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Per un umanesimo senza aggettivi

4 maggio 2018

… e senza pretesa di fichitudine modernista

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Homo sum

Una pagina dell’Heautontimorumenos (“Il punitore di se stesso”) di Terenzio, recante la celebre affermazione «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», “Sono un uomo, e niente di ciò che è umano ritengo che mi sia estraneo”. 

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Nella precedente pagina di Nusquamia è possibile leggere il “commento” laconico di un lettore: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Heautontimorumenos, v. 77)». Tutto qui. E tutto giusto. Nell’edizione da me consultata la citazione, come si vede nll’immagine qui sopra, sarebbe “I, 1, 25”, infatti i versi sono numerati progressivamente all’inizio di ogni scena, atto dopo atto. Poiché siamo alla scena prima dell’atto primo e il prologo comprende 52 versi, i conti tornano.
Scrivendo «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», come si legge nella commedia di Terenzio, il lettore di Nusquamia mi invita – immagino – a parlare dell’umanesimo e, implicitamente, a parlarne in stile nusquamiense. Ecco dunque alcune considerazioni preliminari che mi dànno il destro per mettere le mani avanti e prendere posizioni poi su due minacce che incombono su quel che resta oggi dell’umanesimo, o su quel che potrebbe restare.

a) L’“umanesimo”, inteso come movimento letterario e speculativo, in effetti viene talora compendiato facendo ricorso all’espressione Homo sum…, che in realtà nella commedia di Terenzio ha tutt’altro significato (quel che, con parola greca, si dice filantropia, cioè amore per l’uomo), ma poco importa.
Meglio allora prendere le mosse dall’accezione che si attribuisce all’“umanesimo” del Quattrocento, conforme a quanto scrive Pico della Mirandola nel trattatatello Oratio de hominis dignitate, che è considerato il manifesto dell’Umanesimo, quella per cui l’uomo è libero artefice e costruttore di se stesso, libero dunque di «degenerare verso i bruti o di rigenerarsi fino all’altezza delle cose divine». La libertà dell’uomo si realizza nella ricerca del vero, che non può prescindere dal lascito di sapienza degli antichi, letti e studiati direttamente.

b) Da un “umanesimo” così inteso nasce l’interesse e il gusto per la riscoperta degli autori classici – latini e greci – già cominciata con il Petrarca, ma che nel Quattrocento diventa quel che oggi si direbbe un “movimento” di reazione alla filosofia scolastica, in aperta polemica con una concezione sterile della cultura (in primo luogo, la cultura delle arti del Trivio). I classici furono dissepolti, amati e imitati all’insegna dell’espressione ciceroniana degli Studia humanitatis, parimenti la lingua latina si spogliò dei barbarismi per tornare al nitore della migliore tradizione. Cominciò di lì quella gara dei moderni con gli antichi che caratterizzò il Quattrocento e il Cinquecento, e che indusse Leon Battista Alberti a scrivere un trattato di architettura in dieci libri, proprio come Vitruvio, ma in un latino molto migliore di quello di Vitruvio. E con tutt’altro intendimento. Ma non era soltanto un interesse linguistico, l’interesse era anche filosofico, ancora una volta in polemica con la Scolastica e, soprattutto in Italia, con un occhio di riguardo all’arte del buon governo.

c) La pulsione anticonformista dell’Umanesimo è testimoniata esemplarmente dall’Elogio della follia di Erasmo, che appunta il suo sarcasmo sui grammatici paludati, i poeti e i retori, sui teologi che si perdono in dispute inutili, sui monaci ignoranti, sui cortigiani e sui pontefici di Santa Romana Chiesa che si dimenticano di essere cristiani (in evidente polemica con Giulio II, il papa-condottiero). Questo ci dovrebbe rendere guardinghi nei confronti dei tentativi d’imbalsamare l’umanesimo in un sistema definito da leggi che, per quanto buone, gli andrebbero comunque strette. Insomma, l’umanesimo non può e non deve essere “istituzionale”.

