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«Onestà, onestà…»

29 giugno 2018

Ovvero la volgare inintelligenza circa le cose della politica. Per non parlare dell’imbecillità dei declamatori: lo dice Benedetto Croce

Croce, Etica e politica

Qui nell’isola di Nusquamia siamo razionalisti, tutt’altro che crociani; questo non c’impedisce tuttavia di apprezzare certe analisi letterarie del Croce e il giudizio politico, che estraiamo da Etica e Politica, Adelphi, Milano 1994, qui sotto riportato.
Premessa, per evitare fraintendimenti – Su un punto però ci corre l’obbligo di mettere le mani avanti: non siamo d’accordo quando il Croce mette sullo stesso piano chimici, fisici, matematici e medici da un lato, in compagnia dei poeti  (magari, per sommo dileggio, perfino poeti dialettali: Bossi cominciò la carriera politica come poeta dialettale) e – aggiungiamo noi – perfino, forse, insieme con i cultori di storia locale, i mistici del territorio e i causidici cazzeggiatori (chissà perché il Croce non li menziona; eppure nella sua Napoli erano una vera e propria piaga, come acutamente osservava il meridionalista Gaetano Salvemini).
Fautori da sempre del socialismo “scientifico” (ché tale fu il socialismo italiano delle origini), raccogliamo lo spirito del Cattaneo che con il suo Politecnico (vedi: così scriveva nel primo numero della sua rivista), intendeva far derivare «dalle più ardue regioni della Scienza […] sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile». Scriveva inoltre il Cattaneo, con riferimento alla Lombardia, ma il discorso vale per l’Italia intera: saranno le «Arti Fisiche, le Arti Sociali, le Arti Mentali, le Arti Belle» a promuovere «una nuova trasformazione di quell’industria che, perseverando per venti secoli, ha già potuto recare questa nostra terra Insubrica dallo stato suo primitivo di sabbia o di palude a quello di una incomparabile feracità». Perciò siamo del parere che, stante l’attuale complessità del sistema, i politici che manovrano le leve del potere, o ambiscono di manovrarle, debbano essere uomini d’intelletto fino, sappiano ragionare per modelli, e siano consapevoli dei nessi con cui interagiscono i diversi aggregati funzionali costituenti il sistema.
Considerazioni analoghe – lo dico di sfuggita – potrebbero farsi per la rifondazione o anche il “superamento” del Pd, con l’eventuale costituzione di un nuovo partito della sinistra, del quale molto si discetta questi giorni. Senza dirlo apertamente (ché questi sono tempi brutti, il populismo imperversa di pari passo con la prevalenza del cretino), ma operando concretamente, la rinascita della sinistra in Italia, e in Europa, dovrebbe procedere all’insegna del primato dell’intelligenza, dell’alta cultura e della scienza. Come dire: a) Mort aux cons! b) contenimento delle velleità dei dilettanti allo sbaraglio; c) corsia preferenziale per chi si presenta provvisto di idonei strumenti per ragionare (no alla retorica e al cazzeggio giuridico; affrancamento dall’ipoteca cattoprogressista, che fra l’altro è elettoralmente meno determinante di quanto di pensi).
Al solito, siamo schierati con Cattaneo (spesso citato, più che altro a sproposito, dai leghisti di prima maniera), il quale per la rinascita civile, morale ed economica dell’Italia postulava una più intensa partecipazione alla vita politica di fisici e ingegneri e un contenimento degli avvocati. Questo naturalmente non ha niente che fare con la persecuzione della cultura classica, come qualcuno vorrebbe, onde ottundere le sempre più sporadiche persistenze di pensiero critico. Come abbiamo scritto più volte, non bisogna confondere l’umanesimo con le humanities di Martha Nussbaum, con le cosiddette (e stramaledette) “Scienze della comunicazione”, con l’impostura pseudoscientifica dei tecnoburocrati, con il nuovo che avanza, con la mistica della rete ecc.

manifestopolitecnico

Manifesto programmatico della rivista Il Politecnico, fondata e diretta (dal 1832 al 1863) da Carlo Cattaneo. Facendo clic qui sopra, è possibile leggere la riproduzione in facsimile del primo volume della rivista, che riporta in apertura il manifesto. La rivista intendeva promuovere la conoscenza – in particolare, la conoscenza delle Arti [= discipline, diremmo oggi] fisiche, delle Arti sociali, delle Arti mentali, e delle Belle arti – al servizio del progresso sociale.

Avendo stabilito che niente ci è più alieno della polemica idealista di Croce contro le matematiche e le scienze  sperimentali (parliamo delle scienze autentiche: fisica ecc.; niente “scienze” esoteriche, niente Martha Nussbaum ecc.) concludiamo nondimeno sull’opportunità di considerare le parole del filosofo napoletano al riguardo della mistica dell’onestà. Infatti, avendo fatto la tara della polemica antiscientifica, qui soltanto latente, ma altrove in Croce ben presente, conserviamone il succo, laddove ci mette in guardia dall’insopportabile pesantezza della polemica sollevata dagli “inintelligenti” e dagli imbecilli riguardo al tema dell’onestà. Fra l’altro, se analizziamo la storia recente della Lega Nord, ci accorgeremo che i più erano disonesti perché ignoranti. Perciò Nenni per un lungo tratto della sua carriera politica fu contrario all’ingresso del suo partito (il Psi) nel governo, perché sapeva quanto i suoi quadri di base fossero ignoranti.

Adesso leggiamo le parole di Benedetto Croce:

Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della onestà nella vita politica.
L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio Paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica.
Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere un quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine.
È strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura.
«Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica?» si domanderà. – L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze.
«È questo soltanto? E non dovrà essere egli uomo, per ogni rispetto, incensurabile e stimabile? E la politica potrà essere esercitata da uomini in altri riguardi poco pregevoli?». Obiezione volgare, di quel tale volgo, descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo tenderanno in proprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo marito, cattivo padre
[…] « Ma no, » (si continuerà obiettando), « noi non ci diamo pensiero solo di ciò, ossia della vita privata; ma di quella disonestà privata che corrompe la stessa opera politica, e fa che un uomo politicamente abile tradisca il suo partito o la sua patria; e per questo richiediamo che egli sia anche privatamente ossia integralmente onesto ». – Senonché non si riflette che un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria, il fine sostanziale della sua vita.

 

 

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170 commenti
  1. Non è vero che Salvini è abile, è soltanto primitivo

    Sabato scorso ero a tavola con una professoressa che insegna le lingue classiche in un liceo che ha fama di essere il migliore di Milano (tanto per intenderci, non più il Parini), il cui preside, che ho conosciuto e ha una allure molto manageriale, ama puntare sull'”eccellenza” del proprio istituto. In un bando di concorso promosso da quel liceo si parlava, appunto, di eccellenza; io suggerii che quella brutta parola, di sapore provinciale e per niente degna di Milano, che fu capitale dell’Impero romano d’Occidente, venisse levata. Fui ascoltato. Scadere a livelli curnensi sarebbe stato imperdonabile.
    In ogni caso la professoressa che dicevo è una persona intelligente, e non porta colpa delle smanie manageriali del suo preside. Purtroppo però a un certo punto della conversazione la professoressa osservò che, tutto sommato, Salvini è abile; e a dimostrazione dell’assunto portò l’esempio del ricorrere nei sui discorsi di espressioni del tipo “io come papà penso…”, “io come papà preferisco…” ecc. Un caso da manuale di fallacia sofistica di mozione degli affetti, così da offuscare il giudizio degli ascoltatori (o dei suoi seguaci reziali).
    Va bene, su un uditorio trogloditico la mozione degli affetti ha la sua efficacia, non sarò io a negarlo. Ma è sbagliato di qui trarre la conclusione che Salvini, che fa ricorso a tale fallacia, sia un bravo oratore, quale fu, per esempio, Mussolini. Il quale conosceva benissimo la psicologia delle masse, ma sapeva anche come parlare a un pubblico evoluto e preparato. Quand’era socialista, e socialista massimalista, fu capace di mettere piede a un Congresso di partito dove Turati aveva la maggioranza e i massimalisti erano sconfitti in partenza, trascinando poi l’uditorio sulle sue posizioni. Cioè, se uno è un oratore, ed è un bravo oratore, è bravo con tutti, e non solo con i trogloditi.
    Tornando a casa, mi sono domandato come la professoressa avesse potuto sbagliarsi. Mi sono dato questa risposta: lei, la professoressa, è abituata a trattare con i rampolli della “buona” borghesia milanese, e con i loro genitori (e per “buona borghesia”, ovviamente non intendo mongomanager squalliducci). Beata lei, non ha che fare — come pure è capitato a me — con personaggi che, essendo stati vicini al mondo degli animali, loro stessi e i loro antenati prossimi, hanno derivato dall’osservazione degli animali la conoscenza di certi meccanismi di causa ed effetto, di certi automatismi. È una conoscenza che la natura, grazie al meccanismo dell’evoluzione così bene illustrato da Darwin, ha cristallizzato nell’istinto animale. Come pure è animalesca, e non frutto di studio, l’astuzia contadina al mercato delle vacche.
    Una capra sa come stare su una roccia erta e apparentemente priva di appigli, sa dove posare il suo piede didattilo (cioè con due dita), non ha bisogno di studiare o seguire un corso di formazione. È provvista di una conoscenza istintuale, dono sublime della natura. Analogamente Salvini ci sa fare con il suo popolo, non perché sia un bravo oratore, ma perché è provvisto di una conoscenza istintuale: che in parte avrà acquisita geneticamente, in parte del tutto naturalmente, nel corso di un’esperienza quasi trentennale, conversando con le massaie e il popolo minuto ai mercati di quartiere di Milano. Uno dirà: già, Salvini non ha mai lavorato in vita sua, aveva tutto il tempo che voleva. Ma anche i similprogressisti, per lo più, non sono lavoratori accaniti: perlomeno, non i loro capi. Però a loro faceva schifo parlare con il popolo minuto. Preferivano apparire progressisti (ma de che?) e, per il resto: Punto! Basta! Non m’interessa! Così Salvini si è mangiato tutto.

  2. Nuovo cinema Nusquamia
    Il capitale umano, di Virzì


    Fare clic sull’immagine, per vedere il film. Attenzione però: il film sarà fruibile in rete ancora per cinque giorni, poi — così leggo in una didascalia del sito Rai — sarà levato dal palinsesto (oggi è lunedì 2 luglio).

    Nella precedente pagina di Nusquamia attribuivo alla mentalità neo-pagana dell’aziendalismo il malessere della nostra società. Nello stesso tempo le lucette della nostra perdizione possono costituire un attrattore per i migranti che cercano di sbarcare sulle coste italiane: il miraggio è quello di appropriarsi del benessere saltando a piè pari il processo — innegabilmente doloroso — di acquisizione di forme migliori di vita in loco. Concludevo sull’opportunità che l’Europa promuovesse un movimento rivoluzionario nei paesi abbandonati dai migranti. Si veda: Tra le cause delle migrazioni: la falsa immagine dell’Occidente come Paese di Bengodi.
    Facevo seguire l’articolo da una postilla che illustrasse la miseria dell’ideale di vita che l’Occidente sembra avere sposato, spodestando i valori cristiani a favore di quelli che talora ho genericamente inquadrato come “aziendalistici”. Ebbene, il film di Virzì oggi proiettato sullo schermo virtuale del ‘Nuovo Cinema Nusquamia’ — Il capitale umano — costituisce una rappresentazione efficace della miseria che si diceva. Il film è tratto da un romanzo statunitense, che Virzì ha smontato per ambientarne la vicenda in Brianza, suscitando, com’è prevedibile, qualche risentimento presso i brianzoli, che preferirebbero non essere chiamati in causa, almeno per queste cose. In effetti sarebbe sbagliato attribuire alla sola Brianza la miseria dell’arrivismo sociale, l’ansia per il denaro, la sete di successo (l’ho messo in culo a questo, l’ho messo in culo a quello…): questa è la miseria dell’Occidente, praticamente di tutto l’Occidente, tant’è che quel che nel film è ambientato in Brianza, nel libro si svolge nella florida cittadina di Totten Crossing, Connecticut. Questo, per quel che ne so, è il secondo film di Virzì che tratta della miseria devastante dell’aziendalismo: il primo era Tutta la vita davanti, tratto dall’opera prima dell’antipaticissima e ormai insopportabile Michela Murgia. Ma lo spunto era interessante, il film era anche bello. Questo però, Il capitale umano, è decisamente migliore. Suggerisco ai lettori di Nusquamia di affrettarsi a vederlo: se non hanno tempo entro i cinque giorni (collegandosi al sito RAi: visione gratuita), possono vederlo collegandosi a una delle piattaforme digitali che distribuiscono il film in modalità di flusso dei dati (in linguaggio coglione: streaming). Io uso Chili e costa appena 2,99 euri. Vale la pena, e c’è una Valeria Golino fichissima. Bravo anche il compassato Gifuni, ottimo Bentivoglio. C’è anche Valeria Bruni Tredeschi, anche qui problematica, come in altre sue interpretazioni: non male.
    Concludo osservando che il nostro modello di vita è detestato dai fondamentalisti islamici, i quali avvertono il fascino distruttore da esso esercitato sui loro correligionari. Perciò vorrebbero farci a pezzettini e, naturalmente, non sono d’accordo. Ma quando ci disprezzano, purtroppo — lo devo riconoscere — hanno anche un po’ di ragione. Loro hanno una struttura morale, anche sbagliata, dal mio punto di vista, ma ce l’hanno. Noi siamo slombati, facile preda d’impostori, che non sono neanche impostori intelligenti. Ognuno recita in scena una parte che gli è capitata come viene viene, la recita con accanimento fino al giorno della morte, che lo coglierà impreparato, e si accorgerà solo allora di essere stato una merda tutta la vita. Gli hanno detto: tu devi essere determinato, tu devi inculare! Lui incula, e a sua volta viene inculato. E lo spirito critico? Non c’è, non c’è mai stato.
    Temo che verrà il giorno in cui si troverà il modo di far sparire, così, all’improvviso, i pochi dissidenti residuali: quelli che sono antiaziendalisti, si rifiutano di essere ferocemente determinati e di esprimersi nella neolingua. Desaparecidos: spariranno, e nessuno ne dirà niente; perché se qualcuno ne parla, poi sparirà anche lui. Come nell’ambiente dei mormoni descritto da Conan Doyle nel primo libro della serie di Sherlock Holmes. S’intitola Uno studio in rosso, forse è il migliore.
    Ecco la postilla che chiude l’articolo riportato nella pagina precedente, e che qui trascrivo, in relazione al film di Virzì:

    Poiché sopra ho parlato della degenerazione dell’etica protestante del capitalismo, sarà bene mettere in chiaro che chiamare “etica” la concezione di vita di mongomanager, aziendalisti e sottoproletari della cultura è troppa grazia. Bene o male i quaccheri armatori del Pequod, la baleniera del capitano Achab, nel romanzo Moby Dick, avevano — sì — una loro etica: criticabile, ma si può ancora parlare di etica. Ma che “etica” vuoi che abbiano questi mongomanager, questi impiegatucci i quali pensano che un merdosissimo corso di formazione costituisca un idoneo “succedaneo” (come si dice in economia) della cultura? O questi giovani/giovanotte ambiziosetti/e freschi di pompini Erasmus/Orgasmus (veri o immaginari) a coronamento di un corso di laurea in Scienze (cosiddette) della comunicazione? Che etica possono avere questi servi di Mammona, queste persone che si vantano di essere “determinate”, senza che gli passi per l’anticamera del cervello che “determinazione” è sinonimo di prepotenza e maleducazione? Quale sarà mai l’etica di personaggi che si dicono cattolici giusto per usare le strutture della Chiesa, ma ogni giorno dimostrano di non aver scrupolo a calpestare la Buona novella (parlo in particolare dei cattolici non credenti). Quando parlano, usano acronimi e paroline inglesi, perché così hanno sentito dire, per conformismo, ma in realtà non sanno che cosa dicono, e non sono in grado di esprimere gli stessi concetti in italiano: infatti non conoscono, a ben vedere, né l’inglese né l’italiano.

  3. Cristina permalink

    No! Noo!! Nooo!!! L’ha detto! Gli anatemi di Fassino si avverano sempre, sempre!

    http://www.lastampa.it/2018/07/02/italia/fassino-trentanni-di-salvini-vediamo-se-gli-daranno-i-voti-9bzlMWaYocex7o2BwNuPiO/pagina.html

    [Già, pare che quattro anni fa Fassino dicesse: «Grillo fondi partito, vediamo quanto prende». Abbiamo visto, e pianto. N.d.Ar.]

  4. Osservatore permalink

    Leggo su Facebook questo interessante articolo di Camilla Dotti uscito il 3 luglio 2018 su “La Provincia di Como”.
    Bassani, Bernardini e Lottieri non possono sbagliare tutti e tre insieme e sullo stesso argomento.

    «Miglio ci vede realizzare i frutti di una vita di studi, lavoro, impegno e sacrificio» dichiara Matteo Salvini al popolo della Lega, la nuova Lega, riunita domenica a Pontida. Gianfranco Miglio si rivolterebbe nella tomba, rispondono alcuni di coloro che al professore erano molto legati e hanno dedicato studi e ricerche al suo pensiero.

    È il caso, ad esempio, di uno dei suoi allievi Marco Bassani, docente di Storia delle dottrine politiche alla Statale di Milano. Bassani, tra l’altro, è stato proprio uno dei relatori al convegno promosso dalla Cattolica lo scorso gennaio, in occasione dei cento anni della nascita di Miglio (1918-2001).

    «Miglio aveva già abbandonato la Lega di Bossi nel 1994, perché aveva compreso gli elementi di tatticismo che la caratterizzavano. Figurarsi cosa avrebbe pensato di questa Lega nazionalista italiana» sottolinea il professor Bassani.

    «Il nazionalismo tricolore non lo interessava per niente, anzi lo riteneva causa di grandissime sciagure per le popolazioni italiche. Per Miglio esistevano gli italiani, ma non l’Italia. Per questo occorreva una riforma autenticamente federale, cosa di cui Salvini non ha mai parlato. E non saprei proprio quali potrebbero essere i punti di contatto, la magica intersezione con la Lega di oggi. Oltre venti anni fa – prosegue – Miglio riteneva la Lega «il peggior strumento per la migliore battaglia». Oggi non capirebbe neanche bene la battaglia della Lega. Francamente, un partito bolscevico avrebbe lo stesso titolo per richiamarsi all’eredità di Miglio, di un partito nazionalista tricolore».

    Dello stesso pensiero Paolo Bernardini, docente di Storia moderna al dipartimento di Diritto, Economia e Cultura dell’Insubria. «Salvini non poteva tradire in modo peggiore il progetto della costituzione federale sostenuta da Miglio che non avrebbe avuto alcun interesse ad escludere i migranti, a censire i Rom. Miglio parlava di una repubblica federata, sosteneva, per responsabilizzare il Sud, il distacco dal baratro in cui versava e versa sempre più, la Sicilia. La sua idea, per salvare gli italiani, passava solo da una repubblica federale».

    Inizia con un “Mamma mia” infine il commento di Carlo Lottieri, filosofo liberale classico, esperto di economia, docente di Filosofia del diritto a Lugano e Dottrina dello Stato a Siena. È tra i fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è direttore del dipartimento di Teoria Politica. «La Lega è totalmente cambiata rispetto a quella conosciuta da Miglio. C’è una distanza immensa». Una distanza che i militanti non sembrano percepire. «In fase di successo, prosegue Lottieri, i militanti non tengono in grande conto questo fatto. Salvini ha preso alcuni aspetti già centrali all’epoca di Bossi e si è focalizzato su quelli. Anche Bossi aveva abbandonato il tema del Nord e quello del federalismo. Salvini, quindi, tradisce Miglio restando fedele a Bossi ed è un suo allievo fedele, anche nell’opportunismo politico».

    Ciò che più stupisce Lottieri è il ricordo dei morti della Prima Guerra Mondiale fatto dal presidente siciliano Nello Musumeci, chiamato anche lui sul palco di Pontida. «Fu una storia orribile, con 700mila morti, non può essere usata per il nazionalismo. Fondare una nazione sui sacrari dei morti è una follia.

    [Finalmente si leggono dei ragionamenti, non responsi oracolari. Tra l’altro, il fatto che il cerchio magico prima, Salvini poi, con l’intermezzo berlusco-maronita al centro, abbiano tutti messo in soffitta l’ipotesi federalista non dimostra che l”idea non ha fondamento. Anzi, è l’unica ipotesi razionale. Ma non ha seguito, questo è il problema. Anche qui, sarebbe necessaria una rifondazione, mettendo alla porta le istanze irrazionali come l’identitarismo su base celtica ecc. N.d.Ar.]

  5. Il gatto padano ci riprova con il latino
    Ci tiene ad apparire fico, vorrebbe essere considerato un’«eccellenza», quanto meno a Curno. Sarà il consulente culturale, oltre che copropapirologico, della prossima amministrazione di destra, dopo il crollo di quella serrano-crurale? Come ai bei tempi del Bibliomostro?


    L’ultima prodezza “culturale” (?? ah beh, sì beh…) del gatto padano. È in concorrenza con il “Tibet free” pedrettesco di tanti anni fa. Entrambe le iniziative sono di matrice curnense.

    Quando non si presenta come esperto di urbanistica, di italianistica (con l’introduzione di neologismi come “pista pedociclabile” e “stravento”) e di tematiche afferenti all’universo versicolore del “politicamente corretto”, a tempo perso il gatto padano si butta sul latino. Così i paesani rimangono a bocca aperta. Ma il risultato di tutto questo daffare del gatto, perlomeno per chi si muove nelle coordinate di un discorrere urbano, è tragicomico, degno di un film della serie di Fantozzi, con gli agrimensori al posto dei ragionieri. Alcune sue prodezze sono state esaminate nei tre articoli che segnaliamo alla fine di questo pezzo. Ma vediamo l’ultima.
    Ebbene, nel n. 743 del suo diario reziale, il gatto, facendo riferimento all’appalto assegnato dal Comune di Curno per l’illuminazione pubblica, non solo ci fa sapere di aver esaminato le cacate carte e adombra il risultato di tale esame, che a suo dire desta qualche perplessità («Non è possibile che… Il che porta a conclusioni tutt’altro che positive»). No, non si limita a questo, ma intitola così il suo articolo:

    Habemus elettricistas.

    Poiché per ragioni di età ha frequentato la scuola media al tempo in cui ancora si studiava il latino, il gatto si ricorda che l’accusativo plurale di puella è puellas, e fin qui ci siamo; o forse gliel’ha ricordato qualche anziano sacerdote, uno di quelli che ancora credono in Dio e che hanno studiato latino, al loro tempo (vari segnali c’inducono a ipotizzare un avvicinamento del gatto agli ambienti clericali). Per cui il gatto pensa (sì, è un pensatore!): se si dice Habemus papam (c’è anche un bel film di Moretti così intitolato) si dirà anche Habemus elettricistas.
    Il fatto è che questa parola, “elettricista”, non solo non esiste nel latino classico, ma è coniata a membro di segugio. Proprio come, in italiano, quelle piste “pedociclabili” orgogliosamente proclamate dal gatto (se proprio non voleva chiamarle ciclopedonali, volendo mettere i pedoni per primi, avrebbe dovuto dire, semmai, “pedonalciclabili”; infatti il prefisso “pedo” significa “bambino”, e non “pedone”). E allora ragioniamo:
    a. Tanto per cominciare la parola “elettricità” deriva dal greco ἤλεκτρον (élektron), che significa ambra: il nome si deve alla circostanza che l’ambra, quando sia strofinata, è sede di elettricità statica. Avvicinando ai peli del braccio (non depilato, come quello di Casalino, portavoce dei grilleschi) un pezzo d’ambra strofinato su un panno di lana (in mancanza d’ambra, una penna Bic), i peli si rizzano.
    b. Se vogliamo coniare una parola latina da una greca, dobbiamo mantenere quanto più possibile le consonanti greche, o i loro suoni. Quindi non diremo elettr- ma electr-. Per esempio, in inglese, che nella derivazione delle parole dal latino e dal greco è più conservatore dell’italiano, e che non ricorre all’assimilazione consonantica, si dice electricity, e non “elettricity”. Osserviamo che nel Dizionario del cardinale Bacci, che fu un grandissimo latinista, quando i sacerdoti ancora credevano in Dio e sapevano di latino, la parola elettricità è tradotta in latino come electris, -idis: si veda il Lexicon eorum vocabulorum quae difficilius latine redduntur (1955). [1]
    c. L’elettricista è un artigiano o un operaio, perciò se dobbiamo coniare un nome latino che esprima questo mestiere, dobbiamo considerare come i mestieri siano espressi in latino. Vediamo allora:
    faber tignarius (da tignum, legno) >> carpentiere, falegname
    faber ferrarius >> fabbro ferraio
    faber aerarius >> calderaio, ramaio
    faber marmorarius >> marmista
    d. Dunque se vogliamo dire “elettricista” in latino, dobbiamo conservare la radice “electr-” (e non elettr-: orrore!), e apporre il suffisso –arius; così avremo un aggettivo che qualifica il faber, che designa genericamente l’artigiano, o l’operaio.
    e. Segue di qui la soluzione: elettricista si dirà in latino faber electrarius.

    Dunque se il gatto padano non fosse quello che è, e se proprio doveva fare il fico, per dire “Abbiamo gli elettricisti!” avrebbe dovuto scrivere “Habemus fabros electrarios!”.

    ***

    Adesso, «Risum teneatis, amici!»
    Precedenti prestazioni circensi del gatto padano, in materia di latino:

    1. Il ricorso “a capocchia” all’avverbio latino naturaliter, al quale il gatto attribuisce il significato che ha in italiano l’avverbio “naturalmente” (come per dire “ovviamente”), ma che naturaliter non ha in latino. Si veda: Fichitudine latineggiante del gatto padano.

    2. L’erronea trascrizione di un brano latino: il gatto, che non conosce il latino, ma che vorrebbe far credere ai paesani che sì, insomma, lui se la cavicchia, scriveva, riprendendo da un pdf in rete che riportava le parole di un certo padre Zucconi: «Quo te deduxerunt peccata tua, ut fugias Deum tuum rnumy quem antea qarebas?»; cioè, prende per buoni gli errori dello scansore (in linguaggio coglione: scanner), laddove se avesse saputo di latino, come pretendeva di mostrare ai buzzurri, avrebbe dovuto trascrivere: «Quo te deduxerunt peccata tua, ut fugias Deum tuum, quem antea quaerebas?». Si veda: Il gatto padano per progredire nella considerazione dei paesani (quale? quanta?) sbruffoneggia in latino.

    3. Tentativo maldestro di mettere una toppa alla magra di cui al punto 2, mediante ricorso alla solita mossa di astuzia contadina, con spostamento dell’asse del discorso (una versione rustica della fallacia di ignorantia elenchi). Il gatto sostiene che io ho montato con astuzia diabolica un falso, dal momento che il testo citato su Nusquamia «non ha niente a che fare con quello in nostro possesso (in fotocopia)». Si veda Autosputtanamento del gatto padano.

    ……………………………………….
    [1] Il Bacci ha così latinizzato l’ipotetico vocabolo greco ἠλέκτρις, con questa giustificazione: «Vox electris, -idis, f., necessaria omnino, cum de re nova agatur aliquo modo significanda, habetur apud Plinium. Significat tamen apud eum a) vel petrae genus, e qua fluxisse electrum dicebatur, b) vel insulas (Electrides), in quibus electrum, vel sucinum, seu succinum, abundasse traditur.

  6. Il sentimento dell’onore

    Sul Fatto quotidiano di oggi c’è un articolo di Maurizio Viroli che, a mio avviso, ha un titolo sbagliato (il titolo solitamente non è composto dall’autore dell’articolo). Ma il contenuto è ottimo, perché riguarda il sentimento dell’onore e la miseria degli uomini senza qualità che nutrono ambizioni spropositate. Si parla anche della differenza tra astuzia e sapienza, e del pericolo che un bravo burocrate, proprio perché bravo, cioè obbediente, diventi una belva.
    Il titolo è fuorviante perché parla di leader (e già la parola fa girare le scatole: mi vengono in mente i corsi sulla leadership per mongomanager), mentre Viroli svolge, a ben vedere, il tema della peste della “determinazione”, oggi tanto di moda. La determinazione è agli antipodi dell’onore. Ecco dunque un brano dell’articolo:

    La nostra Costituzione, all’art. 54, addita esplicitamente l’onore, accanto alla disciplina, quali principi fondamentali che devono ispirare l’agire di tutti i cittadini ai quali sono affidate funzioni pubbliche. Nel significato proprio, il termine onore indica una dignità e a un valore. “Ti onoro” vuol dire riconosco il tuo valore: ammiro il tuo valore per quello che hai fatto e fai. Il vero sentimento dell’onore non consiste tanto nel valore che abbiamo per gli altri, ma nel valore che abbiamo ai nostri occhi se assolviamo i nostri doveri. Quanto è grande il valore che una persona ha ai propri occhi quando vive secondo il senso del dovere e agisce rispettando il dettame della propria coscienza? È un valore infinito. Nessuno può corromperla perché non c’è prezzo che valga il sacrificio di non esser più se stessi.

  7. Valentina permalink

    Ho preso una decisione. Ho detto e scritto tante volte che noi della generazione degli anni 50 e 60 abbiamo potuto realizzare il nostro sogno di fare i giornalisti, quel che è ormai precluso anche ai più bravi tra i giovani di oggi. Ho cercato di spiegare perché si sia operata questa chiusura pressoché totale (peraltro simile a quella di tante altre professioni). Crisi della stampa tradizionale, crollo della pubblicità, abbattimento dei profitti per l’invalersi del web, costo sempre più alto del lavoro giornalistico già in essere in rapporto alle entrate degli editori, e tanto altro. Il risultato però è che noi siamo ancora seduti, tutelati da contratti che ci tutelano, ben pagati, con una cassa sanitaria autonoma e una pensione che ci aspetta. Fuori tanti giovani, potenzialmente più che meritevoli, aspettano in piedi e senza garanzie. E anche lettori e telespettatori sono come noi: del resto un prodotto fatto da sessantenni, con modalità novecentesche, è seguito per consuetudine, tradizione e simili coordinate politico-culturali da un pubblico in cui i giovani proprio non ci sono o quasi. Allora è giunto per me il momento di fare qualcosa di tangibile: far nascere un quotidiano digitale realizzato solo da giovani regolarmente contrattualizzati, magari con la tutela redazionale di qualche “vecchio” a titolo amatoriale (ribaltando la logica dello stage!) che possa riaprire il mercato della scrittura e della lettura giornalistica per le nuove generazioni. Di mio ci metterò una parte del finanziamento e il contributo quotidiano di scritti che fino a oggi ho postato su Facebook. Se con contributi economici e pubblicità si reggerà, bene. Se – come inevitabile almeno all’inizio- sarà in passivo, ci penserò io. Se – come spero – diventerà profittevole, tutto l’attivo sarà usato per nuove assunzioni e collaborazioni. Se per motivi loro ci saranno aziende o mecenati in grado di aiutare senza nulla pretendere saranno benvenuti. Per la raccolta pubblicitaria sarà scelto chi farà l’offerta migliore. Chiederò all’ordine dei giornalisti e alla FNSI quali possano essere le griglie normative e contributive più corrette e solo allora penserò a come avviare il reclutamento. Restiamo in contatto, Enrico Mentana

    • Qui però Mentana va troppo per le spicce. Vuol fare l’amico dei ggiovani: e non c’è niente di male, naturalmente, se ci si batte per i giovani autenticamente, perché crescano in un mondo se non altro libero. Forse — sembrerà strano –la battaglia più importante da combattere è quella linguistica, più ancora che dare la possibilità a quattro o cinque giovani di cominciare a fare i giornalisti superando il muro di gomma opposto dai “figli di qualcuno”. Bisogna restituire alle parole il significato, disprezzare i cazzeggiatori e colro che prendono la parola senza dir niente. Imparare a esprimersi è importante, sia per trasmettere un pensiero, se si ha un pensiero, sia per fare correttamente un ragionamento e poi esporne il risultato.
      Quanto ai “figli di qualcuno”, quelli ci saranno sempre e, francamente, per quanto sia portato all’adozione di misure radicali, in un ultimo disperato tentativo di salvare questo paese, scarterei l’ipotesi di sopprimere fisicamente i “figli di qualcuno” e gli ambiziosetti sine nobilitate che, forti della loro determinazione, come reazione rabbiosa alle umiliazioni subite dai loro antenati di condizione servile, non badano a colpi bassi e maleducazione, pur di potersi dire “mongomanager”, o sedersi in qualche poltrona ambita talvolta più che da loro stessi, dalla mammetta reduce dalla terra bruciata e dalle mattane femministe.
      E poi, vogliamo dirla la verità? Vogliamo finalmente liberarci? Anzi: volete finalmente liberarvi e chiedere umilmente perdono? La verità è che Enrico Mentana ha cominciato come socialista, come uno che godeva della benevolenza di Craxi. Se il suo giornale, con o senza l’apporto dei “ggiovani” (attenzione comunque ai “ggiovani” di mestiere, sono i peggiori), se Mentana metterà in discussione se stesso e tutto quel che girava intorno agli anni Settanta e alla Milano da bere (evitando di scambiare l’effetto per la causa), solo se avrà il coraggio di dire tutto il marcio della società cosiddetta civile e del femminismo che produsse milioni di bambini infelici poi divenuti adulti coglioni, ebbene solo allora saluteremo con gioia il suo nuovo giornale reziale.
      Comunque sono contento che Mentana sia disposto a perdere del denaro. Anche il Colleoni fece costruire una bellissima cappella, perché ci si dimenticasse delle sue ribalderie. E Ratzinga (cioè, Ratzinger) pare che sia molto preoccupato: ma come, stanno facendo santi tutti, Paolo Vi e Giovanni Paolo II, papa Francesco quasi sicuramente lo faranno santo ancora vivente, un po’ come Obama che insignirono del Premio Nobel per la pace prima che facesse la guerra, vuoi vedere che invece me, non mi fanno santo?

      • Ripasso vaticanista: La Bergoglieide

        Poiché abbiamo ricordato qui sopra Ratzinga e Bergoglio, per la gioia dei cattoprogessisti che non credono in Dio presentiamo nuovamente la Bergoglieide.

  8. Anja permalink

    “Questo non è il rapporto che dovremmo avere con il resto del mondo vivente. Eppure è il rapporto che abbiamo, perché non utilizziamo le nostre menti per pensare alle conseguenze di ciò che facciamo.”

    https://www.corriere.it/cultura/18_luglio_07/carl-safina-animali-adelphi-serie-premio-merck-bf6ea940-81f9-11e8-a063-c48368df153e_preview.shtml?reason=unauthenticated&cat=1&cid=puKdiED5&pids=FR&origin=http%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2Fcultura%2F18_luglio_07%2Fcarl-safina-animali-adelphi-serie-premio-merck-bf6ea940-81f9-11e8-a063-c48368df153e.shtml

    [Non sono riuscito a leggere l’articolo, che è del 18 luglio 2007, perché il sito del Corriere mi fa presente che avrei superato il numero di articoli leggibili gratuitamente (non so però quale sia la soglia da me superata). Comunque, se il tema è l’animalismo,con tutto il rispetto che ho per il mondo animale, peraltro solitamente ricambiato dai medesimi, continuo a pensare che gli uomini siano più importanti degli animali. Condanno la violenza sugli animali e l’indifferenza per le loro sofferenze. Condanno forse ancora di più il trasporto animalistico di alcune persone (non tutti sono così, per carità), le quali nelle relazioni ordinarie con gli uomini fanno sfoggio di violenza e prevaricatrice “determinazione”, arrivano a essere carogne e perfino se ne vantano, poi però ci fanno sapere che amano tanto, ma proprio tanto, gli animali. Preferirei che smettessero di essere così ferocemente determinati nei confronti dei loro simili, gli uomini. N.d.Ar.]

  9. Aurelia permalink

    https://www.huffingtonpost.it/2018/07/08/andrea-camilleri-papa-di-montalbano-lancia-lallarme-attorno-a-salvini-lo-stesso-consenso-che-sentivo-per-mussolini_a_23477046/

    [Ho letto l’articolo, concordo con Camilleri, che pure avrebbe qualche peccatuccio da farsi perdonare, sul quale non è qui il caso di soffermarsi. Ha ragione, il fenomeno Salvini è preoccupante. Più ancora di Salvini sono preoccupanti gl’italiani, che cadono sempre sugli stessi errori. Purtroppo è venuta meno la funzione pedagogica che i partiti, bene o male, esercitavano; il populismo la fa da padrone. Le responsabilità maggiori di questo stato di cose sono della cosiddetta sinistra, che ha cessato di essere sinistra per essere sempre più “cosiddetta”. Perché poi? Per inseguire il gusto delle masse impiegatizie, per farsi perdonare dai cattoprogressisti una vergognosa pulsione all’aziendalismo e al culto pagano dei suoi feticci. Non dimentichiamo d’altra parte che Renzi fu il primo dei populisti (la rottamazione: quanto piaceva quella parolina…). Per non parlare di quell’americanata delle primarie, delle quali porta responsabilità Veltroni che, insieme con Prodi, viene indicato como uno dei padri nobili del Pd. Ma de che? Come ho scritto altre volte, in fondo Salvini non è che la risposta alle distorsioni apportate al “sistema”: una risposta fisiologica, ancorché maleodorante come una diarrea, in base al principio di Le Châtelier. In scala curnense è molto facile capire quel che vado dicendo: basti pensare alla reazione di ripulsa suscitata dalla dott.ssa Serra. In generale, le dott.sse Serra disseminate nel Pd e nei gangli del potere sono i principali responsabili della resistibile ascesa di Salvini: resistibile, ma non resistita. La dott.ssa Gamba farà bene a tenerne conto, imprimendo alla sua amministrazione e al suo operato una svolta anti-serrana. Altrimenti saranno guai, perché la congiuntura favorevole di una destra affidata a Locatelli e di una Lega ancora traumatizzata nel ricordo della gestione del Pedretti è irripetibile. Voglio vedere che cosa cannibalizza Alessandro Sorte, la prossima volta. N.d.Ar.]

  10. Divina permalink

    Penso che grande responsabilità è soprattutto dei giornalisti. La maggior parte dei giornalisti, in Italia, per darsi un tono e camuffare le proprie lacune sostituisce alle parole italiane dei termini di altre lingue, principalmente inglesi. Come se l’italiano fosse a corto di parole. Pero’ i giornalisti hanno lanciato sta “moda”:

    https://www.avvenire.it/agora/pagine/italian-fe4564addb0c4d959807d71346300dd0

    • La Boldrina, gli acronimi e gli straventi

      I giornalisti hanno la loro parte di colpa: in particolare, i giornalisti passacarte, quelli enogastronomici e in generale markettari, sui quali si è appuntata implacabile la polemica di Nusquamia, come sanno i nostri lettori.
      Ma non dimentichiamo le colpe della stessa Accademia della Crusca, che per vigliaccheria spesso è venuta meno alla sua funzione di tutore della purezza della lingua, volendo apparire “fica” e in linea con “il nuovo che avanza”. Per esempio, ha permesso che tale Cecilia Robustelli, linguista femminista, vi s’infilasse e di lì promuovesse una rivoluzione lessicale all’insegna dell’ideologia del “gender”. Così si è finito per dare una copertura “istituzionale” alle sparate della Boldrina. Non dimentichiamo che l’italiano è una lingua meravigliosa — concordo — e, aggiungerei, quasi perfetta, proprio perché è stata per secoli una lingua artificiale: traeva linfa dal popolo, certo, e dal latino, ma quella linfa passava per il vaglio dell’alta cultura (il Bembo che dà all’italiano una grammatica, la sciacquatura in Arno del Manzoni ecc.). Nella stagione d’oro dell’italiano le Bodrine non mettevano becco e i gatti padani non avrebbero neanche provato a farsi passare per fichi con gli acronimi e con gli straventi.
      Ecco la Boldrina che ci fa la lezione: profitta del ruolo istituzionale ricoperto per farci digerire, in modalità di condivisione forzata, le sue mattane:

  11. Per non dimenticare
    La Boldrina — determinatissima — istituisce una commissione sulla disinformazione (che lei chiama ‘fake news’). Sì, brava: fai una commissione e risolvi il problema

  12. Juna permalink

    https://www.libriantichionline.com/bibliofilia/umberto_galimberti_libri_servono_per_pensare

    [Grazie ai libri, facendo tesoro del lavoro altrui, come scrive Seneca «ad res pulcherrimas ex tenebris ad lucem erutas alieno labore deducimur; nullo nobis saeculo interdictum est, in omnia admittimur et, si magnitudine animi egredi humanae imbecillitatis angustias libet, multum per quod spatiemur temporis est. Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis vincere, cum Cynicis excedere». N.d.Ar.]

  13. Filandro permalink

    Magna magna_1

    • Magna magna_2

      Rispondo con quest’altro filmato. I lettori intelligenti di Nusquamia non hanno bisogno di spiegazione, capiranno al volo. Eccola, comunque, per quelli meno intelligenti:
      Denunciare la disonestà, le storture del “sistema” è cosa santa e giusta. Soprattutto quando, come sembra fare Alberto Sordi in questo filmato, l’intendimento è pedagogico e magari si rischia un po’: se vado in un ambiente di grilleschi e parlo di Renzi che aveva come ministro Alfano, che cosa rischio? In verità vado soltanto cercando simpatia, consenso o anche applauso (secondo le circostanze). Ecco come un discorso che potrebbe sembrare giusto diventa paraculo. Perché è evidente che in un ambiente di grilleschi avrebbe maggior senso, per esempio, mettere sul tavolo il discorso della mistica dell’onestà, in una prospettiva critica, come ci siamo sforzati di fare nell’articolo di apertura di questa pagina di Nusquamia. La massa dei grilleschi magari s’incazza, ma se almeno uno comincia a ragionare è già un buon risultato.
      Dunque, denunciare la disonestà e le storture del sistema va bene, anzi benissimo, quando sia fatto nella sede giusta e ricordandosi, almeno ogni tanto, d’indicare se non proprio la soluzione, per giunta squallidamente “esatta”, come piace agli strateghi di farmacia (contro la coglionaggine MikeBongiornale della risposta “esatta” Umberto Eco scrisse un bellissimo saggio), una prospettiva, un’uscita di sicurezza. Niente di oracolare, per carità: un invito al ragionamento, a considerare i dati del sistema e, se qualcuno è bravo a farlo, indicare una strategia di soluzione del problema. Com’è noto, i filosofi di Nusquamia pensano che i problemi vadano affrontati in una prospettiva di socialismo scientifico, avendo opportunamento modellizzato le funzioni di sistema e avendole connesse in un modello dinamico. Il quale dev’essere flessibile, facilmente calibrabile su base statistica, e suscettibile di continuo perfezionamento. Siamo lontani le mille miglia dalle soluzioni oracolari di Salvini, del fu “ministro in pectore” dell’Economia (così si faceva presentare ai talk show) Claudio «Aquilini» Borghi, per non parlare degli oracoli agrimensurali del gatto padano (facciamo questo, facciamo quello, questa sì che è una ficata, e io sono fichissimo, e se non ci sono i soldi chissenefrega). Una prospettiva razionale dunque, come non ci stanchiamo di ripetere, dove non c’è posto per la retorica, per la ricerca esasperata del consenso ottenuto vellicando i sentimenti peggiori dell’elettorato e nemmeno per l’iperattivismo ai fini di una personalissima progressione di carriera, alla faccia del bene pubblico (in tal caso il politico fa il sodomita con le chiappe del popolo). E senza mai dimenticare che il bene del popolo va cercato non con il populismo, ma con lo studio, e che esso va perseguito con il buon governo, e perfezionato con l’educazione del popolo medesimo (parlo dell’educazione alle “arti”, come auspicava Cattaneo: discipline fisiche, sociali, mentali, belle arti; niente di boldrinesco, per carità). Altro che spacciare odio e paura, altro che fare retorica (brutta retorica, oltretutto, retorica di uccellagione: siamo ai livelli delle operatrici dei call center), altro che cerimonie, bagni di folla, coniglistica mediatica.

  14. Manuela permalink

    In questo mondo dominato dall’indifferenza e dall’ingiustizia, questo accade e continua ad accadere! E succede proprio qui, in un quartiere di Roma!
    Un molestatore sessuale più volte denunciato se ne va in giro tranquillo a perpetrare i suoi crimini contro le donne, che potrebbero farsi sempre più gravi, e la gente intorno non solo non alza un dito, ma dimostra totale indifferenza… e la cosiddetta “Giustizia” se ne lava le mani!!
    Bisogna aspettare che diventi stupro o assassinio per dargli un po’ di importanza?

    https://27esimaora.corriere.it/18_luglio_11/io-molestata-la-strada-roma-chiedevo-aiuto-nessuno-mi-ha-risposto-4e109780-8475-11e8-a3ad-a03e04fe079c.shtml

    [Questi crimini andrebbero puniti rapidamente e con la massima severità. Per due ragioni: la prima, perché la repressione è doverosa come punizione (applicata intelligentemente ha una valenza di rieducazione) e come deterrente; la seconda, per togliere terreno all’affermazione del fascioleghismo, che sull’inefficienza della giustizia e le colpe della similsinistra sguazza e s’ingrassa. Una terza ragione, se si tratta di crimini commessi contro le donne, perché le femministe — sia le fanerofemministe (femministe dichiarate, oggi in recessione: mi diceva qualche giorno fa una professoressa che “Il femminismo non esiste più”; già, dopo tutti i guai che hanno combinato), sia le criptofemministe — “monetizzano” tali crimini per acquisire nuovi spazi di potere e quote di repressione indebita dell’universo del piacere maschile. Oltre tutto se la prendono con i maschi civili e miti, invece che con i buzzurri e i violenti, dai quali, gratta gratta, si sentono attratte. N.d.Ar.]

