erano uomini provvisti di struttura morale e intellettuale, come l’ing. Piero Ribera, lo “zio Piero” del Piccolo mondo antico (prestava la sua opera, a Como, all’Imperial Regia amministrazione ferroviaria austriaca), mica mongomanager.

  34. La bestialità latente: attenzione agli inneschi


    Giuseppina Ghersi era iscritta al Gruppo femminile fascista repubblicano di Savona e aveva scritto una lettera inneggiante a Mussolini, quindi la segreteria del Duce, il 18 gennaio 1945, aveva risposto con un messaggio di plauso. Questa era la sua colpa. Qui sotto, la ragazzina catturata pochi giorni dopo la liberazione, presa in consegna da tre partigiani che la portano nei locali di una scuola media di Savona, adibita a campo di concentramento per i fascisti. Qui viene pestata e violentata sotto gli occhi dei genitori.

    Si parla molto di stupro e violenza alle donne di questi giorni: quello di Rimini, quello di Firenze, poi questa storia di quel ragazzo con tre TSO sulla groppa che uccide efferatamente la sua fidanzatina. Non dico che non se ne debba parlare. Ma non sarebbe male parlarne in maniera intelligente, e senza secondi fini, politici. Se ricordo questo stupro di ieri non è per tirare acqua al mio mulino. Non devo fare una tirata contro i partigiani, anche se giudico molto severamente la presa di posizione dell’Anpi di Savona. Anzi, sto con i partigiani (quando non sono delle bestie, e normalmente non furono delle bestie), in generale. Ho sempre detto che tra un comunista d’antan, con la sua bibliotechina marxista, il suo afflato umanitario e la sua ansia di giustizia, e un similprogressista d’oggi, aziendalista, con il suo fardello di banalità politicamente corrette e la sua ansia apparire moderno e americano, preferisco il primo, perché ha una struttura morale, ed è anche più razionale.
    Ma non accetto l’assassinio di Giovanni Gentile, che fu un filosofo (mica Martha Nussbaum) e un signor Ministro della Pubblica istruzione (mica la sciura Valeria), non accetto lo stupro di questa ragazzina.
    Perché ne parlo? Perché vorrei mettere in evidenza che lo stupro, il “feminicidio” (scrivetelo almeno con una “m”, se proprio volete usare questa parolina) sono frutto di di bestialità scatenata (che invece dovrebbe essere tenuta in catene). E la bestialità è caratteristica latente nell’uomo. Per la stessa ragione ogni uomo abituato a obbedire, a mai mettere in discussione gli ordini del “capo”, ogni uomo ferocemente determinato nelle sue certezze è un potenziale nazista. Con buona pace di Rousseau, l’uomo non nasce buono, nasce con certi istinti che sono esito dell’evoluzione della specie e del suo individuale patrimonio genetico, e tali istinti sono temperati o rafforzati, oltre che dall’educazione, dal caso. Dunque nell’uomo c’è una bestialità latente. Quasi ogni bravo impiegato può diventare un nazista, se si dànno le condizioni perché lo diventi, come dimostra un celebre esperimento di psicologia ripetuto in decine e decine di condizioni diverse, e sempre con i medesimi risultati (ne abbiamo parlato più volte).
    Segue di qui che il problema non è combattere il “feminicidio” di per sé, il bullismo di per sé, il razzismo di per sé, l’attrazione per lo sballo di per sé ecc. Il problema è tenere sotto controllo la bestialità: reprimendola quando è in essere, soprattutto studiandone le cause, e rimuovendole.
    Giudicate sotto questo profilo, alcune discusse scelte di Minniti sono meno esecrabili di come appaiono a coloro che ci vogliono far sapere, a tutti i costi, quanto loro sono buoni, invece. Attenzione però, come diceva Socrate, a non voler dare al bambino malato le leccornie, invece che la medicina amara, giusto per sembrare buoni. Anche perché confido che Minniti non sia un criminale, né un cretino, e sia perfettamente consapevole delle condizioni dei lager libici, e che abbia una strategia di rimedio. Minniti in altre parole, si è accorto che gl’italiani diventavano sempre più bestiali (l’ha anche detto, anche se non in questi termini) e si sta adoperando perché tornino ad essere un po’ meno bestiali. Questo è nell’interesse di tutti: oltre che degl’italiani, degl’immigrati regolarmente residenti e degli stessi nuovi profughi.
    Ci sono esplosioni di bestialità contro le quali non c’è niente da fare, come quelle dei partigiani che hanno infierito contro Giuseppina Ghersi: succede, in tempo di guerra. Sono stati bestie i tedeschi (non tutti), i fascisti (non tutti), i partigiani (non tutti): chi più e chi meno, certo, i nazisti di più. Su altre bestialità, invece, si può lavorare. Il punto è che bisogna lavorare in maniera intelligente. Per far questo bisogna intanto farsi un dovere di ragionare, poi — particolare tutt’altro che trascurabile — fare i conti con il principio di realtà (in fisica matematica, quando si deve risolvere un’equazione differenziale, si tiene conto delle “condizioni al contorno”).
    Il nostro è, dovrebbe essere, un impegno contro la bestialità. Ed è per questo che, con la morte nel cuore, abbiamo scritto su questo giornale che tra Locatelli e la dott.ssa Gamba il male minore era rappresentato dalla seconda. Il Locatelli lasciava la porta aperta alla bestialità, anzi l’aizzava con la diceria della MaxiMoschea; la dott.ssa Gamba, se con i suoi clisteri di condivsione di serrana memoria e con le sue slàid (che sono specialità tutta sua) non irrita troppo il deretano e la dignità dei curnensi e non li indurrà a reazioni bestiali, è meno pericolosa.