d) La rivoluzione scientifica dell’Età moderna, come l’Umanesimo, ma con una certa latenza temporale, rivendica anch’essa la libertà di ricerca, mette in discussione il sapere paludato, in questo caso quello delle arti del Quadrivio: quale migliore testimone, a questo proposito, di Galileo? Non a caso si chiama “rivoluzione”. Non a caso ancora oggi il progresso scientifico procede – come sostiene l’epistemologo Thomas Kuhn – rovesciando continuamente i paradigmi istituzionali.
Insomma, l’umanesimo nacque libertario, contro il sopruso istituzionale, così anche la scienza. Ed è importante che l’umanesimo e la scienza conservino la loro indole libertaria, altrimenti non si potrà più parlare di umanesimo, né di scienza.

e) Si parla di umanesimo anche in relazione al socialismo, in particolare al movimento che caratterizzò il primo socialismo, quello scientifico di Saint-Simon ecc., inglobato nel pensiero di Cattaneo e sostrato di buona parte del socialismo italiano dell’Ottocento, che fu libertario e positivista (gli “apostoli del socialismo”). Il socialismo scientifico torna ad essere di attualità oggi, come sistema di lotta al populismo e al cazzeggio giuridico, nonché soluzione dei problemi posti dalla complessità del sistema sociopolitico ed economico.

f) In stile nusquamiense, varrà infine la pena ricordare che una ricorrenza significativa della parola “umanista” nella lingua italiana (una delle prime, pare) si trova in una satira dell’Ariosto (Satira VI), dedicata ai professori pedofili: «Senza quel vizio son pochi umanisti / che fe’ a Dio forza, non che persüase, / di far Gomorra e i suoi vicini tristi. […] Ride il volgo, se sente un ch’abbia vena / di poesia, e poi dice: “È gran periglio / a dormir seco e volgierli la schiena”»; cioè: “Pochi sono gli umanisti che non abbiano il vizio della sodomia, per cui Dio fu costretto e persuaso a punire Gomorra e i suoi vicini. […] Il popolo se la ride, se sente che uno di costoro ha voglia di far poesia e commenta: ‘Si corre gran pericolo a dormire con uno di tali poeti, e a volgergli la schiena’“.

 

La quinta colonna dell’Umanesimo

Purtroppo l’Umanesimo o, meglio, quel che avanza della tradizione umanistica in questo travagliato paese, già umiliato da decenni di spadroneggiamento delle sciacquette in campo culturale, dall’avere avuto ministri della pubblica istruzione personaggi del calibro della Moratti, della Gelmini e della sciura Valeria, tutta gente che a buon diritto può essere classificata tra i nemici esterni, è funestato da una quinta colonna, anzi due, composte rispettivamente da:

i) titolari di competenze vere e soprattutto fasulle (laurea in c.d. scienze della comunicazione ecc.) che pretendono di essere “umanisti”, tanto per darsi un tono;

ii) operatori del settore umanistico che per essere fichi e “sc-scientifici”, per noia, per accedere ai finanziamenti di regime e per simili inconfessabili ragioni, si buttano a corpo morto sui grafici di Excel, sulle slàid di PowerPoint, sui lessici frequenziali, sulla grammatica generativa ecc.

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Quinta colonna del primo tipo