  15. Fichitudine paradisiaca

    Ho rivisto due giorni fa, con grandissimo piacere, Gli ammutinati del Bounty. Il dispiegamento di tanta gioiosa fichitudine faceva venire le lacrime agli occhi. Mi viene in mente il Petrarca: «Qui come venn’io, o quando? credendo d’esser in ciel, non là dov’era». Come sarà oggi Tahiti? Beh, è pur sempre un territorio francese d’oltremare, almeno non sono stati massacrati dall’etica protestante, come chi è stato soggetto agl’inglesi i quali, a colpi di Bibbia brandita come una clava, hanno tenuto i loro sottoposti in uno stato di deprivazione culturale tendenzialmente permanente, se fosse stato per loro. Per giunta gl’inglesi delle colonie erano spesso puritani invisi agli stessi inglesi della madrepatria per il loro fanatismo religioso, gente mediocre che s’illudeva che lo zelo fosse un concime idoneo per l’intelligenza che faceva loro difetto. Con buona pace dei cattoprogressisti — parlo in generale, ma anche con riferimento specifico agli zuzzerelloni di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, quelli con i quali secondo la dott.ssa Serra avremmo dovuto “condividere” Vera Baboun — si vive molto meglio con il Vangelo e tenendo la Bibbia chiusa in uno stipetto, come una cosa della quale vergognarsi; così nella sua infinita saggezza fece per secoli la Chiesa cattolica, che assumeva la cultura greca, come ci ha ricordato Razzinga nel famoso discorso di Ratisbona, e rigettava la barbarie biblica (adesso le gerarchie ecclesiastiche e i cattolici non credenti hanno una voglia pazza di omologarsi all’etica protestante-aziendalistica).
    Non credo che Tahiti sia propriamente un paradiso, ma penso che una certa dolcezza di vita possa ancora assaporarvisi, ameno da parte dei pochi fortunati, ancora oggi, anche se è probabile che anche lì la cattiveria, l’aziendalismo, la determinazione e il femminismo abbiano provato ad avvelenare i pozzi, forse ci sono anche riusciti. L’Italia ormai tra aziendalismo, dittatura del politicamente corretto e fascioleghismo si appresta a diventare un enorme cimitero di guerra, Tahiti sicuramente è meglio.
    Tornando al film, bellissimo questo brandello di conversazione tra il capitano del Bounty, lo stronzo e villano rifatto Bligh, e il gentiluomo Fletcher, interpretato da Marlon Brando:

    Bligh, capitano e villano — Voi siete di quei presuntuosi, di quegli uomini che hanno un solo pensiero e hanno un solo sentimento, il disprezzo: il disprezzo per l’efficienza, per l’ambizione, per chiunque sia di nascita non fortunata. Siete ottenebrato dal disprezzo, signor Fletcher. Questo vi rende inutile per me.
    Fletcher, ufficiale e gentiluomo – Vi assicuro che l’adempimento dei miei doveri non risente affatto dell’opinione che ho di voi.

    Come si vede, il capitano Bligh parla da mongomanager, cioè come un essere sgradevolmente determinato, trafelato e sudaticcio; Fletcher fa bene a disprezzarlo: quando la merda siede sullo scranno…

  16. Pietro permalink

    Divertente aspetto della strategia salvinesca, buggerare appare il termine azzeccato


    Tecniche di mongomarketing nella Lega di Salvini: al Nord ti cogliono in modalità X, al Sud userò la tecnica Y.
    Si veda
    Nuova bufera in casa Lega: tessera con simbolo e statuto diversi se vivi al Sud.

  17. Amelina permalink

    Terza effe:
    L’arretramento linguistico dei social su economia e finanza: il caso del nemico Boeri

    [Viene qui analizzato quel fenomeno che abbiamo spesso additato come il “vizietto” curnense, praticato sia nella variante contadinesca (gatto padano e politici indigeni, “ggiovani” compresi) sia in quella urbana nella forma ma indisponente nella sostanza (dott.ssa Serra): cioè tu parli di una cosa, loro rispondono (quando rispondono, e non si nascondono dietro la “sobrietà”) parlando di un’altra cosa, dove credono di aver ragione. E così non si ragiona mai. Un modo di dire: Basta! Punto! Non m’interessa! N.d.Ar.]

  18. Credere in dio, o non credere. Van bene tutt’e due, purché si sia intellettualmente onesti
    Se si è anche intelligenti, meglio

    Il programma “Eppur si muove” condotto da Beniamino Placido con Indro Montanelli: puntata del 4 aprile 1994. Per collegarsi al sito di RaiPlay e vedere la registrazione della trasmissione, fare clic sull’immagine. Se è la prima volta che ci si collega al sito, la Rai chiederà le credenziali, che possono essere facilmente inoltrate facendo clic sull’iconcina Facebook. Se non si possiede un profilo Facebook, occorrerà riempire il modulo di cacata carta virtuale.

    Invito i lettori intelligenti di Nusquamia — cioè non tutti i lettori, ma quelli intelligenti (sulla differenza tra “gl’intelligenti lettori di Nusquamia” e “i lettori intelligenti di NUsquamia”, in relazione alla funzione predicativa o attributiva dell’aggettivo, si veda I lettori intelligenti di Nusquamia) — a vedere il filmato qui sopra. La trasmissione è condotta da Beniamino Placidio, uomo della Magna Grecia intelligentissimo e piacevolissimo, il cui unico torto è quello di essere cugino dell’attore-regista Michele Placido, che fu già stallone notevolissimo, e che oggi crede di essere un intellettuale, e da Indro Montanelli, che è un furbacchione, all’occorrenza anche un opportunista, comunque intelligentissimo anche lui. A dire il vero questa trasmissione non dice niente di particolare, solo cose di buon senso, ma dette con garbo da persone intelligenti: le indulgenze come copertura assicurativa del rischio di una punizione oltremondana, il florilegio dei santi come ricostruzione strisciante e tollerata del pantheon pagano, per approdare infine alla celebre osservazione di Jean-Paul Sartre, «L’inferno sono gli altri», di straordinaria attualità, se pensiamo a Salvini e Di Maio.
    Spiace tuttavia che la trasmissione non abbia toccato, se non di sfuggita, la questione dei cattolici in politica, del male che hanno fatto e soprattutto del male che potrebbero fare in prospettiva. La trasmissione risale a un tempo appena posteriore alla falsa rivoluzione delle mani pulite, che fece molto baccano e molto cambiò perché niente cambiasse, e che diede il destro ai trafficanti della politica per ammodernarsi, per mettere a punto nuovi metodi corruttivi: un Mario Chiesa che butta i soldi delle mazzette nella tazza del cesso durante la perquisizione della sua abitazione è soltanto un ricordo che fa sorridere, o che paradossalmente potrebbe innescare un sentimento di rimpianto. Mani pulite dunque fu un po’ come l’autunno caldo di fine degli anni ’60, quando per arginare le proteste e le lotte sindacali la Fiat passò dalla catena di montaggio di fordiana memoria alla robotizzazione degl’impianti di produzione della Fiat Uno. “Mani pulite” e lotte sindacali furono un innesco di modernizzazione: il solito “nuovo che avanza”, che non è sempre è cosa buona e santa, con buona pace dei provinciali che ne vanno pazzi.
    Eppure i segnali premonitori delle ambizioni di egemonia di personaggi nuovi — i famigerati homines novi — e ben decisi a sfruttare la macchina di aggregazione e gli strumenti di penetrazione dell’elettorato della Chiesa cattolica erano sotto gli occhi di tutti. Leoluca Orlando, figlio dell’avv. Orlando Cascio, uomo di panza della Dc e lui stesso ex Dc “de sinistra”, furoreggiava, aveva fondato la Rete; e a Milano si faceva un gran parlare, presso le “associazioni” (squit! squit! squit!) del cardinale Martini, che voleva che la sua città divenisse una metropoli multietnica e multiculturale, e così spianava la strada alla Lega di Bossi, ex poeta dialettale.
    Già, Mani pulite azzerò i partiti ma non toccò De Mita, ed è così che i cattocomunisti (allora si chiamavano così), da sparuto drappello elitario (l’esponente più autorevole era Franco Rodano, che vedevamo nelle tribune politiche accanto a Enrico Berlinguer, con il còmpito di aggiungere acqua all’whiskey del timido nobilis homo sardo-aragonese, il quale sorseggiava mesto, un po’ vergognandosi di questa sua debolezza alcoolica). Dopo la morte di Berlinguer, sfruttata sotto il profilo mediatico in maniera insieme indecorosa e abile, e dopo la malattia del successore Natta, l’ultimo rappresentante della linea sardo-ligure-piemontese del Pci (tutta gente seria, mica damerini) e fervente latinista, Occhetto s’impadronisce del potere con un colpo di mano. Quindi promuove alla Bolognina l’operazione trasformistica e il tradimento della classe operaia: con tanto di quercia nel vessillo, riduzione della falce e del martello alle dimensioni di un pallino insignificante sotto la quercia, coronati dal solito trucchetto nominalistico: il Pci, all’indomani del crollo del muro di Berlino, non sarà più Pci, ma Pds. Come se non bastasse, Occhetto va in barca a vela, e si capisce che le ascelle sudate degli operai gli fanno schifo; lui crede adesso di essere un gran signore borghese, si trasferisce a Capalbio e dà baci alla moglie Alberici in favore di macchina fotografica, tuba con le associazioni (che Iddio le abbia in gloria!) e con i mongomanager. E dà ampio spazio ai cattolici, che non sono nemmeno più quelli alla Franco Rodano, cattolici all’antica, cioè, che vedevano in Cristo il primo socialista. No, adesso emergono i nuovi cattolici, ipercinetici e lussuriosi, assatanati di visibilità e potere, desiderosi di pilotare la Chiesa verso il baratro protestante: soprattutto, cattolici non credenti, cinici e determinati, decisi a usare senza scrupoli la “macchina” della Chiesa cattolica.
    Era quello il tempo in cui i sacerdoti si vergognavano dell’abito talare, e neanche il cosiddetto clergyman gli andava bene. Preferivano la maglietta Lacoste e al posto della croce portavano il coccodrillo. Io ne ho conosciuti, purtroppo, e li ho disprezzati.
    Qualcuno dirà che però la Chiesa deve rinnovarsi: del resto quante volte non si è rinnovata? Proprio a questa capacità di rinnovarsi deve la propria longevità. Sì, ma si è rinnovata per conservarsi, mica per distruggersi. A me francamente va bene anche la sollecitudine sociale della Chiesa rinnovata, anche se non mi sfugge il pericolo di una deriva protestante, laddove si abbandoni il “sacro” tutto a favore del sociale. La mia idea è che il sacro possa convivere con il sociale, anche senza questa fissazione di far leggere a tutti la Bibbia (che è un libro pericolosissimo, pieno di sconcezze, scritto — come afferma Voltaire — per un popolo allora composto di pastori e predoni), cioè senza far necessariamente regredire il sacro della teologia cattolica, vivificato dai fermenti della filosofia greca, al superstizioso rapporto personale tra il singolo e Dio, come vuole la religione protestante: che nella migliore delle ipotesi è soltanto un’etica, nella peggiore è fanatismo e crudeltà (vedi La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne).
    D’altra parte, dove sta scritto che il sacro e il sociale non possano convivere? La storia della Chiesa è ricca di uomini di grande fede che dedicarono la loro vita ad alleviare le sofferenze dei poveri e dei derelitti, animati da una forte spiritualità. Ai miei occhi quello di san Filippo Neri è l’esempio più illustre, non certo l’unico. E non è nemmeno necessario essere dei santi. Se posso portare un esempio tratto dal bagaglio dei ricordi di molti anni fa, parlerò di un parroco di un piccolo paese di miniera, in Sardegna, dove ho abitato fino all’età di tre anni, o forse anche meno. Il paese si chiama Nebida, i suoi impianti minerari, dismessi, e la sua scogliera sono dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
    Era Nebida un paese di minatori e pescatori, tutt’altro che ricco, in particolare nel dopoguerra, che in Sardegna cominciò prima che altrove, nel 1944. I ricordi sono sbiaditi, sfumati, sconnessi: un gatto, una capretta, una donna di servizio disperata, con le mani nei capelli, perché l’aragosta che era stata messa in pentola, viva e legata, si era divincolata e si muoveva lentamente lungo lo zoccolo della parete di cucina. E il fragore di una motocicletta, una Harley-Davidson, e mia madre che diceva: Senti, questo è babbo che torna. Tornava con il cane che lo accompagnava fino in miniera, seguiva la moto trafelato e alla fine sarebbe diventato cieco, così mi dissero quando sarei diventato grandicello. Mio padre, ingegnere, era il responsabile degl’impianti di miniera. Appena prese servizio ci fu, così mi sarebbe stato raccontato, uno scontro con il parroco. Probabilmente una sorta di questione di definizione dei confini territoriali: si trattava di stabilire le rispettive aree di competenza. Perché quello era un tempo in cui i parroci contavano molto, e facevano molto. Poi però mio padre e il sacerdote divennero amici: io non me lo ricordo al tempo di Nebida, ma lo conobbi bene dopo, quando lasciammo Nebida, e continuammo a frequentarci. Per esempio d’estate eravamo ospiti della sua casa a Calasetta, nell’isola di sant’Antioco, dove si parla genovese antico: per la precisione, il “tabarchino”, il genovese della “colonia” di Tabarca, in Tunisia.
    Ebbene, più di una volta ho sentito mio padre parlare con ammirazione di don Palmas (si chiamava così) che nel dopoguerra provvedeva personalmente a sfamare le famiglie degl’indigenti. Andava e veniva da Nebida a Iglesias, e viceversa, perché a Iglesias ritirava i pacchi di pasta in un centro di distribuzione degli aiuti alimentari (il piano Marshall): le bisacce della moto del prete erano colme di pasta, perché è vero che nella scogliera di Nebida abbondano (o abbondavano) le aragoste, ma non si vive di sole aragoste. Quel sacerdote poi fece carriera, divenne monsignore e portava le calze viola. Continuò a essere “impegnato”, ma non per questo cessò di credere nella missione del sacerdote (i più moderni, immagino, oggi preferiranno parlare, in linguaggio coglione e mongomanageriale, di “mission”). Il suo impegno sociale non lo allontanò mai dal sacro. Tanto per cominciare, portò sempre la veste talare. Non faceva discorsi di religione, men che meno discorsi mistici alla maniera di padre Enzo Bianchi della Comunità monastica di Bose; era un uomo concreto, non era un esaltato come don Tonino Bello, quello di “Molte fedi sotto uno stesso cielo” e della “Convivialità delle differenze”. Non cercava visibilità, era un uomo di fede. Quella che io non ho, ma che rispetto. Mentre disprezzo i “cattolici non credenti”.


    Il filmato mostra Nebida, i suoi impianti minerari e la sua scogliera. In particolare, vediamo sul declivio della montagna che si affaccia al mare, la Laveria Lamarmora, costruita nel 1897 dismessa già a metà degli anni ’30. Qui la roccia estratta dalla miniera veniva ulteriormente frantumata, quindi le operaie — si chiamavano le “cernitrici”, con bella parola latina — selezionavano i minerali estratti (piombo e zinco) e provvedevano a “lavarli”. A un livello più basso si trovavano i locali di stoccaggio; più in basso ancora, i macchinari. Il minerale veniva caricato su barconi che attraccavano a un porticciolo.

    • Il troppo carisma stroppia: dovrebbe essere un principio generale, valido in tutti gli àmbiti, compreso quello politico
      Vero o non vero, l’episodio di Antegnate c’induce a riflettere sul lato oscuro del “carisma”. Non bastano le “gride” o gli psicologi eventualmente assegnati alle comunità carismatiche, con funzioni di contenimento burocratico. Il problema è il carisma

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      Dal ‘Corriere della Sera’, 18 luglio 2018.
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      Leggiamo nel sito istituzionale di Oasi 7, l’iniziativa di padre Zanotti: «Il Gruppo Oasi7 nasce dalla volontà di padre Antonio Zanotti al fine di raccogliere sotto un unico nome le diverse opere da lui fondate. Il termine “Oasi7” si ispira alle sette opere di misericordia che, da sempre, hanno caratterizzato la missione del Padre nell’assistenza ed accoglienza delle persone emarginate». In particolare, Antonio Zanotti è il fondatore della comunità di accoglienza per profughi e minori in difficoltà di Antegnate (Bg) dove si sarebbero svolti i fatti a cui accenna l’articolo del Corriere della Sera (fare clic sull’immagine); sempre qui leggiamo che «i filmini e le foto hard sono già stati depositati in Vaticano e alla Procura di Roma». Dunque se quel materiale non è un trappolone per incastrare padre Zanotti, costruito ad arte per opera di un qualche nemico, agli atti non ci sarebbero soltanto accuse che, da sole, non dimostrano niente. Quale che sia l’esito giudiziario, i fatti rimangono, o rimarrebbero: un po’come i video alquanto spinti che ritraevano quel professore dell’Università di Camerino mentre riceveva i “favori di bocca” delle sue studentesse (in latino, un modo elegante di dire “fare un pompino” è ore morem gerere, cioè fare un favore con la bocca). Quel professore fu poi assolto, perché le studentesse negarono di averlo così favorito, onde orientare il giudizio d’esame del professore, che avrebbe premiato il favore ricevuto con il favore di un voto falso (in tal caso, la laurea sarebbe stata annullata): ma, come sostiene Piercamillo Davigo, proprio in relazione a questa vicenda, il fatto rimane. E rimane il giudizio di condanna morale, almeno quella.
      Sempre nel sito istituzionale di Oasi 7 leggiamo che il frate carismatico «narra con una speciale luce negli occhi quei momenti in cui i suoi Superiori [con la “s” maiuscola: N.d.Ar.] hanno considerato e poi approvato il suo progetto di creare un’Oasi dove ristorare i più poveri ed emarginati. I mesi difficili ed aspri durante i quali dormiva sul fieno della stalla della cascina di Antegnate, mentre di giorno lavorava, inizialmente solo, per restaurare gli edifici intorno e renderli abitabili. A questi momenti di difficoltà si sono, però, alternate opere di Divina Misericordia, che hanno appianato difficoltà insormontabili e reso il progetto di un giovane frate, una Realtà [con la “r” maiuscola: N.d.Ar.], consolidata in oltre 30 anni di accoglienza e amore».

  19. Quando i culetti, oltre che allegri, sono anche intelligenti
    Paolo Isotta, intellettuale politicamente scorretto: «Nisciuno me può cchiammà ‘gay’. Io so’ ricchione». Contro il bovarismo del politicamente corretto

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    La coppa Warren custodita al British Museum di Londra, presente nell’allestimento curato in occasione del cinquantenario del Sexual Offences Act. Rappresenta un adulto che copula con un adolescente il quale, per facilitare la dinamica della penetrazione, si regge a una cinghia, o fascia, pendente dall’alto. Uno schiavo, dietro una porta, spia le movenze dei due amanti.
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    Anche quest’anno abbiamo avuto il gay pride, ancora una volta con il suo misero corteo carnascialesco, le solite dichiarazioni ovviamente istituzionali e istituzionalmente ovvie, istituzionalmente coordinato nelle varie città d’Italia. Di questo miserabile appuntamento abbiamo già parlato in una pagina precedente, che non ha incontrato l’approvazione del gatto padano e, più diffusamente, l’anno precedente, più o meno in questa stessa stagione: si veda 17 maggio, giornata mondiale contro l’omofobia, ma siamo sotto elezioni: la dott.ssa Serra ha preferito non celebrarla. Qui aggiungiamo che, poiché abbiamo studiato latino e greco, non saremo noi a fare le meraviglie se l’imperatore Adriano amò Antinoo al punto da divinizzarlo dopo la sua tragica morte e imporne il culto, in tutto l’impero.


    Antinoo, l’amasio dell’imperatore Adriano. Statua conservata al Museo archeologico di Napoli.

    Ma proprio perché abbiamo studiato latino e greco non sopportiamo le carnevalate e sappiamo far distinzione tra l’unione di due vecchie checche, che i pasdaran del politicamente corretto vorrebbero sancito dal vincolo di un matrimonio a norma di cacata carta, e il libero rapporto pedagogico (e, per dirla tutta, pederastico) tra un giovane adulto (ἐραστής) nel ruolo di maestro e un giovinetto (ἐρώμενος) nel ruolo dell’amato discepolo. La civiltà grecoromana disprezzava il primo rapporto, apprezzava il secondo. Ma sono questi argomenti che abbiamo trattato diffusamente nell’articolo Politicamente scorretto, ma con stile al quale rimandiamo il gentile lettore. Certo non siamo disposti a prendere lezioni dal gatto padano, il quale non sa di greco e di latino e ha una visione agrimensurale e copropapirologica delle cose: vabbè, non sarà colpa sua, ma dovrebbe pur sapere che con noi il ricatto morale «Non ti piacciono le pagliacciate? Allora sei omofobo» non funziona.
    Similmente ci parve un’offesa all’intelligenza, non saprei se a quella dei curnensi (ma dove sta scritto che sono tutti buzzurri?), certamente alla mia, quel pistolotto inteso allo sradicamento dell’omofobia, fortemente voluto dalla dott.ssa Serra: lo psicologo Maggioni proiettava slàid che illustravano le prese di posizione di commissioni insediate dalle lobby femministe ed Lgbt (né mi meraviglierei, quando sapessi che in quelle commissioni c’è lo zampino di Martha Nussbaum); il Maggioni leggeva le slàid e affermava, come dato “sc-scientifico”, che se non eravamo d’accordo con i diktat politicamente corretti delle commissioni oracolari, eravamo omofobi. Questo non lo disse, ma era sottinteso: se non siamo d’accordo, dovremmo essere rieducati, sì, una sana e sacrosanta rieducazione. Questo scempio dell’intelligenza avveniva nel 2013: la sbobba veniva ammannita ai cittadini di Curno a titolo di “buona pratica”, nel rispetto del “contratto” stipulato dalla dott.ssa Serra, in nome di tutti i cittadini curnensi, con la rete Lgbt-Ready. In pratica, una penosa lettura di slàid. Eccone l’annuncio: «L’Amministrazione comunale organizza una conferenza “Omosessualità: una serata di confronti” con lo psicologo e psicoterapeuta Mattia Maggioni e rappresentanti dell’Arcigay, aperta a tutti per combattere l’omofobia». Per saperne di più, si veda “Persuasori occulti” al servizio di un “evento” milanese pretendono di darci la ricetta della felicità.

    Ma veramente tutti quelli che allegramente praticano “altre” forme di sessualità, cioè la sodomia, nell’accezione più vasta del termine, sono così indigesti, spocchiosi, repressivi, determinati e, in definitiva, così “politicamente corretti” cioè così petulantemente e istituzionalmente nemici giurati dell’intelligenza? La buona notizia è che per fortuna non sono tutti così. Certo quelli intelligenti sono una minoranza, ma è normale che sia così. Non dimentichiamo il filosofo greco Carneade che, venuto a Roma per un’ambasciata politica, veniva attorniato dalla gioventù dorata romana, alla quale dell’ambasciata non importava niente, ma voleva sapere le novità alla moda, la filosofia che ultimamente andava per la maggiore in Grecia. Carneade parlò, i giovani applaudirono. Ma Carneade disse: «Che cosa mai ho detto di male, se tutti mi applaudono?».
    Leggiamo dunque questa lettera di Paolo Isotta a Giuliano Ferrara, in realtà di presentazione di un’altra lettera che Isotta aveva inviato al Giornale per la pubblicazione, ma che il dispettoso Sallusti non volle far uscire. Il tema è l’ansia istituzionale dei “gay”, che vogliono sposarsi ed essere “normali” a norma di cacata carta. Isotta, musicologo, intellettuale raffinatissimo (ha appena pubblicato per Marsilio un libro pregevolissimo, sul tema della fratellanza nella natura di tutte le specie viventi: si veda Il saggio di Isotta sugli animali, Per favore, non toccate le zanzare) e omosessuale dichiarato e senza infingimenti (per la precisione, bisessuale):


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Consigliamo la lettura integrale dell’articolo, sopportando e superando, se possibile, le eventuali difficoltà di comprensione, ché il linguaggio è ricco di echi dissimulate, per arrivare alla conclusione: ne vale la pena.
    Da non perdere poi il risultato di quest’itervista rilasciata al sulfureo Buttafuoco per il Foglio, che è possibile leggere, trascritta, in Dagospia: Spassosa intervista a Paolo Isotta: «Nisicuno me può cchiammà ‘gay’. Io so’ ricchione. Ne riportiamo uno stralcio:

    Gay è parola pezzente. Come dice Paolo Isotta, “gay è una caricatura”. Peggio, è un eufemismo: “Un eufemismo piccolo-borghese da mezzacalzetta“. Il termine più consono a una natura curiosa di altre navigazioni, sia essa vela o vapore, è “ricchione”.
    […] Busso alla porta del Maestro e chiedo lumi su questo infuriare di perbenismo e bovarismo tra gli omosessuali che si vogliono maritare, adesso che la civile America li sposa tutti. Il Maestro cui mi appello per avere parola di Cassazione in tema è appunto Paolo Isotta.
    Storico della musica, firma di gran pregio del Corriere della Sera, Isotta è napoletano del Reame e continuatore della lingua poetica del “dolce stil novo” ottocentesco e adopera perciò parole giammai sconciate dall’inabilità dello spirito [insomma, Paolo Isotta non parlerebbe mai di “stravento”: N.d.Ar.] ma sempre vive di timbro e prodigio. — Paolino, a noi! Ma è vero che tu sei, come si dice adesso, gay?
    — Pietro, tu si’ ‘e piez’ d’o core mio, ma non puoi osare!”.
    — E cche ssì?, domando ancora, ovvero, gli chiedo: cosa sei, chi sei?
    — “Io faccio tutte cose”, risponde il Maestro, “comme se dice a Nnapule so’ attivo & passivo. Cco mascule e cco femmene. Ma nisciuno me può cchiammà ‘gay’. Io so’ ricchione”.
    — E che viene a dire, questa parola così impressionante?
    — Vene a ddicere ca ‘o ricchione è ommo, nel senso di essere umano. ‘Homo sum et nihil humani a me alienum puto’. ‘O gay, Dio liberi, è na caricatura ‘e ommo e, al contempo, na caricatura ‘e ricchione.
    — […] Ma tu te rienti cunto, oggi i spusalizzi ‘n ‘ê vuò ffà cchiù nisciuno, e sulo ‘e ricchiuni e ‘e ricchiesse (le lesbiche, ndr) î vvonno fa’! In parenthèse, ô ssai comme se chiamano a Nnapule ‘e ricchiesse? Totore, da Totore, ‘o diminuitivo ‘e Salvatore, nomme supervirile, c’o diminuitivo supervirile, no chillo cchiù garbato Sasà! Nnui i Totore aspiranti al matrimonio e schifamm! E i gays ca se vonno spusà sono bovaristi e stronzi! Vonno ‘a consacrazione sociale e religiosa!

    In generale, l’ansia d’istituzionalità è roba da stronzi. C.v.d.

  20. Ma chi è il responsabile del circolo Pd di Curno?

    Ancora il 6 settembre dell’anno scorso, chi si fosse recato alla pagina Facebook del Circolo Pd di Curno avrebbe letto:

    Il circolo PD sezione di Curno nasce il 18 febbraio 2008 grazie all’impegno e alla passione di tanti nostri concittadini. Sin dalla sua fondazione, Massimo Conti ne è il coordinatore.

    Dunque Max Conti era ancora il segretario di sezione. Però, già nella campagna elettorale per le elezioni amministrative dell’anno scorso si aveva l’impressione — non era difficile capirlo — che qualcuno (una manina? una manona?) avesse deciso che ci sarebbe stato un passaggio di mano. I curnensi, al solito, subivano: infatti votarono l’uomo nuovo, quello che si presentava con grande sventolio di bandiera europea, al quale si dava largo spazio e che non nascondeva l’abizione di una missione strategica internazionale, tanto che graziosamente avrebbe fatto di Curno una città più europea. Costui era MarcoBattaglia, aveva una laurea in Scienze politiche, strombazzata come una roba siderale e un tirocinio Erasmus (pare che il gatto padano ne fosse emozionato, all’inizio riponeva grandi speranze nell’uomo nuovo); inoltre era in quel momento responsabile degli “eventi” (parola mistica!) dell’Aegée, l’associazione lobbistica degli studenti e post-studenti Erasmus. Scrivevo un anno fa: «MarcoBattaglia è stata un’offerta che gli aziendalsimilprogresssiti curnensi non potevano rifiutare: infatti, l’offerta è stata accettata».
    Oggi, andando nella stessa pagina Facebook, stessa posizione, leggiamo:

    Fondato il 12 febbraio 2008, il Circolo PD-sezione di Curno è diventato il punto di riferimento per tutti i democratici del nostro amato paese.

    (Quell'”amato paese” fa proprio cacare.) Come si vede, di Max Conti non si fa più parola. Beh, non male, è scomparso prima del crollo del Pd. Insieme con la dott.ssa Serra era salito sul carro dei renzisti, da bersaniani che erano; grandi erano le speranze di entrambi, poi a dire la verità la Serra è stata poco generosa, si è dimenticata di colui che fu determinante nel tessere la trama del complotto serrapedrettista, pensò molto a se stessa e poco a Max Conti. Gli diedero un incarico in BergamoEuropa, una creazione di Misiani, ma senza prospettive. Max Conti sognava ben altro, poi ha mollato. La Serra è ancora in pista, con speranze ormai molte tenui di una progressione di carriera (ma non è detta l’ultima parola). Max Conti ha mollato, e non ha fatto male: chapeau!
    Sono tempi grami per il Pd, MarcoBattaglia potrebbe anche cambiare schieramento (quale?), visto che è “ggiovane”; ma a Max Conti non conviene. Sono finiti i tempi in cui lui e la Serra dicevano, gonfiando il petto: “Siamo coesi, siamo coesi!”. O non ci ricordiamo più il mantra della coesione? Una di quelle paroline che assumono improvvisamente valenza mistica, e che secondo i mistificatori non dovrebbero essere messe in discussione. Come la “condivisione” (che Iddio stramaledica questa parola!). Ma noi, che siamo naturaliter demistificatori (gatto padano: questo è un uso appropriato dell’avverbio naturaliter, mica come dici tu) domandiamo: condivisione in dare o condivisione in avere? E, analogamente: coesi per fare del bene, o coesi per fare del male? Comunque, è fatta, Max Conti non c’è più: speriamo tuttavia che non segua una damnatio memoriae.
    Ma la domanda è: il responsabile del circolo Pd, pur così ammaccato, chi è adesso? Sempre nel sito Facebook del Pd vediamo che si segnala l’indirizzo di posta elettronica di MarcoBattaglia, come di colui al quale ci si può rivolgere per informazioni. Ma se il segretario di sezione è MArcoBattaglia, perché non dirlo? Cioè, che male ci sarebbe a dirlo? Forse che non ci sono state elezioni “democratiche”? Non nascondo che sarei curioso di vedere i risultati di quelle elezioni. Ma questo è chiedere troppo, lo so.

  21. Innamorato pazzo della Boschi

    Feltri nel filmato presentato qui sopra è intervistato a Capalbio, dove, in particolare allo stabilimento balneare L’ultima spiaggia, si trova la sdraio di Chicco Testa (partito: Pd: mestiere: presidente di tutto quel che si può presiedere, per cooptazione del sistema tecno-burocratico). La sdraio di Chicco Testa è la meta che Andrea Saccogna-Gamba dovrebbe raggiungere, sotto lo sguardo compiaciuto della mamma, sindachessa di Curno (la quale proprio pensando al figlio — così dicono, ma non è vero — si sarebbe sacrificata a raccogliere l’imbarazzante eredità della Serra). Ecco comunque i primi passi della carriera di Andrea Saccogna-Gamba (le tappe sono in ordine cronologico, a partire del basso, proprio come vuole il curriculum europeo: oh, yeah!):
    • Rappresentante degli studenti presso Comitato regionale per il coordinamento universitario lombardo
    • Presidente della Consulta degli Studenti presso Università degli Studi di Bergamo
    • Consiglio di Amministrazione presso Università degli Studi di Bergamo
    • Precedentemente President presso Uni+
    • Studia Giurisprudenza presso Università degli Studi di Bergamo


    Chicco Testa a Capalbio, allo stabilimento ‘L’ultima spiaggia’, che costituisce l’approdo agognato degli aziendalsimilprogressisti della provincia italiana. Il posto in quota a Curno è già prenotato. A MarcoBattaglia consigliamo rassegnazione e, come ripiego, Cetona, o anche le Langhe (si ricordi di attrezzarsi con l’Autan).

    P.S. – MA un Erasmus l’Andrea Saccogna-Gamba proprio non lo vuol fare? Aver fatto l’Erasmus, secondo il gatto padano, noto esperto dei sistemi universitari di mezzo mondo (sa tutto delle classifiche degli Atenei a norma di cacata carta e opìna che chi ha conseguito la laurea a Bergamo sia comunque un laureato di serie C, a prescindere) costituirebbe un grandissimo titolo di merito. Così dicono tutti, o quasi (οἱ πολλοί, “i molti”), a parte i soliti dissidenti. O Saccogna-Gamba l’ha già “fatto”?

    • ALGIDO permalink

      Veramente a Capalbio ci stavo per andare io.
      [Voleva forse porre la sua candidatura all’okkupazione (così scrivevano un tempo, negli anni di piombo, anzi, di merda, quelli che blateravano di “rivoluzione”: sfigati del sottoproletariato studentesco, ignoranti, senz’arte né parte) della sdraio di Chicco Testa? Guardi che è prenotata da Andrea Saccogna-Gamba, il quale tra i curnensi, con tutto il rispetto, è quello più idoneo a una carriera presidenziale (de che? ma di tutto, proprio come Chicco Testa). Anche MArcoBattaglia si rassegni, non è per lui. Peccato però che non esista soltanto Curno. La competizione è a 360 gradi, come si dice in linguaggio coglione.
      Quando raccontai a mio padre, parecchi anni fa, della pretesa di Capalbio di essere l’Atene d’Italia, lui che da studente faceva la spola tra Roma e Orbetello disse: «Capalbio? Sì, ci si va per la caccia. Era di Capalbio Maria, la donna di servizio di zio Raffaele» (che divenne direttore delle miniere dell’Argentario, prendendo il posto di mio nonno, quando andò in pensione). Questa Maria ricorreva nei ricordi di mio padre che ne parlava come di una donna caparbia (avevano delle discussioni sull’uso di certe parole, che secondo lei erano parole italiane), ma si capiva che le era affezionato.
      N.d.Ar.]

      Ma poi ho letto un libercolo “L’era del cinghiale rosso” e mi è passata la voglia.
      [Sì, ma lei che cosa si aspettava da un libro scritto dalla contessa (contessa?) Nuvoletti, moglie di Claudio Petruccioli, quello del quale Di Pietro disse ch’era un «Presidente Rai di nomina Mediaset»? O voleva mangiare, anche lei, le confetture “esclusive” di frutta biologica preparate dalla moglie di Bassanini? Ah, il mangiare “biologico”! N.d.Ar]

      La maremma è grande e Castiglione della Pescaia in fondo molto meglio e molto ospitale.
      [Purché non si vada in un certo albergo in un villaggio a dominanza svedese, dove ci vai per la disperazione, quando non trovi posto da nessun’altra parte, e ti pelano a sangue. N.d.Ar.]

      • ALGIDO permalink

        Nessun villaggio svedese. Sto in campagna a Cacciagrande.
        Ha passato una bella estate eccellenza?
        [Altre furono le belle estati, «quando ancor lungo la speme, e breve ha la memoria il corso». ‘La bella estate’ è anche il titolo di un libro di Pavese, uno scrittore del quale non si parla più. N.d.Ar.]

          • Cesare Pavese e il suo «vizio assurdo»

            Ringrazio la lettrice che ha ripreso quel mio breve cenno alla Bella estate di Pavese per farci conoscere questo documento (vedi contributo precedente).
            Devo essere sincero, non sono un grande estimatore di Pavese. Da giovane avevo letto La spiaggia in una bella edizione Einaudi, una di quelle con la copertina telata e avevo fatto di tutto per farmela piacere. Ma non mi piacque più che tanto, come invece mi piacquero, nello stesso periodo, Il Castello di Kafka, o Il vecchio e il mare di Hemingway o, Umiliati e offesi di Dostoevskij, che non è neanche il migliore dei libri di questo autore, ma era il primo che leggevo. Però su una cosa non ho dubbi, Pavese era un uomo autentico.
            Davide Lajolo, che gli fu amico, scrisse un libro dedicato a Pavese, dove definì «vizio assurdo» la sua vocazione suicida. Sarà: mi limito a dire che riconosco agli uomini il diritto di suicidarsi, purché non si faccia troppo chiasso e purché questo diritto, che per me è un diritto naturale, e come tale è stato praticato dai nostri antenati greci e romani, non diventi un “diritto civile”, alla pari con altri “nuovi diritti”, agitati sul palcoscenico della società dello spettacolo.
            Cesare Pavese teneva un diario e nella sua ultima pagina si legge: «Tutto fa schifo… Non scriverò più». Aveva annunciato la morte a sé, e alla sua amica Pierina, in realtà a molti altri ancora, praticamente a tutti.
            Mettiamo in chiaro che Pavese non si è ucciso per Pierina. Aveva sperimentato numerose delusioni amorose e, per dirla tutta, propriamente erotiche. Fu rifiutato da Fernanda Pivano, grandissima traduttrice di Hemingway, e particolarmente deludente fu quel suo amore, ultimo e maldestro, per un’attrice americana. Nella camera d’albergo in cui si suicidò, all’interno del suo libro Dialoghi con Leucò, scrisse le parole d’addio: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. Cesare Pavese». E noi abbiamo detto fin troppo.

  22. La tomba di Stendhal, che detestava la mistica istituzionale


    La tomba di Stendhal al Cimitero Père-Lachaise, a Montmartre. Reca l’epitaffio, in italiano: «Arrigo Beyle / milanese / Scrisse / Amò / Visse / Ann. LIX M II [cioè visse 59 anni e due mesi: così usava scrivere nelle lapidi funerarie romane] / Morì il XXIII marzo / MDCCCXLII ». È stata rispettata, almeno in parte, la volontà dello scrittore, che però avrebbe preferito i dintorni di Parigi, il cimitero di Montmorency, invece di quello parigino di Montmartre. L’iscrizione completa, sempre in italiano, quella che aveva annotato nei suoi quaderni era: «Errico Beyle, Milanese, Visse, Scrisse, Amò. Quest’anima adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare».

    Com’è noto, qui nell’isola felice di Nusquamia disprezziamo la mistica dell’istituzionalità. Le foto della dott.ssa Serra, immancabilmente fasciata e tricolorata per dare lustro istituzionale a qualunque iniziativa della sua Amministrazione, compreso l’acquisto di un’auto usata (vedi qui sotto) ci metteva in uggia. Per scacciarla, ricorrevamo all’antidoto dell’ironia: praticamente l’unica arma a nostra disposizione, con un pizzico d’intelligenza.
    Parimenti non abbiamo mai mandato giù il degrado della dialettica politica (che invece, quella sì, è sacrosanta) a svolazzo di cacate carte: come piace al gatto padano e come è avvenuto in maniera clamorosa, e con tonfo fragoroso, quando si trattava di contrastare le varianti del Pgt: quelle che, come ultimo atto dell’amministrazione serrana, avrebbero consegnato ai curnensi una meravigliosa friggitoria di pollo, cucinato secondo la ricetta “segreta” del Colonnello Sanders: una delle tre “eccellenze” di Curno (le altre due sono la nuova scuola elementare e il Bibliomostro).


    La dott.ssa Serra trasforma in evento istituzionale, sottolineato dalla sciarpa tricolore e dal sorrisetto istituzional-asseverativo, l’acquisto di un’auto ibrida (e usata), L’Eco di Bergamo imbastisce sull’evento un articolo. La Toyota ringrazia.

    Ci piace pensare che anche Stendhal, il quale è quanto si può immaginare di più distante dalla mezza calzetta, detestasse l’istituzionalità. Era nato a Grenoble, l’antica Gratianopolis, più nobile certamente e più bella di Curno, ma a lui sembrava una città di merda. Gli piaceva Milano, invece (anche perché vi abitava Metilde Viscontini in Dembowski) che allora era una città vivacissima: tale vivacità è testimoniata dalla diffusione della sifilide tra aristocratici e letterati. Allora, in generale, e a Milano in particolare, le mezze calzette ancora stavano al loro posto, mica si agitavano come oggi. Pensando a Stendhal che disprezzava Grenoble, non possiamo fare a meno di sorridere dei buccinatori del localismo e dei propugnatori della mistica contadina e curnense.
    Nei suoi quaderni, dei quali qui sotto pubblichiamo un estratto, Stendhal (all’anagrafe Henri Beyle) chiede una sepoltura modesta, non a Parigi ma a Montmorency, esposta a levante e soprattutto senza niente di parigino, niente che sappia di vaudeville (oggi diremmo niente che sappia del gusto volgare per lo spettacolo). A ben vedere l’istituzionalità, dietro la quale sbavano le mezze calzette, è volgare: è roba, appunto per mezze calzette.

    Je n’ai jamais aimé avec passion dans ma vie que Cimarosa, Mozart et Shakespeare. A Milan en 1820 j’avais envie de mettre cela sur ma tombe. Je pensais chaque jour à cette inscription, croyant bien que je n’aurais de tranquillité que dans la tombe; je voulais une tablette de marbre de la forme d’une carte à jouer, Errico Beyle, Milanese, Visse, Scrisse, Amò. Quest’ anima adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare. N’ajouter aucun signe sale, aucun ornement plat. Faire graver cette inscription en caractères majuscules. Si je laisse de quoi faire cette tablette, je prie qu’on la place dans le cimetière d’Andilly, près de Montmorency, exposée au levant. Mais surtout je désire n’avoir pas d’autre monument, rien de parisien, rien de vaudevillesque, j’abhore ce genre.

    Per ulteriori notizie si veda A. Paupe, Histoire des Oeuvres de Stendhal, Paris 1903, p. 378.

    • Sinestesia (occhio, orecchio, 1^ F) epicurea: meglio della determinazione, dell’istituzionalità e delle cacate carte
      Cimarosa e Marie Laforêt

      Abbiamo scritto, sopra, della predilezione di Stendhal per Cimarosa, del quale qui ascoltiamo il Concerto per oboe e archi in Do maggiore.
      Dopo aver ascoltato Cimarosa “in purezza”, sentiamo adesso questa Prière pour aller au Paradis che Marie Laforêt ha arrangiato proprio sul tema del concerto di Cimarosa, rivestendo la musica di parole sue, in un momento in cui la bella e brava cantante franco-occitana, «la cantante dagli occhi d’oro», leggeva romanzi gotici e si domandava seriamente se fosse possibile la trasmigrazione delle anime e la reincarnazione. L’interesse per l’esoterismo e, più che l’interesse, il coinvolgimento, la porterà ad avvicinarsi e sposare un uomo che, come lei stessa denuncerà in seguito, mescolava esoterismo, finanza e traffico d’armi. A leggere le cronache, sembrerebbe che Marie Laforêt non si sia più ripresa da quell’esperienza. Ne è rimasta profondamente turbata, non è più lei. O non era lei quand’era così bella, intelligente e sensuale?

      In quest’altra registrazione il video è rovinato, ma val la pena vederlo, sia perché Marie Laforêt non sarà più così bella, e ispirata, sia perché quel libro che ha per le mani spiega il mistero di questo tratto della sua vita.

      L’arcano esoterico è disvelato in un precedente commento di Nusquamia: Filologia di una canzone. Siamo trasportati in un clima fogazzariano, parlo del Fogazzaro di Malombra, romanzo del quale ci occuperemo presto. Del resto per più di un rispetto Marie Laforêt ricorda Marina di Malombra e la stessa Marina Malfatti che la interpretava nello sceneggiato televisivo.

  23. Cinque anni fa

    L’immagine qui sopra presenta un articolo pubblicato a p. 19 del quotidiano sabaudo La Stampa, il 12 giugno 2013. Mi domando se il problema denunciato da papa Francesco sia ancora attuale. O forse dobbiamo considerarla “superata” e, più nacora, “politicamente scorretta”? Ha luogo, anche in questo caso, invocare l’inesistente “diritto all’oblio”? Eh, ma è acqua passata, dicono. Così si sente dire chi a Curno osi rievocare i fasti della Coa, il carrozzone tecnoburocratico “de sinistra”, finito come tutti sappiamo che è finito.
    Mi risulta, anzi mi risulterebbe (non ho la pretesa di essere informato sulle mode, sugli acronimi, sulle locuzioni all’ultimo grido del linguaggio coglione ecc.: non sono ossessionato dal “nuovo che avanza”, mi fanno pena coloro che si agitano per apparire fichi) che parlare di una lobby dei culetti allegri sarebbe oggi politicamente scorretto. E non tutti i culetti allegri sono intelligenti come Paolo Isotta, che giudica il politicamente corretto roba da mezze calzette. Mi risulta (mi risulterebbe) che una buona parte di loro, perlomeno quella che ha rappresentanza politica e mediatica, nonché molti di coloro che sono “in sonno”, come si direbbe in linguaggio massonico, auspicherebbero sempre più frequenti “buone pratiche” di estirpazione dei pregiudizi omofobi, come quella (con proiezione intensiva di slàid tutte da leggere) a suo tempo promossa dalla dott.ssa Serra con il contributo dello psicologo e psicoterapeuta curnense Maggioni.

