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La mossa del cavallo

1 marzo 2018

Un romanzo di Camilleri alla TV, questa volta senza Montalbano

La mossa del cavallo

Facendo clic sull’immagine è possibile vedere lo sceneggiato su Ray play, ancora per una settimana a partire dal 27.02.2018). forse anche più.

La mossa del cavallo è l’ultimo sceneggiato della TV (ma lo “sceneggiato” oggi in linguaggio coglione è chiamato “fiction”) tratto da un romanzo di Andrea Camilleri. Ma non c’è Montalbano, anche se il protagonista di questo racconto è ancora il bravo Michele Riondino, che ha interpretato il giovane Montalbano.
Riondino veste i panni di un ispettore delle finanze calato dal Nord in Sicilia per verificare certe anomali, l’evasione della tassa del macinato dovuta dai proprietari dei mulini.
I fatti narrati sono realmente avvenuti, nella Sicilia da poco inglobata nel Regno d’Italia (in forza del referendum, al quale presero parte 500.000 aventi diritto, e quasi tutti votarono per il “Sì”, cioè a favore del nuovo re Vittorio Emanuele II). Camilleri però ambienta la storia a Vigata e il protagonista, che nella realtà era milanese, qui è un oriundo siciliano, trasferitosi con la famiglia a Genova, quand’era ancora bambino. Perciò all’inizio lo sentiamo uscire in esclamazioni genovesi, e parla italiano con accento genovese. Finché viene incastrato in una brutta storia: lo si fa passare per l’assassino del prete, ed è un modo per sbarazzarsi di uno che aveva capito troppo, cose che non avrebbe dovuto capire. Finisce in carcere, torna con il pensiero ai fatti ai quali ha assistito, pensa a una strategia per uscire dall’incastro.
Ecco allora la “mossa del cavallo”: l’ispettore da genovese che era, torna ad essere siciliano: parla siciliano, pensa siciliano. Così arriva a ragionare di fino e, grazie all’aiuto di un magistrato onesto, è infine discolpato. Camilleri ci ricorda che il giudice Falcone interrogava i suoi indagati immancabilmente in siciliano.
Dopo aver visto lo sceneggiato (in linguaggio coglione: fiction) ho sùbito acquistato il libro, in formato elettronico (costa meno, non si perde tempo a ordinarlo, e la ricerca dei vocaboli all’interno del libro è più veloce e sicura) ed è così che, a maggior ragione, ho potuto apprezzare la qualità della trasposizione televisiva. Per esempio, nella caratterizzazione del prete, quello che verrà ucciso. Questi è un prete di malaffare, avido e lubrico. Eccolo, nelle parole di Camilleri:

Soprattutto, patre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi [= uccellini], delle picorelle, degli àrboli, delle arbe [= albe] e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Criatore.

Infatti una vedova di conturbante bellezza, ma squattrinata, profitta della debolezza carnale del prete per dirottare nella sua dispensa generi di prima necessità, ma anche per farsi fare costosi regali. Se il prete vuole guardarla, più o meno nuda, o toccare e financo baciare, sarà necessario pagare:

Fino a quel momento, la taliata [= guardata] di una minna [= tetta] nuda gli era costata cento grammi di cafè bono; la taliata di tutt’e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata [= bacio] senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli; una vasata con la lingua e le due minne nude, tre tazzine di porcellana e relative sottotazze; una passata di mano a lèggio a lèggio [= con tocco leggero] sopra le minne nude, un cucchiarino di vero argento; una vasata per ogni capezzolo, un rotolo di tela matapollo [= madapolam, tessuto di cotone indiano leggero] finissima per fare camicie.

La vedova è interpretata da Ester Pantano che in una videointervista pubblicata su Raiplay, tutta accollata e senza orpelli, ha l’aria di voler sembrare poco più che una casalinga, una di quelle che si rincoglioniscono a vedere la Tv del pomeriggio. Ma sa essere “fimmina piccante” (così diceva Tiberio Murgia nei Soliti ignoti [*]), questo lo si capisce, se appena si sa guardare fra le righe, e lo sceneggiato dimostra il suo talento.

Nella stesura della sceneggiatura, in particolare, si apprezza che padre Carnazza (un nome che la dice lunga) reciti una preghiera storpiandone il latino. Questo dettaglio di caratterizzazione della grossolanità del prete si trova soltanto nella sceneggiatura, nel libro non c’è. Tanto più dunque è gradito, perché dimostra rispetto e considerazione per il pubblico che ha ancora orecchio per il latino, quasi un omaggio, al quale da tempo non siamo più abituati. Infatti chi sa di latino dispone di un motivo di sorriso e sprezzatura in più, ed è per lui che si è usato questo accorgimento. Proprio come nella vecchia televisione, democristiana ma intelligente, di Bernabei,  che invece di livellare la comunicazione al basso, intendeva educare le masse e si guardava dall’offendere l’intelligenza del pubblico più raffinato. In questo caso, si è introdotta una notazione espressiva, quasi un elemento di complicità apprezzabile pressoché solo da chi ha una mente aperta, oggi più che mai, anche perché sa di latino; una lingua per lunga tradizione non identitaria, non settoriale, ma universale (perciò, tra l’altro, tenuta in gran dispetto da mongoidentitari, aziendalisti e operatori dell’impostura nei vari settori merceologici e ideologici). Ecco la preghiera storpiata (tra parentesi, le parole originali):

Domine Deus omnipoten [omnipotens], chi [qui] per Immaculatam Generilicem [Genetricem] Filii tuam [tui] omnia no [nos] habere voluisti, da nobis, tantae Matris auxilio, praesentis tempòris [témporis] specula [pericula] devitare, ut vitam consequarum [consequamur] aeternam. Per endam [eundem] Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum chi [qui] tecum…

Così stando le cose, penso che la visione dello sceneggiato sia da classificarsi assolutamente sconsigliabile per il gatto padano, per tre buone ragioni che il lettore intelligente e frequentatatore abituale di Nusquamia comprenderà facilmente.

Per un approfondimento storico-politico, si veda questa presentazione di Camilleri e, in particolare, si porga orecchio a quanto afferma a proposito della repressione del brigantaggio in Sicilia. A suo tempo presentammo il film di Pasquale Squitieri Li chiamarono briganti, sulla repressione del brigantaggio in Campania, e sulla figura del resistente brigante Carmine Crocco.

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[*] Ecco il Tiberio Murgia-pensiero, espresso in questi termini nel capolavoro di Monicelli: «Fimmena piccante, pigghiala per amante; / fimmena cuciniera, pigghiala per mugliera». Ci piace ricordarlo, in quanto politicamente scorretto in senso lato e, oggi in particolare, boldrinamente e serranamente scorretto. Sarebbe anche felinamente scorretto: spero però che il gatto padano stia al suo posto, tra le amatissime (da lui) sue cacate carte traguardate con occhio agrimensurale, e non voglia mettersi sullo stesso piano della dott.ssa Serra che, non foss’altro che per la sua educazione borghese, è qualche spanna più in alto: tra l’altro, a differenza del gatto e della zia Boldrina, si esprime correttamente in italiano. A proposito, perché la dott.ssa Serra non corregge i compitini di MarcoBattaglia (per chi non lo conoscesse: l’araldo di “Vivere Curno”, titolare della mistica similgiovanile dell’Erasmus/Orgasmus)? Bisognerebbe spianare tutta quell’enfasi che mette nei suoi scritti, quel gorgoglio di autocompiacimento, quei punti esclamativi.

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From → Cultura

49 commenti
  1. Memoria vera (senza aggettivi: né “storica”, né geografica) per Salvini

    Ed ecco il precedente:

  2. Succede a Bergamo, sotto l’egida dell’Aegee, dei cui eventi “culturali” in territorio bergamasco è presidente il nostro (vostro) MarcoBattaglia
    Il giro dei pub, in linguaggio coglione detto anche ‘pub crawl’

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    Per accedere al sito di MarcoBattaglia (se lui non vi ha bandito, come ha fatto con noi: ma vincere le sue difese informatiche è stato un gioco da ragazzi), fare clic sull’immagine.
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    Quella che vedete è la locandina dell’«Aperasmus», che a occhio e croce dovrebbe voler dire “gli aperitivi [analcoolici?] dell’Erasmus”, quale è possibile leggere nella pagina Facebook di MarcoBattaglia, l’ambizioso “ggiovane” Pd-ino che presentatosi badanzosamente ai curnensi in posa elettorale di sbandieratore di vessillo europeo, e che ha promesso di fare di Curno un villaggio europeo. In cambio di questa promessa, i cittadini avrebbero dovuto favorire i suoi tentativi di valorizzare la propria laurea in scienze politiche, mettere a frutto il suo impegno nell’Aegee (lui è responsabile degli “eventi” culturali della sezione bergamasca), piazzare sul mercato delle sbandate coscienze giovanili i contenuti omologanti e paramassonici della mistica mongo-tecno-eurobratica, per diventare egli stesso – forse, un giorno – un tecno-euroburocrate.
    La locandina promette agli universitari un “pub crawl” (per chi ha qualche soldo in tasca: ha sostituito il superato, nonché boldrinamente scorretto, puttan tour dei goliardi d’antan, quando ancora le ragazze non la davano, o la davano difficilmente). Tradotto dal linguaggio coglione in italiano, il pub crawl sarebbe il giro dei bar: ma non è chiaro se l’Aperasmus proponga un giro virtuale nel perimetro di uno stesso pub, da un tavolino all’altro, o un giro reale in 12 pub bergamaschi. Chiediamo a MarcoBattaglia di essere più chiaro in futuro, magari con qualche punto esclamativo in meno. Ecco infatti come MarcoBattaglia, il copywriter dell’amministrazione serrano-crurale di Curno, colui che il mondo c’invidia, immedesimandosi in D’Annunzio che faceva la pubblicità dell’amaro Aurum o ai “Grandi Magazzini la Rinascente”, presenta l’“evento”:
    «Non arrampicarti sugli specchi, vieni all’APERASMUS!!!».
    Sì, ma D’Annunzia non usava i punti esclamativi, non usava le maiuscole (che non fanno fino, per un dandy come lui) e fu lui a inventarsi, senza sforzo, i due nomi, “Aurum” e “la Rinascente”; mica “Aperasmus”. D’Annunzio in queste cose era un genio. Ecco comunque il talloncino pubblicitario che promette il pub crawl, rimasticatura sfigata dello sfigato puttan tour.

    Diego Fusaro almeno in questo aveva ragione, quando denunciava la natura totalizzante e antiumanistica della mistica Erasmus, una roba che potrà anche mandare in visibilio i buzzurri di Curno, ma non chi – a Curno e altrove – abbia ancora qualche scintilla d’intelligenza e la rete di protezione dello spirito critico. Si veda quanto abbiamo scritto nell’articolo Fusaro: «Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro dell’Erasmus». Anzi, riproponiamo qui di seguito l’intervento del Fusaro, un personaggio da prendere con le pinze, un po’ come Sgarbi, ma che alle volte vede giusto (non sempre, però, come quando, per esempio, si presta a buccinare le meraviglie dell’universo concentrazionario di Putin, insieme all’ineffabile Giulietto Chiesa).

  3. L’esercito fucilatore dello Stato unitario

    I Savoia in Sicilia – Nell’articolo che apre questa pagina di Nusquamia, verso la fine, avevo scritto: «Per un approfondimento storico-politico, si veda questa presentazione di Camilleri…». Mi accorgo con ritardo che che l’intervento di Camilleri non c’è: c’era nel brogliaccio dell’articolo scritto su un documento Word, non c’è nell’articolo pubblicato sulla piattaforma WordPress, ed è stato un mio errore nel trasferimento dei contenuti.
    Adesso l’intervento di Camilleri c’è, varrebbe la pena sentirlo. Al tempo 5 : 20, in particolare, afferma Camilleri:

    «[Lo Stato unitario] arriva in Sicilia con un esercito fucilatore. Carlo Alberto dalla Chiesa (nonno del nostro generale Carlo Alberto) fa un proclama che dice: «Soldati, non abbiate timore a sparare contro i contadini, a bruciare le loro case, tanto dentro vi troverete più fucili che pane».

    I Savoia in Sardegna – La Sardegna fu assegnata ai Savoia già nel 1720 (e la presero di malavoglia, perché volevano la Sicilia, in cambio del loro intervento militare nel corso della guerra di successione spagnola), e consentì loro di portare la corona regale. Il passaggio della Sardegna dalla Spagna ai Savoia avvenne in forza delle decisioni prese al Congresso di Vienna. Tuttavia la Sardegna conservò le proprie forme di autonomia statuale fino al 1847, prima dunque della cosiddetta “fusione perfetta”, confluita nello Statuto albertino del 1848: a partire da quest’anno l’isola perse il suo Parlamento (o “Stamento”, da estamento: «En la corona de Aragón, cada uno de los estados que concurrían a las Cortes»), istituito nel 1355 da Pietro il Cerimonioso, re di Aragona, di Valencia, di Sardegna e di Corsica, Conte di Barcellona ecc.
    Non è facile dire se la cessione dei privilegi feudali fosse un bene o un male, nell’interesse del popolo, s’intende: tra i suoi fautori, Giovanni Siotto Pintor, giornalista e deputato, arriverà a dire che a conti fatti fu una follia.
    In generale, se si ragiona con la testa, e non con il cuore, che è cattivo consigliere, si corre il rischio di apparire crudeli (come il medico che prescrive la medicina amara al bambino malato, mentre il cuoco gli darebbe una leccornia, pur di vederlo sorridere). Prendiamo l’esempio del ministro Bogino, che fu Ministro per gli affari di Sardegna circa cent’anni prima della fusione perfetta e dello Stato unitario. Politicamente fu a favore di un’alleanza del re di Sardegna, Carlo Emanuele III, con l’Austria, dunque fu antifrancese. Ma fu anche promotore di riforme di stampo illuministico e, sotto questo rispetto, il giudizio che si potrebbe dare di lui non è negativo (così mi pare la pensasse anche Umberto Eco, nel Cimmitero di Praga). Eppure il nome del Bogino ricorre (o ricorreva) nelle imprecazioni del popolo.
    Ricordo una donna di servizio che trafficava ai fornelli e che improvvisamente ritrasse la mano, per portarsela alla bocca, perché si era scottata, poi disse: «Chi ti begnara su Bugginu», cioè “Che ti venga il Bogino”. Ero bambino, le domandai che cosa significasse. Lei rispose che non lo sapeva, ma che si diceva così; ed era vergognosa, forse temeva che significasse qualcosa di molto grave, addirittura osceno, che lei non conosceva). Solo dopo molto tempo appresi che il ministro Bogino aveva fatto erigere nei paesi delle forche per le esecuzioni capitali (ma non erano fisse: un giorno in un paese, poi in un altro paese, secondo necessità); in particolare — anche questo mi capitò di leggere, ma non so se sia vero — per mandare a morte chi non avesse pagato le tasse. Qui il vero si mescola alla leggenda. Infatti ‘bugginu’ deriverebbe secondo altri dal lat. bucinum, che è il suono della tromba che annunzia le esecuzioni capitali, dunque sarebbe un’imprecazione generica; sì, ma se lo scrivi con la “b” maiuscola torna ad essere il Bogino, che pare non disdegnasse le esecuzioni capitali.
    Fu ancora il ministro Bogino a stabilire che lingua ufficiale in Sardegna fosse l’italiano, laddove prima erano ammessi il sardo, il catalano e il castigliano.