Sulla quinta colonna del primo tipo abbiamo già scritto su Nusquamia. Per esempio, riguardo alle c.d. Scienze della comunicazione: «Che cos’ha che fare la Facoltà di Scienze della Comunicazione con il filone di studi e gl’interessi che caratterizzano la tradizione umanistica? Ho avuto la fortuna di conoscere da giovane Pio Baldelli che insegnava Sociologia del Cinema e che fu uno dei primi a interessarsi alla “comunicazione”, come oggi la s’intende. Eppure mai ho percepito che lui, che aveva solide basi culturali, pretendesse di essere un umanista, o che la sua sociologia fosse una disciplina umanistica». E aggiungevo: «Lasciamo che negli Stati Uniti si parli delle “humanities”, come del gruppo di discipline non inscrittibili nell’ambito scientifico e tecnico-scientifico. Molti di coloro che parlano di “humanities” non sanno che cosa sia l’umanesimo; altri, come Martha Nussbaum, lo sanno, o lo saprebbero, però piace loro farsi belli del prestigio culturale dell’umanesimo onde chiedere che, ope legis, parte dei finanziamenti assegnati alle Facoltà tecnico-scientifiche, vada anche ai loro dipartimenti. È una questione sindacale tutta loro. […] Diciamo soltanto: giù le mani dall’Umanesimo!». Comunque, che cos’ha che fare con l’umanesimo un sociologo di regime, o un aziendalista, che non abbiano mai studiato latino?
Anche di Martha Nussbaum ci siamo occupati, e della sua impostura, quando cita spudoratamente il Simposio di Platone e il saggio di  Kenneth Dover, che è un libro serio (Greek Homosexuality), per portare acqua al suo mulino dove si pestano rimasticature politicamente corrette, per legittimare e dare autorevolezza “culturale” a esigenze e “diritti” moderni che il mondo antico disconosceva del tutto. Si veda il capitolo “L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento”, nella precedente pagina di Nusquamia, Politicamente scorretto, ma con stile. In breve, quando la Nussbaum non usa la cultura classica (l’umanesimo) come fuoco di copertura per nobilitare una sua causa contingente, oltre tutto facendo un uso improprio del principio di autorità, scambia le ‘humanities’ con l’umanesimo. Che non sono l’umanesimo, talvolta ne sono la negazione.

Nussbaum, Non per solo profitto

Il titolo di questo libro, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, promette bene perché esprime disprezzo per le ragioni del profitto e si pronuncia, apparentemente, a favore dell’umanesimo. Ma è un titolo ingannevole, sia perché l’umanesimo non sono le ‘humanities’ (e di queste parla l’autrice: arti e letteratura), sia perché il libro sviluppa la tesi che le ‘humanities’ concorrano all’innovazione e allo sviluppo degli affari: il che sarà anche vero, ma non è entusiasmante, per chi sia interessato all’umanesimo. Dunque, basta intendersi e non bluffare sui termini. Quando la Nussbaum sostiene che l’educazione “socratica” e l’addestramento al pensiero critico renderebbe migliori gli uomini, anche nel mondo degli affari, non ha torto. Però: a) non dice niente di nuovo, e l’argomento è a doppio taglio; b) cade nuovamente in contraddizione, quando chiama le sue ‘humanities’ in soccorso di una repressione dei modelli di virilità rei di alimentare il narcisismo infantile, e quando propone un’accurata selezione di opere narrative da proporre in sede educativa. La Nussbaum è una femminista militante ed è stata definita da Camille Paglia, femminista intelligente, «vestale del politicamente corretto».

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Quinta colonna del secondo tipo

Di questa seconda schiera di nemici interni, per il momento meno pericolosi – ma non è una buona ragione per abbassare la guardia – fanno parte coloro che, pur laureati in discipline che a buon diritto si dicono umanistiche, smaniano per apparire “sc-scientifici”, proprio come il piano di scasso e furto all’interno di una banca, nei Soliti ignoti: così diceva Vittorio Gassman, che era balbuziente. Oddio, un conto è il rigore scientifico, del quale la misura non è mai abbastanza. Come dimenticare a tal proposito i meriti della filologia, quella migliore, la filologia di Lorenzo Valla il quale grazie a un’analisi rigorosa del testo riuscì a dimostrare la falsità della donazione di Costantino, che costituì il nucleo iniziale del patrimonio della Chiesa? Tutt’altra cosa però è il cazzeggio sc-scientifico. Naturalmente esiste tutta una varietà di sfumature intermedie, fermo restando che ai nostri giorni il numero di imposture presentate in forma scientifica è in crescita esponenziale. Non è un caso che gli aziendalisti pretendano di essere “scientifici” improvvisandosi proiezionisti di squallide slàid di PowerPoint. Ma veniamo a un caso concreto.