  24. Anche a Georges Brassens la mistica istituzionale faceva schifo

    Georges Brassens, antesignano del politicamente scorretto. Qui sopra, interpreta Les copains d’abord, forse la sua canzone più bella, insieme alla sua Supplique pour être enterré à la plage de Sète, che presentiamo qui sotto.

    La supplica di Brassens perché sia sepolto sul litorale di Sètes, in Provenza fa il pendent con la richiesta di Stendhal perché non fosse sepolto a Parigi, e la lapide portasse l’iscrizione in italiano che abbiamo visto sopra in questa pagina. Si veda anche: Seconda e ultima appendice sul tema di bellezza e morte.
    Ma per avere un assaggio del talento anticonformista di Brassens — giusto per non parlare del Pronographe, dove prende atto del turbinìo delle mode e constata che «le crime pédérastique, aujourd’hui, ne paie plus» — si porga l’orecchio a questa sua “Tempesta in un’acquasantiera” (Tempête dans un bénitier), dove risuona il ritornello «Sans le latin, sans le latin / La messe nous emmerde).

    La canzone è scritta contro le gerarchie ecclesiastiche che, per apparire progressiste, hanno fatto il sodomita con il deretano altrui, prendendosela con il latino. Ma, in generale, oggi possiamo riferirla ai “preti con il coccodrillo” (il coccodrillo di Lacoste al posto della croce) e ai cattoprogressisti perlopiù inscrittibili al partito dei “cattolici non credenti”, quelli che hanno preteso di condizionare la politica italiana tenendo sotto schiaffo il Pd e che pretenderebbero di continuare a farlo ancora oggi, mutatis mutandis (come piaceva dire a Calderoli, ma l’espressione è latinissima, e non si riferisce alle mutande).

    Si veda anche quanto abbiamo scritto in La risposta di Brassens alla Chiesa che si sbarazza del latino.

  25. Dedicato ai giovanottini ambiziosetti e ai vecchi tromboni
    Quando si è coglioni, si è coglioni

    Anche questa canzone è di Georges Brassens, che ormai da tempo immemore abbiamo collocato nel sacrario degli uomini onesti, anticonformisti, avversari irriducibili della coglioneria e del politicamente corretto (i due concetti sono largamente sovrapponibili). La canzone, che s’intitola Le temps ne fait rien à l’affaire, cioè “Non è una questione di età”, ha come ritornello «Quand on est con, on est con», cioè quando si è coglioni, si è coglioni, e non è questione se si è “ggiovani” o “vecchi”. Essere coglioni è un dono di natura (dico così, “dono”, perché oggi soprattutto conviene essere coglioni).
    Per capire appieno la composizione di Brassens si può fare riferimento a questi due siti:
    Testo della canzone
    Analisi testuale

    Nota di terza F – La parola francese con deriva dal latino cunnus, che vuol dire “fica”: nel linguaggio corrente indica un idiota totale, uno scemo col botto, dunque quello che in italiano indichiamo come “coglione”. Anche se il cunnus è attributo femminile, mentre il coglione è attributo maschile. Si osservi infine che “coglione” deriva dal lat. coleus, che si trova scritto anche come culeus o colleus: propriamente un sacco di cuoio, qualcosa di più di un otre, idoneo al trasporto dei liquidi; quindi significò anche “scroto”; per esempio nel Satyricon di Petronio troviamo l’espressione «Si nos coleos haberemus», per dire “se fossimo uomini”: Petr. 44, 14).

    • Stefano permalink

      Si può portare una persona ad emozionarsi di fronte ad un qualcosa che, senza una guida, non susciterebbe in lei il minimo interesse?
      Se seguiamo il principio, difficilmente confutabile, della spontaneità e immediatezza degli stati emotivi legati a sollecitazioni estetiche (cioè quelle provenienti dai nostri sensi) dovremmo concludere con una risposta negativa.
      Si può ordinare a qualcuno di amare Bach? Di commuoversi ascoltando la quinta sinfonia di Mahler o di incantarsi estasiato di fronte alla Venere del Botticelli? Ovviamente no.
      Eppure, da quando insegno nelle scuole superiori ho una posizione diversa in merito. Devo necessariamente averla. Devo credere che sia possibile far entrare nel “campo visivo” di ragazzi e ragazze di 15 o 18 anni tutta una serie di stimoli che vadano a bilanciare, con un po’ di spessore e profondità, l’inconsistenza delle storie di Instagram, la realtà biecamente contraffatta di “temptation island” o il banchetto di sentimenti esposti come merce scadente al mercato degli stracci di “Uomini e Donne”.
      Ci devo credere e ci credo perché vedo i risultati. Certo non sempre e non con tutti. Ma quando al proporre ad una classe la lettura di alcuni brani de I Promessi Sposi ci si sente rispondere “Che palle il Manzoni, prof.!” e poi dopo alcune settimane, si vedono le facce incantate, attente, alcune perfino commosse, mentre ascoltano le sofferenze soffocate di Gertrude che, piuttosto che andare contro il volere del suo padre-padrone accetta l’ergastolo in un convento, allora si capisce di aver compiuto un piccolo salvataggio. Un salvataggio dalla mediocrità.
      Tutte le volte che, all’inizio dell’anno scolastico, ho una classe nuova, nei primi giorni dico subito loro che le mie materie (Letteratura Italiana e Storia) non sono utili. Nel senso che, specialmente la prima, non serviranno loro per fare meglio il ragioniere, l’avvocato, il dipendente delle poste o il farmacista. Serviranno loro, spiego, per fare meglio “la persona”, per essere cioè individui più articolati, più profondi e più belli. In breve, per saper emozionarsi di più e meglio. Non essere utile non vuole dire essere inutile. Le mie materie, continuo, non sono utili, sono qualcosa di più: sono superflue, nel senso etimologico del termine che riporta allo “scorrere sopra, più in alto”, e si possono studiare dunque per il puro piacere di farlo.
      Ovviamente qua le facce dei ragazzi sono sempre un po’ stranite e sono sicuro che la maggior parte di loro ancora pensa “ma che vuole questo da noi?”
      Ma poi durante l’anno, magari in un giorno piovoso di febbraio, succede che tu leggi un tal verso di Pascoli e vedi che dentro di loro (di alcuni almeno) si è aperta una porta su una stanza che fino ad allora non sapevano nemmeno di avere. Questo momento epifanico viene di solito esternato con frasi che variano a seconda della regione in cui ci si trova: in Toscana dicevano: “wow, tanta roba prof.”! A Milano vanno più sul “wow, strafigo prof.”! Ma il senso è lo stesso. Il senso è che hanno afferrato quel salvagente perché vogliono venir fuori, magari solo per un giorno, o anche per un’ora, dal mare della mediocrità ad asciugarsi un po’ al sole della bellezza.

      • La cultura “gratuita”, povera e bella

        Parole sante, forse ingenue, improntate all’ottimismo della volontà. Non so chi abbia scritto queste parole, l’autore ci fa sapere di essere un professore di liceo, tutto lascia pensare che sia un professore molto bravo; purtroppo non tutti i professori sono molto bravi. Così non tutti avranno la soddisfazione di vedere «le facce incantate, attente, alcune perfino commosse, mentre ascoltano le sofferenze soffocate di Gertrude che, piuttosto che andare contro il volere del suo padre-padrone accetta l’ergastolo in un convento». Immagino che sia necessario un lavoro preparatorio — banalmente, anche di spiegazione dei vocaboli — perché bravi professori mi dicono che gli studenti non capiscono l’italiano del Manzoni.
        Consideriamo per esempio questo pur breve passo, dal cap. IX dei Promessi sposi, con riferimento, appunto, a Gertrude, la Monaca di Monza:

        Era essa l’ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese, che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l’alta opinione che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo, per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de’ figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera. La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, non il suo consenso, ma la sua presenza. Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, e che fosse stato portato da una santa d’alti natali, la chiamò Gertrude.

        Intanto bisognerà spiegare il significato di questi vocaboli o locuzioni:
        — “poteva contarsi tra”, nel senso di “essere nel numero dei”
        — “doviziosi”: qualcosa di più che ricco, c’è un’idea di signorilità: infatti uno può essere ricco e sordido
        — “decoro”: qui il discorso si fa difficile, non solo perché la parola “decoro” può essere fraintesa, ma perché si tratta di spiegare ai ragazzi che cos’è il senso del decoro, cioè dell’onore; e non è cosa facile, perché Maria De Filippi, gli azindalisti, gl’imbonitori televisivi e certi giornalisti-domatori dei talk show (mi viene in mente L.T.) sono di fatto maestri di turpitudine, che è il contrario del decoro; inoltre si tratta di far la differenza fra il decoro vero, che è in relazione con il concetto di virtù, e il decoro dei sepolcri imbiancati
        — “in perpetuo”, nel significato di “per sempre”
        — “espressamente” (anche qui due parole di presentazione non guastano, perché anche gli avverbi, anch’essi, vogliono il loro rispetto; non possono essere impiegati come viene viene, come ha fatto più di una volta il gatto padano buttando giù l’avverbio (latino!) naturaliter, che secondo lui significa “ovviamente”, come talora in italiano)
        — “destinati al chiostro”: qui converrà spiegare che cosa significa propriamente “chiostro”, e come per sineddoche il vocabolo sia impiegato per designare il convento
        — “cadetti”: qui sarà necessario spendere qualche parola sull’istituto del maggiorasco
        — “la sostanza”, qui nel senso di patrimonio
        — “faceva bisogno”, nel senso di “era necessario”, come nel lat. opus erat
        — “d’alti natali”, con lo stesso significato del lat. nobili loco natus.
        Ma, più ancora che lessicale, per i ragazzi sarà difficile la comprensione contestuale, e — spesso — grammaticale, considerato che il periodare del Manzoni, in generale — dunque non parlo di questo brano specificamente — è fortemente ipotattico, cioè ricco di subordinate, proprio come il latino. Ed è un periodare al quale i nostri ragazzi solitamente non sono abituati.

        Ho apprezzato moltissimo queste parole del professore bravo (e fortunato): «Tutte le volte che, all’inizio dell’anno scolastico, ho una classe nuova, nei primi giorni dico subito loro che le mie materie (Letteratura Italiana e Storia) non sono utili. Nel senso che, specialmente la prima, non serviranno loro per fare meglio il ragioniere, l’avvocato, il dipendente delle poste o il farmacista». Sono parole che manderebbero in bestia i presidi-mongomanager, quelli che inseguono il “nuovo che avanza”, quasi fossero agrimensori di provincia, e parlano di “eccellenze”. E sono parole sacrosante.
        Complimenti comunque al professore che riesce a far afferrare ai suoi studenti il «salvagente» che consentirà loro di «venir fuori, magari solo per un giorno, o anche per un’ora, dal mare della mediocrità ad asciugarsi un po’ al sole della bellezza». Altro che mongomanager, altro che miserabile “determinazione”, anticamera dell’egoismo e della maleducazione! Viva la bellezza della cultura senza secondi fini e senza buzzurri Bibliomostri, merda alla determinazione!

  26. Lo stravento del gatto padano come il sarchiapone di Walter Chiari?

    Come i lettori di Nusquamia sanno, grazie al periscopio di Nusquamia, qualche tempo fa il gatto padano ha introdotto il concetto di “stravento”: lasciava cadere così, questo termine, con funzione blandamente terroristica, per fare il fico e accreditarsi come colui che le cose le sa, fin nei loro più riposti significati tecnici. Voleva darci a intendere che soltanto lui sa queste cose, cose “tecniche”, cose arcane: e invece è soltanto un termine vernacolare, che introdotto in italiano di soppiatto, senza alcuna avvertenza, induce in errore. Perché se uno legge “stravento”, pensa a un vento molto forte, mica alla pioggia. Tutt’al più si sarebbe potuto scrivere “stravento” tra virgolette, con l’annotazione “come diciamo noi agrimensori padani”. Insomma, il gatto parlava di una pioggia battente e inclinata per l’azione del vento, e ha usato il termine “stravento” per fare il vuoto intorno a sé (si compiace di essere temuto), come in altri tempi scriveva «Le cose, caro signore, IMHO non stanno così…», dove IMHO è l’acronimo di In my humble (opp. honest) opinion, cioè “A mio modesto parere”. Ma volete mettere, quanto è più fico dirlo in inglese, e per giunta in acronimo? Magari ci scappa l’applauso, non si sa mai, anche se è più probabile il pernacchio.
    Così, vedendosi sbarrata e, più che sbarrata, ridicolizzata la strada degli acronimi, il gatto fece ricorso allo “stravento”: cari signori, ma voi non lo sapevate che c’è lo stravento? Dunque, stravento di qui e stravento di là. E se non sapete che cos’è lo stravento, com’è che vi permettete di accollare alla comunità dei cittadini i danni recati dallo stravento alla nuova scuola elementare (la seconda meraviglia di Curno, la seconda “eccellenza”)?
    A questo punto, il gioco è chiaro: il gatto ha evocato lo stravento come un tempo usava fare con gli acronimi (ogni tanto però gli scappa ancora quell’UU TT, per dire “Ufficio tecnico”, laddove UU TT significa “uffici tecnici”, al plurale, perciò si raddoppiano le consonanti iniziali); o come, prima ancora, Carlo Campanini usava il sarchiapone (vedi il filmato qui sopra) per acquisire nel vagone ferroviario un punto a suo vantaggio, frutto di raggiro linguistico, e potersi sdraiare comodamente sui sedili.

    Un’analisi dell’uso spropositato della parola “stravento” si trova nell’articolo: Ancora lo stravento: uffa!.

  27. Framinda permalink

    Arrivi a 75 anni che pensi che la vita le’ bela.
    Ho mandato a cagare piu’ io in tutta la storia del cinema italiano che nessun altro.
    Ma si sa…”il vai a cagare pirla”…oggi non lo si usa quasi piu’….
    Chi riesce a fregarsene dei problemi poi alla fine vince sempre.
    […] E i ragazzi sono pieni di troppe cose che non possono far nascere un qualcosa che si possa definire Trash…
    Anzi oggi c’e’ troppa poca leggerezza…E le generazioni mie Teocoli, Boldi, Abatantuono, Villaggio…
    Non le eguagliera’ nessuno. ..
    Renato Pozzetto

    [Il messaggio era lungo, l’ho scorciato. Per leggere il brano firmato da Pozzetto per intero: Per i suoi 75 anni Renato Pozzetto ci racconta la sua vita in questa commovente lettera. Ma veramente questa lettera è stata scritta da Pozzetto? Viene qualche dubbio, perché il sito dal quale è prelevata si presenta con «promoted content», eufemismo per dire “pubblicità”. Fra la pubblicità, una pomata schifosa da spalmare sul pene (con foto del pene impomatato), onde garantirne l’erezione, in caso di flaccidità. Altri tempi, quelli in cui il cardinale bolognese… [ma chi era? non riesco a ricordarne il nome] così esprimeva le qualità del membro “naturale”: «Non lungo che tocchi, non grosso che otturi, ma duro e che duri». N.d.Ar.]

  28. Alfio permalink

    Sulla prima pagina del Manifesto di oggi 22 luglio:
    Questa è l’Italia. Un posto dove se fai impresa e alzi la testa vieni odiato fino alla morte (letteralmente).
    Gli italiani amano i soldi ed odiano i ricchi.
    Odiano anche chi ha preso in mano una azienda distrutta e l’ha rimessa in piedi (perdeva 1.5 mld di euro all’anno!).
    Forse sarebbe il momento di cambiare. Forse sarebbe il momento di dire che l’imprenditore crea posti di lavoro… non il governo. Non lo stato. Non i lavoratori.
    L’imprenditore. Che andrebbe ringraziato. Elogiato. Facilitato.
    Che è solo con se stesso e combatte ogni giorno.
    Per cercare di creare una vita migliore per se e per il posto dove vive.

    [Siamo sicuri che queste parole siano state pubblicate sul Manifesto? Direi che sono di segno opposto a quello che caratterizza il Manifesto. In rete non ho trovato riscontro. Che sia un caso di disinformazione di maniera putiniana? N.d.Ar.]

  29. Avviso ai naviganti

    Per qualche giorno sarò molto impegnato, perciò non scriverò su Nusquamia, né farò passare i commenti, non avendo né il tempo né il modo di controllare i contenuti dei messaggi (il ficòfono non basta) che potrebbero essere delle trappole, meritevoli di censura o risposta salace.
    Invito i soliti noti a non profittare del momentaneo riposo della frusta di Nusquamia per allargarsi e osare l’inosabile:
    • in particolare ci raccomandiamo con il gatto padano, perché non s’inventi nuovi “sarchiaponi” pour épater les bourgeois, che poi in questo caso non sarebbero nemmeno borghesi, ma poveri buzzurri;
    • parimenti facciamo voti perché i cattoprogressisti prendano atto delle proprie colpe e, se hanno ancora un barlume d’intelletto, si vergognino della propria ipocrisia e tornino ad ascoltare la Buona novella; farebbero bene a riflettere su questo passo del Vangelo di Matteo (XIX, 16):

    Ed ecco, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».

    • alla lobby Lgbt consiglio la lettura del Poeta russo ama i grandi negri (Frassinelli, 1985, ormai reperibile solo in antiquariato: vedi copertina qui sotto).

    I trasgressori saranno puniti, in base al codice delle leggi di rappresaglia.

  30. Chiara permalink

    La classe operaia va in paradiso, Indagini su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Todo modo, A ciascuno il suo: nei film di Elio Petri con Gian Maria Volontè c’è tutto, dalla letteratura all’analisi politica.


    Una foto di scena dal film di Elio Petri, interpretato da Volonté, La classe operaia va in paradiso. L’immagine è tratta dall’articolo Perché Volonté e Petri sono stati la coppia migliore del cinema politico italiano cui fa riferimento l’autrice del messaggio. [N.d.A.]

    • Nuovo cinema Nusquamia
      La classe operaia va in paradiso

      Prendo a pretesto il messaggio precedente, che pubblico soltanto adesso, a una settimana dalla sua ricezione (chiedo venia) per presentare il film La classe operaia va in paradiso, dove Volonté inpersona il mitico operaio Lulù, stakanovista e consumista (a casa aveva il radio-cane: un pupazzo enorme, tu gli torci il naso e la radio s’accende) che per rendere di più alla catena di montaggio pensava, e diceva: «Un pezzo, un culo; un pezzo, un culo». Ma alla fine Lulù s’incazza, se la prende con i padroni che lo coccolavano e da crumiro che era diventa rivoluzionario, con tutti i suoi limiti, s’intende, perch’era ignorante, e di molto. Non era come l’anarchico Pinelli, ferroviere dell’aristocrazia operaia (come parimenti erano tradizionalmente operai aristocratici i tipografi; i contadini invece, per lo più, anche se non tutti, si contentavano di riforme graziosamente perorate dal sistema cattolico).
      Su Elio Petri segnalo il seguente articolo, contenente un’analisi dei suoi film: The director who must (not?) be forgotten: Elio Petri and the legacy of Italian political cinema.
      Più di una volta ci è capitato su Nusquamia di fare riferimento a un altro film di Petri, interpretato sempre da Volonté, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, con particolare riferimento all’allocuzione tenuta davanti ai quadri della polizia, in occasione della sua promozione a capo della sezione politica. Il discorso termina con queste parole: «Repressione è civiltà». Ebbene, se non altro questo solerte funzionario meridionale, servo del sistema, è all’altezza della situazione; a suo modo è anche intelligente. Il confronto con Salvini è disastroso, per Salvini.

      Anche del film Todo modo ci siamo occupati: si veda Il film Todo modo è di nuovo in rete. In realtà su You Tube il film compariva e scompariva. Ricomparve quando scrissi l’articolo, scomparve subito dopo, anche se la sua circolazione in rete non danneggiava nessuno. Non erano tuttavia di questo parere le vestali del politicamente corretto, e non ci vuol molto a capire perché. Dopo l’omicidio di Aldo Moro, poiché nel film Volonté prese le fattezze e i modi di Aldo Moro, e i modi apparivano quanto meno discutibili, il film scomparve dalle sale. Non se ne ricavò la videocassetta (il Dvd doveva ancora venire), anche se il film è un capolavoro, apprezzato in tutto il mondo e sarebbe stato di sicuro successo commerciale, proprio allora: si tirò dal cappello la scusa che il negativo era stato perduto, a Cinecittà, a causa di un incendio, come se un Dvd non potesse ricavarsi dalla copia positiva, che certamente esisteva, in numerosi esemplari, tant’è che prima dell’assissinio di Moro il film fu presentato da Rai 3 e che, proprio recentemente, se ne è ricavato un Dvd. Quello che vedevamo su Rai 3 era il risultato di una videoregistrazione su Vhs della trasmissione televisiva del film.
      Non so a questo punto quanti acquisteranno il Dvd (del quale conservo la versione a suo tempo pubblicata su You Tube); soprattutto non so quanti sapranno riconoscere Aldo Moro nel protagonista del film; così Aldo Moro continuerà ad essere nell’immaginario politicamente corretto uno “statista”, proprio come si legge nei cartelli stradali.

      Immagino che avremo modo di parlare ancora di Volonté, tuttavia non posso fare a meno di accennare, almeno questo, all’interpretazione di un personaggio uscito dalla penna di Simenon, uno studente boemo, estremamente intelligente, che trovatosi senza risorse economiche, consapevole di una malattia che l’avrebbe di lì a non molto trascinato nell’altro mondo, e non potendo proseguire gli studi nei quali primeggiava, insofferente dell’ingiustizia sociale, decide di punire, lui povero ma intelligente, l’ambiente ricco e stupido del ristorante parigino La Coupole (forse nel film il nome è un altro, ma il ristorante è quello); tiene in scacco la polizia e avrebbe potuto vantarsi della perfezione del suo piano, se non fosse intervenuto Maigret. Insomma, una sorta di Raskonlikov, ed è evidente che Simenon si è ispirato a Delitto e castigo di Dostoevskij. È stata un’ispirazione felicissima. Il libro di Simenon e lo sceneggiato che ne ha tratto la Rai (alla cui realizzazione ha collaborato Camilleri) s’intitolano Una vita in gioco, il titolo originale è La tête d’un homme.
      In questo apparentemente modesto sceneggiato televisivo Volonté si è calato come non mai nel personaggio. In altre sue interpretazioni ammiriamo la bravura dell’attore Volonté, qui ammiriamo Volonté.
      Segnalo infine che nell’originale di Simenon c’era un’incongruenza, che gli scenaggiatori avvertirono e corressero. Penso che non valga la pena entrare nel dettaglio, oltre tutto non ricordo più quale, dovrei andare in cantina e ricuperare il libro, dove avevo annotato questo difettuccio: altri tempi, altra Rai.
      Buona visione, ne vale la pena. (Lo sceneggiato consta di tre parti.)

  31. Carlotta permalink

    Radical chic

    Vedi:

    [Questo filmato offre ampio spazio alla discussione sulle colpe dei similprogressisti che in Europa — come del resto a Curno, con in testa la sindachessa emerita dott.ssa Serra — hanno servito la vittoria, su un piatto d’argento, ai vari Le Pen, ai Salvini e allo stesso Giggino. Affronterò l’argomento in un prossimo articoletto, dove mi limito a considerare l’errore di Famiglia cristiana, periodico cattoprogressista, che ha demonizzato in copertina Salvini. In soldoni, Salvini non va demonizzato, ma demistificato. N.d.Ar.]

    • La confezione è di pessima qualità. D’altra parte che cosa ci si può aspettare da Rocco Casalino?
      La fabbrica delle bufale: in questo caso però gli untori della disinformazione sono di livello similcurnense. Dunque, calma e gesso. E un sorriso di benevola sopportazione

      Ha ragione Renzi, in questo caso: si veda l’Huffington Post, del quale riportiamo qui sotto lo “strillo”: fare clic sull’immagine per leggere l’articolo.

      Leggiamo sull’articolo che per la confezione della bufala «sul posto c’è Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, e almeno quattro o cinque fra i giornalisti chiamati recentemente a comporre il nutrito staff che gestisce la comunicazione di Palazzo Chigi». Disinforazione, pura disinformazione. Rocco Casalino, depilatissimo, non fa fare una bella figura agli Lgbt. Si veda su Vanity Fair (!) Dal Gf al G7, la rivincita di Rocco Casalino.

  32. Musica notturna delle strade di Madrid

    Ho rivisto di recente nel sito Rayplay il bellissimo film Master and commander, che narra le vicende di una fregata inglese che ha il còmpito di annientare la nave corsara francese Achéron che infligge gravi perdite alla flotta inglese (siamo in epoca napoleonica, nel 1805). L’Achéron è comandata da un capitano abile e astuto, e ha una struttura particolarmente resistente, inoltre è attrezzata con cannoni a lunga gittata. È vulnerabile soltanto dal lato di poppa, dunque occorre coglierla di sorpresa da quella parte. Il capitano inglese riuscirà con uno stratagemma ad avere il sopravvento, troncando l’albero maestro della nave corsara. Cerca il capitano nemico, lo trova nelle mani del medico che dice: «Il capitano prima di morire mi ha ordinato di consegnarle questa spada». Bene, la missione è compiuta, i capitano della fregata nomina capitano dell’Achéron il suo secondo, che andrà a Valparaiso. Lui fa rotta per le isole Galapagos. Parlando con l’amico, medico di bordo della fregata e naturalista, apprende che quella nave corsara in realtà non aveva medico. Dunque quel tale che si era presentato come medico sull’Achéron non era il medico, ma il capitano. A questo punto si inverte la rotta, la fregata inglese insegue nuovamente l’Achéron, ora in mano amica, per consegnarne il capitano camuffato da medico alla giustizia. E ci va in assetto di guerra, perché il capitano corsaro, con i prigionieri, avrebbe potuto riprendere possesso della nave.
    Insomma, l’inseguimento continua. Facendo buon viso a cattivo gioco, i due gentiluomini, il capitano della fregata inglese e l’amico medico e naturalista, che deve rinunciare a metter piede sulle Galapagos, dove aveva individuato un cormorano senza ali, che voleva catturare e presentare alla comunità scientifica internazionale, suonano la Musica notturna delle strade di Madrid di Boccherini:

  33. Nuovo cinema Nusquamia
    Master and commander

    Per vedere il film, fare clic sull’immagine qui sopra. Attenzione però: la visione è disponibile nel sito di Raiplay soltanto per cinque giorni, a partire da oggi (31.07.2018).

    Segnalo che il film non piacque alle femministe, perché è tutto virile. Niente donne determinate e iperclitoridee, e nemmeno donne piacevolmente femminili (come quelle che vedemmo nel film Gli ammutinati del Bounty). Le uniche donne che si vedono sono quelle di un’isola del Pacifico, forse prostitute, dove la nave fa scalo per rifornimenti; una è molto bella e occhieggia da terra verso il comandante della fregata, ma non c’è tempo per amplessi, si riparte immediatamente.

  34. Controcorrente: Fusaro su Marchionne

    Diego Fusaro riempie un vuoto lasciato incustodito dalla sinistra nobile, quella di tradizione sardo-ligure-piemontese. Del resto, lui è piemontese e qui ci parla da Spotorno (prov. di Savona), se non sbaglio, paese non bellissimo da cui si arriva facilmente per una passerella a mare al borgo incantato di Noli, del quale abbiamo più volte fatto parola, per esempio nell’articolo Via dai miasmi della politichetta.
    Diego Fusaro piace a certe sciacquette male acculturate: non è colpa sua, si dirà. Beh, fino a un certo punto, lui avrebbe il dovere di fare qualcosa per non piacere. E invece gli piace piacere, questo è un po’ il limite del suo “personaggio” che rischia di diventare quel che a Napoli si chiama “o’ suggetto”, per esempio quando si presta a certe comparsate alla Zanzara, la trasmissione radiofonica di Cruciani e Parenzo.
    Ciò premesso:
    a) da un lato prendiamo le distanze dal “personaggio” Fusaro e ci rifiutiamo di seguirlo in certe sue acrobazie intellettuali, come quando riprende il concetto lacaniano di “plusgodimento”, per non parlare di un certo suo avventurismo politico, che non gli fa vedere l’ipoteca reazionaria rappresentata da Salvini e Di Maio (laddove bisognerebbe denunciare l’inerzia, la cecità e l’individualismo delle dott.sse Serre d’Italia, che hanno fatto apparire i dioscuri populisti come portatori di verità negate);
    b) d’altro lato non possiamo negare che quella di Fusaro sia una voce fuori del coro, vivaddio per niente sguaiata, e non omologabile alle prodezze salviniane o grillesche. Sotto questo aspetto, nella sua attività di demistificazione, Fusaro appare parecchio in continuità con il ’68: diciamo con la parte nobile e libertaria del ’68, quello allo stato nascente, che fu aristocratico e antiborghese, certo non piccolo borghese come sarebbe stato il “dopo ’68”, tendenzialmente istituzionale nella rivendicazione dei “diritti”, spesso confuso con il primo (il gatto padano — cose da pazzi! lui così trombonescamente istituzionale! — si è vantato di essere un ex sessantottino). Quando Fusaro analizza l’ipocrisia dei sepolcri imbiancati della cosiddetta sinistra o i vezzi della Boldrina, noi siamo con lui; quando vede i limiti della politica di papa Francesco, che rischia di diventare — come scriviamo su Nusquamia — il leader di un movimento di “cattolici non credenti” e peggio ancora una sorta di copia carbone del Dalai Lama, pensiamo che il giovane filosofo abbia ragione; come pure quando smonta la mistica dell’Erasmus e l’ideologia del gender, o ridicolizza i “gender studies” di Martha Nussbaum.
    Fa bene dunque Fusaro a demistificare la mistica che ci si è affrettati a costruire su Marchionne, perché profittare della morte di qualcuno per veicolare messaggi propri è un’operazione necrofila, ignobile, è come fare i sodomiti con le natiche di un morto: bella roba! Come pure fu un’operazione necrofila quella di voler santificare Marina Ripa di Meana: ma lei stessa è un esempio da non imitare, anzi da condannare, altro che farne una santa. Poiché morì di cancro e indulse alla spettacolarizzazione della propria malattia, non mancò chi provò a imbastirci una mistica. Poi però l’operazione non andò in porto, per fortuna, perché a tutto c’è un limite. Contro la santificazione di Marina Ripa di Meana prendemmo posizione su Nusquamia: si veda per esempio Pornografia del dolore.
    Su Fusaro si veda quanto abbiamo scritto nell’articolo Fusaro invita i giovani ad essere un po’ meno sporcaccioni (in senso etico).

  35. Il trucco c’è, e si vede
    Nuovi linguaggi. Adesso la chiamano “Casa della cultura”: oh, yeah!


    La parola “Casa della cultura” ricorre due volte nell’articolo pubblicato sull’Eco di Bergamo, e non è casuale. Ma nessuno ha avuto il coraggio di dire: signori e signore, questa non è più la Biblioteca con annesso Auditorium, questa è la Casa della cultura di Curno. Oh, yeah! Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Ecco, ci siamo. Hanno preso il fiato, e il coraggio: adesso a Curno non si dirà più “Nuova biblioteca” (infatti ce n’è già una, e di una nuova biblioteca proprio non si sentiva il bisogno: al massimo, qualora si fosse posto un problema di incapienza, se ne potevano trasferirne i locali in qualcuno degli edifici pubblici dei quali il Comune di Curno ridonda). Non si dirà più “Nuova Biblioteca” e nemmeno B&A come piaceva al gatto padano che si dicesse (finalmente si è accorto, grazie a uno dei nostri rinomati tormentoni pedagogici che il ricorso agli acronimi è operazione fondamentalmente buzzurra) e nemmeno Bibliomostro, come piacque a noi di chiamarla: infatti, se gli agrimensori curnensi chiamavano Ecomostro il progetto dell’arch. Bodega, i filosofi dell’isola di Nusquamia, che hanno studiato latino e greco, a fortiori potranno chiamare Bibliomostro quella maxiopera, che è iniziativa velleitaria, paesanotta, per non dire buzzurra, anzichenò: e non mi riferisco al progetto architettonico, parlo proprio dell’operazione “culturale”, parto di menti agrimensurali e specchio di una visione agrimensurale della cultura. “Sì, adesso facciamo a Curno una megabiblioteca che farà invidia a tutti i paesi vicini e che addirittura sottrarrà fette di “mercato” culturale alla vicinissima Bergamo”. Questo sognavano le menti agrimensurali, quelle per cui tu erigi una biblioteca mostruosa ed ipso facto le pareti del paese di Curno, perfino quelle della friggitoria di pollo del colonnello Sanders, trasudano cultura: per miracoloso fenomeno di alloglossia ragionieri, agrimensori, mongomanager estenuati dalle sodomizzazioni dei corsi di formazione, impiegati incarogniti nella conquista di uno scatto di carriera, parleranno latino e greco, smetteranno di farsi le scarpe, non ricorreranno più al sistema delle denunce, anonime e non, nella speranza di fare del male ai loro nemici. Anzi, saranno generosi, non saranno più invidiosi, si esprimeranno in italiano fluente e senza borborigmi, qualcuno di loro rinuncerà a «prendere a plocade» i «maestrini sardagnoli», e i curnensi in massa cominceranno a pensare humani nihil a me alienum puto. I signori della Bergamo bene, verranno a Curno con il cappello in mano (questo è nelle speranze, questo si sente squittire, anzi sentiremo parlare ancora — c’è da scommetterlo — dell’eccellenza di Curno, sarà un bagno di buzzurraggine); sì i signori della Bergamo bene baceranno le mani ai “signori della cultura” curnensi (quali? si prevede una lotta intestina per occupare i posti in prima fila), perché Curno ha ormai la sua megabiblioteca, anzi la sua Casa della Cultura. Già: quale cultura? Una cultura a norma di cacata carta? Che si avveri il vecchio sogno della dott.ssa Serra di fare del Bibliomostro il Sacro Tempio del Politicamente corretto? Ma adesso che la dott.ssa Serra non è più in lizza, così sembra, ha senso ancora questo progetto? Qualcuno ha pensato al male che può fare alla cultura, quella vera, che è povera e libera, senza mordacchie e senza “sponsorizzazioni” moleste, e — diciamo la verità — un po’ anarchica, una Casa della Cultura in mano alla destra?
    Scriviamo da oltre cinque anni che di questa Nuova biblioteca proprio non si sentiva il bisogno, e avevamo previsto che, sotto sotto, se ne sarebbe convertita la destinazione d’uso, se non altro per accollarne i costi a un’utenza allargata. Infatti si parla di sinergie dell’Auditorium con il sistema scolastico. Vuol dire che paga il Ministero per la Pubblica Istruzione? Perché i curnensi potrebbero imbufalirsi, qualora si vedessero improvvisamente accollati dei costi strabilianti (non dimentichiamo i costi di esercizio degl’impianti, quelli del personale che dovrebbe essere potenziato, rispetto alla situazione attuale ecc.) per un’opera mastodontica, sovradimensionata e largamente inutile.
    Mi diceva la settimana scorsa una professoressa di Genova delle vicissitudini della biblioteca universitaria della sua città, che da anni è in via di trasferimento dalla sede storica all’ex Hotel Columbia, ma le cose vanno a rilento, sia per carenza di fondi sia per lungaggini burocratiche, legate anche a problemi strutturali: c’è inoltre chi paventa che con il trasloco dei libri dall’ex Collegio dei Gesuiti alla nuova sede, l’assetto strutturale del vecchio edificio ne abbia a soffrire. Diceva la professoressa che in latri tempi queste difficoltà sarebbero state scandite da proteste e occupazioni da parte degli studenti, anche perché il disagio sarebbe stato reale e tangibile. Oggi gli studenti sopportano, un po’ perché sono pecoroni, ma anche perché Internet offre soluzioni alternative. Anni fa, dovendo preparare una conferenza sulla storia dell’arte tipografica, in particolare sui suoi inizi avventurosi (la truffa di Gutenberg che vendeva i libri a stampa come manoscritti, i monaci Pannarz e Schweyn che traversano le Alpi con le cassette dei piombi e installano la prima tipografia a Subiaco), mi recavo ogni giorno, tranne quelli di chiusura, per venti giorni di seguito alla Biblioteca Angelo Mai. Il libro che dovevo consultare era era una “cinquecentina”, come si dice, di un certo pregio: ovviamente non solo non era disponibile al prestito, ma dovevo leggerlo, e prendere appunti, in una stanza a parte, sotto gli occhi del responsabile della Biblioteca, com’è giusto. In via eccezionale, ebbi il permesso di fotografarne alcune pagine: munito di una macchina fotografica russa e lenti addizionali, riprendevo le pagine del libro posato su una seggiola disposta su un terrazzino, opportunamente orientata dietro una porta-finestra che dà su Piazza Vecchia. Oggi quel libro si trova in Internet, si veda De ortu et progressu artis typographicae dissertatio historica. Lascio al lettore intelligente trarre il succo di quest’aneddoto.
    Oddio, abbiamo parlato della gloriosa Università di Genova, anche — almeno un po’ — di alta cultura. Però, fatte le debite proporzioni, si può anche scendere a parlare di cose pedestremente curnensi, e tirare la conclusione che di tutto si avrebbe bisogno a Curno, tranne che di una megabiblioteca: a) perché c’è Internet, inutile far finta che non ci sia; b) perché comunque a Curno c’è una biblioteca che è collegata al circuito bibliotecario della Provincia di Bergamo, che funziona benissimo; c) e per altre ragioni che abbiamo già esposte su Nusquamia e che richiameremo prossimamente in un nuovo articolo.

  36. Nuovo cinema Nusquamia: ma la visione è sconsigliata al gatto padano
    Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy


    Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

    Presentiamo un grande film epico, che si valse nella scrittura del soggetto e della sceneggiatura del contributo di grandi scrittori, tra i cui interpreti riconosciamo Gian Maria Volonté, del quale ci siamo occupati qualche articolo fa, un giovane Enzo Cannavale, la bellissima Lea Massari e ancora il tenebroso Jean Sorel, il composto Raf Vallone e Puppella Maggio, indimenticabile interprete del teatro eduardiano.
    La visione del film è sconsigliata al gatto padano, perché il regista è Nanni Loy, un maestrino sardagnolo che il gatto volentieri farebbe oggetto di una spietata lapidazione («noi i maestrini sardagnoli li prendiamo a plocade», così disse il gatto), tanto più che è intelligentissimo, senza radici mongoidentitarie, a parte quella che il gatto gli attribuisce come una colpa da espiare con la lapidazione, oblitterata dall’intelligenza e dalla cultura. Com’è noto, chi è intelligente non ha né Dio, né patria né padrone, disprezza le cacate carte, il servilismo e l’istituzionalità. E suscita invidia grandissima in chi è stupido.
    Una ragione in più per lapidare Nanni Loy sta nel fatto che alla fine del film, quando i tedeschi, dopo le quattro giornate dell’insurrezione napoletana, lasciano la città, sono così apostrofati dalla popolazione: «Jatavenne, ricchiune!». Il che è politicamente scorretto e “gravissimo”, sia nell’ottica del gatto padano, sia in quella della dott.ssa Serra.

  37. Stefano permalink

    Ragazza con lo spray mette ko lo strupratore. Preso il nigeriano, aveva già colpito.

    Quanta rabbia provate da 1 a 10 leggendo che esiste gente nelle nostre città che al vedere una donna, dice semplicemente: “ciao bella, ti voglio sc..” e altrettanto semplicemente se la prende, o in questo caso, tenta di prendersela?
    E quanta ne provate da 1 a 100 quando il giorno dopo leggete che quella persona non aveva il diritto legale di stare lì ed era in più già stato denunciato per violenza sessuale nel novembre 2007.
    Lasciate stare vi prego le questioni di razzismo. È una questione di semplice legalità. Quella persona non aveva il diritto di trovarsi lì, come io non ho il diritto di entrare nel duomo di Milano dopo l’orario di chiusura, come io non ho il diritto di entrare in Australia e in molti altri paesi senza un regolare visto e permesso di soggiorno.

    • Spray impepato contro immigrato intraprendente (?) e risposta non insipida dello scettico nusquamiense

      La notizia qui sopra segnalata riporta l’esortazione «Lasciate stare vi prego le questioni di razzismo. È una questione di semplice legalità». Giusto, le molestie e lo stupro vanno comunque condannati, anche quando, come pure talora avviene, ancorché in misura per il momento irrilevante, siano commessi da donne su uomini.
      Però una questione di razzismo si pone, se la notizia sullo stupratore immigrato, nella fattispecie nigeriano, non ha riscontro in fonti d’informazione quanto meno attendibili, grosso modo. Fermo restando che, anche se la notizia è pubblicata sul Corriere della Sera o sulla Stampa (fonti che considero mediamente attendibili, in fatto di cronaca nera), è pur sempre vero che di niente vi è certezza (solum certum, nihil esse certi: lo diceva Plinio il Vecchio, ed era una massima che piaceva parecchio a Montaigne), mi domando: come faccio a fidarmi di una notizia della quale non trovo riscontro recente? Non nego che il fatto segnalato possa sussistere, in astratto e in concreto: non sono come le dott.sse Serra d’Italia che hanno regalato la vittoria elettorale ai populisti, pur di ostentare dispettosamente il proprio similprogressismo e di fatto ottenendo il risultato d’indispettire gl’italiani. Però mi domando: se il fatto non è recente, perché segnalarlo? E se invece il fatto è recente, com’è che non ne trovo riscontro nella stampa attendibile, ma soltanto nel sito “Tutti i crimini degli immigrati”, che puzza di razzismo lontano un miglio? Perché soltanto qui, per esempio, si legge di un nigeriano nudo che alla Rinascente di Milano molesta donne e bambini.
      Accà nisciun’ è fesso: sappiamo come e perché le notizie false siano confezionate, sappiamo dell’esistenza di sedicenti “Web filosofi” (oh, povera filosofia! Salvini si vale, o si valeva, appunto, di un Web filosofo: ne abbiamo parlato su Nusquamia), sappiamo dei servizi di disinformazione e destabilizzazione operanti in rete, spesso con centrale operativa a san Pietroburgo, sappiamo quanto basta dei famigerati “algoritimi” (la parola piace parecchio ai buzzurri, sempre schierati con “il nuovo che avanza”) per il coglionamento dei gonzi.
      La segnalazione di questa notizia di stupro tentato, ma sventato con lo spray al peperoncino, avrebbe dovuto riportare la fonte, come facciamo noi qui di seguito, che riportiamo il collegamento al sito della Stampa di Torino:
      “Aggredite in strada in pieno centro a Torino. Abbiamo chiamato il 112: non è intervenuto”.
      La notizia, che abbiamo letto oggi anche nella versione cartacea del Corriere della sera, e che ha buone probabilità di essere attendibile, segnala inoltre che il molestatore ignudo è verisimilmente di colore e che le due donne hanno avuto difficoltà con il 112, che avevano chiamato per soccorso. Comunque è andata loro bene.
      Come vede, mi guardo dal commentare la notizia, più probabilmente la non-notizia, in termini politicamente corretti. Non c’è ragione perché i marginali e i minus habentes possano dire che io me ne frego del loro disagio “perché tanto tengo vigne a mare”. Non commetto gli errori delle dott.sse Serre d’Italia. E, per converso, non ho nemmeno aizzato i maginali all’esecrazione, all’odio e alla paura, per avere un ritorno elettorale, come farebbero i populisti. I margnali, infatti sono nostri fratelli, anche se con la mente obnubilata, frastornati dai vari Salvini e indispettiti dalle varie dott.sse Serra. Non si tratta nemmeno di “rieducare” i marginali, “estirpandone” i pregiudizi, come volle fare la dott.ssa Serra, quando ingaggiò lo psicologo Maggioni per estirpare i pregiudizi omofobici dei curnensi; e lei faceva così per onorare il contratto sottoscritto con la rete Lgbt-Ready, alla quale aveva promesso, a nome dei curnensi, “buone pratiche” Lgbt-friendly. No, ai marginali bisogna offrire l’esempio di un amore disinteressato per la politica, un esempio virtuoso. Così si reagisce al populismo, mica con i predicozzi e con l’indignazione a senso unico.
      In questa risposta — neanche tanto pepata — mi sono limitato a ragionare, perché ragionando non solo mi diverto ma, pro mea virili parte (gli organi virili non c’entrano: pro mea virili parte vuol dire “per quanto riguarda il mio contributo personale”), contribuisco a demistificare le bufale e a lastricare la via della ragione, della tolleranza, del progresso (credo, un po’ meglio di quanto possano fare le intemerate della Boldrina contro le cosiddette fake news: fra l’altro, a ben vedere, a lei interessano soltanto le questioni di “gender”: merda!).