  4. Boldrina fanciullesca

    La Boldrina vuol farci credere che non è più la zia bisbetica, asseverativa e con il ditino accusatore sempre puntato contro gli “eretici”. È fuori tempo massimo.
    Attenzione però, non è vero che ha scritto “Liberi e uguali”, lei ha scritto “Libere e uguali”: al femminile, naturalmente. Se fossi una donna, e una donna intelligente, mai e poi mai voterei per chi offende la mia intelligenza con questi giochetti.

  5. Nuovo Cinema Nusquamia
    Cronaca di una morte annunciata, di Francesco Rosi

    Il film, tratto dal romanzo di Gabriel García Márquez, solo apparentemente è imperniato sul valore della verginità prematrimoniale, che comunque è un tema del film, con buona pace di coloro che vorrebbero riscrivere la storia, la letteratura ecc., e che vorrebbero imporci una neolingua politicamente corretta. È interpretato da una bellissima Ornella Muti, della quale ho già scritto che non tutti i film da lei interpretati sono delle cacate: questo ne è una prova. Qui tra l’altro ha recitato in spagnolo, e non è stata doppiata.

  6. Maria Elena Boschi ce l’ha fatta

    Certo, hanno vinto i populisti. A differenza di quanto preconizzava la bella e gentile Madonna d’Arezzo, il nuovo Parlamento sarà pieno di buzzurri, ignoranti ed esoterici da strapazzo: chissà però che la sua bellezza non riesca ad ammansirli.
    Accogliamo il suo ingresso nella nuova legislatura con la Primavera di Vivaldi.

    Nel momento in cui scrivo, pare che la Boldrina e la sciura Valeria non ce l’abbiano fatta. Quando sapremo per certo che la minaccia di ‘colleifragio’ rappresentata dalle due signore è stata sventata, non mancheremo di festeggiare.

    P.S. – Noi abbiamo votato, questa volta, per il Pd. Non perché siamo schierati con l’aziendalsimilprogressismo, che anzi disprezziamo, o che ci piaccia il “bullo fiorentino”, come ebbe a definirlo in tempi non sospetti Corrado Augias. Abbiamo espresso fin sul nascere del fenomeno la nostra distanza antropologica, culturale e politica dal pentolaio che proiettava le slàid preparate dalla McKinsey. Non avendo la possibilità di votare per il socialismo scientifico, abbiamo dato preferenza al Pd per marcare la distanza da una concezione deliberatamente irrazionale della politica: confidando nell’hegeliana astuzia della storia, più che nell’intelligenza dei candidati del Pd. Tutto qui.
    La dott.ssa Serra, Max Conti e l’ineffabile MarcoBattaglia (che cercherà di annegare la delusione delle sue aspettative di carriera nei cocktail del ‘pub crawl’, quello che la mistica dell’Erasmus/Orgasmus vuol far passare per “evento culturale”, e che in realtà è soltanto una versione aggiornata del ‘puttan tour’) hanno poco di che compiacersi. Odi profanum vulgus, et arceo.

      • La notizia è interessante. L’interpretazione più banale, di stampo leghista, è che i privilegiati, quelli della prima zona (o “zona 1”, come amano dire i burocrati) votano per il Pd, perché il Pd è il loro partito, il partito di chi ha il cuore a sinistra e il portafoglio a destra. Ma varrà la pena approfondire.

    • Tommaso permalink

      Ottima l’idea di citare Orazio.

      • Qui il poeta di Venosa (paese bello e civile, tra la Lucania e la Puglia: orrore, per i mongoidentitaristi curnensi!) calza a pennello. Stare nel carro dei vincitori mi avrebbe messo a disagio, anche perché i vincitori sono strafottenti e assumono ben presto la volgarità e il lezzo del potere, sempre che non fossero volgari in partenza. Per non parlare di coloro che salgono sul carro del vincitore: come i bersaniani che diventarono renzisti quando Renzi s’insignorì del partito. E i renzisti della prima ora facevano fatica a imporre un po’ di disciplina e di decoro ai renzisti dell’ultima ora, che ci tenevano a essere più aziendalisti di Marchionne. Anzi, bene o male Marchionne ha lavorato. No, il loro ideale era Montezemolo, uno che in vita sua non ha mai lavorato, ma che di mestiere fa il presidente, è sempre presidente di qualcosa. Come quell’altro bel tomo, quel Chicco Testa belloccio (buono anche lui), quello con la sdraio allo stabilimento l’Ultima spiaggia di Capalbio, che la dott.ssa Gamba — cuore di mamma — spera possa essere occupata un giorno dal giovine similprogressista Andrea Saccogna-Gamba. Beh, almeno i crurali curnensi non sono come i De Luca salernitani. Però se si potesse evitare che Andrea Saccogna-Gamba assuma cariche nel Pd di Curno, sarebbe tanto di guadagnato (quanto all’altro giovane virgulto del Pd curnense, il non più giovane MarcoBattaglia, mi sa che si è bruciato da solo, di pub in pub).

  7. La musica nel Film blu di Kieślowski

    Ci siamo già occupati del regista polacco Kieślowski, a proposito della Doppia vita di Veronica e del Film rosso (si veda La bellezza non salverà il mondo…). E abbiamo anche parlato di Van den Budenmayer: un musicista del Settecento che in realtà non esiste, menzionato nel Film blu, nel Film rosso e presentato nella Doppia vita di Veronica come autore del pezzo O voi che siete in piccioletta barca. Non esiste per il semplice fatto che Van den Budenmayer non è un personaggio storico, ma è lo pseudonimo di Preisner, amico di Kieślowski, autore delle musiche dei suoi film. Bel Film blu Van den Budenmayer figura come autore del contrappunto incorporato nel Concerto per l’unificazione dell’Europa, che nella finzione cinematografica è composto dal marito di Julie, interpretata da Juliette Binoche. Nel film, appunto; nella vita reale l’autore è ancora lui, Preisner. Dunque Preisner comprende Patrice de Courcy (il marito di Julie) il cui Concerto comprende Van den Budenmayer.
    Lo spezzone qui sopra presenta il finale del film, con la musica dell’Inno alla carità che conclude il Concerto, nella sua versione definitiva, con il contribuito di Julie. Patrice era arrivato a scriverlo quasi tutto, quando muore in un incidente automobilistico. Con lui erano nell’automobile la figlia, che muore all’istante, e Julie, che è ricoverata in ospedale, ma se la caverà.
    Julie apprende in ospedale della morte del marito, poi anche della figlia, ed è la seconda notizia che le stampa una smorfia di dolore. Poi, appena può, apre di nascosto l’armadietto dei medicinali e ingurgita un flacone di pillole. Sopravvive, torna nella sua bella casa, un castello fuori Parigi, dà disposizioni all’avvocato di famiglia perché venda tutto quel che ha; dopo che la casa è svuotata, chiama al telefono un amico del marito, gli domanda: «Lei è innamorato di me, sbaglio?». Lui risponde che l’ama, lei lo invita a venire a trovarla, subito. Fa l’amore con lui su un materasso steso per terra; il mattino, improvvisamente e senza spiegazione, si alza, abbandona la casa e l’amico (non senza avergli raccomandato di chiudere il portone) e si reca a Parigi, dove vivrà modestamente, sotto falso nome.
    Julie ha deciso di non voler più incontrare nessuna delle vecchie conoscenze: per liberarsi del dolore deve cancellare la memoria, dovrà essere indifferente, egoista, determinata. Questa sarebbe una scelta di libertà, e proprio questo è il significato del colore dichiarato dal titolo del film: blu è il primo colore della bandiera francese, vuol dire libertà, appunto. Ma non si pensi che Kieślowski dia un valore positivo a tale parola. Julie sceglie la libertà ma la vecchia cameriera, all’inizio del film, prima che Julie si rifugi nell’anonimato di Parigi, piange, perché si accorge che Julie non è capace di piangere. In realtà piange, talvolta, quando non è vista.
    La musica appare quasi subito come la struttura portante di tutta la narrazione. Per realizzare la sua libertà, appena arrivata a Parigi, Julie si reca dalla copista, chiede lo spartito del Concerto, lo butta nel vano del furgone della spazzatura. Già questo dovrebbe farci capire che quel Concerto è anche suo. La copista, per intuito imprevisto, capisce che Julie le aveva chiesto lo spartito per distruggerlo, ne fa una copia. La manda a Strasburgo; di qui torna all’amico del marito, che è un musicista anche lui, anzi era un collaboratore di Patrice. Julie viene a sapere, per caso, alla televisione, che lui ha intenzione di completare lo spartito. Julie ne è indispettita, poi il caso vuole che s’incontrino a Parigi, lei cammina tra le colonne di ghisa del métro aérien, forse sono quelle stesse dell’Ultimo tango a Parigi, tra le quali ebbe luogo un altro incontro casuale. Julie insegue l’amico, gli domanda di sentire come procede il lavoro, s’incontrano ancora, ma adesso sono incontri tecnico-musicali, lei suggerisce delle modifiche. Poi lavora sullo spartito da sola, cerca d’imporsi, l’amico del marito che fu l’amante di Julie per una notte, subito dopo scacciato, ma che non rinuncia a lei, fa il sostenuto, sapendo che quel concerto era opera di Julie non meno che di Patrice, anzi forse più che altro di Julie. Me è un modo per stare vicino a lei, alla fine lo confessa.
    Questo è il finale del film, riportato qui sopra: Julie torna a fare l’amore con Olivier, l’amico del marito, mentre scorrono le immagini delle cose e degli uomini che aveva voluto dimenticare e risuonano le parole dell’Inno alla carità, quale si legge nella prima Lettera di san Paolo ai Corinzi (I, 13, vv. 1-13). Torna la memoria, Julie si confonde con i ricordi nella sfera degli affetti, finalmente in pace con se stessa. Del resto, poco prima della fine del film apprendiamo che lei era una donna buona, prima che la sua determinazione postulasse una libertà disumana.
    La libertà di Kieślowski dunque non è quella degli illuministi, nemmeno quella della fredda determinazione. La libertà deve fare i conti con il caso, e nei film di Kieślowski, in tutti, il caso non è quello banale, quotidiano, tra scelte indifferenti. No, il caso è l’elemento che decide dei passaggi fondamentali della vita; gli affetti, pur gettati nella pattumiera, reclamano il diritto all’esistenza, a decidere l’esistenza. Gli uomini hanno bisogno degli uomini, la scelta di solitudine (quella di Julie nel Film blu e quella del giudice interpretato da Trintignant nel Film rosso)cede alla necessità del caso. In particolare, la musica è un ponte tra gli uomini, questo ci fa capire il film, che qui non possiamo raccontare tutto, e la libertà ha senso solo se comporta la risoluzione dei conflitti, compresi quelli interiori: per questo occorre l’amore. Attenzione però, l’amore del quale qui si parla (in greco, ἀγάπη), è la carità (nel latino della Vulgata, ‘caritas’ [*]). Il coro del Concerto per l’unificazione dell’Europa intona queste parole (sono i versetti 4-6 della Lettera di san Paolo): «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità». Esattamente il contrario di quello che si dà a intendere che sia il bene, nella società occidentale oggi alla deriva, oggi più che mai improntata al darwinismo spenceriano, dove uomini e donne fanno la faccia feroce, a differenza degli animali della foresta, senza nemmeno sapere perché, ma per abitudine, ormai, perché così appaiono “determinati”.
    Il coro recita la Lettera di san Paolo in greco antico, con la pronuncia del greco moderno, e non con quella che si studia nei nostri licei (cosiddetta erasmiana). Qui sotto riportiamo l’originale greco e la traduzione italiana:

    1. ἐὰν ταῖς γλώσσαις τῶν ἀνθρώπων λαλῶ καὶ τῶν ἀγγέλων, ἀγάπην δὲ μὴ ἔχω, γέγονα χαλκὸς ἠχῶν ἢ κύμβαλον ἀλαλάζον.
    2. καὶ ἐὰν ἔχω προφητείαν καὶ εἰδῶ τὰ μυστήρια πάντα καὶ πᾶσαν τὴν γνῶσιν, καὶ ἐὰν ἔχω πᾶσαν τὴν πίστιν ὥστε ὄρη μεθιστάναι, ἀγάπην δὲ μὴ ἔχω, οὐθέν εἰμι.
    3. κἂν ψωμίσω πάντα τὰ ὑπάρχοντά μου, καὶ ἐὰν παραδῶ τὸ σῶμά μου ἵνα καυχήσωμαι, ἀγάπην δὲ μὴ ἔχω, οὐδὲν ὠφελοῦμαι.
    4. ἡ ἀγάπη μακροθυμεῖ, χρηστεύεται ἡ ἀγάπη, οὐ ζηλοῖ, [ἡ ἀγάπη] οὐ περπερεύεται, οὐ φυσιοῦται,
    5. οὐκ ἀσχημονεῖ, οὐ ζητεῖ τὰ ἑαυτῆς, οὐ παροξύνεται, οὐ λογίζεται τὸ κακόν,
    6. οὐ χαίρει ἐπὶ τῇ ἀδικίᾳ, συγχαίρει δὲ τῇ ἀληθείᾳ·
    7. πάντα στέγει, πάντα πιστεύει, πάντα ἐλπίζει, πάντα ὑπομένει.
    8. ἡ ἀγάπη οὐδέποτε πίπτει. εἴτε δὲ προφητεῖαι, καταργηθήσονται· εἴτε γλῶσσαι, παύσονται· εἴτε γνῶσις, καταργηθήσεται.
    9. ἐκ μέρους γὰρ γινώσκομεν καὶ ἐκ μέρους προφητεύομεν·
    10. ὅταν δὲ ἔλθῃ τὸ τέλειον, τὸ ἐκ μέρους καταργηθήσεται.
    11. ὅτε ἤμην νήπιος, ἐλάλουν ὡς νήπιος, ἐφρόνουν ὡς νήπιος, ἐλογιζόμην ὡς νήπιος· ὅτε γέγονα ἀνήρ, κατήργηκα τὰ τοῦ νηπίου.
    12. βλέπομεν γὰρ ἄρτι δι᾽ ἐσόπτρου ἐν αἰνίγματι, τότε δὲ πρόσωπον πρὸς πρόσωπον· ἄρτι γινώσκω ἐκ μέρους, τότε δὲ ἐπιγνώσομαι καθὼς καὶ ἐπεγνώσθην.
    13. νυνὶ δὲ μένει πίστις, ἐλπίς, ἀγάπη, τὰ τρία ταῦτα· μείζων δὲ τούτων ἡ ἀγάπη.