Pronomi

Dettaglio di un libro di testo, una sintassi latina con esercizi di ricapitolazione. Il libro è moderno e pregevole, sotto molti aspetti; purtroppo in questa pagina sono presenti tre frasi latine intraducibili, perché contenenti tre refusi. Escludiamo che la colpa sia degli autori (ci mancherebbe): gli errori sono invece attribuibili ai criteri di produzione del libro, considerato un “prodotto” da “gestire” con criteri manageriali. E i risultati si vedono.

Parliamo allora della grammatica generativa (o linguistica generativa), che ha i suoi meriti, nessuno li mette in discussione. Semmai varrà la pena discutere se sia proprio necessaria nell’insegnamento del latino, che nei licei classici e scientifici è stato finora insegnato con il metodo grammaticale-razionalista [*]. Peraltro, dopo la soppressione, di antica data, dell’insegnamento del latino nelle scuole medie e la diminuzione del numero di ore dedicate al latino nei licei scientifici, si è posto il problema di trovare nuove strade per la didattica del latino: nonostante le resistenze iniziali della burocrazia scolastica, l’apprendimento induttivo (quello dello Shenker Institute, per intenderci, che fu già della Berlitz school, insomma quello dell’insegnamento delle lingue moderne), meno “scientifico”, ma più efficace, e soprattutto più rapido, appare una scelta ragionevole, oltre che obbligata. A maggior ragione non si sente la necessità d’introdurre elementi di grammatica generativa e valenziale, che pure hanno un loro oggettivo interesse, intese come sono al compimento di un progetto ambizioso, quello di definire le regole che permettono di passare dal pensiero alle parole.
Ma improntare l’insegnamento del latino (e del greco) alle nuove teorie grammaticali appare quanto meno azzardato. E, se qualcuno lo fa, tanto per cominciare, dev’essere uno che conosce il latino (e il greco) benissimo: non sono ammessi esperimenti in corpore vili, soprattutto da parte di professori vili; tanto più che gli studenti tutto sono, o dovrebbero essere, tranne che “vili” e che, come diceva Cristo, maxima debetur pueris reverentia.
Conferenze lette nel corso di convegni più o meno utili (ma che “fanno punti” ai fini della carriera) e pubblicazioni (idem c.s.) sulla nuova linguistica in rapporto all’insegnamento del latino ce n’è finché si vuole, troppe; e, immancabilmente, vi si legge l’auspicio che le nuove teorie grammaticali siano inglobate nei programmi scolastici. Ma non esistono libri di testo per le scuole basati sulla grammatica generativa o valenziale  (per fortuna, si direbbe).
Ci fu un tentativo, peraltro molto parziale, d’introdurre la grammatica generativa nel libro di testo Ghiselli-Concialini, Il libro di latino, stampato nel 1985, poi riveduto e ristampato nel 2009 (Il nuovo libro di latino), quindi non se n’è più sentito parlare.
Tuttavia nei libri di testo recenti, anche in quelli buoni, non manca qualche strizzatina d’occhio alla linguistica di moda. In particolare, adesso che la linguistica generativa-trasformazionale ha registrato un fallimento significativo nel campo della traduzione automatica assistita da calcolatore, fondata su un modello deterministico-chomskiano, oggi si fa un gran parlare della linguistica valenziale. Ma, nella prospettiva della didattica del latino, se non è zuppa, è pan bagnato: un po’ come la teoria degl’insiemi insegnata ai bambini delle elementari. La teoria degli insiemi di per sé va benissimo, ma l’insegnamento della matematica ai bambini con una dose eccessiva di teoria degli insiemi si è rivelato disastroso, tanto più che, in pratica, è insegnata in maniera bestiale (si veda in proposito quanto scrive il matematico Giorgio Israel sulle castronerie matematiche connesse).