      • Stefano permalink

        La notizia del tentato stupro è attendibile

        Vedi:
        Tentato stupro a Milano, il pm: «Processo con rito immediato per il 31enne»

        • Decapitare il populismo

          Ringrazio Stefano che ha fatto una ricerca in rete e ha trovato riscontro della notizia del tentato stupro a carico di una ragazza mentre — apprendiamo — aspettava il passaggio del treno allo scalo milanese di Porta Garibaldi.
          Non potevamo prestar fede a un resoconto di tono salvinesco, quello del Corriere della Sera è convincente,tanto più che è corredato di una registrazione fornita dall’Arma dei Carabinieri.
          Chapeau e di nuovo grazie a Stefano. Poiché siamo progressisti veri, e non progressisti d’apparato, mentre ribadiamo il nostro disprezzo per gli spacciatori di paura e odio, della cui semina malefica si sono avvantaggiati recentemente i populisti, ci guardiamo dal censurare la precisazione, non siamo quelli che impongono le mordacchie o esprimono insofferenza (per non dire peggio: “Basta! Punto! Non m’interessa!) per ciò che mal si combina con la propria narrazione “sacra”. Anche perché per noi non esiste una narrazione sacra, ci piace cercare la verità, e ragionare sui frammenti di verità via via acquisiti, pur nella consapevolezza della difficoltà di cogliere appieno la verità. Se la parola “onestà intellettuale” non fosse un parolone, per giunta sputtanato visto l’uso che ne fanno certi signori, soprattutto in ambito politicamente corretto, direi che ci sforziamo di essere onesti intellettualmente.
          E aggiungo che farsi carico del disagio dei marginali, prestare orecchio alle vecchiette che hanno paura a uscire di casa, per paura d’incontrare l’uomo nero, sforzarsi di capire i pensionati alcoolici che aspettano il miracolo di sentirselo “duro”, come diceva il vecchio Bossi, plaudendo adesso a Salvini, immedesimarsi nella disperazione di un disoccupato meridionale costretto a votarsi a san Giggino, tanto più che quelle carogne di aziendalisti gli dicono che se lui non ha denaro e potere non è proprio nessuno, ebbene tutto questo è preciso dovere di un progressista. Adesso lo dicono anche al Pd: lo dicono, appunto. Ma i fatti? L’esempio?
          Quando Minniti diceva che bisogna dare un giro di vite all’immigrazione facile e che occorre con la forza dei fatti mostrare che chi entra in Italia e, dato che ci siamo, gl’italiani stessi, non hanno soltanto diritti, ma anche doveri, e che se tutto rimane così com’è consegniamo il paese ai populisti, con il conseguente pericolo di crollo della democrazia e collasso del sistema socioeconomico e culturale italiano, aveva tutte le ragioni di questo mondo. Si tratta di levare il terreno sotto i piedi ai populisti, mentre, al contrario, i proclami similprogressisti delle dott.sse Serra d’Italia, il loro fastidio per Minniti, che fu lasciato solo, hanno contribuito in maniera determinante all’imbarbarimento dell’Italia. Leggiamo nell’articolo del Corriere della Sera segnalato da Stefano:

          Secondo gli accertamenti l’uomo era già stato denunciato per violenza sessuale nel novembre del 2017 per avere molestato un’altra donna, una fashion blogger che aveva anche partecipato a Miss Italia, mentre era seduta al suo posto su un treno della linea Milano-Lecco. Anche in questo caso la giovane aveva urlato e aveva chiamato i carabinieri e il 31enne era stato fermato, in stato di libertà, nella stazione successiva. L’immigrato, irregolare sul territorio italiano dal 2007, si è visto recentemente rifiutare un permesso di soggiorno per protezione internazionale a Milano, dove ne aveva fatto richiesta. Di fronte al diniego ha fatto ricorso, e quindi, in attesa del giudizio di merito, è legittimato a restare in Italia fino alla definizione del caso.

          Ebbene, vogliamo dirlo, da progressisti urbani (cioè non buzzurri, tanto per mettere i puntini sulle “i”), da progressisti veri, che niente hanno da spartire con i similprogressisti al caviale (la gauche caviar, così si dice in Francia), né tampoco con i “cattolici non credenti” di tendenza aziendalista e neoluterana, vogliamo dirlo da socialisti umanisti e scientifici, da uomini veri, che questo andazzo non va per niente bene? In Italia c’è il vezzo di trattare come fenomeni di emergenza certi accadimenti di sconcertante (purtroppo) normalità: la corruzione è normale, la mafia è normale, la perdita, da parte dello Stato, del controllo di aree sempre più vaste del territorio è normale. Purtroppo. Occorre una cospirazione delle intelligenze, una presa di coscienza della responsabilità che incombe su alcuni, più che su altri. Il professore universitario, quando è competente, e che purtroppo si defila, perché non si sa poi come butta, e che non prende posizione quando i coglionazzi dell’uno-vale-uno parlano di vaccini, scelte energetiche, sistema scolastico ecc., sappia che tacendo pecca di reticenza. Non mi rivolgo pertanto a tutti, sarebbe tempo sprecato, ma a coloro che hanno senno e cultura: l’emergenza populismo, come nella Lettera rubata di Edgar Allan Poe, è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede per quello che è. Bisogna decapitare il populismo, intelligentemente. Quando invece Famiglia cristiana dedica una copertina a Salvini imponendogli di retrocedere (Vade retro, Salvini!), fa il gioco di Salvini. Smettiamola con queste buffonate.

  38. zio Filandro permalink

    II effe


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    [Non so se il titolo dell’articolo sia stato partorito da Severgnini. Chiunque l’abbia scritto, ha giocato col fuoco, probabilmente senza avvedersene. Perché, in mancanza di un approfondimento del concetto, quell’ “idea platonica” si presta ad essere variamente intesa, quindi anche fraintesa. Posso pensare alla Repubblica di Platone che, come ha bene messo in luce il filosofo Popper, è uno stato totalitario, o addirittura posso pensare alla squadra di calcio come oggetto di concupiscenza da parte di vecchi pederasti, avendo Platone, com’è noto prese le parti della Venere celeste (o urania, che è la Dea dell’amore nobile, esclusivamente pederastico) contro la Venere volgare (o pandemia, che presiede all’amore eterosessuale ed eventualmente Lgbt). Vedi Seneca (‘De brevitate vitae’, XII):

    Quorundam otium occupatum est. [… Illum tu otiusum vocas] qui in ceromate (nam, pro facinus! ne Romanis quidem vitiis laboramus) spectator puerorum rixantium sedet?

    Cioè “Il tempo libero di alcuni è pieno di occupazioni. […] Dirai che impiega bene il suo tempo colui che si reca in palestra (oh, scandalo! perché i vizi per cui ci affaccendiamo non sono nemmeno romani! [*]) per starsene seduto e bearsi della vista dei giovanotti che lottano?”. N.d.Ar.]

    ……………………………………………
    [*] Qui Seneca allude al “vizietto greco”.

  39. Un modo intelligente di farsi perdonare la dimestichezza con lo “Sterco del Demonio”
    “Sterco del Demonio”, cioè il denaro, è espressione luterana: i cattoprogressisti della “convivialità delle differenze”, non si tireranno indietro, spero

    Così nel 2012 il Banco di Sabadell (Catalogna), in occasione del 130° anniversario, convocava davanti alla sua sede un’orchestra che suonasse l’Inno alla Gioia di Beethoven. Questo video di YouTube è stato visto (e ascoltato) da 60 milioni di persone (così ho letto, e potrebbe essere vero).
    Chissà se i similprogressisti di Curno, in particolare i cattolici non credenti, apprezzeranno il riferimento all’espressione di Lutero, “Sterco del Demonio”: essi sono, infatti, com’è noto, parimenti e gioiosamente aziendalisti e cattoprogressisti (leggono le brutte poesie di padre David Maria Turoldo, si emozionano con don Tonino Bello e con don Milani, sono pensosi riguardo al Vecchio Testamento insieme con Enzo Bianchi, della Comunità monastica di Bose, sono schierati contro Israele, dalla parte di Vera Baboun sindachessa emerita di Betlemme, e propagandista di Al Fatah, sono pensosi con Moni Ovadia ecc.: ma quando Renzi proiettava le slàid confezionate dalla McKinsey, con la benedizione dei soloni del turbocapitalismo, erano tutti schierati con il “nuovo che avanza”, per una visione aziendalista della politica; nessuno fiatava, allora).

  40. Anna Paola permalink

    Indipendentemente dalle diverse motivazioni sono un’immigrata ormai da più di 20 anni in Repubblica Ceca. lo so, non vengo proprio da un territorio sofferente come quello africano, ma dall’ “Africa Italiana”, la cosiddetta Terronia, e posso dirvi che, sia nel trasferimento dal Sud al Nord d’Italia, che poi un po’ più a Nord in Europa, non mi sono mancati momenti in cui mi sono sentita a disagio, per piccole cose magari, ma comunque per niente gradevoli, sia quando ero più giovane che oggi… per mia fortuna, però, mai come può essere per coloro che ad esempio vengono trattati come schiavi nei campi a raccogliere pomodori sotto il sole cocente senza acqua, cibo ed un tetto dignitoso dove riposare (questo insieme ad episodi di razzismo vari in Italia non sono una novità ma succedono da anni e sotto diversi governi, di destra e di sinistra, nessuno si salva né ieri né oggi).
    Sintetizzando molto, la mia piccola esperienza mi dice che è solo tutta questione di ignoranza dei singoli cittadini, e si aggiungono poi anche interessi di vario tipo in caso di sfruttatori e governanti.
    Allora cosa fare?
    Sognando un futuro migliore mi verrebbe da consigliare due cose per ognuno di noi come cittadini, tra i quali alcuni poi un giorno saranno magari governanti: tutti, ma proprio tutti, dovrebbero fare un’esperienza da immigrati nella propria vita, come? Magari lo si può rendere parte integrante di ogni percorso scolastico e lavorativo, settore privato o pubblico che sia, almeno un anno di crescita per studio e lavoro in un altro paese, più lontano è meglio è. Forse per i governanti qualche anno in più così imparerebbero tante cose…
    Poi bisogna educare i propri figli a sentirsi fin da piccoli cittadini del mondo, come? Smettendo di comunicare loro forti attaccamenti a noi genitori ed al proprio territorio di nascita, di etichettarsi in continuazione di questo o quel paese, città, villaggio di provincia… le proprie radici vanno amate e rispettate, costituiscono parte della nostra identità, non tutta, ma ciò non vuol dire attaccarvisi in maniera morbosa ed addirittura fanatica nei casi più estremi.
    Nessuno è proprietario di nessuno e niente su questo pianeta… nessuno ha la religione migliore… siamo uomini, donne e bambini uguali e tutti ospiti, immigrati sul pianeta Terra solo per il tempo di una vita di essere umano (così breve!)…
    E poi perché nascere, crescere e morire sempre nello stesso raggio di pochi km quando abbiamo a disposizione un pianeta meraviglioso (forse ancora per poco)?

    • I discorsi delle “anime belle” esasperano gl’italiani “brutti”. Le boldrinate sono grasso che cola per Salvini

      Ahimè, credo che lei cominci bene, ma conclude male. Lei esordisce ricordando la sua esperienza personale, e questo va benissimo. L’aderenza al principio di realtà è fondamentale, quando il discorso verte sul modo di rendere migliore questo mondo. Ci ricorda di essere figlia figlia dell’Italia meridionale, che è vissuta in quella settentrionale e che adesso vive ancora più a nord, in Europa settentrionale. Ci ricorda anche che nessun paese è esente dalla tentazione del razzismo, chi più e chi meno, e anche qui ha ragione.
      Poi ci dice che il razzismo è figlio dell’ignoranza e qui bisognerebbe cominciare a mettere i puntini sulle “i”. Perché è vero che sono frutto d’ignoranza le motivazioni del razzismo (anche quello semibonario dei padani che vantavano la propria scaturigine celtica, e così dicendo dimostravano di essere ignoranti), ma le ragioni per cui si è razzisti sono tante, alcune del tutto cervellotiche, altre derivanti da esperienze negative di coabitazione con gl’immigrati, da parte di singoli cittadini. Qui bisogna essere chiari, perché non si commetta l’errore delle dott.sse Serra d’Italia: non poche di queste esperienze negative sono reali, anche se non vanno né generalizzate, né esagerate, come piace fare a Salvini. Ma negarle, quando sono reali, significa portare acqua al mulino dei populisti. Dunque bisogna far qualcosa, perché così non si può continuare. Il discorso è lungo, su Nusquamia l’abbiamo affrontato solo in parte. Ma, tanto per essere concreti, e per non menare il can per l’aia, bisogna fare qualcosa perché chi approda in Italia non stia a ciondolare, fra l’altro — spesso — per incapacità del sistema di accoglienza. Se accogliamo, accogliamo bene: selettivamente e con un progetto d’integrazione. In ogni caso, stiamo alle cifre. Beppe Severgnini ci ricorda (Sette, 19 luglio 2018, p. 9) che «oggi ci sono più di 5 milioni di persone non nate in Italia (tra cui 1 milione di minori), l’8,3% della popolazione residente. […] Se sono adulti, lavorano, 2 milioni e mezzo hanno un regolare contratto. Se consideriamo anche i lavori non dichiarati (ad esempio, molte badanti che pure hanno la residenza), possiamo dire che la sotto-popolazione immigrata ha un tasso di occupazione più alto della media». Rimane il fatto che molti sono disoccupati e che per sopravvivere sono costretti a vivere di espedienti. Bene, bisogna evitare che questo stato di cose permanga.
      Dicevamo che occorre un progetto di integrazione, visto che accogliamo. Per avere un’idea di un modo corretto di affrontare il problema, proviamo a rileggere la Costituzione apostolica (1 agosto 1952) di Pio XII, Exsul familia. De spirituali emigrantium cura. Essa esordisce dalla Sacra Famiglia e da una citazione di sant’Ambrogio [*] che ci ammonisce a deporre ogni durezza e ad anteporre la salvezza delle anime alla conservazione dell’oro. Ma poi quale concretezza nella Costituzione apostolica di Pio XII! Altro che fru-fru di cattoprogressisti, altro che “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, altro che enunciazione di principi astratti, dove io faccio bella figura, e voi sgobbate. No, qui la Chiesa emana norme precise per la cura spirituale degli emigranti (Normae pro spirituali emigrantium cura gerenda) e si fa carico in prima persona dei problemi: la cura spirituale — capito? — almeno quella. Ma oggi chi si cura più dell’anima degli emigranti e degl’immigrati? I cattolici non credenti non hanno tempo per queste cose, nemmeno i sacerdoti che al posto della croce mostrano il coccodrillo di Lacoste. E non sembri poco, la cura spirituale, perché da cosa nasce cosa, nascono anche le opere di bene materiali, come abbiamo inteso mostrare con l’esempio di quel sacerdote nel paese di miniera dove mio padre era ingegnere (si veda Credere in Dio, o non credere. Van bene tutt’e due, purché si sia intellettualmente onesti). Perciò nella Costituzione apostolica il papa esorta ad una politica accogliente verso gli stranieri, che affida alla cura pastorale delle diocesi e ricorda che «Sant’Agostino, vescovo di Ippona, aveva insistentemente invitato i suoi presbiteri a non lasciare i loro greggi senza pastori durante le catastrofi (..) quando i sacerdoti sono al loro posto aiutano tutti con la forza che il Signore ha dato loro». Per capire il contesto, ricordiamo che si era nel 1950, a cinque anni dalla fine della guerra, quando «si contavano in Europa circa 12 milioni di sfollati, dei quali 1 milione e mezzo erano cittadini stranieri, giunti con le vicende belliche. Il loro rientro nei paesi di origine era lento e difficoltoso a causa nella mancanza della rete di comunicazione e dei mezzi necessari» (cit. dalla Cathopedia).

      Lei invece, cara Anna Paola, che cosa mi fa? Dopo esser partita da premesse giuste, arriva a proclamare che «tutti dovrebbero fare un’esperienza da immigrati», ipotizza in modalità piùccheserrana un «percorso scolastico e lavorativo» e addirittura «un anno di crescita per studio e lavoro in un altro paese»: cioè, una sorta di Erasmus forzoso? Forse nemmeno il gatto padano arriverebbe a tanto. E perché allora non obbligare i renitenti a sentire pallosissime conferenze con proiezione di slàid, intese a “estirpare” i loro pregiudizi? (come fece la dott.ssa Serra, per “purificare” il suo paese, Curno, e “convincere” i sui cittadini a deporre i pregiudizi omofobici). Lei proclama astrattamente il diritto a emigrare, senza accennare, nemmeno un po’, ai doveri degl’immigrati in terra straniera (e dello Stato che accoglie gl’immigrati).
      Lei qui sbaglia. O non vede che le dott.sse Serra d’Italia, le Boldrine, i cattolici non credenti ecc. hanno esasperato gl’italiani tanto da indurli a reazioni inconsulte, a voltare la schiena al Pd e a gettarsi nelle braccia dei populisti?

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      [*] «Quis autem est tam durus immitis, ferreus, cui displiceat quod homo redimitur a morte, femina ab impuritatibus barbarorum, quae graviores morte sunt; adulescentulae vel pueruli, vel infantes ab idolorum contagiis, quibus mortis metu inquinabantur? Quam causam nos etsi non sine ratione aliqua gessimus, tamen ita in populo prosecuti sumus, ut confiteremur multoque fuisse commodius astrueremus, ut animas Domino quam aurum servaremus» (Ambrogio, De officiis ministrorum, II, 28, 136-137).

  41. Mariangela permalink

  42. In preda ad ansia di prestazione copropapirologica, il gatto padano crea un nuovo falso e dà la stura a un delirio delatorio
    Crede di essere il grande inquisitore, quello che fa tremare le mutande al solo sentirne il nome

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    L’ultima impresa di disinformazione del gatto padano. Per leggere una riproduzione ingrandita del suo scritto, fare clic sull’immagine.
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    Ecco l’ultima del gatto padano: mi accusa, a norma di cacata carta, di aver violato il Codice dei beni culturali e del paesaggio: ma è un falso. Inoltre mi diffida dall’occuparmi di arte tipografica, e questa è grossa, soprattutto da un par suo. Ma procediamo con ordine.
    Sono tornato sull’argomento dell’inutilità di una biblioteca faraonica in un paese culturalmente depresso come Curno, in un articoletto pubblicato su questa stessa pagina, (Nuovi linguaggi. Adesso la chiamano “Casa della cultura”: oh, yeah!). In particolare mettevo in rilevo, pur senza cavalcare il “nuovo che avanza”, che poi tanto nuovo non è, l’impatto delle tecnologie digitali sui modi di fruizione del libro. Procedendo con metodo epidittico mostravo la verità dell’assunto portando il caso di un libro che consultai per venti giorni alla Biblioteca Angelo Mai di Bergamo, in vista della preparazione di una conferenza sullo sviluppo dell’arte tipografica, dalle origini ai nostri giorni (per la precisione, al tempo in cui preparai la conferenza, qualche decina d’anni fa). Quel libro, che s’intitola De ortu ac progressu artis typographicae dissertatio historica oggi si trova in Internet: pertanto potrei consultarlo tranquillamente a casa e, se proprio mi venisse l’uzzolo di averlo per le mani, di toccarlo, potrei sempre recarmi alla Biblioteca Angelo Mai, ma una volta, e non venti. Ecco il frontespizio del libro:

    Per sfogliare il libro, fare clic sull’immagine. Il libro è pubblicato su Google libri e non è stato digitalizzato a partire dall’esemplare conservato nella Biblioteca Angelo Mai.

    Avendo dimostrato con la forza dell’esempio l’impatto delle nuove tecnologie nella fruizione del libro, concludevo con queste parole: «Oggi quel libro si trova in Internet, si veda De ortu ac progressu artis typographicae dissertatio historica. Lascio al lettore intelligente trarre il succo di quest’aneddoto».
    Ebbene, il gatto non ha capito.
    a) Avevo scritto di aver avuto il permesso di fotografare alcune pagine del libro, ma il gatto scrive che avrei commesso l’illecito di aver fotografato tutto il testo, per poi pubblicarlo su Google libri.
    b) Avevo scritto che il libro si trova in Internet, mica che l’ho pubblicato io.
    c) Oltre tutto, visto che avevo fornito il nesso per aprire il libro su Google libri, il gatto avrebbe potuto verificare che il pdf leggibile in rete è frutto di una scansione (scansione, cazzo, e non scannerizzazione!) su scansore (scanner, in linguaggio coglione): sarei stato un mago se avessi realizzato un lavoro così preciso, a partire dalle riprese fotografiche delle singole pagine, per giunta a mano libera.
    d) Tanto più grave sarebbe il mio illecito, in quanto ne avrei ricavato un dupice lucro: sia nella stesura della conferenza, sia nella pubblicazione del libro su Google. Abbiamo visto che non sono stato io a pubblicare il libro su Google; aggiungo che tenni quella conferenza a Nizza, gratuitamente, in occasione di una sessione delle Feriae latinae organizzate da Clément Desessard, autore insieme a Basile Hypeau del pregevole volumetto Le latin sans peine, poi tradotto in numerose lingue. Qui sotto, alcune pagine della sceneggiatura illustrata della conferenza (in linguaggio coglione: storyboard), che comunque ho recitato a braccio.


    Sceneggiatura illustrata della conferenza. Per ingrandire l’immagine, fare clic sulla medesima.

    e) Ma l’uscita più spassosa del gatto è la sua diffida a occuparmi di arte tipografica. Lui dice che «non ho uno straccio di cacata carta in forma di laurea che [mi] autorizzi a fare l’esperto di composizione tipografica». Infatti: forse che è necessaria una laurea in cosiddette Scienze della comunicazione? È mio vanto non esserne ornato. Sorvolo sul fatto che possa dirsi esperto di arte tipografica il gatto padano, che si vantò di aver seguito un corso d’impaginazione con Adobe Indesign (perciò, in qualità di esperto, criticò l’impaginazione di una guida dei sentieri che portano a Bergamo alta, a cura di Perlita Serra), e sul fatto che il programma Indesign è una cacata pazzesca al confronto di Quark XPress, se si parla di cose serie (Adobe ha promosso una politica commerciale particolarmente aggressiva, pare che la stia spuntando, ma questo è un altro paio di maniche). Vengo al dunque: tutti possono occuparsi di arte tipografica e, ovviamente, ci sarà chi ne capisce di più e chi meno. Fra coloro che ne capiscono di più ci siamo noi che abbiamo avuto un’educazione sia umanistica, sia tecnica. Quanto al mio caso particolare, al tempo in cui preparai quella conferenza ero titolare di uno studio editoriale a ciclo completo, specializzato nella produzione di libri scientifici e filosofici. Tra i miei clienti c’erano la Bruno Mondadori e il Saggiatore.

    Basta così, gatto padano?
    Mi permetto di consigliare al gatto di annusare e agitare cacate carte più paesane, meno culturali e più rustiche, che meglio si confanno al suo personaggio, come quando si fece promotore della memorabile fatwa contro i maestrini sardagnoli:

  43. Tommaseus permalink

    Formazione:


    Per leggere l’articolo fare clic sull’immagine.

    [Ciumbia! e merda! N.d.Ar.]

    • Accà nisciun’ è fesso
      Domanda: MarcoBattaglia e il gatto padano s’iscriveranno al corso?

      Riassumendo: 3500 euro per seguire un corso parauniversitario di «pragmatica politica», coordinato da Roberto Maroni (boh…), articolato in dieci moduli spalmati su «tre mesi dedicati al mestiere della politica nella sua quotidianità e concretezza» (questo non c’è nell’articolo di Zapperi, lo ricavo da altra fonte). Le lezioni si tengono in forma seminariale il venerdì pomeriggio e il sabato successivo. A parte Massimo D’Alema, Gianni Letta e Giulio Tremonti, che sono (o furono) persone intelligenti, e Luigi Bersani che, se volesse, potrebbe dire cose parecchio interessanti, leggendo i nomi degli altri docenti c’è di che rimanere basiti: Irene Pivetti, per esempio (si presenterà alle lezioni vestita da cat woman?) Letizia Moratti (si presenta accompagnata da Muccioli?), l’immancabile Annamaria Testa, donna radical chic in carriera, erede dello studio di Pubblicità e Pubbliche relazioni Testa di Torino, per non parlare dell’ineffabile Maroni. Tra i consulenti — apprendiamo da un giornale pavese — figura tale Toni Muzzi Falconi, gran puparo delle pubbliche relazioni al tempo in cui a Milano molto si blaterava di “società civile”: per noi, un brutto ricordo.
      Poveri studenti, dirà qualcuno. Eh no, non siate ingenui. I paparini manderanno i pargoli a questo corso, del quale naturalmente si dirà che è un corso di eccellenza, perché prendano contatto con i docenti, e da cosa nasce cosa. Altri, più in là negli anni, ma «sanza lettere» (come diceva di sé Leonardo) s’iscriveranno per esercizio culilinctorio e per poter dire “Io ho studiato all’Università di Pavia!” Seh, come se avessero avuto come docente l’abate Lorenzo Mascheroni, che a Pavia insegnava algebra e geometria, e non Irene Pivetti. Ma i figli di papà, in particolare, s’iscriveranno perché l’aver frequentato il corso costituirà titolo di “eccellenza” e “razionalizzazione inculante” per giustificare l’accesso a posizioni di potere, fin dall’inizio di una raccomandatissima carriera, alle quali si sentivano destinati, per vocazione divina e raccomandazione terrena. Altro che “Onestà, onestà…”. I populisti dovrebbero sparare ad alzo zero contro questi corsi. Cesare Zapperi che cosa dice? Suvvia, un po’ di spirito critico, un pizzico di giornalismo anglosassone. Basta con il giornalismo anglorobicosassone!
      Comunque, ecco il calendario delle “sessioni seminariali”, che trascrivo dal giornale pavese:
      28-29 Settembre………..LEADERSHIP (squit, squit, squit!)
      5-6 Ottobre……………VALORI (anche qui, triplo squit!)
      12-13 Ottobre………….ASCOLTO (perché non “condivisione”? squit!)
      19-20 Ottobre………….TERRITORIO (ah, la parolina magica che fa tremare le mutande leghiste, oggi non più verdi, come quelle che Cota si fece allegramente rimborsare)
      26-27 Ottobre………….GENERAZIONI (perché non “ggiovani”?)
      9-10 Novembre………….NEGOZIATO (come nella migliore tradizione di Tayllerand, Alberoni e Richelieu? sarà dura con BoboMaroni e Irene Pivetti)
      16-17 Novembre…………ALLEANZE (cioè inciuci e improbabili “contratti”, e poi giù a dire “questo è nel contratto” e “quest’altro non è nel contratto)
      23-24 Novembre…………PROFESSIONE (titolo del cavolo: professione di fede, o professione intesa come mestiere?)
      30 Novembre……………RESPONSABILITÀ (uh, ma qui si parlerà di etica! mamma mia!)
      14-15 Dicembre…………LOBBYING (finalmente pane al pane e vino al vino).

  44. Nuovo cinema Nusquamia
    La Venexiana


    Per vedere il film e godere delle forme di Laura Antonelli, fare clic sull’immagine.

    Ecco un film che i lettori intelligenti di Nusquamia avranno già visto, ma che vale la pena rivedere. Anche perché film così non se ne faranno più: non tanto perché si possa escludere che nasca un nuovo talento come Laura Antonelli, ma perché femministe e lobby Lgbt tarperanno le ali al ripetersi del miracolo, già allo stato nascente.
    Il film (1985) è firmato da Mauro Bolognini ed è tratto da una commedia di anonimo, La venexiana, ambientata nella Venezia libertina del XVI sec. e scritta proprio allora. Il testo si trovava sepolto negli scaffali della Biblioteca Marciana di Venezia, fu scoperto agl’inizi del ‘900 e pubblicato a stampa nel 1928 per i tipi della Zanichelli, a Bologna. Il testo, in lingua veneziana, si trova in rete, nel sito LiberLiber: La venexiana.
    Di Laura Antonelli abbiamo già scritto su Nusquamia. Ci limitiamo a ricordare che era una santa, come prima di lei Romy Schneider e, prima ancora, Alida Valli (sia l’Antonelli sia la Valli erano nate a Pola, entrambe avevano la fronte a bauletto, come si vede nelle tele del Cinquecento), accomunate dalla cultura del dono: la davano con gioia, senza contropartita. Qualcuno profittò della sua generosità, la gettò negli sterpi della droga. Laura Antonelli si ritirò in una casetta a Ladispoli, dove desiderava di essere dimenticata, devastata nel fisico da un intervento di chirurgia estetica disastroso, con la psiche a pezzi, visitata da fantasmi mistici. Morì povera, avendo più volte rifiutato sussidi economici istituzionali (legge Bacchelli) e non. Ma è viva, più che mai, nel rimpianto degli uomini di cuore.

    E adesso vediamo se la dott.ssa Serra e il gatto padano, viribus unitis, saranno capaci di far togliere questo film dalla programmazione del canale reziale Raiplay.

  45. Il gatto prima confeziona il falso, poi viene smentito, infine insiste e si sputtana

    Nel numero 773 del suo diario il gatto insiste: rivendica valore di verità al delirio copropapirologico del numero 769, del quale abbiamo dato notizia sopra.
    Esordisce, lui così politicamente corretto, affermando che io avrei infilato su Nusquamia un messaggio riguardo alle mie predilezioni sessuali, testimoniate a suo dire dalla pubblicazione della coppa Warren custodita al British Museum. Sì, avevo usato quell’immagine nel contesto di un discorso che illustrasse la differenza tra l’amore pederastico cosiddetto socratico (vedi la voce “Amor socratico” del Dizionario filosofico di Voltaire) e quello, anche tra vecchie checche, rivendicato come un diritto istituzionalizzato o da istituzionalizzare, da parte della lobby Lgbt. E non vedo che cosa c’entri con la polemica sollevata dal gatto, che mi accusa falsamente di aver violato la legge in materia dei diritti della Biblioteca Angelo Mai, per avere io fotografato quel libro e averlo poi pubblicato su Google libri: dice lui, ma è falso.
    Lui dice che io «faccio capire» di aver fatto quel che lui dice. Ma che logica è mai questa, per cui quello che il gatto capisce a capocchia ha valore di verità? Sarà una logica curnense, della quale abbiamo già avuto notevoli e risibili esempi.
    Comunque, per tagliare la testa al toro, affermo che il gatto è un mentitore e, poiché fa riferimento a codicilli di legge, è un delatore reziale mendace. E faccio presente che:
    • quella mia conferenza risale agli anni ’80; forse del mio passaggio alla Biblioteca Angelo Mai c’è traccia in qualche registro
    • in ogni caso quando io facevo la mia ricerca, Google libri non esisteva (nasce nel 2004) e quello che comunemente vien detto Internet, inteso come World Wide Web è del 1991, non c’era neanche quello
    • il gatto scrive che «basta leggere cosa [Aristide] scrive per capire che fa intendere come la pubblicazione in rete sia opera sua». Io dico che, al contrario, prima di accusare, il gatto dovrebbe informarsi; avrebbe anche potuto notare che: a) nel frontespizio del libro, del quale ho fornito una riproduzione nella replica, non figura il timbro della Biblioteca Angelo Mai, ma un altro, recante una testa di Minerva e due lettere, una a sinistra e l’altra a destra, rispettivamente B e G che però non significano Bergamo, perché all’epoca non c’erano le targhe automobilistiche; b) che alla “sorgente pagina” del frontespizio si legge quest’informazione, che un cultore di cacate carte dovrebbe pur saper interpretare, e che costituisce un ulteriore indizio del fatto che il libro non è stato da me scandito e da me immesso in rete «Portions of this code are from MochiKit [è un sistema di caricamento dei dati: N.d.Ar.], received by The Closure Authors under the MIT license. All other code is Copyright 2005-2009 The Closure Authors. All Rights Reserved».
    • È ridicolo che uno come il gatto padano, proprio lui, ìnvido e infaticabile forgiatore di falsificazione (basta dare un’occhiata ad alcuni articoli pubblicati alla voce Gatto padano) pretenda che gli si dica chi allora, se non sono stato io, abbia pubblicato il De ortu ac progressu… su Google libri. Già, se io non gli dico chi ha pubblicato su Google libri, allora ha ragione lui, cioè la sua menzogna diventa vera: la solita logica curnense; come dire, se tu non sei in grado di mostrarmi lo scontrino di acquisto dell’orologio che porti al polso, allora ho ragione io che, pur mentendo, affermo che l’hai rubato.
    • Invito il gatto, a recarsi alla Biblioteca Angelo Mai, chiedere di consultare il libro e verificare su una tavoletta elettronica (tablet), della quale certamente dispone parecchi esemplari, se l’edizione su Google libri presenta somiglianza con l’esemplare bergamasco: i libri, soprattutto se antichi, non sono mai uguali. Verifichi perciò sia il timbro della biblioteca, sia l’annotazione nel verso, che indica le modalità di acquisto del libro («in auctione menarsiana», cioè in occasione della vendita della Biblioteca del marchese di Menars) e il prezzo pagato all’asta («novem florenis», cioè nove fiorini). Troppo difficile per un agrimensore? Coraggio, vada: e non si lamenti se lo tratto da par suo, come si merita!
    • Mi viene in mente quel falso clamoroso del gatto, quando affermò che Gandolfi avrebbe lasciato in eredità all’amministrazione serrana una cifra spaventosa di debiti fuori bilancio. Fu sbugiardato, cacate carte alla mano, ma lui allora se ne uscì con quest’affermazione autoassolutoria: ma io l’ho letto nelle comunicazioni di Locatelli! Anzi, Locatelli mi deve delle spiegazioni! A parte il fatto che Locatelli (o, meglio, Quantile, il finian-futurista che allora ne faceva il buccinatore) non disse esattamente così, ma chi crede di essere il gatto padano? Si veda Debiti fuori bilancio: il Laboratorio delle idee non elabora idee, ma disinformazione; il gatto padano ci mette lo zampino, ma è sbugiardato e ridicolizzato.
    Vabbè, facciamoci una risata e non ne parliamo più. A occuparsi delle menzogne del gatto si corre il rischio d’ingaglioffirsi. Paulo maiora canamus: niente più cacate carte, per carità!

    P.S. – Se il gatto vuole insistere, faccia pure. Ma lo fa a suo rischio e pericolo. Seguendo l’esempio di Ringo Kid, interpretato da John Wayne nel film Ombre rosse, ho l’abitudine di non sprecare tutte le munizioni in una volta sola.

  46. Luglio 2012: Claudio «Aquilini» Borghi, “scienziato” economico della Lega, lodava la Turchia perché non-euro
    Agosto 2018: l’economia turca è nel marasma

    Questo cinquettio di Claudio «Aquilini» Borghi è del luglio 2012:

    Com’è noto, la lira turca ha subìto un crollo e continua a precipitare, l’economia turca è nel marasma, i mercati europei tremano, i cittadini turchi si guardano bene dal seguire le indicazioni del loro presidente, il populista Erdogan. Lui esorta a vendere la valuta straniera e comprare la lira turca per arginare la speculazione e sostenere la valuta nazionalpopolare. Il popolo però, che è meno populista del leader populista, fa esattamente il contrario.
    Come se non bastasse, stretto dalla crisi economica, Erdogan fa più che mai l’occhiolino a Putin, essendo la Turchia membro della Nato e base di strutture militari dei paesi della Nato (Usa, Germania, Italia). Ecco le insatallazioni (per maggiori informazioni, fare clic sull’immagine; ricordarsi però di prendere le informazioni con le pinze, perché la fonte è un’agenzia d’informazione filoputiniana):

    Si prevede crisi internazionale, politica, militare ed economica. E bravo il nostro Claudio «Aquilini» Borghi! Un genio che il mondo c’invidia. Le banche italiane sono esposte per 16,9 miliardi di dollari con la Turchia, senza contare che l’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia, con 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari d’importazioni. Come compitino per le vacanze, veda Borghi se all’Italia il crollo della lira turca conviene. E provi a dimostrare che il crollo della Borsa di Milano, ieri la più malandata d’Europa, è colpa di Soros. Merda al populismo!

    • ALGIDO permalink

      Non credo, con buona pace dell’orso Yogy della politica Italiana che durerà molto il Boom economico della Turchia, anzi, è gia iniziata la rovinosa ritirata con relativa recessione. E sarà pesantissimo per noi europei.
      [Se ricordo bene, ho letto da qualche parte che l’Italia è il secondo partner commerciale della Turchia. La Ferrero potrà comprare le nocciole della Turchia a un prezzo stracciato, buon per lei, ma l’economia italiana risentirà negativamente della crisi economica turca. Qui non c’è sparata del battutista economico Claudio «Aquilini» Borghi che tenga. N.d.Ar.]

  47. Pesca permalink

    Prima effe (non idenditaria)

    [‘Omnia vincit amor’. E se in questo caso, invece che di amore petrarchesco, dovesse parlarsi di ‘prima F’ in purezza? Intendo la prima F di Nusquamia, nel cui stendardo campeggia il trigramma delle tre F, con dispetto — speriamo bene — dei passeggeri del tram chiamato “politicamente corretto”: Fica, Filosofia e Fonolinguistica. Beh, e se anche fosse prima F e non amore, che ci sarebbe di male? In tal caso di dirà: ‘Omnia vincit cunnus’. Insomma, viva l’amore e viva la cunna!
    Nota di terza F“Cunna” è voce dotta, menzionata fra l’altro dal Belli nel sonetto ‘La madre de le Sante’: «Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina, / pe ffasse intenne da la ggente dotta / je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina, / e ddà ggiú co la cunna e cco la potta». N.d.Ar.]

  48. Rilanciare la spesa pubblica permalink

    Alla manutenzione l’Italia preferisce l’inaugurazione.
    – Leo Longanesi, 1955

    [Parole sante, in questo triste momento. Speriamo che ci risparmino la retorica, le esternazioni a capocchia. Speriamo che si tacciano i miserabili che si agitano e s’ingrassano con la pornografia del dolore. N.d.Ar.]

  49. Curno ha già una biblioteca: grazie inoltre alla Rete Bibliotecaria Bergamasca, non ha bisogno del Bibliomostro

    Adesso, come abbiamo visto in questa stessa pagina, la tendenza è quella di indicare il Bibliomostro non più come “Nuova biblioteca”, o Biblioteca ed auditorium (B&A, come piace al gatto padano, fanatico di tutti gli acronimi), ma come “Casa della Cultura”: se pensiamo, da un lato, alla disgrazia per l’Italia di aver avuto come Ministri della Pubblica istruzione prima la sciura Moratti di Milano, poi, di male in peggio, la sciura Valeria di Treviglio, e al concetto di cultura che alberga presso gli assessori alla cosiddetta cultura nei Comuni d’Italia (vi ricordate la zarina? “Sì, sì, facciamo così: ‘lui’ lo vuole! Deus volt!”), c’è poco di che stare allegri. Ché per loro la cultura nella migliore delle ipotesi è un bene di consumo, di poco valore, buono ai fini della visibilità personale e di tutta l’amministrazione; nella peggiore, sconfina con la Sagra dello gnocco fritto (o forse c’è qualcosa di peggio che mi sfugge?).
    Quel che è certo è che Curno non aveva bisogno di una Megabiblioteca, che è mostruosa non perché gli architetti abbiano steso un progetto mostruoso, ma perché mostruosa è l’ambizione politica che la presuppone, provincialmente velleitaria o, per dirla con una sola parola, buzzurra. Una sbruffonata con cui Curno pretendeva di bagnare il naso ai paesi vicini. Oltre tutto Curno dispone già di una sua biblioteca, e questa biblioteca ha la fortuna di essere una delle 250 biblioteche della Rete bibliotecaria bergamasca, per cui se si cerca un libro e la biblioteca di Curno non ne dispone, il libro può essere richiesto a una qualsiasi delle biblioteche di rete: il libro sarà disponibile dopo pochi giorni lavorativi. Come scrivevamo in Curno ha già una sua biblioteca. Il Bibliomostro non è necessario: «Iscrivendosi alla Biblioteca di Curno, i cittadini hanno diritto di accesso al prestito della Rete bibliotecaria bergamasca, comprendente 451.743 titoli, a parte i libri per ragazzi».
    Si possono richiedere non soltanto libri, ma anche Dvd di film belli e meno belli. Alcuni bellissimi. Per esempio, c’è un piccolo capolavoro interpretato da Emmanuelle Béart, che negli anni ’90 lasciò traccia memorabile di sé interpretando film come Un cuore in inverno, del quale abbiamo parlato più di una volta, o come La belle noiseuse, del quale abbiamo parlato nella pagina precedente di Nusquamia. Questo piccolo capolavoro s’intitola Nelly e Monsieur Arnaud, e l’edizione italiana del Dvd è introvabile. Ho ordinato un’edizione ancora reperibile nel mercato francese, con audio francese/spagnolo. Ma un cittadino di Curno, volendo, avrebbe potuto ordinare l’edizione recante l’audio italiano/francese, recandosi in Piazza del Municipio, entrando nella Biblioteca di Curno e facendone richiesta; la richiesta può essere formulata anche da casa, via Internet. Il ritiro, ovviamente va fatto alla Biblioteca di Curno. Infatti il Dvd è disponibile nella Biblioteca di Pradalunga: al momento in cui ho fatto la ricerca, è disponibile comodamente (anche) per i cittadini di Curno, pochi giorni dopo la formulazione della richiesta. Ecco la scheda del film, alla quale si accede facendo clic sull’immagine sottostante:

    Scheda del film che i cittadini di Curno (uno alla volta) possono ritirare persso la loro Biblioteca, quella non-mostruosa. Qui sotto, provino (in linguaggio coglione: trailer) del film: atmosfere parigine meravigliose, fichitudine divina della Béart.

    Insomma, non abbiamo niente da cambiare, rispetto a quanto scrivevamo anni fa: Il turboprogetto della nuova Biblioteca di Curno: e se ne cambiassimo la destinazione d’uso?
    A dire il vero, il momento più opportuno per trovare una nuova destinazione d’uso sarebbe stato quello dell’Amministrazione serrana, perché alla dott.ssa Serra non mancavano le aderenze per vendere l’edificio a qualche fondazione legata agli ambienti cattoprogressisti, catto-neo-luterani e aziendalisti con copertura di mistica etica. Ma più forte ancora era per la dott.ssa Serra il desiderio di trasformare il Bibliomostro in una sorta di Tempio del Politicamente corretto, che ne avrebbe promosso l’immagine nel mondo. Vero è che la dott.ssa Serra siede tuttora come assessore nel Consiglio di amministrazione di Curno, della quale è l’elemento dominante, di fatto la sindachessa-α: perciò l’Amministrazione Gamba è denominata serrano-crurale (dal lat. crus, -ris, “gamba”). [*] Il fatto è però che molte premesse sono cambiate, i sogni di gloria sono quanto meno rimandati. E con essi è sfumata la prospettiva di una vendita vantaggiosa del Bibliomostro. Rimane la prospettiva di una vendita meno vantaggiosa, sempre meglio che tassare a sangue i cittadini per l’esercizio di una struttura inutile. Qualcuno ha fatto i conti, quanto verrebbe a costare qualora veramente entrasse in funzione, a regime (a parte le inaugurazioni, l’utilizzo temporaneo in comodato d’uso alle scuole ecc.)? Voglio dire: personale, riscaldamento, assicurazioni, sorveglianza ecc.?
    Come esempio di adattamento di un’idea di edificio, dall’una ad altra destinazione d’uso, si consideri la sede di Segrate della Mondadori, rielaborazione di un progetto che nella formulazione originale era finalizzato alla sede del Ministero degli esteri; nella sua rielaborazione, il progetto fu adattato alla funzione di sede di uffici con tipologia cosiddetta open space.


    Qui sopra, sede della Mondadori, nella brughiera di Segrate. In basso, il palazzo Itamaraty di Brasilia, sede del Ministero degli Esteri, Brasilia. Entrambe le opere sono progettate da Oscar Niemeyer.

    Niente impedirebbe dunque che il Bibliomostro curnense possa diventare, per esempio, sede della lobby internazionale Lgbt, con sede operativa, biblioteca e sala di proiezione di film Lgbt-friendly, compreso il film Sebastiane (per cui si veda Wikipedia a questa voce), con ingresso gratuito per gli aderenti alla rete Lgbt-Ready, con la quale la dott.ssa Serra, a nome dei curnensi, si è impegnata a buone pratiche di sradicamento dei pregiudizi omofobici. Divenuto sede culturale mondiale degli Lgbt, il Bibliomostro sarebbe un attrattore formidabile, a Curno spunterebbero come funghi nuovi alberghi, si avrebbe un indotto pazzesco, un drastico crollo della disoccupazione giovanile e il paese conoscerebbe finalmente uno sviluppo economico che — quello sì — desterebbe invidia nei paesi vicini. Altro che l’eccellenza della friggitoria di pollo secondo la ricetta segreta del colonnello Sanders! Pfui!