  35. Ceschino Giavazzi permalink

    @Nusquamia

    Vedi:

    • Questo video è stato montato su You tube da Forza nuova, dalla quale politicamente prendo le distanze.
      Ciò non toglie l’interesse delle parole estreme di Mussolini. Il quale ha la precisa consapevolezza che sta per cadere: «Stalin è in piedi e vince, io cado e perdo» e che sarà «coperto di sputi» (sono parole sue), perché «quando muta il vento della fortuna, la mano cambia direzione alle vele». Risulta patetica la sua affermazione: «A rigore di termini non sono stato nemmeno un dittatore perché il mio potere di comando coincideva perfettamente con la volontà di obbedienza del popolo italiano»; si direbbe la sua difesa, quando ipoteticamente fosse catturato e processato, cosa che non accadrà.
      Sono impressionati le immagini che vediamo alla fine del filmato, testimonianza di una «macelleria messicana»: e non sono parole mie, sono parole del comandante partigiano Ferruccio Parri. Esse illustrano bene quel concetto che esprimevo in un commento precedente, che cioè esiste nell’uomo una bestialità latente, che può esplodere inaspettatamente. Perciò dovremmo prestare attenzione agl’inneschi, agli agenti provocatori e agli stupidi, che forse sono il nemico peggiore.
      Complice la crisi economica, e grazie allo spaccio di paura e di odio dei populisti, molti italiani cominciano a dar segni di bestialità. Che, beninteso, dev’essere repressa, ma in maniera intelligente. I predicozzi, le professioni di correttezza politica non fanno che esasperare la situazione. Proprio come ha fatto la dott.ssa Serra a Curno, che non ha voluto affrontare la diceria della Maximoschea, come sarebbe stato suo dovere, e che rischiò di consegnare il borgo sgarrupato e pretenziosamente “bello da vivere” ai disegni di Alessandro Sorte, colui che doveva cannibalizzare la Lega nord. Si badi bene, non la Lega nord di Bossi, che pure era, sia pur scombiccheratamente, antifascista. No, Alessandro Sorte voleva che Curno fosse a destra della Lega di Salvini. Cose da pazzi.

  36. Ginevra permalink

    Questa mattina passando vicino all’ex parcheggio di serrapedrettesca memoria, ho notato la realizzazione di un nuovo manufatto. E eureka ho capito che Curno ha il suo muro del pianto! Così eviteremo di effettuare un costoso viaggio a Gerusalemme per le incombenze spiritual-religiose!
    Un cordiale sorriso

