Vai al contenuto

Politicamente scorretto, ma con stile

26 marzo 2018

…………………………………………………………………………………………………………………………….
GAy pride a Pompei
…………………………………………………………………………………………………………………………….

Il ricatto morale: «Non ti piacciono le pagliacciate? Allora sei omofobo»

Ecco un’ennesima pagliacciata in arrivo, alla quale la similsinistra, che ha perso per strada i valori del socialismo umanitario, ma ha raccattato le panzane del liberismo aziendalistico e le bùbbole del politicamente corretto, non vorrà far mancare la propria simpatia. Come quando il sindaco panormita Leoluca Orlando (Orlando-Cascio, come diceva Cossiga, con riferimento al padre di Leoluca, l’avv. Orlando Cascio, gran democristiano e uomo di panza) voluttuosamente indossò un boa fucsia, del colore che tanto piace ai culetti allegri (così si sarebbe espresso Aldo Moro nella ricostruzione di Elio Petri, nel film Todo Modo, e Aldo Moro era interpretato da Giammaria Volonté). [*]

Qui sopra, Leoluca Orlando-Cascio presenzia a una festa del’orgoglio sodomitico. La foto risale a qualche anno fa, quando madrina del neo-baccanale era la Cucinotta (ancora prima era stata madrina Ambra Angiolini). Qui sotto, una sequenza del film Todo Modo, un film “maledetto”, del quale finalmente è oggi possibile acquistare il Dvd. Se parliamo di Aldo Moro in questa pagina, è per stabilire un’analogia: il giudizio su Aldo Moro come quello sulla questione sodomitica sono protetti da un muro di gomma, tale che, se non sei allineato con la vulgata politicamente corretta, sei immediatamente ostracizzato. A rigore, sempre che si voglia ragionare e non fare della retorica, il fatto che Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista. Questo era anche il parere del Pci, di tutto il Pci, di Ugo La Malfa e di Eugenio Scalfari. Oggi però c’è chi pretende di ricostruire la storia, tanto che alcuni sprovveduti sono convinti che Bettino Craxi, in quanto “cattivo, fosse poco meno che il mandante morale dell’assassinio di Moro, insieme con Cossiga, naturalmente (in realtà Craxi fu il principale fautore della trattativa con le Brigate rosse). Sempre secondo costoro chi oggi nega la grandezza politica e morale di Aldo Moro sarebbe un cattivo soggetto, degno di anatema politicamente corretto.

Ovviamente, non possiamo passare sotto silenzio le intemperanze di Forza Nuova, una formazione di estrema destra che proclama «Sappiate che se venite a froceggiare fuori del Santuario vi pigliamo a calci sulle gengive»; si veda sull’Huffington Post Forza Nuova minaccia il Gay Pride a Pompei: “È come l’eruzione del Vesuvio, li prenderemo a calci”. Ma come la circostanza che Aldo Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista, così le spregevoli rodomontate della destra non ci fanno deflettere un ette dal nostro giudizio: queste manifestazioni del gay pride (cioè, di orgoglio sodomitico) sono delle pagliacciate. Evito per il momento di pubblicare le foto delle precedenti manifestazioni, con maschi orrendamente pittati e sculettanti, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa; preferisco ragionare di fino.

 

Tentativo disperato di far ragionare le sciacquette del politicamente corretto

Lo so, a voler condannare le buffonate inscenate in occasione delle giornate dell’orgoglio sodomitico, si corre il rischio di essere marchiati a fuoco come “omofobi”. È un ricatto di facile e vile effetto, perché chi prende posizione contro la banalità similprogressista si espone ipso facto a ritorsione politicamente corretta, che magari non ci sarà, ma intanto meglio non farsi notare: se mi faccio la fama di omofobo non mi invitano più negli ambienti che contano e che potrebbero influenzare la mia carriera. Il conformismo è vile. Sentiamo al riguardo il giovine filosofo Diego Fusaro il quale argomenta che la categoria dell’omofobia è usata come grimaldello per aprire le porte alla persecuzione del pensiero non allineato: chi non accetta il pensiero unico sul tema del cosiddetto “gender” è equiparato a chi vorrebbe la morte dei sodomiti (come invece vuole il Vecchio testamento, che tanto piace ai cattoprogressisti, tanto da preferirlo al Vangelo).

Ricordavo nella pagina precedente, a proposito della smania boldrinesca di femminilizzare i nomi grammaticalmente di genere comune, come in altri tempi gli accademici che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo furono soltanto dodici: ebbene, simile viltà si registra oggi, nei confronti del “politicamente corretto”, soprattutto fra gli intellettuali che rischiano di essere emarginati (niente più interviste, consulenze, scatti di carriera ecc.), quando non apparissero allineati. Quando Cecilia Robustelli, linguista femminista, si è imposta di prepotenza all’Accademia della Crusca, e ha emanato motu proprio le norme di linguaggio politicamente corretto care alla Boldrina, forse che gli accademici hanno trovato il coraggio di opporsi? Naturalmente no, ed è la storia che si ripete.
Su scala ridotta geograficamente e intellettualmente minima, avvenne così che nel paese sgarruppato ma con la pretesa di essere bello da vivere, cioè a Curno, individui squalificati volessero farci passare per nemici delle donne, favorevoli alla violenza sulle donne. Accadeva l’anno scorso. Questa è proprio bella: i sicòfobi che pretendono di mettere sotto accusa i sicòfili. Molto semplicemente, mi espressi contro la violenza, contro tutta la violenza, quella sulle donne, ma anche quella esercitata dalle donne. E portai qualche esempio, simile a quello ricordato nella pagina precedente: si veda Londra: un branco di “bulle” picchia e uccide una studentessa italo-egiziana. Era tutto chiaro, ma con logica tutta curnense qualcuno volle fare la Boldrina di turno, e affermò, con rozza opera di disinformazione, che noi mettevamo sullo stesso piano il fem[m]inicidio [**] e qualche graffio e qualche spoliazione bancaria (logica miserabile, buona tutt’al più per le zuffe al mercato delle vacche). In un ennesimo, e forse vano, tentativo si ammaestramento di certe crape dure, faccio presente che il seguente ragionamento è scorretto:
– Hitler amava i cani.
– Dunque tutti coloro che amano i cani sono dei criminali.
In altre parole, se provo ribbrezzo per le piazzate sguaiate, di volta in volta compiaciutamente sottoproletarie o compuntamente impiegatizie, secondo necessità, organizzate in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrò essere posto sullo stesso piano di un fascista mascellare o – peggio – di un fascioleghista del nostro tempo.
È invece corretto il seguente ragionamento:
– Tizio dice di essere buono perché ama i cani.
– Questa non è una dimostrazione. Infatti Hitler amava teneramente il suo cane, ma era un criminale.
Dunque se uno si mostra favorevole alla giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrà essere considerato un campione di progressismo. Anzi, a dirla tutta, il progressismo non c’entra niente.
So per esperienza che a Curno, paese dove, alle porte di Bergamo, si friggono i polli con la ricetta del colonello Sanders, non tutti sono in grado di cogliere la differenza tra ragionamento corretto e ragionamento fallace. Ma almeno ho fatto il mio dovere, ho provato a civilizzarli.
Conclusione, noi disprezziamo la destra, ma né la Boldrina né la dott.ssa Serra né tampoco il gatto padano (uno spettro che si aggira per Curno) hanno titolo per metterci la mordacchia e impedirci di dire il nostro disgusto per le pagliacciate del gay pride.

 

L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento

Insomma i custodi del politicamente corretto la smettano di accusare di omofobia chi non è allineato nella concezione di un’omosessualità “democratica”, istituzionale e sindacalizzata. Con noi non funziona, sia perché non siamo vili e non temiamo la calunnia dei detrattori, sia perché abbiamo mille argomenti per confutare lo sgangherato ragionamento di chi ci prova. Avendo goduto del privilegio – iniquo: ma i privilegi sono tali per definizione – di aver atteso a studi classici, cosa che avveniva nel passato millennio, e godendo, nel presente millennio, del triste privilegio dell’età, posso dire di essere edotto della diversa concezione dell’eros nel mondo classico, e posso testimoniare che né io né alcuno di coloro cui toccò la fortuna di fare quegli studi, mai ebbe parole di disprezzo per Oreste e Pilade, o per Achille e Patroclo; e nemmeno avremmo imbastito discorsi bacchettoni se al liceo ci avessero fatto leggere la seconda bucolica di Virgilio, quella del pastore Coridone che si strugge per il bell’Alessi, che era l’amàsio del proprietario del gregge (ma Coridone, pare, è Virgilio stesso, che si struggeva d’amore per un giovane schiavo di Mecenate):

O crudelis Alexi, nihil mea carmina curas?
nil nostri miserere? mori me denique cogis?

cioè:

O Alessi crudele, non t’importa niente di quel ch’io canto?
Non hai pietà di me, nessuna? Mi costringi dunque a morire?

Vero è che noi siamo stati educati nella tradizione cristiano-giudaica che aborre dall’idea del seme versato in vas indebitum, e che nella Bibbia si leggono parole di fuoco contro i sodomiti. Per esempio, nel Levitico (20, 13): «Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro». Sono parole da non prendere sotto gamba, almeno per un cattolico: quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo” che gravitano intorno alle Acli, queste cose le sanno benissimo, ma per salvare capra e cavoli, cioè per potersi dire cattoprogressisti, fanno finta di niente; ed è pura ipocrisia.

De actibus turpibus

Facendo clic sull’immagine si accede alla lettura del trattato di sant’Alfonso Maria de’ Liguori al riguardo della sodomia (che, secondo la dottrina della Chiesa, comprende tutte le varietà di atti impuri commessi in ambito Lgbt, ma non solo: per esempio, anche l’irrumatio , cioè l’atto compiuto da chi riceve una fellatio, cambia specie, se praticata in bocca maschile o femminile; e se praticata in bocca femminile può essere perfetta o imperfetta).

La crudeltà della severa tradizione cristiano-giudaica, manifestamente sessuofobica, è tuttavia contrastata dalla concezione greco-romana, per cui il sesso era qualcosa che valeva la pena gustare, ma non era un’ossessione: questa potrebbe (o poteva) essere una ragione in più per accostarsi ai classici. Del resto è noto che il fanatismo è largamente frutto d’ignoranza. Traducendo il Simposio di Platone abbiamo capito il discorso di Diotima sulla Venere celeste (o Afrodite urania) e la Venere volgare (o Afrodite pandemia). Ma non ci è mai passato per l’anticamera del cervello che i personaggi dell’antichità eventualmente caratterizzati da propensione omoerotica meritassero di essere picchiati a sangue, come minaccia Forza Nuova in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei il prossimo giugno, o che soltanto li si dovesse prendere a sassate, come nell’infelice paese di Curno pare che voglia fare il gatto padano, a carico di chi non lo prende sul serio, specie i sardagnoli.
Né ci spaventa l’ipotesi che Dante possa aver avuto qualche cedimento per quello che in seguito si sarebbe chiamato il “mal fiorentino”: per esempio, in quanto allievo di Brunetto Latini, che dal divino poeta è collocato tra i sodomiti (Inferno, XV). Suggerirei comunque una certa cautela: nessuno nega l’interesse di Dante per la magia delle parole (l’“incantamento”), ma di qui a farne un sodomita ce ne corre (stante l’acclarato nesso, comprovato su base statistica, tra esoterismo e sodomia). Per non parlare dell’amicizia che legò il poeta al giovane Carlo Martello, del quale si fa parola nell’ottavo canto del Paradiso, in occasione del suo soggiorno a Firenze, un’amicizia che si pretende avesse una coloritura omosessuale, ma non c’è uno straccio di prova, e neanche un indizio (questo è Carlo Martello d’Angiò, non è il Carlo Martello cantato da Fabrizio De André, quello della battaglia di Poitiers, che sarà spennato da una puttana).
Bene, tutto ciò premesso – insisto – trovo disgustose le giornate dell’orgoglio sodomitico, per mille ragioni, ma principalmente per il gusto plebeo e per il proposito deliberato di lacerare l’istituzione che fra tutte è oggi quella più assoggettata a un’azione di demolizione programmata, cioè la famiglia; gli organizzatori delle pagliacciate sodomitiche hanno inoltre il progetto, nemmeno tanto nascosto, di sindacalizzare la sodomia e la pretesa di occupare tutte le roccheforti istituzionali, per poi gettare olio bollente su chi non è omologato. Neanche su questi punti del loro programma politico siamo d’accordo.
Nel Simposio di Platone, l’amore socratico, come poi si sarebbe detto, era un rapporto pedagogico, libero e consenziente, non regolato a norma di cacata carta, tra un adulto e un adolescente, e non c’è dubbio che quella fosse pederastia, a voler chiamare le cose col loro nome: ma era improntata a massimo decoro, anche questo va detto. Perciò i portavoce dei sodomiti d’oggidì che vorrebbero spacciarci il rapporto tra l’ἐρώμενος (erômenos) e l’ἐραστής (erastês) nell’antica Grecia come un rapporto fra due Lgbt del tempo nostro decadente sono soltanto degl’impostori. E Alessandro Cecchi Paone che ebbe la spudoratezza, in quanto gaio, di paragonarsi ad Alessandro Magno, il quale ebbe per amante Efestione, difficilmente, agli occhi degli antichi, potrebbe essere considerato un fedele dell’Amore celeste. L’omosessualità degli antichi era tendenzialmente nobile, quella delle feste dell’orgoglio sodomitico è plebea, con un occhio di riguardo alla pensione di reversibilità.
L’omosessualità della élite greca aveva una componente virile che gli sculettanti Lgbt della giornata dell’orgoglio sodomitico non riuscirebbero nemmeno a concepire. Ne è una testimonianza, il battaglione sacro dell’esercito tebano, formato da 150 coppie di soldati scelti: ciascuna coppia era formata da un amante adulto (ἐραστής) e un giovane amato (ἐρώμενος) «poiché gli amanti,» – scrive Plutarco – «per paura di apparire meschini agli occhi dei propri amati, e gli amati per lo stesso motivo, affronteranno volentieri il pericolo per soccorrersi a vicenda».

Lion_of_Chaeronea_3

Il Leone di Cheronea, posto a guardia della fossa comune nella quale sono sepolti gli eroi del battaglione sacro tebano, caduti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.). Qui si scontrarono l’esercito delle città di Tebe e Atene e quello di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. La battaglia si concluse a favore dei macedoni. Il ritrovamento del monumento, del quale si sapeva l’esistenza, perché descritto da Pausania nella sua Periegesi della Grecia, è del 1914.

 

Catullo contro l’omosessualità plebea e istituzionale

Esisteva tuttavia presso gli antichi anche un’omosessualità volgare (quella spregevole, che nel Simposio è classificata all’insegna dell’Afrodite pandemia), ma era esecrata da tutti, in primis da coloro che praticavano l’amore celeste (presieduto da Afrodite urania), del quale la donna non era ritenuta degna. Bisognerà aspettare i trovatori, e poi il dolce stil nuovo, quindi il Petrarca, perché la donna diventi partecipe di un progetto di amore celeste.
Come testimonianza del disprezzo degli antichi nei confronti dell’omosessualità volgare (rapportata all’oggi, quella sindacalizzata e di basso profilo rappresentata dall’associazionismo Lgbt) sarà sufficiente ricordare questo carme di Catullo (metro: distici elegiaci):

LXXX
Quid dicam, Gelli, quare rosea ista labella         1
hiberna fiant candidiora nive,
mane domo cum exis et cum te octava quiete
e molli longo suscitat hora die?
Nescio quid certe est: an vere fama susurrat     5
grandia te medii tenta vorare viri?
Sic certe est: clamant Victoris rupta miselli
ilia, et emulso labra notata sero.

Cioè:

Che cosa dovrò dire, o Gellio? Perché questi tuoi labbruzzi di rosa
diventano più bianchi della neve in inverno,
quando esci di casa il mattino, oppure quando dal languido riposo
ti alzi alle otto [= alle due del pomeriggio] di una lunga giornata?
Certamente qui c’è un non so che: o forse è vero quel che si mormora in giro,
che sei un divoratore di quei grandi e turgidi cosi che si trovano a metà del maschio?
Certamente è così: lo dicono a gran voce l’inguine stremato del povero Vittore,
e le tue labbra segnate dal siero che hai succhiato.

Note 1. labellum, dim. di labrum; 2. candidiora nive: le labbra sono bianche più della neve per lo sperma succhiato; 3-4. costruisci: cum octava hora longo die te suscitat quiete e molli (= e molli quiete: anastrofe); longo die: per indicare le giornate estive; 6. medius vir: significa quel che nel maschio si trova a metà altezza; 7. miselli: Vittore è sfinito, tale è stata la voracità di Gellio; 8. notata: le labbra di Gellio portano il segno del “siero”, cioè dello sperma.

L’amore che Catullo porta per la sua Lesbia (pare che fosse in realtà Clodia, sorella di Clodio, nemico giurato di Cicerone) è autentico, ed è fonte di gioia intensa e rabbioso cruccio; invece il sesso, il sesso senza amore, è giocoso, tanto più quando sia consumato su un giovinetto e di sorpresa, come leggiamo in questo carme (metro: endecasillabi faleci):

LVI
O rem ridiculam, Cato, et iocosam         1
Dignamque auribus et tuo cachinno!
Ride, quicquid amas, Cato, Catullum:
Res est ridicula et nimis iocosa.
Deprendi modo pupulum puellae          5
Trusantem; hunc ego, si placet Dionae,
Protelo rigida mea cecidi.

Cioè:

O Catone, che cosa buffa, e divertente,
degna di essere ascoltata e della tua risata!
Ridi, o Catone, del tuo Catullo, se lo ami un po’:
è una cosa buffa, e troppo divertente.
Poco fa ho colto sul fatto il ragazzino mio
che trapanava una fanciulla: io allora, e la cosa non dispiacerà a Venere,
mi dispongo dietro e lo trafiggo col mio rigido arnese.

Note: 2. dignam auribus: degna delle orecchie, cioè degna di essere ascoltata; 3. Ride… Catullum: uso transitivo del verbo rideo; quicquid (= quidquid) amas: proposizione limitativa introdotta da un pronome, con valore avverbiale (sta per quatenus, quantum): per quanto tu lo ami; 5. pupulum: designa un ragazzino ancora imberbe; truso è frequentativo di trudo, “spingere”, quindi: “spingere forte”; 6. Dione (o Diona) sarebbe la madre di Venere, ma viene invocata, e non solo da Catullo, al posto della figlia; 7. protelo: è l’ablativo di protelum, che indica un allineamento di buoi per il tiro di un carro, o dell’aratro; qui con significato avverbiale: Catullo intende dire che si mette in fila subito dopo il ragazzo che è sopra la fanciulla; rigida mea: è sottinteso mentula.

 

Il battaglione sacro tebano nell’impresa fiumana

Bisognerebbe infine far presente ai fascioleghisti che manifestano truculenta intolleranza nei confronti dell’omosessualità, e che vorrebbero picchiare a sangue gli scalcagnati omosessuali dell’associazionismo Lgbt in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei (citta mariana), che farebbero bene a informarsi. Questa, a ben vedere, è una guerra tra sottoproletari della cultura: sono sottoproletari (o, tutt’al più impiegati con diritti sindacali, incarogniti nella rivendicazione di “nuovi diritti” riguardo alla sfera sessuale) gli esemplari sculettanti della gaiezza oscena e caciarona, quella dell’orgoglio sodomitico; parimenti sottoproletari sono i seminatori di paura e odio, reduci dal raccolto elettorale di quella sciagurata semina, il 4 marzo. Se si informassero, i fascioleghisti saprebbero che l’omosessualità – quando non è quella plebea che si diceva – è in realtà, per antichissima tradizione, una prerogativa della destra. Non lo dice soltanto il diario I pensieri di una vecchia checca (vedi), dove si legge: «Eh, sì! Il vero omosessuale non può che essere di Destra. Storicamente. Eticamente. Moralmente. Filosoficamente. Politicamente. Inequivocabilmente. Assolutamente di Destra». No, basta informarsi, e oggi che esiste la mitica e mistica rete, informarsi è facile, non informarsi e pretendere di sapere, ignorando scientemente quel che è sotto gli occhi di tutti, è una colpa.
Mi limiterò a riportare l’esempio dell’impresa fiumana di D’Annunzio la cui Reggenza realizzò, come scrissi in un’altra pagina di Nusquamia, gli ideali sociali, culturali, eroici e di immaginazione al potere dei quali il ’68 seppe soltanto parlare. Il seguito del ’68 fu enormemente inferiore alle aspettative, quando non degenerò in furore copropapirologico. Scrive dell’impresa fiumana Leone Kochnitzky, nella Quinta stagione o i centauri di Fiume (Zanichelli, Bologna 1922): «Sul ritmo delle fanfare marziali si vedevano turbinare, in scapigliati allacciamenti, soldati, marinai, donne, cittadini, ritrovanti la triplice diversità delle coppie primitive che Aristofane vantò» (il riferimento è al discorso di Aristofane nel Simposio di Platone, che presenta il mito dell’androgino, come possibile spiegazione dell’esistenza dei diversi orientamenti sessuali). E Mario Carli, in Trillirì (Edizioni futuriste di “Poesia” della Società editoriale Porta, Piacenza 1922) scrive: «[…] dal colonnello in cerca di avventure femminili al pederasta in cerca di avventure maschili […] un po’ di tutto è venuto a te, divina Fiume».

keller_nettuno

Guido Keller, naturista, nudista, esoterico, bisessuale, cocainomane, fondò la Brigata “La Disperata”, la guardia del corpo del Comandante d’Annunzio a Fiume.

