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Chiamarlo ius culturae è una baggianata

11 ottobre 2017

Togliere l’acqua al pesce populista va bene, meglio se in buon latino

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Elettromotrice A1_310 kW_1929
Genova, stazione ferroviaria di Piazza Manin, capolinea della linea ferroviaria a scartamento ridotto Genova-Casella. Vediamo nella foto il locomotore a trazione elettrica e, sullo sfondo, il cimitero monumentale di Staglieno. L’elettromotrice, la cui costruzione risale al 1929, è azionata da quattro motori elettrici a corrente continua (alimentazione a 2400 V) in grado di sviluppare una “potenza oraria” complessiva di 360 kW. La potenza oraria è la potenza massima che può essere impegnata per non più di un’ora di seguito, dopo di che si avrebbe surriscaldamento dei motori. Il tracciato ferroviario è lungo 24 km, attraversa 13 gallerie e si sviluppa spesso a mezza costa fra le montagne che dividono le valli solcate dai torrenti Bisagno, Polcevera e Scrivia; la pendenza massima è del 45% in aderenza naturale, cioè senza cremagliera. Si parte a quota 93 m s.l.m. a Genova e si arriva a 410 m s.l.m. al capolinea di Casella. Le elettromotrici storiche tuttora in servizio sono due, altre sono di costruzione più recente (anni ’90).

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Questa domenica mi trovavo a Genova, alla stazione di Piazza Manin, dov’è il capolinea della linea ferrata Genova-Casella. In attesa del trenino che fa la spola tra Genova e l’Appennino, mi trastullavo con il ficòfono (cosiddetto smartphone), cercando ragguagli su certe affermazioni di Minniti a favore dello ius soli, temperato da elementi di cosiddetto ius culturae. Avevo letto i titoli sul giornale e pensavo, considerato il ruolo di Minniti nel contenimento dell’immigrazione, che la sua fosse una mossa “paracula”, ma intelligente.
In sostanza, Minniti non ci sta a passare per un uomo di destra e questa sua mossa a favore dello ius soli è finalizzata, precisamente, a un riposizionamento della sua immagine. D’altra parte nel corso di altre esternazioni, a latere, Minniti si è detto consapevole della necessità di sottoporre a sorveglianza i campi di raccolta dei profughi in Libia, lasciando intendere di aver comunque messo in azione i levismi della diplomazia segreta. Vedremo. Il Minniti-pensiero è riassunto in questa sua recente dichiarazione:

Il mio profondo convincimento è che lo ius soli, che più correttamente andrebbe chiamato ius soli e ius culturae perchè prevede la conclusione di un ciclo scolastico, va separato dalle politiche migratorie: non c’entra con le politiche migratorie, ma riguarda persone che sono nate in Italia, figlie di persone che hanno regolare permesso di soggiorno.

Leggendo sul ficòfono gli ultimi lanci di agenzia mi confermavo nell’idea che Minniti ambisce a svolgere un ruolo analogo a quello di Pecchioli al tempo delle Brigate rosse. Allora si trattava di togliere l’acqua al pesce terrorista e Pecchioli, ministro-ombra degl’Interni nel PCI, ebbe un ruolo decisivo nella sconfitta del nemico di allora, collaborando con il Ministro degl’Interni del governo, l’esecrato Cossiga. Oggi si tratta di togliere l’acqua al pesce populista e Minniti agisce in conseguenza incurante dell’esecrazione, in base al principio che il meglio è nemico del bene. In pratica, lascia intendere che quel che avviene oggi in Libia è una schifezza, ma che sta pensando a porvi rimedio.
In realtà, come dimostrano certe sue esternazioni, Minniti non è del tutto incurante della maschera (pirandelliana) che gli hanno attribuito. Procedendo nel trastullo ficofonico sono così capitato su un articolo dell’agenzia Adnkronos, Lo ius soli spiegato in cinque punti (vedi), che riassume la questione dei tre diritti ai quali, secondo varie opinioni, si può e si deve fare riferimento per l’attribuzione della cittadinanza italiana (ius soli, ius sanguinis e cosiddetto ius culturae). Ecco come sono definiti i tre diritti:

Ius soli, ius sanguinis e ius culturae: facciamo chiarezzaIus soli, dal latino ‘diritto del suolo’ è un’espressione giuridica che intende l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul territorio di un dato Paese, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Lo ius sanguinis (‘diritto del sangue’), indica invece la trasmissione della cittadinanza dal genitore alla prole (ad esempio, il figlio di un italiano è italiano). Lo ius culturae, invece, prevede che può ottenere la cittadinanza il minore straniero, nato in Italia o entrato nel nostro Paese entro il 12esimo anno di età, purché abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli di studio o seguito percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali per conseguire una qualifica professionale. Tra le novità legate allo ius culturae rientra il merito: è necessario che il ciclo delle scuole primarie sia superato con successo. Chi viene bocciato alle elementari dovrà aspettare per chiedere la cittadinanza.

Così stando le cose, proviamo a ragionare. Queste dovrebbero essere le conclusioni: a) parlare di ius culturae è una baggianata se per “cultura” s’intende, come intende Minniti, come è spiegato qui sopra e, in generale, come intendono tutti nel dibattito in corso questi giorni, il compimento di un ciclo scolastico; b) volendo esprimere in latino il diritto alla cittadinanza che procede dal compimento di un ciclo scolastico si dovrebbe parlare, piuttosto, di ius institutionis. Infatti:

a) Se nell’espressione ius culturae quel genitivo latino designasse ciò che in italiano chiamiamo cultura, si aprirebbero le porte alle interpretazioni più disastrose, le quali, nella fattispecie, si tradurrebbero in nuovi cazzeggi di “politica politicante”. Infatti, che cos’è la cultura? Gl’identitaristi, incuranti della contraddizione in termini (ne abbiamo già parlato: la cultura è di tutti ed è per definizione meticcia) sfodererebbero la loro ridicola cultura identitaria; i copropapirologi, gli agrimensori male acculturati, gl’idolatri del “metodo” (quale che sia, pur di non pensare) e tutta la mala genìa dei burocrati pretenderebbero che la cultura sia una questione di congruenza con certe cacate leggi e prescrizioni normative; i talebani del politicamente corretto direbbero che cultura è ciò che si evince dallo sciroppamento degli scritti della malefica Martha Nussbaum (Pc Diva, cioè “vestale del politicamente corretto” secondo la definizione di Camille Paglia).
Se invece si stabilisce che il diritto di cittadinanza è condizionato dal compimento di un ciclo scolastico, la questione è definita in termini obiettivi (quale che sia il giudizio che vogliamo dare della scuola italiana) e i margini di manovra cazzeggiante sono convenientemente contenuti. Oltre tutto, la sciura Valeria, cioè il ministro (“il ministro”, non “la ministra”, con buona pace del boldrinamente corretto) Fedeli, un giorno o l’altro dovrà togliere il disturbo e la scuola italiana, sia pure faticosamente, potrebbe tornare ad essere una cosa seria, com’era prima della Fedeli, della Gelmini, della Moratti, di Berlinguer, per non parlare di Misàsi.

b) Se consultiamo un buon dizionario latino, come il glorioso di Georges-Calonghi, o come l’ottimo Lewis and Short, alla voce cultura, vedremo che in latino per cultura si intende la coltivazione o anche, tout court, l’agricoltura, e che solo metaforicamente e in un contesto che ne chiarisca il senso, può assumere un significato equivalente a quello della cultura com’è intesa in italiano; per esempio, troviamo cultura animi in Cicerone, in un contesto dove si parla, appunto, di un “animo coltivato”, come diciamo anche in italiano, ed è una metafora.
Se vogliamo esprimere il concetto di cultura in latino dovremo parlare invece di doctrina (in italiano un uomo di cultura è un uomo “dotto”) o di eruditio (quella dell’uomo “erudito”), o ancora, purché sia chiaro nel contesto, semplicemente, di litterae (quella dell’uomo “letterato”).

Ma, come si è visto nel precedente punto a), Minniti quando parla di ius culturae non esprime il concetto di cultura, ma quello di compimento di un ciclo scolastico. C’è anche chi parla del compimento di un ciclo di formazione, e non c’è chi non veda l’insidia del business dei corsi di formazione truffaldini, affidati alle cooperative e alle “imprese sociali” degli amici degli amici. Perciò speriamo che si parli, e si tratti, correttamente, di “formazione scolastica”, proprio come quella che si richiede ai cittadini italiani, per i quali la scuola è d’obbligo.
Insomma questa “cultura” del cosiddetto ius culturae in latino non si dirà cultura ma praeceptio, o institutio. Meglio la seconda, credo, come è chiarito ai commi C e D del dizionario Lewis and Short, alla voce “institutio”.

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Institutio

Il dizionario Lewis and Short è consultabile in rete (fare clic sull’immagine). Gli esempi dei commi C e D illustrano il significato della parola ‘institutio’ nell’accezione della locuzione ’ius institutionis’, che si pone in analogia alle altre due, consacrate dall’uso, ‘ ius soli’ e ‘ius sanguinis’.

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Dunque, per esprimere correttamente quel che impropriamente vien detto ius culturae, non di ius culturae si dovrebbe parlare, ma di ius institutionis. In questa locuzione “institutionis” svolge la stessa funzione di “soli” in ius soli e di “sanguinis” in ius sanguinis: sono tutti genitivi soggettivi, come quando in italiano diciamo “l’amore del padre”, intendendo l’amore che il padre porta per il figlio, e non l’amore del figlio per il padre (la differenza si capisce nel contesto). Cioè è l’istruzione (institutio) che conferisce il diritto di cittadinanza. In altre parole ancora, qui non si tratta del diritto all’istruzione (in latino, sarebbe un genitivo oggettivo), così come con l’espressione ius soli non s’intende il diritto al possesso del suolo, ma è il suolo nel quale si è nati che conferisce il diritto di cittadinanza.

 

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180 commenti
  1. Le tourbillon

    Poiché abbiamo qui sopra parlato di Liguria, e forse anche perché un’amica mi ha scritto di essere in partenza per Camogli, mi è venuto in mente un aneddoto di un anno fa, o forse due.
    Una sera d’inverno ero a Camogli con due amici. Verso sera entrammo in un bar, si chiama ‘L.M.’, eravamo gli unici clienti. Il bar si trova all’inizio di un un vicolo in salita, di fronte al porto; appena ne varchi la soglia, ti accorgi che l’interno è foderato di libri. Quando il discorso cadde sulla politica, la politica nobile confrontata con la politichetta, il proprietario si avvicinò per chiederci il permesso di ascoltare. Aggiunse che avrebbe comunque ascoltato, dunque, tanto vale… Per farla breve, era un ex sessantottino, a Milano aveva lavorato nel mondo della televisione, ed era vero, perché poi parlammo di una comune conoscenza. Non gli chiesi perché avesse piantato i fasti ambrosiani e fosse venuto a Camogli a “servire il popolo”. Poteva essere la parte più interessante della storia, o forse no, c’era il rischio di rovinare tutto. Magari un giorno faccio ritorno a Camogli e mi faccio raccontare il resto, una sera d’inverno.

    E ora, per una nuova associazione d’idee, che non val la pena esplicitare, mi è venuta in mente quella canzone sul vortice della vita; la canta Jeanne Moreau, bella e intelligente, in Jules et Jim, film libertino di Truffaut:

    Ricordo la prima volta che vidi il film. Era un pomeriggio d’estate, il cinema si trovava in un quartiere nuovo della città, alle pendici di una collina, io abitavo dalle parti del porto, a buoni quattro chilometri di distanza. Avrei potuto prendere il filobus per andarci, ma allora salivo su filobus e tram solo per compiacenza, quando fossi stato in compagnia di una persona anziana. Probabilmente mi sentivo “ggiovane”, spero non nell’accezione stronza di chi accampa diritti speciali, ma in quella di chi, semmai, sente il dovere di comportarsi generosamente. Senza contare che lungo i quattro chilometri del ritorno avevo tutto il tempo per meditare su ciò che avevo visto, e sentito. Ne valeva la pena, perché in quella sala cinematografica — si chiamava Nuovocine — si proiettavano film di qualità.
    Avrei rivisto ancora Jules et Jim, nei cinéma d’essais, e su Dvd; le parole di quella canzoncina, se ci penso, sono ancora come un tarlo: parlano di gioia, ma rimane il gusto amaro. Com’è dolce e amara Catherine, il personaggio del film interpretato dalla bella e intelligente Jeanne Moreau.

    On s’est connus, on s’est reconnus,
    On s’est perdus de vue, on s’est r’perdus d’vue
    On s’est retrouvés, on s’est réchauffés,
    Puis on s’est séparés.

  2. Jus soli e jus sanguinis nella Francia postrivoluzionaria


    Dichiarazione dei diritti del’Uomo e del Cittadino: tutto nasce di qui. La Costituzione francese del 1793, approvata qualche mese dopo la decapitazione di Luigi XVI, come pure le Costituzioni francesi del 1791 (promulgata quando il re era ancora in vita e godeva di certe prerogative), e quella repubblicana del 1795, ingloba questo documento. Invece la Costituzione del 1799, che consegnerà il potere a Napoleone in qualità di Primo console, si limita ad affermare certi diritti, per esempio l’inviolabilità del domicilio e la sicurezza delle persone, ma non fa più riferimento alla Dichiarazione del 1789.

    Un amico giurisperito (ma non cazzeggiatore giuridico) mi ha inoltrato alcune sue acute considerazioni sullo ius soli e lo ius sanguinis. Un buon punto di partenza — leggo nel suo scritto — è la «Constitutio Antoniniana (di Marco Aurelio Antonino detto Caracalla) del 212, con la quale la cittadinanza venne concessa a tutti i residenti nell’Impero»: tale provvedimento, a giudizio degli storici, «è ispirato da necessità fiscali; sta di fatto che esso fu possibile in quanto i pregiudizi etnici non facevano parte della cultura romana, che discriminava semmai sulla base di dati socioculturali le gentes dagli abitanti delle città; nessuno Stato ha visto alla propria testa persone di tanto diversa origine come Roma: tra gli imperatori si annoverano tra gli altri ispanici, arabi, siriaci, traci, punici, illirici, greci e quant’altro».
    È interessante considerare come in Italia si sia passati dallo ius soli allo ius sanguinis: «La situazione cambiò radicalmente con il disgregarsi dello Stato romano e l’irrompere delle popolazioni germaniche, che erano organizzate su basi tribali, dunque etniche. Tuttavia «il sospetto di un’ispirazione razzista dello ius sanguinis è, nonostante il nome, in parte smentito dal fatto che il dato rilevante è quello formale della cittadinanza dell’antenato, e non altro».
    Oggi come oggi, la normativa che in Italia discende dallo ius sanguinis è «profondamente irrazionale», ma la sua modifica «è stata sinora impedita dai veti di forze politiche di ispirazione xenofoba». Conclude l’amico osservando che, «in vista di una possibile riforma dovrebbe essere tenuto in considerazione il disposto dell’abortita costituzione francese del 24 giugno 1793» (vedi Constitution du 24 juin 1793)
    La Costituzione del 1793, che tradisce l’ispirazione roussoviana, non ebbe attuazione perché subito dopo ebbe inizio il regime liberticida del Terrore. Questo non toglie che essa sia insieme una illustrazione e un progetto dello Stato ideale, ispirato ai principi dell’Illuminismo (del quale fu magna pars lo stesso Rousseau, con tutto che la sua teorizzazione della “volontà generale” sia inconsapevole razionalizzazione dell’ideologia totalitaria). Essa consta di due parti: a) la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del cittadino; b) l’atto costituzionale della Repubblica, nel quale all’art. 4 si stabilisce:

    Article 4.
    Tout homme né et domicilié en France, âgé de vingt et un ans accomplis ;
    Tout étranger âgé de vingt et un ans accomplis, qui, domicilié en France depuis une année
    – Y vit de son travail
    – Ou acquiert une propriété
    – Ou épouse une Française
    – Ou adopte un enfant
    – Ou nourrit un vieillard ;
    Tout étranger enfin, qui sera jugé par le Corps législatif avoir bien mérité de l’humanité
    Est admis à l’exercice des Droits de citoyen français.

    La costituzione del 1793 rappresenta un superamento di quella del 1791 che, all’art. 2 del titolo secondo, stabilisce:

    Article 2.
    Sont citoyens français :
    • Ceux qui sont nés en France d’un père français ;
    • Ceux qui, nés en France d’un père étranger, ont fixé leur résidence dans le Royaume ;
    • Ceux qui, nés en pays étranger d’un père français, sont venus s’établir en France et ont prêté le serment civique ;
    • Enfin ceux qui, nés en pays étranger, et descendant, à quelque degré que ce soit, d’un Français ou d’une Française expatriés pour cause de religion, viennent demeurer en France et prêtent le serment civique.

    La Costituzione del 1791, che fu approvata prima della decapitazione del re (21 gennaio 1793), con una monarchia dai poteri ormai spuntati, prevedeva dunque lo jus sanguinis. Quella del 1793 prevederà lo jus soli.
    Quando il potere passerà nelle mani del Direttorio, i francesi ebbero una nuova Costituzione, quella del 22 agosto del 1795 (5 Fruttidoro dell’anno III) che prevede nuovamente lo jus sanguinis, con la possibilità di acquisire la cittadinanza francese (in senso borghese, si direbbe), come specificato all’art. 10 del titolo terzo:

    Article 10.
    • L’étranger devient citoyen français, lorsque après avoir atteint l’âge de vingt et un ans accomplis, et avoir déclaré l’intention de se fixer en France, il y a résidé pendant sept années consécutives, pourvu qu’il y paie une contribution directe, et qu’en outre il y possède une propriété foncière, ou un établissement d’agriculture ou de commerce, ou qu’il y ait épousé une femme française.

    §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

    Nota – Lo spirito della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo del 1789, migrerà nella Dicharazione Universale dei Diritti umani del 1948. Abbiamo a suo tempo curato un’edizione di questa dichiarazione, ad uso della dott.ssa Serra, sindachessa di Curno, Vip bergamasca, cattoprogressista molto vicina agli zuzzerelloni di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, ma sorda all’eco della violazione dell’articolo 18 di tale Dichiarazione, da parte di un leghista indigeno, per ragioni tutte sue, di politica politicante. La dott.ssa Serra non ci ha mai ringraziato del pregevole e, nelle intenzioni, stimolante cadeau.


    Facendo clic sull’immagine, è possibile sfogliare la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite. La cittadinanza è oggetto dell’art. 15, che però non fa cenno allo ‘jus soli’, o allo ‘jus sanguinis’.

  3. ALGIDO permalink

    buongiorno Eccellenza
    [“Eccellenza” è espressione del linguaggio sciacquettistico; piace ai lettori di Wired, agli spettatori di Cazzanger (o Voyager, insomma la trasmissione di Giacobbo), ai mostriciattoli di Maria De Filippi, agli agrimensori male acculturati, agli enogastronomi et similia. Mai e poi mai potrei essere un'”eccellenza”, mi farebbe schifo. Mi vengono in mente le parole di quella canzone: «Pria di morir nel fango della via, imiteremo Bresci e Ravachol!». N.d.Ar.]

    Sta bene? tutto a posto?
    Mi segnalano che, un paio di settimane fa, Max Conti, il Signor Contino, per differenziarlo dal GRANDE VITO CONTI, (da scrivere sempre così, con l’aggettivo e in maiuscolo), ha letto un documento (datato pare maggio 2017) in cui salutava i compagni di partito e comunicava alla Direzione Provinciale del Partito Democratico le dimissioni irrevocabili da ogni carica.
    Resta come semplice tesserato sino al congresso del Circolo di Curno (prvisto come gli altri congressi di circolo bergamaschi per la prima metà dinovembre).
    Ha anche letto un documento che potrei tentare di recuperare ma che oggi non ho.
    Le dimissioni ripeto erano state formalizzate lo scorso mese di maggio, ma pare che il Segretario provinciale Riva abbia temporeggiato sino a fine settembre perchè sino ad inizio agosto agosto sembrava che si sarebbero celebrarti tutti i congressi provinciali (entro il 10 ottobre), cosa invece posposta per i circoli lombardi a dopo le elezioni 2018, quindi probabilmente a maggio-giugno 2018 se non dopo.
    Destituite di ogni fondamento quindi anche le voci che lo vedevano in corsa per il ruolo di Vice Segretario Provinciale (da lui sempre smentite per la verità).
    Pare che voglia coltivare altre passioni (non l’ovicoltura, sempre a smentire altre voci, per altro da me sempre ritenute assurde, conoscendolo), dopo 10 anni vissuti nel PD.
    Pare inoltre che anche il suo orizzonte di vita si sposti fuori Curno, essendo ormai prossimo a un cambio di residenza con la sua famiglia.
    Si chiude quindi (dopo il prossimo imminente congresso a Curno) la sua parentesi politica (quella Amministrativa si era chiusa nel 2001).
    A quanto so chiude con la politica ma resta iscritto al PD
    Restano ormai attivi solo pochissimi tra coloro che hanno animato la scena politica a Cunro dal 1994 in poi..
    Solo Aldo Benedetti, Vito Conti e Perlita Serra in campo progressista
    Giovanni Locatelli dall’altra parte
    Tra chi ambisce a rientrare nella mischia si segnala (a oggi, ma non si sa mai..) il solo Angelo Fassi (quotato da molte voci in campo Forzoleghista di uno scranno da Assessore Tencico in caso di vittoria), per lui se ne riparlerà con calma nel 2022, data la recente sconfitta di Obiettivo Curno.
    Che dire? un’altra tra le previsioni di Nusquamia (sulle ambizioni a fare politica in altri orizzonti) pare fallace.

    [Mi limito a osservare che Nusquamia non ha fatto previsioni sulla carriera della Serra e di Max Conti. Affermava che Max Conti e la Serra ambiscono (o ambivano). Max Conti potrebbe aver fatto una valutazione in termini probabilistici e, avendo verificato che la probabilità di successo e carriera nel Pd è ormai di entità modesta, si ritira, per giunta rimanendo nel partito e senza recriminazioni. Mi sembra una scelta dignitosa, migliore di quella del Pedretti che si sentì scaricato dal partito, la Lega nord, non si contentò della targa al merito pregresso consegnatagli “pirsonalmente di persona da Salvini”, forzò la mano a Calderoli affidandogli il còmpito di consegnare un suo appartamento (suo, del Pedretti) a un pensionato sfrattato, in sua presenza e in favore di fotografi e giornalisti, con loro due, Pedretti e Calderoli insieme. Poi però, di fatto, nessuno più diede un ruolo politico al Pedretti; allora il politico territoriale dalle mille risorse (nel senso di gadget e conigli mediatici) annunciò le dimissioni dal partito: si pensa comunque che la mossa fosse concordata. Da quel momento in poi disse peste e corna della Lega nord, in particolare di Bobomaroni, ponendosi in ideale continuità con il Bossi che però lui stesso, il Pedretti, aveva trascurato nel periodo in cui si sentiva bobomaronita. Del resto il Pedretti non spese nemmeno mezza parola per attenuare la responsabilità del caro leader, quando Bossi fu processato per vilipendio al Capo dello Stato (Napolitano), con l’aggravante della discriminazione etnica. Eppure la battutaccia (“L’è un terùn”) era stata suggerita a Bossi proprio dal Pedretti. In conclusione, se Max Conti esce dall’impegno attivo nel Pd disgnitosamente, ebbene, il gesto merita rispetto.
    Quanto alla dott.ssa Serra, non è detto che riesca a coronare i propri sogni, nonostante l’appoggio del vippame bergamasco, degli ambienti cattoprogressisti e verismilmente gesuitici. Esiste la concorrenza anche per la Serra, un sentire diverso da quello serrano, come del resto è dato intuire se riflettiamo sull’uscita della Serra dal Consiglio della Provincia di Bergamo. Può darsi che la clintoniana dott.ssa Serra decida di tirare i remi in barca, senza infingimenti e sul serio, questa volta, e che faccia la nonna, come aveva promesso. Se getterà la spugna — non dubitiamo che, nel caso, saprà farlo con dignità, perché l’educazione borghese almeno a questo dovrebbe servire — non mancheremo di apprezzare il gesto. D’altra parte la dott.ssa Serra non è colei che si contenti delle mezze misure. Per parte nostra, finché non avremo la certezza che veramente si sarà ritirata a occupazioni nonnesche, continueremo a tenere gli occhi aperti.
    N.d.Ar.]

  4. La sezione del Pd nel paese bello da vivere, e tutto da ridere

    Come leggiamo nel commento di Algido, Max Conti non sarà più segretario della sezione locale del Pd. Secondo me, se i signori del Pd non vogliono fare politica, se il Pd non vuole essere un partito, ma solo una “cosa” e nemmeno un “attore del territorio”, sarebbe più dignitoso chiudere la sezione. Meglio chiudere la sezione piuttosto che dare la prova provata che il Pd non è un partito politico, ma un sistema di potere.
    Il Pd curnense si è segnalato per essere stato latitante, rispetto ai problemi del borgo e sordo alle ragioni della politica. Si è limitato, in occasione delle elezioni, a chiamare il solito on. Misiani a partecipare alla solita pretestuosa tavola rotonda, con appendice di domande agli oratori da parte del pubblico cammellato. In realtà neanche nelle occasioni elettorali sono stati presenti più che tanto. Infatti, quando si trattava di rintuzzare la campagna di disinformazione sulla “Nuova Moschea” di trainesca memoria, quando si trattava di strappare la maschera alle vergini berlusconiane dai candidi manti, rotte di dietro ma sane davanti, che si scandolezzavano per la “colata di cemento” che a dir loro rendeva brutto un paese altrimenti bellissimo, gli aziendalsimilprogressisti sono stati in trincea, ostentando serrano disprezzo per l’ignobile plebaglia, che andava invece affrontata. Tutto da ridere: i berlusconiani schierati contro il mattone. Mussolini, quand’era socialista massimalista, entrò in un teatro gremito di socialisti pallidamente turatiani, e tutti dicevano che ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Invece entrò perdente e uscì vincitore. I similprogressisti avrebbero potuto parlare di politica, smontare la diceria della Maximoschea, denunciare la miseria del giornalismo culilinctorio, mostrare ai cittadini la manovra di cannibalizzazione della Lega da parte di Sorte (come si è puntualmente verificato), avrebbero potuto incenerire con argomenti politici le cacate carte con le quali il pool di avvocati di Locatelli intendeva far loro paura (per poi trattare, dicono). Viceversa hanno risposto cacata carta su cacata carta. E hanno vinto, d’accordo. Ma questa è la morte della politica: se la politica diventa copropapirologia, vuol dire che è agonizzante. Il Pd di Curno non conosce passione politica (è algido), né conosce ragione politica (è sentimentalmente politicamente corretto).
    Adesso la novità è che hanno messo in pista MarcoBattaglia, o forse l’hanno subito, ancora non è ben chiaro. Ma lo sarà presto, tutto lascia intendere.
    Sì, piuttosto che passare nelle mani di MarcoBattaglia, è meglio che la sezione del Pd chiuda i battenti. MarcoBattaglia ne ha già combinate troppe (l’ambizione ostentata, quando sarebbe stato decoroso celarla; lo sbandieramento del vessillo europeo in favore di fotografo; la smargiassata della promessa di una dimensionsione internazionale a Curno). Le imprese di MArcoBattaglia sono tali da disgustare uno come me, e fin qui passi, si potrebbe sempre dire “ecchissenfrega”, ma anche tali da indispettire i suoi stessi compagni di partito che hanno una gran voglia di ammonirlo con il “Cala, Trinchetto!”, del Carosello della Rai-Tv, come ho avuto occasione di ricordare mesi fa, su questo giornale.
    E poi, che cos’è questa storia di voler dare una dimensione internazionale a Curno? in realtà ci ha già pensato la dott.ssa Serra, quando ha accolto la sindachessa betlemita, Vera Baboun, come una madonna pellegrina, operatrice di pace in nome del partito di Al-Fatah. Sì il partito di Arafat, scandalosamente insignito del Premio Nobel per la pace, colui che nel 1974 prese la parola alle Nazioni unite, pur non rappresentando un Pese membro, in uniforme militare e con una pistola infilata nella cintura. Però la dott.ssa Serra aderì all’impostura della Vera Baboun operatice di pace e intimò ai sudditi: Ignobile plebaglia, in ginocchio davanti a questa santa! Popolo di minchioni, appècorati, e condividi!
    Se il gatto padano avesse la compiacenza di annusare le cacate carte, visto che questa è la sua “eccellenza”, se ne scoprirebbero delle belle: per esempio, le relazioni delle aziende italiane che operano in Africa (in particolare in Libia: non è soltanto l’Eni, ci sono anche le imprese di costruzioni, che dovrebbero ultimare la gran strada litoranea, per esempio) con la lobby palestinese che controlla i flussi finanziari degli Stati arabi, e non solo; i legami di Vera Baboun con alcune realtà imprenditoriali italiane; quindi si tratterebbe di tirare le somme: si scoprirebbe così che la dott.ssa Serra ha avuto un ruolo internazionale di tutto rispetto, contribuendo all’impostura della Vera Baboun portatrice di pace ed esponente di spicco del dialogo giovanneo. Tanto che non mi meraviglierei se Minniti, che qualcosa dovrà pur fare in Libia, chiedesse alla dott.ssa Serra un intervento di mediazione, più che con le realtà tribali libiche, con l’assetto finanziario con il quale inevitabilmente i “signori della guerra” devono fare i loro conti.
    Ecco, caro MarcoBattaglia: l’internazionalizzazione di Curno è già in atto, ed è opera della dott.ssa Serra.

  5. ALGIDO permalink

    Per quale motivo il circolo di Curno dovrebbe chiudere i battenti?

    Da qualsiasi punto di vista negli ultimi 10 anni a Curno il PD ha portato risultati. Buoni Risultati.

    1) Da che esiste il PD a Curno si è votato 2 volte per rinnovare l’amministrazione (2012, 2017) e in un paese dove dal 1946 ha sempre vinto la DC o il pentapartito o la lega Nord tranne una soloa volta, nel 2002 con Annamaria Morelli, non è poco e non era scontato.

    2) A Curno il PD ha sempre avuto una % molto maggiore rispetto alla media provinciale, in una circostanza (2014) addirittura il terzo miglio risultato in provincia.
    Anche nel recente referendum si è sfiorato il 49% di sì (solo 8 paesi su 242 hanno superato il 50% di sì).

    3) a Curno sono molto maggiori i tesserati (in proporzione ai residenti) che in quasi ogni altro paese della provincia. se in tutta la provincia ci fossro gli stessi tesserati che a Curno dovremmo avere 7500 tesserati a Bergamo invece sono circa 2500.

    4) Curno ha (piaccia o non piaccia) prodotto per due volte il segretario provinciale del GD (Clara Colombo, ancora in carica) un consigliere provinciale (Perlita Serra) un presidente della assemblea Provinciale (Perlita Serra) il responsabile provinciale del Lavoro (M. Conti), un Circolo in grado di portare linfa e nuovi dirigenti provinciali insomma..

    Infine nel merito.
    IL PD è stato comunque importante nel costruire una alternatia al CDX a Curno nel periodo 2008- 2012, è stato vissuto con fastidio dalla maggioranza, ha combattuto le sue battaglie rischiando e prendendosi anche le sue denunce (tutte vinte dal PD).

    Ha costruito (insieme alla lista civica di turno) la consapevolezza nel paese, tra i cittadini, che una alternativa alla rissa, alle liti continue, al disfare i progetti, eccetera (non aggiungiamo altro) esiste.

    Alternativa costruita con un lavoro di anni. il PD non è l’unico ad averci lavorato, ma c’è.

    E i dibattiti sui vari temi? quelli comunali (nauova scuola, ora finalmente terminata. PGT, idem, consumi dei suli, trasporto pubblico e scolastico, vita delle associazioni) e quelle nazionali (Lavoro, terzo settore, ambiente, disabilità, donne, ecc. ecc) .
    IDEM

    Il PD non è perfetto, ma almeno ha contribuito a Curno a risanare una situazione insostenibile, balcanizzata e bloccata (esperienza amministrativa del 2007-12) senza mai cadere nel trucco di esssere esso stesso denunciatore (mai ) e avendo ora la forza di cercare di rinnovarsi senza dover ricostruire dopo una sconfitta, anzi.

    E questa volta era difficile, perchè CURNO è stato il test della futura alleanza regionale del CDX e ci hanno investito moltissimo, non solo in termini di soldi, ma certamente a livello di esposizione mediatica e politica. Sono venuti a parlare Salvini, Calderoli, due volte la Terzi, la Beccalossi, l’Assessore Sorte, Il Senatore Stucchi e tale Maullu, probabilmente diemtnico qualcuno.
    Il risultato del CSX del 2017 a curno è stato superiore a quello del 2012 (di oltre 1%) nettamente superiore a quello 2007.
    Non Ostante la Moschea o quel cavolo che è.

    I numeri non dicono tutto, ma quando da 10 anni dicono di una crescita qualcosa significano.

    Può dire lo stesso delle altre forze politiche a Curno? negli ultimi mesi si sono sentiti molti elettori del CDX (che non ci hanno votato, intendiamoci) in crisi. Ecco quello che ci dicono, circa una loro delusione.
    Candidati imbarazzanti, ennesima divisione (la terza volta su 4 elezioni in cui il CDX sommato ha la maggioranza assoluta e perde, non è una esclusiva della lista Carrara, ma una costante dal 2002), liti, denuce o minacce di denunce (l’ultima del locatelli contro la Carrara).
    Ricostruzione? PAce? progetti comuni? ripasare nel 2022.
    Chi doveva dare una prospettiva ai cittadini? chi lo ha fatto, con i suoi difetti e le sue mancanze magari, ma con una storia di impegno e lavoro, senza spaccature o liti.
    il PD c’è in questa cultura, lo si rivendichi.
    Non sarà piu il sogno del 2007 ma nemmeno è diventato un incubo capace di generare solo liti e sconfitte.

    Le par poco?

    • Risponderò nel merito, credo dopodomani. Oggi non ho tempo, domani sarò distratto da altri impegni. Adesso, in attesa di vedere Blade runner 2049, sto ripassando Blade runner doc, il primo, nel Dvd che reca l’edizione cosiddetta “final cut”, cioè riveduta e corretta dal regista (eh, sono finiti i tempi in cui si diceva così, traducendo dal latino editio altera, tertia… emendata et aucta; ma sì, facciamoci del male, consegniamoci pure legati come salami, a Salvini, alle femministe malefiche come la Boldrina e la Cecilia Robustelli, alle maestrine, agli assessorucoli, agli agrimensori male acculturati; scivoliamo pure nelle sbruffonate del “nuovo che avanza”, livelliamoci al basso, cediamo il passo alla prevalenza del cretino, così la sciura Valeria non farà più brutta figura).
      Mi limito a osservare che la strategia di risposta di Algido a un mio commento precedente è simile a quella di chi vorrebbe convincere un uditorio di creduloni che il bicchiere che ha in mano non ha tre dimensioni, anzi è piatto: fa sedere il mongo-uditorio, uno dopo l’altro, nella poltrona centrale del teatro, e mostra il bicchiere, che immaginiamo cilindrico, con il suo asse orizzontale allineato con quello del cono visuale dello spettatore. Che cosa vede lo spettatore? Un cerchio, che è una figura piana, proprio come sosteneva il teatrante.
      Fuori di metafora: io sostenevo che il Pd non è più un partito politico, forse non lo è mai stato (cioè Veltroni sognava un partito progressista all’americana, ma il passo era più lungo della gamba, Uòlter mancava del solido impianto culturale della vecchia guardia del Pci, alla quale si contrapponeva velleitariamente) e Algido risponde snocciolando dati che dimostrano, appunto, che non è un partito. Siamo davanti a un caso da manuale di ignoratio elenchi: in parole povere, tecnica dello scantonamento.
      Ricordo inoltre, in breve, l’utilità di questi spunti per una riflessione (almeno) semiseria, non identitaria e, a fortiori, non curnense:
      a) i partiti politici, se sono partiti (cioè, perché no? fazioni) sono necessari alla dialettica democratica come strumento e come fucina di proposte; se il partito di Craxi fu una SpA, se quello di Berlusconi fu un partito di gomma, se la Lega è stato un partito di ladroni peggiori dei socialisti della Milano da bere (il Psi se non altro contava persone intelligenti come De Michelis, Martelli, Amato e lo stesso Craxi: tutti figli di buona donna, ma almeno intelligenti; chi, invece, può portare l’esempio di un leghista intelligente, a parte Miglio, poi definito da Bossi “scorreggia nello spazio”?).
      b) La politica non si fa con i sondaggi e le verità non si votano a maggioranza: questo significa che i partiti dovrebbero avere una funzione pedagogica, il che presuppone che sia i vertici dei partiti, sia i loro rappresentanti abbiano un solido impianto culturale (quello che non aveva Veltroni, nonostante sia figlio del giornalista Veltroni, lodato da Mussolini per la radiocronaca della visita di Hitler a Roma, nel 1938).
      c) la politica dello spettacolo, il gusto per le sbruffonate, la condivisione, la passione per la copropapirologia sono la morte della politica.

  6. Asia Argento vs. Massimo Gramellini

    A proposito delle dichiarazioni di Asia Argento, da molti giudicate tardive, ma soprattutto del suo comportamento (dapprima fu costretta a subire la violenza sessuale dello spregevole fallocrate progressista Weinstein, [*] ma poi continuò a lavorare per lui, senza che vi fosse costretta), Massimo Gramellini riferisce sul Corriere della sera di oggi 17 ottobre della lettera di una lettrice:

    Interpretando un’opinione largamente diffusa, una giovane lettrice mi ha scritto parole intense sulle ragioni per cui si rifiuta di collocare Asia Argento nel pantheon delle vittime del sistema. Perché avrebbe avuto la possibilità di ribellarsi ai ricatti del maschio di potere e non lo ha fatto. Lei invece sì: alla vigilia della laurea, quando ricevette le avance del professore con cui stava preparando la tesi. Non disse nulla, ma stracciò la tesi e cambiò professore, preferendo diventare dottoressa con qualche mese di ritardo piuttosto che venire meno ai suoi principi.

    Fin qui tutto bene. Viene in mente in proposito l’episodio di quel professore dell’Università di Camerino che fu portato a processo per aver intrattenuto rapporti sessuali con parecchie sue allieve, nonché esaminande. L’allegro professore, all’insaputa delle allieve, registrava le prestazioni “accademiche” su videocassetta, delle quali cominciarono a circolare delle copie, in vendita in alcune edicole della città. Scrivevo a suo tempo che «il professore, che tra l’altro è stato consulente giuridico di Di Pietro nella stesura di alcuni documenti programmatici dell’Italia dei valori, è stato prosciolto: immagino, perché non si è potuto dimostrare che le fellatio praticate dalle allieve comportassero un’alterazione dell’imparzialità di giudizio del professore, al momento dell’assegnazione del voto». Infatti, pur non negando la fellatio, le allieve hanno negato di averla praticata in stato di costrizione o nell’ipotesi di un “voto” di scambio (quando mai, placuit magistro morem gerere!). Se avessero affermato la concomitanza tra fellatio e giudizio di profitto accademico, gli esami sarebbero stati annullati. Una cosa decisamente spiacevole.
    Gramellini ha riassunto la lettera della laureanda onesta, che non ha accettato il “voto di scambio”, e ha fatto benissimo. Probabilmente anche lui ritiene che il comportamento della lettrice sia stato esemplare, quello di Asia Argento un po’ meno. Infatti, denunciando il fatto, o anche soltanto interrompendo i rapporti con il fallocrate progressista, Asia avrebbe avuto qualcosa da perdere, mentre adesso denunciando Weinstein a scoppio ritardato fa bella figura, ha visibilità, riceva la solidarietà delle sorelle femministe. Questo Gramellini non lo dice, ma è probabile che lo pensi. Però poi mette le mani avanti, in modalità paracula:

    La riflessione della lettrice è ineccepibile e il suo comportamento straordinario. Però, ci avete fatto caso? Dal momento in cui è esploso lo scandalo, il produttore bavoso di Hollywood è uscito dal radar del dibattito, quasi si trattasse di un fenomeno naturale e inevitabile.

    Perché Gramellini aggiusta il tiro, e afferma che bisognerebbe parlare di più del «produttore bavoso» e, in genere, degli agguati sessuali, e meno della questione posta dalla lettrice che, come scrive lui stesso, riguarda il «tribunale della sua coscienza»? La risposta è — credo — che Gramellini sa che avrebbe qualcosa da perdere, se ponesse la questione in termini di doveri (è doveroso avere comportamenti onesti), invece che di diritti (i diritti delle donne, ovviamente, come se fossero diversi da quelli dell’uomo: procedendo di pari passo, perché non rivendicare come a sé stanti i diritti dei geometri, o dei ferrotranvieri?). Posta in termini (anche) di doveri, la questione non sarebbe politicamente corretta, e chi non è politicamente corretto — si sa — rischia. Gramellini infatti potrebbe aspirare a una direzione di giornale, per esempio. Dunque, con questi chiari di luna, meglio tenersi buono il mondo dello sciacquettismo similprogressista.
    Se la nostra analisi è corretta, vorrà dire che anche lui si è comportato un po’ come Asia Argento: loda la laureanda onesta, è vero — e gliene siamo grati — poi però mette le mani avanti, scantona sul mantra dei diritti delle donne. E i doveri? Ma quando mai! Parlarne non sta bene: proibito, e chi ne parla, peste lo colga! Anatema! Punto, basta, non m’interessa! Crucifige!

    ……………………………………………………
    [*] Vedi: Asia Argento: “Anch’io violentata da Weinstein”. Asia Argento aveva allora 21 anni. Già a 16 anni aveva subito le attenzioni di un regista esibizionista italiano: Asia Argento ce l’ha comunicato ieri 16 ottobre 2017.

    • Attenzione, questa è una bufala!

      Circola questa notizia, ma è una bufala. Magari fosse vera!
      Consoliamoci con la novella del Boccaccio, quella di Masetto da Lamporecchio (vedi), la cui vicenda è così riassunta dall’autore: «Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui».

    • Miseria della società dello spettacolo
      Asia Argento campionessa di coniglistica mediatica

      Asia Argento ci ha fatto sapere di essere stata molestata a 16 anni da un regista che, con il pretesto di spiegarle la parte, l’ha invitata nella sua roulotte e quivi, chiusa la porta, ha sfoderato il pene. Ha precisato che costui è un regista-attore. Se andate su Wikipedia, scoprite che lei è nata nel 1975 e siete facilmente indotti a fare delle congetture sul film al quale avrebbe potuto prender parte quando aveva 16 anni.
      Poi però Asia Argento scrive su Twitter un messaggio, subito ripreso dall’Ansa (vedi Weinstein, Asia Argento: ‘regista italiano, mai fatto suo nome’)

      In riferimento al mio post #quellavoltache, preciso, se ve ne fosse bisogno, che non ho in alcun modo fatto il nome dell’autore del gesto nè tantomeno, ho indicato elementi per identificarlo. Pertanto chiunque pretenda di conoscerlo, scrivendo qui o altrove il presunto nome, se ne assume per intero e personalmente la responsabilità”.

      Cioè, lei ci dà gli indizi, che più precisi di così non potrebbero essere, ma non si prende alcuna responsabilità per gl’indizi che ci ha dato e afferma di non aver fornito elementi per individuarlo. Ah beh, sì beh. A Napoli si direbbe che ha tirato il sasso e nasconde la manetta.
      Leggiamo inoltre in un lancio di agenzia dell’AdnKronos:

      Poco prima di rendere pubblici i racconti delle violenze subite, l’attrice aveva postato un commento che a molti era suonato come un’anticipazione di nuove, drammatiche rivelazioni: “Sono sicura – aveva scritto – che gli altri due uomini che hanno abusato di me quando ero un’adolescente e nei miei vent’anni se la stiano facendo addosso proprio in questo momento”.

      Insomma, conigli mediatici a raffica. Propongo che la giunta serrano-crurale offra la cittadinanza onoraria curnense ad Asia Argento, nel corso di una cerimonia, ovviamente, fasciata e tricolorata.
      Termino con una precisazione: “Accà nisciun’ è fesso” (anche se le vestali del politicamente corretto si sono messe in testa che noi faremmo bene ad abbozzare, se non vogliamo passare guai: far finta di niente, insomma, bere la malefica pozione mediatica e condividere). Non nego le molestie subite da Asia Argento, e me ne dolgo. Questo però non autorizza nessuno, nemmeno Asia Argento, a molestare noi con petulanti conigli mediatici. Non si guarisce da questi trami sfruttando i meccanismi del circo mediatico, e lasciandosi sfruttare.

  7. Sebastian permalink

    Meditation:


    Massimo Fini, autore dell’articolo qui sotto segnalato, in una foto del tempo in cui, più o meno, aveva l’età di MarcoBeretta (faccio il nome di un giovane che lavora agli “eventi” dell’Erasmus globalizzante bergamasco, e si agita per dare “una dimensione internazionale” a un paese alle porte di Bergamo, di fatto un quartiere degradato del quale la bella città si vergogna). Una rapida analisi fisiognomica comparata dei due ci fa capire la differenza: nel primo c’è la promessa di un engagement per una vita eroica e politicamente scorretta, nel secondo l’ansia di carriera per una vita comoda e conformisticamente prona alla dittatura del politicamente corretto. [foto e commento miei: N.d.Ar.]

    Il caso Weinstein: le ricattate e il ricattatore

    • Femminismo trionfante e onanismo protestatario

      Ringrazio Sebastian per la segnalazione dell’articolo di Massimo Fini, del quale mi aveva parlato un amico, lettore assiduo del Fatto quotidiano, e che mi rammaricavo di non aver letto. L’articolo mette bene a fuoco lo stato delle cose: sia detto con buona pace della Boldrina che, avendo letto l’ultimo coniglio mediatico di Asia Argento non ha voluto farci mancare il suo, a botta calda: «No, Asia, non lasciare l’Italia!». Ricordo che Asia Argento, a) dopo averci fatto sapere dell’aggressione subita da parte di Weinstein, con il quale ha fatto carriera, b) dopo averci informato sull’increscioso episodio di un regista-attore che ha sfoderato il pene in sua presenza (se costui è quello che pensiamo, è un personaggio presuntuoso, di modesta estrazione intellettuale, che però da un po’ di tempo posa — addirittura! — a maître à penser), c) dopo aver smentito che però il regista-attore fosse lo stesso regista-attore al quale tutti pensano, visto che Asia ci ha dato gl’indizi idonei alla sua individuazione, e per il quale allora lei lavorava, ebbene, d) adesso comunica che lascia l’Italia. La Boldrina, che pure è in viaggio di lavoro all’estero (dove pare si stia impegnando perché i migranti nei campi di “accoglienza” libici abbiano un trattamento umanitario), non perde l’occasione di esternarsi e “concede” un’intervista al Corriere della Sera: piatto ricco (quello dell’Argento), mi ci ficco.
      C’è qualcosa di patetico in tutto questo agitarsi della Boldrina in fine di legislatura. Prendendo atto della serie senza fine delle sue apparizioni mediatiche, c’è da pensare che il presidente della Camera dei deputati stia pensando a una idonea sua prossima collocazione istituzionale, consapevole com’è che nessun partito vorrà candidarla alle prossime elezioni. Speriamo che ci risparmi le acrobazie della Pivetti, che posò da cat woman con frustino in mano e fu conduttrice di trasmissioni televisive del genere cosiddetto “spazzatura” (in linguaggio coglione: trash).
      Ma torniamo a Fini. Varrà la pena meditare, come suggerisce Sebastian, su queste sue parole:

      E veniamo al caso di Harvey Weinstein, importante produttore di Hollywood. Il suo è un caso tipico di abuso di potere, ma una donna maggiorenne, adulta, sa, o dovrebbe sapere, cosa fa quando concede i propri favori sessuali, magari controvoglia, in cambio di promesse, mantenute o no, di carriera: si prostituisce.
      […] Com’è fuori discussione che ci sono uomini di potere che ne abusano per portarsi a letto delle belle ragazze sostanzialmente, anche se subdolamente, ricattandole, è altrettanto fuori discussione che ci sono parecchie donne che utilizzano il proprio sesso per avere scorciatoie di carriera, all’interno delle aziende e altrove.

      Poi, lo so, i cani da guardia del politicamente corretto vorrebbero che noi non meditassimo, credono di avere titoli per farci la lezione. Addirittura, per reprimere. Eppure, a ben guardare, sia il Weinstein predatore sessuale, sia il regista-attore (se è quello che pensiamo) sono campioni del politicamente corretto. Dunque il problema non è essere politicamente corretti, il problema è l’agire morale. Chi ha una struttura morale non stupra, non sfodera il pene a fini di esibizione impropria, e nemmeno si prostituisce. Come ho già avuto occasione di scrivere, esistono i diritti, ma non meno importanti dei diritti sono i doveri.
      Coloro che pretendono d’impartici lezioncine di politicamente corretto, pur essendo per lo più di modesto o addirittura infimo livello culturale, spesso trascendono: dalla lezioncina alla maniera della Boldrina passano al latrato, fanno la faccia feroce e vorrebbero sbranaci o vederci sbranati per interposta persona. Mi domando come si permettono di alzare la voce contro chi è alieno da ogni violenza, proprio perché ha una struttura morale. Come osano personaggi squallidi e squalificati, rotti ai peggiori compromessi, senza onore, rabbiosi e violenti (verisimilmente a compensazione della propria impotenza intellettuale), latrare contro chi è «integer vitae scelerisque purus», come scrisse di sé Orazio, cioè ha una vita intemerata e aliena da ogni delitto?
      Massimo Fini conclude il suo articolo con queste parole:

      Un banchiere americano ha confessato che piuttosto che salire in ascensore con una donna sola (in cento piani può accadere di tutto) preferisce aspettare il giro successivo.
      L’alternativa è la verbalizzazione. Possibilmente scritta e certificata. Negli Stati Uniti circolano moduli in cui i due mettono nero su bianco la loro intenzione di fare sesso e la donna, a scanso di equivoci, dichiara anche fino a che punto è disposta a spingersi.
      Se andiamo avanti di questo passo i rapporti fra i sessi, già difficili in una società solo in apparenza libera, in realtà sessuofobica, puritana, sempre più simile al matriarcato americano, diventeranno impossibili. Se bisogna verbalizzare, certificare, sottoscrivere, beh allora è meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

      Questa storia dell’onanismo dietro la siepe merita forse un commento. Viene in mente l’incipit dell’Infinito del Leopardi:

      Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
      e questa siepe, che da tanta parte
      dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

      Beh, non sono mancati i burloni che hanno scritto che in realtà il Leopardi, dietro quella siepe, passasse ore d’angoscia, pensando a Silvia, “col passero solitario in mano”. Non so se Massimo Fini avesse in mente questa immagine dissacrante (che, a nostro parere, niente toglie alla bellezza del carme di Leopardi, così come l’urlo liberatorio di Fantozzi non toglie che, obiettivamente, La corazzata Potemkin sia un capolavoro dell’arte cinematografica). Non lo so, bisognerebbe chiederlo a lui. So però che non è la prima volta che ne parla: si veda, sempre in questo diario, l’articolo La questione sodomitica: punti di vista a confronto dove è riportato questo brano di un altro articolo di Massimo Fini, Donne, guaio senza soluzione:

      [Le donne] adesso che si sono finalmente «liberate» sono diventate davvero insopportabili. Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. […] Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini («si vede tutto e di più» cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking […] Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

      • Il “pedaggio sessuale” per far carriera

        Nel numero di Repubblica oggi in edicola val la pena leggere, a p. 36, la “Lettera di Corrado Augias”, questa volta intitolata Weinstein e il rito del capro espiatorio, che esordisce con due aneddoti:

        In una lontana intervista Marilyn Monroe confidò: «Quando ho cominciato questo mestiere ho passato un sacco di tempo in ginocchio, e non era per pregare».
        Sofia Loren: «Mi sono sposata per proteggermi, per non dover passare attraverso esperienze molto negative».

        Quindi Corrado Augias, citando da un libro che porta il titolo Il sofà del produttore, ricorda il rito del “pedaggio sessuale” nella storia di Hollywood e commenta che questo è un una «pratica così abituale da essere formalizzata. Infatti era stata la legge del teatro, passò al cinema e poi alla televisione». Ricorda anche con parole leggere e pungenti di aver visto con i propri occhi «più una madre fare gli occhi dolci perché la sua bambina ottenesse un primo piano di cinque secondi, nel corso di una trasmissione televisiva». Viene in mente il film Bellissima di Luchino Visconti, dove Anna Magnani recita la parte di una mamma che ambisce di vedere la figlioletta diventare una stella del mondo dello spettacolo (vorrebbe che recitasse in un film di Blasetti) e paga il pedaggio delle attenzioni di un agente di pubbliche relazioni mandrillo, interpretato da Walter Chiari.
        Corrado Augias riporta infine quanto ha scritto Natalia Aspesi: «Il sofà era il mobile più importante dell’ufficio del produttore: [questo mobile] era il despota inanimato che poteva decidere della carriera di un’attrice: riluttanti o contentissime, ci dovevano passare tutte». E conclude con queste parole:

        Harvey Weinstein sta avendo quello che si merita. Non avrebbe mai immaginato, credo, che il rito del sofà diventasse quello del capro espiatorio.

        A costo di essere sbranati dalle vestali del politicamente corretto, possiamo concludere, credo, questa serie d’interventi sulla predazione sessuale della donna da parte di uomini di potere affermando che esistono diverse possibilità:
        a) la prima, che la donna, potendo rifiutare, rifiuti: come quella laureanda della quale si è detto, che cambiò relatore di laurea, o come quell’attrice di teatro della quale riferisce Corrado Augias, la quale «al momento del classico salto in camerino», schivò la presa del regista famoso e disse «Dottore, sono venuta qui solo per il provino». Augias riferisce che quel regista apprezzò moltissimo tale rifiuto, peraltro l’«unico in una lunga carriera», dunque memorabile.
        b) che la donna, pur riluttante, e potendo rifiutare, finisca per accettare: un po’ come quando noi saremmo riluttanti a spendere una grossa cifra per sistemare l’automobile, ma dell’automobile abbiamo bisogno, e ci teniamo che sia in ordine, e paghiamo, cioè paghiamo per avere un utile.
        c) che la donna si guardi bene dal rifiutare e accetti contentissima (come dice Natalia Aspesi).
        d) che la donna neghi di volersi dare, ma sia presa con la forza: questo è veramente esecrabile, ed è roba da galera. Nei casi b) e c) non parlerei di lesione dei diritti “della donna”, semmai di lesione dei diritti di “altre donne”, forse anche più brave, che però non ci stettero, o non ci stavano.