    1. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
    2. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
    3. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
    4. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia,
    5. non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,
    6. non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.
    7. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
    8. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.
    9. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.
    10. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
    11. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.
    12. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
    13. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

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    Il film può essere cisto per intero al seguente indirizzo (purtroppo c’è in mezzo la pubblicità):

    Per una analisi completa del film si veda:

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    [*] Perciò è fuorviante parlare di Inno all’amore, intendendo l’amore nell’accezione più ampia possibile: immagino che così piacerebbe intendere ai cattolici fru-fru, ma non mi sembra onesto; faremmo bene a rispettare il pensiero sia di san Paolo, sia di Kieślowski (noi per esempio abbiamo una concezione illuministica della libertà, diversa da quella di Kieślowski, ma non imbrogliamo le carte). Nella Nova vulgata pubblicata nel sito del Vaticano leggiamo: «Caritas patiens est, benigna est caritas, non aemulatur, non agit superbe, non inflatur, non est ambitiosa, non quaerit, quae sua sunt, non irritatur, non cogitat malum, non gaudet super iniquitatem, congaudet autem veritati».

  8. ALGIDO permalink

    Buongiorno Eccellenza
    [mah, credo di aver già scritto che “eccellenza” è una parola che normalmente tengo in dispetto. Faccio un’eccezione per l’eccellenza delle poppe di Olimpia, della quale parla l’Ariosto nell'”Orlando furioso”. In altri tempi, prima della prevalenza del cretino, prima della tabe del politicamente corretto, quando, per esempio, la parola ‘manager’ era soltanto una parola inglese, non registrata nei vocabolari italiani paraculi, la parola “eccellenza” aveva vari significati, compreso quello ironicamente da lei usato, ma non quello che oggi piace tanto a maestrine e a buzzurri. In ogni caso, nel senso da lei usato, “eccellenza” poco s’addice alla mia persona, in quanto programmaticamente anti-istituzionale (veda il dileggio della mistica istituzionale, nel vano tentativo di portare la dott.ssa Serra su posizioni laiche ed equilibrate); quanto all’eccellenza nel nuovo significato che tanto piace a maestrine e buzzurri (“le eccellenze di Curno”, “l’eccellenza dell’Erasmus/Orgasmus!”): boh, roba da matti! Come diceva mia nonna, “Quando la merda siede sullo scranno, o puzza ovver fa danno”. N.d.Ar.]

    Dopo un paio di convulse giornate riemergo.
    A Curno non è andata molto diversamente rispetto agli altri borghi lombardi.
    [Se avrò tempo, vedrò di fare un confronto tra Varenna, o Montevecchia, per esempio, borghi lombardi bellissimi, e Curno, borgo particolarmente brutto e reso ancora più brutto dalla “fumeria” di polli fritti secondo la ricetta del colonnello Sanders, i polli della KFC, orgoglio della giunta serrano-crurale. N.d.Ar.]

    La lega cresce (circa 31-32% mediando Camera e senato)
    Forza Italia crolla (11-12% circa)
    Il PD tiene (24-25% tra camera e senato)
    Il M5S non sfonda (ma Fassi Gigioneggiava e Giganteggiava ai seggi) andando molto peggio che altrove
    I Neofascisti (FN e Casa Pound che è pure venuta a Curno a chiuder la campagna) irrilevanti
    La Meloni nulla di che (e a Curno godeva di appoggi eccellenti).
    [Sappiamo, sappiamo: credo che a Curno fosse sponsorizzata da un amico di Max Conti. N.d.Ar.]

    Queste saranno le ultime elezioni in cui a Curno il PD è gestito da Max Conti, in procinto di salutare e iscriversi presso la nuova residenza.
    Dopo 10 anni saluta l’allegra brigata

    A presto

    • Ma come, lei ci serve l’aperitivo, ma ci nega la pietanza!
      Quando scrive che Max Conti è «in procinto di salutare e iscriversi presso la nuova residenza», intende dire che cambia residenza anagrafica e che s’iscrive alla sezione Pd pertinente al nuovo domicilio, o che cambia residenza politica?
      Nel secondo caso, questa chiaramente è una grande notizia, perlomeno su scala curnense. Forse che Max Conti si domicilia presso la Boldrina (che sta cercando casa a Milano dalle parti di via san Gregorio, così disse), mettendole a disposizione la sua conoscenza del milieu curnense? Tale trasferimento di conoscenze e metodi — in linguaggio coglione know-how — fu già operato a favore della dott.ssa Serra, che però fu ingrata. In fondo la congiura serrapedrettista fu architettata da Max Conti, e la dott.ssa Serra, dopo che ebbe ottenuto lo scopo, e molto allora poteva e forse ancora può, poteva ricordarsi degli amici.

    • ALGIDO permalink

      Non cambia residenza politica ma anagrafica.. e poi basta, dopo 10 anni….
      Lo sa che a oggi l’unico segretario di circolo in sella ininterrottamente dalla fondazione dei 110 circoli della provincia? Come diceva Sandra Mondaini che noia…che barba
      E poi lo dico pure io
      Elezioni comunali di nemmeno 10 mesi fa: mancano 4 anni e 3 mesi alle prossime
      Politiche e regionali andate. Adesso vadiano avanti altri (citazione del rag. Filini)
      In ogni caso se dovesse cambiare partito conoscrndolo Leu sarebbe ultima tra le scelte possibili.
      [Leu aveva un D’Alema che se non altro è intelligente, Bersani che è persona onesta, ha studiato latino con la prof.ssa Calderini al liceo di Piacenza ed è laureato in filosofia con una tesi su Gregorio Magno, mica su Martha Nussbaum. Peccato che in quel partito ci fosse un Grasso, politicamente inetto, e una Boldrina, politicamente sciagurata. N.d.Ar.]

      Probabile che [Max Conti] tornerebbe tra i radicali da dove proviene politicamente.
      [Sarebbe un’idea. Max Conti ha una grande conoscenza del territorio, potrebbe operare un trasferimento di know how. Ma i radicali saranno interessati? A mio parere Max Conti non dovrebbe trascurare l’ipotesi di lasciare del tutto la politica per dedicarsi eclusivamente ad attività di lobbying. Potrebbe affiancare MarcoBattaglia della gestione dell’impostura europeista. I circoli enogastronomici, finanziari, paracattolici e paramassonici di Bergamo hanno bisogno di mediatori capaci; ma credo che non siano contenti di MarcoBattaglia. L’impostura dell’Erasmus/Orgasmus deve essere rilanciata sul territorio con iniziative fresche e credibili. N.d.Ar.]

  9. Ettore permalink

    Chiariamoci, quello nel quale ci siamo svegliati è lo stesso Paese in cui siamo andati a letto, io molto tardi, questa notte. Un Paese totalmente estraneo ai principi di uguaglianza e solidarietà, un Paese di arrivisti senza scrupoli, che ogni giorno, per le strade o negli ambienti di lavoro, discrimina in base al colore della pelle, alla religione, al genere o all’orientamento sessuale. Il Paese degli antivaccinisti e degli evasori totali, di quelli che si sposano in Chiesa e che per offendere ti chiamano tr0ia oppure fr0ci0, al limite m0ng0loide.
    Dunque che questo tipo di persone voti i due partiti più antidemocratici, populisti, xenofobi, sessisti e antiscientifici del panorama nazionale è assolutamente fisiologico.
    Gli italiani sono in maggioranza (stragrande maggioranza) questa roba qui, ed è sacrosanto che in una democrazia abbiano rappresentanza e che le loro istanze vengano accolte e perseguite dalla classe politica che hanno eletto. È l’ora di crescere, di uscire da quella campana di vetro rassicurante che ci siamo costruiti, circondandoci di persone pacifiche, sensibili, altruiste e che credono nell’uguaglianza. Non è così. E non lo era neanche ieri sera, inutile stupirsi. Se ci sono delle responsabilità? Senz’altro, ci sono sempre, ma dire che Renzi ha ucciso la sinistra sarebbe semplicistico, la cancrena del liberismo aveva già infettato quell’area politica molto prima di lui, rendendola man mano sempre più indistinguibile dall’altra. Renzi a ben vedere è un effetto più che una causa, anche se storicamente è toccato a lui il ruolo del distruttore e – chiariamoci – ha fatto il suo dovere per meritarselo. C’è da dire che fortunatamente due delle sue aberrazioni sono state spazzate via, una dalla consulta (l’Italicum) e una direttamente da noi (la riforma costituzionale), altrimenti a quest’ora la situazione sarebbe ancora più terrificante, con i Cinque Stelle al comando di un sistema praticamente monocamerale e con una maggioranza bulgara. Adesso, da queste macerie, nasce la speranza di una sinistra che finalmente ricominci a fare la sinistra, che esca dai salotti e torni in mezzo alla gente: dagli operai privati dei diritti, dagli insegnanti pendolari, dagli studenti sfruttati per lavoro. Una sinistra che rappresenti davvero, e profondamente, un’alternativa a questa montagna di merda.

  10. C. Qbeddu da Cagliari permalink

    Auguro a tutti coloro che parlano con ignoranza e frasi fatte di provare per una settimana ad essere nei panni delle persone che odiano senza conoscere le loro storie, senza averli mai ascoltati davvero.
    Lontani dalla propria terra, dai propri familiari e dalla propria vita. Disprezzati, umiliati, perseguitati, considerati diversi.
    Lo auguro soprattutto alle madri e ai padri, i quali dovrebbero essere piú empatici e compassionevoli per poter educare i figli all’uguaglianza, alla tolleranza, alla libertà.
    La cosa più preoccupante è che questi genitori (se cosí si possono chiamare) trasmetteranno alla loro prole un’educazione xenofoba, volta al disprezzo, all’ignoranza e alla superficialità.
    Siete gli stessi che nel giorno della memoria si commuovono davanti alle fotografie del cancello di Auschwitz o guardando
    Schindler’s List.

    Mi fate schifo.

    • Due risposte

      Dai due interventi precedenti mi piace estrarre, rispettivamente questi due brani:

      1. Siete gli stessi che nel giorno della memoria si commuovono davanti alle fotografie del cancello di Auschwitz o guardando
      Schindler’s List.

      2. Dire che Renzi ha ucciso la sinistra sarebbe semplicistico, la cancrena del liberismo aveva già infettato quell’area politica molto prima di lui.
      […] Nasce la speranza di una sinistra che finalmente ricominci a fare la sinistra, che esca dai salotti e torni in mezzo alla gente: dagli operai privati dei diritti, dagli insegnanti pendolari, dagli studenti sfruttati per lavoro. Una sinistra che rappresenti davvero, e profondamente, un’alternativa a questa montagna di merda.

      Il primo intervento coglie un punto fondamentale: quello della dignità dell’uomo, il quale perde la parte migliore di sé quando si degrada tanto da diventare un otre colmo di paura e odio; e invece di ragionare e ricuperare la sua umanità, quel briciolo che gli rimane, alimenta la propria bestialità sventolando il vessillo fascioleghista. E fin qui passi: più che schifo sentiamo compassione, dovremmo aiutarlo. Ma come si fa ad aiutare uno che, mentre pasce la propria bestialità, nello stesso tempo crede addirittura di essere buono, solo perché, come scrive il lettore, una volta l’anno, in occasione delle feste comandate, si commuove vedendo Schindler’s list? (Tra l’altro, un bellissimo film.)

      Il secondo intervento ci invita a non abbassare la guardia, a non farci coglionare acconsentendo a parlar male di Renzi adesso che è sconfitto. Il male della sinistra italiana, per non andare troppo in là, ha una data precisa: quella della farsa della Bolognina, inscenata da Occhetto. L’aziendalismo (prima ancora che il liberalismo, perché non si pensi che la colpa sia soltanto di Soros e della sua strafottuta globalizzazione all’insegna del profitto) ha trasformato gli uomini in merde. Forse, tra l’altro, bisognerebbe rileggere in chiave moderna il saggio di la Boétie, del quale ci siamo già occupati: vedi Discorso sulla servitù volontaria, di Étienne de La Boétie. Gli aziendalisti sono schiavi volontari, i loro disvalori sostanziati di darwinismo spenceriano d’accatto ne fanno merde ad honorem, merde che vorrebbero un mondo di merda, a loro misura. Altro che Erasmus/Orgasmus! Altro che pub crawl! Ci vorrebbe la Rivoluzione, quella vera, non quella virtuale di “uno vale uno”.