  37. Di Maio istituzionale

    Di Maio, l’uomo di gomma del movimento pentastrale, l’uomo senza ideologia, compassato e istituzionale come Andreotti, ha baciato la teca di san Gennaro. È in buona compagnia, come vediamo nell’immagine qui sopra, che ricorda gli sbaciucchiamenti del Bassolino, il sindacalista di Afragòla che osava impicciarsi di cultura, colui che doveva promuovere il Nuovo Rinascimento a Napoli, e del sindaco-Lazzaro De Magistris.
    Peccato che nella fretta non sia riuscito a ripescare quella foto della lingua protuberante di Bassolino che, fasciato e tricolorato, riceve la Sacra particola: c’è qualcosa di osceno in quel suo modo di esibirsi mentre fa la Comunione. Beh, però anche il sindaco partenopeo De Magistris che imprime il segno delle sue auguste labbra sulla teca contenente il sangue rappreso di san Gennaro non è male.
    Persino Murat, maresciallo dell’Impero francese e per qualche tempo re di Napoli, che pure seppe morire da eroe (rifiutò la benedizione e diede lui stesso l’ordine di fuoco al plotone di esecuzione), quando entrò a Napoli si precipitò a rendere omaggio a san Gennaro, su espressa raccomandazione di Napoleone. Ma erano altri tempi.
    Scrive Giuliano Ferrara: «Di Maio nei convegni elogia il mondialista massone Jean Monnet, mangia torte vegane, dunque ostie di un’altra religione [stupenda questa notazione di Ferrara!], e soprattutto è stato lanciato sul mercato politico dallo gnostico anticattolico Gianroberto Casaleggio; però quando il cardinale gliel’ha messa davanti ha baciato la tua ampolla con invidiabile disinvoltura: Palazzo Chigi val bene questa e chissà quante altre messe».
    Queste prestazioni di populismo becero sono davvero insopportabili. E noi, che non abbiamo mancato di stigmatizzare la dott.ssa Serra per le sue gratuite esibizioni in modalità fasciata e tricolorata (per esempio, in occasione dell’acquisto da parte del Comune di un’auto usata) se adesso tacessimo su questa guasconata di Di Maio potremmo essere accusati di colpevole reticenza. Ma non siamo stati reticenti, come si vede.

  38. Adriano permalink

    Stupri a gogo; Guardie Mediche in Commissariati o Caserme; malaria, ratti, scabbia, lebbra, insetti a due e a quattro zampe; trincee di cemento attorno alle piazze; sbarramenti nelle case ed altre orripilanti segnali di degrado.
    Il sistema risponde con corsi di rassicurazione per l’incertezza percepita e con decreti di legge contro l’allarmismo populista.
    Non sarebbe meglio se si barricassero a Montecitorio e si autoeliminassero stile Reverendo Jones in Guinea?
    Una democrazia terminale che chiude il suo laido ciclo con uno schianto, invece che proseguire il declino con palliazioni tanto costose quanto inutili?
    Ma è chiedere troppo: la democrazia non conosce dignità, onore e coraggio.

    Adriano, psichiatra, Trieste

    • Gli stupri: bisognerebbe ragionare per rimuovere le cause
      La castrazione chimica dei colpevoli non è una soluzione