    …………………………………….
    [*] A proposito, da qualche tempo, ultimamente, il gatto padano insiste sul concetto di sindachessa alfa (lui veramente dice “sindaca”). Io non gl’impedisco di usare quest’espressione, ci mancherebbe, ma lui farebbe bene a citarne, almeno una volta, l’origine: l’espressione infatti è di conio nusquamiense (ma è capace di dire che invece l’espressione è di sua invenzione, come già pretese di aver fatto a proposito dell’aggetto siffredico, altro conio di Nusquamia). Si veda per esempio Sindachesse α e β, dove scrivevamo di una «dialettica tra la sindachessa emerita (che non ha mai fatto mistero della sua determinazione di femmina α) e la sindachessa in carica, che finora ha dato l’impressione di essere una β-sindachessa, una che ha accettato la candidatura più per fare un piacere a qualcuno che perché ne avesse gran voglia», che è del 24 novembre 2017: e, ancor prima, scrivevamo, il 22 febbraio 2016, in Todo cambia? Benissimo che «il fronte delle maestrine si va incrinando: l’atteggiamento della dott.ssa Serra di femmina alfa comincia ad essere avvertito come indisponente».

    • Emmanuelle Béart

      Poiché abbiamo nominato Emmanuelle Béart, ecco una sua intervista d’inizio carriera, ed è di una bellezza e dolcezza incredibile:

  50. Quis custodiet ipsos custodes?
    Ponte sul Polcevera. Beh, qui ha ragione Di Pietro.


    Per ascoltare la dichiarazione di Di Pietro, fare clic sull’immagine.

    Eviterò, come ho promesso, di sciacallare sulle disgrazie altrui per far passare messaggi propri. Disprezzo la pornografia del dolore, a maggior ragione disprezzo il profitto elettorale, e d’altro tipo, che si appende inevitabilmente al dolore. Il presidente Pertini che intralciava le operazioni di salvataggio di Alfredino e che in favore di telecamera non si schiodava dal sito di Vermicino è una pagina ben triste, viva ancora nella memoria dei meno giovani.
    Questo non significa però mettere la ragione sotto chiave. Ha ragione Di Pietro quando afferma: sì, ma se tu metti un commissario ed esautori ipso facto la Società Autostrade, con quali strutture interviene il commissario?
    Di mio aggiungo che, a rigor di logica, non basta “aver fatto i controlli”. Quali controlli? Tempo fa ricordavo su Nusquamia quel che mi diceva un amico che lavorava in una azienda produttrice di cavi telefonici. Mi diceva che loro eseguivano due tipi di controlli sul prodotto: quelli a norma di cacata carta (lui diceva “controlli per i coglioni”) e quelli seri, non obbligatori ma utili, quelli che effettivamente garantivano la qualità del manufatto, non previsti dalle cacate carte. Dunque, quali controlli, e dove, cioè in quali parti delle strutture? Questo doveva sorvegliare il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, mentre era compito di Autostrade per l’Italia fare i controlli. Cioè Autostrade per l’Italia sono i custodi. Ma il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti doveva custodire i custodi. Dunque, come scriveva Giovenale a tutt’altro proposito (con riferimento alle scappatelle coniugali delle matrone) Quis custodiet ipsos custodes? I custodi hanno bisogno di essere custoditi, e custodire i custodi era il còmpito del Ministero delle Infrastruttore e dei Trasporti.

  51. Guido Cavalcanti permalink

    Moda:


    • Facendo clic sull’immagine è possibile vedere il servizio della trasmissione Report dedicato alla lobby delle scatolette, probabilmnente la principale fonte di finanziamento della lobby animalista, quella che vorrebbe rendere disponibili ai cani le strutture diagnostiche finora dedicate agli uomini.

      L’articolo è scritto da Nicla Panciera, giornalista di Wired, una rivista di sensazionalismo che pretende di essere scientifico, schierata con il “nuovo che avanza”: tutta roba che piace parecchio a chi è lontano le mille miglia dal rigore scientifico. I buzzurri, in particolare, vanno pazzi per il nuovo che avanza. Non so se la giornalista sia caduta di proposito o inavvertitamente in un trappolone: ma lo studio “sc-scientifico”, di fatto spezza una lancia per dare libero accesso ai cani nelle strutture diagnostiche di risonanza magnetica nucleare, concepite per la diagnosi di patologie umane. La giornalista non cita il titolo originale dell’articolo, ma basta risalire alla fonte perché tuto sia chiaro: «Would it be safe to have a dog in the MRI scanner before your own examination? A multicenter study to establish hygiene facts related to dogs and men», dove MRI scanner significa “Magnetic Resonance Imaging scanner”, cioè “Scansore per risonanza magnetica tomografica”. Così se i cani entrano nelle strutture predisposte per gli umani, s’incrementa il business, pubblico o privato che sia. Tutta roba che piace da pazzi alla lobby dei cani, della quale la lobby delle scatolette per alimenti canini e felini è soltanto la punta dell’iceberg. Trovo squallida quest’operazione di lobbying.

  52. Lupo magico permalink

    Roma Eur

    Vedi:

    • La ragione come antidoto del populismo
      La tensiocorrosione e la lezione di C.E. Gadda


      Il Silver Bridge, ponte sospeso sul fiume Ohio, costruito nel 1928, crollato dopo 39 anni di esercizio per il fenomeno di tensocorrosione, causando la morte di quarantasei persone.

      Abbiamo deciso, riguardo alla catastrofe di Genova di mantenere un profilo sobrio. Ma la nostra non è sobrietà serrana, cioè albagia, o indifferenza («Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani», così scriveva Antonio Gramsci). No, semplicemente non vogliamo cantare nel coro dei buzzurri e degl’ignoranti. Siamo antipopulisti da sempre, come quando — i lettori affezionati di Nusquamia lo ricorderanno — ci ribellavamo alla dittatura del “senso comune”, che personificammo nella malefica sciura Rusina. Tanto per fare un esempio, con buona pace di Pasolini e di Ermanno Olmi, noi diffidiamo della “cultura contadina”, sia perché ci sembra azzardato parlare di “cultura” (nel mondo contadino c’è di tutto, c’è del buono ma c’è anche molta bestialità), sia perché quella “cultura” tende a diventare mistica, e noi siamo di natura demistificatori.
      Dunque, per il momento ragioniamo, verrà il momento per giudicare: per noi il giudizio è una proposizione con un soggetto e un predicato: ma quel predicato deve essere appropriato, mica quello che viene in mente al volgo, come viene viene. I processi sommari, la macelleria messicana di piazzale Loreto ci fanno orrore.
      Ma veniamo all’articolo pubblicato sul giornale sabaudo La Stampa, segnalatoci dal lettore. Direi che, una volta tanto, leggiamo un articolo onesto: niente enogastronomia, niente culilinctus, nessuna concessione — ingenua o pseudo-ingenua — a questa o quella lobby. Il clou della faccenda, in risposta alla domanda “Perché le costruzioni romane sono pressoché eterne?”, sta nella considerazione: «le costruzioni romane lavoravano sempre per compressione, e mai per trazione». Corretta anche l’analisi delle cause di degrado del cemento armato: la carbonatazione del cemento che comporta l’insorgenza di uno stato fessurativo e la corrosione galvanica. Ma non è da trascurare il fenomeno di tensiocorrosione, che induce nei metalli altrimenti duttili uno stato di fragilità tale da comportare una rottura improvvisa. Tra le cause principali del crollo del Silver Bridge, qui sopra illustrato, c’è, appunto, il fenomeno di tensiocorrosione.
      Non abbiamo elementi per dire che la tensiocorrosione è la causa del crollo del viadotto sul torrente Polcevera. Diciamo che è una concausa da prendere in considerazione. Il commissario Ingravallo, quello del romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di C.E. Gadda, parlava del gomitolo delle concause, il famoso “gnommero”:

      Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse «riformare in noi il senso della categoria di causa» quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi.

  53. joannes carolus permalink

    Ricordo il giudizio critico del professor Leo Finzi ai bei tempi dell’università. Il ponte era stato appena inaugurato con grandi proclami sulle magnifiche sorti e progressive, ed in effetti era affascinante l’immagine delle tensostrutture in calcestruzzo. Ma il sobrio Leo sostenne che l’esigenza di scavalcare la ferrovia non giustificava l’esibizione d’una tanto ardita ipotesi strutturale, quella cioè di far lavorare a trazione un tirante di calcestruzzo precompresso. Suppongo che già allora si conoscesse il comportamento del calcestruzzo nel tempo, la sua propensione a cavillarsi ed a sfarinarsi sotto l’aggressione dell’aria inquinata, ma com’è noto, in italia i Pesenti erano più potenti e ammanigliati dei Falk, e l’italia fu cementificata.

    • Già, gli interessi materiali… e gli gnomi delle pubbliche relazioni che tessono il drappo mistico che ammanta gl’interessi materiali. In questo caso, il drappo mistico, come spesso, è all’insegna del “nuovo che avanza”.
      Ma non dimentichiamo la follia di voler trasportare le merci su gomma, come si dice, tutte o quasi, e anche qui si capisce quali interessi alimentassero tale follia. Ah, la Fiat! E l’Avvocato, che stile! (L’Avvocato peraltro aveva i suoi meriti, aveva la cittadinanza americana, come ai nostri tempi la non rimpianta Giovannina Melandri, e risalì lo stivale, sul finire del conflitto bellico, con i badogliani. Quindi si trasferì in America e molto si adoperò, ai massimi livelli, per evitare che la Fiat scontasse il fio di essere stata un’industria piucchefascistizzata e, soprattutto, un’industria di guerra. Pare che gli alleati se la fossero legata al dito. L’Avvocato fu alla bisogna un abile diplomatico e un ottimo scopatore.) E pensare che l’Italia disponeva di una rete ferroviaria esemplare: subito dopo l’unificazione, nel periodo dal 1861 al 1876 si costruirono 376 km di nuove linee ferrate all’anno; le traversine ferroviarie venivano dal disboscamento delle montagne, soprattutto nelle regioni meridionali. Ma negli anni della ricostruzione, quindi del miracolo economico, e in seguito per molti anni ancora, quello sforzo industriale postunitario, e quella ricchezza, furono posti in non cale.

  54. Nomen omen permalink

    Cazzatine tecnologiche con acronimo

    [Già, gli acronimi piacciano parecchio ai buzzurri, ne vanno pazzi. In questo caso SSZ sta per “Separated Sound Zone”. Quella contro gli acronimi è un’antica battaglia di Nusquamia. Ma non ci siamo inventati niente, nell’ ‘L’uomo a una dimensione’ di H. Marcuse è già scritto tutto, a proposito della valenza mistificatrice degli acronimi. I ‘minus habentes’ abboccano all’amo, sono pupi, eppure cacheggiando gli acronimi credono di avere una marcia in più. N.d.Ar.]

  55. Luciana permalink

    Anche io lo trovo antipatico ma e’ davvero l’unico che dica cose sensate…

    Scrive Matteo Renzi:

    ORA BASTA!
    Bisogna rispondere, punto su punto, colpo su colpo.
    Perché chi tace oggi sarà giudicato complice domani.

    1. Di Maio dice che il suo governo è il primo a non aver preso soldi da Benetton o Società Autostrade e che Benetton non gli ha pagato la campagna elettorale. FALSO!
    Vedendo le carte scopriamo che io non ho preso un centesimo né per la Leopolda, né per le nostre campagne elettorali. E ciò significa che Di Maio è un bugiardo. E uno sciacallo. Ma come se non bastasse si scopre che Società Autostrade ha finanziato la Lega e che il Premier Conte è stato legale di Aiscat, la società dei concessionari di autostrada: l’avvocato del popolo diventa all’improvviso l’avvocato delle autostrade. Quindi se Di Maio vuole sapere chi prendeva soldi dal sistema autostradale lo deve chiedere al prossimo Consiglio dei Ministri, non a noi.

    2. Attaccano Delrio. E mi fanno schifo perché Delrio è un galantuomo come sanno tutti quelli che lo conoscono. Il metodo lo conosciamo: tutti contro uno sui social. Contando sulla superficialità del messaggio e sul silenzio impaurito degli amici della vittima. E’ un metodo infame, già visto tante volte contro di me, contro miei amici, contro membri della mia famiglia. Ma i vigliacchi non mi hanno mai fatto paura. E allora lo grido qui: giù le mani da Graziano Delrio. Accusare Delrio su questa vicenda è assurdo prima ancora che ingiusto. Una dimostrazione è il punto che segue, quello sulle concessioni.

    3. Quando e perché è stata prorogata la concessione? Nel 2017, seguendo le regole europee, dopo un confronto col commissario UE Vestager (altro che leggina approvata di notte, è una procedura europea!), si è deciso di allungare la concessione di quattro anni, dal 2038 al 2042, in cambio di una fondamentale opera pubblica: la GRONDA, l’opera che avrebbe decongestionato anche il ponte Morandi. Io ti allungo la concessione (che scadrebbe comunque tra più di vent’anni) e tu in cambio mi dai SUBITO un’opera pubblica. Prorogare la concessione è stata una scelta del Governo per avere subito l’opera pubblica che avrebbe decongestionato il traffico a Genova. Contro la Gronda erano i 5 Stelle che nel 2012 definitiva FAVOLETTA l’ipotesi del crollo del ponte, che nel 2014 con il genovese BEPPE GRILLO volevano bloccare la Gronda “anche usando l’Esercito” e che nel 2018 con Toninelli hanno proposto ancora di cancellare l’opera. La proroga tra vent’anni della concessione serviva a fare subito la Gronda. E Genova ha bisogno della Gronda, dei lavori sul Bisagno, del terzo valico, degli investimenti sul Porto: tutte opere finanziate nella scorsa legislatura.

    4. Il Ministro Toninelli è sparito, commissariato da Di Maio che tutte le sere è in TV, ovviamente senza contraddittorio, perché se fa un confronto con uno che conosce le carte è finito. Lanciamo un appello: Toninelli abbia il coraggio di venire in Aula la settimana prossima. Si interrompano le ferie, si riapra il Senato e Toninelli venga a dire SI o NO alla Gronda. Questo Governo dice no a tutto: NoGronda, NoTav, NoVax, NoEuro, NoIlva. Venga in aula, Toninelli, e vediamo se ha qualche notizia intelligente da dare. Genova attende risposte.

    5. Sui social ci sono troppe FakeNews. Ci vorrebbe una commissione di inchiesta del Parlamento su questi temi. Ma ho come l’impressione che Salvini e Casaleggio abbiano molta paura che si indaghi su questi temi, chissà perché. Allora noi chiediamo a tutti di segnalare le FakeNews e la becera propaganda diffamante. Abbiamo creato un gruppo di avvocati: porteremo in Tribunale tutti, senza guardare in faccia nessuno. E segnaleremo all’Autorità delle Comunicazioni ogni singola fake news

    Infine: il balletto intorno alla possibile revoca della concessione è molto strano e sicuramente richiamerà l’attenzione della Consob. Trovo incredibile che un uomo di legge come il Premier possa dire “Non aspettiamo i tempi della Giustizia” (poi uno si stupisce se gli stranieri smettono di investire in Italia). Quello che per noi è fondamentale è che Autostrade paghi. Parlare invece oggi di revoca significa regalare ad Autostrade 20 miliardi e la possibilità di tirarsi fuori dai lavori di rifacimento delle opere. Eh no. Autostrade deve pagare, a cominciare dal rifacimento del Ponte Morandi e dalla realizzazione della Gronda.

    Governare non significa fare la corsa per prendere un Like [Il grassetto è mio: N.d.Ar.]. Bisogna affrontarla tutti insieme, in modo civile, non con l’approccio di chi si sente al Bar Sport sotto casa.
    Bisogna smettere di diffondere bugie come fa Di Maio perché la campagna elettorale è finita e lui è al Governo adesso.
    E bisogna che quelli che sono al Governo capiscano finalmente che quello che il loro movimento definiva FAVOLETTA oggi è una tragica realtà.

  56. Il demonio del gatto padano

    C’est le Diable qui tient les fils qui nous remuent!
    Aux objets répugnants nous trouvons des appas;
    Chaque jour vers l’Enfer nous descendons d’un pas,
    Sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

    Baudelaire

    Nel n. 776 del suo diario il gatto padano con acribia agrimensurale e risibilmente delatoria insiste affermando che dovrei pagare «i diritti al custode-proprietario del bene sfruttato», nel caso di specie (come piace dire a Di Pietro), alla Biblioteca Angelo Mai. Infatti ivi ho consultato un libro e da tale consultazione avrei ricavato un lucro. Insomma, gli studiosi di tutto il mondo sono avvisati: se voi leggete un libro in una biblioteca pubblica e da quella lettura traete materiale per un articolo retribuito, per una conferenza retribuita o per la stesura di un nuovo libro che presenti i risultati di una ricerca svolta leggendo anche quel libro, ebbene, pagate! Ma chi lo dice? L’oracolo curnense, il gatto padano! Lui è la sacerdotessa dell’oracolo, la Pizia. E se non lo prendete sul serio si arrabbia di brutto.
    Si veda in proposito quanto abbiamo già scritto nell’articolo In preda ad ansia di prestazione copropapirologica, il gatto padano crea un nuovo falso e dà la stura a un delirio delatorio. Da principio il gatto sosteneva che avrei tratto un gruzzoletto dall’aver pubblicato su Google libri il trattato De ortu ac progressu artis typographicae. L’ho invitato a verificare che quest’opera, presente, su Google libri, sia proprio quella conservata alla Biblioteca Angelo Mai, da me a suo tempo consultata, quando ancora Google libri non esisteva. L’avrà fatto? Penso di no, ma il gatto — bontà sua — scrive che «a questo punto la polemica sulla pubblicazione della cinquecentina in Google book conta zero», a petto del fatto che comunque avrei lucrato su quella lettura, visto che ho tenuto una conferenza dove presentando i contenuti di quel libro, avrei percepito un compenso. Io avevo scritto «tenni quella conferenza a Nizza, gratuitamente, in occasione di una sessione…», ma lui, che è una sacerdotessa infallibile, sa che ho percepito un compenso. Ecco: la mia parola, quella di un uomo d’onore, contro la parola di un agrimensore male acculturato, notoriamente malefico, tessitore di disinformazione, come ampiamente rilevato nelle pagine di questo diario. Non mi sembra il caso di aggiungere altro. Il gatto se ne stia nel suo inferno, e subisca con rassegnazione i tormenti del suo demonio. Oppure si faccia esorcizzare, provi a rivolgersi ai cattoprogressisti (perlopiù non credenti, ma che importa?) di Curno, i quali– immagino — lo rimanderanno a uno psicanalista, meglio se lacaniano, nel suo caso. Tra gli psicanalisti, i lacaniani sono quelli che più di tutti somigliano agli esorcisti. In ogni caso, il gatto non riuscirà a trascinarmi nel suo inferno. Come non riuscirà mai a spiccare il salto dalla palude copropapirologica, su in alto, dove l’aria è limpida e non pute di cacate carte.

    • Priore permalink

      Pute la terra che questo riceve

      V. Dante, Inferno, VI, 12.

      • Pute la cacata carta, putido è l’affannarsi intorno ad essa

        Il lettore fa riferimento a quanto scrivevamo in un commento precedente: «[Il gatto padano] non riuscirà mai a spiccare il salto dalla palude copropapirologica, su in alto, dove l’aria è limpida e non pute di cacate carte», dove il verbo “putire” era una reminiscenza di letture dantesche. A freddo, non avrei saputo dire dove Dante usasse questo verbo. Ce lo ricorda il lettore: ricorre nel canto VI, che è il canto dei golosi, dove campeggia la figura di Ciacco. I golosi giacciono nel fango, tormentati da una una pioggia di grandine, acqua lutulenta e neve:

        Grandine grossa, acqua tinta e neve
        per l’aere tenebroso si riversa,
        pute la terra che questo riceve.

        Cioè il terreno sprigiona una puzza schifosa, battuto dalla pioggia, la «piova etterna, maladetta, fredda e greve» che al gatto padano piacerà — immagino — chiamare “stravento”, all’uso degli agrimensori padani.
        Ricordo di sfuggita che san Paolo così definiva i golosi: «quorum Deus venter est». Analogamente del gatto padano potremmo dire «cuius Deus cacata charta est». Ma è una definizione che può estendersi a tutti gli Azzeccagarbugli, pestiferi cazzeggiatori giuridici (i quali, se non altro, a differenza degli agrimensori con delirio giuridico-delatorio, hanno studiato latino: ma questa circostanza costituisce per gli Azzeccagarbugli un’aggravante).


        Illustrazione di Gustave Doré per il canto VI dell’Inferno; Dante e Virgilio prestano orecchio a Ciacco: «Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco, / seco mi tenne in la vita serena. / Voi cittadini mi chiamaste Ciacco.”» (‘Inferno’, VI, 49-52).

  57. Cultore non puerco permalink

    Ah, divina creatura!

    [Mi compiaccio con il lettore che si dichiara “cultore”, cioè cultore della prima F: una specie ormai in via di estinzione, perlomeno così vorrebbero certe “buone pratiche” care ai cattoprogressisti non credenti e per soprammercato di tendenza neo-luterana. Altri si dichiarano “cultori” di materie giuridiche, e scrivono sul curriculum vitae “Sono cultore di materie giuridiche all’Università di…”. E che significa? Immagino che se loro scrivono così, ci sia dietro una gabbola di cacata carta, c’è da giurarlo. A questo serve il cazzeggio giuridico, ad ammantare di giustizia l’ingiustizia (vedi l’Azzeccagarbugli del Manzoni), a fare del male agli altri e a procurare vantaggi ai propri clienti e, all’uopo, a se stessi. N.d.Ar.]

    • Certo, divina creatura!

      Vedi:


      Per vedere il film ‘Divina creatura’ di Giuseppe PAtroni Griffi, interpretato da Laura Antonelli, Terence Stamp e MArcello Mastroianni, fare clic sull’immagine. Il film è tratto dal romanzo dello scrittore svizzero proto-dannunziano conte Luciano Zuccoli von Ingenheim.

  58. Stefano permalink

    Sono seduto da mezz’ora in un bar di Torre del Lago a leggere e non ho potuto fare a meno di ascoltare le conversazioni dell’unica barista con i clienti che entravano:
    – mi dispiace, ma non mi funziona il fornetto, la focaccia non la posso scaldare
    – mi dispiace sono rimasta senza pezzi da €5
    – no, mi dispiace, non facciamo servizio al tavolo perché sono da sola
    – mi dispiace, abbiamo finito il vino bianco e fino a domani i rifornimenti non arrivano
    – mi dispiace, ma le mappe della Versilia sono riservate solo ai clienti dell’hotel (adiacente)
    – ehm, ….., mmm, donte spikke inglish (rispondendo ai tentativi di una coppia americana di ordinare un sandwich)
    La settimana scorsa si leggeva sui giornali locali che il turismo qui è calato quest’anno del 30%.
    Chissà perché….
    In centro del paese molti negozi e bar storici sono chiusi o sono scomparsi. Dispiace vedere morire così un pezzo storico di Versilia (poco lontano, a Livorno, è ambientato ” Le notti bianche” di Luchino Visconti).

    • Nuovo cinema Nusquamia
      Le notti bianche

      Le notti bianche? Vi accenna Stefano nel commento precedente, ed è un bellisimo film di Luchino Visconti, tratto da un racconto giovanile di Dostoevskij, ambientato nella “Venezia nuova”, un quartiere storico di Livorno, che il regista milanese volle ricostruire in studio, e così si spiega la fotografia meravigliosa del film. Tra gli interpreti, un giovane Marcello Mastroianni, in gran forma (strepitoso quando s’improvvisa ballerino di rock ’n’ roll al tempo 1 : 12 del video qui sotto, che presenta il film per intero), e una tenera Maria Schell.

  59. La Venere de’ Medici in tre dimensioni


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    La Venere de’ Medici può essere ammirata al computer in tre dimensioni, grazie al progetto di numerizzazione — The Uffizi digitization project — della Galleria degli Uffizi di Firenze in collaborazione con l’Indiana University (o viceversa?).
    La statua, di fattura ellenistica, verisimilmente una copia in marmo di un originale in bronzo, appartiene al genere cosiddetto della Venus pudica: infatti Venere (o Afrodite, visto che la statua è greca), ancorché ignuda di sua volontà, all’uscita da un lavacro marino (come ci fa capire il delfino ai suoi piedi), pare che voglia con le mani coprire le sue forme, nei limiti del possibile.
    Alla base della statua leggiamo ΚΛΕΟΜΕΝΗΣ ΑΠΟΛΛΟΔΩΡΟΥ ΑΘΗΝΑΙΟΣ ΕΠΩΕΣΕΝ, cioè “Fece Cleomene figlio di Apollodoro, ateniese”. Ma la scritta risale al XVIII sec.: a quel tempo tale attribuzione era abbastanza comune, quando si volesse dare maggior valore all’opera che, comunque, in questo caso, è di fattura pregevole. Tale perlomeno è il parere degli studiosi moderni, ma la questione è controversa: si veda il Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, alla voce Cleomenes.

  60. La cultura a Curno? Ma se veramente la dott.ssa Serra ha detto che scappare da Curno è salutare, ebbene, ha perfettamente ragione

    Nel n. 781 del suo diario il gatto padano ci fa dono di nuove geremiadi sul Bibliomostro curnense, condite di osservazioni irrilevanti ma a suo parere micidiali. Come quando scrive che «il prestito interbibliotecario funziona se tutte le biblioteche provvedono ad acquisti mirati ad ampliare la disponibilità del patrimonio librario (e non) provinciale». Perché, forse che l’attuale Biblioteca comunale di Curno non provvede ad acquisto di libri et al., comunque disponibili alla Rete bibliotecaria bergamasca? E quel “mirati” che c’entra? Si ha l’impressione che la logica curnense del gatto sia modellata su quella del mercato delle vacche (il contadino furbo imbroglia le carte e frega quello meno furbo). Ma se il gatto ha l’ardire di volersi mettere alla pari con noi, e per nostra somma benevolenza tanto gli concediamo (siamo molto pazienti e fin troppo “democratici”), abbia almeno la compiacenza di mettere da parte le strategie di astuzia contadina. Scrive dunque il gatto:

    Il ragionamento dell’idiota di turno [sarei io, a detta del càllido agrimensore male acculturato, improvvisato Azzeccagarbugli con scappellamento delatorio a destra, quello che non conosce le regole del ragionamento e se ne fa un vanto; N.d.Ar.] è esattamente coerente con l’idea della sindaca emerita Serra per la quale la “cultura” a Bergamo città basta e avanza.

    Cioè la Nuova biblioteca, anche secondo la dott.ssa Serra, sarebbe un’opera inutile e velleitaria, una specie di Ponte di Messina in salsa buzzurra (si tenga a mente la differenza tra buzzurro, burino e cafone). Tant’è che adesso si parla di Casa della Cultura, lasciando così intravedere la possibilità che il megaedificio sia aperto al pubblico ogni tanto, solo ogni tanto, una volta completato.
    Non so quale sia esattamente il pensiero della sindachessa emerita dott.ssa Serra, in questo momento. Ma se la dott.ssa Serra suggerisce che i cittadini di Curno si spostino a Bergamo di appena 6,5 km per respirare un po’ di cultura, mi pare che abbia perfettamente ragione. Non solo Bergamo presenta un’offerta culturale eccellente, ma scappare da Curno è per i suoi abitanti una pratica salutare, assolutamente da incoraggiare. E se qualcuno vuole rinchiuderli nel gabbio concentrazionario concepito a partire dall’idea di cultura che alberga in menti agrimensurali, i curnensi, quelli di sano intelletto, hanno il diritto, e il dovere, di dare risposta adeguata. Alle volte basta un solo “marameo!”.
    Ci domandiamo infine se la titolare dell’Amministrazione serrano-crurale, la dott.ssa Gamba, possa eventualmente avere un parere, se non discorde, almeno non del tutto conforme, rispetto a quello della sindachessa emerita.

  61. Viadotto sul Polcevera. Un video della RSI, Radiotelevisione della Svizzera italiana

    Circola in rete questo video: ovviamente, noi ascoltiamo, ascoltiamo quasi tutto (scartando in partenza i mistici e i cialtroni acclarati), poi però ragioniamo. Il personaggio che vediamo è posato, ha una bella casa, è un bell’uomo (ma non è svizzero, è cremonese), ha l’aria di essere in pace con se stesso, non manifesta l’odiosa “determinazione” del mongomanager venuto su dalla merda, ha l’aria di essere un bon vivant. Non si agita: questo torna a suo favore. Apprendiamo inoltre dal profilo twitter che Dario Balotta è «ferroviere, ex sindacalista e ambientalista. Presidente dell’Osservatorio Nazionale Liberalizzazioni e Trasporti (Onlit)»; è anche titolare di un diario (blog) sul Fatto quotidiano.
    Da questa indagine — minima — risulta che Balotta è un uomo schierato e, naturalmente, non c’è niente di male: anzi. Però, attenzione a non considerarlo un “esperto” con licenza di mordacchia. Solum certum, nihil esse certi.
    Nel processo decisionale e, a fortiori, in quello investigativo, abbiamo il dovere di raccogliere tutti gli indizi, anche a carico degli organi di controllo del Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture. Senza indignazione precostituita, da una parte o dall’altra, senza speculare su questa disgrazia per far passare la propria visione del mondo. Per non parlare delle polpette della politichetta. Occorre ragionare. Vi ricordate di Auguste Dupin nella Lettera rubata di Edgar Allan Poe? O Sherlock Holmes, per esempio, nel Segno dei quattro? O Guglielmo di Baskerville nel Nome della rosa? Forse che si agitavano scompostamente, o parlavano a vanvera, o sbraitavano “onesta, onesta!”? Diramavano oracoli infarciti di parole oscure o semplicemente a cazzo (come lo “stravento”)? No, facevano le indagini e già nel fare le indagini si facevano guidare dalla ragione. Raccoglievano materiale utile e sulla base di questo formulavano le prime ipotesi di lavoro, più di una. Scartavano quelle immediatamente falsificate da un supplemento d’indagine, si concentravano in particolare sull’ipotesi residua. Alla quale, con l’aiuto di nuove indagini, applicavano il vaglio del ragionamento. Per maggior sicurezza, quando fosse possibile, si facevano consegnare la prova definitiva dallo stesso colpevole. Ma i colpevoli possono essere più di uno, come nell’Assassinio sull’Orient Express.

  62. Scoop del New York Times
    Asia Argento: chi è senza peccato (di molestia), scagli la prima pietra

    Scrive il New York Times che «Ms. Argento quietly arranged to pay $380,000 to her own accuser: Jimmy Bennett, a young actor and rock musician who said she had sexually assaulted him in a California hotel room years earlier, when he was only two months past his 17th birthday. She was 37.». Cioè, “la sig.ra Argento ha concordato di pagare 380.000 $ al suo accusatore, Jimmy Bennett, giovane attore e musicista rock. Il quale ha affermato di avere subìto un’aggressione sessuale in una camera d’albergo, in California [anche lui, in camera d’albergo]. I fatti si sono svolti qualche anno fa, quando lui aveva compiuto i 17 anni da appena due mesi. Asia Argento all’epoca aveva 37 anni”.
    Facendo i conti in base all’età dell’Argento, i fatti risalirebbero a cinque anni fa.
    Rose McGowan, amica di Asia Argento e compagna dell’attrice nella campagna anti-Weinstein, prende le distanze da Asia Argento. Aspettiamo di leggere analoga presa di distanza da parte della Boldrina.
    Si vedano i nostri articoli profetici:
    Asia Argento campionessa di coniglistica mediatica.
    L’AsiArgento e la Boldrina insieme


    Asia Argento e la Boldrina insieme per l’occasione a New York, per “portare avanti” il loro discorso sul “gender”.

    Non possiamo a questo punto non rivolgere con gratitudine il pensiero a Gwyneth Paltrow e Valeria Golino, che subirono anch’esse le attenzioni di Weinstein e che, non avendolo denunciato (per ragioni che non conosciamo e che comunque comprendiamo, data la qualità delle due donne), rinunciarono alla ribalta mediatica, infierendo sul maiale ferito, quando era fin troppo facile dargli addosso, e conseguentemente lucrando mongo-popolarità, interviste, comparsate e ingaggi TV. Gwyneth Paltrow e Valeria Golino sono due sante.

    Gwyneth Paltrow nel film filosofico ‘Sliding doors’.

    • Miseria della “democrazia” digitale

      Ho letto l’articolo sull’Avvenire, con il quale non sempre mi trovo d’accordo, in particolare per quanto riguarda la volontà d’imprimere una svolta neo-luterana al mondo cattolico. È vero, gli evangelici in Argentina minacciano il primato dei cattolici, che rispondono facendosi essi stessi un po’ evangelici, ma non vedo perché un problema locale debba pesare e addirittura essere determinante nella teologia della Chiesa cattolica. Come cittadino del mondo e libero pensatore non approvo la svolta neo-luterana che costituisce un arretramento nel cammino della civiltà, in particolare di quella occidentale. Per la stessa ragione su Nusquamia abbiamo più di una volta preso posizione contro l’egemonia strisciante dei cattolici non credenti e le soluzioni ecumeniche, pasticciate propugnate dalle Acli di Bergamo, con il movimento “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, del quale non è difficile capire l’ambizione politica, di condizionamento e appoggio esterno ai politici di area cattoprogressista.
      Ciò premesso, avendo doverosamente chiarito la mia distanza dall’Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, mi dichiaro completamente d’accordo con lo spirito e la lettera dell’articolo segnalato dal lettore. Siamo faziosi ma onesti, la ragione viene prima di tutto. Manca, è vero, una riflessione sugli errori di prospettiva sia delle gerarchie cattoliche che mettono il bastone fra le ruote a papa Francesco, sia di papa Francesco stesso. Ma sono cose che non si possono chiedere all’Avvenire.
      Il senso dell’articolo è riassunto bene, a mio parere, da questa frase:

      Comunità organizzate dal basso di utenti con bassa capacità di assorbimento delle conoscenze possono, in democrazia, arrivare ad avere un’influenza politica rilevante.

      Tenderei però a ridimensionare il ruolo dei mezzi cosiddetti di comunicazione sociale. Cioè, è vero che oggi tutti hanno un ficofono in mano e possono esprimere il loro piùcchecoglione “Mi piace” e possono aggiungere anche qualche frasetta, copiare & incollare ecc. Però, attenzione: nihil sub sole novi; non assistiamo forse, con il populismo digitale, a un’eplosione di demagogia? E questa sarebbe una novità?
      Di nuovo — è vero — c’è che i coglioni esprimono la propria dabbenaggine armeggiando sui ficofoni, invece che urlando sotto i balconi di Palazzo Venezia; s’indignano su indicazione della Casaleggio & associati e in sintonia con l’algoritmo del Web filosofo di Salvini, invece di urlare “Duce, Duce” nelle piazze d’Italia dove sono installati gli altoparlanti che trasmettono i suoi discorsi “entusiasmanti” (non smetterò mai di scrivere che chi si entusiasma non è degno di chiamarsi uomo, è roba da donnicciole: sia detto con buona pace dell’entusiastico don Tonino Bello, quello della “convivialità delle differenze”).


      Altoparlanti Radiomarelli (autarchici, non cinesi) installati a Milano in Piazza del Duomo in occasione del discorso di Mussolini che annuncia la dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna, 10 giugno 1940. Facendo clic sull’immagine è possibile ascoltare il discorso e constatare l’appecoramento del popolo, della “ggente”.

      Ora, io non so che età abbia l’estensore dell’articolo sull’Avvenire. Ma se non è giovanissimo, potrebbe ricordare la trasmissione televisiva “Samarcanda”, quel capolavoro d’intelligente impostura mediatica messo su da Santoro. C’era Santoro che parlava della “ggente”, Sandro Curzi, già direttore di tele-Kabul, parlava della “ggente”, anche lui e gli faceva eco Chiara Ingrao, che era abbastanza carina ma aveva un’emiparesi alla bocca e perciò doveva essere inquadrata solo di profilo, la quale parlava anche lei della “ggente”. E c’era Leoluca Orlando, democristiano di sinistra, prima di fondare con Nando dalla Chiesa il partito la Rete (che però — dicevano — non era un partito, ma un “nuovo soggetto politico”): anche lui parlava in nome della “ggente”. C’erano poi i collegamenti esterni; quando si sapeva che Samarcanda sarebbe stata presente su una certa piazza, le donnette si davano un gran daffare, cucivano gli striscioni recanti le parole d’ordine, con il tam tam telefonico si convocavano parenti e amici, perché la piazza, in favore di telecamera, risultasse piena: insomma, bisognava creare l’effetto “ggente”.
      Detto questo, Samarcanda ebbe i sui meriti, anche politici, peccato che fosse populista. Sotto più di un aspetto fu geniale, perché Santoro ebbe il merito (se di merito si tratta) di portare la logica delle assemblee sessantottine nelle piazze e nell’etere (che non esiste, ma si dice così, perché si pensava, fino ad Einstein, che le onde hertziane avessero bisogno dell’etere come mezzo di propagazione). Ma a Samarcanda, con il senno del poi (alcuni, quorum ego, anche con il senno di allora) non possiamo perdonare il populismo e, soprattutto, la promozione al rango di leader politico di Leoluca Orlando «Cascio» (“Cascio”, come postillava Cossiga, con riferimento al padre Orlando Cascio, discussa figura di notabile e avvocato democristiano).
      Per dirla tutta, il populismo che impazza questi giorni è più inquietante di quello di Mussolini e di Samarcanda. Voglio dire che il populismo grilloleghista è ancora più miserabile del populismo fascista e di quello arruffato di Leoluca Orlando et simil. Considero l’aspetto umano degli adepti, considero le premesse e non le conseguenze del fenomeno; del resto, non posso paragonare le conseguenze del grilloleghismo al disastro del secondo conflitto mondiale, non foss’altro, perché non è dato conoscere le conseguenze del grilloleghismo. Ciò premesso, ragioniamo: il fascismo era una dittatura, quella di Samarcanda era un’impostura, cioè si può con giusta ragione dubitare della pienezza di consenso a Mussolini e a Leoluca Orlando. Invece il consenso manipolato dal puparo Casaleggio e dall’algoritmo di Salvini è autentico: è la dittatura del popolaccio, “in purezza”, è la follia “liquida”.
      Viene in mente il famoso discorso di Pericle — che è possibile leggere nella Guerra del Peloponneso di Tucidide, pronunziato in commemorazione dei defunti della guerra del Peloponneso. È un discorso parecchio mistificato dalle sciacquette, dalle maestrine dalla penna rossa, ma non dagli studiosi seri, come Luciano Canfora. Il quale mette in evidenza che mentre si pretende che Pericle faccia l’elogio della “democrazia”, è vero tutto il contrario: Pericle intende difendere Atene dall’accusa di essere una democrazia. Dice che «viene chiamata democrazia» (δημοκρατία κέκληται), ma il sistema politico (πολιτεία) ateniese è molto meglio che il governo del popolaccio, e spiega perché. Presso i greci, infatti, “democrazia” (δημοκρατία) significava dominio del popolaccio. Qui Pericle esalta semmai il principio di “isonomia”, cioè dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Abbiamo trattato l’argomento nell’articolo Una mistificazione “democratica.

  63. Un’esca di cacata carta per il gatto padano

    Una volta ogni paese che si rispetti poteva contare su un certo numero di vecchie malefiche: invidiose della bellezza delle giovani, operavano il malocchio sui figli delle meno giovani. Se qualcuno non andava loro a genio, versavano (nel senso di rimestare: perciò in toscano la strega è anche detta “versiera”) i loro intrugli dai quali si ripromettevano maleficii micidiali e arrotavano le lingue per rovinarlo con la maldicenza, più efficace degl’intrugli. Non che le vecchie malefiche siano scomparse, però nel frattempo molte cose sono cambiate. C’è il nuovo che avanza, ohibò, oggi tutto è a portata di ficòfono, ci sono le “App”: e volete che le vecchie malefiche non si evolvano? Si evolvono, si evolvono. Per esempio, lo spirito di una vecchia strega si è trasferito, per metempsicosi, nel gatto padano.
    È invidioso, carico di rancore, passa il tempo ad annusare le cacate carte, sperando di trovarvi appigli per far del male a qualcuno, senza guardare in faccia a nessuno, perché la voluttà di fare il male supera qualsiasi altra considerazione o riguardo; osserva dal buco della serratura e scruta col cannocchiale tutto quel che gli riesce di vedere, e quello che non vede se l’inventa. Crede di saperla lunga, vorrebbe informare di sé la politica cultural-istituzionale di Curno ma, visto che ha quest’ambizione, invece di studiare per colmare le sue lacune, insiste a dire la sua su argomenti che sono di là dalla sua portata. Se veramente si considera un agrimensore-urbanista, perché non si è laureato in Architettura? Il tempo non gli è mancato, né gli mancherebbe adesso, i soldi nemmeno.
    Più terra a terra, pensa di essere fico usando gli acronimi: un vezzo da parvenu, una cosa patetica, da film comico degli anni ’50, come quando Vittorio De Sica infila qualche trita parolina poetica, subito redarguito da Tina Pica. Se qualcuno, anche benevolmente, fa osservare al gatto che ha preso una cantonata, lui s’inalbera e insiste: come quando disse che il termine “pista pedociclabile” è di conio purissimo e rispettoso della lingua italiana; o quando pretende che “turiferario” possa anche dirsi “turibolare” (che ha tutt’altro significato); o quando ostentatamente, e seriosamente, usa la parola “stravento” per indicare la combinazione di pioggia battente e vento, che sarà anche parola usata dagli agrimensori della bassa padana, ma che in italiano potrà essere usata solo con intento canzonatorio, come quando per esempio Giuliano Ferrara usa la parola “malmostoso”; in ogni caso, stona terribilmente in un contesto istituzionale, quello al quale il gatto ambisce.
    Oppure, se proprio non riesce a tirarsi indietro e la frittata è fatta, davanti agli occhi di tutti, anche dei paesani più sprovveduti, non si assume responsabilità delle bestialità che dice, e afferma che la colpa è degli altri. Come quando s’inventò la palla dei debiti fuori bilancio che Gandolfi avrebbe lasciato in eredità all’amministrazione serrana, e disse che però lui questa palla l’aveva letta nelle comunicazioni di Locatelli, e che Locatelli gli doveva delle spiegazioni; o come quando s’inventò che lo stemma della città di Nîmes porta un coccodrillo in ricordo dei coccodrilli che infestavano la regione al tempo dell’arrivo dei romani (no, il territorio di Nîmes, che avrebbe preso il nome di Nemausus, fu assegnato a veterani cesariani che avevano combattuto per Augusto in Egitto, e il coccodrillo è un ricordo di quel passato); e allora, invece di riconoscere di aver detto una fesseria, disse che così gliel’avevano raccontata, e punto, e basta, e non m’interessa; o come quando scrisse su questo diario che Max Conti aveva una partecipazione nella società Enérgheia (mi raccomando l’accento: non fatevi riconoscere come curnensi!), io presi immediatamente le distanze dalla delazione, Max Conti minacciò querela, io mostrai le prove del messaggio delatorio, e allora il gatto disse che la mia prova era frutto di Photoshop (ma un’indagine di polizia postale potrebbe mostrarne l’autenticità).

    Ma veniamo al presente. A un certo punto non volle digerire che tornassi sull’argomento della Nuova gigantesca biblioteca di Curno, e che mettessi in evidenza quanto fosse velleitaria e buzzurra un’iniziativa siffatta per Curno, che già possiede una biblioteca e che dista 6,5 km da Bergamo, una città d’arte con un’offerta culturale invidiabile. A dimostrazione dell’evoluzione del servizio bibliotecario, citavo la Rete bibliotecaria bergamasca e l’esistenza delle Biblioteche digitali, come Google libri. A ulteriore dimostrazione dissi che anni fa, quando non c’era Google libri, mi recai con una certa regolarità alla Biblioteca Angelo Mai per consultare un libro che adesso si trova su Google libri, appunto. Dovevo leggerlo in vista della preparazione di una conferenza. Oggi quel libro si trova su Google libri: ecco un esempio di evoluzione dell’offerta bibliotecaria. Il gatto non solo volle ficcare il naso negli affari miei, ma, sperando di farmi del male, s’inventò la palla che ero stato io a pubblicare quel libro su Google libri, realizzando un indebito guadagno.
    Invitai il gatto a verificare se il libro su Google libri provenisse dalla Biblioteca Angelo Mai o da altra biblioteca, e per sommo di condiscendenza (ma, lo confesso, anche per sputtanarlo) gli diedi gli estremi per il confronto. A questo punto il gatto disse che, bontà sua, la pubblicazione su Google libri era irrilevante; in ogni caso però, a norma di cacata carta, avevo commesso un reato perché leggendo un libro in biblioteca e traendone materiale per una conferenza, avevo realizzato un lucro, una parte del quale avrei dovuto versare alla Biblioteca Angelo Mai. Io dissi che non avevo realizzato alcun lucro: la parola mia contro la sua.
    Il gatto, crepando d’invidia per il fatto che il tema della conferenza fosse l’arte tipografica, indispettito perché avevo pubblicato la foto degli appunti della conferenza, oltretutto in latino, lungi dalla sua portata agrimensurale, disse, con la forza dell’autorità della quale si sente investito dall’aver frequentato un corso Adobe d’impaginazione (pfui!), che non dovevo occuparmi di arte tipografica. Ohibò, dissi io: si dà il caso che qualcosa ne sappia, almeno un po’, per cultura generale, per pratica di studio e ricerca su libri antichi, per studi specifici e per pratica editoriale. Soprattutto non devo chiedere il permesso a un agrimensore male acculturato se affronto temi culturali.
    A questo punto il gatto padano (vi ricordate la favola del lupo e del’agnello?), sempre alla ricerca di un pretesto per farmi del male a norma di cacata carta, della quale lui pretende di essere l’esegeta, dice: va bene, tu avrai anche tenuto la conferenza gratuitamente, ma ti sei fatto pubblicità per il tuo studio editoriale, e comunque dovevi dare dei soldi alla Biblioteca Angelo Mai. Domanda: se uno studente di medicina studia su un libro preso a prestito da una biblioteca e poi, una volta conseguita la laurea, guadagna esercitando la professione, dovrà pagare la biblioteca, e quanto?
    Comunque, a scanso di equivoci, ho tenuto la conferenza davanti a una cinquantina di persone, che nel seguito del convegno, della durata di una settimana, avrei conosciute una per una, nessuna delle quali operava nel mercato editoriale. La mia parola, quella di un uomo d’onore, contro quella del gatto, persona di acclarata malignità, dai più tenuto alla larga, da alcuni anche temuto (ma non da me).

