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Erasmo a Oria, Stendhal a Oggiono

20 settembre 2017

Erasmo vendicato dall’impostura dell’Erasmus/Orgasmus

Non è la prima volta che in questo diario denunciamo l’impostura dell’Erasmus/Orgasmus posta al servizio di un’idea dell’Europa che fa a pugni con gl’intendimenti di Altiero Spinelli, padre nobile dell’Europa, oggi caduta nelle mani di miserabili eurocrati. La mistica dell’Erasmus/Orgasmus, agitata dai giovanottini ambiziosetti del Pd, coccolata dai poteri forti, proiettata in una missione di omologazione dei consumi e dei costumi, è un insulto nei confronti di Erasmo da Rotterdam, umanista e libero pensatore, che incarna tutto ciò che è agli antipodi del conformismo eurocratico che ignora il lascito di Erasmo ma si impadronisce del suo nome.
Demistificare tale impostura è doveroso, vendicare Erasmo da Rotterdam è sacrosanto.

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Erasmo a Oria

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Erasmo in Valsoda

In alto a sinistra, il lago di Lugano visto dal terrazzino della villa Fogazzaro-Roi a Oria in Valsolda, che fu della madre del Fogazzaro e che nel romanzo Piccolo mondo antico era la casa dello zio Piero. Molti ambienti della villa, per volontà testamentaria dell’erede (marchese Giuseppe Roi, pronipote dello scrittore), che ne ha fatto dono al Fai, sono conservati proprio come descritti nel libro del Fogazzaro, che qui trascorreva le vacanze. Per esempio: «Franco non era conservatore che in religione e in arte; per le mura domestiche era un radicale ardente, immaginava sempre trasformazioni di pareti, di soffitti, di pavimenti, di arredi. […] Così, tra l’uno e l’altra, disposero la sala per la conversazione, la lettura e la musica, la loggia per il giuoco, la terrazza per il caffè e per le contemplazioni poetiche. […] Franco […] disegnò e alzò sopra la terrazza un aereo contesto di sottili aste e bastoncini di ferro che figuravan tre archi sormontati da una cupolina, vi mandò su due passiflore eleganti che vi aprivan qua e là i loro grandi occhi celesti e ricadevano da ogni parte in festoni e vilucchi. Un tavoluccio rotondo e alcune sedie di ferro servivano per il caffè e per la contemplazione».

In alto a destra, l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Il titolo originale è Μωρίας Εγκώμιον, idest Stulticiae laus.

Qui sotto, due pagine dell’edizione dell’Elogio della follia (Rizzoli, Milano 1989) portata a Oria, come si vede qui sopra: l’aspetto ondulato e le macchie sono il ricordo di una precedente trasferta al lago d’Oggiono, com’è spiegato di seguito. A sinistra, il testo latino che, per via del rimpicciolimento fotografico, risulta come fosse composto in corpo 8; a destra, la traduzione italiana, composta in corpo 11.

Erasmo_Elogio della f.

Due settimane fa ho portato Erasmo da Rotterdam in Valsolda, a 600 m dal confine svizzero: cioè, ho portato il suo Elogio della follia, che era un po’ di tempo che non tiravo giù dallo scaffale della biblioteca. E c’è una ragione: nella mia edizione si è fatto riferimento, per il testo latino, al testo stampato dalle Belles Lettres: fin qui niente di male, anzi, tutto bene. Però l’editore milanese ha ritenuto conveniente non ricomporre il testo, ma riprenderlo fotograficamente dall’edizione francese. Capisco che così abbia evitato di incorrere in errori di trascrizione, e anche questo è un bene; il guaio però è che, per posizionare le immagini dell’edizione francese su una pagina di dimensione (orizzontale) inferiore, i caratteri risultano rimpiccioliti: praticamente, in corpo 8. Forse si dava per scontato che i lettori non leggessero il testo latino. Vent’anni fa non avevo difficoltà a leggerlo; ultimamente, invece, da qualche anno, confesso, se i caratteri sono minuscoli la vista mi si affatica. Però giusto un mese addietro mi sono provvisto di occhiali idonei, così quel che ultimamente ero costretto a leggere in rete, adesso finalmente posso leggerlo su carta, eventualmente anche sub divo, cioè all’aria aperta. Proprio come un tempo, quando questa edizione dell’Elogio della follia era un mio prezioso compagno di viaggio.
Era dunque una bella giornata e, dopo aver sbrigato alcune faccende libresche, decisi che sarebbe valsa la pena tornare in Valsolda. Ma perché la Valsolda? Per me quello è un luogo magico, come Varigotti, per esempio, il borgo ligure al quale è dedicata una pagina di Nusquamia (vedi Via dai miasmi della politichetta), come Varenna e Montevecchia in Lombardia, o come Fontaine-de-Vaucluse in Provenza; o anche come Itaca, dove però sono stato una sola volta, e dove credo di non tornare mai, perché non voglio sciupare il ricordo. Luoghi magici per me, un po’ come per Corto Maltese, a Venezia, la Corte sconta detta arcana, o il Ponte delle Marevege. Ecco, Oria è un luogo legato alle memorie di quel mondo antico, dove l’amor proprio, l’onore e la generosità contano (o contavano) qualcosa, dove ancora oggi puoi dimenticarti per poco, solo per poco, della bestialità che alberga in uomini che, mille volte peggiori del Pasotti austriacante e conformista, servo dei potenti, di quel mondo antico, pretendono oggi di essere progressisti e addirittura civili. Della suggestione del luogo e delle memorie Fogazzariane ho già parlato in un precedente articolo (vedi Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro) al quale rimando il lettore intelligente di Nusquamia (per la differenza tra “il lettore intelligente” e “l’intelligente lettore” si veda nella pagina precedente: I lettori intelligenti di Nusquamia).
Disponendo degli occhiali idonei, potevo portare l’Elogio della follia nel luogo incantato, in ricordo di altre piacevoli sortite. Quando vado in un bel posto, porto sempre un libro, ma dev’essere un libro che conosco bene, un libro del novero dei preferiti. Così, tra l’altro, favorisco il meccanismo di associazione mnemonica: quale luogo è più adatto della Valsolda per tale esercizio di sinestesia estetica e intellettuale? Con tutto il rispetto per Trezzo sull’Adda, il paese che pretende di essere città nel quale adesso vivo, e con tutto che non sia un paese brutto come Curno, il borgo sgarrupato di Bergamo che pretende di essere «bello da vivere», volete mettere Oria di Valsolda con Trezzo d’Adda? Il paragone mi sembra improponibile.
Le pagine di quest’Elogio della follia che ho portato con me ad Oria, meta di un itinerario culturale fogazzariano, sciupate come si vede nella foto, in realtà a me non paiono rovinate, ma in qualche modo stocasticamente ornate, in quanto evocatrici di un altro itinerario culturale, questa volta stendhaliano, quando non erano ancora macchiate, all’inizio.

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Stendhal a Oggiono

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Lago di OggionoLago di Annone (o di Oggiono)

Anni addietro andavo con un amico perlustrando certi luoghi della Brianza che Stendhal aveva visitato in compagnia dell’amico conte Vismara. Il resoconto del viaggio, compiuto nell’agosto 1818, si trova nel Journal di Stendhal e oggi è leggibile in traduzione italiana: Diario del viaggio in Brianza, Bellavite, Missaglia 2009. Ma al tempo delle nostre escursioni bisognava acquistare tutto il diario, cosa che il mio amico fece, ordinandolo presso la Librairie française di Milano, in via San Pietro all’orto. Quando andammo a ritirare il  Journal in un’edizione di qualche decennio prima, tre volumi in brossura, feci presente all’amico quanto avevo letto nella biografia dell’anarchico Gaetano Bresci, scritta da Arrigo Petacco: il giorno precedente l’attentato al re Umberto I, a Monza, Bresci, che dava per scontato che avrebbe perso la vita in questa sua impresa, o quanto meno la libertà, trascorse festevoli ore in un rinomato bordello che apriva i battenti in questa via, appunto.
Avendo dunque studiato i movimenti in Brianza di Stendhal e del conte Vismara, andammo sulle loro orme, e ciascuno di noi era provvisto del necessario per fissare sulla carta, con la tecnica dell’acquerello, questo o quel luogo stendhaliano. Così in diverse tappe visitammo Giussano (dove il conte Vismara ebbe l’ardire di pisciare in un’acquasantiera), passammo un’intera giornata a Inverigo e ammirammo quella sua Rotonda progettata dal Cagnola, che aveva fatto studi di giurisperito ma nella vita fu architetto (suo è, per esempio, l’Arco della pace di Milano), poi ci furono tre spedizioni ai laghi di Alserio, Pusiano e Oggiono. Trascurammo il lago di Segrino, perché a Stendhal non piacque (non piaceva neanche a C.E. Gadda: qui il padre aveva fatto costruire un villone, che l’accidioso letterato odiava). Dopo la Brianza visitammo altri luoghi stendhaliani: potevamo forse mancare Griante (che però nella Certosa di Parma Stendhal chiama Grianta), vicino a Cadenabbia?  Certo che no, visto che l’eroe stendhaliano per eccellenza, Fabrizio del Dongo, trascorse qui la fanciullezza.
Quando Stendhal prende alloggio ad Oggiono, chiede una barca per visitare il lago; gliene viene data una, sulla quale salgono una ragazza e il fratellino. Stendhal dice alla fanciulla, scherzando: «Lei è pescatrice e peccatrice» (nel diario leggiamo: « «Vous êtes pescatrice et peccatrice»). Lei risponde, in tutta franchezza: «Sì». Con queste premesse, il giorno seguente Stendhal e l’amico chiedono di nuovo la barca: questa volta c’è la peccatrice, il fratellino non c’è. Quando la barca è in mezzo al lago, i due allungano le mani; il diario non dice molto, ma fa presente che la peccatrice diceva «minc, minc!» (così è scritto) e minaccava di gettarsi nel lago. Non so se sia corretto tradurre l’espressione abbreviata «b.ée» (che sta verisimilmente per baisée) con il termine “scopata”, come mi è capitato di leggere, per cui «à grand’ peine une b.ée» sarebbe da intendere come “a mala pena una sveltina”. Tutto sta a interpretare correttamente quell’altra notazione abbreviata, dove Stendhal scrive «Elle d… deux fois». Forse quella “d” sta per dégluti? Può essere. Nel dubbio, riporto le parole della stesura originale:

Nous volons au lac, croyant être sûrs de notre fait; nous nous embarquons avec l’objet sans frères; à grand’ peine une b.ée et elle menaçait de se jeter dans le lac; minc, minc, disait-elle sans cesse. Elle d… deux fois; son air fatigué après.

Ognuno interpreti come vuole queste parole. Bisognerebbe leggere il diario per intero e, qualora non vi si trovasse niente, passare in rassegna la corrispondenza di Stendhal, e verificare se quella “d” ricorre altrove, e con quale significato deducibile dal contesto. Per il momento basti sapere che i due amici lasciano alla “peccatrice” 3 lire e 7,5 soldi, come si precisa al termine del diario, nella nota delle spese (nel resoconto, p. 350 dell’edizione segnalata, è scritto proprio così, in italiano: «à la peccatrice». Il Journal di Stendhal (tutto, e non solo quello relativo al viaggio in Brianza) può essere letto in rete, nel sito della Bibliothèque Nationale de France, basta fare clic sul nesso: Journal du voyage dans la Brianza.

Al tempo della nostra escursione a Oggiono, nel luogo dove presumibilmente si trovava la locanda di Stendhal, c’era un locale, forse era anche un albergo: si chiamava “Fattorie di Stendhal”, oggi non c’è più, cioè c’è un altro locale con vista lago, ma è rifatto da cima a fondo, come oggi usano i geometri brianzoli, troppo moderno per i miei gusti. Il caso volle che allora dietro il banco ci fosse una signora con occhi meravigliosi e un petto molto forte che sarebbe piaciuta a Stendhal; il mio amico chiese di poter essere ritratto insieme con lei, nel giardino. Preciso che non fu consumato nessun peccato.
Rimane da dire l’incidente che occorse alla mia copia dell’Elogio della follia. Il fatto è che quel libro si trovava in una valigetta nella quale riponevo i pennelli, i colori per acquerello in “godet” (cioè la scatola delle tavolette dei pigmenti da stemperare in una ciotola che prende il nome di godet, appunto) e un barattolo di vetro a imboccatura larga, contenente l’acqua necessaria per l’esecuzione della pittura acquerellata. Il barattolo era chiuso da un tappo a vite provvisto di guarnizione in gomma. Al termine di quelle cinque o sei piacevoli ore passate a Oggiono, opportunamente rifocillati e dopo aver letto il giornale, e un po’ di Erasmo, all’ombra di un salice, riponemmo le nostre cose nel bagagliaio dell’automobile e ce ne tornammo a Milano.
Quando fui tornato a casa e aprii la valigetta, mi accorsi di non aver stretto bene il coperchio del barattolo dell’acqua che, filtrando tra il bordo del vetro e la guarnizione in gomma del coperchio, aveva inzuppato le pagine del libro, che asciugai come potei con il phon per i capelli. Ma il danno era fatto, perché le pagine rimasero per sempre gibbosamente ondulate, con macchie sparse di un color di bistro slavato. Già, perché l’acqua che avevo versato limpida nel barattolo, al ritorno conteneva abbondanti tracce di tutti i colori, per via delle frequenti immersioni del pennello. E la somma dei colori è appunto un colore che prende il nome di bistro. Ma perché non avevo buttato l’acqua prima di riporre il barattolo nella valigetta? Mah, era un’abitudine: e se ci fosse venuto in mente, all’ultimo momento, di registrare con i pennelli un’altra veduta?
L’incidente a quel tempo mi dispiacque, mi diedi dello stupido perché non avevo stretto bene il coperchio del barattolo. Oggi invece ne sono contento, adesso che per via di più idonei occhiali posso rileggere quel mio Erasmo stampato in corpo 8: per essere precisi, sono orgoglioso; a questo sentimento concorrono due o tre motivi, onestissimi, s’intende, ma troppo privati per essere analizzati in un diario pubblico.

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Erasmus purus putus

Ovvero Erasmo “in purezza”, purgato della mistica euroburocratica

 

Holbein-erasmus

Ritratto di Erasmo da Rotterdam, di Holbein il Giovane .

È venuto il momento di presentare un brano di Erasmo, come ormai da qualche tempo abbiamo cominciato a fare, da quando ci siamo accorti che il suo nome è abusato per fini politici e, per così dire incarcerato, costretto nel gabbio del politicamente corretto dei conformisti corifei di un’Europa tecnoburocratica che non è l’Europa, ma la tomba dell’Europa. Che i conformisti si fregino del nome di Erasmo, che fu un campione di anticonformismo, è proprio grossa! Ma a questo abbiamo accennato – anzi, più che accennato – in alcuni precedenti interventi:

Il libero pensiero nella tradizione umanistica, prima dell’illuminismo

Un adagio di Erasmo contro gli opportunisti/conformisti del Pd

Erasmo da Rotterdam, libero pensatore, contro il cazzeggio

La Follia parla delle donne giocosamente (e poco serranamente!)

Erasmo contro la bestialità del voler risolvere le controversie con la violenza

Il brano scelto è tratto dalla dedica dell’Elogio della follia a Tommaso Moro, che dall’amico è definito “uomo per tutte le stagioni”. Attenzione, però: Erasmo non intendeva che Moro fosse disponibile a ogni compromesso, ché questo farebbe a pugni con l’etica dell’uomo politico, dell’umanista e santo della Chiesa Tommaso Moro. Al contrario, Erasmo vuol dire, come del resto si capisce bene leggendo l’epistola dedicatoria, che Moro è uomo affabile e disponibile per gli amici. Tale interpretazione è ribadita da Erasmo all’inizio del suo proverbio 286° (gli Adagia cominciarono a essere pubblicati nel 1500, ed erano ottocento; nell’edizione definitiva di Basilea, del 1536, saranno più di quattromila; l’Elogio della follia è del 1509). [*] Questa definizione di Tommaso Moro diventerà il titolo di una commedia quindi il titolo di un celebre film:

Il film Un uomo per tutte le stagioni narra di Tommaso Moro, insigne umanista, santo della Chiesa e cancelliere del re, condannato a morte per non aver riconosciuto la supremazia del re d’Inghilterra, Enrico VIII, sulla Chiesa romana. In questo spezzone il re s’intrattiene con la figlia di Tommaso Moro: sa che è una persona erudita (lo fu veramente), perciò le rivolge la parola in latino, le domanda se conosce anche il greco e conclude con l’elogio delle proprie gambe. Per leggere la trascizione del dialogo e la sua traduzione, si veda: Tommaso Moro non confondeva il papa con il Dalai Lama, la figlia parlava latino.

 

1. Superioribus diebus cum me ex Italia in Angliam recepissem, ne totum hoc tempus quo equo fuit insidendum amusois et illitteratis fabulis tereretur, malui mecum aliquoties vel de communibus studiis nostris aliquid agitare, vel amicorum, quos hic ut doctissimos ita et suavissimos reliqueram, recordatione frui. 2. Inter hos tu, mi More, vel in primis occurrebas; 3. cuius equidem absentis absens memoria non aliter frui solebam quam praesentis praesens consuetudine consueveram; 4. qua dispeream si quid umquam in vita contigit mellitius. 5. Ergo quoniam omnino aliquid agendum duxi, et id tempus ad seriam commentationem parum videbatur accommodatum, visum est Moriae Encomium ludere.
6. Quae Pallas istuc tibi misit in mentem? 7. inquies. 8. Primum admonuit me Mori cognomen tibi gentile, quod tam ad Moriae vocabulum accedit quam es ipse a re alienus; 9. es autem vel omnium suffragiis alienissimus. 10. Deinde suspicabar hunc ingenii nostri lusum tibi praecipue probatum iri, propterea quod soleas huius generis iocis, hoc est nec indoctis, [11] ni fallor, [10-segue] nec usquequaque insulsis, impendio delectari, et omnino in communi mortalium vita Democritum quendam agere. 12. Quamquam tu quidem, ut pro singulari quadam ingenii tui perspicacitate longe lateque a vulgo dissentire soles, ita pro incredibili morum suavitate facilitateque cum omnibus omnium horarum hominem agere et potes et gaudes. 13. Hanc igitur declamatiunculam non solum lubens accipies ceu μνημόσυνον tui sodalis, verum etiam tuendam suscipies, utpote tibi dicatam iamque tuam non meam.

Traduzione:

Nei giorni scorsi, quando dall’Italia mi recavo in Inghilterra, perché tutto quel tempo, nel quale dovevo stare in sella [equo insidendum], non fosse sciupato in chiacchiere [‘fabulis’, dal verbo ‘fari’, parlare] senza il conforto delle Muse e delle buone lettere, preferii ogni tanto ritornare con il pensiero [‘agitare’: letteralmente, “smuovere”] ai nostri comuni interessi di studio, o anche godere del ricordo degli amici che qui avevo lasciato, affabili, non meno che colti [ut… ita et]. Fra questi, e [‘vel’, con significato rafforzativo] tra i primi, mi venivi in mente tu, mio caro Moro; e, quand’eri assente e io ero lontano [absentis absens] traevo piacere [frui solebam] dal tuo ricordo non diversamente da come avevo l’abitudine di gioire della tua frequentazione [consuetudine] quand’ero in tua presenza [praesentis praesens]; mi venga un colpo [dispeream] se mai in vita mia mi è capitata una dolcezza maggiore [aliquid mellitius] di quella! Perciò poiché avevo stabilito [duxi] che in ogni caso avrei dovuto fare qualcosa, e quelle circostanze [id tempus] mi sembravano poco idonee a scrivere un trattato serio, mi è parso opportuno [visum est] giocare a fare un encomio [encomium ludere] della sciocca follia.
Tu mi dirai [inquies]: «Chi è quel dio che ti posto in mente codesta [istuc] brillante trovata? Pallade?». In primo luogo mi ha invogliato [monuit] il nome della tua famiglia [cognomen gentile], perché tu ti chiami Moro, ed è un nome così vicino a quello della follia [Moriae vocabulum] quanto tu ne sei distante; invero ne sei distantissimo, proprio così, per universale consenso [omnium suffragiis]. Poi avevo il sentore [suspicabar] che questo scherzo partorito dalla nostra fantasia [ingenii nostri lusum] sarebbe stato approvato da te soprattutto, da te che hai l’abitudine di trarre grandissimo [impendio] diletto da questo genere di scherzi, che non sono né rozzi [indoctis] – se non sbaglio – ma nemmeno del tutto [usquequaque] privi di mordente [insulsis], da te che in questa vita dove siamo tutti mortali fai un po’ [quendam] il Democrito. Per quanto [quamquam], tu invero [quidem], da un lato [ut] sei quello che dissente radicalmente [longe lateque dissentire soles] nei confronti dell’opinione del volgo, in virtù [pro] di un certo tuo singolare acume d’ingegno, dall’altro [ita] sei capace [potes] e ti compiacci [gaudes] di fare la parte dell’uomo [hominem agere] per tutte le stagioni [omnium horarum], in virtù [pro] della soavità dei tuoi modi e disponibilità con tutti. Non solo dunque accetterai volentieri [lubens] questa piccola orazione come un ricordo del tuo compagno di studi, ma [verum etiam] te ne farai carico [suscipies] per difenderla, perché [utpote] è dedicata a te, ed ormai è tua, non mia.