Perché allora questi inutili cenni alla linguistica moderna che fanno capolino in libri di testo anche buoni? Per moda, tutto qui. Perché la casa editrice vuol mostrare che il suo libro di testo è un libro “fico” e perché il professore che adotta il libro “fico” apparirà lui stesso “fico”.
In generale, non darei la colpa agli autori, i quali, se sono autori di libri seri, non hanno bisogno di apparire “fichi”: tuttavia devono stare al gioco delle richieste esplicite e implicite delle case editrici. Tanto più che oggi il libro di testo, più che prodotto di lavoro intellettuale, frutto di passione, esperienza e studio, è considerato un prodotto industriale. I funzionari della casa editrice (spesso, galline editoriali che si prendono cura dei soli aspetti formali a norma di cacata carta) fanno pressione per avere il “prodotto”, insistono perché sia accattivante e alla moda, perché insomma abbia successo, a prescindere. E si dimenticano che un libro di testo dev’essere oggetto di una cura tutta particolare, perché non faccia del male agli studenti.
Ecco come si rovina un libro di testo, quello del quale qui sopra abbiamo fotografato alcune righe, che tra l’altro mostra di essere stato concepito da menti sottili, ricco com’è di osservazioni intelligenti (non dirò quale sia questo libro: noi non siamo gatti padani [**]). Ed è quello stesso libro di testo che in due occasioni fa ricorso al termine di “attante”, del quale veniamo a conoscenza improvvisamente e altrettanto improvvisamente scompare. Per la verità l’autore specifica che per “attante” deve intendersi un complemento obbligatorio, richiesto dal predicato, come il complemento oggetto che segue obbligatoriamente alcuni verbi: quando dico “Il maestro loda…”, devo dire chi in questo caso è lodato, per esempio Marco. Dunque si dirà che “Marco” svolge qui la funzione di “attante”. Ma era necessario introdurre il concetto (moderno) di attante? Direi di no; però “fa fico”, si capisce. Ripeto, non accuso l’autore, capisco tutto e penso di non avere il diritto di chiedere a tutti quello che invece chiedo a me (che sono un resistente e che, per esempio, ho deciso di morire senza mai subire la costrizione di mangiare sushi).
Invece mi sembra giusto accusare, non l’autore, ma la casa editrice che non ha messo in campo le risorse necessarie per correggere i refusi (perché di questo si tratta, e non d’altro: errori di composizione/trascrizione). Banalmente, bisognava mettere in campo uno o più correttori di bozze e, se la casa editrice non ne disponeva (oggi è la regola), doveva dare all’autore la possibilità di farsi carico autorevolmente della riuscita del libro. Ma ecco che cosa succede a voler considerare il libro non un prodotto culturale, ma industriale: un prodotto “fico”, con tanto di menzione degli “attanti”, e per il resto chissenefrega. Sfogliandolo a caso, saltano all’occhio, in una stessa pagina, tre refusi che rendono intraducibili tre frasi proposte allo studente come esercizio. Le riporto qui sotto, con l’indicazione della correzione che andrebbe fatta:

• Cuius aures clausae veritatis (>> veritati) sunt, ut ab amico verum audire nequeat, huius salus desperanda est.

• Est sapientis, quidquid boni (>> homini) accidere possit, id praemeditari ferendum modice esse, si evenerit.

• Caesar, quae gravissimae (>> gravissime) adflictae erant naves, earum materia atque aere ad reliquas reficiendas utebatur.

 

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[*] Il metodo del grammaticalismo razionalista, di stampo cartesiano, fu inaugurato dalla Grammaire générale et raisonnée di Port Royal, in opposizione a quello in uso nelle scuole gesuitiche, che aveva come riferimento la Institutio grammatica dell’Álvares, come prescritto nella Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu. Il metodo di Port Royal, detto anche funzionalista, perché considera le modalità con cui la mente connette le parole, fu quindi perfezionato dalla scuola tedesca, il cui testo più fortunato fu la Grammatica della lingua latina dello Schultz, pubblicato in Germania a metà Ottocento, che in Italia continuò ad essere stampato, in traduzione, fino al 1926.

Schultz

L’altro libro di riferimento, anch’esso tradotto e adottato nelle scuole italiane, fu la Grammatica del Madvig.

Al filone tedesco sono riconducibili, come per gemmazione, i libri per lo studio del latino stampati successivamente in Italia, compreso il glorioso Tantucci, che presenta «un giusto contemperamento tra le esigenze scientifiche e le esigenze didattiche».

Tantucci

 [**] “Gatto padano” è un personaggio a suo modo famoso, che pretenderebbe di seminare il terrore tra gli abitanti di Curno, facendosi forte della sua terribile e iettatrice scienza copropapirologica. Curno è un paese sgarruppato alle porte di Bergamo, promosso allo status di “bello da vivere” al tempo della sindachessa emerita dott.ssa Serra, e che oggi si fregia della medaglia di “Comune virtuoso” per il suo “stile di vita”; inoltre vi si frigge il pollo con la ricetta segreta del colonnello Sanders.

 

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6 commenti
  1. Canzone graffiante (forse) dedicata a una santa

    Giusto per dovere di cronaca, considerato che le circostanze ci hanno obbligato, spesse volte, a prendere le difese di Maria Elena Boschi, che è una furbetta, d’accordo, ma che non merita l’accanimento tutto particolare che s’appunta su di lei, pubblichiamo questa “Boscheide”, cantata da Margot Galante Garrone. Una volta in arte si chiamava Margot, semplicemente. Apparteneva alla buona borghesia di Torino, ma cantava per i Cantacronache, ed erano canzoni del patrimonio etnomusicale italiano, o canzoni di protesta, come allora si diceva. Ma cantava anche Brassens, ed era perfetta: raffinata e perfetta. La si vedeva anche in uno spettacolo condotto da Giorgio Gaber: qui sotto la vediamo alla sinistra del cantante milanese, con quella sua espressione intensa, con quello sguardo che tanto mi piacevano.
    Ahimè, adesso inveisce contro la Madonna di Arezzo, cantando questa Boscheide. Tutto sommato, niente di più scontato. La voce di Margot è un po’ affaticata — beh, è normale — ma è ancora bella. Quando ho sentito l’invettiva contro la Madonna, non sapevo chi la cantasse, ma ho subito riconosciuto la voce. Vabbè, come diceva il filosofo, πάντα ῥεῖ, “tutto scorre”. Abbiamo visto e sentito di peggio. Riascoltiamo questa canzone di Gaber, secondo me una delle più belle del suo repertorio (autore delle parole è lo scrittore Umberto Simonetta, autore del romanzo Il giovane normale, dal quale Dino Risi trasse un film):

    • Par condicio

      Beh, per par condicio, non potevo fare a meno di pubblicare anche questa Bergoglieide (mi dispiace per la dott.ssa Serra e per Vera Baboun; invece al duo AsiArgento & Boldrina probabilmente non ne cale punto: meglio così, perché quelle insieme sono pericolose).
      Sia la Boscheide sia la Bergoglieide sono scritte sull’eco di questa meravigliosa Badoglieide, che qui sotto sentiamo intonata dall’autore, Fausto Amodei, e da Michele Straniero. Un capolavoro.

  2. Lezione di stile

    Ecco come si parla in televisione: niente bofonchiamenti, niente indisponenti sorrisetti asseverativi, una lingua italiana sorvegliata (dunque, niente “piuttosto che…” per dire “oltre che…”), niente pretesa di fichitudine ridicola (“Energheia”, l’impresa sociale amica dei similprogressisti pronunciata “energhèia”), niente boria istituzionale, niente slàid, niente ansia sudaticcia di apparire Niente schifezze. Solo bellezza, intelligenza e garbo. Politici indigeni curnensi, nascondetevi!