    Riporto la favola del lupo e dell’agnello, con l’avvertenza tuttavia che il gatto non è un lupo, e neanche io, a dire il vero, sono un agnello:

    Ad rivum eundem lupus et agnus venerant
    siti compulsi. Superior stabat lupus
    longeque inferior agnus. Tunc fauce improba
    latro incitatus iurgii causam intulit:
    “Cur – inquit – turbulentam fecisti mihi
    aquam bibenti?” Laniger contra timens:
    “Qui possum – quaeso – facere quod quereris, lupe?
    A te decurrit ad meos haustus liquor.”
    Repulsus ille veritatis viribus:
    “Ante hos sex menses male – ait – dixisti mihi”.
    Respondit agnus: “Equidem natus non eram!”
    “Pater, hercle, tuus – inquit – male dixit mihi!”
    Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
    Haec propter illos scripta est homines fabula
    qui fictis causis innocentes opprimunt.

    In breve: un lupo e un agnello si dissetavano allo stesso fiume; il lupo si trovava un po’ più in su dell’agnello, cioè a monte. Il lupo, che comunque aveva intenzione di sbranare l’agnello, comincia a rimproverargli d’intobidirgli l’acqua, dice. L’agnello risponde che non è possibile, perché l’acqua semmai scorre dalle labbra del lupo alle sue. Non potendo negare l’evidenza, il lupo dice che però l’agnello, sei mesi prima, aveva detto male di lui. Ma non è possibile, risponde l’agnello, perché non ero ancora nato. Accidenti, allora vuol dire che è stato tuo padre a parlar male di me. Quindi il lupo pone fine alla discussione sbranando l’agnello, perché così aveva deciso fin da principio.

    E il gatto padano? Beh, prima di passare ai fatti, cioè alle plocade («Noi i maestrini sardagnoli li prendiamo a plocade», così scrisse), si tenga forte, perché intendo dargli nuova materia per farmi del male a norma di cacata carta, se ci riesce (così lui spera):
    • Ho frequentato per ragioni di studio e di lavoro varie biblioteche, fin dai tempi del liceo. Fra quelle visitate più assiduamente, ricordo la Biblioteca Universitaria di Cagliari (ricordo un’estate di assidue letture dell’Enciclopédie di Diderot e d’Alembert), La Biblioteca del Politecnico di Milano, La Biblioteca Sormani e la Biblioteca Braidense di Milano, l’Angelo Mai di Bergamo. Non ho mai versato alcuna somma in denaro, pur essendone uscito arricchito, se non altro culturalmente. Ah, dimenticavo: per anni ci siamo riuniti, in qualità di cultori del latino, in biblioteche bergomensi: alla Biblioteca di Piazza Mercato delle Scarpe, e alla Biblioteca Tiraboschi, quella vecchia. Neanche qui abbiamo mai pagato niente, nemmeno per la consultazione dei vocabolari.
    • Moltissimi anni fa alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, quella fondata da Federico Borromeo, consultai un libro di Betrand Russell; ciò avveniva quando ancora i cattolici credevano in Dio, e il mio intento potrebbe essere classificato come provocatorio; in effetti lo era.
    • Posseggo diverse opere di Platone, nelle edizioni bilingue greco/latina pubblicate nell’Ottocento per i tipi di Didot, fotocopiate alla Biblioteca Sormani.

    Ma ecco il pezzo forte:
    • Ho effettivamente ricavato un lucro dalla stesura di un libro, un capitoletto del quale era dedicato ai modelli per l’architettura dei quali scrisse Leon Battista Alberti, architetto e umanista, nel suo libro De re aedificatoria. Ebbene, non solo ho consultato il libro dell’Alberti alla Biblioteca Angelo Mai, ma ho perfino copiato interi brani (in latino), che ho pubblicato con la mia traduzione italiana a fronte. E non ho versato niente alla Biblioteca Angelo Mai. Presenterò questo capitoletto, a Dio piacendo, nella prossima pagina di Nusquamia. Quale cacata legge ho infranto? Dovevo forse chiedere il permesso al gatto padano?

  64. Alessandra permalink

    Requiem per questi cervelli; che però, non dimentichiamolo, si riproducono e votano.
    Forse il suffragio universale, in questo momento, non è poi una così bella trovata.

    Vedi:
    Ponte Morandi, l’esercito dei selfie con tragedia sullo sfondo

    • Nota di terza “F” sulla parola “demagogia”. E un invito a riflettere sul grilloleghismo

      È singolare il rovesciamento di significato di due parole greche, in parte già cominciato in epoca greca, e perfettamente compiuto ai tempi nostri. “Demagogia” all’inizio aveva un significato positivo, e oggi ne ha uno negativo. “Democrazia” invece aveva all’inizio un significato negativo (come dimostra il discorso di Pericle [epitaffio] per i morti del primo anno della guerra del Peloponneso: l’abbiamo visto in un commento precedente), e oggi è inteso in senso positivo.
      “Demagogia” infatti (in greco δημαγωγία) era l’arte di guidare il popolo e il demagogo (in gr. δημαγωγός, da δῆμος, “popolo” + ἀγωγός, “colui che guida”) era uno che sapeva convincere il popolo a scegliere il meglio, quel meglio che il popolo ignorante non conosceva, prima che la sua guida prendesse la parola. Oggi il demagogo, al contrario, tasta gli umori del popolo e lo lusinga raccontandogli proprio quel che il popolo vuol sentirsi dire e quello che nella sua ignoranza capisce o, meglio, fraintende. Anzi, poiché ha preso la cattiva strada di secondare gli umori del popolo, il demagogo lo eccita ad essere sempre più bestiale, onde avere la meglio sul suo avversario politico.
      “Democrazia” (in greco δημοκρατία, da δῆμος, “popolo” + il suffisso -κρατία, a sua volta derivato da κράτος, “potere”) significava in origine che il potere è in mano al popolo: qui si dà per scontato che il popolo sia ignorante e che in mancanza di una guida illuminata non sia consapevole del proprio bene, soprattutto di quello. Questa dunque — rendere migliore il popolo, aiutandolo a emanciparsi sul piano economico, politico e morale — era dunque la funzione degli apostoli del socialismo che nell’Ottocento battevano le campagne e le fabbriche d’Italia. Tale funzione era bene impersonata dal prof. Sinigallia nel film di Monicelli I compagni, del quale abbiamo già parlato su Nusquamia e che comunque qui riproponiamo. Si veda in particolare la sequenza che comincia al min. 24 del video:

      Fare clic sull’immagine per vedere il film.

      Gli apostoli del socialismo avevano una funzione pedagogica, insegnavano il bene, elevavano le masse popolari, ne estraevano, quasi che fossero levatrici (ricorro a un’analogia socratica), quanto c’è di buono in esse, invece di alimentare quanto c’è inevitabilmente di bestiale, nelle masse popolari e un po’ in noi tutti.
      Ecco, il grilloleghismo è demagogico nel pieno senso — negativo — del termine, com’è oggi inteso. Vero è che si parla adesso di populismo: ma se non è zuppa è pan bagnato. Ben venga dunque il suffragio universale, che è la migliore garanzia di democrazia, ma in senso buono, dove cioè tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge, non più soverchiati da interessi a loro estranei e il più delle volte ostili. Ma il suffragio universale ha bisogno di partiti, partiti veri, con un’ideologia (una parola oggi demonizzata, quando invece meriterebbe una seria riflessione, per arrivare alla conclusione che ci sono ideologie progressive e ideologie regressive). I fascioleghisti non hanno un’ideologia, mentre invece — bene o male — ne avevano una i fascisti, ne hanno una certi intellettuali di destra che nutrono l’illusione di domare la bestia sovranista; non hanno un’ideolgia nemmeno i grilleschi, perché quella di Casaleggio & associati non è ideologia, quello è esoterismo ammantato di marketing, e marketing ammantato di esoterismo. La risultante, il grilloleghismo, è solo un pasticcio nauseabondo, preparato impastando come ingredienti i “like” dei ficòfoni.
      Detto questo, sarebbe sbagliato puntare il dito sui soli grilloleghisti. La sfilide del populismo ha contaminato tutto il corpo sociale, e non da oggi. È populista, per esempio, papa Francesco, quando dice a proposito della sodomia degli Lgbt “Ma chi sono io per giudicare?”: ebbene, a parte la sodomia, che abbiamo citato per il gusto di essere politicamente scorretti, l’esempio del Sommo pontefice della Chiesa di Cristo che si tira fuori, che non vuole giudicare, è devastante per la tenuta morale del popolo. Ben altro significato aveva l’evangelico “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, che era una condanna della pratica di lapidazione delle adultere, in un caso specifico. Il papa semmai avrebbe dovuto dire agli Lgbt “Trastullatevi, e andate con Dio”, ma dire in senso generico “Chi sono io per giudicare”, per prendersi — anche lui — i “like”, è stato un errore emblematico di tutta una visione che rischia di far crollare un regno secolare. Ed è preoccupante, anche dal mio punto di vista, di libero pensatore. Come è stato un errore voler riformare la traduzione del «et ne nos inducas in tentationem» (in greco, nel Vangelo di Matteo, VI, 13: καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν). Sulla pratica deleteria del “religiosamente corretto” si veda “E non ci indurre in tentazione”.
      Populista — non dimentichiamolo — è stato Renzi quando per scalzare la vecchia guardia rappresentata da Bersani agitò il vessillo della rottamazione. Per questo, e non soltanto per una questione di stile, noi fummo fieri avversari di Renzi, e non mancammo di esprimere in queste pagine il nostro disprezzo per la sua idea di politica, che sconfinava nella negazione della politica, più che per alcuni suoi provvedimenti (per esempio, in controtendenza con il populismo strisciante, fummo favorevoli al referendum costituzionale, da Renzi gestito malissimo).
      Populista, ma con regìa radical-chic, fu Samarcanda, la trasmissione televisiva di Santoro, e quelle che seguirono (ci limitammo ad ammirare il tocco signorile prima di Luisella Costamagna, poi della divina Beatrice Borromeo, in singolare contrasto con la plebea corporalità di Santoro, ultimamente vestito di Armani, da villano rifatto): in particolare Samarcanda fu brodo di coltura della Rete di Nando&Orlando benedetta dal cardinale Martini; ma in seguito Nando si separerà da Orlando, essendosi accorto troppo tardi dell’indole di quell’Orlando, che altri capirono fin da principio, e non ci voleva molto.
      Populista è l’apertura di credito illimitata alle Associazioni, che sono una risorsa per il paese quando operano per il bene, ma che costituiscono un serio pericolo quando esercitano un potere di ricatto elettorale.
      Populista — ahinoi — è Diego Fusaro, il filosofo neogramsciano: ma il suo vero maestro è il professore torinese Costanzo Preve, lui sì a pieno diritto inscrittibile nella tradizione marxista di rigore sardo-ligure-piemontese, quanto il discepolo è invece tutto sommato “fru-fru da talk show”, e debordante sotto il profilo mediatico). Diego Fusaro nella sua contiguità con i grilloleghisti tutto sommato è superficiale, scherza col fuoco e non se n’accorge.
      Populisti sono i talk show in generale, e non solo la Gabbia, a suo tempo condotta dall’orrido Paragone. È tremendamente populista, per esempio, Luca Telese, quale che sia il talk show che gestisce da solo o in coppia (dove è sempre fastidiosamente prevaricatore): suda ambizione da tutti i pori, è nato a Cagliari, credo per caso, e comunque non ha preso niente del sarcasmo intelligente e frantumatore dell’idiozia di Nanni Loy e Luigi Pintor, tanto per fare due esempi.
      Non tutto quello che è schifoso è necessariamente populista, ma il populismo è schifoso.

      • Stefano Quinto permalink

        Comunque è davvero molto interessante fino a “Monicelli”, poi lo scritto diventa un po’ tendenzioso.
        Gli apostoli del Socialismo non erano solo così. Erano anche quelli che volevano imporre il modello sovietico in Italia…
        Sulla rottamazione di Renzi siamo d’accordo che ci angosce [un errore di comprensione da parte del ficòfono di un messaggio dettato a viva voce? N.d.Ar.] una componente populista, ma c’era anche un’effettiva necessità di proscrizione dei vari D’Alema disseminati nella élite del partito!

        [Gli apostoli del socialismo vengono prima della svolta di Livorno e non possono essere assimilati agli stalinisti, nemmeno a quelli trinariciuti (così li disegnava Guareschi) di casa nostra.
        D’Alema ha molte colpe, ma non quelle che gli vengono per lo più imputate dai nemici interni, in seno al Pd: per esempio, di non essere abbastanza sentimentale, dunque avaro di concessioni al cattoprogressismo e alla mistica dei “nuovi diritti”, o di essere “comunista”. Tra le colpe principali di D’Alema metterei invece: a) l’ambizione che sconfinò, a suo tempo, nel delirio d’onnipotenza; b) l’ansia di prestazione istituzionale; c) la connivenza e l’aiuto concreto fornito dall’Italia, al tempo in cui era presidente del Consiglio, al bombardamento della Serbia, come se quella fosse l’unica soluzione possibile. Ma era soltanto una soluzione auspicata, in vista della spartizione delle zone d’influenza geopolitica.
        N.d.Ar.]

  65. Il nuovo Fini? permalink

    L’orgoglio nazionale funziona e porta voti, gli italiani hanno bisogno di una guida.
    Avanti così.

    • La figlia di Almirante si chiama Giuliana de’ Medici ma è figlia di Giorgio Almirante e di «donna» Assunta Almirante. [*] Oh, Giuliana de’ Medici, attenta a sponsorizzare Salvini, sia pure con qualche distinguo! Secondo me — parlo nel suo interesse, io non ho interesse in merito — farebbe bene a prendere le distanze da Salvini toto corde, se non altro per rispetto al nome che porta. Non le è bastata la lezione che viene dall’esempio della mamma, «donna» Assunta Almirante? Costei sponsorizzò le resistibile ascesa di Gianfranco Fini. Anche lui sbraitava “onestà, onestà!” ed è naufragato ridicolmente nel brodo dei Tulliano’s, e la casa di Montecarlo non è nemmeno tutto, la faccenda è assai più complessa. Peraltro non credo che Gianfranco Fini avesse una qualche capacità di pensiero complesso, così come non ce l’ha Salvini. Quanto a Giorgio Almirante, ne so troppo poco per affermare che avesse capacità intellettive che lo renderebbero all’altezza della complessità della realtà attuale, anche perché non l’abbiamo visto alla prova dei fatti recenti, ma ne so abbastanza per opinare che il suo intelletto fosse di molto superiore a quello di Gianfranco Fini, di Salvini, di GiorgiaMeloni, di Giggetto, di Giuseppe Conte, e di Romano Prodi (che nomino giusto perché c’è qualcuno che penserebbe di restituire onore al Pd ricorrendo alla sua figura di navigato ex democristiano, in associazione a quella di Uòlter Veltroni, del quale non dico niente, perché se comincio non so poi dove finisco).

      …………………………………………………
      [*] Per venire a capo di questo pasticcio onomastico, si veda La diaspora della destra non risparmia le famiglie: due figlie di Almirante e due nipoti del Duce in liste diverse.

      • Lavoratore permalink

        Minoli non lo lascia mai finire di rispondere alle domande, lo interrompe sempre prima della conclusione del ragionamento, ma Almirante ad un certo punto riesce a dirgli ” Craxi, con il quale so che lei, Minoli, è in buoni rapporti “:

        Vedi:

        [Minoli andava famoso per una sua intervista a Craxi unanimemente considerata esempio paradigmatico di “intervista in ginocchio”. Si veda qui l’inizio (volendo, su You tube se ne trova il seguito); non sarà difficile capire che le domande sono tutte gradite e concordate:

        N.d.Ar.]

  66. Diritti degli Lgbt, femminismo e cattoprogressismo sono trastulli politici. Ma la politica è altra cosa
    La sinistra dei diritti civili è la sinistra all’americana che ha bisogno di armi di distrazioni di massa per aggirare i problemi fondamentali della società

    Ho visto di recente questo intervento di Marco Rizzo, segretario nazionale del Partito Comunista, risalente al febbraio di quest’anno, nel corso di una conferenza stampa a Rai Parlamento. Non credo che queste parole di Rizzo possano essere considerate come l’enunciazione di un programma di governo: non per me, non credo nemmeno per Marco Rizzo, se consideriamo il contesto. Ma nella loro essenzialità descrivono bene quella che è anche la posizione di Nusquamia: i cosiddetti diritti civili non possono e non devono costituire il nucleo di un programma politico, perlomeno di un programma politico di sinistra.
    La crisi della sinistra italiana viene oggi erroneamente imputata a Renzi, il quale pur mettendoci del suo (gravissima è la colpa di aver sporcato il Pd con elementi inediti di populismo) non ha fatto che portare a compimento il processo d’involuzione sentimentale e aziendale avviato da Occhetto. Attenzione: se parlo di una miscela di sentimento e aziendalismo, non sono io in contraddizione; lo è invece la realtà della sinistra che si è messa su quella (cattiva) strada. Se uno fotografa un mostro non è mostruoso il fotografo, ma la realtà fotografata.
    Saltando qualche passaggio logico, dirò che la Boldrina, che pure non faceva parte del Pd, è stata determinante nel crollo del Pd. Perché il Pd aveva il dovere di mettere i puntini sulle “i”, doveva prendere le distanze dalle boldrinate. Così come doveva prendere le distanze dai cattoprogressisti che in tema d’immigrazione la facevano da padroni, fino a Minniti. Ma quando Minniti prese l’iniziativa, stavano al balcone, per vedere come “buttava”, invece di sostenerlo.
    Simili errori commise la sinistra italiana riguardo all’eurocrazia, che andava combattuta, invece che sopportata e, come si dice in linguaggio coglione, “supportata”, cioè sostenuta.
    Se adesso Salvini e Di Maio la fanno da padroni, la colpa è tutta della sinistra, che mentre segretamente faceva affarucci con i cosiddetti “poteri forti” (pare che la definizione risalga a Tatarella) appariva, agli occhi di tutti, tenuta costantemente sotto schiaffo dalle Boldrine e dai cattoprogressisti, che hanno un’idea tutta loro del progresso (quello che favorisce le loro conquiste di potere istituzionale, le loro cooperative e le loro associazioni).

  67. Non è questione di cacate carte, e non è roba per gatti padani
    La bontà morale dei Longobardi


    Fare clic sull’immagine per leggerla ingrandita.

    Fara Gera d’Adda è un paese diventato, ormai da qualche decennio, bello da vivere, da che non ci sono più le nebbie spesse e persistenti d’una volta. La sua storia è legata al regno di Autari, re longobardo, che qui insediò la sua fara, cioè la sua “famiglia” (da intendersi pensando al significato della parola latina familia, che comprendeva anche gli schiavi, e in senso ancora più lato, come clan, o tribù), qui si trovano i resti di una Chiesa ariana, quando i Longobardi non erano ancora cattolici. Lo sarebbero divenuti per scelta della regina Teodolinda, che ebbe come primo marito Autari. Ma la scelta felice di passare al cattolicesimo e diventare più civili adottando il diritto romano avvenne in seguito, quando Teodolinda sposò in seconde nozze Agilulfo.
    Passeggiando per Fara Gera d’Adda si legge la targa qui sopra riprodotta, che riprende un brano dell’Historia Langobardorum, scritta da Paolo Diacono, un passo ben noto e ampiamente citato dagli storici, dal Giannone, per esempio, e dal Muratori. Alessandro Manzoni però riguardo a questo giudizio estremamente positivo di Paolo Diacono (che è di stirpe longobarda) nutre più di una riserva. Scrive in un suo articolo, intitolato D’una opinione moderna sulla bontà morale de’ Longobardi:

    Bastava osservare più esplicitamente che Paolo parla del regno d’Autari, cioè di cose passate da circa due secoli. Per render sospetta la verità d’un fatto storico, principalmente di tempi illetterati, si crede con tutta ragione, che basti il non trovarlo riferito se non da uomini venuti molto tempo dopo; e qui non si tratta d’un fatto particolare, ma d’un vasto complesso di fatti, dello stato d’un paese. Di più, lo storico, il quale lo chiama uno stato maraviglioso, ne accenna poi qualche cagione? Nessuna. Se ne può forse vedere la preparazione e il presagio ne’ fatti antecedenti? Paolo medesimo risponde che, nell’epoca dei duchi, cioè in quella che precedette immediatamente quel secol d’oro, molti nobili romani furono messi a morte, come il mezzo più spiccio per impossessarsi de’ loro averi; che nella parte d’Italia invasa e occupata in quell’interregno, furono spogliate chiese, uccisi sacerdoti, diroccate città, distrutte popolazioni.

  68. Consolidare il voto (vecchia DC) permalink

    PA, la Grande Infornata del 2019: tra concorsoni e carrozzoni

    L’Italia sembra il Titanic, si mangia si balla e non si vede l’iceberg al vicino orizzonte.
    Il governo del cambiamento non cambia nelle spese allegre.
    Servono soldi?
    Perdiana i soldi si devono stampare, quindi ritorno alla lira e via di ciclostile.
    Si confida nella nebbia degli argomenti creati a proposito per nascondere ai cittadini gli enormi problemi di sempre.


  69. Due stili di comunicazione a confronto: il primo è pacato, razionale, convincente; il secondo è concitato, oracolare, indisponente. C’è sempre un meglio e un peggio, ed è nostro dovere scegliere il meglio. Nel film Viridiana Catherine Deneuve osservava che due colonne che sembrano uguali in un colonnato, o due acini d’uva simillimi in un grappolo, sono in realtà diversi, a ben guardare; e lei sceglieva il meglio. Figuriamoci tra la Boschi e la Boldrina.

  70. Cristina permalink

    Invece in uno storico teatro in centro Venezia hanno aperto un supermercato Despar.

    • Associazioni d’idee

      Per associazione d’idee mi è venuta in mente la nuova Biblioteca civica di Bologna, la Biblioteca Salaborsa all’interno di Palazzo d’Accursio. Dovevo incontrare per questioni di lavoro una persona che veniva da Roma e decidemmo d’incontrarci lì, a metà strada. Non darò ulteriori particolari, altrimenti il gatto padano si attacca alla notizia come una piattola, per trovarvi pretesti di cacata carta e dar sfogo alla sua incontenibile natura maligna e delatoria. Già il fatto che stabilissi uno spazio pubblico come luogo d’incontro per discutere una questione di lavoro potrebbe dar adito a un annusamento di cacate carte e allo snocciolamento, da parte del gatto padano, di un’ipotesi di mio reato a norma di vattelapesca.
      La Biblioteca (qui sotto) è ricavata nello spazio dove un tempo avvenivano le contrattazioni di Borsa.

      Mi è anche venuto in mente che niente impedisce che, viceversa, il Bibliomostro curnense, inutile e velleitario, buzzurro nella concezione di una cultura abborracciata da menti agrimensurali, sia adibito a funzioni commerciali; meglio però se, come ho già suggerito, per auspicabile interessamento della dott.ssa Serra, viene venduto a una lobby similprogressista. Chissà che quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo” non siano interessati. Se pagano — mi sembra ovvio — possono poi farci quel che vogliono.

      La trasformazione di un cinema-teatro a Venezia in un supermercato, al quale lei accenna, è documentata in questo di video pubblicitario, ad uso dei turisti americani e, forse, dei magnati uzbechi:

      Bisogna dire però che il Cinema-teatro Italia a Venezia era chiuso da decenni: com’è noto, la popolazione attiva ed effettivamente residente a Venezia è in costante diminuzione e mantenere in vita un cinema-teatro costringendo la popolazione a frequentarlo non è, per il momento, pensabile. Così come non è pensabile un programma di deportazione della gente della bergamasca nel Bibliomostro curnense.

  71. Ci sono anche le gatte, e le gattine. E non tutti i gatti sono maligni, delatori e cacciaballe

  72. Alessandra permalink

    L’ultima intervista rilasciata da Mussolini, quando anche la Repubblica Sociale stava implodendo. Da ascoltare per riflettere sulle sue personali considerazioni riguardanti la massa e gli italiani, considerazioni davvero illuminanti: lui stesso spiega con molta semplicità come mai ha avuto tanto consenso, esprimendo contestualmente quanta poca stima avesse, in realtà, del popolo italiano. Parole di una persona evidentemente ferita e a tratti in delirio di onnipotenza, che dovrebbero essere il monito per qualsiasi paese che si voglia definire democratico e che voglia continuare ad esserlo:

    • La Storia e la leggenda

      Anni fa avevo letto in rete una trascrizione dell’intervista che, se è autentica, è interessantissima; se non è autentica, introduce utili spunti di riflessione. Meglio comunque procedere con i piedi di piombo: non dimentichiamo il falso dei Diari di Mussolini, acquistati da Dell’Utri e pubblicati a stampa, circa vent’anni fa, quindi distribuiti — in parte, credo — dal quotidiano Libero). L’intervista, vera o falsa che sia, è/sarebbe stata raccolta, quaranta giorni prima dell’epilogo di piazzale Loreto, nell’isolotto di Trimelone, prospiciente la riva veronese del lago di Garda, al largo di Brenzone. Qui c’era un deposito di materiale bellico, in parte finito in acqua nel 1954, dopo un’esplosione. L’isola e le acque circostanti oggi dovrebbero essere bonificate.

      Il giornalista Marcello Veneziani, che abbiamo sentito più di una volta leggere e commentare i quotidiani nel corso delal trasmisione “Prima pagina” di Raitre, considera il documento autentico. Vedi Il soliloquio del Duce riletto a 70 anni dalla vergogna di Piazzale Loreto.

      Ci sarebbe un’altra “ultima intervista”, più recente, rilasciata da Mussolini a Gian Gaetano Cabella, direttore del “Popolo di Alessandria”, nel pomeriggio del 20 aprile 1945, quando il duce morituro era ancora a Milano, alla Prefettura (dove aveva un appartamentino, oggi conservato con le suppellettili originali, come fu lasciato), e che Mussolini avrebbe corretto direttamente di suo pugno il 22 aprile, sei giorni prima della morte. L’intervista fu distribuita dal quotidiano Libero:

      Il Confine tra storia e leggenda

      Il confine tra Storia e leggenda non è sempre facile da tracciare. Rimangono i fatti, di questi si occupa la Storia e su questi bisogna ragionare. Consideriamo per esempio l’episodio della fuga di Kappler, il boia delle Fosse ardeatine. Si trovava nel carcere militare di Gaeta, quindi, malato di cancro, fu trasferito a Roma, nell’ospedale militare del Celio. Dal quale poi evase, aiutato dalla moglie, figlia corpulenta di un suo commilitone, sposata in carcere. Fuggì nascosto all’interno di una valigia, trasportata dalla moglie in persona, e passando per l’ingresso principale. Poi si disse che fosse stato calato da una finestra, quindi caricato nel bagagliaio dell’auto della consorte. Ci fu una terza versione ancora. Di certo la Germania (allora, la Germania occidentale), che corrispondeva a Kappler una pensione di guerra, aveva fatto dei passi per la liberazione di Kappler che versava in fin di vita, e qualcosa già si muoveva in questo senso, poi tutto si arenò per l’opposizione dei parenti delle vittime delle Fosse ardeatine. Oggi si ritiene che Kappler uscisse veramente per la porta principale, certo aiutato dalla moglie, che aveva l’auto parcheggiata lì fuori, e alla guida c’era il figlio di primo letto: il tutto con la connivenza del sistema preposto alla sorveglianza. Ma era tutto a norma di cacata carta, ancorché segreta: la Germania aveva concesso un importante prestito all’Italia, bisognosa, come di solito, di una spintarella economica. Rimangono i fatti: Kappler è effettivamente fuggito, su questo non ci piove. E poiché, per il trasferimento al Celio, da “detenuto in attesa di espiazione della pena” era passato alla qualifica di “prigioniero di guerra”, a norma di cacata carta Kappler aveva il diritto di tentare la fuga (Convenzione di Ginevra); e se ci riesce, l’Italia non può chiederne l’estradizione. Cosa che infatti non fece.
      Ho riflettuto su questo episodio ultimamente, ripensando alla facilità con cui, fino a prima di Minniti, l’Italia accettava a cuor leggero di accogliere immigrati dei quali, a differenza della Germania, non sapeva e non voleva farsi carico. Anche in questo caso si dice che ci fosse un accordo segreto, stipulato da Renzi con la tecnoburocrazia europea: voi vi tenete gl’immigrati, e ci fate i vostri bravi pasticci, eventualmente avviandoli al lavoro nero e spingendoli alla microcriminalità per vostra mancanza di risorse economiche, gestionali e intellettuali; noi chiudiamo un occhio sui vostri conti pubblici. Questa è la tesi sostenuta dal Giornale: si veda “Migranti in cambio dei conti. Suicidio firmato Renzi e Alfano”. MA le prove? Anche qui, dov’è la verità?

  73. Cinema Mon Amour permalink

    I tell them, “read Dostoyevsky:
    He addresses all your concerns”.
    (Les Cousins 1959 dir: Claude Chabrol.)

    • Entusiasmi sopiti
      D’altra parte, “entusiasmarsi” (vedi etimologia in “terza F”) non sta bene, non si addice a un uomo razionale

      Vidi questo film, Les Cousins, al Nuovocine di Cagliari, dove, come ho scritto in altre pagine di Nusquamia, avevo visto, tra gli altri, Jules e Jim di Truffaut e Vaghe stelle dell’Orsa di Visconti. Avvenne nel periodo in cui entravo nella “linea d’ombra”, per usare l’espressione di Conrad, quando si esce dall’adolescenza e si entra nell’età adulta, e niente sarà più come prima. Anche dei Cugini di Chabrol riportai un’impressione fortissima, come per Jules et Jim e per le Vaghe stelle dell’Orsa. Rivedendo in seguito questi due film (Jules et Jim, chissà quante volte!) l’impressione iniziale non solo era confermata, ma osservando nuovi dettagli e forse riconsiderandone il tutto in una prospettiva allargata, trovavo nuovi motivi di ammirazione. Cosa che non è avvenuta per i Cugini di Chabrol.
      Quando ancora non esistevano i Dvd, volendo ritrovare le ragioni di quell’ammirazione, e forse riprovare il giovanile trasporto, acquistai il romanzo che fu steso rielaborando la sceneggiatura del film (di solito avviene il contrario, il film è tratto da un romanzo), ma ne fui deluso.

      Ma non mi diedi per vinto: qualche anno fa, traendo partito dall’avanzamento delle tecnologie (i Dvd, che sono in realtà roba vecchia, come pure Internet e la possibilità di ordinare i Dvd sul mercato francese), pur conservando l’aplomb di chi poco è proclive ai facili entusiasmi per il “nuovo che avanza” — roba buona per i buzzurri e per i gatti padani –, acquistai il film. Nuova delusione: ho anche capito perché e me ne sono fatta una ragione. Ma non mette conto parlarne.

  74. Владлена permalink

    “Emilia Müller”, dir. Yvon Marciano, Francia, 1993, 20 min.
    In ch. Ruoli – Veronica Varga.
    Il film è riconosciuto come uno dei cortometraggi più eccezionali dell’ultimo decennio del secolo scorso:

    [Mah, leggiamo questo giudizio alla voce di Wikipedia “Émilie Muller” «Ce film est considéré comme l’un des courts métrages les plus marquants des années 1990.[réf. nécessaire]». I moderatori della sezione cinematografica di Wikipedia domandano all’estensore della voce di essere più preciso: chi ha espresso un giudizio così lusinghiero? Per parte mia aggiungerei: quali argomenti portano a formulare tale giudizio?
    Certo la trovata della borsa, che è pretesto per tutto il monologo (quasi-monologo) non è male, ma è lo sviluppo che lascia a desiderare, perché dagli oggetti di quella borsa viene fuori una storia stiracchiata, nemmeno tanto interessante, banalotta. Consideriamo invece un altro quasi-monologo, quello dell’Uomo col fiore in bocca, di Pirandello, che presentiamo qui sotto. Anche questo è un quasi-monologo, anche qui il pretesto della narrazione è spiegato verso la fine: ma quale storia! Anzi, quali storie! L’incomunicabilità, la grettezza borghese, il significato della vita e quello delle cose minime, la cui importanza improvvisamente giganteggia quando incombe la morte.
    Comunque, approfondendo la ricerca su questo cortometraggio apprendiamo: a) che il regista viene dal mondo della pubblicità, dunque non gli mancano le astuzie del mestiere, e le entrature nel mondo delle pubbliche relazioni; b) che quel giudizio estremamente lusinghiero viene dal Syndicat français de la critique de cinéma; ma anche questo che significa? qual è il critico che giudica il cortometraggio eccellente? non si sa, si nasconde dietro un’etichetta burocratico-istituzionale (merda ai giudizi insindacabili dei sindacati!); la formulazione del giudizio “istituzionale” è: «meilleur film de court métrage de l’année, attribué par le Syndicat français de la critique de cinéma»; c) che il cortometraggio ha ricevuto un numero incredibile di menzioni e premi attribuiti da piccoli festival del cinema, un po’ dappertutto, da Bastia (Corsica: peraltro città a noi molto cara) a Istanbul: questa circostanza costituisce più che altro un’aggravante, perché significa che c’è stato un lavorìo tremendo di pubbliche relazioni.
    N.d.Ar.]

  75. In attesa di una dura presa di posizione da parte di Salvini
    I maiali invocheranno come attenuante lo “stravento”?

    Leggiamo sulla Stampa: «Nuovo caso di stupro a Rimini, solo che stavolta i presunti autori sono giovani italiani, […] due allievi siciliani della Scuola di polizia di Brescia di 21 e 23 anni che, nel tardo pomeriggio di sabato, avrebbero abusato di una turista tedesca. La ventenne, che ieri ha fatto ritorno in Germania insieme alle amiche, sarebbe stata violentata nella camera dell’ostello della gioventù dov’erano alloggiati gli aspiranti poliziotti e dove anche lei occupava una camera insieme con due coetanee. […] Le ragazze tedesche avevano preso una stanza vicina a quella dei giovani allievi. Fonti di polizia rivelano che i primi contatti fra i due gruppi ci sono stati venerdì, quando la pioggia battente ha trattenuto gli ospiti dentro la struttura. Sempre il maltempo, sabato pomeriggio, ha favorito un nuovo incontro, stavolta nella camera degli allievi: le tre ragazze ci sono andate e hanno bevuto qualcosa insieme agli altri». Poi due ragazze sono tornate nella loro camerata, la terza ha subito uno stupro di gruppo.
    Quella “pioggia battente” può essere considerata uno “stravento”? Speriamo che i maiali non si arrampichino sugli specchi e non invochino l’attenuante dello “stravento”, al quale sarebbe associato un forte campo elettrico (elettricità atmosferica, quella studiata da Beniamino Franklin) che avrebbe attenuato e addirittura paralizzato la loro capacità d’intendere e volere. Speriamo che nessuno li aiuti a scovare o piuttosto inventare cacate e menzognere carte.

    P.S. – Lo “stravento”, per chi non lo sapesse, è come il “sarchiapone” inventato da Walter Chiari. È uno stratagemma di retorica rural-agrimensurale introdotto a fini di coglionamento dell’interlocutore. I filosofi dell’isola di Nusquamia, demistificatori di nobile schiatta, consigliano di diffidare di questo termine, dei neologismi che non siano passati per il vaglio di uomini di cultura, del linguaggio anglo-coglione, come pure degli acronimi e del fraseggiare oracolare.

    • La veterolingua come linea di resistenza contro il linguaggio anglocoglione dei mongomanager

      Come abbiamo osservato più di una volta, spesso il giovine filosofo Diego Fusaro coglie nel segno; farebbe bene tuttavia a essere più prudente, eventualmente rinunciando a qualche apparentamento improprio, quale si evince dalla sua frequentazione dei populisti Salvini & Di Maio, del putiniano Giulietto Chiesa e del cattoreazionario Maurizio Blondet. Non che faccia male a confrontarsi con costoro, dovrebbe però stabilire — parlo in generale — una linea di demarcazione tra ciò che è razionale e ciò che è irrazionale. Salvini, Di Maio, Chiesa e Blondet sono quanto di più distante si possa immaginare dalla linea di pensiero marxiana e gramsciana alla quale Fusaro mostra di far riferimento.
      Ciò premesso, in questo video Diego Fusaro fondamentalmente ha ragione.

  76. Ci stiamo giocando il progetto dell’unità politica dell’Europa
    La colpa non è soltanto dei Salvini. Anzi, a monte, la colpa è degli eurocrati e degli “europeisti”

    A livelli minimi, si pensi al danno che infligge all’immagine dell’Europa uno come il similprogressista europeista, mistico dell’Erasmus, MarcoBattaglia. Costui è assessore comunale a Curno, paese grosso e culturalmente grossier alle porte di Bergamo. Nel corso della campagna elettorale si è presentato ai cittadini in posa di sbandieratore del vessillo europeo; insieme al vessillo sbandierava una laurea in Scienze politiche con indirizzo “Politiche Europee ed Internazionali”, non nascondeva di essere “determinato” e prometteva di fare di Curno un paese più europeo, senza contare ch’era Responsabile degli eventi culturali della sezione bergamasca dell’Aégee (in pratica, gli studenti dell’Erasmus, forzati nell’universo concentrazionario tecno-mistico, un po’ alla Casaleggio, venati quanto basta di seriosità tecno-buro-mongo-manageriale, distratti dal pensiero critico dall’appendice cervisiaria di pub-crawling, cioè la pratica di andare di bar in bar).

    Ecco, l’Europa sarà un’occasione per lui, forse. Ma per i cittadini? I cittadini pensano che l’Europa non faccia per loro. Ma si sbagliano: un’Europa seria, unita, forte, solidale e orgogliosa del suo retaggio culturale (l’innesto del cristianesimo nella cultura greco-latina), è l’ultima speranza. Così come vanno le cose, cioè sempre peggio, grazie anche ai populismi ma grazie soprattutto agli “europeisti” opportunisti e ambiziosi, l’Europa invece è solo un vaso di terracotta costretto a viaggiare in mezzo a vasi di ferro: l’impero americano, quello russo, quello cinese, oggi; domani, chissà quanti altri ancora.
    I “ggiovani” MarcoBattagia ed Andrea Saccogna Gamba, hanno detto qualcosa in merito, a parte i discorsi d’apparato ed autopromozionali, quelli che fanno registrare “punti” di fedeltà all’appartenenza istituzionale? No, solo vuote parole. Va bene, i due similprogressisti “ggiovani” non sono Daniel Cohn-Bendit (quello apolide ed anti-istituzionale delle origini): ma un po’ di spirito critico, se non altro per salvare le apparenze? Niente, niente di niente. Sono ingessati, istituzionali e via Facebook ci tengono informati dei loro progressi di carriera. Uno di loro un giorno, forse, occuperà la sdraio di Chicco Testa allo stabilimento L’Ultima spiaggia di Capalbio, se il mare non si sarà mangiato l’arenile e gl’imperi non avranno cancellato l’Europa. Beh, ma loro troveranno un modo di salvarsi, forse. E i cittadini? I vecchi (“vecchi”, per favore, e non “anziani”) possono consolarsi dicendo che tanto devono morire, e prima muoiono meglio è, tanto questo è un mondo di merda. Ma i giovani, i giovani europei, i più sfigati di tutti? Brancoleranno instupiditi, chi con una bottiglia di birra in mano, chi con il ficòfono, qualcuno digita sul ficòfono con la mano destra mentre con la sinistra si porta la bottiglia all’imboccatura della gola. E con il ficòfono, mediante apposita App, si collega all’Anagrafe per comunicare di aver cambiato “gender”, ormai per la terza o quarta volta. Il culo di ieri è diventato la fica di oggi. Lo chiamano progresso.

  77. Miserie delatorie felino-curnensi

    Il gatto padano nel n. 790 del suo diario, in un pezzo intitolato “Il coraggioso cagasotto” e a noi riferito, rinuncia a una delle sue occupazioni preferite: quella del delatore semiprofessionista, ipotizzando, o anche calunniosamente presentandoli come effettivamente avvenuti, reati commessi dai propri nemici. Ma non arriveremo a dire che è un cacasotto, non vorremmo offendere la sua virginea sensibilità.
    Per esempio, il gatto non sostiene più, come ancora in qualche numero fa del suo diario:
    • che io abbia pubblicato su Google libri un libro della Biblioteca Angelo Mai, ricavandone illecito profitto: questo dovrebbe essere veramente un reato, ma quel che dice il gatto è falso;
    • che abbia tratto profitto da una conferenza tenuta a Nizza sullo sviluppo dell’arte tipografica, per la cui preparazione mi sono valso della consultazione di un libro (quello stesso del punto precedente) conservato alla Biblioteca Angelo Mai: quella mia memoria è stata presentata nel corso di un convegno, è faso che ne abbia tratto un profitto; per giunta è cevellotico affermare, come fa il gatto, che non potessi consultare quel libro.

    Comunque, se il gatto è convinto che io abbia commesso uno o più reati, vada fino in fondo nel suo sgradevole, ripugnante mestiere di delatore: faccia una denuncia con tutti i crismi. Può anche scegliere di fare una denuncia anonima, “alla curnense”. Infatti, come si legge nella denuncia anonima a carico del padre di Angelo Gandolfi, reo di aver realizzato nel suo esercizio pubblico una sovrastruttura con aggetto “di misura siffredica” (40 cm): «Il presente esposto anche se anonimo produce gli effetti di legge trattandosi di presunti illeciti in materia di polizia edilizia; la sua eventuale archiviazione dovrà essere motivata». Non credo sia azzardato ipotizzare che l’estensore anonimo della denuncia (e/o i suoi mandanti anonimi) volessero soprattutto fare del male ad Angelo Gandolfi, sindaco del buon governo, o quanto meno dargli un avvertimento.
    Si noti — en passant — che il gatto fa illazioni e addiritura afferma che ho pubblicato su Google libri, a fini di lucro, un libro di proprietà dell’Angelo Mai, attingendo a quanto io stesso scrivo in questo diario.
    Counque, come dicevo, il gatto sembra (sembra…) rinunciare alla delazione di quella mia indebita e lucrosa pubblicazione su Google libri e fa un altro giochino, molto “curnense”: quello del punto interrogativo. Non afferma che c’è un reato, ma pensosamente si domanda se ci sia.
    Vi ricordate i vecchi tempi, quando Gandolfi era sindaco? Si sentivano e si leggevano, domande di questo tipo: «Che cosa faceva venerdì sera, alle 23, il sindaco Angelo Gandolfi, che in giacca e cravatta transitava davanti al sagrato della parrocchiale e teneva nella mano destra una cartellina gialla? Che cosa c’era in quella cartellina?». Si noti che è tutto vero, compresa la cartellina gialla. Ma il fatto viene presentato in una cornice criminale, per cui il sindaco avrebbe dovuto dire al buzzurro che cosa faceva, perché lo faceva e che cosa conteneva la cartellina gialla. Così pretendeva il buzzurro.
    Ecco, il gatto, non sapendo quali pesci pigliare, ma essendo pervicacemente intenzionato a sbranarmi, come nella favola del lupo e dell’agnello, ipotizza come criminosa la circostanza che Gandolfi ed io potessimo fare delle riunioni di lavoro nella serra del padre di Gandofi, quella stessa che fu oggetto di denuncia per avvenuta ristrutturazione con tanto di aggetto di misura siffredica (40 cm); quella stessa sulla quale l’assessore Cavagna il Giovane, tutto compreso del bene pubblico, chiedeva che si abbattesse la mannaia dell’Amministrazione comunale, nonostante il ricorso al Tar.
    Sempre nel numero 790 il gatto padano ipotizza come criminoso un appuntamento di lavoro da me fissato alla Salaborsa di Bologna, che è una biblioteca, ma anche una struttura pubblica, uno spazio aperto, dove si passeggia, ci s’incontra, e ci sono tavolini e divanetti a disposizione del pubblico, anche non bolognese (i bolognesi sono generosi), proprio come si vede nella fotografia che ho pubblicato su Nusquamia. (Altro che il Bibliomostro, non foss’altro perché la Biblioteca Salaborsa risponde a esigenze culturali reali di un pubblico reale. E non è una cattedrale nel deserto, uno sperpero mostruoso di denaro pubblico.)
    Il gatto padano però, a differenza del lupo, non ha i denti per sbranare. Vorrebbe che qualcun altro lo facesse, su sua indicazione, che in questo caso si chiama delazione. Ciò non gl’impedisce di sognare di essere parimenti il pubblico inquisitore, la corte giudicante e il giudice. Ma il boia, bontà sua, è un incarico che gira volentieri ad altri.