      Adesso dobbiamo anche guardarci dai grillini: Dio non voglia che tornino a sfoderare il loro esoterismo d’origine, che non si sa se sia una parodia di Guerre stellari, o l’incubo di Eyes wide shut; dovremo tornare a sentire le baggianate di Casaleggio padre su Gaia, sulla società liquida? dovremo sopportare i loro anatemi contro i vaccini, contro la scienza? Loro sono fermi a quando Mike Bongiorno, sbeffeggiato da Umberto Eco, leggeva la risposta nella cartella e proclamava “Esatto!”. Credono negli oracoli. Noi invece abbiamo la religione del dubbio, ci piace la scienza che è una ricerca senza fine, e che vuol essere rigorosa, poco curandoci dei sentimenti delle maestrine, delle Boldrine, degli psicologi che vorrebbero precipitarci nell’inferno del “gender”, dei comitati facinorosi che pretendono di rappresentare la “ggente”, delle assemblee cosiddette cittadine d’infausta memoria, come pure dei loro “clic” per dire mi-piace/non-mi-piace, e diffidando decisamente delle persone che dicono di essere “sensibili”, e che sono le più pericolose.
      Ho votato in passato (anche) per i grillini, per punire la sinistra cialtrona, salottiera, aziendalista, talora anche criminale, quando civetta con la finanza. Ma avantieri ho votato per il Pd, perché la sentimentalità al potere dei populisti mi fa orrore. Io che leggo Scalfari dal tempo in cui l’Espresso aveva formato di lenzuolo, e che prima ancora leggevo il Mondo di Pannunzio, non faccio fatica a capire Barbapapà che, messo alle strette da Floris, disse di preferire Berlusconi a Di Maio. Il quale si presenta adesso come un democristiano in stile Forlani, ma certo non tranquillizza chi ha memoria buona per mettere insieme i fatti e mente per ragionare. Così come nessuno dotato di cervello si è mai fatto infinocchiare dal democristiano Donat Cattin che faceva discorsi a sinistra del Pci per uccellare gli operai e indurli a votare per la Dc.
      Giusto per non dimenticare, rivediamo questo documentario di Casaleggio padre.

  11. In concomitanza con la “Giornata istituzionale della donna” (risoluzione delle Nazioni Unite, n. 54/134 del 17.12.1999)
    Sconfitte nella competizione uninominale, la Boldrina e la sciura Valeria sono ripescate grazie al paracadute del proporzionale

    Pensavamo di poter dire con Orazio
    Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus
    cioè
    “Bisogna bere adesso, battiamo il tempo, ora, pestando il suolo in libertà”.

    Sì, con l’eclisse dell’imperiosa Boldrina e della sciura Valeria protagonista della malascuola, sognavamo di bere e cantare, di dare sfogo alla gioia, anche disordinatamente, una volta tanto, perché la gioia sarebbe stata tanta (pede libero, cioè con ritmo sfrenato: invece canere certo pede voleva dire “cantare battendo il tempo regolarmente”).
    L’evento agognato non si è verificato. È stato un sogno. Volevamo fare quel che Orazio fece, quando venne a Roma la notizia della dipartita di Cleopatra, morsa al seno dall’aspide: beato lui, che poté festeggiare. Invece in questo momento baccheggiano queste due; e chissà che cosa non combineranno in seguito per avere ancora visibilità e, soprattutto, per attentare alla nostra integrità, con crudele colleifragio.
    Le femministe intonavano nei loro cortei, con fare minaccioso nei confronti dei maschi: «Tremate, tremate, le streghe son tornate!». Beh, noi non tremeremo, resisteremo agli attacchi e, se necessario, moriremo con onore: non passeremo per le forche caudine della squallida e trita, burocraticamente istituzionale, Festa della donna.

    • Prepariamoci alla Resistenza: come il solito, contro il potere, contro gli “istituzionali”
      Badoglio, personaggio istituzionale e colleifrago

      Nei commenti precedenti accennavamo alla minaccia di colleifragio permanente rappresentato dalla “sinergia” (vocabolo aziendalistico: piaceva a Carlo De Benedetti e, soprattutto, ai suoi servi) dell’imperiosa Boldrina e della svampita (con riferimento alla labilità della sua memoria) sciura Valeria. Tutte e due istituzionali, molto istituzionali, ma la Boldrina ancora di più.
      Ebbene, è venuto il momento di ricordare un personaggio istituzionale par excellence (ma non è l’eccellenza della quale favoleggiano i buzzurri): parliamo di Pietro Badoglio, del quale la Badoglieide ricorda, giustamente, che vista la mala parata, pensò di salvarsi spostandosi alla volta di «lidi sicuri». Anche le due signore, mancando l’obiettivo di essere scelte nel collegio uninominale, sono migrate verso i lidi sicuri del proporzionale.

      Registriamo che è già iniziata la corsa al carro del vincitore: una roba schifosa. Si veda qui sotto:

      Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

      Sapevamo che sarebbe andata a finire così. Ma noi che abbiamo un decoro da difendere, non ci stiamo; perciò abbiamo preferito non votare per M5S: per evitare lo schifo dell’ammucchiata, per evitare di stare in compagnia dei professionisti dell’istituzionalità (come diceva Agnelli, «Noi siamo governativi per definizione»). E questo non è che l’inizio. Intanto ascoltiamo questo discorso di Di Battista, in relazione anche alla Boldrina (dunque, rimaniamo in tema): molto retorico, dove si mescola il vero con il falso, tutto giocato sulla mozione degli affetti. Invece avremmo bisogno di ragionare, a partire da quanto di vero c’è nel discorso di Di Battista (il “businesse” dell’accoglienza degl’immigrati, per esempio), ma soprattutto introducendo le considerazioni che Di Battista non ha fatto (per esempio,la complessità del sistema sociopolitico, che dovrebbe essere affrontata razionalmente, da persone competenti).

      • Siamo (sono) tutti grillini

        Scrive oggi 7 marzo Marco Travaglio sul Fatto quotidiano:

        Ricordate Attila Di Maio e gli Unni grillini pronti al sacco di Roma e dell’Italia tutta con le loro orde di populisti, antieuropeisti, incompetenti, scrocconi, truffatori e impresentabili? Ricordate gli appelli, i contrappelli e i moniti del Partitone TTDM (Tutti Tranne Di Maio) per “fare argine” contro la calata dei terribili baluba, anche a costo di prendere sul serio un caso umano come Renzi e soprattutto riabilitare Berlusconi occultando le sue sentenze, le sue corruzioni, le sue frodi, i suoi finanziamenti alla mafia, i suoi disastri, le sue leggi vergogna, i suoi conflitti d’interessi, il suo rincoglionimento senile?
        […] Il “rompete le lingue” lo dà Sergio Marchionne, fedele alla linea del vecchio senatore Agnelli: “Noi siamo governativi per definizione”. Prima dà il calcio dell’asino all’amico Matteo: “Non riconosco più il Renzi di un tempo”, proprio mentre, con le dimissioni senza dimissioni, si conferma più che mai quello di sempre. Poi aggiunge: “Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio” (cioè tutti i governi precedenti, regolarmente appoggiati dalla Fiat e da Marchionne).
        […]
        Ps. Non so a voi, ma a me questi grillini cominciano a stare un filino sul culo

  12. Considerazioni politicamente scorrette
    Incombe la Festa della donna

    Scrive Glenda Mancini nel libro Anche le donne uccidono. Quando è uomo a subire, che in Italia sono morti nel 2002 [*] – per cause varie – 560.390 esseri umani. Di essi 279.296 erano di genere maschile; il rimanente, 281.094, sono donne. Ma vediamo quale sia il numero delle persone assassinate: 401 sono gli uomini, 159 le donne. Com’è allora che si parla tanto di fem(m)inicidio? Perché non parlare anche di viricidio? Non che noi siamo d’accordo con Juan Gutiérrez il quale affermava nel trattato Canonicarum utriusque fori, tam exterioris quam interioris animae, quaestionum liber:

    Immo maior est ratio in viricidio, gravius siquidem delictum est si uxor virum occidat, cui tamquam capiti debet reverentiam…

    (Evito di tradurre: così forse eviterò di essere messo sul rogo, tanto grave è il delitto di leso femminismo)

    Scrivevo due anni fa (si veda La dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza faranno qualcosa per arginare la violenza delle donne sui maschi?) che «un’indagine dell’Università di Siena afferma che in Italia, nel 2011, ci sarebbero stati oltre cinque milioni di uomini vittime di violenza femminile: dai capelli strappati a calci e pugni». La notizia della ricerca senese era commentata in questi termini dal Foglio di Ferrara: «Con buona pace pure di Laura Boldrini, il fatto è che in questo mondo di debosciati le donne menano come i fabbri gli omuncoli, e votano The Donald anche se le prende proprio per lì».
    Fui accusato (indovinate da chi) di aver messo sullo stesso piano omicidi e schiaffi. Pura disinformazione: niente di più falso. Osservavo, semplicemente, che «esiste una violenza delle donne sui maschi, anche se meno invasiva di quella dei maschi sulle donne». Non nego la violenza dei maschi sulle donne, e la detesto, in quanto uomo non violento; e non metto sullo stesso piano morsi e omicidi. Ma la violenza delle donne sui maschi esiste, è di un altro ordine di grandezza sul piano quantitativo, e qualitativamente del tutto differente, d’accordo, ma non per questo innocua, anzi. Senza contare che violenza chiama violenza.
    Insisto, come sempre, sulla necessità di ragionare, pur non potendo fare a meno di constatare che tutta la società è ormai intrisa di violenza, e ogni giorno se ne intride sempre più. Come quando il gatto padano minaccia di prendere “a plocade” i sardAgnoli che non gli aggradano, anzi lancia una fatwa e spera di trovare un seguito tra minus habentes identitari per disperazione. In generale, a parte il caso pietoso dello sputtanato gatto padano-rurale, la pervasività della violenza in questa sgangherata società industriale che si pretende avanzata è conseguenza della prevalenza dei disvalori aziendalistici sui valori cristiani; questi ultimi coincidono largamente, come ho spesso messo in evidenza, con quelli della morale naturale. La violenza dei maschi – e quella delle donne, naturalmente – è dunque figlia della violenza della società, anche se si fa di tutto per ignorarlo. Chi parla di feminicidio ovviamente non è uno scienziato, soprattutto è ferocemente antiscientifico, in buona compagnia con i talebani dell’animalismo, con quelli che non vogliono i vaccini ecc.
    Se non si deve per forza fare propaganda e appuntarsi al petto, costi quel che costi, la coccarda del politicamente corretto o addirittura farsi promotori di un collifragio universale quale era nell’agenda della Boldrina, bisognerà riconoscere che «il problema non è combattere il “feminicidio” di per sé, il bullismo di per sé, il razzismo di per sé, l’attrazione per lo sballo di per sé ecc. Il problema è tenere sotto controllo la bestialità: reprimendola quando è in essere, soprattutto studiandone le cause, e rimuovendole»: così mi è capitato di scrivere. Insomma, anche qui bisognerebbe seguire la via della ragione, che però non interessa a nessuno, a quanto pare, tanto più che se sei ragionevole non fai carriera, se sei filosoficamente indeterminato sei un cacadubbi. Se invece sei sbracato, se ti appecori, se urli, ecco che avrai il tuo tornaconto, o quantomento la speranza di un tornaconto.
    D’altra parte la proprietà nasce dal furto, e la carriera di molti è cominciata con la violenza, come quando diedero una pistola in mano a Onassis, che aveva 16 anni, e lo imbarcarono per l’America dove avrebbe dovuto uccidere un uomo. Ebbene fare piazzate femministe è una forma apparentemente indolore di volenza, ma sempre violenza è.
    Ripeto quanto ho scritto altre volte, nella speranza (vana) di stroncare le reazioni politicamente corrette di cazzeggio e disinformazione:
    • Detesto non solo il feminicidio, ma, in generale qualsiasi violenza del maschio sulla donna (e della donna sull’uomo).
    • Prendo atto della circostanza che i maschi violenti sono per lo più individui insicuri per ragioni oggettive (si lavora alacremente a disegni di legge intesi come smorzatori di virilità) e soggettive (ansia di prestazione, misura modesta di “pene percepito”, come oggi sciacquettisticamente si parla di “temperatura percepita”) ecc.
    • Propongo alle donne e agli uomini dotati d’intelletto una riflessione sui germi di violenza che infettano la nostra società, in larga misura attribuibili a una concezione bestiale della vita associata, il cosiddetto darwinismo spenceriano. Esso è attribuibile fondamentalmente all’estrusione dei valori cristiani, sostituiti dai disvalori dell’aziendalismo, del carrierismo, della determinazione, del consumismo. Questo stato di cose è assimilabile alla ricaduta radioattiva, sul lungo periodo, del nefasto fungo atomico comportato dall’esplosione dell’etica protestante del capitalismo, a far data dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma a tutto c’è un limite. Sempre su Libero leggo queste parole, tratte dal libro della Mancini:

    Il tasso di maltrattamenti nelle coppie lesbiche e più alto che in quelle eterosessuali […]. Per le donne, il tasso di stupro nelle coppie lesbiche (11,4%) si rivelava superiore rispetto a quello delle coppie eterosessuali (4,4%).

