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Cattoprogressismo e Lutero

13 settembre 2018

Il Cristo dei cattoprogressisti e dei cattolici non credenti (ma c’è differenza?) non è quello di Tommaso Moro

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Masaccio, Crocifissione

Masaccio, Crocifissione (1426), Napoli, Museo di Capodimonte. Si noti il volto di Cristo, come a ricordarci che è palestinese; c’è anche un tentativo di rappresentazione prospettica, non perfettamente riuscito (il De prospectiva pingendi del Brunelleschi sarà pubblicato nel 1482). Le tre figure dolenti sono quelle della Madonna, a sinistra, dell’efebico san Giovanni, a destra, e della Maddalena, al centro.

 

Un’improvvida emissione filatelica

Il Vaticano ha emesso un francobollo che sarà sicuramente piaciuto a quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, la cui insegna recita «Per una convivialità delle differenze». Rappresenta su sfondo dorato (a imitazione del Masaccio?) un Gesù crocifisso, e la croce è infitta su un improbabile Gòlgota (in lat. Calvariae locus, cioè “luogo del cranio”, o Calvarium: di qui il nostro “Calvario”). Improbabile, perché in lontananza riconosciamo il profilo di Wittenberg, dove Lutero affisse, sulla porta di una chiesa, quella del Castello, le sue 95 tesi. Avveniva il 31 ottobre del 1517, una data che segna simbolicamente l’inizio della Riforma protestante.

VAticano, crocifissione

Nel francobollo, emesso per celebrare quel 31 ottobre 1517, vediamo, inginocchiati ai piedi della croce: a sinistra, Martin Lutero con la  Bibbia da lui tradotta in tedesco; a destra, Melantone, amico di Lutero e uno dei maggiori divulgatori della Riforma, con in mano la Confessione augustana, la prima (1530) esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo. (In un sito di cattolici destrorsi leggiamo che Melantone fu amante di Lutero; ma questa è una delle leggende di parte cattolica, che fanno il paio con quelle di parte protestante).
Per gli appassionati, riportiamo i dati tecnici dell’emissione filatelica:

— Numero valori: 1
— Formato: 40 x 30 mm
— Dentellatura: 13 x 13
— Foglio da: 10 francobolli
— Dimensioni del foglio: 106 x 176 mm
— Tipo di Stampa: offset
— Stamperia: Cartor (Francia)
— Prezzo delle serie: Euro 1,00
— Tiratura max.: 120.000 serie complete.

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Tommaso Moro su Lutero

Va bene, il Vaticano ha emesso un francobollo luterano. Ma non dimentichiamo che un santo della Chiesa, Tommaso Moro, oltre che l’Utopia per cui è giustamente famoso, scrisse un libro durissimo contro l’“impostura” di Lutero e contro Lutero stesso, il quale senza tante ambagi viene così definito:

… reverendus pater potator Lutherus, extra ordinem sancti Augustini fugitivus […] in sacra theologia doctor indoctus, [qui hisce verbis loquitur]: «Ego certus sum dogmata mea habere me de caelo; ergo dogmata mea sunt caelestia. […] Mihi licebit pro Dei mei maiestate Pontificem, Caesarem, Reges, episcopos, sacerdotes, laicos omnes denique bonos anathemizare, maledictis et conviciis incessere, atque in omnium coronas et capita licebit ex ore meo lutum, caenum, stercora, merdas expuere».

Cioè Lutero è avvinazzato (potator), ignorante (indoctus), un agostiniano fuggiasco (fugitivus), un presuntuoso che ritiene di aver ricevuto gli articoli di fede (dogmata) dal cielo, che pertanto sarebbero celesti; e che in virtù di tali e discutibili certezze si sente in dovere di scagliare l’anatema sul Sommo pontefice, sull’Imperatore, sui re, sui vescovi, e sputare loro ciò che gli esce di bocca: fango (lutum), sozzura (caenum), merda secca e sciolta, animale e umana (stercora, merdas).
Così si legge nella Responsio ad Lutherum (1523)alle pp. 81-82 dell’edizione presentata qui sotto (fare clic sull’immagine di copertina: il libello comincia a p. 35):

Mori Opera omnia
Per sfogliare il libro, fare clic sull’immagine.
Il libro contiene la Responsio ad Lutherum, commissionata a Moro da Enrico VIII,
prima che il re d’Inghilterra varasse la Riforma anglicana.

Ma non è tutto. Per saperne di più si veda questo interessante indice delle concordanze della summenzionata opera, per esempio alle voci, limitandoci al campo merdaceo, stercus, stercora, sterquilinium, merdam, merdis, merdosum ecc.:
Thomas More’s Responsio ad Lutherum: A Concordance

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Perché piacciono tanto i luterani e non gli ortodossi?

Ricordiamo che le celebrazioni per i Cinquecento anni della Riforma di Martin Lutero sono state solennemente inaugurate in Svezia, a Lund, l’anno scorso, con la partecipazione speciale del Papa. Ne abbiamo scritto nell’articolo Il papa è libero di dire e fare quel che vuole. Noi siamo liberi di dissentire:

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Papa luterano

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.
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L’articolo contiene i nessi a due interessanti documenti, per chi voglia approfondire l’argomento: ancora un’opera di Erasmo, scritta nel 1524, di spessore filosofico e teologico (qui non si parla di merda), dal titolo De libero arbitrio διατριβή sive collatio per Desiderium Erasmum Roterodamum; e la risposta di Lutero ad Erasmo, scritta l’anno seguente, intitolata De servo arbitrio Martini Lutheri ad D. Erasmum Roterodamum.

Concludo con le parole che scrivevo allora: «Per dirla tutta, non capisco proprio questa fregola di unificazione con i luterani e non, per esempio, con gli ortodossi, che sono fra i cristiani di gran lunga i più vicini alla predicazione del Vangelo».

P.S. – Non meno penoso dei cattoprogressisti, che se non altro sono talora corazzati intellettualmente, quanto meno ai livelli alti (ancorché confusamente), è il Salvini che brandisce il rosario come una clava: in realtà per lui, come per parecchi altri, il rosario è soltanto un gadget elettorale. Del resto il rosario o Efe Bal (il travestito turco, qui sotto) pari sono, purché vantaggiosi al momento della conta dei voti:

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Il cattoleghismo salvinesco

cattoleghismo_rosario

In alto, due momenti di paraculismo cattoleghista: Salvini brandisce Vangelo e rosario. In basso, Salvini in compagnia del travestito turco Efe Bal, da tempo leghista tesserato, il quale promise che, qualora fosse stato candidato nelle liste della Lega, avrebbe cessato di prostituirsi. Forse come segno di rispetto nei confronti del cattoleghismo? Efe Bal tuttavia sembra ignorare che i cattolici sono oggi molto, ma proprio di molto, “aperti”, talché mai e poi mai chiederebbero a Efe Bal di smettere di praticare sodomia; papa Francesco direbbe: «Chi sono io per giudicare?» (noi risponderemmo: «il papa»; ma i cattoprogressisti osserverebbero che la risposta è irriverente). Tra Salvini ed Efe Bal ci fu un momento di grande simpatia (politica, soltanto politica), poi però non se ne fece niente.

efebal_salvini

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67 commenti
  1. Time dedica a Salvini la copertina e lo pone allo stesso livello (d’intelligenza?) di Trump
    Noi, per la vergogna, vorremmo dare le dimissioni dall’essere italiani. Pare che non si possa

    Scrive Repubblica (vedi Salvini sulla copertina di Time: “Il nuovo volto dell’Europa”):

    Salvini è stato intervistato dalla corrispondente Vivienne Walt, che parla di Salvini come dell’uomo “più temuto in Europa”, “il capitano che sta scuotendo l’establishment europeo e che minaccia di rovesciare un sistema politico che è stato travolto dall’ondata populista degli ultimi tre anni”. Walt afferma quindi come il mantra ripetuto da Salvini nei suoi comizi sia “Italians First”, uno slogan che riecheggia l’America First di Donald Trump.

    Già: «He seized on Italians’ frustrations over their debt-laden economy, sluggish growth and a more than one-third youth unemployment rate, and minted a new slogan with Trumpian echoes: “Italians first”». Però l’articolo pare alquanto superficiale. Per esempio non si domanda, e non domanda a nessuno, se Salvini sia all’altezza della situazione, se lo sia il suo governo, se in Italia ci siano reti di protezione (come pare ci siano in America, per proteggere se non altro l’establishment, più che i cittadini, dalle mattane di Trump), se ha l’intelligenza necessaria per non diventare strumento della politica imperiale di Putin (che invece è intelligente). Per leggere la trascrizione dell’articolo del Time, si veda Why Italy’s Matteo Salvini Is the Most Feared Man in Europe.
    Per leggere un articolo meno superficiale, sempre di area anglosassone, e sempre su Salvini, si veda Matteo Salvini: Can Italy trust this man?.

  2. Carlotta permalink

    @Aristide da Carlotta (da Cagliari)

    “La gioia nell’osservare e nel comprendere è il dono più bello della natura”.
    (Albert Einstein)

    [Osservare, apparentemente è da tutti. Ma, a ben vedere, non è proprio da tutti. Nel romanzo ‘Paolo il caldo’ c’è una notazione interessante, più o meno questa: respirare è cosa liberissima, tutti respirano, ma perché alcuni respirano così così, perché non si riempiono i polmoni e non si godono la vita? Perché non respirano bene? Così è per l’osservare: tanto per cominciare, bisogna sapere che cosa osservare, e dove osservare. Galileo non solo disponeva del telescopio da lui inventato (il “telescopio galileiano”), ma la ragione gli diceva dove valesse la pena puntare il telescopio. Ecco dunque che l’osservazione, anche e soprattutto quella della quale Einstein parla, non può prescindere dalla ragione. Per Auguste Dupin, il personaggio uscito dalla penna di Edgar A. Poe (vedi per esempio ‘I delitti della rue Morgue’, l’osservazione era ormai un’abitudine: «observation has become with me, of late, a species of necessity», cioè “da qualche tempo per me l’osservazione è divenuta una sorta di necessità”.
    Quanto al comprendere, quello è un piacere prettamente razionale, anche se non esclusivamente. L’intuizione alle volte gioca un ruolo rilevante, non dimentichiamo tuttavia che l’intuizione non è una dimostrazione, ma una facilitazione. Insomma quel che si è intuito deve poi essere provato. Non ignoro infine che si possano intraprendere sentieri di conoscenza deliberatamente non razionali. Procediamo però con giudizio: non possiamo e non dobbiamo perdere tempo a prestare orecchio alle sciacquette. I sentieri della conoscenza ai quali accenno, se non sono un’illusione, sfuggono comunque alle possibilità di comprensione degli “esoterici”, quelli tanto al chilo, i quali (e le quali) per lo più sono esoterici per trovare giustificazione alla propensione per la sodomia. Semmai varrebbe la pena leggere qualcosa delle molte scritte da Giuseppe Tucci, l’antropologo che insieme con il filosofo Giovanni Gentile fondò l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma (IsMEO), il quale andava nel Tibet alla ricerca della “lingua primitiva”, comune a tutti gli uomini, coloro che alle origini avrebbero avuto facoltà di pensiero oggi inimmaginabili (qualcosa di simile afferma Platone, facendo una differenza tra “filosofi” e “sapienti”). Altri tempi, quando a una come la sciura Valeria di Treviglio non si sarebbe mai permesso di divenire ministro della Pubblica Istruzione, in cui l’agrimensore male acculturato gatto padano non avrebbe osato mettere becco in cose più grandi di lui. Proprio di recente, avendo acquistato presso una libreria antiquaria l’annata 1935 della rivista ‘Sapere’, ho trovato due articoli di Tucci, che conto di leggere quanto prima. Vediamo una ricostruzione del personaggio di Tucci nel film ‘Un’altra giovinezza’, di Coppola.
    N.d.Ar.]

  3. Son contento per Bergamo permalink

    “Il posto”, 1961, regia di Ermanno Olmi (@Nuovo cinema Nusquamia).

    • Vidi questo film tanti anni fa in una cineteca universitaria. A quel tempo non mi piacque più che tanto, ma potrei rivedere il giudizio. Càpita, talvolta.
      In generale non apprezzo l’impostazione cattolico-contadino-padana di Olmi. Quasi un Pasolini sedato.
      Riconosco tuttavia che Il mestiere delle armi, di Olmi, appunto, è un bel film.
      Scrivo faticosamente da un ficòfono, perché sono in trasferta per tre giorni. Non dico dove e perché, onde non dare appigli al gatto padano, che potrebbe inventarsi mie trasgressioni di cacate leggi; quindi, dopo aver sparato balle, accuse e delazioni, avrebbe l’impudenza di dire “Esigo spiegazioni!”.

  4. Non son contento né per la provincia Bergamo né per i diplomati in agraria permalink

    Martina, se fai rider di te esser uomo faceto non ti giova:

  5. Laura permalink

    Credo che da quando abbiamo dato adito all’americanizzazione di cambiare il nostro corso culturale e storico siamo diventati uno dei popoli più arroganti e ignoranti del mondo. Il capitalismo selvaggio ha distrutto la nostra cultura, il nostro territorio, e le nostre vite. Ha corrotto la nostra gioventù e i nostri costumi. Ci ha portati in una situazione senza vie d’uscita, e tutto senza che ce ne accorgessimo, con la complicità delle istituzioni. Oggi gli italiani sono ormai dei barbari, al pari di coloro che critichiamo ogni giorno. Siamo solo un pallido ricordo del paese che eravamo. Stiamo diventando come gli americani, ma poveri. Crediamo ancora di poter insegnare, ma con i nostri insegnamenti, ormai deviati, non facciamo altro che corrompere sempre di più le menti dei nostri giovani. Ed ora chi non era ancora corrotto, è costretto a fuggire da noi, credendo di trovare libertà e civiltà, perchè la società di cui facciamo parte giustifica e organizza guerre che uccidono milioni di persone, uomini, donne, bambini. Vengono da noi, fuggono dalle guerre che noi stessi ipocritamente sosteniamo. Cadono nella trappola come topi. E noi continuiamo a ritenerci ancora uno dei paesi all’avanguardia. Ma di cosa ? Abbiamo tecnologie obsolete, una società immorale, una cultura finta, superficiale e una progenie di falsi intellettuali e politici senza etica, i teatri, quelli che restano, e che servono a portare cultura, sono piccoli, e spesso vuoti, i musei sono praticati quasi solo da stranieri, che apprezzano il nostro paese piu di noi. Stiamo vendendo e distruggendo il nostro patrimonio culturale e artistico, le nostre città sono fatiscenti, ed i servizi sociali insufficienti, la scuola è distrutta. Sarebbe ora che ci rendessimo conto della deriva cui siamo stati ammaestrati e abituati, con anni di lavoro, da parte di chi ci voleva distruggere, e ci è riuscito.

    • Ecco una ragione in più per non temere la morte. Non solo perché, come affermava Epicuro e dopo di lui Lucrezio, quando c’è la morte noi non ci siamo (e viceversa) ma perché aziendalisti, femministe, cattoprogressisti, MariedeFilippi, mistici di ogni risma hanno operato una trasformazione alchemica, facendo di questo mondo, che ci illudevamo potesse essere illuminato dalla luce della ragione, un luogo di tenebre e di merda.
      In un mondo di merda la vita è di merda. Una vita di merda è peggio della morte, e la morte non è la vita. La canzone l’è già finita.
      Écrasez l’infāme!
      Mort aux cons!