A Fiume il tenente d’aviazione Guido Keller, milanese, discendente di un’antica famiglia svizzera, fu l’incarnazione perfetta dell’omosessuale di destra. Come nell’antica Grecia, praticava un’omosessualità non esclusiva, e in ogni caso con il presupposto che il legame omoerotico sancisse un desiderio di perfezione virile. Perciò fondò la brigata “La Disperata”, sull’esempio del battaglione sacro dell’esercito tebano. E D’Annunzio un giorno – scrive Giovanni Comisso, che fu legionario fiumano e membro della Brigata di Keller – «vide gli arditi che se ne andavano a due a due presi per mano verso la collina e li indicò dicendo: “Guardate i miei soldati, se ne vanno a coppie come i soldati di Pericle”». Così leggiamo nell’autobiografia di Comisso, Le mie stagioni, che presenta ampi squarci di rievocazione della vicenda fiumana.
Scrive quindi riguardo a Comisso Claudia Salaris nel suo libro Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (il Mulino, Bologna 2002, p. 185): «Ma è soprattutto ne Il porto dell’amore, romanzo autobiografico ambientato a Fiume tra la primavera del 1920 e il “Natale di sangue” dello stesso anno, [***] che Comisso riesce a rappresentare l’affettività e la fisicità dell’amicizia maschile, tanto che esso, pur se dice e non dice, appena appena, sfuma, allude, dissimula e svia, può essere visto anche come libro della sensibilità omosessuale. Tutta la produzione di Comisso del resto è pervasa da una nota di sensualità; l’omosessualità che connota la sua biografia è costantemente presente nelle opere, pur se spesso velata da reticenze e occultamenti. Goffredo Parise, che sarà uno dei suoi più cari amici, preferirà parlare di pansessualità». Beh, come Guido Keller. Il quale, come D’Annunzio, odiava il borghese e antieroico Giolitti. Perciò dopo il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) che aveva sancito la fine dell’impresa fiumana, due giorni dopo, Keller a bordo del suo biplano fece rotta per Roma: qui, dopo avere lanciato una rosa bianca sul Vaticano con dedica a «frate Francesco», il santo amato da D’Annunzio, e sette rose rosse sul Quirinale in dono «alla regina e al popolo d’Italia», scaricò un pitale smaltato con dentro un mazzo di carote e rape su Montecitorio, in aperto dissenso con il Parlamento italiano che aveva firmato il Trattato.
Quid plura? Smetteremo di sentire banalità a proposito della festa dell’orgoglio sodomitico? Soprattutto, si potrà dire finalmente che è una schifezza, senza essere tacciati di omofobia da maestrine invasate, giornalisti culilinctori, impiegati del catasto che sperano di essere accolti nei salotti che contano facendo professione di correttezza politica? Ho paura proprio di no. Ma era nostro dovere, se non redimerli, metterli nelle condizioni di ragionare.
Di solito si dice dalle stalle alle stelle. Qui faremo il contrario, andiamo dalle stelle alle stalle: dopo aver parlato di Platone, Aristofane, Catullo, Virgilio, Comisso e D’Annunzio, chiudiamo questo articolo con la foto di un momento di ordinaria mostruosità, in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico celebrata a Madrid nel 2013.

Gaypride

……………………………………………………….
[*] In occasione del quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo, con annessa strage di poliziotti e con l’epilogo che sappiamo, siamo stati investiti da un profluvio di discorsi di apparato. Non ho letto un articolo – dico uno – che non dicesse cose che già si sapessero, ed erano condite di commenti pochissimo intelligenti. Non una parola per esempio su Corrado Simioni, che si era inventato la copertura dell’Istituto per l’insegnamento delle lingue Hypérion, quindi assecondando la sua antica inclinazione cattolica sarebbe stato vicepresidente della Fondazione Abbé Pierre e in quanto tale fu ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II, infine fece perdere le sue tracce facendosi buddista. A capo di una manica di disperati, Corrado Simioni era ritenuto il “grande vecchio” delle Brigate rosse (dove le persone intelligenti erano solamente tre: Corrado Simioni, appunto, Roberto Senzani, criminologo, ed Enrico Fenzi, oggi il più grande esperto di Petrarca). Fra tutte le banalità che si sono dette su Aldo Moro, quella ricorrente, sempre e immancabilmente, è che fosse un grande statista. Noi ci rifiutiamo di unirci al coro conformista, ruffiano e politicamente corretto.

[**] Se si crea un neologismo su base latina, si dovrà evere rispetto per la natura di quella lingua. Poiché in latino si dice femina, con una “m”, si dirà in italiano “feminicidio”, e non “femminicidio”. Del resto in inglese di dice feminicide, in spagnolo feminicidio o femicidio, in francese féminicide. In quei paesi fortunati, evidentemente, i ragionieri e gli agrimensori non hanno voce in capitolo, fuori del loro ambito naturale, che è quello delle cacate carte.

[***] L’impresa fiumana cominciò il 12 settembre 1919 e terminò – appunto – con il “Natale di sangue”, quando la città di Fiume fu accerchiata dal Regio esercito e D’Annunzio ricevette l’ultimatum; al rifiuto del Vate, la popolazione ebbe 48 ore di tempo per lasciare la città; poi cominciò l’assedio (che sarà condannato da Antonio Gramsci).

 

Annunci

From → Cultura

60 commenti
  1. Uno sgarbo all’amministrazione serrano-crurale?

    Come si legge sulla Stampa oggi (29 marzo) in edicola, a Milano s’apre un nuovo locale-mangiatoia: vi si magia il pollo fritto filippino. Le masse consumistiche sono state fatte confluire nei centri di raccolta quindi deportate in pullman fino a piazza del Duomo, a Milano, dove si sono messe diligentemente in coda. Per assaggiare il pollo. Perché la carne del pollo fosse più tenera, i polli sono stati sodomizzati, ma meccanicamente. «Sulla pagina Facebook del ristorante» — leggiamo — «la testimonianza di una famiglia che pur di partecipare all’apertura ha atteso 9 ore».
    Non so come prenderanno la cosa la dott.ssa Serra e la dott.ssa Gamba, sindachessa emerita e sindachessa in carica, rispettivamente, dello sgarruppato paese di Curno. Il quale, nel programma elettorale della dott.ssa Serra avrebbe dovuto essere un paese in cui sia bello vivere, e che adesso, grazie anche alla variante del Pgt approvata pochi mesi prima della fine del mandato della dott.ssa Serra, ospita una mangiatoia di pollo fritto, non quello filippino, ma quello del colonnello Sanders: perciò, nelle intenzioni dei sagaci amministratori di Curno, il paese sarebbe diventato più che bello, anzi bellissimo da vivere. Tutto questo avveniva prima dell’apertura della mangiatoia milanese. E se adesso i bergamaschi disertassero il pollo americano “fruibile” a Curno a favore del pollo filippino milanese, più “trendy” (come si dice in linguaggio coglione)?
    Per l’amministrazione serrano-crurale sarebbe uno smacco.

    • ALGIDO permalink

      100 metri da mio ufficio..tutto vero..e continua

      [Ma lei ha fatto il confronto? È meglio il pollo fritto degustabile a Milano, preparato secondo la ricetta filippina, o quello curnense preparato con la ricetta segreta del capitano Sanders? Comunque non credo che i bergamaschi si recheranno a Milano per mangiare il pollo fritto. Accorreranno a Curno, invece: un motivo in più per assegnare a Curno una (seconda) medaglia di eccellenza (questa parola, “eccellenza”, piace parecchio ai buzzurri) riguardo agli “stili di vita”. A Curno gli stili di vita sono fascinosi: vedi l’attitudine generalizzata alla denuncia, l’assertività della Serra, l’oracolarità del gatto padano, la sensibilità per il benessere dei cani ecc. N.d.Ar.]

  2. Quello che qui vediamo non è politicamente corretto

    E adesso ragioniamo:
    — Il gatto padano è politicamente corretto.
    — C’è un sardagnolo che prende in giro il gatto padano che si proclama politicamente corretto nella speranza di essere cooptato negli ambienti che contano (quelli dei quali la dott.ssa Serra fa parte per diritto divino)
    — Il gatto padano “s’incaglia” e lancia una fatwa identitarista di lapidazione a carico dei sardagnoli che lo prendono in castagna e ci scherzano sopra (nel caso in oggetto, peraltro educatamente, nel rispetto delle forme e della sostanza). Egualmente il gatto padano non gradisce che quella stessa persona faccia ironia sulle intemerate e trovate della Boldrina, in quanto vestale del politicamente corretto.

    Domanda:
    — Il gatto padano se la sentirebbe di incitare la sua tribù alla lapidazione del personaggio interpretato da Al Pacino il quale, in maniera del tutto politicamente scorretta, contratta il matrimonio di Apollonia con il padre, senza essersi interrogato riguardo ai sentimenti della bella? È una cosa che potrebbe sopportare?

  3. Lara Comi e lo scandalo della determinazione

    ………………………………………………………………………….

    ………………………………………………………………………….

    I lettori di Nusquamia, perlomeno quelli di vecchia data, ricorderanno che ci siamo occupati più di una volta del politico Lara Comi (sì, Boldrina: “politico” e non “politica”!). Lo abbiamo fatto quando, in clima d’imperversante e debordante determinismo serrano, Lara Comi rappresentava un’alternativa piacevole, riposante, educata a quel modello. Non che, a modo suo, Lara Comi non fosse anche lei “determianta” (un atteggiamento sbagliato, per tutti, egualmente per maschi, femmine e anche per i froci: infatti, solum certum, nihil esse certi); in realtà era una furbetta, ma aveva il buon gusto di non presentarsi “determinata”. Era sorridente, ma non asseverativa; il suo sorriso non era uno schiaffo, ma una carezza. Le capitava anche di dire qualche sciocchezza e bene fece Cacciari a invitarla a studiare, prima di parlare di cose che non sa, come a suo tempo facemmo notare. Ma Lara Comi si faceva perdonare. Non sarebbe difficile mettere giù un ragionamento e spiegare perché Lara Comi sia preferibile alla Santanché (Santa-de-che), alla GiorgiaMeloni, alla Boldrina, alla sciura Valeria, a Franca Leosini (quella di Storie maledette alla TV), a Maria De Filippi e via discorrendo. Forse bastano quattro parole: «Lara Comi è gentile».
    Ecco, si ha veramente bisogno di gentilezza, con l’aria che tira. Di gentilezza e di educazione. A parte le foto con gli occhiali neri e il viso tirato (per significare il cordoglio) con cui certi personaggi dello spettacolo sono stati fotografati in occasione della morte di Fabrizio Frizzi, c’è qualcosa di vero, perfino nelle dichiarazioni di certi personaggi solitamente pochissimo credibili (un mentitore, soprattutto se è abile, non è quello che dice sempre il falso; anzi, mescola il vero, molto, con il falso, quel tanto che basta per piazzare una merce avariata): pare che Fabrizio Frizzi fosse veramente un uomo buono, sincero e gentile.
    Analogamente, gentile, e non ferocemente determinata, è Lara Comi. Tale è anche Maria Elena Boschi. È una furbetta, certo, anche lei, ma almeno non dà scandalo ostentando determinazione ai puri di cuore. Sì, la determinazione è scandalosa e, come disse Gesù Cristo, ancorché in un contesto diverso, e forse esagerando, da un punto di vista politicamente corretto (Gesù non era polit. corr.!): «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina di mulino, [*] e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!» (Mt. XVIII, 6-7).

    ………………………………………
    [*] Traducendo letteralmente dal Vangelo di san Matteo: “che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino” (ἵνα κρεμασθῇ μύλος ὀνικὸς περὶ τὸν τράχηλον αὐτοῦ).

  4. Da non perdere: Valeria Golino recita Kavafis, in greco


    Fare clic sull’immagine: al min. 35 Valeria Golino recita Aspettando i barbari, di Kavafis. Per vedere il filmato occorre essere registrati sul canale RaiPlay: per chi possiede un profilo Facebook, l’iscrizione si esaurisce con un semplice clic cull’iconcina Facebook.

    Abbiamo un debole per Valeria Golino, da sempre, perché negarlo? Non so, l’avrò vista o sentita (voce meravigliosa!) anche prima, ma quando la vidi nel film Come due coccodrilli, dove recitava con Fabrizio Bentivoglio, ne rimasi folgorato. Era una storia ambientata tra Varenna e Parigi, e Varenna è un posto magico, un po’ come a Venezia la Corte sconta detta Arcana per Corto Maltese (ne abbiamo già parlato, da qualche parte).
    Perciò abbiamo parlato spesso di Valeria Golino (si vedano per esempio Bellezza che va e bellezza che rimane e La fichitudine e la entrañable transparencia)
    Perciò continuiamo a parlarne, adesso che abbiamo scoperto la registrazione di un programma Rai, dove recita Kavafis, in greco. La poesia è famosa, s’intitola Aspettando i barbari, e anche di questo abbiamo già parlato. Nel filmato qui sopra la Golino ne recita l’inizio:

    — Τι περιμένουμε στην αγορά συναθροισμένοι;

    Είναι οι βάρβαροι να φθάσουν σήμερα.

    — Γιατί μέσα στην Σύγκλητο μια τέτοια απραξία;
    Τι κάθοντ’ οι Συγκλητικοί και δεν νομοθετούνε;

    Γιατί οι βάρβαροι θα φθάσουν σήμερα.
    Τι νόμους πια θα κάμουν οι Συγκλητικοί;
    Οι βάρβαροι σαν έλθουν θα νομοθετήσουν.

    — Γιατί ο αυτοκράτωρ μας τόσο πρωί σηκώθη,
    και κάθεται στης πόλεως την πιο μεγάλη πύλη
    στον θρόνο επάνω, επίσημος, φορώντας την κορώνα;

    Γιατί οι βάρβαροι θα φθάσουν σήμερα.

    cioé:

    — Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

    Oggi arrivano i barbari.

    — Perché mai tanta inerzia nel Senato?
    E perché i senatori siedono e non fan leggi?

    Oggi arrivano i barbari.
    Che leggi devon fare i senatori?
    Quando verranno le faranno i barbari.

    — Perché l’imperatore s’è levato
    così per tempo e sta, solenne, in trono,
    alla porta maggiore, incoronato?

    Oggi arrivano i barbari

    Dopo un breve scambio di battute con l’intervistatore, Valeria Golino recita il finale:

    Γιατί ενύχτωσε κ’ οι βάρβαροι δεν ήλθαν.
    Και μερικοί έφθασαν απ’ τα σύνορα,
    και είπανε πως βάρβαροι πια δεν υπάρχουν.

    Και τώρα τι θα γένουμε χωρίς βαρβάρους.
    Οι άνθρωποι αυτοί ήσαν μια κάποια λύσις.

    cioé:

    S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
    Taluni sono giunti dai confini,
    han detto che di barbari non ce ne sono più.

    E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
    Era una soluzione, quella gente.

    Da ultimo, vediamo questo spezzone di Rain man, quando Valeria Golino domanda a Dustin Hoffman «Com’è stato il bacio?», e lui risponde «Umido».

    e nel film di Salvatores Puerto escondido:

    • ALGIDO permalink

      La Golino splendida
      In tutto
      Buona Pasqua eccellenza.

      • Quando l’eccellenza non è risibile (come lo “stravento”, nell’accezione agrimensural-padana)
        L’ecccellenza muliebre di Olimpia, nell’Orlando furioso

        Se lei è sincero, questo potrebbe essere uno dei pochi punti su cui concordiamo. In linguaggio serrano: “punti condivisi”: ma “condivisione” ormai, per l’abuso che se ne fa, e non soltanto da parte della dott.ssa Serra, è oggi una parola che dà il voltastomaco. Come d’altra parte la parola “eccellenza”, che qui lei usa scherzosamente, va bene; ma non dimentichiamo che di “eccellenza” oggi parlano, con intenzione mistica, le mezze calzette che adottando leziosi vezzi linguistici “moderni” pretendono di farci dimenticare l’assenza di un retroterra culturale. Come il padre di fra Cristoforo, che voleva passare per un gentiluomo e pretendeva che ci si dimenticasse ch’era stato mercante (sempre meglio che oggi occuparsi di marketing, comunque).
        Parlare, per esempio, delle “eccellenze” di Curno, in un contesto trombonesco, è roba che fa venire il latte alle ginocchia: perché ci sono tromboni e tromboni, anche questo va detto. Consideriamo per esempio quel gran trombone che fu il non rimpianto presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, del quale penso tutto il male possibile sotto il profilo etico-politico. Eppure il suo tromboneggiare, basato su un uso truffaldino della cultura e della retorica classica, con quel quel periodare ostinatamente ipotattico dei suoi sermoni, se non altro era ben strutturato. Scalfaro suscitava ripulsa etica, ma non nausea culturale: anzi, era un esercizio divertente, per le persone provviste degli strumenti culturali, smontarne l’impostura. Invece essere costretti a sentire i tromboni stonati di chi parla delle eccellenze di Curno è roba che dà il voltastomaco, la nausea è insieme etico-politica e culturale.

        Ecco invece un esempio della parola “eccellenza” usata propriamente, dall’Ariosto, nell’XI canto dell’Orlando furioso, laddove descrive la straordinaria bellezza di Olimpia, che la pone al di sopra delle altre donne (questo vuol dire “eccellenza”, con una connotazione di significato superlativo): il volto, il seno (le mammelle sono nivee e «ritondette»), il ventre, le «cosce bianche», per non parlare di quelle parti «che pur celare ella bramava invano». Credo che l’Ariosto avesse in mente una bellezza come quella di Maria Elena Boschi.

        [67] Le bellezze d’Olimpia eran di quelle
        Che son più rare: e non la fronte sola,
        Gli occhi e le guance e le chiome avea belle,
        La bocca, il naso, gli omeri e la gola;
        Ma discendendo giù da le mammelle,
        Le parti che solea coprir la stola,
        Fur di tanta eccellenza, ch’anteporse
        A quante n’avea il mondo potean forse.

        [68] Vinceano di candor le nievi intatte,
        Ed eran più ch’avorio a toccar molli:
        Le poppe ritondette parean latte
        Che fuor dei giunchi allora allora tolli.
        Spazio fra lor tal discendea, qual fatte
        Esser veggiàn fra picciolini colli
        L’ombrose valli, in sua stagione amene,
        Che ’l verno abbia di nieve allora piene.

        [69] I rilevati fianchi e le belle anche,
        E netto più che specchio il ventre piano,
        Pareano fatti, e quelle coscie bianche,
        Da Fidia a torno, o da più dotta mano.
        Di quelle parti debbovi dir anche,
        Che pur celare ella bramava invano?
        Dirò insomma, ch’in lei dal capo al piede,
        Quant’esser può beltà, tutta si vede.


        Olimpia, abbandonata dallo sposo, quindi incatenata alla roccia dai malvagi abitanti dell’isola di Ebuda e offerta in pasto all’orca, è salvata da Orlando: l’incisione è tratta da una tela di Annibale Carracci, della quale si è persa traccia.

  5. Una metafora agropastorale
    Le poppe di Olimpia, simili a due “giuncate”

    È possibile che non tutti abbiano inteso i versi 3-4 della stanza LXVIII dell’undicesimo canto dell’Orlando furioso, sopra citato. Rivediamo dunque la stanza (“stanza” = strofa, ottava):

    [68] Vinceano di candor le nievi intatte,
    Ed eran più ch’avorio a toccar molli:
    Le poppe ritondette parean latte
    Che fuor dei giunchi allora allora tolli.
    Spazio fra lor tal discendea, qual fatte
    Esser veggiàn fra picciolini colli
    L’ombrose valli, in sua stagione amene,
    Che ’l verno abbia di nieve allora piene.

    Ed eccone la parafrasi, ad uso dei male acculturati agrimensori curnensi e dei “ggiovani” obnubilati nei fumi del pub crawl organizzato e omologato in sede di “evento” Erasmus/Orgasmus:

    [Le mammelle di Olimpia] erano più bianche di neve che non fosse mai stata calpestata, e levigate («molli») più che l’avorio (dunque non molli, ma dure, e lisce). Le poppe erano piacevolmente rotonde («ritondette») e avevano l’aspetto della cagliata («latte»: formaggio fresco ottenuto dal latte cagliato, non salato) appena («allor allor») ricavato dalla forma di giunco intrecciato («che fuor dei giunchi allora allora tolli [= togli, nel significato di “levare”, “estrarre”]»). Tra le poppe si apriva un varco quali appaiono in primavera («in sua stagione amene») le valli ombrose tra piccoli colli, che l’inverno avesse precedentemente riempito di neve («che ’l verno abbia di nieve allora piene»).