 

Analisi sintattica e note di comprensione

1. Periodo complesso, composto di sei proposizioni: a. proposizine principale (predicato verbale: malui); b., c. proposizioni dipendenti completive-oggettive, coordinate dalla congiunzione vel (predicati verbali: agitare, frui); d. proposizione dipendente temporale (predicato verbale: recepissem); e. proposizine dipendente finale (predicato verbale: tererentur); f. prop. dipendente di II grado dalla proposizione e., relativa-appositiva (predicato verbale: fuit insidendum). Due aggettivi di grado superlativo – doctissimos e suavissimos – sono resi con i corrispondenti aggettivi al grado positivo, perché nella lingua italiana, soprattutto moderna, l’uso del superlativo è talora avvertito come una stonatura. L’aggettivo amusos, nella proposizione e., è un prestito dal greco, già impiegato da Vitruvio: significa “senza le Muse”, cioè senza il conforto dell’arte.

2. Periodo di una sola proposizione (predicato verbale: occurrebas), che chiamiamo complessa perché, oltre al soggetto e al predicato verbale contiene tre complementi.

3. Periodo complesso, composto di due proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: frui solebam, dove solebam è verbo servile); b. prop. comparativa (predicato verbale consueveram), dove frui è sottinteso, come si capisce dalla simmetria dell’espressione: solebam… Si osservi il ruolo retoricamente efficace (poliptoto) dei participi congiunti absentis absens e praesentis praesens.

4. Periodo complesso ipotetico, composto di due proposizioni: a. principale, di valore ottativo-esclamativo (predicato verbale: dispeream); b. dipendente condizionale (predicato verbale contigit). La principale è l’apodosi del periodo ipotetico; la dipendente è la protasi; il periodo ipotetico è del I tipo.

5. Considerando agendum e accomodatum forme nominali del verbo (nomi verbali) risulta un periodo complesso composto di quattro proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: visum est); b. prop. dipendente completiva-soggettiva (predicato verbale: ludere): c., d. due proposizioni causali coordinate, introdotte dalla congiunzione subordinante quoniam e coordinate dalla congiunzione et (predicato verbale: duxi, videbatur).

6. Periodo di una sola proposizione, interrogativa-reale (predicato verbale misit). Si noti che Pallas (Pallade, per i Romani Minerva) è la dea della saggezza: qui è evidente il ricorso all’ironia, visto che Erasmo non della saggezza ha deciso di fare l’encomio, ma dell’insipienza. Nella traduzione l’aggettivo “brillante” traduce il significato implicito nella menzione di Pallade Atena. Si noti anche istuc, forma arcaica per istud.

7. Proposizione semplice ellittica del soggetto: s’intende che sia Tommaso Moro, al quale Erasmo dedica l’opera (predicato verbale: inquies).

8. Periodo complesso comprendente: a. proposizione principale (predicato verbale: admonuit); b. proposizione causale (predicato verbale: accedit); c. proposizione comparativa (predicato verbale: es). Moria è traslitterazione latina di μωρία, che significa “follia”.

9. Periodo comprendente una sola proposizione, complessa (predicato verbale: es). Si noti l’uso di vel con valore asseverativo.

10. Periodo complesso, comprendente quattro proposizioni: a. proposiz. principale (predicato verbale: suspicabar); b. proposiz. completiva oggettiva (predicato verbale: probatum iri); c., d. due proposizioni causali coordinate, dipendenti (di II grado) da b. (predicati verbali: soleas delectari, agere). Questo periodo include la proposizione incidentale 11.

11. ni fallor >> proposizione ellittica del soggetto, incidentale perché sintatticamente indipendente dal periodo nel quale è inserita. Democritum agere significa recitare la parte di Democrito, il filosofo al quale si attribuisce, insieme a Leucippo, la fondazione della teoria atomistica. Come gli epicurei, che infatti si rifecero a lui, Democrito sosteneva che si dovesse ridere della paura. Nella traduzione l’avverbio impendio è reso con un aggettivo, mentre l’aggettivo indefinito quendam è reso con un’espressione avverbiale (un po’).

12. Periodo complesso, comprendente: a., b. due proposizioni indipendenti coordinate (predicati verbali: agere potes e gaudes); proposizione dipendente comparativa (predicato verbale: dissentire soles). Si noti che quamquam non è congiunzione subordinante (col significato di “benché…”) che introduce una proposizione concessiva, ma è congiunzione coordinante (con il significato di “per quanto…), come a favorire la transizione a una nuova considerazione, qui espressa dalla principale. Si noti l’uso di ut… ita, ricorrente nel latino umanistico, assimilabile a quello di μέν … δέ… in greco. Si noti ancora l’uso della congiunzione pro che non introduce un complemento di vantaggio o locativo (nel significato di “davanti a”), o di scambio/sostituzione, ma di relazione.

13. Periodo composto (composto, e non complesso), perché comprende due proposizioni principali coordinate (predicati verbali: accipies, suscipies). Si noti la presenza nel periodo di due participi congiunti, con significato, rispettivamente modale (lubens equivale all’avverbio libenter) e finale (tuendam equivale a ut eam tuearis). Erasmo fu ospite di Moro in Inghilterra due volte, studiarono insieme e si perfezionarono nella lingua greca: per esempio tradussero Luciano di Samosata. Il loro fu un sodalizio culturale, perciò Erasmo si dice sodalis di Tommaso Moro.

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[*] L’Adagium 286 porta il titolo Omnium horarum homo e s’inizia così: «Qui seriis pariter ac iocis esset accommodatus et quicum assidue libeat convivere, eum veteres omnium horarum hominem appellabant. Atque ita vocatum Asinium Pollionem auctor est Fabius». Cioè “Gli antichi chiamavano ‘uomo per tutte le stagioni’ colui che fosse parimenti disponibile al serio e al faceto, e del quale fosse piacevole la frequentazione. Fabio [Quintiliano] testimonia che così veniva chiamato Asinio Pollione”.

 

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41 commenti
  1. Firenze: un altro modo d’intendere Erasmus

    La locandina che vediamo qui sopra registra un altro modo d’intendere Erasmo: è la modalità Erasmus/Orgasmus. Le ragazze con la bocca splancata dicono, una voce (cioè, all’unisono): “Scopami, io sono erasmiana”.
    Si dirà che questa è goliardia. Sarà, ma, premesso che fui contrario agli scampoli di goliardia, anacronistica e fascista, che stentatamente sopravviveva quand’ero studente al “Poli” (cosiddetto, cioè al Politecnico, ma io non l’ho mai chiamato “Poli”), la goliardia d’antan era autonoma, mica si faceva coccolare dalle istituzioni che anzi sbeffeggiava. A dirla tutta, poi però vi entrava, dopo la laurea; dopo, e non prima, e questa è la differenza con molti erasmiani d’oggi, soprattutto quelli in carriera, “ggiovani” che si sono fatti rubare la giovinezza.
    Ecco comunque, qui sotto, uno scampolo (idealizzato) di vita universitaria, quando l’Università non era ancora di massa, prima che il ministro (sinistra Dc) Misàsi, detto Misàsini, aprisse le porte dell’Università a tutti, così, senza reti di protezione, senza corsi di ricupero, senza esami d’idoneità ad hoc. Per carità, giusto per ragionare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, con un ministro della Pubblica istruzione come la sindacalista sciura Fedeli. Seh, e poi mi parlano di Erasmus/Orgasmus!

    Preciso che di Erasmus party ce n’è dappertutto e che noi non abbiamo niente in contrario si quae puella ore morigeratur adulescenti; non ci piace invece la mistica dell’Erasmus, non ci piace l’intrusione della politica e dei poteri forti nel mondo degli studenti, per accattar voti e narcotizzare le masse giovanili.
    La locandina qui riprodotta è pubblicata nel sito Firenze notte. Il locale dove ha luogo l’«evento» (sì, li chiamano “eventi”) non è la discoteca Flò, Diladdarno, dalle parti di piazzale Michelangelo. Nel sito indicato si legge: «Finalmente si parte! Inizia al massimo il tuo Erasmus con la prima serata di totale divertimento by ISF!». Con i punti esclamativi, onde favorire un clima empatico, immagino. Ma chi ha scritto questo testo? Forse un copywriter di Curno?

  2. Il filosofo Diego Fusaro dice la sua sulla masturbazione
    Sarà anche meglio di Martha Nussbaum, però…


    Ci siamo occupati, più di una volta, del filosofo Diego Fusaro, che non è stupido, è un gran lavoratore, ha buona memoria, è belloccio e si è costruito una sua maschera, oggi ritenuta poco meno che indispensabile per animare i talk show. Infatti lo si vede (cioè, lo vedono) dappertutto, anche nelle trasmissioni televisive diurne per casalinghe: soprattutto in quelle, pare. Ottimo amministratore della propria immagine e perfettamente inserito in quella società dello spettacolo che dice di voler contrastare, Fusaro fa il personaggio (ma a Napoli lo chiamerebbero o’ suggetto) in particolare nelle trasmissioni orride, come quella dell’ipercinetico Paragone, dove la rissa è tollerata, anzi è sollecitata. Così gli ascolti delle trasmissioni salgono, mentre Fusaro diventa sempre più prigioniero della propria maschera (a differenza di Sgarbi, che si è costruito un personaggio che però non prende il sopravvento sull’uomo). Prende la parola su tutto, facendo il verso a una lettura sessantottina della realtà. Ecco per esempio il Fusaro-pensiero sulla masturbazione:

    «La masturbazione è una forma di autarchia egoistica dove manca il rapporto con l’altro, che riconduce l’individuo ad una sorta di isolamento programmatico, che lo rende simile più ad un atomo che non a un membro della razza umana o a uno ζῷον πολιτικόν, come diceva Aristotile, cioè un animale comunitario. Ecco perché anche i fenomeni che apparentemente sono sconnessi da relazioni sociali, come i fenomeni sessuali, richiedono — Gramsci docet — di essere letti in una chiave filosofica che li riconduca a problemi della società o — come li chiamava Marx — agli interessi materiali della società stessa. La masturbazione finisce di fatto per incrementare la grande tendenza del nostro tempo che è quella dell’autismo acefalo che isola l’individuo dal tessuto comunitario di cui è naturalmente parte; per cui la suddetta pratica potremmo definirla tipica e coessenziale del neoliberismo imperante».
    A un certo punto Fusaro dice qualcosa che dovrebbe lasciare un segno sui giovanottini aziendalisti e conformisti del Pd (se avessero mente e cuore): «La famiglia è l’ultimo baluardo di resistenza comunitaria al nesso sradicante del mercato che ci vuole tutti atomi consumistici in ambito economico e gaudenti in maniera autistica in ambito erotico, e dissolve i legami sociali. Occorre ripartire dalla comunità. In ambito politico la comunità si declina come Stato etico, in ambito erotico si declina come famiglia, cioè come comunità immediata basata sul sentimento (Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto)». Quindi Fusaro si è avventurato nel concetto lacaniano di “plusgodimento”: qui ci rifiutiamo di seguirlo.

    Visto che era in argomento, Fusaro avrebbe potuto farci sapere quale fosse la posizione autentica di Kant. Da un lato, infatti, ricordo di aver letto da ragazzo, nella rubrica di filosofia che Vittorio Saltini teneva sull’Espresso, che Kant fu a lungo indeciso se dovesse sposarsi. Poi decise che fosse meglio evitare questa distrazione dalla filosofia, preferì masturbarsi. Del resto Massimo Piattelli Palmarini, nel suo Ritrattino di Kant ad uso di mio figlio scrive di Kant: «Un lato della sua personalità per il quale fu molto sbeffeggiato era la sua difesa della masturbazione» e aggiunge che Kant era nominato «il masturbatore di Konigsberg» (vedi Il maggiordomo di Kant).
    Però di questa attitudine onanista di Kant non ho trovato riscontro da nessuna parte, mentre sappiamo che nella sua Metafisica dei costumi (1797) Kant scrisse che la masturbazione è peggio del suicidio. Dunque, come stanno le cose?
    A proposito del coito, invece, andiamo sul sicuro. Fuori di ogni ombra di dubbio, Kant riteneva che con il coito l’uomo si abbassi al livello dell’animale, non in quanto prova piacere, ma in quanto obbedisce all’istinto di riproduzione. Esiste tuttavia un modo di sfuggire a questo istinto — sostiene il filosofo tedesco — e il rimedio si chiama filosofia.
    Kant non si sposò mai e non amò mai alcuna donna, neanche nessun uomo.

  3. Sgarbi e il suo personaggio
    A proposito della Raggi «come Ambra Angiolini»

    Nel commento precedente abbiamo azzardato un confronto tra Vittorio Sgarbi e Diego Fusaro: dicevamo che il giovane Diego Fusaro è prigioniero del suo personaggio, invece il personaggio creato dallo smaliziato Sgarbi non necessariamente prende il sopravvento sull’uomo. Nello spezzone qui sopra vediamo il “personaggio Sgarbi”. Qui sotto sentiamo l’uomo Sgarbi che ragiona sulla prestazione del suo personaggio.

    Ultima notazione: l’Ambra Angiolini alla quale si riferisce Sgarbi, quella che ripeteva le battute che Boncompagni le suggeriva via auricolare, era molto meglio dell’Angiolini attuale. Quella di un tempo era sciocchina, vero, ma almeno era simpatica. Quella attuale è politicamente corretta e recita compulsivamente il ruolo di se stessa (è attrice, specializzata nei ruoli nevrotici e tormentati). Ma è indisponente (a differenza della Buy che, anche lei, recita ruoli tormentati, ma suscita simpatia).
    Dove sta scritto che chi è politicamente corretto è intelligente? Spesso è vero il contrario.

  4. Minniti dice parole amare per il cardinale Martini buonanima e per la dott.ssa Serra in carriera

    Nel sito Quotidiano.net, che fa capo ai quotidiani Il resto del Carlino, la Nazione, Il Giorno e Il Telegrafo si legge un’intervista al ministro Minniti che non piacerà agli ambienti gesuitici che sono su posizioni martiniane, ancor meno agli zuzzerelloni delle Acli di Bergamo, quelli della “convivialità delle differenze”. Ricordiamo che il cardinale Martini postulava una Milano multietnica e multiculturale, diventando, involontariamente, un grande elettore della Lega nord a Milano, città fino a quel momento di sinistra riformista. Martini sbagliò i tempi (il tempo opportuno, quello che Tucidide chiamava il καιρός), i luoghi e i modi della comunicazione. E pensare che invece i gesuiti furono abilissimi nell’arte della dissimulazione: mah, chissà che cosa aveva in mente il cardinale ispiratore dei cattoprogressisti; escludiamo, ovviamente, che volesse favorire la Lega nord.
    A proposito dell’assimilazione degli immigrati, leggiamo dunque nell’intervista:

    In astratto, i modelli sono due. Quello assimilazionista, in base al quale l’immigrato deve necessariamente assimilare i valori di fondo della cultura ospite. E quello multiculturale, in base al quale culture diverse possono e debbono convivere nella diversità. Minniti non crede al multiculturalismo: «Chi ritiene che la donna debba essere succube dell’uomo e la legge dello Stato succube della legge di Dio (la sharia) si pone automaticamente fuori dalla nostra civiltà giuridica. Esistono valori non negoziabili, e su questi abbiamo il dovere di non arretrare».

    Varrà la pena considerare questa ribadita presa di posizione di Minniti alla luce dell’acuta analisi di Carlo Panella, pubblicata su Lettera43: La seconda Bolognina ha il volto di Minniti.Il sottotitolo suona come un’esortazione al Pd: «Sui temi di sicurezza e immigrazione il ministro può essere portatore di una svolta storica all’interno del Pd. Il partito ne prenda atto. Ed eviti che questa nuova vision venga isolata o annacquata». Eccone qualche stralcio:

    La svolta di cultura politica che Marco Minniti sta sviluppando dentro il Pd e la sinistra con la sua gestione del tema rovente della sicurezza e dell’immigrazione ha la rilevanza – e non esagero – di una nuova Bolognina. Allora, era il 12 novembre 1989, il segretario Achille Occhetto annunciò nella sezione del Pci di quel quartiere di Bologna «la necessità di non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso». In altre parole, la scelta di abbandonare nome e strutture del Partito Comunista e di tentare nuove strade, nuove “forme partito”.
    […] Oggi Minniti fugge volutamente dalla ribalta delle dichiarazioni verbali, è estraneo, alieno, quasi allergico al “teatrino della politica”. Procede in silenzio per acta, ma impone con la sua azione di governo della sicurezza una svolta altrettanto epocale al partito e alla sinistra nel suo complesso. La sua parola d’ordine è secca, facile da comprendere e piena di implicazioni politiche e anche ideologiche: “La sicurezza è di sinistra”.
    […] I fumosi progetti di integrazione […] palesemente non funzionano, ma garantiscono reddito a un vero e proprio strato sociale di italiani che sull’integrazione ormai vive. Un fenomeno non alieno da forme di parassitismo, che non caso ha dato vita a quelle “cooperative” che gestiscono immigrati richiedenti asilo come irregolari. Il miraggio di questa sinistra di governo è sempre quello della mitica “società multiculturale”.
    […] Sergio Cofferati, sindaco di Bologna dal 2004 al 2009, sperimentò sulla sua pelle la forza diffusa di questa componente che potremmo definire coerentemente “lassista” anche sul terreno dell’ordine pubblico, scontrandosi con la sua stessa maggioranza consiliare e coi componenti determinanti del Pd bolognese. Tutti i suoi interventi e le sue decisioni tesi a far rispettare la legalità e a depotenziare comportamenti sociali devianti furono contestati con tale virulenza da spingere l’ex segretario della Cgil a rinunciare a candidarsi per un secondo mandato da sindaco. […] Il risultato di questo lassismo è disastroso sul piano politico: le tensioni sociali provocate da un inserimento caotico degli immigrati regolari, sommate a quelle dell’azione altrettanto destabilizzante – e sovente criminogena – degli irregolari, portano acqua al mulino delle forze populiste.

    Infine, sempre pensando al ruolo di Minniti, proviamo a interpretare questa fresca notizia di cronaca:

    Sulla Repubblica di oggi 22 settembre 2017 si legge che «la decisione è stata presa dalla gendarmeria vaticana e dall’elemosiniere pontificio Konrad Krajewski, in accordo con l’ispettorato di Polizia di Borgo Pio (alcuni agenti in borghese hanno dato supporto ai gendarmi pontifici), con il Comune e con l’Ama». Precisa inoltre che «Bergoglio non si è mai ritrovato nelle letture troppo a sinistra delle sue azioni» e che «l’aveva già detto un anno fa in Svezia: bisogna accoglierli, “ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare”». L’allontanamento dei senzatetto da sotto il colonnato di piazza San Pietro secondo il quotidiano la Repubblica sarebbe «la medesima operazione messa in campo questa volta da ambienti italiani, affinché Francesco mostrasse una linea più prudente sui migranti. Nel primo caso [l’allontanamento dei senzatetto che avevano preso posto sotto il colonnato, che è competenza dello Stato vaticano] è bastato l’intervento di Krajewski. Nel secondo caso [l’allontanamento dei senzatetto dai dintorni di San Pietro, che sono competenza dello Stato italiano] è stata la segreteria di Stato vaticana a far notare, a chi chiedeva risposte, come dal viaggio in Svezia in avanti tutto fosse già chiaro. Poi, certo, la visita del ministro Minniti Oltretevere ha fatto il resto e ha portato all’esposizione pubblica di una linea già presente».
    Questa parte dell’articolo della Repubblica qui sopra riportata presenta qualche fumosità, tanto da obbligarci a introdurre fra parentesi quadre qualche integrazione. Ma proprio perché fumosa, questa parte dell’articolo ci fa capire che qui va cercato lo scioglimento del busillis. Soprattutto ci fa capire il ruolo strategico di Minniti che, teoricamente, è soltanto Ministro dell’Interno.
    Tutto ciò premesso, non possiamo non ribadire quanto abbiamo già affermato: il pericolo che in questa svolta epocale dell’atteggiamento del governo (e del Pd, sia pure con qualche mugugno), l’Italia finanzi settori della delinquenza organizzata libica, i cui capi sono eufemisticamente chiamati “capitribù”. Ma – abbiamo scritto anche questo – confidiamo anche che Minniti non sia un criminale e sappiamo fin troppo bene che “L’ottimo è nemico del buono” e che addirittura talora, come scrisse il Machiavelli «È meglio fare e poi pentirsi che non fare e poi pentirsi» (ma il segretario fiorentino scriveva questo per levare all’amico Francesco Vettori certi scrupoli, a proposito di un’avventuretta con una fanciulla disponibile).