  8. Truffe per cui a norma di cacata carta la Tim afferma di non essere responsabile


    In tre giorni un operatore di servizi non meglio identificati che alla Tim dicono di non conoscere ha succhiato 14 euro dalla somma di denaro depositata presso l’operatore telefonico Tim.

    Ho un contratto con la Tim cosiddetto Smart, che copre la linea fissa e la telefonia cellulare, per cui dispongo di tot ore di conversazione telefonica via cellulare, traffico Internet illimitato sulla linea fissa e tot gigabyte di traffico Internet su cellulare, ogni mese. Pago a parte gli Sms (per un costo aggiuntivo di 3 € posso inviarne 500 ogni 4 settimane). Per questo ogni tanto verso presso un centro Tim 10 o 20 euro, quando il credito è prossimo a estinguersi.
    Ieri, quando ho trovato da sedere in metropolitana, non avendo di meglio da fare, ho voluto controllare consumi (in termini Mbyte di traffico Internet e di numero di messaggi Sms), costi e credito. Infatti, circa 10 giorni fa avevo depositato presso l’operatore Tim 20 euro.
    • Prima sorpresa: leggo che è stato attivato un servizio. Eppure, ne sono sicuro, io mi ero guardato bene dall’attivarne alcuno. Vado a vedere: è stato attivato il servizio Tim Prime. Da chi, se non da Tim? Certo non da me. Lo disattivo immediatamente.
    • Seconda sorpresa: vado a vedere il “Dettaglio e costi [del] traffico” e scopro che nell’arco di tempo di tre giorni, il 12.10 e il 15.10, mi hanno succhiato 14 euro (7 euro il primo giorno, 7 euro il secondo giorno: ciascun importo nasce dalla somma di due prelievi di 2 euro e uno di 3 euro). Estrapolando le truffe precedenti, si capisce che il prossimo prelievo truffaldino sarebbe stato messo in atto proprio ieri, dopo le 21; ma ho scoperto il gioco alle 10 del mattino, e il gioco è finito.

    Ho telefonato alla Tim per chiedere il rimborso della cifra involata. Mi dicono che non sanno chi sia stato a portarmi via il denaro. Certo che non lo sanno, ed è tutto congegnato perché non lo sappiano. Ma perché non lo sanno? Per loro è importante non sapere a norma di cacata carta. Per il resto: “Punto! BAsta! Non m’interessa!”. Merda!
    Nel resoconto che vedete qui sopra vediamo: il “Tipo di servizio” non è specificato (perché non è specificato?); sotto l’acronimo “inculante” APN (che vorrebbe dire Access Point Name) leggiamo n.d.(penso che voglia dire non definito); nella colonna Min/kB leggiamo parimenti n.d.
    Dice la signorina (le ho chiesto se rispondesse dall’Italia centrale, lei mi ha detto di sì) che la Tim non ne sa niente e che forse io ho attivato il servizio (che non conosco), senza saperlo, navigando in Internet. La domanda è allora: perché la Tim accetta che esistano meccanismi di agganciamento truffaldini? Sarà. Però, ragionando:
    • Combinazione, la truffa è cominciata due-tre giorni dopo il mio versamento di 20 euro.
    • Poiché il servizio (quale?) truffaldino è concomitante con Tim Prime, perché a) Tim mi ha appioppato il servizio Tim Prime? oppure, b) perché consente che altri possano appiopparmi Tim prime?
    La signorina mi ha anche detto che ci sono truffatori che operano in nome della Tim, ma che non sono Tim. Lo diceva senza convinzione, sembrava imbarazzata, come una che è costretta a fare così per portare a casa un tozzo di pane. Senza che neanche glielo chiedessi, mi ha detto che avrebbe proceduto a bloccare tutti i servizi. Infatti riceverò un messaggio: «Gentile cliente, la tua richiesta di blocco di tutti i servizi è stata eseguita». Grazie tante. Senza contare che da Tim Prime mi sono levato io.

    Ho spiegato alla signorina di non aver niente contro di lei, ma che comunque la Tim non poteva a rigor di logica dirsi estranea alla truffa (in realtà in Italia la logica non conta niente, qui gli avvocati cazzeggiano alla grande: però questo me lo sono tenuto per me).
    Naturalmente non denuncerò la Tim, perché non intendo aggiungere al danno la beffa. Al massimo potrei inviare copia di questa predica inutile ad Altroconsumo, se qualcuno m’insegna come possa fare. Non denuncerò perché so benissimo:
    a) che alla Tim come dappertutto ci sono mongomanager che fanno carriera in funzione dei comportamenti inculanti che mettono in atto, e che, quand’anche la Tim dovesse rimborsare questo o quello, ha comunque il suo bel guadagno a consentire che le gherminelle mongomanageriali abbiano libero corso (“Non è la Tim!”: già e perché te ne lavi le mani? quali collegamenti ci sono?); dunque, quand’anche io cacassi sangue per farmi rimborsare i 14 euro, non otterrei che queste truffe cessassero (sarebbe questa la cosa importante).
    b) che alla Tim dispongono di supercazzuti avvocati azzeccagarbugli che sosterranno, con gran svolazzo di cacate carte, quel che mi diceva in parole semplici la signorina.

    Non denuncio perché non ho fiducia nelle istituzioni che dovrebbero tutelarmi e che consentono a spregevoli mongomanager di farla franca con l’ausilio di avvocati azzeccagarbugli.
    Dovremmo imparare a disprezzare mongomanger e causidici nemici del popolo, in culo alla loro strafottuta “etica professionale”! E hanno il coraggio di chiamarla “etica”!

    P.S. – Un amico, che ha subito soprusi simili veicolati dalla Tim, mi dice che anche lui aveva fatto disattivare i “servizi”. Poi però, un giorno che è andato in Svizzera, senza che niente facesse, è stato di nuovo agganciato da servizi truffaldini, e saccheggiato. Domanda: perché la Tim non tutela i suoi clienti? Chi ci guadagna in questo meccanismo di mancata tutela? E non ditemi che la colpa è degli Svizzeri.

    • La Tim, la giustizia e il gatto

      Ho edulcorato il testo precedente q.b., ma neanche più che tanto, e l’ho inoltrato alla Tim via Altroconsumo. Vedremo.
      È evidente che di vincere non m’importa niente, Come dice la canzone El me gatt (ma non è il gatto padano):

      Se g’hoo de divv, o brava gent
      de la Ninetta me frega niént
      l’è la giustissia che me fa tort
      Ninetta è viva, ma el gatt l’è mort.

      Anzi, ascoltiamo per intero la canzone:

  9. La funzione pedagogica dei partiti non può e non deve essere ridotta a promozione di condivisione appecorata

    Avevo promesso di rispondere ad Algido in maniera più articolata, in merito all’opportunità che la sezione curnense del Pd chiudesse i battenti: lo faccio adesso, mantenendo fermi i punti posti nella risposta precedente e provando a dimostrare perché il bilancio del Pd nello sciagurato paese di Curno sia fallimentare.
    Insisto sul fatto che la sezione curnense del Pd è inutile, tanto più che il risultato elettorale prescinde dall’interazione con il popolo di Curno, ma è manifestamente l’esito di due fattori concomitanti: la non-affidabilità del blocco di destra (che, dopo l’opera di cannibalizzazione promossa da Alessandro Sorte ai danni della Lega nord ormai fascioleghista nelle mani di Salvini, sarebbe sbagliato chiamare di centro-destra) e il micidiale sistema di potere messo in atto dagli aziendalsimilprogressisti mediante la proliferazione controllata degli attori del territorio del secondo tipo.
    I punti fermi del ragionamento, ricordo, sono i seguenti:
    a) il ruolo imprescindibile dei partiti nella dialettica democratica come strumento e come fucina di proposte, e non come raccoglitori di “mi piace” nei luoghi d’incontro virtuale messi a disposizione da furbacchioni come Mark Zuckerberg; cioè i partiti devono fare politica, politica vera, e non limitarsi ad azioni di lobby;
    b) la politica non si fa con i sondaggi e le verità non si votano a maggioranza;
    c) le sbruffonate mediatiche e la passione per la copropapirologia sono la morte della politica.
    Esaminiamo allora l’intervento di Algido alla luce di questi principi. Come già osservavo nell’abbozzo di risposta precedente, le stesse notizie che ci fornisce Algido sono materia preziosa per capire l’inadeguatezza del Pd curnense.
    Il fatto che alle urne gli aziendalsimilprogressisti del Pd abbiano riportato la vittoria, sia pure di stretta misura, sulla destra, non dimostra che il Pd abbia svolto un’opera meritoria. Semmai, considerata l’assenza pressoché totale del dibattito politico, dimostra che tutti gli sforzi sono stati focalizzati sulla raccolta del consenso, e che il successo è stato largamente favorito dalla velleità, mediocrità e soprattutto non-affidabilità degli avversari.
    Inoltre, il fatto che il Pd di Curno abbia espresso, come osserva Algido, tre personaggi che nella lotta per gli allori della politichetta sono riusciti con successo ad arrampicarsi sul palco bergamasco porta – direi – acqua al mio mulino, più che al suo. Il “successo” dei tre personaggi menzionati da Algido non dimostra la vitalità della sezione curnense del Pd, dimostra semmai la sua non-vitalità. Per non perdermi in giri morotei di parole, sono costretto a fare un esempio, con l’avvertenza che è molto meno ad personam di quanto farebbe comodo credere a chi legge queste righe con animo malevolo. Parlerò dunque di Clara Colombo della quale Algido saluta il trionfo politico in ambito bergamasco. In effetti, la Colombo somigliava un po’ a Irene Pivetti, si capiva che puntava al sodo. Mi domando però se potrebbe Algido sostenere che Clara Colombo abbia fatto a Curno un lavoro meraviglioso di animazione della discussione delle ragioni della politica: ha forse stimolato i giovani (visto che lei è o, quantomeno, è stata giovincella, all’inizio della sua carriera politica) a considerare i problemi in tutte le loro sfaccettature (per favore, non ditemi, sciacquettisticamente, a 360°)? Si sono creati a Curno per iniziativa di Clara Colombo gruppi di discussione politica in utramque partem? I “ggiovani” di Curno hanno forse letto e discusso insieme l’utopia Rousseau, essendo così in grado di rispondere pan per focaccia alle baggianate grilline della “società liquida”? È evidente, Algido non può affermare niente di tutto questo. D’altra parte noi ci ricordiamo benissimo di Clara Colombo quand’era consigliera comunale a Curno, nel ruolo che oggi è di MarcoBattaglia, e fu per tutto il tempo pressoché muta, più che altro impegnata a far scorrere il pollice sullo schermo tattile del ficòfono. Per farla breve, era come se non esistesse; ma dare tutta la colpa alla presenza castratrice della dott.ssa Serra francamente mi sembra un po’ troppo.
    Sia ben chiaro, non ho niente contro Clara Colombo: ne ho parlato giusto per dimostrare che il “successo” del Pd di Curno e dei suoi personaggi suona più come un atto di accusa nei loro confronti che come attestazione di lode. In generale, pare che sia stata premiata l’acquiescenza alle direttive superiori e, francamente, non mi sembra un titolo di merito. Ma la politica, dov’è?
    Anche sui «dibattiti sui vari temi», dei quali parla Algido, ci sarebbe da dire. Fondamentalmente, non si è dibattuto proprio un bel niente. C’è stata semmai qualche iniziativa sporadica di appoggio cammellato alle irrevocabili decisioni serrane, ai capricci e alle cosucce politicamente corrette. Questo non è politica: della politica nobile e delle ragioni della politica non si è vista nemmeno l’ombra.
    Consideriamo per esempio il tema del lavoro. Ma quando mai è stato affrontato seriamente e politicamente? Max Conti è stato (credo che lo sia ancora) responsabile provinciale del lavoro, oltre che segretario della sezione locale del Pd; è stato anche presidente dell’associazione Bergamo Europa, e anche lì si è parlato di lavoro: ma neanche lì il lavoro è stato affrontato politicamente. Bergamo Europa si è limitata a indire convegni (due, mi pare) su questioni sindacali, e poco più. Per giunta, trattando il tema del lavoro nella prospettiva totalizzante del sindacato, con un occhio di riguardo a quel settore del lavoro – statale e parastatale – che invece di essere portato in palmo di mano, a fini di raccolta del consenso elettorale, meriterebbe di essere messo sul banco degli accusati: e questa sarebbe politica. Non mi risulta che a Curno si sia parlato, per esempio, della dignità del lavoro, della liberazione dal lavoro, dell’impatto della robotica nel mondo del lavoro, del lavoro inutile e di quello parcellizzato, dell’impostura dell’alternanza scuola/lavoro imposta dalla cosiddetta “buona scuola”, del lavoro nero assegnato a casa dagli agenti del nuovo caporalato. Perché questi argomenti, di grande momento politico, non sono stati affrontati? Semmai a Curno ha operato l’impresa “sociale” Enérgheia in regime di impunità e con ampio spargimento di vaporoso incenso.
    Sull’indegnità politica della destra curnense, che a torto Algido chiama “centrodestra”, sono invece d’accordo.
    Rimane il fatto che il Pd a Curno non ha fatto politica ma si è limitato a operare come una lobby, una delle tante, forse con l’ambizione di svolgere un ruolo lobbistico egemone: ma sull’egemonia del Pd nutro forti dubbi. Semmai, sul piano più che politico, para-politico, si percepisce l’egemonia o quantomeno l’estrema volontà di potenza della lobby cattoprogressista.
    Così stando le cose, la presenza a Curno di una sezione del Pd è perfettamente inutile, anche se immagino che possa venir comodo affermare che esiste una sezione: e se la sezione non si occupa di politica, in fondo, chissenefrega? Un po’ come quando in Sala consiliare si volle promuovere un dibattito intorno giallo Lgbt-friendly scritto dall’ex segretario comunale di Curno Annalisa Di Piazza: erano presenti la dott.ssa Serra, la bibliotecaria, la signora toscana con i capelli bianchi tagliati alla maschietta e la Di Piazza. Poi sono entrato io, più tardi ancora è entrata la dott.ssa Bellezza. Dopodiché si sarà scritto nei registri che a Curno c’è stato un dibattito culturale. Tutto a norma di cacata carta.

    • Osservatore permalink

      Sottoscrivo la sua analisi sul PD di Curno e aggiungo che neanche Algido crede a quello che lui stesso scrive.
      È un figurante della farsa.
      E nessuno crede a lui, vive di farsa e in tale modo viene considerato.

      • Mi limito a osservare che se Algido credesse veramente a quello che dice, sarebbe ancora più grave. Credo che con la sua epistola volesse contadin-furbescamente spostare l’attenzione dal tema posto sul tappeto: la miseria della politichetta di Curno e della stessa sezione Pd. Tale miseria nasce dalla funzione che il Pd assolve a Curno (a dir la verità non solo a Curno), quella di fornire una giustificazione parapolitica a un sistema d’interessi che oltre tutto non sono necessariamente e tutti suoi interessi.
        Però tale è il sistema d’incastro tra i vari interessi — un incastro che potremmo dire “uncinato” — che gli attori del territorio del secondo tipo, quelli che con le loro parentele costituiscono lo zoccolo duro dell’elettorato Pd-ino, sono asserviti senza saperlo ad altri interessi, anche oscuri a loro stessi. Come quando gl’ingenui curnensi, pascolati dalla dott.ssa Serra, accolsero trionfalmente Vera Baboun, sindachessa di Betlemme in quota Al-Fatah, in qualità di madonna pellegrina, portatrice di pace. Che cosa ci sia esattamente dietro Vera Baboun solo Dio lo sa (a parte il fatto che è membro della commissione giudicatrice dell’arcVision Prize – Women and Architecture, il premio istituito da Italcementi Group: il che non è un reato, evidentemente, ma si presta a qualche considerazione, perciò suggerivo che il copropapirologo di Curno andasse ad annusare le cacate carte; ma lui ha fatto presente che, in questo caso non ne vuole sapere). Noi, partendo da alcuni indizi, possiamo fare soltanto congetture e ricordare certe pericolose posizioni del mondo cattoprogressista riguardo alla questione palestinese (come dimenticare le maniere spicce di quel furbacchione di mons. Hilarion Capucci? Sono cose di parecchi anni fa, che però hanno lasciato il segno, come del resto altre cose preterite).

        Se il Pd a Curno non solo non fa politica, ma soprattutto è fermamente intenzionato a non farne, tutt’al più mobilitandosi per cosucce di “società civile” e indicendo qualche tavoletta rotonda con la partecipazione di Misiani, nelle occasioni elettorali, non meraviglia che i giovani del Pd destinati a far carriera, anche su indicazione dei poteri forti, non abbiano punta passione ideale, e si segnalino fondamentalmente per essere conformisti. In attesa che il “ggiovane” MarcoBattaglia prenda le redini del circolo (ma chi comanda è ancora in tempo per fare un passo indietro) risulta dal profilo prosopobiblico del circolo che «fin dalla sua fondazione, Massimo Conti ne è il coordinatore»; tutta da ridere è la seguente “informazione”: «Fondato il 12 febbraio 2008, il Circolo PD-sezione di Curno è diventato il punto di riferimento per tutti i democratici del nostro amato paese».

    • ALGIDO permalink

      C’è senza dubbio qualcosa di vero in quello che scrive, solo che lei ad alcune cose da una accezione fortemente negativa, io invece ne do un’altra, diversa. Un punto di vista differente insomma.
      [Si dice che la guerra sia una cosa troppo seria perché possa essere affidata ai generali. Anche l’economia: non può essere lasciata a certi economisti, soprattutto se somigliano a Renato Pozzetto (“Io sono fotogenico”) e pretendono che l’Italia esca dall’euro sulla base di mongoragionamenti pronunciati in tono oracolare (non che io ami l’euro, ma per uscirne occorre un progetto, fare un modello matematico di simulazione delle strategie e degli effetti associati, insomma una roba seria, da scienziati veri, non sarà un Erasmus/Orgasmus a sollevare il mondo; perché dovrei fidarmi di Claudio Aquilini Borghi? fra l’altro è stato segato da Giorgetti, Salvini non vuole più uscire dall’euro e fra poco chiederà la mano alla Boldrina).
      Analogamente, e vengo al dunque, Machiavelli fu un uomo di straordinaria intelligenza e cultura: non possiamo prestarlo alla politichetta, in particolare quella curnense. In altre parole… beh, ma tanto lei ha capito. Machiavelli non si presta a gherminelle di astuzia contadina.
      N.d.Ar.]

      La destra (fa bene a chiamarla così: di centro a Curno e in Italia è rimasto poco in quel blocco) è, da almeno 20 anni acCurno, divisa e senza idee.
      L’unica proposizione che non fosse una bufala, un attacco o una polemica (spesso inventate) è stata Curno a 6 zampe.
      [Pare che non si occupino più nemmeno dei diritti del cane. N.d.Ar.]

      Ai lettori di Nusqumia giudicare, da allora (fine 2011. inizio 2012) lunghi anni di silenzio, polemiche sino al jolly della Maximoschea, di cui dal 12 maggio nessuno ha piu sentito una sola parola.
      La cementificazione? Siamo seri su. La eccessiva vicinanza alle associazion? Piaccia o no a Curno sono loro che rappresentano il collante sociale, giusto (e nel programma) incoraggiarle e sostenerele. [Insomma, c’è modo e modo. N.d.Ar.]

      Quanto alle sue considerazioni.

      Il PD a Curno ha svolto un ruolo importante.
      Temi di discussione? Tavole rotonde? quante ne vuole
      Sono venuti a parlare di Lavoro Bombassei e i dirigenti sindacali.
      [Guardi che io c’ero a sentire Bombassei: ha fatto capire che in fondo il Jobs Act (fra l’altro, uno strafalcione linguistico) costituiva una soluzione pasticiata a un problema mal posto. Una cosuccia. Che infatti si sarebbe prestata, tutt’al più, a produrre statistiche che si vorrebbero digerite e condivise, ma senza ragionarci su: ché allora si vedrebbe che non è proprio il caso di essere ottimisti. Io comincerò ad essere ottimista quando sarà stata aperta la stagione di terrore contro la mongotecnoburocrazia. Semmai Bombassei chiedeva per gl’imprenditori maggiore libertà, più che di licenziare, di valutare le prestazioni dei neoassunti, senza sentirsi il fiato sul collo di pretestuosi attori istituzionali. In ogni caso, e a scanso di equivoci, faccio presente di non ppartenere al novero dei turiferai di Bombassei (si dice turiferaio, e non turibolare, come piace dire agli agrimensori male acculturati). Altri sono i turiferai, o culilinctori che dir si voglia. N.d.Ar.]

      A Parlare di terzo settore (anzi ha presnetato la legge nuova a Bergamo proprio a Curno) il Vice Ministro Bobba
      Di consumo del suolo il Ministro Martina
      Di nuovi nazionalismi Eva Giovannini, giornalista RAi (serata cancellata per un grave evento luttuoso come ricorderà)
      [L’evento luttuoso riguardava Max Conti, presidente di Bergamo Europa (questo lo appresi in seguito). Soprattutto non poterono essere presenti gli on. Misiani e Fiano, trattenuti a Roma da una votazione protrattasi a tarda ora, un venerdì per giunta, che è il giorno in cui i parlamentari tornano a carezzare il loro collegio elettorale. Ma la Giovannini, che doveva parlarci della Lega nord, dei populismi e del razzismo, era arrivata a Bergamo, se ricordo bene quel che mi disse lei stessa, o comunque (nel caso in cui ricordi male) fu bloccata. Ma perché, la Giovannini non poteva venire lo stesso, anche senza MAx Conti, senza Fiano e soprattutto senza Misiani? N.d.Ar.]

      Di Europa
      Di Scuola
      Di disabilità
      Si è parlato anche del progetto PD, in occasione di Primarie, di tanto atanto altro.
      Il PD naturalmente si è dedicato, specie durante il Regno Gandolfi, anche di tematiche locali
      [Sì, assemblee cammellate. Non se ne fecero più, da che Nusquamia fece un certo ragionamento sulla inattendibilità delle assemblee cammellate, in termini di rappresentanza del popolo. Prima invece la Lega nord e i similprogressisti dicevano “Abbiamo fatto un’assemblea cittadina, e l’assemblea si è pronunciata…”. Seh, le chiamavano assemblee cittadine.
      Poi quello di Gandolfi non fu un regno. Semmai fu un regno, anzi una tirannide, il regime instaurato dalla dott.ssa Serra.
      N.d.Ar.]

      Spesso

      Di Piano di Governo del Territorio ad esempio, ma non solo..
      E i volantini?
      Ne sono stati scritti e distribuiti almeno 60 i 9 anni. Tanti? pochi? Non lo so. perchè no?
      [Guardi che ha dimenticato i ta-tze-bao di Pepito el Memorioso, detto anche Bepi, colui che ha venduto la tradizione del socialismo umanitario per il piatto di lenticchie di esser chiamato “memoria storica” dagli aziendalsimilprogressisti. N.d.Ar.]

      Poi c’è il lavoro che più le sta sullo stomaco (anche alla destra, incapace di farlo, a parte pochissime eccezioni)
      Il lavoro di costruzione di una rete di relazioni che rende solido un progetto, lo rende credibile agli ineterlocutori e che dura nel tempo.
      Questo è il cuore della faccenda.
      I numeri di qualche post fa (risultati elettorali e altro) certificano che questo lavoro è stato fatto e il come.
      Non lo ha fatto solo il PD ovvio.
      [Sono fondamentalmente anarchico. Mi piacciono le libere associazioni, soprattutto le associzioni che non fanno azioni di lobby e che non chiedono di essere foraggiate da denaro pubblico, né si prestano ad essere catena di trasmissione del consenso elettorale. Altrimenti, se le associazioni, comprese quelle dei cinofili ed, eventualmente, dei cinefili (io sono cinefilo, ma non chiedo privilegi) fanno dei loro associati “cittadini più uguali degli altri”, sento la presenza delle associazioni come una minaccia per la mia libertà. N.d.Ar.]

      E qui c’è un altro punto.
      Nell’area progressista a questi valori e a questi temi ci si crede, pur con diverse sensibilità.
      [Ecco, anche per me questo è il punto. Io non vedo passione politica, non vedo il bagliore del rasoio di Occam che distingue tra problemi veri e falsi problemi, non vedo eroismo nei giovani. Vedo la dott.ssa Serra, vedo la dott.ssa Gamba (a dire il vero non so se lei sia iscritta al Pd), vedo il Saccogna-Gamba, vedo MarcoBattaglia, vedo Max Conti: ebbene, dov’è l’anelito per l’ideale? Guardi che non parlo così per dire, io ho avuto la fortuna di conoscere eroi e persone intelligentissime, giovani e vecchi. Alcuni, i vecchi, non ci sono più; altri, i giovani di allora, si sono rincoglioniti. Ma almeno da giovani furono uomini. E non erano “ggiovani” contadini o proletari che si dicevano di sinistra per poter entrare nelle case della borghesia bene (“de sinistra”), come scorciatoia di un’agognata promozione sociale. No, era gente che sacrificava tutto all’idea, invece di simularne una che consentisse loro di far carriera. Ricordo, per esempio, un laureato in filosofia che nascose la laurea in un cassetto e andò a far politica in Germania, come operaio, con gli emigrati italiani. Mica andò a fare l’assessore nel suo paese (costui era della Magna Grecia, di Ruvo, che diede i natali al poeta latino Ennio; aveva un diploma di Istituto tecnico industriale e poiché si vergognava di non sapere il latino e il greco, dal momento che studiava filosofia, se l’imparò da solo; altro che le sbruffonate del gatto padano). Non ero d’accordo con la formazione politica della quale quel giovane faceva parte, ma non posso dire che fosse un pezzo di merda. Ho conosciuto gente che rifiutava le raccomandazioni, invece di andarle a cercare, gente che dava le dimissioni da un lavoro ben retribuito perché quel lavoro o la stessa azienda per cui lavoravano ripugnavano alla propria coscienza. Ovviamente non le parlerò di me stesso, ma le assicuro che quando penso a certi atti generosi della mia gioventù mi domando come abbia potuto compierli. Forse oggi non ne sarei capace. Parafrasando ‘Blade runner’ dirò: «Ho conosciuto uomini che voi curnensi non potreste immaginare: giovani con il cuore in fiamme al largo dei bastioni di Porta Venezia, e ho visto i raggi della lucida ragione balenare nel buio della superstizione vicino alla collina di Montmartre. E tutti quei momenti sono andati perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. Piuttosto che vivere in questo mondo di merda, è meglio morire». Credo di aver già parlato su Nusquamia di quella commedia musicale che vidi tanto tempo fa e che s’intitolava “Je ne veux pas mourir idiot”. È un impegno che vorrei mantenere. N.d.Ar.]

      E la gente compatta segue un gruppo dirigente compatto che è credibile.
      Amministrazione in primis con i partiti dietro.
      Se una lista , se un gruppo consiliare, se un partito giocano la stessa partita per molti anni, la gente lo capisce e segue.
      altri? incapaci di fare una lista sola (e ancora cercano i colpevoli invece di guardarsi allo specchio), parlano di moschea (o di cani, o di quinta colonna o di altre scempiaggini) e non guardano ai bisogni di Curno.
      [La quinta colonna esisteva davvero, lei lo sa benissimo. Erano Corti e Locatelli che mettevano il bastone fra le ruote all’Amministrazione Gandolfi. N.d.Ar.]

      Il territorio, la conservazione dei posti di lavoro, i servizi, le opere pubbliche, la coesione sociale.
      Allora? perchè il PD dovrebbe chiudere la sede?
      Ancora non lo capisco.
      [Semplificando: il Pd dovrebbe chiudere la sede di Curno, per mancanza di passione politica. N.d.Ar.]

      A non capirlo sono anche imprenditori, commercianti, anche semplici simpatizzanti ex leghisti o forzisti delusi se ci cercano per dialogare invece che andare nelle proprie sezioni.

      Conti LAscia, lo fa sereno e con la coscienza a posto, a quanto mi ha detto, senza rimpianti tornando alle sue occupazioni. come in politica dovrebbe essere normale.

      Gli altri facciano come gli pare, i riusultati li vedremo

  10. Dedicato agli aziendalsimilprogressisti del Pd

    Soltanto adesso, andando a spulciare il contenuto di una casella di posta elettronica che non uso da tempo, ho trovato la segnalazione di questa versione latina dell’Internazionale. Commenta l’amico che la segnala:

    Latinitas non ita perspicua, fortasse quia manat fere verbatim e textu anglico. Quo sermone cantus hic primum editus est? Anne rutheno? Oportet redire ad fontes ed inde formam latinam derivare. Quamquam, si versionem italicam perpendo, omnibus praestare ea videtur, quam Fortinius poeta composuit, Ivan noster della Mea intonuit.

    Non ricordo più in quale romanzo italiano di ambientazione resistenziale (Fausto e Anna di Cassola? Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino?) c’è uno che dice che però l’Internazionale va cantata in francese: «Debout, les damnés de la terre / Debout, les forçats de la faim! …». L’inno risale al tempo della Comune di Parigi.
    La traduzione italiana alla quale allude il mio amico non è l’unica: fu composta nel 1994 da Franco Fortini e incisa da Ivan della Mea, che è l’autore di El me gatt, la canzone che abbiamo presentato in questa stessa pagina, qualche commento fa. Recandoci al sito Canzoni contro la guerra apprendiamo che esistono ben dieci versioni italiane e tre versioni latine (queste ultime sono tutte recentissime).

    • L’inno internazionale dei lavoratori interpretato da Pete Seeger

      Pete Seeger insieme con Woody Guthrie tirerà la volata a Bob Dylan, nella migliore tradizione dei menestrelli americani impegnati per un mondo migliore. La sua interpretazione dell’Internazionale è stupenda, e poco importa che la pronuncia del francese lasci a desiderare.
      Di Pete Seeger è la celebre canzone If I had a hammer, purtroppo interpretata in Italia (e banalizzata) da Rita Pavone (il martello del quale si tratta è il martello della giustizia e della libertà).

      Un’altra celebre canzone legata al nome di Pete Seeger è We shall overcome, in realtà un gospel preesistente, ma da lui immessa nel circuito delle canzoni di protesta: diventerà l’inno del movimento statunitense per i diritti civili. Qui sentiamo We shall overcome nell’interpretazione di Joan Baez.

  11. Gwyneth Paltrow su Weinstein in un’intervista del 1998
    Un’intervista non anglorobicosassone

    Com’è noto, anche Gwyneth Paltrow è stata oggetto di attenzione da parte di Harvey Weinstein: accadde al tempo in cui lei girava Shakespeare in love (1998), ed era in uno stato di grazia, quello stesso di Sliding doors (1997) e del Talento di Mister Ripley (1999). Lo schema di attacco adottato dal suino magnate progressista Weinstein è stato quello classico: invito in albergo, scusami un attimo, vado a mettermi comodo, quindi si presenta in vestaglia con il flacone dell’olio lubrificante in mano, e la richiesta di un massaggio. Con la bella Gwyneth Paltrow (a quel tempo una santa: beh, oggi come oggi forse non lo è più, non si è santi vita natural durante) non ha funzionato.
    L’intervista che vediamo qui sopra risale al 1998, quando l’attrice americana (ma di madre ispanica: così si spiega la sua dolcezza) girava Shakespeare in love, prodotto da Weinstein, che nell’intervista è chiamato per nome, Harvey. L’intervistatore è Dave Letterman.
    Ebbene nell’intervista Weinstein è, senza mezzi termini, definito “coercer”, cioè uno che persuade con la forza. Si potrebbe tradurre, tenuto conto che ‘coercer’ deriva dal latino coërcere, che vuol dire esercitare coercizione, “coercitore”, che però non si è mai sentito in italiano; “coartatore”, con il medesimo significato, suona meglio, anche se il vocabolo non è registrato nei lessici (comunque, meglio che “ministra” che sicuramente i lessicografi avranno registrato, terrorizzati dalla Boldrina); “forzatore” è un vocabolo raro, per lo più usato con altro significato (al circo, per esempio, è colui che spezza le catene); neanche “violentatore” va bene, visto che un coartatore non necessariamente arriva alla violenza sessuale. Diciamo allora che Weinstein è un “predatore”; però, per rendere il senso di questa intervista, molto sottile e giocata sull’ambiguità dei riferimenti alle situazioni di fatto, con grande intelligenza da parte di intervistatore e intervistata, useremo il termine “coartatore”, senza curarci di chiedere il permesso a Cecilia Robustelli, linguista femminista, men che meno alla Boldrina.

    Letterman domanda alla Paltrow quali siano i suoi progetti per il giorno del Ringraziamento (Thanksgiving), quando càpita che gli americani facciano un viaggio di piacere. Paltrow risponde che lei sì, avrebbe fatto un viaggio, ma che adesso è qui, da Letterman, per lui: «I would have ordinarily gone not on Thanksgiving, but I’m here for you».
    Malizioso, Letterman le domanda se lei si trovi qui di sua volontà, o se qualcuno l’abbia coartata (probabile riferimento alle pubbliche relazioni della Miramax): «Are you here of your own free will? Has someone coerced you into being here?».
    Non meno maliziosa, la bella e intelligente Paltrow, che ha capito l’antifona, replica ponendo a sua volta una domanda: forse che Letterman considera Weinstein un coartatore? («Do you count Harvey Weinstein as a coercer?»).
    Letterman mostra di non aver simpatia per Weinstein e, in tono scherzoso, si pone il dubbio se Weinstein possa avere qualche aggancio con la criminalità. Perché l’impressione – dice – è che sia una specie di membro di una banda, o un fiancheggiatore: «I don’t know whether he’s in some kind of organized crime now, but he used to be like some kind of like junior mob kind of guy. He was like in the mob auxiliary».
    Paltrow raccoglie l’allusione, per niente imbarazzata, e fa presente che lei lavora per Weinstein, in quanto patron della Miramax, e ne è felice, ma – aggiunge – lui ti costringerà a fare una o due cose: «I do all my movies for Harvey Weinstein, that’s Miramax, and I’m lucky to do them there but he will coerce you to do a thing or two».
    Letterman è abilissimo: non domanda quali sono le cose che bisogna fare per Weinstein, ma pone la questione in questi termini: “Dunque, Harvey ti avrà chiesto di parlare [*] del tuo film” («So Harvey said, “go on and talk about your movie»). E la Paltrow risponde “Certo”.
    Mantenendo il tono sornione, Letterman domanda che cosa Weistein farà per lei, che ha parlato, o sta parlando, del film («And in return what will Harvey do for you?»).
    La bella e intelligente Paltrow ci pensa un po’, poi risponde “Niente!”.
    Conclude Letterman: “Veramente? Beh, che cosa non va in questa equazione? Come dicono i ragazzi, questi sono conti tuoi. Io ne ho abbastanza, per così dire, del comportamento di Harvey” («Really? Well, what’s wrong with that equation? As the kids say, you do the math. I’m kind of fed up with Harvey’s behavior». Ma subito dopo precisa che si riferisce alla sua attività di lobbying e pubbliche relazioni.

    ………………………………..
    [*] Parlare a chi? Ai telespettatori nell’ospitata televisiva della Paltrow, o a Weinstein stesso, come argomento pretestuoso di conversazione? È ambiguo, anche se la prima interpretazione è la più probabile. Ma tutta l’intervista, da parte di Letterman è giocata su questa ambiguità: Weinstein è coartatore solo nelle pubbliche relazioni, o anche in campo sessuale?

  12. L’intelligenza urbana di David Letterman e la coartazione delle pubbliche relazioni


    L’Ed Sullivan Theater, dove si registrava il David Letterman Show al quale partecipò Gwyneth Paltrow, nel 1998, e lei parlò di Weinstein.

    Mentre passeggiavo, questo pomeriggio, mi è venuto in mente che avrei fatto bene a precisare il valore di ambiguità che Letterman ha assegnato alla parola ‘coercer’, che noi abbiamo tradotto “coartatore”. Non l’ha fatto certo per sciatteria, men che meno per miserabile astuzia contadina (le trasmissioni sono registrate in un teatro nuovayorchese, mica a Curno). No, il fatto è che Letterman sapeva bene, come tutti sapevano, dell’attività predatoria (in senso sessuale) di Harvey Weinstein ma, in mancanza della prova della pistola fumante, non poteva parlarne. D’altra parte Weinstein si faceva forte di un micidiale apparato di pubbliche relazioni. Perciò Letterman parlò della coartazione come se fosse quella delle pubbliche relazioni, in realtà intendendo quell’altra coartazione. E si disse disgustato della prima coartazione, quella delle pubbliche relazioni.

    È venuto il momento di fare due considerazioni:
    a) Ma voi ve l’immaginate una Dietlinde (detta Lilli) Gruber, oppure un Fabio Fazio che si lamentano delle pubbliche relazioni che vengono loro imposte, o che essi stessi scelgono di fare, con voluttuoso trasporto? Eppure le loro trasmissioni sono infarcite di markette. La Gruber intervisterebbe, se potesse, tutti coloro che abbiano appena scritto un libro per una casa editrice importante; ogni giorno, nel suo programma, c’è almeno un autore che, se è un personaggio del circo mediatico, tanto meglio: e il libro presentato (con immancabile ostensione della copertina) deve essere in libreria, immediatamente acquistabile, un libro che i librai faranno bene a mettere in mostra; conviene, visto che l’autore è passato per la vetrina televisiva.
    David Letterman, imbrigliato dalle pubbliche relazioni, ma insofferente (almeno quello) l’ha detto: non mi piace il fiato sul collo delle pubbliche relazioni.
    b) Le pubbliche relazioni sono una forma di coartazione, anche quella è violenza: sia quando agiscono come persuasione occulta (non c’è solo quella della pubblicità palese, che in fondo è la più innocua), sia quando pagano una puttana perché le sue arti fellatrici inducano il responsabile dell’Ufficio acquisti a dare la preferenza a una certa fornitura, a scapito delle altre. E non sempre si tratta soltanto di pompini fugaci. Proviamo a pensare a quel che possono essere le pubbliche relazioni che ruotano intorno alle forniture militari.
    Sarà difficile dimenticare quello scandalo con appendici varesine: quello della Finmeccanica, che andò a impattare con la storia dei “nostri marò”. Ricordiamo altresì che quel signore inspiegabilmente suicidatosi a Siena era il responsabile delle pubbliche relazioni del Monte dei Paschi di Siena; e, come terzo esempio, che il Vaticano ha tremato, per paura che Francesca Chaouqui, la Pr calabro–marocchina vuotasse il sacco (era referente sull’organizzazione della struttura economica-amministrativa della Santa Sede, fu arrestata al tempo del Vatileaks, rilasciata e perdonata).


    Francesca Immacolata Chaouqui, già Pr al servizio del Vaticano, fotografata quand’era all’apice del potere. Adesso ha cambiato look: dimesso e casalingo, come si conviene a una pentita.

    Non parlo delle pubbliche relazioni di Vera Baboun, che ultimamente ha colpito a Pavia: la vediamo in questo filmato, girato in occasione del “rinnovo” del gemellaggio di Pavia con Betlemme (il gemellaggio era già stato siglato 10 anni fa, e non era a termine: ma le pubbliche relazioni hanno ritenuto opportuno rinnovarlo, vai a sapere perché).


    Bla-bla istituzionale in occasione dell’ennesima incursione italiana di Vera Baboun, sindachessa di Betlemme in quota Al-Fatah, presentata come ambasciatrice di pace, e come tale accolta con tutti gli onori a Curno dalla collega sindachessa dott.ssa Serra (oggi sindachessa emerita).

    Mi limito a osservare che chi di mestiere fa pubbliche relazioni dovrebbe vergognarsene, invece di vantarsene (succede anche questo, che se ne vantino).

  13. Diego Fusaro discute con Di Pietro, e non si turba. Di Pietro invece si turba parecchio.
    La discussione riprende a microfoni spenti e Di Pietro ha un collasso

    Nel corso dello scazzo con Di Pietro in coda alla trasmissione televisiva ‘L’aria che tira’ (da quello che ho capito, il genere è quello della televisione-spazzatura, con pretesa di sollecitudine civile), Diego Fusaro afferma di «avere mantenuto una compostezza atarassica, degna di Epicuro e dei suoi dèi olimpici». Aggiunge quindi: «Il fatto che io avessi la mia compostezza tradizionale e quasi proverbiale non faceva che rinfocolare una rabbia… [poi non si sente più: N.d.Ar.]».
    Fusaro fa presente di aver mutuato la tecnica di far perdere le staffe all’interlocutore da Socrate il quale, com’è scritto nel De ira di Seneca, quando sentiva di essere sul punto di adirarsi, abbassava la voce.
    Non male, direi, fermo restando quel che ho già scritto sul “personaggio” Diego Fusaro e sulla cura maniacale con cui attende alla costruzione mediatica della propria immagine.
    In alto, la registrazione di una trasmissione radiofonica (‘La Zanzara’: esempio di radiofonia-spazzatura, con tendenza al pecoreccio) dove Fusaro spiega quel che è avvenuto dietro le quinte. In basso, lo scazzo in favore di telecamera.


    In coda allo scazzo tra Fusaro e Di Pietro, la Santadecché legge un suo comunicato sulla violenza patita dalle donne.

    • Di Pietro, Pedretti e Bepi el memorioso

      Poiché nella notizia precedenti ci siamo occupati di Di Pietro, come ignorare questa apendice curnense? Ecco un articolo di giornale ispirato dal Pedretti quand’era ancora vicesindaco, nel 2009 (molti però credevano che il sindaco fosse lui, tale era a quel tempo la sua “autorevolezza”):
      Quel paese che non ama Tonino: «Troppi privilegi»
      Oltre che del Pedretti e di Tonino Marsico si parla anche di Bepi el memorioso, così detto perché si compiace di essere la “memoria storica” della sinistra di Curno (sì, la memoria del tradimento della classe operaia). Anche questo articolo fa “memoria storica”, o no? (A proposito, chi ha inventato questa stronzata della “memoria storica”? Qualcuno conosce una memoria geografica?)

  14. L’Erasmus è servito

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    Così l’Erasmus è servito. Pensare che MarcoBattaglia ce l’aveva messa tutta a spiegarci che l’Erasmus è una cosa sacra, mistica, alla quale tutti i curnensi devono appecorarsi.
    Poi viene Alfano, questo genio incompreso, e manda tutto a puttane. Alla prima Conferenza dei paesi dell’Osce, tenuta a Palermo insieme ai Paesi del Nord Africa, interamente dedicata al problema dei migranti e della loro integrazione, Alfano dice di volere un “Erasmus del Mediterraneo” che «crei le condizioni per una maggiore integrazione culturale tra i Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum».
    Anche MarcoBattaglia è servito, lui che aveva un piano di cattura dell’elettorato sprovveduto imperniato sulla mistica Erasmus/Orgasmus. Dopo di che contava di presentarsi alla dirigenza del partito e dire, sulla falsariga di Catherine Deneuve: «Oui, je suis mArco, celui de l’Erasme/Orgasme» e lucrare una candidatura alle elezioni europee.
    Per la cronaca, Angelino Alfano è laureato in giurisprudenza all’Università cattolica di Milano, come De Mita. MarcoBattaglia invece è laureato in Scienze politiche, sempre alla Cattolica, ma con la spinta (“booster”) dell’Erasmus/Orgasmus ce la può fare, anche se non è un intellettuale della Magna Grecia, come De Mita, o un collettore di voti di scambio, come Alfano.

  15. ALGIDO permalink

    Ah la politica… sangue e merda è.
    [Questo lo diceva Rino Formica, uomo di spicco del Psi, quello che lamentava che l’antico Comitato centrale del partito fosse stato trasformato da Craxi in una Corte di nani e ballerine. Era un ragioniere, ma era molto intelligente e seppe volare alto, al di s pra delle cacate carte; a suo modo fu anche lui un intellettuale della Magna Grecia. Nonostante tuto, c’era in lui una tensione morale che faceva difetto, invece, a De Mita, oggi molto apprezzato dai similsinistri. Ma De Mita fu un uomo di panza e un odioso cazzeggiatore, oltre che un miracolato di Mani pulite. N.d.Ar.]

    Anche altro [oltre la merda e il sangue: N.d.Ar.], ma non solo altro.
    Infatti…

    • ALGIDO permalink

      La fusione di ciò che lei imputa al PD di Curno, che ho cercato di illustrare e quanto lei sostiene (l’elaborazione del pensiero politico) è la giusta sintesi.
      [Una sintesi ancora di là da venire, oltre che molto improbabile. Quella che lei dice è un’emulsione instabile, destinata a impazzire. Lei invece sostiene che c’è stata, ed è sotto gli occhi di tutti. Ma chi ha spruzzato la sezione del Pd della vernice invisibile? Cioè la vernice che rende invisibili. N.d.Ar.]

      Perchè se ci limitiamo a quest’ultima [l’elaborazione del pensiero politico: N.d.Ar.] non incidiamo sul territorio e viceversa; un partito non è un centro studi.
      [Certo, un conto sono i sapienti, altro coloro che amano la sapienza (si chiamano filosofi), altro ancora i bravi professori di filosofia. I partiti dovrebbero essere bravi professori di filosofia; ma viviamo una stagione in cui i partiti si vergognano di essere partiti, chi si iscrive a un partito o soltanto s’interessa alla vita di un partito lo fa in una prospettiva fondamentalmente aziendalistica. Ecco allora tutto questo affannarsi a contare i voti, a essere in sintonia con le mode e la subalternità ai guru (boh…) dei sondaggi d’opinione. Non mi stancherò di ripeterlo: le verità non si votano a maggioranza. Manca la passione politica: d’altra parte, far passare per passione politica l’ambizione, l’odiosa determinazione, il conformismo, l’ipercinetismo ecc. è roba che grida vendetta. N.d.Ar.]
      Di lì il considerare “felice” la sintesi fatta dal PD curnense della decennale gestione del reprobo [cioè di Max Conti, par di capire. Ma perché questo parlare ellittico? N.d.Ar.].
      La Buona Gestione come direbbe lei (se era buon governo quello di Gandolfi, mi conceda….)

      Ma poi… di che parliamo? Max Conti Lascia e arriva qualcun altro.
      [Appunto, qui sta il bello. Chi è il “qualcun altro”? Al Pd avete fatto di tutto per mettere in pista MarcoBattaglia, o quanto meno avete lasciato che lui s’imponesse, che occupasse il sitarello di VivereCurno con le fotografie che lo immortalano come sbandieratore del vessillo europeo, avete lasciato che dicesse quelle smargiassate sulla dimensione europea di Curno, che gettasse le fondamenta di una sciacquettistica, oltre che pericolosamente disinvolta mistica dell’Erasmus / Orgasmus, in sostituzione o accanto alla mistica del cane promossa da Cavagna/Locatelli, o a quella dei diritti Lgbt promossa dalla Serra. Una furbata: un giusto mix di similborghesia paramassonica e similborghesia cattoprogressista, come al Collegio sant’Alessandro di Bergamo. Ma così non si va avanti da nessuna parte, nonostante l’ansia suicida di essere sempre e comunque schierati con il “nuovo che avanza”. Provate con un altro nome, siete ancora in tempo. Soprattutto ricordate che esiste il pensiero critico e che perfino un partito come il Pd potrebbe migliorare, ma con il pensiero critico, in alternativa al conformismo. N.d.Ar.]

      Invece di chiudere la sezione si inaugura un nuovo corso, con gente animata da forte tensione morale, intellettuale, socio, politica oltre che industriale bocciofilo gastronomica (per dirla con Bracardi, in una delle sue migliori creazioni, il Prof. Carlo Aurelio Marcellini).
      [No, la tensione morale e intellettuale poteva risparmiarcela! Attribuirla al Pd è un’enormità, sarebbe come dire, per esempio, che il gatto padano è un filantropo. N.d.Ar.]

      Quindi… Aspetti un altro par d’anni prima di chiedere all’unico partito che ha fatto politica a Curno (piaccia o no) di chiudere le serrande.
      [Mah, come dice Feltri/Crozza: in fondo, che m’importa? Ma che facciano quel che vogliono. Che la sinistra, curnense e no (ma saranno mai di sinistra questi aziendalisti e questi giovanottini conformisti?), vada pure in puttana. Tanto devo morire: che m’importa a me? N.d.Ar.]

      A là prochaine
      [L’accento non va sull’articolo ‘la’, ma sulla preposizione ‘à’. Quindi: ‘à la prochaine’. Si può scrivere anche con la A maiuscola accentata: premere simultaneamente ‘Alt’ e, sul tastierino numerico, ‘192’; pertanto: ‘À la prochaine’. Con il ficofono è ancora più facile, e intuitivo. N.d.Ar.]

  16. Nanni permalink

    Cito Algido:

    ” nuovo corso ” ovvero New deal, ” gente ” ecc.
    Ma come parla?
    Questa poi è proprio da ridere: ” forte tensione morale e intellettuale “.
    Mamma mia!

    • Ma come parla!

      Poiché Nanni (in onore di Moretti?) qui sopra, rivolto ad Algido, ha esclamato “Ma come parla!”, come non ricordare l’urlo d’indignazione del regista di Palombella rossa, a colloquio con una giornalista-sciacquetta la quale afferma orgogliosamente di non essere «alle prime armi»: un altro modo di proclamare la propria “professionalità”, altra parola sputtanatissima, dal momento che dicono di essere professionisti gli aziendalisti: proprio loro che sono servi, tutto il contrario di un professionista, che è colui che professa un’arte liberale. Rimandando a un’altra occasione la differenza tra arti liberali e occupazioni banausiche e servili, proviamo a spiegare la sensibilità linguistica di Nanni Moretti.
      Niente di più facile: Nanni Moretti è figlio di Luigi Moretti, professore di epigrafia greca e di Agata Apicella, professoressa di italiano, latino e greco al ginnasio. Chi ha visto il film Mia madre ricorderà che Margherita Buy, nella finzione sorella di Moretti, domanda alla madre professoressa «Ma a che cosa serve il latino, mamma, spiegamelo tu» e la mamma, che è molto malata e stanca, comincia un discorso, ma alla fine sorride e dice: «So che serve a qualcosa ma non mi ricordo a che cosa».
      L’attrice che in Palombella rossa interpreta la giornalista sciacquetta ebbe a lamentarsi di aver ricevuto quegli schiaffi per davvero e il critico cinematografio dell’Unità racconta di essere stato sempre molto attento alle parole, quando intervistava Nanni Moretti o anche, semplicemente, si trovava a parlargli.
      Non credo che Nanni Moretti abbia mai preso a schiaffi qualcuno per questioni linguistiche, tanto più che si è sfogato nel film, riguardo alle questioni linguistiche, e ad altre cose ancora. Ma se Moretti veramente dovesse prendere a schiaffi chi usa il linguaggio coglione credendo di essere fico, chi abusa degli acronimi, chi conia espressioni linguistiche “spiritose” (per esempio, “Curno in Comune”, dove “Comune” significa “Amministrazione comunale”, ma “in comune” può anche significare “condiviso”: squit, squit, squit!), chi assegna significato mistico a paroline ed espressioni come “condivisione”, “coesione”, “convivialità delle differenze” che ipso facto diventano passpartout d’impostura generalizzata, chi scrive “redarre” invece di “redigere”, chi scrive “Tibet free” ed è convinto di invocare la libertà del Tibet, chi scrive “turibolare” convinto che voglia dire “turiferaio” e che, pur ripreso, insiste sbruffonescamente, ebbene, se Moretti dovesse prendere a schiaffi costoro, rischierebbe di brutto. Perché questi strafalcioni, queste storture linguistiche e mentali («Chi parla male pensa male, e vive male!» aggiunge Moretti) non sono prerogativa di una o due persone. A Curno direi che sono la norma, e addirittura se ne vantano. Poiché i curnensi spesso e volentieri sono anche cattivi, dopo averne preso a schiaffi un numero congruo, Nanni Moretti rischierebbe di trovarsi cementificato nelle fondamenta di qualche edificio di nuova costruzione, come il gatto padano (che pensa di essere un filantropo) ipotizzò che potrebbe capitare al sottoscritto.
      Soltanto una volta il gatto padano, da me ripreso perché aveva scritto “redarre”, tornò sui suoi passi e, per non darmi la soddisfazione di scrivere “redigere”, corresse quanto aveva scritto, utilizzando un altro verbo. Ma in tutto il resto è recidivo, anche se — lo riconosco — ultimamente è divenuto parco nell’uso degli acronimi, che comunque gli scappano. Uno degli acronimi felini più divertenti è quello dell’UU. TT. per dire “Ufficio tecnico”: ma se l’Ufficio tecnico è uno, l’acronimo sarà U.T. se sono due o più sarà UU.TT. Gliel’ho spiegato più volte, ma lui insiste. Contento lui…
      Almeno il gatto padano ha la scusante di essere un agrimensore male acculturato (e il torto di parlare oracolarmente di cose che non afferra, o che fraintende leggendo Wired: come quando, mostrandosi in prima linea nel fronte del “nuovo che avanza”, in particolare in fatto di tecnologie della comunicazione e realtà aumentata, confuse “4G” con “4D”). Non si capisce invece perché l’amministrazione serrana e, ora, quella serrano-crurale, potendo fare riferimento al Pd che pure conta ancora qualche persona intelligente e colta, insistano nell’abuso di anglismi e nel conio di espressioni sciacquettistiche e spiritose (nel senso di ‘spirito di patata’, come mi diceva una bambinaia, quand’ero piccolo; da quella stessa bambinaia appresi l’espressione “figlio della gallina bianca”, che bene si attaglia a certi giovanottini curnensi che sono la gioia della loro mamma, la quale sogna per loro una carriera sfolgorante: come la mamma di Rossana Schiaffino, che fu a suo tempo attrice, ma soprattutto bonazza).