    P.S. – La metafora è agropastorale, è vero, non per questo tuttavia si dirà che l’opera (cioè l’Orlando furioso) è burina. Tutt’altro. Burino invece (per essere più precisi, ‘buzzurro’) è chi a Curno vuol fare il fico accodandosi alla moda del momento, facendo a orecchio scelte linguistiche sciagurate, sposando indiscrminatamente tutto ciò che abbia un sapore di “politicamente corretto”, e cercando di entrare con la propria voce sgraziata nel coro intonato a Bergamo dalle persone che contano (che però, loro stesse, stanno in questo momento affacciate alla finestra, fermo restando che i partiti cambiano, le famiglie restano).

  6. La prevalenza del cafone: ma la realtà è peggiore di quella prevista da Guareschi

    Ho ricevuto via Skype l’immagine che vedete qui sopra, immagino in vista di una pubblicazione su Nusquamia, cosa che faccio volentieri. Segue commento.
    Giovannino Guareschi è — si sa — l’autore della saga di don Camillo. Era anche un uomo d’ordine, il che non gl’impedì di essere irriverente nei confronti delle istituzioni, quando, per dirla marxianamente (cosa che lui non apprezzerebbe, immagino) le istituzioni sono l’epifenomeno di una struttura inconfessabile, [*] cioè servono di paludamento nobile per coprire e mistificare un garbuglio d’interessi tutt’altro che nobili. Il suo gusto per la satira e la pochissima fiducia nella nuova classe dirigente gli costò nel dopoguerra 409 giorni di carcere: fu condannato dapprima per vilipendio del Capo dello Stato, per aver pubblicato una vignetta irriverente nei confronti di Einaudi salutato da due bottiglie di vino, quello stesso prodotto dall’azienda vinicola del Presidente, come se le bottiglie fossero corazzieri; quindi per aver pubblicato due lettere di De Gasperi che auspicavano il bombardamento dell’Italia da parte degli angloamericani. In sede di processo non si riuscì a dimostrare ch’erano un falso, ma Guareschi fu condannato lo stesso. In seguito, a pena scontata, per via indiretta, si acclarò ch’erano effettivamente un falso, e che Guareschi fu vittima di una polpetta avvelenata. Anni prima aveva rischiato la fucilazione per aver inveito contro Mussolini in stato di ubriachezza. È uno degli scrittori italiani più tradotti.
    Qui sopra leggiamo una sua profezia sulle conseguenze della marginalizzazione del latino nella scuola italiana. Venendo meno la rete di protezione del latino — dice — ne sarebbero conseguiti sbracamento liguistico e confusione mentale:

    [Qualsiasi cafone] sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro” potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino.

    Non aveva torto, Giovannino Guareschi. Ma la realtà ha superato l’immaginazione. È vero che, sottoposti alla prova di una traduzione in latino, i discorsi cazzeggianti della maggior parte dei politici, delle maestrine politicamente corrette, dei markettari venditori di fuffa e degli spacciatori di slàid si dimostrerebbero intraducibili. Meglio: una volta tradotti in una cornice razionale, si mostrerebbe fin troppo evidente la loro menzogna. Ma dov’è il gradevole “effetto sonoro” nei discorsi dei politici, delle maestrine politicamente corrette, degli agrimensori male acculturati? La loro merce verbale fa accapponare la pelle. Al massimo può risultare gradevolmente sonora la comunicazione dei pubblicitari che, per loro esplicita ammissione, sono degli impostori. Purtroppo però nemmeno gl’impostori sono più impostori di qualità, come quelli descritti da George Orwell in Fiorirà l’aspidistra, la storia di un pubblicitario che si vergogna di essere un pubblicitario.
    Qualcuno mi sa spiegare che cosa ci sia di gradevole nella mistica dell’Erasmus/Orgasmus? O vogliamo rileggere qualche esempio di quella prosa pompiera? A questo punto, pompiere per pompiere, uno dice “Arridatece D’Annunzio”, che aveva studiato all’Istituto Cicognini di Prato e che se non altro dava una veste di eleganza formale, razionalmente coerente sul piano linguistico, al suo delirio irrazionalistico.

    …………………………………………….
    [*] Vedi, si parva licet…, la polemica di Nusquamia contro la mistica istituzionale e il culto delle cacate carte.

    • Angelo Gandolfi permalink

      “Non senza qualche vanagloria, io avevo cominciato a quel tempo lo studio metodico del latino”, Jorge Luis Borges

      [Immagino che in questa citazione ci sia un briciolo di malizia. Un giorno, rimproverando alla dott.ssa Serra l’ansia di apparire (era a proposito della cerimonia fasciata e colorata in occasione dell’acquisto di un’auto usata “ecologica”? non ricordo), dicesti che secondo Borges l’amministratore politico migliore è quello del quale i cittadini non ricordano il nome. La dott.ssa Serra prese la cosa a male. Come quando le citavi Nusquamia e lei replicava piccata: «Non siamo obbligati a leggere Nusquamia!». Infatti, non era obbligata. Ma scantonare i problemi mettendo la mordacchia a colui che prende la parola, come fece con te in Consiglio in una uggiosa giornata di dicembre, o ignorandoli su pretestuosa base istituzionale, come fece con Nusquamia, a conti fatti non le giovò granché. Le rimane la soddisfazione, scemati i sogni di gloria, di essere “la grande vecchia” (per analogia all’espressione “il grande vecchio”, cui faceva riferimento Craxi al tempo del rapimento di Moro) dell’Amministrazione curnense. La quale, non a caso, prende il nome di Amministrazione serrano-crurale. La dott.ssa Gamba ha capito l’antifona, e non mostra pari determinazione ad apparire: così almeno mi sembra. Se mi sbaglio, correggetemi. N.d.Ar.]

      • El Perro permalink

        La sindaca Gamba è più vicina alla gente, più sinceramente vicina. La Serra ha pensato di poter fare il gran salto ma non le è andata bene. La Gamba preferisce fare bene e già si vede. Basti vedere come è stata (insieme alla Rota) determinata contro l’esercito di maestrine crudeli nella questione orari scolastici… crudeli nei confronti delle famiglie lavoratrici. Infatti c’è stato un “fuggi-fuggi” dalle scuole primarie di Curno, ampiamente previsto da Gamba e Rota. La Serra avrebbe sorriso e tenuto la parte delle “sorelle insegnanti”. Ma la Serra è ancora in giunta?

      • Corriere permalink

        Poi c’era anche un nonno…

        «Sì, il padre di mia madre: era un filosofo, un prete spretato, convertito poi al giornalismo. Massone e autore di libri sulla massoneria, bellissimo uomo. Personaggio affascinante, di vastissima cultura, un letterato che alla fine divenne antiquario collezionista che raccoglieva, cioè, ma non vendeva. Viveva a Parma, in Borgo del Correggio a due passi dal Battistero dell’Antelami dove, grazie ai suoi amici sacerdoti, riuscì a farmi battezzare. Quando si arrabbiava, imprecava in latino che era la sua vera lingua, tant’è vero che spesso in Duomo faceva l’interprete quando arrivava qualche prelato straniero. L’inglese allora non lo parlava nessuno e la lingua franca era proprio il latino. È merito anche di questo nonno eccezionale, che andava sempre vestito di bianco, se mi sono avvicinato al mondo dell’arte. Amava gli oggetti antichi e ne aveva accumulato in casa di ogni genere. Ricordo per esempio una grande cesta zeppa di vecchie fruste da carrettiere che teneva nell’ingresso: erano quelle che da giovane aveva strappato dalle mani dei cavallanti quando, con la sua auto del primo ’900 riusciva a superare le carrozze e i carri che non gli davano strada. Era una figura leggendaria in una Parma, che di personaggi speciali, bizzarri ne ha sempre avuti, come, del resto, tutte le città della provincia italiana».

        [Letto, con piacere. È un brano tratto dall’intervista di Isabella Bossi Ferdigotti a Francesco Micheli: un uomo di quelli che contano, fondatore di Fastweb, promotore del festival musicale MiTo e tante altre cose ancora. Uno che il gatto padano vorrebbe presidente di tutte le commissioni internazionali che dovrebbero — secondo lui — essere convocate per decidere delle cosucce di Curno, comprese le piastrelle di un cesso pubblico e politicamente corretto (Curno è un paese bello da vivere, vi si friggono i polli con la ricetta del colonnello Sanders, Curno merita il massimo, in tutti i campi: anzi, l'”eccellenza”), e che MarcoBattaglia vorrebbe invitare a una riunione dell’Aegee (la lobby dell’Erasmus), per farsi un selfie da pubblicare su Facebook: credo però che non se ne faccia niente. Mi domando chi fosse questo nonno massone, già prete spretato, che parlava latino con le persone di cultura e che rivolgendosi a Dio imprecava, ma sempre in latino. Il problema, apparentemente, è di facile soluzione: basterebbe sapere qual fosse il nome da nubile della mamma di Francesco Micheli. Ma non l’ho trovato, forse non sono stato perseverante nella ricerca. N.d.Ar.]

    • Lorena da Venezia permalink

      Contro l’appecoramento, contro la condivisione coatta

      @Aristide


      Per leggere il testo completo, fare clic sull’immagine.

      [Parole sante: «Nell’idea dell’armonia e del consenso universale, c’è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali». Bauman è un osservatore acuto della realtà sociale, peccato solo che che del concetto di “società liquida” da lui messo in circolazione, si siano appropriati coglioncini ingenui e tutt’altro che ingenui ‘brasseurs d’affaires’; anche a Bergamo, c’era chi aveva pensato di agganciarsi a un grillino smanettatore, promuoverlo “esperto informatico di società liquida” e vendere pacchetti di corsi di formazione alla Regione lombarda. Insomma, sfruttavano Bauman a fini di personalissimo business: merda! Nusquamia è sempre stata in prima fila nel combattere l’impostura della condivisione e del ‘volemose bene’, a favore della dialettica degli opposti, della guerra delle idee. Ma vallo a spiegare alla dott.ssa Serra, e a quelli che dell’omologazione politicamente corretta vorrebbero fare il cardine di una società totalitaria. N.d.Ar.]

  7. Furbate e buzzurrate. Espressioni di fonte e/o destinazione buzzurra e d’intendimento truffaldino

    • “Mia cara signora, ma oggi c’è la banda larga!” (così ci si mostra all’avanguardia, allineati con il “nuovo che avanza”)
    • Le “eccellenze” (parola passpartout per dire genericamente qualsiasi cosa che s’intenda enfatizzare, e che sarebbe più corretto designare propriamente: i pregi, le spiccate attitudini, gli uomini e le donne migliori, le qualità, le realtà emergenti ecc.)
    • L’innovazione, come qualità (secondo i coglioni, tutto ciò che è nuovo è buono)
    • Gli acronimi (servono per imbrogliare le carte, o per far credere all’interlocutore di saperla lunga, di essere “esperti”)
    • Lo “stravento” ecc. (esempio di parola alla quale si attribuisce un nuovo significato, stavolgendone quello proprio: si fa ricorso a parole come questa per lo stesso fine ignobile per cui si abusa degli acronimi)
    • Le slàid di PowerPoint (in America si racconta che furono inventate per ammazzare i capi bovini; in seguito, dopo la protesta delle associazioni animaliste, furono riciclate in ambito aziendale)
    • La “professionalità” (a rigore un professionista è uno che professa un’arte liberale; invece la professionalità è oggi una qualità che si arrogano coloro che svolgono opera schiavile in ambito aziendale)
    • “È un manager” (parola che ci viene dall’inglese, ma di derivazione italiana, da “maneggiare”; in Inghilterra un manager sarà, per esempio, il direttore di un negozio di scarpe, invece in Italia le si è voluto dare un significato mistico. Si scrive “manager” ma si pronuncia “monager”. Mio nonno fu direttore di miniere in Sardegna, in Africa e all’Argentario, ma era un “direttore”, non un “manager”.)
    • La “condivisione” (parola abusata della neolingua politicamente corretta: “Ah, caro signore, ma lei non condivide!”. Sì, embè?)
    • I corsi di formazione (in Italia, soprattutto se promossi da enti pubblici, servono per dare un reddito a chi li organizza, e per fare incazzare chi li ha seguiti)
    • Una decisione “partecipata” (quando qualcuno si è trovato di fronte a un fatto compiuto, avendo ricevuto una proposta che non poteva rifiutare, si dirà che la decisione è stata collegiale e partecipata)
    • Diritti “acquisiti” (solitamente sono soprusi)
    • La “determinazione” (quando s’intende che questa sia una qualità, la parola è usata per dare un’accezione di significato positivo alla prepotenza e alla maleducazione)
    • La laurea “magistrale” (equivale, formalmente, a una laurea all’antica, quando la scuola italiana non era ancora di merda: cioè vale di meno; chiamandola “magistrale”, dopo l’infelice riforma del corso di studi di laurea, cosiddetto 2 + 3, si è voluto far intendere che in invece valesse di più)
    • “Sa, mia figlia ha fatto l’Erasmus” (il più delle volte sarebbe più saggio non farlo sapere)
    • È/era una persona “solare” (con riferimento a una donna, vuol dire che la dà/la dava facilmente: che è cosa buona e santa, ma che c’entra il pianeta Sole?)
    • “Non sono omofobo, tant’è che ho diversi amici omosessuali” (se uno è un libero pensatore, scevro di pregiudizi, non deve sentirsi costretto a ingraziarsi i coglioncini del politicamente corretto; perciò se non è d’accordo con le pagliacciate Lgbt e con le intemerate femministe di Asia Argento & Boldrina, lo dica, senza chiedere scusa; come diceva Cristo: “Dica sì se è sì, no se è no: il resto viene dal Maligno)
    • “Ma la sciura Rusina non capisce” (non si è obbligati a parlare soltanto alla sciura Rusina; chi vuole obbligarti a esprimerti sciattamente lo fa per ragioni disparate, in ogni caso pochissimo nobili: per invidia, perché teme che il tuo discorso faccia breccia precisamente presso le persone cui è indirizzato ecc.)
    • “Occorre istituire un bando di concorso internazionele” (piace ai provinciali)
    • “Curno, un paese in cui sia bello vivere” (domanda: a cose fatte, quanto è bello vivere a Curno? Meglio Curno o Greve in Chianti? Adesso che a Curno ci sono i forni friggitori di pollo, il paese è ancora più bello? Si può parlare di “eccellenza”?)
    • Nella provincia si promuove la cultura erigendo biblioteche e teatri inutili (sarebbe come dire che per trovare lavoro basta seguire un corso di formazione)
    […]

    Questo è soltanto un abbozzo, che ci ripromettiamo di completare, a mano a mano, anche con la collaborazione dei lettori. Si vedano anche, con riferimento a una realtà urbana e precurnense, il Dizionario dei luoghi comuni, il Catalogo delle idee chic e lo Sciocchezzaio di Flaubert, solitamente pubblicati in appendice al suo Bouvard e Pécuchet).

  8. Claudio “Aquilini” Borghi fino a poco temo fa insisteva: «Bisogna uscire dall’euro»

    Giorgetti glielo diceva ormai da un po’: va bene semplificare, va bene fare le battute, va bene anche l’aspetto di Cicciobello e la parlata a metà tra quella di Beruschi e di Renato Pozzetto, perché sono tutte cose che fanno acchiappare voti. Guarda però che se poi prendiamo il potere e usciamo per davvero dall’euro non saranno rose e fiori, come risulterebbe a sentire le tue battute. Perciò vedi di stare in campana. Ma Claudio “Aquilini” Borghi (lui vorrebbe che quell’“Aquilini” fosse interpretato come un presagio: nomen omen) insisteva: fuori dall’euro subito, il vantaggio c’è, e ve lo “spiego” non con un modello di simulazione dinamica delle interazioni socio-politico-economiche, un modello messo a punto da fisici e ingegneri e da quei pochi economisti che capiscono di economia; no, ve lo spiego con le battute.
    Finché ha parlato il capo (vedi sotto), quello che disse “Ma che vuol dire ‘migranti’? Per me è un gerundio!”. Vabbè, ma è pur sempre il capo. Adesso Claudio Borghi, che non è “Aquilini” per caso, ha capito. Pare che faccia marcia indietro, seppur piangendo: piange come lo stallone di minor pregio, usato per scaldare la cavalla (il corpo elettorale), costretto a cedere il posto allo stallone di razza. La cavalla è drogata.


    Per leggere la notizia, fare clic sull’immagine.

  9. Società dello spettacolo
    L’AsiArgento e la Boldrina insieme


    Se volete soffrire e vedere il filmato (a vostro rischio e pericolo) fate clic sull’immagine.

    Qualcuno ha commentato “Ecco, Asia Argento entra in politica”. In effetti, può essere, non è da escludere. Di lei si è parlato molto, ultimamente: perché non sfruttare l’occasione? Un po’ come quando si è il familiare di qualcuno che è sulla bocca di tutti, spesso in associazione a un evento tragico, e si cavalca l’onda. Mi viene in mente, a suo tempo, la figlia di Aldo Moro, che si fece rapare per protesta, disse, poi si tinse i capelli di viola, e rilasciava interviste. Mi viene in mente la figlia di una dei “nostri marò”, che veniva intervistata in qualità di figlia di un “nostro” marò, ma che volle farci sapere che lei era Lgbt, e poi ci fu una seconda intervista di aggiustamento della precedente intervista ecc. Come scrisse Guy Debord e come ripeteva Carlo Freccero (suo traduttore e portavoce in Italia), questa è la società dello spettacolo, il feticcio delle merci evocato da Marx non si è esaurito, ma oggi il feticcio che va per la maggiore è quello dello spettacolo.
    Non escludo che AsiArgento cerchi uno sbocco politico, essendosi esaurita la spinta propulsiva della sua carriera di attrice (peccato, aveva cominciato bene, ed era una bambina, con Nanni Moretti, in Palombella rossa). Ma temo che la Boldrina faccia la fine di Irene Pivetti, già presidente della Camera, anche lei, che divenne conduttrice di un programma televisivo horror (persone brutte che andavano sotto i ferri del chirurgo estetico per uscirne con la convinzione di esser diventate belle) e si fece fotografare vestita di lattice e con frustino in mano, in posa da cat woman, castigatrice del maschio.

    • AsiArgento non lascia più l’Italia, su consiglio della Boldrina. Ma fa una trasferta all’estero, insieme con la Boldrina


      Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

      L’articolo qui sopra è dell’ottobre 2017, quando AsiArgento, sentendosi incompresa in Italia, a proposito di quel pompino fatto a Weinstein in stato di coartazione psicologica, aveva annunciato di voler tornare a Vivere negli Usa. Ma la Boldrina le disse: no, resta in Italia, abbiamo bisogno di te, del tuo coraggio, della tua vocazione al martirio. AsiArgento dunque è paragonata dalla Boldrina a Maria Goretti che nelle MArche (terra della Boldrina) non cedette alle voglie del contadino infoiato.
      O vogliamo paragonare AsiArgento al giovinetto Tarcisio che portava l’Eucaristia ai prigionieri cristiani durante la persecuzione dell’imperatore Aureliano?


      San Tarcisio (o Tarsicio), il giovinetto martire.

      Come che sia, AsiArgento ormai è come un foulard Hermès, si porta su qualunque capo d’abito e in qualunque stagione. Perciò, visto che su suo consiglio l’AsiArgento è rimasta in Italia, la Boldrina se la porta a New York in viaggio premio. Vuoi vedere che AsiArgento entra in politica e la Boldrina entra nello spettacolo?

  10. Qualità, eleganza e cultura al femminile
    Valeria Bruni Tedeschi: un’alternativa composta all’ipercinetismo dell’AsiArgento e della Boldrina

    Giovedì scorso, 5 aprile, abbiamo letto sul quotidiano Repubblica un’intervista a Valeria Bruni Tedeschi, che in questi giorni è a Roma “madrina” (come si dice) del Rendez-vous, la rassegna del Nuovo cinema francese (5-10 aprile). Ne riportiamo uno stralcio:

    D. – A differenza della sua amica Valeria Golino, lei non è tra le firmatarie di Dissenso comune.
    R. – «Non prendo posizione contro, ma non firmo. Non mi sento portata da questo slancio. Ciò che è successo è storicamente importante e liberatorio per le donne in molti mestieri. Ma io in quanto attrice non riesco a sentirmi in empatia con le posizioni delle colleghe. Forse perché non ho mai subito ingiustizie o situazioni imbarazzanti. Non ho mai sofferto e quando non soffri è difficile sentirsi partecipe. Penso che Valeria abbia sofferto personalmente. Io invece quando avevo vent’anni facevo teatro e non cinema, non ero esposta. Non mi sono sentita di firmare la lettera per fare come le altre».
    La battaglia è anche per la parità salariale, per avere più spazio e ruoli.
    «Ma la presenza di ruoli femminili non si può obbligare, non si può obbligare l’immaginario degli uomini a desiderare o sognare una donna che ha più di quaranta o cinquant’anni. L’erotismo al cinema non è legato alle scene d’amore: a me accende l’immaginario una donna di ottant’anni con l’Alzheimer che s’innamora. Ma se questo non eccita un’altra persona, non posso obbligarla».
    D. – […] Tutti i divi sono in fuga da Woody Allen. Lei ha detto: “Meglio così magari riesco a lavorarci io”.
    R. – «I suoi film resteranno le medicine che mi hanno aiutato, facendomi credere alla possibilità di ridere dei dolori, fare ordine al nostro caos. Anche se Allen fosse colpevole di atti terribili, non dimentico quanto il suo cinema mi ha consolata.
    Vederlo rinnegato da tutti è terribile. E poi voglio credere alla giustizia americana, che lo ha assolto. È un fatto che non va ignorato».