    Si pone dunque la questione del bene e del male che fanno coloro i quali, quando siano in buona fede, beninteso (escludendo dunque cointeressenze con le cooperative che traggono giovamento dal buonismo astratto), si preoccupano fondamentalmente di fare bella figura e accumulare punti di merito cattoprogressista e politicamente corretto. È il problema degl’inneschi della bestialità, ai quali abbiamo accennato in precedenti articoli. E questo è un problema di politica interna, importantissimo, da non prendere sottogamba. Ma è anche un problema di tutela degli immigrati, che possiamo accogliere, che dobbiamo anche accogliere, ma onestamente. Farli ciondolare per l’Italia e gettarli nelle mani della delinquenza organizzata non è far del bene, è tutto il contrario. Infine, ricordiamo che “aiutiamoli a casa loro”, come dice Salvini, e come ultimamente ha detto anche Renzi, oggi come oggi, è improponibile, a meno che non sia un modo di lavarsi le mani e magari combinare qualche pasticcetto.

  5. Ingraziarsi l’elettorato di riferimento con i soldi pubblici

    Dunque nel «paese bello da vivere» (definizione sputtanata, ma gli aziendalsimilprogressisti in campagna elettorale insistevano, sfacciatamente, e parlavano, ancora, di «Un paese in cui sia bello vivere»: ma non era già bello da vivere?) mercoledì 27 settembre si discuterà una mozione presentata dal Gruppo “Obiettivo Curno”. La mozione ha per oggetto la proposta di «erogazione di un contributo ai commercianti che intendano organizzare iniziative di promozione del territorio nelle piazze e nei quartieri di Curno».
    Chissà che cosa saranno queste “iniziative di promozione” e che cosa sarà mai questo “territorio”. Vogliamo scommettere che sono iniziative dalle quali i commercianti si ripromettono un guadagno? Non c’è niente di male, naturalmente. Ma perché chiedere un contributo? Semmai, se i commercianti guadagnano, dovrebbero essere loro a dare un contributo ai cittadini.
    In ogni caso, noi siamo contrari all’uso di risorse pubbliche per tenersi buoni questi o quegli “attori del territorio”, quand’anche siano attori del secondo tipo, o del terzo. Com’è noto, gli attori de primo tipo — i preferiti, dagli “attori della politica indigena”, gli attori del territorio “più uguali degli altri” — sono gli attori delle operazioni immobiliari e finanziarie.
    Questo dimostra, ancora una volta, che Obiettivo Curno differisce da Vivere Curno fondamentalmente per il bacino di pescaggio dei voti (e solo fino a un certo punto). Obiettivo Curno non ha un’idea del governo del paese diversa da quella di Vivere Curno, che del resto non ha un’idea, ma una prassi, infiocchettata di belle paroline (in questo sono più bravi dei destri), ma pur sempre una prassi: per essere più espliciti, una pratica di gestione del potere finalizzata alla conservazione del potere stesso.
    Non aspettiamoci che i signori di Vivere Curno si dicano contrari all’erogazione di fondi pubblici per favorire segmenti di elettorato ambito da Obiettivo Curno. Non possono farlo, per due motivi: a) perché loro, gli aziendalsimilprogressisti, proprio questo fanno, anche se in maniera generalmente meno sfacciata; b) perché l’elettorato dei commercianti è ambito anche dagli aziendalsimilprogressisti; la dott.ssa Gamba nel periodo precedente la campagna elettorale non ha certo trascurato di fare i passi necessari per ingraziarselo. Perciò è probabile che i similprogressisti concederanno qualcosa ai commercianti, certo non vorranno sentirsi isolati; e Obiettivo Curno si dirà insoddisfatto, dirà che si doveva dare di più. E i cittadini? Beh, quelli sono come Nusquamia, non contano un cazzo.
    Una simile manovra culinctoria a fine di incasso elettorale fu a suo tempo messa in atto dagli Osservanti curnensi, provvisti di micidiale obiettivo, quando prostituirono i cani alle loro ambizioni elettorali. Locatelli e Cavagna il Giovane si erano inventati un’Associazione per i cani, infilandosi in una nicchia di consenso elettorale sguarnita, non ancora occupata dai viveurs; contestualmente chiesero spazi di agibilità e cacabilità per i cani. Gli aziendalsimilprogressisti risposero occupando anche quella nicchia, sollevando la risentita protesta di Cavagna il Giovane, per quest’invasione di campo.
    Così vanno le cose nel paese bello da vivere. Che è bello da vivere anche perché animalisticamente corretto. L’esercente di un locale pubblico è stato multato perché deteneva pesci rossi in una boccia, in contrasto con il regolamento municipale per la tutela e il benessere degli animali: 25 euro a pesce.


    Cleo è il pesciolino rosso di Geppetto, nel film Pinocchio, di Walt Disney. Vive in una boccia, e questo è animalisticamente scorretto. La proiezione del film sarà proibita — pare — nelle sale cinematografiche di Curno.

  6. Kim Jong-un minaccia la guerra nucleare. Il nostro destino è nelle mani di Salvini
    Chiediamo allo statista leghista, uomo intelligentissimo e amico della Corea del nord, di fare opera di mediazione. Lui può

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    Qui sopra, la notizia di oggi (23 settembre 2017), la minaccia di Kim Jong-un. In basso, la notizia del settembre 2014: Salvini si dichiara grande ammiratore della Corea del Nord. Per leggere gli articoli fare clic sulle immagini.
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    Siamo arrivati al punto in cui solo lui può salvarci, Salvini, l’uomo che ha fatto miracoli rivoltando la Lega nord come un calzino: e non perché, come credono i male informati, ha proseguito l’opera di pulizia del pollaio cominciata da quell’altro statista intelligentissimo, il Bobomaroni, ma perché ha risollevato le sorti di una Lega nord agonizzante, da che nessuno più la cacava e il partito precipitava a percentuali di consenso da prefisso telefonico. L’operazione varata da Salvini fu geniale: una Lega appiattita sul mongoidentitarismo di vecchietti alcoolici (essendo tramontato il tempo in cui era guardata con simpatia dalle forze sane e vitali del paese) non poteva andare avanti così, perciò occorreva passare dal mongoidentitarismo senile a quello giovanile del fascioleghismo. E affanculo l’ipotesi di una soluzione della questione settentrionale. Bravo, applausi!
    Salvini non mancò di avere intuizioni geniali anche in politica estera. Si dichiarò amico di Putin, quindi superando se stesso, anche della Corea del Nord.
    Ebbene, diciamo noi, se è amico della Corea del Nord, faccia qualcosa.
    E facciano qualcosa a Curno gli amici di Salvini. Vi prego, vi scongiuro: anche voi avete delle responsabilità, voi che siete amici di Salvini: andate da lui, o quanto meno mettetevi in contatto via WhatsApp, fategli sapere che un paese così bello come Curno, e in particolare bello da vivere, un paese ceh conta fra le sue “eccellenze” la dott.ssa Serra e il gatto padano, [*] non può correre il rischio di un coinvolgimento nucleare.
    Questa mia preghiera è rivolta in particolare alle menti più sottili di Curno che, sulla base di analisi teoriche ineccepibili (così ci assicurano), avevano stabilito che Salvini è il futuro per l’Italia e che in vista di questo futuro si dovesse dare una mano ad Alessandro Sorte, nella bergamasca, e a Locatelli, a Curno. Mi risulta che a Curno vi sia più di una mente sottile di tendenza salvinista; a costoro in particolare mi rivolgo accorato, a quelli che sono meglio attrezzati ideologicamente, che sanno di più per studio ed esperienza e che sono dunque maggiormente perspicaci e capiscono la gravità della situazione. Spero che Marcobelotti e il Dolci non si offendano: qui non si tratta di mettere in atto una manovra inculante per distruggere il prestigio di Gandolfi a favore di Locatelli, qui ne va del destino del mondo e — quel che è più importante — del destino del “paese bello da vivere”.
    Qui si vedrà anche quale sia la pasta del gatto padano. Potrebbe indire una tregua di un giorno, deporre la malmostosa e a tratti bestiale ostilità nei confronti di Nusquamia, colpevole — tra l’altro, e non è poco! — di essere di matrice sardagnola, e associarsi a noi per chiedere un intervento salvifico di Salvini: se non altro, per salvare la sua propria mongoidentità.

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    [*] Ci sono tra i due personaggi numerosi punti di contatto o, meglio, di “condivisione”: tra i principali, ricordiamo che sono entrambi femministi, hanno una forte vocazione istituzionale, nutrono un trasporto smodato per le cacate carte, sono sprovvisti di senso dell’ironia.

  7. La Boldrina profitta della carica di presidente della Camera per fare e dire le cose che piacciono a lei
    Si è messa in testa di stabilire le regole della neolingua politicamente corretta

    Domando ai cittadini curnensi: quale altro esempio vi viene in mente di persona di sesso femminile e parimenti determinata, almeno quanto la Boldrina, che, giunta al potere, si è messa in testa di fare soprattutto le cose che le piacevano, e le ha fatte?
    Dimenticando per un attimo i contorcimenti curnensi, osserviamo che in questa sua requisitoria sulla Boldrini, a dire il vero un po’ sopra le righe, Sgarbi fa presente che già Napolitano trovò abominevole la neolingua femminista e politicamente corretta della Boldrina. Ne abbiamo parlato nell’articoletto Napolitano prende posizione contro la neolingua politicamente corretta. Diceva Napolitano, presidente emerito «terùn» (copyright dell’agrimensore curnense Pedretti): «Permettetemi di reagire alla trasformazione della lingua italiana con l’orribile appellativo di ministra o l’abominevole appellativa di sindaca. La chiamerò signora presidente come chiamavo Nilde Iotti. Penso che alla mia età qualche licenza mi sia concessa». Così Giorgio Napolitano chiede sommessamente scusa alla Boldrina se non si trova allineato su posizioni politicamente corrette, riguardo alla femminilizzazione dei nomi:

    Sulla presunzione linguistica della Boldrina si veda anche Il papa dice “diaconesse”, il giornalismo-sciacquetta dice, per il momento, «donne diacono». La Boldrina vuole che si dica “diacone”
    C’è da dire che la Boldrina non è l’unica stupratrice della lingua italiana in vista del conseguimento di fini politicamente corretti. Le femministe, già ai tempi di Craxi e della sua protetta Boniver, hanno fatto carte false per piazzare le loro pedine nelle istituzioni con competenza linguistica, vera o millantata, perfino nell’Accademia della Crusca e così l’hanno sputtanata. Per esempio, una certa Cecilia Robustelli, femminista, una volta varcato il portone dell’Accademia, le ha sparate grosse.
    Così anche quelle dell’Accademia della Crusca sono diventate cacate carte. Vabbè, forse lo erano anche prima. Non dimentichiamo la Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca di Alessandro Verri, uomo di punta dell’illuminismo lombardo (a p. 2 del documento che s’apre facendo clic sul nesso). Esordisce con queste parole: «Cum sit che gli autori del Caffè siano estremamente portati a preferire le idee alle parole, ed essendo inimicissimi d’ogni laccio ingiusto che imporre si voglia all’onesta libertà de’ loro pensieri e della ragion loro, perciò sono venuti in parere di fare nelle forme solenne rinunzia alla pretesa purezza della toscana favella, e ciò per le seguenti ragioni». E afferma senza mezzi termini che «nessuna legge ci obbliga a venerare gli oracoli della Crusca ed a scrivere o parlare soltanto con quelle parole che si stimò bene di racchiudervi».
    Dunque, mentre ci possono andar bene — e fino a un certo punto — «gli oracoli della Crusca» fino al giorno prima del colpo di mano femminista e politicamente corretto, se non altro in funzione di contrasto del turpe dialetto dei tecnoburocrati e dei mongomanager, quando esso pretende di essere italiano, da questo punto in poi tali oracoli non c’interessano più. Con buona pace di Cecilia Robustelli, della Boldrina e della «sindaca» dott.ssa Perlita Serra.
    L’Accademia della Crusca tenuta sotto schiaffo dalle femministe è un altro esempio di degenerazione delle istituzioni. Sul lavoro svolto da Cecilia Robustelli, in collaborazione con il Comitato Pari Opportunità del Comune di Firenze (al tempo in cui era sindaco Renzi) e sulla servile sussunzione di tale lavoro da parte dell’Accademia della Crusca, si veda sempre su questo diario: “Il sindaco”, “la sindaco”, “la sindaca” o “la sindachessa”?. Questo è in assoluto l’articolo più letto di Nusquamia: ogni giorno ci sono nuove visite.

    • Corrado Augias contro il boldrinamente corretto
      Ma non dimentichiamo che il boldrinamente corretto è anche serranamente corretto e che entrambi sono hillaryamente corretti (per il vincolo di sororità femminista che accomuna Hillary, Boldrini e Serra).
      Segue una noterella di 3^ F: perché si dice “uovo”, che però al diminutivo fa “ovetto”

      Si leggeva ieri 24 settembre a p. 26 della Repubblica, dove la domenica Conc(h)ita De Gregorio e Corrado Augias tengono le loro rubriche di corrispondenza con i lettori. Scrive dunque Augias, a proposito della femminilizzazione dei nomi, per femminismo boldrinamente e serranamente corretto:

      Faccio alcune premesse a scanso di equivoci: la battaglia per la parità va sostenuta da ogni persona civilizzata […]. [1] Tutto ciò detto, a me “la ministra” non piace; “l’assessora” mi fa orrore. Nelle lingue romanze come l’italiano i generi sono soltanto maschile e femminile – piccola notazione a margine: curioso che il tedesco ne abbia invece mantenuti tre, come il latino: saranno davvero più seri? Ma se il neutro non esiste nella grammatica, esiste però nel “sentimento” di un termine. Io “ministro” e “assessore”, li sento neutri. Anche perché, come scrive il professore Luca Serianni: «Il maschile è il genere non marcato». Facciamoci alcune domande. Per esempio: perché un uovo, maschile, diventa due uova, femminile? [2] L’idiota (m/f) diventa al plurale “gli idioti”, “le idiote”? Perché “traduttore” diventa “traduttrice”, ma dottore diventa “dottoressa”? Tanto più che in genere i sostantivi con finale in “e” tendono a restare invariati e vengono contrassegnati solo dall’articolo: il presidente, la presidente; “presidentessa” sa di operetta. “Il cantante”, per fortuna, ha solo “la cantante”. Ecco perché far diventare “assessora” un onesto “assessore” è un cedimento ai tempi al quale bisognerebbe cercare di resistere [neretto mio: N.d.Ar.]. Tanto più che se chiamiamo “guardia” un essere umano [di sesso maschile] che vigila, o “spia”, sia Mata Hari sia Richard Sorge, [3] nessun giornalista ne farà un dramma (maschili in “a”). Battaglia perduta, lo so. [4]

      Ma perché ho affermato che il boldrinamente corretto è anche serranamente corretto? Nessuno pensi che questa sia una mia illazione gratuita, addirittura un «insulto» (l’ironia di Nusquamia esercitata in nome del diritto di critica e di cronaca è dagli intolleranti avvertita come “insulto”). La coincidenza tra il boldrinamente corretto e il serranamente corretto è proclamata dalla stessa dott.ssa Serra. La quale, all’inizio del suo mandato si firmava «Il sindaco – Perlita Serra». Ma da quando la Boldrini ha fatto grevemente irruzione in campo linguistico per imporre capricciosamente le proprie predilezioni campate per aria o tutt’al più ispirate dal verbo di quella tale Cecilia Robustelli [5] della quale si e detto, la dott.ssa Serra si è immediatamente allineata e si firma «La sindaca – Perlita Serra». Cioè, si firmava. Oggi dovrebbe scrivere: “La sindaca emerita – Perlita Serra”. Meglio ancora, potrebbe firmarsi: “La non solo sindaca – Perlita Serra”, sulla falsariga delle insegne di certi negozi:

      Il nostro suggerimento è che la dott.ssa Serra si firmi “non solo sindaca”.

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      [1] La premessa paracula è d’obbligo. Altrimenti perfino uno come Corrado Augias, che è un raffinato intellettuale ed ha casa a Parigi, verrebbe sbranato da femministe ed Lgbt; e sarebbe graffiato dal gatto padano.

      [2] Si potrebbe rispondere: perché in latino il singolare fa ovum e il plurale ova. Ma sarebbe una risposta sbagliata, che non coglie l’ironia della domanda di Augias, che è retorica. Augias vuol dire che nella lingua l’uso conta, eccome se conta, sempre che non sia un uso volgare che espunge l’uso corretto dei vocaboli e delle strutture linguistiche.
      Dato che siamo in argomento, sarà interesante spiegare perché dal latino ovum si sia passati all’italiano uovo. Cioè, perché dalla “o” si passa al dittongo “uo”? La regola vuole che la “o” latina, quand’è breve (ŏ) e si trovi in una sillaba aperta (cioè terminante per vocale) accentata, si trasformi in dittongo (“uo”). Perciò da cŏr deriva “cuore”, perché la “o” è breve; analogamente da nŏvum si ha “nuovo” e da rŏta, “ruota”. Invece da dĕcōrum (“idoneo”, “decoroso”) si ha decòro, perché la “o”, pur essendo in sillaba aperta accentata, è lunga.
      Si potrebbe obiettare che però la parola ōvum presenta la “o” in sillaba aperta accentata, vero, ma la “o” è lunga (si veda anche il gr. ὠόν, dove la lettera’omega’ ci dice che nell’indoeropeo, dal quale latino e greco derivano parimenti, il suono della “o” è lungo). Perché allora in italiano si dice “uovo”? Il fatto è che il latino classico ōvum nel latino volgare è diventato ŏvum, e l’italiano deriva dal latino volgare.
      Si noti infine che quando la “o” di ŏvum (lat. volgare) non risulta accentata, nei derivati italiani non si avrà più la dittongazione. Perciò si dice “ovetto” e non “uovetto”.

      [3] Agente segreto tedesco al servizio dell’Unione sovietica.

      [4]. Beh, certo, la Boldrini non perdona. Neanche la Serra. E nemmeno il curnense gatto padano.

      [5] È colei che ha sputtanato l’Accademia dela Crusca. Sul lavoro svolto da Cecilia Robustelli, in collaborazione con il Comitato Pari Opportunità del Comune di Firenze (al tempo in cui era sindaco Renzi) e sulla servile sussunzione di tale lavoro da parte dell’Accademia della Crusca, si veda sempre su questo diario: “Il sindaco”, “la sindaco”, “la sindaca” o “la sindachessa”?. Questo è in assoluto l’articolo più letto di Nusquamia: ogni giorno si registrano nuove visite.

  8. Momenti di grande bellezza
    Maria Elena Boschi e Valeria Golino insieme

    • Bellezza che va e bellezza che rimane

      A proposito di Valeria Golino, che nel commento precedente vediamo accanto alla divina Maria Elena Boschi. Ieri ho visto per la seconda volta il primo film della serie Mission: impossible: il film con Tom Cruise, non la serie televisiva. Avevo acquistato il Dvd perché Emmanuelle Béart è una degl’interpreti del film: quando la vidi per la prima volta, nel film Cuori in inverno, mi aveva fatto venire un balzo al cuore. Era di una bellezza sublime, la Béart, ed era perfetta, per il personaggio che interpretava. Il film è del 1992. Quando, due anni fa, acquistai il Dvd di Mission: impossible, che è del 1996, rimasi deluso. Era ancora bella, a distanza di quattro anni da quel film in cui per la priam volta l’avevo viata recitare, ma le labbra apparivano troppo pronunciate; la bella ed eterea Eammnuelle Béart aveva perso l’aura della donna angelicata. Oggi, ahimè, quantum mutata ab illa! Il film inoltre lasciava a desiderare, anche se si sente il mestiere, perché il regista è Brian de Palma: ma è inutilmente intricato. Certi dettagli che richiedono un’interpretazione sottile, come la scena iniziale, ambientata a Kiev, si giustificano in un film di Hitchcock, che è tutto sottile, ma non in un film che nell’ultima parte è tutto un’azione concitata ed effetti speciali. Però certi scorci di Praga sono pacevoli a vedersi.
      Consideriamo invece Valeria Golino: era bellissima in Rain Man, che è del 1988, stupenda in Puerto Escondido (1992), toccante in Come due coccodrilli, che è del 1994, dissimulatamente intrigante in Caos calmo del 2008, meravigliosa per calda umanità nel Capitale umano del 2014; e ancora bella e degna di attenta considerazione mi pare nel film Il colore nascosto delle cose, appena presentato a Venezia, e che vedrò oggi.