    Sarà vero? In ogni caso, si ha l’impressione che il Nuovo ordine mondiale del Politicamente corretto vorrebbe che non se ne parlasse. Perciò varrebbe la pena approfondire. Intanto ragioniamo su questo video:

    …………………………………………………………………….
    [*] Pare che questi siano gli ultimi dati disponibili, analizzati nel modo che qui è presentato: così leggiamo su Libero (7 marzo 2018) che presenta il libro della Mancini, acquistabile in edicola domani 8 marzo, insieme al quotidiano: qui forse sarà dato trovare l’indicazione delle fonti primarie, non so. Dovrebbe essere evidente tuttavia che i dati possono essere contestati, certo, ma onestamente; per esempio mettendo sul tappeto i dati “veri”, se ci sono altri dati, invece di squittire (come le zoccole) e ragliare (come gli asini) al pensiero che il libro esce in allegato al quotidiano del “nemico” di classe (inteso come maschio), intenzionato a non morire spadone, né pecchione e nemmeno toy boy, eventualmente anche per uso promiscuo Lbgt. Non è così che si ragiona. Altrimenti si fa come i negazionisti, che negano lo sterminio degli ebrei, perché i resoconti dello sterminio, e parte del materiale documentario, sono di fonte ebraica. Prima di fare le solite brutte figure, i buzzurri sono pregati di studiare. Vedano, per esempio: A. Bruschi, Metologia delle scienze sociali, Bruno Mondadori, Milano 1999.

  13. Celebriamo l’8 marzo a modo nostro
    La furbata sciita del matrimonio temporaneo


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    C’è chi in occasione dell’8 marzo entra in subbuglio interiore, si abbandona al sentimento, sogna una grande purga a carico di chi non s’appecora e, dato che c’è, si adopera per occupare nuovi avamposti di potere istituzionale. C’è chi ragiona ed eventualmente, per legittima difesa contro i colpi bassi, soprattutto se istituzionali, pensa a una controffensiva. Il ‘Foglio’ è nel novero dei resistenti.
    Premessa su un colpo basso boldrinesco – Tre anni fa la Boldrina scrisse una lettera indirizzata alle colleghe e ai colleghi di Montecitorio, invitandoli a mettere al bando la parola ‘ministro’ se ci si riferisce a una donna, che dovrà essere chiamata ‘ministra’, oppure ‘signora’ presidente o ‘la’ presidente, nel caso ci si riferisca, per esempio alla titolare della Camera. E si fa forte di una raccomandazione dell’Accademia della Crusca, stesa da Cecilia Robustelli, linguista femminista che si è intrufolata nell’Accademi, vi si è incistata ha fatto la voce grossa e nessuno ha avuto il coraggio di opporsi. Sono miserie ricorrenti nel panorama culturale italiano, come quando nel 1931 tutti i professori universitari giurarono fedeltà al fascismo: su oltre milleduecento accademici, soltanto dodici opposero un rifiuto (si veda I professori che dissero no a Mussolini</strong>). Io che ho studiato latino e greco al tempo in cui la scuola italiana non era una scuola di merda, mi rifiuto di obbedire ai diktat della Robustelli e della Boldrina: anche perché non ho niente da perdere, a differenza degli accademici della Crusca, evidentemente, che hanno fatto harakiri, pur di non apparire politicamente scorretti e pagarne lo scotto.
    Ciò premesso, veniamo alla controffensiva del ‘Foglio’, che pubblica l’articolo segnalato qui sopra. Abbiamo letto con interesse, in particolare, questo passo:

    Le attrici e le femministe che si rifanno una verginità con #MeToo ignorano la sorte delle ragazze iraniane costrette al “sigheh”, il matrimonio a scadenza, giusto la durata della copula, per non commettere il reato di adulterio; quelle che, per preservare la propria verginità, prima del matrimonio fanno solo sesso anale; quelle che scelgono la imenoplastica (ricostruzione dell’imene) e che comprano i “kit della verginità”, capsule di liquido rosso che si rompono durante la prima notte di nozze.

    Ma che cos’è il “sigheh”? Lo ignoravamo, ci siamo informati; leggiamo così che per i giovani che non riescono a convolare a nozze e quindi a soddisfare i propri bisogni sessuali all’interno di una cornice religiosa, c’è una soluzione, tutta sciita e iraniana, il matrimonio temporaneo, che non ha bisogno di particolari cerimonie. Da un articolo pubblicato sulla ‘Stampa’ apprendo:

    Il matrimonio temporaneo può avere la durata minima di un’ora e arrivare fino a 99 anni: nel primo caso è assimilabile alla prostituzione, nel secondo è sinonimo di amore infinito. Chiamato in arabo mut’a e in persiano sigheh, fu vietato dal secondo califfo Omar nel VII secolo d.C. ma gli sciiti hanno continuato a praticarlo.
    «Le caratteristiche del matrimonio temporaneo sono due: la durata e la somma di denaro o beni che il marito si impegna a versare alla moglie in cambio della disponibilità sessuale. In mancanza di uno di questi elementi si tratta di un’unione a tempo indeterminato», precisa l’antropologa Shahla Haeri, autrice del saggio ‘Law of desire’.
    […] Il sigheh è diventato un business. A Teheran un’agenzia viaggi offre soggiorni sul Mar Caspio e, incluso nel prezzo, il matrimonio temporaneo registrato da un religioso. […] Sono proprio i mullah a ricorrere per primi a queste unioni, specialmente nei pressi dei mausolei. E non certo per amore.

    Per saperne di più: Iran – Il matrimonio temporaneo (sigheh).

  14. Proprio il giorno della festa della donna!
    Ah, Boldrina, Boldrina!


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    • ALGIDO permalink

      Mi piace David Byrne
      Sin da ragazzo

      https://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2018/03/08/news/david-byrne-lancia-il-suo-nuovo-album-autoaccusandosi-di-sessismo-182991/

      [Su David Byrne mi dichiaro incompetente, il che non m’impedisce di commentare la sua mossa. Non ho studiato Scienze della Comunicazione (sarebbe un disonore), ma credo che per chiunque, e non solo per me, sia facile cogliere la verità messa in evidenza dall’estensore dell’articolo da lei stesso segnalato: con questa sua dichiarazione David Byrne e il suo agente di pubbliche relazioni hanno fatto un’operazione di paraculaggine. Alcuni — in realtà molti, e comunque troppi — apprezzano questi giochini: “Oh, che bella trovata! Anch’io, anch’io!”. Invece, se la società è marcia, è anche perché non si è capaci di disprezzare, d’acchito, mosse indecorose di ricerca della visibilità e del consenso di tal fatta, in tutti i campi. Il mio disprezzo per la politichetta di Curno è coerente con questo punto di vista, e ne rivendico la bontà. N.d.Ar.]

      • E se il gatto padano passasse al gas nervino? Che pagüra!
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        Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.
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        Antônio das Mortes, come se non gli bastasse chiamarsi “das Mortes”, era anche conosciuto come matador de cangaceiros. Nel film di Glauber Rocha, Il dio nero e il diavolo biondo, è uno spietato cacciatore ‎di taglie al soldo dei latifondisti:

        Ebbene, se Antônio das mortes era “matador de cangaceiros”, il gatto padano vuol essere il “lapidator de’ sardagnoli”. Scrive infatti nel n. 543 del suo malevolo diario: «Noi i maestrini sardAgnoli li prendiamo a plocade», come qui sotto è mostrato:

        Si noti il plurale: “noi… li prendiamo”. È chiaro che il gatto evoca una fatwa tribale, da mettere a segno nell’àmbito territoriale di Curno. Sennonché pare che nessuno gli abbia dato retta. E allora lui — sic fert fama — se ne va in giro con uno zainetto in spalla, che dà a intendere sia pieno di sassi (sassi misti, di fiume e di cava), perché se lui incontra un sardagnolo, ebbene, non esiterà a farne strazio.
        Peraltro si sa che il gatto ama presentarsi ai suoi contribuli come vessillifero del nuovo che avanza: perciò va pazzo per gli acronimi (per dire Ufficio tecnico lui scrive UU. TT., come FF. SS., ma le ferrovie sono al plurale, mentre l’ufficio tecnico è uno), eiacula precocemente se può ripescare dal vernacolo agrimensurale padano qualche parolina che possa essere fraintesa da chi abbia buona padronanza della lingua italiana (lo stravento, per esempio: lui gode, evocando lo “stravento” per dire vento e pioggia battente di traverso), s’inventa le “piste pedociclabili”, ci rammenta che esiste la “banda larga”, dà indicazioni perentorie perché il Comune di Curno si attrezzi con prestatori d’opera insigniti della cacata carta dell’Erasmus; infine, autoproclamatosi rappresentante in terra padana dell’archistar Norman Foster vorrebbe riprogettare le rotonde di Curno a misura del suo limitato orizzonte culturale, in barba alla conclamata bellezza da vivere di questo sciagurato paese.
        Ecco, adesso che si parla dell’uso micidiale del gas nervino, già utilizzato per uccidere il fratellatro del dittatore coreano Kim Jong-un e di recente impiegato per avvelenare l’agente segreto russo Sergei Skripal (passato al nemico) e sua figlia Yulia, il gatto padano potrebbe eccitarsi e passare dalle “plocade” al gas nervino, per attuare in solitudine il suo progetto di sterminio dei sardagnoli. Ma al gatto piacerà chiamarlo Sarin, perché “Sarin” è un acronimo ottenuto mettendo insieme le iniziali dei suoi inventori.
        Gatto, gatto cattivone: Che pagüra!

      • ALGIDO permalink

        Il gatto padano è bell’e finito.
        Gli resta solo.l’arte della delazione.
        In cui da sempre si è distinto.
        Per il resto il nulla…

        • «Jetta ’a pretella e nasconne ’a manella»

          Lei dice “delazione” con riferimento al fatto che il gatto, invece di lanciare i sassi, lui, in prima persona, punta il dito sulla persona da lapidare e si aspetta che siano gli altri a scagliare le pietre? Sì, si può dire così: “delazione” è sostantivo deverbale (cioè derivato dal verbo) dal lat. deferre, il cui supino fa delatum (il paradigma di questo verbo, composto di de + fero, è de-fero, de-tuli, de-latum, de-ferre). Tradotto alla lettera, de-ferre significa “ri-portare”, quindi ri-ferire (“ri-ferire”, quando non significa “ferire di nuovo”, deriva ancora da fero). Altri esempi di deverbali, derivati dal modo supino del verbo, levando la desinenza in –um (come delatore, da delatum, appunto): motore, da motum (dal verbo “muovere” che in lat. fa moveo, movi, motum, movēre); ascensóre, dal supino ascensum di ascendĕre, “salire”. Per questa ragione si dovrebbe dire “scansore”, invece di scanner, dal supino (scansum) di scandere, che significa spostarsi da un punto all’altro, solitamente verso l’alto.
          Queste sono le cose che varrebbe la pena ricordare, ogni tanto. Altro che le baggianate della linguista femminista Cecilia Robustelli, amica della Boldrina, che nessuno osa contestare, in particolare fra quelli che avrebbero il dovere di prendere posizione, per il ruolo che hanno nelle istituzioni culturali. Come in altri tempi gli accademici non ebbero il coraggio di rifiutare fedeltà al fascismo, simile viltà si registra oggi, nei confronti del “politicamente corretto”. Fortuna che esiste Nusquamia (che però, notoriamente, “non conta un cazzo” e non è “a norma di cacata carta”).
          Tornando al gatto padano, è singolare — e divertente — che, replicando alla nostra noterella che ricorda, e documenta, la sua fatwa di lapidazione, risponda in questi termini: «Noi non abbiamo nulla da nascondere. Indossiamo uno zainetto perché ci è comodo nel camminare rispetto alla nostra disabilità». Ma non fa cenno alla sua esortazione alla lapidazione, e così non si capisce di che cosa si parla. Parlando sempre di sassi, a Napoli si dice «Jetta ’a pretella e nasconne ’a manella», cioè “Getta la pietra e nasconde la mano”. Quanto allo zaino, lo usiamo anche noi, tutte le volte che ci spostiamo a Milano, in metropolitana e a piedi, carichi del computer Sony-Vaio (ne aveva uno uguale la dott.ssa Serra) e di qualche libro: lo zaino è utile a tutti, abili e disabili, buoni e cattivi (se parlo di “cattivi”, si sa di chi parlo). Però il gatto, invece di portare lo zaino, si attacca allo zaino, come argomento specioso: con questa trovatina, investendo lo zaino di un significato sacrale, crede di lasciarci a bocca aperta, come quando parla di “stravento” (nell’accezione ridicola, in uso presso gli agrimensori padani, di pioggia battente inclinata per la forza del vento), e già si vede nei panni del pifferaio, e sogna che tutte le zoccole gli vengano dietro e squittiscano: “stravento, stravento!”. Infatti conclude: «E questo basta caro bullo razzista».
          Toh, assistiamo a un rovesciamento della frittata. Ed io che credevo che ci fosse un germe di razzismo, semmai, nel suo voler prendere a plocade i sardagnoli: lapidazione con discriminante etnica. Come gli insulti di Bossi a Napolitano: vilipendio del capo dello Stato con discriminante etnico-territoriale. Per giunta, il gatto ci offre un saggio di razzismo rural-coglione, nemmeno quello “raffinato” della loggia steineriana [*] ‘Thule’ frequentata da Rudolf Hess, quindi anche da Hitler: si veda Le radici esoteriche del nazismo .

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          [*] Qualcuno forse ricorderà la battaglia di Nusquamia contro i tentativi d’introduzione a Curno, paese sgarruppato alle porte di Bergamo, di dèi falsi e bugiardi, all’insegna della dottrina steineriana. A onore del vero, bisognerà dire che in seguito, dopo gli amorazzamenti iniziali, ci fu rottura tra nazismo e dottrina steineriana.