  3. Toni permalink

    Intervista impossibile con Dostoevskij

    @Aristide

    • La voce di Dostoevskij

      Ringrazio il lettore per questa segnalazione, la presentazione di una delle Interviste impossibili trasmesse dalla Rai: non le avevo ascoltate, ma lette nella trascrizione di un libro di Bompiani, credo che fosse una raccolta. Alcune erano geniali. Questa è la prima che ascolto, con vero piacere. L’intervistatore è Oreste del Buono, uno scrittore toscano estroso del quale leggevo la rubrica che teneva sull’Europeo, poi lessi anche un romanzo — non ne ricordo il titolo — dove si parlava dell’amore per la cognata. I testi delle risposte di Dostoevskij sono scritti sempre da Oreste del Buono che, parlando della condanna a morte dello scrittore russo, commutata all’ultimo momento, quand’era davanti al patibolo, in detenzione in Siberia, per avere egli partecipato a una cospirazione antizarista, insistendo sull’epilessia (della quale soffriva anche il principe Myškin) e ricordando quel testo angosciante che sono le Memorie del sottosuolo, è riuscito a dare una rapida e plausibile caratterizzazione dell’intervistato. Avrei preferito, a dire il vero, che a dare la voce a Dostoevskij fosse stato Giorgio Albertazzi, il Giorgio Albertazzi giovane, quello che aveva interpretato il principe Myškin, protagonista dell’Idiota di Dostoevskij, appunto.

      Il principe, tornato in Russia da una convalescenza nella Svizzera francese, malato di nervi ma per il resto in buona salute, senza superbia, con naturalezza e amabilità, dai più derisa, si propone di realizzare la bontà assoluta, cosa che riuscì soltanto a Cristo. Qui sotto ne sentiamo un monologo, dopo che ha fatto cadere per terra un vaso prezioso: sapeva che doveva stare attento, non voleva romperlo, ma è come attirato, lo rompe.

      Un racconto minore di Dostoevskij è La mite, dal quale il regista Bresson trasse un capolavoro, Così bella, così dolce. Era il film d’esordio di Dominique Sanda. Questo spezzone ne presenta l’inizio, una scena di culto, oggetto d’innumerevoli citazioni, anche all’interno di un film di Bertolucci. Lei si è appena suicidata, il marito torna con il pensiero alla loro vita, una vita intellettualmente separata sotto lo stesso tetto. E all’insegna del disprezzo per il matrimonio.

      Ricordavo in un’altra pagina di Nusquamia di aver visto il film tanti anni fa a Parigi, dalle parti del Boulevard Saint-Michel, in originale s’intitolava Une femme douce: «mi piacque talmente (il film, forse anche la Sanda) che il giorno successivo non avevo dubbi su quel che avrei fatto. Presi di nuovo il metrò e vidi il film per la seconda volta. […] Nel film di Bresson le pareti sono foderate di libri, eppure il protagonista non è un professore, è il titolare di un banco di pegni. Della donna mite che si suiciderà sappiamo ben poco, dell’uomo che la sposa, sappiamo che non è stato sempre un usuraio, ma che ha dovuto lasciare la precedente occupazione perché c’è stata una macchia sul suo onore. I due vivono il presente, finché quell’antica storia riemerge e rovina il fragile e incomprensibile equilibrio della convivenza. I tentativi di dialogo fra i due non fanno che allargare il solco che li separa». Poi ho riletto il libro, per una seconda e per una terza. Forse lo rileggerò ancora. E rivedrò il film con Dominique Sanda, del quale non esiste il Dvd, ma ho ricuperato un passaggio per You Tube, che ebbe vita breve, ma non così breve da non essere intercettata e registrata.

      • Toni permalink

        Di nulla, ho avuto modo di amarne più di una, iniziai con Portoghesi vs Borromini che le consiglio vivamente.

        [L’argomento in questione sono le Interviste impossibili messe in onda dalla Rai. Portoghesi mi è antipatico, Massimo Fini lo definì, alla maniera di J.P. Sartre, “salaud” (cioè, sporcaccione). Ma parlava come un libro stampato, questo gli va riconosciuto. N.d.Ar.]

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