      Qui sopra, Emmanuelle Béart nella sua migliore interpretazione, nel film ‘Cuori in inverno’. In basso, Valeria Golino nel film ‘Il colore nascosto delle cose’.

  9. Cittadino mozzardo permalink

    Genialità degli amministratori di Curno ( “de sinistra”).

    Vedi:

    • In Trentino non sono furbi. Dovrebbero prendere esempio da Curno, «paese bello da vivere»

      Che dire? I centri commerciali non tirano più, e nel Trentino opinano che essi comportino un consumo di territorio insopportabile; inoltre — dicono — i centri commerciali sono responsabili di intasamento del traffico automobilistico e di inquinamento. Beh, vorrà dire che i trentini non hanno la fortuna di contare fra i propri amministratori uomini e donne come la nostra dott.ssa Serra, la quale annunciava compiaciuta l’epocale trasformazione della Briantea in «boulevard dello shopping»:

      D’altra parte sappiamo tutti quanto la dott.ssa Serra sia politicamente corretta, e quanto sia ecologica (oltre che determinata, naturalmente). Se ha pensato a un potenziamento del Centro commerciale, a strutture d’invito alla frequentazione del medesimo e a qualche facilitazione che ha destato meraviglia nella destra curnense, improvvisatasi paladina del decoro urbano, scandolezzata per la “colata di cemento” e indignata al punto di minacciare azioni legali, beh, una ragione ci sarà. Certamente c’è una strategia.
      Ufficialmente, la ragione è che c’è bisogno di soldi, per ultimare il Bibliomostro, la cattedrale nel deserto, inutile duplicazione dell’attuale Biblioteca, espressione di ipercinetismo provinciale. A me pare però che fondamentalmente ci sia la volontà di far cassa, incamerare quanti più soldi possibile, per fare le “cosine” che tanto piacciono ai similprogressisti. Che sono le cose che piacciono loro, per narcisismo o per fare carriera, non necessariamente quelle che sono prioritarie nella prospettiva delle esigenze reali dei cittadini (il Bibliomostro è la prova provata del fondamento di questo giudizio). Insomma io non andrei — come fanno i destri locatello-sortili e i fascioleghisti — a pensare un male che non esiste e che è tutto da dimostrare. Mi limito politicamente a denunciare il male di voler far cassa a tutti i costi.
      In questa luce appare ridicola, ipocrita e politicamente ignobile l’indignazione contro la “colata di cemento” che fu, in mancanza di una visione politica, insieme alla diceria sulla Maximoschea, il leit-motiv della destra curnense, su ispirazione di Alessandro Sorte, con il concorso della Lega salvinesca e con gran mobilitazione di politici esterni che si recavano a Curno per invitare i cittadini a votare per Locatelli.
      Il cittadino che ci ha inviato il commento precedente è mozzardo, vive in un paese che al confronto di Curno, che pretende di essere bella, quanto meno “da vivere”, è un paradiso. Ebbene, a Mozzo le preoccupazioni per tot metri cubi di cemento avrebbero un fondamento. Ma Curno? Come diceva Totò: ma mi faccia il piacere! Non che con la scusa che Curno è brutta, si possa aggiungere schifezza a schifezza. Anzi, bisognerebbe abbattere certe brutture, quelle perlomeno che si possono abbattere senza andare incontro a spese eccessive, pensare a piantare alberi ecc.
      In quella campagna elettorale che doveva dare formalmente il potere alla dott.ssa Gamba (l’azionista di riferimento rimane però la dott.ssa Serra) si agitarono due falsi problemi e si trascurò di affrontare il nodo della questione: perché gli aziendalsimilprogressisti hanno bisogno di far cassa? Per fare veramente che cosa? E se vogliono fare le “cosine” loro, non era il caso di denunciare la cosa ai cittadini, di mostrare cioè ai cittadini che essi sono sistematicamente tenuti in “non cale”? Già, ma così facendo il Sorte, il Locatelli e, giù giù, Cavagna il Giovane e il Dolci avrebbero dovuto operare una rivoluzione copernicana nel modo d’intendere la politica. Denunciando la strategia degli aziendalsimilprogressisti, i locatello-sortili-ecc. avrebbero implicitamente dovuto rinunciare alla loro strategia (se pure si può adoprare questa parola, così impegnativa per uno statista come Cavagna il Giovane), che poi non è così diversa da quella degli avversari similprogressisti. Alle volte vogliono “cosine” diverse, è vero, ma spesso vogliono proprio le stesse cose (cani di qua e cani di là, azioni culilinctorie nei confronti dei commercianti ecc.), e mettono il bastone fra le ruote agli avversari o per fargli dispetto, o per poi levarlo, a fronte di vantaggi che i cittadini non devono sapere. Intanto noi aspettiamo che Locatelli metta in campo le azioni legali che in campagna elettorale aveva minacciato riguardo alla “colata di cemento” prossima ventura, in forza della variante del Pgt.
      Pretendevano che Angelo Gandolfi si scandalizzasse con loro per la “colata di cemento” serrana e che il sindaco del buon governo si sputtanasse mostrandosi a fianco di Locatelli; così Gandolfi avrebbe regalato a Locatelli non voti, ma quote del suo prestigio personale, cosa che è preziosissima, proprio perché non è in vendita, e perciò ha un valore enorme. Misero in atto una strategia inculante, coinvolgendo l’ingenuo Fassi, rappresentante del M5S, ma “tecnico” affiancato all’altro “tecnico”, il Locatelli; e poi dietro c’erano gli avvocati, cazzutissimi. Insomma, ben sapendo che politicamente la battaglia era perduta, puntarono tutto sulle cacate carte. C’era il pericolo che la manovra andasse in porto, è vero (dico così perché ritengo che la dott.ssa Gamba fosse il male minore). Ma non è stato così: Gandolfi si limitò in aula consiliare a leggere la relazione scritta dai “tecnici” e dagli avvocati riguardo ai punti controversi della variante del Pgt, ma non si schierò a fianco del Locatelli, com’era nei voti del “pool” inculante. Del resto, ubi maior cacata charta, minor cessat, cioè le cacate carte degli aziendalsimilprogressisti prevalsero sulle cacate carte dei destri, che però minacciarono ricorsi nelle sedi giuridicamente competenti. Vedremo, vedremo.
      Io non so se Nusquamia abbia avuto qualche merito nel naufragio della manovra inculante, anche perché Nusquamia non conta un cazzo, naturalmente. Se Locatelli non ha preso il potere in nome di Sorte e in vista di una rinascita della Lega a Curno nel nome di Salvini (ora che il Pedretti è fuori gioco) è probabile che si debba pensare a un’eterogenesi dei fini, dove comunque la “discesa in campo” della fasciofemminista ha avuto un qualche peso, inutilmente negato dagli aziendalsimilprogressisti. Limitandosi a fare conteggi dei voti sul pallottoliere, i similproressisti fanno finta di ignorare l’effetto di trascinamento sull’opinione pubblica di certi dati collaterali. Cosa che invece mostravano di sapere i destri, proprio per questo avevano posta grande speranza nel trappolone “tecnico” che avevano preparato per Gandolfi e Fassi, quello per cui i due si sarebbero compromessi per favorire Locatelli oggi, domani la rinascita della Lega a Curno non più nel nome di Pedretti, ma in quello di Salvini. Ma, come diceva una canzone di Carosone, «se il mellone è uscito bianco, e mo’ cu chi t’a vuó pigliá» (dove per “mellone” si deve intendere il cocomero). Le cacate carte non cantarono.

  10. “Sobrietà” di Vivere Curno

    Ho inoltrato mercoledì 20 settembre alla pagina Facebook di Vivere Curno il seguente messaggio (si vedano, a destra, i messaggi provenienti da fonti istituzionalmente certificate [*]):

    Invito i “ggiovani” del Pd a leggere l’articolo Erasmo a Oria, Stendhal a Oggiono, che ho scritto pensando alla loro vita bruciata sul fuoco di un’ambizione mal riposta. Non conoscono le delizie dell’anticonformismo (quello vero, radicale, non quello della pubblicità) e non sanno quel che perdono.

    Vedo che non è stato pubblicato. O mi sbaglio?
    Niente di male, naturalmente. Per principio non accampo diritti, sono anzi orgoglioso di non essere istituzionale, né tampoco aziendalista e nemmeno reggicoda di un europeismo da strapazzo che invece di accendere gli animi li deprime e solletica bestiali sentimenti populisti. Questa similsinistra è un aggregato di potere, la negazione della sinistra bella, generosa e presentabile; ed è responsabile in prima persona dell’avanzata delle destre, perché l’ipocrisia è sotto gli occhi di tutti, e ingenera disgusto nelle persone razionali, rabbia e volontà distruttrice nei nemici della Ragione. Segnalo dato che ci sono, via Nusquamia, il nuovo commento Corrado Augias contro il boldrinamente corretto. Riflettere sulla nullità intellettuale della Boldrini può essere un buon punto di partenza per capire altre cose.

    ………………………………………………………..
    [*] Un po’ come gli attori del territorio: questi sono i «nostri» attori, gli altri non esistono, anzi non devono esistere. Si attribuisce al presidente Lyndon Johnson questa affermazione (in verità attribuita anche a Nixon, a Reagan e a chissà a quanti altri): «Costui è un figlio di puttana, ma è un “nostro” figlio di puttana».

  11. Un manuale indispensabile per l’amministrazione serrano-crurale
    Facciamo regalo a MarcoBattaglia di uno strumento micidiale di condivisione forzata da parte dei curnensi e repressione dei focolai di resistenza in nome del boldrinamente corretto. Vedremo di che cosa sarà capace


    Per leggere il manuale contenente le prescrizioni per un uso condiviso della neolingua italiana boldrinamente corretta, fare clic sull’immagine.

    Dicevamo, in un commento precedente (Corrado Augias contro il boldrinamente corretto), di Cecilia Robustelli linguista & femminista, che ha sputtanato l’Accademia della Crusca.Facendo clic sull’immagine qui sopra è possible leggere e scaricare il prezioso lavoro dell’eminente studiosa, docente all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, intima della sciura Valeria, il Ministro italiano della Pubblica istruzione che è l’invidia della Germania. Qui sotto, Cecilia Robustelli che presenzia a un “evento” milanese.

    Quest’opera fondamentale per la preparazione dei clisteri di condivisione in un paese come Curno, bello da vivere perché governato serrano-cruralmente, politicamente corretto in generale (in senso serrano: e come, se no?), e sotto il profilo linguistico serrano-boldrinamente corretto, s’intitola:
    Progetto “Genere e linguaggio” – Parole e immagini della comunicazione (progetto realizzato con il finanziamento della Regione toscana / L.R. Cittadinanza di Genere).
    Il tono sc-scientifico è spassosissimo. C’è perfino un tentativo di discussione in utramque partem. Per esempio:
    a) Si propone dapprima un’apertura a «precisi suggerimenti per l’uso dei titoli professionali e per quelli relativi ai ruoli istituzionali di prestigio ricoperti da donne, che includevano l’abolizione delle forme in -essa e la loro sostituzione con quelle in -ora (professora e non professoressa), sui quali v. 6.1».
    b) Poi però la Robustelli afferma asseverativamente, con sussiego di studiosa autorevole, che per ottenere l’acqua calda è sufficiente mettere l’acqua sul fuoco: «a differenza di quanto suggerito da Alma Sabatini [se ricordo bene, fu chiamata a occuparsi di femminilizzazione del linguaggio su indicazione della Boniver, protofemminista ma craxiana nonché «bonazza» secondo Bossi: N.d.Ar.] propongo di conservare le forme in -essa , es. dottoressa, professoressa, e altre forme, come direttrice, che sono attestate da una lunga tradizione, sono ancora pienamente in uso, e sembrano proprio per queste ragioni preferibili [ma perché, se proprio la Robustelli si propone di prescindere dalla tradizione linguistica? Non può trovare un argomento migliore? N.d.Ar.] alle “nuove” forme dottora, poeta, professora e direttora, suggerite da Sabatini».
    Se uno non è una bestia capisce subito che la Robustelli da un lato vuole ripudiare l’autorità degli “antichi”, dall’altro non intende farsi dare la baia. Anche se è troppo comodo voler la botte piena e la moglie ubriaca, fin qui possiamo ancora capirla. Ma allora perché non dirlo papale papale, che vuole plasmare una neolingua come piace a lei? perché pretendere di dare un’impostazione scientifica al discorso, che è la negazione del metodo scientifico? Se tu mi dici «propongo di accettare forme attestate da una lunga tradizione» cadi in contraddizione, perché la lunga tradizione aborre da parole come “sindaca”, “assessora”, “revisora”, “prefetta”, “notaia”, “chirurga” che invece piacciono tanto alla Robustelli.
    A questo punto mi piace di più la dott.ssa Serra che s’impunta, ti fa un sorrisetto asseverativo (se necessario, anche più di uno) e poi ti dice: «Basta! Punto! Non m’interessa!». Almeno la dott.ssa Serra non scimmiotta il metodo scientifico, si limita ad affermare la sua determinazione.

    Non c’è bisogno di dire che MarcoBattaglia, in qualità di responsabile della Comunicazione e degli Eventi dell’Amministrazione crurale (o serrano-crurale: a meno che la Serra non raccolga l’invito dei suoi concittadini che reclamano: dott.ssa Serra nonna subito!), [*] è tenuto a imparare a memoria i precetti del manuale e a prendere le opportune misure di prevenzione e repressione perché Curno sia politicamente corretta, oltre che in senso serrano, anche boldrinano.
    Chi non si adegua sappia che lo attende un TCO, Trattamento di Condivisione Obbligatoria, da non confondere con il TSO, anche perché diversa è la modalità di somministrazione del farmaco.

    …………………………………………….
    [*] O anche santa subito, perché ormai non c’è più religione, com’è noto. Papessa invece no, perché “il potere logora”, come diceva Togliatti. A proposito, “papessa” sarà boldrinamente corretto? Mah!

    • La sindaca Perlita Serra, il sindaco Luisa Gamba


      Qui sopra, immagine tratta dalla Convocazione del Consiglio comunale per il giorno di mercoledì p.v. In basso, denominazione d’origine controlata della dott.ssa Perlita Serra, nell’opuscolo ‘Non c’era una volta. Valori e azioni che a p. 2 riporta l’estratto della Relazione di fine mandato – Periodo amministrativo:2012-17′.

      Beh, almeno questo… Complimenti alla dott.ssa Gamba per questo suo punto d’indipendenza dal diktat serrano boldrinamente corretto. Parafrasando Neil Armstrong, “Questo è un piccolo passo per un sindaco, un grande passo per il ritorno alla ragionevolezza”.

  12. Ma che ci fa Maria Elena Boschi con la Boldrini e la sciura Valeria?

    Che orrore questo siparietto dell’irrefrenabile Boldrina! Vabbè, sopportiamo ancora un anno.
    Però guardate come la Boschi riesce a conservare la propria dignità. Ascolta gli sproloqui, è perfettamente consapevole dell’abisso che la separa da quell’altre due donne, ma non batte ciglio, protetta dalla sua aura di placida bellezza e garbata intelligenza. Non viene meno al dovere di presenza, dimostrando grande umanità (a differenza della Carla Voltolina, bizzosa moglie di Pertini, che non accompagnava mai il consorte nelle cerimonie ufficiali: ma se non dividi la sorte, che consorte sei?); eppure non si fa trascinare nell’inferno femminista da quelle due. Ci mancherebbe!
    Qui sotto, altre boldrinate. L’aspetto odioso di tutta questa faccenda non è che alla Boldrini piaccia dire “la ministra”, “la sindaca”, “la prefetta” ecc. Chiaro che lei possa dire quello che vuole. No, l’aspetto odioso della questione è che lei pesta i piedi, vuole imporre le sue predilezioni linguistiche, campate per aria, forte della mistica di Cecilia Robustelli che ha fatto un golpe all’Accademia della Crusca, al quale gli studiosi seri, per pavidità, non hanno saputo ribellarsi (non è la prima volta, succedeva anche al tempo del fascismo). La Boldrini è prepotente, vuole imporsi come l’incarnazione di Pietro Bembo; cioè sarebbe Pietra Bemba. Ma perché? Forse perché ha studiato come Pietro Bembo? Ma va là! Non essendo autorevole, non le rimane che ricorrere alla coercizione mediante atti di cacata carta o — peggio ancora — creando un clima di terrore.

  13. Avviene nel paese di Ficeto (e non di Corneto)
    Un apologo pirandelliano

    Premessa – Ficeto è un paese ameno dell’Ausonia, il quale prende questo nome dalle sue ficaie, i cui succosi frutti sono oggi – com’è noto agli operatori economici – esportati negli alberghi di lusso degli Emirati arabi uniti, grazie anche alla mediazione della sindachessa di Betlemme Vera Baboun. Proprio dalle ficaie, Ficeto prende il nome: si veda il Lessico latino-italiano Georges-Calonghi, che alla voce ficetum traduce: “ficaia, fichereto”. Analogamente, se è vero che Curno prende questo nome dal corniolo, qualora i civili romani si fossero degnati di dare un nome a questo barbarico villaggio di capanne, l’avrebbero chiamato Cornetum (ma i romani, a quanto pare, non si degnarono: la nascita di Curno è oscura).

    Ciò premesso, piace riportare una sintesi dell’intervento in Aula consiliare della sindachessa di Ficeto, dott.ssa Femori:

    «Onorevoli colleghi, vengo al punto 5 dell’ordine del giorno: la richiesta di un contributo da parte del Comune, a carico cioè dei cittadini di Ficeto, da erogare alla gilda dei commercianti ficetensi. Tale richiesta, in tutto e per tutto improntata alla strategia di un voto di scambio, è stata presentata dal consigliere di minoranza on. Lochis [non è un nome lituano: N.d.A.]. Tutti si aspetterebbero che, per non inimicarmi la gilda dei commercianti, io mi dichiararsi favorevole a tale poco commendevole erogazione. Invece no. Reduce da letture pirandelliane, in particolare affascinata dalle figure solo apparentemente “pazze” dell’usuraio Gengè (in Uno, nessuno, centomila) che ripudia l’usura e di Ciampa (nel Berretto a sonagli), il quale per attingere acqua pura al pozzo della verità non si fa scrupolo di lasciar perdere la “corda civile”, quella dell’ipocrisia, anch’io, poco curandomi della maschera che finora ho portato, e che voi vorreste che continuassi a portare, ma appropriandomi di un’identità che finalmente mi va a genio, dico all’on. Lochis e alla potente gilda dei commercianti: Marameo!
    Se l’on. Lochis ambisce al voto di scambio, ebbene, gli lascio il campo: è tutto suo. Da questo momento in poi io ho il mio onore politico da difendere. Infatti, da questo momento in poi:

    – avendo ripudiato l’aziendalismo per il quale mi sono guadagnata una fama certamente meritata, ma della quale ora mi vergogno;
    – ripugnandomi ogni azione culilinctoria nei confronti di attori del territorio che pretendono e sbraitano di essere “cittadini più uguali degli altri”;
    – in particolare ripugnandomi azioni culilinctorie finalizzate alla realizzazione delle premesse di un voto di scambio;
    – avendo orrore della pratica solitamente messa in atto da politici indigeni, quella di mettere a carico dei cittadini iniziative che tornino a loro vantaggio, ai fini dell’acquisizione di punti di merito politico o istituzionale, o anche talora, per puro narcisismo, delirio di potenza e sentimento di sopraffazione;
    – avendo preso atto della natura criminale del mercato finanziario (apparentemente non c’entra, ma tout se tient, come potrei spiegare a giornalisti veri, non enogastronomici e non culilinctori, che mi interrogassero sull’argomento),

    Prometto e giuro che:

    governerò questo paese nell’interesse esclusivo dei cittadini, senza riguardo per la mia carriera personale, per quella dei miei congiunti, per gli attori del territorio ai quali devo la mia elezione.
    Se voi, onorevoli colleghi, non siete d’accordo, abbiate il coraggio di sfiduciarmi alla luce del sole, senza ordire complotti, seguiti dalla farsa di presentare in massa le dimissioni, onde entrare nelle grazie dei potenti attori del territorio del secondo tipo e dei potentissimi attori del territorio del primo tipo.

    Haec habebam quae dicerem (e se gli agrimensori male acculturati, ma con la pretesa assurda di essere autorevoli, non capiscono, meglio)».