    P.S. – Ho anche utilizzato, più di una volta, la libreria della stazione ferroviaria di una grande città, sempre per incontri di lavoro, dunque con la prospettiva di lucro. Il gatto padano vorrebbe dare un’annusatina alle cacate carte e farci sapere in quale reato siamo incorsi? E se nel corso di una cena al ristorante, a un certo punto si scostano i piatti, si posano delle carte sulla tovaglia e s’intavola una discussione di lavoro, sarà un reato anche questo? E se addirittura la tovaglia viene scostata? Ecco un dubbio copropapirologico, che il gatto potrebbe risolvere, con consumata e oracolare perizia.
    Che squallore, però queste cacate carte impugnate con piglio agrimensurale! Tanto più codesti dubbi copropapirologici appaiono ripugnanti, al confronto dei dubbi amorosi del divino Aretino («Qui giace l’Aretin, poeta Tosco, / che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, / scusandosi col dir: “Non lo conosco”!»):

    Destossi l’abadessa con gran furia
    Sognando di mangiar latte e gioncate,
    Trovossi in bocca il cazzo dell’abbate.
    Fù peccato di gola o di lussuria?

    • Il gatto insiste: ma lui chi è per accampare certe pretese?

      Il gatto padano scrive (numero 793 del suo diario in rete) in tono perentorio di avermi chiesto informazioni riguardo alle mie attività e insiste: «avevamo chiesto qualche tempo fa e torniamo a chiederglielo adesso». Ma noi non dobbiamo nessuna risposta al gatto padano.
      Ribadisco che, contrariamente a quello che lui scrive, nessun diritto è dovuto da parte mia alla Biblioteca Angelo Mai per la consultazione di un libro, né tampoco Gandolfi ed io abbiamo eluso alcunché. Le modalità di svolgimento di una nostra attività in collaborazione sono affar nostro e non del gatto.
      Se spiegassimo per filo e per segno come tutto è regolare, e quale sia la veste giuridica, e come qualmente le richieste feline siano ridicole (perché niente gli è dovuto) oltre che mal poste, offriremmo al gatto, personaggio di nota maldicenza e forgiatore di bufale, spunti per nuove calunnie e nuova disinformazione, nella quale lui è maestro, come testimoniano questi due esempi, tra i molti:
      • falso del gatto padano # 1, quello dei debiti fuori bilancio di Gandolfi: vedi Un saggio, tanto per gradire, di disinformazione curnense
      • falso del gatto padano # 2, quello del conflitto d’interessi di Max Conti: vedi La tecnica del cacheggia-e-fuggi nella disinformazione del gatto padano
      Inutile dunque che il gatto continui «a chiedere adesso», e ancora. Non gli diciamo niente, non siamo tenuti, per la stessa ragione per cui Gandolfi non è tenuto a mostrare il contenuto della cartellina gialla, quando qualcuno scrive «Che cosa faceva Gandolfi con la cartellina gialla…?», secondo la tecnica curnense che conosciamo bene: ma che non deve essere soltanto curnense, visto che ne parla anche Umberto Eco.
      E pensare che il gatto padano aveva cominciato con lo scrivere, con piglio autorevole e tutto compreso di cultura agrimensurale, che io non potevo occuparmi di arte tipografica. Lui sì, io no. Poi s’inventò sempre nuovi capi d’imputazione, falsi, infine si è attaccato a una mia attività in collaborazione con Gandolfi, della quale non sa niente, ma che muore dalla voglia di annusare, alla ricerca di voluttuose (per lui) cacate carte.
      Il gatto si fermerà qui o torneremo a sentirci dire che «noi i maestrini sardagnoli li prendiamo a plocade»? E dopo?

  78. Umberto Eco sulla tecnica di disinformazione e delegittimazione


    Umberto Eco presenta l’ultimo suo romanzo, ‘Numero zero’. La solita marketta editoriale, si dirà, nella quale sono specializzati Fabio Fazio e Lilli Gruber, praticata da molti altri, anche se con minore efficacia (cioè, si avverte subito la natura markettara del ‘servizietto’; Lilli Gruber, in particolare è bravissima). Però qui parla Umberto Eco, val la pena ascoltarlo. A questo fine, si faccia clic sull’immagine: l’intervista comincia al min 14 : 30.

    Avete presente quanto scrivevo ieri sulla tecnica di disinformazione incentrata sul punto interrogativo? Oddio, il punto interrogativo serve per pararsi il culo, può anche non esserci, sarà sufficiente lasciare che l’interlocutore (il lettore di giornale, di diario reziale ecc.) si ponga la domanda da sé. L’impostante è inserire le notizie vere in un contesto che suoni come un atto di accusa probabile, e provato, a dimostrazione di un crimine presunto, da imputare al nemico da distruggere. Perciò Umberto Eco pone in esergo del suo ultimo romanzo, Numero zero, questa citazione da E.M. Forster, «Only connect». Cioè nella tecnica di disinformazione, per distruggere l’avversario non è più necessario ucciderlo («onestamente», come dice U. Eco), si possono anche citare fatti veri, l’importante è connetterli in modo da delegittimare l’avversario. Proprio come nell’esempio che portavo nell’articolo Miserie delatorie felino-curnensi. Scrivevo infatti:

    Vi ricordate i vecchi tempi, quando Gandolfi era sindaco? Si sentivano e si leggevano, domande di questo tipo: «Che cosa faceva venerdì sera, alle 23, il sindaco Angelo Gandolfi, che in giacca e cravatta transitava davanti al sagrato della parrocchiale e teneva nella mano destra una cartellina gialla? Che cosa c’era in quella cartellina?». Si noti che è tutto vero, compresa la cartellina gialla. Ma il fatto viene presentato in una cornice criminale, per cui il sindaco avrebbe dovuto dire al buzzurro che cosa faceva, perché lo faceva e che cosa conteneva la cartellina gialla. Così pretendeva il buzzurro.

    Di questa miserabile tecnica di disinformazione si faceva uso diffusamente, al tempo in cui Gandolfi era sindaco del buongoverno nell’infelice paese di Curno, che ancora oggi da parte dell’Amministrazione serrano-crurale si pretende bello da vivere, se non altro in prospettiva (lo slogan della dott.ssa Serra era “Per un paese in cui sia bello vivere”). Questa è la tecnica, contadinescamente e agrimensuralmente rozza, del gatto padano, che non si limita a “connettere”, mescola notizie vere con notizie false, qualche volta fa marcia indietro, altre volte goffamente dice che il falso non è suo, anche se è stato lui a dire il falso («Locatelli mi deve delle spiegazioni!» [*]), altre volte ancora aggiunge falsità a falsità (prima scrive che Max Conti ha interessi nella società Energheia, poi afferma che lui, il gatto, non ha mai scritto una cosa del genere e che le mie prove sono un falso creato con Photoshop [**]).

    Ebbene, anche di questo — soprattutto di questo — parla il romanzo di Umberto Eco, a un livello oltrecurnense: un progetto di disinformazione messo in atto da un industrialotto che immaginiamo brianzolo. In particolare, l’intrigante parvenu vuol far credere di essere in procinto di varare un giornale che dovrà mettere paura al salotto buono della finanza: il giornale non uscirà mai, ma è importante approntarne il “numero zero”, cioè un numero di prova, non distribuito nelle edicole, che sarà recapitato a chi di dovere. Insomma, un ricatto, tale da indurre i tenutari del salotto buono ad aprire le porte al commendator Vimercate. Nell’intreccio del romanzo è fondamentale il secondo testamento di Mussolini, che si assume essere un falso, al quale abbiamo accennato qui sopra, nell’articolo La storia e la leggenda.
    Nell’intervista qui sopra riportata c’è al min. 24 : 27 un dettaglio, istruttivo comunque, ma particolarmente interessante nella prospettiva delle miserie curnensi, trattando le quali questo nobile diario è costretto talora a ingaglioffirsi. Umberto Eco, a proposito della tecnica di disinformazione, ricorda un episodio che lo riguarda personalmente: dovendo dir male di lui, qualcuno scrisse che Umberto Eco era stato visto in un ristorante cinese con uno sconosciuto! Poi aggiunge: «Per delegittimare qualcuno non è necessario dire che ha strangolato la nonna. Basta dire: “Portava i calzini color amaranto”; a questo punto il lettore si domanda “Che cosa c’è sotto?”».

    …………………………………………………..
    [*] Si veda Un saggio, tanto per gradire, di disinformazione curnense
    [**] Si veda La tecnica del cacheggia-e-fuggi nella disinformazione del gatto padano

  79. Gli squali della politichetta, i populisti, i pornografi della sciagura avranno il buon gusto di farsi da parte?
    Renzo Piano: l’idea di un ponte per Genova


    (Dal ‘Corriere della sera’ del 29.08.2018)

    Mattia Feltri, come sovente, coglie nel segno. Scrive oggi 29 agosto sulla Stampa che è in atto uno scontro tra politichetta e politica (per maggior evidenza, lui scrive Politica, con la maiuscola). Noi di Nusquamia siamo schierati da sempre per le ragioni della politica, contro la politichetta dei furbastri, degli avventuristi un po’ furbi e un po’ coglioni, contro il principio dell’uno-vale-uno che fa dei dei minus habentes gli arbitri di un destino, il proprio e quello altrui, che non sanno governare. Se la cosa non dispiace ai cattoprogressisti, siamo per un ritorno alla ragione: poco male se è quella illuministica; anzi, meglio. Come scriveva Voltaire, Écrasez l’Infâme, cioè schiacciate l’infamia della superstizione, e poco importa che oggi la superstizione, perlomeno in Occidente, non sia più impersonata dalla religione (i cattolici, per esempio, non credono più in Dio): l’aziendalismo, il populismo, la rivendicazione dei diritti a prescindere, senza più doveri e senza più senso dell’onore, sono soltanto alcuni dei nuovi mali che si sprigionano dalle ceneri del Dio che è morto.


    Fare clic sull’immagine per ottenerne un ingrandimento.

    Scrive Dunque Mattia Feltri nel corsivo di prima pagina sulla Stampa:

    Renzo Piano, uno dei più celebrati e richiesti architetti del mondo, ha donato un progetto per sostituire il ponte Morandi crollato il 14 agosto.
    […] Non è invece un dettaglio che Piano abbia rifiutato l’idea di una ricostruzione del ponte in tempi record. Lui vorrebbe i tempi giusti. I tempi record appartengono al lessico fanfarone della propaganda, i tempi giusti appartengono al lessico delle opere fatte per bene. Non è un dettaglio che abbia parlato del ponte non […] per offrire il suo contributo di fauci alla caccia al criminale. […] Ecco, questi non sono più i codici della politica, ma continuano a essere la Politica.

    • La relazione di progetto del viadotto sul Polcevera

      Facendo clic sull’immagine è possibile leggere «la relazione di progetto del viadotto sul Polcevera trasmessa in forma originale alla redazione di Domus come materiale documentale per la composizione di un articolo sul viadotto pubblicato nel febbraio del 1968, subito dopo l’inaugurazione del ponte stesso».
      (dal sito dell’Editoriale Domus)

  80. Laura permalink

    Ecco Le 12 Regole che una donna doveva seguire nel 1955 per essere una buona moglie

    [Mi limito a considerare le disposizioni seconda e undicesima:
    2.Interrompi le faccende un quarto d’ora prima del suo ritorno in casa per sistemarti: indossa un abito pulito, sistema il trucco e metti un fiocco nei capelli.
    11. Sii disponibile nel mettere a posto le sue scarpe al suo arrivo. Usa un tono piacevole e sereno della voce.
    Riguardo alla seconda, molti italiani dichiarano di preferire le donne dell’Est: sono disposti a sopportare che siano eventualmente fedifraghe, ma almeno quando fanno ritorno a casa non vedono un coso arruffato che indossa la tuta di Pluto.

    Mi viene in mente il caso di un agrimensore che prestava servizio nell’Ufficio tecnico di un grosso comune della bergamasca: aveva una certa età ed era orrendo, così mi dissero; aveva sposato una cecoslovacca, un bijou, che riuscì a piazzare come corrispondente estera in una società d’ingegneria bergamasca che aveva dei capannoni nel suo Comune. Costei si faceva sbattere da un tecnico dei computer della società presso la quale era stata raccomandata, dopo l’orario d’ufficio, nella sala del computer della quale il tecnico aveva le chiavi. Il computer era ancora uno di quei macchinoni d’un tempo, installati in ambienti a temperatura controllata. Non è possibile che l’agrimensore non sospettasse niente, ma gli andava bene così.
    Riguardo all’undicesima disposizione, il tono imperioso e l’ostentazione di determinazione da parte di un numero crescente di donne italiane, non necessariamente iperclitoridee, induce un numero crescente di giovani italiani (anche meno giovani) a prendere la rincorsa, spiccare il salto e approdare all’altra sponda del ruscello, quella degli Lgbt.
    Non sono d’accordo con chi sopporta i tradimenti della moglie legittima, considero l’approdo alla sponda Lgbt un atto di resa indecorosa al nemico (le lobby femministe, cattofemministe, cattoprogressiste, Lgbt ecc.). Ma prendo atto della rilevanza sociologica del fenomeno.
    (E adesso, prego: si faccia avanti, e si faccia sentire, il coro dell’indignazione pavida e politicamente corretta!)
    N.d.Ar.]

  81. ALGIDO permalink

    Vedo che l’estata è stata feconda di idee. Mi pare interessante questa direzione che ha impresso alla navicella.
    [Non ho cambiato linea. L’ideologia è quella di sempre, libertaria, per il socialismo scientifico, contro l’approssimazione e il sentimentalismo, contro il cattoprogressismo e contro la mistica d’ogni colore. Di nuovo c’è sul piano nazionale il crollo del Pd, secondo me a torto imputato ‘in toto’ a Renzi, che fu semmai un catalizzatore del processo rovinoso, è vero; ma il processo ha scaturigine antica. Tutto comincia con l’impostura di Occhetto. Bersani, ancorché portatore di virtù appenniniche, che abbiamo sempre apprezzato, non fu in grado di operare un’inversione di rotta, né in cuor suo la voleva; non interpretò la complessità del sistema e non contrastò la valanga populista, nel suo partito promossa dallo stesso Renzi. Questo fu il suo errore, eppure qualcosa dovevano suggerirgli il suo onesto animo appenninico e lo studio della filosofia (al quale si era applicato seriamente, niente Martha Nussbaum); l’ebbero vinta così, ancora una volta, l’aziendalismo e, in generale, l’appecoramento alla sinistra all’americana, quella dei diritti civili e delle primarie ecc. Il Pd, anche sotto Bersani, da un lato tendeva sempre più a somigliare una SpA, come il partito socialista di Craxi, dall’altro come non mai era tenuto sotto schiaffo dai cattoprogressisti e dai paladini dei diritti senza doveri e senza senso dell’onore. Se la Boldrina usciva con una delle sue boldrinate, nessuno nel Pd fiatava. Invece bisognava prenderne le distanze, perché poi la “ggente” pensava che la Boldrina fosse del Pd, e come la Boldrina apriva bocca, antipatica, determinata e asseverativa com’era, la ggente s’incazzava come una biscia. In sostanza il processo di emarginazione delle ragioni della sinistra, cominciato con Occhetto, al tempo di Bersani era divenuto una valanga inarrestabile: quando provò a riportare il partito su una rotta meno perigliosa, i buoi erano ormai usciti dalla stalla. D’altra parte sembrava che Renzi avesse ragione, se ci si limitava a leggere i risultati elettorali. Renzi fece salire le quotazione del Pd nella Borsa elettorale, ma i titoli dei quali si diceva garante erano come le azioni di un fondo d’investimenti fasulli: cacata carta uscita dalle rotative della McKinsey. Con il crollo del Pd, che tuttora si mostra incapace sia di elaborare un progetto serio e plausibile, sia di raccontarlo, i populisti, senza merito proprio, hanno fatto il pieno di voti. Non è vero che Salvini e Di Maio siano politici abili: non lo sono nemmeno nel senso peggiore della parola “politico”. Semplicemente, per colpa della sinistra, le pere cadevano una dopo l’altra dall’albero. Loro si sono limitati a tendere la mano, le hanno raccolte.
    A Curno i similprogressisti hanno vinto per il rotto della cuffia, grazie alla catena di trasmissione di consenso elettorale rappresentata dalle associazioni, certo, ma anche grazie alla lista di disturbo della fasciofemminista e all’astensione di Gandolfi. Ma se l’Amministrazione serrano-crurale non fa qualcosa per smarcarsi dall’eredità serrana, anche Curno sarà posseduta dai populisti. Semmai c’è da domandarsi con quali uomini. Locatelli sta facendo di tutto per ingraziarsi la Lega, che sconta tuttora, e pesantemente, il periodo di opacità e mancanza di coraggio al tempo dell’egemonia del Pedretti e perfino dopo. Non so quanto siano contenti di Locatelli sia in Forza Italia, sia nella Lega, e non so come i cittadini prenderebbero la mossa di spostare Cavagna il Giovane nella Lega. Se ci fossi io a fare il controcanto, sai che bei volantini, e quanto pepati!
    N.d.Ar.]

    Per la verità i primi passi dello sciagurato governo Gialloverde a qualcuno hanno ricordato i primi passi del Governo Gandolfi. Per i seguenti motivi:
    1) Un premier (allora un sindaco) scelto fuori dai due blocchi partitici e con l’intento di avrere persona morbida e malleabile diciamo orientabile [gli è andata male, come ben sappiamo: N.d.Ar.]
    2) Una furia mediatico-giudiziaria contro la precedente Amministrazione di Centro Sinistra (allora pochi social e molta carta) [Veramente, se parliamo di Curno, e non del governo grilloleghista, io ho il ricordo di un crescendo di delegittimazione nei confronti di Gandolfi, un’insofferenza viscerale; quindi tutto un lavorìo per creare degl’inciampi, trame nascoste e trabocchetti (come al tempo della festa cervisiaria), per approdare infine al patto serrapedrettista, la cui prima plateale dimostrazione fu il tristo episodio della mordacchia, e che culminò con la crisi extraconsiliare, quando serrani, pedrettisti e quinta colonna del PdL rassegnarono le dimissioni in massa per far cadere quell’Amministrazione che non erano riusciti ad azzoppare in Consiglio, per quanto ce l’avessero messa tutta. N.d.Ar.]
    3) Una Maggioranza disomogenea e litigiosa, che faceva a gara a mettersi in mostra [Questo è vero: aggiunga pure la totale incapacità da parte di Stella, non dico di governare la situazione, che forse era davvero ingovernabile, ma di minimizzare il danno, per sé, per il suo partito e per il paese di Curno. N.d.Ar.]
    4) La voglia di rieducare i cittadini con la guerra alle associazioni e a tutto quanto. [Non confondiamo la demistificazione della sacralità delle associazioni con la guerra. Tra i miei ricordi c’è l’episodio in cui da parte pedrettista si disse che la presidenza delle Muse doveva passare ai vincitori, in base allo spoil system: io mi pronunciai contro questa logica. Fra l’altro, non se ne fece niente, se ben ricordo. Personalmente mi battei sempre per la demistificazione, e non per l’occupazione delle cariche. N.d.Ar.]

    I risultati, che ahimè, non vennero. [Ah sì, il buon governo di Gandolfi, il risanamento del bilancio per lei sono noccioline?]

    Su una cosa credo sbaglino [quelli che istituiscono l’analogia Conte/Gandolfi: immagino che intendesse questo; N.d.Ar.].
    Conte devi quasi sforzarsi per ricordare che è lui il Presidente del Consiglio. Gandolfi almeno a livello mediatico riuscì ben presto a farsi identificare come il Dominus [e le manovre di accerchiamento furono abilmente sventate: N.d.Ar.], forse perché il sistema è diverso (Conte lo possono cambiare senza ripassare dalle urne, Gandolfi no).
    Insomma, ma questa è acqua strapassata: adesso bisogna guardare avanti, al buongoverno Gamba [mah… in ogni caso, dica pure serrano-crurale; N.d.Ar.], con un occhio a Nusquamia.

  82. Ma qui ci si prende gioco delle cacate carte!
    A Curno, dove l’ironia è poco apprezzata, e la delazione è grevemente praticata, si direbbe: “Gravissimo!”

    Oggi, all’ingresso di un bar con terrazza, a Crespi sull’Adda, ho visto su un tavolinetto un certo numero di sassi di fiume, abbastanza grandi e ben levigati. Su ognuno era scritta una sentenza, per esempio

    «Le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare».

    La frase sul sasso è attribuita a Bernard Shaw.

    Tornato a casa, ho fatto qualche verifica. Sfrondando la spazzatura d’Internet, ho visto che la frase non è di Shaw, anche se ha detto qui e là qualcosa di simile. Secondo The quote verifier questa frase sarebbe stata riportata per la prima volta dal Reader’s Digest, che l’attribuì ad Alexander Woollcott, critico teatrale e giornalista americano:

    All the thing I like to do are either immoral, illegal, or fattening.

    Sempre Woolcott disse, proprio di Shaw, queste parole a metà strada tra l’elogio dell’illustre drammaturgo irlandese e la presa di distanza da una certa sua decadenza senile: «At 83 Shaw’s mind was perhaps not quite as good as it used to be, but it was still better than anyone else’s», cioè “All’età di 83 anni la testa di Shaw non era forse quella di una volta, ma era pur sempre migliore di quella di chiunque altro”.

  83. ALGIDO permalink

    Alla fin fine lei che pensa dei parallelismi tra il governo gialloverde e il periodo 2007-2012 a Curno? È un dejà vu o una forzatura? Perché in diversi me lo hanno detto.
    [L’analogia è sempre lecita, purché non ci si limiti a dire «X è simile (o analogo) a Y», ma si circoscriva il campo (o “dominio”) che definisce l’analogia: nel senso che ne stabiliscono i confini, oltre i quali non si può più dire che X è simile a Y. In altre parole ancora, bisogna dire in che cosa X è simile a Y. Ebbene, la nomina di Conte si presenta senz’altro analoga a quella di Gandolfi: due partiti fanno un “contratto” (oggi si dice così, e in fondo non è neanche sbagliato), nessuno dei due trova nel proprio ambito un candidato che vada bene all’altro, e ci si mette d’accordo sulla scelta di terzo, con la premessa che costui debba essere un pupo. Indipendentemente dal fatto che Gandolfi non fu un pupo, l’analogia regge benissimo. Ma è importante non uscire dal campo che definisce l’analogia, cosa che, per chi ha un minimo di dimestichezza con la logica, è del tutto naturale. Osservo peraltro, per esperienza diretta, che per alcuni curnensi è cosa invece assai difficile. N.d.Ar.]

    Molto insistono sul clima di azzeramento di ciò che era stato fatto in precedenza e sulla furia ingiustificata contro la precedente amministrazione. Ci sono voluti oltre 3 anni perché in un Consiglio Comunale il Sindaco disse all’ex Sindaco in relazione a non so quale faccenda che riteneva di doverle delle scuse.
    [Immagino che lei voglia dire che Gandolfi chiese scusa alla Morelli. Non escludo che possa essere vero, ma non ho presente l’episodio. Dovrebbe essere più preciso. N.d.Ar.]

    • Angelo Gandolfi permalink

      Faccio presente che non credo di aver mai avuto occasione di chiedere scusa alla prof.ssa Morelli in relazione a cose che io avrei detto o fatto. Vorrei cortesemente sapere quale sarebbe stato invece l’argomento delle mie scuse.

  84. I populisti Salvini e Di Maio che cosa aspettano a risuscitare questa rivista?


    Per sfogliare la rivista, fare clic sull’immagine.

    Come i lettori di Nusquamia sanno, i filosofi dell’isola di Nusquamia sono fieri avversari della mongo-tecno-euro-burocrazia. Gli euroburocrati e la retorica buccinata dai tromboni istituzionali sono responsabili dell’odio popolare contro l’Europa, un po’ dappertutto in Europa. Invece bisognava prendersela contro gli eurocrati e in particolare sviluppare una linea di resistenza contro l’ideologia di Prodi e Ciampi (che diedero all’euro, perlomeno in Italia, quella fragranza caratteristica, un misto di mortadella felsinea e scorreggia labronica). E oggi che Prodi è in pensione e Ciampi si trova nel VII cerchio dell’Inferno, nel girone degli usurai, non si tratta certo di opporre retorica a retorica, per esempio postulando un’Europa decisa a contrastare la morsa degl’imperi americano, russo e cinese. No, senza far strepito, senza cinguettii di tweet, senza il “mi piace” dei coglioni, ma con rigore e in base a un’acquisizione scientifica dei dati del problema e un’indagine approfondita del funzionamento del sistema, insomma senza odiose sparate mediatico-populiste, bisogna chiamare la scienza, quella vera, in soccorso dell’Europa. Un po’ come fece Mussolini quando chiese a Beneduce di proteggere l’Italia dalla finanza, e fondò l’Iri. E Beneduce, antico socialista, matematico ed economista vero (mica Claudio «Aquilini» Borghi) non abbaiò contro la finanza, ma la contrastò scientificamente, senza latrare.
    Se da Prodi e Ciampi scendiamo a livelli più bassi, non sarà difficile riconoscere che in ogni angolo d’Italia esistono personaggi di panza e giovanottini ambiziosi che tromboneggiando sull’Europa finiscono con il rendere un pessimo servizio all’Europa. Nella periferia d’Italia, a Curno, il giovine MarcoBattaglia si è presentato come propagandista monomandatario dell’Europa, ma non credo che abbia reso granché simpatica l’idea dell’Europa. Così come la sinistra (ammesso che abbia senso parlare di “sinistra” con riferimento al Pd, e non solo) ha subìto danni gravissimi dalle sparate della Boldrina e, a Curno, dalla determinazione serrana.
    A questo punto, per i populisti Di Maio e Salvini è stato un gioco da ragazzi impadronisrsi del risentimento popolare contro l’Europa. Sondaggi alla mano, si proclamano antieuropeisti. Beh, considerato il loro modesto livello culturale, provino a sfogliare la rivista “Antieuropa” (vedi qui sopra) che si presenta come una «Rassegna dell’espansione fascista nel mondo». È scritta in buon italiano, c’è perfino un carme lustrale (in occasione del compimento del lustro, cinque anni dopo la fondazione dell”Era fascista”!) in latino. Chissà che non trovino qualche spunto per poi fare la ruota e dire: vedete, come noi [in realtà loro: N.d.Ar.], volendo, sappiamo parlare fino? Noi siamo gli eredi di quella tradizione, non potete più chiamarci ignoranti!
    Veda il lettore che cosa c’è a p. 27 e chi a quel tempo parlasse fino. Però, per essere sicuro di non commettere alcun reato (non si sa mai), per fare le cose a modino, il lettore farà bene a chiedere una perizia copropapirologica al gatto padano, attenendosi poi alle sue istruzioni.

  85. Fusaro elogia la resistenza di Ratzinger all’avanzata del capitalismo finanziario
    Papa Francesco è contraddittorio, oscilla tra resistenza e acquiescenza

  86. Andare a puttane? Sì, purché a norma di cacata carta
    Così il non intelligentissimo tenente Lorusso in Mediterraneo, che è un film filosofico

    Il film Mediterraneo (1992) di Salvatores è un film filosofico, nonostante le apparenze, dove si svolge la tesi esposta da Henri Laborit nel libro Elogio della fuga. Termina con questa scritta, scavata su fondo nero, subito dopo le immagini di coda: «Dedicato a tutti quelli che stanno scappando» e comincia con questa frase, tratta da Laborit: «In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare».
    L’«elogio della fuga» non dovrebbe essere frainteso e banalizzato, in modalità curnense, ma considerato nel contesto del pensiero del sociobiologo Laborit, lo scienziato che ha introdotto l’uso della clorpromazina nel trattamento della schizofrenia e che ha studiato il fenomeno dell’aggressività dapprima in sede biologica, quindi nell’universo concentrazionario aziendale. Quest’ultimo aspetto è illustrato in particolare nel film Mon oncle d’Amérique di Alain Renais, nel quale Laborit in persona illustra i meccanismi di appetizione, di gratificazione, di aggressività e fuga, e di razionalizzazione (il cui eventuale fallimento si traduce in angoscia e nella conseguente somatizzazione). Qui sotto, gl’intermezzi del film dove Laborit prende la parola.

    A parte l’elogio della fuga, il film è ricco di notazioni e considerazioni suggestive, come in questo brano, che abbiamo già presentato su Nusquamia in altro contesto:

    • Nuovo cinema Nusquamia
      Mon oncle d’Amérique

    • ALGIDO permalink

      La fuga… Conosco persone e ho amici che sono fuggiti, chi all’estero chi da un lavoro stressante da cui si sentivano soffocati, chi da Bergamo verso la toscana, chi da in matrimonio e una vita di doveri. Il punto è che ne ho visti pochi alla fin fine contenti. Perché non si può fuggire da sé. E spesso le cause non sono ambientali politiche, professionali, sentimentali ma interiori.

      • L’intelligenza, per vivere una vita beata

        Vero, ci sono persone che fuggono non da una costrizione ambientale, quella alla quale fa riferimento Laborit in ultima analisi, ma da se stessi, e che non hanno l’intelligenza per capire che la prigione che si sono costruiti da sé è essa stessa conseguenza di una costrizione ambientale. Pensano di fuggire dalla morsa ambientale, in realtà fuggono da sé, mentre la costrizione ambientale permane. Dovevano distruggere quella costrizione, che invece continuano a rispettare, dovunque vadano a cacciarsi. Bisognava capire che le sbarre della propria prigione delimitano uno spazio virtuale, non per questo meno angoscioso, che è proiezione dell’universo concentrazionario nel quale si vive, per esempio l’universo aziendale: non quello di questa o quell’azienda, ma quello dell’aziendalismo. Insomma, bisogna spernacchiare l’aziendalismo.
        Il male va dunque affrontato alle radici, ma per capirlo occorre intelligenza, e non tutti hanno l’intelligenza, o anche soltanto la fortuna di capire quale sia il nodo del problema. Le persone intelligenti a questo fine possono leggere, possibilmente in latino, il De brevitate vitae di Seneca, un filosofo non esente da peccatucci, com’è posto in rilievo da Massimo Fini, ma che ha colto alcuni punti fondamentali del bene beateque vivendum. E del quale il filosofo cristiano Tertulliano scrisse Seneca saepe noster (cioè Seneca, che spesso è dei nostri), attribuendogli un’anima naturaliter Christiana (dove naturaliter è usato in senso proprio — ci mancherebbe — e non come pensa il gatto padano, nella sua sfacciata improntitudine quando copia & incolla in vena di fichitudine agli occhi dei buzzurri).
        Tornando alla fuga, bisogna capire quale via di fuga prendere, e per capire ci vuole intelligenza. O anche fortuna, come si diceva. Veda qui di seguito come il pur non intelligentissimo Lorusso, alla fine abbia capito, e abbia fatto ritorno nell’isola di Vassilissa, la puttana santa. Lorusso capisce tardi quel che il soldato semplice Antonio Farina aveva capito fin dall’inizio. Ma Farina aveva avuto la fortuna di leggere i lirici greci, che immaginiamo il tenente e professore di greco gli abbia spiegato (o Farina li avrà capiti da solo, come per illuminazione?); invece Lorusso ha capito dopo aver compreso di essere stato bastonato, come dice lui stesso. In effetti — è triste a dirsi, ma è vero — molti capiscono soltanto dopo che hanno sbattuto il muso sui propri errori. Non tutti però: la donna di servizio di mia nonna per insegnare a Faruk, un bellissimo gatto siamese, che non doveva sporcare in salotto (quelli di una volta, con le ottomane, i tavolinetti, i gingillini inutili) gli strofinava il muso sulla fatta. Ma lui, dispettoso, non voleva imparare.

        • L’ultima spiaggia vive e lotta insieme a Voi. Vedi sul Foglio on line di oggi
          L’Ultima Spiaggia di Capalbio resiste.

          Pare che sia il bagno [inteso come stabilimento balneare? Come quando si dice il “Bagno Mariuccia” nella testacea (= piena di odiose conchigliette) costa adriatica? N.d.Ar.] in Italia di cui non si può fare a meno di scrivere. E il Foglio non si distingue.

          • Capalbio

            Grazie della segnalazione, sono andato a vedere l’articolo: deludente, però, anche tanto. Si accenna per esempio a Franco Bassanini e Linda Lanzillota (quella delle marmellate “bio”): va bene che quest’anno non si son fatti vedere, ma l’articolista, visto che li ha nominati, poteva ricordare qualcuna delle loro gesta, e della loro resistibile ascesa. Veramente miserello inoltre quel cenno pudico ai baci capalbiesi in favore di macchina fotografica, da parte di Achille Occhetto e della moglie Aureliana Alberici, che sarebbe diventata ministro-ombra del governo-ombra occhettiano, un’impostura pazzesca (Occhetto riguardo a quelle foto fu così sfrontato da pretendere che fossero rubate, ma il fotografo disse, anni dopo: «Ma che rubate! Ma se m’impose di fare una pausa, per cambiare la giacca, che mostrava sbuffi di sudore!»).
            E la cantante Nada? Ma come, l’articolista ci provoca nominandola, e poi non ci dice niente? Non ci ricorda quanto fosse carina da giovane, e come poi sia cambiata, e abbia fatto del jazz e cantato canzoni trasgressive («Spingi forte sul gas… Esplodi insieme a me») e come adesso abbia un’azienda vinicola e il suo naso sia divenuto papilloso?
            Le “Brigate Rolex capalbiesi”, detto com’è detto, è roba vecchia, dice poco. Giuliano Ferrara se legge quest’articolo, s’incazza.
            Rimane il problema: la dott.ssa Gamba, sindachessa dell’Amministrazione serrano-crurale, che cosa vede per il futuro di Andrea Saccogna-Gamba? Lei ha accettato di portare la croce di Curno, secondo alcuni maliziosetti, pensando soprattutto a un corridoio Curno-Capalbio che portasse il Saccogna-Gamba dritto dritto sulla sdraio di Chicco Testa. Il quale però non accenna a invecchiare, così leggiamo nel brutto articolo del Foglio. Chicco Testa è sempre giovane, come quando fece il modello per un fotoromanzo? Giancarlo Pajetta, che da antifascista vero passò la giovinezza in carcere, la prese male, molto male: «Di questo passo, non so proprio dove andrà a finire questo cazzo di partito!». E Saccogna-Gamba, visto che fra l’altro i fotoromanzi non ci sono più, che cosa intende fare? Fra l’altro, l’equivalente dei fotoromanzi (certamente oggi esiste un equivalente: che so io, un canale You-tube, o qualcosa del genere) è più roba da MarcoBattaglia che da Andrea Saccogna-Gamba, se ho capito bene. Inoltre come la mettiamo con il fatto che i populisti, secondo quel che si legge (anche) nella scalfaressa odierna, ormai ammontano al 70%? Vedo difficile una conferma della dott.ssa Gamba nel suo ruolo di sindachessa. Andrea Saccogna-Gamba saprà trovare da solo la strada per Capalbio? E che cosa ne sarà di Capalbio?

          • Nada Malanima, detta Nada


            Poiché abbiamo nominato Nada, eccola in alto in versione acqua e sapone, poi qui sotto in una fase intermedia. Preferiamo non documentare la fase finale.

          • Carla permalink

            Vi è mai capitato di incontrare dei perfetti idioti che si credono dei portenti di intelligenza? Vedi:

            Perché gli stupidi si credono intelligenti?

          • Seconda F, quella seria, non Naussbaumiana
            Socrate si dice sapiente perché sa di non sapere

            “L’unica certezza, è che non c’è niente di certo”, questa è la divisa del sapiente: come affermava Plinio (Storia naturale, II, 7), Solum certum, nihil esse certi: era una massima che piaceva parecchio a Montaigne, il quale non solo la mette in evidenza nei suoi Saggi (II, 14), ma la fece incidere in uno dei travetti del soffitto della biblioteca, insieme ad altre 56 frasi latine o greche, nel suo castello a Saint-Michel-de-Montaigne, nel Périgord. La frase è ben leggibile nella foto qui sotto:

            La frase completa è Solum certum nihil esse certi et homine nihil miserius aut superbius; cioè: “L’unica certezza, è che non c’è niente di certo, e niente è più dell’uomo miserabile, o più superbo”. Sempre Montaigne scrisse che «La peste dell’uomo è la presunzione di sapere».
            Ecco un apologo che riassume bene il punto di vista dei filosofi dell’isola di Nusquamia, tratto dall’Apologia di Socrate:

            Premessa – Socrate, quando ormai sfiorava i settant’anni (per quei tempi, un’età avanzatissima) venne condotto in tribunale, perché dopo il governo dei trenta tiranni e il ritorno della “democrazia”, ad Atene è in corso un regolamento dei conti.
            Viene accusato formalmente di tre reati: empietà, perché si è interessato di filosofia naturale, arrivando a formulare pensieri bislacchi e destabilizzanti per l’ordine pubblico (così ce lo presenta Aristofane nella commedia Le nuvole), perché avrebbe corrotto i giovani e perché, poco rispettoso della religione ufficiale, la religione di Stato, avrebbe introdotto nuovi dèi nella città.
            Socrate in effetti, nel periodo precedente la guerra civile, aveva criticato dalle fondamenta il principio democratico, tuttavia durante la guerra civile si astenne dal prendere parte alla politica, anzi rischiò di essere messo a morte, perché si rifiutò di obbedire a un ordine che ripugnava alla propria coscienza; ma è anche vero che due suoi discepoli ebbero parte attiva nel governo dei trenta tiranni: Senofonte in qualità di ipparco, cioè comandante della cavalleria, mentre Crizia addirittura fu capo dei trenta tiranni (Crizia era anche zio di Platone, colui che ci ha tramandato la filosofia di Socrate e la stessa Apologia che Socrate pronunziò davanti ai giudici).
            Ma si poteva mettere a morte Socrate con l’accusa di essere stato tiepido nei confronti della democrazia e, per dirla in termini correnti, pochissimo populista? No, non si poteva, tanto più che ci fu un’amnistia, anche per coloro che si erano schierati con i trenta tiranni, a meno che non si fossero macchiati di delitti di sangue. E Socrate non si era schierato. Ecco allora la triplice accusa che si è detta sopra, perché il risentimento nei confronti di Socrate era tanto. I delatori che lo trascinano in giudizio sono Anito, ricco mercante democratico, un tipico rappresentante della democrazia ateniese (che in realtà, come sappiamo, era un’oligarchia allargata, qualcosa di molto simile a una plutocrazia), Meleto, un poetastro “istituzionale” e Licone, uomo politico e azzeccagarbugli, che in politica faceva il reggicoda del ricco Anito, difendendone gl’interessi.

            Svolgimento – Nella sua difesa Socrate esordisce dicendo di non essere esperto di cacate carte; anzi si dice confuso, avendo sentito i suoi accusatori e avendo ben compreso quanto essi siano abili nel cazzeggio giuridico. Poi dice che crede di aver capito da dove gli sia nata tanta malevolenza: dal fatto che ha la fama di essere sapiente, di una sapienza singolare, e più che umana. Ma la mia sapienza, dice Socrate, è soltanto sapienza umana (ἀνθρωπίνη σοφία); e, a ben vedere, non è neanche la vera sapienza. Racconta così che un suo amico, Cherefonte, domandò all’oracolo di Delfi se ci fosse qualcuno più sapiente di Socrate (εἴ τις ἐμοῦ εἴη σοφώτερος). La Pizia rispose che nessuno era più sapiente di Socrate, il quale però sapeva di non essere sapiente, né molto né poco (ἐγὼ γὰρ δὴ οὔτε μέγα οὔτε σμικρὸν σύνοιδα ἐμαυτῷ σοφὸς ὤν). Andò dunque a parlare con un uomo politico (τις τῶν πολιτικῶν) e con molti altri, che gli sembravano più sapienti. Ma capì che costoro non erano per niente sapienti: anzi, volle dimostrare loro che essi credevano di essere sapienti, ma non lo erano. Perciò cominciò ad essere odiato da quell’uomo politico, e da molti altri che erano presenti alla discussione (ἐντεῦθεν οὖν τούτῳ τε ἀπηχθόμην καὶ πολλοῖς τῶν παρόντων).
            Perciò Socrate pensava: è vero, io sono più sapiente di quell’uomo politico, ma nessuno di noi due probabilmente sa niente di bello, o di buono. Però costui, pur non sapendo niente, crede di sapere qualcosa; io invece non so e non ritengo di sapere (ἐγὼ δέ, ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδὲ οἴομαι).
            Quanta più gente era via via interpellata dal filosofo, tanto maggiore era l’odio che Socrate attirava su di sé, come quando andò a sfruculiare i poeti, che immancabilmente si dimostrarono pochissimo sapienti. Infine Socrate si recò dai tecnici (ἐπὶ τοὺς χειροτέχνας ᾖα) e anche loro, per quanto esperti ciascuno nel proprio mestiere, commettevano lo stesso errore dei poeti, quello di considerarsi grandi esperti anche delle altre cose, e delle più grandi (ἕκαστος ἠξίου καὶ τἆλλα τὰ μέγιστα σοφώτατος εἶναι). [Un po’ come il gatto padano di Curno, che è esperto di cacate carte, e che pretende di ficcare il naso in faccende culturali, delle quali non capisce niente. N.d.Ar.].
            Da questa ricerca nacquero a Socrate molte inimicizie e calunnie, da parte di chi veniva confutato, e la fama di sapiente, presso chi era presente alle dispute.
            Dopo numerose ricerche presso coloro che lui stesso riteneva sapienti, ma che alla prova dei fatti dimostravano di non sapere, Socrate capisce finalmente che l’oracolo non intendeva parlae di lui, ma di averlo voluto proporre come esempio. Cioè il significato dell’oracolo (che, come si sa, si esprime oscuramente) è il seguente: «Tra voi il più sapiente è colui che, come Socrate, sappia che, in verità, non è degno, quanto a sapienza, di essere minimamente stimato (οὗτος ὑμῶν, ὦ ἄνθρωποι, σοφώτατός ἐστιν, ὅστις ὥσπερ Σωκράτης ἔγνωκεν ὅτι οὐδενὸς ἄξιός ἐστι τῇ ἀληθείᾳ πρὸς σοφίαν).

            Si noti che, se Socrate parlava dell’oracolo, lo faceva per dissimulazione onesta. Certo non credeva negli oracoli, credeva semmai nell’arte di argomentare. Ma non dimentichiamo che uno dei capi d’imputazione era precisamente quello di non riconoscere la religione ufficiale e d’introdurre in città nuovi dèi. Era come dicesse: voi che credete negli oracoli, vedete un po’ che cosa disse l’oracolo; e adesso, prendete e portate a casa.
            Noi moderni non siamo obbligati a credere negli oracoli religiosi (meno male: almeno questo!); i migliori fra noi sono razionalisti e disprezzano il linguaggio oracolare mentre i più fessi credono nei nuovi oracoli, quelli dei sedicenti esperti, che con molta e risibile determinazione dicono cose che non stanno né in cielo né in terra, o perché mentono sapendo di mentire, o perché loro stessi credono ai propri deliri. Per esempio, Claudio «Aquilini» Borghi, l’economista della Lega, crede veramente in quel che dice? O parla così per il gusto della battuta, per ricevere l’applauso dei minus habentes? Il guaio è che, anche soltanto parlando, reca danni immensi agl’italiani.

          • Ho un po’ limato e apportato qualche aggiunta all’articolo precedente.

          • Il parlare oracolare dei populisti a proposito del viadotto sul Polcevera

            Nel corso di un confronto sullo stato dell’informazione, tenuto in occasione della “Festa del Fatto [quotidiano]” (2 settembre 2018) tra il direttore del Tg La7 Enrico Mentana e Milena Gabanelli, a proposito della tragedia del ponte di Genova, Mentana afferma «Mi si rizzano i capelli quando un premier dice che non si possono aspettare i tempi della giustizia: una fake news di Stato».
            Gli fa eco Gabanelli, per cui l’annuncio della revoca della concessione a tragedia appena accaduta è «una sparata e mi indigna come i giornali l’abbiano ripresa. Chi costruisce poi? […] Le responsabilità non si decidono lanciando un cappio al collo. I concessionari devono pagare caro e tutto, ma a fatti accertati».

            Finalmente si sentono parole ragionevoli. Il parlare oracolare dei populisti a proposito del viadotto sul Polcevera è una schifezza, come pure sono una schifezza le raffiche di rivelazioni con riferimento a svolazzi di cacate carte che dovranno essere pure considerate, non dico di no, e trattate con i guanti (mi sembra evidente), ma seriamente, e da persone serie; non da populisti e dai loro servi (consapevoli o meno), non da azzeccagarbugli ignoranti. Il problema va affrontato in una visione di sistema: chi doveva averla, compreso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha ragionato sul sistema, e come ha ragionato? O si è limitato alle cacate carte?
            Diceva Cicerone, un po’ trombonescamente, come di solito, perché faceva riferimento a se stesso e al suo consolato: «Cedant arma togae», cioè “Le armi facciano un passo indietro davanti alla toga”, e così intendeva che la sua oratoria e la sua attività di magistrato civile valevano più dei meriti di un comandante militare. Beh, noi potremmo dire: “Vulgilingorum verba cedant operis sapientum”, cioè “Le parole dei populisti facciano un passo indietro davanti all’opera degli scienziati”.
            Ancora una volta: merda al populismo!