    Si legge inoltre in un articolo-intervista sulla rivista Il cinematografo:

    A proposito degli scandali sessuali che hanno travolto Hollywood e del movimento MeToo dice: «Tutto quello che è successo dà un vento di libertà in tutti i mestieri. È un momento storico. Io personalmente non ho mai avuto problemi, forse perché non ho mai attratto nessuno o perché avevo i mezzi economici, ma non mi sono mai sentita obbligata o imprigionata. Ho sempre potuto decidere tranquillamente se salire nella suite del Ritz o meno. Non riesco a sentirmi completamente in empatia con il movimento delle attrici, ma mi ci sento con quello delle donne. Una donna può decidere se non subire più o meno e questo è importante».

    Bene, non credo che sia il caso di aggiungere una sola parola. Varrà la pena, forse, rammentare che Valeria Bruni Tedeschi, sorella di Carla Bruni (spero che questa non sia considerata una colpa), è attrice e regista. Ne ricordiamo l’intensa interpretazione della moglie annoiata di un industriale brianzolo figlio di puttana, nel bel film di Virzì Il capitale umano (film che non piacque ai brianzoli: vabbè) e la sua femminilità ‘fanée’ ma terapeutica in Viva la libertà di Andò. Non ho visto La pazza gioia, un film girato ancora sotto la regia di Virzì, che ha tutta l’aria di essere degno di considerazione, e che vedrò in streaming: qui sotto ne vediamo il provino (come si diceva un tempo: meglio che trailer).

    Ecco, Valeria Bruni Tedeschi ha l’atteggiamento che avremmo noi, qualora fossimo nati donna. Come lei, non esiteremmo un istante, tra i disagi dell’intelligenza e i vantaggi del conformismo, sceglieremmo i disagi. Appecorarsi al femminismo sindacalizzato e politicamente corretto non è da veri uomini, neanche da vere donne: è roba per omuncoli senza spina dorsale. La raison d’abord come programma di vita è molto meglio che La politique d’abord, tanto più che il femminismo non è nemmeno politica, essendo passata molta acqua sotto i ponti dai tempi delle suffragette. Oggi il femminismo è insieme gherminella del consumismo e strategia di avvelenamento dei pozzi della politica. Merde! (visto che Valeria Bruni Tedeschi è naturalizzata francese, dovendo condannare il conformismo dei minus habentes, niente appare più idoneo di questa nobile espressione attribuita a Cambronne).

  11. Giù le mani dalla Boschi!

  12. Per il gatto padano una ventina di cose fanno un ventennio; il grillino promette di essere circonciso
    Strafalcioni a Curno (e fin qui passi) e a Roma (no, questo non è sopportabile)

    ……………………………………………………………………………………

    Dettaglio del diario reziale del gatto padano, n. 664.
    ……………………………………………………………………………………

    Al gatto padano non è piaciuto il nostro elenco di furbate e buzzurrate, parecchie delle quali hanno corso nel paese bello da vivere, dove si frigge il pollo con la ricetta segreta del colonnello Sanders. Non gliene va mai bene una: al gatto, voglio dire. Comunque, se l’elenco non gli aggrada, a noi non dispiace che a lui dispiaccia. Anzi. Vorrebbe scriverle lui, cose del genere, con lo stesso spirito e con la stessa leggerezza. Ma non ci riesce: non ha fantasia, non ha cultura, non ha spirito critico, nell’accezione nobile della parola, è solo un criticone (un’altra cosa), alquanto rozzo. Non gli rimane allora che annaspare nelle cacate carte, un terreno — meglio: una palude — dove talvolta potrebbe anche avere ragione. Ma non gli basta, è ambizioso, vorrebbe volare più alto (paulo maiora canamus…), fare bella figura: vorrebbe, ma non può. Il senso d’impotenza lo fa incazzare. È fatto così, è il suo destino.
    Ancora meno ci dispiace — anzi, ci diverte — lo strafalcione del gatto, laddove fa riferimento al numero di citazioni contenute nel nostro elenco: sono una ventina. Ma lui non dice, per esempio, “conclude l’elenco” (che le espressioni fossero venti l’aveva già detto prima, non c’è bisogno di specificare), o “pone termine alla sua enumerazione”. Forse, anche per non ripetere la parola “ventina” che ha impiegato due righe sopra, lui, che pur essendo un agrimensore male acculturato, vuol essere più raffinato dell’Andrea Sperelli nel romanzo Il piacere di D’Annunzio, s’nventa un nuovo significato per la parola “ventennio”: proprio così. Del resto non è nuovo a queste imprese: basti ricordare il suo benedetto “stravento”, il suo “turibolare” usato come sostantivo, per non parlare delle “piste pedociclabili”. Il gatto padano è uno spasso: se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.
    Un ventennio — quasi abbiamo vergogna a ricordarlo, ma non è la prima volta che osservo la necessità a Curno di ripartire dai “fondamentali” (altra parolina che tanto piace in ambito coglion-aziendale, come le “tecnicalità”, i “360°”, le “eccellenze”, gli acronimi ecc., laddove gl’ignoranti pretenderebbero di épater le bourgeois) — significa “vent’anni”, come dice la parola stessa. Il suffisso “–ennio”, dal latino –ennium significa, appunto, “anni”. Per esempio:
    — biennio (dal lat. biennium): due anni
    — triennio (dal lat. triennium): tre anni
    — quinquennio (dal lat. quinquennium): cinque anni
    — ventennio: venti anni (formato in italiano per analogia a biennio, triennio, quinquennio ecc: ventennio in latino non si dice ventennium, ma vicennium)
    — millennio (dal lat. millennium): mille anni.

    Anche noi nel pezzullo che non piacque al gatto abbiamo commesso un errore: abbiamo scritto “Falubert” invece di Flaubert. Ma è un errore di tastiera, perché si tratta dell’inversione reciproca di due lettere. Tale trasposizione in linguistica prende il nome di “metatesi”: come quando per esempio al nostro “spegnere” fa riscontro in toscano “spengere”. Ma “Falubert” per Flaubert non è uno strafalcione, vuol dire soltanto che l’indice della mano sinistra si è abbassato sul tasto “a” prima che l’anulare della mano destra si abbassasse sul tasto “l”. Invece “ventennio” per “ventina” è uno strafalcione di agrimensore male acculturato, assimilabile a quello del grillino che disse «sarò breve e circonciso».

    Pare che certi politici italiani vadano pazzi per la circoncisione. Ma saranno veramente circoncisi?

    • Avremmo bisogno di serietà e razionalità. Invece…
      L’oracolo del gatto, le “eccellenze” (merda!) dei pentastrali

      Scrive il gatto, che è uno che si prende molto sul serio: «Direi proprio che il conterraneo e collega quanto a scolarizzazione Martina, meglio proprio che non diventi segretario nazionale del PD. Non mi pare la persona preparata per questo compito. Troppo debole culturalmente e politicamente». Sul fatto che Martina non sia all’altezza della bisogna, fondamentalmente il gatto ha ragione, anche se discorsi come questo meritano di essere circoscritti, mettendo in chiaro quale sia il punto di osservazione e il fine auspicato.
      Nel criticare il Pd, e in particolare Renzi, i saggi dell’isola di Nusquamia hanno sempre chiarito che la prospettiva è quella del socialismo scientifico e il fine da conseguire, come minimo imprescindibile, è la prevalenza della razionalità (che, tra l’altro, non è in contrasto con l’ideologia; non confondiamo la razionalità con l’impostura aziendalistica). Perciò a suo tempo, sia pur con rammarico, abbiamo scritto che lo stesso Bersani non era all’altezza del còmpito di segretario del Pd, nonostante la sua simpatia, nonostante la sua onestà appenninica, nonostante avesse frequentato il liceo classico di Piacenza studiando latino e greco con la prof.ssa Rita Calderini. Perciò fummo disgustati da coloro che saltavano sul carro del vincitore, quello di Renzi, che non era meglio di Bersani, era soltanto “determinato” (cioè era prepotente e maleducato). Non che Bersani sia irrazionale, tutt’altro. Ma un programma di governo, quand’anche sia un governo-ombra (e non quella buffonata messa su a fini propagandistici da Occhetto, abortita sul nascere, che comunque prevedeva come Ministro dell’Istruzione la moglie di Occhetto, tale Aureliana Alberici) deve fare i conti con la realtà, che per essere capita, prima, e poi modificata, richiede l’intervento di fisici, ingegneri, intellettuali di vaglia che mettano a punto un modello dinamico della realtà socio-politico-economica. I pescicani della finanza in America, e non solo in America, portano via i fisici dalle Università, pagandoli fior di quattrini, perché si mettano al servizio del crimine finanziario. Ebbene, le “teste d’uovo”, come un tempo si diceva, dovrebbero essere messe al servizio dell’umanità, còmpito dei politici è creare le condizioni per cui le persone più preparate, più degne, più intelligenti possano finalmente svolgere il ruolo che meritano di avere e che deve essere loro attribuito: a loro, e soltanto a loro. “Uno vale uno” è una cazzata. Il Pd avrebbe bisogno non necessariamente di una “testa d’uovo” come segretario, ma di un segretario che abbia la consapevolezza della necessità delle teste d’uovo, per farle lavorare veramente, e non per metterle in vetrina, come sta facendo Di Maio, fra l’altro con la ferma intenzione di coglionarci e liquidare la complessità dei problemi con le battute e le affermazioni oracolari. Come Claudio “Aquilini” Borghi, per non parlare di certi personaggi curnensi cacheggiatori di disinformazione.
      Tale è la nostra preoccupazione per la deriva irrazionale, tale è il nostro timore dell’impostura delle “eccellenze” reclutate dai grillini presso l’Università Link Campus (un’iniziativa dell’ex ministro Dc Scotti, legata a poteri forti e quasi-forti che destano più di una perplessità: si veda Link Campus, l’università in cui Luigi Di Maio studia il potere tra boiardi e 007) che alle ultime elezioni abbiamo votato Pd, nonostante la nostra conclamata diffidenza per il pentolaio Renzi, proiezionista di slàid, manco fossimo a Curno. E l’anno precedente, con buona pace di Zagrebelsky e di quel sepolcro imbiancato di Rodotà (che adesso sicuramente si trova all’Inferno, nel girone degl’Ipocriti), abbiamo votato Sì al referendum costituzionale. Non abbiamo certo votato per il meglio, tutt’altro. Abbiamo votato per il meno peggio.


      L’Università maltese Link Campus, ora naturalizzata italiana, si presenta come «una piccola ma dinamica realtà nel campo dell’istruzione d’eccellenza» (e ti pareva, se non tiravano fuori questa parolina di merda). Promette ai suoi studenti un posto fisso, grazie a un sistema di pubbliche relazioni apparentemente di modello anglosassone, ma ben radicato nella realtà meridionale e del parastato. All’insegna del “Tutto cambi perché niente cambi”. Al confronto con i laureati dell’Università Link Campus, già maltese, ragionando in una prospettiva di cacata carta, i laureati italiani in discipline “inutili” [*] e generiche, per quanto abbiano “fatto” l’Erasmus/Orgasmus sono degli sfigati. Link Campus è l’Università alla quale Luigi di Maio attinge le sue “eccellenze” per la squadra di governo che ha in mente di regalare agli italiani.

      Tornando al gatto padano, fa sorridere il tono oracolare della sua affermazione, in particolare che giudichi Martina impreparato culturalmente. Come fa il gatto a saperlo, lui che da buon agrimensore ragiona per cacate carte? Forse che, ragionando sempre per cacate carte, gli risulta che Martina non ha “fatto” l’Erasmus? Come se ormai non avessimo mangiato la foglia, come se non sapessimo che cos’è l’Erasmus/Orgasmus. E poi perché il gatto afferma che Martina è suo collega quanto a scolarizzazione? È vero, anche Martina ha studiato in un istituto tecnico, come il gatto padano, ma poi si è laureato in Scienze politiche, se non sbaglio: come MarcoBattaglia, quello che vuol fare di Curno una capitale europea (per il momento, in attesa che Curno diventi una piccola Parigi, anzi in attesa che Parigi diventi una piccola Curno, vi si mangia il pollo fritto all’americana, secondo la ricetta segreta del capitano Sanders; sì, a Curno come a Kansas City).

      ………………………………………………..
      [*] Noi non siamo contrari agli studi “inutili”, per lo meno non a tutti (studiare greco sarà inutile, ma è nobile; studiare Martha Nussbaum è inutile, dannoso e neanche tanto nobile). Però, se uno pretende un posto di lavoro fisso in virtù di un pezzo di cacata carta universitaria, questo Link Campus, a sentirne i promotori, offre maggiori e migliori garanzie di sistemazione duratura, molto più dell’Erasmus/Orgasmus: il quale, a dirla tutta, non serve proprio a niente, a parte lo sbattersi qui e là globalizzato, con la speranza di un pompino che se uno non è proprio brocco, riesce comunque a rimediare, dappertutto.

  13. Sinem Sürer permalink

    I’d love to see it:

    • Qualcuno ha osservato che il giro musicale di questa canzone ricorda il Cam-caminì-spazzacamìn nel film si Mary Poppins. E con questo? Abbiamo una bellissima canzone, con un bel testo: però — dice — non è del tutto originale in un gruppo di note! Mamma mia! Ma questo dell’originalità, costi quel che costi, è un pregiudizio romantico. Sarebbe come dire che il carme di Catullo Ille mi par esse deo videtur… non sia degno di considerazione, solo perché composto tenendo a mente quello di Saffo, φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν…

  14. Sinem Sürer permalink

    I’d love to see it:


    Fare clic sull’immagine, per vederne altre simili.

    [Il plastico di Roma antica al tempo di Costantino, la cui realizzazione ha richiesto anni di lavoro, si trova presso il Museo della civiltà romana, purtroppo chiuso da tempo, speriamo non per sempre: un museo meraviglioso in un paesaggio urbano dei più belli del mondo, amato da Fellini e da Antonioni (giusto per fare i primi due nomi che mi vengono in mente). I coglioni direbbero che il Museo della civiltà romana è un’“eccellenza” da valorizzare; ma se si comincia a parlare di “eccellenza”, finisce che va tutto a puttana, meglio lasciar perdere. Meglio lasciare le “eccellenze” a Curno (il Bibliomostro, il pollo fritto, la Miniera, la nuova scuola elementare ecc.) Sono del parere che i coglioni non debbano mettere becco nella cultura. Pere con pere, mele con mele e coglioni con coglioni. N.d.Ar.]

  15. Margherita G. permalink

    Una madre ripudia il figlio perché omosessuale.
    Il ragazzo cerca ospitalità dal nonno e questo scrive alla figlia:

    “Cara Christine:
    Sono molto deluso da te come figlia.
    Hai ragione, c’è un “disonore in famiglia”, ma non hai capito quale. Buttare Chad fuori di casa semplicemente perché ti ha detto che era gay è il vero “abominio”.
    Un genitore che disconosce il proprio figlio, ecco cos’è “contro natura”.
    L’unica cosa intelligente che ti ho sentito dire in tutta questa faccenda è “non ho allevato mio figlio perché fosse gay”.
    Certo che no.
    E’ nato così e non lo ha scelto, non più di quanto si possa scegliere di essere mancini. Tu, invece, hai scelto. Hai scelto di fare del male, di essere chiusa di mente e retrograda. Perciò, visto che stiamo giocando a disconoscere i figli, colgo l’occasione per dirti addio.
    Ora ho un favoloso (come dicono i gay) nipote da crescere, e non ho tempo per una figlia stronza. Quando ritroverai il tuo cuore, facci un fischio.”
    Papà.

    • I drammi personali devono rimanere personali
      Socializzarli fa il gioco della società dello spettacolo o dei gruppi d’interesse, ma non risolve il problema

      Teoricamente questo ragazzo, essendo gaio, ed avendo una storia vera da raccontare, dovrebbe avere una marcia in più. Se affronterà il suo problema con le sue forze, eventualmente con l’aiuto di un amico vero (uno che si conosce e si frequenta di persona) e se troverà una soluzione.
      Spero soltanto che il suo caso non finisca spiattellato nei cosiddetti talk show, cioè in spettacoli televisivi fatti di chiacchiere possibilmente conformi alle esigenze della fascia più degradata dei telespettatori; e che non diventi una stellina filante del villaggio della comunicazione sociale via Internet. Se questo dovesse accadere (forse sta già accadendo), le probabilità che faccia una brutta fine sono elevate.
      Facciamo invece il caso che questo dramma non sia socializzato (non sia mai stato socializzato), e che sia vissuto in dignitosa solitudine, non sindacalizzata: è quella che ti fa crescere, se ti va bene. Il ragazzo ha una madre stronza, è vero, una madre che disconosce il proprio figlio per una ragione sbagliata. Però è andato a vivere da un nonno stronzo, che disconosce la figlia. Anche lui, come la figlia, non si interroga sulla circostanza che il caso ha voluto sottoporgli; anche lui non ragiona, come la figlia; anche lui, come la figlia, reagisce pavlovianamente, come per riflesso condizionato, applicando un principio generale, astratto, a un caso concreto che meritava concretezza e umanità.
      Il ragazzo sarà salvo: a) se non salirà sul palcoscenico della chiacchiera televisiva e non si farà fagocitare da Facebok et simil.; b) se capirà che ha una madre stronza e un nonno stronzo, e riuscirà a non soffrirne troppo, a non averne tarpate le ali. Stendhal aveva un padre stronzo, perciò quando scrisse la sua autobiografia l’intitolò La vie de Henry Brulard (lui si chiamava Henri Beyle, Brulard era il nome da nubile della madre), quindi pareggiò i conti di famiglia in due romanzi, Il rosso e il nero e La certosa di Parma. Alessandro Manzoni aveva una mamma puttana e teoricamente non sapeva che il suo vero padre fosse Giovanni Verri, fratello di Pietro e Alessandro Verri, due figure centrali dell’illuminismo lombardo. Si vendicò professando un cattolicesimo venato di protestantesimo (nella sua versione giansenista), come per dispetto all’illuminismo, e svuotando i Promessi sposi della figura paterna. In questo romanzo l’unico padre degno di essere considerato tale è fra Cristoforo, che però non è un capofamiglia, a parte la comparsata del sarto, la cui famiglia accoglie Lucia dopo che fu liberata dall’Innominato. Stendhal e Manzoni nonostante il padre stronzo e, rispettivamente, la mamma puttana, riuscirono a costruirsi una vita, direi egregiamente. Per loro fortuna, non c’erano allora talk show di sorta, o tam tam d’Internet.

  16. Politicamente scorretto
    La Casellati Presidente del Consiglio con l’appoggio di Salvini e Di Maio? Mamma mia!

    La Casellati (in linguaggio boldrinesco: “Casellata”) in quanto figura di alto profilo istituzionale (e poi c’è chi dice ch’io faccio male ad essere anti-istituzionale) potrebbe ricevere dal presidente Mattarella l’incarico esplorativo per la formazione di un governo. Se l’esplorazione andasse a buon fine, l’unico vantaggio — ma è ben poca consolazione — è che con la consacrazione della Casellati si metterebbe la sordina a tutto questo gran parlare di onestà, che è una puttanata pazzesca, per come il problema viene (mal) posto in Italia. Oddio, non solo in Italia, ma qui si è passato il limite. Due giorni fa sulla Stampa Mattia Feltri ricordava l’indignazione a senso unico degli sciacalli politici, nei confronti di Craxi: ebbene, coloro che gli lanciavano le monetine all’uscita fall’Hotel Raphael, o che dichiararono la propria soddisfazione, sarebbero stati protagonisti o complici di gran parcte delle porcherie che avrebbero fatto seguito al disarcionamento di Craxi. Porcherie, anzi, peggiori, perché ammantate d’ipocrisia, essendo i moralisti nient’altro che «vergini dai candidi manti, rotte di dietro, sane davanti». Si veda l’articolo Venticinque anni di monetine. Cioè le vergini moraliste facevano il loro gioco, un gioco di potere, della moralità non gl’importava un fico secco.
    La Casellati, ricorda il Fatto quotidiano, «fu tra i 150 parlamentari del Popolo delle Libertà che marciarono sul Tribunale di Milano contro la celebrazione del processo Ruby. Insieme all’altra candidata alla presidenza del Senato, Anna Maria Bernini, e ad altre sue colleghe si vestì completamente di nero nella seduta del Senato del 27 novembre 2013: era il giorno in cui l’assemblea di Palazzo Madama avrebbe votato la decadenza dell’allora Cavaliere, cioè il giorno del “lutto per la democrazia” spiegarono. Per lei Berlusconi, anche dopo la sentenza in Cassazione, era innocente “e gli italiani lo sanno”».
    Non entro nella questione se la Casellati avesse ragione o torto a marciare pro Berlusconi. Voglio dire che, se Salvini e Di Maio appoggiano la Casellati, e ne hanno il diritto, devono però piantarla con la questione morale. Qui non hanno diritti da accampare; anzi, hanno il dovere di non offendere la nostra intelligenza..
    Infine, in modalità politicamente scorretta (per limitarci ad alcuni esempi “istituzionali”: anti-clintoniana, nel senso di Hillary Clinton, anti-boldrinesca, anti-babouniana, anti-serrana e, ai livelli più bassi, anti-gatto-padanesca, essendo il gatto padano istituzionale, in quanto agrimensore “corneto-urbanista” [*]) concludo questa noterella ricordando un criterio d’idoneità che, secondo la fantasia degli antipapisti inglesi, veniva applicato al pontefice designato, prima della consacrazione definitiva. In questo caso, il criterio è applicato al cardinale Rodrigo Borgia, che diventerà pontefice con il nome di Alessandro VI. Mi domando se qualcosa di analogo, ancorché in senso lato e metaforico, non si possa pensare per la validazione del Presidente del Consiglio chiamato a governare l’Italia:


    «Habet duos testiculos et bene pendentes».