  14. Sorrisetti

    Non è la prima volta che la sindachessa emerita dott.ssa Perlita Serra si trova in mezzo ai Vip in manifestazioni promosse dalle Acli bergamasche, delle quali sono emanazione le iniziative promosse sotto l’egida di Molte fedi sotto uno stesso cielo. La rete di relazioni dei Vip (cattoprogressisti, ma non solo) di Bergamo, MiIlano, Lombardia e forse di tutta Italia non mancherà di esprimere il suo “mi piace” alla dott.ssa Serra, qualora lei decida di non fare più la nonna, come pure aveva promesso (ma se saranno in tanti a chiederle il “sacrificio” d’impegnarsi ancora, nella politica e nelle istituzioni, certo non potrà rifiutarsi).
    Dopo aver partecipato alla maratona di lettura dei Salmi in piazza Dante insieme al meglio vippame di Bergamo di quell’anno (siamo nel 2014: erano presenti, tra gli altri, Matteo Rossi presidente della Provincia di Bergamo, il filosofo Telmo Pievani, il docente universitario Ivo Lizzola, il pubblico ministero Carmen Pugliese, il presidente del Tribunale di Bergamo Ezio Siniscalchi, Giorgio Gandola, direttore de L’Eco di Bergamo, il noto sindacalista Savino Pezzotta), adesso nel 2017 la dott.ssa Perlita Serra si trova in ottima compagnia nel registrare su You tube gli auguri a “molte fedi sotto uno stesso cielo”, in occasione del compimento dei primi dieci anni di attività. Su You tube si può assistere agli auguri formulati dai “fratelli” e dalle “sorelle”, tra gli altri:

    • Nando Pagnoncelli, amministratore delegato della IPSOS Italia
    • Maria Grazia Panigada, direttore artistico del Teatro Donizetti
    • Francesco Mazzucotelli, esperto di Medio Oriente (vedia anche qui sotto l’intervista a Moni Ovadia)
    • Gian Gabriele Vertova, fondatore della Fondazione Serughetti – Centro Studi e Documentazione La Porta
    • Sem Galimberti, pittore, docente d’arte e pubblicista
    • Lidia Maggi, pastore protestante (nelle iniziative cattoprogressiste un protestante è considerato ingrediente essenziale)
    • Angelo Signorelli di @Lab80cinema
    • Claudio Merati, presidente del Mutuo Soccorso di Bergamo
    • Adriana Lorenzi, scrittrice

    Qui sotto, Moni Ovadia, ospite fisso delle manifestazioni di Molte fedi sotto uno stesso cielo, prende la parola contro Israele, che è la bestia nera del noto movimento (e lobby) delle Acli bergamasche. All’insegna della “Convivialità delle differenze” le Acli bergamasche organizzarono una micidiale campagna di pubbliche relazioni per Vera Baboun, sindachessa di Betlemme ed emissaria della propaganda di Al Fatah in Italia, ma lei dice di essere pacifista. [*]

    Sui rapporti della sindachessa emerita e gli ambienti cattoprogressisti bergamaschi, che potrebbero candidarla a occupare posizioni di rilievo nell’assetto politico-istituzonale, si veda Convivialità delle differenze: un trampolino per la dott.ssa Serra, una trappola per i cittadini curnensi.

    ……………………………………..
    [*] In un sol giorno, nel fatidico 4 marzo 2015, la sindachessa betlemita, presentata agl’ingenui bergamaschi come una madonna pellegrina e pacifista (nonostante sia stata eletta in rappresentanza di Al Fatah), girava come una trottola da un punto all’altro di Bergamo: alle 9 al liceo Falcone, dove gli studenti sono costretti a sentire le sue panzane, gabbate per discorso di pace; alle 18 accoglienza trionfale in chiave mistica da parte della dott.ssa Serra presso la Sala consilaire di Curno; alle 20:45 al cinema Conca Verde di Bergamo.

  15. Sventata la manovra dei locatello-sortili per una penetrazione elettorale nel mercato bottegaio
    La giunta serrano-crurale non accoglie le richieste di Locatelli e presenta l’elenco interminabile dei punti di merito accumulati nei confronti della potente gilda bottegaia

    Avevamo paventato che la giunta serrano-crurale facesse nuove concessioni alla gilda dei commercianti, importanti attori del territorio del secondo tipo: e non sono gli unici. Per una volta, ci asteniamo dal denunciare le nequizie della politichetta asservita agli attori del territorio del secondo tipo (nei confronti dei quali solitamente la politichetta tiene un atteggiamento culilinctorio, per via del loro indotto elettorale) e appecorata a quelli del primo tipo (i quali svolgono il ruolo di grandi elettori, e altro ancora). Questo cenno alla politica degenerata, non più a servizio dei cittadini, ma divenuta “sovrastruttura” (per usare una categoria marxista) di un sistema di potere, sarà sufficiente.
    Avevamo paventato – dicevamo – nuove concessioni, perché non sapevamo delle innumerevoli benemerenze acquisite dall’amministrazione serrana, forte dell’attivismo crurale: anche se – questo dovrà pur essere detto – ci era stato segnalato un prevedibile attivismo della dott.ssa Gamba, a ridosso della campagna elettorale, nei confronti delle associazioni in genere e in particolare di quella dei commercianti. Ad evitare nuove concessioni che, secondo la mozione del Locatelli, avrebbero dovuto trovare una copertura finanziaria nella riduzione degli emolumenti del sindaco e del vicesindaco, ci ha pensato la dott.ssa Serra, alla quale la dott.ssa Gamba ha dato l’incarico di rispondere alla mozione locatello-sortile.
    Facendo il punto della situazione nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale, mercoledì scorso, la sindachessa emerita formalmente rispondeva alla mozione di Locatelli; in realtà, snocciolando i meriti bottegai acquisiti dall’amministrazione serrana, ha inteso fornire le linee guida del discorso che i serrano-crurali faranno alla potente gilda. Più o meno il discorso è questo: “Considerate bene, cari bottegai, tutto quello che abbiamo fatto per voi. Per non essere prolissa, visto che prolisso è l’elenco dei nostri meriti, mi limito a monetizzare soltanto alcuni dei benefici che avete percepito; il resto potete monetizzarlo voi, che notoriamente sapete fare di conto. E poi ditemi se non è poco. Aggiungete inoltre che noi sappiamo governare, che disponiamo di maniglie istituzionali a tutti i livelli e che abbiamo avvocati più cazzuti ancora (e non è poco) di quelli della compagine locatello-sortile. Se voi commercianti vi gettaste nelle braccia dei sortili alleati con i fascioleghisti, avreste tutto da perdere; stando invece dalla nostra parte avete tutto da guadagnare. Guardiamoci nelle palle degli occhi: ma voi riuscite a immaginare una giunta a guida sortile, con assessori del calibro di Cavagna il Giovane o di Dolci?”.
    È vero, la dott.ssa Serra non ha fatto un discorso nobile, di rivendicazione dei diritti della buona politica, al servizio dei cittadini, contro i condizionamenti degli attori del territorio: come quello della sindachessa Femori nel paese di Ficeto, del quale si è detto, tanto per intenderci. Tuttavia, pur non essendo il discorso nobile, e forse proprio per questo, la dott.ssa Serra ha fatto un discorso vincente, per cui Locatelli si è ritirato con la coda tra le gambe.

    Alcune notazioni sulla seduta di Consiglio di mercoledì u.s. (27 settembre), la prima a guida crurale alla quale abbia assistito:
    • Evanescenza del ruolo di Cavagna il Giovane, da promettente statista qual era. Di fatto, è oscurato dal Locatelli.
    • Eloquio assai incerto e anacolutico (cioè, con il discorso sospeso a metà) di Locatelli, probabilmente dovuto alla volontà di assurgere a un’oratoria paragonabile a quella di Vito Conti: ma è un’impresa disperata.
    • Rispetto alla dott.ssa Serra, la dott.ssa Gamba è percepita come meno castratrice, perciò si coglie nei consiglieri di parte serrano-crurale un senso di serenità e rilassatezza, del tutto assenti nelle stesse persone, quelle già presenti nell’amministrazione serrana, negli anni precedenti. Lo stesso Vito Conti, non sentendosi più le mani legate da una dott.ssa Serra che studiava a perfezione tutte le parti della sacra rappresentazione del Consiglio, e che si riservava il diritto di intervenire ed eventualmente togliere la parola, ha attenuato la gesticolazione: in altre parole, si coglie nei suoi interventi più elocutio, meno actio.
    • Fa una certa impressione vedere la dott.ssa Serra che prende la parola soltanto quando le è data; inoltre, anche quando parla, non fa più sorrisetti asseverativi. In ogni caso ha dismesso l’aria trionfante, per assumere invece un’aria severa.
    • Ad ogni buon conto, la dott.ssa Serra ha preso posto all’estrema sinistra dell’emiciclo consiliare (per chi segua i lavori del Consiglio); direi che questa posizione ha un significato strategico, più che politico, perché consente alla dott.ssa Serra di tenere sotto controllo quelli che, fino a prova contraria, sono ancora i “suoi”. Perlomeno finché non avrà deciso di fare la nonna, in alternativa alla politica, come pure aveva promesso.
    • I due giovani eletti nella lista di Vivere Curno sono stati relegati a destra, accanto alla fasciofemminista.
    • Era assente, purtroppo, MarcoBattaglia, del quale intendevamo studiare il linguaggio del corpo. Sarà per la prossima volta.

  16. Duello rusticano in un paese bello da vivere, e da ridere

    Dunque riassumiamo, perché la cosa è “di non picciolo momento”. Assitiamo, senza peraltro meravigliarci più che tanto, a uno scambio di battute tra Tarcisio, già mitico segretario della Lega nord di Curno, paese bello da vivere anche perché c’è lui, già factotum del Pedretti, e il Pedretti medesimo, già biconsigliere (comunale e regionale) a suo tempo temutissimo, oggi in esilio politico, che a sua volta era il ‘topanta’ di Roberto Calderoli. Si osservi che la Lega nord, nella linea della più rigorosa “sobrietà” serrana, non ha mai preso posizione sui due: non lo fa oggi, come non lo fece ieri (figuriamoci!), quando i due erano culo e camicia, e il Pedretti assumeva atteggiamenti — diciamo così — criticabili (sì, dopo ci ha pensato Bobomaroni a tarpare le ali del Pedretti, prossimo a cogliere il sommo fastigio della politichetta; forse anche Salvini ci ha messo lo zampino; però qui ha ragione Pedretti: con quale autorevolezza quei due si permettono di criticare il Pedretti?).
    Comunque, questa è la risibile novità, il culo e la camicia si sono separati: il primo da una parte, il secondo dall’altra.
    Ecco alcune testimonianze dello strappo:
    • Il 20 settembre, giorno della Breccia di Porta Pia, il Pedretti aggiorna la sua “immagine di profilo Facebook”. Al solito, c’è chi gradisce e chi no.

    Subito, a botta calda, fa capolino un opinionista, che opina: «Te set prope brot con una facia de gay». Un’altra ci fa sapere, invece, con riferimento a quella faccia: «Come il buon vino, più invecchia…». Qui nasce il dibattito: il Pedretti è bello o brutto? C’è chi dice che è brutto, ma lui, in alternativa al sorrisetto asseverativo con cui la dott.ssa Serra chiudeva l’universo del discorso, conclude con queste parole: «Amen… ma piaccio». Quella del vino vecchio aggiunge un commento che taglia la testa al toro: «Macho».
    • Ed è a questo punto che interviene il Tarcisio, il 28 settembre, con queste parole, che hanno tutta l’aria di essere una rasoiata sul volto del Pedretti: «Fai caccare mièrda».
    • Il Pedretti non lascia passare gran tempo: appena quattr’ore dopo pubblica in bella evidenza, come vediamo qui sotto, il commento offensivo del Tarcisio, sovrastato però da questa sentenza: «Quando trovi un commento del genere ad una tua foto allora capisci che non sempre gli anticoncezionali funzionano…». E anche questa ha l’aria di essere una rasoiata.

    Per capire bene il contesto, come usa fare nell’analisi dei casi più difficili e come la statura etico-politica e culturale dei due personaggi richiede dobbiamo però presentare un antecedente. Eccolo:
    • Nunziante Consiglio, che da principio sembrava dovesse diventare il nuovo referente del Pedretti, quando il Pedretti era ancora nella Lega, ma ormai la rottura con il Calderoli era consumata, scrive il 1° settembre a Pedretti, in forma di lettera aperta, dove si legge: «Quindi non comprendo certi ragionamenti su una Regione, amministrata con serietà e professionalità! Quindi, comprendo ancora meno gli attacchi ad un Governatore come il nostro, che nelle scelte da operare deve garantire servizi ai disabili, ai malati, alla scuola…».
    • Il Tarcisio, sempre il 1* settmbre, risponde al Nunziante (o al Consiglio? non riesco a orienentarmi con questi nomi) con queste parole di apprezzamento: «Bravo Nuziante, ma ormai il personaggio è alla canna del gas. Attacca tutto e tutti. Basta vedere che ha fatto una lista civetta [sarebbe quella capitanata dalla fasciofemminista: N.d.A.] alle elezioni comunali di Curno contro la Lega: si è detto tutto. Poverino, è penoso».

    Beh, mi sembra evidente che i due non sono più culo e camicia. Così com’è evidente che Curno è veramente un paese di “eccellenze”, come piace dire ai sottoproletari della cultura che hanno sposato “il nuovo che avanza”, dalla banda larga all’Erasmus/Orgasmus, passando per gli acronimi, la neolingua boldrinamente corretta ecc.

  17. La Boldrini è determinata, prepotente e oscurantista: impone la mordacchia ai dissidenti

    In questa pagina ci siamo occupati ampiamente della Boldrini in merito alla sua offensiva per l’imposizione di una neolingua boldrinamente corretta. Questo video ci dà un esempio della sua volontà di sopraffazione nella conduzione dei lavori della Camera. D’altronde, di che ci meravigliamo? La prepotenza è una malattia che investe perlopiù tutto il sistema dell’affettività, obnubila la razionalità (per cui anche le persone intelligenti, quando si lasciano possedere dal dèmone della determinazione diventano stupide), avvolge il malato in un sudario di antipatia; e raramente è monotematica.

  18. L. Mino permalink

    Il mio intervento non è volto al distogliere l’ attenzione degl’ argomenti sin ora dibattuti, anzi, vi leggo con piacere e metto a confronto i fatti da voi trattati con le realtà di Curno e più osservo e più mi rendo conto che disgraziatamente coincidono con i profili da voi trattati. Purtroppo.
    Scrivo per dire questo… se il progetto in area Zebra di Gandolfi era ritenuto eco-mostro, quello che stanno erigendo in questi giorni come vuolsi apostrofare? Solo mura, Muri a Nord come a Sud, è un complesso commerciale o un distaccamento del carcere sito in via Gleno. Chiedo scusa per l’ associazione, ma temo che l’ architettura del carcere di via Gleno sia di gran lunga di più felice costruzione estetica. Come si suol dire, il nuovo ”Building” Zebra pare proprio come un pugno allo stomaco. Se solo questi regnanti provassero un pizzico di vergogna . Ma i governanti non dovrebbero essere anche intellettualmente preparati all’ uso del buon senso, o il vantaggio di pochi deve prevalere sul bene di tutti?
    Grazie per l ‘ascolto.
    Continuerò a leggervi con ammirazione.
    distintamente vi saluto

    • La battaglia contro la “colata di cemento” doveva essere politica, non di cacata carta

      Se devo essere sincero, non ho visto i lavori in corso, non ho visto il progetto, non so nemmeno se sia possibile visionarlo (facilmente, senza infognarsi nella burocrazia della richiesta di permessi, evocazione e invocazione dei diritti del cittadino ecc.). Prendo atto tuttavia del fatto che il lavoro ferve, so anche che i cittadini si domandano dove sia finita la sollecitudine estetica, ecologica e, in generale, similprogressista della dott.ssa Serra.
      Addirittura, in campagna elettorale Locatelli, che pure sarebbe un berlusconiano, fino a prova contraria, si atteggiava a paladino di una concezione “oloprasina” [*] cioè totalmente verde, un nemico del mattone, alla maniera di certi talebaini del Verde (non ci saremmo meravigliati, se Locatelli si fosse proclamato vegano). Un talebano del verde era, per esempio, lo scomparso ma non compianto Pecoraro Scanio dei tempi d’oro (per lui, non per noi), l’avvocato intelligente e un po’ “figlio ‘e ‘ntrocchia” che nel teatrino della politica manovrava l’ingenuo premio Nobel per la fisica Rubbia, al punto che Pecoraro Scanio sembrava il fisico, e Rubbia soltanto un politico con il naso papilloso di grappa. Più ancora, in campagna elettorale Locatelli ricordava addirittura le posizioni del Chicco Testa [**] di lotta e non ancora di governo: perché Chicco era antinucearista, ma non basta, era anche contro le centrali a carbone, anche contro le piattaforme di estrazione del petrolio nell’Adriatico, e anche contro le centrali a combustibile misto. Insomma, contro tutto, finché non entrò nel Consiglio di amministrazione dell’Enel, si fece paladino del nucleare e da quel momento cominciò una carriera parallela a quella di Montezemolo: quella di presidente di tutto quel che si può presiedere. Oggi sappiamo che il suo fu un lavoro d’intercettazione del potere. Insomma, se uno è contro, potrebbe assumere questa posizione in vista di una manovra di sua cooptazione nel potere: meglio essere guardinghi, dunque, in particolare nei confronti degli ambiziosi. Del resto, è storia vecchia, come quando, a livelli più bassi di Chicco Testa, che era della Bergamo bene, i borghesucci si scoprirono di sinistra, soltanto perché i borghesi di rango, perlomeno alcuni, erano “de sinistra”, dunque per il borghesuccio dirsi di sinistra era un modo di sfuggire al destino d’«impiegato emorroidale», come scrive Cechov in una sua novella: cioè, per entrare negli ambienti “esclusivi”, per far carriera.
      Combattere una battaglia di cacata carta è stato l’errore non di Locatelli (perché nella sua prospettiva quella battaglia aveva una sua logica), ma di Fassi, che avrebbe dovuto fare una battaglia pentastrale specifica alla realtà della miseranda politica curnense, invece scivolò nel pantano copropapirologico. Tanto che i maligni tra i similprogressisti misero in giro voci di connivenza con Locatelli, a fronte d’incarichi assessorili e di chissà quali altre nequizie: così si faceva di Fassi un fedifrago, quanto meno in potenza, anche se non ancora in atto. Combattere con svolazzo di cacate carte e minaccia di denunce è roba da gatto padano, non sta bene. Come dicono i cugini francesei, Politique d’abord!, cioè la politica viene prima; le cacate carte vengono dopo, potremmo anche prenderle in considerazione, talora, ma non dimentichiamo di disprezzarle e, soprattutto, teniamo al loro posto i copropapirologi, non facciamoci ingannare, e non consentiamo mai loro di allargarsi. A parte il fatto che, nella fattispecie, la battaglia copropapirologica è stata persa, e che stiamo ancora aspettando i ricorsi nelle sedi legali, il cui spettro è stato agitato dal Locatelli in campagna elettorale, io dico che, quand’anche fosse stata vinta, quella battaglia merdacea era una battaglia sbagliata.
      Bisognava fare una battaglia politica, far venire al pettine i nodi della contraddizione tra il dire e il fare serrano e, soprattutto, occorreva mettere sotto accusa una concezione della politica come sistema di potere. Capisco che Locatelli non volesse prendere posizione contro la politichetta; perciò non mi meraviglia che nell’ultima seduta di Consiglio abbia votato a favore di certi provvedimenti serrano-crurali, facendo mettere agli atti contestualmente la richiesta di una maggiore “condivisione” con le minoranze. Che è proprio quello che non deve avvenire: la condivisione preconcetta è la tomba della politica, che invece postula la guerra delle idee. Non che Locatelli debba sempre votare contro i provvedimenti serrano-crurali, non che non vi possa essere, eventualmente, anche condivisione: ma questo deve avvenire alla fine; per dirla tutta, alla fine della guerra. Come diceva Eraclìto (attenzione all’accento) «Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι, πάντων δὲ βασιλεύς, καὶ τοὺς μὲν θεοὺς ἔδειξε τοὺς δὲ ἀνθρώπους, τοὺς μὲν δούλους ἐποίησε τοὺς δὲ ἐλευθέρους», “Polemos, è padre di tutte le cose, di tutte il re ecc.”. E se traduciamo Polemos, che è maschile, come la Guerra, diremo che la Guerra è madre di tutte le cose ecc.
      Perciò, spesso, ho parlato di manovra inculante ai danni di Fassi e Gandolfi. Fassi vi è rimasto invischiato, dal momento che si è affiancato da “tecnico” al “tecnico” Locatelli. Gandolfi ha rischiato di esservi coinvolto ma, da giocatore di scacchi, ha saputo sfilarsi dalla manovra, quando ormai era evidente che si voleva usare il suo prestigio per un’operazione di riciclaggio dell’immagine di Locatelli. Il fatto che ci fossero delle opacità in quella variante del Pgt non giustificava la battaglia a norma di cacata carta. Anche perché, obiettivamente, Curno non è Greve in Chianti, come non mi stanco di ripetere.
      Lei invece, sig. Mino, ha posto correttamente il problema, mettendo in luce la disinvoltura e l’ardire degli aziendalsimilprogressisti.
      Però, come leggiamo in Dante e come a D’Annunzio piaceva ripetere, “cosa fatta, capo ha”. Adesso vediamo come si comporta Locatelli, incalziamolo perché prosegua quella sua battaglia contro la “colata di cemento” che tanto lo scandolezzava, quasi quanto la Maximoschea (a proposito, non scandalizza più?) e ci dimostri che il suo non è un lavoro d’intercettazione del potere decisionale, ma di difesa del bene comune.