  17. Non è Curno

    Questa immagine non è stata scattata a Curno, a Curno non ci sono ritrovi filosofici. Se invece si trattasse di cacate carte, di sciacquettistiche invenzioni linguistiche (i minus habentes che vogliono épater le bourgeois: mamma mia!), di mongoidentitarismo, di denunce a carico degli opositori da zittire, di conigli mediatici, di cani, di cattoprogressismo con scappellamento aziendalistico a sinistra, di salamelecchi a Vera Baboun, di mostruose opere inutili pubbliche, beh qui Curno non ha da prendere lezioni da nessuno. Più che bello da vivere, è un paese tutto da ridere.
    Ricordo che Les philosophes era il locale dove a Parigi al tempo della prima guerra mondiale si riunivano gli emigrati ebrei russi, frequentato da Trotzki che in Francia pubblicava in russo un giornale di agitazione della classe operaia: perlomeno, finché glielo permisero.
    Dovrei dire forse queste cose anche agli ambiziosetti e conformisti “ggiovani” del Pd? Ma no, che cosa glielo dico a fare? Loro sognano carriere istituzionali, sinecure, l’occupazione degli spazi mediatici e una sdraio allo stabilimento l’Ultima spiaggia di Capalbio. Cambiare lo stato delle cose? Raccogliere le migliori intelligenze, discutere, mettere i petardi sotto le istituzioni che soffocano le nobili aspirazioni dell’uomo? Ma no. Altro che Les philosophes. Suggerisco il nome per il ritrovo dei similprogressisti curnensi, in particolare se “ggiovani”: Les coprologues. Oppure, in alternativa, Les cartes à chier.

  18. Un articolo sul ‘Foglio’ di Anselma Dell’Olio
    La «sconcertante, conformista, morbosa, vigliacca festa del vittimismo femminile inaugurata dal caso Weinstein»

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    Angelina Jolie ha fatto presente di aver «ricevuto [da parte di Weinstein] ‘avances’ non desiderate, e respinte, in una stanza d’albergo», durante la distribuzione del film Scherzi del cuore. Perciò «ho scelto di non lavorare più con lui». Sotto questo rispetto Angelina Jolie è una santa, come pure Gwyneth Paltrow che ha piantato in asso l’orco progressista con il flacone dell’olio lubrificante in mano (l’olio serviva per i massaggi da lui inutilmente richiesti). Troviamo invece di gusto culinario (kitsch) il tatuaggio che Angelina reca sul ventre, con propaggine sull’inguine: una croce (non è chiaro fin dove arrivi il palo) affiancata dalla scritta «Quod me nutrit, me destruit». Cioè “Ciò che mi dà il nutrimento mi distrugge”: allude Angelina al potere della fica? O al controllo che il ventre può avere sulla persona, da lei contrastato al punto da diventare anoressica, in certi passaggi della sua vita?
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    Anselma Dell’Olio che, per la cronaca, è una femminista storica, protagonista delle lotte per i diritti civili in America negli anni ’60-’70, e che oggi è naturalizzata italiana e moglie di Giuliano Ferrara, scrive sul Foglio un articolo che varrà la pena leggere: Niente è più antifemminista del non saper dire di no.

    L’articolo esordisce evocando il clima di caccia alle streghe a carico di chi cerca di «impedire la profanazione del cadavere della reputazione di Weinstein». Perché questo equivarrebbe, secondo la vulgata conformista e politicamente corretta, a «biasimare le vittime». Senza contare — ma questa è una considerazione mia — che la valorizzazione delle denunce «in assetto di mobbing», ora che Weinstein è steso al tappeto, nascondono, e non più che tanto, la volontà di dare una lezione non al porco bavoso (nel caso di Weinstein, anche progressista), ma al maschio in generale, soprattutto a quello con una struttura morale, resistente e incolpevole, che sfugge agli strali femministi. Invece, così par di capire, il cancan mediatico su “Weinstein il porco” vuol essere una nuova occasione per ridurre il maschio ai minimi termini, al ruolo di pecchione (se è giovane, sarà un ‘toy boy’: qui lascio l’inglese, perché è un’invenzione linguistica felicissima).
    Poi, memore del suo passato femminista e in una linea di coerenza con i principi fondativi del movimento Anselma Dell’Olio si domanda: «Ma è osare troppo affermare che tutto questo è ferocemente antifemminista?». Analogamente un’altra femminista storica, Camille Paglia, si è rifiutata di far da portatrice d’acqua a “sorella Hillary” al tempo della campagna presidenziale, e ha detto il fatto suo a Martha Nussbaum, “vestale del politicamente corretto”. Un po’ di coerenza, diamine!
    Altri interrogativi posti da Anselma (detta Selma) Dell’Olio:
    • «Siamo sicuri che “il coraggio di denunciare”, purché in branco, siano le sole istruzioni per l’uso di un’aggressione sessuale subita o tentata?». [Il pensiero non è espresso molto chiaramente, ma si capisce: denunciare a cose fatte, in branco, non è la maniera più efficace di far passare ai porci la voglia di mettere sul piatto della bilancia il proprio potere. Molto meglio sarebbe irridere a quel potere, visto che sia Weinstein, sia i professori universitari ecc. non hanno una pistola in mano ma usano come arma la possibilità di farti far carriera o di chiudere un occhio sui meriti accademici ecc.: “Vuoi la carriera? vuoi un bel voto? Soddisfami, e avrai quello che vuoi”. N.d.Ar.]
    • «Davvero è legittimo “starci” per paura di perdere occasioni e parti in film di successo?» Per ora solo Angelina Jolie, dopo aver tirato il suo sassolino a Harvey, dice di essersene andata dall’incontro, semplicemente escludendo la Miramax dal suo orizzonte professionale. [Ricordo peraltro che anche Gwyneth Paltrow si è levato il sassolino dalla scarpa e ha piantato in asso Weinstein con la crema lubrificante in mano: N.d.Ar.]
    Quindi osserva che queste “vittime” che «tirano il calcio dell’asino» a Weinstein «si giustificano come don Abbondio, che se una il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare» e afferma che «solo l’opportunismo impedisce a una donna di mandare al diavolo uno scostumato approfittatore» se non è impedita «dalla maggiore forza usata, o da un’arma».
    Se si accetta come normale che le donne che hanno subìto le oscene proposte dell’uomo di potere di turno (poco importa che sia Weinstein, un professore universitario o un ragioniere) accettino il ricatto, se si dà per scontato che il non «ritirarsi in buon ordine da chi “ci prova”» per timore «di perdere il lavoro o l’opportunità di una parte decisiva» faccia di loro delle «eroine, e pure vittime, tutto è perduto».
    Quindi, con un filo di nostalgia per il buon tempo antico, che era bello a prescindere, perché si era giovani, Anselma conclude con queste parole: «Il femminismo rivoluzionario di Mary Wollstonecraft, di Aphra Behn [non le conosciamo, Ma la colpa è nostra: N.d.Ar.], di Simone de Beauvoir [la compagna di Jean-Paul-Sartre: N.d.Ar.], di Kate Millet, di Betty Friedan, di Giovanna d’Arco – per Minerva e Atena! – è nato e vissuto invano. Il timor panico come bandiera? Che perdita di tempo. Che brutta storia. Che vergogna».

    • Da Marlowe ad Angelina Jolie… alle masse mongotatuate
      Quod me nutrit me destruit

      Nel contributo precedente abbiamo presentato il tatuaggio di Angelina Jolie: un motto latino che, a sentire Internet, sarebbe stato coniato da Nietzsche. Non credo che sia vero, perché una ricerca su Google libri e Internet Archive mostra che tale attribuzione trova riscontro soltanto in libri destinati al consumo delle masse male acculturate, ma in nessun libro autorevole o comunque degno di rispetto (la differenza è percettibile immediatamente, se non si è proprio delle bestie).
      Il motto si trova invece sulla tavola che porta il ritratto di un giovane del quale si specifica l’età, 21 anni, conservata al Corpus Christi College di Cambridge: il giovane e trasognato e tutto fa pensare che il nutrimento, del quale il giovane perisce, è l’amore. Come dice la canzone: «Plaisir d’amour ne dure qu’un monent, chagrin d’amour dure toute la vie» (la sentiamo qui sotto nell’interpretazione di Joan Baez). Si dice che il giovane sarebbe il misterioso Marlowe, morto assassinato, l’autore del Doctor Faustus e dell’Ebreo di Malta, contemporaneo di Shakespeare (nel film Shakespeare in love, interpretato dalla Paltrow, più volte nominata in questa pagina — toh!– vediamo come le loro vite s’intreccino). L’anno di nascita effettivamente coincide.

      Pare che questo motto sia abitualmente presente nel catalogo dei tatuaggi praticati nelle botteghe di marchiatura della pelle umana: tale pratica è oggetto di attenta considerazione da parte di Cesare Lombroso nei suoi studi sull’uomo delinquente: si veda L’uomo delinquente, pp. 277 ss.

  19. Valeria permalink

    Chi penserebbe mai che Milano, una delle città del progresso e del razionalismo illuminista, tra il XIV e XVII secolo sia stata un covo di eretici e di streghe?
    Numerosi sono i luoghi milanesi legati a storie di streghe e magia, vera o presunta: dal Verziere popolato da numerose fattucchiere ed erbarie, fino alla Chiesa di Sant’Eustorgio, sede dell’ordine domenicano, adibito al controllo della Santa Inquisizione. E quante storie di donne come Caterina Medici, bruciata viva “alla Vetra” nel 1617, accusata di aver fatto un sortilegio ad un senatore, Sibillia Laria e Pierina Bugati, giustiziate con l’accusa di aver intrattenuto rapporti col diavolo.

    • La bestialità della folla in preda a isterismo e il principio di responsabilità personale

      Che la superstizione allignasse anche a Milano non dovrebbe far meraviglia. Semmai varrebbe la pena considerare perché anche a Milano vi fossero persone istruite che, con opportune razionalizzazioni cazzeggianti di vario tipo, finivano poi per indulgere alle stesse superstizioni del popolino, o simili.
      Se, per brevità, facciamo riferimento all’epoca dei Promessi sposi, vediamo un don Ferrante, gran cazzeggiatore aristotelico (detto fra parentesi, Aristotele fu grandissimo filosofo e scienziato, lui non porta colpa della demenza di certi suoi seguaci, cosiddetti peripatetici, gente che per conformismo s’era bevuto il cervello), e il protofisico Ludovico Settala che — scrive il Manzoni — con suo «deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco». È la Caterina Medici menzionata dalla gentile lettrice, qui sopra. Oltre che il Manzoni, ce ne parla Leonardo Sciascia nella Strega e il capitano.
      Diverse e, direi, opposte sono le motivazioni di don Ferrante e del protofisico: il primo diceva sciocchezze in buona fede, perché può anche capitare che leggendo troppi libri, se la mente non è del tutto a posto, ci si rimbambisca (come don Ferrante), o si diventi pazzi (è il caso di don Chisciotte), o addirittura coglioni (come quel tale che andava in biblioteca a leggere tutti i libri, in ordine alfabetico per autore: ne parla Jean-Paul-Sartre nella Nausea). Invece Settala doveva pararsi il culo: il popolino aveva cominciato a spargere la voce che l’untore della peste, o uno degli untori, fosse proprio lui. Anzi, un giorno che andava a fare un visita, fu circondato dalla marmaglia, e se la vide brutta. Allora capì che bisognava dare ragione alla bestialità della folla isterica e di questo suo atteggiamento rinunciatario e paraculo (manco fosse un “ggiovane” del Pd) fece le spese quella povera servente, torturata e uccisa in qualità di strega.
      Non so, forse qualcuno potrebbe dire che il protofisico può essere scusato, perché anche lui subì una violenza, come Asia Argento, e molto più cogente (Weinstein avrebbe veramente ucciso Asia Argento, se lei non avesse succhiato?). Ma noi, che siamo illuministi, non concediamo alcuna scusante al Settala, anche se in certo frangente fu minacciato di morte: quelle brutte cose non si fanno.
      Tutto ciò premesso, merito degli intellettuali milanesi — proprio al tempo dell’illuminismo lombardo al quale accenna il lettore — è stato quello di aver strappato il velo dell’ignoranza e della superstizione. E di aver espresso una classe dirigente, già sotto il governo di Maria Teresa d’Austria. Carlo Cattaneo è un frutto maturo dell’illuminismo lombardo, nutrito dalle nuove istanze del socialismo scientifico, che chiedeva più ingegneri e fisici, e meno avvocati. Dell’illuminismo lombardo ci siamo occupati nell’articolo L’illuminismo lombardo: dalle tenebre della superstizione alla luce della ragione.

      • Cinzia permalink

        “Non cessare di scolpire la tua propria anima interiore”: molto bello il passo del filosofo greco Plotino

        • Bella senz’anima

          Sì, ma bisognerebbe avere un’anima. Molti, in numero crescente con il precipitare della società occidentale nell’abisso della decadenza, non hanno un’anima. Alcuni sono nati senz’anima, credo, altri l’hanno smarrita, come cosa di poco conto: che so io, lo scontrino fiscale all’uscita del caffè. Certo non l’hanno venduta, come pattuì Faust con il diavolo: la sua anima in cambio della soave fanciulla Margherita. Per vendere l’anima, occorre che l’anima sia preziosa. Ma chi vorrebbe l’anima di certa gente, per esempio l’anima di un aziendalista o di un giovane conformista? Per non parlare di certi malvissuti. Faust invece era un sapiente, la sua anima valeva qualcosa: altro che, se valeva!
          Perciò diventa perfino azzardato affermare, come pure sarei tentato di dire, che gli aziendalisti si prostituiscono all’azienda. Perché, anche in questo caso, un qualche valore bisognerebbe pur assegnare all’anima prostituita. Invece no, sono aziendalisti per naturale propensione conformistica, un fenotipo che tende a diventare un genotipo, cioè una caratteristica geneticamente trasmissibile. Fra l’altro queste larve senz’anima sono anche brutti (e brutte). Almeno fossero belli (belle) e maledetti (maledette). Sono invece brutti (brutte) e stronzetti (stronzette).
          Un mio amico diceva della sua fidanzata che era bella senz’anima, proprio come recita la canzone di Cocciante, che allora era di moda. I fatti gli avrebbero dato ragione. Poiché era bella, questa ragazza aveva cominciato a lavorare come modella, ed era finita in un giro di prostituzione gestito niente di meno che da una giornalista; mica una così, ma una giornalista di moda molto affermata, una mongomanager in carriera con incarichi di responsabilità in una rivista che in linguaggio coglione si dice “top” e “vip” (“merda”, nel mio linguaggio). In pratica l’organizzazione prossenetica diceva: cara bella senz’anima, il tal giorno dovrai trovarti a tal ora all’albergo X a Vicenza, o a Cuneo, o a Bergamo. La bella senz’anima vi si recava, e lì poteva trovare di tutto: un uomo, una donna, varie combinazioni di uomini e donne. Faceva così non per soldi, o non soltanto per soldi: lo faceva per vizio, perché la cosa la eccitava, come poi ammise.
          Il mio amico aveva subodorato che qualcosa bolliva in pentola quando si trovava a Palmanova, dopo la laurea, per gli obblighi di leva. Riceveva da lei lettere strane: la vita non è quello che crediamo, ci sono esperienze che ti fanno capire… e così via. Allora lui s’inventò di aver visto dal barbiere, in un giornaletto per adulti, le foto di lei, nuda. Lei negava, lui insistette. Il bello è che il mio amico si era inventato tutto. Ma quel che lui diceva di aver visto, e che era falso, era tuttavia probabile. Infatti dopo un po’ di tira e molla, lei cedette, rese piena confessione. Lui perdonò, ma non per molto; erano quelli gli anni della rivoluzione sessuale, va bene, ma a tutto c’è un limite. Mi raccontò di essere andato dalla giornalista, di aver chiesto di lei nella lussuosa sede di rappresentanza della rivista in Piazza Castello, di aver minacciato la “professionista” della carta stampata, e maîtresse a tempo perso, di denuncia. Ma la cosa non andò avanti, così mi sembra di ricordare, e non so perché. Penso che quella gente avesse armi di ricatto e dissuasione, avvocati cazzutissimi e minàci alle spalle, e “proposte che non puoi rifiutare”. Penso anche che il mio amico, dopo quel primo sfogo a caldo, non volesse più tornare sull’argomento. Infatti non ne parlò più, né io insistetti: né allora, né in seguito.
          Da giovane aveva militato nell’estrema sinistra, aveva visto cose allucinanti, che mi confessò a distanza di anni, ma conservò il suo equilibrio leggendo parecchia letteratura italiana; da ingegnere chimico preferiva insegnare la sua materia in un istituto per odontotecnici di Milano (so che era molto severo, e amato dagli studenti: me lo disse la sua fidanzata, un’altra, che era sua collega); la madre si faceva in quattro per trovagli un posto nell’industria (l’industria chimica allora tirava, come anche si apprende vedendo Il laureato), lui sperava di non essere assunto; poi se ne tornò al paesello, divenne assessore, gli bruciarono l’automobile e morì giovane, credo per le preoccupazioni.
          Ascoltiamo adesso, senza chiedere permesso (a chi? alla Boldrina, alla sindachessa emerita, a sorella Hillary ecc.?) questa bellissima canzone: Bella senz’anima, appunto:

  20. Avviene nel paese bello da vivere, forse anche da ridere
    Bando di concorso per la Commissione “ggiovani”: un affronto a Cavagna il Giovane?

    La giunta serrano-crurale ha indetto un bando per la presentazione delle candidature alla Commissione giovani, che, con un po’ di enfasi — che non guasta nel paese bello da vivere, a condivisione forzata — converrà chiamare Commissione “ggiovani”, con due “g”: così usava dire ai tempi di Samarcanda, la trasmissione televisiva “de sinistra” che voleva essere una reviviscenza mediatica del ’68, quando Michele Santoro, Chiara Ingrao e Sandro Curzi dicevano sempre e rigorosamente “i ggiovani” e “la ggente”.
    Alla mistica dei “ggiovani” irridiamo da tempo: si veda per esempio questo nostro commento del novembre 2013 dove, per dire tutto il male possibile della Cancellieri non rimpianto ministro dell’Interno (felicemente scomparsa) non mancammo tuttavia di presentare la «Giorgia Meloni ministro per la Gioventù e “ggiovane” a vita» come esempio vivente dell’assurdità dello slogan “donna è meglio”. Si veda Sulla Cancellieri, in breve.
    Per quanto riguarda la “ggente”, nell’ottobre dello stesso anno (2013) presentavo questo stralcio di Ecce Bombo, film di Nanni Moretti («faccio cose, vedo ggente»), che non ha bisogno di commento:

    Dico questo anche per porre i puntini sulle “i” e rivendicare a Nusquamia la sua funzione pedagogica, considerato che tali espressioni, e altre ancora — “ggiovani”, “ggente”, “cacata carta”, “similprogressisti” ecc. — oltre che l’irrisione al “paese bello da vivere”, alla “condivisione”, alla “determinazione”, agli acronimi, agli “attori del territorio”, alle “assemblee cittadine”, ai “sorrisetti asseverativi”, ai “conigli mediatici”, ai “nuovi diritti” che spuntano come funghi, al cazzeggio giuridico e d’altro tipo, all’ipercinetismo assessorile ecc. sono entrate nel linguaggio e nel sentire comune, anche da parte degli odiatori di Nusquamia. Così s’ingentiliscono, nei limiti che la loro natura consente.

    Ma, tornando ai “ggiovani” della giunta serrano crurale, perché ho parlato di bando di concorso? Beh, perché per entrare a far parte della commissione e «collaborare con l’assessore di riferimento» occorre presentare la candidatura in vista di una valutazione della Giunta. La quale si guarderà bene dal valutare positivamente candidature di persone autonome e intelligenti, colte e dotate di spirito critico (le quali infatti si guarderanno bene dal farsi avanti) ma ha già fatto sapere quel che conta: «avere un gruppo eterogeneo per età, aspirazioni, competenze…». Se non avete le fette di prosciutto avanti agli occhi, avete già capito: conta avere un gruppo di riferimento, numericamente non esiguo, che possa portare acqua al mulino serrano-crurale. Sono alla ricerca di nuovi “attori del territorio” del secondo tipo. Inoltre è necessario mostrare «disponibilità e motivazione», cioè — siamo alle solite — bisogna “condividere”, altrimenti nisba.

    Mi immagino a questo punto l’indignazione di Cavagna il Giovane. Già lui ci aveva provato con la mistica dei cani, nel tentativo folle di creare un’associazione di attori del territorio che facesse concorrenza alle seicento associazioni dei similprogresisti. I quali gli hanno rubato l’idea di voler penetrare quel mercato elettorale, hanno stilato lo statuto dei diritti del cane e hanno predisposto le aree di cacazione e “sgambamento” per cani (pare che “sgambamento” sia un termine tecnico). Cavagna il Giovane si presentò il giorno dell’inaugurazione, protestò perché non fu dato alcun riconoscimento pubblico ai meriti da lui acquisiti nei confronti dei cani (e dei loro padroni, s’intende, che sono elettori). Ma dovette rincasare con le pive nel sacco.
    Cavagna il Giovane inoltre aveva puntato parecchio sul mercato elettorale dei “ggiovani”, aveva perfino annunciato di voler costituire un gruppo di “Giovani under 25” (dove “under 25” è espressione merdosissima). Poi non se ne è saputo più niente, è vero, Ma intanto i “ggiovani” sono suoi, o almeno così credeva che fosse. Ed ecco che i similprogressisti penetrano questo mercato, anche questo mercato, a gamba tesa. Non c’è mercato che non sia penetrato. Non è giusto!
    A questo punto, a Cavagna il Giovane non rimane che entrare nella Commissione “ggiovani” (credo che questo non glielo possano negare) e ivi fare le proposte più strampalate e più costose, quelle che, ovviamente rifiutate, gli consentano di dire poi che i similprogressisti non fanno abbastanza per i ggiovani. È un giochino vecchio, ma è l’unico che possa fare, in mancanza di idee, di un “pensiero forte”. Neanche i similprogressisti hanno un “pensiero forte”, sia ben chiaro: ma hanno la forza; è tutto in mano loro.
    Chi di populismo e banalità colpisce, di banalità e populismo perisce.
    Per meglio chiarire il mio pensiero sul “protagonismo giovanile” riporto quanto ho scritto a suo tempo rivolgendomi a Cavagna il Giovane, con l’avvertenza che considerazioni simili si applicano ai similprogressisti armati fino ai denti per penetrare il mercato elettorale giovanile: si veda Il “protagonismo” dei giovani-non-giovani.

    Leggiamo sulla testata reziale denominata Obiettivo Curno che i desperados avrebbero un insieme di «progetti dedicati al protagonismo giovanile». In effetti, ci era già stato annunciato che Cavagna il Giovane almanaccava un suo prog[g]etto sciacquettisticamente denominato “Under 25”. Ecco dunque Cavagna il giovane che ci fa sapere «Non vogliamo [il soggetto è “Noi ggiovani”: N.d.Ar.] essere messi in una riserva, come se non fossimo in grado di dire la nostra per il bene di Curno». Uh, ma che pensiero originale, e per niente squallidamente elettorale! Quale pregnanza filosofica! Però fa tenerezza, perché queste parole di Cavagna il Giovane ci ricordano Catherine Spaak con il suo bel sorrisetto, quando cantava: «Noi siamo i giovani, i giovani, i giovani. Noi siam l’esercito, l’esercito… del surf!».


    Sì, ma non pretenderà Cavagna il Giovane che a lui sia permesso quanto poteva essere perdonato a Catherine Spaak, quand’era giovane ed era la meglio fichetta del bigoncio (e il suo sorriso, dove lo mettiamo? altro che il sorrisetto asseverativo curnense!). No, Cavagna il Giovane, a te non lo concediamo, anche perché il tuo giovanilsmo, a ben pensarci, richiama alla mente non già Catherine Spaak da giovane (certo da giovane, non adesso, che è anche esoterica), ma Maria De Filippi «la sanguinaria», che aizza i giovani alla determinazione.

    P.S. – Anche “penetrazione” è un termine tecnico: chiedete agli aziendalisti di genere markettaro, ve ne daranno conferma.

  21. Nicola permalink

    @ Aristide

    Lei ce l’ha con la massoneria?

    • Massoneria

      Lei probabilmente si riferisce a quanto scrivevo in un mio commento all’eventualità che MarcoBattaglia sia nominato responsabile del Circolo Pd di Curno (magari lo è già, ma preferiscono non darcene notizia ufficiale; poi romperanno il silenzio, ci diranno che il designato è proprio lui e ci ammoniranno con queste parole: “Cosa fatta, capo ha”; dunque, zitti e mosca, subìte e appecoratevi!):

      Una furbata: un giusto mix di similborghesia paramassonica e similborghesia cattoprogressista, come al Collegio sant’Alessandro di Bergamo.

      In realtà il mio strale più che alla massoneria era indirizzato alla similborghesia paramassonica: come quella non-borghesia bergamasca, appunto, che a parole si dice laica, poi tra vedere e non vedere manda i pargoli al Sant’Alessandro, tra i preti (ma sono preti moderni, con interessanti proiezioni sull’Erasmus/Orgasmus: perché lì si possono fare amicizie importanti e poi, si sa, da cosa nasce cosa). Oddio, c’è da dire che questa non-borghesia non è appannaggio della sola Bergamo. È un fenomeno tutto italiano, oggi, purtroppo.
      Per non andare troppo lontano, consideriamo Milano. Giustamente quasi tutti si saranno dimenticati del candidato dell’Ulivo alla carica di sindaco di Milano, nel 1997: era un certo Fumagalli, tipico rappresentante della non-borghesia milanese. Veramente lui si presentava come membro della “società civile” (che Iddio l’abbia in gloria) e come imprenditore, visto che era titolare di un’azienda. In realtà l’imprenditore era il padre, che aveva creato un’azienda di prodotti chimici che vendeva sul libero mercato; l’azienda fu poi ereditata dal figlio che da un certo punto in poi produsse soltanto gas tecnici e medicali che vendeva nel mercato ospedaliero (e sappiamo quale esso sia): niente di male ovviamente, ma allora perché raccontarci la favoletta dell’imprenditore?
      Così è la non-borghesia bergamasca, quella che si dice “laica”, molto attenta alle occasioni di intrufolamento nel mercato delle commesse pubbliche, a suo tempo amica di Saffioti, oggi di Sorte. Ma poi se hanno due figli ne mandano uno al Collegio sant’Alessandro e uno dai grillini, perché non si sa mai: se vincono quelli si potrebbero fare dei bei corsi di formazione per conto della Regione e consulenze varie, forniture di software ecc. E se di figli ne hanno tre (avere tre figli è uno status symbol, vuol dire che hai le palanche), il terzo lo spediscono direttamente al seguito di quelli della “convivialità delle differenze”, cioè tra i cattoprogressisti: anche lì si fanno amicizie importanti, e da cosa nasce cosa.
      Della non-borghesia cattolica che dire? Ha fatto tutti i giri di walzer possibili: è stata fondamentalmente democristiana, e ne porta tuttora l’imprinting, ha strizzato l’occhio alla Lega nord, a suo tempo (perché non si sa mai, anche in questo caso) adesso è tutta, o quasi tutta, Pd-ina. Ed è inutile che Sorte si agiti per un’azione di ricupero: si sa benissimo che è stato il delfino di Saffioti.
      Quello però che mi dà fastidio della non-borghesia laica è che essa affetta una dirittura morale, un rigore paracalvinista, o paramassonico, appunto (con riferimento alla massoneria nobile, umanitaria e scientista, quella dell’Ottocento e non a quella del rag. Gelli, da Cossiga sprezzantemente chiamato “il materassaio”, in quanto funzionario della Permaflex) per cui dovrebbe essere superiore alla non-borghesia cattolica, notoriamente portata all’intrallazzo. Pretendono di essere “antropologicamente superiori”, come un tempo Scalfari e i similprogressisti; e questo non è proprio sopportabile. Ma le cose non stanno così, tant’è che quando c’è da fiutare un affare, li trovi tutti insieme, a braccetto; e i loro figli frequentano gli stessi ambienti.
      La simil-borghesia paramassonica bergamasca e quella cattolica, sempre bergamasca, in fondo non fanno che replicare, in piccolo, la realtà intrallazzata che la fa da padrona nei massimi sistemi. Mi diceva l’amministratore delegato di un’importante società d’ingegneria che per il finanziamento di una grande opera da parte della Banca mondiale (parliamo per esempio della diga di Tarbela, Pakistan), occorreva in via preliminare un accordo della finanza massonica e di quella cattolica. Altro che i bruscolini della “colata di cemento” a Curno, paese sgarrupato alle porte di Bergamo, e poco in grazia di Dio. Altro che cacate carte marginali, delizia degli agrimensori e dei cazzeggiatori giuridici che vi imbastiscono battaglie che pretenderebbero epocali.
      Vorrei aggiungere, se il lettore vuol accordarmi ancora un po’ della sua pazienza, che chi scrive non è assolutamente tipo da massoneria: detesto i riti. Ma capisco che Voltaire si facesse iniziare da Beniamino Franklin, perché le cose vanno viste nel contesto storico, e perché c’è massoneria e massoneria. Non possiamo mettere sullo stesso piano Cagliostro, che era un impostore di vaglia (anche interessante) e Voltaire che era un razionalista, grande ammiratore della fisica di Newton. Le baggianate del Maestro venerabile (sic!) della P2, Licio Gelli, il materassaio, appena un gradino al di sopra del Divino Otelma, non sono motivo sufficiente per trascinare nel fango i massoni milanesi che a suo tempo diedero vita a quell’istituzione benemerita che fu l’Umanitaria. Gli illuministi scozzesi, che furono precursori dell’illuminismo francese, fondamentalmente massoni, non possono essere messi sullo stesso piano degli esoteristi che praticano i loro riti a copertura e, direi, razionalizzazione, di predilezioni sodomitiche (si vedano per esmepio i film: Eyes wide shut di Kubrik e La nona porta, di Polanski).
      A proposito di riti, quando saltarono fuori gli elenchi segreti degli aderenti alla Loggia P2, e si lesse il nome del cantante Claudio Villa, lui, campione di virilità trasteverina, fece sapere immediatamente ai giornali: «Ma io non ho baciato il culo a nessuno!». Si dice infatti che il percorso d’iniziazione preveda il bacio del culo del Gran Maestro.
      Insomma, non nutro alcuna idiosincrasia nei confronti della massoneria, a parte il fatto che a me non piace cantare in coro, perciò non potrei essere massone; in particolare non ci sto alla sua demonizzazione in stile Tina Anselmi. Riesco ad accettare, senza scompormi, che la storia di Pinocchio sia una fiaba massonica, la storia di un percorso d’iniziazione, con Pinocchio che diventa asino e poi di nuovo bambino, come nell’Asino d’oro di Apuleio, e la fatina dai capelli turchini è una personificazione, nemmeno tanto celata, della dea Iside. Trovo affascinante la figura del Conte di Montecristo, alchimista e sapiente, esempio di massone perfetto, creata da Alexandre Dumas, che della massoneria fu uno studioso e fu egli stesso iniziato alla Massoneria, a Napoli, quando ricopriva l’incarico di primo sovrintendente agli scavi di Pompei, su indicazione di Garibaldi (massone anche lui, che a New York fu fratello in loggia di Antonio Meucci, lo sfortunato inventore del telefono). Ma se Garibaldi era massone, non è tuttavia da paragonarsi a Verdini: al termine della sua spedizione, lasciò Napoli, che lui aveva “liberato”, per tornare come Cincinnato alla sua Caprera, con i pochi soldi dell’appannaggio militare che il suo intendente gli aveva messo da parte, e con una provvista di pacchi di pasta. Purtroppo consegnava l’Italia ai Savoia, cosa della quale ebbe poi a pentirsi.
      Proprio per questo, se penso alla non-borghesia bergamasca paramassonica, della quale appunto si diceva, mi cascano le braccia. Questi sono soltanto “attori del territorio”: e ho detto tutto.

  22. Francesca permalink

    @Aristide

    Vedi:

    [Una domanda: ma questo tango le femministe se lo ballano fra loro? O da sole? Mi viene in mente quello slogan delle vetero-femministe:
    “Col dito, col dito! L’orgasmo è garantito!”.

    N.d.Ar.]

  23. Tremore di mutande mancato

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    Il gatto padano scrive abitualmente di Nusquamia attingendo alla sentina dell’invidia e del maligno compiacimento di chi, avendo fatto un peto in sacrestia (l’espressione è del Carducci), pensa di aver fatto giustizia della casuistica gesuitica, e pretende ‘ipso facto’ di essere insignito del titolo di dottore in teologia. In questo suo ennesimo sfogo iracondo, sull’onda di irrefrenabile coazione a ripetere, l’agrimensore male acculturato fa incombere sull’estensore di questo nobile diario la possibilità di una lezione a suon di “plocade”.
    ……………………………………………………………………………………………

    Scrive il mongoidentitario gatto padano, scandalizzato perché un non-autoctono osa commentare la politichetta curnense e sferzare quanto vi è in essa di spregevole: «Noi i maestrini sardAgnoli [quella “A” maiuscola, ricorrente tutte le volte che il gatto scrive “sardagnolo”, cioè sempre, è un’astuzia contadina: N.d.Ar.] li prendiamo a plocade».
    Il destinatario della fatwa mongoidentitaria invita il gatto a darsi una calmata, precisa che il proprio bisavolo garibaldino non era della Valcamonica, [*] come piace scrivere al gatto, ma di Bergamo città (da tempo le proprietà avite in alta Val Seriana erano un ricordo sbiadito), e soprattutto fa presente che la fatwa non gli fa tremare le mutande. Proprio per niente.

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    [*] Quando nonno Luigi nel 1866 si arruolò nel corpo dei volontari garibaldini, aggregato ai Bersaglieri milanesi, il piano di Garibaldi prevedeva l’invasione del Trentino superando il Passo del Tonale; ma già in Valcamonica vi fu la sanguinosa battaglia di Vezza. Di questo avevo parlato. Com’è noto, l’esito di quella prima prova del fuoco del Regno d’Italia fu disastroso, l’unico a riportare una vittoria, a Bezzecca, fu il bistrattato Garibaldi; il quale rispose all’intimazione del generale Alfonso La Marmora di arrestare la marcia su Trento con il famoso telegramma: “Obbedisco”. Tuttavia, nonostante la disfatta di Custoza, nonostante la tragedia di Lissa, l’Italia ebbe il Veneto, non direttamente però, ma si seconda mano, passando per la Francia. Infatti quella che noi con retorica melensa chiamiamo la Terza Guerra d’Indipendenza fu solo un episodio della Guerra austroprussiana, che l’Austria perse; ma non si può dire che l’Italia vincesse. L’Italia vinse tutt’al più la palma del disonore: perciò faremmo bene a coltivare il ricordo di quei pochi italiani che sono stati uomini d’onore e tenerci ben stretti quei pochissimi che, nonostante tutto, sono oggi, tra mille difficoltà e a volte fatti oggetto di vere e proprie persecuzioni, uomini d’onore.

    • Politicamente scorretto
      I sensi, l’onore e l’attrazione interclassista

      Poiché nel commento precedente abbiamo evocato il ricordo della poco onorevole partecipazione italiana alla guerra austroprussiana, mi è venuto in mente che si potrebbe parlare del film di Visconti, Senso, al quale quella guerra fa da sfondo e che ha per tema, come il suo stesso titolo lascia intendere, il prevalere degli appetiti (non solo quello sessuale) sull’onore.
      Il tenente dell’esercito austriaco Franz Mahler è consapevole del suo fascino, che usa per alimentare i propri vizi: le donne, la taverna, il gioco. Livia Serpieri è una contessa veneta, intepretata da Alida Valli, nutre sentimenti patriottici e, pur essendo intellettualmente più evoluta di Mme Bovary, è facile preda del’illusione d’amore. Si fa travolgere da una sensuale relazione con il tenente austriaco, al quale arriva a consegnare il denaro che le era stato affidato dai patrioti irredentisti per finanziare un’azione di guerriglia anti-austriaca, ora che per gl’italiani le sorti della guerra, più che dubbie, sono disastrose. Il denaro viene utilizzato per corrompere il medico e ottenere che il tenente non prenda posto nell’azione di guerra che sarà conosciuta come la battaglia di Custoza (ma che allora nessuno chiamava così: questo è un dettaglio che sarà rimproverato a Visconti).
      Bene, il denaro fa il suo effetto, il tenente vigliacco non partecipa all’azione di guerra, la contessa va a trovarlo a Verona, il giorno stesso della battaglia di Custoza (che allora non si chiamava così). La contessa trova il suo bel tenente a tavola, in compagnia di una prostituta, ubriaco. Gozzoviglia con i soldi della contessa. Lui la umilia, lei capisce che è perduta, ha tradito la sua educazione, i suoi ideali, tutto ciò che faceva il suo onore; e, quel che è più grave, ha tradito per un uomo da niente. Se l’onore suo è perduto, tanto vale, commetterà un’infamia: si reca dai superiori di Franz, mostra le prove che lui è un disertore: Franz sarà fucilato. È quel che vediamo nello spezzone di film qui sopra.
      Luchino Visconti qui, molto più che nel Gattopardo, ha tratto dalla letteratura (una novella di Camillo Boito, da non confondere con Arrigo) un’opera a sé stante, e un capolavoro: sobrio e preciso, a tratti perfetto come nelle scene di Valeggio sul Mincio, dove i colori ricordano i quadri del Fattori.
      Visconti presenta molto bene l’attrazione interclassista che può erompere tra l’esponente di una classe superiore (la contessa Livia) e uno di rango sociale inferiore (il tenente Franz). Nei casi estremi, tale attrazione diventa quel che Indro Montanelli definì il trasporto per l’afrore proletario. Visconti era un artista (per davvero: non c’è ironia nell’espressione), sono cose che capiva benissimo; lui stesso d’altra parte, come Pasolini, pur nella sua compostezza intellettuale, non era insensibile alla vitalità prorompente degli “inferiori”. L’attrazione di Livia per Franz (anche se non è un borgataro) è dunque una esemplificazione della pulsione sensuale che si diceva. Anche la volontà distruttrice di Franz nei riguardi della bella contessa ha un riscontro reale, è quel che si chiama il desiderio di “vendetta sociale”, che non ha niente che fare con la lotta di classe. No, la vendetta sociale è un fatto tutto privato, è la volontà di distruggere, o di derubare, l’altro — il ricco, il privilegiato, colui che ha studiato — a sconto di umiliazioni subite, vere o meno vere, poco importa. Tale sentimento di rivalsa è ben rappresentato nel libro di Panzini Il padrone sono me!, che illustra la storia del contadino che non senza sadica cattiveria si appropria delle ricchezze del padrone.
      Talvolta — e questo, direi, è il caso più frequente — l’attrazione interclassista è a termine, o comunque ha tempi contingentati: va bene dare in pasto ai propri sensi occasioni forti, ma perdere i privilegi è da sciocchi. Non tutti si smarriscono, come la contessa Livia Serpieri. La contingentazione temporale del trasporto sensuale è presente nel film della Wertmüller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto: qui sotto vediamo Mariangela Melato e Giancarlo Giannini nel pieno della tempesta dei sensi. Finita la vacanza, nonostante le promesse di amore eterno, lei tornerà ad essere la “puttana industriale” (che vuol dire “puttana moglie di un industriale”), lui sarà ancora il poveraccio di sempre.

    • La fatwa felina

      Il gatto padano dopo aver pronunciato la fatwa, prova contadinescamente (cioè, con astuzia contadina) a dire che essa sarebbe stata lanciata contro di me non da lui, che si sarebbe limitato a informarcene, ma da una «delibera consi[g]liare». Falso, doppiamente falso, perché a) la fatwa («Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade») è stata pronunciata da lui, e soltanto da lui; b) perché non ci fu alcuna delibera consiliare che «bloccasse il giornale comunale».
      Vero è invece che ci fu la “mozione della vendetta” promossa dal Pedretti, sulla quale vi fu la convergenza dei similprogressisti e di un membro della Quinta colonna: fu uno degli innumerevoli tentativi di rovesciare il Gandolfi con una congiura di Palazzo. La mozione della vendetta chiedeva la soppressione dell’Ufficio di staff del sindaco, al quale si volle “appendere” il giornale comunale (fu questa una trovata del segretario comunale Annalisa Di Piazza, che assegnava all’Ufficio di Staff altre funzioni burocratiche, alle quali mai e poi mai avrei collaborato; e non so dove si volesse andare a parare): conseguentemente, a norma di cacata carta, s’intendeva che si sopprimesse il giornale comunale. Ma la mozione non passò.
      Il gatto padano non è nuovo ai tentativi di disinformazione, da lui abitualmente praticati prendendo frammenti di verità, quindi accostati a uno o più elementi assolutamente falsi, ma verisimili e ingannevoli, agli occhi degl’ingenui. Questo è un procedimento abituale per i pazzi, quelli lucidi e diabolici, e per gli agenti provocatori. Perché il gatto padano faccia così lo sa soltanto lui, forse; ma noi possiamo intuire le sue “ragioni” con un’analisi psicologica del personaggio.
      Non pensi in ogni caso il gatto padano di essere al livello dei grandi agenti provocatori, quale fu per esempio Daniel Defoe, l’autore geniale del Robinson Crusoe, che si mantenne scrivendo libelli diffamatori, o dei pennivendoli dell’Okhrana, la polizia segreta zarista, che stilarono I protocolli dei Savi di Sion, per alimentare l’odio antisionista. [*] Il gatto padano è a un livello curnense-contadinesco; inoltre non credo che ci sia alcuno che si fiderebbe a commissionargli lavoretti di disinformazione. In altre parole, lui lavora in proprio, alla perenne ricerca di una rivalsa socioculturale sempre rimandata, mai conseguita. Non sarebbe meglio che studiasse seriamente, invece di lanciare una fatwa che comunque non lo innalza dal livello al quale si trova? Tra l’altro, non è assolutamente necessario passare per una persona “studiata”. Ho il massimo rispetto per l'”ignorantità”, l’ho scritto più volte. Non mi va invece che un agrimensore male acculturato pretenda di esprimere oracoli ex cathedra, facendo l’elogio del nuovo che avanza, sposando le mode del politicamente corretto che fanno “fico” (così almeno lui crede), pretendendo d’imporci acronimi, trovatine linguistiche di cattivo gusto e perfino — ultimamente — la mistica delle istituzioni di “eccellenza” e dell’Erasmus/Orgasmus.
      Del resto, i lettori abituali di Nusquamia hanno imparato a conoscere l’invidia, l’iracondia e la malignità del gatto. Si veda Gatto padano.

      ……………………………………………….
      [*] I protocolli dei Savi di Sion fanno parte dell’armamentario della propaganda palestinese, se ne faceva menzione nei testi scolastici delle scuole dei Territori. Ci sono state pressioni internazionali perché la disinformazione cessasse, almeno nei libri scolastici, ma non ne so l’esito. Risulta invece che anche ultimamente esponenti di Al FAtah, il partito di Vera Baboun, hanno accreditato come autentici i falsi Protocolli dei savi di Sion. Quando questo succede, la autorità palestinesi poi smentiscono, perché così richiede il contesto internazionale, con il quale devono fare i conti, visto che sono finanziati da quel contesto. Bisognerebbe verificare quale sia la risonanza della disinformazione e quale udienza abbiano le smentite: onestamente, non siamo in grado di dirlo. La dott.ssa Serra potrebbe chiedere a Vera Baboun di esprimersi in merito.

      • Astuzie contadinesche

        Riassumendo, il gatto padano prima lancia la fatwa «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade», che è tutta sua. Poi gira la frittata e dice che la fatwa non è sua, ma addirittura del Consiglio comunale curnense (reso ancora più autorevole dal Pedretti, da una consigliera esoterica, da due membri della Quinta colonna ecc.) perché in sostanza questo sarebbe il significato di una delibera consiliare che mi avrebbe cacciato. Quindi concede che, sì, d’accordo, la “mozione della vendetta” pedrettesca non comportò alcuna delibera, perché la mozione non passò. Poi però, con mossa contadinesca accompagnata da peto in libera e gioiosa uscita per la concitazione, s’inventa un diktat che Gandolfi avrebbe subito da parte della sua maggioranza. Dunque — conclude l’astutissimo gatto — è come se quella delibera ci fosse stata.
        Riassumendo il riassunto: la fatwa del gatto è come se l’avesse pronunciata il Consiglio comunale, ma siccome non vi fu delibera, è come se ci fosse stata. Sarebbe come se dicessi: il gatto padano è come se avesse le ruote, ma siccome non le ha, è come se le avesse: dunque il gatto è una carriola. A quando la pubblicazione di un Manuale di logica curnense?
        Ma come sono intelligenti questi contadini! Soprattutto quando si mettono in testa di essere la reincarnazione di Bertoldo alla corte del re Alboino.
        Bertoldo però era simpatico, si faceva amare. Pare che il gatto padano non sia amabile, proprio per niente.
        Fu mia nonna Teresita (la figlia del garibaldino, che della figlia preferita di Garibaldi portava il nome, come pure portavano nomi garibaldini le due sorelle e il fratello) a regalarmi il libro di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno; rideva di gusto, al ricordo di quelle battute salaci, tanto che quel libro — così mi sembrava — piaceva a lei quasi più che a me.
        Però, giusto per mettere i puntini sulle “i”, e mettere a posto coloro che fanno gli sbruffoni, di tanto in tanto ripeteva un proverbio che, la prima volta che lo sentii, mi lasciò perplesso, perché in casa non avevo mai sentito dire la parola “merda” (allora queste parole le dicevano soltanto i “ragazzi di strada”). Ma il proverbio diceva proprio così: “Quando la merda siede sullo scranno, o puzza, ovver fa danno”. Lo diceva in buon italiano, ma sosteneva che fosse un proverbio bergamasco (ad ogni buon conto, essendo una donna molto intelligente, con una buona cultura, era tutt’altro che mongo-identitaria).

  24. L’ambiziosetto ci prova, di nuovo: fermiamolo, prima che sia troppo tardi


    ……………………………………………………………………………………..

    Nel maggio 2016 questo studente ambiziosetto si esibì in favore di telecamera in una tirata contro Maria Elena Boschi per niente originale: ripeteva male quel che diceva meglio Zagrebelski, che sarà anche trombone, ma ha un retroterra culturale di tutto rispetto. Non so se il suo intervento fosse concordato con il “Comitato per il NO”, certo è che fu ampiamente stronbazzato e sfruttato mediaticamente. Come a dire: vedete, i “ggiovani”, la parte sana del paese è per il No (con riferimento al referendum costituzionale). Avvertimmo subito il fetore delle pubbliche relazioni e la pericolosità del giovanottino, perché si capiva benissimo — e non ci voleva molto — che lui metteva nel suo impegno politico (pro domo sua, naturalmente, per la propria carriera) la stessa violenza, la stessa odiosa determinazione dei piccoli mostri di Maria De Filippi. Insomma, il suo impegno non era certo l’impegno dei giovani generosi, quello di chi, impegnandosi, perde le occasioni di carriera, o i vantaggi di una condizione iniziale di vantaggio nella struggle for life. Altro che engagement sartriano, qui siamo a livelli appena superiori a quello delle ragazzette di Non è la Rai, che si davano le gomitate per avere la telecamera tutta a proprio favore.
    Ambiziosetti come questo studente catanese andrebbero subito fermati, perché se appena riescono a farsi avanti nella competizione, a suon di colpi bassi, per sfuggire allo spettro della disoccupazione, ben presto, sull’onda di un delirio di potenza in metastasi, faranno danno a livelli superiori, dove agiranno ancora per la propria carriera, e faranno ulteriori danni e così via dicendo. Per fortuna, essendo la loro ambizione totalizzante, finiscono per diventare sempre più stupidi, con il progredire degli anni, più stupidi di quanto fossero allo stadio di partenza: incappano in errori clamorosi e implodono da sé, senza concorso di nemici esterni. Insomma non tutti gli ambiziosi sono come Napoleone (esempio positivo: vedi il giudizio di Julien Sorel nel Rosso e il nero di Stendhal e quello di Raskonlikov in Delitto e castigo di Dostoevskij) o come Leoluca Orlando (esempio negativo; si tenga comunque presente che Orlando nasce come “figlio di qualcuno”, e quel “qualcuno” era un avvocato affermato e un politico che nella democristianeria era un pezzo da novanta).
    Claudio Fava ha commesso l’errore di dar corda all’ambiziosetto. Ha fatto un calcolo, ai nostri occhi, sgradevole, al limite dello spregevole: ha pensato che l’ambiziosetto potrebbe avere un seguito mediatico e che, candidandolo, la sua lista se ne avvantaggerebbe. Ma questa è politichetta.
    Riporto quel che scrivemmo a botta calda, quando il babau antiboschivo cominciò a pretendere di essere al centro dell’attenzione:

    Da Il petulante studente di Catania – Con questo non voglio dire che il ministro Maria Elena Boschi abbia ragione, e che le osservazioni dello studente siano senza fondamento: grazie tante, l’argomento è all’ordine del giorno, lui dice male quel che il prof. Zagrebelsky ha detto meglio, di suo non c’è niente.
    Ma è sgradevole il suo modo di porgere gli argomenti, è sgradevole la sua ambizione, è sgradevole la sua concitazione. Abbiamo letto recensioni compiaciute di quest’intervento e nessuno che ne condannasse la violenza. Qui sta l’aspetto preoccupante della questione: che un personaggetto con ambizioni di carriera e visibilità politiche, e che per far carriera si finge rivoluzionario, quasi fosse Robespierre, si permetta una violenza che neppure Robespierre aveva.

    Da L’ambiziosetto catanese cercava visibilità mediatica: ebbene, l’ha avuta – Ci siamo già occupati dello studente ambiziosetto che, per sfuggire allo spettro della disoccupazione, pensa di costruirsi una visibilità mediatica: e non so chi sia peggio: lui, o i mostri dei talent show di Maria de Filippi. Almeno i mostri della De Filippi hanno la scusante di essere per lo più sottoproletari. […]
    Non che sia d’accordo con Maria Elena Boschi. Anche se subisco il fascino della Madonna di Arezzo (lo confesso), non sono così stupido da metterla sullo stesso piano di Calamamdrei, uno dei padri nobili della Costituzione italiana. […] Mi limito a esprimere disgusto per la determinazione dello studentello ambiziosetto.

  25. Intermezzo


    Per vedere Corona-Crozza, fare clic sull’immagine.

  26. Alla Biblioteca comunale di Alzano Lombardo
    Lettura e commento dell’Utopia di Tommaso Moro

    Il ciclo di letture dell’Utopia di Tommaso Moro ha luogo nella Biblioteca comunale di Alzano Lombardo, a 15 minuti di auto da Porta Nuova, Bergamo. I latinisti che si riuniscono alla Biblioteca di Alzano Lombardo leggono a turno e commentano insieme l’Utopia, con particolare riguardo agli aspetti linguistici e di comprensione generale del testo. Chi abbia conoscenza liceale del latino (anche se “in sonno”) e curiosità di esplorare un caposaldo della cultura umanistica è invitato a partecipare: ai fini di una discussione proficua, l’ambiente non è competitivo, la discussione è aperta, la “determinazione” non è una virtù.
    Per leggere la locandina-invito, fare clic sull’immagine sottostante.

    P.S. – “Nusquamia”, come si è ricordato più volte in questo diario, è la traduzione latina della parola greca “Utopia”.

  27. L’Utopia di Tommaso Moro


    Xilografia nell’edizione di Basilea (1518) dell’Utopia di Tommaso Moro. Il titolo completo è ‘Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia’. Sono qui rappresentati Tommaso Moro, che in qualità di ambasciatore si era recato nelle Fiandre, per incarico di Enrico VIII re d’Inghilterra, Pietro Egidio, un umanista amico del Moro (e di Erasmo da Rotterdam) e Raffaele Itlodeo. All’uscita dalla Messa, ad Anversa, Egidio (latinizzazione del vero nome, che in fiammingo fa Gillis) presenta a Moro Raffaele Itlodeo. Costui era un portoghese che, al seguito di Amerigo Vespucci, aveva viaggiato nel Nuovo Mondo. Poi però non aveva fatto ritorno in Europa con il Vespucci, ma aveva cominciato a viaggiare per conto suo. Fu così che capitò nell’isola di Utopia. Moro invita i due a continuare la conversazione a casa sua, lì dove aveva preso alloggio, ad Anversa. Ed è qui che li vediamo nella vignetta, dove è anche rappresentato, in disparte, Ioannes Clemens, che era il segretario di Moro e il precettore dei suoi figli. Nella prima parte del libro, in forma di dialogo, si discute dello stato delle cose in Inghilterra, dei mali che contribuiscono all’infelicità del popolo (le guerre con impiego di mercenari, la distruzione delle campagne trasformate in pascoli, perché vendendo la lana ai mercanti fiorentini i proprietari terrieri facevano più soldi ecc.) e ci si domanda come si potrebbe migliorare lo stato di cose. Nella seconda parte del libro Itlodeo racconta come lui abbia visitato veramente una società perfetta, quella di Utopia e ne descrive l’organizzazione. Tra l’altro, nell’isola di Utopia la proprietà privata è abolita.

    Abbiamo parlato più volte di Tommaso Moro: del resto come non farlo, visto che il nostro diario s’intitola Nusquamia, e che questo è il nome con cui Moro designava l’opera alla quale attendeva, nella corrispondenza con l’amico Erasmo da Rotterdam, prima che lui stesso coniasse una parola greca, “Utopia”, che fino a quel momento non si trovava nei dizionari? Com’è noto, Utopia (e Nusquamia) significano “non-luogo”.
    In un precedente articolo, Tommaso Moro non confondeva il papa con il Dalai Lama, la figlia parlava latino, ricordavamo un ottimo film che narra le vicende di Tmmaso Moro — s’intitola Un uomo per tutto le stagioni: così Moro viene chiamato da Erasmo nella dedica dell’Elogio della follia — e ne presentavamo un brano dove assistiamo a una conversazione in latino tra la figlia di Tommaso Moro, che fu effettivamente fu una donna letteratissima, ed Enrico VIII.
    Vogliamo adesso ricordare una serie di conversazioni trasmesse l’anno scorso dalla RSI – Radio della Svizzera Italiana, in occasione delle cinquecentesimo anno della pubblicazione della prima edizione dell’Utopia di Moro. Facendo clic sull’immagine qui sotto, si accede alla pagina reziale della RSI che consente di ascoltare in flusso audiofonico (cosiddetto streaming) il ciclo di conversazioni, di buon livello divulgativo.

    Ottima anche questa esposizione divulgativa di una canale reziale francese dedicato alla Storia:

    In italiano non ho trovato niente di notevole, purtroppo, qualcosa che fosse agile, intelligente e, conseguentemente, non banale. Cioè, ci sarebbe su You Tube una conferenza del prof. Giovanni Reale, filosofo e grecista, studioso di Platone: la conferenza è di livello notevole, ma paludata. Forse perché è stata tenuta al Senato, luogo di greve pesantezza istituzionale. Non arriverò a dire, però, che è trombonesca, perché i tromboni sono per lo più persone ignoranti che, ricorrendo agli svolazzi delle parole alate, vorrebbero farci credere il contrario, che cioè sono dotati di spessore culturale. Cosa che non si può dire del prof. Reale. Una persona di cultura può essere noiosa ma, se non è rincoglionita, difficilmente sarà trombona in tutto e per tutto, dal cedro all’issopo.