      Sì, e aggiunga pure lo stupro di Fontanella di Antegnate, tra l’Orio e il Serio: grasso che cola per C(h)ristian Invernizzi per il quale ci scappa un’intervista, e per la Lega nord in generale, che si mobilita e indice un presidio, benedetto dalla presenza carismatica del “comandante” populista Salvini. E Alessandro Sorte, che dice Alessandro Sorte? E Cavagna il Giovane, che da un po’ di tempo sembra entrato nel cono d’ombra? Ecco, ci vorrebbe una sua dichiarazione: non serve a niente, ma almeno lo statista curnense avrebbe un po’ di visibilità.
      Su una cosa, e su una soltanto, sarei d’accordo con lo psichiatra Adriano (ma sull’autenticità di questo messaggio non metterei la mano sul fuoco): i discorsetti politicamente corretti non servono a niente, anzi esasperano la situazione.
      Al solito, converrà separare le variabili. Dunque ci sono gli stupri degl’immigrati e quelli degli “ariani” (o forse soltanto italiani). Egualmente gravi, s’intende, in linea di principio. Andando nel particolare, però, direi che sono più gravi quelli eventualmente commessi dalle forze dell’ordine, come nel caso di Firenze (perché commessi da persone dalle quali ci si aspetta un comportamento più che corretto, anche con studentesse eventualmente ubriache all’uscita di una discoteca) e quelli commessi da coloro che sono stati accolti con lo status di profughi (perché anche da loro, che hanno ricevuto del bene dalla nostra comunità, ci si aspetta un atteggiamento di riconoscenza e correttezza: si veda “Stupro più odioso se commesso da profugo”, bufera su Debora Serracchiani). Sulla Serracchiani si è abbattuta un’onda d’indignazione politicamente corretta, invece aveva ragione lei: ma certi personaggi della politica e delle istituzioni pare che abbiano una voglia pazza di acquisire meriti politicamente corretti, o semplicemente, di apparire buoni, costi quel che costi, soprattutto se sono gli altri a pagare, perché il narcisismo non è più un vizio, pare.
      Anche lo stupro commesso a Fontanella sarebbe stato commesso da un profugo: auguriamoci che i campioni del politicamente corretto evitino di darci una lezione di civiltà, o quanto meno abbiano il buon gusto di tacere, se non sono in grado di fare un discorso intelligente, le cui linee guida dovrebbero essere le seguenti:
      — Stupri commessi da immigrati: non minimizzare, ma tenere conto della “percezione” che è soggettiva nei singoli ma, in un’analisi sociologica del problema, tale percezione diventa un dato obiettivo imprescindibile. Essa determina negl’italiani (e non solo in quelli marginali) un affioramento della bestialità latente, come abbiamo già rilevato in queste pagine. Per arginare tale bestialità dobbiamo prendere atto del limite delle possibilità di accoglimento di profughi e immigrati da parte dell’Italia: tale limite non è soltanto economico, ma anche psicologico. Quel che va facendo Minniti, alla luce del sole e dietro le quinte, muove da questa constatazione. I discorsi politicamente corretti ormai sortiscono l’effetto opposto: accrescono e non diminuiscono il disagio psicologico.
      — Stupri commessi da individui di ceppo indoeuropeo di carnagione chiara (sono questi gl’italiani?): anche qui si assiste a prese di posizione politicamente corrette, fondamentalmente d’impronta femminista, inutili ad arginare il problema, ma utili a certi personaggi per acquisire punti di merito negli organismi politici e nelle istituzioni, o per soddisfare il proprio narcisismo. Bisognerebbe invece pensare alla radice del male che consiste nello spodestamento dei valori della morale cristiana (e della morale naturale) da parte dei valori aziendalistici. In Italia, paese di familismo amorale, il prevalere dell’aziendalismo, figlio degenere del’etica protestante del capitalismo, senza per giunta i freni inibitori dell’etica protestante, ha prodotto uno sbracamento e una volontà di prevaricazione dei quali gli stupri sono soltanto l’effetto, quello più appariscente. Ma il male è assai vasto e, se nessuno si offende, dirò che è ancora peggiore. Capisco che le femministe vogliano parlare soltanto del corpo offeso delle donne, perché questo è il loro specifico, e di lì non si schiodano: noi, che non dobbiamo metterci in mostra assumendo furbetti atteggiamenti conformistici, ci proclamiamo nemici irriducibili di quell’offesa, certo, ma vogliamo ragionare e rimuovere le cause della bestialità. Bisognerebbe fare un discorso sul darwinismo spenceriano, sull’aggressività dei mongomanager e sulla competitività dei piccoli mostri di Maria De Filippi, sui feticci del consumismo, sullo spaccio della “determinazione” come virtù. Non dimentichiamo che Craxi prese il potere in quanto “determinato” (la dott.ssa Serra non ha inventato niente): ebbene, le macerie del craxismo sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dal debito pubblico dell’Italia.
      — Pare che sia politicamente corretto, se alcune operatrici (con patentino a norma di cacata carta e corso di formazione alle spalle, è evidente) soddisfano le esigenze sessuali di maschi costretti su una carrozzella, per esempio. Si parla di costituire un albo professionale per queste operatrici. Mi domando se, così stando le cose, non si possa pensare a qualcosa di analogo, ma anche vecchio quanto il mondo, che vada incontro alle esigenze di un numero crescente di maschi, i quali con sgomento si accorgono che in Italia il sesso è facile per tutti (si veda la locandina di quel locale fiorentino dove quattro ragazze ammiccanti dicono in coro: “Scopami, sono erasmiana”) tranne che per sé (non essendo loro “erasmiani”). E ragioniamo su che cosa si potrebbe fare, anche in vista di un contenimento della pulsione stupratrice.

  39. Paola permalink

    Cito Aristide:
    ” a norma di cacata carta ”

    Vedi:
    “Ho i conti bloccati, vivo con gli aiuti via Facebook”

    • Dunque, se ho capito bene, Rocco viveva in una casa che in parte era anche sua, in comproprietà con quattro sorelle. Probabile che non corrispondesse alle sorelle un bel niente, perciò è stato sfrattato, per iniziativa delle sorelle. La casa è stata posta all’asta, il ricavato (50.000 euro) della vendita della casa di famiglia è congelato. Come si legge nell’articolo è «tutto a norma di codice, sia chiaro. Tutto legale, persino ineluttabile, da un punto di vista giuridico». Intanto lui che — come apprendo da un altro articolo, gode di una pensione minima (speriamo che sia vero) — dorme su una panchina, perché nel dormitorio pubblico «ci sono soltanto pazzi, ubriaconi e avanzi di galera. Non ho voglia di rischiare la pelle per 50 centesimi che posso avere in tasca. […] Meglio una panchina. Mi sento più al sicuro».
      Le sorelle non mollano, gli avvocati fanno il loro mestiere. Beh, è normale. Tutto a norma di cacata carta, appunto.

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