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      [*] Dal gr. ὅλος (tutto) + πράσινος (verde).
      [**] Chicco Testa è l’uomo politico/manager (l’Espresso degli anni andati scriveva: si scrive “manager”, si pronuncia “monager”) che il “ggiovane” del Pd Andrea Saccogna-Gamba ha scelto come exemplum imitandum. Ma ha commesso un errore, assumendo fin dall’inizio un profilo istituzionale. Non è detto che il conformismo costituisca la strada più breve per far carriera, se si punta molto in alto; l’esempio di Chicco Testa, falso anticonformista, dimostra bene l’assunto. Non tutti a dire la verità ci cascarono: per esempio, Chicco Testa stava parecchio antipatico a Giancarlo Pajetta, un uomo che per le sue idee aveva passato quasi tutta la gioventù in carcere, al tempo del fascismo: figuriamoci se un fighetta come Chicco poteva andargli a fagiolo. Né Pajetta si fece mai ingannare dalle pose farisaiche di Stefano Rodotà.

  19. Fasciovegani

    Giuseppe Cruciani è autore del libro “I fasciovegani” (qui sotto) e, ovviamente, non è amato dai vegani che stanno alla razionalità scientifica come la Boldrini sta alla linguistica.

  20. Pillole erasmiane: c’è modo e modo di salutare o, meglio, di dire “Salute!”


    Il brano presentato qui sotto si trova a p. 1 di quest’edizione leidense (di Leiden) del 1664. Per leggere in rete il libro, che ovviamente non si trova nel Bibliomostro curnense (pretenziosa biblioteca in provincia di Bergamo), fare clic sull’immagine.

    Premessa – Siamo del parere — da qualche tempo insistiamo su questo punto — che si dovrebbe fare meno mistica targata Erasmus/Orgasmus, e leggere invece, almeno ogni tanto, Erasmo. Serve per l’esercizio dello spirito critico essendo Erasmo, sulla scia di Luciano di Samosata, nemico dell’impostura, della mistica e delle verità proclamate dagli oracoli. Tra l’altro, la lettura di Erasmo in latino (ovviamente) non è in contraddizione con il pompino erasmico, piacevole coronamento di alcuni “eventi” Erasmus, come promette la pubblicità della quale abbiamo dato conto in questo diario: anzi. Si veda Firenze: un altro modo d’intendere Erasmus.
    Dico questo perché trovo disgustosa la mistica dell’Erasmus/Orgasmus, finalizzata a sedare i giovani e comprometterli nell’accettazione conformistica dell’esistente. In realtà, quanto meno, bisognerebbe dire che c’è Erasmus ed Erasmus, c’è studente e studente, c’è laureato e laureato. Non basta dire, come fa il gatto padano tessendo le lodi di MarcoBattaglia, con la pretesa di chiudere l’universo del discorso (come la Serra: basta! punto! non m’interessa!) che quel tale è laureato all’Università cattolica di Milano: [*] non può essere questo il criterio dell'”eccellenza”, per usare una merdosissima espressione adesso in bocca ai villani rifatti, perché in quella stessa Università si è laureato Angelino Alfano.
    Del resto, è comprensibile che si dica entusiasta del bollino di qualità Erasmus chi non dispone di strumenti intellettuali idonei per giudicare della qualità, tanto più se colui è un conformista ansioso di mostrarsi allineato con il nuovo che avanza; capisco che sia costretto a guardare l’etichetta e vedere se c’è il bollino. Però, per favore, non si pretenda di coglionare chi ha scelto di resistere alla prevalenza del cretino, al politicamente corretto, all’ignoranza e alle campagne di pubbliche relazioni, chi non si fa intimidire dalla Boldrini e dalle mode, quali che esse siano.

    Nel nostro disperato tentativo di restituire l’onore a Erasmo abbiamo presentato alcuni suoi testi che, obiettivamente, presentavano qualche difficoltà. Non è giusto, lo so, e ho come scusante il fatto che mi stava a cuore l’argomento. Cioè, se Erasmo aveva trattato l’argomento in uno splendido latino, ma difficile, la colpa non è di questo diario.
    Adesso invece l’argomento mi è indifferente, perciò presento un brano tratto dai Colloquia erasmiani che è semplicissimo. Lo propongo come esercizio di riscaldamento per gli studenti che vogliano sottrarsi all’infamia degli “eventi” Erasmus, cominciando a leggere Erasmo. Il brano è tratto dalla prima pagina dei Colloquia, che Erasmo scrisse per i giovanetti, perché apprendessero l’uso vivo del latino classico (non più quello medievale, dunque) giusta l’esempio degli “autori” (non solo Cicerone, ma anche Plauto e Terenzio, per esempio). I colloqui di Erasmo dovevano essere educativi in senso lato, non solo sotto il profilo dell’apprendimento del latino. Anche se lui non usò quest’espressione, che è di parecchi secoli posteriore, intendeva educare i giovani alla religione della libertà. Perciò affiora nella pagine di quest’opera, pregevole e arguta, la polemica contro l’impostura e contro la vista monastica ecc., in breve, contro il Medioevo.
    L’arguzia di Erasmo affiora non solo nella polemica contro i mammasantissima del sapere paludato, contro la superstizione e il conformismo (oggi diremmo contro il politicamente corretto), ma nella stessa invenzione linguistica, nei giochi di parole a scopo didattico. Ecco dunque il brano di riscaldamento:

    1. Urbanitatis est, salutare obvios, aut eos, qui nos adeunt, aut quos adimus ipsi colloquendi gratia. 2. Item operis aliquid agentes, cenantes, oscitantes, singultientes, sternutantes, tussientes. 3. In ructu crepituve ventris salutare, hominis est plus satis urbani. 4. Sed incivilius etiam, eum salutare, qui reddit urinam, aut alvum exonerat.

    1. È educato dire “Salute!” (salutare) a coloro che incontriamo (obvios): sia quelli che vengono da noi (nos adeunt), sia quelli che noi (ipsi) andiamo a trovare (adimus) perché dobbiamo parlar[ci]. 2. Parimenti [è educato dire “Salute!”] a coloro che facciano qualcosa, che stiano seduti a tavola (cenantes), che sbadigliano, che hanno il singhiozzo, o starnutiscono, o tossiscono. 3. Riguardo al rutto e al rumore del ventre, dire “Salute!” denota un uomo [hominis est] educato più di quanto sia conveniente. 4. Ma ancora (etiam) più maleducato è dire “Salute!” a quello che urina (reddit urinam) o che si libera del peso (exonerat) dello stomaco.

    Osserviamo in questo brano: la presenza di due genitivi di pertinenza (urbanitatis est, hominis est); in ructu e in crepitu vanno intesi come complementi di relazione, meglio che circostanziali-temporali (“allorché rutta o scorregia”); nell’espressione plus satis è evidente l’ironia: un’educazione “più che sufficiente” è evidentemente fuori luogo. Tant’è che se tu dici “Salute!” a uno che scorreggia non è detto che costui sia felice di essere apostrofato.

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    [*] Correggiamo il gatto: MarcoBattaglia è laureato, ma non in filosofia (come Bersani e anche la Bellezza), bensì in Scienze politiche, per dirla in sintesi, come del resto si diceva nel vecchio ordinamento. Adesso, dopo l’infelice introduzione berlingueriana (con il concorso in colpa di Zecchino) dello schema 3 + 2, si seguono dapprima tre anni del corso di laurea “breve” in Scienze politiche, quindi si può scegliere, per conseguire la laurea cosiddetta “magistrale”, un corso di due anni, che nel caso di specie è stato il corso di laurea in Politiche europee e internazionali. Ed è per questo che MarcoBattaglia vuole che Curno sia un paese più europeo, come ha promesso in campagna elettorale, con ampio e disteso sventolamento di vessillo europeo.
    Dato che ci sono, smentisco il gatto padano che mente sapendo di mentire. Nego decisamente di ambire al ruolo di portavoce della giunta crurale (men che meno lo fui nell’amministrazione gandulfiana, come ho scritto più volte: mi limitavo a inorridire quando vedevo certi parti della zarina che, se non sbaglio, credeva di essere una “comunicatrice” e provocò una mezza sollevazione del personale del Municipio, dopo una sua comunicazione), o di Maini (che fece un pieghevole in proprio, disastroso), per non parlare del Pedretti che rivendicava a se stesso un esprit de finesse politico, come infatti abbiamo visto. Aggiungo che, in generale, disprezzo le pubbliche relazioni. E il fatto che inorridisca oggi davanti ai punti esclamativi della comunicazione di Vivere Curno, che si attribuiscono a MarcoBattaglia o forse anche ad Andrea Saccogna-Gamba, non significa che vorrei essere io a curare quella comunicazione, per migliorarla. Perché dovrei? A me sta bene così. Più ancora di me, però, dovrebbe inorridire la dott.ssa Rota, che è professore aggregato di Letteratura spagnola all’Università di Bergamo e fa parte della Giunta crurale. Non si rende conto dell’immagine negativa che le si abbatte, a suo disdoro, da quei punti esclamativi, dalla banalità dell’entusiasmo forzoso? Ricordano Alberto Sordi nei “Compagnucci della parrocchietta”.

  21. Repressione in Catalogna
    MarcoBattaglia, sventolatore di vessillo europeo, parli, ci dica qualcosa. Non sia “sobrio”, ché la sobrietà ci fa schifo

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    Qui sopra, l’immagine con cui MarcoBattaglia si è presentato ai cittadini curnensi nel corso della campagna elettorale (2017). Facendo clic sull’immagine, è possibile leggere il nostro commento alla sua discesa in campo, all’insegna della nefasta “determinazione”. Qui sotto, immagini della repressione messa in atto dalla Guardia Civil nei vari collegi elettorali che si apprestavano a celebrare il referendum per l’indipendenza indetto dal Governo di Carles Puigdemont. Il referendum è stato dichiarato illegale dal Tribunal Constitucional, corrispondente alla nostra Corte costituzionale.

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    MarcoBattaglia ci ha fatto una testa così dicendo che voleva una Curno europea, ha insistito — inutilmente contrastato da Nusquamia che, com’è noto, non conta un cazzo — a tessere la trama della mistica Erasmus organizzando “eventi” e promettendone altri ancora, a bizzeffe, travolgenti. Ebbene, adesso dica qualcosa di “europeo” riguardo alla repressione in Catalogna.
    Non basta dire “Siamo contro la repressione”: troppo generico. No, l’Europa deve dire la sua, deve prendere posizione. E, visto che MarcoBattaglia ha tanto insistito con l’Europa, cominci a prendere posizione, ci spieghi, lui che è laureato in Politiche europee e internazionali. Soprattutto ci dica quel che intende affermare nell’ambito dell’Aegée, che ci è stata presentata come una cosa degna e giusta, una promessa di progresso e fonte di salvezza. Ricordiamo che l’Aegée (Association des Etats Généraux des Etudiants de l’Europe) è la lobby degli studenti che “fanno” o che han “fatto” l’Erasmus e che MArcoBattaglia è responsabile degli “eventi” dell’Aegée bergamasca.
    Che cosa aspetta a convocare gli studenti erasmiani di Bergamo? A quando una discussione, non per condividere (merda!), ma per ragionare? E se l’Europa tace e ostenta sobrietà, se intende insistere nella strategia del “sopire e troncare, troncare e sopire”, a parte le giaculatorie contro la violenza della repressione, che non costano niente, anzi fanno fare bella figura, vogliamo dirlo, o non vogliamo dirlo, che quest’Europa della quale MarcoBattaglia sventola il vessillo, è una grandissima schifezza? E se le cose stanno così, che cosa aspettano gli studenti dell’Erasmus/Orgasmus a spernacchiare il vessillo europeo?
    Ci rendiamo conto di quello che può succedere dopo, sia che la Catalogna ottenga l’indipendenza, sia che le venga negata? Beh, non ci sarà la “macelleria messicana” di piazzale Loreto, voglio sperare, ma è probabile che si saranno regolamenti di conti. Perché non ci siano dobbiamo metterli in conto, invece di dire che è politicamente scorretto soltanto pensarci. Adesso, e non dopo, occorre pensare a un modo di estinzione dei rancori, che dopo questa repressione saranno terribili. All’Europa non gliene frega niente? A MarcoBattaglia neppure? O forse che la Catalogna non fa parte dell’Europa? Dunque, MarcoBattaglia parli, e parli subito. Oppure vada in esilio. Per il momento leggo nella sua pagina prosopobiblica, che è stato testimonial della lobby “Molte fedi sotto uno stesso cielo” (e te pareva: vedi anche in questa pagina il filmato della dott.ssa Serra che fa gli auguri alla lobby); ma sulla Catalogna, niente. Beh, vorrà dire che MarcoBattaglia sta studiando il discorso che ci farà (purché non sia evasivo!).
    Attenzione: la nostra richiesta di non-sobrietà è rivolta a MarcoBattaglia, non alla Giunta serrano-crurale, o al Consiglio comunale, tutto, del paese bello da vivere. Infatti, manteniamo la nostra posizione di sempre: siamo del parere che il Municipio non debba fare politica estera, deve occuparsi della buona amministrazione, come abbiamo detto chissà quante volte. La dott.ssa Serra non è Giorgio La Pira: nemmeno la sua assistente, la dott.ssa Gamba. Se però i singoli componenti del Consiglio vorranno esprimere il loro parere informale, sta benissimo, ma non lo facciano in Consiglio, perché è ridicolo che Curno voglia far sapere alla Merkel il parere dei suoi politici indigeni. Indicano semmai un’assemblea cittadina, finalmente un’assemblea seria, e non una di quelle assemblee che non si sono più tenute da che Nusquamia ha mostrato con impegno indefettibile che è un sopruso chiamare “cittadine” assemblee che sono soltanto cammellate.
    Abbiamo condannato nel passato l’attivismo serrano in appoggio a prese di posizione femministe, e di generico impegno in termini di mistica della “società civile”, per non parlare della visita trionfale di Vera Baboun a Curno, in difesa degl’interessi palestinesi in Terrasanta (gli alberghi di Betlemme sono vuoti, per colpa di quei cattivoni d’Israeliani! anatema!). Dunque, calma e gesso, in Consiglio comunale: e se Cavagna il Giovane, alla ricerca di benemerenze e anche di un po’ di visibilità, chiede un pronunciamento del Comune,gli si dica che a livello personale ecc. (vedi sopra) ma il Comune non fa politica estera. Ma MarcoBattaglia no, lui deve prendere posizione, visto che si è detto europeista sfegatato e traghettatore di Curno verso un radioso futuro europeo.

    Qui sotto: lingua catalana ad Alghero.

    • MarcoBattaglia è testimonial «per caso» della lobby cattoprogressista “Molte fedi sotto uno stesso cielo”

      Scrive MarcoBattaglia, piacevolmente stupito, cotto il titolo (in linguaggio coglione: headline) “Testimonial per caso 😊” (la faccetta è di MarcoBattaglia):

      Stamattina mi è stato segnalato che sono il testimonial della rassegna di conferenze Molte fedi sotto lo stesso cielo… Avrebbero potuto mettere la foto di Emma Bonino o Papa Francesco e invece no. Hanno scelto me! Nella foto stavo domandano a Lucio Caracciolo e Francesco Mazzucotelli come avverrà l’integrazione del mondo islamico in Europa.
      #nonsapevodiesseretestimonial #perdavvero

      Ricordo che la nota lobby cattoprogressista, emanazione delel Acli di Bergamo, è quella stessa che organizzò una campagna di micidiali pubbliche relazioni per la sindachessa betlemita Vera Baboun, portavoce di Al-Fatah negli ambienti cattolici d’Occidente, accolta a Curno dalla sindachessa dott.ssa Perlita Serra come una santa; è ancora la lobby alla quale la dott.ssa Serra ha fatto gli auguri in occasione del genetliaco (vedi qui sopra Sorrisetti ) per cui a suo tempo recitò i Salmi della Bibbia in piazza Dante insieme ai meglio Vip della Bergamo-bene; ed è infine la lobby che appoggerà l’elezione della dott.ssa Serra nel Consiglio regionale lombardo, qualora lei si decida a fare il grande passo, quello di candidarsi alle elezioni regionali, nella squadra di Gori (niente più nonna, dunque).

      Insomma, “Molte fedi sotto uno stesso cielo” è chiaramente per Curno un “attore del territorio”, e nemmeno uno dei più insignificanti. Bisognerà tenerne conto.

  22. L’europeista MarcoBattagliapotrebbe darci qualche ragguaglio?
    La questione è complessa: Curno, paese bello da vivere e a forte vocazione europea, vuol capire

    .
    Intanto leggiamo sulla Repubblica di oggi 3 ott., 2017:

    Le istituzioni europee non mediano, continuano ad appoggiare il governo di Mariano Rajoy, ma chiedono a Madrid di non ricorrere più all’uso della violenza, auspicando una soluzione politica alla crisi catalana [prevedibile, scontato, burocratico: N.d.Ar.]. Da Bruxelles è arrivata ieri la richiesta riservata a tutte le cancellerie dell’Unione di astenersi dal commentare gli eventi di Barcellona [quasi una mordacchia: N.d.Ar.].

    Volendo leggere qualcosa di interessante, in attesa dei chiarimenti da parte di MarcoBattaglia, in attesa che l’Aegée di Bergamo (vedi) si faccia promotore di un dibattito di alto livello, tanto più che MarcoBattaglia, oltre che membro del Movimento Federalista Europeo è «responsabile degli Eventi Culturali presso Aegée-Bergamo», varrà la pena leggere a p. 11 della Repubblica oggi in edicola l’articolo di Conc(h)ita De Gregorio Il patto segreto, dove si fa parola di un’intesa tra indipendentisti catalani e il movimento Podemos per portare il Psoe (il partito socialista spagnolo) a far cadere Rajoy.
    MAcoBattaglia che cosa ne pensa? Insomma, farà anche comdo dichiararsi europeisti in campagna elettorale: ma proprio per questo si hanno precise responsabilità. MarcoBattaglia non può esimersi dai suoi doveri di europeista militante. Dunque, ci spieghi.