    …………………………………………………….
    [*] Il gatto padano scrive abitualmente che nell’Amministrazione serrano-crurale nessuno capisce niente di urbanistica.

  17. La papessa Giovanna


    Qui sopra, sella stercoraria, conservata ai Musei Vaticani. In basso, il parto della papessa Giovanna alla quale Giovanni Boccaccio dedica un capitolo del suo trattato De mulieribus claris (1374): l’immagine, una xilografia dipinta a mano, è una illustrazione della traduzione tedesca, stampata a Ulm nel 1474 (20 anni dopo l’invenzione della stampa). [*]

    L’uso di tastare i testicoli e la verga del candidato pontefice sarebbe stato introdotto dopo lo spiacevole episodio di un papa che avrebbe dato alla luce un figlio, mentre veniva portato in solenne processione da san Pietro al Laterano. In realtà, una papessa (e qui voglio vedere la Boldrina, che cosa avrebbe da dire: pare che alle femministe non piaccia la terminazione in -essa), la papessa Giovanna, una donna inglese di straordinarie doti intellettuali che, indossando abiti maschili, si fece monaco in Germania, per poi salire al soglio pontificio (nelll’855). La leggenda è nata in relazione a un’iscrizione latina posta sotto la statua di una donna che portava un abito lungo fino ai talloni (abito talare). L’iscrizione recava la scritta P.PAT.PAT. PPP.
    che fu interpretata come
    Papa pater patrum peperit papissa papellum
    cioè
    “Una papessa che era un papa, padre dei padri, partorì un piccolo papa”.
    Ma è probabile che statua e iscrizione fossero da attribuirsi a una divinità del culto mitraico, i cui sacerdoti erano chiamati “Patres Patrum”; e quel PPP dovrebbe significare Propria Pecunia Posuit, cioè “Pose a sue spese”.
    Ma la leggenda era troppo bella per non attecchire meravigliosamente in ambito protestante: fu accreditata, fra gli altri, dal teologo protestante Pietro Paolo Vergerio (istriano: fu dapprima vescovo cattolico, quindi si convertì alla religione di Lutero).
    Alla leggenda fa riferimento il Belli nel sonetto La papessa Ggiuvanna:

    Fu ppropio donna. Bbuttò vvia ’r zinale [1]
    prima de tutto e ss’ingaggiò ssordato;
    doppo se fesce prete, poi prelato,
    e ppoi vescovo, e arfine Cardinale.

    E cquanno er Papa maschio stiede male,
    e mmorze, [2] c’è cchi ddisce, avvelenato,
    fu ffatto Papa lei, e straportato
    a Ssan Giuvanni su in zedia papale.

    Ma cquà sse ssciorze er nodo a la Commedia;
    ché ssanbruto [3] je preseno le dojje,
    e sficò un pupo llí ssopra la ssedia.

    D’allora st’antra ssedia [4] sce fu mmessa
    pe ttastà ssotto ar zito de le vojje
    si er pontescife sii Papa o Ppapessa.

    ………………………………
    [*] Si veda De Iohanna Anglica papa.
    [1] Grembiule.
    [2] Morì.
    [3] Ex abrupto.
    [4] La cosiddetta sella stercoraria: un sedile forato.

  18. Il caso è meglio della determinazione. E la vita ‘può’ essere meglio della brodaglia che la Boldrina vorrebbe farci ingurgitare

    Senza parole: dedicato ai lettori di Nusquamia intelligenti. Dove “intelligenti” ha valore attributivo e non predicativo: si veda I lettori intelligenti di Nusquamia.
    Cinque anni di tirannide serrana hanno reso odiosa la determinazione.

  19. Ripassiamo Salvini: uno statista nel nostro futuro

  20. Ruby Rubacuori è la nipote di Mubarak
    Lo dice Maria Elisabetta Alberti Casellati, giurista, laureata in diritto canonico nella Pontificia Università Lateranense, presidente del Senato. Si dice che debba ricevere da Mattarella un mandato esplorativo per la formazione del governo


    «Quando Berlusconi ha incontrato Mubarak prima di questo episodio [quando Belrlusconi telefonò alla questura di Milano per chiedere il rilascio di Ruby, che sarebbe stata presa in consegna dalla Minetti: N.d.Ar.] pare che sia venuto fuori da alcune testimonianze che proprio nell’incontro Mubarak aveva parlato di questa sua nipote, ed era un incontro ufficiale».

    Il diritto canonico, ecco la chiave che apre i portoni del potere (mi fanno ridere, al confronto, i contorcimenti di MarcoBattaglia, in quel di Curno, [*] con i suoi Erasmus/Orgasmus): così vien fatto di pensare ricordando un’altra primadonna della politica italiana, l’Ombretta Fumagalli Carulli, al tempo di transizione dalla prima alla seconda Repubblica, quando tutti i giochi erano ammessi, e se anche erano sleali nessuno ci faceva casa (come del resto anche oggi). Costei, la prima donna in Italia a ricoprire la cattedra universitaria di diritto canonico, fu politicamente una meteora implacabile: sottosegretario al Ministero dell’interno nel governo D’Alema II ed al Ministero della sanità nel governo Amato II, e tante altre cose ancora. Più compassata di Maria Elisabetta Alberti Casellati, aveva un corpo statuario, sempre impeccabile, tanto da meritarsi di essere chiamata affettuosamente “la zia di Barbie” per via della messa in piega, come vediamo in questa foto d’antan:

    La Casellati nell’estate del 1971 fu eletta miss Palizzi, che secondo noi è un titolo che non ha lo stesso valore di quello di “zia di Barbie”: però non è mio costume imporre il mio punto di vista, giudichino i lettori. Ecco comunque il testo del telegramma del sindaco di Palizzi (Reggio Calabria) indirizzato alla Casellati, a nome dell’Amministrazione comunale, quando fu eletta al Senato:

    La terra della Magna Grecia, della quale condividiamo le origini, ha plasmato donne che hanno protetto e difeso l’istituzione fondante della società: la famiglia. Oggi, ancor di più con lei una donna unificherà una comunità più grande, più solida nei valori ancestrali, di cui è espressione, e proiettata al bene e al progresso dell’Italia.

    Queste sono soddisfazioni, tanto più, in quanto “istituzionali” (oh, yeah!).

    ……………………………………….
    [*] Curno, è un paese “bello da vivere”, così si autodefinisce, alle porte di Bergamo (secondo noi dovrebbe cessare di essere un Comune autonomo, con un’amministrazione comunale autonoma; ma a Bergamo sta bene che le cose rimangano come sono, così possono dire “Quella è Curno, non è Bergamo” e a Curno dirottano tutto quello che farebbe sfigurare Bergamo). “Un paese in cui sia bello vivere” è lo slogan creato dalla dott.ssa Serra in occasione della sua campagna elettorale (2012), quando divenne sindaco, e il ranocchio si trasformò in un principe. La dott.ssa Serra non è più sindaco di Curno, il che non toglie che l’attuale amministrazione subisca un forte condizionamento serrano.

    • Dopo la Boldrina la Casellati? No! Arridatece la Boschi!


      Per leggere la ferale notizia, fare clic sull’immagine.

      La Casellati, per le ragioni abbiamo esposto sopra (non esclusa quella laurea in diritto canonico), è inquietante: come e più della Boldrina, che in fondo si limitava a fare folklore femminista. Qui sotto, invece, l’immagine bella e riposante di Maria Elena Boschi, vittima di una campagna di maldicenza, denigrazione e invidia da parte, principalmente, delle donne vecchie e laide. Come diceva Cecco Angiolieri: «S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, / torrei le donne giovani e leggiadre: / e vecchie e laide lasserei altrui».

  21. Un consiglio di Gramsci (indirizzato ai giovani, però)

    Pubblico questa immagine, una targa affissa accanto al portone d’ingresso del mio liceo, per ricordare che quanto afferma il gatto padano nel suo diario, che Aristide avrebbe studiato in un liceo pretesco, è falso.
    È vero invece che l’edificio fu sede del Collegio di Santa Teresa, fondato dai Gesuiti nel 1611. Ma due secoli dopo darebbe divenuto Collegio reale, con l’espulsione dei Gesuiti dal Regno di Sardegna nel 1848: la seconda espulsione, voluta dal re Carlo Alberto, dopo quella conseguente la soppressione della Compagnia del Gesù, decretata dal papa Clemente XIV, nel 1773 (ritornarono dopo la Restaurazione). Quindi il Collegio reale prese la denominazione di Ginnasio-liceo.
    Anche il palazzo di Brera fu dei gesuiti, per volontà di Carlo Borromeo: qui i “servi di Gesù” (si firmano S.J., cioè Servus Jesus) fondarono il loro Collegio, dove impartivano l’istruzione superiore al clero e alla nobiltà. E anche di qui i gesuiti dovettero sloggiare, sempre nel 1773; ma non per questo si dirà che la gloriosa Biblioteca di Brera (dove in altri tempi passai ore piacevolissime, quali mai potrebbe offrire il pretenzioso Bibliomostro!) o la Pinacoteca di Brera sono istituzioni pretesche: infatti, furono costituite dopo la cacciata dei gesuiti. Invece — questo va ricordato, per dire tutta la verità — l’osservatorio astronomico di Brera fu installato per iniziativa dei gesuiti, in particolare del Boscovich, sulla cui eredità intellettuale c’è nobile contesa tra milanesi e croati.
    Sempre a onor del vero, e dei gesuiti, bisognerà dire che la Biblioteca di Brera — nata su impulso della saggia regina Maria Teresa d’Austria, quando ancora la biblioteca non si chiamava “braidense” — ingloba quella del Collegio dei gesuiti. Diventerà “braidense” dopo la soppressione dell’Ordine e il trasferimento a Brera della biblioteca milanese voluta da Maria Teresa. Del resto, il debito di riconoscenza che la cultura — anche la cultura moderna — ha contratto con i gesuiti è enorme: il nostro liceo classico, come fu pensato da Gentile, quel liceo che la sciura Valeria e le sciacquette pseudoprogressiste avrebbero una gran voglia di sfregiare, è un naturale sviluppo della ratio studiorum gesuitica. Non per questo si dirà che il liceo classico è un liceo pretesco; o addirittura fascista, perché ideato da Gentile, ché anzi il liceo classico fu fucina di formazione di antifascismo, in epoca mussoliniana, come abbiamo ricordato in altri articoli. Quando ero studente io aveva fama di essere covo di fascisti l’Istituto nautico.

    Il consiglio di Gramsci è indirizzato ai giovani, sulla cui intelligenza era fondata la speranza di costituire un “ordine nuovo”. L’Ordine nuovo s’intitolava, appunto, il settimanale di cultura socialista fondato da Gramsci, Togliatti, Tasca (che nella storia del Pci sarà ricordato come eretico e traditore) e Terracini. Per il gatto padano, invece, non c’è niente da fare: continui a occuparsi di cacate carte, essendo la copropapirologia una disciplina nella quale indubbiamente ha il primato (o, detto in linguaggio coglione, “nel cui ambito il gatto padano è un’eccellenza”). In campo culturale, invece, anche lato sensu, meno si agita, meglio è. In ogni caso, non può agitare la competenza copropapirologica come una clava per ottenere riconoscimenti istituzionali o — peggio ancora — culturali. Ne ultra crepidam, sutor.
    Con riferimento in particolare ai “ggiovani” di Curno, lascio immaginare ai lettori di Nusquamia intelligenti (cioè, a quelli che sono intelligenti) che cosa Gramsci potesse pensare: a) della ricerca spasmodica di visibilità e dell’ansia di occupazione precoce di posizioni di potere nel sistema mediatico e associazionistico di alcuni giovani curnensi; b) della mistica Erasmus/Orgasmus e degli associati “eventi” di pub-crawling, che si vorrebbe spacciare per “eventi culturali”.

  22. Casellati: l’incarico esplorativo è tutto suo. Ahinoi: però… «ha da passà ‘a nuttata»

    Beh, c’era da aspettarselo. La Casellati (immagino che “Casellata” suonerebbe boldrinescamente meglio) è o non è la seconda carica dello Stato? Risposta: sì, purtroppo. Qualcuno ricevendo l’incarico esplorativo doveva essere bruciato, sì o no? Risposta: certo. Bruciato per bruciato, meglio lei che un laico (non laureato in diritto canonico). Avremmo bisogno di qualcuno (ripescato fuori del Parlamento) che desse garanzie d’intelligenza della complessità del sistema: mica uno come Monti però, finto giansenista, bocconiano e amico dei poteri forti. No, io parlo di un qualche “spirito magno” che l’hegeliana “astuzia della Storia” potrebbe suggerire a Mattarella, per un governo che sia di lacrime e sangue per i burocrati, per i percettori di reddito fisso e produttori di Pil (Prodotto industriale lordo) farlocco; un babau, insomma, per gli strati parassitari in genere, quelli che Saint-Simon chiamava les oisifs. E che per converso darebbe vita a un governo di speranza per quelli che il pensatore francese chiamava les industriels. Un governo di ordinaria amministrazione, per carità, che approntasse una legge elettorale praticabile, in un clima di tregua tra i rappresentanti dei partiti, che rinuncerebbero a prendersi sul serio e metterebbero in soffitta le balle elettorali, con un occhio di riguardo per il sapere scientifico e un sommo e doveroso disprezzo per il cazzeggio e la retorica della politichetta. Di questo si avrebbe bisogno. Anche se l'”evento” è pochissimo probabile (la parole “evento” ha un significato non ignobile nella teoria delle probabilità, da non confondere con quello degli spacciatori di pubbliche relazioni), si potrà sognare, almeno quello? Che almeno la materia dei sogni non sia un inferno boldrinesco, o a misura degli strafottuti sondaggi d’opinione, o dei contorcimenti degli ambiziosetti senz’arte né parte!
    Intanto aspettiamo che la prospettiva incasellata svanisca. Ieri ho sentito nel corso del programma televisivo di Floris il Pd-ino Martina, che di per sé promette bene, ed è più intelligente di quanto aveva dato a intendere inizialmente: peccato che dia l’impressione di parlare a titolo personale. Già, perché il problema è quello di neutralizzare Di Maio e Salvini, e fin qui l’impresa non è forse così disperata come sembra (Di Maio, in particolare, appare più “determinato” di un sindaco/assessore di paese, per esempio, di Curno). Ma poi, come convincere quelli che sono entrati in Parlamento sull’onda dei due populismi a essere razionali? Qui ci vorrebbe un miracolo, e non è da escludere che Berlusconi si proponga come “operatore di miracolo” nell’ultima sua clamorosa, imprevedibile e memorabile esibizione sul palcoscenico della politichetta. Sul quale non gli dispiacerà di morire, ma in stato di manifesta e scandalosa erezione. Sarà quel che sarà: intanto aspettiamo che passi la nottata.

  23. La politica è sangue e merda

    Così diceva Rino Formica, una delle menti più fini del vecchio e glorioso Psi, che fece una fine ingloriosa, tra “nani e ballerine” (altra espressione di Formica), latrocinio spudoratamente istituzionalizzato; infine fu “rottamato” da Mani pulite. Rino Formica era ragioniere, ma aveva saputo sollevarsi dalla palude mefitica delle cacate carte, invece di fondare un sistema di potere fondato su un uso disinvolto e ricattatorio della copropapirologia: io ti posso far passare un brutto quarto d’ora, facendo parlare le cacate carte; ma tu che cosa mi dai in cambio, se mi fermo in tempo?
    Del resto già sant’Agostino (secondo altri, Bernardo di Chiaravalle) aveva osservato «Inter faeces et urinam nascimur», cioè “Nasciamo tre le feci e l’urina”, ed è pura constatazione di un fatto reale. Eppure già Freud osservava che «tutti i nevrotici, e molti oltre a loro, si scandalizzano del fatto che inter faeces et urinam nascimur». Infatti, secondo le femministe queste parole sono rivelatrici del disgusto tipicamente maschile per i fluidi corporei, dove affondano le proprie radici — dicono — misoginia e omofobia. E di questo si è occupata — e ti pareva — Martha Nussbaum, vecchia e malefica conoscenza dei lettori di Nusquamia (si veda Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci, Roma 2005).

    Bene, mentre l’eploratrice Casellati si appresta a rendere di dominio pubblico i risultati della sua indagine, e lei stessa viene felicemente tolta dal mazzo dei papabili alla guida del prossimo governo, i politici del M5S e della Lega, già Lega nord, continuano a volerci far credere che loro trattano una materia soavissima: ma di soave ci sarebbero soltanto le loro parole, se avessero una buona padronanza della lingua italiana. Invece di sforzano di usare parole soavi, ma non ne sono capaci (a differenza di certi grandissimi figli di puttana della Prima repubblica), così si rendono ridicoli, come quel grillino che promise di essere «breve e circonciso», mentre annaspano nella merda e nel sangue. Dovrebbe essere tutto il contrario: il fine dovrebbe essere nobile, e poco importa se, talvolta e comunque il meno possibile, ci si debba sporcare di sangue e di merda. Questo perlomeno è il nostro parere di laici, razionalisti, filosoficamente indeterminati (in quanto razionalisti: altrimenti, dove lo mettiamo il clinamen di Lucrezio?) e con una venatura di epicureismo.
    Dedichiamo ai nostri politici, esploratori ed esplorati, in particolare a quelli che si agitano nel sangue e nella merda, pretendendo tuttavia di aver dimora in un castello incantanto tutto odoroso di rose e fiori, questa breve rassegna del modo corretto, cioè ironico e distaccato, di fare i conti con la merda, quale è testimoniato da alcune iscrizioni pompeiane.

    1. Cacator, cave malum

    Questa scritta, ‘Cacator cave malum’, cioè “Cacheggiatore, attenzione alla sventura” è depositata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ma in origine si trovava affrescato in un hospitium (una locanda) con annesso thermopolium (mescita, o bar), a Pompei. Mostra un uomo chino in atteggiamento di sgravarsi lo stomaco. Sappia però — così ammonisce la pittura — che corre i suoi rischi: perciò è bene cacare nei luoghi deputati, e non per esempio agli angoli delle vie, o nei cimiteri. Anche perché quando si caca si è inermi, si può essere aggrediti, o cader vittima del malocchio (questa, o anche a questa, potrebbe essere la sventura incombente, il ‘malum’). Perciò vediamo il cacatore fiancheggiato da due serpenti protettori, benefici (agathodaimones, da ἀγαθός δαίμων, “demone buono”) e sorvegliato dalla dea Fortuna.

    2. Cacator sic valeas


    Scritta beneaugurante, perché il potenziale cacheggiatore ce la faccia a resistere, e non depositi il suo carico di merda in prossimità del castellum aquae che, diviso in tre sezioni, provvedeva con tre reti di condutture autonome al fabbisogno delle abitazioni private, delle fontane e delle terme pubbliche. L’affresco è coperto da una lastra di vetro che pare abbia fatto più male che bene, favorendo la formazione di una flora che si nutre dei sali minerali della pittura..

    Cacator sic valeas
    ut tu hoc locum trasia[s] (= transeas).

    Cioé, “O cacheggiatore, così tu possa resistere, da passar oltre questo luogo”. Si notino la caduta della consonante finale nella II p. sing. del verbo ‘trasire’, che è voce del latino popolare, passata tal quale nel napoletano (come quando si dice ‘trasite!’, cioè “entrate!”), al posto del latino classico ‘transire’.
    Questa iscrizione si trova un po’ fuori mano, a Pompei, dalle parti di Porta Vesuvio: un luogo non molto trafficato, ideale per cacare, quando venisse la voglia. Ma è una cosa da evitare. Si trova sulla parete di un castellum aquae (una cisterna di raccolta e distribuzione delle acque). A parte questa scritta, e una seconda, non leggibile, l’affresco presenta un gruppo di ninfe e divinità fluviali.
    Il testo è scritto con scrittura “capitale rustica”.