  28. Feltri-Crozza sogna di essere molestato dalla Boschi in accappatoio, e con tanto di olio massolubrificante
    Fin qui tutto bene. Meno bene il pur bravissimo Andrea Zalone quando afferma che le (cosiddette) Scienze della Comunicazione sarebbero una disciplina umanistica


    Fare clic per vedere lo spezzone della puntata dei “Fratelli di Crozza”, andata in onda l’11 novembre 2017, nel corso della quale Feltri-Crozza esprime il proprio pensiero riguardo ad alcuni punti cruciali del dibattito politico e culturale di questi giorni.

    Verso la fine del filmato, del quale qui sopra proponiamo la visione, Feltri-Crozza confessa un suo sogno erotico: Maria Elena Boschi gli si presenta in vestaglia, e in mano ha l’olio lubrificante con il quale chiede di essere massaggiata: proprio come Weinstein, quando invitava le attrici a fargli visita, nella sua suite d’albergo. Poi però, racconta il Feltri di Crozza, il sogno è interrotto dall’apparizione dei due cercopitechi che si trova per casa (due nipoti, se abbiamo capito bene), studenti alla facoltà di Scienze delle Comunicazioni. Una facoltà inutile ed esecrata, come abbiamo visto in un commento precedente. Si veda Feltri-Crozza: Maria Elena Boschi gli fa sangue, dove Feltri-Crozza, affrontando il tema degl’immigrati, afferma: «Io darei la cittadinanza a tutti, basta non facciano Scienze della comunicazione»; e precisa di avere in casa per nipoti due coglioni che studiano Scienze della comunicazione.
    Sul giudizio negativo riguardo alla facoltà di Scienze della Comunicazione siamo d’accordo; molto meno saremmo d’accordo con quanto afferma Andrea Zalone quando opìna che quella di Scienze della comunicazione sia una Facoltà umanistica. Varrà la pena osservare che Zalone, che nel filmato fa da spalla a Feltri-Crozza, in qualità d’intervistatore, è soprattutto l’autore di buona parte delle battute di Crozza: è autore televisivo, già collaboratore di Giorgio Gori, ai tempi in cui Giorgio Gori lavorava per Berlusconi.
    Perché non siamo d’accordo con Zalone? Perché, quale che sia la collocazione ufficiale e istituzionale della Facoltà di Scienze della Comunicazione negli ordinamenti accademici, tutto si può dire di essa, tranne che sia una Facoltà umanistica. Ma l’Umanesimo è un’altra cosa: l’Umanesimo è quello del Petrarca (che, come il Boccaccio, si rammaricava di non conoscere il greco, che però di lì a non molto si sarebbe cominciato a studiare, a Firenze) e del Bracciolini (che andò nei monasteri d’Europa a disseppellire i tesori della sapienza latina), quello di Leon Battista Alberti (costretto a studiare legge, ma che poi fu matematico, umanista e architetto insigne) e di Pico della Mirandola (che scrisse il De dignitate hominis, considerato il manifesto dell’Umanesimo), quello di Lorenzo Valla e del Poliziano, quello del filone classicistico del Rinascimento italiano, rappresentato da Pietro Bembo e da Enea Silvio Piccolomini e, nel panorama europeo, quello di Erasmo da Rotterdam e di Tommaso Moro, dei quali ci siamo occupati spesso su Nusquamia. Per dirla schietta, dalla conquista turca di Costantinopoli (1453), quando gli eruditi bizantini approdarono in Italia portando con sé i codici manoscritti greci, senza latino e greco non si dà Umanesimo.
    Adesso, con tutto il rispetto per quanto eventualmente possa esserci di serio perfino nei corsi per il conseguimento del pezzo di plus minusve cacata charta che darebbe poteri taumaturgici alle pubbliche relazioni, anche sorvolando ed evitando di fare salaci commenti sulle materie di studio che lorsignori non si vergognano di chiamare “aziendalistiche”, che cos’ha che fare la Facoltà di Scienze della Comunicazione con il filone di studi e gl’interessi che caratterizzano la tradizione umanistica? Ho avuto la fortuna di conoscere da giovane Pio Baldelli che insegnava Sociologia del Cinema e che fu uno dei primi a interessarsi alla “comunicazione”, come oggi la s’intende. Eppure mai ho percepito che lui, che aveva solide basi culturali, pretendesse di essere un umanista, o che la sua sociologia fosse una disciplina umanistica.
    Lasciamo che negli Stati Uniti si parli delle “humanities”, come del gruppo di discipline non inscrittibili nell’ambito scientifico e tecnico-scientifico. Molti di coloro che parlano di “humanities” non sanno che cosa sia l’umanesimo; altri, come Martha Nussbaum, lo sanno, o lo saprebbero, però piace loro farsi belli del prestigio culturale dell’umanesimo e chiedere che, ope legis, parte dei finanziamenti assegnati alle Facoltà tecnico-scientifiche, vada anche ai loro dipartimenti. È una questione sindacale tutta loro; noi non entriamo nel merito, se veramente si debbano obbligare la Nasa e i Servizi segreti a finanziare anche Martha Nussbaum. Diciamo soltanto: giù le mani dall’Umanesimo! E ricordiamoci, come ci esorta Nanni Moretti, che le parole sono importanti, che chi parla male pensa male (e vive male). Dunque, prego: niente cazzeggio, con il termine “umanesimo”.
    Si potrebbe scherzare ugualmente sull’idiosincrasia di Feltri (che a un dipresso è anche la nostra) per la Facoltà di Scienza delle Comunicazioni, senza dire che è una Facoltà umanistica. Si può pensare che le facoltà umanistiche siano «importanti e fondamentali», come dice Andrea Zalone a Crozza-Feltri, e che dovrebbe aver termine questo gioco al massacro, da parte degli ultimi Ministri della Pubblica istruzione, che sparano ad alzo zero contro il liceo (fra l’altro dopo averne sputtanato il nome: adesso pare che tutte le scuole di secondo grado si debbano chiamare licei: già, «Todos caballeros», come avrebbe detto Carlo V ai cittadini di Alghero). Non solo si può pensare, ma è giusto pensarlo. Ma se Andrea Zalone dice «Le facoltà umanistiche sono importanti e fondamentali», e si riferisce alla Facoltà di Scienze della Comunicazione, si corre il pericolo di sputtanare gli studi umanistici seri.

    • Scienze della comunicazione

      Abbiamo sempre ridicolizzato l’uso mistico delle “slàid” da parte dei tenutari di più o meno truffaldini corsi di formazione aziendali, i qauli, non essendo capaci di fare un discorso a braccio, leggono le scritte che proiettano, e per giunta pretendono di essere fichi; più ancora abbiamo ridicolizzato i politicuzzi indigeni che in paesi come Curno pretendevano di destare la meraviglia dei villici accreditandosi come aziendalisti e pertanto proiettando anch’essi slàid “a schiovere”. Come sanno i lettori affezionati di Nusquamia, non abbiamo aspettato che Crozza sputtanasse le slàid di Renzi, un vero e proprio tormentone. Abbiamo sempre disprezzato la mistica delle slàid usate come strumento stregonesco per abbindolare i minus habentes (altro è l’uso d’immagini proiettate in un contesto di comunicazione seria: se per esempio si vuole dare un’idea della rappresentazione del mondo, dai tempi di Omero fin dopo la scoperta delle Americhe, la proiezione delle carte geografiche non sarà un’impostura, né un tentativo di mascheramento della propria inadeguatezza oratoria, ma un arricchimento del discorso).
      Analogamente, non abbiamo aspettato che Crozza, cogliendo la palla al balzo di certe affermazioni di Feltri, facesse circolare l’idea dell’inutilità (e, aggiungerei, assenza di spessore culturale) delle cosiddette “Scienze della Comunicazione”. E già l’averle volute chiamare “Scienze” — e non per esempio, discipline — la dice lunga, ci mette sull’avviso, e ci fa sospettare l’impostura. Ecco dunque un florilegio di alcune nostre considerazioni in merito.

      Osservando quanto di trombonesco ci fosse nel sussiego “istituzionale” del presentatore Michele Mirabella, quando per esempio si confronta con illustri clinici e lui, avendo studiato bene la parte, dialoga con loro da pari a pari, scrivevo «Devo ricordare che a Bari professore di “Sociologia della comunicazione: teoria e tecniche dei mezzi di comunicazione di massa” è un tale Michele Mirabella?». [9.07.2012] Mirabella fu professore barese, dicono, per meriti dalemiani, ma questo è quanto si diceva, magari non è vero.

      Prendendo posizione contro un’idea della scuola asservita all’erogazione di uno stipendio agl’insengnati (tutti, buoni e cattivi,a prescindere), auspicavo che i docenti fossero abilitati da esami severi, come quelli che i miei professori fecero a Roma, dopo aver passato le notti a studiare, per mesi e mesi, e auspicavo che si distruggessero le «Università di quartiere, con successivo spargimento di sale sulle macerie, sopprimendo corsi e lauree inutili (a cominciare da quella nelle cosiddette Scienze della Comunicazione)». [12.10.2012]

      Tornando sull’argomento e aggiungendo nuova carne al fuoco: «Ci fanno orrore la laurea nelle cosiddette, e orrende, Scienze della comunicazione (per via dell’evanescenza culturale) e la laurea economica presso la Bocconi (per la sottesa ideologia mistificante, pseudogiansenista). [26.07.2013]

      Su chi oggi mena vanto della laurea: «Se poi la laurea è una di quelle laureette in cosiddette Scienze della Comunicazione o di ambito femminista, il menar vanto della laurea può addirittura essere ributtante. [17.10.2013]

      Ancora: «Per carità, se uno proprio vuol dire che è laureato, si laurei pure nelle cosiddette Scienze della comunicazione, se ha bisogno del pezzo di carta, non dico di no; ma è meglio che non se ne vanti, questo è il mio parere)». [16.12.2013]

      Quindi: «Altri tempi, quando l’Università italiana non conosceva il disonore della laurea in cosiddette Scienze della comunicazione: una laurea su Martha Nussbaum sarebbe suonata come una bestemmia e una come la Gelmini sarebbe stata improponibile come Ministro della Pubblica istruzione». [6.04.2016]

      Infine, a proposito di un consigliere regionale Pd-ino, molto ambizioso: «Jacopo Scandella è un “ggiovane” Pd-ino, consigliere regionale di area bergamasca, laureato in Scienze della Comunicazione (squit!), iperattivo, già compagnuccio della parrocchietta, proiettato nel mondo del politicamente corretto» [6.07.2016]

      • Scienze della Comunicazione_2
        L’ideologia di riferimento delle Scienze della Comunicazione è quella aziendalistica

        Estraggo dal sito dell’Università di Bergamo la Descrizione del Corso di laurea triennale per il conseguimento del titolo di dottore nelle Scienze della Comunicazione:

        Obiettivo del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione è l’apprendimento dei processi, dei linguaggi e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per rispondere efficacemente alle esigenze comunicative di imprese, organizzazioni e istituzioni. Il Corso di Laurea è particolarmente attento all’innovazione digitale, al mutamento culturale e sociale e alle competenze nelle lingue straniere. Le attività del Corso di Laurea comprendono: discipline linguistiche e informatiche; scienze sociali, umane ed economico-giuridiche, metodologie, analisi e tecniche della comunicazione.

        ‘Dulcis in fundo’ (come si dice, anche se non è un latino meraviglioso): «Nel secondo o terzo anno lo studente ha inoltre la possibilità di accedere a programmi di mobilità internazionale Erasmus + che offrono l’opportunità di studiare all’estero». Squit, squit e ancora squit!

        Non vedo tracce di Umanesimo in questo corso di laurea. Direi anzi, se nessuno si offende, che è la negazione dell’Umanesimo: e non perché non è previsto l’insegnamento di discipline umanistiche (al massimo qualche cenno, come oggi in certe scuole secondarie: “Cenni sui Promessi sposi“). No, perché allora sarebbero antiumanistiche le Facoltà di Chimica, Fisica e Ingegneria, per esempio; ma così non è. No, il corso di laurea in Scienze della Comunicazione è antiumanistico perché propone una visione delle cose che è antiumanistica, a differenza dei corsi di laurea in Chimica, Fisica, Ingegneria ecc. dove — è vero — non si studiano le arti del Trivio (in generale, le discipline umanistiche) ma si veicolano discipline scientifiche e tecniche che però sono a-ideologiche: e sono conoscenze intese al servizio e al miglioramento dell’umanità e non di aziende, gruppi di potere, partiti, lobby, istituzioni che se hanno fregola di comunicare forse gatta ci cova ecc. Nonostante tutto, nonostante il buco nero del nazismo (con il suo dott. Mengele, per esempio: eppure era uno scienziato!), nonostante la prospettiva totalizzante capitalistico-aziendalista (che pretende di controllare la scienza: non confondiamo la farmacologia con l’azienda farmaceutica) la scienza e la sua ancella, la tecnica, sono portatrici di progresso. L’aziendalismo, che è l’ideologia di riferimento delle Scienze della Comunicazione è un progetto antiumanitario e antiumanistico. Inoltre, inutile nascondersi dietro un dito: lo sbocco naturale delle Scienze della Comunicazione sono le Pubbliche relazioni le quali, come la prostituzione, hanno diritto di esistenza (tanto più che prostituire il corpo è assai meno grave che prostituire l’anima): ma nessuno mi venga a dire che è un’attività nobile.

        • Scienze della Comunicazione_3

          Riassumendo:
          1. Feltri-Crozza sostiene che il corso di studi in Scienze della comunicazione è una baggianata: chi si iscrive a questa facoltà è destinato alla disoccupazione.
          2. Feltri-Crozza non lo dice, ma lascia intendere che quand’anche un laureato in Scienze della Comunicazione trovasse un posto di lavoro specifico agli studi fatti (oltre le banali Pubbliche relazioni per le quali non c’è bisogno della laurea, ma di talento prossenetico), c’è qualcosa che non va nell’industria che lo assume.
          3. Feltri-Crozza lascia intendere ad Andrea Zalone che quello di Scienze della Comunicazione sia un indirizzo di studi umanistici e come tale inutile, addirittura spregevole.

          Riguardo ai punti 1 e 2 Feltri-Crozza fondamentalmente ha ragione. Riguardo al punto 3 ha torto: innanzi tutto perché quelli di Scienze della Comunicazione non sono studi umanistici, semmai antiumanistici. Inoltre, se è vero che gli studi umanistici sono inutili in una prospettiva di tornaconto economico, sono invece tutt’altro che inutili in una prospettiva culturale. I giovani che s’impegnano in studi seri e nobili, senza contropartita, che cioè affrontano i loro rischi senza pretendere di ricevere uno stipendio solo perché laureati, i giovani che hanno passione per ciò che è degno dell’uomo («Homo sum, humani nihil a me alienum puto») meritano la nostra riconoscenza e ammirazione. Se dopo la laurea inutile troveranno il coraggio di vivere onestamente (non come Ciampi, che dopo la laurea in filologia classica, per interessamento della moglie Franca entrò nel mondo delle banche) meritano gli onori che si devono agli eroi. Pierluigi Bersani è laureato su Gregorio Magno, che ha letto in latino, e non su Martha Nussbaum: perciò merita il nostro rispetto, indipendentemente da una sua certa inadeguatezza a capire la complessità del sistema (fa bene a non inseguire il “nuovo che avanza”, che è roba da buzzurri, ma si è dimenticato della lezione del socialismo scientifico, che ebbe margini di vitalità anche nel vecchio Pci; poi venne Occhetto che pensava alle barche a vela e al pesce cucinato in salmoriglio).
          Al contrario, meritano il nostro disprezzo i giovani ambiziosetti, che si muovono soltanto lì dove trovano un tornaconto, che vediamo squallidamente aggirarsi fiutando affannosamente, come cani, la merda più redditizia, egoisti, cattivi, tristemente aziendalisti: “ggiovani” che non furono mai giovani; a ben vedere, non sono neanche umani. Altro che umanesimo!

    • Impegno per gli altri, e non per se stessi

      Ascoltiamo la Ballata di Sacco e Vanzetti, composta da Morricone e cantata da Joan Baez. E non dimentichiamo di appuntare il nostro disprezzo sui Pd-ini aziendalisti, soprattutto i giovani (i vecchi, si sa, sono perduta gente) che intendono la politica come impegno per la propria carriera, o semplicemente per passare avanti ai loro coetanei nella lotta per la sopravvivenza, alla ricerca di un posto di lavoro, possibilmente garantito, in quest’Italia di merda. Ci fu un tempo in cui ci s’impegnava in politica perché si avevano degli ideali.

      P.S. – Mi fanno ridere le conferenze-eventi organizzati a Curno dalle due sindachesse (sindachessa emerita e sindachessa in carica) con la partecipazione — toh! — di Enèrgheia (mi raccomando l’accento: se volete fare i fichi usando una parola greca, almeno pronunziatela correttamente: merda!).L’ultima è che insegnano la scelta dell’indirizzo di studi, in funzione delle esigenze del mercato del lavoro. Come se loro sapessero quali sono. Farebbero meglio a insegnare ai giovani e ai genitori dei giovani quello che lorsignori sanno veramente: come inserirsi in certi meccanismi paraculi, paramassonici, cattoprogressisti, esoterici, associazionistici in genere ecc. per abbattere le probabilità di rimanere disoccupati a vita.

  29. Prima Effe permalink

    @Aristide

    V.:

    • Una donna generosa

      Romy Schneider non è da confondere con Maria Schneider, quella imburrata nell’Ultimo tango a Parigi, colei che negli ultimi anni di sua vita mortale provò a far parlare di sé dicendo di aver subito violenza ecc.; ma io ricordo bene come a suo tempo lei ci marciasse, su quella notorietà butirrica, come si facesse fotografare in pose maliziose che ricordassero quella “figura d’amore” allora ritenuta pruriginosa.
      No, Romy Schneider, scomparsa tragicamente, merita tutta la nostra ammirazione. Era una donna generosa, attenta alla felicità del maschio, che sapeva evocare con naturalezza e dedizione.
      Su Nusquamia avevo parlato di un bel film di Dino Risi che la vedeva protagonista in una storia esoterica, ambientata in una Pavia nebbiosa e borghese. Il film è Fantasma d’amore: non un capolavoro, ma degno di esser visto. A suo tempo lo si vedeva intero su You tube, adesso bisogna contentarsi di qualche stralcio.

      P.S. – Ricordo ai lettori recenti di Nusquamia il significato dell’espressione “prima effe”: nasce dal fatto che Nusquamia prova gusto a dispiacere alle vestali e agli accoliti del politicamente corretto: i quali, oltre tutto, spesso sono ignoranti, ma sperano, professandosi politicamente corretti, di potere indossare una maschera socioculturale che li renda presentabili nei salotti delle damazze borghesi, ovviamente politicamente corrette. Infatti, Nusquamia è all’insegna delle “Tre F”, che non sono le “Feste, Farina e Forca” con cui Ferdinando di Borbone teneva buoni i sudditi, ma la Fica (disprezzata da chi è pol. corretto), la Filosofia (quella vera, in contrapposizione all’impostura di Martha Nussbaum) e la Fonolinguistica (per sottolineare che le parole sono importanti, e per capire la differenza tra la voce flautata di Maria Elena Boschi e quella sgradevolmente ridanciana di sorella Hillary, colpevole di aver portato gli americani a votare per Trump).

  30. Pubbliche relazioni

    Non ho mai fatto un mistero di disprezzare le pubbliche relazioni: da quelle commissionate dal direttore della fabbrichetta, che presenta al fornitore una sua “amica” che farà un pompino al possibile acquirerente, il quale orientarà le ordinazioni verso i prodotti della fabbrichetta, a quelle della Fincantieri, delle quali non si può parlare, perché c’è un uomo potente, noto per la modestia della sua intelligenza, che ha minacciato denunce erga omnes, appena si sfiori l’argomento.
    Questo filmato presenta il resoconto di un intervento di pubbliche relazioni per conto di un produttore cinematografico. Naturalmente le pubbliche relazioni non sono tutte di prossenetismo. Anzi, se si trattasse solo di pompini, sarebbero rose e fiori.

    P.S. – Mi scuso con i lettori di Nusquamia, se da qualche tempo sono stato meno assiduo negli articoli e negl’interventi a latere o anche OT, cioè fuori tema, come si dice in linguaggio coglione: OT = Off Topic (gli acronimi piacciono ai miserabili, che pensano di accreditarsi come “fichi” e agl’impostori, per facilitare la vendita di merce avariata).
    Ai nemici di Nusquamia annuncio che presto riprenderò a tafanare e tafanarli.

  31. ALGIDO permalink

    meno male.
    vogliamo primizie
    vogliamo un bell’articolo celebrativo sulla Amministrazione Gamba
    alè.

    • Sindachesse α e β

      Primizie non ne ho mai promesse, men che meno posso prometterne adesso.
      A suo tempo ebbi in condivisione (con l’amministratore delegato dell’azienda) una segretaria che fu già segretaria di un importante editore di varie testate giornalistiche. Dicevano i maligni che fosse innamorata di me, cosa che mi sentirei di escludere. Però aveva per me una certa ammirazione, essendo lei napoletana e alquanto sconcertata da una certa ruvidezza milanese, che per fortuna oggi si sente meno (parlo di Milano, non di Curno, ovviamente: nel “paese bello da vivere” non mancano gli esempi di coloro che si dilettano di stilare e inoltrare denunce anonime, per non parlare di coloro che apertamente si compiacciono di essere carogne). Mi raccontava la segretaria delle nevrosi di quel mondo che aveva come stella polare l’Avvocato: una delle principali era l’essere “informati”. Si sprecavano le telefonate, gl’incontri, soprattutto si sprecava il tempo, pur di essere sempre informati: ma in generale, mica in relazione a un pezzo giornalistico da scrivere o a una mansione da svolgere. No, si doveva essere informati, giusto per essere informati, cioè per essere fichi, e non rischiare di entrare nel “cono d’ombra” (questa era un’espressione dello Scalfari rampante di allora).
      Ebbene, questa dell’essere informato e di aver cose da raccontare in anteprima è una nevrosi che non ho. Mi piace semmai riflettere su cose date per scontate, delle quali si è parlato a josa, e individuare il dato importante che in tanta messe d’informazione è sfuggito. Alle volte non si parla dell’aspetto più importante di una cosa, perché si è parlato troppo della cosa: è quel che Umberto Eco chiamava la “censura additiva”. Vuole un esempio? Le molestie sessuali. Se e parla tanto, si discute se e fino a qual punto Asia Argento potesse esimersi dal pompino di sottomissione a Weinstein, ma il tema nascosto, del quale a nostro avviso varrebbe la pena parlare è un altro: il processo al maschio. Fra l’altro non sarò io a dire che non si debba fare. Io dico: facciamolo questo processo, ma apertamente, e parliamone liberamente. E che nessuno si azzardi a dire “Basta! Punto! Non m’interessa!”, appena si abbia sentore di eresia, cioè di un pensiero fuori del recinto del politicamente corretto.
      Dunque non si aspetti da me primizie sull’Amministrazione Gamba. Conto di assistere a una riunione di Consiglio comunale per cogliere tutta la ricchezza del non-detto, che notoriamente è parecchio più importante della pappetta destinata a diventare comunicato-stampa.
      Sono interessato a capire: a) quanta briglia s’intenda dare a MarcoBattaglia, che ha frequentato il Collegio sant’Alessandro di Bergamo, dove si confrontano e si aggiustano il potere della borghesia laica e quello della Curia, e che intende a tutti i costi valorizzare la sua laurea in Scienze politiche alla Cattolica trascinando i curnensi in iniziative di respiro europeo e in cose tutte sue (la mistica dell’Erasmus, per esempio); b) la dialettica tra la sindachessa emerita (che non ha mai fatto mistero della sua determinazione di femmina α) e la sindachessa in carica, che finora ha dato l’impressione di essere una β-sindachessa, una che ha accettato la candidatura più per fare un piacere a qualcuno che perché ne avesse gran voglia.

  32. ALGIDO permalink

    Piccola notarella.
    Il Circolo di Curno mantiene l’attuale assetto almeno sino al regolare termine del mandato, maggio giugno 2018.
    cordialità e incoragiamento da
    Algido

    • Cosucce del “paese bello da vivere”; poi, a livello un po’ superiore, Misiani e l’impostura bocconiana; scalando ancora di una marcia, i professori giansenisti e un po’ carogne del Politecnico

      Già una volta, forse anche due, mi ero domandato in queste pagine che cosa si aspettasse a procedere al cambio della guardia. Il favorito a prendere il posto di Max Conti era l’ineffabile MarcoBattaglia. Non lo è più? Beh, dipende da come butta nel Pd, forse dipende anche da Misiani; il quale, detto fra parentesi, non è dei peggiori; peccato soltanto quella laurea alla Bocconi, che però è in Economia politica, sempre meglio che che in Economia, perché quella è un’impostura bella e buona. Semplificando parecchio il mio ragionamento: come mai i bocconiani che pretendono di personificare il rigore giansenista nel mondo degli affari si trovano regolarmente a fare da reggicoda ai pescicani della finanza o, più modestamente, agli squaletti del traccheggio pseudoindustriale? I veri giansenisti in realtà — spesso gran carogne sotto il profilo politico (a dire il vero non tutti), epperò professori competenti e seri, mica roba in stile Martha Nussbaum — si trovavano al Politecnico di Milano.
      A proposito di Economia politica, a un certo punto al Politecnico fu catapultato come docente di Economia politica il prof. Francesco Vito, gran carogna anche lui, che, dopo una brillante carriera al tempo del Fascio, quindi nel dopoguerra (immagino che sia diventato antifascista), fu rettore della Cattolica di Milano. Il suo ultimo anno alla Cattolica fu amareggiato da certi contrasti, così si diceva. Venuto al Politecnico, lui più o meno fece questo ragionamento: ah, così voi pensate che la mia materia sia roba da poco, a confronto delle vostre discipline ingegneristiche? Beh, mo’ ve la faccio vedere io. Ci impose di studiare sui tre volumi del corso della Cattolica. Alle lezioni la metteva giù dura, tracciava le curve della domanda e dell’offerta, apponeva le lettere (curva A-B e curva C-D), poneva in evidenza il punto X in cui le curve s’intersecano, pretendeva insomma d’imbastire un discorso sc-scientifico, manco parlasse del ciclo di Carnot, quello che si studia in Termodinamica. E, a nostro parere, un po’ anche s’intortava, alla lavagna. Se ricordo bene quando lo ebbi professore era il primo anno che insegnava al Politecnico, dove sarebbe rimasto ancora due anni; morì stroncato da un malore sul lavoro, non al Politecnico, però, ma alla “sua” Cattolica.

  33. Terza F, ma anche un po’ di prima F
    La prima F non guasta, anzi conferisce al discorso un tocco di leggiadria

    La fanciulla che qui vediamo parla perfettamente il còrso.

  34. Riflessi curnensi sulla rimonta di Berlusconi

    Berlusconi si aspetta di essere riabilitato da Strasburgo, che dovrebbe prendere posizione sulla legittimità della sua decadenza da senatore e non eleggibilità a cariche politiche, conseguente a un’applicazione retroattiva della legge Severino. I tempi di formalizzazione della sentenza sono lunghi, ma Berlusconi conta su una qualche “gola profonda” che ci ragguagli dei lavori in corso. Sarà anche una questione di cacata carta, ma sono dettagli che potrebbero avere la loro importanza, in termini di riscontro mediatico e di ricaduta elettorale. Apparentemente, Berlusconi è in gran spolvero. Ho allora inviato a Gandolfi che, pur alla testa di una coalizione di centrodestra, realizzò il buongoverno liberandosi dei pesanti condizionamenti dei padrini politici, che intendevano usarlo come Enrico II pretendeva di fare con Becket, [*] e che perciò governò l’infelice paese di Curno non grazie ai suoi alleati, ma nonostante i suoi alleati, il seguente messaggio:

    Adesso che il vento sembra soffiare di nuovo in poppa a Berlusconi, ti verrà rimproverato di non aver appoggiato Locatelli. Soprattutto nell’ipotesi — Dio non voglia — che Alessandro Sorte diventi sindaco di Bergamo. Beh, se tu avessi compromesso il tuo prestigio calando le brache, chiaro che non avresti guadagnato niente. Il fatto è che hanno perso i dispensatori di ‘buoni consigli’ i quali, in caso di vittoria di Sorte, potrebbero — anzi, avrebbero potuto — affermarsi come tessitori della (per fortuna mancata) vittoria di Locatelli. Niente mi toglie dalla testa che, anche senza l’intervento salvifico della fasciofemminista, Locatelli avrebbe vinto, se avesse avuto agio di impossessarsi di quote del tuo prestigio.
    Eh, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Speriamo che ad Alessandro Sorte che concorre per la carica di sindaco di Bergamo contrappongono una figura seria, se le trovano. Una figura tecnicamente valida, politicamente scorretta e con una buona cultura alle spalle.
    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

    ……………………………………………………….
    [*] Si veda Curno, un laboratorio politico alle porte di Bergamo.

  35. ALGIDO permalink

    Se il mi nonno ci aveva le ruzzole l’era un tram, diceva in fiorentino Montanelli…
    [Veramente Montanelli era di Fucecchio, questo lo ricordo bene. Non ricordo invece se fosse di Fucecchio alta o di Fucecchio bassa. Da qualche parte nella mia biblioteca, con un po’ di pazienza, potrei ripescare un libriccino di memorie montanelliane dove l’antico babau dei progressisti, in seguito dai medesimi adottato come guida spirituale e amato come in altri tempi soltanto Che Guevara, ricorda la sua Fucecchio. Qui si rammenta che tra Fucecchio alta (i cui abitanti si chiamavano “insuesi”) e Fucecchio bassa (i cui abitanti si chiamavano “ingiuesi”) non correva buon sangue. Dunque, meglio essere precisi. N.d.Ar.]

    Osservo con serenità e bontà, che anche il cdx di Curno forse ha accantonato la caccia alle streghe (cioè ricercare il colpevole della sconfitta elettorale, ma con l’eccezione di se stessi: cioè, guardando solo nelle due liste avversarie, Vivere Curno che ha vinto e Curno Cambia che ha perso).
    Si parlava di denunce si parlava di querele; si parlava anche (perché la cosa è perfettamente legale e nulla vi è da eccepire) di capire chi abbia firmato per la presentazione della Lista della Carrara, per sputtanarlo in paese.
    Tutto sul binario morto, forse non hanno trovato nulla, forse nulla c’era da trovare.
    [Oppure – questa è la mia tesi – era tutta una sbruffonata elettorale. Già: echeggiava il rullo di tamburi, volavano parole grosse, si profilavano all’orizzonte azioni legali a norma di cacata carta che impugnassero le delibere appese alla variante del Pgt. Non sarò io a difendere quella variante, ma contesto radicalmente il metodo. Si è voluta fare una battaglia copropapirologica, tra l’altro a rimorchio del gatto padano, laddove sarebbe stata opportuna una campagna di demistificazione della vocazione ambientalista degli aziendalsimilprogressisti. I quali sono ambientalisti quando si tratta di fare qualche apparizione in modalità fasciata e tricolorata, buona per il solito comunicato stampa; ma diventano più realisti del re quando si tratta di reperire risorse economiche per fare le cosucce che piacciono tanto. Oggi come oggi, a quel che è dato capire, la polemica sul “sacco del territorio” perpetrato dagli aziendalsimilprogressisti è morta e sepolta. Venendo meno al suo dovere di fare un’opposizione intelligente, Locatelli si limita a chiedere alla beta-sindachessa quote di condivisione. Il discorso che abbiamo sentito era più o meno di questo tenore: «Avevate promesso condivisione, ma dov’è questa condivisione? Noi vogliamo condividere». N.d.Ar.]

    Non so se da Bergamo o Milano qualcuno abbia chiesto ragione della sconfitta a Locatelli e Belotti, non mi interessa (la testa non credo l’abbiano chiesta, non mi risulta).
    So per certo che a MILANO e Bergamo davano per sicura la Vittoria a Curno, e problematica la Vittoria a Mozzo.
    A Mozzo diciamo che i sospetti dei vertici erano assai fondati, avendo Peliccioli vinto con il 63%.
    A Curno anche senza la Carrara credo avrebbero perso, non ostante l’enorme investimento mediatico.
    [Sì, questa volta c’è stato un forte investimento mediatico e, finalmente, invece di rivolgersi allo scassatissimo, oltre che finian-futurista, Quantile, si sono avvalsi dell’apporto di un anti-Aristide in grazia di Dio. Vero è che, volendo imitare Aristide, ha esagerato cadendo nel ridicolo di evocare il ‘genius loci’ delle botteghe: ma immagino che abbia ricevuto forti pressioni in merito e, in ogni caso, se consideriamo il materiale che si trovava per le mani, dobbiamo ammettere che l’anti-Aristide ha fatto miracoli. D’altra parte, come è fin troppo evidente, i destri curnensi stanno facendo con le botteghe una manovra analoga a quella che fecero con i cani, oggi abbandonati al loro destino da cani. Cioè, hanno individuato un segmento di mercato elettorale e vi si sono buttati a corpo morto: dopo la mistica dei cani, signore e signori, oplà, ecco la mistica elettorale delle botteghe. N.d.Ar.]

    Hanno perso, chissà perché, non so se hanno fatto quella che si chiama l’analisi a freddo del voto…
    [La verità è che Locatelli era sul punto di vincere. E avrebbe vinto se gli fosse riuscita la manovra di appropriazione indebita di quote di prestigio gandulfiano. Ma, com’è noto, le cose sono andate diversamente, forse grazie anche a Nusquamia, che vanificò la manovra di far passare l’interessamento di Gandolfi agli aspetti tecnici della variante del Pgt per un allineamento del medesimo alla linea di Sorte-Locatelli. Com’è noto, i promotori di quella iniziativa, che era tutta politica, ma che voleva passare per tecnica, in quanto animata da un pool di agrimensori e causidici, sbagliarono due volte: intanto perché battere gli aziendalsimilprogressisti sul piano delle cacate carte è pressoché impossibile; in secondo luogo perché non avevano fatto bene i conti con l’oste, cioè con Gandolfi. N.d.Ar.]

    Beh, dopo l’incazzatura, dopo le accuse, dopo che sono passati quasi 6 mesi dal voto (il 10% dell’intero mandato) emerge pian piano cio che il popolo di DX pensa (che io condivido, in sostanza):
    Lo dicono (me lo hanno detto) amici e parenti militanti nella Lega o in Forza Italia.
    La prima cosa che hanno capito è che è stato sbagliato il Cavallo (A Curno come a Mozzo, a dirlo è un membo del direttivo di FI di Mozzo).
    Questo lo hanno realizzato (meglio: percepito) già durante la campagna elettorale, ma dopo due mesi era un elemento assodato, indiscutibile, niente paralleli con Berlusconi insomma..
    Poi le squadre (a Mozzo addirittura questo amico mi ha detto che si trattava di un gruppo talmente male assortito da essere impresentabile) a Curno magari era politicamente piu omogenea la squadra (hanno evitato riciclati di Sinistra che a Mozzo invece c’erano), ma poco esperta e poco consistente.
    L’ultima cosa che hanno capito di aver sbagliato (ed è di questi giorni diciamo da ottobre che se ne parla) sono i temi utilizzati.
    [Sì, ma, onestamente: conoscendo i nostri polli, quale alternativa avevano per le mani, tale da mettere in non cale il Locatelli? In realtà un’alternativa ci sarebbe stata, quella di un commissariamento della sezione, ma era una cosa che andava fatta a suo tempo, come suggerivo quando il partito berlusconiano era nelle mani di uno Schettino che non voleva salire su per quella maledetta biscaglina. Quello era il momento giusto: stare fermi un giro e ricominciare da zero. Facendo politica e non politichetta. Ma non sarò io a dare consigli ai berlusconiani curnensi, considerato che già sono accusato di aver dato consigli al Pd curnense, sforzandomi di far aprire loro gli occhi sulla gestione disastrosa della diceria sulla Maximoschea, da parte della sindachessa emerita, alfa-dominante, laddove di ben altro ‘esprit de finesse’ ci sarebbe stato bisogno. N.d.Ar.]

    La gente vede che il tessuto produttivo e commerciale a Curno è consolidato, che le opere pubbliche sono finite e in Uso (vedi la famosa scuola, ora funzionante) che non sembrano per nulla a dei lager e che si sta dando una fisionomia chiara (diciamo si impedisce il declino) a un parco commerciale assai disordinato e cresciuto in 40 anni.
    [Mah… N.d.Ar.]

    Che si scontra con il nuovo mostruso ampiamento di Orio (ancjhe un multisala da 15 sale).
    [Ci sono stato: allucinante. N.d.Ar.]

    Food e Automotive, questa la vocazione del parco commerciale di Curno. Il lavoro gira, le strade sono state sistemate, tante piccole cose girano.
    [Le paroline inglesi mi mettono in allarme: sono l’anticamera dell’impostura. Doppio “mah”… N.d.Ar.]

    La moschea? di che stiamo parlando? sparita dai radar, la colate di cemento? Ma quale, c’è la legge 31 della Regione. e cosi via.
    [La diceria della cosiddetta Maximoschea è uno dei punti più bassi della politichetta curnense di questi ultimi anni. Sia da parte di coloro che hanno montato la panna e che speravano – addirittura – una ricaduta regionale della questione (a Curno si costruisce la Maximoschea che Gori non vuole a Bergamo…); sia anche da parte della sindachessa emerita che, mettendo in essere una micidiale miscela di cattoprogressismo e albagia caratterialmente determinata, ha perso il contatto con il popolo. Poi il partito (il Pd) ha provato a metterci una pezza, ma ormai il danno era fatto. I viveur di “Vivere Curno” hanno vinto le elezioni, è vero, ma per il rotto della cuffia, per le ragioni sopra esposte succintamente, e approfondite via via nelle pagine precedenti di Nusquamia. N.d.Ar.]

    Il Parallelo tra Locatelli e Berlusconi ? A me non è venuto da pensarci, a Lei?
    [Oggi si presentano agli elettori come agnellini. Questo dobbiamo riconoscerlo, anche a Locatelli, ‘si parva licet componere magnis’. È in corso un processo di rimodellazione dell’immagine. E non mi riferisco soltanto all’opzione animalistica che, per quanto riguarda Berlusconi, sappiamo procedere direttamente dalla Pascale. Pare però che, in privato, con gli intimi, Berlusconi confessi di odiare Dudù, che forse è anche Lgbt; dice inoltre che puzza, e che appena può, cioè quando non c’è “lei”, spalanca le finestre per rinnovare l’aria viziata dal lezzo canino. Berlusconi sconta quella mattana del tempo di Noemi, la vergine di Casoria, essendo adesso costretto a fare il fidanzato amorevole. N.d.Ar.]

  36. Scoop (gradito) del gatto padano

    Com’è noto, il gatto padano è ferocemente mongoidentitario ed è un grande odiatore di Nusquamia. Mettendo insieme queste due caratteristiche egli ha, or non è molto, lanciato la fatwa che dovrebbe comportare la mia lapidazione, manco fossi Salman Rushdie, l’autore dei Versetti satanici. Scrisse infatti il gatto padano: in tono minace: «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade», trascurando però di specificare se fossero da impiegare sassi di cava, appuntiti, o sassi di fiume, arrotondati e levigati.
    Poiché la lapidazione non c’è stata, il gatto miagola sinistramente e annuncia che Aristide «nei primi giorni di febbraio o marzo del 2018 dovrebbe comparire come imputato in un processo». Vero: è l’epilogo di una denuncia del Pedretti di quattro anni fa, il quale riteneva che io offendessi la sua reputazione con i miei “scherzucci di dozzina” («Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco per que’ pochi scherzucci di dozzina», scriveva il Giusti). Varrà la pena ricordare che questa è la seconda denuncia di Pedretti: la prima si concluse con il mio proscioglimento e la condanna del Pedretti a pagare le spese legali del procedimento.
    Il gatto padano conosceva il capo d’imputazione, ma si è guardato dal dire quale esso fosse, proprio lui che è così agrimensuralmente precisino. Voleva forse dare briglia alla fantasia del lettore, il quale avrebbe anche potuto credere che io fossi colpevole di aver abusato di rimborsi regionali o addirittura che mi fossi fatto promotore di stalking uxorio (che non solo è riprovevole e perseguibile secondo legge, ma è anche boldrinamente esecrabile).
    Se devo essere sincero, lo scoop del gatto padano non mi è dispiaciuto. Infatti ero tentato di parlarne io stesso ma, non sapendo di giure, nutrivo dubbi sull’opportunità di farlo; per essere precisi, sull’opportunità di annunciare l’udienza incombente, visto che non sarò così sprovveduto da scrivere quale sarà la mia linea difensiva. Il gatto padano mi ha tolto l’imbarazzo: mi sono limitato a riportare tra virgolette quello che lui ha scritto. Che cosa io pensi del metodo curnense di usare la denuncia come succedaneo della dialettica politica è cosa nota, perlomeno ai lettori di Nusquamia.
    Per leggere il capo d’imputazione della precedente denuncia del Pedretti e sapere com’è andata a finire, si veda:
    Aristide prosciolto in udienza preliminare, Pedretti condannato al pagamento delle spese processuali

    • Lapidazione

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      Vogliamo scommettere che adesso qualcuno ci spiegherà che «i plocade» sono però un’altra cosa? E giù con la mistica mongoidentitaria delle radici, delle cose che si possono esprimere soltanto in dialetto, perché l’italiano, nonostante Dante, Boccaccio, Petrarca, Galileo, Manzoni ecc. non avrà mai — dice — quella ricchezza di sfumature che il contadino bergamasco (o lucano ecc.) padroneggia perfettamente, grazie al dialetto. Sì, buonanotte!

  37. ALGIDO permalink

    Leggo delle novità: sarebbe bello ci fosse una occasione di pacificazione in cui tutti quanti insieme si fa la pace magari ammettendo le proprie marachelle.
    [Magari dicendo questo e quello pari sono? N.d.Ar.]

    E si torna a lavorare fianco a fianco d’amore e d’accordo. mmm… Che bella cosa.
    Ricorda? Capitò in Sudafrica dopo l’abolizione dell’apartheid. Bastava ammettere le proprie colpe e sarebbe stata amnistiata la marachella, e poi tutti a lavorare insieme, gomito a gomito, per il bene supremo del POPOLO. Ah sì, questo sarebbe proprio bello.
    [In Africa, forse, ma qui siamo a Curno che, fatte le debite proporzioni, è peggio dell’Africa la quale, con tutto il rispetto politicamente corretto, non fu culla di civiltà, terra natale di Dante e Galileo, patria dell’Umanesimo. Montaigne, che faceva il suo viaggio in Italia, rimase a bocca aperta quando sentì i contadini in Toscana che, terminato il lavoro, intonavano a turno le stanze dell’Ariosto. Perché l’Italia fu veramente civile: non tutti, per carità. Ma c’era un popolo civile del quale si va perdendo il ricordo, grazie all’aziendalismo e a Salvini. Sarà anche in Italia, ma Curno è il paese delle denunce anonime usate come mannaia per far fuori l’avversario, Curno è il paese dove il gatto padano lancia la fatwa con discriminante etnica: «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade». Poi il gatto prova a dire che la fatwa è stata lanciata da una delibera di Consiglio e non da lui (doppiamente falso). Adesso, in terza battuta, l’ultima è che, sì, la fatwa è sua, ma era per gioco. Lui si sente ggiovane e all’età di settant’anni voleva giocare a sassate, come i ragazzi della via Pal. Però le sassate voleva lanciarle lui, con i compagnucci mongoidentitari, qualora ne trovasse qualcuno disponibile a cimentarsi in queste nobili imprese. Se dicessi che sono disgustato non direi il vero. Infatti alla cattiveria curnense sono ormai mitridatizzato. Non ha effetto. N.d.Ar.]

    • Che direzione prende la sua navicella? Mi pare che urka [una? N.d.Ar.] direzione nuova. Qualcosa di fresco, che rompa la stagnazione. Idee?

      [Beh, spero che lei non ci inviti all’oblio, con la scusa della direzione nuova. Le questioni sospese devono essere chiuse, qualora se ne presenti l’occasione. Per esempio, la promessa della dott.ssa Serra di fare la nonna avrà compimento, o sarà come quella di Veltroni, che doveva andare in Africa? Oppure, si parva licet… come quella di Umberto Eco che aveva promesso di lasciare l’Italia, qualora Berlusconi fosse salito al potere? Spero non le sfugga che, nel caso in cui la dott.ssa Serra si sedesse su qualche prestigiosa poltrona istituzionale, in relazione consequenziale col suo decisionismo turbo-catto-prgressista allorché fu sindachessa non ancora emerita, per noi sarebbe un po’ come la quadratura del cerchio. Sia pure con ironia e con un pizzico di cultura, senza infierire con ottusa e barbarica crudeltà curnense — quella della denuncia facile e della fatwa — vuole che non si traggano le conclusioni? N.d.Ar.]

      • ALGIDO permalink

        La Dott.ssa Serra fa già la nonna, a quanto so.
        [Beh sì, ci mancherebbe che non lo facesse, sia pure a tempo parziale. Noi ci aspettavamo che lo facesse a tempo pieno. Il fatto che continui a sedere in Consiglio ci mette in uno stato di (moderata) aspettativa riguardo ai futuri sviluppi di carriera. Oggi essere donna, donna determinata e nonna non è più un handicap, anzi significa godere di una posizione di vantaggio, sia in politica classica sia in politica mascherata da “società civile”. Mi scusi la schiettezza, non riesco ad essere politicamente corretto. N.d.Ar.]

        Ha abbandonato tutte le cariche pesanti in Comune (dove siede in consiglio come semplice consigliere) in Provincia (dove pur ricevendo pressioni non ha voluto ricandidarsi, e sarebbe stata una rielezione certa) e nel PD dove da tempo non ricopre cariche di peso in provincia.
        [Semplice consigliere non direi. È sindachessa emerita, più che combattiva, determinata fino ai denti, come ho appreso da una cronachetta stilata dal barbarico e mongoidentitario gatto padano, quello della fatwa con discriminante etnica, ed è perfettamente al corrente degli ‘arcana imperii’, come direbbe Tacito, ottimamente ammanicata con gli ambienti cattoprogressisti e gesuitici. Va bene la ταπείνωσις, cioè l’understatement, ma dev’essere sincera. E poi bisogna fare i conti con colui al quale la comunicazione è rivolta: se non è sincera, con noi non funziona. Al contrario, apprezziamo moltissimo la ταπείνωσις, cioè l’understatement, quand’è sincera. N.d.Ar.]

        Non invito a cambiare posizioni nessuno, figuriamoci Nusquamia, ma… Idee?
        [Non le bastano le idee di sempre? Cioè una posizione ideologica che non si vergogna di essere ideologica, e che vuol essere libertaria, politicamente scorretta, contro ogni forma di superstizione, umanitaria e favorevole al socialismo scientifico, con toni di forte sprezzatura nei confronti dell’aziendalismo ecc.?
        O forse lei voleva dire progetti? Sono indeterminati, almeno in parte: la determinazione, come non mi stanco di ripetere, è un vizio sconfinante con la maleducazione, l’indeterminazione invece è un viatico per la saggezza, talvolta anche per una (moderata) felicità. Ho in serbo un articolo con alcune considerazioni sulle biblioteche utili e sulle biblioteche sbruffone, che conto di pubblicare fra poco.
        N.d.Ar.]

  38. Anja permalink

    Seconda effe

    Vedi:

    [Bellissimo apologo. Sembra una favola di Esopo, o di Fedro. Come scrive Orazio: «Quid rides? Mutato nomine de te fabula narratur». Cioè quei topini siamo noi, quando prestiamo orecchio ai persuasori occulti (la pubblicità), quando aderiamo ai disvalori dell’etica aziendalista, che hanno sostituito i valori cristiani, e quando per non fare brutta figura c’industriamo di essere politicamente corretti. N.d.Ar.]

  39. ALGIDO permalink

    Va beh forse quando la Dott.ssa Serra avrà compiuto 80 anni Aristide se ne sarà fatto una ragione.
    [Per coerenza, mi limito a osservare le mosse della dott.ssa Serra, se ci saranno: non vedo perché dovrei abbandonare l’esame di un caso che considero paradigmatico. Non le nascondo che se la dott.ssa Serra facesse la nonna a tempo pieno la cosa mi dispiacerebbe. Ricordo infine che la dott.ssa Serra — sono parole sue — si dente una ragazza.. N.d.Ar.]

    Che bolle in pendola nel CDX? Ancora a leccarsi le ferite. A cercare “condivisione ” per un paio d’anni. Preparando una offensiva di primavera?
    [Lei sta parlando del gruppo del quale Locatelli ha voluto a tutti i costi essere il capo, e che con un altro capo forse sarebbe riuscito a vincere la competizione con la Gamba. In tal caso, con un altro capo della destra (perché chiamarlo centrodestra?), ‘au-dessus de la mêlée’, il Pd avrebbe fatto di tutto perché il candidato sindaco fosse la dott.ssa Serra. Non so se la Serra avrebbe accettato pur sapendo che, in caso di diniego, ogni progressione di carriera nell’extraCurno le sarebbe stata negata. Anzi, io penso che la Serra si sarebbe rifiutata e sdegnosamente, ancorché ‘obtorto collo’, avrebbe fatto la nonna. Ma il partito avrebbe potuto dire che la sconfitta elettorale sarebbe stata colpa della Serra. Proprio come nella destra si mormora che responsabile della sconfitta è Locatelli e che con un altro candidato sindaco ecc. N.d.Ar.]

    Ricordo che con l’attuale sistema elettorale, anche dato per buono che vinca il CSX al 90% non sarà in grado di farsi un governo.
    [Adesso invece lei sta parlando della politica nazionale. N.d.Ar.]

    Ciò significa che avverrà ciò che abbiamo visto da 6 anni in qua. Il Biscottonoe, altrimenti detto governo delle larghe intese [Ahinoi: N.d.Ar.]. E mo’? Vedremo, ma a Curno non credo ci siano ripercussioni.
    [Beh, Curno potrebbe sempre giocare la carta internazionale. Non dimentichiamo che MarcoBattaglia, per valorizzare la propria laurea in Scienze politiche, vuole fare di Curno una capitale europea. E soprattutto non dimentichiamo il ponte gettato dalla dott.ssa Serra tra Curno e Betlemme, con la cui sindachessa, Vera Baboun ha stretto un rapporto privilegiato. Ora che Trump il tamarro ha deciso — anche lui, con una fuga in avanti intesa ad oblit[t]erare difficoltà e veri e propri fallimenti personali — di togliere la pietra che tappava il buco del vespaio palestinese, la dott.ssa Serra potrebbe prendere il primo aereo per Tel Aviv e di qui recarsi a Betlemme e con Vera Baboun fare una dichiarazione che sarà registrata negli Annali, arginerà il crollo delle borse, che è stato il contraccolpo alla paventata crisi internazionale e imprimere una svolta alle trattative di pace. Si potrebbe anche avviare un processo di beatificazione di Arafat. N.d.Ar.]

  40. Merda alla “condivisione” delle stronzate
    Torniamo allo spirito critico, contro l’appecoramento e contro il “senso comune” che è anticamera della coglionaggine

    Scrive Claudio Cerasa sul Foglio, in un articolo meritoriamente intitolato Fermate i Whatsapp dei genitori a scuola che «più che una legge anti fake news forse servirebbe una legge contro i genitori su Whatsapp. Se il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli volesse lasciare un segno tangibile della sua presenza in questo governo, e volesse fare per una volta un buon servizio per l’educazione dei nostri figli, dovrebbe andare velocemente su Twitter e recuperare un cinguettio di Andrea Scrosati, numero due di Sky Italia, che tre giorni fa ha scolpito in centoquaranta caratteri una verità assoluta».
    Ma sì, questa delle fake news è una boldrinata. Ci fa ridere, e anche un po’ ci disgusta, la guerra contro le bufale, cosiddette fake news che vede alleate la Boldrina con la sciura Valeria Fedeli. Quest’ultima fu confezionatrice di una bufala memorabile, relativa al suo corso di studi e alla valenza del titolo di studio conseguito. Quanto alla Boldrina, è patetica questa sua ricerca di un ubi consistam elettorale, adesso che il mandato di presidente della Camera è in estinzione. Per dirla tutta, ci preoccupa (o ci preoccuperebbe, se ormai non fossimo vaccinati alla prevalenza del cretino; e, più ancora che vaccinati, rassegnati) il progetto di trasformare gli studenti in “cacciatori di fake news” secondo le linee guida del politicamente corretto. Il pericolo, che ovviamente la Boldrini non vede, è che gli studenti si trasformino nei mostri vendicatori descritti nel “Signore delle mosche”, di William Golding.
    Ma, tornando al cinguettìo che leggiamo qui sopra, partorito dal ficòfono di Andrea Scrosati, del quale leggo che è “numero due di Sky Italia”, e che comunque non sarebbe meno degno di considerazione se in quell’azienda lo Scrosati occupasse il seicentesimo posto, il lato interessante è che esso in poche parole ci induce a riflettere: a) sulla fine del principio di autorità, quando contro l’autorità si rivoltano non i migliori (come avvenne in epoca umanistica contro l’autorità di Aristotele invocata dai peripatetici) ma i mediocri; b) sulla lotta contro la competenza: come sostiene uno scienziato milanese in un suo recente libro, «la scienza non è democratica» e se molti sbraitano contro i vaccini, questo non significa che i vaccini siano nocivi: perlomeno, non nel senso che dicono loro. L’uno che vale uno in classe, come anche altrove, è una cazzata: questa dovrebbe essere la conclusione. Non dimentichiamo infine che le doverose prese di posizione contro i genitori “democratici” non andrebbero mai disgiunte da una riflessione sull’effettiva idoneità dei docenti a insegnare e sullo scandalo che ministro dell’Istruzione sia la sciura Valeria.

  41. Dove fallisce la diplomazia, può riuscire una sindachessa emerita determinata
    La missione della dott.ssa Serra in Palestina si rende sempre più necessaria


    Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo.