  15. Questa è da non perdere
    Risum teneatis, amici!

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    Scrive Filippo Facci: «Un otto marzo senza la Boldrini è già un progresso innegabile per qualsiasi causa femminile: vero è che formalmente risulta ancora presidente della Camera (pardon: presidenta) ma la carica sta per scadere, soprattutto ci sono già state le elezioni politiche e quindi la signora non si è agitata più di tanto per sfruttare uno scranno che doveva solo monitorare il buon funzionamento dell’ Emiciclo: mentre è arcinoto che lei, in passato, l’ avesse usato come palcoscenico anche elettorale in virtù di un’ interpretazione estensiva, diciamo così».
    Insomma, è finita la tirannide boldrinesca? Si potrà tornare a dire “signora ministro”? Più in generale, avremo un presidente della Camera dei deputati di alto profilo culturale ed operativamente all’altezza della bisogna? Mah, non ne sarei tanto sicuro. Le probabilità che la Camera dei deputati torni ad essere presieduta da figure come Giuseppe Colombo, sono minime. (Ricordo che l’ing. Colombo, fondatore e rettore del Politecnico, fu l’artefice della centrale di via santa Radegonda a Milano, dove oggi si affaccia la Rinascente, la prima dell’Europa continentale).
    Abbiamo alle spalle gli esempi disastrosi di Irene Pivetti e della Boldrina e in politica vale ormai la legge economica di Gresham: moneta cattiva scaccia la buona.
    Tutto ciò premesso, visto che in questo paese non si può ragionare, consoliamoci ridendo (per il momento si può ancora ridere, ma non è detto che sarà così per sempre) guardando questo siparietto della Boldrina travestita da casalinga, e una volta tanto non agita il ditino ammonitore e il sorrisetto asseverativo non è seguito da prillamento del bacino, in senso orario dapprima, quindi antiorario.

  16. Nuovo cinema Nusquamia
    ‘Un dollaro d’onore’ (ovvero ‘Rio bravo’)

    Oggi su Iris (canale 22 del digitale terrestre), è stato trasmesso il film Un dollaro d’onore del quale qui sotto si fornisce il nesso per la visione in versione originale. È un film raccomandabile per molti aspetti, per questo ne abbiamo già parlato su Nusquamia. Ma, a ridosso della Festa della donna, vogliamo segnalare in particolare il finale, quando, dopo aver regolato i conti con la banda del latifondista Nathan, John Wayne si abbandona al sentimento, conversando con l’affascinante straniera, una donna con un passato turbolento, ma che ha l’aria di voler intraprendere la via della redenzione. Pur lasciando al sentimento la possibilità di aprirsi un varco per arrivare al suo cuore burbero, John Wayne lo fa da macho. E lei capisce di essere amata precisamente quando lui le proibisce di prendere parte allo spettacolo che si terrà nel saloon, indossando quel vestito scandaloso, che ne mostra le belle membra ignude. Oggi questo finale fa un po’ sorridere, ma fa anche piacere vederlo, pensando a quanto possa disturbare i femministi, i quali sono più fastidiosi delle stesse femministe, che non proprio tutte sono stupide; mentre i femministi o sono paraculi, o sono stupidi o sono persone che hanno preoccupanti e inconfessabili conti da regolare con i portatori di pene di orientamento sessuale normoscopante).

    http://dai.ly/x4bchx8

    Degüello – Ricordo che su Nusquamia abbiamo già spiegato il significato del Degüello, la lugubre musica che, anche in questo film, è il segnale del combattimento all’ultimo sangue: si veda In attesa delle elezioni aamministrative. Ecco la scena in cui il truce latifondista ordina che s’intoni il Degüello:

    My Rifle, My Pony and Me – Come dimenticare infine la canzone My Rifle, My Pony and Me, cantata da Dean Martin, da Ricky Nelson e dal simpaticissimo vecchietto brontolone? Eccola; seguono le parole:

    The sun is sinking in the west
    The cattle go down to the stream
    The redwing [= il tordo] settles in the nest
    It’s time for a cowboy to dream.

    Purple light in the canyons
    That’s where I long to be
    With my three good companions
    Just my rifle, pony and me.

    Gonna hang (gonna hang) my sombrero (my sombrero)
    On the limb (on the limb) of a tree (of a tree)
    Comin’ home (comin’ home) sweetheart darlin’ (sweetheart darlin’)
    Just my rifle, pony and me.
    Just my rifle, my pony and me

    Whippoorwill [un uccello canoro d’America] in the willow [il salice]
    Sings a sweet melody
    Riding to Amarillo [città del Texas].
    Just my rifle, pony and me
    No more cows (no more cows) to be ropened (to be ropened)
    No more strays [animali randagi] will I see
    Round the bend [alla curva della strada] (round the bend) she’ll be waitin’ (she’ll be waitin’)
    For my rifle, pony and me
    For my rifle, my pony and me

  17. L’arte della traduzione (dal latino) e la formazione della mente

    Luca Cavalli Sforza, genetista, studioso dell’evoluzione umana e del rapporto tra genetica e linguistica, paventando nuove disastrose riforme e, in particolare, punitive nei confronti del liceo classico e scientifico, scriveva 25 anni fa, prima del ministro sciura Valeria Fedeli:

    La scienza va insegnata come metodo per arrivare alla conoscenza, una lunga e difficile ma spesso emozionante strada alla soluzione di problemi, con una chiara visione dei dubbi e delle incertezze che restano e sempre resteranno. […] Una sociologia trita, spesso ridotta alla scienza dell’ ovvio, alla conferma di quello che già tutti sanno, o una psicologia che può risultare di estrema ingenuità per ragazzi smaliziati sono controproducenti.
    […] Ho capito che se ho imparato veramente a ragionare e risolvere problemi difficili nel corso del ginnasio e liceo è stato grazie all’ esperienza di traduzione dal latino. La traduzione in genere è ancora un’ arte molto difficile. Con tutta la ricerca sull’ intelligenza artificiale che si fa nel mondo dell’ informatica, il problema della traduzione in calcolatore è ancora lungi dall’ essere risolto soddisfacentemente. Posso dire che, fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’ importante: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gli inglesi chiamano l’ inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere.

    Per leggere l’articolo pubblicato su Repubblica: Studiando, studiando.

    Emilio Segré, premio Nobel per la fisica, ricordava che all’apertura scientifica della sua mente contribuì in modo determinante, al tempo del liceo, più che lo studio della fisica e della chimica, quello del latino. Purtroppo non non riesco a ricuperare queste sue parole, nei libri o (sarebbe più facile) in rete. In compenso trovo che la biografia di Enrico Fermi, scritta da Segré (Enrico Fermi, fisico. Una biografia scientifica) già nella prima pagina riporta la notizia del primo libro di fisica letto da Enrico Fermi: e aveva appena 14 anni! Era un libro scritto in latino dal padre gesuita Andrea Caraffa, del quale qui sotto vedete il frontespizio (fare clic sull’immagine, per sfogliarlo).

  18. La bellezza e l’invidia
    Per fare un dispetto alla Boschi coprono l’arazzo con un’orrenda fotografia, in stile di pubblicità murale del tampax

    Al Quirinale, dove Maria Elena Boschi ha preso la parola in occasione della Giornata internazionale della donna (ed era l’unica che valesse la pena ascoltare) si conservano tre pregevolissimi arazzi di scuola francese (XVII sec.) che illustrano tre momenti della storia di Psiche. Questo è un lungo racconto inglobato nella narrazione delle Metamorfosi di Apuleio.
    Gli arazzi provengono dalla collezione ducale di Parma: immagino che dovessero essere più di tre in origine, ma non sono riuscito a trovare notizie in merito. Il primo illustra il principio del racconto: una fanciulla è stata rapita dai briganti e una vecchia, da loro incaricata di sorvegliarla, per tirarle su il morale, le racconta la storia di Amore e Psiche.
    Il secondo arazzo mostra Psiche in tutta la sua bellezza, tant’è che tutti la chiamavano Venere, e nessuno osa chiederla in sposa.
    Il terzo arazzo presenta le sorelle di Psiche (sorelle cattive, perché invidiose della sua bellezza). Eccolo:


    Questo è l’arazzo coperto per iniziativa di zelanti burocrati, terrorizzati all’idea di una possibile, anzi probabile, lavata di capo da parte dell’onnipotente Boldrina (“Tutti fermi e tutti zitti, ché se vi vede la Boldrina siete tutti fritti”).

    Il cartiglio in basso è una sorta di didascalia del soggetto dell’arazzo:
    Duae maiores sorores procis regibus
    olim desponsae beatas nuptias adeptae.

    Cioè:
    Le due sorelle maggiori da tempo (olim) erano state promesse (desponsae) a pretendenti regali (procis regibus) e ciascuna riuscì a fare (adeptae: letteralmente:”pervennero a”) un buon matrimonio.

    Insomma, le due sorelle, se non proprio racchie, non erano particolarmente belle. Scrive Apuleio: «quarum temperatam formonsitatem nulli diffamarunt populi», cioè della loro modesta bellezza non si sparse la fama presso nessun popolo, a differenza di Psiche, la cui bellezza era lodata in tutto il mondo civile.
    E allora, dico io, non sarebbe stato stupendo vedere Maria Elena Boschi, e sentire il dolce suono delle sue parole, sullo sfondo di un arazzo che presenta le sorelle di Psiche, di modesta bellezza? Ma no, figurati! C’era il pericolo che si dicesse che Maria Elena Boschi, al confronto della Boldrina e della sciura Valeria… altro che Psiche!
    La Boldrina non vuole, la sua amica Cecilia Robustelli, linguista femminista, nemmeno (la Robustelli s’impose, o fu imposta, prepotentemente all’Accademia della Crusca come normatrice dell’italiano in base a cànoni tutti suoi, di cacatissima intenzione politicamente corretta); c’era il pericolo che le rappresentanze sindacali delle donne racchie d’Italia inscenassero una manifestazione; molto era temuta un’eventuale mozione di censura del Consiglio comunale di Curno, paese sgarruppato alle porte di Bergamo, aderente alla rete Lgbt-Ready.
    Ed è così che l’arazzo fu deturpato da quel volgare striscione pubblicitario. Fortuna che la Boschi fa sempre la sua bella figura, anche davanti a simili sconcezze.

    Vediamo qui, in un quadro di Antoon Van Dyck, una delle ultime “inquadrature” (per così dire) della favola di Amore e Psiche: Cupido — cioè, Amore — scorge Psiche addormentata di un sonno davvero infernale (vere Stygius), come esito di un incantesimo maligno. I due amanti erano stati separati, per l’invidia di Venere che, pur essendo bella, non sopporta l’esistenza di una fanciulla che le possa far ombra, ed è anche più giovane, ancorché la bellezza di Venere non sia soggetta a invecchiamento. Senza contare che Amore è anche suo figlio (è stato concepito con Marte, e poco importa che Vulcano, il marito legittimo, se ne crucci). Perciò Venere impedisce ad Amore di vedere l’amata. Amore si reca allora da Giove, chiede la sua intercessione, perché plachi l’ira di Venere. Giove manda Mercurio da Psiche, con il còmpito di portarla in cielo. A questo punto Psiche non è più mortale, è divina, e Venere non avrà nemmeno la scusa, per opporsi all’unione dei due amanti, che “quella” è mortale. Giove tende a Psiche un bicchiere colmo d’ambrosia (porrecto ambrosiae poculo) e le dice: «Prendi, Psiche, e sii immortale» (Sume, Psyche, et immortalis esto). E vissero felici e contenti.

  19. Possiamo dire una verità scomoda?
    La Boldrina, grazie alle pazziate per cui va famosa, è responsabile non solo del flop del suo partitino (LeU), ma del crollo di tutta la sinistra

    Questo che vedete è un titolo dell’Espresso, del quale è direttore Marco Damilano, mica Claudio Aquilini Borghi o quel fenomeno del giornalismo populista, il Paragone, già direttore della Padania, poi agitatore di masse televisive abbrutite, uomo di singolare bruttezza, con l’aggravante delle scarpe da tennis e della chitarra a tracolla, oggi senatore (ahinoi) con M5S. Insomma,questo articolo è di area progressista; se si sbilanciano così con la Boldrina, nonostante lo scudo protettivo femminista e politicamente corretto, ci sarà pure una ragione. Ed ecco che cosa leggiamo sull’Espresso:

    La prima istruzione diramata dai vertici (i funzionari della Camera) riguarda la cernita dei documenti dell’era Boldrini: quelli giudicati ormai inutili finiranno all’Archivio Storico di Palazzo, che ha richiesto se possibile di indicarne l’ingombro in metri lineari, quasi si trattasse di carta igienica in formato convenienza.

    Comunque, andiamoci piano, prima di cantar vittoria. Chi pensava di aver chiuso una brutta stagione della Repubblica italiana, quando ci si liberò di Irene Pivetti, ha dovuto ricredersi. Quali misure di deterrenza sono state adottate per evitare una replica del modello Pivetti/Boldrina? Nessuna, a quanto mi risulta. Roba da far rimpiangere Nilde Jotti, che si limitò a imporre il culto di Palmiro Togliatti del quale collocò un busto in un punto strategico, in un corridoio di Montecitorio, forse con la segreta speranza di arrivare all’obbligo per i passanti di mandargli un bacio (un “vasìn”, come in quella fabbrica del Varesotto, all’indirizzo della statua del padrone: lo racconta Dario Fo). L’iniziativa della megalopigia Nilde Jotti è nulla, comunque, in confronto a quello che hanno combinato Irene Pivetti (prima il fasciatoio a Montecitorio, poi le foto pornosoft, tutta vestita di lattice nero, in posa da catwoman con la frusta in mano, da donna determinata e dominatrice), quindi la Boldrina (“Io sono qui, e si fa assolutamente quello che piace a me; basta, punto, non m’interessa!”; segue sorrisetto asseverativo, quindi moto di prillamento del bacino, in senso orario e antiorario).

  20. Fusaro dice una cosa giusta, ma commette un erroruccio di latino

    Il “fenomeno” Fusaro – Ci siamo occupati più volte di Diego Fusaro [*], il giovane filosofo che piace, il quale a nostro avviso rischia talora di andare sopra le righe e, soprattutto, così facendo di lacerare la propria personalità in due parti, non necessariamente conflittuali. Non è il solo, del resto: càpita ai personaggi che, pur con studi seri alle spalle, non disdegnano di apparire, e apparire spesso. L’esempio migliore è fornito da Vittorio Sgarbi. Uno invece che riesce, nonostante le apparenze, a conservare l’integrità della propria personalità (nel senso che non si avvertono segni di scissione) è Massimo Cacciari.