    3. Attenzione alle ortiche

    Quando il benevolo suggerimento a usare, nell’atto del cacare, le dovute attenzioni per se stesso, e un doveroso riguardo nei confronti degli altri, non basta, e nemmeno serve un benevolo suggerimento a resistere e andar oltre, sarà il caso di passare alle minacce. Quest’iscrizione si trova tracciata sulla parete di una sepoltura, e sono le ossa del morto che parlano, in tono abbastanza perentorio:

    Hospes ad hu(n)c tumuli ni meias ossa prec(antur)
    nam si vis (h)uic gratior esse caca
    Urticae monumenta vides: discede cacator
    non est hic tutum culu(m) aperire tibi.

    Cioè, “O passante, queste ossa ti pregano di non pisciare su questa sepoltura, perché se proprio vuoi fare una cosa gradita, allora caca. Quello che vedi è il monumento di uno che si chiama Urtica. Perciò, o cacheggiatore, allontanati: è rischioso per te aprire qui il culo.
    Il testo, scritto in “capitale corsiva”, si compone di due distici elegiaci.

  24. Fabrizio permalink

    http://www.youreporter.it/video_L_insegnante_bullizzato_da_uno_studente_si_metta_in_ginocchio

    Io non temo una presunta invasione dei migranti;
    io non temo una presunta invasione dei musulmani;
    io non temo una presunta invasione di “ne*ri”;
    io non temo che la “nostra cultura” possa essere inquinata da altre.

    Perché la nostra cultura è già inquinata fino al midollo.

    E l’unica cosa che temo è la diffusione di violenza, odio, razzismo anche nei ragazzi.
    Piccoli bulli ignoranti e pericolosi da rieducare immediatamente, prima che ammazzino del tutto il futuro.

    Sono schifato da questo video.
    E il mio abbraccio più grande va a tutti i professori, linea di frontiera fra civiltà ed inciviltà troppo spesso abbandonata a se stessa.

    • I professori? Sono causa ed effetto dello sfascio istituzionale

      Anch’io sono schifato da questo video. E pubblico volentieri il commento sottostante, anche se temo che sia un documento circolare, fatto girare in automatico sui vari diari reziali, cosiddetti “blog”. Ma in questo caso faccio un’eccezione, non perché credo che la pubblicazione serva a qualcosa (tanto più che «Nusquamia non conta un cazzo»), ma per riflettere insieme con i venticinque lettori di Nusquamia, in particolare con quelli che sono intelligenti, su alcune circostanze:
      a) i professori non sono rispettati dagli studenti anche perché gli stessi professori non hanno rispetto per la propria dignità; infatti:
      b) i professori che sono vittime del degrado della scuola, ultimamente in misura sempre maggiore, ne sono stati causa (per essere precisi: con-causa); avrebbero dovuto da tempo, e non da oggi, mandare a remengo i presidi che, nella ricerca esasperata di un ruolo “piacente”, vestono i panni del product manager, dominati come sono dalla preoccupazione di strombazzare l’eccellenza (merda! ma questo è linguaggio da gatti padani!) del proprio istituto scolastico (il loro “prodotto”), onde acchiappare più iscrizioni, in competizione aziendalistica l’uno con l’altro; avrebbero dovuto chiedere da tempo, e nel proprio interesse, una valutazione del corpo docente che tenesse conto della conoscenza effettiva della materia e della capacità di trasmetterla; avrebbero dovuto prendere posizione, fin sul nascere, con idonea manifestazione di schifo, contro le manovre di intrusione della mentalità aziendale nel sacro recinto della scuola: merda dunque alla “buona scuola”!; avrebbero dovuto ribellarsi in maniera ferma e dignitosa, senza schiamazzi e belati di gregge sindacalizzato, alla nomina della sciura Valeria quale ministro della Pubblica istruzione;
      c) combattere il bullismo in sé, eventualmente chiedere nuove leggi, può sembrare una cosa buona, invece è sbagliato, sbagliatissimo; intanto perché non c’è bisogno di nuove leggi, semmai è necessario sfoltire le leggi vigenti e farle rispettare; ma è sbagliato, soprattutto, perché il problema non è il bullismo, ma la violenza; dunque, come non ci stanchiamo di ripetere a proposito del cosiddetto fem[m]inicidio, si tratta di capire quali siano le cause della violenza: fra queste, come non ci stanchiamo di ripetere c’è una concezione belluina della vita, in contraddizione con l’eredità cristiana e greco-latina dell’Europa, che prende il nome di darwinismo spenceriano, in stretta relazione con la tabe dell’aziendalismo. Se consideriamo che la società è un sistema di unità funzionali interconnesse, come è di fatto, e non un insieme di scatole chiuse e indipendenti, è facile riconoscere che a ben poco servirà combattere il bullismo in sé: sarebbe come quando a Curno decidono (per iniziativa della fasciofemminista) di multare le puttane stanziali, sia quelle “merdaiole” (sui marciapiedi), sia quelle dislocate lungo le vie di traffico veicolare: spostano il “problema”, ammesso che sia un problema (e non è nemmeno vero che le puttane siano “scandalose”, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano), ma poi cosa credono di aver fatto? Hanno forse combattuto, per esempio, la piaga delle donne nigeriane costrette a prostituirsi con l’argomento degli stupri di gruppo e la violenza dei riti voodoo? Andiamo, siamo seri!
      d) Del clima di discredito della scuola, e della obiettiva posizione di debolezza degl’insegnanti, non sono responsabili soltanto i professori, che semmai hanno avuto i torto di essere menefreghisti, o conformisti, anzi tutte e due le cose insieme; oserei dire che la maggior parte della responsabilità ricade su tutto l’assetto istituzionale, che è sgangherato, sclerotizzato, sindacalizzato, burocratizzato, assatanato di visibilità ed eticamente irresponsabile. Mi fa ridere l’Accademia della Crusca che bacchetta la sciura Fedeli adesso che non è (quasi) più in carica: si veda L’Accademia della Crusca boccia il MIUR: danneggia la lingua italiana. La verità è che anche l’Accademia della Crusca è stata pavida, per esempio quando si è fatta “boldrinizzare”, quando con la voluttà del cupio dissolvi ha accettato di farsi infiltrare (credo, prima ancora che la Boldrina facesse la prepotente, maleducatamente determinatissima) da tale Cecilia Robustelli, “linguista e femminista”.

      Infine, avendo detto tutto il possibile del male inferto al tessuto politico, scientifico, economico, sociale, morale e istituzionale dalla prevalenza del cretino in tutte le istituzioni (anche in quelle private, non solo in quelle pubbliche), e conseguentemente avendo messo in stato d’accusa l’ideologia aziendalista e politicamente corretta, c’è qualcuno che crede, seriamente, che a questi mali dell’Italia possano porre rimedio la Lega di Salvini (anche con Giorgetti, avente funzione del “Letta di Salvini”, quel Giorgetti che finalmente ha dato una calmata all’«economista» Claudio “Aquilini” Borghi) o il M5S, con i suoi “accademici di alto livello” chiamati in servizio permanente effettivo dall’Università privata, già maltese, Link Campus, quella che vanta prestigiose collaborazioni con i servizi segreti? Mah, non si potrebbe aprire un dibattito, possibilmente non in streaming, possibilmente non segreto, tra persone di valore, e comunque senza la gherminella dell’«uno vale uno»?

  25. Trattativa Stato-Mafia

    Anche la mafia ama l’istituzionalità. Le istituzioni vanno in puttana, e non da oggi. Ma la mistica istituzionale, beh, quella non muore mai. Anzi, quanto più l’istituzione è sputtanata, tanto più, in misura direttamente proporzionale, la mistica istituzionale gonfia il petto e tromboneggia. Questa riflessione è dedicate alle sciacquette appassionate di istituzionalità.

    • Bullismo nei licei e negli istituti tecnici

      Il titolo dell’articolo di giornale che ci è segnalato da Norma a mio parere non rende giustizia all’editoriale di Michele Serra. Ma non è mia intenzione polemizzare con il titolista, semmai varrà la pena prendere atto della reazione che il breve articolo di Michele Serra (nella rubrica l’Amaca che prevede un testo di 1500 battute) ha suscitato nei mezzi di comunicazione “sociale” di massa. È stata una reazione scomposta e sbagliata, come anche osservava sabato sera a Raitre Massimo Gramellini, che solitamente dice cose ovvie, [*] ma che questa volta, invece di suscitare la solita mozione degli affetti, ci ha invitati a ragionare. In breve, Michele Serra ha fotografato una situazione di fatto e ha, nei limiti delle 1500 battute assegnategli, spiegato che lo stato attuale delle cose deriva da indifferenza rispetto a un tema che nella sinistra sociale è stato per più di un secolo fondante: l’esigenza di spezzare al popolo il pane della cultura. E se parliamo di cultura è evidente che non parliamo degli “eventi” degli assessorucoli alla cultura (merda alla c.d. “cultura” degli assessori!) o delle baggianate pretenziose a misura di agrimensore male acculturato come il Bibliomostro curnense.
      Sono cose antiche, queste – aggiungo io – e a rigore non c’era nemmeno bisogno che don Lorenzo Milani ce le spiegasse: anche perché lui ci aggiunse, di suo, una particolare e odiosa malevolenza cattoprogressista. Molto meglio la lezione degli “apostoli del socialismo”, quelli senza Dio, né patria, né padrone; e che, se parlavano di Dio, avevano in mente la predicazione di Cristo, che fu il primo socialista. (Il Dio delle Acli di Bergamo è, notoriamente, pochissimo cristiano.) Massimo Gramellini poi è addirittura arrivato a dire una cosa che potrebbe mandare in bestia il variegato mondo del politicamente corretto (proviamo a pensare alla dott.ssa Serra, tanto per fare un esempio a caso): ci siamo ridotti a parlare soltanto dei diritti civili e ci siamo dimenticati dei diritti sociali. Forse non se ne rendeva conto, quando disse questa sacrosanta verità. E meno male che non ha detto i diritti “cosiddetti” civili, come diciamo noi, che ci contentiamo di quelli della Carta dei diritti dell’Uomo.
      Insomma, il punto fondamentale della discussione è che nei licei, dove si studia latino, e il ceto sociale di provenienza è solitamente un gradino superiore, c’è meno violenza che negli istituti tecnici. Questa è la realtà, ma secondo alcuni – a destra e a sinistra – Michele Serra non doveva dirlo, la realtà non va enunciata. Comunque, ecco quanto ha scritto Michele Serra:

      Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza.

      Poi Michele Serra ha fatto un ragionamento, chiamando in causa la subalternità sociale e la debolezza culturale dei ceti popolari e mettendo sotto accusa la «menzogna demagogica insita nel concetto stesso di “populismo”». Ma di questo ragionamento non si è voluto tenere conto.
      Michele Serra dice dell’altro, che potrete leggere nell’articolo qui sotto riprodotto:


      L’articolo di Michele Serra pubblicato sulla Repubblica il 20 aprile.

      Naturalmente, non è vero che nei licei siano tutte rose e fiori, anche perché è in atto, ormai da parecchi anni, una congiura per il ridimensionamento del liceo classico e del suo prestigio (“prestigio”, cazzo!, e non “eccellenza”) e, in generale, per togliere spazio all’insegnamento del latino nel liceo scientifico; anzi l’operazione è già riuscita, ma c’è chi vorrebbe andar oltre. Come se non bastasse, oggi esistono licei scientifici dove non si insegna più il latino: francamente, chiamarli licei suona come una bestemmia.
      E non è vero che i borghesi siano stinchi di santo. Gli stessi licei classici, che oggi subiscono l’onta di essere guidati, sempre più spesso, da presidi che si improvvisano product-manager e strombazzano l’eccellenza (merda!) dei risultati conseguiti nel proprio istituto, sancita a norma di cacata carta (della quale non facciamo mistero di non fidarci), finiscono con l’essere, a ben vedere, una contraddizione in termini.
      Ma c’è di più. Non abbiamo dimenticato, proprio per niente, la pubblicità di certi licei milanesi e romani con la quale il preside-manager (si scrive “manager”, si pronuncia “monager”) e il suo entourage vantavano il livello sociale degli iscritti e addirittura tra le glorie del suo “prodotto” ricordavano l’assenza di studenti che fossero figli di immigrati o di portieri di stabile. “Dunque, cari borghesi, iscrivete con fiducia i vostri pargoli al mio liceo, e avrete la sicurezza di un inserimento in un sistema di pubbliche relazioni, matrimoniali e lavorative, di tutto rispetto”. A livelli un po’ inferiori, ho visto la pubblicità di un liceo privato di Bergamo che prometteva, a colpo sicuro, l’inserimento dei pargoli nella rete Erasmus/Orgasmus (buona, anche quella!).
      Non credo che Michele Serra non sapesse quello che ho qui sopra riportato (e che lui, certamente, avrebbe espresso in altri termini). Semmai nell’articolo di domenica apparso sulla Repubblica dove precisava, avendo adesso a disposizione più di 1500 battute, il suo pensiero, Michele Serra avrebbe fatto bene a ricordare la comune scaturigine dei tanti tipi di violenza che serpeggia nella nostra società malata e decadente: e non soltanto nelle scuole medie inferiori e negli istituti tecnici. Parlo del processo di estrusione dalla nostra società dei valori della cultura greco-romana e dell’evanescenza del retaggio della morale cristiana, praticamente coincidente con la morale naturale (che non è soltanto cristiana): valori e retaggio che la Carta di Lisbona (una delle tante cacate carte, una specie di Statuto dell’Europa unita, quello che non si è riusciti a far approvare), ancorché obtorto collo e quasi vergognandosene, pone a fondamento delle ragioni dell’Europa. L’aziendalismo, infatti, cucùlo malefico, ha ucciso i pulcini delle uova legittime e ha depositato nel nido le uova bastarde. Ma questo del darwinismo spenceriano e dell’orrore filosofico ed esistenziale della “determinazione” è un argomento che abbiamo trattato in altre pagine di questo diario, e che diamo per acquisito presso i lettori affezionati di Nusquamia.
      Poi naturalmente, non bisogna dimenticare che la violenza può presentarsi come una variabile impazzita, sganciata da qualsiasi pulsione sociologica. Per contrastare la violenza sistematica, istituzionalizzata dall’aziendalismo, quindi degenerata nel modo che sappiamo, come pure quella occasionale, bisognerebbe rimuoverne le cause, e non è impresa facile. Più facile però è individuarle: come dire, se la conosci, la eviti; o la eviterai. La condanna sociale, oserei dire il disprezzo sociale per l’aziendalismo è un buon inizio. Perché non c’è spazio, non ci dev’essere spazio, per la violenza in una società ordinata e, in particolare, in una scuola ordinata, una scuola dunque finalmente liberata dalle bùbbole della buona scuola, una scuola che abbia prestigio e dignità sufficiente per contrastare l’erosione indebita delle ore dedicate all’insegnamento in favore di iniziative politicamente corrette ecc. Una scuola con un forte senso del dovere. Mio padre insegnò elettrotecnica in un istituto tecnico industriale e darei per scontato che nella sua classe non volasse una mosca. Dico così perché un giorno assistetti a un incontro casuale tra mio padre e un suo ex allievo, che nel porgergli la mano manifestava un senso di timore reverenziale, mai cancellato. Ma erano tempi in cui esisteva l’alleanza tra scuola e famiglia, tempi in cui aveva senso parlare di famiglia e i genitori ancora non erano stati espropriati delle proprie prerogative di educatori.
      Mi fa ridere Luca Telese che dà le colpe della maleducazione degli studenti ai genitori. Sarebbe come se io dessi all’istituto per agrimensori la colpa della cattiveria, intrisa di violenza, del gatto padano. Non c’entra niente, quella cattiveria ha altre cause, probabilmente personali. Quando il gatto auspicava che la dott.ssa Serra imprimesse sulle facce di Gandolfi e Aristide opportuni “manrovesci femministi”, quando invitava la tribù mongoidentitaria a procedere alla lapidazione di Aristide, in solido con i sardagnoli, il gatto aveva le sue ragioni, inconfessabili, ma tutto sommato intuibili. L’istituto per agrimensori non c’entra.

      ……………………………………………………………
      [*] Un giorno, accendendo a caso il televisore a un’ora che non ricordo, ho visto Massimo Gramellini che si faceva trattare a pesci in faccia da una sciacquetta come Ambra Angiolini, asseverativa e maleducata in misura più che proporzionale all’assertività da lei spudoratamente ostentata, al punto da impedirgli reiteratamente di parlare di Gianni Boncompagni. E non è difficile capire perché: Ambra Angiolini nella sua stagione d’oro, quando faceva la sgallettata a Non è la Rai, ripeteva a pappagallo quel che Boncompagni le sussurrava all’auricolare. Adesso l’Angiolini crede di essere una grande attrice e di avere cose da dire sull’universo mondo, e non tollera che soltanto si nomini Boncompagni, perché non avvenga che qualcuno si ricordi del passato di “Ambra”, oggi femminista ma a suo tempo odiatissima dalle femministe: un passato che, tra l’altro, è sicuramente migliore del suo presente.

  26. Lorena da Venezia permalink

    @Aristide

    [Mah, forse bisognerebbe leggere per intero la dichiarazione di Galimberti. Vero è che non ho grande stima del professore scopiazzatore di testi altrui (senza citazione della fonte), ma non mi sembra giusto parlar male della sua posizione rispetto al bullismo scolastico, senza averla letta (per intero) e meditata.
    Rimane il fatto che scaricare sui genitori la colpa della violenza che dilaga nella scuola è sbagliato; è vero che la “rappresentanza democratica” dei genitori nella scuola, oltre che molesta per i professori, può essere deleteria per tutti. Ma che cosa hanno fatto i professori per difendere la dignità della scuola contro i tentativi di scardinamento e d’intrusione indebita, praticamente da parte di tutti (genitori, certo, ma anche aziende, lobby politiche e istituzionali ecc.)? È un problema sicuramente rilevante, che però non c’entra con la maleducazione. Se si parla di “espellere i genitori dalla scuola”, infatti, si parla delle ingerenze cosiddette “democratiche”.
    Parliamo allora del tema vero, della maleducazione degli studenti, in particolare quelli delle scuole medie e degli istituti. Di qui è cominciato il dibattito. Non che i genitori non abbiano la loro parte di responsabilità: siamo tutti responsabili della merda in cui viviamo. Il problema è quanto i genitori siano responsabili del bullismo e, a monte, quanto i genitori possano — e contino effettivamente — nell’educazione dei figli. Al solito, bisognerebbe ragionare caso per caso, e non sarà difficile riconoscere che ci sono casi in cui i genitori contano, e molto, e casi in cui non contano proprio niente: già, perché? Se proprio si vuole fare un discorso generale, bisognerà dire che ci fu in Italia tutto un movimento di livellamento al peggio, pilotato da maestrine politicamente corrette ed ipersindacalizzate, aizzato dalle femministe, secondo il quale i figli avrebbero dovuto essere sottratti all’educazione dei genitori, in particolare del genitore maschio: all’educazione, infatti, molto meglio avrebbe provveduto la scuola. Così dicevano. Proprio così, come nella Repubblica di Platone. Peccato che nella Repubblica di Platone (che rimane comunque un’utopia totalitaria) comandassero i filosofi, invece nella triste realtà delle maestrine italiane finisce che comandano gl’ignoranti. Ebbene, lo sfascio sia della scuola, sia della famiglia, al quale assistiamo oggi è l’esito di quel clima, combinato con il trionfo dei disvalori aziendalistici.
    Varrà la pena ricordare, fra l’altro, che attribuire quel clima di disordine morale al ’68 è quanto di più sbagliato si possa immaginare. Il ’68 in Francia e anche in Italia fu all’insegna dell’intelligenza critica. Altri si sono poi impadroniti della ‘griffe’, ma fu un’impostura. Gli anni di piombo che seguirono sono anzi in contraddizione con lo spirito del ’68: i gruppi di autocoscienza, la ricerca dell’orgasmo sessuale con le “casse orgoniche” di Wilhelm Reich, le poesie sgangherate del riflusso di Lotta continua sono semmai all’insegna della prevalenza del cretino. La classe dirigente di allora, fondamentalmente democristiana, non ci capiva niente, fuggì dalle proprie responsabilità. In Italia non c’era De Gaulle, men che meno c’era una classe dirigente di ricambio, attrezzata culturalmente e scientificamente, pronta a prendere il potere, come avvenne nella Rivoluzione francese, allorché gl’intellettuali salirono sulla tolda di comando prendendo a pretesto la marcia delle lavandaie a Versailles. Grandissime furono le colpe dei cattolici di sinistra: un discorso lungo, che abbiamo qualche volta sfiorato su questo diario, e che mi domando se valga la pena affrontare sistematicamente, considerato che non serve piangere sul latte versato, tanto più che la memoria di come andarono le cose, come andarono effettivamente, è ormai nei più sfocata o addirittura assente. Allora, tanto vale partire dalla fotografia delle cose come stanno, e vedere se sia il caso di fare qualcosa, o se invece debba considerarsi tutto perduto.
    Tornando a bomba, i professori hanno le loro colpe nel degrado della scuola, eccome se le hanno. Ma, anche qui, si tratta di stabilire il “quanto”. Ricordavo in un commento precedente l’esigenza di «una scuola dunque finalmente liberata dalle bùbbole della buona scuola, una scuola che abbia prestigio e dignità sufficiente per contrastare l’erosione indebita delle ore dedicate all’insegnamento in favore d’iniziative politicamente corrette». Ebbene, quanto hanno resistito i professori all’erosione della scuola, o quanto invece non ne sono stati responsabili, fosse anche soltanto per paura di non apparire abbastanza politicamente corretti?
    N.d.Ar.]