  23. L’Europa dei professionisti dell’europeismo è una schifezza

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    Afferma Massimo Cacciari: «Questa è una grande occasione persa dall’Unione Europea, quella di proporsi come l’Europa dei Popoli, […] capace di ergersi a mediatore e garante delle esigenze di tutte le anime che la compongono. Invece, hanno dimostrato totale ignoranza riguardo al dossier spagnolo, lasciando, con il loro colpevole silenzio, che una semplice consultazione si trasformasse in uno scontro così violento».
    Cacciari — chiosa l’articolista — «non accetta di ridurre la questione del voto catalano a un’analisi tecnica. In gioco c’è la legittimazione dell’Ue agli occhi degli Stati membri. Una questione più politica che tecnica». Insomma, smettiamola di banalizzare problemi seri e complessi in termini di cacata carta, con il seguito miserabile di cazzeggo giuridico, tanto più miserabile quando esso è agitato da parvenu della cultura e personaggi amorali, rotti a ogni ciurmeria (cioè, impostura). Tali sono, quasi sempre, i professionisti dell’europeismo, quelli che per conformismo e perché ingranati nel sistema eurotecnoburocratico, o perché sperano di entrarvi, parlano dell’Europa come di un corpo mistico. E magari citano a vanvera Erasmo, che negli scritti e nelle opere ci diede un luminoso esempio di anticonformismo. Tutto il contrario dello sciatto conformismo degli “europeisti” di mestiere, o aspiranti a divenire tali.
    Sostiene Cacciari che «quella dell’indipendenza catalana, nel 2017, è una battaglia senza senso, ma il governo di Madrid l’ha fatta diventare una lotta per la democrazia». Ecco un un tema degno di essere discusso seriamente. Avrebbe anche ragione Cacciari, quando afferma che quella indipendentista è oggi una battaglia senza senso, se la questione catalana fosse meramente identitaria, e se l’Europa — voglio dire l’Europa ufficiale — non fosse quella schifezza che è. Ma è proprio così? Che i politici europei non siano pari alla bisogna è evidente, è lo stesso Cacciari ad affermarlo: in occasione delle elezioni politiche in diversi Stati europei, «molti rappresentanti della classe politica europea, tra cui lo stesso Juncker, si sono esposti contro l’avanzata del “pericolo” populista». In questi casi hanno dimostrato di avere «ben chiaro il proprio nemico» e lo hanno attaccato. Invece «in casi come quello catalano non sono capaci di distinguere chi sia il loro nemico, ossia il caos politico che si può generare, e quindi rimangono zitti. Così facendo, offrono un assist proprio ai partiti populisti che cercano di combattere». Dunque, se l’Europa è una schifezza e la Catalogna è uno dei quattro motori economici dell’Europa, è nell’ordine delle cose che i catalani possano pensare a un proprio futuro autonomo, la tentazione è grande, ed è anche fondata.
    Qui non si può non pensare alla questione settentrionale in Italia. Per venire al nocciolo del problema, la Lombardia è una realtà economicamente rilevante; lo sarebbe anche culturalmente, se appena si avesse il modo di spargere la semente dell’illuminismo lombardo (volendo ce ne sarebbe ancora, conservata in certi otri, nascosti nei sotterranei di certe ville brianzole, che comunque non è Villa san Martino), se potesse venire alla luce ed avere le cure che merita. E se i signori della cosiddetta società civile, così a modino e politicamente corretta, ma anche così stronza, storcono il naso, se i cattoprogressisti remano contro e mobilitano le loro lobby, si abbia il coraggio di dire “ecchisenefrega”, e si combatta.
    Ma ecco la differenza con la Catalogna, che ha una classe politica preparata e una classe dirigente di tecnici, imprenditori e burocrati seri (non parassitari) che potrebbe lavorare a un progetto indipendentista e mettersi al servizio del buon funzionamento del sistema.
    Invece in Lombardia i burocrati seri sono l’eccezione, in compenso abbiamo una pletora di avvocati e di professionisti della politica, che per dolo o per colpa incepperebbe gli ingranaggi di un sistema “autonomo”; i bravi tecnici e gl’imprenditori non mancherebbero, ma non si sognano nemmeno di collaborare a un sistema che rivendicasse l’autonomia sotto la guida di un Bobomaroni o di un Salvini.
    A differenza della Catalogna, dove il coronamento del sogno di indipendenza sarà anche difficile, ma è comunque pensabile, perché le premesse sono buone, in Lombardia oggi come oggi non è nemmeno pensabile, perché le premesse, a parte i tecnici e gl’imprenditori, sono tutt’altro che buone. Poiché i tecnici e gl’imprenditori disprezzano i leghisti, che raccolgono consenso presso i minus habentes, l’indipendenza della Lombardia potrebbe tornare ad essere pensabile (dopo il tramonto di Miglio, con il quale tecnici e imprenditori avrebbero collaborato, se Bossi non avesse accoppato Miglio), ma bisognerà prima azzerare Bobomaroni, Salvini e tutta la Lega, sia quella mongoidentitaria e residuale di Bossi, sia quella sovranista di Salvini. Ripartire da zero, dunque, su base razionale e illuminista.
    Ecco, se l’Europa non fosse quella schifezza che è, saprebbe valorizzare la Lombardia, che ha le sue perle (mi guardo bene dal parlare di “eccellenze”: non uso le paroline care agli scalcagnati lettori di Wired) delle quali purtroppo oggi fanno sfoggio i porci della tecnoburocrazia: ed è un’infamia. In ogni caso, guai se di queste perle si impossessasse Salvini: tanto vale, allora, tenersi la sciura Valeria come ministro dell’Istruzione (anche se però qualcosa andrebbe fatto per neutralizzarla).

    MarcoBattaglia che dice? Boh, niente: lui è “sobrio”, cioè sobriamente conformista, e organizza “eventi” per l’Aegée.

  24. Vivere Curno: esercizio di stile (mah…)
    Un’esercitazione con tanti punti esclamativi e con faccina emoticon


    La squadra dei candidati di Vivere Curno (elezioni del maggio 2017). La squadra concorrente, guidata da Locatelli, perse la competizione per un soffio, grazie anche alla discesa in campo della fasciofemminista (di tendenza sovranista, identitaria in senso classico), che godeva dell’appoggio esterno del Pedretti. Inoltre, nonostante le trappole astutamente messe in opera per confondere l’elettorato, ma demistificate da Nusquamia, fu di fatto impossibile per il Locatelli appropriarsi di quote di prestigio gandulfiano.

    Vivere Curno ha un sito che impudicamente s’intitola Vivere Curno – Per un paese in cui sia bello vivere (vedi) e un profilo Facebook: Vivere Curno_Home (vedi). Inoltre esiste il profilo Facebook del Circolo Pd di Curno (vedi) che è scritto nello stesso stile (boh! se di stile si può parlare) di Vivere Curno.
    Il sito di Vivere Curno è stato aperto in occasione della campagna elettorale: da quel tempo dorme. Forse il caso è analogo a quello del sito degli “idealisti” di Locatelli, allora alleato del Pedretti, il famoso Laboratorio delle idee, affidato all’ineffabile e ombroso Quantile (poi scomparso: che fine ha fatto?). Il Laboratorio prometteva mari e monti, pareva dovesse promuovere una rivoluzione politico-culturale, anche se di cultura se ne vedeva poca, prometteva ampia agibilità politica ai ggiovani (come adesso Cavagna il Giovane, che doveva porsi a capo di una falange di “under 25”: che fine ha fatto?), invece dopo la trombata elettorale tacque, per sempre.
    Vivere Curno invece non è stato trombato, dunque perché il sito tace? Vero è che c’è la pagina Facebook, ma è evidente che un certo respiro culturale, come tutti ci aspettiamo, è possibile soltanto nel sito, che invece langue.
    Dà l’idea di essere più vivace la pagina Facebook del circolo Pd, che abbonda di fotografie del MarcoBattaglia, sotto vari pretesti. Considerata l’uniformità di stile della pagina Facebook di Vivere Curno (una certa aggressività, punti esclamativi e faccine emoticon) non è azzardata l’ipotesi che entrambe le pagine Facebook siano curate da MarcoBattaglia; l’indirizzo di posta elettronica fornito come riferimento del Circolo Pd è proprio quello di MarcoBattaglia. Invece, se abbiamo buona memoria, al sito di Vivere Curno contribuì in maniera determinante l’Andrea Saccogna-Gamba.
    Ci siamo già soffermati sullo “stile” (boh!) di Vivere Curno e del Pd: si vedano gli articoli I “ggiovani” del Pd e La comunicazione sgradevole di “Vivere Curno”. Abbiamo definito quello stile «a metà strada tra lo starnazzamento da parrocchietta di Don Tonino Bello e le urla di Vanna Marchi» e abbiamo invitato la dott.ssa Ivana Rota a intervenire, per evitare un danno d’immagine sul suo profilo professionale.
    Non insistiamo nell’analisi, dunque, niente più teoria: passiamo alla pratica. Ebbene, abbiamo notato che sia Vivere Curno sia il Circolo Pd si sono dimenticati di salutare l’arrivo nel paese bello da vivere del nuovo parroco, don Angelo Belotti. Ecco allora che cosa abbiamo pensato di fare: prendendo a esempio una qualsiasi delle comunicazioni di Vivere Curno (una qualsiasi va bene, tanto sono tutte scritte sulla medesima falsariga), abbiamo scritto noi, per conto di Vivere Curno, il saluto di benvenuto.
    Intanto vediamo l’exemplum imitandum:

    La giunta Serra è sempre impegnata per regalarci un paese che sia davvero bello da vivere! Eccovi gli ultimi aggiornamenti sui lavori in corso a Curno: tutela dell’ambiente, sicurezza, nuove strutte scolastiche, piste ciclabili e un’intensa riqualificazione del territorio 😊 avanti così!

    Ed ecco l’esercitazione, su questa falsariga:

    La giunta Serra si è sempre impegnata perché i rapporti con la Parrocchia di Curno fossero ottimi! Continuiamo così! Inoltre Curno vanta un’eccellenza, la dott.ssa Serra, che è membro ragguardevole di un’eccellenza di Bergamo, il gruppo costituito in seno alle Acli bergamasche, “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, all’insegna della “Convivialità delle differenze”! Avanti così! Un’altra eccellenza di Curno è la Nuova Biblioteca! Ebbene, Vivere Curno s’impegna fin d’ora a promuovere, in sede opportuna, cioè in Consiglio comunale, una sinergia di queste tre eccellenze, offrendo la Nuova Biblioteca come sede permanente del gruppo delle Acli, sotto la direzione della dott.ssa Serra! Questo sarà il nostro benvenuto a don Angelo Belotti! Viva don Angelo! Viva la dott.ssa Serra! 😊 Avanti così!

    • Nostro messaggio alternativo a don Angelo


      Una scena del film ‘Dio ha bisogno degli uomini’, di Delannoy.

      Qui sopra si legge il messaggio di benvenuto, conformistico e con captatio benevolentiae, quale potrebbe essere formulato all’indirizzo di don Angelo dai nostri farisaici aziendalsimilprogressisti. Quanto al “dono” della Nuova biblioteca, che noi chiamiamo “Bibliomostro”, in relazione alll’intendimento provinciale e sbruffonesco che presiedette alla sua costruzione, varrà la pena ricordare quel monito, «timeo Danaos et dona ferentes».
      Per parte nostra, in qualità di «tenutari della latrina di Nusquamia» (così ci apostrofa un curnense, del quale sono noti il malanimo, l’ambizione, la cultura raccogliticcia proiettata nel “nuovo che avanza”, l’invidia, la nessuna affidabilità) ben altro discorso avremmo da fare.
      Sarebbe però sbagliato snocciolarlo tutto per filo e per segno, di primo acchito. Mi limiterò dunque a dare una scaletta dell’esordio di tale discorso, il cui fine è contenuto nella definizione che leggiamo nella Rhetorica ad Herennium: «Exordium est principium orationis, per quod animus auditoris constituitur ad audiendum». Insomma ci limitiamo a dire le poche cose per cui don Angelo potrebbe ritenere che valga la pena dare ascolto a quel diremo, in seguito, se sarà il caso.
      Ebbene, l’esordio potrebbe essere una riflessione sullo spezzone del film ‘Dio ha bisogno degli uomini’, che presentiamo qui sopra.
      Siamo in un’isola dell’Atlantico, di fronte alla costa bretone. Il mare è spesso agitato, i naufragi sono frequenti. Gli abitanti dell’isola sono cattivi, invece di prestare soccorso ai naufraghi depredano le loro navi e lasciano che gli uomini siano inghiottiti dal mare. Tuttavia gli isolani, pur non rispettando la legge morale che pure dovrebbe albergare in ogni uomo civile, per non parlare della legge divina, quella cristiana, sono rispettosi dei riti della Chiesa: anzi, li pretendono. Il loro parroco, non senza fondamento, li considera peccatori, selvaggi, pagani. Perciò lascia l’isola: ai riti e, più che ai riti, alle funzioni essenziali, penserà il sagrestano.
      Il sagrestano è un sempliciotto, è uno dei loro, anzi pensa di far del bene, addirittura celebrando la messa. Ma ecco che dalla terraferma vine un nuovo parroco, scortato dai gendarmi, perché si sa quanto sia cattiva questa gente. Apparentemente il sagrestano torna nei ranghi, finché un isolano muore suicida. Il prete si rifiuta di dargli sepoltura in terra consacrata, come usava anche da noi, fino a non molto tempo fa; interviene allora il sacrestano che ancora una volta assume il ruolo del prete e organizza le esequie del suicida, il cui corpo sarà accolto dalle acque di quel mare turbinoso. È quello che vediamo nello spezzone qui sopra.

      Ecco, don Angelo dovrebbe sapere che anche i cittadini di Curno sono normalmente cattivi (come tutti, si dirà: beh, qui un po’ di più, perché il paese è brutto e l’animo dei curnensi non è ingentilito da veruna bellezza). Eppure bisogna fare uno sforzo per capirli, questi curnensi, perché in ogni uomo, come ci siamo sforzati di dire in queste pagine, con nostre umili parole, convivono la bestia e il divino. Chi non è una bestia ha il dovere di fare affiorare il divino nell’uomo che si è imbestialito, aiutarlo a “indiarsi”.
      Insomma don Angelo dovrà stare bene attento a non commettere l’errore della dott.ssa Serra, alla quale importava solo di apparire molto civile lei stessa, la più civile e la più cattoprogressista di tutti; ma si rifiutava di prendere di petto la bestialità dei suoi cittadini. E così sortiva l’effetto di renderli ancora più cattivi. Se non fosse stato per il concorso di alcune circostanze poco più che fortuite, il paese “bello da vivere”, cioè Curno, poco mancava che finisse nelle mani dei fascioleghisti, grazie alla “sobrietà” della dott.ssa Serra che amava a apparire, e non voleva sporcarsi le mani.

      Haec habebam quae tibi dicerem, pater colendissime. Siquid amplius disputandum videtur, hic sumus ac manebimus optime, dum in insula nostra versamur, quam Nusquamiam nuncupant, cloacalem autem putat vir ille maleficus, cuius mentionem inieceram, miserandus tamen plus quam obiurgandus, iracundior cum sit et paene mente captus.

  25. Meminisse juvat
    Com’è andata a finire?


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Per chi non abbia voglia di leggere tutto l’articolo, ecco il sommario:

    Scambio di accuse, Locatelli (Lega) sporge querela e cita Sara Carrara, candidata di Curno Cambia. Lei replica: «Non mi abbasso a queste cose, pronta a querelare chi accusa». E Luisa Gamba, di Vivere Curno: «Contro di noi menzogne»-

    È singolare che nel sommario Locatelli venga dato in quota alla Lega, o non è singolare? Il giornalista è stato ingannato dalla foto?
    È anche singolare l’affermazione di Locatelli: «Non mi aspettavo colpi così bassi, probabilmente da una delle minoranze; il mio programma prevede zero consumo del territorio». Noi in realtà ci meravigliamo della meraviglia di Locatelli. Forse che non siamo a Curno? Non ha mai sentito parlare di colpi bassi sferrati a Gandolfi, di vario tipo, a vari livelli?
    La Carrara per parte sua dichiara: «Non mi abbasso a queste cose. Chiederò alla mia lista se è stato qualcuno di noi, altrimenti inizierò a querelare chi ci accusa». Avendo appurato che il volantino anonimo non è stato opera di un componente della lista “Curno cambia”, la Carrara che cos’ha fatto, poi? È stata di parola?

  26. Lord Chesterfield non ha sempre ragione
    Se però lei è femminista o anche solo politicamente corretta…

    Questo è quanto lord Chesterfield avrebbe scritto, a proposito della copula, in una lettera indirizzata al figlio. Ma non so se sia vero: l’attribuzione tuttavia è verisimile, si dice. Un po’ come quella battuta di Berlusconi sull’inettitudine al piacere (quanto meno, a darlo) di un certo capo di Stato di sesso femminile e di ampio deretano. Berlusconi non disse quelle parole che gli sono state attribuite, tuttavia l’attribuzione è verisimile, al punto che si diede per scontato che fosse vera.

    Lord Chesterfield comunque era in vena di battute. Vediamo come invece Lucrezio abbia affrontato il tema dell’illusione d’amore, nel libro IV del suo poema (De rerum natura), vv. 1101-1111:

    Sic in amore Venus simulacris ludit amantis,
    nec satiare queunt spectando corpora coram
    nec manibus quicquam teneris abradere membris
    possunt errantes incerti corpore toto.
    denique cum membris conlatis flore fruuntur
    aetatis, iam cum praesagit gaudia corpus
    atque in eost Venus ut muliebria conserat arva,
    adfigunt avide corpus iunguntque salivas
    oris et inspirant pressantes dentibus ora,
    ne quiquam, quoniam nihil inde abradere possunt
    nec penetrare et abire in corpus corpore toto.

    Cioè:

    Così in amore Venere con simulacri illude gli amanti,
    né possono saziare i propri corpi contemplando corpi pur vicini,
    né sono in grado di strappar via qualcosa dalle tenere membra
    con le mani errando incerti su per tutto il corpo.
    E quando, alfine, congiunte le membra, si godono il fiore
    di giovinezza, quando il corpo già presagisce il piacere,
    e Venere è sul punto di effondere il seme nel femmineo campo,
    s’avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive
    bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra;
    ma invano; perché non possono strapparne nulla,
    né penetrare e perdersi nell’altro corpo con tutto il corpo.

    Qui c’è il dramma dell’impossibilità dell’agognata compenetrazione dei corpi, che porta il poeta alla conclusione che l’amore che noi diciamo romantico è una fregatura. Il segreto sta nel coglierne le gioie e schivare gli affanni: «Non è privo del frutto dell’amore (nec Veneris fructu caret) chi evita il sentimento d’amore (qui vitat amorem) / ma piuttosto (sed potius) coglie (sumit) ciò che vien utile (quae sunt commoda) senza fatica (sine poena)». Questo è quanto afferma Lucrezio ai vv. 1073-74:

    Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem,
    sed potius quae sunt sine poena commoda sumit.

    Martha Nussbaum ha voluto dare un’interpretazione femminista di questi versi, introducendo il concetto della pretesa di dominio sulla donna, da parte del maschio (fallocrazia): al solito, rovinando tutto. Ma non vale la pena parlarne.

  27. Feltri-Crozza: Maria Elena Boschi gli fa sangue
    Inoltre: le Scienze della Comunicazione non servono a un piffero, invece la Boldrini può servire a fini di bromurazione


    Per sentire Feltri-Crozza fare clic sull’immagine.

    C’è una battuta meravigliosa: «Io darei la cittadinanza a tutti, basta non facciano Scienze della comunicazione». Quindi il Feltri-Crozza confessa di avere in casa per nipoti due coglioni che studiano Scienze della comunicazione. Beh, si consoli al pensiero che presto “faranno” l’Erasmus. Dicono che serva: chissà che transitando da un evento all’altro non diventino più svegli.

  28. Alla manifestazione di Wired, detta “Fest”
    Tutti fermi e tutti zitti: la Boldrina ci spiega la rete

    In occasione si uno degli «eventi» snocciolati da Wired, la rivista che dà la parola ai protagonisti del marketing del nuovo che avanza, e che è la fonte principale alla quale si abbeverano le mezze calzette in vena di sbruffonate tecnologiche, la nostra Boldrina fa il punto della situazione. Intanto la rete «è nella nostra vita, è il pane quotidiano», dice: proprio perciò lei, in quanto presidente della Camera, dice, si è sentita in dovere d’istituire una commissione parlamentare su Internet. E se qualcuno osa soltanto pensare che la sua commissione parlamentare non serva a niente, in quanto “copropapiropoietica”, come del resto la maggior parte delle commissioni parlamentari, peste lo colga!
    Ricordo che chi si abbevera a Wired solitamente non capisce una mazza di problemi scientifici, ma vuol essere al corrente delle ultime novità del bazar tecnologico (le cazzatine tecnologiche sono oggi l'equivalente de frammenti di vetro colorato che i marinai di Colombo spacciavano ai nativi d'America), senza tuttavia trascurare le ultime costose strutture tecnologiche da rifilare agli Enti pubblici. Inoltre il lettore di Wired troverà nella rivista i più recenti acronimi, le ultime paroline e locuzioni alla moda, ormai tutte inglesi, pur essendo perfettamente traducibili nella lingua «del bel paese là dove 'l sì suona». D’altra parte i trombettieri del nuovo che avanza non sono in grado di rendere in italiano queste paroline, perché per tradurre bisogna prima capire, dunque meglio (per loro) lasciare tutto in inglese. Anzi, l'impostura, se è in inglese, riesce meglio. Wired — anche questo va detto — non inganna i suoi lettori, che sono ometti di cultura abborracciata, che nelle sue pagine ottengono esattamente quello che vogliono, ansiosi come sono di fare gli sbruffoni con gli amici, eventualmente anche in certi contesti politici e istituzionali, dove fa comodo confondere e spacciare il business tecnologico per scienza: cara signora, ma oggi c’è la banda larga! Eventualmente, dopo aver fatto tremare le mutande dell’interlocutore, si può anche combinare qualche buon affare.
    Del metodo scientifico, se ne fregano, tutti, coglionatori e coglionati; lo spirito critico, se non è una parolaccia o un’ubbìa sessantottina, è un’arma brandita da qualche rompicoglioni, al quale andrebbe immediatamente tolta la parola; se poi il rompicoglioni insiste, gli s’imponga la mordacchia! E il dubbio sistematico? Sarebbe il fondamento stesso del progresso scientifico (altro che l’appecoramento), tanto più necessario in quanto coloro che ci propongono le meraviglie del nuovo che avanza lo fanno a fini di lucro. Sì, ma volete mettere la fatica del dubbio con la voluttà dell’appecoramento alla verità oracolare?
    Attenzione, qui non si tratta di essere “misoneisti”, come diceva Mussolini, ma di non farsi corbellare. Quando Quintino Sella volle che nelle scuole tecniche si apprendesse l’uso del regolo calcolatore, che era allora una novità, sapeva quel che diceva e lui stesso scrisse un manuale per l’uso del regolo calcolatore. Ma Quintino Sella era uno scienziato, mica un venditore di regoli calcolatori, di lui ci si poteva fidare.