            Ottobre 2016: crolla il cavalcavia sulla Milano-Lecco (SS 36) in località Annone Brianza; sono le immagini riprese da una telecamera dell’Anas. Il cavalcavia non è stato ancora ricostruito. Si è detto che il Tir che ne ha provocato il crollo avrebbe dovuto procedere alla velocità max. di 20 km/h, scortato dalla polizia e al centro della carreggiata, dunque con una migliore ripartizione del carico. In generale, però, anche per il viadotto sul Ponte Polcevera, si pone il problema dell’idoneità delle strutture a resistere a sollecitazioni dinamiche di entità superiore a quella di progetto, o a quella suggerita da una valutazione del manufatto aggiornata e riferita al comportamento strutturale dell’insieme, cioè del manufatto considerato come un sistema, oltre che nelle sue parti.

          • Il viadotto sul Polcevera illustrato dal suo progettista

            In rete c’è chi sostiene che i tiranti avrebbero avuto una funzione poco più che esornativa, e che il viadotto sarebbe crollato perché qualcuno ha collocato delle cariche esplosive sotto l’impalcato. Insomma, una demolizione controllata, proprio come le torri gemelle di New York, secondo gli zuzzerelloni fautori della teoria del complotto. Fra questi c’è Giulietto Chiesa, giornalista populista e putiniano: sosteneva la tesi che l’11 settembre non fosse opera di al-Qaida, ma l’esito di un complotto tutto americano. Nel caso del viadotto del Polcevera, Giulietto Chiesa tuttavia è apparso moderato, come si vede nella prima parte del documento qui sotto. Ringraziamo Giulietto Chiesa, anche se non è ancora detta l’ultima parola.

  87. Cristina permalink

    Bonjour!
    Qualcuno dell’isola di Nusquamia cinefilo e francofono ha visto questo film in versione originale? Non riesco a trovarlo.
    Merci beaucoup!

    [Mi sa che è un bel film, a meno che il provino prometta una cosa, e poi ti scodelli la solita sbobba dei nuovi diritti, del politicamente corretto, delle sensibilità e sentimenti “diversi” ecc. Spero proprio di no. Il regista è Villeneuve, quello stesso che ha realizzato ‘Blade runner 2049’, che fu una delusione tremenda, un film assolutamente da non vedere (purtroppo l’ho visto).
    Il film può essere visto in flusso d’immagini e suoni (streaming) sulla piattaforma Chili al prezzo di 2,99 €, ma la colonna sonora è in italiano; il Dvd può essere acquistato presso Amazon al prezzo di 7,95 €, con la possibilità di scegliere tra colonna sonora italiana e colonna sonora francese. Lo stesso Dvd si trova in 11 biblioteche della Rete bibliotecaria bergamasca e può essere ordinato anche a Curno, che ha una biblioteca cheè uno dei poli di questa rete.
    Non sarà inutile ricordare che Curno ospita l’edificio di un’altra biblioteca, della quale è annunciata la prossima apertura (la biblioteca o soltanto l’auditorium?). PArlo della nuova e inutile Megabiblioteca, che con l’Amministrazione Serra doveva diventare un Faro del politicamente corretto, ad amplissimo raggio, con un contorno di progetti grandiosi, ma poi non se ne fece niente; con l’Amministrazione serrano-crurale diventerà un ricovero d’iniziative ancora politicamente corrette, ma in tono minore. In ogni caso, una roba da vergognarsi, un’ennesima grande opera concepita per alimentare l’ego e le ambizioni di qualche provincialotto. Invece la Rete bibliotecaria bergamasca, che dovrebbe arginare l’insediamento d’inutili Bibliomostri (ma non quello di Curno, purtroppo), è un’iniziativa benemerita nelle intenzioni e di fatto funzionante egregiamente.
    N.d.Ar.]

  88. Nuovo cinema Nusquamia, in salsa politicamente scorretta
    Palombella rossa, di Nanni Moretti, con la partecipazione di Asia Argento


    Nanni Moretti e Asia Argento nel film ‘Palombella rossa’ (min. 24 : 46). Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

    In Palombella rossa di Nanni Moretti vediamo Asia Argento (dal min. 24 : 46), che all’epoca doveva avere tredici anni, nella parte di Valentina, figlia di Michele Apicella (Nanni Moretti). E che fa? Grida “Porco!” a un uomo. Il porco è un personaggio del film Dottor Zivago, un avvocato senza scrupoli, tale Komarovskij, divenuto bolscevico per convenienza, che in passato aveva fatto di Lara la sua amante. Adesso che occupa una posizione di prestigio nel nuovo regime minaccia d’arresto Zivago, che ama, ricambiato, Lara; e ricorda a Lara che «ci sono due tipi di donne, ed è chiaro che tu non sei del tipo più puro. Tu, cara mia, sei da letto».
    Come, non ditemi che non sapete chi sia Lara! (Mi rivolgo in particolare ai più giovani.) Mai sentito il tema, un po’ sdolcinato di Lara (Lara’s theme)? Eccolo:

    Ma torniamo al film Palombella Rossa. Al sentire le audaci parole, in realtà nemmeno così campate per aria (quod dico ad eorum animulas lacessendas, quibus volup est in campo πολιτικῶς recto versari) dell’infame avvocato, Michele Apicella/Nanni Moretti, che vede il film su un televisore, nel bar a bordo piscina, grida “Porco!”. Gli fa eco, anzi risuona quasi contemporaneamente la voce di Valentina/Asia Argento, anche lei grida “Porco!”. Nel seguito del film ci rendiamo conto che Valentina ha preso molti degli atteggiamenti e delle espressioni del padre. Per esempio, parlando con la giornalista che intervisterà il padre, a un certo punto le dice: «Ma lei come parla!». Infatti, in seguito sarà Moretti a esclamare così per reazione a una battuta del repertorio coglione di una giornalista sciacquetto-progressista; e per sovrammercato le assesta uno schiaffo.
    Attenzione però: interpretare la psiche dell’Argento alla luce del “Porco!” da lei proclamato quand’era una ragazzetta è di una banalità disarmante. Da evitare.
    Nel Dottor Zivago Lara è interpretata da Julie Christie, Rod Steiger impersona l’infame avvocato. Il regista è David Lean, lo stesso del Ponte sul fiume Kwai e di Lawrence d’Arabia.
    Ma intanto rivediamoci Palombella rossa.

  89. Norma permalink

    “Le élite chiamano populisti i popoli quando stanno sfuggendo dalle loro grinfie”
    Prof. Meluzzi

    • Le élite[*]? Andiamoci piano, attenzione a non mettere nello stesso calderone scienziati e cialtroni

      Sì, così parlò un anno fa il prof. Meluzzi: si espresse contro le élite, contro il politicamente corretto “genitore 1” e “genitore 2” (invece di “padre” e “madre”), contro il pericolo islamico e altre cose ancora. Di “Sua Beatitudine” Meluzzi scrivevamo su Nusquamia che non solo è psichiatra e uomo politico (ce lo ricordiamo, anche abbastanza simpatico, quand’era berlusconiano; adesso sta con Fratelli d’Italia) ma anche «primate di un ramo, ancorché minore e da taluni contestato, della Chiesa ortodossa». In qualità di primate della Chiesa ortodossa italiana autocefala ha diritto al titolo di “Sua Beatitudine”, come si veda nel sito della Chiesa italiana ortodossa autocefala.
      Io comunque ci andrei piano con quest’alzata di scudi populista contro le élite, perché il rischio, fin troppo evidente, è di cadere nello stesso errore di chi sbraita “Onestà, onestà” e punta il ditino accusatore e savonaroliano contro “la Casta”, quando bisognerebbe invece distinguere tra politichetta e politica e, come abbiamo sempre fatto su Nusquamia, disprezzare la politichetta e valorizzare la politica. Bisognerebbe anzi affermare il primato della politica nel processo decisionale riguardo a questioni prettamente politiche (mentre sulle cose scientifiche dovrebbero decidere gli scienziati, con buona pace degli zuzzerelloni grilleschi dell’uno-vale-uno, dei cattoprogressisti, delle associazioni, dei vegani, dei no-vax ecc.). Ovviamente, si pone il problema della formazione e cooptazione della classe politica, e il ritorno a un sistema serio di partiti.
      Analogamente, bisogna distinguere tra gli scienziati e i cialtroni, tra coloro che hanno qualità obiettive per decidere e consigliare i traguardi da raggiungere in vista del bene pubblico e coloro che pretendono di avere ricevuto un’investitura, chissà da chi e perché, per dire quel che s’ha da fare. Invece di latrare contro le élite, come fanno i populisti, bisognerebbe lamentare il processo di logoramento delle élite, o addirittura la loro scomparsa.
      Alberto Beneduce, che abbiamo ricordato anche di recente, apparteneva certamente a un’élite, perché era un matematico e uno scienziato dell’economia, non un servo; infatti fondando l’Iri fece una cosa ottima. Se oggi esistesse un Beneduce, potremmo dormire sonni tranquilli, laddove si nazionalizzassero le autostrade, come chiedono i grilleschi e i leghisti giustizialisti (fra l’altro, con la regia di Beneduce, io ci metterei ancora le ferrovie, e altro ancora). Ma pensando che oggi la nazionalizzazione delle autostrade è chiesta dai populisti e che invece di Beneduce abbiamo un Claudio «Aquilini» Borghi, c’è da temere il peggio, la catastrofe è pressoché sicura. Quanto meno Giorgetti, che ci dicono non abbia gran simpatia per il rampante aquilotto, ci liberi da Claudio «Aquilini» Borghi.
      Da quanto si è detto è evidente che ci rifiutiamo di considerare élite le signore che a Capalbio preparano le marmellate biologiche e che pretendono che tutto si decida come la loro personalissima “determinazione” suggerisce, eventualmente anche con ricatti sessuali nei confronti dei loro potentissimi amanti; qualcosa del genere si vede nel film La Terrazza di Scola: vi ricordate il produttore cinematografico interpretato da Tognazzi? È chiaro che le decisioni importanti, politiche e d’altro tipo, non possono essere delegate alle terrazze romane, ai salotti delle damazze milanesi e, in scala ridotta, alle sciure bergamasche o ancora, in scala infima, ai notabili curnensi, pallida imitazione degli uomini di panza meridionali. Ma questi mica sono élite. Non confondiamo le acque.

      ………………………………………
      [*] Nota di terza F – I buzzurri male acculturati, per fare i fichi, scriveranno “Le elites”, dimenticando l’accento acuto e ponendo la “s” per designare il plurale. Ma, anche al plurale, in un testo italiano si scriverà “le élite”, per la stessa ragione per cui si dice “gli sport” e non “gli sports” (“gli sports” era un tormentone di Renzo Arbore).

  90. Corrado permalink

    Bulletto fiorentino:

    [Eccesso di tecnologia (fra l’altro, ormai banale: nessuno più oggi si meraviglia dell’uso dei droni, di Google Earth e degli effetti speciali al computer: chi è bravo usa questi strumenti senza dare nell’occhio). Pietosa imitazione di Alberto Angela. Recitazione stentata. Arridatece la dott.ssa Serra (ma solo per illustrare l’arte, e senza sorrisetti asseverativi). N.d.Ar.]

  91. P.C. in inglese sta per Politically correct, ma in Italia voleva dire Partito comunista
    Quando la sinistra italiana non era ancora tutta aziendalismo, individualismo piccolo borghese e c.d. diritti civili all’americana


    Al min 3 : 20, l’esecuzione della ‘Tamurriata nera’, quando Beppe Barra era giovanissimo, o giovane.

    • Prima F: una versione disimpegnata della Tamurriata nera
      Qui non c’è Beppe Barra, ma l’occhio, che vuole la sua parte, può dirsi soddisfatto

      Trovo particolarmente efficace la drammatizzazione del distico della canzone: «’E vvote basta sulo ’na ’uardata, / e ’a femmena è rimasta sott’ ’a botta ’mpressiunata».

      Per un’analisi (in sintonia con la seconda F) della Tamurriata nera rimandiamo all’articolo di Nusquamia Intermezzo filosofico. Ovvero: la prevalenza del caso sulla necessità

  92. Corrado Augias sul paesaggio italiano e l’impatto del “nuovo che avanza”

    Un discorso garbato, intelligente, signorile. Non c’è posto per cacate carte, non c’è contaminazione buzzurra. E Augias non fa sorrisetti asseverativi. Siamo all’Istituto italiano di cultura, a Parigi, e non nel Bibliomostro di Curno.

  93. Barbara Palombelli è ringiovanita ed è fichissima


    Barbara Palombelli intervista Matteo Renzi: fare clic sull’immagine; spero nei prossimi giorni di poter sostituire questo video con quello successivo, non ancora in rete, in cui intervista l’onesto uomo appenninico, Pierluigi Bersani, oggi purtroppo finito nel caravanserraglio della Leu, il partito della Boldrina e di Grasso. Ma si capisce che Bersani pensa a un Pd rinnovato e purificato.

    Era molto tempo che non vedevo Barbara Palombelli, né alla televisone né in fotografia. Sapevo, certo, che aveva sostituito Rita dalla Chiesa nella conduzione di Forum, ma quella trasmissione non mi è andata a genio; inoltre mi son sempre fatto un punto d’onore di non guardare la televisione negli orari in cui casalinghe e vecchi rincitrulliti la fanno inconsapevolmente da padroni (credono di vedere un programma gratuito, quasi una furbata, invece stanno lavorando, senza saperlo, proprio come vogliono i pubblicitari, i persuasori occulti).
    Quando ieri l’ho vista che intervistava Bertinotti, sono rimasto basito: Barbara Palombelli (classe 1953) è ringiovanita ed è fichissima. Non ha nemmeno le rughe al collo, perlomeno non le ha così evidenti come nella maggior parte delle sue coetanee, che riescono a lisciare e riempire di botulino tutte le rughe, tranne quelle. Ma è fichissima, soprattutto, nel portamento: il suo sorriso è dolce, mai asseverativo, la voce educata, i gesti misurati; ed è bella.
    Anche se ogni tanto la si vedeva, cioè la vedevo, in televisione, la Palombelli era nel mio ricordo come appariva nella foto in testa a un diario che teneva in rete, al tempo in cui ancora questi diari non erano chiamati blog. E dalla foto, dalla piega degli occhi, appariva l’espressione di una donna depressa, ma buona; l’impressione era confermata dalla lettura del diario che seguivo, sporadicamente, perché diceva cose interessanti, in maniera intelligente, con senso della misura e gran decoro. Lei scriveva — così mi pareva — come per tenersi su, per alimentare la curiosità per il mondo che l’aveva formata in gioventù, ma che andava scemando. Ne era consapevole, doveva essere un grande cruccio per lei, ma reagiva, si faceva forza e chiedeva, senza cadere nel patetico, senza scrivere brutte poesie (non era una coatta, non faceva la femminista) di essere ascoltata. Lo si capiva, anche se non diceva “ascoltatemi”: non indulgeva alla pornografia del dolore, a mezzucci indecorosi. Non tutti i depressi si comportano così, alcuni alla consapevolezza di trovarsi nell’inferno reagiscono pretendendo di trascinarvi gli altri, diventano aggressivi. Non così Barbara Palombelli, che è intelligente e che nasce in una famiglia che nel XVI secolo diede alla Chiesa un papa, Marcello II (il cui pontificato peraltro durò appena 22 giorni).
    In un mondo di cattolici non credenti ma parecchio aggressivi, dove non si ragiona ma si contano i “mi piace” dei cosiddetti “social”, come si dice in linguaggio coglione, in cui la determinazione aziendalistica ormai non è più neanche l’anticamera della maleducazione, ma è maleducazione pura, in un mondo dove passo dopo passo anche chi ha ricevuto una congrua educazione ha perso il senso della vergogna, in cui ai mongomanager s’insegna ad essere carogne e loro ci stanno e si compiacciono del loro essere carogne, ben venga Barbara Palombelli, così garbata, così intelligente: lei che viene dal “generone” romano ma non te lo fa pesare. Ben venga, perché non ne possiamo più delle sbruffonate di villani rifatti che ti dicono “io conosco questo e io conosco quello”, parlano oracolarmente ma per niente al mondo rinuncerebbero ai vantaggi che gli vengono (purtroppo) dai loro modi plebei.

  94. I cazzoni di Matteo permalink

    Come volevasi dimostrare: in campagna elettorale tutti leoni, poi al governo gran minchioni
    Figli della peggiore democrazia cristiana

    Leggiamo nell’articolo:

    In ogni caso, secondo il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi, la strada scelta si conferma quella di «dare un segnale su tutti i dossier in modo che nessuno possa ritenere che noi abbiamo abbandonato questo o quel punto». Con un risultato in più: «Dimostrare a tutti quanti che ci muoviamo in un orizzonte che non è di breve periodo». Anche lui, anti euro convinto, ribadisce che sia giusto «non sforare il 3% del patto di stabilità. Fuori dall’euro politiche aggressive riguardo al debito sarebbero anche benefiche, ma in questo quadro assai meno».

    • Claudio «Aquilini» Borghi ridimensionato
      L’aquilotto non starnazza più? Troppo bello per essere vero

      Sì, Borghi fa il sostenuto, ma intanto non è più il responsabile economico della Lega. E non dimentichiamo che nei talk show televisivi si faceva presentare, prima della formazione del governo Conte, come «ministro in pectore dell’Economia» del futuro governo grilloleghista.
      Farebbe bene (ma lo farà?) ad aggiornare il sistema che fa apparire su Google la seguente dicitura (i leghisti sono molto bravi nell’autopromozione e manipolazione mediatica, hanno i loro “filosofi Web”: puah!):

      Scrivevo qualche giorno fa nell’articolo Le élite? Andiamoci piano, attenzione a non mettere nello stesso calderone scienziati e cialtroni:

      Ma pensando che oggi la nazionalizzazione delle autostrade è chiesta dai populisti e che invece di Beneduce abbiamo un Claudio «Aquilini» Borghi, c’è da temere il peggio, la catastrofe è pressoché sicura. Quanto meno Giorgetti, che ci dicono non abbia gran simpatia per il rampante aquilotto, ci liberi da Claudio «Aquilini» Borghi.

      Beh, pare che Giorgetti — ovviamente, indipendentemente da quel che posso aver scritto — abbia fatto quel che si doveva fare, e da tempo, nell’interesse, prima ancora che nostro, della Lega stessa. Claudio «Aquilini» Borghi dovrebbe diventare un personaggio di un albo a fumetti: quand’ero piccolo c’erano gli “Albi del falco”, forse è il caso di dare alle stampe gli “Albi dell’aquilotto”, dove l’aquilotto starnazza, la “ggente” dapprima lo segue, poi gli dànno tutti la baia.

      Ad analoga sconfessione dovrebbe procedere la (cosiddetta) sinistra nei confronti della Boldrina, la quale tutte le volte che apre bocca fa aumentare per reazione (inconsulta, di pancia: d’accordo, ma il ventre e il culo sono, di questi tempi, divenuti organi importantissimi di pensiero, purtroppo) il consenso della “ggente” ai fascioleghisti. Nell’analisi di Cacciari sulla rifondazione della sinistra italiana purtroppo non ho letto questo (o forse l’ha detto, e non è stato riportato nel resoconto che ho letto nell’Espresso?): l’opportunità di contrastare la macchina mediatica grillosalvinesca con una strategia basata sui fatti, ovviamente, ma che non trascuri l’importanza di una controffensiva sul piano della comunicazione. La quale, nella società dello spettacolo, come faceva notare cinquant’anni fa Guy Debord, è purtroppo importantissima. Non si tratta di mettere la mordacchia alla Boldrina: lei dica quello che vuole. Ma tutte le volte che la Boldrina parla, bisogna mostrare che esiste (anche), se esiste, una sinistra intelligente. Paradossalmente, si tratta di trasformare il danno inferto dalla Boldrina al corpo martoriato della sinistra in un vantaggio.

  95. La teoria della democrazia liquida permalink

    Un baratro ci attende, la preparazione di Di Maio e Salvini sono un passo avanti, verso il baratro, rispetto alla Gelmini/Neutrini.

    Altra gaffe di Di Maio: “L’uomo è al 90% acqua”

    [Bastava dire che l’uomo è costituito per la maggior parte d’acqua. Ma sia nella tecnica di disinformazione sia in quello del cazzeggio generico due sono le regole d’oro:
    a) mescolare fatti veri con notizie false; possibilmente se n è il numero delle prove portate a dimostrazione del falso, (n — 1) prove devono essere vere, così uno dice “certo, risulta anche a me”, e quella decisiva, sulla quale converge tutta la dimostrazione, è falsa, oppure non pertinente. Così fa, per esempio, il gatto padano, il quale (a1) non si perita di dire il falso (come nel caso della bufala dei debiti fuori bilancio che a suo dire Gandofi avrebbe lasciato in eredità all’Amministrazione serrana) o anche (a2) cita, tutto precisino e compreso di furore copropapirologico, una cacata legge sulla tutela dei beni culturali applicandola al caso di uno che va in biblioteca e raccoglie informazioni o trascrive testi antichi per farci una conferenza. Quella legge esiste, ma non c’entra niente con il caso in questione. Siamo di fronte al caso di un agrimensore copropapirologo che gioca a fare l’azzeccagarbugli (come quando scrisse che il Bibliomostro è necessario, se la Biblioteca di Curno vuol far parte del servizio di prestito interbibliotecario della Provincia di Bergamo; ma di fatto a Curno già esiste una biblioteca, che ususfruisce a pieno diritto di quel servizio, pur senza Bibliomostro).
    b) essere quanto più precisi possibile, snocciolando numeri e notizie accessorie, quanto più numerose, perché si dica: ohibò, ma costui è proprio bene informato! Questa è la tecnica che ancora si legge in certe inchieste dell’Espresso, per esempio, ma che usava moltissimo al tempo in cui l’Espresso e Panorama si contendevano un pubblico di bocca buona, per cui la quantità faceva aggio sulla qualità. Sulla cialtroneria redazionale, perlomeno negli anni ’80, Giovanni Mariotti, raffinato intellettuale toscano, scrisse un pregevole libro, credo oggi introvabile, dal titolo ‘Butroto’. Di Maio deve aver sentito dire dal depilato Rocco Casalino, già partecipante al Grande Fratello, oggi stratega della comunicazione, che bisogna snocciolare numeri, e lui ha snocciolato.
    N.d.Ar.]

  96. Un metodo per imparare le lingue
    a contatto con il popolo minuto

  97. La teoria della democrazia per i fessacchiotti permalink

    Non c’è storia, il sistema Italia non cambierà almeno fino alla sua implosione.
    Salvini sguazza a meraviglia nella poltiglia di massa che è la società italiana.
    Il vuoto culturale e la disperazione degli italiani saranno gli elementi che alimenteranno la fortuna della politica attuale e futura.

    [La contromanifestazione di Saviano mi sembra una mossa sbagliata, perché Salvini proprio grazie a queste trovate s’ingrassa. Indipendentemente dal fatto che sia vera o falsa la notizia del suo attico a Manhattan, un argomento spesso presente nelle esternazioni mediatiche del filosofo Diego Fusaro. Questi si dice gramsciano, eppure sembra non capire la pericolosità sociale del populismo, ai danni in primis del popolo; il populismo non è ansia di compimento della democrazia, come la intendiamo oggi, ma corrisponde a quel che i Greci chiamavano ὀχλοκρατία (oclocrazia). Mi fa specie che Fusaro non se n’accorga.
    È vero che Saviano non ha la carica di antipatia della Boldrina, che molto ha contribuito all’ingrasso di Salvini e al crollo del Pd, che non ha avuto il coraggio di prenderne le distanze; eppure anche Saviano non rende un buon servizio a quel che rimane della sinistra italiana
    . N.d.Ar.

  98. Brunella permalink

    • Penso che questo articolo piacerà poco alle femministe, e ne ho piacere.
      Nota – Non ho paura a dichiararmi antifemminista, il che non significa essere misogini, né tampoco conculcatori dei diritti della donna, sempre che non siano inventati; meno ancora significa che chi è antifemminista non apprezzi la grazia, la sensibilità, l’intuito femminile e tante altre cose ancora. Semplicemente, dovrà pur essere concesso essere antifemministi, se è concesso e addirittura consigliato essere femministi, tanto più che l’ideologia femminista, peggio ancora la sua pratica, soltanto in Europa ha prodotto milioni di bambini infelici, che poi da adulti saranno degli sbalestrati. Infatti le carenze affettive nei primi tre anni di vita imprimono un marchio indelebile nella persona, come Stendhal aveva capito (vedi la sua Vie de Henri Brulard [*]) già prima di Freud).
      La “determinazione” della donna moderna, così poco femminile, che sempre più, da anticamera della maleducazione, si trasmuta in maleducazione pura, arroganza, egoismo esasperato, è soltanto uno dei veleni prodotti dal femminismo.

      ……………………………………………..
      [*] Per onestà intellettuale mi corre l’obbligo osservare che Stendhal aveva un problema con il padre, non con la madre.

  99. Sandra permalink

    A me fanno sempre ridere le guerre di potere spicciolo. Se poi c’è di mezzo la mia beniamina… oddio anche l’Ascani, lottiana, fa un po’ impressione eh.
    Eppure la Boschi ha un suo perché! Le rifarei completamente l’immagine. È saprei come. Nuovo look Nuovi modi, nuovi toni e nuovi contenuti. E tutti l’adorerebbero…

    [Nessuno tocchi Maria Elena! (parafrasi di “nessuno tocchi Caino”) N.d.Ar.]

  100. Sandra permalink

    Sono alla festa dell’Unita’, ho ascoltato Cuperlo, per poco perché era in simultanea con Renzi. Pacato, intelligente, rispettoso. Con solidi contenuti. Ma gli manca completamente il piglio da leader. A me piace molto.
    Poi è arrivato Renzi. Una piccola folla di estimatori lo acclama. Lui si muove come dieci anni fa. Quando era un leader. Ora non lo è più. Sale sul palco e lì il diluvio.
    Mezz’ora di :
    – insulti ai nemici ( esterni) che sono “cialtroni, barbari e scappati di casa”.
    – come si sono comportati questi cialtroni con lui. Con il suo ego.
    – in chiusura richiama il pd unito e i nemici, interni,, a nominare chi decide lui è a difendere Firenze e l’italia contro i barbari.
    L’Italia, il paese con i suoi gravi problemi, per lui non esiste. È solo un mezzo per riacquistare il potere. E io mi chiedo come sia possibile che il popolo della sinistra, con una storia e dei valori , possa accettare tutto questo.

    • La tradizione sardo-ligure-piemontese della sinistra umiliata e offesa da Renzi, dalla Boldrina ecc.

      Cuperlo, mitteleuropeo, è come De Gasperi, pure mitteleuropeo, una persona seria. Con questo non intendo tessere un elogio della politica di De Gasperi, ma del suo tratto signorile: non era un villano rifatto, o un cazzaro, o un sottoproletario ambizioso, o un agrimensore male acculturato ecc.
      Parlando in generale, assistiamo a un processo, apparentemente irreversibile, di degenerazione della sinistra. Quella sua pensosa gravità, che Giampaolo Pansa identificò nella «tradizione sardo-ligure-piemontese» è stata messa in soffitta. Possiamo fissare l’inizio di questo processo degenerativo nel momento in cui Achille Occhetto prese il potere nel Pci profittando della degenza ospedaliera di Alessandro Natta (ligure, appunto), grande estimatore di Orazio. Dall’epicureismo di Orazio (che è cosa nobilissima e filosofica, improntata al λάθε βιώσας, cioè al “vivere nascostamente”) siamo passati alle sparate di Occhetto (protoaziendalista, innamorato di De Benedetti), di Veltroni (figlio di papà, buonista per calcolo), di Renzi (bullo fiorentino, secondo la felice definizione di Corrado Augias).

  101. Festival di Venezia permalink

    La Golino è sempre più bella e affascinante, Scamarcio che avrà dieci anni di meno, diventa sempre più bruttino. La Tedeschi ha più charme della sorella. Della serie meglio autentiche che plastificate…In ogni caso questo film non me lo voglio perdere.

    • Le due Valerie sono donne di gran classe

      Le due Valerie sono donne di gran classe. Valeria Golino è figlia di madre greca, mentre il padre è un illustre germanista. Weinstein chiese anche a lei che gli si compiacesse con la bocca; lei ha rifiutato il pompino, tutto qui. E adesso che c’è questa battuta di caccia al porco, lei si rifiuta di prendervi parte. A differenza della Boldrina e dell’Asia Argento, Valeria Golino ha una struttura mentale, della quale fa bene a sentirsi orgogliosa, tale da non sentire il bisogno di aggregarsi a un movimento con gran ricaduta mediatica, per sentirsi di essere. Lei è. Anzi, rifugge dal gregge. Proprio come Barbara Palombelli, altra donna di classe, la quale si è pronunciata contro la caccia grossa ingaggiata dalle femministe e dalle fellatrici con indignazione a scoppio ritardato.
      L’altra Valeria, la Bruni Tedeschi, è un’attrice stupenda nel ruolo che di solito impersona, quello della donna problematica. Un po’ come se fosse la zia di Margherita Buy. Stupenda, per esempio, nel Capitale umano di Virzì. La maggior parte delle donne problematiche sono egoiste e rompipalle, e uno dice: «Ah, bene, ho capito; Ciao e buonanotte!». Invece la Valeria Bruni Tedeschi è una con la quale vale la pena impegnarsi: chi l’aiuta a superare il momento di crisi può star certo di ricevere una ricompensa generosa.
      Nel provino del film, che presentiamo qui sopra, sentiamo la canzone Ma che freddo fa, cantata da Nada, cantante toscana, e stupenda quand’era giovane, sulla quale ci siamo soffermati qualche tempo fa.

      • Valeria Bruni Tedeschi è molto meglio della sorella

        La sorella di Valeria Bruni Tedeschi, Carla Bruni, è insopportabile e non solo perché le operazioni di plastica facciale col passare degli anni l’hanno resa poco meno che orrenda nel volto. Era indisponente quando pretendeva di fare la reginetta della gauche-caviar (la sinistra al caviale), o quando si vantava di avere scopato a raffica un po’ con tutti, infine; dopo averne combinate di cotte e di crude, sposando Sarkozy, divenne “istituzionale”.
        Dopo aver fatto la modella, volle farsi cantante e per lo più cantava male. La salviamo soltanto quando canta una canzone di Brassens, Fernande. Qui, come scrissi in un precedente articoletto — Le erezioni di Brassens interpretate da Carla Bruni – il sommo cantante e poeta provenzale ci fa sapere che, se pensa a Fernanda, l’erezione è scontata (je bande: cioè, mi si rizza). E questo avviene non solo con Fernanda: avviene anche con Félicie e con Léonor. Ma non avviene con Lulu che, evidentemente, è racchia. Infatti l’erezione non è a comando (la bandaison, papa, ça n’se commande pas).

        Ecco il ritornello:
        Quand je pense à Fernande
        Je bande, je bande
        Quand j’pense à Félicie
        Je bande aussi
        Quand j’pense à Léonor
        Mon dieu je bande encore
        Mais quand j’pense à Lulu
        Là je ne bande plus
        La bandaison papa
        Ça n’se commande pas.

        Ed ecco l’interpretazione di Carla Bruni:

  102. La donna che canta, un film da vedere
    Un film che consigliamo ai lettori di Nusquamia. Il Dvd può essere acquistato per 10 euro; inoltre può esser visto gratuitamente — gatto padano permettendo — ordinandolo al Servizio di scambio interbibliotecario


    Commentando la segnalazione di una lettrice che si firmava Cristina (vedi commento) osservavo che il film prometteva bene. Ho ordinato il Dvd al Servizio bibliotecario di mia pertinenza (vivo a Trezzo dull’Adda) via Internet, sono andato a ritirarlo, dopo tre giorni, nella Biblioteca comunale. Ho visto il film, affermo senza tema di smentita che è un bel film, intenso, suggestivo, più che degno d’esser visto. Il Servizio Bibliotecario al quale mi sono rivolto, quello Vimercatese, per numero di libri stampati su carta e documenti in formato numerico (“digitali”) ha più o meno le dimensioni del Servizio bibliotecario della Provincia di Bergamo. Posso dire per esperienza diretta che sono entrambi ottimi.
    Non dirò mai abbastanza bene di questa possibilità di scambio fra le biblioteche, che mi pare un’applicazione finalmente sana delle nuove tecnologie d’informazione e comunicazione. Le tecnologie in sé non sono né buone né cattive, perciò non sono d’accordo con la scritta tracciata con vernice rossa su un muro di recinzione del Politecnico di Milano, dalle parti dell’Istituto di Elettrotecnica “Carlo Erba”: vi si leggeva “La scienza uccide”. Cazzate d’altre tempi, si dirà: ma che dire allora dei grilleschi e delle associazioni lobbistiche che non vogliono i vaccini? Vero è che le tecnologie sono usate spesso contro i cittadini: per affibbiarti le multe automobilistiche a norma di cacata carta, per esempio, ma non per snellire la burocrazia: tanto che i burocrati della nuova generazione tendono a qualificarsi come tecnoburocrati, ma non per questo sono meno spregevoli, anzi di più. Invece il prestito interbibliotecario è al servizio, in senso buono, dei cittadini.
    Non è invece al servizio dei cittadini l’idea di costruire biblioteche mostruose (dal lat. monstrum, che è qualcosa di più dell’it. ‘mostro’) per rispondere a sollecitazioni campanilistiche, ma più che altro per consentire ad assessorucoli e personaggi istituzionali, semi-istituzionali ed aspiranti istituzionali di agitarsi, promuovere “eventi” (Dio stramaledica chi usa questa espressione nella sua accezione sciacquettistica), tagliare nastri, proiettarsi in nuove carriere, moltiplicare i posti di lavoro inutili.
    Ho già detto bene della Biblioteca di Alzano lombardo, ospitata nella villa che fu dei Pesenti (un ramo della famiglia dei Pesenti), e ne ho pubblicato la foto: vedi Lettura e commento dell’Utopia di Tommaso Moro.
    Non è male, e anche più antica, la sede settecentesca della Biblioteca di Trezzo sull’Adda, dove sono residente: è anch’essa circondata da un parco, la facciata principale dà ovviamente sul fiume, come sempre in casi analoghi; vedi per esempio la Villa Melzi d’Eril a Vaprio d’Adda, dove Leonardo da Vinci visse due anni della sua vita che immaginiamo felici.


    Villa Crivelli a Trezzo sull’Adda, oggi Villa comunale: ospita la Biblioteca di Trezzo, connessa con il Sistema bibliotecario vimercatese.

    L’entusiasmo per la “rivoluzione digitale” un po’ ci dà la nausea: è roba da mezze calzette sempre acriticamente entusiaste per “il nuovo che avanza”, del quale capiscono poco o niente negli aspetti tecnici, ne ignorano la rilevanza sociologica ma vi si affidano con voluttà. Comunque, nonostante l’impatto della riproducibilità cosiddetta digitale nella fruizione del libro, come già avvenne per la fotografia riguardo all’opera d’arte (vedi il saggio di Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), nonostante i servizi d’interscambio bibliotecario dei quali si diceva, in un paese come Curno dove già esiste una biblioteca comunale (con annesso servizio di prestito interbibliotecario, fra l’altro ricco ed efficiente), distante appena 6,5 km da Bergamo, città ricca di biblioteche e di cultura, si pensa di aprire una nuova biblioteca, gigantesca, con chissà quali costi di esercizio. Una biblioteca inutile e che riflette una concezione buzzurra, assessorile e rusticamente velleitaria della cultura.
    Ammettiamo che l’attuale biblioteca di Curno abbia bisogno di spazio, per esempio per far posto a nuovi libri. Ebbene, io non so se, a parte il Castello della Marigolda, a Curno ci siano ville come quella di Alzano lombardo e Trezzo sull’Adda, soprattutto non so se siano nella disponibilità del Comune. Penso di no. Ma il Comune di Curno ha la disponibilità di edifici assai ampi, nei quali l’attuale biblioteca potrebbe essere trasferita, senza nemmeno costi aggiuntivi, se per esempio migrasse alla sede dell’antica scuola elementare.
    E il Bibliomostro, allora? Beh, l’abbiamo scritto più di una volta: potrebbe essere posto sul mercato. E, grazie alle entrature della dott.ssa Serra negli ambienti cattoprogressisti e cattoistituzionali, non sarebbe nemmeno così difficile venderlo. Perché non fare qualche passo, per esempio, con quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”? Costoro, all’insegna della “convivialtà delle differenze”, auspicano la riunificazione delle tre religioni monoteiste, con inclusione forse anche dell’animismo, per non far torto ai fratelli africani. In attesa di far sedere allo stesso tavolo il Cristo e Maometto (altrimenti, che convivialità sarà mai?) raccolgono consensi tra i cattolici non credenti, sempre più numerosi, e si dànno molto da fare perché si legga il Vecchio testamento, zeppo di barbarie, crudeltà e violenza gratuita, proprio come fanno i protestanti, e si accantoni il Vangelo di Cristo, così umano, così ragionevole e così giusto. Ignazio Silone scrisse che per lui che aveva letto il Vangelo diventare socialista era del tutto naturale.
    Avendo un progetto così ampio, in particolare inclusivo del protestantesimo e della fede macometana, non dovrebbero mancare a quelli delle “Molte fedi” né i dollari, né i petroldollari. Non è dunque questione di soldi, ma di volontà politica. Perché non dare alla dott.ssa Serra una delega per trattare l’affare? Beh, se Curno riesce finalmente a sbarazzarsi del Bibliomostro, non sarà per questo “bella da vivere” (ci vuole altro), ma un po’ meno indigente. Inoltre, se l’operazione con quelli di “Molte fedi” andasse in porto, i curnensi entrerebbero a contatto con i radical-chic e il meglio dei cattolici non credenti, dialogherebbero con Lella Costa, si berrebbero le panzane religiose di Moni Ovadia, ascolterebbero compunti i voli pindarici di Enzo Bianchi della Comunità monastica di Bose, assisterebbero alla lettura delle brutte poesie di padre David Maria Turoldo, o delle lettere alla madre di don Milani (ne aveva pubblicati ampi stralci l’Espresso, tanti anni fa: ricordo che inorridii). Che cosa vogliono di più? Forse, visto che Curno vanta tra le sue “eccellenze” una rinomata friggitoria di pollo, i curnensi vorrebbero invece un assaggio gratuito del pollo cucinato con la ricetta segreta del colonnello Sanders, offerto nel corso di un “evento” con presenza del sindaco fasciato e tricolorato?

    Leggiamo nel sito Sant’Alessandro, settimanale online della diocesi di Bergamo che da quest’anno [2018] le attività di ‘Molte fedi sotto lo stesso cielo’ coinvolgeranno non solo Bergamo anche «numerosi paesi della provincia con appuntamenti ad hoc nella zona di Almenno, nella Bassa, a Romano di Lombardia, tra Curno e Mozzo, Nembro, Sotto il Monte, Sarnico e tante altre località». Il fatto che gli appuntamenti siano “ad hoc” ci induce a riflettere. Insomma, quelli di “Molte fedi” sono proprio una potenza. Non dimentichiamo, che grazie a loro, la dott.ssa Serra, allora sindachessa di Curno, poté presentare ai cittadini di Curno l’allora sindachessa di Betlemme Vera Baboun; eletta in quota al partito Al-Fatah, fu presentata come ambasciatrice di pace.

    Locandina della conferenza di Vera Baboun nella Sala consiliare di Curno all’insegna, come si legge, della “Convivialità delle differenze”: è lo slogan di ‘Molte fedi sotto lo stesso cielo’, che curò fin troppo bene le pubbliche relazioni dell’intraprendente e determinata sindachessa betlemita.

  103. Decrescita permalink

    Corriere della Sera:
    Ho la terza media ma studio sempre

    Però è bravo, a fare cosa non è ben chiaro.
    Ma non potevano mettere Daniele Belotti o Cristian Invernizzi a ricoprire questo incarico?

    [Il sito del Corriere della Sera m’informa che ho superato il numero di visualizzazioni gratuite consentite (quante?) con il mio computer. Per aggirare l’ostacolo, andavo allora a leggere le notizie, sia pure più scomodamente, sul ficòfono. Pare adesso che abbia superato la soglia anche sul ficòfono. Dunque: ciccia (come diceva Cossiga). Però ho capito che si tratta del leghista Pittoni, capo della commissione Istruzione in Senato. L’argomento è trattato anche sull’Huffington Post: “Ho la terza media, ma studio sempre e sono bravo in italiano”. Bravo in italiano? Sarà… Non vorrei che fosse come il gatto padano che, parlando di pioggia, scrive “stravento” e pensa di essere fico in italiano.
    Comunque su un punto il leghista Pittoni ha ragione, quando della sciura Valeria di Treviglio, sciaguratamente ministro dell’Istruzione, promotrice di iniziative femministe nella scuola in combutta con la Boldrina, dice: «Tra me e lei c’è una differenza abissale: lei ha scritto il falso nel suo curriculum, mentre io solo la verità». Qui ha ragione, gliene diamo volentieri atto.
    N.d.Ar.]


    La sciura Valeria e la Boldrina, al tempo in cui con la scusa della lotta alle c.d. fake news intendevano sottrarre ore allo studio, nella scuola italiana, per introdurre elementi di pensiero unico politicamente corretto. Si veda anche <a href="https://nusquamia.wordpress.com/2018/06/29/onesta-onesta/#comment-14122” rel=”noopener” target=”_blank”>La Boldrina — determinatissima — istituisce una commissione sulla disinformazione sulle ‘fake news’

  104. Tommaso permalink

    Sestiere di Dorsoduro, Venezia, 12 settembre 2018:
    Il libraio (estimatore di Stendhal) alla studiosa dell’ arte (dell’ottocento): «Canova è nato morto».

    [Se il libraio intendeva dir male di Canova, non sarei d’accordo. Ma poco importa il mio pensiero: l’importante è dialogare tra persone degne. Il che non significa trovarsi a metà strada (come vorrebbe il dialogo d’impronta giovannea), o addirittura calare le braghe davanti all’avversario (come piace fare a quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, di fornte all'”eresia” protestante). Il confronto delle idee in forma di conversazione, che in lat. si dice ‘diverbium’, ed è un calco del gr. διάλογος, non esclude il contrasto, la battaglia delle idee. Purché tra persone intellettualmente oneste e all’altezza della disputa: come, mutatis mutandis (espressione che piace a Calderoli) tra cavalieri cristiani e maomettani, nell’Orlando furioso. Certamente il libraio di Venezia, indipendentemente dalle conclusioni cui è pervenuto, sa quel che dice, non è un gatto padano. Io amo parimenti Stendhal (moltissimo) e Canova (molto).
    Su Stendhal, si veda quanto abbiamo scritto in questi articoli
    :
    La tomba di Stendhal, che detestava la mistica istituzionale
    Erasmo a Oria, Stendhal a Oggiono
    N.d.Ar.]

  105. “Molte fedi sotto uno stesso cielo”: sgombriamo il campo dagli equivoci

    Vedo che il gatto padano, riprendendo la mia polemica contro l’invadenza politica dei cattoprogressisti e l’attivismo di quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, parla di un eventuale conflitto d’interessi che sfiorerebbe la dott.ssa Serra. Premesso che la mia polemica riguardo ai cattoprogressisti è antica, e risale al tempo in cui la dott.ssa Serra partecipò a una maratona di lettura continuata della Bibbia in piazza Dante a Bergamo, in compagnia dei meglio Vip della Bergamo bene; e premesso che tale mia razionale avversione si è acuita quando Vera Baboun, veicolata dalle “Molte fedi”, è stata presentata ai curnensi, dalla dott.ssa Serra, come poco meno che una santa, e nessuno diceva che era del partito di Arafat; ebbene, intendo far presente che niente ho che fare con l’impostazione del problema in termini di cacata carta, come vuole il gatto padano (con denuncia di un improbabile conflitto d’interessi, appunto). Niente inoltre ovviamente potrei aver che fare con iniziative, interrogazioni ecc. promosse da Cavagna il Giovane, che più di una volta ha dato l’impressione di muoversi sulla scia del gatto padano.
    Com’è noto, disprezzo le cacate carte, in particolare il loro uso politico. Sono sempre stato un uomo d’onore, talora pagando un prezzo non esiguo, e come tale vorrei morire, non ho nessuna intenzione di sporcarmi. Per la stessa ragione mi parve sbagliato a suo tempo quell’agitarsi scomposto in termini di cacata carta riguardo alla variante del Piano di governo del territorio (Pgt), come l’Amministrazione serrana intendeva che fosse, e come poi si fece: sarebbe stato più efficace un discorso, purché ben fatto, sull’evoluzione della gestione serrana, a cominciare dalla campagna elettorale in tonalità arancione a cavallo di bicicletta, con tanto di bibliomamme alle porte, per finire poi in gloria, con la friggitoria del pollo secondo la ricetta segreta del colonnello Sanders (che a dir la verità doveva ancor venire: ma se non è zuppa è pan bagnato, perché non era difficile intuire dove si andasse a parare).
    Ribadisco che la mia critica agli zuzzerelloni di “Molte fedi” è politica e ideologica, anche perché a mio parere la Chiesa cattolica si sta facendo del male, muovendosi nella direzione segnata da codesti spericolati e irresponsabili giocolieri dell’area cattoprogressista (così come papa Francesco farebbe bene a non farsi intortare da Eugenio Scalfari), e di questo mi rammarico. Si veda l’articolo con cui s’inizia la prossima pagina di Nusquamia: Cattoprogressismo e Lutero.
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