    Mi sembra evidente, la missione della dott.ssa Serra in Palestina è l’ultima speranza di tornare all’equilibrio precedente, che prevedeva il ricorso abbondante a salamelecchi, ipocrisia, e discorsi d’apparato, “a schiovere”. Adesso però Trump, per rivitalizzare il suo bacino elettorale a medio termine del mandato elettorale, ha deciso di rompere il passo e porre fine al cazzeggio per cui gli Usa dicevano di voler riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, ma rimandavano il pronunciamento ufficiale di sei mesi in sei mesi. Eppure quel cazzeggio era necessario, per non urtare la suscettibilità dei palestinesi: come dice il proverbio, ‘quieta non movere’.
    Ebbene, noi sappiamo che la dott.ssa Sera molto si è data da fare, nel periodo in cui era sindachessa, perché si accreditasse l’immagine di uno Stato d’Israele “cattivo”, che impediva con il suo muro lo sviluppo turistico di Betlemme, che era il piatto forte dell’operato politico della sua collega, la sindachessa Vera Baboun. Per essere precisi: lo viluppo turistico era il programma politico alla luce del sole; ma tutta l’azione della Baboun era in realtà intesa a fare da battitrada alla diplomazia segreta di Al-Fatah.
    Chi meglio della dott.ssa Serra, che si prestò a proiettare una luce sinistra sul muro d’Israele che avrebbe impedito lo sviluppo turistico di Betlemme, potrebbe adesso convincere i palestinesi a recedere dall’Intifada? Sia detto fra parentesi: a volerla dire tutta, nonostante il muro, le cose non andavano male per Betlemme, sotto il profilo turistico. L’anno scorso fu innalazato un albero di Natale alto 17 m, la città brulicava di turisti, 34 alberghi registravano il tutto esaurito (e ben tredici erano stati costruiti nel 2016, in una cittadina di 30.000 abitanti), alla faccia di quel che Vera Baboun e le dott.ssa Serra volevano farci credere.


    L’albero di Natale a Betlemme, in occasione delle festività natalizie del 2016.

    Oggi le cose sono cambiate: dal mese di maggio la dott.ssa Serra è sindachessa emerita; anche Vera Baboun è emerita, ancorché ammanicata con il potere reale, più che mai (fra l’altro, ricopre un incarico universitario di docenza riguardo al “Gender development” in ambito accademico). Il nuovo sindaco di Betlemme è — ahiloro — masculo, in compenso è cattoprogressista. Bella forza: questa è una furbata voluta fin dal 1997 da Yasser Arafat, del quale la Baboun teneva nell’ufficio di sindachessa la sacra icona; la furbata vuole che il sindaco di Betlemme debba essere cristiano, per ragioni evidenti di pubbliche relazioni e di penetrazione nel mondo giulivo del cattoprogressismo mondiale. Il bello è che la popolazione cristiana a Betlemme è una minoranza; in particolare, se il sindaco è cattolico, il vicesindaco sarà ortodosso; viceversa, a sindaco ortodosso dovrà corrispondere un vicesindaco cattolico.
    Anche quest’anno l’abero di Natale è stato allestito, ma per protesta contro la decisione trumpettista rimarrà spento: forse — dicono — sarà acceso giusto il giorno di Natale. Grazie tante, ormai i turisti sono fuggiti.
    Ora, dico io, che cosa aspetta la dott.ssa Serra a prendere l’aereo per Tel Aviv e accendere l’albero insieme a “sorella” Vera Baboun? Potrebbe fare un bel discorso, “determinato” e tutto da “condividere”. Gli occhi del mondo saranno rivolti a lei e a Vera Baboun, loro che insieme, grazie a sinergia cattoprogressista e femminista, potrebbero avere la chiave per sbloccare la situazione.
    Se posso permettermi un consiglio, la dott.ssa Serra eviti di portare con sé Lella Costa (so che la tentazione è grande, per via di certe loro affinità di genere, sotto l’egida della “Convivialità delle differenze”), per non parlar di tutto il circo mediatico della Bergamo bene e cattoprogressista. Se riesce a resistere a certe pressioni che le saranno fatte, lasci a casa anche MarcoBattaglia, che farà il diavolo a quattro per farsi nominare ambasciatore segreto dell’associazione bergamasca “Il criptoportico di Iside”, in rappresentanza degl’imprenditori “istituzionali” che vorranno stabilire rapporti di collaborazione economica nei “territori”.
    Noi siamo del parere che in un frangente così delicato, soltanto la dott.ssa Serra e Vera Baboun possano garantirci, se non una fine della controversia, una nuova tregua. Buon lavoro, e Buon Natale.

  42. Annalisa permalink

    60 anni fa, il 10 dicembre 1957, Albert Camus pronunciava a Stoccolma il suo famoso discorso di accettazione del premio Nobel!
    “……Personalmente non potrei vivere senza la mia arte, ma non l’ho mai posta al di sopra di tutto: se mi è necessaria, è invece perché non si estranea da nessuno e mi permette di vivere come sono al livello di tutti. L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti. L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale. ……..”
    Testo tradotto e originale: http://www.igiornielenotti.it/?p=14123

    • L’etica e la ragione

      Sono belle parole, queste di Camus sopra riportate, un po’ troppo paludate, forse, almeno per il mio gusto. Del resto, capisco che se uno accetta il premio Nobel, non può poi salire sul palco e fare un discorso rivoluzionario. Dario Fo fece un discorso — anche bello, perché no? — sui giullari, ma anche molto rispettoso dell’Istituzione.
      In alternativa, uno il premio Nobel lo rifiuta. Io, se non mi trovassi in condizioni di particolare bisogno, lo rifiuterei. Grazie tante, dirà il solito ìnvido sottoproletario della cultura, tanto a te nessuno darà mai il premio Nobel. Beh, io ragionavo, naturalmente, tenendo da conto le circostanze e facendo le debite proporzioni. D’altra parte, se parlo così, egli è che qualche vantaggio l’ho anche rifiutato, nel mio piccolo: per esempio una raccomandazione post-laurea presso l’amministratore delegato di un’importante azienda, cugino di mia madre; o il riscatto degli anni di laurea, ai fini pensionistici, quando non costava niente (“Ho avuto il privilegio di studiare, non voglio aggiungere privilegio a privilegio”); o quando il proprietario di un’azienda mi disse “le faccio ponti d’oro se rimane”, ma io me ne andai lo stesso, perché sapevo che il marketing di quell’azienda prevedeva la corruzione di pubblici ufficiali. Sono cose che si fanno da giovani (forse, anche per questo disprezzo i giovani “determinati”, senza ideali e aziendalisti, cattoprogressisti ma anche — direbbe Veltroni —
      paramassoni). Perciò, considerato che del premio Nobel, soprattutto in certi campi (letteratura e pace) ci si potrebbe poi vergognare, ho ammirato Jean-Paul Sartre che lo rifiutò.
      Il Camus migliore, quello del quale non mi stanco di rileggere La Peste, è quello della morale laica impersonata dal dottor Rieux, il protagonista di questo romanzo. Scrivevo qualche tempo fa su Nusquamia:

      Nel romanzo La peste, di Camus, il dottor Rieux curava i malati proprio perché non credeva in Dio. Se avesse creduto in Dio — diceva — li avrebbe affidati a lui, non si sarebbe prodigato, per mesi e mesi, dormendo quattro ore per notte, incidendo bubboni, organizzando un sistema di ricovero dei malati e isolamento del morbo, sperimentando vaccini.
      Il dottor Rieux non era uno sporcaccione, era un uomo.

      Poi, quell’altra affermazione del dott. Rieux, «la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata» io me la porto nel cuore e nella mente. E non sto parlando di una cosa che “mi piace”, magari da segnalare con le orrende e sottoproletarie — in senso culturale — iconcine di Facebook. No, è una questione di metodo, un viatico prezioso per giudicare gli altri e se stessi, naturalmente. Altro che starnazzare “Onestà! Onestà”. Quando Scalfari ha detto a Floris che la politica dev’essere tenuta separata dalla morale, gli hanno dato del vecchio rincoglionito (vedi le ultime imitazioni di Crozza). Eppure ha fatto scintillare un barlume di verità, finalmente, dopo una vita fondamentalmente mal vissuta (dal mio punto di vista). Vabbè, il solito sottoproletario della cultura, quello che è “de sinistra” giusto perché la borghesia grassa è “de sinistra”, e a lui non interessa la sinistra, ma il grasso della borghesia, dirà che faccio l’apologia della disonestà. Già, ma perché dovrei spiegare a una bestia, poco intelligente, sprovveduta culturalmente e molto malvagia, che non ho detto questo?

      Si veda anche Sull’etica laica, non fanatica, non nussbaumiana, del dottor Rieux.

  43. Dalla società dello spettacolo all’universo concentrazionario
    Grande Fratello: quello terribile

    <a href="http://http://www.bbc.com/news/av/embed/p05qb4mw/42248056” rel=”noopener” target=”_blank”>
    Per vedere il documentario, fare clic sul nesso posto sull’immagine.

    In Cina sono installate 170 milioni di telecamere, altri 400 milioni saranno installati nei prossimi tre anni. I segnali delle telecamere possono essere elaborati da un sistema cosiddetto di intelligenza artificiale in grado di riconoscere i dati somatici delle persone intercettate dal loro cono visuale.
    Un giornalista della BBC è entrato nella centrale operativa della polizia operante a Guiyang, che ha registrato i dati somatici di tutti i residenti (e, immagino anche dei non-residenti ritenuti degni di attenzione). Ha detto “Facciamo il caso che io sia una persona sospetta. Vediamo come funziona questo sistema e se siete in grado di riconoscermi mentre mi muovo per le strade di questa città”. Non ha detto dove sarebbe andato è si è recato alla stazione degli autobus, dove dopo sette minuti di passeggiata è stato fermato dai poliziotti che avevano ricevuto la segnalazione dalla centrale di polizia il cui “Grande fratello” aveva elaborato i dati delle telecamere sparse nella città. In questo caso le telecamere hanno potuto acquisire la posizione iniziale del “sospetto”. In casi più complessi, quando si tratta di stabilire se il sospetto si trovi in città, l’identificazione può richiedere una settimana di elaborazione. Ma, una volta individuato il “covo”, rintracciare l’uomo (o la donna) sarà un gioco da ragazzi.
    Naturalmente, il sistema potrebbe anche riuscire utile, anche utilissimo, se posto al servizio dell’uomo. È il discorso del coltello che è utile se usato in cucina, ma che diventa uno strumento terribile nelle mani di un paranoico (come nel film Psyco di Hitchcock). O se volete, pensiamo a una pietra: un oggetto di per sé innocuo, potrebbe anche essere bello, ma micidiale se usato per la lapidazione.
    Proviamo però a pensare che uso potrebbero fare di questo sistema di riconoscimento e tracciamento un Putin o un Salvini, o tutt’e due insieme.

  44. Angela Maria S. permalink

    @acli

    Leggi:

    [Non sono d’accordo con il titolo: perché chiamare “laicista” questa follia di sopprimere il Natale a norma di cacata carta? Che c’entrano i laici, i libertari, i liberi pensatori? Diciamo pane al pane: questa follia è il frutto malvagio dell’ansia di essere, costi quel che costi, “politicamente corretti”. Fra l’altro, prendersela con il Natale sa di stantio. Non ricordo più in quale università americana circa vent’anni fa ci fu una sollevazione similprogressista perché in un certo corso di letteratura si dava troppo peso a Omero e si taceva della cultura africana. Ma se io fossi nero mi vergognerei di trovate come queste, che per fortuna non si sono più ripetute, almeno spero. Egualmente se fossi donna mi vergognerei delle boldrinate. E se fossi curnense mi vergognerei della cattiveria e del farisaismo di un gruppo cospicuo e rappresentativo di cittadini del “paese bello da vivere”. N.d.Ar.]

  45. Dedicato ai “ggiovani” del Pd di Curno

    Tra una slàid e l’altra, negli interstizi di lucidità di qualche evento “condiviso”, davanti a un drink in un un bar a luci rosse accreditato come Erasmus/Orgasmus (con orgasmo moscio, al suono di I can’t get no satisfaction), di fronte alla lettura porno di Wired o del giornale similprogressista di Curno, dopo un sodomizzante e inutile corso di aggiornamento aziendale o aziendalistico, dopo lo scassamento conseguente l’aver dovuto leggere compuntamente l’ultima intervista di Asia Argento e preso atto dell’ultima esternazione della Boldrina, stremati dalla visione di un film politicamente corretto che è una cacata, che però era un “must” vedere, e per giunta bisogna dire che è bello, altrimenti si fa brutta figura con la gente che conta, dopo un’altra giornata di merda condivisa, perché abbiate piena contezza del vostro abisso morale, e vi sentiate ancora peggio, visto che vi piace soffrire, ricordate che ci sono stati uomini che, ancorché defunti, sono per voi un rimprovero vivente.

  46. Diritti permalink

    Dedicato alla consigliera Bellezza e alla Suprema Serra

    “Fra i diritti violati a Cuba ci sono quelli delle persone omosessuali e transessuali, ancora privi della possibilità di camminare a testa alta in un ambiente sicuro, impediti nei loro diritti fondamentali e sottoposti al ricatto della legge. E’ per questo che non ci ha fatto per niente piacere sapere che gran parte della sinistra italiana si ritroverà proprio in quella data a noi così cara a difendere le politiche di un regime che impedisce a gay, lesbiche e trans di essere se stessi alla luce del sole.

    A Cuba la combinazione fra il tradizionale machismo culturale delle aree latine e la subordinazione ideologica dei diritti individuali a quelli sociali tipica dei paesi del socialismo reale hanno creato una combinazione particolarmente esplosiva per i gay.

    Negli anni sessanta gli omosessuali venivano spediti ai lavori forzati. Nel 1971 il primo Congresso sull’educazione e la cultura sancì che “le manifestazioni di omosessualità non possono essere tollerate”, con la conseguenza dell’espulsione da scuole e università di studenti e docenti gay. Nel 1978 ai medici omosessuali venne impedito l’esercizio della professione e lo Statuto dei lavoratori stabilì il licenziamento dei lavoratori gay.”

    http://www.gliscritti.it/blog/entry/2711

    [Mi limito rapidamente a osservare che però esiste una differenza tra la consigliera dott.ssa Paola Bellezza e la consigliera, nonché sindachessa emerita e donna-alpha della coalizione aziendalsimilprogressista, dott.ssa Perlita Serra. Come ho già avuto occasione discrivere altre volte, la Bellezza è femminista “in purezza”, la dott.ssa Serra è cattofemminista. N.d.Ar.]

  47. Provocazioni_1: papa Bergoglio

    Intendiamoci, non intendo passare per un nemico di papa Bergoglio. È sornione, intelligente, gesuita: non posso negare che proprio per questo mi sia simpatico. I lettori che ormai da cinque anni seguono Nusquamia avranno capito che sono altri vizi, e altre “virtù”, quelli che non ci vanno a sangue: non ci piace l’impostura, la merda sullo scranno, la feroce determinazione, l’ambizione dei mediocri (stendhalianamente, invece, concedo a Napoleone di essere ambizioso), l’ignoranza imbellettata delle maestrine politicamente corrette e degli agrimensori male acculturati, la villanìa… Mi fermo qui, perché non sto scrivendo la mia privata professione di adesione al razionalismo libertario.
    Faccio mia però la preoccupazione di Ferrara per una Chiesa che non è più mater et magistra, soprattutto che non è più magistra. La cosa riguarda anche noi laici, in una prospettiva politica, e non perché — per usare le parole di Ferrara — noi si voglia fare il guardiano del bidone dell’ortodossia, ma perché abbiamo in mente l’uomo, e la sopravvivenza di una civiltà della quale — senza offesa per chi ha altri riferimenti culturali — siamo orgogliosi. Ricordo quella frase famosa di Bergoglio «Chi sono io per giudicare?». Ma come? Non sei tu il papa? Noi ci aspettiamo un tuo giudizio. Attenzione poi a non confondere queste parole con quelle di Gesù che disse «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», con riferimento al rito della lapidazione della “peccatrice”. Nelle parole di Gesù Cristo c’era un giudizio: contro la lapidazione, o quanto meno contro la lapidazione per peccato di adulterio.

    Dunque, se penso che noi laici, almeno noi, faremmo bene a ragionare sulla portata storica e politica delle parole di papa Bergoglio, spero di non essere accusato di nefandezze, come quando la tastiera di un guardiano del bidone della “curnensità” e del mongoidentitarismo scrisse che gioivo della morte dei palestinesi dell’Intifaida. Non ho mai espresso una bestialità del genere, né posso averla mai concepita. Mi ero limitato a ricordare che non abbiamo le fette di prosciutto davanti agli occhi, e che non ci facciamo coglionare dalle iniziative di pubbliche relazioni della sindachessa betlemita Vera Baboun, quando, accolta dalla dott.ssa Serra come una santa, ci disse che il muro costruito dagli israeliani per arginare gli attentati terroristici strangolava l’economia di Betlemme. E non ho nemmeno detto che invece il muro avesse avvantaggiato l’economia locale, mi sono limitato a dire che presentare Vera Baboun come una santa, veicolata dalle Acli di Bergamo, mi sembrava un po’ eccessivo. Molto più terra a terra, la sindachessa betlemita ha parlato a Curno in qualità di militante del partito di Arafat, essendo invece presentata come una santa, lei che per due o tre anni di seguito si dette molto da fare per uccellare gli ambienti cattoprogressisti d’Italia (come abbiamo documentato nelle pagine precedenti di Nusquamia). So bene che non corrono buoni rapporti tra israeliani e cattolici, dal tempo in cui mons. Hilarion Capucci fu fermato a un posto di blocco, fecero un’ispezione alla sua Mercedes e trovarono il bagagliaio pieno di mitra in pronta consegna per i terroristi. Ma a tutto c’è un limite.

  48. Provocazioni_2: la Madonna di Arezzo

    Anche qui, intendiamoci. La Madonna di Arezzo, trattata dai moralisti peggio della Maddalena peccatrice (la vediamo qui sotto come la immaginò Tiziano) è una furbetta, e con Travaglio cazzeggia alquanto. Il suo argomento “Ero presente, ma non ho detto niente”, è degno di un avvocato che si arrampica sugli specchi in un’aula di tribunale; ma noi non ci facciamo prendere per i fondelli dagli azzeccagarbugli, non ignoriamo il valore della presenza della Boschi, insieme al padre, quando si tratta di decidere delle sorti della banca Etruria. Ha ragione Travaglio quando dice che interferenza c’è stata, e ha ancora ragione Travaglio quando ne chiede le dimissioni.
    Ma adesso lasciamo da parte Travaglio il quale, anche se non gode della mia simpatia, ha una coerenza che non gli può essere negata. Parliamo degli altri, che si sono avventati su questa bella persona che fu ministro, “peccatrice”, sì, ma gentile; “determinata”, sì, ma avendo l’intelligenza di non vantarsene. Sulla base di quale integrità politico-morale costoro, lecchini istituzionali incalliti, si avventano sulla bella Maria Elena? Per parte nostra, noi, che dissentiamo politicamente dal renzismo impersonato dalla Madonna aretina, noi che non siamo moralisti continuiamo a immaginarla come il Petrarca ci parla della sua Laura:

    Da’ be’ rami scendea
    (dolce ne la memoria)
    una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
    et ella si sedea
    humile in tanta gloria,
    coverta già de l’amoroso nembo.
    Qual fior cadea sul lembo,
    qual su le treccie bionde,
    ch’oro forbito et perle
    eran quel dì a vederle;
    qual si posava in terra, et qual su l’onde;
    qual con un vago errore
    girando parea dir: Qui regna Amore.

    Invece pennivendoli e politicanti da strapazzo, che mai resero onore a Cossiga il quale era uno che le dimissioni non le annunciava, come fan tutti, ma le dava per davvero, come quasi nessuno fa, latrano contro la bella ex ministra, e così credono di essere, loro, delle persone a modino, corrette, eticamente irreprensibili. Sì, buona notte: tutta la loro vita dimostra il contrario.

    P.S. – A proposito di Cossiga ricordo che diede le dimissioni a seguito dello scandalo del figlio del vicesegretario della Dc, ministro e cattoprogressista Donat Cattin. Tutta la vita costui aveva fatto un gioco sporco, la sua funzione era quella di sottrarre voti al Pci dimostrandosi, lui democristiano, più a sinistra del Pci. Il figlio volle dimostrare di essere più a sinistra del padre e si fece terrorista: una storia vecchia, questa dell’album di famiglia dei terroristi, una storia che per Marco Donat Cattin culminò con l’assassinio del giudice Alessandrini. Su di lui pendeva un un ordine di cattura, le maglie della ricerca si stringevano, Cossiga era capo del Governo e avvertì il padre dell’imminenza del pericolo. Questo perlomeno è quanto risultava dalle confessioni di un pentito, Patrizio Peci, mi sembra. Cossiga negava, ma la storia era verisiile, parecchio. Il Parlamento doveva decidere se consegnare Cossiga alla giustizia, reo di rivelazione di segreto d’ ufficio e favoreggiamento. La questione venne archiviata. Ma Cossiga rassegnò le dimissioni. Oltre tutto era stato tirato nella faccenda per i capelli. Era stato il ministro Rognoni a chiedergli di mettersi in contatto con Donat Cattin padre. Disse Cossiga al giornalista Cazzullo: «Rifiutai di scaricare la responsabilità su Rognoni o sul capo della polizia. E rifiutai di scaricare Donat-Cattin, come mi chiese ancora Berlinguer, con un’ultima offerta». Berlinguer precedentemente aveva promesso di fermare la raccolta di firme contro Cossiga, qualora il cugino si fosse dimesso. E voleva metter fuori gioco Donat Cattin, che faceva il gioco sporco contro i comunisti. Si veda Cossiga: così avvertimmo Donat-Cattin che il figlio MArco era terrorista.

  49. Meminisse iuvat
    A Curno, paese sgarruppato, Renzi piaceva parecchio. E dopo?

    Com’è noto, consideriamo il cosiddetto diritto all’oblio un’impostura e un sopruso (qualora qualcuno intendesse adoprarsi per applicarlo forzosamente). Siamo invece del parere che bisogna ricordare, ricordare tutto; noi, infatti, ricordiamo e ricorderemo, pur senza fare concessione alcuna alla mistica della cosiddetta “memoria storica”. Si tratta di ricordare le cose per quel che sono, senza fronzoli; e se il ricordo implica un giudizio di disprezzo, disprezziamo. (Quella della “memoria storica” è una cazzata che si sono inventati in certi salotti, un tempo splendidi e sfacciati, oggi polverosi: essi stessi sono ormai una memoria, invecchiata male, un po’ come Marina Ripa di Meana, che da giovane fu fulgida e anticonformista scopatrice, erga (paene) omnes, e che oggi rischia di essere un testimonial “istituzionale” e parecchio fanée dei ruggenti e craxiani anni ’80).

    Ecco dunque un’immagine del Renzi vanesio, quello del tempo in cui aveva il vento in poppa, non a caso pubblicata sulla copertina di Vanity Fair. Varrà la pena leggere la didascalia: «”Non dirò ai miei figli: non si può cambiare. Si può: ora o mai più”. Meno poltrone e più lavoro, meno tasse e più futuro, meno cemento e più asili nido: i progetti di un uomo che punta lontano».
    Qualche giorno fa ha parlato in Tv Bersani, l’uomo di antica virtù appenninica. Non sostengo che Bersani sia all’altezza dei tempi ma, se non altro, avendo egli studiato latino con la prof.ssa Calderini ed essendo laureato in filosofia con una tesi (seria) su Alberto Magno, è un uomo probo, non è andato a caccia del “nuovo che avanza”, non parla per acronimi, come certi giovanottini sodomizzati nei corsi di formazione aziendalistici, o come certi vecchi malvissuti che vogliono apparire “ggiovani”. È un uomo dignitoso, questo gli va riconosciuto: la pretesa di rottamazione renzista, più ancora che ingiusta, era irricevibile, considerata la statura etico-politica di colui che non esitammo a definire come “pentolaio” e burattino della McKinsey (con il seguito malefico di strafottute “slàid”). Adesso sono in tanti a dirlo: noi lo dicemmo allora, nel momento in cui bisognava dirlo.
    Ci fu un tempo in cui si buttarono tutti dalla parte di Renzi, facevano quasi a botte per salire sul suo carro: e non soltanto i similprogressisti. A Bergamo, per esempio, piaceva anche negli ambienti paramassonici che un tempo stavano con la componente cosiddetta “laica” (ma de che?), non formigoniana, del Pdl. E i renzisti della prima ora dicevano agli altri: d’accordo, siete renzisti anche voi, adesso, ma ricordatevi che noi veniamo per primi.
    Tra i renzisti della seconda ora ricordiamo la dott.ssa Serra, sindachessa emerita di Curno, già bersaniana: è una figura molto importante, alfa-dominante, tant’è che Curno è oggi amministrata dall’attuale sindachessa, dott.ssa Gamba, su mandato della dott.ssa Serra. Curno, com’è noto, è un paese sgarruppato alle porte di Bergamo, un paese senza storia e verisimilmente senza futuro. Tuttavia per questo paese, la cui bruttura consente a Bergamo di essere una città fra le più belle, ambiziosetti politici indigeni, assistiti da agrimensori di campagna, hanno sognato e forse sognano ancora un futuro: vedi l’idea buzzurra di una maxibiblioteca, o la pretesa di un consigliere “ggiovane” di fare di Curno una potente antenna parabolica per la diffusione urbi et orbi del verbo mongoeuroburocratico. Lui fa così per valorizzare la propria laurea in Scienze politiche: ma è giusto?

  50. Stile classico permalink

    Buon Natale e felice anno nuovo a lei e a tutti i lettori di Nusquamia, ma non a chi non gradisce cotanta bellezza.


    Per vedere il servizio fotografico pubblicato sul Corriere della Sera, godere, commuoversi e piangere (di commozione) nella contemplazione di Laetitia Casta, fare clic sull’immagine. Se il nesso reziale non funziona (pare che sia ballerino), inserire nella finestra di ricerca di Google “L’amarcord in bianco e nero di Laetitia Casta incanta i fan su Instagram”.

    [Vedo con piacere che anche lei, come Michele Serra oggi, formula gli auguri di Natale, ma non a tutti. Giusto, è così che si fa, basta con il buonismo che fu all’inizio solo prodiano (di Prodi si diceva che “gronda bontà da tutti gli artigli”), oggi è una peste che sfigura di bubboni malefici masse crescenti di non-cittadini-ma-consumatori-coatti, sprovvisti di difese immunitarie. Michele Serra ce l’aveva con i Pd-ini che invece di restare in aula per testimoniare l’idea che dicono di avere sullo ius soli, avevano riempito il trolley ed erano partiti in vac(c)anza. Il meno che si possa dire di loro è che sono dei maiali. Lo dico come uomo, mica per fare il politicamente corretto, non sono la Boldrini, sempre alla ricerca spasmodica di visibilità. L’ultima sua sparata femminista, in tono serioso e istituzionale, che non ammette repliche, sarebbe che nell’acronimo LeU di Liberi e Uguali”, secondo lei, quella “e” è il suffisso di flessione dell’aggettivo, cioè significa “Libere”. E se qualcuno le dice che non è così, lei se la lega al dito, e lo segna sul libro nero, e allora sono cazzi.
    Grazie per gli auguri contingentati, non buonisti e politicamente scorretti.
    N.d.Ar.]

    • Laetitia Casta e la Boschi vs. la sciura Valeria di Treviglio e Rosaria «Rosy» Bindi

      Come diceva Tognazzi nel film ‘La stanza del vescovo’: io se vedo queste cose (mi riferisco alla foto di Laetitia Casta) mi commuovo, mi vien da piangere. Se invece vedo la sciura Valeria di Treviglio, che contribuisce non poco alla mia vergogna di essere italiano, o anche se solo la sento parlare, sento un gran bisogno di sottrarmi alla mano che mi ghermisce e vorrebbe portarmi all’inferno, e concepisco il desiderio di volare, lassù in alto, nel paradiso di Maria Elena Boschi, splendida “peccatrice”, bestia nera della Rosy Bindi, epperciò tanto più a noi gradita.
      Di Laetitia Casta vorrei sottolineare — con buona pace dei sodomiti che oggi credono di avere le chiavi del mondo, e forse hanno anche ragione: lo diceva tanti anni fa quel mio collega del Politecnico, “Il culo di oggi è la fica del domani” — il placido e coinvolgente fascino culturale: non è un avvocato come la Boschi, non è determinata e pertanto è gentile (proprio oggi il papa ha formulato un elogio della gentilezza, che suona implicitamente come una condanna per la determinazione aziendalistica e serrana), è còrsa ed è calda, e rappresenta a furor di popolo la Marianna, cioè l’immagine della dolce Francia. Come disse Fabrizio De André, «nascon fiori dove cammina». A lei si addice questo carme di Baudelaire (À une Madonne):

      Je veux bâtir pour toi, Madone, ma maîtresse,
      Un autel souterrain au fond de ma détresse,
      Et creuser dans le coin le plus noir de mon coeur,
      Loin du désir mondain et du regard moqueur,
      Une niche, d’azur et d’or tout émaillée,
      Où tu te dresseras, Statue émerveillée.
      […]
      Et comme tout en moi te chérit et t’admire,
      Tout se fera Benjoin, Encens, Oliban, Myrrhe,
      Et sans cesse vers toi, sommet blanc et neigeux,
      En Vapeurs montera mon Esprit orageux.

      • I sorrisetti asseverativi della Boldrina

        La Boldrina nasconde l’imbarazzo della mancanza di argomenti in favore della sua candidatura (a parte la determinazione di non uscire dalla scena politica) con sorrisetti asseverativi che, lungi dall’accreditare una “empatia” relazionale, sono mattoni indigeribili. Come la dott.ssa Serra, dunque? No, peggio. La dott.ssa Serra ha padronanza della lingua italiana, non incespica, non s’intorta, non dice «cercherò di dare un contributo attraverso un contributo», come direbbe un politico indigeno curnense di mezza tacca, ha un eloquio che la Boldrina si sogna. Anche Lella Costa si esprime bene, anche lei con molti sorrisetti asseverativi e un pizzico di nevrosi qui e là. Queste due paladine della “convivialità delle differenze” (orrore! è un’espressione inventata dal “carismatico” don Tonino Bello) sono politicamente corrette, è vero, ma almeno si esprimono bene. Ecco una testimonianza di Lella Costa:

        E quella della dott.ssa Serra:

  51. Emiliano permalink

    Il politicamente corretto è una vera e propria ideologia liberal, che rappresenta l’appropriazione indebita e l’intollerante degenerazione di sinistra del liberalismo classico.
    D’altronde, è proprio la sinistra mondiale orfana dell’URSS ad essersi riciclata e ad aver assecondato le mire egemoni del capitalismo imperialista nordamericano.
    Il populismo variegato che si aggira per l’Occidente sarà abbastanza forte da opporsi realisticamente alla deriva odierna?
    Sarà invece proprio quel nascente e famigerato mercato ancora libero ed anarchico della criptotelematica, votato alla decentralizzazione ed alla disintermediazione, a creare i presupposti della fine del potere politicofinanziario che ancora ci domina? Sta davvero nascendo un paradigma alternativo?

    • Per una critica razionale del politicamente corretto

      La critica di Nusquamia al politicamente corretto — ci tengo a metterlo in evidenza — è illuministica. Dico così perché esiste anche una critica di destra, anzi due: la prima è quella trumpista e salvinesca (strumentale e irricevibile, a favore di una populistica “oclocrazia” che fa accapponare la pelle); la seconda è più raffinata, procede dalla sacralità della “tradizione”, eppure proprio perché “sacra”, racchiude i germi di un’involuzione antiumanistica.
      C’è un giornalista parecchio antipatico, Federico Rampini, naturalizzato statunitense (lui ci tiene molto a farcelo sapere, il che contribuisce a rendercelo vieppiù antipatico) che in America ha seguito le mosse di Trump, spostandosi con lui da una città all’altra: ebbene, Rampini, a parte l’antipatia, dice una cosa giusta, quando afferma che non dobbiamo prendere sotto gamba il disagio dei ceti marginali che hanno votato a favore del tamarro, dei nuovi poveri che il gotha politicamente corretto non considera degni di attenzione. Certo, oggi conviene fare come Amazon, che si accredita come un’azienda politicamente corretta, animalista, vegana, Lgbt-friendly e chi più ne ha più ne metta, ma poi sfrutta i giovani precari facendogli correre decine di chilometri al giorno tra le scaffalature, senza dargli il tempo di andare a fare pipì, impedendo loro di scambiarsi due parole. Noi non siamo come loro, noi capiamo, o quanto meno ci sforziamo di capire. Non diciamo “Punto! Basta! Non m’interessa!”. Ma il fatto che noi capiamo i pensionati che hanno paura a uscire di casa, e che perciò votano per la Lega (come del resto, per altre ragioni, Efe Bal, il transessuale turco simpatizzante per Salvini) non significa che aderiamo al Salvini-pensiero e alle “genialità” del suo “economista” di riferimento, tale Claudio Aquilini Borghi. Significa soltanto che nel nostro ragionamento dobbiamo mettere anche questi dati, quelli del disagio degli emarginati, dei quali i signori della similsinistra non si curano.
      Significa anche ritenere i similprogressisti politicamente corretti responsabili in prima persona, e non fra gli ultimi, del degrado morale nel quale versiamo. Ma la nostra è una critica razionale e “di sinistra” (se così posso osare di esprimermi) contro le baggianate di coloro che sono, o sarebbero, “de sinistra”. Per dirla tutta, la nostra critica al turbocapitalismo, al mercato libero (che libero non è), all’impostura del nuovo che avanza non è finalizzata a raccattare voti e all’assassinio della politica (questo vale anche per i grillini, non meno che per Salvini); è invece tutta in una prospettiva umanistica, non certo per raccattare voti e consegnare il nostro destino a demagoghi ignoranti o, nella migliore delle ipotesi, a maestrine di buona volontà e scarsa intelligenza, che, qualora prendessero il potere, sarebbero immediatamente comprati da quelli che un tempo erano chiamati i padroni del vapore e che oggi sono i padroni del flusso dei bit.

  52. Noterella culturale e politicamente scorretta
    Maria Elena Boschi

    Pubblico questo filmato per provocare lo sdegno di chi, per essere politicamente corretto all’estremo, ha ritenuto opportuno farsi “sicòfobo”: è questa una parola derivata da σῦκον (sŷkon), il cui significato primario è “fico”; come pure da σῦκον deriva “sicofante”. Del resto è attestato il vocabolo συκόφιλος (sykóphilos), che in latino si dice ficitor, “amante dei fichi”, ed è il contrario di συκόφοβος (sykóphobos), “odiatore dei fichi”: di questo vocabolo non ho trovato riscontro né nel greco classico (come invece si trova per συκόφιλος), né in quello moderno. Niente impedisce tuttavia di creare da radici greche una nuova parola, purché correttamente, come fece Tommaso Moro (si parva licet) con la sua Utopia (prima di Tommaso Moro la parola Οὐτοπία (Utopía) non esisteva). [*]
    Per il significato secondario di σῦκον — mi rivolgo agli happy few che hanno fatto studi classici — riuscirà utile consultare il lessico Liddell-Scott:
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    Il significato traslato di σῦκον, al quale fa riferimento la parola di nuovo conio “sicòfobo” è attestato già nel greco classico: per esempio, come mostra il lessico Liddell-Scott, nella commedia La pace di Aristofane. Ben presto questo modo traslato d’indicare le pudenda muliebria si diffuse nell’area mediterranea; secondo alcuni studiosi, questa sarebbe la ragione per cui in italiano si dice “la pera”, “la pesca”, “l’albicocca”, “la nocciòla”, ma non “la fica”; si dice invece “il fico”, proprio per far differenza tra il significato proprio e quello traslato. Un po’ come se nella bergamasca non si dicesse più “la prugna”, per designare il frutto, ma “il prugno”, per indicare sia l’albero sia il frutto.
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    Ricordo infine che Maria Elena Boschi disse «Siamo portatori di bellezza». Si veda il filmato qui sotto:

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    [*] Non è invece lecito coniare nuovi termini “a membro di segugio”, come fa il gatto padano, agrimensore di campagna male acculturato, il quale non voleva usare il termine “ciclopedonale” per indicare una pista che fosse parimenti dedicata ai pedoni e ai ciclisti, ma prima ai pedoni, poi ai ciclisti. E allora s’inventò il termine “pedociclabile”. Ma che c’entrano i bambini? “Pedo-” è il prefisso che s’usa per indicare i bambini: dal greco παῖς, παιδός, “fanciullo”, dove il dittongo “αι” si traslittera come “e”: vedi “pediatra”, “pedofilo” ecc. Toh, siccome mi fa pietà, adesso dico al gatto che, se proprio voleva dare la precedenza ai pedoni, avrebbe fatto meglio a dire pedonal-ciclabile. Ma, visto che si dà tante arie, con risultati peraltro esilaranti, e che in particolare vorrebbe essere istituzionale e chiamato “architetto”, perché il gatto padano non studia seriamente? Eppure non gli sarebbero mancati né il tempo né i soldi per prendersi una laurea in architettura. Senza contare che anche da vecchi, soprattutto per uno come lui che vuole fare il fico oltre ogni ragionevolezza, non è mai troppo tardi.

  53. Diego permalink

    Riflessione serena:
    Cos’era il comunismo?
    Marxiana lotta per l’emancipazione contro il capitale, contro l’imperialismo e contro lo sfruttamento del lavoro.
    Come muta di significato e cosa diviene?
    Lotta per la privatizzazione, la liberalizzazione, il libero spinellaggio, la libera circolazione di merci e persone (ius soli ecc.).
    Grazie similprogressisti, grazie Serra, grazie Conti per il vostro grande e instancabile sostegno alla metamorfosi kafkiana del comunismo, ora anche grazie a voi ci è molto più chiaro che tutti quelli come voi, che si dicono di centrosinistra, in realtà non lottano contro il capitale ma lottano politicamente per il capitale.

  54. Facciamo le fiche al politicamente corretto
    La Boldrina, per carità, non si offenda! In alternativa, si tagli la parte offesa: che viva e che lasci vivere

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    Qui sopra, dipinto di Anonimo del ’600 (olio su tela, conservato al Museo nazionale di Palazzo Mansi, Lucca): rappresenta un uomo che fa le fiche. Sotto, definizione del gesto.

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    Termino questo excursus cominciato con una benevola tirata d’orecchi nei confronti di coloro che nutrono astio per la fica, i “sicòfobi”, con una breve discussione sull’espressione “far le fiche”. Queste parole, e il gesto, erano parecchio diffusi nel Medioevo e nel Rinascimento, e non solo in Italia. Per quanto riguarda il Medioevo, quale migliore testimonianza di quella di Dante? Ecco una terzina dal canto XXV dell’Inferno:

    Al fin delle sue parole il ladro
    le mani alzò con amendue le fiche,
    gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”

    Il dannato che fa le fiche a Dio con entrambe le mani è Vanni Fucci, detto “la bestia”: non era curnense, ma di Pistoia, e stava nella bolgia dei ladri. Prima di Dante, Brunetto Latini, che ne fu maestro, scrive nel Tesoretto «credesi far la croce, / ma e’ si fa la fica».

    Per il Rinascimento, ricordiamo l’apostrofe antipapista ampiamente diffusa tra i protestanti (quelli stessi per cui i cattoprogressisti della “convivialità delle differenze” vanno oggi pazzi): “Fiche al papa!”, ed è per questo che Rabelais li chiama “Papefigues”. Qui sotto, uno studio di Albrecht Dürer: Mano che fa le fiche (1495).

  55. Sandra permalink

    Regali di Natale con i nostri soldi

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    Vedi anche:
    https://www.agi.it/blog-italia/riccardo-luna/i_furbetti_del_digitale-3303574/post/2017-12-22/

    [Già, con il “nuovo che avanza” di pari passo avanza l’impostura. D’altra parte, avete mai conosciuto qualcuno che commette delle marachelle in nome del male? No, da che mondo è mondo, la gente è coglionata in nome del bene. Perciò non ci stancheremo mai d’invitare i lettori a diffidare dei buccinatori (cioè dei trombettieri) che, pur ignoranti come capre, si sentono autorizzati a spiegarci la modernità (“Questo è vecchio, è superato: da rottamare!”, dicono, per rimediarci un affare), di coloro che ci propongono il toccasana dei corsi di formazione (utili soltanto a chi li fa) e dell’Erasmus/Orgasmus, dei proiezionisti di slàid, dei teorici dell’outsourcing che fornirebbe ai “fruitori” servizi “chiavi in mano” (e chissà che cos’altro in culo). N.d.Ar.]

  56. Sebastiàn e Claudia permalink

    Facciamo presente che Papa Ratzinger ebbe il coraggio di criticare la mondializzazione e lo sradicamento capitalistico.
    Circa il discorso natalizio di Papa Francesco dispiace ricordare che sta sempre più mettendosi al loro servizio.
    Ci chiediamo se non sia il caso di fare una preghiera nella speranza che Bergoglio si converta quanto prima al cattolicesimo.

    • Papa Francesco vs. Benedetto XIV
      Cacciari sull’ipocrisia della Chiesa. IL silenzio dei “cattolici padani”

      @ Sebastiàn e Claudia
      Certo, fa una certa impressione sentire dalla bocca di un papa parole che potrebbero essere del Dalai Lama, o l’estratto di un’omelia della dott.ssa Serra (senza sorrisetti asseverativi, però). Massimo Cacciari in un’intervista all’Huffington Post rileva: «Francesco si inscrive nella tradizione ignaziana, dove l’etica della fede si coniuga alla volontà di potenza e l’assoluta dirittura morale ed etica si combina a una grande capacità di catturare il mondo nelle proprie reti». Ma a Cacciari non sfugge, immagino, il pericolo di un “aggiustamento” dell’etica cristiana alle esigenze di coloro che vogliono dirsi cristiani, ma che assolutamente non hanno alcuna intenzione di comportarsi da cristiani. A tal proposito nella sua Utopia Tommaso Moro parla di certi predicatori furbetti («concionatores homines callidi») i quali, visto che gli uomini non accettano di buon grado di adattarsi alla regola di Cristo («quando mores suos homines ad Christi normam gravatim paterentur aptari», hanno aggiustato i precetti di Cristo alle esigenze degli uomini («doctrinam eius accommodaverunt ad mores»), come se la regola di Cristo fosse un metro duttile («velut regulam plumbeam»), buono ad essere piegato al comodo degli uomini. Varrà la pena leggere per intero l’intervista di Cacciari, che contiene numerosi punti degni di riflessione, con buona pace dei furbetti cattoprogressisti.
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      Per leggere su Huffington Post l’intervista di MAssimo Cacciari,fare clic sull’immagine.
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      Su papa Ratzinger, infine, l’impressione è che sia stato abbandonato da quelli stessi che ne furono paladini calorosi e, più che calorosi, accalorati. Posso dirlo per esperienza personale: ci fu un tempo in cui Nusquamia era subissata di lodi nei confronti di papa Ratzinger, con annessa trascrizione delle sue omelie, tant’è che per salvare l’impostazione laica di Nusquamia, ed evitare che si pensasse che tanto entusiasmo per Ratzinger fosse condiviso dai saggi dell’isola di Nusquamia, mi sentii in dovere di aprire la Stanza di Giuseppe (fare clic sul nesso). Mi domando che fine abbia fatto tanto entusiasmo: non ne trovo traccia su Nusquamia (fin qui, poco di male), né altrove. Gli stessi “cattolici padani” (si veda il filmato qui sotto) sembrano essersi dimenticati di papa Ratzinger: erano nemici dei “vescovoni” (per usare la definizione di Bossi) ma papa Ratzinger pareva gli andasse a pennello. Che cos’è successo dunque di tanto grave, da giustificare il loro silenzio?

  57. L'onesto dissimulatore permalink

    @Aristide

    Perché quasi tutta la stampa italiana è contro il Movimento a cinque stelle?

    • Per la stessa ragione per cui a suo tempo parlava male della Lega nord, prima che diventasse istituzionale e che molti leghisti si dimostrassero forchettoni: a questo punto la Lega nord divenne rassicurante.
      In altre parole: quello che con parola cogliona si chiama l’establishment, cioè il potere costituito, non vedeva allora nella Lega, e non vede adesso nei grillini, i difetti (che pure c’erano, e ci sono, e tanti), ma vede soltanto il pericolo di perdere i privilegi. Salvo il fatto che sono pronti a salire sul carro del vincitore, qualora il loro nemico vinca: allora il nemico diventa amico e colui che era un pericolo per il potere istituzionale ne diventa una stampella. È una storia vecchia.
      Nella Lega d’antan di buono c’era l’idea autonomista, di pessimo l’identitarimo: e invece erano due cose da tenere separate, ma come spiegarlo a Bossi, ex poeta dialettale? Nel Movimento cinque stelle di buono c’è che hanno visto in anticipo la rottura dei vincoli politici e sociali comportati dall’avvento delle nuove tecnologie, di pessimo c’è che non capiscono che le nuove tecnologie sono il nuovo Leviatano: ma come spiegarlo al defunto Casaleggio, che in mancanza di cultura si era buttato a capofitto nell’esoterismo di Star Trek, o a Grillo, che è un ex comico? Bisognerebbe ripartire da Carlo Cattaneo, sfogliare il suo Politecnico, ragionare, riscoprire la dignità dell’uomo, la serità degli studi. Già, però questo è il paese in cui presidente della Camera è stata la Boldrina e ministro dell’Istruzione la sciura Valeria di Treviglio. Quasi nessuno, fra le persone che avevano titolo per protestare ha levato il suo grido di dolore. Certo, Salvini ha latrato contro la Boldrina, ma se è lui che parla contro la Boldrina, o contro la Fedeli, finisce che queste ne vengono rafforzate. Io mi riferivo alle persone di cultura. E adesso che la legislatura è finta, chi ci dice che non vedremo donne e uomini ancora peggiori nelle posizioni di potere? Mi cascano le braccia, per fortuna morirò.

  58. La sciura Valeria di Treviglio, ministro della Pubblica istruzione: «percorsi e assistenze sempre più migliori»

    Proviamo ad ascoltare questa prosa del Ministro [sì, Boldrina: “ministro” e non “ministra”!] della Pubblica istruzione, sciura Valeria Fedeli:

    I docenti svolgono le funzioni di tutor [squit! N.d.Ar.] dedicati all’alternanza perché offrono percorsi e assistenze sempre più migliori a studenti e studentesse [sic: “studenti e studentesse: una boldrinata: N.d.Ar.]: anche questo è un punto di responsabilizzazione.

    Viene in mente una battuta del film Mediterraneo: il sergente Lorusso (interpretato da Abbatantuono) s’intorta in un discorso sconclusionato, ma che vorrebbe essere simil-mussoliniano. Il tenente lo lascia parlare quindi gli domanda: «Ma che cazzo dici, Lorusso?».
    Verrebbe la voglia di dire la stessa cosa al Ministro della Pubblica istruzione, con pochi meriti culturali e, forse, con meriti sindacali. In questo suo discorso sindacalese l’unica cosa che si capisce è lo strafalcione d’italiano, «più migliori». Buonanotte, si salvi che può.

    • E pensare che c’è chi difende la sciura Valeria: cose da pazzi


      Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo pubblicato sul Fatto quotidiano.

      In breve, Mattia Feltri scrive un articolo urbano e ironico sullo strafalcione della sciura Valeria. Stefano Bartezzaghi, manco fosse un gatto padano di Curno, replica che quello della sciura Valeria, sindacalista, femminista e determinata (in mancanza d’altri meriti), orridamente promossa Ministro della Pubblica istruzione per il noto principio di Peter, [*] non sarebbe uno strafalcione, perché è come se avesse detto «avremo risultati migliori sempre più». Cioè, lui trasporta le parole e — oplà! — lo strafalcione non c’è più. Vabbè ma un gioco di prestigio che tutti capiscono subito, che razza di gioco di prestigio è?
      L’articolista del Fatto quotidiano osserva che a questa stregua, se valesse il principio di anastrofe invocato da Bartezzaghi «Nessuno me l’ha detto» equivarrebbe a «Non me l’ha detto nessuno». Oddio, si poteva portare un esempio migliore, per esempio la coppia di proposizioni con dislocazione dei termini (in lat. traiectio) «Qualcuno ha visto la dott.ssa Serra» e «La dott.ssa Serra ha visto qualcuno». Forse che le due proposizioni significano la stessa cosa?

      Ahi ahi, caro Bartezzaghi: per dirla in linguaggio bobomaronita, ti sei “gattopadanizzato”! [**]

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      [*] «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza».

      [**] Vedi per esempio la scusa accampata dal gatto padano per cercare di mettere una pezza a una sua affermazione che, se fossi la dott.ssa Serra, dovrei definire “gravissima”, ma che a me piace definire spregevole: basta e ne avanza. Prima il gatto proclama la fatwa di lapidazione, con discriminante etnica: «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade». Quindi dice che che lui non voleva lapidare nessuno, semmai ci fu una deliberazione consiliare che lapidò Aristide: falso. In terza battuta dice che non ci fu una deliberazione, ma è come se ci fosse stata: anche questo è falso. In quarta battuta dice che la fatwa con discriminante etnica, che invita tutti i mongoidentitaristi (mi piace immaginare i lapidatori-giustizieri come ignoranti, bavosi, buzzurri dal volto segnato da tare ataviche, che la mongoidentità dovrebbe mascherare o financo nobilitare, circonfusi di olezzo di peto e di vino) a lapidare uno solo sarebbe una cosa innocente, come le sassaiole dei ragazzi della via Pal. Commento: che schifo, questa logica felino-curnense!

      • Chi è stato il peggior ministro dell’Istruzione pubblica in Italia?

        Tra i nomi passati ci vengono in mente:
        • Riccardo Misàsi, detto Misàsini, quello che Aldo Moro, il quale non voleva morire da eroe, pretendeva che andasse a fare il sensale della sua liberazione dalle Brigate Rosse (il Pci, che era un partito serio, era contro la trattativa, che avrebbe avuto il significato politico di un riconoscimento delle Brigate rosse e lo sputtanamento totale e definitivo dello Stato, già abbastanza sputtanato [*]);
        • la Moratti;
        • la Gelmini
        Questa Fedeli dove la mettiamo?

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        [*] La Malfa (Ugo la Malfa, il padre, non il figlio Giorgio, quello che faceva il moralista al tempo di Mani pulite, poi si scoprì che anche lui, per conto del partito, aveva messo in tasca soldi che mai avrebbe dovuto incassare) veniva dal Partito d’Azione e aveva il senso dello Stato. Ebbene, leggendo costernato le lettere di Aldo Moro, si recò dal notaio e fece registrare la propria volontà, espressa nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali: «Se dovessi cadere prigioniero delle Brigate Rosse e scrivessi missive che chiedono lo sbracamento dello Stato, ebbene, non se ne tenga conto».

  59. Diritto di replica

    La Madonna di Arezzo mi pare una santa, se la confronto con Vera Baboun sindachessa di Betlemme, cattoprogressista e cattofemminista, nonché propagandista di al Fatah, furbetta quanto basta per ingannare i cattoboccaloni e andare a braccetto con cattofurbastri d’Italia. Ci è stata presentata dalla dott.ssa Serra — ce ne ricordiamo bene — come una madonna pellegrina degli anni ’50, degna di riscuotere l’adorazione “condivisa” delle masse sprovviste d’informazione (questa non è una colpa) e di senso critico (questa sì, è una colpa, com’è una colpa essere stupidi, o ignoranti, soprattutto quando si pretende di sapere il torto e il rovescio del mondo, o addirittura d’insegnarlo!). E non dico in quale schiera angelica meriterebbe di essere collocata, questa apparizione divina, se appena la si confronti con la sciura Valeria o con la Boldrina (ma D’Alema, che sarà pure antipatico, ma almeno è intelligente, non dice niente dell’ingresso a gamba levata della Boldrina, nel partito LeU? I due sono manifestamente incompatibili).

    Detto questo, se io fossi Maria Elena Boschi, mi dimetterei, non mi presenterei alle elezioni, non almeno in questo giro. Perché effettivamente non è una santa, oggi come oggi (ma potrebbe diventarlo). Farebbe bene a non presentarsi alle elezioni, come fa Di Battista, ed è una mossa che non manca di una certa furbizia: quella dello scacchista che si fa mangiare il cavallo per poi mettere sotto scacco il re. Poi però al posto dell’ex-ministro dalle belle forme (che non vuol dire “formosa”, come s’intende oggi parlando italiano, ma formosa, o anche formonsa, come si dice in latino), sempre se fossi al posto di Maria Elena Boschi, gliela farei pagare cara, a questa massa di lecchini moralisti, sepolcri imbiancati immersi in una nube di fetore nauseabondo. In questo caso, come ho già scritto, non ce l’ho con Travaglio, ma con tutti coloro — compresi certi esponenti della sputtanata “società civile” — che quotidianamente e abitualmente si comportano come la Maria Elena Boschi, anzi peggio, ma credono di essere persone per bene. Perciò ho il massimo rispetto per quei socialisti ladri che al tempo di Mani pulite (cosiddette) si sono suicidati: non hanno retto alla vergogna, quando hanno scoperto di essere ladri, e lo erano veramente. Hanno dimostrato di essere uomini. Tuttavia, se è vero che costoro fecero male a ladroneggiare, non meno colpevoli sono gli altri ladri (o profittatori di regime) che facevano e fanno i moralisti e credevano e credono di essere persone per bene, solo perché mai si sono accorti di essere dei gaglioffi, e nessuno gliel’ha mai detto.

    • Meminisse juvat

      Premesso che:
      — sono a favore del socialismo scientifico,
      — non ho mai fatto parte del Psi,
      — mai ho deposto nell’urna un’indicazione di voto favorevole a questo partito,
      — mi è sempre stato sulle palle il socialismo sbruffone e sudaticcio di Craxi, con il suo osceno corteo di nani e ballerine,
      — che il ricordo di quel suo agrimensore, tale Filippo Panseca, che passava per architetto, paradigma vivente della Milano da bere, continua per me ad essere un incubo,

      ribadisco il mio disprezzo per i sepolcri imbiancati che adesso si adoprano perché Maria Elena Boschi vada incontro a una fine ignominiosa, Craxi-simile. Chi siete voi per scagliare la prima pietra contro di lei? Credete forse, con i vostri lazzi e le vostre urla bestiali all’indirizzo della Madonna di Arezzo, di potervi comprare una patente di onestà e rispettabilità e magari rivendicare la discendenza da una nobile prosàpia? Ma fatemi il piacere! Buzzurri e villani rifatti, ignobile plebaglia, merda-sullo-scranno, tornate nel pantano dal quale venite, e abbiate il buon gusto di non farvi notare.