    Comunque, chiamali fessi, quelli di Wired. Hanno chiamato la Boldrini, che è una potenza della banalità politicamente corretta: mica t’ho detto cotica! (così si dice a Roma). Oggi come ministro della Pubblica istruzione abbiamo la sciura Valeria, una sindacalista. Ha detto che vuole generalizzare l’Erasmus, anche alla scuola secondaria, che dobbiamo incrementare il numero dei laureati, dei docenti ecc. Per fane poi che cosa? Che importa? È importante invece rispettare lo schema di ragionamento sindacale. E lei non è mica Quintino Sella. Merda!

  29. Mentre la Boldrina straparla, l’incapacità della sciura Valeria produce aberrazioni tangibili

    Ecco che cosa succede ad affidare il Ministero della Pubblica istruzione a una sindacalista. Lei fa glu-glu come i tacchini, dice che sta per spiccare il “tagliando” della legge 107, è orgogliosa di tosare un anno al ciclo di studi liceale, vuole importare l’Erasmus nel ciclo della scuola secondaria, si preoccupa d’incrementare il numero dei laureati (le interessa il numero, la qualità un po’ meno), compra il consenso dei docenti promettendo aumenti di stipendio, e dice così senza nemmeno sentire i colleghi di governo. Delle storture della scuola, quelle note e quelle prevedibili, e proprio per questo evitabili, non s’interessa. Le interessa il nuovo che avanza. Anche a lei.
    Del resto, la scuola da tempo è oggetto di aggressioni di ogni tipo, ma con la “buona scuola” della sciura Valeria si sono ragggiunti livelli che dovrebbero indurre studenti e professori (quelli seri) a ribellarsi: finalmente e seriamente e, direi, una volta per tutte. Bisognerebbe mettere in chiaro che la scuola è per studiare, non può essere la camera di compensazione di pulsioni sciacquettistiche, laboratorio di sperimentazioni velleitarie di apprendisti stregoni, puttana costretta a dare soddisfazione alle voglie mutevoli di una società allo sbando. Insomma bisogna tornare alla serietà degli studi.
    Oggi non c’è lobby che non faccia pressioni perché ore d’insegnamento delle materie utili e necessarie siano sequestrate e devolute a favore d’iniziative e pistolotti vari di utilità discutibile e di nessuna necessità: chi vuole l’educazione stradale, chi l’educazione alla legalità, le femministe e gli Lgbt pretendono educazione alla cultura del gender e che gli studenti, opportunamente indottrinati e sollecitati, stabiliscano se eventualmente non vogliano essere né maschi né femmine, altri ancora vorrebbe l’educazione al senso civico e in particolare al pagamento delle tasse (questa è l’ultima, l’ho sentita ieri). Eccetera. Cioè si profitta del fatto che i ragazzi sono costretti a stare dentro un’aula scolastica per fargli il lavaggio del cervello, sottraendo ore preziose all’insegnamento della storia e della geografia, dell’italiano, del latino, della matematica ecc.
    Buon ultima è arrivata la “buona scuola” della sciura Valeria, che prevede l’alternanza scuola-lavoro. Non sarebbe una cosa sbagliata, in un paese serio, se pensata bene, soprattutto per gl’istituti tecnici. Invece hanno pensato bene di coinvolgere anche il liceo, ed è chiaro che ci provano gusto a demolire il liceo, in particolare quello vero (il liceo classico e quello scientifico “in purezza”, senza aggettivi, cioè quello della riforma Gentile). E hanno fatto disastri. E nemmeno negl’istituti tecnici le cose vanno per il verso giusto. Purtroppo non desta meraviglia che il “nuovo che avanza” si sia trasformato in un sistema di sfruttamento del lavoro minorile. Lo scandalo è di questi giorni, ma era prevedibile, date le premesse.
    Ma a che servono tante parole? Basti un esempio. Leonardo, al quarto anno del liceo scientifico Cafiero di Barletta (Cafiero è il latifondista pugliese che si disfece del proprio patrimonio per metterlo a disposizione dell’anarchico Bakunin) afferma: «L’alternanza l’ho fatta in un cinema della città. Ho catalogato locandine di film degli anni Ottanta che erano conservate negli armadi da anni. Per cinque giorni abbiamo fatto questa attività. Nella nostra scuola non c’è alcun corso di cinematografia ma siamo finiti lì».
    E se qualcuno dicesse che queste cose succedono in Puglia, che avrebbe importato la piaga atavica del capolarato nelle strutture scolastiche, ecco la testimonianza di un’alunna di un istituto alberghiero di Pavia: «Avrei dovuto occuparmi della reception in un hotel ma ho fatto tutt’altro: mi hanno messo a fare le pulizie, ho servito al ristorante, sono stata in sala bar. Tutte attività che non riguardano il mio indirizzo, accoglienza turistica. Lavoravo dalle 17 alle 23 con una breve pausa per cenare. Quando non c’era nulla da fare mi davano in mano la scopa: mi sono sentita una dipendente un po’ sfruttata». Vedi Alternanza Scuola-lavoro, anche al Nord l’opportunità diventa sfruttamento</strong>.

    Contro lo sfruttamento degli studenti è stato indetto uno sciopero per il prossimo 13 ottobre. Gli studenti «non solo lasceranno deserte le classi ma potrebbero anche non presentarsi in azienda o in ufficio per svolgere le ore di alternanza scuola-lavoro».

    • Per la serie “faciamoci del male” e, soprattutto, “facciamo del male alla scuola”
      Il ministro Laura Boldrini e il ministro Valeria Fedeli introducono una nuova materia di studio: “Educazione civica al digitale”

      Ecco, la scuola italiana subisce un nuovo sopruso. Ancora una volta si sottraggono ore preziose che dovrebbero essere dedicate allo studio di materie dignitose e serie, per regalarle a iniziative che sanno di prepostero Minculpop, nella sua versione politicamente corretta, sostanzialmente in armonia con la “prevalenza del cretino”. A tale prevalenza Fruttero e Lucentini dedicarono un saggio, ormai parecchi decenni fa. Purtroppo la denuncia dei due scrittori torinesi non è servita a niente.
      La sciura Valeria, che non manca di prendere in splendida solitudine iniziative disastrose, questa volta si è accodata alla Boldrini, che da tempo aveva annunciato con motu proprio l’incombenza della nuova, inutile e probabimente dannosa materia di studio; in occasione dell’inutile Prix Italia, il 28 settembre appena trascorso tale nuova disgrazia è stata confermata.
      La Boldrini ha ricordato di essere stata più volte lei stessa, in prima persona, oggetto di attacchi in rete, sopra le righe e chiaramente intesi a una strategia di disinformazione (quel che in linguaggio coglione va sotto il nome di ‘fake news’). Quindi ha soggiunto: «Con che faccia vado a denunciare nelle scuole chi offende, quando io non lo faccio?». Perciò lei denuncia e per soprammercato c’infligge l’educazione civica al digitale.
      Abbiamo già fatto presente, più di una volta, che il lato bestiale dell’uomo questi ultimi anni sembra procedere a ritmo accelerato dalla potenza all’atto, complice la crisi economica, ma soprattutto con la complicità di Maria De Filippi, di Salvini e dei sovranisti, del darwinismo spenceriano e dell’etica protestante del capitalismo, degenerati nell’aziendalismo. Abbiamo anche scritto che a niente serve varare nuove specie di reato e nuove leggi (stalking, feminicidio, omofobia, bullismo, fake news ecc.), men che meno hanno qualche utilità i sermoni politicamente corretti. Anzi i sermoni rendono ancora più bestiale chi è già bestia. Bisognerebbe andare alla radice del problema. Ma figuriamoci se quella capatosta della Boldrini arretra di appena un’unghia, figuriamoci se rinuncia alle emozioni buoniste e se ragiona.
      Del resto, la sciura Valeria l’aveva promesso, nella sua allocuzione agli studenti del 10 settembre: «Attraverso l’educazione civica digitale puntiamo a mettervi a disposizione gli strumenti per una corretta lettura delle informazioni che vi arrivano attraverso la Rete, per evitare che siate vittime di ‘bufale’ o di cosiddette fake news, e per contrastare il linguaggio dell’odio». Già, come se la lotta contro l’imbestialimento di una società allo sbando potesse risdursi a qualche lezioncina di tecnica della comunicazione impartita da sprovvedute maestrine. Delirant istae mulierculae!
      Ovviamente, noi siamo contro il feminicidio, lo stupro, la molestia aggravata e continuata (il cosiddetto stalking), contro la disinformazione (cosiddette fake news), il bullismo ecc. Pensiamo che questi mali andrebbero combattuti alla radice, analizzandone le cause e provvedendo in conseguenza. Prendiamo atto dell’inutilità dei pistolotti, ricordiamo che, anzi, i pistolotti statisticamente sortiscono un effetto contrario a quello desiderato, condanniamo la pratica velleitaria di scaricare sulla scuola le pulsioni politicamente corrette in vista dell’affermazione di un pensiero unico omologato e globalizzato.

      • Precisazione sulla sciura Valeria
        In fondo, il fatto che non sia laureata è il male minore. Anzi, a ben vedere, non è neanche un male. Ma il male c’è, un altro male, ed è tremendo

        Scrivevo qui sopra che l’imbestialimento degl’italiani (l’unico politico che ne ha parlato esplicitamente è stato Minniti, anche se per giustificare il suo intervento di contenimento dell’immigrazione) andrebbe contrastato «alla radice, analizzandone le cause e provvedendo in conseguenza». Ne abbiamo anche presentato la scaturigine, qui sopra, sommariamente, e soprattutto in numerosi articoli di Nusquamia: il tarlo della determinazione veicolato da Maria De Filippi e dai suoi cloni, l’aziendalismo, la semina di paura e odio da parte dei movimenti populisti. I sermoni, dicevamo, peggiorano la situazione. Precisiamo che i sermoni prescritti in modalità di condivisione forzata dalla sciura Valeria sono particolarmente deleteri, perché sarà fin troppo facile ricordare — come di fatto si è ricordato — che colei che si fa paladina dell’autenticità dell’informazione (contro le c.d. fake news) è stata lei stessa forgiatrice della balla paurosa della sua laurea.
        Si noti che noi non rimproveriamo alla sciura Valeria Fedeli di non essere laureata: non mi stancherò di ripetere che oggi la laurea e i diplomi di scuola secondaria superiore non hanno il valore di certificazione, non sono la garanzia di serietà che furono i diplomi e le lauree di mio padre e mia madre. Oggi più che mai sarà necessario giudicare caso per caso. Farsi tremare le mutande al suono di paroline come “laurea magistrale” (poco meno che un’impostura linguistica: la laurea del buon tempo antico non era “magistrale”, ma dava più garanzie di serietà) e davanti a un attestato Erasmus è roba da provincialotti, da parvenu della cultura livellata al basso. Del resto, Benedetto Croce non era laureato, neanche Antonio Gramsci (che, iscritto all’Università di Torino, pensò che l’impegno per rendere migliore la società valesse di più di un attestato che pure, ai suoi tempi, aveva un pregio obiettivo).
        No, quel che ci indigna nella sciura Valeria è che lei sia Ministro della pubblica istruzione (sì, “ministro” e non “ministra”!) senza averne le qualità, con un passato di sindacalista.
        Sbaglia dunque chi rimprovera alla sciura Valeria il suo non essere laureata, per la posizione che occupa. Altrimenti si dovrebbe mettere in dubbio la degnità a ricoprire quella carica, da parte di Benedetto Croce, che fu Ministro della Pubblica istruzione negli anni 1920-21.
        È giusto invece rimproverarle la bufala di una laurea che non esiste. Ma ancora di più dobbiamo rimproverare alla sciura Valeria l’inadeguatezza al ruolo che ricopre, con l’aggravante di un atteggiamento spavaldo e provocatore nei confronti dell’alta cultura. Se almeno si contentasse della bassa cultura (per non dir peggio), quella della rivista Wired schierata con il nuovo che avanza, delle maestrine politicamente corrette e dei mongomanager, quella degli assessorucoli “alla cultura”!
        Merda! Giù le zampe dalla cultura!

  30. Vale la pena leggere

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    Avevo letto quest’articolo domenica scorsa, nell’edizione cartacea dell’Espresso allegata alla Repubblica, che solitamente acquisto soltanto questo giorno, per leggere l’omelia di Eugenio Scalfari. Mi ero ripromesso di parlarne, poi mi sono distratto, o forse la mancanza di tempo. Ma ecco che oggi scopro che l’articolo si trova in rete.
    Trascrivo alcuni passi che mi avevano fatto rizzare le orecchie, e che dovrebbero indurre gli elettori della Lega a non votare più per questo partito:

    I costi sostenuti dalla Lega aumentano. In particolare alcune voci, come quella denominata “spese legali”, per cui il partito arriva a sborsare oltre 4,3 milioni di euro tra il 2012 e il 2014. Un bella somma, oltretutto senza neppure essersi costituita parte civile nel processo contro Bossi e Belsito.
    […] C’è un contratto datato 18 aprile 2012. Bossi si è dimesso da due settimane e il Carroccio è retto dal triumvirato Maroni-Dal Lago-Calderoli. Sono loro ad affidare la consulenza legale allo studio Ab di Domenico Aiello, già avvocato personale di Maroni. Nel contratto si specifica che la consulenza riguarderà proprio i procedimenti penali che coinvolgono Bossi e i rimborsi truccati. […] Per Aiello la tariffa sarà di 450 euro all’ora, costo che sale a oltre 650 euro se si aggiungono – come da prassi – spese generali, contributi previdenziali e imposte. Insomma non male per l’avvocato calabrese che, qualche anno dopo, Maroni piazzerà nel consiglio d’amministrazione di Expo, mentre la moglie, Anna Tavano, finirà per un periodo in Infrastrutture Lombarde, società controllata direttamente dalla Regione.

    Quisquilie? Mah, vedete voi. E adesso vediamo alcune date (copio e incollo dall’Espresso):

    5 aprile del 2012. Quel giorno, a poche ore dalla perquisizione della Guardia di Finanza nella sede di via Bellerio, a Milano, Bossi si dimette da segretario del partito.
    Metà maggio 2012: diversi giornali scrivono che a essere indagato non è solo il tesoriere Francesco Belsito, ma anche il Senatùr. Il reato ipotizzato è quello di truffa ai danni dello Stato in relazione ai rimborsi elettorali.
    1° luglio 2012: Maroni viene eletto nuovo segretario del partito.
    31 ottobre 2012: Come certifica un documento inviato dalla ragioneria del Senato alla Procura di Genova, quel giorno l’attuale governatore della Lombardia riceve 1,8 milioni di euro. È il rimborso che spetta alla Lega per le elezioni politiche del 2008.
    Fine 2013: Al termine del mandato di segretario, Bobo avrà così ricevuto 12,9 milioni di euro. Tutti rimborsi relativi a elezioni comprese tra il 2008 e il 2010, quando a capo del partito c’era Bossi e a gestire la cassa era Belsito. Insomma, proprio i denari frutto della truffa ai danni dello Stato.
    Metà dicembre 2013: Matteo [Salvini] viene eletto segretario del partito.
    31 luglio 2014: Salvini incassa 820 mila euro di rimborsi per le elezioni regionali del 2010.
    27 ottobre 2014: Solo venti giorni dopo l’annuncio di costituirsi parte civile [contro i compagni di partito: ma poi non se ne farà nulla come sappiamo: N.d.Ar.], Salvini fa qualcosa che appare in netta contraddizione con quella scelta: ritira altri soldi. Questa volta la somma è piccola, poco meno di 500 euro: l’ultima tranche di rimborso per le elezioni regionali del 2010.

    Insomma — leggiamo nell’inchiesta dell’Espresso — «la sostanza non cambia. Sono denari ottenuti con la rendicontazione gonfiata firmata da Belsito. Fatto di cui a quel punto è dichiaratamente convinto anche Salvini. Il quale, due giorni dopo l’ultimo prelievo, riceve persino una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì: “Ti diffido dallo spendere quanto da te dichiarato corpo del reato”».
    Perciò, in quanto frutto di malversazione, dopo la sentenza di condanna in primo grado di Umberto Bossi, Francesco Belsito e tre ex revisori contabili del Carroccio per la truffa allo Stato sui rimborsi elettorali da circa 49 milioni, sono stati sequestrati i quasi due milioni di euro imboscati nelle varie sedi periferiche della Lega. Ma la storia non finisce qui: il 17 ottobre ci sarà il riesame sulla battuta di arresto al sequestro dei beni della Lega, contro la decisione del Tribunale di fermarsi a quei due milioni di euro. Leggo in un comunicato Ansa che, infatti, «l’orientamento giurisprudenziale è quasi sempre stato quello di continuare a sequestrare somme di denaro alle persone giuridiche beneficiarie del frutto del reato commesso da un altro soggetto fino al raggiungimento di quanto previsto dalle sentenze».

    Il Movimento pentastrale incalza: «Toc, toc. Salvini e Maroni rispondete. Perché è stata ritirata la causa contro Bossi e Belsito. Salvini perché non hai mai querelato Belsito?». Si veda Lega, stop al sequestro: il pm ricorre al Riesame. M5S: anche Salvini e Maroni hanno usato quei soldi . Speriamo che continui a incalzare. Non ho mai visto di buon occhio certe convergenze di M5S e Lega nord: sono contro natura.

    Per leggere l’inchiesta dell’Espresso, fare clic sull’immagine. Buona lettura.

  31. Giacomo V. permalink

    Narra la leggenda che il dio Saturno, una volta cacciato dall’Olimpo dal figlio Giove, si rifugiasse in esilo in Italia, il cui nome lo troviamo scritto sulle monete ai tempi della lega italica, in quel di Corfinio in Abruzzo, con la versione Viteliu, cioè vitello o toro.
    Italia è dunque terra di esilio, come lo fu di Enea, da cui Virgilio fa discendere i fondatori di Roma.
    La Saturnia Tellus è terra di stranieri per sua stessa originaria vocazione. E di emigrati a loro volta verso terre d’oltreoceano.
    Di questa biodiversità l’Italia ha fatto fermento di contrasti culturali straordinari, che nessun’altra “nazione” occidentale ha potuto avere come suo retaggio.
    E a riprova di ciò lo stesso Poeta che scrisse nel nostro volgare, fu esiliato dalla sua terra.
    Alieni tra noi stessi, tra un campanile all’altro. Mai nazione.
    Dunque ciò che viviamo oggi non ha nulla di inedito, se non nel miserabile uso speculativo che si fa di gente lontana, che non è certo col contentino della cittadinanza a fini elettorali che si accoglie e la si fa convivere civilmente e con rispetto.
    Propongo quindi lo JUS SATURNIA TELLUS: che i nostri parlamentari vadano per almeno tre giorni la settimana, ogni sacrosanta settimana, a lavorare nei campi della terra dei fuochi o che so in Puglia, a fianco agli immigrati e italiani che lì fanno da schiavi, che dormano nelle baracche insieme a loro, che facciano la loro vita. Che si guadagnino la pensione così.
    Poi vediamo se avranno bisogno di far scioperini della fame.

    • Apprezzo il garbo e l’ironia. Mi limito ad osservare che più che uno “Jus” lei sembra prescrivere ai nostri parlamentari di lotta e di governo, che fanno lo sciopero della fame, un “Officium”, l’Officium Saturniae telluris.
      Quello sciopero della fame, per giunta a rotazione, mi lascia parecchio perplesso, a prescindere dai contenuti che lo sciopero intende rivendicare. Mi dà fastidio l’aspetto spettacolare, sarà che sono stato educato, e mi sono educato, in tutt’altra maniera, rispetto a quel che sembra vada per la maggiore. Si levino dalla testa però, certi personaggi, di potersi assolvere con il salvacondotto della modernità (per cui noi che non accettiamo le pagliacciate saremmo “superati”). E allora Nerone? Quando tutto era perduto, quando Vindice si approssimava a Roma per scalzarlo dal potere, lui esibiva la sua abilità nel suonare l’organo idraulico. Forse era bravo davvero. Ma non è questo quel che ci si aspetta da chi abbia responsabilità di governo, soprattutto in certi frangenti. Minniti commentando il digiuno dei colleghi ha sfoderato l’ironia: «Chi mi conosce sa che solitamente sono assai parco nel desinare».

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