    Premessa nusquamiense – Ebbene, Diego Fusaro, come si apprende seguendo lo spezzone di trasmissione televisiva riportato qui sopra, fondamentalmente ha ragione, quando afferma che l’immigrazione per alcuni furbacchioni è un business, come qui su Nusquamia non ci stanchiamo di ripetere. Inoltre — lo sanno bene i nostri lettori di vecchia data — siamo del parere che: a) essendo le nostre coste quelle di un paese europeo, fino a prova contraria, il problema dell’immigrazione vada affrontato anche e soprattutto in sede europea; b) il problema dell’immigrazione è tale alla luce del primo principio della termodinamica applicato ai sistemi sociali (si veda quanto abbiamo scritto in Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier); c) è spregevole lo sfruttamento pretestuoso del problema da parte dei fascioleghisti, i quali non esitano a fare spaccio di paura ed odio, tanto più che sono privi degli strumenti intellettuali idonei ad affrontarlo razionalmente.

    Un lapsus sulla lingua latina – Facendo clic sul seguente nesso d’Internet (si apre una nuova pagina, quindi fare doppio clic sul pulsante di avvio della riproduzione audio):

    L’erroruccio di Fusaro

    si possono sentire le parole di Fusaro [**] il quale, ribadendo il suo punto di vista, afferma che «essere di sinistra vorrebbe dire — Marx e Gramsci “docunt” — essere dalla parte dei lavoratori e degli sfruttati». Aggiunge che «è evidente che l’emigrazione di massa va a nocumento dei lavoratori, che devono abbassare il costo della forza-lavoro, perché hanno la concorrenza al ribasso dell’immigrazione».
    Tutto bene direi, tranne quel «docunt». Il verbo docere è della seconda coniugazione dei verbi latini (docēre, e non docĕre), e alla 3^ p. plurale fa docent, e non docunt.
    Non credo che Fusaro non lo sapesse, tutt’altro (non è un gatto padano [***] che parla di cose che non sa, e che quando parla di piste “pedociclabili” è convinto di aver detto una gran cosa; che si vanta di sapere che al tempo dei Romani gli acquitrini della Provenza erano infestati dai coccodrilli; o che vuole imporci la parola “stravento”, come dicono gli agrimensori padani per indicare la pioggia, quand’è battente e inclinata dalla forza del vento). Penso soltanto che Fusaro fosse un po’stanco, e che gli sia scappata una parola per un’altra, e che questa stanchezza derivi dal fatto che Fusaro è vittima del proprio personaggio.

    …………………………………….
    [*] Si vedano per esempio questi due articoli:
    Fusaro: «Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro dell’Erasmus»
    Diego Fusaro invita i giovani ad essere un po’ meno sporcaccioni (in senso etico)

    [**] Trasmesse ieri 14 marzo e udite dallo scrivente nel dormiveglia, dopo l’una di notte, nel corso della replica notturna della trasmissione-spazzatura “La zanzara”. Il documento audio è uno spezzone del podcast pubblicato dal sito della radio confindustriale (Radio24).

    [***] Personaggio dello sgarruppato paese di Curno, alle porte di Bergamo, che nella propaganda elettorale (2012) della sindachessa emerita dott.ssa Serra avrebbe dovuto diventare “bello da vivere”. Oggi vi si friggono i polli del colonnello Sanders.

  21. Musica per le orecchie dei Nusquamiensi

    Non ho voglia di dire la ragione per cui pubblico questo brano, nella cornice del film Il Pianista, diretto da Roman Polanski, regista maledetto. Il gatto padano potrebbe fare un uso maligno e disinformatore di quel che direi. Non ricordo chi ha detto ultimamente: guardate che il vero pericolo non sta nelle bufale (in linguaggio coglione: fake news), ma nella disinformazione. Il gatto padano però non si monti la testa: lui, con tutti i suoi sassi, non è pericoloso, non più che tanto.
    A proposito, non è male neanche l’ultimo film di Polanzki, Quello che non so di Lei (con Eva Green, protagonista di Dreamers, di Bertolucci), anche se non è al livello di perfezione del Pianista, o di Tess (interpretato da una giovanissima Nastassja Kinski).

  22. Questa volta abbiamo copiato il gatto padano

    Il gatto padano ci ha copiato, più di una volta. Abbiamo scritto che in fondo la cosa non ci dispiace, se può servire ad alzare il tono dei commentari curnensi, o anche soltanto a far sorridere. Per esempio, quando, in relazione all’infame denuncia anonima a carico del padre di Angelo Gandolfi, già sindaco del buongoverno, intesa a demoralizzare Angelo e a lanciargli un avvertimento (oggi la denuncia anonima, domani chissà), perché insomma si togliesse dai piedi, noi scrivemmo: «Ma in fondo, di che cosa è accusato il padre di Angelo? Di aver installato, su terreno proprio, una sovrastruttura aggettante rispetto all’allineamento delle costruzioni di via Buelli: fra l’altro non di tutte. E non è certo l’unico aggetto indebito, nel mesto paese di Curno. E nemmeno l’unica trasgressione. Ma la denuncia non era erga omnes, non riportava l’elenco delle trasgressioni al regolamento, per esempio di un certo tipo, o in una certa via di Curno. No, era contro il padre del sindaco emerito, perché il sindaco emerito si prendesse paura. Ma poi — scrissi –, quanto misura tale aggetto? Beh, è un aggetto di misura siffredica. Come il gatto padano sentì l’espressione, vi si buttò a corpo morto e cominciò a parlare anche lui di aggetto siffredico. Posso dire che la cosa mi dispiacesse? Certo che no, perché contribuì a ridicolizzare tale meschina denuncia anonima.
    Analogamente in mille altre occasioni il gatto ci ha copiato, come quando ha preso a parlare anche lui della “ggente”. Lui però dice che non ci ha copiato, perché scrive con tre “g”: la “gggente”. Vabbè, a parte l’astuzia contadinesca delle tre “g”, anche qui, non ci dispiace di esser stati copiati: serve a ulteriormente ridicolizzare l’idea che, se si mette insieme un drappello cammellato che bramisce e urla all’unisono la stessa cosa, poi ci si debba metter paura e fare proprio quello che le truppe cammellate pretendono che si faccia. I lettori antichi di Nusquamia ricorderanno che innescammo questa polemica al tempo in cui i similprogressisti da una parte, la Lega dall’altra dicevano di aver convocato un’assemblea “cittadina” (seh! un’impostura bella e buona!), che l’assemblea si era pronunciata così e così (grazie, l’assemblea era cammellata) e che dunque così voleva la gente. E noi scrivevamo “la ggente”, memori di quel capolavoro d’impostura che era la trasmissione Samarcanda, dove la “ggente” era a ogni piè sospinto evocata da Michele Santoro e da Chiara Ingrao. Inoltre parlava sempre della “ggente” Sandro Curzi, mitico direttore di TeleKabul, cioè del TG3.
    Trascuro altri esempi, ai quali ho accennato in altre pagine, per osservare che il gatto talora assume oltre che le nostre espressioni linguistiche, anche i nostri spunti polemici. Anche qui non c’è niente di male, anzi potrebbe essere un bene, se solo la polemica del gatto riuscisse ad essere di una qualità un po’ migliore: meno cacata carta e tignoso attaccamento al dettato copropapirologico, e più ironia (come per esempio a proposito della variante del Pgt: a suo tempo rimproverai al gatto, allo scombiccherato rassemblement locatelliano e allo stesso Fassi di essersi spesi sulla cacata carta e di essersi lasciato sfuggire la cosa più importante, il dato politico).
    Insomma, se da qualche tempo il gatto trova da ridire sulla comunicazione maldestramente dispiegata da MarcoBattaglia in favore dei similprogressisti (il gatto però da posizioni trombonescamente “istituzionali”, Aristide da un punto di vista libertario) non me ne rammarico. E se accenna al clima festaiolo dell’Aegee, dei cui “eventi culturali” è responsabile l’intramontabile MarcoBattaglia, si accomodi, ne sono felice. Semmai ricordo al gatto — spero che non si offenda e, se si offende, non fa niente — che da principio fu lui stesso buccinatore dell’impostura Erasmus/Orgasmus, che sempre più appare per quello che è, uno strumento di omologazione al ribasso delle masse universitarie proletarizzate (con riferimento alla “proletarizzazione della cultura” della quale si parlava nel ’68 e nei suoi dintorni).

    Ebbene, non dispiacerà al gatto padano, a questo punto e così stando le cose, che dal suo diario abbiamo ripreso una locuzione che dovrebbe valere per tutti i diari (quindi per il nostro non meno che per il suo), e che ho trasferito in sovrimpressione sull’immagine della testata di Nusquamia: «I commenti dei lettori, anche se in forma anonima o criptata, non sono da attribuirsi all’autore del diario».

  23. Violenza al femminile. Va combattuta, come tutte le violenze, con l’elogio dell’indeterminazione
    Londra: un branco di “bulle” picchia e uccide una studentessa italo-egiziana

    Era una studentessa d’ingegneria. Il padre sostiene che la violenza che si è abbattuta su di lei abbia motivazione razzista. Probabilmente è proprio così, propenderei però a considerare come concausa il fatto che la studentessa fosse carina.
    Non saremo così abietti da sfruttare questo triste “evento” (ecco un caso in cui la parola è usata propriamente) per muovere accuse generaliste contro le donne. Insistiamo però sulla necessità di un’educazione, della quale siamo responsabili tutti, un’educazione contro la violenza che parta dal basso. Molto meglio che i pistolotti politicamente corretti. La violenza è nello stesso modello di vita che ci è proposto dalla televisione, dalla stessa scuola. La violenza è nell’aziendalismo, i cui disvalori hanno preso il posto dei valori cristiani. La violenza è nell’elogio della “determianzione”. Invece “indeterminato” è bello, è nobile, ti libera dalle tossine e ti fa vivere meglio.
    Chiediamo un intervento con autocritica da parte della dott.ssa Serra, nell’Aula consiliare di Curno, contro la determinazione.

  24. Cazzeggio giuridico e argomentazione logica
    Tommaso Moro si difende dall’accusa di non essersi appecorato

    Questo spezzone è tratto da Un uomo per tutte le stagioni, un film del quale abbiamo già parlato. In breve: Tommaso Moro è accusato di non essersi appecorato alla volontà di Enrico VIII, re d’Inghilterra, il quale si è proclamato capo supremo della Chiesa d’Inghilterra («Supreme Head of the Church in England»). Moro, che era un giurista, e anche intelligente, si difende dall’accusa affermando di non aver mai negato questo titolo. Fino all’ultimo sosterrà di non aver mai avuto l’intenzione di recare offesa al re, insomma lui non è un sovversivo. Ma, riguardo al giuramento che gli si richiede, si tratta di una questione di principio, e sui principi primi non si transige: anche di questo abbiamo parlato spesso su Nusquamia, in un tentativo disperato di predicazione e civilizzazione in terra infidelium (Curno, paese sgarruppato alle porte di Bergamo).
    L’accusatore di Tommaso Moro, l’ambizioso e lecchino Cromwell, ha buon gioco — perlomeno, crede di avere buon gioco — affermando che in tre occasioni Moro si è rifiutato prestare giuramento di fedeltà all’Atto di successione. E aggiunge: «Non è questo forse negare a sua maestà il titolo di Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra?». Tommaso Moro, che sa perfettamente di latino e greco (insieme con l’amico Erasmo da Rotterdam [*] ha tradotto dal greco in latino i Dialoghi di Luciano), non è uno che si possa facilmente mettere nel sacco ricorrendo a volgari trucchetti in stile gatto padano, e replica: «No, non mi sono rifiutato, il mio era silenzio, e per questo silenzio sono stato imprigionato. Dunque perché mi avete chiamato di nuovo?».
    L’accusatore Cromwell, che è più colto del gatto padano curnense (vabbè…) ma non è migliore di costui, scaglia la sua pietra: «Ti abbiamo convocato per l’accusa di alto tradimento».
    Tommaso replica: «Ma dovete provare che sono colpevole».
    L’accusatore incalza, affermando che il silenzio di Moro ha un significato preciso, anzi è il più eloquente dei dinieghi.
    Qui comincia lo scambio di battute presentato nello spezzone qui sopra. Tra l’accusatore, che pretende di mettere nel sacco Tommaso Moro sventolandogli sotto il naso la cacata carta del giuramento rifiutato, e Tommaso Moro, che ad argomenti di cacata carta risponde con sottile ingegno, si svolge il seguente contrasto:

    More – Not so. Not so, Master Secretary. The maxim is “Qui tacet consentire”; the maxim of the law is “Silence gives consent”. If, therefore, you wish to construe what my silence betokened, you must construe that I consented, not that I denied.
    Cromwell – Is that in fact what the world construes from it? Do you pretend that is what you wish the world to construe from it?
    More – The world must construe according to its wits; this court must construe according to the law.

    Cioè:

    Moro – Non è vero. Non è vero, messer segretario. La massima è: “Qui tacet consentire”, cioè “Chi tace, acconsente”. La supposizione legale è: “Il silenzio dà il consenso”. E pertanto se voleste dedurre quello che il mio silenzio significava, dovreste dedurre che io acconsentivo, non che negavo.
    Cromwell – È questo forse quello che il mondo ne deduce, e sostenete che voi desiderate che ne deduca questo?
    Moro – Il mondo può dedurre secondo il suo cervello, questa Corte ha l’obbligo di dedurre secondo la legge.

    Si sa poi com’è andata a finire. Non si riesce a dimostrare con argomenti giuridici fondati il tradimento di Moro, che però sarà condannato egualmente. Ma Cromwell, che pretendeva di aver dimostrato il tradimento di Moro in forza delle sue cacatissime carte, si sente replicare, al termine del dibattimento: «Al contrario! Io sono un suddito fedele del re, e prego per lui e per tutto il reame. Io non faccio il Male, io non dico il Male, io non penso il Male. E se tutto questo non basta a garantirmi la vita, allora sinceramente io non desidero vivere. In ogni caso, non è davvero per il titolo che voi volete adesso il mio sangue, ma perché io non mi voglio piegare al matrimonio del re!». Insomma, accà niscicun’ è fesso, anche se poi avete il potere di mandarmi a morte. Dove non poterono le cacate carte, poté la sopraffazione, sublimata (ma sarebbe il caso di dire immerdata) nella cacata carta.