      • Tommaso permalink

        Meminisse juvat bis:

        • I fatti sono noti: quando Berlusconi decise di “scendere in campo”, Montanelli e Confalonieri, suoi amici, erano contrari. Berlusconi decise di testa sua, scese in campo. Poiché Montanelli era contrario e rimase contrario, Berlusconi indisse una riunione dei redattori del Giornale, del quale era il padrone, ma il cui direttore era Montanelli, e fece loro questo discorsetto, più o meno: “Io so che voi giornalisti siete merce vendibile. Perciò vi dico: sappiate che se appoggiate la mia discesa in campo, avrete il vostro tornaconto”. Fu uno schiaffo per Montanelli e bene fece Montanelli a lasciare Il Giornale e a fondare La Voce (in ricordo della Voce di Prezzolini). Portò con sé nella nuova impresa Travaglio, giovane giornalista formatosi nella destra cattolica torinese, che oggi passa per un erede di Montanelli (però Travaglio non è stato volontario in Etiopia, e non ha sposato una ragazzina di dodici anni, per poi ripudiarla e riconsegnarla al padre, quando tornò in Italia).
          Aggiungo che Montanelli fece bene a vendicarsi, dando modo a Berlusconi di pentirsi di quella sua azione disonorevole e cafona, roba da parvenu brianzolo. Nel mio piccolo, anche io mi sforzo di ottenere che la dott.ssa Serra si penta di quel suo gesto, quando con il Pedretti e con Locatelli fece saltare il tappo dell’amministrazione Gandolfi, con una mossa pur consentita a norma di cacata carta, ma fondamentalmente sleale. Usò il risentimento antigandulfiano del Pedretti (che nel corso delle ultime amministrative ha appoggiato la Carrara, offrendo ancora, su scala minore, un aiutino alla Serra, per punire l’ex alleato Locatelli, reo di averlo scaricato) per arrivare senza intoppi al potere: una mossa neanche cattoprogressista, questa volta, ma di puro potere per il potere. Questo noi non perdoniamo alla dott.ssa Serra, a meno che non si decida a fare la nonna, ma sul serio. Allora, e solo allora, potremo dimenticare.
          Punire chi sbaglia, e ha un grande valore di ammaestramento, più che su colui che subisce la punizione, sugli altri. La punizione serve a consolidare, talora a creare, la riprovazione sociale. In particolare, è giusto punire soprattutto coloro che pensano di avere il diritto di sbagliare, tanto che i loro sbagli non sarebbero sbagli, ma diritti belli e buoni. Lo dice anche un vecchio brocardo latino, come non mi stanco di ripetere: Iniuriam facias, nisi vindices.
          Ciò premesso dico anche che Indro Montanelli, come del resto Veronica Lario, sapevano bene chi fosse l’uomo che sposavano. Suvvia, non prendiamoci per i fondelli.

  60. Ragionare su Papa Francesco non è peccato; ma se è peccato, vien voglia di ragionarci ancora di più

    Proponiamo all’attenzione del lettore intelligente questo ragionamento di Diego Fusaro su papa Francesco. Diego Fusaro è un filosofo marxista di scuola gramsciana, non è simpatico, ma per sua e nostra fortuna non è “ggiovane” nel senso vomitevole che va per la maggiore, come quando i partiti dicono “largo ai ggiovani” e come tende a presentarsi qualche giovanottino ambiziosetto senza qualità, in mancanza delle quali sbandiera la sua vecchia gioventù [questo è un ossimòro]). Soprattutto non va assunto — a nostro parere — come maître à penser come pare facciano in misura crescente certe sciacquette stagionate, ma che vogliono sentirsi “ggiovani” (anche loro!), oltre tutto male acculturate, quelle stesse che vanno alla ricerca del “metodo” e che giurano sulle parole dell’«uomo che mi ha cambiato la vita»: contro tali sciacquette Nanni Moretti ha esercitato la sua critica feroce, e sacrosanta, nel film Palombella rossa.
    Ciò premesso, e senza rinnegare quanto abbiamo scritto in passato su Diego Fusaro, [*] anzi confermandolo, siamo del parere che valga la pena sentire quel che dice, facendo lo sforzo di perdonargli il fatto che, per trovare ascolto, prende la parola in certe trasmissioni televisive del genere spazzatura. Per fortuna esiste la rete, possiamo sentirlo parlare senza rincoglionirci davanti a quei contenitori di banalità, snocciolate tra un messaggio pubblicitario e l’altro (comprese le markette giornalistiche). Diego Fusaro è politicamente scorretto e, per il momento, non banale. Chi ha voglia di banalità si rivolga alla Boldrina.


    Qui sopra, i piedi della Boldrina, durante la sua visita alla Moschea di Monte Antenne, a Roma.

    ……………………………………………………………….
    [*] Si vedano per esempio questi due articoli:
    Fusaro: «Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro dell’Erasmus»

    Diego Fusaro invita i giovani ad essere un po’ meno sporcaccioni (in senso etico)

  61. Ah, se Curno fosse Pyongyang, dove la condivisione è perfetta!
    Ma non è detto: i giochi sono ancora aperti

    La Corea settentrionale piace parecchio a Salvini, ed è cosa nota. Ma, se tanto ci dà tanto, dovrebbe piacere parecchio anche alla dott.ssa Serra, teoricamente soltanto sindachessa emerita e consigliere nella Giunta crurale, guidata dalla dott.ssa Gamba, della quale in realtà è il capo, e non soltanto perché α-dominante, ma perché la dott.ssa Serra è una carta importante, che deve ancor essere calata sul tappeto del gioco politico-istituzionale. Se le cose andassero com’è nei voti della maggioranza similprogressista (forse anche in quelli di Locatelli, che vuole “condividere” e si lamenta di essere lasciato alla porta), se la dott.ssa dovesse battere la concorrenza (che sicuramente c’è, non solo nel Pd ma anche in ambito cattoprogressista), insomma se “ce la fa”, la dott.ssa Serra potrebbe far arrivare risorse finanziarie a Curno, o anche occasioni imperdibili di partecipazione a “proggetti” regionali e istituzionali.
    Ora, tornando a Pyonyang, il punto è che la dott.ssa Serra è stata ed è la grande teorica della “condivisione”, e che se c’è un paese dove la condivisione è perfetta, questo è la Corea settentrionale. Chissà che invidia, quando la televisione trasmette le immagini dei cittadini nordcoreani, tutti condividenti e felici di condividere!
    La giunta crurale riconosce volentieri alla dott.ssa Serra il ruolo α-dominante perché dalla carriera della dott.ssa Serra si ripropone essa stessa manifesti vantaggi. L’inutile MegaBiblioteca, per esempio, potrebbe con il determinante interessamento serrano, qualora la dott.ssa Serra salisse ai verti dell’assetto politico-istituzionale, diventare quel tempio del Politicamente corretto che era nelle intenzioni iniziali dei “viveur” (quelli di “Vivere Curno”), quando il loro capo decise di “sussumere” il progetto pedrettesco e adattarlo a nuove e più progressive esigenze. Insomma, se la dott.ssa Serra non fa la nonna, come pure aveva promesso, ma diventa un personaggio importante, tanto più importante, in quanto spalleggiato dalle forze cattoprogressiste, si apre per i componenti della giunta serrano-crurale l’interessante prospettiva di rendere ancora più operoso quel loro lavorio di realizzazione di mille “proggetti” politicamente corretti, forieri tutti d’interessanti prospettive di carriera nell’OltreCurno.
    Tanto per cominciare, si potrebbe rafforzare il sistema delle associazioni e renderlo micidiale, proprio come il partito unico della Corea del Nord. Lì un partito unico, qui mille e una associazioni, riconducibili tuttavia tutte al minimo comun denominatore serrano. Nessun cittadino dovrebbe più sfuggire al controllo, e tutti dovrebbero condividere tutto: se per esempio uno è stitico e, grazie alle nuove tecnologie di tracciamento delle attività internettiane, risulta comunque che è tale, e dalla consultazione della piattaforma “Nussbaum” del Comune (altro che la piattaforma “Rousseau” dei grllini…) risulta che non è ancora iscritto a nessuna associazione, sarà iscritto d’ufficio all’associazione “Curno stiptica” (“stiptico” è più fine di “stitico”): a giudicare dal bombardamento pubblicitario a favore di farmaci, yogurt ecc., stimolatori delle funzioni intestinali, possiamo immaginare un numero d’iscritti, volontari o coatti, decisamente sostanzioso. Niente impedisce tuttavia che le associazioni siano composte da solo due o tre membri. Quand’anche i coprofagi a Curno siano pochissimi, perché non creare l’associazione “Curno coprofaga”? A questo punto l’associazione dei cani di Locatelli e Cavagna il Giovane diventa un “ε”, cioè un infinitesimo trascurabile, come dicono i matematici, e a Locatelli non rimane, ancora una volta, che umilmente formulare la richiesta di condivisione del micidiale sistema delle associazioni messo su dagli aziendalsimilprogressisti. Penso che la richiesta sarà respinta.

  62. Prima il Nord permalink


    29 novembre 2017: conferenza stampa a Montecitorio di Gianni Alemanno del Movimento Nazionale per la sovranità insieme con Francesco Storace, Antonio Buonfiglio (Fronte identitario) e Giancarlo Giorgetti vice segretario della Lega.

    Il secessionista Marco Belotti concorda?
    Comunque è lanciassimo con Brignoli, prossimo candidato ggiovane per uccellare i gonzi padani.

    • Non so MarcoBelotti, ma Ettorino è disgustato.

      Mi dicono che Brignoli è ambiziosetto anziché no. Leggo inoltre in un articolo sul Corriere della Sera (Troppe punzecchiature a Maroni, e il leghista Brignoli se ne va):

      Di un «cerchio magico di giovani» intorno al Matteo leghista si era iniziato a mormorare subito dopo l’elezione di Salvini a segretario federale: a Bergamo i membri del «clan» (Brignoli, Terzi, Daisy Pirovano tra gli altri) si contrapponevano alla «vecchia guardia» (i parlamentari, il segretario Daniele Belotti), che li accusava d’esser «rampanti e arroganti».

      Quanto a MarcoBelotti, fa parte insieme ad altri sette membri del Direttivo provinciale della Lega nord (vedi Congresso provinciale della Lega. Belotti segretario, ecco il direttivo): ne prendiamo atto e ci complimentiamo con lui. Rimane il fatto che l’unico suo merito a Curno è stato quello di evitare che i nodi pedretteschi venissero al pettine. Sempre che di merito si tratti, ma ho i miei dubbi. Proprio per questo “merito” di MArcoBelotti la Lega nord a Curno non cava un ragno dal buco. Nel 2012, quando la Lega nord curnense era strettamente impedrettata, e Belotti ne era il segretario, la Lega nord scende in campo con la formazione guidata da Claudio Corti e l’immagine coordinata dal Pedretti, ma non riesce a mandare un suo rappresentante in Consiglio; quando poi Corti scende e Cavagna il Giovane sale, si ha la rottura tra Lega nord e Pdl locatelliano, in procinto di diventare sortile con il nuovo/vecchio nome di Forza Italia. Le nuove elezioni del 2017, quando finalmente è consumata la rottura (secondo noi consenziente da entrambe le parti) tra il Pedretti e la Lega nord, certificano il dato di fatto, acclarato e difficilmente smentibile della cannibalizzazione della Lega nord da parte di Forza Italia, proprio com’era nelle intenzioni del mascelluto Alessandro Sorte, e come noi, vox clamantis in deserto, scrivevamo. I primi a cavalcare la diceria della Maximoschea furono i forzitalioti, che montarono un gazebo autonomo. Poi la Lega nord montò il suo, infine Lega nord e Forza Italia si presentarono a gazebo riuniti (invece tra i cani leghisti e forzitalioti di “Curno a sei zampe” non ci fu mai rottura: rimasero uniti, ma sottotraccia) e fu revocata la presa di distanza da Cavagna il Giovane. Il resto è storia nota: un altro fallimento della Lega nord curnense.

  63. Elena permalink

    Inno a Giano, custode delle porte, dio dell’apertura e dei nuovi inizi:

    Quem tamen esse deum te dicam, Iane biformis?
    Quale Dio posso dire tu sia, Giano Bifronte?

    nam tibi par nullum Graecia numen habet.
    Giacchè la Grecia non ha alcun Dio pari a te

    Ede simul causam, cur de caelestibus unus
    E intanto dimmi la causa per cui, unico tra i celesti

    sitque quod a tergo sitque quod ante vides.
    vedi ciò che è alle spalle e ciò che è davanti

    Ovidio, I Fasti

    [A Giano, ricordo, si usava sacrificare un montone ‘testitrahus’. N.d.Ar.]

  64. Non è la Serra permalink

    Eva Mameli Calvino (1886-1978) botanica, naturalista e viaggiatrice


    Fare clic sull’immagine per vedere il documentario dedicato a Eva Mameli, madre dello scrittore Italo Calvino.

    Eva Mameli, madre dello scrittore Italo Calvino, era una donna molto avventurosa. Nata a Sassari in una famiglia alto borghese, si laureò a soli 21 anni in Matematica e nel 1915 diventò la prima donna in Italia a ottenere la libera docenza presso un’ università, insegnando Botanica a Cagliari. Il fil-rouge della sua vita fu “la ricerca”. Non solo l’indagine scientifica, ma anche la spinta intellettuale che la portò a viaggiare e ad accettare, nel 1920, la proposta di matrimonio di Mario Calvino che insieme al matrimonio le propose di trasferirsi a Cuba, abbandonando quella sicurezza e prestigio sociale che aveva raggiunto a Cagliari grazie al suo ingresso nel mondo accademico.

    La decisione di partire per l’isola caraibica fu il punto di svolta della sua vita. All’interno del Dipartimento di Botanica della Stazione Sperimentale di Santiago de Las Vegas, studiò semi e piante che in Italia non aveva mai visto. L’empatia verso l’isola e la popolazione locale faranno si che durante la sua permanenza, oltre all’attività di ricerca, Eva si prodigasse nella costruzione di scuole, nell’insegnamento e nella pubblicazione di riviste specialistiche.

    Nel 1943, per due volte, Mario e Eva vennero catturati dai fascisti dopo l’armistizio dell’8 settembre, messi al muro e fucilati con armi scariche con l’unico scopo di intimorirli per aver offerto aiuto ai partigiani.

    • L’orto botanico di Cagliari

      Ringrazio la lettrice (che non è la dott.ssa Serra) o, forse, il lettore (bisogna mettere i puntini sulle “i” perché non avvenga mai ch’io sia boldrinamente scorretto), per la segnalazione di questo documentario dedicato a Eva Mameli, la madre di Calvino, che fu scienziata e, a suo rischio e pericolo, «sardagnola». Beh, fortuna che è morta, altrimenti il gatto padano-curnense, il quale ci ha fatto sapere che «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade» potrebbe farsi venire l’ùzzolo di organizzare lì per lì una squadra di teppisti mongoidentitari onde provvedere a immediata lapidazione dell’“infame”. Oddio, potrebbe sempre andare a pisciare sulla sua tomba, non si sa mai: se il gatto s’incazza, non c’è niente che possa trattenerlo.
      A Eva Mameli si deve la sistemazione del preesistente Orto botanico di Cagliari, negli anni 1925-29, quando fu insegnante di Botanica all’Università di Cagliari e direttrice dell’Orto Botanico dell’Università. Questo avveniva prima che lasciasse l’isola per proseguire con il marito la sua attività scientifica nella Stazione sperimentale di floricoltura “Orazio Raimondo” di Sanremo. Ed è così che Italo Calvino frequentò il liceo classico di Sanremo, dove fu compagno di banco di Eugenio Scalfari. Dopo gli anni del liceo e quell’amicizia tanto da Scalfari decantata, Italo Calvino fu antifascista, l’Eugenio ambiziosetto fu invece fascista [*] (negli anni ’40 scriveva su Gioventù italica, Roma fascista e Conquiste d’Impero: si vedano stralci della corrispondenza tra i due ex compagni di liceo in Eugenio Scalfari e il vivaio giovanile fascista.
      L’Orto botanico di Cagliari si trova a un tiro di schioppo da una casa che abitai per diverso tempo: da un lato guardava a Occidente, e mai mi stancavo di osservare incantato il sole al tramonto quando, immergendosi dall’altra parte del golfo, tingeva il mare di rosso; dall’altro, proprio sotto il balcone di cucina, si c’erano i resti della villa di Tigellio, del quale ci parla Orazio, in termini non propriamente elogiativi, in occasione della sua morte («Ambubaiarum collegia, pharmacopolae, / mendici, mimae, balatrones; hoc genus omne / maestum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli»). Alla fine di via Tigellio, direi proprio in asse, lungo una via, perpendicolare alla via Tigellio, che s’inerpica tortuosa per il quartiere di Castello (sarebbe la “Cagliari alta”), si apriva il portone dell’Orto botanico. Un luogo dove passai ore felici di gioco, quand’ero bambino, e anche di studio, quand’ero al liceo, e portavo con me (il venerdì, perché il sabato era il giorno dell’ora di greco dedicata alla tragedia) l’Edipo re di Sofocle: e c’era da rabbrividire, leggendo di Edipo che si puniva dell’incesto inconsapevolmente compiuto con la madre, e s’infiggeva negli occhi le fibbie strappate alla veste di lei:

      ᾿Αποσπάσας γὰρ εἱμάτων χρυσηλάτους
      περόνας ἀπ᾽ αὐτῆς, αἷσιν ἐξεστέλλετο,
      0ἄρας ἔπαισεν ἄρθρα τῶν αὑτοῦ κύκλων,
      αὐδῶν τοιαῦθ᾽, ὁθούνεκ᾽ οὐκ ὄψοιντό νιν
      οὔθ᾽ οἷ᾽ ἔπασχεν οὔθ᾽ ὁποῖ᾽ ἔδρα κακά
      ἀλλ᾽ ἐν σκότῳ τὸ λοιπὸν οὓς μὲν οὐκ ἔδει
      ὀψοίαθ᾽, οὓς δ᾽ ἔχρῃζεν οὐ γνωσοίατο.

      Cioè (nell’ottocentesca traduzione poetica del milanese — e non bergamasco — Felice Bellotti):

      Quelle [= le fibbie], sbarrando le palpebre, a forza
      dentro negli occhi si cacciò, dicendo,
      che, poiché ciò ch’ei fece e che sofferse,
      visto non hanno, in tenebre sepolti
      più veder non potran né quel che d’uopo
      mai non era veder, né quei che brama
      di conoscere avea.

      Poco male se il gatto non capisce, mica scrivo per lui. Anzi costui farebbe bene a togliersi dalla testa che, scrivendo di me, possa ipso facto mettersi sul mio stesso piano. Quale sia il suo posto, lui lo sa benissimo, non c’è bisogno che glielo ricordi.


      Qui e nella foto in alto: Orto botanico di Cagliari. Nel XVI secolo era un orto appartenente ai Gesuiti, i quali nel 1778 sarebbero stati cacciati (anche) dal Regno di Sardegna: il terreno fu allora incamerato nel Reale Patrimonio. Fu acquistato da un piemontese che ne fece un vivaio di gelsi. Quando nel 1794, nel clima di rinnovamento promosso dalla Rivoluzione francese, i piemontesi furono cacciati dalla Sardegna, il terreno fu piantato a vigna. Il periodo rivoluzionario sembrava ormai chiuso, quando nel 1812 il proprietario del terreno, un avvocato, sarà condannato all’impiccagione, in qualità di responsabile di una congiura “borghese” di vasta portata, intesa a rovesciare il trono di Vittorio Emanuele I. Finalmente nel 1851 il terreno fu acquistato dall’Università perché divenisse sede del nuovo Orto Botanico di Cagliari (quello precedente si trovava in un altro quartiere della città).

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      [*] Eugenio Scalfari era ambiziosetto, ma almeno aveva un retroterra culturale, e qualche talento naturale. Questa sua ambizione ne faceva, già allora, una persona infìda, forse però dire che era schifoso è troppo. Sono schifosi invece, senza ombra di dubbio, coloro che non solo sono ambiziosetti, ma sono anche ignoranti come capre e di ridotte capacità mentali.

      • Noterella fonolinguistica (cioè, per gli amici di Nusquamia, di 3^ F)

        Qui sopra ho accennato all’effimera cacciata dei piemontesi dalla Sardegna, sull’onda del risentimento della piccola nobiltà, più che delle classi popolari, che nemmeno sapevano che la Sardegna nel 1720, dopo che per quattro secoli era stata una delle Españas, e perciò a Cagliari c’era un viceré, era passata ai Savoia. Questo mi dà il destro per stendere la seguente noterella fonolinguistica, in relazione alla difficoltà di articolare un certo suono della lingua sarda; e questo suono era sufficiente a far la differenza tra un sardo e un piemontese.

        Il francese ha due suoni fricativi postalveolari, sordo e sonoro: per esempio, chaud [ʃo] e jour [ʒuːʁ]. In sardo esiste un suono fricativo postalveolare sonoro, simile a quello francese, che pare sia difficile da riprodurre. Perciò quando nel 1793 prese piede un moto di liberazione, peraltro effimero, confortato dalla presenza di navi francesi alla fonda in rada davanti a Cagliari, ai funzionari piemontesi si domandava «nara cìxiri», cioè «di’ cìxiri»: cìxiri [ˈt͡ʃiʒiri] vuol dire “ceci” e pare che fosse una parola difficile a dirsi, per un piemontese. Poiché si trattava, semplicemente, d’imbarcare i piemontesi (cosa che avvenne, ma tornarono poco dopo) e molti funzionari ormai avevano imparato il sardo, per evitare che qualcuno si facesse passare per indigeno, veniva loro proposto un esame che avrebbe tradito un eventuale tentativo di simulazione.

  65. Dunque Bossi non era “morale”, ma soltanto moralista?
    Moralista come tutti i filistei, perlomeno finché non vengono pizzicati

    Com’è noto, l’estate scorsa Umberto Bossi è stato condannato alla detenzione di due anni e tre mesi per aver usato fondi del partito a fini personali. Parallelamente furono condannati anche il figlio, Renzo «Trota» Bossi (un anno e mezzo) e l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito (due anni e mezzo). L’altro figlio di Bossi, Riccardo, era già stato condannato in rito abbreviato.
    Di nuovo c’è che adesso conosciamo le motivazioni della condanna di Umberto Bossi. Scrive il Corriere della Sera:

    Umberto Bossi è stato «consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro» della Lega, ma proveniente «dalle casse dello Stato», «per coprire spese di esclusivo interesse personale» suo e della sua «famiglia». Condotte portate avanti «nell’ambito di un movimento» cresciuto «raccogliendo consensi» come opposizione «al malcostume dei partiti tradizionali».

    Ammannirci la mistica dell’Umberto “puro”, strenuo e disinteressato difensore delle ragioni del Nord a questo punto diventa sempre più difficile. Eppure quelle ragioni c’erano, e ci sarebbero ancora. Peccato che non solo Salvini si sia rimangiato tutto con la svolta sovranista-populista (in pratica: fascioleghista), ma quella speranza di indipendenza del Nord o quanto meno di autogoverno sganciato dalle logiche burocratiche e pasticcione del governo centrale di Roma, sono naufragate ormai da un pezzo: bisognava fin da principio sbarazzarsi della mistica identitaria, che aveva un valore consolatorio per i minus habentes (intellettualmente, non necessariamente nel portafoglio, se invece dei “militonti” consideriamo i capoccia) e mettere a punto un progetto serio con la consulenza di uomini di scienza. Non si può andare a vanti a battute, come fanno Bobomaroni e Claudio Borghi. Per non parlare di Salvini.

  66. Dopo Moana Pozzi, chiederanno a gran voce “Marina santa subito!”
    Aiuto! Pur di apparire fichi, vendere copie e magari essere “progressisti”, vorranno darle l’onore degli altari

    A differenza di Lilli Carati e di Laura Antonelli (per citare due donne dispensatrici di felicità, non burbanzosamente “determinate”, ma benefattrici che ebbero a cuore la felicità degli uomini e che si rovinarono per troppa generosità) Marina Ripa di Meana, la moglie del marito di Marina Ripa di Meana, non era propriamente una santa: era una donna di potere, visse in quel mondo e per quel mondo. Agnelli, «l’avvocato», un giorno che doveva scopare con lei, aprì la porta del boudoir e la vide in fondo, nella camera da letto, mentre già si giaceva con due uomini. Lui non si scandalizzò (figuriamoci!), non batté ciglio (sosteneva, giustamente, che l’amore è roba da cameriere), ma si limitò a osservare «Qui sono di troppo», e girò i tacchi.

    • Giuliano Ferrara: parole intelligenti

      Alle volte, in certe occasioni, è difficile non essere banali. Giuliano Ferrara c’è riuscito, commentando la morte di Marina Ripa di Meana:
      Marina, l’arte di vivere en plein air.
      Giampiero Mughini e Vittorio Sgarbi potevano fare, se non di più, meglio.

      • Orgasmo da Rotterdam
        Quello vero

        Vedo che la campagna di santificazione di Marina Ripa di Meana, sia pure con qualche incertezza (è il cosiddetto attrito di primo distacco, come si studia in fisica, all’abbrivio) è cominciata. Varrà la pena ricordare che, per ripagare il marito, marchese Ripa di Meana, della propria infedeltà dichiarata ed impudicamente ostentata, la neo-marchesa faceva tuttavia preconio delle attitudini virili di lui piacevolmente affibbiandogli l’epiteto di “Orgasmo da Rotterdam”. Non me lo sono inventato io: si veda sulla Repubblica la cronaca del suo matrimonio farsa con rito religioso (come i gay californiani, che si convertono al cattolicesimo perché le chiese cattoliche hanno gli addobbi, che a loro piacciono tanto; forse un giorno si potranno sposare in chiesa anche loro): Marina si sposa con esclusiva zuccherosa.

        Mi fanno ridere, al confronto, quelli della lobby dell’Erasmus/Orgasmus, in particolare quelli dell’Hinterland bergamasco, che credono di essere i mejo fichi del bigoncio. E poi, perché? Solo perché hanno avuto una parolina d’incoraggiamento da parte del circolo para-orobico-massonico (ma per la massoneria di Palazzo Giustiniani costoro non esistono nemmeno). Pfui!

  67. Simona permalink

    Terza effe

    Vedi:

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    Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo.
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    • La guerra delle idee comporta il progresso, la condivisione forzata genera mostri come Trump e Salvini

      Il sociologo qui sopra intervistato dice una cosa giusta: «La scuola serve poco se è solo insegnamento. Se non ho un compagno di banco tedesco che fa battute diverse dalle mie, che ride per altre cose, guarda altre tv che ne so di lui? Vederlo solo al bar, e poche volte, non basta. Devo studiarci insieme, litigarci, viverci».
      Poi però dice una cosa se non sbagliata, ambigua e potenzialmente pericolosa: «Che gli italiani, i politici, vadano a Casies [una vallata altoatesina, ovvero sudtirolese, di fiera identità localistica: N.d.Ar.], e i tedeschi in via Milano [dove sono dislocati esercizi alimentari e d’altro tipo, siciliani e arabi: N.d.Ar.]. Inizino loro con l’esempio. Scuola mista e società mista. Il bilinguismo formale non basta più. Altrimenti tra altri 80 anni saremo ancora qui».
      Mi sembra evidente che la separazione non favorisce l’integrazione e che essa comporta nel lungo periodo una sclerotizzazione della stessa cultura che si voleva “preservare”: la cultura progredisce con la dialettica, con la guerra delle idee, alle volte — paradossalmente — con la guerra. I Greci si avvantaggiarono non poco, sul piano culturale, delle guerre combattute con i Persiani, i Longobardi venuti in Italia dalla Pannonia semibarbari s’ingentilirono e salvarono la cultura degl’italici, l’Inghilterra divenne il paese civile che sappiamo dopo la guerra dei Cent’anni e quella delle Due rose. Per non parlare della ricaduta culturale positiva della politica espansionistica dell’Islam prima, e dello scontro con i crociati poi (si vedano i due articoli Ma la civiltà araba fu una grande civiltà. “Fu”, appunto e Ancora sulla cosiddetta moschea di Curno).
      Questo non significa che si debbano trovare occasioni di guerra per promuovere la cultura, anche perché le guerre oggi sono concepite tecnologicamente e hanno esiti umani devastanti tra la popolazione civile. Non è più come quando si combatteva con le armi in pugno, soldati contro soldati, e se i soldati muoiono, chissenefrega, tanto più che spesso sono solo figli di puttana. A proposito dei soldati-figli-di-puttana, sarà sufficiente accennare alla quarta crociata, che doveva combattere i saraceni, ma i “cristiani”, dimentichi della Terra Santa, si diressero a Costantipoli (1204), l’assediarono, la saccheggiarono, stuprarono le monache (e portarono i cavalli di bronzo a Venezia). Però poi — questa è quel che Hegel chiamerebbe l’astuzia della Storia — il crollo dell’Impero bizantino, e in seguito la presa di Costantinopoli (1453) dei quali furono largamente responsabili, prima ancora che gli Ottomani, i “cristiani” d’Occidente, diedero un apporto di preziosi manoscritti e studiosi bizantini alla rinascita culturale dell’Europa.
      Tutto ciò premesso, e tenuto conto del tempo in cui viviamo, ci guardiamo bene dall’andare in cerca di occasioni di conflitto armato. Ma la guerra delle idee — con buona pace dei signori del politicamente corretto e della “convivialità delle differenze” — quella è importante, per non morire idioti, soffocati dalla condivisione forzata. So di averlo scritto più volte, ma varrà la pena ripetere che a noi il dialogo giovanneo fa schifo, ci piace invece la guerra delle idee, come diceva il filosofo Eraclìto:

      Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι, πάντων δὲ βασιλεύς, καὶ τοὺς μὲν θεοὺς ἔδειξε τοὺς δὲ ἀνθρώπους, τοὺς μὲν δούλους ἐποίησε τοὺς δὲ ἐλευθέρους.

      Cioè: “Polemos [la guerra] è padre [la madre, in italiano] di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi”.
      La condivisione forzata, invece, rende gli uomini cattivi, facile preda dello spaccio di paura e odio, da parte dei populisti. Il “Desegregation busing”, negli Stati Uniti d’America, consistente nel deportare in autobus gli studenti in scuole lontane dalle loro residenze, per favorire l’integrazione razziale, perché le scuole dei quartieri bianchi e quelle dei quartieri neri non fossero a maggioranza etnica precostituita, fu fallimentare, anzi lasciò dietro di sé una scia di risentimento. La stessa cosa avverrebbe a Bolzano se le occasioni d’incontro tra l’etnia italiana e quella tedesca fossero affidate a zelanti e sciocchine maestrine cattoprogressiste, che farebbero più danno che bene. Ci vorrebbe una politica intelligente, fatta di concretezza, soprattutto senza proclami, che di solito sortiscono l’effetto contrario.
      I cittadini di Curno, borgo sgarruppato di Bergamo, ne sanno qualcosa. La sindachessa dott.ssa Perlita Serra aveva in mente un piano di condivisione forzata, da parte dei cittadini da lei amministrati, quasi che lei fosse il megadirettore dell’azienda di Fantozzi, il cisconte Cobram:

      Ci fu un tempo, anzi, in cui i cittadini di Curno, memori della campagna elettorale della dott.ssa Serra, in bicicletta, temettero di essere costretti a partecipare a disastrose competizioni ciclistiche.

      Fortunatamente però quella della dott.ssa Serra non era una vera passione ciclistica, era solo un modo di accreditarsi come eco-compatibile, anche se poi il futuro riassetto dell’ex-parcheggio Zebra comporterà un aggiustamento al ribasso della sua immagine ecologica.
      Ma, a parte la bicicletta, la dott.ssa Serra non rinunciò mai al suo determinatissimo proposito di condivisione forzata in chiave politicamente corretta. In relazione alla diceria della cosiddetta Maximoschea, lei mantenne pervicacemente questa posizione, maturando — è vero — punti di merito nell’OltreCurno, ma rischiando di consegnare il paese a Locatelli, cioè ad Alessandro Sorte. Così facendo aveva dato la stura alle pulsioni peggiori del popolo da lei amministrato, opportunamente fecondato dalla campagna di paura e odio procedente da Salvini e sussunta da Sorte-Locatelli-Cavagna il Giovane. Il Comune rischiava di finire nella mani di Sorte (Locatelli essendo soltanto una sua longa manus), non fosse stato per un concorso di circostanze fortunate (non ultimo l’appoggio esterno del Pedretti alla fasciofemminista: ma non fu un favore alla Carrara, fu un favore alla Serra, e non era la prima volta).
      Sì, lo so, la sindachessa di Curno oggi non è più la dott.ssa Serra, che è soltanto sindachessa emerita (ma, nella Giunta, α-dominante), sindachessa è, o sarebbe, la dott.ssa Gamba. Va bene, ma quante volte devo ripetere che le parole d’ordine sono tuttavia ancora oggi, e oggi più che mai, serrane?

  68. Grasso: che delusione!

    Grasso: che delusione! Avevo un’opinione migliore di Pietro Grasso, comandante del nuovo partito, Liberi & Uguali. Non solo ha imbarcato nel partito — direi con una certa voluttà — la Boldrina di lotta e di governo, ma se ne è uscito anche con la sparata dell’abolizione delle tasse universitarie: poteva scrivere nel suo programma di governo, con garbo e sommessamente, l’opportunità di assegnare borse di studio ai meritevoli ed esenzioni a favore degli studenti appartenenti a nuclei familiari di reddito basso. Invece no, in questo clima di saldi forzosi fino alla data delle elezioni, ha urlato sulla pubblica piazza che avrebbe abolito le tasse universitarie, comprese quelle dei ricchi, naturalmente. Comprese anche quelle del corso di studi in cosiddette Scienze della comunicazione (delle quali parlo male da sempre, non ho aspettato l’imbeccata di Crozza-Feltri, che si lamenta di avere per casa due autralopitechi laureandi nelle suddette pseudoscienze) e dei corsi di studi per il conseguimento di laurea cosiddetta magistrale sulla “Storia di genere” (piacciono alla Boldrina: vi veda Le lotte per i diritti gay insegnate in ateneo).
    E pensare che in quel partito si trovano due persone serie, tutto sommato, come D’Alema e Bersani. Anzi, contavo molto sul fatto che D’Alema sistemasse le velleità boldrinesche con una battuta, come sa fare lui. Come fece quando il Renzi-pentolaio tanto si agitava, e proiettava le slàid della McKinsey, e tutti facevano a pugni per salire sul suo carro, e lui voleva rottamare di qui e rottamare di là. Ma D’Alema disse:Lasciatelo parlare, tanto andrà a sbattere, da solo”. E così fu, Renzi ha già sbattuto.


    Fare clic sull’immagine per sentire il sermone della Boldrina che ci rende edotti dei nuovi diritti d’Internet: lo dice con fare molto asseverativo, scandisce mussolinianamente le parole, agita il ditino minaccioso. Si dà per scontato che ci tremino le mutande.

    P.S. – Beh, neanche i grillini scherzano, quando si tratta di fare discutibili capriole con ritorno elettorale. Hanno candidato GianLuigi Paragone, giornalista orrido, domatore di talk show: fu direttore della Padania, ma lui vorrebbe che ce ne dimenticassimo; solletica il ventre del popolo minuto, spera di piacere alle nonne rock presentandosi in scarpe da tennis e molto sicuro di sé; eventualmente imbraccia la chitarra elettrica. Mamma mia! Beh, dato che ci sono, i grillini potrebbero imbarcare un altro giornalista orrido, Luca Telese, che per abbondante secrezione sudorifera facciale possiamo confrontare a Maurizio Costanzo (del quale però gli manca l’astuzia marsicano-romanesca e, per sua fortuna, la Maria De Filippi), quello che che toglieva la parola alla Costamagna, quand’era bellissima, e si comportava così avendo come unica motivazione l’invidia sociale: lei così raffinata, lui così zotico. Si veda anche Cazzeggio giuridico alla trasmissione di Luca Telese.

  69. Serra spicca il volo? permalink

    C’è un grande movimento sulle regionali, la Serra ha finito di usare Curno come trampolino di lancio per approdare a Milano?

    • Il TotoSerra
      nella bolgia della politichetta curnense

      La situazione, più che fluida, è magmatica, ed è un magma in pieno bollore, denso e in movimento. Gli assi di rotazione del magma sono mutevoli, più di uno, la loro inclinazione cambia continuamente: la materia che era sotto viene a galla, poi torna ad affondare, viene trascinata in senso destrorso, riaffiora, poi torna a girare, adesso in senso sinistrorso; e così via. È come nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco, quello dei barattieri. I politici si agitano nella pece bollente, alla spicciolata provano a uscirne, ma i diavolacci, i Malebranche, armati di lunghe aste uncinate, li ricacciano nella pece. Il diavolo che sembra a capo della bolgia si chiama Malacoda, il suo sergente è Barbariccia il quale, quando riceve un ordine, e l’ordine è dato a suon di pernacchie, invece di dire “signorsì” fa trombetta con il culo. Si veda la chiusa del canto XXI dell’Inferno: «Per l’argine sinistro volta dienno; / ma prima avea ciascun la lingua stretta / coi denti, verso lor duca, per cenno; / ed elli avea del cul fatto trombetta».
      Questa è dunque la situazione, questa la politichetta, e non solo a Curno. Ma a Curno più che mai si sente un fragore di pernacchie e scorregge, puzzo di zolfo misto a puzzo di merda. C’è chi dice ancora «Noi siamo coesi!», ma non fa in tempo a cacciare la balla della coesione che subito un diavolaccio lo arpiona nei glutei, lo solleva, e lo precipita nella pece. Un altro urla, come Ingrassia che nel film Amarcord (di Fellini) era salito in cima all’albero e voleva una donna: «Voglio l’orgasmo, voglio l’Erasmo!», quando dalla schiera dei diavoli si fa avanti una nana sdentata con i capelli rossi e gli dice «Te lo dò io l’orgasmo!»; quello allora per sfuggire l’amplesso con la nana si getta di propria volontà nella pece bollente. Intanto l’aria risuona dei proclami asseverativi della Boldrina che incombe fluttuante nell’aria, in forma di ologramma. Qualcuno fa lo spiritoso e ordina una bibita ghiacciata al bar “Cookiamoci” (nome geniale!), inaugurato dalla dott.ssa Serra con cerimonia fasciata e tricolorata: per punizione verrà messo a culo per aria, che servirà da schermo per la proiezione di slàid nauseabonde e infuocate al calor rosso. L’aria risuona inoltre di bestemmie, che però non sono le nostre solite, ma si usano a mo’ di bestemmia le parole d’ordine serrane: Condivisione! Co-working solidale! Associazionismo! I diritti del cane! I care! Vera Baboun! I diritti degli Lgbt! Il diritto di avere diritti! Enèrgheia! ecc.

      Lei mi domanda della dott.ssa Serra. Beh, com’è facilmente immaginabile, la dott.ssa Serra, pur consapevole del fatto che per Gori le cose — pare — si mettano bene, non si sbilancia. Sta aspettando di essere chiamata, o quanto meno di essere designata dalla componente cattoprogressista della nebulosa similprogressista, sempre che la nebulosa non precipiti in un buco nero. La battaglia non è soltanto in ambito Pd, anzi si può dire che la battaglia decisiva si combatte fuori del Pd che come partito ha fatto harakiri ed è alla mercé dei gruppi di potere, nonché ideologicamente ed elettoralmente condizionato dai gruppi di pressione. Sull’evoluzione della carriera politica della dott.ssa Serra sembra che già si scommetta, a Curno; addirittura sulla carriera della sindachessa emerita si scommetterebbe perfino a Londra: quelli scommettono su tutto, si sa. Basti qui dire che il Toto-Serra è ormai cominciato.

  70. Pornografia del dolore


    ‘L’asso nella manica’, film del 1951, per la regia di Billy Wilder. In una miniera del Nuovo Messico un operaio è sepolto vivo e un giornalista senza scrupoli sfrutta la situazione: la prende in pugno e, ritardando la liberazione del prigioniero, trasforma il luogo in un “grande carnevale” finché il poveretto muore.

    C’è chi, per obiettivi limiti culturali, opportunamente innervati nella grevità di una straripante contadinesca cattiveria che non conosce gli argini dell’onore, ha voluto interpretare come irrisione al dolore quel che abbiamo scritto a riguardo delle banalità che si sarebebro lette sulla morte di Marina Ripa di Meana.
    Avevamo in mente quel che si disse di Moana Pozzi, anche lei deceduta dopo una parentesi di dolorosa e misteriosa malattia, e perciò dopo il suo decesso ci fu chi volle farla santa e avere il suo schifoso quarto d’ora di pubblicità. E avevamo in mente papa Wojtyla, che non si sottrasse alla rappresentazione, in favore di telecamera, della sofferenza del suo corpo e della psiche, e quella sua immagine sofferente fu amplificata, sfruttata e mediaticamente “volgarizzata”.
    Avevamo in mente cioè quel che si chiama la “pornografia del dolore”, che non è specialità esclusiva della D’Eusanio o della Sciarelli; fa capolino anche nelle testate televisive e giornalistiche serie, per la buona ragione che fa crescere l’audience, come si dice in linguaggio coglione.
    La pornografia del dolore trae spunto sia dalle vicende dolorose di personaggi pubblici (Moana Pozzi, papa Wojtyla, adesso Marina Ripa di Meana, per esempio), o resi pubblici da trasmissioni televisive istituite ad hoc (come “Chi l’ha visto”, che è un ‘format’ televisivo internazionale), sia anche da tragedie collettive, come sono gli esiti di atti di terrorismo: si veda per esempio Nizza, Parigi e la pornografia del dolore.
    Un caso ante litteram di pornografia del dolore fu quello del presidente Pertini che si piazzò davanti al pozzo in cui era sprofondato Alfredino e di lì non si mosse, in favore di telecamera, tra l’altro ostacolando le operazioni di soccorso. Una vera schifezza, dove il narcisismo del “presidente buono” si sposava perfettamente con il cinismo giornalistico. Criticare quella schifezza oggi è finalmente consentito, ma allora chi andava contro corrente veniva accusato di irridere al “dramma di Alfredino”: si veda Alfredino e la diretta tv: ecco perché la tragedia di Vermicino fu una grande sconfitta nazionale. E pensare che Billy Wilder qualche decennio prima aveva firmato un film memorabile sull’argomento (vedi sopra).
    Così è adesso per Marina Ripa di Meana: è morta di cancro, come tanti altri, avendo incubato la malattia per parecchi anni, come molti altri, il cui dolore non è tuttavia documentato o comunque non si presta a lancio mediatico. Pare che dirlo sia politicamente scorretto, come pure denunciare i tentativi allo stato nascente di imbastire sul suo caso una pornografia del dolore, con il proposito, nemmeno tanto celato, di veicolare altri messaggi, altre convenienze, più o meno politicamente corrette. Proprio per questo ci siamo sentiti in dovere di prendere posizione politicamente scorretta. Il fatto che Marina Ripa di Meana sia morta di cancro non redime una vita, a nostro parere, mal vissuta; egualmente il fatto che il leghista Bonanno sia morto in un incidente automobilistico non cancella le sue schifezze: quando nel Parlamento europeo si presentò con la carta igienica in mano, invece che con argomenti dialettici, noi ci vergognammo profondamente, e la nostra vergogna non è venuta meno, soltanto perché è morto.

    Insomma, santa per santa, meglio Moana Pozzi, meglio Laura Antonelli, meglio Lilli Carati. Moana Pozzi era una pornostar e non so molto di lei, salvo il fatto che morì di morte misteriosa (cancro, o Aids, si disse); di Laura Antonelli e Lilli Carati sappiamo che erano due donne generose e che morirono avendo dato molto, ricevuto poco e abbandonate da tutti.

    P.S. 1 – Nell’espressione “pornografia del dolore”, il termine “pornografia” è da intendersi lato sensu. Alla lettera, pornografia significa rappresentazione (da γραφή [grafé], “disegno”, “scrittura”) di un’immagine o un atto osceno (da πόρνη [pórne], “prostituta”, che a sua volta deriva dal verbo πέρνημι [pérnemi], “mettere in vendita”). In senso lato significa rappresentazione o descrizione di una situazione scabrosa, che suscita morbosa attenzione; come avviene nella pronografia del dolore, appunto.
    P.S. 2 – Non meno pornografica, sempre in senso lato, è la rappresentazione del proprio dolore, in occasione del dolore altrui: come quando per esempio uno che solitamente è una carogna vuol mostrarsi partecipe dell’altrui dolore, per apparire lui stesso “buono”.

    • Vite parallele? No, Lilli Carati era solo una ragazza di chiappa padana
      Anche lei contrasse il cancro, anche lei prese la droga, ma il confronto non è proponibile: Lilli era una santa, Marina un diavolo

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      Questo spezzone mostra un’interpretazione struggente di Lilli Carati, nel film ‘Il corpo della ragassa’. Osservandone il bel culo, il medico libertino, interpretato da Enrico Maria Salerno, non può fare a meno di esclamare: «Razza padana, chiappa sovrana!».
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      Di Lilli Carati ci siamo già occupati: se ricordo bene, in occasione di una punizione inflitta al gatto padano, nella consapevolezza che lui mal sopporta queste cose. Quando la bella attrice conobbe un periodo di minor successo, cadde in depressione e fece un viaggio, via dalle quattro mura, via dal suo tempo, aiutandosi con la droga: quella leggera, prima; poi quella pesante. Anche Marina Ripa di Meana fece consumo di droga, ma era un’altra cosa.
      Per pagarsi la droga fece il porno hard, cioè scopava, per soldi: beh, sempre meglio che la prostituzione aziendale. Anche Marina Ripa di Meana si prostituì, una volta, così dichiarava compiaciuta: per comprare la droga al suo compagno. Ma anche questa è un’altra cosa.
      Dopo essersi disintossicata, Lilli Carati ha contratto un tumore al cervello, ed è morta. Ma, ancora una volta, tutta un’altra cosa rispetto a Marina Ripa di Meana. Sarà anche così, ma noi siamo portati a sentire una gran simpatia per Lilli Carati, della quale dolcissimo è il ricordo: era meravigliosa nel ruolo della Teresìn, nel Corpo della ragassa, per la regia di Pasquale Festa Campanile (1979), tratto dall’omonimo romanzo di Gianni Brera. Pensandoci bene, era una santa. Invece Marina Ripa di Meana era una femminista: più intelligente della media delle femministe (e non ci vuol molto), anticonformista,
      e non squallidamente, nussbaumianamente e boldrinamente politicamente corretta, è vero (considerava le giornate dell’orgoglio Lgbt delle pagliacciate), ma pur sempre una femminista, e una dominatrice, come osserva Sgarbi, che ha l’occhio critico e di queste cose s’intende. Dunque, Marina Ripa ecc. non è una santa, è un diavolo.
      Per vedere il film per intero si vada alla pagina di Nusquamia Sit tibi terra levis, Lilith.

      • In ricordo di un’altra santa

        In questa pagina abbiamo messo a confronto la vita di Lilli Carati con quella di Marina Ripa di Meana, che hanno uno o due punti in comune, è vero (la droga, il sesso venale) ma a ben vedere sono agli antipodi. Lilli Carati fu sfruttata, tanto per dirne una, Marina Ripa di Meana era una che sfruttava le occasioni e gli uomini se li mangiava, come ebbe a dire Vittorio Sgarbi. E Lilli Carati, la peccatrice Lilli Carati fu una santa.
        In questo video Lino Banfi e Klaudia Koll (santa anche lei) ricordano la figura di Laura Antonelli che colse successi ancora maggiori di Lilli Carati, ma che come lei fu sfruttata e come lei è da considerarsi una santa.

  71. I polli KFC hanno un passato politicamente scorretto. E il presente?
    I secchielli del pollo fritto curnense pongono un problema di correttezza politica e conformità a norma di cacata carta


    Una manifestazione di attivisti di Greenpeace (Nuova Dehli, nel 2012) vestiti da oranghi, una specie la cui sopravvivenza, secondo Greenpeace, negli anni passati è stata messa in pericolo dai polli fritti che presto saranno commercializzati anche a Curno. Da allora qualcosa dovrebbe essere cambiato: il fornitore della KFC ha rilasciato assicurazioni in merito, dichiarando che, è vero, i secchielli con cui i polli sono ammanniti contengono fibre di alberi della foresta pluviale, ma si tratta di fibre riciclate.

    C’è stata in tutto il mondo un’alzata di scudi — in particolare da parte degli attivisti di Greenpeace -. contro i secchielli con cui (anche) a Curno sarà servito il pollo fritto.
    Per capire qualcosa in questa delicata faccenda ricordiamo che il pollo fritto curnense è commercializzato dalla KFC – Kentucky Fried Chicken secondo standard globali rigorosamente applicati su scala mondiale. Seh, e pensare che il MarcoBattaglia si contentava di fare di Curno un paese europeo, con uno, al massimo due ritrovi cervisiari all’insegna dell’Erasmus/Orgasmus; grazie invece al ristorante della KFC Corporation, di prossima apertura a Curno, Curno mette le ali (di pollo), spicca il volo e diventa mondiale, anzi “globale”. Ebbene, lo standard mondiale vuole che il pollo sia servito in secchielli realizzati con fibre di legno. Fornitore delle fibre è l’Asia Pulp & Paper, che le ricavava — pare — dal taglio degli alberi della foresta pluviale indonesiana. Con il bel risultato — secondo Greenpeace — che la sopravvivenza degli oranghi e della tigre di Sumatra è stata messa a repentaglio dal consumo dei polli globalizzati, la cui preparazione, tra l’altro, è segreta.
    A questo punto domando alla dott.ssa Serra (in quanto α-dominante e madrina di tutta l’operazione di rilancio del Centro commerciale) e alla dott.ssa Bellezza (in quanto vicina ai movimenti no global): abbiamo garanzie suffficienti di correttezza politica?
    Ci domandiamo inoltre — come pare abbiano fatto anche in Cina — se nel corso dell’allevamento, prima del sacrificio, i diritti dei polli siano stati osservati. Inoltre: come è stata affrontata la questione di genere? Vorremmo capire, e saperne di più. Abbiamo verificato che si sia ottemperato alle prescrizioni della Carta curnense dei diritti degli animali?
    Qui sotto, il logo della campagna di qualche anno fa, varata da Greenpeace contro la deforestazione indotta, secondo loro, dal consumo mondiale di pollo fritto globalizzato.

    Si noti che ci guardiamo bene dal sostenere che il pollo curnense globalizzato KFC non sia a norma di cacata carta. Ci mancherebbe, noi abbiamo studiato latino e greco, geometria proiettiva e meccanica razionale: non ci occupiamo di queste cose. Ci pensino gli agrimensori, che hanno un talento speciale per la copropapirologia. L’accertamento del rispetto delle sacre norma sarà dunque còmpito, immagino, di qualche “esperto” o società collaboratrice del Comune in regime di esternalizzazione (outsourcing) spinta. Ci domandiamo soltanto se i risultati delle analisi saranno “condivisi”.

    • Curno: un paese bello da vivere, all’insegna del pollo
      KFC, al multinazionale del pollo, è presente in oltre 116 paesi in tutto il mondo, con più di 19.000 ristoranti. Ma Curno potrebbe essere l’unico punto KFC che somministra pollo politicamente corretto, allevato a km 0

      E se Curno divenisse un polo di “eccellenza”, per dirla in linguaggio coglione, nella ristorazione a base di pollo e, addirittura, divenisse un sito a monocultura avicola?
      La giunta serrano-crurale potrebbe stipulare un accordo quadro con la KFC, per cui Curno diventerebbe il luogo par excellence di degustazione del pollo fritto di qualità: un “pollo a km 0“, preparato secondo la ricetta segreta del colonnello Sanders, ovviamente. Il successo dell’iniziativa sarà tale che, per consentire una degustazione democratica e di massa del pollo KFC, quello speciale di qualità garantita dagli standard curnensi, già si pensa di istituire un servizio di navetta tra l’aeroporto di Orio al Serio e Curno.
      Ma dove trovare i polli a km 0? Si potrebbe varare una legge per cui, in regime di condivisione forzata, i cittadini di Curno saranno obbligati a diventare in misura crescente pollicultori, grazie alla frequenza (obbligatoria per tutti) di opportuni corsi di formazione della premiata impresa sociale Enèrgheia.
      Ovviamente tutta la filiera di allevamento dei polli e confezionamento dei medesimi in forma di bocconcini serviti in secchiello, sarà oggetto di rigorosissimi controlli di qualità. Com’è noto, i polli nascono dalle uova e per fare le uova ci vogliono le galline. Tutto dovrà essere naturale, compresa la tecnica di accertamento delle uova nell’apparato oviparo delle galline. Le quali non saranno più sottoposte ad accertamenti mediante raggi X. Si tornerà a Curno all’antica tecnica delle nostre nonne, quando la massaia infilava un dito nel culo della gallina. Un corso ad hoc di Enérgheia insegnerà ai curnensi come fare, all’insegna del ricupero delle antiche tradizioni contadine e del benessere economico garantito dal “boom” del pollo.

  72. BoboMaroni e gli ascari di Salvini

    Trascrivo dalla Repubblica di oggi 10 gennaio 2018 questo virgolettato di BoboMaroni:

    Io ho la registrazione dell’incontro e del colloquio con Matteo Salvini, in cui già a novembre gli preannunciavo la decisione di rinunciare alla riconferma in Regione. A Berlusconi l’ho comunicato solo un mese dopo, sia chiaro. Mi sono stufato di questi veleni che gli ascari di Salvini stanno mettendo in giro.

    Abbiamo scritto in altri tempi che Salvini è più intelligente di BoboMaroni, e confermiamo il giudizio, con la seguente postilla: a quel tempo Salvini non aveva ancora impresso al partito la svolta fascioleghista e non costituiva per la tenuta democratica dell’Italia quel pericolo che oggi obiettivamente rappresenta. Ciò premesso, abbiamo l’impressione che BoboMaroni, per quanto diversamente intelligente, questa volta prima di parlare e di fare le sue solite sparate abbia sentito qualche buon consigliere, e che sia stato consigliato bene.
    Come andrà a finire la questioncella dell’Expo, che è oggetto di indagine giudiziaria, credo che non lo sappia nessuno, nemmeno BoboMaroni. In ogni caso, la mossa del presidente della Regione lombarda pare la migliore: se le cose gli andranno male, potrà dire che lui l’aveva detto da tempo, non aveva intenzione di continuare con la politica; intendeva ritirarsi a vita privata per fare il nonno (anche lui). Se invece uscirà dalla questioncella a testa alta, potrà svolgere ancora un ruolo attivo nella politica, non più condizionato o, per meglio dire, castrato da Salvini. E a fianco di Berlusconi. D’altra parte, se nel gennaio 2018 ha affermato che intendeva lasciare la politica, nel settembre 2018 potrebbe rientrarvi senza contraccolpi, perlomeno questa è l’ipotesi che gli è stata prospettata dai consiglieri. Veltroni non aveva detto di volersi ritirare in Africa, e Umberto Eco non aveva annunciato che in caso di vittoria di Berlusconi avrebbe lasciato l’Italia? Nessuno dei due mantenne la promessa, né loro pagarono dazio, per non averla mantenuta.
    Anzi, BoboMaroni potrebbe svolgere un ruolo interessante di reclutatore di leghisti “delusi” (in pratica, senza potere), per conto di Berlusconi che, anche lui, non avrà difficoltà a smentire quello che ha dichiarato ieri, che cioè non prevede un’alleanza con BoboMaroni. Anche in questo caso, se Berlusconi si rimangia una dichiarazione precedente, dov’è la meraviglia?