  27. Loredana permalink


    Per leggere la notizia, fare clic sull’immagine.

    • La biblioteche ambulanti: uno spunto per ricordare Luciano Bianciardi
      Quando il lavoro culturale è al servizio del popolo

      La lodevole iniziativa di questo maestro elementare in pensione (ascoltate nel documentario la sua bella lingua, senza scivoloni aziendalistici, senza acronimi e ridicole invenzioni linguistiche, quelle che gli agrimensori male acculturati usano come scorciatoia nella speranza di apparire fichi e per dare a credere di essere “studiati”) fa venire in mente il bibliobus di Luciano Bianciardi, ricordato in questo articolo di Goffredo Fofi: E Bianciardi inventò il bibliobus.
      Grande intellettuale, Luciano Bianciardi, e per me maestro di vita. Molti anni fa scrissi un articolo (Per Luciano Bianciardi, scrittore ed eroe), in segno di riconoscenza per il peso che ebbe nella mia formazione intellettuale la lettura della sua Vita agra (insieme a Fiorirà l’aspidistra di George Orwell), quando finalmente gettai alle ortiche il pregiudizio roussoviano, per cui l’uomo sarebbe naturalmente buono e tutti i problemi dell’umanità potrebbero essere risolti con l’educazione. Però l’educazione serve — anche questo va detto — se il terreno di coltura è buono, e se l’educatore è una persona capace. Luciano Bianciardi fu un grande e onesto educatore, un vero amico del popolo, tutto il contrario dei coglionatori del popolo che Bianciardi avrebbe sferzato impietosamente. L’articolo di Fofi (l’ex enfant terrible dei Quaderni piacentini) ricorda l’afflato umanitario che accomunava Bianciardi e Cassola, nell’iniziativa della biblioteca itinerante e in altre iniziative collegate: un cineclub, conferenze con la partecipazione d’intellettuali di alto livello (niente Vera Baboun, niente Annalisa Di Piazza, niente “eventi” markettari in occasione dell’uscita di un nuovo libro, come usa fare oggi, ed è cosa fin tropo facile, talora anche vomitevole) ecc. Non si preparavano a inaugurare Bibliomostri con tanto di cerimonia stucchevolmente fasciata e tricolorata, ma lavoravano per la cultura. Per la cultura, appunto, e non per se se tessi, per la propria carriera e per apparire fichi.
      Sempre con l’amico Cassola, Bianciardi realizzò un’inchiesta per L’Avanti! (l’organo del Partito socialista, prima che il partito divenisse, come anche si disse una SpA), I minatori della Maremma, in ricordo della tragedia della miniera di Ribolla, quando 43 minatori morirono per uno scoppio di grisou, e il grisou è scoppiato perché si andò per le spicce con il sistema di ventilazione.
      Bianciardi, a modo suo, vendicherà i suoi amici minatori scrivendo La vita agra. I signori della Montecatini avevano mandato da Milano un “esperto di relazioni umane”, per spiegare agli operai che devono cavare più lignite, perché la lignite in America si cava a cielo aperto e se la lignite toscana costa troppo, si chiude. Bisogna lavorare di più e risparmiare, sulla pelle degli operai. Ebbene, la Vita agra è precisamente la storia di uno che lascia la Toscana, si trasferisce a Milano per far morire di morte analoga i dirigenti del piani alti del palazzo della Montecatini, pompando gas nel condotto di ventilazione, quindi facendo un bel botto. Ma poi non succederà un bel niente, il protagonista della Vita agra si scontra con il principio di realtà: gli cascano le braccia, quando s’iscrive alla cellula (del Pci) di quartiere e scopre che il dirigente è uno che tosa i cani della borghesia, ed è anche un po’ frocio; facendo quel lavoro finisce che somiglia un po’ a quei cani, e ai loro padroni, insomma non è uno di mitici operai con le mani callose che limano la ghisa, quelli che invano cercava a Milano, e non li trovava, e che forse sciamavano nelle prime ore del mattino, quando scendevano assonnati dai treni dei pendolari.
      Vita agra fu anche quella di Luciano Bianciardi, che era appigionato presso una malefica signora in una stanzuccia del quartiere Brera a Milano, si guadagnava da vivere facendo oneste traduzioni, conformemente con i suoi ideali, rifiutando, invece di andare a cercare, le occasioni d’oro; che poi sono le occasioni in cui ti vendi l’anima. Dubito che i giovanottini del Pd di Curno, o il gatto padano, sempre di Curno, possano capire queste cose, divorati come sono da una mal riposta ambizione.
      Come scrissi in un’altra pagina di Nusquamia, «quando Indro Montanelli propose a Bianciardi un posto al Corriere della Sera, così almeno si sarebbe tirato fuori dalla miseria, ebbe il coraggio di rifiutare: non poteva andare a lavorare per coloro che portavano responsabilità della morte dei minatori di Ribolla, alcuni dei quali erano suoi amici, ma tutti erano suoi fratelli, in un afflato di solidarietà tra uomini veri. Mica gente che fa le pubbliche relazioni».
      Bianciardi tutto sommato vendicò i compagni di Toscana, ma a prezzo di distruggere se stesso, non integrandosi mai, continuando finché ne ebbe la forza l’analisi spietata delle storture ideologiche della Milano del boom economico. Vide lucidamente, prima di tutti, le cazzate del cosiddetto terziario avanzato, anzi arrivò a preconizzare le cazzate del “quartario avanzato”, studiò la mistica dell’aziendalismo e la sbeffeggiò. Poi lasciò Milano, andò a morire in Liguria, anzi si lasciò morire, con l’alcool. Aveva rischiato di diventare un personaggio alla moda, di essere divorato dalle pubbliche relazioni e digerito dall’industria culturale, proprio lui! Morire di cirrosi epatica fu per lui un modo di non scendere a compromessi.


      Una scena del film La vita agra, tratta dal romanzo di Bianciardi: il protagonista a colloquio con una “gallina editoriale”.

  28. Municipio. Si dice “Municipio” e non “Casa comunale”. Cazzo!


    Qui sopra, lungolago di un paese obiettivamente bello e civile, dove vivere è dolce, spira la breva e lo spirito prende spontaneamente l’aìre a discorrere di argomenti nobili. Strano ma vero, dista appena 50 km da Curno, dove invece greve è la vita, l’aria stagnante, lo spirito si scassa, perché qui si ragiona, e più che altro si sragiona, si denuncia e si minaccia di denunciare, a norma di cacata carta. Qui inoltre si frigge il pollo con la ricetta segreta del colonnello Sanders, per questo Curno pretende di essere un paese bellissimo da vivere, confermando la propensione a «nuovi stili di vita» che fu premiata fin dal 2016 (quando Curno, sotto la guida energica e determinata della dott.ssa Serra, è insignito dell’ambito premio di “Comune virtuoso” nella categoria “Nuovi stili di vita”). In basso, Municipio del paese dov’è dolce vivere: non si legge nella foto, ma l’ingresso è sovrastato dalla scritta “Municipio”. Qui gli agrimensori sono tollerati, purché si occupino soltanto di cacate carte, e il ricorso alle maleolenti carte si giustifichi in vista di un bene superiore, coincidente con quello del paese. Non sono ammessi i colpi bassi di natura copropapirologica, il ricorso alle cacate carte a fini di faide paesane è soggetto alla riprovazione sociale e, più ancora, al disprezzo. In generale, qui è vietato lordare, come mostra la seconda fotografia in basso, ripresa nello stesso paese: non solo in senso proprio, ma anche metaforico, in particolare per quanto riguarda la lingua italiana. Perciò la sede del Comune si chiama Municipio e non Casa Comunale.


    Invito, sotto pena di sanzione, a non lordare il paese lombardo dove il vivere è dolce. Il divieto è inteso in senso lato, cioè sono vietate anche le lordure linguistiche. Perciò gli atti ufficiali del Comune sono presentati in via preliminare a un comitato di revisori-probiviri, edotti di latino e di greco, di provata competenza linguistica e di scuola illuministica (per evitare il cazzeggio mongo-tecno-burocratico e aziendalistico).


    Convocazione della seduta di Consiglio comunale per il giorno 26 aprile 2018: a Curno, paese di acclarata grevità linguistica, dove si catafotte [*] la lingua italiana, si proiettano slàid e si frigge il pollo del colonnello Sanders, il Municipio è chiamato “Casa comunale”.

    ……………………………………………………..
    [*] “Catafottere” è parola del linguaggio siculo di Camilleri. Il prefisso cata- è di nobilissima origine, con valore iterativo e intensivo, dal greco κατά, dove è preposizione, con vari significati. In composizione con i verbi, κατά può significare “in basso” (per esempio, “vado [a piedi]” si dice βαίνω, “scendo” si dice καταβαίνω; oppure ha significato intensivo, quello ripreso dal siciliano (per esempio, “mangiare” si dice φαγεῖν; “divorare” si dice καταφαγεῖν).

    • Si pronuncia Enèrgheia, e non Energhèia. Cazzo!
      Se proprio volete fare i fichi usando una parola greca, almeno pronunziatela correttamente

      La società Energheia a Curno è connotata da una forte valenza mistico-serrana: è l’«impresa sociale» che dovrebbe avere una soluzione miracolosa per tutto, messa in circolo dalla dott.ssa Serra, al tempo mai obliato delle cerimonie fasciate e tricolorate “a schiovere”, al tempo infausto della sindachessa betlemita Vera Baboun, che era del partito di Al-Fatah ma che venne imposta ai poveri curnensi, usi a obbedir tacendo, come ambasciatrice di pace.
      Tecnicamente, Energheia è «Impresa Sociale Srl in qualità di Ente Accreditato ai Servizi al lavoro e alla Formazione», ma questo non cambia niente: noi sappiamo che Energheia è quella società che ha fornito all’Amministrazione di Curno l’opportunità di corsi per “codisti” (poveri sfigati che fanno le code agli sportelli pubblici per conto degli impiegati con diritti sindacali), corsi di formazione per i disoccupati ecc.
      Va bene, dobbiamo subire il circo dei corsi di formazione? Va bene, pare che non se ne possa fare a meno: dunque, subiamo. Ma almeno pronunciatene correttamente il nome sociale. Ieri 26 aprile 2018 nel corso della seduta di Consiglio comunale curnense abbiamo sentito la dott.ssa Gamba, sindachessa del paese premiato per i nuovi stili di vita, bello da vivere e profumato di pollo fritto, che diceva Energhèia. Le ha fatto eco Locatelli (del quale non ci è sfuggito che in un momento successivo si è detto intendente di urbanistica: come il gatto padano, gli agrimensori curnensi sono tutti intendenti di urbanistica) il quale diceva, anche lui, Energhèia; e in altri tempi abbiamo sentito la dott.ssa Serra che similmente sbagliava l’accento (anche lei, che pure è l’unica, insieme all’arch. Conti, che solitamente si esprime in grazia di Dio [*]). Eppure, l’avevo già segnalato in una pagina di Nusquamia:

      Si pronuncia Enèrgheia, dal gr. ἐνέργεια, cazzo, e non Energhèia: se volete usare una parola greca e conservare il suono greco, almeno pronunciatela bene; altrimenti prendete la traslitterazione latina Energīa che, per la legge del trisillabismo, essendo la “i” lunga, pronuncerete Energìa).

      Insomma, non capisco questa voluttà di livellamento al basso. Tutti al livello del gatto padano: sfido io, che poi lui si dà tante arie, e che insiste perché a Curno si parli di piste pedociclabili e di stravento, e sostiene che al tempo dei romani la Camargue era infestata dai coccodrilli, parla dell'”eccellenza” di Curno, abbonda di acronimi, approva incondizionatamente la mistica Erasmus&Orgasmus, pretende concorsi internazionali di validazione di tutto quel che si fa a Curno soprattutto in ambito urbanistico (del quale si dice esperto: ah, l’urbanistica di Curno! ma che cosa sarà mai Sabaudia, al confronto?) ecc. ecc.

      Qui sotto, paradigma del vocabolop ἐνέργεια:

      …………………………………
      [*] Si esprime abbastanza bene anche Cavagna il Vecchio, non fosse per il manifesto compiacimento di impegolarsi nel linguaggio tecnoburocratico, tipico dell’ex-sindacalista saltato sul carro aziendalistico. Cavagna il Giovane — ahilui — non è migliorato nemmeno un po’. MarcoBattaglia ha molta strada da fare, soprattutto in relazione alle sue ambizioni immense (stia attento, però…; neanche la dott.ssa Serra è riuscita a sfondare, come può pensare di riuscirci lui, con i suoi “eventi”?). E non parli più, per favore, di “low profile”, come ha fatto ieri! Nel tempo in cui mi trovavo in aula consiliare non ho avuto modo di sentire la dott.ssa Rota. A differenza della dott.ssa Serra, di MarcoBattaglia e di Cavagna il Giovane, non posso dire di aver fatto uno studio accurato sulla dott.ssa Rota, tanto da potere esprimere un giudizio fondato su un’osservazione accurata e ripetuta. Dispongo soltanto di pochi indizi, raccolti nel corso di una precedente seduta di Consiglio: buona l’elocutio, mentre l’inventio lascia un po’ a desiderare. L’inventio — ricordo — è la ricerca degli argomenti, che possono essere loci communes o loci proprii. Contrariamente a quanto comunemente ritenuto, non c’è niente di male nel ricorso ai luoghi comuni, che sono una sorta di pregiudizi: ma non bisogna abusarne e, soprattutto, devono essere luoghi e pregiudizi di qualità. I luoghi comuni politicamente corretti sono da evitare con cura.

      • Aggiornamento sull’abilità oratoria dei consiglieri curnensi

        Mi è stato fatto osservare che nella noterella in calce al commento precedente, laddove davo per scontato che gli unici che si esprimessero in grazia di Dio, nel Consiglio comunale del paese bello da vivere, del pollo fritto e insignito di medaglia per gli stili di vita, fossero la dott.ssa Serra e l’arch. Conti, avevo trascurato la dott.ssa Rota. È vero, non mi ero ricordato di lei: ne faccio ammenda aggiungendo qualche riga alla noterella precedente. Colgo l’occasione per ricordare che le cinque attività nelle quali l’oratore dispiega la propria capacità di comunicare e convincere l’uditorio sono inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio. Aggiungo, completando la noterella che si diceva, che nell’arch. Conti l’actio (metodo Stanislavskij) prevale largamente sull’elocutio; tale è tuttavia il suo impegno nell’actio (in particolare nella gesticolazione), da distrarre l’uditore, che non coglierà eventuali pecche nell’elocutio (alle volte il ragionamento s’intorta). Tutto il contrario della dott.ssa Serra, la cui actio (tono rigidamente assertivo e sorrisetti asseverativi) cancella un’eventuale impressione positiva derivata da una buona elocutio.
        Colgo anche l’occasione per spiegare il nostro pressoché generalizzato disprezzo per le slàid di Power Point. Già oggi la memoria è una qualità non più così indispensabile, e sarà anche giusto così. Ma fare una conferenza leggendo l’una dopo l’altra pallosissime slàid — come fece per esempio lo psicologo Maggioni, invitato dalla dott.ssa Serra a tenere una conferenza onde estirpare dai curnensi i pregiudizi al riguardo dell’omofobia, costituisce un’offesa all’intelligenza dell’uditorio.
        Comunque, anche trascurando la memoria, invito Cavagna il Giovane a rivedere inventio, elocutio ed actio (che comprende la capacità di articolare bene i suoni), soprattutto le ultime due attitudini. Anche MarcoBattaglia dovrebbe darci sotto. Menziono questi due consiglieri in quanto assurdamente ambiziosi, più di tutti gli altri.

  29. Non c’è più religione: suora sgallettata canta e balla alla Rai

    .
    Pare che si chiami suor Cristina, e che sia famosa per l’interpretazione di una canzone di Madonna, Like a virgin (virgin o Virgin? l’equivoco è intenzionale): ma lei dice che la canta con un intendimento diverso. Anche la sua partecipazione agli “eventi” della società dello spettacolo è senza intenzione, forse anche del tutto casuale, improntata ad altruismo e comunque ad maiorem Dei gloriam: lei ha avuto un “dono”, e intende “condividerlo” (una parola che piace tanto: non si può fare a meno di usarla). Sì, e accà nisciun’ è fesso. In una importante dichiarazione rilasciata alle Iene, suor Cristina ha affermato di avere avuto qualche amorazzo, prima di prendere i voti. Solo baci, però, niente di più: she isn’t like a virgin, actually she’s a virgin. Va bene, va bene: ne prendiamo atto. Poi però occupiamoci d’altro.
    Ai tempi di don Bosco si faceva ricorso a un po’ di spettacolo e a qualche giochino innocente per avvicinare le pecorelle alla religione. In tempi come il nostro, in cui lo spettacolo e l’immagine sono tutto, le parti si sono invertite, la religione può essere un elemento che fa spettacolo. Tutto fa brodo, anche una suorina sgallettata. Però, i manager della Rai non hanno scoperto niente. Vediamo infatti nel video qui sotto Johnny Cash, cantante peraltro con fama di “maledetto”, che canta una canzone dove dice di aver visto la luce: la luce divina, ovviamente. Ma guardate il coro, come sono graziose le coriste. E soprattutto guardate la conduttrice del coro, com’è mistica e sensuale insieme. O, quanto meno, come vorrebbe essere questa Milf (Mother I’d like to fuck, “Mamma che mi piacerebbe scopare”) della sana provincia americana. Il filmato è tratto da un episodio della serie dedicata al tenente Colombo.

    • Sgallettate

      Dicevamo nel commento precedente che Suor Cristina è una “sgallettata”. Che si tratti di un appellativo calzante si desume da un confronto del filmato qui sopra con la definizione del Vocabolario Treccani:

      Sgallettare – Fare il galletto, spec. con le donne; ostentare una vivacità, una baldanza, una disinvoltura eccessiva (riferito anche a donne); muoversi, saltellare come un galletto: «un branco di contadinotte che sgallettando ritornavano anch’esse dalla festa».

      Sgallettate per eccellenza erano le protagoniste di “Non è la Rai”, a suo tempo odiatissime dalle feministe. Sgallettata in particolare era Ambra Angiolini, che adesso invece è visibilmente tormentata, è femminista e crede di essere una grande attrice di teatro. Ecco dunque le sgallettate che suscitarono le ire della scrittrice femminista Dacia Maraini:


      Sopra, una copertina dell’Espresso dedicato al fenomeno della sgallettata ‘par excellence’ (ecco un uso non padano-felino della parola “eccellenza”); in basso, Ambra Angiolini oggi, a colloquio con Massimo Gramellini, che lei ama prendere a pesci in faccia nel corso di una trasmissione, Cyrano, in cui lei se la tira parecchio. Per vedere lo spettacolo indecoroso, fare clic sull’immagine.

  30. Prova di comprensione e intelligenza

    Ascoltate il contributo video di Andrea-Saccogna Gamba, una speranza del Pd curnense e, più ancora, bergamasco, ma anche del Pd lombardo, nonché del Pd italiano, candidato a ereditare la sdraio di Chicco Testa allo stabilimento L’ultima spiaggia di Capalbio (MarcoBattaglia permettendo, ché ambirebbe anche lui): Chicco Testa infatti è l‘exemplum imitandum di politico bergamasco, poi politico-tecnocrate, poi tecnocrate (pur senza competenze tecnico-scientifiche) destinato a diventare presidente di tutto quel che si può presiedere per meriti (leggi: rapporti di forza) similprogressisti. Ovviamente, il Saccogna-Gamba è anche speranza del Pse (Partito socialista europeo), del quale il Pd (Partito democratico) fa parte dal 2014. Quindi provate a scrivere una tesi idonea a contrastare la spinta populista e antieuropeista di Salvini, del quale dicono che è intelligente solo perché arraffa voti (ah! odi profanum vulgus et arceo…), ma così dicendo costoro fanno ombra all’intelligenza strepitosa del suo mentore economico, Claudio «Aquilini» Borghi. In particolare si sviluppino i seguenti punti del messaggio del Saccogna-Gamba:
    • la cittadinanza attiva significa «agire attivamente in una direzione precisa»: dire quale
    • la cittadinanza attiva «deve essere insegnata»: esplicitare il non-detto, in particolare con quali mezzi coercitivi dev’essere insegnata la cittadinanza attiva e con quale fine?
    • gli studenti devono avere «gran voce» nella gestione dell’Ateneo: si dimostri l’assunto
    • mettete a confronto l’ipotesi di coinvolgere un numero di studenti ridotto, purché intelligenti, e quella opposta, di coinvolgere «il maggior numero possibile di studenti» e dimostrate che la seconda soluzione, suggerita dal Saccogna-Gamba, è quella auspicabile
    • dimostrate che «sensibilizzare i cittadini europei su temi europei» costituisce un’attività utile ai cittadini europei e non a coloro che intendono acquisire meriti nel sistema tecno-euro-burocratico.