    Nota – Tommaso Moro cita — in forma ellittica del verbo “videtur” (“sembra”, “appare”) — il brocardo «Qui tacet consentire videtur», cioè “Chi tace, sembra acconsentire”. Questa massima è attribuita a Bonifacio VIII, il papa che Dante collocò nell’Inferno, stabilendo in un suo “decretale” il principio del silenzio-assenso. In realtà non dissimilmente si esprimeva Clitennestra nell’Ifigenia in Aulide di Euripide (v. 1142), quando rimproverava al marito Agamennone l’intenzione di uccidere la figlia Ifigenia, per adempiere la promessa di un sacrificio ad Artemide, altrimenti la flotta greca non sarebbe partita per l’assedio di Troia. Così dice Clitennestra:
    Αὐτὸ δὲ τὸ σιγᾶν ὁμολογοῦντός ἐστί σου
    cioè:
    “Lo stesso tuo silenzio è segno che tu lo ammetti”.

    …………………………………………………
    [*] Un nome oggi trascinato nel fango dall’impostura dell’Erasmus/Orgasmus con annesse festicciole organizzate a Bergamo dall’Aegee e contorno di pub crawl da sballo, all’insegna dell’I can get no satisfaction dei Rolling stones, quando l’orgasmo è solo virtuale.

  25. Tommaso Moro: minirassegna di articoli pubblicati su Nusquamia

    Nusquamia, come abbiamo ricordato spesso, significa “Utopia” e Utopia è l’opera per cui Tommaso Moro va famoso (oltre che per la sua decapitazione, essendosi opposto alla svolta religiosa, e pretestuosa, di Enrico VIII, che fondò la Chiesa anglicana). L’o,aggio di Nusquamia a Tommaso Moro è doveroso: ecco infatti una rassegna di articoli dove si parla di lui e della sua Utopia.

    Nusquamia (= Utopia), l’isola che non c’è, governata con saggezza da deisti che vorrebbero diventare cristiani

    Risposta a Giuli

    Terzo anniversario di Nusquamia

    Tommaso Moro non confondeva il papa con il Dalai Lama, la figlia parlava latino

    Dedicato a MarcoBattaglia: «Un taglio internazionale all’Amministrazione di Curno»

    L’ignoranza buona e l’ignoranza cattiva

    Leggere l’Utopia di Tommaso Moro

    Il libero pensiero nella tradizione umanistica, prima dell’illuminismo

    L’Utopia di Tommaso Moro

    Quando il genere (da non confondere con il gender) può essere duplice

  26. Il senatore Salvini in Calabria abbranca e bacia i rosari benedetti a Medjugore

  27. Carlo Freccero ha detto «sindachessa»!
    Il collettivo “Martha Nussbaum” ha emesso il suo verdetto: sarà abbruciato! Il gatto padano si è dichiarato disponibile a inscenare una lapidazione, prima del rogo


    Donna dei serpenti (civiltà minoica, 1600 a.C.): figura nel vessillo delle forze dell’Asse femministo-Lgbt, nella guerra di genere (un superamento politicamente corretto della lotta di classe) che comporterà la “soluzione globale” (Gesamtlösung) della questione maschile. L’asse sarà posto sotto la guida illuminata di Laura Boldrini, in qualità di stratego autocrate (στρατηγός αὐτοκράτωρ) e di Asia Argento (in qualità di “memoria storica” dell”irrumatio’ subita come proposta non rifiutabile ai fini di carriera e gran sacerdotessa della ἱεροδουλία, con riferimento alle ἱεροδούλαι di Weinstein, e oltre).

    C’è un nuovo programma televisivo, dedicato a un’inchiesta sulle città italiane: o alcune, almeno. Il programma è condotto da Conc(h)ita De Gregorio che ha perso quel pizzico di stuzzichevole e donnesco vigore la caratterizzava ancora qualche anno fa, ma è sempre una brava giornalista. Adesso è un po’ buffa, per la maniera con cui si fa inquadrare, quasi sempre di spalle o comunque di scorcio, con un cappottone svolazzante oppure quando prende appunti con aria un po’ sgobbona. Ma è brava, lei sa che cos’è il giornalismo d’inchiesta, è distante le mille miglia dal giornalismo anglorobicosassone, enogastronomico e culilinctorio. La grafica della sigla e dei siparietti del programma è accattivante, e una volta tanto nella maniera giusta: cioè non è studiata per catturare il “mi piace” dei buzzurri, si è tenuto conto anche delle esigenze di decoro dei non-buzzurri.
    La puntata in onda domenica scorsa era dedicata a Savona. Si parlava della nuova sindachessa, pupilla di Giovanni Toti, il quale ha deciso che Savona sarà la punta di diamante della sua affermazione in Liguria e che la sua affermazione ligustica sarà la premessa per la sua proclamazione (o autoproclamazione) a successore di Berlusconi.
    Carlo Freccero, uomo dal quale non si può prescindere se si parla di Savona (e a ragione, perché è intelligente: in gioventù fu il fiduciario italiano di Guy Debord, il fondatore del movimento dei situazionisti), riferendosi alla sindachessa dice proprio così, «sindachessa». Naturalmente Conc(h)ita diceva in modalità boldrinesca “sindaca”; ma Freccero diceva proprio così, “sindachessa”. Ah, beata ingenuità! Se mette piede a Curno rischia a) di essere lapidato dal gatto padano (che sacrificherà alcune pietre del suo arsenale inizialmente destinate alla lapidazione dei sardagnoli); b) di essere avvelenato con alucce di pollo fritto KFC trattate con il gas nervino; c) dopo essere stato lapidato e avvelenato, di essere messo al rogo, senza nemmeno il conforto dei semi di finocchio sparsi sulla pira, per profumare l’aria.

  28. Sabina permalink

    Film ossia quarta effe:

    [Giusto: “Film” potrebbe essere la quarta “F” di “Nusquamia”. Il nuovo vessillo di Nusquamia porterà dunque la seguente dicitura: «4 F – Fica, Filosofia, Fonolinguistica, Film». In realtà, se proviamo a pronunciare le parole a voce alta, suona meglio, a questo punto, “Fica, film, filosofia, fonolinguistica”. Con buona pace — soprattutto — dei sicòfobi, che non apprezzano il dolce σῦκον e che non hanno il coraggio di fare outing, come si dice in linguaggio coglione, ma vorrebbero sterminare i sicòfili, a norma di cacata e boldriniana carta. N.d.Ar.]

    • Due film sul ’68 parigino, con lo stesso interprete

      Questo film è scritto, diretto e interpretato da Philippe Garrel, è ambientato nel ’68 parigino, ed è stato girato nel 2005. Due anni prima Garrel era stato protagonista di The Dreamers, altro film di ambientazione sessantottina, per la regia di Bertolucci, nella parte dell’inquietante Théo, giovane borghese con difficoltà di socializzazione, che trova comodo e riposante rifugio nel cinema e nelle braccia della sorella. È probabile che con questo film, Les amants réguliers, che non ho visto, ma che mi riprometto di vedere, Garrel abbia voluto approfondire, con la sua sensibilità, la lettura del ’68 fatta da Bertolucci-

      Nel film The Dreamers, la sorella di Théo, interpretata da Eva Green — che, come abbiamo segnalato in questa pagina, è interprete dell’ultimo film di Polanski (Quel che non so di Lei) — mostra qualche incertezza tra il mondo nevrotico e disordinato del fratello e un altro mondo dove tutto è pulito. Non riuscendo a scegliere, programma il suicidio, dove lei avrebbe trovato la morte insieme con fratello e con il loro amico americano, sempliciotto ma sano.
      A proposito del film The Dreamers si veda quanto abbiamo scritto in
      The Dreamers, di Bernardo Bertolucci: quando il “personale” diventa “politico
      Il mito del ’68: ipotesi di una discussione in controtendenza con le disposizioni del Minculpop serrano.

  29. Nuovo cinema Nusquamia
    Profumo di donna, di Dino Risi


    Per vedere il film, fare clic sull’immagine. Occorre essere iscritti al canale RaiPlay, per farlo è sufficiente agganciarsi con il proprio profilo Facebook.

    Qui sopra, Profumo di donna, di Dino Risi, interpretato da Vittorio Gassman e Agostina Belli (stupenda). Il film è stato girato nel 1975. Nel rifacimento del 1992, il ruolo che fu di Gassman sarà interpretato da Al Pacino.
    I due film sono tratti dal romanzo Il buio e il miele, di Giovanni Arpino: prendono le mosse dallo stesso spunto narrativo — un militare diventato cieco che, dovendo intraprendere un viaggio, “noleggia” un ragazzo, nel ruolo di badante — in realtà raccontano storie diverse. Il film italiano narra dell’orgoglio di un uomo che non sopporta di essere menomato, decide il suicidio, fallisce nell’intento, crollano le sue certezze e l’autostima, ma viene salvato dall’amore di una fanciulla da sempre innamorata di lui. Nel film americano l’uomo orgoglioso e deciso a morire si riconcilia con la vita nel momento in cui si presenta l’occasione d’impartire una lezione di comportamento virile all’ambiente classista e meschino di una Università di élite. Entrambi i film sembrano voler rispondere alla domanda “Che cos’è un uomo”. Ma la risposta è diversa.
    Preferisco il film italiano, il che non m’impedisce di aprrezzare quello americano, del quale qui sotto vediamo la scena forse più famosa.

    Ma anche il finale è bellissimo:

    In sostanza: se sei un uomo, non vendi nessuno, nemmeno te stesso, «per comprarti un futuro». E se sei un uomo imboccherai «una strada fatta di principi, che formano il carattere». Altro che le miserie dell’aziendalismo (nei corsi di formazione t’insegnano a essere carogna, per aumentare la produttività), altro che il pub crawl dell’Erasmus/Orgasmus, dove a ben guardare più che l’orgasmo contano le pubbliche relazioni.

    • Politecnico permalink

      Gay pride a Pompei alias “Ol kűl de ‘nkœ al sarà la brœgna de domà “.

      [Nella pagina successiva di Nusquamia, di prossima pubblicazione, si dibatterà il tema se sia possibile prendere le distanze dalle pagliacciate del gay pride senza subire la riprovazione di “politicamente scorretto” (alla quale si vorrebbe dare valenza istituzionale), con tanto d’impressione sull’avambraccio, con ferro rovente, del marchio d’infamia, recante la scritta “omofobo”. La formazione di estrema destra Forza Nuova ha espresso giudizi truculenti e formulato minacce a carico dei “culetti allegri”. Ebbene, non solo condanniamo la violenza, come tutte le violenze, compresa la violenza verbale, ma ricordiamo ai baldanzosi giovanotti di Forza nuova che l’omosessualità e la pederastia sono nella tradizione della destra e non in quella della sinistra, perlomeno della sinistra storica; in pari tempo rivendichiamo il diritto di essere disgustati dalle pagliacciate e coraggiosamente prendiamo posizione contro la “prevalenza del cretino”, quella stessa che vorrebbe imporre la neolingua e i comportamenti del politicamente corretto. A presto, dunque, nella prossima pagina di Nusquamia. N.d.Ar.]

  30. Un omaggio alla sindachessa emerita dott.ssa Serra, in qualità di cittadina elvetica e di abile tessitrice del nuovo assetto dell’area commerciale di Curno
    Una modesta proposta: commissionare alla bella e brava cantante elvetica Melanie Oesch lo jodel del pollo fritto

    Abbiamo già avuto modo di apprezzare, negli anni passati, la bella e brava Melanie Oesch, la personalità più rappresentativa dello jodel svizzero. Un nostro lettore tempo fa propose che la dolce Melania fosse invitata a Curno per tenere un corso di jodel ai bambini curnensi: servirebbe a restituire un po’ di gioia ai bambini la cui innocenza è da ritenersi periclitante, dal momento che potrebbero essere costretti da un momento all’altro — sull’onda delle trovate d’ingegno del binomio micidiale Boldrina/sciura Valeria, per fortuna senza più incarichi ufficiali — a smettere di credersi maschietti e femminucce; contestualmente sarebbero costretti a scegliersi un “gender”, sotto la guida della maestra similprogressista e dello psicologo di regime (naturalmente).
    Ma adesso che finalmente Curno è diventato un paese bello da vivere, come aveva promesso la dott.ssa Serra nel corso della campagna elettorale del 2012, grazie al pollo fritto del colonnello Sanders, adesso che entrando a Curno da Bergamo si ha la prospettiva di un ingorgo di automobili, di tipo “uncinato” (impossibile spostarsi, senza trascinare le automobili vicine), e che la variante del Pgt varata negli ultimi giorni dell’Amministrazione Serra si dispiega in tutta la sua ecologica, ambientalistica e condivisa “eccellenza” (parola che piace ai minus habentes), non sarebbe il caso di attuare la promessa elettorale di Marcobattaglia? Proviamo a riascoltarlo, verso l’ultimo terzo della sua allocuzione al popolo, dalla tribuna di “Vivere Curno”:

    MarcoBattaglia dice (dice proprio così): «Mi piacerebbe dare alla prossima amministrazione di Curno un taglio europeo, un taglio internazionale; e dare tutte le conoscenze [bum! a parte la sparata del “tutte”, MarcoBattaglia è così sicuro che il dono sarebbe gradito? N.d.Ar.] che in questi anni ho avuto modo di imparare [meglio si sarebbe detto ‘acquisire’: N.d.Ar.], trasformandole finalmente in qualcosa di concreto…».
    Ecco in concreto, MarcoBattaglia, che ha una notevole esperienza nell’organizzazione di “eventi” cosiddetti “culturali” per conto della lobby Erasmus/Orgasmus, non potrebbe invitare Melanie Oesch? Con questa iniziativa di poco sforzo incamererebbe la gratitudine del popolo di Curno, quella mia personale (per quel poco che conta) e, soprattutto, quella della dott.ssa Serra.

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