    Concludiamo dicendo che ci è piaciuto l’accenno di BoboMaroni agli ascari di Salvini; si potrebbe anche dire che ci siamo compiaciuti. I lettori di Nusquamia, infatti, quelli di vecchia data, sanno che abbiamo fatto ampiamente ricorso alla metafora delle truppe cammellate e degli ascari, con riferimento principalmente all’impostura delle cosiddette “assemblee cittadine” che i similprogressisti curnensi e i pedrettoleghisti evocavano a ogni piè sospinto come idoneo strumento di coartazione dell’operato di Angelo Gandolfi, allora sindaco del buon governo curnense. L’immagine qui sopra, chiaramente riferita alle truppe cammellate dell’amministrazione coloniale italiana, è posta in apertura dell’articolo di Nusquamia Il Pgt, le truppe cammellate e gli “attori” del territorio, risalente al 10 marzo 2012. Il complotto serrapedrettista era nell’aria, si sapeva che Locatelli remava contro, ma non usciva allo scoperto. Ma ecco che una settimana dopo, il 17 marzo 2012 ci fu una prova generale, allorché Locatelli, assessore di Gandolfi, votò in sede di Consiglio comunale l’opportunità di un supplemento di discussione sul Pgt che quel giorno era stato presentato all’approvazione dei consiglieri, con la partecipazione del suo estensore, l’arch. Simonetti. Essendosi Locatelli esposto con atto pubblico di manifesta rilevanza, si ebbe la certezza che il complotto sarebbe andato in porto. Il complotto serrapedrettista, con l’apporto della quinta colonna del Pdl, rappresentata da Corti e Locatelli, prevedeva il disarcionamento di Gandolfi mediante la gherminella delle dimissioni di massa dei congiurati, in alternativa a un voto di sfiducia palese nell’Aula consiliare: cosa che avvenne, due giorni dopo, il 19 marzo 2012.
    Terminavaamo l’articolo con queste parole: «Per dirla papale papale: il Pedretti e il simil-Pedretti si levino dalla testa che il sindaco debba obbedienza alle loro assemblee». Infatti, il Pgt fu presentato all’approvazione e, per mandarlo gambe all’aria, fu necessaria la gherminella extraconsiliare.

    • Che schifo! Se il mio padrone Marcobelotti non prende posizione su questa storia di Bobomaroni, di Salvini e dei suoi ascari, sarò indignato, molto indignato. Penso seriamente di chiedere asilo politico ad Aristide. Peccato, perché dal mio padrone stavo bene, il cibo era eccellente, le coccole tante. Ma io sono un cane di conseguenza.

      • Caro Ettorino,
        volentieri ti darei asilo, però penso di non poterti garantire il benessere al quale hai diritto. Sono spesso fuori casa, lo spazio qui da me è quello che è, non ho orari fissi e, per dirla tutta, mi piace godere della mia libertà. Cioè, l’idea di essere condizionato dai tuoi pur necessari bisogni corporali è per me inaccettabile. Come pure non è per me concepibile l’idea di diventare, di punto in bianco, alla mia età e con un glorioso passato libertario, raccoglitore di cacche, come la legge vorrebbe ch’io fossi, quando tu ti liberassi, com’è tuo diritto, del peso delle tue feci.
        Conosco però un signore, un vero signore, un uomo di buon gusto che ha viaggiato per il vasto mondo e che si è adesso ritirato da queste parti, alle porte della Brianza, in una villa provvista di tutti i conforti che tu apprezzeresti, allietata dalla presenza di vezzose fanciulle che non disdegnerebbero di accompagnarti nel corso di naturalistiche escursioni. Potrò mettere una parolina buona: sono sicuro che, avendoti visto, questo signore, che è un mio amico, non mi negherà il favore di offrirti un dignitoso buen retiro.
        La speranza tuttavia è l’ultima a morire. Perché non convinci il tuo padrone ad assumere pubblicamente una posizione virile, coraggiosa e chiarificatrice riguardo al tema dell’autonomismo lombardo? Se invece non riesci a convincerlo, non esitare a metterti in contatto con me.

  73. Prima il Nord permalink

    Ettorino è sconvolto, la sua Lega oramai è fatta da un insieme di poltronai.
    Il suo padrone Marco Belotti collabora con Brignoli, che definire ambizioso è dir poco.
    Brignoli fa il verso ai leghisti duri e puri, ma è una chiara strategia di Salvini per buggerare gli elettori al nord.
    Brignoli ha una caratteristica incredibile, la velocità a seguire le disposizioni che giungono da sopra di lui.
    Senza se senza ma, un perfetto soldatino. Per questo pericoloso.
    Una specie di Tarcisio, leggermente più istruito.
    Del resto in Lega sono abituati a sottostare, senza battere ciglio e per custodire lauti stipendi, al capo che comanda al momento.
    Un esempio?

    e il Berlusca come se la ride con tali soldatini

    • Volatili per diabetici

      Lei dice che dovremmo cominciare a occuparci del Brignoli? Beh, se è un emergente, certo: gli arrampicatori sociali e gli arrampicatori politici sono oggetto di particolare attenzione da parte di Nusquamia. Speriamo solo che — non dico per merito di Nusquamia, parlo in generale, considerato che gli ambiziosi spesso “vanno a sbattere”, come dice D’Alema — per Brignoli non siano, come dico io, mentule acide; o, come dice Lino Banfi, volatili per diabetici: cioè, cazzi acidi.

  74. Scalfari se ne impipa del finanziere Carlo De Benedetti
    Erano culo e camicia. Berlusconi gongola

    Riassunto delle puntate precedenti:

    1. Intervistato da Floris, Eugenio Scalfari afferma che, costretto a scegliere tra Di Maio e Berlusconi, sceglierebbe l’ex amico, poi nemico Berlusca: si veda Eugenio Scalfari: “Berlusconi meglio di Di Maio? È una questione di governabilità, non di morale”.

    2. Il finanziere Carlo De Benedetti, già idolo degli aziendalsimilprogressisti (pescicani della turbofinanza, squallidi aziendalisti, procacciatori di pubbliche relazioni e maestrine politicamente corrette tutti insieme, gioiosamente ammucchiati) risponde piccato: «Penso l’abbia fatto per vanità, per riconquistare la scena. Ma è stato un pugno nello stomaco per gran parte dei lettori di Repubblica, me compreso. Berlusconi è un condannato in via definitiva per evasione fiscale e corruzione della giustizia». Si veda Carlo De Benedetti: “Scalfari su Berlusconi sbaglia. Ha nuociuto a Repubblica

    3. Eugenio Scalfari risponde allo sdegno di Carlo De Benedetti dicendo che, data l’età, può prendersi la libertà di dire: «Me ne fotto». Vedi:

    Epilogo:
    4. Berlusconi gongola due volte: intanto per lo scazzo tra due suoi nemici storici; quindi perché De Benedetti è rimasto invischiato in una questioncella di conflitto d’interessi e d’insider trading: che però, trattandosi di De Benedetti, non è propriamente così, e non è (non sarebbe) neanche politicamente corretto definire così, anche e soprattutto a prescindere dai risvolti giudiziari. Si veda

  75. Carlo permalink

    Brignoli è candidato al posto di Invernizzi.
    C’è da chiedersi se sarà degno del miglior leghista 2012, così proclamato da Maroni.
    Ma di Invernizzi voi ne sapete qualcosa?

    • Toh, è vero, un tempo c’era anche Invernizzi. Quello dalla fluida chioma, in stile Libera & Bella, e che voleva comandare in casa d’altri, cioè nella formazione dei gruppi consiliari di Curno, quando Fassi e Donizetti, che rappresentavano la Lega dal volto umano, erano oggetto di pelosa attenzione pedrettoleghista e di vero e proprio stalking. Ma che fine ha fatto Invernizzi? Già: nella Lega — càpita — c’è chi va e chi viene, e ci sono anche gli ascari, come disse Maroni, in un sussulto di orgoglio antisalvinista. Però, a dire i vero, se vado indietro con il ricordo, non è che Maroni fosse una schiena diritta. Un giorno diceva una cosa, il giorno dopo Bossi lo correggeva ed ecco che in tempo reale (come si dice in linguaggio coglione, quello che piace alle mezze calzette: cioè, a stretto giro di posta, come si diceva un tempo) Bobomaroni si correggeva, e diceva il contrario. Tanto che Sgarbi a suo tempo aveva buon gioco a dire: di Maroni non ce n’è uno, i Maroni sono due, cioè quasi sempre i Maroni sono due.
      Invece uno che credevo sommerso e ora pare risorto è il Giorgetti. Ultimamente ha anche fatto una cosa buona: ha detto all’economista di Salvini, tale Claudio Aquilini Borghi, di smetterla di dire cazzate sull’euro. Cioè si può essere contro l’euro, si può detestare la mistica dell’euro, come ho fatto sempre io, che maledicevo le scorregge labroniche e la mortadella felsinea con le quali si ammannivano l’euro. Ma non si può affidare la soluzione di problemi seri e gravi a battutisti, comici e saltimbanchi dell’impostura. Con Carlo Cattaneo chiedo che alla tolda di comando salgano fisici e ingegneri che oltre tutto, al suo tempo perlomeno, avevano un retroterra culturale di prim’ordine.

  76. Antonella P. permalink

    @Aristide curnense

    Urbino, 14 gennaio 2018

    Vedi:

    http://www.lastampa.it/2018/01/14/multimedia/cultura/loccidente-nella-trappola-dei-dittatori-leditoriale-di-molinari-ku1wb7ijpA7FNzfDDl77iM/pagina.html

    [Passando dalla politica estera a quella interna, aggiungerei che la cosiddetta sinistra europea è responsabile dell’avanzata dei movimenti sovranisti e, in Italia, del populismo: sia quello becero di Salvini, sia quello senza reti di protezione — ma almeno non fascista — dei grillini.
    Passando infine dalla politica alla politichetta, direi che la dott.ssa Serra, sindachessa emerita di Curno, sgarruppato e bruttarello paesone alle porte di Bergamo, è responsabile della deriva del paese in senso fascioleghista: Locatelli era sul punto di vincere le elezioni con argomenti nemmeno berlusconiani, ma fascioleghisti. La β-sindachessa Gamba, che governa il paese nel solco segnato dall’α-sindachessa Serra, ha potuto affermarsi grazie alla micidiale rete associazionistica messa in campo dall’α-sindachessa e alla provvidenziale e dispettosa discesa in campo della fasciofemminista Carrara (già dott.ssa Carrara): ma ha vinto per il rotto della cuffia. Se la cosiddetta sinistra a Curno non si dà una regolata, e non si decide a essere più di sinistra e meno aziendalista, e se la destra saprà scegliersi un candidato diverso da Locatelli, Curno, con tutti i suoi polli fritti, è pronta a finire nella padella della destra.
    N.d.Ar.]

  77. Moana Pozzi, un precedente illustre nella facile e cialtronesca strada del populismo e dell’antipolitica

    Forse non tutti sanno e, tra chi ha l’età, non tutti ricordano che Moana Pozzi fu candidato sindaco di Roma, nel 1993. Come avversario aveva Francesco Rutelli, che vinse la corsa e, in fondo, con il senno del poi, dobbiamo riconoscere che non fu neanche così male: se non altro non è un comico (come Grillo), è bello ma non piacione (come Berlusconi, che invece è brutto; secondo Nicole Minetti, inoltre, B. ha il culo flaccido: ma questi sono affari loro), non è un battutista (come Salvini e il suo consulente economico, tale Claudio Aquilini Borghi), non è un villano rifatto (sarà meglio che non faccia nomi), e in gioventù ha avuto degli ideali (a differenza di Renzi); essendo nato bene, non è mai stato un ambiziosetto conformista e sudaticcio. E come moglie ha Barbara Palombelli, donna intelligente, laureata in antropologia culturale quando le lauree davano buone garanzie di serietà, la quale viene dal generone romano, perciò non ha mai avuto bisogno di dire o fare puttanate per fini di visibilità nell’arrampicata sociale (unico neo: è stata amica di Marina Ripa di Meana, che però era intelligente e in privato probabilmente non era così indisponente come in pubblico: beh, anche Roberto Calderoli è fatto così, gentiluomo in privato, sbracato in pubblico). L’altro concorrente di Moana Pozzi era Gianfranco Fini, che a quel tempo faceva il moralista, e continuerà per un pezzo su questo registro; al tempo del «Perché, che fai? Mi cacci?», rivolto a Berlusconi, divenne addirittura l’idolo del partito del giornale la Repubblica. Si circondava di gente peggio ancora di lui, a parte Bocchino, un napoletano intelligente, che infatti fu il pigmalione segreto della Carfagna. Ma il resto della storia di Fini è storia nota: come molti moralisti, scivolò proprio sul piano dell’etica così improvvidamente invocata a ogni piè sospinto, ostaggio dei Tulliano’s.
    Anche Moana Pozzi si presentava eticamente irreprensibile ed estranea ai giochini della politica: in pratica, il suo Partito dell’amore, dopo la toccata e fuga dell’Uomo qualunque, nell’immediato dopoguerra, fu il primo partito populista, facente leva sul’antipolitica. Adesso ne abbiamo due: la Lega e il M5S.
    Rimane il dubbio: ma Moana Pozzi sarebbe stato un sindaco migliore della Raggi? Entrambe comunque sono donne, direi che al riguardo non ci sono dubbi: possiamo dunque concludere che, fuor di dubbio, la candidatura di Moana Pozzi fu boldrinescamente irreprensibile; come del resto lo è stata quella di Virginia Raggi. Se Roma avrà ancora un sindaco donna, possiamo sommessamente far voti che dietro di lei non ci sia un guru? È quel che è successo alla Raggi, poi si è scoperto che anche l’Appendino, sindachessa a Torino, aveva un guru alle spalle. La nostra modesta proposta sarebbe quella di avere una sindachessa — se sindachessa ha da essere — non ipotecata da guru di sorta.

    • Perlita non Serra permalink

      L’intelligenza del corpo:

      [Credo che Albertazzi non esprima tutto quel che pensa veramente: lo dice uno che è un grande ammiratore di Albertazzi, soprattutto dell’Albertazzi giovane, quello che in TV interpretò il principe Myskin nell”Idiota’ di Dostoevskij, il grande attore di teatro, l’interprete dell”Anno scorso a Marienbad’ al cinema, colui che leggeva senza enfasi gassmaniana l”Inferno’ di Dante e le ‘Lumie di Sicilia’ di Pirandello.
      Dunque qui Albertazzi mente, alle volte dice anche dei luoghi comuni. Ma li dice bene. Conta anche il modo con cui si dicono le cose.
      Non ho un bel ricordo dell’ultimo, dell’ultimissimo Albertazzi. Ma non ho difficoltà a cancellarlo. Ricordo ancora l’emozione con cui seguivo la sua interpretazione dell’Idiota: avevo quattordici anni, o poco più. Non sarei quel che sono, se non mi fossi appassionato a quell’uomo che inseguiva il sogno impossibile di essere cristiani fino in fondo. Il merito (o il demerito) non era soltanto di Dostoevskij, era anche — in larga parte — di Albertazzi.
      N.d.Ar.]

  78. Di Maio, Di Maio, pecché me dice sti parole amare?

    Ieri alla trasmissione Di martedì il candidato Presidente del Governo (cosiddetto premier) Luigi Di Maio ha affermato: «Stanno arrivando [al Movimento cinque stelle: N.d.A.] tante persone dai settori migliori di questo paese [veramente Di Maio ha detto «dalle parti migliori»: ho corretto perché non s’intendessero le regioni geografiche: già, quali sono le migliori? N.d.A.]. Stanno arrivando le migliori energie imprenditoriali, ricercatori che vogliono mettersi in gioco». Floris obietta a Di Maio quel che va ripetendo Berlusconi: non avete esperienza, non avete “professionalità” (parola di merda, l’abbiamo detto tante volte, una parola che piace agli aziendalisti che amano spacciarsi per professionisti e invece sono servi). Di Maio a questo punto fa alcuni nomi di persone illustri che sarebbero vicine al M5S, con il tono di chi avrebbe da dirne millanta, ma è evidente che bara: qui inoltre casca l’asino, perché tra i – pochi – nomi illustri fa quello del giornalista orrido Gianluigi Paragone, già direttore del quotidiano la Padania, uno che vorrebbe essere il “brutto che piace”; o, più ancora, forse vorrebbe essere il “brutto che avanza”, per analogia al “nuovo che avanza” che piace tanto alle vergini dai candidi manti invasate di mistica casaleggesca. I mistici del M5S in questo si dimostrano apparentati con le mezze calzette oracolari, che fanno finta di essere all’opposizione («fanno scorregge in sacrestia», come diceva il Carducci), ma che in realtà ambiscono di sedersi al tavolo dei grandi: quelli stessi che, ignoranti come capre, squittiscono se sentono parlare di Erasmus (come se veramente un orgasmo di Erasmo, tra l’altro, tutto da dimostrare, fosse garanzia di intelligenza e competenza).
    Su Gianluigi Paragone che fu direttore della Padania, ma che forse adesso invoca (anche lui) il diritto all’oblio non ci sarebbe molto da aggiungere, tanto è eloquente il suo modo di intendere il giornalismo e la politica: occasioni da cavalcare.

    Adesso Paragone fa il giornalista-fustigatore, cosa che potremmo anche digerire, se non fosse che lo fa cercando di piacere il più possibile: un colpo al cerchio e uno alla botte. Come in questo video nel quale dapprima è imitatore di Guccini, poi fa il rapper con pretese moralistiche. Il guaio è che, essendo candidato al Senato ed essendo stato designato da Di Maio a far parte di commissioni tecniche (così è stato proclamato), dovremo ciucciarcelo come “esperto”, magari dotato di “professionalità” (parola di merda).
    Mi sono trovato a votare per il M5S, come ho scritto su Nusquamia, ma turandomi il naso: di questo movimento infatti non sopporto il moralismo populista, l’assenza di razionalità, cioè la liquidità metodologica, ancor meno il misticismo di Casaleggio-padre che, gratta gratta, sembra essere ancora il collante del cerchio magico che non ama apparire, ma c’è.
    Detto questo, non so, forse sarò costretto a votare ancora per il M5S. Ma se esagerano con Paragone e con tutti gli ammennicoli della politica-spettacolo non so proprio se ce la farò a indicare quel loro simbolo sulla scheda elettorale. Ai tempi, avevo pensato che, per punire gli aziendalisti del Pd, avrei potuto votare per quella “cosa” che poi si è chiamata Liberi e Uguali, dove all’inizio sembrava che avessero qualche voce in capitolo uomini come Bersani e D’Alema. Vedo adesso che c’è la Boldrina e che niente di serio è stato fatto per darle una calmata. E quella, se non le dài una calmata subito, si prende tutta la scena. Ecco la Boldrina, asseverativa, “libera” ma poco uguale (è prepotente, vuole comandare lei), e determinatissima:

    • il Ghirlandaio ovvero il Fioraio permalink

      Cose da pazzi!

      Boldrina, Paragone et cetera meditate:

      • L’uomo che coltiva i fiori è il Candide di Voltaire, che si risolse a coltivare il proprio giardino, dopo aver patito molte vicissitudini.
        Strana qui la voce di Foà, bella ma strana: forse era parecchio anziano quando registrò la poesia.
        Mi sembra che i giusti qui nominati abbiano il dono dell’indeterminazione intelligente. Contrariamente a quel che pensano le merdacce aziendaliste, l’indeterminazione non è abulia: una persona intelligente e indeterminata è un saggio; invece uno intelligente e determinato perde il meglio della vita e castra la propria intelligenza; ma la maggior parte delle persone determinate sono poco intelligenti, egoiste e maleducate: usano la determinazione nella speranza di mascherare, senza nemmeno riuscirci più che tanto, le proprie carenze affettive e intellettuali. Merda ai determinati!

  79. Oviedo ama Woody Allen, le femministe non amano Woody Allen

    Woody Allen ama Oviedo, capoluogo delle Asturie, anzi capoluogo del Principato delle Asturie, Oviedo è Patrimonio dell’umanità a norma di Unesco, e Oviedo ha dedicato a Woody Allen una statua. Si veda sulla Repubblica La Spagna secondo Woody Allen.
    Le femministe però non amano Woody Allen: dietro c’è quella’accusa di molestie alla figlia adottiva, Dylan Farrow. Secondo Allen tutto nasce dal rancore covato dalla madre, Mia Farrow, al tempo del divorzio. Afferma il noto attore e regista: «Quando [1992] per la prima volta fui accusato, la Child Sexual Abuse Clinic dello Yale-New Haven Hospital e l’agenzia dello stato di New York per il Child Welfare indagarono per molti mesi e conclusero indipendentemente che non c’era stata molestia. Scoprirono invece una bambina vulnerabile, istruita a raccontare questa storia da una madre arrabbiata durante una separazione contenziosa». Un altro figlio adottivo, Moses, afferma che la madre «ha cercato senza tregua di mettere in testa a Dylan che il padre era un pericoloso predatore sessuale. Sembra che abbia funzionato, purtroppo Dylan crede veramente in quello che afferma».
    Però Dylan Farrow, che adesso ha 32 anni, torna alla carica: «ha toccato le mie labbra e la mia vulva col suo dito».
    Ultimo particolare: Il figlio biologico di Woody e Mia, Ronan Farrow, è l’autore dello scoop del New Yorker sulle molestie sessuali di Harvey Weinstein che ha scoperchiato un’epidemia di casi di abusi nel mondo di Hollywood. Si veda Woody Allen replica a Dylan Farrow: mai molestato, fu Mia a plagiare mia figlia.
    Come che sia, Woody allen si trova più che mai nel trita carne mediatico. Scrive Il Foglio di oggi mercoledì 24 gennaio 2018:

    Nel corso degli anni, il regista aveva celebrato Oviedo e ci aveva ambientato il film “Vicky Cristina Barcelona”. La città gli aveva restituito il favore, conferendogli il più prestigioso premio artistico spagnolo, il Principe delle Asturie. Avevano anche installato una statua in bronzo a grandezza naturale del regista, opera dello scultore spagnolo Vicente Menéndez Santarùa. Un gruppo femminista di spicco vuole ora che la statua venga rimossa e gli ha pure messo al collo un cartello, come facevano le Guardie rosse. In una lettera, l’organizzazione femminista delle Asturie sostiene che la statua di Allen onora «un violentatore e un pervertito». I funzionari di Oviedo stanno cedendo alle minacce e dicono che prenderanno in considerazione la richiesta.

    Sempre Il Foglio ricorda che al tempo delle Guardie rosse in Cina le donne furono obbligate a portare i tacchi bassi e la “treccia alla contadina” mentre i dissidenti furono messi alla gogna con al collo il cartello di “controrivoluzionario”; i vecchi furono costretti a indossare maglie con l’elenco delle loro presunte colpe e le statue di Buddha furono coperte di striscioni contro «l’idolo reazionario». Come la statua di Allen, insomma.
    Si vedano inoltre sul Fatto quotidiano l’articolo Woody Allen: sbatti l’orco in prima pagina e, nella pagina delle notizie della BBC, Woody Allen denies abusing his daughter Dylan Farrow.
    Com’è noto, Catherine Deneuve, figlia genuina della Francia laica, aliena dal fondamentalismo femminista, che è di matrice protestante, ha preso posizione su Le Monde contro la deriva talebanico-femminista di #MeToo. In Italia, paese un tempo felicemente cattolico, Asia Argento è l’eroina (si fa per dire) di questo sgangherato tentativo da parte delle femministe di prendere possesso del Palazzo d’Inverno e di lì dettare boldriniana legge.
    Rivediamoci in onore di Catherine Deneuve il finale dei Parapluies de Cherbourg.

    Lei ritorna a Cherbourg, gli dice di essere sposata, e che alla figlia ha dato il nome di Françoise, proprio come lui, interpretato da Nino Castelnuovo, darà al figlio il nome di François. Françoise, tra l’altro, dovrebbe essere figlia di lui, anzi è sua figlia. Dopo il loro incontro casuale, a distanza di diversi anni, quando ognuno ha la sua vita — lei ha fatto un “buon” matrimonio, si è trasferita a Parigi, mentre lui ha trovato una “brava” ragazza che l’ha aiutato a dimenticare — i due si separano, senza troppi problemi. Questo è il lato libertino del film.
    Modestamente, una mia antica fiamma ha chiamato la figlia Claudia.

    • Woody Allen con il cartello al collo, come al tempo delle Guardie rosse

      I Guardiani della Rivoluzione maoista, quando erano così buoni da non gettare dalle finestre della aule accademiche i vecchi professori universitari e storpiarli, o ucciderli, colpevoli di essere renitenti al nuovo che avanza, appendevano loro un cartello al collo, che recava scritte le loro colpe, e li obbligavano a mostrarsi così dileggiati: si veda l’immagine qui sotto. (Nanni Moretti presenta in Palombella rossa un giovane studente universitario, costretto a un simile trattamento, e spintonato giù dallo scalone di una palazzina del’Università di Roma).
      Un simile trattamento ha subito Woody Allen (per il momento soltanto la sua statua) da parte delle Guardie del politicamente corretto.

  80. I mongoidentitaristi sono degli idioti. Oltre tutto, fanno il gioco della Boldrina

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    Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo pubblicato sul Fatto quotidiano.
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    In breve, esiste una festa tradizionale, la festa del giovedì, o della Giubiana, che in Piemonte prende il nome di Giobia, di Gibiana nella Bassa Brianza e che nel Varesotto si chiama festa della Giöbia. Questa festa, di origine pagana (intitolata in origine al dio Giove: poi da Giove si è passati al giovedì, anzi alla sciura Giubiana), nel mondo contadino ha (o aveva) un significato propiziatorio: si brucia simbolicamente l’anno vecchio e si chiede un anno migliore, in vista del prossimo risvegliarsi dei campi, appena verrà primavera.
    Ma un bel falò, che crea consenso di per sé (come ben sapevano i nazisti con la loro mistica del fuoco; oddio, lo sanno anche i boy scout) da solo non basta; dire che si brucia l’anno vecchio andrà anche bene, ma non è così eccitante come bruciare una strega. E non potendo bruciare una vecchia malefica in carne e ossa, si brucia un fantoccio che la rappresenta. Questo sarebbe il precedente “culturale” della festa della Giubiana: che, a ben vedere, è politicamente scorretto. In generale, sono politicamente scorrette tutte le leggende sulle streghe e le rievocazioni storiche che abbiano per oggetto le streghe.
    Ma ecco che i mongoidentitaristi di Busto Arsizio (“Giovani padani”) al posto del fantoccio della vecchia malefica hanno deciso di bruciare il fantoccio della Boldrina: come se non bastasse, hanno fatto accomodare il fantoccio su un barcone come quello dei profughi e degli immigrati che sbarcano in Italia senza documenti, intorno al collo del fantoccio-Boldrina hanno posto una sciarpa rossa e, accanto, una scritta: «Offerta irripetibile “Boldrinia viaggi”: Viaggio della risorsa, all-inclusive, 35 euro al giorno. Solo andata, destinazione Africa». C’è anche la fotografia del comandante Schettino, e dalla sua bocca esce il fumetto: «Tranquilla presidenta, guido io». Ma questa mania del dileggio mediante cartelli non era una cosa che piace tanto anche alle femministe? Si veda sopra la notizia della statua di Woody Allen con cartello al collo.
    Ebbene, i mongo-ggiovani-identitaristi bustocchi sono degli idioti, due volte idioti.
    • Intanto sono idioti, in quanto identitaristi: considerato in una prospettiva storica, l’identitarismo ha scaturigini, approdi e appigli spregevoli, come abbiamo posto in evidenza più volte nelle pagine di questo diario. Si veda per esempio quanto abbiamo scritto nell’articolo Contro il paradigma dell’identitarismo e la schiavitù del branco; o anche l’articolo semiserio Appunti di astronomia padana.
    • Sono idioti inoltre perché con questa alzata d’ingegno finiscono con il fare il gioco della Boldrina, il cui fanatismo e la cui supponenza vanno puniti con le armi dell’ironia, come ci sforziamo di fare noi su Nusquamia. Se invece si va giù pesante, come già si è fatto una volta quando in occasione di un discorso di Salvini spuntò dal niente una porno-bambola dalle labbra oscenamente tumide e Salvini la paragonò alla Boldrina (accadde a Soncino, nel 2016), o come si fa adesso a Busto Arsizio, la Boldrina non è più quella donna prepotentemente femminista, piena di sé, asseverativa e determinata che conosciamo, ma diventa una vittima. Tanto che perfino noi siamo costretti a prenderne le difese.
    In generale, non solo non ci piacciono i mongoidentitaristi, non ci aggradano nemmeno i roghi di gusto plebeo, come quello del “Povero Piero” che si celebra a Trezzo sull’Adda l’ultimo giorno del carnevale, quando viene abbruciato un fantoccio che si pretende rappresentasse il feudatario (si veda la fotografia qui sotto).

    • La Boldrina cinque anni fa e oggi

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      Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo pubblicato cinque anni fa su Nusquamia, quando la Boldrina era un po’ meno scatenata, ma si capiva che era pericolosamente “determinata” a imporsi.
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      Alla Boldrina piace molto comunicare, comunicare la propria immagine. Di questa sua passioncella, a tratti spendacciona, ci siamo occupati anni fa, a più riprese: abbiamo dato notizia delle spese presunte pazze per l’allestimento del sito della Camera dei Deputati (si veda qui sopra), abbiamo ricordato che «la Boldrina, la quale annunciava un programma di sobrietà, tagli d’indennità ecc. con gran riscontro mediatico e conseguenti indici di visibilità alle stelle, all’atto dell’insediamento ha quadruplicato l’ufficio di comunicazione del Presidente della Camera. Esso non solo è quadruplicato, ma è infarcito di raccomandati e politici trombati»: si veda L’Ufficio stampa della Camera subisce la suggestione dell’Ufficio di comunicazione del presidente della Camera, dalla Boldrini “sobriamente” quadruplicato?.
      La Boldrina, che evidentemente non conosce l’eleganza della ταπείνωσις (conosciuta, ahinoi, dotto la denominazione anglicana di “understatement”), non ha problemi a far aprire il sito della Camera dei deputati con un nesso bene in evidenza alla “home page” del Presidente (in linguaggio boldrinesco: “della Presidente”): si veda la figura qui sotto

      In questa pagina “la Presidente” appare molto istituzionale, le fotografie sono curatissime ed eseguite a regola d’arte. Inoltre, perché nessuno pensi che “la” Presidente (ma, in spagnolo: la Presidenta) sia rimasta con le mani in mano, c’è un nesso che porta a una pagina nella quale sono registrate tutte le Attività svolte dalla Presidente della Camera Boldrini Laura.
      Delizioso il tono istituzionale della Boldrina alla Camera dei Deputati, che ricorda a tratti la non rimpianta Irene Pivetti:

      Ma il meglio di sé la Boldrini ce lo dà nei numerosi interventi informali, ovviamente in favore di telecamera, molti dei quali è possibile vedere su You tube. Stupendi quelli in cui è molto seria, ma con sorrisetti asseverativi: allora a un certo punto cambia il tono di voce, fa così per avvertirci che è in procinto di dire qualcosa che guai a chi non condivide. Dunque la Boldrina esprime quel punto che nelle sue intenzioni così è, e se qualcuno ci vuol ragionare: Basta! Punto! Non m’interessa! Fa una pausa, spera che ci scappi l’applauso e spesso c’è. Qui lei gongola, di volge da una parte e dall’altra con movimenti pelvici di prillamento, soddisfatta in volto. Quindi riprende a parlare.

      Non male infine questo bel servizio, presentato qui sotto, in stile d’intervista a Vanity Fair: è riportato nel sito personale della Boldrina:

      Mi auguro che in questa scassatissima campagna elettorale le diano tutto lo spazio possibile, il massimo. Anche se non so quanto sarà contento quel Massimo che di cognome fa D’Alema.

  81. In margine al caso Bellomo. Ma quando avremo gli uomini-macaco, tutto il business e la mistica della formazione dovranno essere ripensati da capo
    Corsi di formazione e cazzeggio sexy-giuridico

    Il servizio di Porta a porta e, in particolare, l’intervista all’avvocatessa che non cedette ai ricatti sessuali del “formatore” Bellomo si commentano da sé. Esprimiamo tutta la nostra ammirazione per l’avvocatessa — una santa! — che si è comportata diversamente da come si sarebbe comportata Asia Argento, ceteris paribus (per usare un’espressione del linguaggio giuridico: cioè a parità di condizioni). Diciamo questo con buona pace della Borallevi (un tempo intellettuale con la puzza sotto il naso, oggi personaggio televisivo talora sbracato, impegnato nella tematica del gender; ha scritto un libro sul cane che le ha insegnato la felicità) la quale, verso la fine dell’intervista, si appresta a fare uno starnazzamento femminista, quasi a sminuire i meriti dell’avvocatessa.
    Parlando in generale dei corsi di formazione — nobili solo in apparenza, spesso sono soltanto un’impostura, quando addirittura non sono paravento per vere e proprie truffe: le quali del resto, si fanno in nome del bene, mai in nome del male — ecco un punto del programma elettorale di Gori assolutamente condivisibile:

    Però bisognerebbe avvertire Gori che molti suoi colleghi di partito tropo facilmente vanno a braccetto con gl’ideatori di generiche iniziative di “formazione” che, gratta gratta, servono soltanto a chi se ne fa promotore, quasi mai a chi ne è fruitore.
    Condividiamo anche quanto ha affermato recentemente Giorgio Gori:

    Noi potenzieremo la formazione professionale, legandola ai bisogni delle imprese sul territorio. Raddoppieremo gli Istituti Tecnici Superiori. Daremo più spazio all’apprendistato. E diremo basta ai lavori mal pagati mascherati da tirocini, che mortificano i nostri giovani.

    Anche qui, però, non possiamo fare a meno di ricordare a Gori che dovrebbe essere più preciso. È chiaro che lui sta pensando alle pratiche umilianti cui sono stati sottoposti gli studenti della scuola secondaria in nome della “buona scuola” del ministro-sindacalista, la sciura Valeria di Treviglio, buona amica della Boldrina: sia più esplicito, esprima una posizione di ferma condanna e disprezzo per il tentativo di trasformare la scuola in un’azienda, anzi in una simulazione sciacquettistica e sudaticcia di azienda. Basta con la carnevalata del preside-manager! L’ossequio acritico al “nuovo che avanza” è roba da mezze calzette, roba che nemmeno Bouvard e Pécuchet… Le “eccellenze” e gli orgasmi erasmici non si confanno a una scuola seria che deve preparare i cittadini. Tra l’altro, nonostante tutto l’affanno e la buona volontà delle maestrine e degl’improvvisati pedagogisti, una “buona scuola” come quella della sciura Valeria non serve nemmeno alla distopia che hanno in mente tutti insieme allegramente i maneggioni della finanza e il duo Casaleggio & Casalino (quest’ultimo è un prodotto di risulta del Grande Fratello, oggi responsabile — pare — della comunicazione del M5S), nel momento in cui gli umani secondo natura saranno una minoranza mal tollerata. Per il momento gli uomini non sono ancora prodotti per clonazione. Ma in Cina hanno clonato i macachi, domani sarà la volta dell’uomo. E allora bisognerà ripensare a tutto il business e alla mistica dei corsi di formazione. Per fortuna, come scrive Corrado Augias, quando per le strade circoleranno uomini clonati come macachi noi non ci saremo più. Si veda la notizia qui sotto.


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  82. Gioia permalink

    Per la prima volta nel mio diario Facebook condivido lo stesso pensiero con una docente della Sorbonne non riconosco più la mia Roma e a breve neppure il mio paese l Italia…..”Il movimento 5 Stelle presumibilmente vincerà le elezioni e non lo farà per via della tanto decantata onestà. Parliamoci chiaro, se l’onestà fosse un valore diffuso e condiviso per questo paese non avremmo il tasso più alto di lavoro nero d’Europa né il più alto numero di evasori fiscali. I 5 Stelle vinceranno perché hanno sedotto quella parte del paese inetta e rancorosa con l’idea che siamo tutti uguali e che lo studio, l’impegno e il sacrificio nella vita siano in fondo un dato relativo. Perché uno vale uno, come nella Fattoria degli animali di Orwell, in nome di una libertà che è in realtà la peggiore forma di dittatura. Così ci ritroviamo un Di Maio che si sente De Gasperi, pur senza averlo mai sentito neanche nominare De Gasperi, una cloaca di sprovveduti che discute di economia o di politica internazionale senza mai aver aperto un manuale di storia e soprattutto una società di persone che pensano di potersi sedere di fronte a chiunque per discutere di qualsiasi cosa. Le conseguenze sociali del movimento 5 Stelle vanno oltre la barzelletta di avere un premier come Di Maio che coniuga i verbi peggio dello studente che ho bocciato lo scorso anno. Il vero dramma causato dai cinque stelle è che hanno offerto la spalla a qualsiasi persona di sentirsi all’altezza di parlare di ogni cosa. Oltre la medicina, oltre chi ha passato la vita nei laboratori e a studiare, oltre i premi Nobel. È gente che non ha coscienza di cosa sia lo studio e quanto sacrificio ci sia dietro ad una ricerca, dietro ad una professione, che non pensano ai ragazzi che hanno passato la vita sui libri per far progredire questo paese. È la presunzione fine a se stessa. L’onestà di cui il movimento si riempie la bocca continuamente non è un vanto. È il grado zero della civiltà cosa che sarebbe nota perfino a loro se avessero studiato un po’ di latino. Occupare un posto che non si è in grado di occupare, essere pagati per un lavoro che non si è grado di fare quella è la peggiore forma di disonestà civile. E come diceva quel vecchio saggio di Seneca “la vergogna dovrebbe proibire a ognuno di noi di fare ciò che le leggi non proibiscono”.

    Maria Cristina Ferraioli

  83. Non è Asia Argento
    Un tema delicato: ne parla una donna intelligente


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    Claudia Cardinale è una donna intelligente, che ha sposato un uomo intelligente, un “uomo di conseguenza”, come Pasquale Squitieri.
    Squitieri era un uomo di sinistra, aveva girato un film sulla condizione operaia, saliva sulla scaletta dell’aereo che l’avrebbe portato in Urss a ritirare il premio “Mosca”, proprio per quel flm, quando venne arrestato. Finì in prigione, poi fu graziato da Pertini. Andò in prigione per la vecchia storia di un assegno falso che si era lasciato sfuggire in una parentesi della sua vita in cui fu funzionario di banca. Ma era la vendetta di Agnelli, così si diceva. Ma perché Agnelli ce l’aveva con Squitieri? Semplice, il regista napoletano gli aveva chiesto il permesso di girare un film in fabbrica, credo a Mirafiori, avendogli raccontato la frottola che quello era un film d’azione. Invece quel film denunciava le condizioni proibitive nelle quali versavano gli operai nel reparto vernciatura della fabbrica agnina.
    Uscito di prigione, Squitieri si candidò nelle liste del Msi: aveva dei conti da regolare, e qui non mettiamo becco. Per la stessa ragione per cui abbiamo sempre riconosciuto a Montanelli il diritto di vendicarsi di Berlusconi che non ebbe riguardi a presentarsi all’assemblea dei giornalisti e promettere soldi all’azienda, se i giornalisti, che per direttore avevano Montanelli, avessero appoggiato la sua “discesa in campo”. E fu così che Montanelli si vendicò del buzzurro brianzolo, lasciando il Giornale e fondando la Voce.
    Eletto senatore, un giorno Squitieri si avvicinò ad Agnelli, che era “senatore del Regno”, gli domandò la sua versione dei fatti. Agnelli rispose, impassibile e sicuro del fatto suo: «Ma lei è certamente un uomo di mondo…». Questo riferì Squitieri al giornalista Gigi Moncalvo.
    Tornando alla moglie intelligente dell’intelligente Squitieri, a colei che ultimamente non si peritò di esprimere a Bianca Berlinguer il suo dissenso da Asia Argento, per i modi e i tempi della sua denuncia riguardo al noto episodio di fellatio a Weinstein, ci piace ricordarla in un film di Visconti, Vaghe stelle dell’Orsa, dove la Cardinale è bella e tenebrosa nella parte di Sandra, in una storia di viscontea turbolenza morale ambientata a Volterra, una città bellissima che potrebbe franare da un momento all’altro, decadente come spesso sono decadenti i personaggi di Visconti. Era decadente perfino il principe di Salina (nel film Il Gattopardo, dove Claudia Cardinale interpretava Angelica). Si, facendo sposare il nipote Tancredi con Angelica, figlia di don Calogero Sedara, un villano rifatto, contadinamente furbo, con il quale il Principe è costretto a imparentarsi), il GAttopardo s’illudeva che tutto cambiasse perché niente in realtà cambiasse. Ma lo sapeva benissimo: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra». Come quando oggi c’è qualcuno che pensa che il Bibliomostro curnense sia un’operazione culturale.

    Vidi questo film ch’entravo nella “linea d’ombra”, per usare l’espressione di Conrad, quando si esce dall’adolescenza e si entra nell’età adulta, e niente sarà più come prima; lo vidi in quella sala cinematografica di Cagliari — si chiamava Nuovocine — della quale ho parlato in un precedente articolo (Le tourbillon). Ne fui affascinato e sconvolto. Ma il ricordo è bellissimo, e grande oggi è il rimpianto di non trovare più niente che mi affascini e sconvolga.

  84. Bianca permalink

    Boschi: “Amo Bolzano. Ci vado in vacanza ”

    Io invece amo New York. Chissà se basta per candidarmi a Sindaco!
    Vorrei sapere e conoscere chi consiglia la Boschi sulla comunicazione pubblica.

    • Per Maria Elena Boschi

      Sì, lo so, ecco la notizia:

      Certo, Maria Elena Boschi è una furbetta. Ma, tanto per cominciare, la sua furbizia non è lo spregevole astus punicus, deprecato dai Romani, nemmeno la stomachevole astuzia contadina, della quale si fa vanto una rappresentanza, nemmeno tanto esigua, dello sgarruppato paese di Curno, che pretende di essere bello da vivere, forse anche per via del pollo fritto che vi si ammannisce. E poi la Boschi è bellissima, ed è educata. È un rimprovero vivente per tante donne violente, scostumatamente determinate.
      Perciò mi sento di difendere a oltranza MAria Elena Boschi, pur vedendone chiaramente i limiti politici: perché lei rappresenta una scelta di civiltà, che trascende la scaramuccia politica. Difendo la Boschi con lo stesso ardore con cui Renato Amoroso, il ragazzino del film Malèna, difende l’immagine e la memoria della sua sacra icona. E se qualcuno al bar parla male di Malena e poi ordina da bere, Renato sputa nella bevanda, come vediamo nello spezzone qui sotto.

      In questo inferno di bruttura e di volgarità Malena e la Boschi emergono fulgidamente come due figure di sante.

  85. Angelo Gandolfi permalink

    Cito Ar.: ” in questo inferno di bruttura e volgarità ”

    Vedi:

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    • Se son rose, fioriranno

      Ci fu un tempo in cui ero molto severo, diciamo pure moralista: non che fossi bacchettone come la Boldrina (per carità!), o politicamente corretto (a quel tempo tale sifilide dell’intelligenza ancora non si era diffusa) ma nel senso che ero ideologicamente intransigente, un po’ à la Saint-Just. E non è una cosa buona, né potrei accampare l’attenuante della giovinezza: si ha il dovere di essere equilibrati e razionali, a tutte le età. (Comunque, meglio il terrore rivoluzionario del conformismo aziendalistico e politicamente corretto dei “ggiovani” del Pd.) Dico questo perché, se avessi visto il sito citato nell’articolo qui sopra (vedi la pagina Twitter Dante nei cinguettii di Twitter), mi sarei incazzato: come m’incazzai, e non poco, quando vidi Delitto e castigo di Dostoevskij posto in vendita in uno di quegli espositori girevoli, in un bar-tabaccheria, accanto a un altro espositore che invogliava all’acquisto dello sciampoo Lauron (una crema schifosetta che si spremeva da un tubetto monodose). Orrore! Così pensavo.
      Ma i tempi sono cambiati, e in peggio. Oggi ci sono agrimensori che pretendono di dare direttive culturali, oggi come Ministro della Pubblica istruzione abbiamo la sciura Valeria di Treviglio, ex sindacalista. Perciò scrivevo in un commento precedente, in linea del tutto generale, e senza alcun riferimento agli agrimensori e alla sciura Valeria, che «in questo inferno di bruttura e di volgarità Malena e la Boschi emergono fulgidamente come due figure di sante». Insomma, sono diventato tollerante e dico: attenzione, Dante è una “cosa” seria, nel senso che non è una “cosa”, e non è roba per modaioli; così come è, o dovrebbe essere una cosa seria, il rito della celebrazione della Messa cattolica, anche se poi la comunità gaia di San Francisco va in visibilio per le cerimonie cattoliche, che loro trovano sgargianti, e consone al loro modo di vedere le cose, al confronto dell’austerità protestante. Però dico anche: la moda di Dante, potrebbe far scaturire la scintilla e dalla scintilla potrebbe nascere il fuoco dell’intelligenza (in senso lato, quello che brucia la paglia della stupidità).
      Dico anche che Dante meriterebbe di essere letto seriamente e che lo stesso Inferno — e non solo il Paradiso — richiede cultura e finezza d’ingegno. Peraltro è vero che la cultura e la finezza d’ingegno possono cristallizzarsi intorno a una lettura casuale e “indeterminata” di Dante. Perciò ben venga questa moda di Dante, se il caso toccherà qualche anima che non sapeva di essere nobile in potenza, e che diventerà nobile in atto, dopo la casuale e indeterminata lettura (con buona pace della determinazione tanto cara alla dott.ssa Serra).
      Ecco un esempio dell’impegno — lo traggo da una precedente pagina di Nusquamia — che richiederebbe la lettura di Dante, superabile peraltro con lo studio e l’intelligenza:

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      Questo spezzone è tratto dalla Doppia vita di Veronica, meraviglioso film di Kieślowski; in particolare, qui Veronica canta l’incipit del secondo canto del Paradiso di Dante:

      O voi che siete, in piccioletta barca,
      desiderosi d’ascoltar, seguìti
      dietro al mio legno che cantando varca,

      tornate a riveder li vostri liti:
      non vi mettete in pelago, ché, forse,
      perdendo me, rimarreste smarriti.

      L’acqua ch’io prendo già mai non si corse:
      Minerva spira e conducemi Apollo,
      e nove Muse mi dimostran l’Orse.

      (Con queste parole Dante ammonisce i lettori perché non lo seguano a cuor leggero nel viaggio che intraprende. Se non sono ben provveduti degli strumenti della filosofia e della teologia, meglio farebbero a tornare alle consuete spiagge.
      Ai vv. 1-2, “siete” va unito a “seguìti”: O voi che siete… seguìti dietro al mio legno. Cioè, O voi che siete venuti dietro alla mia imbarcazione.)
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      • Anja permalink

        Poca favilla gran fiamma seconda.

        • Oddio, sempre che si abbia innesco della scintilla. Il Feltri imitato da Crozza afferma di avere per casa due nipoti, praticamente due mongopitechi, che studiano Scienze della comunicazione. Dà anche per scontata l’impossibilità di tale innesco nei due mongopitechi. Ecco comunque alcuni ragguagli sulla facoltà di Scienze cosiddette della Comunicazione fornite da un’adepta.

          Inutile dire che una laurea siffatta si completa ottimamente con un’esperienza Erasmus, con la prospettiva di diventare consigliere comunale a Curno, paese notoriamente bello da vivere, ultimamente bellissimo da quando è possibile gustarvi il pollo fritto KFC, quello della ricetta segreta del colonnello Sanders. Dove? In quell’angolo di paradiso costituito dall’ex parcheggio Zebra, dove la Lega nord e il Pd, viribus unitis, negavano che potesse sorgere il complesso edilizio progettato dall’arch. Bodega. Si diceva che quello fosse un “ecomostro”, che avrebbe rovinato la grande bellezza di Curno. Adesso finalmente sappiamo quale sia, in pratica, questa grande bellezza: non si serve più il popolo, come voleva il grande timoniere e, in terra insubre, come ammoniva Aldo Brandirali. No, a Curno, in terra orobica, passando per l’appecoramento a Vera Baboun del cattofemminismo e le slàid dell’aziendalismo, si serve il pollo.

  86. Tommaso permalink

    Mongopitechi e nota di terza effe

    Vedi:
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    • Analfabetismo strutturale e struttura morale

      Grazie per la segnalazione. Ho letto l’articolo di Càndito, antica gloria giornalistica della Stampa, traendo la magra soddisfazione di trovare conferma di un dato di fatto che conosciamo da sempre, l’analfabetismo strutturale degli italiani, che è un analfabetismo di massa: oggi, fondamentalmente, a differenza che nel dopoguerra, un analfabetismo di ritorno. Quello del dopoguerra, invece, era un analfabetismo nativo, al quale posero rimedio lodevoli iniziative locali (scuole serali, per esempio), serie ed efficaci, senza strombazzamento politicante e sindachesse fasciate e tricolorate che ne traessero occasione di visibilità mediatica; grande fu parimenti il merito della televisione italiana, quella di Bernabei, democristiano intelligente e sollecito del bene del popolo, sincero e devoto paladino della cultura. Ecco qui sotto una rievocazione del ciclo di trasmissioni “non è mai troppo tardi”, tenute dal maestro Manzi, che non è parente di quello di Curno, paese bello da vivere, attualmente bellissimo perché vi serve il pollo.

      L’articolo di Càndito presenta la situazione qual è, ci parla dell’analfabetismo strutturale. Ma non dice quale ne sia la causa. So bene che la ricerca delle cause richiede intelligenza, che più correttamente bisognerebbe parlare di concause e che tale ricerca postula, oltre che una conoscenza delle circostanze, una capacità di ragionamento logico. Di questo scrisse John Sturat Mill, il più importante filosofo di lingua inglese dell’Ottocento (gli altri filosofi parlavano tedesco e scrivevano ancora in latino: vedi la tesi di laurea di Hegel, De orbitis planetarum). Ciò premesso, non mi sembra azzardato mettere in luce una causa (o concausa, più precisamente) dell’analfabetismo strutturale, solo in apparenza remota: l’assenza di una struttura morale negli italiani in genere, e nella classe dirigente in particolare.
      Ciò che rende disperata la situazione dell’Italia, oggi, ciò che ci fa parlare di decadenza, più ancora che la fiacchezza del popolo (testimoniata, più che contrastata, dalle smargiassate di Salvini e dall’improntitudine culturale dei M5S) è l’evanescenza dell’élite (da non confondere con le “eccellenze”, come piace dire alle maestrine e alle mezze calzette aziendalistiche che fanno affidamento sull’Erasmus/Orgasmus).
      Ricordo che “struttura morale” era un’espressione cara a Pasquale Squitieri, che abbiamo ricordato recentemente, marito intelligente di Claudia Cardinale, che fu attrice stupenda ed è donna intelligente: a differenza della Boldrina, non si presta a dare avallo alle mattane di Asia Argento, come ha dichiarato ultimamente a Bianca Berlinguer la quale, nell’ascoltare questa presa di distanze, si mostrò dispiaciuta. Squitieri affermava che il mondo arabo, pur con tutti i sommovimenti e nonostante le derive terroristiche, ha una struttura morale, noi in Occidente e in particolare in Italia non l’abbiamo proprio. Qualcosa del genere scriveva Massimo Fini qualche decennio fa: inviato in Persia (mi piace chiamarla così, invece di Iran; ricordiamo anche che i persiani non sono arabi) aveva visto cose terribili, che non approvava, il fanatismo religioso, i bambini con il mitra in mano. Quando mise piede a Milano, vide che tutti parlavano in quei giorni del Festival di San Remo. Massimo Fini trasse la sua conclusione: lì c’è l’uomo, qui c’è la merda.

      Già, nel paese bello da vivere, ora bellissimo, si moltiplicano le associazioni, che dovrebbero essere testimonianza di vitalità “democratica” (ma non ci credono neanche loro che lo dicono) e pensano che il Bibliomostro sia un’operazione culturale. Aveva ragione Massimo Fini.

    • Indifferenza riguardo al razzismo: da Curno a Macerata e da Macerata a Curno

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      Per leggere l’articolo pubblicato sull’Avvenire, fare clic sull’immagine.
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      L’articolo segnalatoci dalla lettrice comincia ottimamente, con l’affermazione “L’indifferenza è peggio della violenza” che, ovviamente, va contestualizzata (in realtà tutte le affermazioni vanno contestualizzate, ma vallo a spiegare ai cazzeggiatori giuridici, ai copropapirologi e ai professionisti del copia&incolla).
      Non fo per dire, ma noi resistenti di Nusquamia, che già fummo resistenti su Testitrahus, abbiamo da sempre condannato l’indifferenza (etica, perché è di questo che si parla). Sarà sufficiente ricordare i due articoli:
      La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male (di banalità del male si parla anche nell’articolo qui sopra evocato)
      Finalmente si sono svegliati

      Il primo articolo condannava l’“astuzia” dei similprogressisti di mettere la mordacchia a Gandolfi, per tenersi buono il Pedretti con il quale, dopo più di un tentativo fallito, sarebbero riusciti a rovesciarne l’amministrazione. Ma questa astuzia comportava un’indifferenza etica che non ci meravigliò più che tanto (purtroppo: siamo a Curno, e se i giornali amici non ne parlano, è come se non fosse successo niente), ma che non per questo era meno esecrabile.
      Il secondo articolo esprime compiacimento per la resipiscenza dei similprogressisti curnensi i quali per più di un anno, a proposito della cosiddetta “nuova” moschea avevano preferito mantenere un atteggiamento che avevano l’impudenza di chiamare “sobrio”, limitandosi a parlare a nuora perché suocera intendesse. In questo caso la nuora sono i giornali, ai quali la dott.ssa Serra rilasciava dichiarazioni attestanti il suo progressismo generico e politicamente corretto, mentre la suocera erano gli ambienti cattoprogressisti e, in generale, quelli della Bergamo similprogressista che conta.
      In effetti l’ostinazione con cui la dott.ssa Serra non volle affrontare il problema del razzismo strisciante a Curno, opportunamente miscelato con il timore sacro evocato dai gazebo sortili (da Alessandro Sorte, il deus ex machina della Nuova destra organizzata curnense) nei confronti dei maomettani, come si diceva un tempo, era coerente con l’atteggiamento che l’aveva indotta a zittire Gandolfi nel 2011 e a ignorare la deposizione in Consiglio da parte di Gandolfi nel 2009 (la giornalista presente in aula si adeguò bucando la notizia: eppure era venuta apposta per scriverci un articolo). Negli anni 2016-17 i similprogressisti furono dunque indifferenti all’intolleranza evocata e sollecitata dalla destra esattamente come lo furono nel 2009, al tempo dell’ispezione in modalità di provocazione alla cosiddetta moschea di Curno. Non c’era pericolo nel 2009, e non c’era pericolo nel 2016-17: questa era la linea alla quale si attennero pervicacemente i similprogressisti curnensi fino praticamente a un mese prima delle elezioni amministrative, finché si decisero a stampare un manifesto che, sotto la scritta ridicola “Per un paese in cui sia bello vivere” riportava a caratteri di scatola la seguente affermazione:
      Vivere Curno non vuole la moschea: chiaro?
      Cioè fecero tardi, e male, quello che avrebbero dovuto fare da principio, e bene: rivolgersi alla popolazione e tranquillizzarla. Invece si preferì rilasciare interviste ai giornali. Per parlare a suocera, appunto. Il pericolo della semina dei germi del male, della quale abbiamo tante volte parlato su Nusquamia, quando non ci peritavamo di definire i fascioleghisti “spacciatori di odio e paura”, era alle porte: ma si preferì essere indifferenti, non chiamare le cose con il proprio nome, perché era più importante sembrare politicamente corretti negli ambienti cattoprogressisti della Bergamo bene, piuttosto che essere progressisti per davvero, almeno un po’.
      Così poco ci mancò che i similprogressisti consegnassero il paese alla destra, la quale infatti fu sul punto di vincere le elezioni amministrative del 2017. E le avrebbe vinte: a) se avessero trovato un candidato sindaco, possibilmente un “papa straniero”, alternativo al Locatelli; b) se Gandolfi avesse prestato ascolto alle sirene che gli chiedevano di dare un avallo alla strategia di Alessandro Sorte, che con intento cannibalizzatore fece propri i temi di una Lega allo sbando: il primo gazebo che chiedeva il referendum perché a Curno non si erigesse la nuova fantasmagorica Megamoschea fu precisamente targato Forza Italia; c) se non si fosse materializzata all’ultimo momento la candidatura della Carrara, che portò acqua nelle orecchie per il mulino del progetto serrano-crurale.

      Dicevamo dell’articolo sull’Avvenire. Ebbene, dopo aver cominciato bene, prosegue male, anzi malissimo, perché evoca il fantasma dell’empatia. Una parolina ambigua, oggi come oggi: ne parlano in tanti, in troppi, e ognuno le dà un significato diverso. Un po’ come l’efficienza/efficacia che in ambito aziendalistico è una specie di traduzione mistica di quel che gl’ingegneri chiamerebbero “rendimento” (in termodinamica si studia che, nel ciclo di Carnot il rendimento η (‘eta’) è dato da η = (T1 – T2)/T2. Con improntitudine cazzeggiante ti spiegano inoltre la differenza tra efficacia ed efficienza, però uno dice una cosa, un altro dice il contrario. Bisogna compatirli: loro che non hanno cultura pretendono che le panzane che si raccontano nei loro corsi d’impostura, che chiamano di formazione, abbiano dignità culturale; perciò, per darsi un tono, vanno alla ricerca di paroline nuove, o storpiano le vecchie: come quando attribuiscono agli impiegati-schiavi la “professionalità”, che è propria di chi professa un’arte liberale (dal lat. profiteor), o come quando affermano che la “sinergia” è quella cosa per cui 2 + 2 non fa più 4, ma 5; o anche, per rimanere in ambito curnense, come quando vanno in brodo di giuggiole se appena possono valersi di un’“impresa sociale” del loro giro “buono”, un’impresa che si chiama Energheia, visto che disprezzano la parola italiana energia (deriva dal tardo latino energia, il vocabolo è registrato nel lessico del Du Cange). Ma allora dovrebbero pronunciare Enérgheia (dal gr. ἐνέργεια, passato in latino come energīa, appunto, ma con l’accento sulla “i”), e non Energhèia. Così la loro fichitudine aziendalista va a farsi benedire. Ma fichitudine de che?
      Ecco un esempio d’impiego della parola “empatia” in ambito aziendalistico, dove “empatia” significa mettersi nei panni dell’altro per capirne le propensioni al consumo e, in generale, i punti deboli; e così fregarlo. Quella che vediamo qui sotto è una mongo-slàid per un corso di formazione indirizzato ai mongomanager.

      P.S. – A proposito della propensione alla bestialità identitaria, della quale sono facile preda i minus habentes, mi corre l’obbligo rilevare che ultimamente mi sono recato più volte a Curno, ma ancora nessuno ha mosso un dito per dare inizio alla lapidazione proclamata dalla fatwa del gatto padano: «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade».

  87. Trasformismo di bronzo permalink

    VULVA MEA VULVA, MEA MAXIMA VULVA

    Adagio satirico benevolmente dedicato alle veterofemministe, possibilmente determinate fino ai denti, meglio ancora se cattoprogressiste votate alle differenze conviviali.

    [L’importante è che lei non dedichi questo adagio alla Boldrina: come dicevano gli antichi, sacer esto!, ed è una forma di maledizione, più precisamente la condanna alla cosiddetta “sacertà”: insomma, con la Boldrina non si scherza. Oltre tutto, credo che la Boldrina non sia cattoprogressista, e questo sarebbe l’unico merito che le riconosco. Tengo a precisare che non ce l’ho contro il progressismo, quello vero, senza aggettivi, di matrice illuministica. Non ce l’ho nemmeno contro il cattolicesimo. Ma ce l’ho contro il cattoprogressismo nel quale rilevo una forte propensione all’ipocrisia e all’intrigo. N.d.Ar.]

  88. ALGIDO permalink

    Buongiorno,
    tutto bene? la navicella di Nusquamia è in bacino di carenaggio?
    Il suo post è dello scorso ottobre, molti gli interventi, ma mi domandavo se stesse preparando qualcosa o Curno stesse uscendo dai suoi radar

    I miei più servili rispetti

    • Eh, sono stato impegnato questi giorni. Diciamo dunque che la navicella ha gettato l’ancora e che per qualche tempo non ha solcato il pelago della politichetta.
      Eppure non mancherebbero gli argomenti: per esempio, il discorsetto dell’α-sindachessa (quella emerita) che associa l’antifascismo alla questione del cosiddetto gender e che evoca il tintinnio di manette sia per chi faccia apologia di fascismo (peraltro già sanzionata dall’art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645) sia per chi, come me, pur alieno da qualsiasi violenza e coltivando da sempre un’idea petrarchesca della donna, tuttavia non è “femministo” per naturale propensione all’anticonformismo. Miriam Mafai, che fu esponente di punta della Resistenza romana e compagna di Giancarlo Pajetta, sarebbe d’accordo con me: lei non sentiva il bisogno di appecorarsi nel femminismo.
      Un altro tema che meriterebbe di essere commentato è il ruolo di Bepi curnense, detto Pepito el memorioso, in quanto memoria storica (purché a pari merito con il gatto padano, come già ebbi modo di scrivere). L’intervista della “memoria storica (boh)a BergamoPost meriterebbe di essere chiosata da dieci domande, più o meno come quelle formulate da Giuseppe D’Avanzo sulla Repubblica, e indirizzate a Berlusconi: si veda Incoerenze di un caso politico: dieci domande a Berlusconi.
      Tra i personaggi emergenti, che sembrava dovessero emergere con l’esuberanza di un tappo di champagne e che adesso si limitano a galleggiare ci sarebbe il MarcoBattaglia, che ancora non ha trasformato Curno in un paese europeo, anche perché con questa storia del servire il pollo somiglierà sempre più a un desolato paese americano.
      Ho perso le tracce di Andrea Saccogna-Gamba, credo che abbia avuto incarichi nel partito, ma devo approfondire. Però se non si sbriga finisce che la sdraio allo stabilimento L’ultima spiaggia di Capalbio, quella che è ancora la sdraio di Chicco Testa, se la becca qualcun altro. E pensare che la dott.ssa Gamba ha accettato il ruolo di β-sindachessa pensando proprio a lui, ad Andrea Saccogna-Gamba, voglio dire.
      Dovrei fare indagini anche sui movimenti dell’α-sindachessa: non riesco a farmi persuaso (come dice Montalbano) che una come lei si rassegni a fare la nonna che accompagna i nipoti a mangiare il pollo fritto del colonnello Sanders.
      Che dire poi di Max Conti? Sempre cattoprogressista e con volontà di fichitudine? Non potrebbe farsi intervistare da Cesare Zapperi. Sarebbe un bel colpo, non dimentichiamo che Cesare Zapperi intervistò Bertinotti che apriva a Comunione e Liberazione. A Comunione e Liberazione furono molto contenti di quell’intervista.

  89. ALGIDO permalink

    Chi è MarcoBeretta?

    [Avevo scritto MarcoBeretta, per errore di metonimia: con la pistola Beretta si va alla battaglia. Dovendo dunque scrivere Battaglia, ho scritto Beretta. Ho provveduto a correggere il contributo precedente, dove si parla, appunto, di MarcoBattaglia, il gran comunicatore che il mondo c’invidia, anzi vi invidia. Secondo me ha anche sbagliato partito: più che con il Pd, che va incontro alla disfatta (ma io spero che non sia una disfatta totale), starebbe bene con i M5S, nel cerchio dei rampanti. La Confindustria, tanto per fare un nome a caso, ha bisogno dei grillini, perché tutto cambi senza che niente cambi. N.d.Ar.]

  90. ALGIDO permalink

    Capito. Vuole lasciare campo libero al Gatto.
    [Non credo che la cosa vada vista in questi termini. Però, secondo lei, forse che Curno si merita qualcosa di meglio del gatto? Sarebbe come gettare perle ai porci. In ogni caso, la prego di non mettermi sullo steso piano del gatto: lui fa di tutto perché si sappia che io sono un suo avversario, perché così salirebbe di una spanna nella considerazione dei paesani, ma io non lo ritengo degno di potersi dire un mio avversario. Pere con le pere, mele con le mele. N.d.A.]

    Ma ci sta. Alla fin fine curno non è l’ombelico del mondo.
    [Condivido quest’affermazione. E aggiungo che non solo Curno non è per niente un paese bello da vivere, ma che è un paese brutto. È quel che non mi stancavo di dire al tempo della polemica pretestuosa, antigandulfiana e chissà che cos’altro, sull’Ecomostro: così un manipolo di agrimensori, preda di un delirio di potenza, aveva giudicato, dall’alto della propria sapienza e sensibilità estetica, il progetto dell’arch. Bodega. E dicevo che Curno non è mica Greve in Chianti, e che quell’area che si voleva preservare dalla costruzione dell’Ecomostro era perfino disdegnata dai cani, che non ritenevano valesse la pena sprecare l’urina per la marcatura rituale del territorio (Ah, i cani! Queste gioie! Odiamo pure gli uomini, ma i cani dobbiamo amarli. Così vuole la Curno animalista a oltranza). Adesso in quel piazzale si mangerà il pollo fritto secondo la ricetta segreta del colonnello Sanders: i curnensi sono felici e contenti, beati loro. N.d.Ar.]

    Gandolfi si è ritirato, i suoi avversari sono sullo sfondo.
    Chi resta? [MarcoBattaglia, per fortuna. N.d.Ar.]
    Cosa resta? [La grande bruttura, come sempre. E il patto di amicizia stretto dal Comune di Curno con la comunità gaia d’OltreCurno, con l’adesione alla rete Ready, senza che a Curno fosse emersa veruna questione sodomitica: ma così, tanto per gradire. N.d.Ar.]

    Alla prosssima

  91. Il gatto padano per progredire nella considerazione dei paesani (quale? quanta?) sbruffoneggia in latino

    Il gatto padano — si sa — è uno, nessuno e centomila, ma non nel senso liberatorio che intendeva Pirandello. No, nel senso che è vittima della pulsione proteiforme (l’aggettivo deriva da Proteo, le proteine non c’entrano) del suo personaggio. Tanto per fare qualche esempio, è agrimensore, ma vorrebbe passare per architetto. Si è affacciato con mille pseudonimi ai diari reziali, curnensi e non: Straliccio, Pippo, Pluto, Orbo & sordo, Cliofeci ecc., ma il diario che finalmente si è deciso a varare, e che ha sperato di vendere a Bombassei (che però ha i baffetti del furbacchione, non gli ha dato ascolto) è firmato dall’icona del gattoleone, tutto qui. È un formidabile copropapirologo (“formidabile”, cioè temibile, e non meraviglioso, come intendeva Capanna in quel suo libro sugli anni “formidabili” che seguirono il ’68), ma pretende che il suo annusamento di cacate carte sia un’operazione culturale. Infine, è mongoidentitario e mena vanto di un’auspicata abitudine filetica (cioè, tribale) alla lapidazione dei sardAgnoli (l’ha detto lui, mica me lo sono inventato: «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade»), ma ricorre al latino, lingua universale che non tollera mongoidentitarismi, in un disperato tentativo di salire una spanna nella considerazione dei paesani. Come fanno gli esoterici, quando invocano i loro dèi falsi e bugiardi — o addirittura Satana — e per fare impressione sugli accoliti, donnette d’entrambi i sessi, biascicano formulette saccheggiate dal rituale di Santa Romana Chiesa: si veda in proposito il film di Polanski La nona porta.
    Dunque che cosa ci combina adesso il gatto? Prende dalla rete, a caso, un manuale di scombiccherate “lezioni sacre”, scritte più di due secoli fa da un gesuita che ha lo stesso nome di un Presidente di Cassazione emerito dei nostri tempi, lo scandisce (si dice “scandire” e non scannerizzare”: cazzo!) e pubblica, senza nemmeno rileggerlo. Ma, per quanto riguarda il latino, anche se l’avesse riletto, il risultato sarebbe il medesimo, perché il gatto ignora il latino. Al massimo l’avrà studiato alle scuole medie, quando lo studio del latino era obbligatorio, e sull’argomento ci fu uno scontro durissimo tra il grande latinista, oltre che comunista e parte attiva nella Resistenza (nel senso che non era un resistente della seconda ora), Concetto Marchesi e Palmiro Togliatti, che aveva frequentato il liceo Asuni a Sassari, e conosceva benissimo il latino, ma ritenne opportuno sacrificarlo.
    Vero è che il pezzo, pubblicato nel numero 623 del diario felino, è firmato dal gatto padano (come si evince dal simbolo del gattoleone, in fondo all’articolo) insieme con un collega che i presenta in forma di spirale: sarebbe quella che t’ipnotizza (boh). Ma il direttore responsabile è sempre lui: dunque il gatto, che voleva fare lo sbruffone, e cumulare onori paesani, abbia la compiacenza di sobbarcarsi dell’onere di un’ennesima brutta figura.
    I brano con citazioni latine presentato, senza capo né coda, è tratto dalle Lezioni sacre sopra la Divina scrittura del padre Ferdinando Zucconi S.J. (la sigla vuol dire Servus Jesu, cioè gesuita), in particolar dalla Lezione LXIII che porta i seguente ampolloso titoletto: «Enfasi ammirabili, e documenti singolari di questa interrogazione divina: “Ubi es?”». Insomma, si parla di Adamo che dopo aver commesso il peccato su istigazione di Eva (ah, le donne!) si nasconde alla vista di Dio. E Dio, come se non fosse onnisciente si meraviglia del fatto che Adamo si nasconda, e lo cerca. E gli domanda «Ubi es?», cioè “Dove sei?” (che bisogno c’era di scriverlo in latino, visto che la lezione è in italiano e che qui il latino non ha alcuna valenza di significato particolare, o intraducibile?). Dio domanda “Dove sei?” senza però fare ‘Toc! toc!’: non c’erano usci ai quali potesse battere con le nocche delle dita. Questo padre gesuita dice cose di una stupidità bestiale, eppure i gesuiti sono solitamente intelligenti, fin troppo. Ben diversamente, e con acume impareggiabile sanno parlare delle Scritture i Giudei, spremendone quel che gli fa comodo (così scriveva a un dipresso Voltaire); per esempio Moni Ovadia sostiene che il sacrificio di Isacco non va inteso come è scritto, ma che Abramo invece… Tutte balle, ovviamente. Però proprio oggi sentivo al terzo programma Stefano Levi della Torre parlare della Torah, ed era tutta un’altra musica: perché Stefano Levi (allora si chiamava così, il “della Torre” è venuto dopo) fu ad Architettura, Politecnico di Milano, un leader del ’68, quello borghese e intelligente, che niente ebbe a che fare con il sottoproletario Settantasette: adesso è professore universitario, pittore, saggista. Parlava rabbinicamente, ed era un piacere ascoltarlo. Altro che le baggianate della convivialità delle differenze.
    Non solo il gesuita in questione, padre Zucconi, dice scioccamente, ma il gatto padano aggiunge alla noia e alla stupidità di quelle vuote parole i suoi strafalcioni latini. Si legge per esempio nella trascrizione del gatto: «Quo te deduxerunt peccata tua, ut fugias Deum tuum rnumy quem antea qarebas?» che va corretto così: «Quo te deduxerunt peccata tua, ut fugias Deum tuum, quem antea quaerebas?» (cioè: “Dove ti han portato i tuoi peccati, perché tu fugga il tuo Dio, quel Dio che prima tu cercavi?”). O anche «Iste timor culpam fatetur; latebra ista pravaricatienem tefstatur» che doveva leggersi «Iste timor culpam fatetur; latebra ista praevaricationem testatur» (cioè, “Questo tuo timore dichiara la tua colpa, questo tuo nasconderti testimonia la tua trasgressione”).
    Ma anche con l’italiano il gatto non scherza (vabbè, non è forse lui l’inventore del neologismo “piste pedociclabili”?). A un certo punto leggiamo «Dicono i Crematici», perché così aveva interpretato il suo sistema di scansione (scansione, e non scannerizzazione: cazzo!), ma in realtà doveva scrivere «Dicono i Gram[m]atici»: almeno qui poteva arrivare da solo.
    In generale, nella trascrizione del gatto buona parte delle “s” all’inzio di parola, o nel mezzo della parola, sono scambiate per “f”: proprio come avviene nei testi latini scanditi dagli esoterici, loro che pensano con il latino di dare una copertura mistica ai loro spudorati peccati carnali. Il fatto è che un tempo nei manoscritti la “s” si scriveva in maniera assai simile alla “f”, come si vede in questo codice del trattato di Architettura scritto da Leon Battita Alberti (l’architetto, per intenderci, di Santa Maria Novella, del Tempio malatestiano ecc.):

    La parola sottolineata (‘fiscellas’) contiene una “f” e due “s”: la prima “s”, all’interno della parola, è simile a una “f”, niente di più facile dunque che lo scanner s’inganni. La “s” finale invece è scritta come usiamo fare noi moderni.

    Quest’abitudine di scrivere la “s” in due modi si è conservata nei testi a stampa, dagl’incunaboli a tutto il Settecento, talora anche nell’Ottocento. Avviene che il testo a stampa antico sia scandito da noi moderni. Benissimo, ma poi, com’è noto, bisognerà correggere il testo. Ebbene, riguardo alla lettera “s”, ovviamente, anche lo scanner del gatto si è ingannato, ma il gatto — che è un agrimensore, e non è una colpa, purché non debordi nella sua ansia di fichitudine — non ha identificato gli errori e il testo da lui trascritto appare proprio come nelle baggianate degli esoterici.
    Come esempio di notazione della “s” nelle due modalità che si sono dette anche nei testi a stampa, qui sotto vediamo una pagina tratta da un’edizione (1750) dell’Utopia di Tommaso Moro:

    Le parole sottolineate si leggono “occursu” (aliorum occursu fluminum >> “per l’apporto di altri fiumi”), “ipsam” (ante urbem ipsam >> “davanti alla stessa città”), “passus” (quingentos in latum passus extenditur >> “si estende per una larghezza di cinquecento passi”: si tratta dell’estuario del fiume che lambisce Amauroto, la capitale di Utopia) ecc.
    Come esercizio per i più bravi faccio presente che nell’ultimo periodo ci sarebbe un errore di latino nel quale Tommaso Moro sarebbe incorso, a norma di cacata carta grammaticale: un errore per quanto riguarda il genere di un vocabolo (ma qui “genere” non vuol dire “sesso” o “nuovo sesso” nel ventaglio Lgbt, come vorrebbero la Boldrina e i talebani del politicamente corretto). Ma poi è un errore fino a un certo punto: perché già Vitruvio e Tertulliano usarono quel vocabolo nel modo di Tommaso Moro.

    A conclusione di questo articolo un altro ammonirebbe: gatto, non farlo più! Io invece dico: Gatto, facce ride ancora!

    P.S. – Il gatto pubblica l’atto di citazione di un teste per il processo penale a me intentato a seguito della denuncia del Pedretti, il quale tre anni fa si è doluto che i miei scherzucci di dozzina ne offendessero la reputazione. Il gatto vorrebbe saperne di più. E invece no, per il momento non ne parlo, perché niente deve trapelare della mia strategia difensiva. Ne parli lui, il gatto, che è così bene informato.

    • Il peccato di sodomia e il latinorum degli esoteristi

      Qui sopra accennavo agli esoteristi che usano le formulette latine di invocazione a Satana. Per esempio: In nomine Magni Dei nostri Satanas, introibo ad altare Domini Inferi ecc.
      Per darsi un tono, fanno gli sbruffoni millantando una consuetudine di lettura di libri antichi, scritti in latino da personaggi invasati che almeno il latino lo sapevano per davvero. Erano costoro, nei secoli bui, ma anche dopo, gente che spesso e volentieri praticava la sodomia, al termine di un percorso iniziatico.
      Gli esoteristi di oggi non capiscono una mazza di latino, praticano la sodomia d’emblée, che poi è l’unica cosa che gl’interessa: però vanno alla ricerca di un apparato mistico e di testi “sacri” latini che giustifichino le loro scostumate abitudini. Nel film La nona port di Polanski, del quale qui sopra presentiamo uno spezzone, la malefica baronessa accenna a questo, precisamente. Bisogna dire che il film è tratto da un libro scritto da uno scrittore spagnolo, Arturo Pérez-Reverte, che ha tutte le carte in regole: è una persona di cultura, conosce il mondo e prima di diventare scrittore è stato corrispondente di guerra per vent’anni.
      Del resto, leggendo gli atti dei processi alle streghe (molto più frequenti nei paesi protestanti che da noi: i protestanti sono più cattivi [*]) si legge che le streghe, se erano streghe giovani, confessavano quasi invariabilmente (sotto tortura) di aver avuto rapporti carnali con Satana, con versamento del seme satanico ‘in vas indebitum’.

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      [*] Sia detto con buona pace dei cattoprogressisti della lobby “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, che vorrebbero a tutti i costi una riforma della Chiesa cattolica in senso luterano o addirittura calvinista (peggio ancora).

  92. Francesca R. da Venezia permalink

    Nota di terza effe:

    [Jodorowski afferma che dobbiamo vivere la nostra autenticità, sbarazzandoci della maschera che gli altri vorrebbero imporci. Un gran bel tema, perché se uno non è un aziendalista e, in generale, se non è uno schifoso conformista, questo è uno dei pochi temi fondamentali intorno ai quali si sviluppa e, a mio modo di vedere, dovrebbe svilupparsi tutta la vita di un uomo vero. Ma si può parlare di un’autenticità dell’Io?
    Nel commento precedente accennavo al tema pirandelliano, che è anche il titolo di un romanzo dello scrittore siciliano, quello dell’uno, nessuno e centomila. [*] Che sarebbero le nostre infinite possibilità di essere, che da ciascuno di coloro che si pongono in relazione con il nostro Io sono ridotte a una sola. E lo stesso Io finisce con l’ingannarsi, e arriva — più che altro per vigliaccheria, dice Pirandello — a pensare di essere uno e uno solo. Quando il protagonista del romanzo di Pirandello perviene alla piena e gioiosa consapevolezza delle sfaccettature dell’Io, finisce in un ospedale psichiatrico. La stessa cosa avviene al medico, lui stesso responsabile dell’ospedale, che è protagonista del racconto di Cechov, ‘Il padiglione numero 6’: comincia a dialogare con un suo paziente che è un filosofo ‘sui generis’, ma comunque un filosofo, e un filosofo radicale: il medico trova nei discorsi del paziente scintille di verità che lo intrigano, finché si perde tutto in esse, trascura la professione, la cura di se stesso, i suoi interessi materiali: con l’inganno sarà internato nel suo stesso ospedale e di lì a poco morrà.
    N.d.Ar.]
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    [*] Escludevo parimenti che il buffonesco mimetismo del gatto padano fosse riconducibile a un così nobile filone. Lui vol fare il fico con i paesani, a livello curnense, con esiti per lo più esilaranti: è tutta un’altra cosa.

  93. Nuovo Cinema Nusquamia
    Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci


    Per vedere il film fare clic sull’immagine. La Rai desidera che vi registriate sul suo sito: potete farlo facendo clic sull’iconcina di facebook, ottenenedo che in automatico le vostre credenziali reziali siano girate alla Rai. Tutto qui.

    Collegandosi al sito RaiPlay (e registrandovisi: basta il profilo Facebook) è possibile vedere il film L’ultimo tango a Parigi. Attenzione, è un film valido, degno di riflessione intelligente. Bellissimo l’inizio, sotto il metro aérien dove un Marlon Brando disperato, in lacrime (poi sapremo perché) incrocia una scombinata Maria Schneider che vede il cartello di un appartamento da affittarsi, sale a vederlo e ci trova un Marlon Brando accoccolato nel buio, vicino al caminetto spento. Così volle il caso che s’incontrassero. Nella sequenza finale la necessità spingerà la Schneider a uccidere Marlon Brando: la vediamo che osserva meravigliata Marlon Brando rannicchiato questa volta nel balconcino: è stata lei a ucciderlo, solo adesso se ne rende conto. Il film è sconsigliato a chi è politicamente corretto.

  94. La Boldrina non è Aristotele, non è san Tommaso d’Aquino, non è Guglielmo di Baskerville, non è Auguste Dupin (l’investigatore creato da E.A. Poe), men che meno Sherlock Holmes: insomma non sa ragionare

    La Boldrina aveva per le mani Matteo Salvini, avrebbe potuto fargli barba e capelli, metterlo spalle al muro e con dovizia di esempi rinfacciargli la cialtroneria delle soluzioni economiche ai mali dell’Italia, “a membro di segugio”, suggeritegli dal consigliere economico (tale Claudio Aquilini Borghi), la sua vicinanza a Marine Le Pen, nuova Giovanna d’Arco, peraltro largamente ridimensionata da Macron, e agl’inquietanti sovranisti di Ostia e dintorni, le sue responsabilità nello spaccio d’odio e di paura presso gli emarginati e le consorterie tribali, avrebbe potuto ricordargli la valenza irrazionale e nazista, ancor prima che fascista, di ogni identitarismo, sia su scala nazionale sia su scala curnense, giusto per fare un esempio al ribasso (Curno essendo, per chi non lo sapesse, un paese particolarmente brutto da vivere, ma che i suoi amministratori pretendono invece bello da vivere). Avrebbe potuto. Invece ha gesticolato molto, bofonchiato alquanto. In questo spezzone dice una sola cosa giusta, ma per come la dice suona come una volgarità da talk show, perché manca nelle parole boldrinesche l’ironia e manca il ragionamento: per Salvini gl’immigrati sono le galline dalle uova d’oro. Questo è giusto. Bisognerebbe aggiungere che tutta la faccenda è stata impostata male dalla similsinistra, fino almeno all’arrivo di Minniti (che però deve aggiustare parecchie cose, nella strategia e nella tattica: o forse le sta veramente aggiustando, ma non lo può dire).
    Nonostante i suoi sorrisetti asseverativi, che solitamente non suscitano grande simpatia, nonostante le sue durezze e nonostante la sua vicinanza agli zuzzerelloni di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, penso che la dott.ssa Serra in un confronto con Salvini se la sarebbe cavata meglio. Anzi, molto meglio. Ché la Boldrina è disastrosa. Forse per questo ogni tanto Grasso ci fa sapere che è lui che comanda. Peccato che le doti di razionalità e conseguentemente di comando di Grasso siano veramente esigue.

  95. Autosputtanamento del gatto padano
    Ha fatto tutto lui, noi non c’entriamo. E non è la prima volta

    Non è la prima volta che il gatto padano s’incarta, s’intorta, si sputtana. E fa tutto lui, come ben sanno i lettori abituali di Nusquamia. Ai nuovi lettori che proprio volessero farne la conoscenza consigliamo la lettura di questi due articoli, che non esauriscono il panorama delle prodezze feline, ma bastano a farsi un’idea del personaggio: a) Gatto padano spudorato e copione; b) Il disprezzo: quando ci vuole, ci vuole.
    Ciò premesso, in un articolo qui sopra (Il gatto padano per progredire nella considerazione dei paesani (quale? quanta?) sbruffoneggia in latino) ci eravamo limitati a ricordare che il gatto aveva pubblicato uno sproloquio senza capo né coda scritto più di due secoli fa da un padre gesuita, avente per argomento il peccato originale e Adamo che si nasconde alla vista del Signore. Lo scritto è infarcito di “pensierini” espressi con abbondante ricorso a cattiva retorica, ai quali il gatto padano aggiunge per soprammercato, trascrivendoli, un numero notevole di strafalcioni. Tali strafalcioni – scrivevo – sono imputabili a due ragioni: la prima, è che i sistemi di scansione (scansione e non scannerizzazione, come dicono i soliti stupratori della lingua italiana!) introducono normalmente un certo numero di errori quando si tratti di tradurre in formato Word una pagina a stampa del nostro tempo, a maggior ragione gli errori saranno numerosissimi se il libro è stampato nel Settecento; la seconda, perché chi avrebbe dovuto controllare la scansione ha evitato di farlo o, peggio ancora, perché non s’è accorto degli errori.
    In fondo, che cosa avevo detto di così grave? Avevo, è vero, accusato il gatto padano di faciloneria e lui avrebbe potuto scusarsi dicendo che il pasticcio era dovuto alla fretta di chiudere il numero 619 del suo diario e che “la gatta ‘presciolosa’ fa i gattini ciechi”.
    Invece lui crede di essere un sofista, un bravo sofista, come se fosse nato nella Magna Grecia. Sostiene che io ho montato con astuzia diabolica un falso, dal momento che il testo citato su Nusquamia «non ha niente a che fare con quello in nostro possesso (in fotocopia)». (Già: gli passano la fotocopia del testo scandito e non la fotocopia della pagina del libro! Sì, sì; va bene, va bene. Ma accà nisciun’ è fesso. Come se, oltre tutto, non ci fosse nota l’attitudine del gatto padano a comportarsi come certe furbette, che si aggiustano i cazzi a modo loro: basta vedere gli esempi forniti nei due articoli sopra citati.) Nell’illusione di dar forza alle sue affermazioni, il gatto cazzeggia ad abundantiam. Peccato che così dicendo il Parmenide padano (a Parmenide di Elea, oggi Velia, si attribuisce l’invenzione della dialettica) non faccia altro che aggravare la sua posizione: infatti, se ha pubblicato la scansione che qualcuno gli ha passato (il suo collaboratore che si firma con la spirale?), avrebbe dovuto quantomeno darci un’occhiata; bastava un colpo d’occhio per verificare che era zeppa di strafalcioni. Non dico che dovesse accorgersi dell’errata trascrizione del latino, che lui non conosce, ma almeno dell’italiano, che dovrebbe conoscere (anche facendo la tara a certe sue ridicole invenzioni, come “turibolare” per dire “turiferario”, lo “stravento” assunto dal vernacolo degli agrimensori padani e la divertentissima pista “pedociclabile”, dove le mamme farebbero bene a non far avventurare i loro pargoli), diamine, almeno l’italiano! Ebbene, il gatto, che crede di essere così contadinamente furbo, ma non è nato a Leontini, come Gorgia, considerato l’inventore della sofistica, non ha nemmeno avuto l’astuzia di dire che ha preso per buona una scansione eseguita alla bell’e meglio.
    Per farla breve, qui sotto è possibile vedere sottolineati i passi dello sproloquio gesuitico contenenti gli strafalcioni pubblicati dal gatto e citati nel mio articolo (solo tre esempi, per non tediare il lettore):

    Qui sotto, invece, si legge la pagina del libro, reperibile in rete, trascritto dal gatto o dal suo alter ego spiraliforme (l’articolo è firmato congiuntamente da una spirale e dall’iconcina del gattoleone, cioè sarebbe un gatto che crede di essere un leone). Come si vede, il libro non contiene alcuno strafalcione, né in quelle righe che contengono i tre esempi considerati nel mio articolo, né altrove. Per esempio, la consonante “s” è sempre composta correttamente, mica diventa una “f”, come risulta spesso e volentieri nella trascrizione curnense.

    Direi che non c’è molto da aggiungere, mi sembra inutile rispondere punto per punto alle considerazioni livorose contenute nel numero 624 del diario felino, [*] tanto più che il lettore intelligente a questo punto possiede tutti gli elementi per formulare un giudizio. Però quello che questo sgangherato “filosofo dialettico” (che sia di scuola nussbaumiana?) scrive a proposito dei “crematici” è troppo divertente e merita di essere segnalato a parte. Scrive dunque il gatto padano: «Il testo [il testo gesuitico] è riportato tal quale e quindi crematici c’è scritto e crematici è stato trascritto. Se avessimo trascritto Grammatici il custode delLa Latrina di Nusquamia ci avrebbe contestato il contrario. Conosciamo la profonda disonestà del personaggio». Alla faccia del bicarbonato! Per fare un ragionamento del genere altro che fare il militare a Cuneo, come diceva Totò. Curno, con ogni evidenza, batte Cuneo 10:1.

    La svolta clericale del gatto padano
    – Una considerazione a parte, che non c’entra con l’incartamento che è oggetto di questo articolo, meriterebbe l’improvviso e recente interesse del gatto padano per il mondo della Piccola e della Grande “Pretagna”. Ci fu un tempo in cui il gatto si atteggiava a mangiapreti, tanto che un giorno sì e uno no ci ricordava gl’interessi della finanza vaticana (e qui avrebbe anche ragione, anche se naturalmente va tutto documentato e argomentato caso per caso) e, soprattutto, non trascurava di bollare i preti – tutti i preti, soprattutto quelli del suo passato rurale – come intenti a ingravidare contadine o inchiappettare scolaretti. Adesso la musica è cambiata: “ho appena conosciuto questo prete”, “mi ricordo di quel prete che era una brava persona”, “il nuovo parroco di Curno ama la montagna e me ne compiaccio”, e così via. È naturale che questo suo nuovo orientamento susciti una divertita curiosità, un orientamento che potremmo chiamare clerico-identitario. Che il suo collaboratore spiraliforme sia un personaggio vicino alla curia, che il gatto ha deciso di ingraziarsi?

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    [*] Le ricorrenti considerazioni livorose non mancano di toccare l’argomento etnico: nella prospettiva tribale del gatto padano diventa una colpa “gravissima” (così si direbbe in linguaggio serrano) avere avuto i natali in Sardegna o soltanto essere vissuti in una città bella come Cagliari, nei confronti della quale sento di avere un grande debito di gratitudine, per avervi appreso l’arte del ragionamento ed aver sviluppato, nei limiti delle mie possibilità, il gusto per lo spirito critico e per il ragionamento notomizzante: quello stesso ragionamento del quale fa le spese il gatto padano. Esempi di animus Karalitanus, ovviamente molto migliori del mio, sono facilmente riconoscibili in Nanni Loy, regista, e in Luigi Pintor, co-fondatore del Manifesto. Ne facevano le spese gli sprovveduti (nel caso di Nanni Loy) e i nemici politici (nel caso di Luigi Pintor). Gatto, vogliamo prenderli «a plocade», anche loro?
    Faccio inoltre presente che il mio bisnonno garibaldino, contrariamente a quel che scrive sempre il gatto padano, non era della Valcamonica, ma bergamasco: semmai i suoi antenati avevano possedimenti in Val Seriana. Abitò fuori Bergamo per breve tempo (si trasferì a Boccaleone) dopo che i cattolici presero il potere a Bergamo, con il venire meno del non-expedit a seguito del cosiddetto “patto Gentiloni” (un antenato dell’attuale presidente del Consiglio) e, in quanto reduce garibaldino della cosiddetta (e vergognosa) Terza guerra d’indipendenza, lo cacciarono dall’Ente pubblico del quale era amministratore. Per fortuna mia nonna, che in un collegio di deliziose fanciulle, delle quali conservo la foto, aveva studiato per decoro e non per far quattrini, visto il tracollo economico cominciò a insegnare l’abbecedario a Grumello, per qualche anno. Poi mio bisnonno si ristabilì economicamente e tornò a Bergamo città.

    • Palestra latina
      Quando il genere (da non confondere con il gender) può essere duplice

      Qui sopra, nell’articolo Il gatto padano per progredire nella considerazione dei paesani (quale? quanta?) sbruffoneggia in latino, abbiamo presentato una pagina dell’Utopia di Tommaso Moro che risulta d’impossibile interpretazione se ci si attiene alla cacata carta grammaticale. Se invece si è un po’ più flessibili, si dirà che Tommaso Moro ha attribuito il genere maschile a un vocabolo che solitamente è neutro, che anzi dev’essere rigorosamente neutro, a sentire gl’iracondi talebani della norma grammaticale. Se fossero curnensi (Curno è un paese sgarruppato alle porte di Bergamo) i guardiani dell’ortodossia a norma di cacata carta andrebbero a denunciare i trasgressori: nel caso in cui gli eretici fossero morti, ne farebbero riesumare i resti mortali, li processerebbero e con feroce determinazione irrogherebbero la pena. Vabbè, lasciamo perdere i curnensi e limitiamoci a osservare che introducendo l’ipotesi di uno slittamento di genere grammaticale (genere, e non “gender”), il periodo di Tommaso Moro scorre che è una bellezza.
      Tra l’altro, “pelagus”, solitamente neutro, è stato trattato cone sostantivo maschile anche da Tertulliano e da Vitruvio che, d’accordo, non sono linguisticamente al livello di Cicerone, ma non sono proprio da buttare. Oltre tutto di Cicerone sappiamo che politicamente era un trombone, mentre non si ha riscontro di strombazzamenti e flatulenze da parte di Vitruvio: anzi, i suoi dieci libri di architettura sono un monumento all’intelligenza, cosa che non si può dire, per esempio, del trattato sui doveri di Cicerone, il De Officiis. Di lui un tale Penella, pittore novecentista, osò dire, in presenza di un professore trombone e stonato (Cicerone invece era intonatissimo), proprio con riferimento a quell’opera, che è «una gallina piena di idee morali»: così perlomeno si legge nell’esilarante San Giorgio in casa Brocchi di C.E. Gadda.
      Il brano di Tommaso Moro è discusso e interpretato nel documento che presentiamo qui sotto.

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      Per leggere il documento in formato pdf, fare clic sull’immagine.

  96. Nuovo Cinema Nusquamia
    Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy

  97. Intelligenza al potere
    Dovremmo pretendere che l’intelligenza fosse al potere. Ma dove trovarla?

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    Non è mia abitudine copiare e incollare articoli di giornale sulle pagine di Nusquamia. Semmai riporto il titolo, o anche qualche brano, invito il lettore a leggere l’originale e c’imbastisco qualche considerazione, per quel che conta. In questo caso però, mentre segnalo al lettore intelligente di Nusquamia l’editoriale di Mattia Feltri pubblicato sulla Stampa ieri 20 febbraio, mi rendo conto che qualsiasi parola che aggiungessi sarebbe di troppo. L’articolo è perfetto, e mi taccio.

  98. C. Renzi permalink

    @Aristide

    Sinistra per Israele, 27 febbraio 2018, ore 20:45, presso il circolo della Pallacorda, Corso Magenta 52, Milano

    • Speriamo che la dott.ssa Serra non lo venga a sapere, soprattutto che non si venga a sapere negli ambienti cattoprogressisti bergamaschi (quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”) che sono pervicacemente e acriticamente filopalestinesi. Se poi l’arafattiana (da Arafat) “sorella” Vera Baboun ne viene a sapere, apriti cielo! Ma allora che cosa è venuta a fare la madonna pellegrina in Italia, tutti gli anni, più di una volta l’anno, per incontrare sindaci cattoprogressisti (da Leoluca Orlando-Cascio alla dott.ssa Serra) e monacelli visitati dal démone meridiano dell’accidia (questo argomento fu trattato, per esempio, dal monaco dacoromano Cassiano, poi trasferitosi in Provenza)? Vera Baboun, sindachessa di Betlemme, spiegava ai boccaloni, peraltro felici di essere abbindolati, che per colpa del muro d’Israele gli alberghi di Betlemme rischiavano di perdere le prenotazioni. I cattoprogressisti non condannavano il terrorismo, per arginare il quale fu eretto il muro, ma si condolevano con Vera Baboun, nel nome di Arafat.

  99. Stravento


    Insegna di un locale in Liguria, in un punto solitamente battuto da un forte vento (“stravento”), qui opportunamente riparato.

    C’era in Lombardia un paese di nome Curno. La Lombardia fu terra civilissima un tempo, orgogliosa di ospitare un extracomunitario come sant’Agostino, tanto per fare un esempio (oggi direbbero che è un nègher), culla di uomini intelligenti (Virgilio mantovano, Plinio comasco), fucina di movimenti e istanze di rinnovamento (l’illuminismo lombardo, per esempio). Adesso soffre l’onta di aver dato i natali a Salvini, sedicente statista suscitatore di rancori identitaristi non più su scala tribale, ma nazionale (per questo è un grande statista, o tale si crede), e a Claudio Aquilini Borghi, sedicente economista, quello che con due battute ti semplifica qualunque realtà, per quanto complessa essa sia.
    Quel paese che si diceva, Curno, fu infeudato a gruppi di potere che secondo necessità si dissero di destra o di sinistra, o di tutt’e due le cose insieme. Da un po’ di tempo il potere è appaltato a una coalizione eteròclita, un po’ aziendalista, un po’ cattoprogressista, ma anche questo, ma anche quello e così via, un pot-pourri d’istanze aziendaliste e d’impostura associazionistica (a parte la parentesi felice dell’Amministrazione Gandolfi, rimpianto sindaco del buongoverno che riuscì a operare per il bene del popolo nonostante la riottosità e la manifesta rissosità della maggioranza stessa che l’aveva espresso).
    Dicevo che c’era il paese di Curno. C’era; infatti non c’è più. Un giorno, improvvisamente, l’abitato è stato inghiottito da una voragine che cominciò ad aprirsi sotto il bar di Bepi, poi si propagò con celerità inaudita, aprendo un cratere oblungo con asse in direzione est-ovest, dal quartiere della Marigolda (che fu risparmiato), fino al piazzale dove si facevano orge a base di pollo fritto. Bepi è colui che si compiaceva di passare per la memoria storica della sinistra del paese, per questo fu chiamato “Pepito el memorioso” (per analogia a Funes el memorioso, protagonista di un racconto di Borges): ma questa della “memoria storica” fu una trovata degli aziendalisti che come cucùli posarono le uova nel nido altrui, dopo avere ucciso la prole legittima; così la diceria propalata ad arte della “memoria storica” equivaleva ai trenta denari di un tradimento, quello della classe operaia.
    I geologi non sono stati in grado di offrire una spiegazione plausibile di questo evento disastroso, dove numerosi cittadini, tutti quelli che si trovavano nell’area del cratere, persero la vita. Per fortuna non tutti i cittadini, perché l’evento si manifestò alle undici del mattino, quando molti erano al lavoro. In compenso ci fu una strage di sciure Rusine. L’evento non fu preannunciato da alcun segno premonitore, a parte la grande agitazione dei polli che dovevano essere fritti, che tuttavia fu interpretata come un’agitazione sindacale. Perciò si pensò a una punizione divina, ma perché? Si avanzarono le ipotesi più stravaganti, mettendo insieme fantasticherie e fatti veri, che comunque furono ingigantiti ad arte. Ci fu chi disse che Curno fosse stata punita per la pervicace propensione di alcuni suoi cittadini alla denuncia, anche in forma anonima. Altri videro nello sprofondamento del paese la punizione del peccato di hybris, per aver il paese tollerato di passare per un paese “bello da vivere”, secondo l’infelice trovata della dott.ssa Serra, in occasione delle elezioni amministrative del 2012. Altri ancora attribuirono la voragine a una punizione divina per il proliferare nel paese di sette esoteriche, a copertura e razionalizzazione di pratiche sodomitiche. Noi però, che siamo razionalisti, non crediamo a nessuna di queste spiegazioni, frutto evidente di superstizione.

    In questo paese il gruppo similprogressista al potere faceva affidamento sull’indotto elettorale scolastico, perciò si era deciso di costruire una scuola che pareva brutta, inutile e tecnicamente discutibile. E così si fece, con implacabile determinazione. Tra l’altro la scuola era stata appena inaugurata, con tanto di sindachessa fasciata e tricolorata, giusto a ridosso delle elezioni amministrative, quando vi si abbatté un acquazzone. L’acqua, animata dalle raffiche di vento, sferzava i vetri della scuola penetrando negl’interstizi, facendosi strada nelle commessure tra infissi e serramenti, o tra serramento e pavimento, nel caso delle porte. In poco tempo, la scuola appena consegnata all’Amministrazione comunale e dalla dott. Serra compiaciutamente inaugurata, risultò allagata. Pare che oltre al danno morale (un paese bello da vivere, ma con la scuola allagata, come quando a Venezia c’è l’acqua alta) ci fosse un danno materiale, contabilizzato da agrimensori e ragionieri. Allora venne naturale domandarsi se la scuola fosse stata progettata male, almeno riguardo a infissi, telai e serramenti, o se la sua esecuzione fosse stata in deroga alla norma d’arte. In tal caso i danni avrebbero dovuto essere pagati non dai cittadini, ma da chi fosse individuato come responsabile del danno subìto. In ogni caso, perché la scuola fu allagata, mentre altri edifici, pubblici e privati, non ebbero a lamentare l’inconveniente?
    A questo punto si fece avanti un agrimensore, che introdusse il concetto di stravento, intendendo con questa parola non un vento di notevole intensità, come dice la parola stessa, ma una pioggia battente, inclinata (per la forza del vento) e copiosa. Questo termine in italiano non esiste, in questa accezione di significato, ma con questo significato è usato dai geometri padani, in particolare in Lombardia e Veneto. I cittadini di Curno non seppero mai se quella precipitazione che allagò la scuola nuova fosse “di progetto” e se la forza del vento fosse parimenti “di progetto”, se cioè l’allagamento avrebbe potuto essere evitato con una migliore progettazione o esecuzione (scelta dei materiali, posa in opera). Non lo seppero mai, perché nel frattempo il paese è sprofondato, con tutti i suoi polli fritti.
    Però i superstiti, scampati all’inghiottimento del paese, ricordano l’affanno con cui quell’agrimensore, notoriamente mongoidentitario con scappellamento tribale a destra, voleva a tutti imporre tale parola vernacolare. Costui avrebbe potuto dire “io sono un esperto di cacate carte, e vi dico che la norma tecnoburocratica vuole così e così, dunque…”. No, lui parlava a ogni piè sospinto di stravento: stravento di qui e stravento di là. La cosa che più gl’interessava era che, su sua ispirazione, in tutto il paese si parlasse di stravento. Pareva la Boldrina quando ti guarda severa, ti punta il ditino ammonitore, ti dice che tu devi dire “Ministra” (e non “ministro”, anche se il titolare del dicastero è di sesso — pardon, “genere” femminile), altrimenti sono ‘mentule acide’ (o ‘volatili per diabetici’); quindi ti fa un sorrisetto asseverativo, seguito da un moto alternato, prima rotatorio, indi antirotatorio, del bacino, come di prillamento (uso termini tecnici per non creare scandalo, mi guardo bene dal parlare di cazzi acidi e di sculettamento).

  100. Spot elettorale di Salvini con flatulenze

    Quest’americanata di Salvini è stupenda, studiata dagli esperti di Scienze della Comunicazione della Lega, coordinati da quel genio di Claudio Aquilini Borghi. Il comunicato comincia con una scorreggia rossa e blu, sulla quale si materializza come l’ectoplasma di un’apparizione esoterica il volto sorridente ma ancora inespressivo di Salvini. Segue una scorreggia blu. La scorreggia si dirada, appare una scritta, poi una scorreggia rossa. Anche questa si dirada, appare un’altra scritta. Esplode una nuova scorreggia blu, ed ecco un’altra scritta. E così via.
    Per chi non l’avesse capito, questa è una versione aggiornata di PowerPoint, diciamo un PowerFartingPoint, punti di forza al profumo di scorreggia rossa e blu. Seh, altro che le Gamba-slàid! Ma come ottenere questi effetti speciali? Semplice, basta ordinare 1oo polli fritti curnensi, condirne 50 con pigmenti rossi e 50 con pigmenti blu. Si chiede a due leghisti curnensi di provata fede (io avrei in mente almeno un nominativo, provate a indovinare quale) di mangiarsi l’uno 50 polli fritti blu, l’altro 50 polli fritti rossi. Si aspetta un’oretta, quindi ciak! si gira. Salvini è contento, sorride, sorride. Roba che neanche la dott.ssa Serra.

    • Anche la flatulenze sono straventi. Osservazione d’obbligo, per la gioia degli agrimensori male acculturati che vorrebbero imporre, oltre i confini del territorio tribale, l’uso di espressioni vernacolari. Dalla tribù a Curno, da Curno a Bergamo, da Bergamo a Milano. E domani, chissà, nel mondo intero. Puro delirio di potenza di un agrimensore padano. Il mondo agli agrimensori! Sì ma non dimentichiamo i laureati in Scienze della comunicazione, in particolare quelli fregiati di un Erasmus/Orgasmus.

      P.S. – Non ce l’ho con gli agrimensori in quanto tali. Ce l’ho con gli agrimensori — pochi, per fortuna — che hanno le pigne in testa, con assurde pretese di dettar legge totalizzante (mi piace/non mi piace; questo è politicamente corretto/questo non lo è; qui c’è “curnensità”/qui invece non c’è; ecc.) a partire dal proprio limitato orizzonte culturale. Perché non si decidono finalmente a studiare? Eviterebbero di fare brutte figure. Come diceva il maestro Manzi — non quello di Curno — non è mai troppo tardi.

  101. Anto la barista emiliana permalink

    Filosofia:

    Bisogna scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico.
    Joseph Joubert

    • Mah, sarà anche boldrinamente scorretto dirlo, ma credo che la scelta della moglie debba tener conto del fatto che lei sarà, Dio volendo, fattrice ed educatrice della prole, che si immagina generata, sempre Dio volendo, con l’apporto del marito.

      • La nostra è una società di merda. Come nel film ‘Mediterraneo’ disse il sergente Lorusso, peraltro fascistissimo, in un momento di abbandono: “In Italia ormai tutto quello che è bello è proibito”. Uno dei pochi piaceri che ci rimangono è dare idealmente motivo di cruccio alla Boldrina, severissima maestrina del politicamente corretto, quindi sorridere pensando alla costernazione dei boldrinamente corretti. Speriamo che questa società di merda non ci tolga anche questo ultimo piacere. Morte ai coglioni! (Traduco dal francese ‘Mort aut cons!’; varrà la pena tuttavia osservare che ‘con’ deriva dal lat. ‘cunnus’, vocabolo con il quale si designa la fica.)

  102. Curno, “paese bello da vivere”, adesso “bellissimo”, grazie ai polli fritti, è all’avanguaridia, sempre
    Paraculismo religioso: ma Salvini non ha inventato niente

    Non c’è bisogno di troppe parole. Qui sopra vediamo Salvini che agita il rosario. In basso vediamo un illustre analogo precedente curnense: per saperne di più basta fare clic sull’immagine.

    Dobbiamo dedurre dalla svolta catto-paracula di Salvini che a questo punto tornano in auge i Cattolici padani, dei quali da tempo non avevamo più notizie? Siamo in Quaresima, almeno questo piccolo svago spero che non ci venga negato.
    Comunque, paraculismo per paraculismo, visto che Salvini è un ammiratore di Putin, faccia un giro su Internet e veda come Putin si è intortato per bene la Chiesa ortodossa russa. Putin lo fa da posizioni di forza, ovviamente, talora anche con stile, anche se non c’è persona dotata di raziocinio disposta a farsi mettere nel sacco da tiranno rutenico.

    Si veda anche l’articolo Putin cammella la Chiesa ortodossa russa, che ragguaglia inoltre il lettore sui “rubli padani”.

  103. La bellezza salverà il mondo

    L’alpinista altoatesino Reinhold Messner, che pure si era detto favorevole alla candidatura di Maria Elena Boschi a Bolzano, ha detto di lei: «Una ragazzina di terza elementare, se madrelingua, sa il tedesco meglio di lei». Sarà vero, non dico di no.
    Un signore però, che dal cognome si direbbe toscano, ha commentato: «Krante gnokken…». E questo dovrebbe bastare, con buona pace della Boldrina e della sciura Valeria che pestano i piedi, fanno scenate, minacciano il finimondo. In nome del politicamente corretto, ovviamente, che è agli antipodi dell’intelligenza che è componente non trascurabile della dignità dell’uomo.

    In vista di un futuro dibattito su bellezza e intelligenza, nel solco di una versione aggiornata dell’ideale greco della καλοκαγαθία, varrà la pena seguire i risultati delle elezioni nei seguenti collegi uninominali:
    • Bolzano: vi è candidata Maria Elena Boschi
    • Milano: vi è candidata la Boldrina
    • Modena: vi è candidata la sciura Valeria Fedeli

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