  6. Sandra permalink

    Salvini piace. È abile, furbo, e non ho motivo di credere che non sia anche intelligente. Comunica davvero bene. La d’Urso non la guardo perché non ce la posso fare. Ma vorrei sapere, leggendo l’articolo, al di là delle legittime preferenze e degli orientamenti politici, dove Salvini risulta essere razzista e fascista? Io trovo molto più fascista chi non se ne va dopo aver perso il perdibile o chi minaccia di querelare il popolo, chi impone i suoi adepti in ogni modo è così via:

    • Prima del populismo salvinesco e dei grilleschi ci fu quello cattoprogressista

      Ieri a una tavolata di professori, di ottimo livello, competenti, non sindacalizzati, preoccupati della brutta piega che stanno prendendo le cose in Italia (e non soltanto nella sua scassatissima scuola), ci trovammo d’accordo nel ritenere più pericoloso di Salvini soltanto Di Maio, perché ignorante e perché, manifestamente, non è un’aquila. Questo non toglie niente alla pericolosità di Salvini, che è obiettiva; com’è pericoloso il populismo, in generale.
      La fortuna di Salvini si deve in primo luogo alla similsinistra, che si dimenticò delle sofferenze del popolo per buttarsi a corpo morto nelle delizie (per loro) del politicamente corretto; in secondo luogo all’inettitudine di coloro che si preoccupano soltanto di mostrare quanto loro — loro sì –siano invece politicamente corretti, a petto delle sparate di Salvini. Un po’ tutti, chi più e chi meno, come la dott.ssa Serra.
      Le sparate di Salvini sono spregevoli, d’accordo, spregevoli innanzi tutto perché populiste. Ma se la sente la similsinistra di disprezzare il populismo alle radici? Voglio dire, disprezzare non il populismo di Salvini e di Di Maio, ma il populismo, tutto il populismo, e le radici stesse del populismo? Perché questo si dovrebbe fare. Peccato che fosse populismo il delirio per Mani pulite (i giudici salveranno il mondo, il popolo è con i giudici!); era populismo quello di Santoro, che con la sua trasmissione Samarcanda, e con quelle che seguirono, ebbe il colpo di genio di portare il ’68, a distanza di vent’anni, dalle aule universitarie alle piazze: con la differenza che quelle piazze erano piazze comandate e pochissimo spontanee, grazie all’attivismo delle signore radical-chic che preparavano gli striscioni, si prodigavano in telefonate, “mobilitavano” la “ggente”, come si diceva; era populismo quello di Chiara Ingrao che a Samarcanda diceva “la ggente”; era populismo quello di Leoluca Orlando Cascio che diceva anche lui “la ggente”; era populismo quello di Sandro Curzi, direttore di TeleKabul, come allora veniva chiamato il Tg3: il quale però, se non altro, era intelligente, a differenza di Leoluca Orlando Cascio, che era soltanto furbo e gesuitico alla maniera dei suoi maestri gesuiti Ennio Pintacuda e Bartolomeo Sorge, che si presentavano ai dibattiti politici con la guardia del corpo, armata di mitraglietta, in favore di macchina fotografica, perché si sapesse che loro erano combattenti di prima linea (e questo era schifosamente populista); ecc. La “ggente” ci cascava, era felice di cascarci. Ebbene, se la sente la similsinistra di fare un esame di coscienza, di riconoscere i propri errori, riguardo al proprio populismo? Perché solo così si potrà contrastare efficacemente il populismo di Salvini e dei grilleschi.
      Si noti che la sinistra che a quel tempo , sia pure sempre più timidamente si rifaceva ancora alla dottrina marxista, non era per niente populista. Lo era invece la “nuova sinistra”, quella dei “diritti”, lo erano i cattoprogressisti. I marxisti avevano una struttura mentale scientifica: magari sbagliavano, anche loro, ma erano persone serie.
      Ma, venendo al presente, grandissime sono le responsabilità dei cattoprogressisti riguardo all’esplosione in Italia del populismo: che, tra l’altro — sono d’accordo — non va necessariamente identificato con il fascismo, anche se ne ingloba una parte. Sotto certi aspetti è peggiore del fascismo, perché il fascismo, quasi subito, vergognandosi della propria origine plebea, ebbe un sacro timore per la cultura, non osò prenderla di petto e fece di tutto per costruirsi un’altra immagine, che facesse dimenticare la presa violenta del potere, lo squadrismo, la beceraggine. Invece Di Maio e Salvini, che hanno preso il potere legalmente, senza colpi di mano e senza marcia su Roma — del resto, come Hitler — insistono a predicare che quello che “vuole la gente” è giusto, ed è anche vero. Una bestialità, insomma. Questa è l’essenza del populismo, ed è una catastrofe, una regressione culturale e antropologica immane, prima ancora che politica.
      Questo nucleo plebeo, rozzo e gatto-padanesco («noi i maestrini sardagnoli li prendiamo a ‘plocade’») del populismo andrebbe affrontato, subito: ma alla radice. Mica come fanno i cattoprogressisti, o quel politico lussemburghese, o le damazze che esprimono sdegno e stupore atteggiando la boccuccia a culo di gallina, invece di ragionare, sempre che ne siano capaci. Ma, se non sono capaci, che si tirino indietro, che non pretendano di essere loro “la sinistra”; quanto più loro starnazzano, tanto più Salvini s’ingrassa.
      Come esempio di coglioneria totale nell’opera di contrasto a Salvini, da parte dei cattoprogressisti, ecco una copertina dedicatagli dal settimanale cattoprogressista Famiglia cristiana, che nemmeno commento, perché i lettori intelligenti di Nusquamia capiranno da sé. Di quelli meno intelligenti (diciamo così) non mi curo.

  7. Luciana permalink

    Gli opinionisti politici di oggi. Siamo un grande paese (scusate, aggiungo: l’obiettivo non è nemmeno la politica ma guadagnare due soldi dirottando traffico sui loro piccoli siti inutili…):

    Che brutta cosa l’analfabetismo funzionale!

  8. Più Pilù, ma non a tutti permalink

    Questa si che è veramente amica di Maroni! Tante amiche!


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    “Nella sentenza riportati anche gli sms all’ex collaboratrice Paturzo: “Ciao bella, ci vediamo alle 17 in Regione? E poi stasera io e te da soli, se vuoi… Bacini everywhere”
    Comunque i capi della lega si sono sempre professati per la famiglia tradizionale, spesso però allargata a più donne.
    Ma che furbetti!

    • Maroni non è Voltaire, e non sarebbe capace di scrivere «baccio [sic] il vostro gentil culo»
      Maroni dice «bacini everywhere», ed è grasso che cola se non ha aggiunto “h24”


      Francois-Marie Arouet de Voltaire (1694-1778) and Madame Marie-Louise Mignot Denis (1712-1790): Museum of the New York Historical Society.

      C’era da aspettarselo: anche Maroni, volendo fare il fico, non sapendo a quale santo votarsi, prova a ingranare la marcia dell’estrosità linguistica, con risultati risibili. Lui, quello della macroregione (vi ricordate?), quello delle scope che spazzano il marcio della Lega (seh, lui era stato Ministro dell’Interno, e fece come Aldo Moro con i dissidenti della Dc renitenti alla “svolta a sinistra”: aveva la documentazione delle colpe delle persone da mettere in riga), lui, l’epuratore, ignaro del rischio che corrono tutti i “puri”, quello di trovare uno più puro di lui che l’epuri, in preda a delirio di onnipotenza, fa il guitto con le parole, lui osa: e non solo con le parole. Organizza un viaggio a Tokyo, in occasione dell’Expo, in compagnia di una sua cara collaboratrice, ed è quella stessa alla quale scrive «Ciao bella, ci vediamo alle 17 in Regione? E poi stasera io e te da soli, se vuoi… Bacini everywhere». Capito? «Bacini everywhere»! Manco fosse il gatto padano il quale, se c’è un nubifragio, dice, pur di sembrare fico, che quello è uno stravento (ma allora, se parliamo italiano, un vento di straordinaria intensità come lo chiama?). Il latte scende alle ginocchia.
      Premesso che il giudizio politico su Maroni — negativo con una punta di disprezzo politico, fin da tempi non sospetti, come sanno i lettori di Nusquamia, perché noi non credemmo mai all’impostura delle scope purificatrici — prescinde da tali ridicole intemperanze linguistiche, è proprio di queste che ci piace parlare. Maroni che fa il fico con le parole! Maroni affabulatore! Maroni che trascina le folle, e le donne, quasi un novello duce, abile tanto nella prorompente oratoria quanto nell’uso rapido e micidiale del «muscolo fecondatore» (come ebbe a scrivere D’Annunzio dell’organo mussoliniano).
      Ma no! Ma che si dia una calmata (linguistica), il nostro Bobomaroni! E veda un po’ con quale grazia Voltaire scriveva questo bigliettino, in italiano, a Mme Denis, la nipote con la quale il filosofo di riferimento di Nusquamia, il campione della tolleranza, nemico della superstizione e appassionato della filosofia della natura newtoniana, intratteneva una piacevole relazione amorosa:

      Non so encora quando j miei affari mi daranno licenza di lasciare un paese che jo abhorrisco. Non saro felice che quando potero vivere con voi. La vostra societa, ed unamegliore sanita mi farebbero felice. Vi baccio mille volte. La mia anima braccia la vostra; mio catzo, mio cuore sono innamorati di voi. Baccio il vostro gentil culo e tutta la vostra vezzosa persona.

      Ecco, questo è il tocco leggero del libertino, qui si vede l’uomo di spirito. Altro che quell’everywhere, che è roba da miserabili, come quando un giorno sentii una commessa della Gbc (mitico negozio di elettronica in via Petrella, Milano) che faceva gli occhi dolci a un’altra, e le diceva «Ah, se la gente sapesse della nostra situation! [pronuncia: “situèscion”]». Cose da pazzi! Il tìaso lesbico di Saffo in versione nazional-popolare, volgarizzato a misura di due tracagnotte contadine brianzole, all’occorrenza commesse a Milano, che non hanno nemmeno la grazia pudìca nel volto e sfrontata nell’incedere flessuoso, che fece perdere la testa a quel satanasso di don Rodrigo, alla vista di Lucia Mondella. Con Maroni siamo al livello poco meno che infimo di modesti contabili, d’impiegati d’ordine, di adoratori delle cacate carte, di gatto padano!

      Gustose lettere e bigliettini a Mme Denis, come quello sopra trascritto, si trovano nella monumentale biografia del filosofo: Theodore Bestermann, Voltaire, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 228-29. Voltaire scrive in italiano perché l’italiano è la lingua dell’amore, una lingua soave e idonea, più che altre, a titillare orecchie sensibii e femminili, e perché è la lingua dei libretti d’opera: M.me Denis si piccava di essere al riguardo un’intenditrice.
      Chi voglia approfondire l’argomento di Voltaire innamorato, oltre che della nipote, anche dell’italiano, nonché ideologicamente “cattolico”, può leggere utilmente quest’articolo pubblicato sul Foglio: Voltaire cattolico.

  9. Sovranisti d’altri tempi

    Dignano, è oggi una città della Croazia, ma fino al 1945 faceva parte dell’Italia. Dista da Pola, patria di Laura Antonelli e Alida Valli, 10 km. Per la precisione si chiamava Dignano d’Istria; in antico prendeva il nome di Praedium Athenaium, o Attinianum. Forse deriva il nome dalla gens Atinia? Non è detto. Vedi comunque Alzano lombardo, che verisimilmente deriva da Praedium Alicianum, cioè Podere aliciano, della gens Alicia).
    Gens Atinia o no, il borgo era di lingua e costumi italiani, tutt’intorno invece no. Non si parlava italiano, ma croato, che è un idioma slavo, che però i croati, per fare dispetto ai serbi, scrivono in caratteri latini, e non cirillici.
    In ogni caso, sotto il fascismo mal si tollerava che non vi si parlasse italiano, come leggiamo nell’annuncio squadristico qui sopra pubblicato.
    Ho trovato questo documento sfogliando la tesi di laurea (triennale, scritta in italiano) di Marika Janečková, conseguita presso l’Università Masaryk (Universitas Masarykiana Brunensis), situata a Brno, Repubblica Ceca. Il titolo è Lingua e potere. La politica linguistica del fascismo. In epigrafe la tesi porta questa citazione: «”La lingua per definizione, va dove essa vuole, nessun decreto dall’alto, né da parte della politica, né da parte dell’Accademia, può fermarla”. Umberto Eco, Sulla letteratura, 2002».

  10. Lo Yoga spiegato da Giuseppe Tucci, sommo antropologo (niente sciacquetto-esoterismo, dunque)
    Gli Yoghin di Curno, paese bello da vivere, conoscono la “buona pratica” di purificazione dello stomaco? Se non la conoscono, urge apposito corso di formazione


    Nella foto, l’annata 1936 della rivista di divulgazione scientifica ‘Sapere’, pubblicata da Ulrico Hoepli. In primo piano, l’articolo di Giuseppe Tucci, ‘Che cos’è lo Yoga?’.

    Come ho scritto in una precedente noterella, ho di recente acquistato presso una libreria antiquaria l’annata 1936 della rivista di divulgazione scientifica Sapere, edita di Ulrico Hoepli. Ho sempre sentito dire in famiglia che essa era letta avidamente dagli studenti di liceo, in particolare del liceo scientifico (quello vero, con lo studio del latino), destinati a diventare l’ala scientifica della classe dirigente italiana, sotto gli auspici del fascismo. E che comunque lo furono, e di buon livello, anche dopo il crollo del fascismo. Ed è (anche) così che si spiega come i politici della Prima Repubblica, nell’immediato dopoguerra, con un liceo come quello d’un tempo (prima della “buona scuola”, prima della sciura Moratti, della berlusco-maliarda Gelmina e della sciura Valeria Fedeli) e con quelle letture, non facessero schifo, come invece fanno schifo oggi Di Maio e Salvini (senza tuttavia dimenticare i ‘meriti’ degli altri che li hanno preceduti). Ma tutta la classe dirigente, e non solo quella politica, era all’altezza della situazione: a quel tempo nelle fabbriche e negli uffici il tono era dato dai direttori, che avevano alle spalle studi comme il faut, mica mongomanager venuti su dalla merda. Perciò ho acquistato l’annata 1936 di Sapere: per capire la temperie culturale del tempo e — perché no? — per imparare.
    Gli articoli sono i più vari: la matematica divertente, i progressi della biologia e della medicina, le spedizioni nella foresta equatoriale, i rudimenti di funzionamento della televisione e la difficoltà d’impiantare un servizio pubblico di diffusione su onde metriche (VHF), le portaerei nel mondo, gli elicotteri, la possibilità di viaggi extraterrestri, la psicanalisi (l’articolo è di Emilio Servadio, che avrei fatto in tempo a leggere ancora negli anni ’70), il pericolo del meticciato (in Etiopia).
    Tra gli altri, due articoli che dànno conto dell’importantissima attività di ricerca dell’antropologo, orientalista e storico delle religioni Giuseppe Tucci, conoscitore dell’ebraico, del sanscrito, del persiano e del cinese: fece sette spedizioni nel Tibet e nel Nepal, al tempo in cui godeva della protezione di Gentile (il filosofo, autore della riforma dell’ordinamento scolastico oggi malamente sbocconcellata, quella che Bottai voleva rendere più fascista e meno “borghese”, ma non fece in tempo a intervenire); altre tre spedizioni furono compiute nel dopoguerra quando, dopo esser stato epurato in quanto Accademico d’Italia, Tucci trovò tuttavia una sponda di finanziamento in Andreotti. Non fece mai professione di razzista, ma si occupò delle razze umane, il che è politicamente scorretto. Fu maestro di Fosco Maraini — il padre della scrittrice femminista Dacia Maraini — dal quale sarebbe stato in seguito rinnegato. Su Giuseppe Tucci l’orientalista Enrica Garzilli ha scritto un libro, che porta il titolo L’eploratore del Duce.
    Tornando all’annata 1936 di Sapere, c’è un articolo dello stesso Tucci, che ci spiega lo Yoga: ed è tutto un altro leggere, rispetto a quello che si sente dalla bocca di sciacquette male acculturate, esoteriste da strapazzo. Qui sotto vediamo una foto del margine inferiore della p. 202 del fascicolo 43 (1936) di Sapere: mostrandoci un fachiro mollemente adagiato su un letto di chiodi, Tucci ci avverte tuttavia che non bisogna confondere il fachirismo con lo Yoga, con tutto lo Yoga: «In certe scuole», afferma Tucci, «il problema della salvazione passa in seconda linea, talché si va soltanto in cerca del potere di compiere cose miracolose: vale a dire lo Yoga diventa fakirismo».
    Ma la cosa che più ci ha impressionato è quanto si legge nel colonnino di sinistra dello stralcio presentato qui sotto:

    Con l’andare del tempo e lo sviluppo del Hathayoga, facendosi sempre più vivo il desiderio di conquistare poteri magici, si finì col dare importanza alla pulizia interna del corpo, elaborando una tecnica minuta di lavaggi e purificazioni. Di particolare importanza è considerata la pulizia del retto e dello stomaco, che si compie immergendosi nell’acqua fino all’altezza del diaframma e aspirando l’acqua con l’orifizio anale fino a riempire tutto quanto l’apparato digerente.

  11. Conte chi? permalink

    Lapsus di Salvini ad Atreju: parla da “Presidente del Consiglio”, poi si corregge

    Il governo dei pagliacci non finirà mai di sorprenderci.

    • L’emergenza democratica

      Purtroppo, soltanto adesso la sinistra comincia, se non proprio a ragionare, ad ammettere, a denti stretti e non senza mal di pancia, che il successo di uomini inetti a governare la cosa pubblica, cioè di Salvini e Di Maio, è merito suo, e soltanto suo. Hanno esasperato la “ggente”, dopo averla essi stessi improvvidamente titillata, in altri tempi. Nnon dimentichiamo infatti che lo stesso Renzi fu populista, quando baldanzosamente “rottamava” Bersani e Letta, rispettivamente nel partito e nel governo: hanno pasturato il populismo, e questo è il risultato.
      E non soltanto Renzi: è dal tempo di Mani pulite che si è persa la bussola della ragione. Si dice “la ggente lo vuole”. Embè? Da quando le verità si votano a maggioranza? Se devo stabilire se Napoli è a ovest o a est di Trieste, non lo vado a chiedere alla “ggente”, perché la “ggente” mi dice che è a ovest, invece se consulto una tavola geografica risulta che è a est. Così è anche per il bene pubblico, che deve essere oggetto di studio da parte di persone serie e spiegato al popolo dai partiti, perché questa è la loro funzione: interpretare i bisogni delle fasce di popolazione delle quali assumono la rappresentanza, trovare delle soluzioni e presentarle loro. È la funzione pedagogica dei partiti, che non devono essere azzerati, ma che devono risorgere dopo una buona cura ricostituente, che ricostituisca cioè l’intelligenza.
      La “ggente” lo vuole? Già, come se la gente non potesse essere facilmente coglionata, oggi più che mai. Per quanto riguarda il controllo delle coscienze, in particolare quelle dei minus habentes, che sono la maggioranza, viviamo in piena “distopia” orwelliana; ci sarebbe inoltre, visto che siamo in tema di distopia, il pericolo di una deriva eugenetica, alla maniera di ‘Brave new world’ (qui però, come pure sui “nuovi diritti”, potrebbe nascere un contrasto, per noi salvifico, tra putinian-salviniani e grilleschi).
      Affidarsi a Di Maio che a sua volta si affida alla Casaleggio & Associati, al depilatissimo Rocco Casalino che applica alla politica le tecniche di eliminazione del Grande Fratello, a Claudio «Aquilini» Borghi che crede di essere un economista perché riceve molti “like”, a Salvini che non fa mistero di voler essere il cavallo di Troia dell’egemonia putiniana in Europa, previo crollo dell’Europa occidentale, è (per noi) micidiale.
      C’era ieri un articolo sull’Eco di Bergamo di Alberto Krali, un tedesco che vive a Crespi sull’Adda e insegna a Milano, è intelligente e conosce bene l’Italia. Individuava nella globalizzazione e in particolare nella vivacità, per non dire aggressività, dell’economia cinese una concausa importante del declino economico dell’Italia e del malessere politico che ne è seguito. Per quanto riguarda il malessere, che fra l’altro non è soltanto politico, non trascurerei però le colpe, le gravissime colpe, della sinistra. Quando la Boldrina in Italia e la dott.ssa Serra a Curno esprimevano le loro linee direttrici, con determinazione e sorrisetto asseverativo, bisognava avere il coraggio di dire: No, non è così che si affrontano i problemi. La ggente non sa che la Boldrina, fra l’altro, non è nemmeno del Pd. Ma pensa che lei sia una rappresentante autorevole della sinistra, e che il Pd, tacendo, consenta con lei. Aveva ragione il tanto vituperato Minniti che avvertiva: guardate che qui c’è un’emergenza democratica, non possiamo far finta di niente, dobbiamo contrastare la presa di potere dei populisti, opponendo alla loro beceraggine l’intelligenza e la ragionevolezza. Soltanto adesso si sente qualche parola di apprezzamento nei confronti di Minniti. Mica tante però, da parte della sinistra tardivamente resipiscente. Minniti fu considerato un appestato, in parte lo è ancora (se, per esempio stiamo a sentire la Boldrina). Invece bisognava lavorare con lui, aiutandolo eventualmente a non sbagliare. Nessuno è perfetto: credo d’altronde che Minniti fosse perfettamente consapevole delle condizioni dei campi di detenzione libici (questo era il punctum dolentissimum della politica di Minniti allo stato nascente); credo anche che si sarebbe adoperato per migliorare la situazione: come dice il Vangelo, “Ogni dì ha il suo affanno”.

  12. Sandra permalink

    Sono anni che lo dico. Però, a differenza dei 5 stelle, so con certezza — perché ci ho lavorato, esperienza che manca a quasi tutti i politici — che occorre incentivare e consolidare l’alta dirigenza che raggiunge realmente gli obiettivi, che possiede forti competenze; so anche che bisogna eliminare chi con arroganza non fa niente o quasi, ostacola ogni cambiamento e crea demotivazione in chi sta sotto.
    — detesto il “facciamo fuori tutto” senza capire chi contribuisce realmente;
    — la riforma della PA del pd è stata una vera presa in giro.

    • I boiardi e i loro servi vanno combattuti con l’intelligenza, non con i mezzucci di Casalino
      In primis, questo potrebbe essere un caso in cui i boiardi hanno ragione. In secundis, viene il sospetto che la fuga di notizie sia stata pilotata dal Grande Fratello

      Per prima cosa ascoltiamo l’audio “trapelato” di Casalino, segue il commento.

      Che i boiardi di Stato e i loro servi spesso e volentieri remino contro e si mantengano fedeli al sistema dei vecchi padroni, tanto più che questi hanno fatto il bello e il cattivo tempo nell’apparato amministrativo per anni, tutto sommato è normale. Ne sapeva qualcosa Alberto Ronchey che fu probabilmente il miglior Ministro dei Beni culturali e che si scontrò con l’inefficienza, l’incompetenza e i privilegi del cucciolo del Leviatano che recalcitrava, pretendeva che si facesse come voleva lui. Un alto funzionario di quel Ministero arrivò a minacciare Ronchey pubblicamente, dalle colonne dei giornali: «I ministri passano, i funzionari restano».
      Oddio, un minimo di onestà intellettuale c’induce ad ammettere che i burocrati (i boiardi e i loro servi) non siano proprio tutti figli di puttana, dal primo all’ultimo. Quando esprimiamo un giudizio, dobbiamo sempre ricordarci di definirne il campo di applicazione e la probabilità (che comunque, secondo noi, nel caso specifico dell’essere i boiardi figli di puttana, è alta). In ogni caso, non possono permettersi di pensare che i burocrati siano tutti figli di puttana né Di Maio né il depilato Casalino, perché se è questo quello che pensano, dovrebbero prima di tutto far cadere l’impalcatura del Ministero dell’Economia e Finanza (con i cui funzionari sono in polemica), forse di tutto lo Stato. Togliatti, per esempio, fu Ministro della Giustizia nel primo dopoguerra: sapeva benissimo che i burocrati erano stati tutti fascisti, ma non poteva permettersi il lusso di mandarli a casa, in quanto ex fascisti, tutti (come invece vuol fare di Maio con i tecnici che hanno lavorato per Autostrade, tutti). Togliatti non era rivoluzionario, era “istituzionale”, con qualche intemperanza calcolata, giusto per coglionare la base. Dunque diremo che alcuni burocrati sono figli di puttana e remano contro ciò che è ragionevole e giusto.
      Ciò premesso, se noi siamo — come siamo e fummo [vedi: «S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui»]– eredi della grande tradizione culturale greca, non possiamo fare a meno di ragionare attenendoci alle regole della logica, applicando in particolare le regole del calcolo proposizionale. Disprezziamo infatti l’astuzia contadina, non inventiamo niente, non trucchiamo le carte, non siamo gatti padani. Dunque ragioniamo:
      a) Chiamiamo A la classe dei burocrati che contrastano e castrano.
      b) Chiamiamo “B” la classe di ciò che è ragionevole e giusto.
      c) Chiamiamo “C” la classe dei provvedimenti che Casalino vorrebbe divenissero operativi e che invece sono contrastati da “A”.
      Domandiamoci allora se sia giusto il seguente sillogismo:

      • B (= ciò che è ragionevole e giusto) è contrastato da A
      • C è contrastato da A
      ————————————————————
      • Dunque C è B (cioè C è ragionevole e giusto)

      Ebbene, questo sillogismo, cosiddetto della II figura, non è valido perché il termine medio non è distribuito in nessuna delle due premesse, in deroga a una delle leggi fondamentali del sillogismo: «Aut semel aut iterum medius generaliter esto». Se fosse valido, sarebbe valido anche il seguente sillogismo, manifestamente falso, ma in tutto e per tutto analogo: «• La locomotiva fischia / • Socrate fischia / • Dunque Socrate è una locomotiva».

      Proviamo allora a metterla in questi termini: talvolta i burocrati possono avere anche ragione, come quando affermano che due più due fa quattro, o quando nelle loro valutazioni mettono in conto l’enorme debito pubblico italiano alla luce del quale il costo del denaro che l’Italia richiederebbe per un incremento del debito medesimo salirebbe in proporzione, dunque aumenterebbe lo spread, il fardello degl’interessi si farebbe più oneroso ecc. Qui l’Europa non c’entra, c’entrano i mercati, che non possiamo obbligare a prestarci il denaro. Ma qui più che i conti della serva, o le fughe in avanti di Claudio «Aquilini» Borghi, ci vorrebbero i conti di un matematico, anzi di una squadra di matematici, senza trascurare che il sistema economico è deterministico fino a un certo punto. Facendo i gradassi come Tsipras pretendeva di fare, e come poi non fece, il sistema cessa di essere deterministico, diventa caotico.

      Dopo aver affermato cautelativamente che forse non proprio tutti i burocrati sono figli di puttana, e aver ammesso che qualche volta possano aver ragione, ammettiamo adesso che riguardo ai provvedimenti ai quali fa riferimento Casalino siano veramente figli di puttana: se non proprio tutti, almeno i burocrati che castrano il “nuovo che avanza” del governo salvino-grillesco (di Conte, attualmente impegnato con padre Pio, non è il caso di parlare: più che l’avvocato degl’italiani, dà l’impressione di essere il sottosegretario di Giorgetti). Non diciamo di no, può essere che siano figli di puttana: come non ci stanchiamo di ripetere, solum certum, nihil esse certi. Però, in questo caso, e soprattutto in questo caso, perché non prestiamo orecchio a quanto ci dice Rino Formica su Repubblica di oggi (24 settembre 2018, p. 4)? Rino Formica ha studiato da ragioniere ma, a differenza del gatto padano, ha saputo spiccare il volo, vola lato, di là dai miasmi delle cacate carte. È un uomo intelligente, figlio della Magna Grecia, quello che quando Craxi chiamò nel Consiglio del Psi Sandra Milo e l’agrimensore Filippo Panseca parlò di un’accolita di “nani e ballerine”; quello che, di là dall’impostura mistica, riconosceva che la politica, quella politica, è “sangue e merda”. In pensione, ma carico di saggezza, a proposito dell’uscita di Casalino, Formica osserva:

      Non sanno leggere i bilanci e dicono al tecnico “Caccia i soldi”, con un’espressione da rapina. Un governante degno di questo nome indica la via al dirigente refrattario.

      Ecco, qui si vede la fiammella dell’intelligenza. E di qui si potrebbe continuare, meglio in concreto che in astratto. Ma occorrerebbero i dati e, più ancora, un modello matematico. E poi delle teste pensanti. Ma vallo a spiegare a Casalino. In astratto tuttavia si potrebbe osservare che se hai che fare con dei figli di puttana, non hai nemmeno necessità di dichiarare guerra: la fai. Tutto il contrario di quello che ha fato Casalino. Non essendo in grado di fare la guerra, l’ha annunciata, e ha fatto di tutto — questa è l’opinione, per esempio, di Stefano Feltri, e di parecchi altri — perché quella sua ruvida conversazione telefonica, quella che abbiamo sentito sopra, trapelasse. Un’operazione di Grande Fratello, un Grande Fratello al quadrato. Quello della Casaleggio & Associati in combinazione (anzi, “in sinergia”, come piace dire agli aziendalisti) con il Grande Fratello dell’omonimo programma-spazzatura, nel quale Casalino svolse un ruolo di deuteragonista: la tecnica di eliminazione dell’avversario l’ha imparata qui. Cioè, crede di averla imparata.

  13. La prima F di Nusquamia e quella della Feltrinelli
    Nusquamia è all’insegna della “Prima F”, ma non è la stessa cosa


    Facendo clic sull’immagine si accede al sito della “Prima F” della Feltrinelli.

    Varrà la pena mettere in chiaro che la “Prima F” di Nusquamia e quella della Feltrinelli sono due cose diverse.
    • Intanto la “prima F” di Nusquamia data praticamente dalla nascita di questo giornale (2012).
    • Invece la “prima F” della Feltrinelli è un’iniziativa recente (2018) e designa i prodotti e le attività della casa editrice proiettate sul mondo della scuola: «Uno spazio pensato per voi, compagni di banco, insegnanti e genitori. Un programma di attività e proposte, sfide e giochi per rendere la lettura il vostro passatempo preferito!». Come dire: “la prima Feltrinelli”, o “la Feltrinelli di base”. Cioè, così penso: ma può darsi che i “creativi” della Feltrinelli abbiano da qualche parte voluto dare una spiegazione diversa. Non credo, però, perché l’ambiguità oggi è di moda: piace ai creativi, alle sciacquette, agli ambiziosetti male acculturati. Perciò il giornale del Comune di Curno s’intitola “Curno inComune”, giocato sull’ambiguità comune/Comune (le maestrine similprogressiste vanno pazze per queste trovatine). Perciò ci sono negozi che portano l’insegna “Non solo pane” et simil. Perciò aspettiamo rassegnati di vedere l’insegna “Non solo cazzi”, particolarmente idonea a locali alternativi.
    • Un’altra differenza fondamentale è il carattere istituzionale della Prima F feltrinelliana, mentre la Prima F nusquamiense è deliberatamente antistituzionale. Com’è noto, le tre F di Nusquamia indicano la Fica, la Filosofia e la Fonolinguistica; in particolare, la Prima F vuol essere uno sgarbo al “politicamente corretto” che imperversava nell’infelice paese di Curno al tempo della tirannide serrana. E che, nonostante tutto, continua a imperversare, tanto più che l’Amministrazione attuale, serrano-crurale, continua a manifestare, evidentissima, l’impronta serrana. Ed è una cosa che non le porterà bene, proprio per niente, a meno che la dott.ssa Gamba non si ritagli un inedito spazio di autonomia, ridimensioni il sistema delle associazioni, si dia un programma politico minimo di stampo laburista, che per Curno basta e avanza, si sbarazzi platealmente di MarcoBattaglia e impari a confrontarsi con il popolo minuto con ironia socratica, senza albagìa (e ho detto niente!): ma non mancherà l’occasione di tornare su questo tema.
    • Se avessimo voluto essere politicamente corretti, avremo posto Nusquamia all’insegna delle “Tre C”, cioè Culo (inteso come culo maschile, da alcuni impropriamente chiamato culandro: di qui il termine “culandra” per “ricchione”), Condivisione e Cattoprogressismo. Ovviamente, ben ce ne siamo guardati.
    • Non siamo copropapirologi, non ne facciamo una questione di priorità a norma di cacata carta, ma ecco un nostro intervento sul significato antistituzionale e liberatorio delle “Tre F”, in linea con la formula che caratterizza Nusquamia, da sempre, come diario proteso alla demistificazione dell’impostura e alla lotta senza quartiere contro la prevalenza del cretino e l’agitarsi scomposto della merda che ambisce allo scranno. Scrivevamo nel gennaio del 2013 a un lettore che voleva rifilarci “buoni consigli” su come avremmo dovuto governare la navicella di Nusquamia (si veda Come diceva Newton: hypotheses non fingo):

    Quelli che lei ha nominato sono i personaggi dello zoo di Nusquamia, e di quelli io devo parlare. Salvo il fatto che talora mi concedo un po’ di riposo e parlo di bellezza, della prima F, di filosofia (la seconda F) e di fonolinguistica (la terza F).
    Lo so, lei vorrebbe darmi il “buon consiglio” che farei bene a occuparmi d’altro. Che dovrei dare più spazio alle cacate carte. Che dovrei stilare fantasiosi programmi. Ma non ha capito che il programma di Nusquamia si riassume in queste tre parole: libertà, onore e bellezza? Il tutto condito con il sale dell’intelligenza e dell’understatement (che più correttamente in italiano si direbbe, con parola greca, tapinosi).

    P.S. – Il gatto padano è cortesemente invitato ad astenersi da commenti volgari, in generale, e volgarmente delatori, in particolare. Se non è capace di affrontare certi argomenti con tocco leggero, si astenga. E si occupi di cacate carte, che sono il suo specifico.

  14. Licia permalink

    Perché amo la lingua tedesca:


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    • Dopo la prima F, facciamo una digressione dalle parti della terza F [*]
      “Trasparenza” del tedesco (e dell’inglese)

      Leopardi a proposito della lingua tedesca affermava che essa è “trasparente” ai germanòfoni, per via dell’uso frequente di parole composte, che di per sé contengono la definizione del termine, o una buona approssimazione al suo significato. A dir la verità, lo stesso discorso potrebbe farsi anche per l’inglese, che abbonda di parole composte.
      • Facciamo un primo esempio, considerando la parola italiana “ombrello”: di per sé non ci dice che è uno strumento che ci ripara dalla pioggia. Deriva, con una metamorfosi “transgender” (così si direbbe in linguaggio coglione) da “ombrella”, che è un diminutivo di “ombra”, come del resto il lat. umbella è diminut. di umbra. Che però, a rigore, sarebbe un parasole: così infatti lo Stephanus, autorevole lessico, definisce il lemma “umbella”: «qua feminae arcent solis ardores». Invece in tedesco l’ombrello si dice regenschirm, cioè “scudo contro la pioggia”; ed è tutto chiaro, a prova di stupido.
      • Come secondo esempio di trasparenza del linguaggio, consideriamo la parola italiana “semaforo”: ebbene, se uno non ha studiato greco, questa parola è soltanto l'”indicatore” di uno strumento che ti dice quando puoi attraversare la strada (se sei un pedone), o transitare (se sei un automobilista o un capotreno), e quando non puoi. Non per questo diremo che la parola è insignificante; peccato però che non sia trasparente, tranne che per coloro che sanno che σῆμα (“sema”) significa “segnale” e che -ϕορος (“phoros”), è un suffisso derivato dal tema di ϕέρω (“phero”), che significa “portare”. In inglese invece per dire “semaforo” si usa una parola che si capisce immediatamente: traffic light. Cioè anche l’inglese, spesso, è una lingua trasparente, nel senso che diceva Leopardi.

      Ci sarebbe poi il discorso, tutto da verificare, se la lingua tedesca abbia favorito la particolare inclinazione alla filosofia dei tedeschi, soprattutto nel XIX e XX secolo. Si dice che ne ha favorito la forma mentis filosofica, essendo il tedesco, come il latino, una lingua complessa; inoltre, come il latino, è una lingua tale che il significato di una frase può essere colto solo alla fine dell’enunciazione della frase medesima, quando si è prestata attenzione a tutti i termini, e si sono memorizzati certi rapporti di dipendenza grammaticale. Trovo questa motivazione un po’ debole: sia perché, per esempio, basta varcare il confine di Trieste per trovare lingue più complesse del tedesco; sia soprattutto perché questa storia che bisogna aspettare la fine della frase per capire è molto più vera del latino che del tedesco (che conserva il sistema dei casi, ma usa gli articoli, come l’italiano, il francese ecc., i quali semplificano parecchio la comprensione immediata; dunque in tedesco i casi sono per lo più una ridondanza linguistica). Ma — ecco l’argomento che taglia la testa al toro — non risulta da nessuna parte che i Romani abbiano sviluppato una particolare attitudine filosofica. Chi tra i “romani” illustri, come Cicerone (che, per dirla tutta, era un burino di Arpino, un homo novus) e Seneca (che era di Cordova), masticava di filosofia era perfettamente bilingue, sapeva cioè di greco e latino. Non a caso si parla di filosofia greca mentre di quella che si è espressa in latino non si dice che è romana e per lo più se ne dà per scontata l’impronta greca.
      Un discorso a parte meriterebbe la filosofia postclassica: però, attenzione, di Tommaso d’Aquino non possiamo dire che fosse “romano” in senso classico; come pure non erano romani (in senso classico) i “filosofi naturali”, cioè i fisici, che usavano il latino come lingua di comunicazione universale tra le persone colte, fino al XVIII sec., talora anche oltre.

      …………………………………………..
      [*] Secondo l’insegna di Nusquamia (politicamente scorretta, con chiaro intendimento provocatorio, in polemica con le “Tre C”): Prima F = Fica; Seconda F = Filosofia; Terza F = Fonolinguistica.

      • Diciamolo strano, un po’ come Verdone: «’O famo strano»
        Buzzurri e burini

        Invece le motivazioni del gatto padano che per dire “pioggia battente inclinata” (quella che penetrando tra gl’infissi della nuova e meravigliosa scuola elementare di Curno ne ha determinato l’allagamento), parla di “stravento” (che in italiano sarebbe un vento d’intensità straordinaria) sono prettamente psicologiche: la volontà di apparire fico, a compensazione di manifeste carenze culturali, che si pretendono oblit(t)erate da codeste ficate. Idem con patate per quanto riguarda l’abuso di acronimi: servono a lasciare a bocca aperta i buzzurri. I quali acronimi però, in altri ambiti, non esclusivamente padano-curnensi, sono usati a fine di coglionamento e impostura, come ha scritto il filosofo (tedesco) Herbert Marcuse nell’Uomo a una dimensione. Parliamo di Marcuse, non di Martha Nussbaum.

  15. Eleonora permalink

    Il voto di un “ignorante” deve valere meno di quello di un cittadino informato: la proposta di un’economista

    [Sarei disposto ad accettare il principio del “voto ponderato” se mi si presentasse una procedura plausibile di “ponderazione”. Un conto è rifiutare la baggianata dell'”uno vale uno”, e sanamente disprezzare il populismo. Bene anche l'”odi profanum vulgus et arceo” di Orazio, il principio che “le verità non si votano a maggioranza”. Ma di qui a mettere in discussione il principio di rappresentanza democratica, ce ne corre. Semmai, per arginare il populismo, dovrebbero risorgere partiti decorosi, poco importa se “faziosi” (i partiti sono faziosi per definizione, devono essere faziosi), ma con una tensione ideale, con una scuola di partito, con un meccanismo di selezione della classe dirigente, con una vocazione pedagogica. Fare un cernita dei cittadini, stabilendo quale debba valere di più e chi meno al momento del voto mi sembra altamente sconsigliabile. Invece una scelta rigorosa della classe dirigente, e non solo nei partiti, è cosa auspicabile e necessarissima. Mai più la sciura Valeria Fedeli al posto di Ministro dell’Istruzione pubblica! Mai più Alba Parietti come opinionista “de sinistra”! Ecc. N.d.Ar.]

  16. Ilde permalink

    Di Maio introduce il concetto di deficit positivo. Poi ci saranno la salita discendente e la concretezza immaginaria.

    [Vogliono forse farci rimpiangere Moro e le sue “convergenze parallele”? Quello di Di Maio è un esempio di ossimoro (meglio pronunciare “ossimòro”), cioè di contraddizione in termini, come quando si dice “un silenzio assordante”. “Ossimoro” è una parola greca che letteralmente significa acuto/stolto (da ὀξύς, “acuto” e μωρός, “stolto”), come per designare una contraddizione logica; infatti in latino si trova talora tradotto come ‘acute stultum’. Non è detto che l’uso di questa figura retorica sia sempre sgradevole: tutto dipende dall’intelligenza e dalla capacità d’ironia di chi ne fa uso. Se uno invece, facendo questi risibili giochi di parole, si prende sul serio e pretende di aver inventato una nuova sostanza, con diritto di rappresentanza nel mondo delle idee iperuranie, ebbene, costui va spernacchiato senza pietà.
    In generale, il ricorso sciacquettistico all’ossimoro rientra nella categoria del “parliamo strano”, al quale accennavo nel commento precedente. Sono parimenti esempi di “parlare strano” quello sgradevolissimo “CurnoinComune” che gioca sull’ambiguità comune/Comune (anche di questo si è detto), il “co-working solidale”, l’anglofilia di chi non conosce l’inglese (e parla per sentito dire, ma non saprebbe tradurre quel che dice), il linguaggio coglione degli aziendalisti, il “Non solo pane” dei panettieri. Chi è ignorante gioca con le parole e “parla strano”, nella speranza di riscattare a buon mercato una condizione di minorazione culturale che è sotto gli occhi di tutti e che, anzi, con il ricorso a questi stratagemmi, diventa ancora più evidente.
    Invece un negozio con l’insegna “Non solo cazzi” non può essere tacciato di sgradevolezza sciacquettistica; qui infatti c’è, sì, un gioco di parole; ma c’è ironia.
    N.d.Ar.]

  17. Giuseppe permalink


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    • Ma perché Bossi non ha invocato l’attenuante circostanziale?

      Non mi meraviglierò mai abbastanza. È vero che Bossi disse: «Ah, no! Non sapevo che l’era terùn». Intanto disse «non sapevo…», anche se è innegabile che intendesse dire: «grazie tante, lo sapevo». Ma il punto è un altro: perché disse così, e in quali circostanze? Prego seguire attentamente il video, prestare orecchio alle parole pronunciate lontane dal microfono, e che tuttavia si sentono, e osservare il labiale del Pedretti che, a nostro sommesso parere, avrebbe potuto e forse dovuto farsi avanti per levare dalle spalle del suo antico mentore parte del fardello accusatorio.
      Io non m’intendo di cacate carte, ma proprio perché non m’intendo, ragiono. E mi domando perché la linea di difesa di Bossi non abbia messo in campo le attenuanti circostanziali.

  18. Dana permalink

    Effe III

    “L’acte d’écrire a un caractère privé irréductible à toute valeur étrangère et même hostile à toute expérience qui ne soit pas singulière. Tout écrivain se sent appelé à répondre seul à travers sa propre ignorance de la littérature et de son avenir. Écrire s’est donc se jeter dans le risque sans appui ni référence à aucune œuvre exemplaire, dans l’absence, ou plutôt l’oubli, de toute culture, s’est s’offrir à une loi intérieure elle-même tantôt dénoncée, tantôt justifiée par le mouvement même qui la fonde.”

    Vedi:
    La leçon de Marcel Proust selon Louis-René Des Forêts à l’occasion du cinquantenaire de la parution de Du côté de chez Swann (1963)

    • Pericolosità dei poetastri

      Questo brano, estratto dal contesto, non è scevro di pericoli. Come del resto quasi tutte le citazioni, quando il significato del discorso, e degli stessi termini, talvolta, è definito, e chiarito, dall'”ambiente” che circonda la citazione. In particolare il pericolo è che esso suoni come un incoraggiamento ai poeti male acculturati e senza talento, e Dio solo sa se invece non dovrebbero essere, al contrario, scoraggiati. Diceva un amico, professore di Estetica, che non se ne può più di queste sciacquette che scrivono i pensierini, andando a capo. E aggiungeva che quando Baumgarten (filosofo tedesco, mica Martha Nussbaum) coniò il termine “estetica” non intendeva far riferimento alla pur nobile professione delle estetiste del viso, delle cosce, dei piedi ecc.
      Proprio così, i poetastri vanno a capo e infilano qui e là qualche espressione del “parliamo strano”. Al poeta cattoprogressista padre David Maria Turoldo, per esempio, piaceva l’interiezione “deh!”, credo che vi sentisse un’assonanza biblica: vedi per esempio il cap. 24 della Genesi (che i cattoprogressisti dicono “il” Genesi): « E Abramo disse al più antico servo di casa sua, che aveva il governo di tutti i suoi beni: “Deh, metti la tua mano sotto la mia coscia…”».
      Ecco dunque un esempio di poesia curnense, con accapi ed espressioni di “parliamo strano”:

      Stravento
      Oh, stravento!
      Tu ch’esci dallo spiraglio del dio Tonale,
      celtico sembiante del Giove pluvio spetezzante,
      deh! investimi del tuo afflato;
      poco mi curo d’istituzionale olezzo.
      Siimi alleato, o stravento!
      Inonda il bel paese
      dove il “pota” suona:
      soffia e inonda,
      perché io qui t’appello vento
      poi alchemicamente ti fo acqua.
      O non sapevi ch’io fossi mago?
      Soffia e inonda, stravento,
      spazza, allaga, distruggi.
      Deh! Sii tu il mio vindice.
      Da’ soddisfazione alle mie secrete cure:
      Ti aspetto. Soffia, il terrore sia con te.
      Sono felice, godo e son bagnato.

      Approfondimento sull’ambiguità di (certe) citazioni – Giocano parecchio sull’ambiguità della citazione i delatori, i quali considerano un insieme di parole che, spogliate del contesto, si presta a un insieme d’interpretazioni; i delatori, naturalmente, scelgono quella che si presta meglio a servire di puntello alla loro pulsione malvagia. Ricordiamo, a titolo d’esempio, l’episodio dei “debiti fuori bilancio” che il gatto padano imputava al sindaco del buongoverno Angelo Gandolfi. Quando la bufala fu smascherata da un documento pubblicato su Nusquamia, il gatto disse: ma io questo l’ho letto in uno scritto di parte locatelliana (credo che si riferisse al “Laboratorio delle idee”, affidato al finian-futurista Quantile [ma che fine ha fatto?]), e quel testo si prestava a parecchie interpretazioni: esigo spiegazioni da Locatelli! Così proclamava il gatto. Peccato che: a) lui non abbia qualità per esigere un bel niente; b) ammesso che il testo si presti a diverse interpretazioni, lui abbia scelto la più malevola; c) lui comunque sia responsabile di quel che dice, quando afferma “Io dico che X è A”; perché così ha scritto, e non “Locatelli afferma che X è A”: cosa che ha detto solo dopo, ed era comunque una balla colossale.
      Come se non bastasse, in tempi recenti, a puntello di certe falsità propalate a fine di disinformazione, il gatto sibilava dal suo diario “Io conservo le registrazioni delle telefonate degli assessori che mi segnalano questo e quello”. Vera o falsa che sia tale circostanza, l’affermazione felina non dimostra niente, semmai suona come un invito alla prudenza: gli assessori che telefonano al gatto padano corrono l’alea di un uso gattopadanesco delle loro parole. Comunque sono fatti loro, facciano quel che vogliono.

  19. Poche chiare righe permalink

    Legaioli, non fate lo gnorri: Salvini fa il palo, mentre il Bibitaro svaligia il Nord.
    Il palo sta ad indicare anche in modo subliminale cosa vi sta facendo Salvini con la scusa di qualche africano in meno.

    • Che Salvini non sia poi così furbo come crede di essere?

      Di Salvini si diceva che poteva essere il primo milanese che riuscisse a fregare un meridionale. Sarà… Non è detta l’ultima parola. Anche i piemontesi credevano di aver fregato l’Italia meridionale. In effetti s’impadronirono del tesoro del Regno delle due Sicilie, mandarono in rovina l’industria manufatturiera, impoverirono il Meridione d’Italia. Apparentemente avevano fregato il Meridione. Però, come osservava Salvemini, per fregare il meridione, dovettero favorire l’ascesa di una classe dirigente meridionale corrotta che avrebbe infettato l’Italia intera. Come dice la canzone ‘Donna lombarda’: «La s’intendeva di faghela agli altri, la s’l’è fata a lee».


      La canzone “Donna lombarda” narra di una moglie fedifraga che decide di avvelenare il marito, su istigazione del drudo. Ma un bambino, che ha assistito alla tresca, avverte il padre: “Non bere quel vino, perché è avvelenato”; il marito allora costringe la maiala a inghiottire il vino avvelenato. Conobbi questa canzone nella versione che è possibile ascoltare al min. 2 : 45, e a questa sono affezionato. Peraltro questa è una canzone che, con parole diverse, ma con lo stesso concetto, è diffusa in tutta Italia, anche in Europa, come dimostrò un interessante studio etnomusicale condotto da Costantino Nigra (‘Canti popolari del Piemonte’, 1888). Sempre nella registrazione qui sotto, si presti attenzione, al min. 6 : 30, alla stupenda canzone “Cade l’uliva”, toscanamente interpretata da Caterina Bueno.

  20. La Boldrina difende Asia Argento


    Fare clic sull’immagine per leggere su Huffington Post il punto di vista della Boldrina.

    Com’è noto, un ragazzo che giovanissimo ebbe una certa notorietà come attore, la cui carriera adesso è periclitante e che pare abbia qualche necessità economica (perciò ha intentato causa ai genitori) accusa Asia Argento di aver avuto un affare di sesso con lui, quando lui era minorenne. Si noti che il ragazzo, ormai maggiorenne, si è fatto vivo con Asia Argento, ricordandole l’increscioso episodio, proprio quando lei accusava Weinstein di averla irrumata, anni fa, esercitando una sorta di diritto di prelazione: io sono un uomo potente, sarà meglio per te se mi fai questo favore. Non le aveva puntato una pistola alla tempia, non le aveva messo le mani addosso, ma usava il suo “prestigio” di tycoon del cinema.
    Ebbene, la Boldrina scopre l’acqua calda: dice che il ragazzo che adesso si concede alle interviste per accusare Asia Argento è una figura discutibile. Uno che ci marcia. Certo che è una figura discutibile, come sono discutibili Asia Argento e la sua passione per i conigli mediatici. Come sono discutibili tutti coloro che si agitano per apparire, sfruttando i meccanismi della società dello spettacolo, o i privilegi che discendono da potere e visibilità consolidata. Come dunque è discutibile la Boldrina stessa; e adesso, già mi pare di sentire il coro scatenato: eresia! anatema! al rogo! In ogni caso, lo dico lo stesso.
    Apprendiamo che l’orco Weinstein fece a Gwyneth Paltrow e Valeria Golino offerta analoga a quella formulata ad Asia Argento, ma in questi due casi l’offerta venne declinata.

  21. Il dogma populista e le cacate misure: quante persone manifestavano a Piazza del Popolo?


    Il solito articolo sul numero di uomini-massa che partecipano alla manifestazione. Per leggere l’articolo si faccia clic sull’immagine.

    C’è chi si appassiona a queste cose: in Piazza del Popolo a Roma, in occasione della manifestazione indetta dal Pd ci saranno state 70.000 persone, come dicono gli organizzatori, o meno? Ecco allora solerti agrimensori farsi avanti: a) ipotizzano che, con plausibile affollamento, in un metro quadrato possano starci 4 persone; b) calcolano la superficie di Piazza del Popolo (come da istruzioni della guida di Google maps: vedi immagine qui sotto); c) moltiplicano l’area, espressa in metri quadri, per 4.
    Stando a Google maps la piazza presenta una superficie di meno di 13.000 metri quadrati, dai quali bisognerebbe levare quelli che spettano all’obelisco, al palco e ai gazebo ecc. Però, guardando le foto della manifestazione, si vede che c’era gente assiepata anche in Via del Corso e sulle rampe che portano al Pincio. Insomma, mettendo a confronto i più e i meno e opportunamente compensando, potrebbero essere ancora 13.000 metri quadrati; per un calcolo più accurato, i dirigenti del Pd, laggiù a Roma, potrebbero rivolgersi al delatore curnense che rilevò l’aggetto siffredico della veranda del padre di Gandolfi (con l’intento di fargli del male, a mo’ d’inequivocabile segnale paramafioso).


    Determinazione approssimata dell’area di Piazza del popolo mediante Google maps.

    Dunque i partecipanti sarebbero 13.000 x 4 = 52.000 e non 70.000, come dicono gli organizzatori. 52.000, forse meno ancora.
    Ma, a pen pensarci, che cosa dimostra l’entità numerica dei manifestanti? In particolare, che differenza fa 52.000 o 70.000? Nessuna. Certo, se la piazza fosse stata disertata, la cosa avrebbe avuto un qualche significato. Ma la piazza era piena, poco importa che fossero 52.000 o 70.000. Tanto più che le verità non si votano maggioranza, come non ci stanchiamo di ripetere. Quando tre infami delatori — Anito, commerciante; Licone, uomo politico; e Meleto, poeta — accusarono Socrate, il filosofo fu condannato a morte da un tribunale popolare: e con questo? Forse che avevano ragione? Anche Gesù Cristo fu condannato dal Sinedrio e consegnato al braccio secolare di Ponzio Pilato, e il popolo — quello che secondo Grillo e Salvini avrebbe sempre ragione — urlava Crucifige! E con questo?
    Siamo da sempre contrari al dogma populista. La stessa cosa dicevamo quando nel 2002 Sergio Cofferati portò al Circo Massimo tre milioni di persone che manifestavano contro la modifica dell’articolo 18 voluta da Berlusconi. Lo stesso dicemmo quando la Camusso voleva portare un milione di persone in piazza, contro il Job Act di Renzi (“Job” Act, e non Jobs: se proprio, da coglioni qual siete, volete parlare in linguaggio coglione, almeno imparate l’inglese!). Infatti, in termini razionali il discorso era: la modifica/abolizione dell’art. 18 quanto incide nella realtà produttiva? E il Job Act è veramente il non plus ultra in fatto di modernizzazione delle relazioni industriali? In ogni caso “il popolo lo vuole” non è un argomento accettabile, non certifica un bel niente, né più e né meno di quanto sia affidabile una certificazione Erasmus.
    Molto più interessante semmai sarebbe riflettere, finalmente, sul che cosa fare per contrastare il populismo. In linea di principio, poiché il populismo è una sifilide il cui contagio interessa ormai tutta l’Europa, non sarebbe sbagliato prendere in considerazione una risposta coordinata a livello europeo, perlomeno finché c’è l’Europa, questo straccio di Europa, cioè l’Europa dei mercanti e dei burocrati (fossero almeno mercanti come quelli di una volta! e fosse la burocrazia degna di quella imperiale austroungarica, o di quella napoleonica!). Prima di snocciolare ricette o lanciare ballon d’essai, sarebbe necessario disporre di qualche studio serio. Cuperlo, che vediamo qui sotto insieme alla bellissima Maria Elena Boschi, è una persona per bene, è serio ed è onesto: almeno lui è consapevole del pericolo dello slogan scandito in Piazza del Popolo?


    Cuperlo con Maria Elena Boschi, con la quale ebbe in passato qualche polemica. Ma, come disse fra Cristoforo a chi ebbe da ridire vedendolo con Agnese e soprattutto con la vezzosa Lucia Mondella: ‘Omnia munda mundis’.

    Urlavano dunque in Piazza del Popolo: «Unità! Unità». Significa partire con il piede sbagliato. Cuperlo dovrebbe ben saperlo, impossibile che non conosca il peccato d’origine del Pci-Pds-Ds-Pd: quello di fare la conta dei voti, pur di arrivare a una rilevanza numerica che consenta la scalata al potere. Così, a prescindere: in particolare, a prescindere da un progetto politico. Quando si fece promotore della svolta cosiddetta della Bolognina, Occhetto guardava alle masse inpiegatizie, ma non aveva un progetto politico; a suo modo, era squallidamente gorbacioviano. Non parlerò di Prodi e di Veltroni che svendettero la tradizione di socialismo umanitario, quel che ne avanzava, pur di avere il consenso incondizionato dei cattoprogressisti (erano potenti già al tempo di Berlinguer, ma almeno erano sotto controllo). Arriviamo a Renzi, che sognava di captare il consenso che finora era andato a Berlusconi. Ma sarà mai questo un progetto politico? Dunque al massimo si potrebbe pensare a un Fronte antipopulista, con un programma d’azione comune per mettere spalle al muro i mostri partoriti dal sonno della ragione.
    Insomma, il Pd ha riempito Piazza del Popolo: bene; anzi, benino. Ma il progetto? Non gli è bastato farsi rovinare dal miraggio aziendalista di Renzi e dalle mattane della Bodrini? Un partito degno di questo nome, soprattutto se è di sinistra: a) non è aziendalista; b) non si fa condizionare dai cattoprogressisti; c) prende le distanze dalle boldrinate in salsa di società civile, di animalismo, diritti Lgbt ecc.

  22. Il “nuovo” populista che avanza: consoliamoci così
    Dice che ha abolito la povertà. E l’intelligenza?

  23. Una buona approssimazione alla trinità delle 3F

    Invito i lettori intelligenti di Nusquamia (cioè, quelli che sono intelligenti) a guardare il video presentato qui sopra anche perfunctorie, cioè balzelloni, saltando da un punto all’altro, se non hanno lì per lì gran tempo a disposizione. Ma poi, quando avranno tempo, alcuni ci torneranno, credo. Il titolo è fuorviante, contraddetto dalla sostanza del messaggio che, anche se non può dirsi propriamente un’attestazione di amore per l’Italia, costituisce una lettura in chiave non banale delle schifezze dell’Italia. Ricorda a tratti quella famosa affermazione di Harry Lime, nel film Il terzo uomo: «In Italia in trent’anni e sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi e carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace, che cosa ne è venuto fuori? Soltanto orologi a cucù».
    A voler fare i criticoni, si potrebbe dire che Debbie Sanna — così si chiama questa ragazza — trascuri un dato, ahinoi, incontrovertibile, l’omologazione dell’Italia a modelli e stili aziendalistico-protestanti. Che vanno bene negli Usa e nell’Europa settentrionale, non dico di no. Ma qui da noi l’innesto dell’etica protestante del capitalismo nel sostrato di familismo amorale, involontariamente favorito dal cattolicesimo, è stato micidiale. E se, come diceva Omero, un uomo che diventa schiavo perde la metà del suo valore, un italiano che indossa — per giunta volontariamente — abiti aziendalistico-protestanti che non gli si confanno, si rovina da solo. Capisco che Debbie Sanna trovi interessante l’offerta scolastica italiana, ma avrebbe dovuto vedere quale fosse un tempo la scuola italiana: una meraviglia, quando i professori erano selezionati per competenza ed esisteva l’alleanza scuola-famiglia. Lei non lo sa, e non è colpa sua, ma vien da piangere assistendo allo stato in cui si è ridotto il sistema scolastico del Bel paese (cioè dell’Italia, da non confondere con il “paese bello da vivere”, come da infelice definizione serrana).
    Ho anche apprezzato, nel video presentato qui sotto, la recensione di 1984 di George Orwell e Se questo è un uomo, di Primo Levi. Tra qualche anno questa ragazza dagli occhi di cerbiatta, dignitosamente composta, intelligente e dall’eloquio spedito potrebbe costituire una buona approssimazione alla trinità delle 3F di Nusquamia.

  24. Uscita disastrosa di Claudio «Aquilini» Borghi a ‘Radio anch’io’
    A Napoli soltanto l’archeologo M… e il principe R. di S. (entrambi innominabili) hanno potere di sfiga confrontabile. Ma lui commenta compiaciuto: vuol dire che l’Euro non è così forte

    Succede il mattino del 2 ottobre 2018. Alla dichiarazione dell’aquilotto segue il diluvio, quindi Borghi precisa in modalità paracula che però quello che a lui piace (a lui che fu già responsabile economico della Lega) non è previsto nel contratto di governo. Questa storia del “Non è scritto nel contratto di governo” ci ricorda quell’altra modalità paracula del “Ce lo dice l’Europa”.
    Riproduco telle quelle la notizia Askanews:

    Milano, 2 ott. (askanews) – L’uscita dell’Italia dall’euro non è nel contratto di Governo. E’ quanto precisa Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera (Lega), dopo le sue dichiarazioni di questa mattina ai microfoni di Radio Anch’io. “Notare – scrive su Twitter – per aver detto la stessa cosa che ripeto ogni giorno: ‘io sono convinto che l’Italia starebbe meglio con la sua moneta PERÒ la cosa non è nel contratto di governo’. Ovviamente la seconda parte non si cita”. “Il fatto che ‘l’euro crolla per le dichiarazioni di Borghi a Radio anch’io’ dovrebbe far capire anche ai più addormentati – ha osservato Borghi in un secondo tweet – la presa in giro della moneta forte che tutela dalle speculazioni”.

    Rivendico a Nusquamia il merito di aver individuato immediatamente, dai suoi primi vagiti mediatici, l’indole “pallonara” di Claudio «Aquilini» Borghi, nonché la sua pericolosità, via via che si faceva avanti, senza tanti ncomplimenti, nella società dello spettacolo, arrivando ad accreditarsi come “Ministro in pectore dell’Economia”: così veniva presentato nei talk show, come abbiamo a suo tempo documentato. Analogamente, su scala padano-curnense, non ebbimo un attimo di esitazione a inquadrare il ciclone (si fa per dire) che minacciava di spazzare Curno: parlo di MarcoBattaglia. Si presentò agli elettori fotografato in posa di sbandieratore del vessillo europeo, proclamò la sua determinazione a rendere Curno più europea, specificò l’indirizzo di studi europeo della sua laurea in Scienze politiche, parlava dell’Erasmus come di un’entità mistica. Adesso il gatto padano dice peste e corna del MarcoBattaglia perché il gatto, al solito “esige” spiegazioni e il politico europrodigioso non gliele dà, ma all’inizio lo blandiva, un po’ come con Cavagna il Giovane, anzi di più. Non fece mistero della sua esultanza per l’apparizione di questo fenomeno eurocurnense. Com’è noto, il gatto è incondizionatamente favorevole al “nuovo che avanza” e MarcoBattaglia, con l’eccellenza (cosiddetta) dell’Erasmus gli pareva la quintessenza del “neismo”, perciò chiedeva per lui l’assegnazione di ampi poteri.
    Comunque, tornando a Claudio «Aquilini» Borghi, si pone a questo punto il dilemma: chi è il meglio fico del bigoncio, Claudio «Aquilini» Borghi della Lega (non più Nord), o Rocco Casalino del partito grillesco dei pentastrali? Mamma mia!

    • Claudio «Aquilini» Borghi, il babau economico
      Conte corre ai ripari e smentisce il noto battutista. Giorgetti continuerà a subire?


      Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

      Scrive l’Huffington Post:

      Il premier Giuseppe Conte è costretto a correre ai ripari, con una nuova attestazione di fedeltà all’euro, via Facebook: «L’Italia è un Paese fondatore dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria e ci tengo a ribadirlo: l’euro è la nostra moneta ed è per noi irrinunciabile. Qualsiasi altra dichiarazione che prospetti una diversa valutazione è da considerarsi come una libera e arbitraria opinione che non ha nulla a che vedere con la politica del Governo che presiedo, perché non contemplata nel contratto posto a fondamento di questa esperienza di governo».

  25. Liberate la Padania! permalink

    Razzi: “Basta FI, passo alla Lega: Matteo Salvini mi capisce e sa quanto valgo”.
    CONCORDO, sono solo gemelli diversi!

    Razzi con Salvini e riapriamo i casini!

    [Sì, sì! Vogliamo Razzi vicino a Salvini, li vogliamo vedere stretti stretti. Del resto furono già sodali nel dire le meraviglie di quel paradiso che è la Corea del Nord. Razzi è come il gatto padano: se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Razzi però ha di buono che non si prende sul serio, un po’ come l’esilarante generale Pappalardo, che una ne fa e cento le pensa. Parliamo di due professionisti del cazzeggio. Il gatto, per via della sua mutria istituzionale, è soltanto un dilettante. N.d.Ar.]

  26. Dana permalink

    Effe III

    [L’articolo ricorda che gl’italiani percepiscono il verso del cane come “bau bau”. Anche i Romani, tant’è che il verbo che esprime il verso del cane è ‘baubare’, diverso dal ‘latrare’. Invece per il verso del gatto non c’è un vocabolo onomatopeico, il verbo è ‘felire’, e non esiste un sostantivo specifico. La ragione probabilmnete è che in antico il gatto non è un animale domestico. N.d.Ar.]

  27. Cultore non puerco permalink

    • Buzzurri, delatori e invidiosi: non toccate le ragazze di buona famiglia

      Stupendo il monito della Carfagna: «Le sembrerà strano ma le regole valgono anche per lei», soprattutto quel “le sembrerà strano”, che allude con garbo ma con fermezza al delirio di potenza che pervade i salvinoleghisti e i grilleschi. Mara Carfagna è una ragazza di ottima famiglia e fa bene a mettere al suo posto uno come Salvini. Noto fra l’altro con piacere che nel suo volto è tornata la serenità e nel suo portamento la composta eleganza che erano venuti scemando, per qualche tempo, in una parentesi dolorosa della sua vita, per colpa di un Pigmalione spregiudicato ed egoista. E non parlo di Berlusconi: quello che proclamò dal palco del “No Cav Day” Sabina Guzzanti fu soltanto delazione infame di un crimine inesistente, una calunnia che qualcuno in Italia girò al quotidiano argentino Clarín e che quelli stessi che avevano propalato la calunnia ripresero dal Clarín, citato come fonte autorevole. Una modo di procedere infame, spregevole. Metodo analogo di “assassino morale” si vorrebbe oggi usare contro Maria Elena Boschi: la quale però è, voglio sperare, assai meno fragile. Comunque, per la cronaca, la delazione infame di Sabina Guzzanti è stata punita, vedi “Sabina Guzzanti diffamò la Carfagna”. Condannata a risarcirle 40 mila euro


      Maria Elena Boschi ha concesso un’intervista a Maxim: gl’invidi e meschini odiatori colgono la palla al balzo e trovano nuovi pretesti per la campagna di distruzione della sua reputazione (character assassination). Per parte nostra noi di Nusquamia abbiamo due solidissime ragioni per tributarle sconfinata gratitudine: la prima, perché è bella; la seconda, perché pur essendo intelligente, anche ambiziosa, a dirla tutta, non si è mai esibita come personaggio “determinato”.

  28. I lettori di Nusquamia

    Ieri dovevo finire di leggere un libro che dovrei questa sera presentare in un consesso che non dico, altrimenti chissà che cosa s’inventa il gatto padano, delatore di crimini immaginari. Mi occorrevano tre, al massimo quattro ore di tranquillità, da trascorrere in un ambiente idoneo al libro che avrei portato con me. Pensai di andare in Liguria, e non mi sbagliai, perché quella di ieri era una bellissima giornata d’inizio di ottobre: una tappa ad Arenzano, quindi Varigotti, per vedere il tramonto del sole dietro Capo Mele. Mi trovavo nel parco che circonda la villa comunale di Arenzano che vediamo qui sotto (oggi sede del Municipio) quando ricevetti via ficòfono, in automatico, la comunicazione di un traffico sostenuto di navigatori nel sito di Nusquamia.
    Con questo non pretendo che Nusquamia goda di un grande numero di estimatori. Ho ragione di credere che Nusquamia sia frequentato (anche) da un numero non esiguo di odiatori, quelli stessi che in altri tempi si facevano vivi con azioni di disturbo palese, espressamente intese a “far deragliare” il sito (uso l’espressione di uno di loro: “Non vedi che ti facciamo deragliare?”); altri invece si presentavano come amici (in realtà “falsi amici”), ma l’intento era il medesimo: dirottare la navicella di Nusquamia dalla sua rotta di navigazione. Giudichino i lettori intelligenti se questi tentativi abbiano sortito effetto.

    In questa villa ottocentesca ha sede il Municipio di Arenzano, circondato da un parco bellissimo. Arenzano, a differenza di Curno, non ha l’impudenza di presentarsi come città “bella da vivere”. Essendo bella, non ha bisogno di far sapere che è bella. Arenzano ha inoltre una biblioteca civica più che dignitosa, a qualche decina di metri dal mare: parva sed apta mihi, così potrebbe dire il cittadino di Arenzano. Mica una sbruffonata paurosa come il Bibliomostro di Curno. Sulla bellezza di Arenzano, vedi Carducci (sempre un po’ tromboneggiante, a dire il vero):

    O tra i placidi olivi, tra i cedri e le palme sedente
    bella Arenzano al riso de la ligure piaggia;
    operosa vecchiezza t’illustra, serena t’adorna
    signoril grazia e il dolce di giovinezza lume;
    facil corre in te l’ora tra liete aspettanze e ricordi
    calmi, sì come l’aura tra la collina e il mare.

  29. Miseria dei detrattori della Boschi


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Il Foglio è un giornale intelligente e i filosofi dell’isola di Nusquamia sono lusingati di leggere oggi sulla Boschi, e sulla Carfagna, considerazioni in sintonia con quel che qui si scriveva ieri o l’altro ieri. Abbiamo anche letto miserie ammantate di seriosità, miserie d’inaudita banalità e miserie colme d’invidia. Nell’ordine:
    a) Venturini sul Fatto quotidiano parla dell’«ipocrisia di questo servizio [su Maxim]. Sfogliando le foto vediamo che Toscani, forse con l’intento di proteggerla, ha abbruttito la Boschi. Le sue foto rendono volontariamente la Boschi meno bella di quello che è». Qui c’è almeno un tentativo di analisi, non è maldicenza pura; ma leggendo l’articolo si percepisce un retrogusto di moralismo patarino (o piagnone, a scelta, con riferimento a momenti storici di cattoprogressismo non ancora radical-chic, almeno quello). Si veda Maria Elena Boschi, ho comprato Maxim e sono rimasto deluso. Non da lei ma dall’ipocrisia delle foto</strong>.
    b) Una sessuologa in odore di femminismo se ne esce con l’osservazione di paurosa banalità boldrinesca: «Un lettore su tre si masturberà». Si veda La sessuologa: “Foto della Boschi? Un uomo su tre farà autoerotismo”
    c) Selvaggia Lucarelli sentenzia al colmo dell’invidia che «la Boschi me pare un incrocio tra una che ha appena partorito e una ricoverata per un’intossicazione da funghi». Si veda Selvaggia Lucarelli deride Maria Elena Boschi: “Nelle foto di Maxim sembra…”.
    In particolare, mi domando se la sessuologa in odore di femminismo e la Lucarelli non somiglino al gatto padano il quale, sinistramente intrufolandosi negli affari altrui (come la «vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie» del paesino di sant’Ilario) e pretendendo per giunta (cosa che le vecchie megere di sant’Ilario non facevano) di discutere, da pari a pari, lui agrimensore male acculturato, con chi è intellettualmente più evoluto di lui, ritiene con questo di abbattere le differenze di educazione, d’intelligenza e di cultura ed elevarsi nella stima si sé, se non proprio in quella degli altri. Insomma, dire banalità e ringhiare contro la Boschi, serve alla sessuologa e alla Lucarelli a sentirsi belle e intelligenti, garbate, dolci nell’espressione e nell’eloquio come la Boschi?

  30. Gianluca G. permalink

    [Qui Luca Telese, anche se antipatico e populista, fondamentalmente ha ragione. A Telese non perdoniamo tre cose:
    a) un servizio populista sul caso Bossetti, dove ci presentava la mamma di Bossetti che diceva: sì, ma se Massimo non è figlio di mio marito, la colpa è del ginecologo che mi iniettò un liquido freddo: non c’è bisogno di aver studiato la logica proposizionale, o quella di Frege, per capire che questo è un argomento irrilevante, perfino nelle coordinate del circo mediatico montato sul caso Gambirasio e sulla presunzione d’innocenza di Massimo Bossetti;
    b) il modo con cui si permetteva di trattare Luisella Costamagna (nella trasmissione ‘In onda’, credo): interveniva parlandole sopra, la interrompeva, ed era evidente la sua maleducazione, che traeva origine dall’invidia del plebeo nei confronti di una donna di classe;
    c) pur essendo nato a Cagliari, credo per caso, o per sbaglio, non ha imparato niente dal genius loci, non ha niente dell’ironia tagliente del regista Nanni Loi, per esempio, o dell’intelligenza luciferina del giornalista Luigi Pintor. Telese, al contrario, è populisticamente “istituzionale”, cioè un conformista
    . N.d.Ar.]

  31. Sandra permalink

    Il Salone de’ Cinquecento in affitto. Una delle più belle sale forse del mondo. Leggo che Ci montano pedane, tavoli e strutture provvisorie. Come fosse un cantiere. Chiusi gli accessi al museo per turisti e residenti. Il tutto per un magnate russo che paga 134 mila euro. Per qualcuno immagino sia giusto, per me e molti altri non lo è. E mi chiedo come mai il Sindaco non lo chieda ai veri “ proprietari” della città, come mai non lo chieda ai fiorentini.

    [Questo è soltanto uno degl’innumerevoli esempi del degrado della vita pubblica, della bellezza e della stessa moralità privata comportato dal prevalere della barbarica concezione aziendalistica, la nuova superstizione, la sifilide che rode la civiltà occidentale almeno dalla metà del secolo trascorso e che oggi rischia di travolgere tutto. In fondo, quando gl’islamici dicono che facciamo schifo, hanno ragione. Peccato poi che tra le vittime della loro ansia giustizialista ci siano anche i pochi, gli ‘happy few’ (direbbe Shakespeare), che ancora non sono contagiati dall’aziendalismo. Con questo non pretendo che si debbano sterminare i mongomanager o rinchiudere in campi di concentramento gl’impiegatucci che agitano le cacate carte dei loro truffaldini corsi di formazione. Dico che dovrebbero stare al loro posto. In fondo, in qualche misura, la società ha bisogno di chi faccia certi lavori di merda: se a loro piace, si accomodino. Ma non devono allargarsi. Si occupino di cacate carte, dopodiché, per il resto, abbiano la compiacenza di liberarci della loro sgradevole presenza. «Sutor, ne ultra crepidam», ovvero «Offelèe, fa el tò mestèe». Nel ‘Giorno della civetta’, un maresciallo si offre di fare un lavoretto sporco, scrivere una lettera anonima. In questo caso, pare che sia proprio necessario: però parlandone con il capitano Bellodi, il maresciallo non capisce che il capitano è un vero uomo, non gradisce che si goda in maniera indecente di una cosa schifosa. IL capitano dice infatti: «Sì, facciamolo, ma senza tanto goderne. Con un po’ di schifo, almeno». N.d.Ar.]

    • Note linguistiche sulla canzone Bocca di rosa
      Con una doverosa appendice dedicata a Georges Brassens, il modello felicemente imitato da De André

      Abbiamo fatto menzione nel commento precedente alla vecchia megera del paesino di sant’Ilario (vicino a Genova, dove Beppe Grillo ha oggi sontuosa dimora), quella «mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie», quella che solleva le vecchie contro ‘Bocca di rosa’, la santa puttana ingiustamente cacciata dal paese, ma accompagnata alla stazione, in riconoscimento dei suoi meriti, dai carabinieri in grande uniforme e praticamente da tutti i maschi attivi, giù giù fino al sagrestano; ed erano tutti «con gli occhi rossi e il cappello in mano».
      Questo ci offre il destro per presentare una paginetta reziale — Note linguistiche sul testo “Bocca di rosa” scritta per gli studenti stranieri desiderosi di apprendere le sfumature della lingua italiana: si trova tra i materiali didattici del sito “Corsi di lingua e cultura italiana per stranieri” curato da una scuola romana.
      Non so che cosa ne pensi l’universo (nel senso di “insieme”) dei lettori di Nusquamia che, come abbiamo visto, è variegato, composto com’è di persone intelligenti e meno intelligenti (diciamo così), di estimatori ma anche di odiatori. Qualcuno storcerà il naso: ma io trovo commovente che uno straniero apprenda l’italiano e impari ad amare l’italiano, eventualmente, soffermandosi sulle parole di Bocca di Rosa, invece di annoiarsi sentendo le intemerate della Boldrina e della sua grammatichetta “gender-oriented”, con il bel risultato che poi finirebbe con l’odiare la lingua italiana: per colpa della Boldrina!
      Sono parimenti meritori due siti francesi dedicati a Georges Brassens, che per anticonformismo genuino e disprezzo dell’istituzionalità trombona avrebbe meritato di figurare nell’insegna di Nusquamia, non fosse che quel posto è occupato dalle Tre Effe: una scelta, comunque, che Brassens avrebbe apprezzato. Ecco i due siti di analisi linguistica e contestuale delle canzoni di Brassens:
      Analyse Brassens
      Brassens expliqué aux jeunes
      Il primo sito è decisamente più raffinato, e completo. Il secondo si rivolge in particolare ai giovani, che ancorché non ignari della propria bella lingua, potrebbero non cogliere certe sfumature e ricercatezze linguistiche del menestrello provenzale. Per esempio, parlando un giorno con un giovane, mi accorsi che non era il caso d’introdurre la locuzione “en père peinard”, che avevo appreso da Brassens, ma che può suonare incomprensibile. Come se io dicessi: «Nel mezzo, vile meccanico!»: non è detto che tutti capiscano; anzi, ci sarebbe da meravigliarsi se qualcuno capisce. Però, se uno cerca su Internet, troverà subito idonea spiegazione. Ecco, i due siti dedicati a Brassens facilitano la ricerca delle parole rare o anodine.
      Poiché l’espressione “en père peinard” si trova nella canzone Les copains d’abord (che abbiamo già presentato su Nusquamia, da qualche parte), riascoltiamola, eventualmente aiutandoci con questa pagina del secondo sito brasseniano (quello più facile): Les copains d’abord, pour les jeunes

      Il canzoniere (quasi) completo delle composizioni di Brassens si trova in:
      Brassens, paroles et musique.

  32. Difendiamoci dagli acronimi e dal cazzeggio per «censura additiva» (U. Eco)

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    L’intervista al prof. Gentile sul Corriere della Sera del 3 ottobre 2018. Il titolo dell’edizione in rete dell’articolo è più preciso: «Il prof Gentile al pm: “Il ponte andava chiuso da Aspi e Spea”». Per leggere l’articolo fare clic sull’immagine. Viene il dubbio, come già ebbimo modo di scrivere, che dell’inadeguatezza dei controlli possa portare responsabilità anche il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che aveva il compito di controllare i controllori: in tal caso verrebbe meno l’ipoteca populista e giustizialista dei grilleschi che si vorrebbe pendente sulla cervice di Autostrade per l’Italia (che, tra l’altro, potrebbe avere interesse ad essere maltrattata oggi, per potersi rifare domani).
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    In relazione al luttuoso crollo del viadotto sul torrente Polcevera, càpita di leggere articoli che, se non si comprende bene il significato di certi acronimi, ci faranno rimpiangere il tempo che abbiamo speso a leggerli. Consapevoli della natura coglionante degli acronimi, ben messa in evidenza a suo tempo da Herbert MArcuse (filosofo vero, mica Martha Nussbaum) nel libro L’uomo a una dimensione, precisiamo che:
    • Aspi è acronimo di AutoStrade per l’Italia, il cui sito è Autostrade per l’Italia (per visitarlo, fare clic sul nesso ipertestuale)
    • Spea è la società d’ingegneria di Aspi; è l’acronimo di “Società Progettazioni Edili Autostradali”; il suo sito è Spea Engineering
    • Aspi è all’88 % [così abbiamo letto, ma è un dato mutevole, andrebbe verificato di continuo] controllata dalla finanziaria Atlantia
    • Atlantia è controllata al 30% dalla famiglia Benetton
    • Dunque come osserva la Relazione ministeriale d’inchiesta sulla tragedia, la Spea è «da ritenersi solo formalmente società a sé stante piuttosto che un ramo operativo della stessa concessionaria». Il linguaggio, con quel “piuttosto che”, lascia a desiderare, ma il significato è (abbastanza) chiaro. [*]
    • Autostrade per l’Italia era pubblica fino al 1999, quando apparteneva per il 100% all’Iri.

    Alla luce di queste informazioni si possono capire meglio (forse) articoli come questo: Il prof Gentile al pm: «Il ponte andava chiuso da Aspi e Spea».
    Se non si fa niente per rendere il discorso comprensibile (le difficoltà tecniche ci sono, fuor di dubbio, ma non possono essere una scusa per squallidi copia & incolla e per un discorso sciatto: è una questione di buona fede e di capacità di comunicazione efficace) tutto si risolve, come dice la canzone, in Smoke [that] gets in your eyes. Cioè, dicono i cazzeggiatori: “Noi abbiamo fatto il nostro dovere di cronisti e opinionisti, abbiamo fatto i fichi presentandovi una congerie di dati; se poi non ci capite niente, meglio, perché così prepariamo il terreno per rifilarvi la nostra verità”. È una tecnica vecchia, abusata a suo tempo dai settimanali l’Espresso e Panorama, ai tempi della strategia della tensione, che riempivano pagine e pagine di minuzie, per lo più non controllabili. Così facevano i fichi, vendevano copie e non spiegavano niente, oppure le sparavano grosse. Non dico di no, magari erano anche in buona fede, quando per esempio scrivevano pagine su pagine sulla strategia della tensione, per poi arrivare alla conclusione che l’anarchico Pinelli era stato defenestrato dal commissario Calabresi. Sicuramente non era in buona fede Pecorelli, l’inventore del giornalismo “alla Pecorelli” che usava il suo “OP – Osservatorio politico” per ricattare i potenti d’Italia e far passare una “sua” verità, che poi non era nemmeno sua.
    Meglio a questo punto — direi molto meglio — la Gabanelli, anche in relazione al viadotto sul Polcevera. Come se non sbaglio abbiamo già qui fatto presente, la Gabanelli ha ricordato, senza usare paroloni, senza pretendere di essere il non plus ultra in fatto di fichitudine ingegneristica, ma onestamente dopo aver sentito qualche buon tecnico, non compromesso e non sindacalizzato, il concetto di danneggiamento dei manufatti per fatica, che è una cosa seria: se aumenta il traffico veicolare e se i singoli veicoli trasportano carichi sempre maggiori, anche per via del contingentamento delle ore di guida dei conducenti dei Tir, qualcuno ne ha tenuto conto? E qui si torna al fattore di sicurezza del quale parlava il prof. Gentile del Politecnico di Milano. Facendo un passo avanti, si potrebbe ragionare sulle tecniche di determinazione del fattore di sicurezza. Ed è vero che il discorso si fa sottile, perché bisognerebbe introdurre i concetti di comportamento dinamico delle strutture, di modo di vibrazione, quindi di analisi e deformata modale, di controllo dinamico e modelli di simulazione del comportamento dinamico in condizioni di sicurezza ecc. Ma non è un discorso impossibile. Come diceva Leibniz (filosofo vero, mica Martha Nussbaum): Calculemus! Cioè il discorso deve avere il rigore logico del calcolo e nel calcolo non si dovranno considerare i dati di cazzeggio, ma quelli che effettivamente caratterizzano il fenomeno.
    Leggendo sul Sole 24 ore l’articolo Ponte Genova, Gentile: «Autostrade non diede tutte le carte» si capisce fin troppo bene il tentativo d’insabbiamento della questione di fondo, a suon di cacate carte, perché l’interesse a pararsi il culo da parte di questo o quello, impedirebbe l’inquadramento del problema su base scientifica. Proprio quello che si dovrebbe evitare. Paradossalmente, in questo frangente potrebbe essere un buon cane da guardia proprio quell’uomo politico del quale non abbiamo mai avuto soverchia stima, il Giovanni Toti berlusconiano, quello che strizzava l’occhiolino alla Lega, ma che adesso, come Presidente della Regione ligure, ha tutto l’interesse a non fare impantanare il discorso, per star dietro alle mattane populiste dei grilleschi e dei salvino-leghisti. Occorre ragionare, e calcolare, come diceva Leibniz.

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    [*] Si veda la Relazione della Commissione ministeriale

  33. Per il bene della causa, non sarebbe stato meglio, per tutti, se la Boldrina si fosse astenuta dall’apparire?

    Questa è la Boldrina che — figuriamoci — per niente al mondo avrebbe perso l’occasione di fare una sua bella e “istituzionale” dichiarazione in favore di telecamera. Io sono tra quelli che pensano che gli arresti domiciliari del sindaco di Riace sia una misura eccessiva: ottima la risonanza mediatica, d’accordo, ma con quale motivazione è stato messo agli arresti? Sono anche convinto che chi fa un atto di disobbedienza civile intenda dare una testimonianza dell’incongruità di una legge alla quale disobbedisce. E pertanto è lieto di subire la sanzione della legge, proprio perché la sanzione che gli è comminata ai sensi di legge cozza palesemente con una visione più nobile e più giusta dei diritti e dei doveri. Questa è la lezione dei campioni della disobbedienza civile come Gandhi, Bertrand Russell, o anche Pannella, nonostante a tratti certe degenerazioni circensi. Costoro non si sottrassero mai alla pena che seguiva la trasgressione. Anzi, la cercavano, per poter dire: vedete, questa legge punisce un santo, dunque la legge deve essere abrogata!
    Non credo vi sia bisogno di altre parole, credo di essere stato chiaro: in conclusione, non manifesto platealmente (in piazza) per la scarcerazione di Lucano — tanto più non manifesto con la Boldrina — ma esprimo il mio dissenso per l’uso facile, e tutto italiano, della carcerazione preventiva.
    Poiché sono una persona ragionevole, vedere la Boldrina manifestare non mi farà cambiare idea. So bene tuttavia quale e quanta sia l’innata carica di antipatia che sprigiona dalla Boldrina, dalla sua albagia istituzionale, dal portamento asseverativo da lei esibito impudentemente sulla scena mediatica e dal suo modo di parlare (continuando a ruotare la testa e volgendo lo sguardo da sinistra a destra, quindi da destra a sinistra, come da corso di formazione — peraltro di esito disastroso — per l’ottimizzazione della tecnica di parlare in pubblico: boh). Mi sa pertanto che dandole spago, o anche soltanto permettendole d’intrufolarsi, gli organizzatori della manifestazione a sostegno della scarcerazione del sindaco Lucano si siano dati la zappa sui piedi. Se è questo quel che volevano, l’obiettivo è stato raggiunto, la nave è affondata.

  34. De Luca: l’originale è meglio dell’imitazione di Crozza

    De Luca — non dimentichiamolo — ha studiato latino e greco ed è stato professore di filosofia nei licei. Di filosofia vera, mica Martha Nussbaum. L’intervista risale a qualche tempo prima del referendum costituzionale: De Luca è favorevole al Sì («per prosciugare la palude burocratica, per fare un primo passo»), e non aveva torto. Stupendo l’accenno alla mistica del territorio.

  35. Eccesso di social permalink

    Per screditare le attività del sindaco di Riace Mimmo Lucano, Matteo Salvini, ministro dell’interno, pubblica sulla sua pagina facebook un’intervista fatta a Pietro Domenico Zucco dove si lamenta del primo cittadino accusandolo di sperperare i soldi della comunità per i migranti abbandonando così le famiglie di Riace.

    Zucco è stato arrestato nel 2011 perché prestanome dell’ndrangheta.

    Abbiamo un Ministro dell’Interno che posta un’intervista di un ‘ndranghetista.

    • Cinguettii e annunci populisti

      L’episodio al quale si riferisce il lettore del contributo qui sopra è presentato in questo articolo:
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      Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.
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      Questo è un aspetto caratterizzante del populismo, di là dalla rinuncia all’uso della ragione, spesso orgogliosamente e sconsideratamente rivendicata: non controllare mai la veridicità della fonte, ma pubblicare tutto, purché possa nuocere all’avversario. Vero è che il mondo è cattivo («Il mondo è piccolo, ed è anche molto cattivo»: è una celebre battuta di un film di Leone, Per qualche dollaro in più, pronunciata da Klaus Kinski) e i disinformatori professionisti sono sempre pronti a passarti una polpetta avvelenata. Ne sappiamo qualcosa qui a Nusquamia, perché più di una volta hanno provato a rifilarcene una: si veda La tecnica del cacheggia-e-fuggi nella disinformazione del gatto padano. Ma, in generale, sarà bene non pubblicare la polpetta, o prenderne le distanze, come abbiamo fatto noi nel caso portato ad esempio. La formula di rito, che abbiamo tante volte sentito in televisione, è «Lei si prende la responsabilità di quel che dice»: cioè ci si guarda dall’avvallare una notizia che, in mancanza di prove, potrebbe essere una polpetta avvelenata.
      Sono andato a vedere alla fonte (appunto) l’annuncio di Salvini su Facebook (fare clic sul nesso ipertestuale) ma, al momento in cui scrivo, 9 ott. 2018, h 10 : 45) non ho letto precisazione di sorta, per lo meno da parte di Salvini. Male: quando Vittorio Feltri commise l’errore di pubblicare notizie senza riscontro di prova, a proposito del direttore dell’Avvenire, e si parlò allora di “Metodo Boffo”, ebbe il buon gusto, in seguito, dopo che ebbe chiaro il quadro della situazione, di fare marcia indietro. Si veda Cos’è il metodo Boffo e Feltri: “Sì, il caso Boffo fu una patacca e io non difendo chi me l’ha rifilata”.
      Ricordiamo, en passant, che il gran maestro nel dar ricetto alle polpette avvelenate, e nel crearle lui stesso, fu Mino Pecorelli, che a tal uopo aveva creato una agenzia di stampa, i cui bollettini erano inoltrati a un cerchia ristretta di uomini politici, militari, uomini di potere istituzionali e non: i fatti reali erano collegati a falsità e illazioni, un vero capolavoro di disinformazione; in seguito l’agenzia di stampa si trasformerà in una rivista, alla quale collaboravano quegli stessi circoli di potere ai quali erano indirizzati i bollettini dell’agenzia di stampa.

      Il gatto padano si è vantato, più di una volta, di essere il custode di un archivio delle segnalazioni di fatti e fatterelli curnensi, provenienti anche da varie fonti riservate, e addirittura di conservare registrazione delle conversazioni telefoniche intrattenute con ex assessori di Gandolfi. Tutte cose che lui gestisce al meglio delle sue intenzioni e delle sue capacità copropapirologiche. Spero però che abbia il buon gusto di non volersi paragonare a Pecorelli. Il quale sarà anche stato spregevole, come si è scritto, ma era a suo modo un grande. E fu un personaggio tragico. C’era un articolo — credo sull’Espresso — che metteva bene in luce l’aspetto tragico di Pecorelli, illustrato nella cornice del suo quadro motivazionale. Speravo di trovarne traccia in rete, ma la ricerca è stata infruttuosa; ho trovato però questa “inchiesta” di Corrado Augias, risalente al 1988:

      • Il mondo è piccolo, ed è anche molto cattivo

        Questa è la battuta del film di Leone, della quale dicevo nel contributo precedente. Per capire la situazione, vediamo il precedente, al saloon di El Paso:

  36. Toninelli: Il decreto per Genova è scritto «col cuore» e «con una mente giuridica molto elevata»
    Mamma mia! Siamo basiti. C’impressiona, soprattutto, la celsitudine giuridica dei pentastrali

    Giustamente Toti, governatore della Liguria, il quale se dà troppa corda ai salvinogrilleschi si rovina la carriera politica, fa voti perché il decreto sia scritto anche con il cervello. Fra l’altro, l’espressione “scritto col cuore” bene o male si capisce: ma non ci fidiamo (in generale non ci fidiamo dei “buoni sentimenti”, in particolare quelli proclamati); quanto alla “mente giuridica elevata” non si capisce o, meglio, si capisce che l’espressione improvvida cela un’impostura. Del resto, l’idillio istituzional-populista di meno di due mesi fa in occasione della tragedia che ha investito la Superba, qui è bello che consumato e finito:
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    Per leggere l’articolo su Repubblica, fare clic sull’immagine.
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  37. Eccesso di ego permalink


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Che questo fosse il governo degli impreparati a nostre spese lo stiamo verificando ogni giorno che passa.
    Borghi, l’esperto leghista e salvinista però si distingue sempre più.
    Il ministro Toninelli fa quasi tenerezza in confronto.

    [Noto nell’articolo del Sole 24 ore una grave carenza. Hanno omesso di scrivere l’altro cognome. In realtà Claudio Borghi è il Claudio «Aquilini» Borghi ben noto ai lettori di questo diario. Il Borghi che «naturalmente» (“naturalmente”: lo dice lui) a Siena, suo collegio elettorale, tifa per la contrada dell’Aquila; e ci tiene a far sapere di appartenere per parte di madre alla famiglia brianzola degli Aquilini (lui precisa: «la mia famiglia è di Carate Urio dal 1400») e ne parla come di una famiglia blasonata. In realtà Carate Urio pullula di Aquilini: il sindaco eletto nel 2016 dovrebbe essere ancora un Aquilini; insomma, è un nome comune. Si vede che Claudio «Aquilini» Borghi ha smanie di promozione nobiliare, come l’ex assessore alla cultura di Trezzo che davanti all’ingresso di certe dimore della «città» [*] fece apporre il cartello giallo con la stampigliatura “Casa da nobile”. Minchia! N.d.Ar.]

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    [*] Sic, proprio così: “città” per interessamento del piucchedinamico ‘quondam’ segretario comunale Purcaro, già ideatore della Coa, il consorzio tecnoburocratico voluttuosamente partecipato dalla Curno similprogressista.

    • Bergamo ovest permalink

      La situazione pare più grave del previsto, addirittura si toglie la parola al responsabile dell’economia al governo.
      Non ricordo un momento così imbarazzante e preoccupante.

      • Da Claudio «Aquilini» Borghi possiamo aspettarci di tutto
        Salvini, Borghi e perfino la portavoce di Salvini come il marchese del Grillo

        In logica vale il principio Ex falso sequitur quodlibet: cioè, da una premessa falsa segue qualunque conclusione. Analogamente, da uno come Claudio «Aquilini» Borghi, che discetta di economia facendo battute, che soltanto casualmente possono costituire una fotografia veridica della realtà, ma che comunque dovrebbero dimostrare l’opportunità per l’Italia di uscire dall’euro sotto la sua guida (altro sarebbe il discorso se l’Italia uscisse dall’euro con la regia di una squadra di scienziati), possiamo aspettarci di tutto. Anche che seguano comportamenti come quello illustrato nell’immagine precedente: il ministro Tria parla, Borghi spegne il microfono; come dire: tu sarai anche il ministro di questo governo, ma io so’ io, e tu non sei un cazzo.
        Scrive il Corriere della Sera, commentando il penoso episodio:

        Al termine della nota di aggiornamento al Def della Commissione Bilancio della Camera, il deputato di Forza Italia Renato Brunetta fa altre domande al ministro Tria, chiedendo in particolare cosa succederebbe se lo spread toccasse quota 400 al momento della votazione del Def. Il ministro dell’Economia abbozza una risposta cercando di argomentarla, ma il presidente della commissione Bilancio della Camera, Borghi, gli spegne d’imperio il microfono. Tria era stato protagonista giorni fa di un altro episodio [vedi qui sotto: N.d.Ar.]: alla fine di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, Conte, Di Maio e Salvini avevano lasciato in fretta la sala, mentre lui si era soffermato per rispondere alle domande dei giornalisti ed era stato poi allontanato da Iva Garibaldi, addetta stampa di Salvini.


        Un altro episodio in cui il ministro Tria viene trattato a pesci in faccia: i cronisti politici fanno una domanda alla quale il ministro si accinge a rispondere, ma ecco schizzare Iva Garibaldi, la portavoce di Matteo Salvini, che porta via di forza il ministro. Tria è manifestamente sotto tutela.

        • La “bestia” mediatica del Web filosofo salvinesco e il Marchese del Grillo: «Io so’ io e voi nun ziete un cazzo»

          Ma il Marchese del Grillo era almeno titolato. Chi credono invece di essere Salvini, Borghi e Iva Garibaldi? Costei, per chi non lo sapesse, salernitana come la Carfagna (che ha recentemente ricuperato una dolcezza della quale disperavamo, come abbiamo scritto), denominata la «zarina della Lega», è uno dei personaggi-chiave del sistema di comunicazione e propaganda che Luca Morisi, il “Web filosofo” di Salvini ha battezzato «la bestia»: per saperne di più si veda Rocco Casalino, Luca Morisi e gli altri: ecco chi gestisce il “ministero della Propaganda”.
          Di Luca Morisi Nusquamia si è occupata dapprima in un articolo del 12 dicembre 2014, Il “fenomeno Salvini”: i pupari e il “Web-filosofo” e ancora quest’estate, nell’articolo Salvini: suo ipercinetismo mediatico, amplificato dal “Web filosofo” di scuola putiniana; ho paura che dovremo continuare a occuparcene ancora, perché stiamo vivendo un incubo orwelliano, dal quale non so come usciremo. Ci vorrebbe una ventata di illuminismo. Nel 2014 Luca Morisi scriveva: «Il mio compito, e quello dei miei due collaboratori Alessio Colzani di Como e Fabio Visconti di Bergamo, è amplificare con varie tecniche multimediali i suoi messaggi, attraverso grafiche e video, perché bisogna avere sempre modelli sensoriali diversi». Il Web filosofo ne ha fatta di strada… purtroppo.

  38. Franco permalink

    Pensiero, un poco confuso, del ministro del lavoro Di Maio.

    “Quello che ho detto, magari non mi spiego io. Io credo che i mercati vogliano un paese che va bene… in tutto il mondo questo governo viene sempre descritto come il governo degli incompetenti o di quelli che vogliono il male dell’italia, siccome non vogliamo il male dell’Italia, ma vogliamo il bene dei cittadini italiani, sono convinto che poi anche i mercati e le istituzioni europee con un proficuo dialogo capiranno”.

    [Arridatece er puzzone! (Il quale in questo caso non è il mascellone, ma Renzi. Con il vantaggio che con il puzzone ritornerebbe Maria Elena Boschi, quella santa donna. La bellezza salverà il mondo?). N.d.Ar.]

  39. Nuovo Cinema Nusquamia
    Epica della prima F: il film Malèna


    Per vedere il film Malèna, fare clic sull’immagine.

    Sempre piacevole, e toccante, questo film di Tornatore intitolato a Malèna, la donna più bella del paese, che per circostanze sfortunate, vedova di un militare e odiata dalle comari che non le perdonano la bellezza, diventerà una puttana; ma anche le puttane hanno una storia, e le loro ragioni, quelle che le anime volgari non possono capire. E che invece capisce benissimo Renato Amoroso, che la ama incondizionatamente e senza contropartita alcuna, fin da quando aveva tredici anni. E che, a guerra finita, stando dietro le quinte e in generoso anonimato, troverà il modo di ricongiungerla al marito, che si credeva disperso, reduce di guerra e mutilato. Malena avrà ancora una vita, quasi normale, forse non bellissima, ma tranquilla, ora che le comari non hanno più da temerne la bellezza. Renato, l’anonimo benefattore, alla fine del film aiuterà Malena a raccogliere le arance cadute dalla sporta della spesa e la saluta rispettoso — «Buona fortuna, signora Malena» –, pago di un cenno del capo di lei, mesto e riconoscente. Per le arance, non per l’azione redentrice di Renato, della quale non sa nulla.

    Le persone volgari si sentono oggi autorizzate — non si sa bene da chi, per quale sapienza e per quali meriti — a trinciare giudizi su Maria Elena Boschi, non diversamente da come facevano le comari populiste a proposito di Malena. Ma sono, appunto, persone volgari, spregevoli per definizione.

    • Seconda F: pericolosità della “condivisione” serrana e del dialogo giovanneo
      Un (apparente) paradosso della logica: Ex falso sequitur quodlibet


      Quando si ragiona è importante non solo ragionare bene, cioè applicare correttamente gli strumenti del ragionare, ma essere ben certi che nessuna delle premesse del ragionamento sia falsa o contraddittoria.

      In un contributo precedente (Da Claudio «Aquilini» Borghi possiamo aspettarci di tutto) abbiamo fatto menzione di un principio della logica: Ex falso sequitur quodlibet; cioè da una premessa falsa segue qualunque conclusione o, in altre parole ancora, un enunciato falso, in contraddizione con quanto noi sappiamo essere vero, implica qualunque altro enunciato (vero o falso che sia).
      Nella figura qui sopra se ne riporta la dimostrazione, a partire da un principio fondamentale della logica (uno dei tre principi della logica aristotelica [*]), il principio di non contraddizione, che assumiamo come vero, perché, se fosse falso, cadrebbe tutto il castello della logica. Quel castello che politici e avvocati cazzeggiatori prendono a calci ogni giorno; ma è precisamente il principio di non contraddizione che presiede alle grandi conquiste della scienza e, sotto traccia, a un numero incredibile di aspetti della nostra vita quotidiana. Esso è incorporato, per esempio, nel progetto dell’automobile che guidiamo: senza di esso andremmo a sbattere immediatamente, in senso materiale e metaforico, perché nessuna macchina, di qualunque tipo, potrà mai funzionare, se progettata in deroga al principio di non contraddizione.
      Ebbene, il principio di non-contraddizione afferma che «è impossibile a chiunque credere che una stessa cosa sia e non sia»: questa è la formulazione di Aristotele nel libro ‘gamma’ della sua Metafisica: Ἀδύνατον γὰρ ὁντινοῦν ταὐτὸν ὑπολαμβάνειν εἶναι καὶ μὴ εἶναι (Metaph., 1005 b 23-24).
      Nella logica enunciativa (o proposizionale) il principio di non contraddizione si esprime così:
      ¬(P ∧ ¬P)
      dove:
      • P denota una proposizione generica semplice, con un predicato e uno o più argomenti (soggetto, oggetto): per esempio, “Socrate è un uomo”, “Le tartarughe mangiano la lattuga”.
      • “¬” è il connettivo logico di negazione
      • “∧” è il connettivo logico di congiunzione;
      e si legge così: “Non è possibile che la proposizione P sia insieme vera e non-vera (= falsa)”.
      “Ex falso sequitur quodlibet” è la formulazione medievale del principio di non contraddizione, che nella logica enunciativa si esprime:
      ¬P → (P → Q)
      che leggiamo così: “Se la proposizione P è falsa” (ovvero, “Se P è falso”), “allora da P segue un qualunque Q”.
      Bene. Proviamo a concedere che in un ragionamento si possa introdurre la falsificazione di una proposizione P che noi sappiamo essere vera. Cioè ammettiamo che un nostro ipotetico avversario dialettico possa introdurre l’ipotesi “¬P” (per esempio, noi sosteniamo che Lodi è in Lombardia, lui lo nega). Per nostra somma degnazione, accettiamo di discutere con uno così. Facciamo un secondo esempio, in relazione alla discussione sulla sicurezza del viadotto sul Polcevera, intorno alla quale — come purtroppo c’era da aspettarsi — già s’intravede tutto un turbinio di cacate carte e s’ode lo strepito del cazzeggio giuridico: noi sappiamo che un manufatto non è sicuro se il fattore di sicurezza è inferiore a 1 (cioè, la resistenza è inferiore al carico cui il manufatto è assoggettato), mentre l’ufficio legale dell’Aspi (Autostrade per l’Italia) ci fa sapere “Il fattore di sicurezza del ponte era inferiore a 1, ma il ponte era sicuro”. L’enunciato contraddittorio per cui P è insieme vero e falso, si esprime così:
      P ∧ ¬P
      Ebbene, se rinunciamo al principio di non contraddizione, allora si può dimostrare tutto, cioè si può “dimostrare” qualunque proposizione Q, indipendentemente dal fatto che Q sia vera o falsa. Per esempio, potrei cominciare con il dire che “Il Sole è una stella” (= P) e ammettere anche che “Il Sole non è una stella” (¬P), per poi arrivare alla conclusione che “La Luna è fatta di formaggio” (Q). La tabella riportata qui sopra illustra il “ragionamento” che dalla ammissione iniziale (P ∧ ¬P) porta a concludere Q.
      • Al passo 1, si accetta che il Sole sia una stella, e che parimenti non sia una stella.
      • Al passo 2, per eliminazione della congiunzione, ne affermiamo il primo termine, cioè che il Sole è una stella (“P è vero”). Ovviamente, l’eliminazione della congiunzione è un’operazione ammessa nel calcolo proposizionale.
      • Al passo 3, introduciamo il connettivo di disgiunzione, che ha come simbolo “∨”:
      P ∨ Q.
      Cioè diciamo che “o è vero P, o è vero Q, oppure sono veri entrambi”; questa disgiunzione, in altre parole, non è un aut… aut, ma un vel… vel… (chi ha studiato latino capirà). Per dirla alla maniera di Veltroni, “è vero P, oppure è vero Q, ma può essere che sia vero P, ma anche Q”; perciò tale disgiunzione si chiama ‘inclusiva’, a differenza dei quella aut… aut…, che è disgiunzione ‘esclusiva’. L’introduzione di una disgiunzione inclusiva è un’operazione in logica sempre lecita, purché si sia sicuri della verità di almeno una delle proposizioni. E noi sappiamo che P è vera (cioè, il Sole è una stella), anche se non sappiamo niente di Q.
      • Al passo 4, per eliminazione della congiunzione, ne affermiamo il secondo termine: quanto il nostro avversario pretende che sia vero, che cioè “Il Sole non è una stella” (in simboli, ¬P), ma che noi sappiamo essere falso.
      • Al passo 5, applicando le regola del sillogismo cosiddetto modus tollendo ponens, concludiamo che è vero Q, che cioè “La Luna è fatta di formaggio”. Infatti, o è vero P o è vero Q, ma se noi sappiamo che P è falso (con buona pace del nostro avversario) allora è vero Q, qualsiasi Q.
      Come volevasi dimostrare, a riprova della pericolosità di accettare una discussione fondata su premesse sbagliate. Altro che dialogo giovanneo! Altro che condivisione serrana!

      ……………………………………………………………
      [*] Essi sono il principio d’identità, il principio di non contraddizione e il principio del terzo escluso.

      • Dopo la Prima e la Seconda F (vedi commenti precedenti) il cerchio si chiude con la Terza F di Nusquamia
        Ahi, ahi, Fusaro! L’impegno populista e il suo «ottimo italiano»


        Per leggere la pagina del Fatto quotidiano e ascoltare lo scambio di battute affettuose tra Maria Teresa Meli e Diego Fusaro, fare clic sull’immagine.

        Premetto che non intendo infierire su Diego Fusaro, per essere egli incorso in un duplice scivolone linguistico, quando risponde piccato alla giornalista del Corriere, Maria Teresa Meli, ed esordisce con l’espressione «Mi perìto di precisare…». Non intendo infierire per varie ragioni, che ho esposto nell’articolo Diego Fusaro invita i giovani ad essere un po’ meno sporcaccioni (in senso etico), e anche in altre pagine di Nusquamia: è giovane, ha letto moltissimo, ha una memoria invidiabile, è anticonformista nei confronti del politicamente corretto, si esprime in ottimo italiano, impreziosito da qualche arcaismo e grecismo, che si può permettere. Questi sono i suoi pregi, ai quali fanno riscontro alcuni difetti, principalmente una certa difficoltà a mettersi in sintonia con l’interlocutore (parla come se leggesse le pagine di appunti mentali dove tutto è già scritto, a prescindere), l’essere vittima del personaggio pubblico che si è creato (e che non riesce a controllare, nonostante l’apparente “atarassia” della quale si gloria) e, soprattutto, la sempre più accentuata deriva populista. Proprio lui, così naturalmente lontano dal volgo, si è messo in testa di diventare il bardo del populismo: il contraltare colto del “Web filosofo” di Salvini, con la filosofia di Hegel e la lezione civile di Gramsci al posto della “bestia” propagandistica di Salvini. Credo però che si faccia delle illusioni nei confronti dei populisti salvinogrilleschi, proprio come un altro filosofo, Lucio Colletti, anche lui di estrazione marxista, si era illuso di riuscire a nobilitare il “partito di plastica” di Berlusconi.

        Lo scivolone linguistico – A un certo punto, nel battibecco con Maria Teresa Meli, dal giovin filosofo definita «demofoba turbomondialista» e, in particolare, replicando a una battuta della giornalista che gli rimproverava certa esuberanza linguistica, Fusaro afferma: «Io parlo un ottimo italiano, è lei che ricorre al turpiloquio umiliando la sua intelligenza». Che Fusaro si esprima solitamente in un ottimo italiano è vero, ma proprio in questa trasmissione, qualche minuto prima è incorso in un doppio scivolone linguistico, quando dice: “Mi perìto di precisare rispetto a quanto detto dalla signora demofoba che ha poc’anzi parlato…».
        In primo luogo, ha sbagliato la pronuncia: si dice “io mi pèrito” e non “io mi perìto, come mostrano gli esempi, con pronunzia figurata, tratti dal Dop – Dizionario di ortografia e pronunzia:

        In secondo luogo, Fusaro ha sbagliato nell’uso del verbo “peritarsi”, che deriva dal tardo latino pigritari (in lat. classico si direbbe pigresco), nel senso di “indugiare”, quindi di “esitare” a far qualcosa, come del resto mostrano gli esempi del Dop. Dunque Fusaro ha rovesciato il significato del verbo, quasi che dicesse “Mi affretto a precisare…”, tutto il contrario dell’impigrirsi. Volendo usare il linguaggio fiorito al quale sovente ricorre — non senza nostro diletto, confesso — Fusaro avrebbe potuto dire «Mi punge vaghezza di precisare…».
        Insomma, a voler essere cattivi, si potrebbe dire che Fusaro, per fare il populista, ha sfregiato, per chissà quale eterogenesi dei fini, il suo «ottimo italiano». Però, come dicevo, non voglio infierire, per le ragioni sopra dette, e anche perché ho scoperto di recente che ama trascorrere parte del suo tempo in un tratto della riviera ligure che per me è un luogo magico, come ho scritto nell’articolo Via dai miasmi della politichetta.

        Concludo osservando mestamente di aver letto tre resoconti dell’alterco Meli-Fusaro, che riportavano le parole di Fusaro, anche il video, eppure in nessuno di questi è stato rilevato lo scivolone linguistico. Forse se ne è parlato in un quarto articolo, che però non ho letto.

        P.S. – In un precedente articolo si era qui rilevato un altro neo nell’elocuzione di Fusaro, probabilmente dovuto, anche quello, ad ansia di prestazione populista: vedi Fusaro dice una cosa giusta, ma commette un erroruccio di latino.

        • Terza F bis
          Populisti in armi contro la lingua italiana


          Gianluigi Paragone prende la parola nel corso della trasmissione ‘Piazza pulita’ e al min. 40 (vedi e ascolta) parla dell’«alèa» dei mutui sottoscritti dalle famiglie.

          Si sa che i populisti sono in stato di belligeranza compulsiva, hanno bisogno di un nemico per sentirsi qualcuno e andare avanti, un nemico sul quale scaricare la propria incapacità congenita a capire la complessità del quadro politico (perciò ha ragione Cacciari: non dategli corda, lasciate che vadano a sbattere da soli); come se non bastasse, ce l’hanno contro la lingua italiana: anche quella un nemico? Inutile girare il coltello nella piaga e rammentare i congiuntivi che Di Maio rimpiazza con l’indicativo o il condizionale, quasi quasi ci fa tenerezza; non sarà invece inutile ricordare che Salvini, il quale appena una settimana fa ci rammentava di aver frequentato il liceo classico (ed è vero: liceo Manzoni di Milano) se ne uscì con la battuta «Migranti? “Migrante” è un gerundio». Salvini infatti ci aiuta a riflettere sull’incombenza disastrosa dell'”analfabetismo di ritorno”, e sull’opportunità di non fidarsi mai delle cacate carte: anche il diploma di maturità conseguito dopo la frequenza di un liceo classico diventa una cacata carta, se poi uno dimentica la lezione di dignità degli antichi maestri della civiltà greco-latina, come dimostra il caso di Salvini, il quale insieme con il decoro e la sapienza degli antichi ha dimenticato la differenza tra gerundio e participio.

          Si vedano i commenti all’uscita di Salvini in Matteo Salvini, gaffe sulla grammatica: “Il migrante è un gerundio”. E su Twitter si scatena l’ironia.

          Ma ecco che ieri, nel corso della trasmissione Piazza pulita, Gianluigi Paragone, già direttore della Padania, oggi senatore pentastrale ma, soprattutto, punta di diamante dell’horror-populismo, colui che al tempo delle elezioni ci fu presentato da Di Maio come un intellettuale di “eccellenza”, memmbro autorevole dell’auspicata squadra di governo (quella che Di Maio voleva presentare a Mattarella, prima delle elezioni!) se ne esce dicendo che, secondo i nemici del populismo, «i mutui delle famiglie sarebbero sottoposti a chissà quale alèa».
          Si pronuncia àlea, non alèa, come ci ammonisce il Dop – Dizionario di ortografia e pronunzia:

          Speriamo che Paragone non venga a dirci che ha detto “alèa” per non fare uno sgarbo, lui che è di origine nucerina, agli agrimensori padani, quelli che dicono “édile”, e che, se c’è un nubifragio, parlano di “stravento”. E che lui lo sa benissimo che si dovrebbe dire àlea, dal lat. ālĕa, e che conosce benissimo la legge del trisillabismo. Sì, buonanotte: cose da gatto padano!

        • Meli-Fusaro: un precedente, di un anno fa

  40. Terza F ter
    La romanza di Liolà musicata da Piovani


    La Romanza di Liolà, dall’omonima commedia di Pirandello, musicata da Nicola Piovani.

    Liolà è una “commedia campestre” di Pirandello, scritta nella difficile parlata di Girgenti (Agrigento) e rappresentata in anteprima al Teatro Argentina di Roma nel 1916 dalla Compagnia comica siciliana di Angelo Musco. Nel 1917 è presentata al Teatro Alfieri di Torino ma — come scrive Antonio Gramsci — «fu da Pirandello tolta dal repertorio per le dimostrazioni ostili dei giovani cattolici torinesi, alla seconda replica». [*] È del 1927 una sua versione in italiano. Un’edizione in napoletano fu presentata a Milano nel 1935: tra gl’interpreti, Peppino, Eduardo e Titina De Filippo. Nel 1963 Blasetti ne trasse un film, dove il ruolo di Liolà è interpretato da Tognazzi.
    Venendo a tempi recenti, è del 1991 un’edizione teatrale, in lingua italiana, interpretata da Massimo Ranieri, che ha buon gioco ad assumere pose clownesche, come vuole il personaggio e canta la Romanza di Liolà, musicata da Piovani nel rispetto della metrica dell’originale siciliano: vi si avverte — si osserva in una recensione di Repubblica — una qualche assonanza con la musica di Domenico Modugno che nel 1968 aveva interpretato Liolà, ma come attore di prosa. Però Massimo Ranieri insiste per cantare la romanza in italiano, la qual cosa lascia Piovani insoddisfatto. Perciò, come fa presente in questa conversazione a Rai Radio 3 otterrà che sia cantata in siciliano stretto dal tenore Vittorio Grigolo che, essendo aretino, si varrà della supervisione fonolinguistica di un madrelingua siciliano.

    Le parole della romanza sono dunque tratte dall’edizione siciliana di Liolà, il cui testo è possibile leggere nel sito ‘Biblioteca dei Classici italiani’: vedi Pirandello, Teatro_Liolà
    Ecco il testo musicato da Piovani:

    D’un regnu di biddizzi e di valuri
    avi a èssiri ô meno la riggina,
    chidda chi mm’avi a vvinciri d’amuri,
    chidda chi mm’avi a vvinciri lu cori,
    chidda chi mm’avi a mettiri a ccatina.

    Haju pi ciriveddu un firrialoru:
    lu ventu sciuscia e mi lu fa girari.
    cu mmia lu munnu gira tutt’a ccoru,
    e nun cc’è vversu ca si po’ firmari
    e nun cc’è vversu ca si po’ firmari.

    Pi ciriveddu haju un firrialoru:
    lu ventu sciuscia e mi lu fa girari.
    cu mmia lu munnu gira tutt’a ccoru,
    e nun cc’è vversu ca si po’ firmari
    e nun cc’è vversu ca si po’ firmari.

    Cu mmia lu munnu gira tutt’a ccoru,
    e nun cc’è vversu ca si po’ firmari
    e nun cc’è vversu ca si po’ firmari.

    ……………………………………………………
    [*] Antonio Gramsci fu critico teatrale dell’Avanti!. Di Liolà fu entusiasta e scrisse: «C’è da pensare che l’arte dialettale così come è espressa in questi tre atti del Pirandello, si riallacci con l’antica tradizione artistica popolare della Magna Grecia, coi suoi fliaci [ϕλύακες, attori di farse popolari nella Magna Grecia], coi suoi idilli pastorali, con la sua vita dei campi piena di furore dionisiaco, di cui tanta parte è pure rimasta nella tradizione paesana della Sicilia odierna, là dove questa tradizione si è conservata più viva e più sincera». Vedi Antonio Gramsci critico teatrale di Luigi Pirandello.

  41. Liolà di Pirandello, nell’edizione radiofonica (1967) curata da Andrea Camilleri


    Edizione bilingue di Liolà, per i tipi dell’editore Formiggini: testo originale di Pirandello e trad. italiana a fronte, a cura dello stesso Pirandello. Facendo clic sull’immagine è possibile ascoltare la recita radiofonica della «commedia campestre».

    Nel contributo precedente ricordavamo che la Romanza di Liolà fu musicata da Piovani in occasione della messa in scena per la regia di Maurizio Scaparro, dove Liolà è interpretato da Massimo Ranieri. Volevamo presentare la riduzione cinematografica che ne fece Blasetti ma pare che sia irreperibile. Si trova invece l’interpretazione di Massimo Ranieri che però come attore di prosa troviamo eccessivo, ipercinetico e poco intelligente (intelligente nel senso di “colui che capisce”, in questo caso il ruolo teatrale che gli è affidato): tanto per intenderci, il negativo di quel grandissimo attore (vero attore) che fu Salvo Randone.
    Spulciando la rete abbiamo però trovato la pregevole rappresentazione radiofonica di Liolà: la commedia è interpretata da attori di indiscusso talento, come Alberto Lionello, Mario Scaccia, Marina Malfatti e Giuliana Lojodice. La musica è di Roman Vlad.
    Per ascoltare la commedia, preceduta da un’intervista ad Andrea Camilleri, a mo’ d’introduzione, fare clic sull’immagine qui sopra.

  42. Prima Il Nord (?) permalink

    Prima gli italiani e tutto va in cavalleria!
    Il malcostume prosegue sotto le ali di questo governo del “cambiamento”.
    Ma le storiche battaglie della Lega contro l’abusivismo edilizio al sud dove sono finite?
    Grazie a Salvini, cornuti e mazziati.

    [Scrive il Fatto quotidiano: «Secondo la denuncia di Legambiente, nell’isola campana il provvedimento nato dopo il crollo del Ponte Morandi consentirà di definire pratiche per condoni pendenti dal 1985 (governo Craxi), collegandole ai danni causati dal terremoto dell’anno scorso e superando le due sanatorie volute da Berlusconi nel ’94 e nel 2003».
    Sorge spontanea la domanda: ma il provvedimento urgente approvato dal Governo (e che il Parlamento deve convertire in legge entro 60 giorni) presenta questa falla per colpa o per dolo? Cioè si è trattato di una svista fatale o è stata una furbata a norma di cacata legge? Beh, per avere risposta basta aspettare e vedere come reagirà l’esecutivo a seguito di questa segnalazione. Se non fa niente o, quel che è peggio, se cazzeggia senza porvi rimedio, si tratta di dolo.
    In ogni caso: colpa o dolo, Salvini è un traditore delle ragioni fondative della Lega, che non a caso non si chiama più Lega nord, senza nemmeno essere questo suo partito, già “movimento”, Lega Italia: è, semplicemente, la Lega di Salvini, un partito personale, spregiudicato, senza reti di protezione etico-politica, aperto a tutte le ipotesi, anche le più scellerate, pur di incrementare il proprio fatturato elettorale.
    N.d.Ar.]

  43. Volantino anonimo a Curno (tanto per cambiare)
    Oppure una tempesta in un bicchiere d’acqua?

    Scrive il gatto padano nel numero 835 del suo diario: «Al programma triennale dei lavori pubblici 2019-2021 avevamo presentato [il gatto si riferisce a se stesso: N.d.Ar.] una osservazione (ovviamente cassata) e nel volantino anonimo (perché senza data, firma e protocollo) allegato alla delibera [delibera del Consiglio comunale n. 33 del 20-07-2018 [*]: N.d.Ar.] l’estensore [cioè, l’estensore del volantino: N.d.Ar.] ha scritto tra l’altro che: “l’osservazione nel suo insieme viene di conseguenza respinta per il carattere squisitamente provocatorio-politico della stessa, per la completa dissonanza con i contenuti programmatici di questa amministrazione unitamente alla oggettiva insostenibilità tecnico-economica delle proposte”».
    Il gatto esprime il proprio disappunto su quanto è scritto nel volantino («l’anonimo estensore del volantino finge di non sapere…»), perché non coglie il significato della sua osservazione e osserva che questa maggioranza «se in una delibera di consiglio comunale inserisce volantini anonimi, è evidente che oltre a non conoscere l’ABC dell’ordinamento democratico non ha nemmeno chiaro quello che regola gli equilibri di potere nella Repubblica».
    Considera inoltre: «Più che probabile che chi ha scritto materialmente quel volantino anonimo con la frasetta determinata… [**] sia quel consigliere, presente ormai da molti lustri in consiglio che “da la linea” urbanistica al paese e l’ha ridotto – assieme alla Lega – nello stato attuale. Che è qui da vedere».
    Veda il lettore di Nusquamia se ci capisce qualcosa: per parte mia, osservo che nella frase che chiude il passo citato («Che è da vedere») “che” è un pronome relativo; il pronome relativo, per definizione (dal lat. refero, rettuli, relatum, referre) si riferisce a qualcosa. Tuttavia non è chiarissimo a che cosa si riferisca, in questo caso. Si voleva dire “il che”, cioè ci si riferiva a quella probabilità, alquanto cervellotica, che, avendo il gatto fatto un’osservazione, ed essendo l’osservazione stata respinta dalla maggioranza, un volantino anonimo (“anonimo” in senso proprio, e non a norma di cacata carta) avesse dato poi ragione alla maggioranza, la quale per soprammercato si dà ragione da sé (una terza volta!), tanto da allegare il volantino anonimo alla delibera de cuius, quella citata qui sotto nella nota contrassegnata dal primo asterisco?
    Prima ipotesi – Suggerirei l’ipotesi: che il volantino, se anonimo in senso proprio, desse ragione alla maggioranza, certo, ma per ironia, per dire tutto il contrario. Come quando il Manzoni scrive che i soldati della guarnigione spagnola «insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese». E se scrive «Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone», in termini espliciti, avrebbe anche potuto scrivere, ricorrendo alla figura retorica dell’ironia (dal gr. εἰρωνεία, “dissimulazione”, da εἴρων, “dissimulatore”): “Quel cuor di leone che era don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto)…».
    Seconda ipotesi – In alternativa, il volantino non sarebbe anonimo nella sostanza, ma solo a norma di cacata carta, in quanto «senza data, firma e protocollo». In questo caso, abbiamo assistito a una tempesta in un bicchiere d’acqua.

    …………………………….
    [*] Si veda nel sito del Comune di Curno a questo indirizzo reziale (face clic sul nesso): “Approvazione del Programma triennale dei Lavori pubblici 2019-2021 e dell’elenco annuale 2019 nonche’ del Programma biennale degli acquisti di beni e servizi 2019-2020”. Al momento in cui scrivo (15.10.2018) tuttavia non è possibile prelevare dalla rete il documento (detto, in linguaggio coglione, “file”) con estensione ‘p7m’. Non m’intendo di cacate carte, ma credo che esso non sia disponibile per sopravvenuti limiti del periodo di tempo consentito per la consultazione.
    [**] La «frasetta determinata» è quella che abbiamo riportato sopra («l’osservazione nel suo insieme… proposte»). Ma “determinata” in che senso? Nel senso peggiorativo che Nusquamia assegna alla mistica della determinazione? Per essere chiari, stiamo forse parlando di determinazione serrana? Se il gatto padano riprende (ancora una volta) espressioni di connotazione nusquamiense, non c’è niente di male: farebbe bene però ad esprimersi meno cripticamente.

  44. Elogio del liceo e della riforma Gentile

    Qui Diego Fusaro, filosofo populista del quale ci occupiamo di tanto in tanto (vedi anche sopra: Ahi, ahi, Fusaro! L’impegno populista e il suo «ottimo italiano» ) dice cose giuste, come del resto spesso, quando prende le difese dell’alta cultura, del buon italiano e dell’intelligenza, per esempio contro l’idiozia del politicamente corretto di massa. Dice cose giuste che sono tali, spesso, proprio perché antipopuliste. Credo che Fusaro sia il primo a rendersi conto della contraddizione ch’egli vive spensieratamente, nella speranza (assurda, velleitaria) di poter influenzare da “filosofo” i governanti. Come ricordavo in questa stessa pagina, in anni recenti Lucio Colletti s’illuse di poter indirizzare in senso etico-politico Silvio Berlusconi; in antico l’esempio forse più illustre è quello di Platone che intraprese ben tre viaggi in Sicilia, a Siracusa, nella speranza di porvi le basi, con l’aiuto del tiranno, della sua Repubblica ideale. Ma si sbagliava Colletti, come si sbagliò Platone, il quale del suo errore politico scrisse nella sua VII lettera.
    In attesa di leggere le dimissioni di Fusaro dal ruolo, inebriante ma pericoloso, di populista, ascoltiamo le sue parole, quando ormai come per intervalla insaniae — e questo è il suo tempo migliore — non fa il populista: se invece insiste a farlo, prigioniero del personaggio mediatico, rischia di diventare, come dicono a Napoli, “o’ suggetto”.

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