    Insomma, l’estensore della tesi provi a stracciare il populismo di Salvini e del genio della lampada di Aladino in suo possesso (è sempre Claudio «Aquilini» Borghi) con gli argomenti di Andrea Saccogna-Gamba, dimostrando che questa idea dell’Europa è quella precisamente di cui s’ha bisogno. Buona fortuna.

  31. Un’associazione di suore sgallettate a Curno?
    Si potrebbe rimediare una nuova medaglietta e visibilità mediatica


    Cerimonia di consegna del tapiro d’oro a suor Cristina per aver inciso la canzone Like a virgin, quella cantata da Madonna, il cui testo allude a piaceri carnali, sublimato tuttavia nell’interpretazione della religiosa, per «restituire un significato assolutamente nuovo alla canzone», dice, facendola diventare una preghiera perché «quando Gesù ti tocca, ti trasforma dentro». Qui sotto, un’altra esibizione di suor Cristina, il cui impegno mediatico non è scevro di critiche, alcune sbracate (una certa Maionchi ha affermato a Raitre che non sa cantare e che sarebbe una poco di buono), altre misurate ma comunque negative, essendo il suo agitarsi mediatico in contraddizione con il ‘bon ton’ che proprio le orsoline insegnano (o insegnavano) alle fanciulle della buona borghesia ambrosiana nel liceo esclusivo di viale Majno (vedi le memorie di Lina Sotis).

    Ecco un’idea che giriamo volentieri all’amministrazione serrano-crurale: promuovere a Curno un’associazione di suore canterine e sgallettate, provenienti da tutta la bergamasca, prendendo spunto da suor Cristina che qualche giorno fa si è esibita da Milly Carlucci cantando e ballando senza freni (ne abbiamo dato notizia sopra).
    L’iniziativa si raccomanda alla luce delle seguenti considerazioni:
    a) suor Cristina è orsolina e a Curno esiste da tempo una scuola d’infanzia privata tenuta dalle suore orsoline: ora, non è detto che le orsoline di Curno intendano sgallettare, perlomeno non tutte, e le aderenti all’iniziativa curnense non sarebbero necessariamente curnensi, né tampoco necessariamente orsoline curnensi, ma è fuor di dubbio che, grazie alla presenza del presidio orsolinesco nel paese bello da vivere e alle aderenze cattoprogressiste della sindachessa emerita dott.ssa Serra (a Bergamo e oltre), l’associazione delle suorine sgallettate nascerebbe sotto i migliori auspici;
    b) l’amministrazione serrano-crurale vede di buon occhio, com’è noto, la proliferazione di associazioni di ogni tipo, in particolare quelle d’ispirazione politicamente corretta, essendo il sistema delle associazioni un importantissimo canale di comunicazione tra amministrazione pubblica e cittadinanza;
    c) le suore sgallettate organizzate a Curno susciterebbero immediato interesse negli ambienti femministi, grazie anche all’imprinting cattofemminista della dott.ssa Serra, che potrebbe essere insignita di un opportuno incarico istituzionale: da tale interesse alla risonanza mediatica ol passo è breve;
    d) anche la fasciofemminista curnense potrebbe avere la tentazione di organizzare un manipolo di suore sgallettate, in vista delle ventilate elezioni politiche di giugno: meglio dunque giocare d’anticipo, per evitare di essere presi di contropiede come avvenne al tempo della nascita dell’associazione cinofila “Curno a sei zampe”, promossa da Locatelli e e Cavagna il Giovane;
    e) essendo l’amministrazione pubblica di Curno notoriamente assetata di pubblici riconoscimenti, menzioni istituzionali, cerimonie con fotografia ecc., tutte cose che “fanno immagine”, l’associazione delle suore sgallettate potrebbe procurare a Curno una nuova onorificenza per meriti di “sgallettamento santimoniale”.


    Commovente cerimonia di assegnazione della medaglietta di “Comune virtuoso” a sette Comuni d’Italia. La premiazione è giunta alla sua decima edizione, premia le istituzioni ed è istituzionale essa stessa: è destinata ad essere eterna. Con un po’ di pazienza, poco per volta, finiranno per essere premiati tutti i Comuni d’Italia, poi si ricomincerà daccapo. La dott.ssa Serra, sindachessa di Curno, è visible a destra, manifestamente soddisfatta e trionfante. La medaglietta è stata assegnata perché l’iniziativa serrana “La miniera, chi cerca trova” è stata giudicata indice di commendevole stile di vita. «Allungare la vita degli oggetti», ha affermato la dott.ssa Serra, «è un cambiamento culturale necessario; il progetto ha insieme valenza ambientale e sociale».

    • La fiera delle vanità (e delle banalità)
      Frati e suore che cantano canzonette alla TV, ma che non intonano il canto gregoriano

      A questo siparietto prendono parte un cantante ex-frate con il senso del marketing e Claudia Koll, che è direttore artistico di una scuola frequentata a suo tempo dalla sgallettata suor Cristina.

      • Suor Cristina e suor Anna a confronto
        Altre suore, ma con percorso esistenziale diverso: da cantante a suora, invece che da suora a cantante

        Vediamo qui Silvana Mangano nel film Anna (1951), di Alberto Lattuada. Anna fu dapprima cantante in un night, poi suora infermiera all’ospedale Niguarda di Milano. Il film lanciò due canzoni italianissime, la prima è Non dimenticare, che sarà interpretata meravigliosamente da Nat King Cole; l’altra è El Negro Zumbón, che ebbe parimenti successo internazionale e passava per brasiliana, ma era stata composta dal M° Trovajoli (zumbón significa “mattacchione”).
        Nanni Moretti, nell’episodio “Isole” del film Caro Diario, mostra di andar pazzo per questa interpretazione di Silvana Mangano. Altre suore, altre donne.

        Per dimenticare (appunto; meglio: per contrappunto) lo strazio di suor Cristina, ascoltiamo — visto che ne abbiamo parlato — l’interpretazione di Non dimenticar di Nat King Cole.

        • Un’altra interpretazione di “Non dimenticar”
          Interpretata da una delle “sgallettate”. E voglio vedere se la sgallettata suor Cristina saprebbe far di meglio


          Per sentire l’interpretazione, fare clic sull’immagine. Se il video non parte, fare un secondo clic.

          Colei che qui vedete e udite cantare soavemente è una bravissima ragazza romana. Terminata la parentesi di sgallettata, prenderà la laurea in psicologia e farà una vita normale. Suor Cristina fa invece la sgallettata in età adulta: e che Iddio la protegga dalle cattive tentazioni!

  32. Amarcord
    Di Pietro loda Gandolfi, ma sbaglia l’attribuzione partitica

    Mi sono imbattuto in questa notizia per caso, mentre spulciavo la rete per altre cose: ma penso che valga la pena rinfrescare la memoria. La notizia è del 2011, per la precisione dell’aprile 2011. Di lì a qualche mese, nel settembre 2011, la Lega nord avrebbe indetto un’assemblea, spudoratamente definita “cittadina”, e che come tale fu presentata dal giornale reziale amico, Bergamo news (si veda Piano Zebra a Curno, i cittadini: “Basta ecomostri), che infatti scrisse «a Curno è la popolazione a schierarsi contro quello che è stato definito un nuovo ecomostro». Ebbene, o a Bergamo news hanno pubblicato un comunicato stampa facendolo passare per un articolo “in purezza” (cosa che avviene sovente, anche sull’Eco di Bergamo), oppure — questa è l’ipotesi più preoccupante — se un giornalista era presente all’assemblea (dove chi scrive c’era e pertanto parla con cognizione di causa), costui non è stato in grado di fare distinzione fra cittadini e truppe cammellate. Il Pedretti, allora magna pars (quo melius dicam: pars tota) della Lega nord curnense era ai ferri corti con Gandolfi, dunque Di Pietro era stato bene informato rispetto all’onestà dell’amministrazione Gandolfi, ma non sapeva che la buona amministrazione di Curno fu un miracolo realizzato nonostante la zavorra di gran parte dei consiglieri comunali (all’inizio del mandato, il Pedretti era addirittura vicesindaco).
    In particolare, nel corso dell’assemblea cammellata del settembre 2011 il Pedretti insistette nel suo punto di vista, affermando che il progetto firmato dall’arch. Bodega era un ecomostro (seh, ad averne, di ecomostri siffatti), mentre di lì a non molto sia il Locatelli sia i similprogressisti, pur astenendosi da un giudizio estetico così azzardato, si sarebbero detti contrari non solo alla sua realizzazione (è un loro diritto), ma anche alla sua presentazione in Consiglio (questo invece è un sopruso). La presentazione del progetto infatti sarebbe avvenuta in maniera irrituale, senza l’ascolto degli “attori del territorio”: cioè, i poteri forti e meno forti di Curno. Un architetto padano, nel corso dell’assemblea cammellata, arrivò a sostenere che l’ecomostro non doveva costruirsi perché avrebbe impedito la vista dei colli per chi lungo la Briantea si recasse a Bergamo: e questa è veramente grossa. Il Pedretti ci tenne inoltre a precisare che quell’area, secondo i suoi intendimenti, doveva rimanere sgombra, per accogliere le feste popolari di Curno. Invece il gatto padano faceva sapere che, poiché a Curno un edificio di quella cubatura non s’era mai visto, allora non si poteva e non si doveva costruire: un’affermazione di acume spaventoso, meritevole di essere insignita del premio Wittgenstein per la logica.
    Adesso, con grande compiacimento dell’amministrazione serrana prima, poi serrano-crurale, nell’area dove non si voleva che fosse costruito il c.d ecomostro, si frigge il pollo, e questa sarebbe una delle “eccellenze” di Curno. Con un po’ di buona volontà si potrà dire che il consumo di pollo fritto è una festa popolare: come no?
    Insomma, dare un’occhiata al passato serve, per giudicare del presente. Ed è anche divertente.

    P.S. – Si è appreso ultimamente che la società che avrebbe realizzato il progetto Bodega, qualora avesse superato l’esame del Consiglio, è fallita. Ma a quel tempo, né in Consiglio, quando fu acceso il semaforo rosso, né altrove (nella stampa anglorobicosassone, nelle manifestazioni di piazza con tanto di T-shirt commissionate ad hoc, esibite dal Pedretti e dal Tarcisio in occasione di un concerto di musiche dei Pooh) nessuno spese una parola sulla solidità finanziaria dell’impresa. Chissà che a qualche mente fine di Curno non venga in mente di dire: vedete? avevamo ragione, infatti la società costruttrice è poi fallita. Va bene, va bene: abbiamo pronta una seconda medaglia Wittgenstein per la logica, che a Curno è una vera passione, per politici indigeni e agrimensori-urbanisti.

  33. Genova permalink

    « Homo sum: humani nihil a me alienum puto »

    (Heautontimorumenos, v. 77)

    [Risposta, lunga, nella prossima pagina di Nusquamia. N.d.Ar.]

  34. Bruna permalink

    Eh beh quando c’è la meritocrazia…


    Fare clic sull’immagine per leggere la notizia.

  35. Annalisa permalink

    Karl Marx matematico

    Auguri Karl!
    Ieri il “matematico” Karl Marx, nato a Treviri il 5 maggio 1818 avrebbe compiuto 200 anni!
    Matematico Marx? Forse ti confondi Annalisa?
    Autore di pregevoli saggi (sul concetto di Funzione derivata e sul Differenziale) fu invece studioso di matematica pura.
    È una dimensione poco conosciuta al grande pubblico quella del grande pensatore tedesco che emerge dalla lettura dei “Manoscritti matematici”, usciti in edizione italiana nel 2006 per Spirali a cura di Augusto Ponzio.
    È inutile ricordare che il pensatore di Treviri è molto più noto come il grande economista che ha scritto “Il Capitale”, come il filosofo che ha fondato il “materialismo storico”, come il pensatore che ha inaugurato il “socialismo scientifico” e come l´attivista politico che, insieme a Friedrich Engels, ha scritto il “Manifesto del partito comunista”….ma è stato anche altro ancora, un matematico, appunto.
    Capace di penetrare i fondamenti della scienza dei numeri, e critico della scienza e della filosofia naturale del suo tempo, perché convinto che senza un´analisi attenta della scienza e delle nuove conoscenze che essa produce non si può essere né buoni economisti, né buoni filosofi, né buoni politici.
    Tuttavia se leggiamo i suoi Manoscritti matematici ci accorgiamo che sarebbe riduttivo, come peraltro rileva Augusto Ponzio, pensare che l´interesse che mostra Marx per la “serva e padrona di tutte le scienze” sia funzionale ai suoi interessi di teorico dell´economia, di filosofo e di pensatore politico.
    Marx riconosce il valore culturale in sé della matematica. E la studia anche e soprattutto per questo. Con obiettivi assolutamente ambiziosi, comuni a molti tra i più grandi matematici del suo tempo.
    I “Manoscritti matematici” sono un insieme di lavori sulla matematica scritti da Marx nel corso dell´intera sua vita, pubblicati per la prima volta nel 1933 in Unione Sovietica e apparsi successivamente solo per frammenti in lingua italiana.
    Per formazione culturale Karl Marx fu molto attento alle scienze e infatti si laureò discutendo una tesi sulla filosofia naturale di Democrito e di Epicuro.
    Ma nel corso della sua vita fu la matematica ad affascinarlo. Sia perché la conoscenza matematica è necessaria a chiunque si avvicini all´economia, sia perché Marx era convinto che nessuna scienza, neppure l´economia politica, può dirsi davvero sviluppata se non si fonda sulla matematica.
    E i suoi manoscritti matematici hanno un doppio e ambiziosissimo obiettivo: fondare l´economia politica sulla matematica, ma anche fondare su solide basi la matematica stessa e, in particolare, quel nuovo modo di fare matematica che è il calcolo differenziale inventato da Isaac Newton e Gottfried Wilhelm Leibniz.
    Il primo obiettivo – fondare l´economia su solide basi matematiche – è degno di un economista teorico del suo calibro e comune ai grandi economisti del suo tempo, da Léon Walras a William Jevons.
    Il secondo obiettivo – fondare il calcolo differenziale su solide basi concettuali – è ancora più ambizioso e comune solo ad alcuni grandi matematici del suo tempo, come Augustin Cauchy ed Eric Weierstrass.
    Karl Marx certamente non fu un matematico di primaria grandezza, né aggiornato sugli ultimi sviluppi della letteratura matematica del suo tempo e, mentre stila le sue teorie non sa che Cauchy e Weierstrass stanno risolvendo proprio i problemi che lui pone. Tuttavia i suoi tentativi, che subiscono un´accelerazione proprio negli ultimi anni di vita, tra la fine degli anni ´70 e l´inizio degli anni ´80 del XIX secolo, non sono affatto banali e si muovono nella medesima direzione di Cauchy e Weierstrass.
    Certo Marx non risolverà il problema, ma capì quale fosse la strada da seguire per trovarne la soluzione…e non è davvero poco!
    Ma Marx capì qualcosa di più.
    Ha capito che occorre fondare su basi matematiche l´economia, che il calcolo differenziale costituisce un elemento indispensabile di questa fondazione e che per fondare su solide basi l´economia, occorre avere una matematica a sua volta ben fondata.
    Quello della doppia fondazione è stato un problema intuito solo da Marx. D´altra parte poche persone hanno una conoscenza profonda di due discipline così distanti nello spazio delle scienze.
    Per Karl Marx. è anche costante l´idea che la ricerca di solide basi concettuali per ogni teoria economica, filosofica e politica possa essere fruttuosa solo se avviene facendo riferimento all´ambito, rigoroso, delle scienze naturali e della matematica.
    Un´idea che sarà ripresa, in termini diversi, da un altro grande tedesco, Albert Einstein, secondo cui “la scienza senza filosofia è arida, ma la filosofia senza la scienza è vuota”.
    E che ancora oggi è più che mai attuale!
    (estratto da l’Unità del 3.11.2006)
    Marx, Karl, Manoscritti matematici.
    Milano, Spirali, 2005, pp. 196,

    • Karl Marx, economista serio. Claudio “Aquilini” Borghi, in economia è un battutista
      Di Maio, ricaccia in fretta e furia i “professori” della Link Campus University (oh, yeah! che tremore di mutande! roba da far impressione ai gatti padani, come le “eccellenze” e gli Erasmus/Orgasmus) in fondo al cappello al cilindro, dal quale li aveva estratti: tanto gli italiani sono fessi

      Ringrazio la lettrice (che non credo di conoscere, escludendo in ogni caso che possa trattarsi di Annalisa Di Piazza [*]) per l’interessante segnalazione.
      Il fatto che la “Rivoluzione” abbia preso piede in Russia e non in un paese di capitalismo maturo, contrariamente a quanto teorizzato da Karl Marx, significa soltanto che Marx fece una previsione sbagliata (embè? Galileo negava l’influsso della Luna sulle maree, eppure è il genio forse più luminoso della storia del pensiero scientifico), e niente toglie alla genialità del pensatore tedesco. Il suo interesse per la scienza è autentico, come testimonia la sua tesi di laurea, sia per l’argomento in sé — il confronto della fisica di Democrito con quella di Epicuro — sia per la scelta non erudita, non cazzeggiante, di misurarsi con i problemi filosofici del suo tempo, quelli del post-hegelismo. Si veda K. Marx, Differenza tra la filosofia di Democrito e quella di Epicuro, Editori Riuniti, Roma 1990 (ed è un peccato che nel titolo — forse nella speranza di vendere più copie — abbiano scritto “… la filosofia di Democrito…”, e non “… la filosofia naturale di Democrito…”, come appunto s’intitolava la tesi di Marx. E non è una differenza da poco, perché la “filosofia naturale” è la fisica: appunto. Altro che tesi di laurea dedicate alla «proposta etica» di Martha Nussbaum!
      Tornando agli scritti matematici di Marx, segnalo una tesi di laurea recente, dedicata precisamente a quegli scritti, nei quali il procedimento dialettico di negazione della negazione ricorre nell’economia di giustificazione teorica del calcolo differenziale: Critica marxiana dei fondamenti di calcolo differenziale

      Marx chiedeva aiuto alla matematica, per mettere a fuoco i problemi economici. Era un genio e, a differenza di certi geni attuali, non pensava che i problemi andassero risolti con le battute, come fa l’economista di riferimento della Lega, tale Claudio “Aquilini” Borghi, o tirando fuori dal cappello a cilindro una squadra di professori di gusto facile: dal fumoso Giacinto della Cananea a Elisabetta Trenta, «capitano della riserva selezionata dell’Esercito e vice direttore del master in “Intelligence e sicurezza” della Link Campus University»: non ci fidiamo di loro, e avevamo ragione a non fidarci della Link Campus University, come scrivemmo su Nusquamia, essendo tale Università una creatura dell’ex ministro democristiano Vincenzo Scotti: si veda Link Campus, l’università in cui Luigi Di Maio studia il potere tra boiardi e 007. Avevamo ragione, tant’è che Di Maio non ne parla più.

      P.S. – Ho appena sentito che Mattarella starebbe pensando a un “governo del Presidente” guidato da un giurista: no, pietà! Scalfari che, al solito, gioca di sponda, propone addirittura Zagrebelsky: oddio, costui è appena migliore del non rimpianto Rodotà. Eppure dovrebbe essere evidente che si ha bisogno di uno scienziato, di qualcuno che, pur nel rispetto del principio di realtà e delle “condizioni al contorno” (come dicono i matematici) abbia in dispetto le cacate carte. Tutto il contrario di un giurista, che è un copropapirologo par excellence (pur essendo provvisto di cultura, a differenza del gatto padano, copropapirologo velleitario ma temibile di Curno). Che sia il caso di ricordare a Mattarella l’interesse di Karl Marx per le matematiche? E per la scienza in genere, tant’è che voleva dedicare Il capitale a Darwin, ma l’illustre naturalista declinò l’offerta.

      ……………………………………
      [*] Segretario comunale, poetessa e autrice di un giallo Lgbt-friendly: il commissario è Lgbt, ma del tutto casualmente. Come suor Cristina, che fa la sgallettata in TV, ma casualmente, e canta la canzone di Madonna, Like a Virgin, ma casualmente, e con intendimenti diversi. Dice.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: