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«A Nastassja Kinski»

30 ottobre 2018

Considerazioni in margine a un’intervista rilasciata a Repubblica dal M° Morricone

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Qui sopra, il brano musicale A Nastassja, composto da Ennio Morricone in occasione del film Così come sei, del quale Nastassja Kinski è interprete, insieme con Marcello Mastroianni. Qui sotto, una selezione di brani della colonna musicale.

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Intervista a Repubblica

Nel supplemento culturale di Repubblica (Robinson) di domenica 28 ottobre c’è Ennio Morricone intervistato da Giuseppe Tornatore, rispettivamente autore delle musiche e regista del film Nuovo cinema Paradiso (può essere visto su Raiplay facendo clic sul nesso Nuovo cinema Paradiso). Ma Morricone (che è originario di Arpino, dove Cicerone ebbe i natali) è noto soprattutto per essere l’autore della musica dei film della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo), e del dittico americano dello stesso regista (C’era una volta il West, C’era una volta in America) oltre che delle musiche dei film di Tornatore (oltre a quello citato, L’uomo delle stelle, Malèna, Baarìa, La migliore offerta: quest’ultimo è meno conosciuto, ma assolutamente degno, il più intellettuale, forse il migliore), di Mission, di Sacco e Vanzetti. Apprendiamo da Repubblica che è anche l’autore della musica della canzone Sapore di sale, essendo Gino Paoli l’autore delle sole parole, oltre che l’interprete.
All’inizio dell’intervista Tornatore domanda a Morricone «Ancora rifletti sulle origini della tua musica?». La risposta: «Certo. E sai cosa penso dopo tanti anni? È un vero peccato non aver dedicato a mia moglie, a Maria, una parte più ampia del tempo che invece ho trascorso con le orchestre e con i registi». Tornatore gli domanda di rincalzo se abbia mai dedicato una sua composizione alla moglie. Morricone: «Più di una. Può darsi che lei non lo ricordi».
Non abbiamo motivo di dubitare delle parole di Morricone. Però noi cha abbiamo una discreta memoria, per lo meno in queste cose, ricordiamo che Morricone dedicò a Nastassja Kinki il brano che presentiamo qui sopra, presente proprio con questo titolo — A Nastassja — nel vinile qui sotto illustrato:

Quattro registi_E. Morricone

Troviamo lo stesso titolo nell’elenco dei brani riportati nel Cd-Rom che registra le musiche del film, pubblicato di recente:

Così come sei_Cd Rom

Il Cd-Rom della colonna sonora del film riporta i seguenti brani: 1. Così come sei; 2. A Nastassja; 3. Amore per amore; 4. Preludio d’amore; 5. Dance on; 6. Amore per amore (antica passione); 7. Così come sei (amore malinconico); 8. Spazio 1999; 9. Postludio d’amore; 10. A Nastassja (acerba sensualità); 11. Verso Madrid; 12. Così come sei (ansia nell’amore); 13. A Nastassja (occhi innamorati); 14. Preludio d’amore (timida tenerezza); 15. A Nastassja (intimamente); 16. Così come sei (differenza d’età); 17. Amore per amore (struggente); 18. A Nastassja (pelle morbida); 19. Così come sei (amore, dolore).

Che Morricone abbia intitolato uno dei brani del film A Nastassja, non desta meraviglia, ci pare anzi la cosa più naturale, tale è la forza dell’eros che promana dalla fanciulla «venuta da cielo in terra a miracol mostrare». Del resto Lattuada, il regista del film, scrisse sul numero 211 (1978) della rivista Positif una Lettre d’amour à une protagoniste, dedicata a Nastassja Kinski, ma nessuno deve pensar male, perché si tratta di finzione letteraria. Oltre tutto al tempo in cui girava il film con Lattuada, la Kinski andava e veniva da Londra, per incontrare Polanski, con il quale intratteneva un’affettuosa relazione, mentre si preparava a interpretare Tess (1979), per la regia di Polanski, appunto.

Lattuada, L'occhio di Dioniso

La ‘Lettera d’amore a Nastassja Kinski’ di Lattuada è stata ristampata nel volume L’occhio di Dioniso, Casa Usher, Firenze 1990, p. 141. Il libro contiene lettere d’amore ad altre cinque attrici. In copertina, Carla Del Poggio, moglie di Lattuada, che la diresse nel film Il bandito, splendidamente interpretato da Amedeo Nazzari.

Scrive dunque Lattuada di Nastassja, tra l’altro: «Il suo vero nome è Naskszynski e se provate a pronunciare questo nome incontrerete qualche difficoltà. È un nome che contiene segreti non decifrabili facilmente. Il suo sangue non è tutto germanico, come mi era parso al momento del primo dialogo, è anche polacco per i rami del padre e dei nonni. Ma è sangue quello che gira vertiginosamente nelle sue vene? Non credo. Deve trattarsi di una sostanza in equilibrio instabile tra il veleno e il nettare, tant’è mutevole, contraddittorio, amico e nemico il suo modo di fare».
Ed ecco il film, purtroppo in qualità video alquanto scadente:

Stay as you are_fotogramma

Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

Scrivevamo in una precedente pagina di Nusquamia che il film nel suo genere è da considerarsi un piccolo capolavoro, con buona pace di qualche moralista da strapazzo che ha voluto liquidarlo come il prodotto capostipite del filone di lolitismo patinato. Basta leggere la recensione di Callisto Cosulich (fare clic sul nesso) per accorgersi che il film è tutt’altro che trascurabile. Varrà la pena ricordare ai tapini moralisti che la sceneggiatura è una rivisitazione, in chiave meno tragica, del libro Homo faber, dello scrittore svizzero Max Frish che narra di un incesto involontario, come nella tragedia dell’Edipo re.
Per parte sua, Nastassja Kinski non vuole che si parli di questo film: l’ha rimosso, e avrà le sue ragioni, che noi crediamo di aver intuito ma che non diciamo (come disse Pavese, sono le sue ultime parole: «Non fate troppi pettegolezzi»), e che comunque non riguardano Lattuada, né Mastroianni, né Morricone che intitolò a lei il brano che abbiamo sentito. Di fatto, nel sito in cui l’attrice presenta la sua nuova vita, i suoi interessi attuali e la sua filmografia, non si fa menzione del film, come non l’avesse mai girato. Il Dvd in Italia non è stato stampato, si trova invece in Germania, ma non può essere ordinato dall’Italia, chissà perché.
A noi piace ricordare Nastassja Kinski qual è eternata in Così come sei di Lattuada, o in Tess di Polanski, e quale fu quando il film apparve: un’esplosione di luce pagana, una folgorazione, un po’ come Catherine Spaak nella Voglia matta di Luciano Salce. Il pensiero che queste due attrici, e altre ancora, con il trascorrere del tempo, via via che la bellezza scema, diventino esoteriche, animaliste, femministe, politicamente corrette, alcune anche vegane, ci addolora. Qualche volta è stato fin troppo facile capire il perché della loro involuzione. Ma anche quando non abbiamo capito, ci pare doveroso portare loro rispetto, considerato che ci hanno dato tanto. Scriveva Ovidio (Met. XV, 234-36) e, ahinoi, non aveva torto:

Tempus edax rerum, tuque, invidiosa vetustas,
omnia destruitis, vitiataque dentibus aevi
paulatim lenta consumitis omnia morte.

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From → Cultura

127 commenti
  1. Ennio Morricone: Il tema di Jill
    Il tema principale del film ‘C’era una volta il West’ e la poesia di un gesto politicamente scorretto

    Nel film C’era una volta il West Jill è il personaggio interpretato da Claudia Cardinale, la puttana buona che porta il suo contributo alla nascita del capitalismo americano. Alla fine del film Cheyenne, ferito a morte, non intende offrire lo spettacolo della propria agonia, se ne va lontano dagli occhi del mondo. Ma prima di allontanarsi chiede a Jill, che ormai è una donna rispettabile, un’imprenditrice, un ultimo favore, quello di toccarle il culo. Lei non dice niente, perché non è più puttana, ma è pur sempre buona. Scrivevo in una precedente pagina di Nusquamia: «Ma i gatti padani e la dott.ssa Serra riusciranno a capire tutto questo? In particolare riusciranno a capire la bellezza del finale, dove Cheyenne, che sa di essere ferito a morte, si aggiusta la barba, per morire decorosamente, e prende congedo dalla vita con quel gesto di struggente poesia, allorché come viatico per il viaggio nell’Oltretomba attinge il calore di quel culo tornito?». Per capire il senso di queste parole, si veda questo spezzone.


    Qui ascoltiamo ancora il tema di Jill e vediamo Armonica che, avendo vendicato il fratello, si accomiata da Jill, che doveva aver pensato che Armonica fosse l’uomo giusto per lei. Quando Armonica varca l’uscio, si avverte fuori l’operosità capitalistica intenta a costruire la nuova città, Sweetwater, che sorge per iniziativa di Jill. Poi si torna alla prospettiva interna, vediamo Cheyenne che si accomiata, anche lui. Cheyenne è un bandito, anzi è stato un bandito, perché è sul punto di morire, ma è un uomo, come è un uomo Armonica, come alla fine sarà un uomo anche Frank, lo scherano aziendalista del capitalista Morton. [*] Cheyenne ha un suo decoro. Jill lo capisce e si fa toccare il culo senza protestare.

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    [*] È memorabile il dialogo fra Armonica e Frank, che aveva sterminato la famiglia di Armonica:

    Frank: Aspettavi me?
    Armonica: Da molto tempo.
    Frank: Morton diceva che non ero come lui. Ora capisco che voleva dire: lui avrebbe dormito tranquillo sapendo che da qualche parte c’eri tu… vivo!
    Armonica: Così alla fine hai scoperto di non essere un uomo d’affari.
    Frank: Solo un uomo!
    Armonica: Una razza vecchia. Verranno altri Morton… e la faranno sparire.
    Frank: Il futuro non riguarda più noi due. Io non sono qui né per la terra, né per il denaro, né per la donna. Sono qui solamente per te: perché so che ora tu mi dirai cosa cerchi da me.
    Armonica: Rischi di non saperlo mai…
    Frank: Lo so.

    Cioè, Frank avverte di essere arrivato all’epilogo e vuol essere un uomo, non gl’interessa più essere un uomo d’affari, men che meno un aziendalista, che è come dire un servo degli uomini d’affari.

  2. Parole sante

    E come dice bene, e senza leggere miserabili fogliettini! Parla come un libro stampato, riesce ad essere garbata perfino quando è indignata. Altro che i suoni rustici, gli echi dell’agro brixiense che sono degno ornamento delle stramberie di un Toninelli: suoni che ormai nessuno si sforza più d’interpretare, fanno parte dello spettacolo, come la sua testa cirrata e il suo sguardo stralunato, un teatro dell’assurdo che, se riusciamo a mettere in non cale il danno che ci recano persone come lui, finisce con l’essere divertente.
    Hanno un bel darsi daffare, sbuffare, indignarsi e far battute che pretenderbbero micidiali, questi pentastrali savonaroliani (ma senza la cultura di Savonarola), nemici dell’illuminismo, teorici (si fa per dire, considerato che trattasi di azzeccagarbugli incolti) dello Stato etico e della “volontà generale” di roussoviana memoria, insofferenti della dialettica, cazzeggiatori in buona fede (il che costituisce un’aggravante, a nostro avviso). Denigrano la Madonna d’Arezzo, vorrebbero prenderla a ludibrio. Ma non è possibile! Prendano atto semmai dei propri limiti politici, intellettuali e culturali e si ritirino in un eremo a fare esercizi spirituali officiati da Casaleggio, prendano in seria considerazione l’ipotesi di un rito di espiazione collettiva. Poenitentiagite!
    Ecco l’ultima maramaldeggiata ai danni della santa:

  3. Il culo dell’abate: hon(n)i soit qui mal y pense!

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    Emblema dell’Ordine della Giarrettiera, creato nel 1348, al tempo della guerra dei cent’anni, dal re Edoardo III d’Inghilterra, dopo che nella concitazione di un ballo che si teneva a Calais, la contessa di Salisbury, sua favorita, perse la giarrettiera, miseramente caduta a terra. Ma il re, creando l’Ordine della Giarrettiera stabilì che quell’indumento che aveva suscitato l’ilarità dei cortigiani sarebbe diventato un emblema dei più ambiti: poco da ridere, insomma.
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    Premessa – Questa mattina parlando con un amico il discorso è caduto sull’incombenza della morte: càpita, purtroppo. L’amico, a conclusione di uno scambio di parole che ci toccava entrambi, e come per stemperare la tensione emotiva, disse: «Già, e non dimentichiamo il monito di quel rebus gallo-latino, “Abbé mort en pré, au cul lis”». Al che io dissi che, certo, mi ricordavo; era stato proprio lui a parlarmene. Aggiunsi anche che mi sembrava di aver trovato, a suo tempo, la vignetta del rebus, o forse l’aveva trovata lui e me l’aveva mostrata. Poi però, ripensandoci, mi sono ricordato che in realtà di questo proverbio avevo scritto su Nusquamia, e avevo anche trovato la vignetta. Me ne sono accertato aprendo il pannello di controllo del sito, che raccoglie i 320 articoli e i 15.257 commenti pubblicati su Nusquamia dal 2012 a oggi. Ho pensato che i lettori antichi di Nusquamia potrebbero essersi dimenticati del rebus, come in parte me n’ero dimenticato io; e che ai nuovi lettori di Nusquamia non sarebbe dispiaciuto saperne qualcosa.
    A proposito dei lettori antichi: mi domando chi fosse quel lettore polacco che negli anni passati ci leggeva ogni giorno, anzi forse erano più di uno, se devo giudicare dal numero di “contatti” domiciliati in Polonia. I lettori vanno e vengono, ed è giusto così. Ultimamente c’è un lettore che ci segue da Hong Kong: direi uno soltanto, ma tutti i giorni. O si tratta di un domicilio fittizio creato da un hacker di scuola putiniana? Ecco comunque quanto scrivevo qualche anno fa.
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    Quello che vedete qui sopra è un rebus, pubblicato per la prima volta in un libro nel 1572, pungente e a tratti salace, che ebbe numerose ristampe, oggi leggibile in rete nel sito della Biblioteca nazionale di Francia, in una bella edizione del 1603. È stato scritto da un giureconsulto, una persona seria. Infatti il culo dell’abate, nel quale sono infissi gli steli di tre gigli, ci ammonisce a meditare sulla miserevole condizione di noi esseri mortali:

    Abbi la morte davanti agli occhi.

    Questa è la soluzione del rebus, che in latino si dice (si veda la stampigliatura intorno all’immagine):
    Habe mortem prae oculis.
    Per arrivare alla soluzione, però, dobbiamo passare per il francese; di qui, per trasformazione omofonica, si approda al latino. “Per trasformazione omofonica”: cioè, le parole francesi hanno un suono che in latino rimanda ad altre parole, con significato diverso.

    La soluzione del rebus – Consideriamo la vignetta, pubblicata a p. 9 del libro:
    — vediamo un abate morto, che in francese si dice abbé mort;
    — osserviamo che l’abate è disteso su un prato, e che “in prato” si dice in francese en pré;
    — vediamo che nel culo è infisso qualcosa, e “nel culo” si dice au cul;
    — osserviamo che nel culo sono infissi dei gigli, che si dicono lis;
    Cioè, osservando la figura costruiamo la frase:

    Abbé mort en pré, au cul lis.

    Bene, adesso dimentichiamo come le parole sono scritte, ma prestiamo attenzione ai loro suoni (è questa, precisamente, la trasformazione omofonica). Questi stessi suoni corrispodono al monito che si diceva sopra:

    Habe mortem prae oculis.

    Una lettura stimolante – Il libro dal quale è tratto il rebus s’intitola Les bigarrures du Seigneur des Accords d’Étienne Tabourot, cioè “Screziature del signor des Accords”: l’autore, appunto, si chiamava Étienne Tabourot des Accords, o anche Seigneur des Accords.
    L’opera è divisa in ventidue capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a un diverso gioco linguistico: rebus, [*], giochi di parole riguardo al significato (equivoci), antistrofe, permutazione di lettere e assonanze ecc.
    A proposito del rebus qui presentato, l’autore racconta di essersi trovato un giorno nel chiostro di un’abbazia e di aver notato una pittura: «c’était un abbé mort au milieu d’un pré, ayant le cul découvert, duquel sortait un lis, fleur assez connue». Mentre si lambiccava il cervello sul significato dell’immagine, apparve il sacrestano, che mostrava di tenere in gran conto quell’enigma. Quindi, come facendogli un favore speciale, gli sussurrò all’orecchio la soluzione. L’autore scrive di aver sorriso di un rebus così spiritoso, anche se la pittura poco si addiceva, così gli sembrava, alla sacralità del luogo: sarebbe stata più decente – disse — se al posto del giglio fosse stato raffigurato il naso rubizzo del sagrestano.

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    [*] Detti anche “rebus de Picardie”, perché i piccardi sarebbero appassionati di tali giochi, ma l’origine della locuzione non è certa, com’è incerta la ragione per cui i rebus si chiamano “rebus”. D’accordo, è una parola latina, ma da quale contesto è estratta? Sententia rebus, non verbis, expressa (“Frase espressa con le cose, invece che a parole”)? Forse. Oppure De rebus quae geruntur (in Picardia) (“Sui fatti della Piccardia”: era una raccolta di satire)?

  4. “Un cuore in inverno”, sull’imperfezione della vita

    Sarà forse la sesta volta che vedo — è avvenuto due ore fa — Un cuore in inverno, il film di Sautet, che è il regista di quel pregevolissimo Nelly et Monsieur Arnaud del quale ci siamo occupati qualche tempo fa, in una pagina di questo diario.
    Ma Un cuore in inverno è più che un capolavoro, è un film che si presta bene, insieme a pochi altri, a presentare a un giovane intelligente, «integer vitae scelerisque purus», come dice Orazio (lasciamo perdere la perduta gente, quelli che si sono intruppati nel Pd per fare carriera, per esempio) una concezione nobile e non sentimentale della vita, votata alla ricerca del vero e alla realizzazione della dignità dell’uomo. Tra gli altri film che concorrono utilmente a illustrare tale concezione, ricorderei Ombre rosse di John Ford, Alessandro Nevskij di Ėjzenštejn, Quarto potere di Orson Welles, Il terzo uomo di Carol Reed, Allonsanfàn dei fratelli Taviani, C’era una volta il West di Sergio Leone e, per strano che possa sembrare, Casablanca, il film interpretato da Bogart e dalla Bergman.
    Non dico che questi siano gli unici capolavori: come dimenticare infatti Hitchcock, Truffaut, Bergman (il regista, non Ingrid), Fellini ecc.? Ma dico che da quei film e da pochi libri, tra i quali ricorderei Il rosso e il nero di Stendhal, Delitto e castigo di Dostevskij e l’Educazione sentimentale di Flaubert, in particolare da una analisi non banale e coordinata di questi materiali può scaturire l’indicazione di un progetto di vita (di più di uno, cento o centomila, se possibile) che un giovane avrebbe il diritto di rivendicare a se stesso, in piena libertà: un progetto non schifoso, non schiavile, ma nobile, come appunto si diceva. Tutto il contrario della condivisione coatta del verbo politicamente corretto o della stolida “determinazione” a voler far carriera a tutti i costi, pestando i calli al prossimo per conto terzi, come cani aizzati dal padrone. Ma chi si fa volontariamente schiavo di più o meno truffaldini progetti altrui è peggio di un cane, sia detto con il dovuto rispetto per i cani.

  5. Svastiche alla stazione centrale di Milano

    L’ambiente che vediamo qui sopra si trova alla Stazione centrale di Milano, al livello dei binari, sulla destra volgendo le spalle allo scalone d’ingresso, di fronte a binario 21. Fa parte del Padiglione reale della Stazione, che si sviluppa su due piani. Il re, la regina e il loro seguito facevano reale ingresso dal piano inferiore, a livello stradale, in piazza Duca d’Aosta: di qui si accede al cosiddetto Salone delle armi, quindi per un’ampia scalinata si sale a questo ambiente- Qui si raccoglieva la famiglia reale, in attesa di prendere posto sul treno che sarebbe sostato al binario 21, con la carrozza reale di fronte alle due porte a vetri che vediamo nella foto qui sopra. È un ambiente assai ampio, con decorazioni in stile impero come ancora usava allora, negli anni trenta, quando il Padiglione fu allestito: fontane in marmo, lampadari di gran pregio, poltrone dagli alti schienali, pavimento in legno intarsiato.

    Osservando il pavimento si nota un congruo numero di svastiche, raggruppate tutte da una certa parte. Quello che si dice di solito è che sarebbero state collocate in onore di Hitler, in occasione di una sua visita che peraltro non c’è mai stata. Ed è una spiegazione che lascia il tempo che trova, perché il Padiglione reale è stato realizzato nel 1931 e Hitler prende il potere nel 1933. Quindi i casi sono due: o le svastiche, se veramente sono un omaggio a Hitler, sono state apposte successivamente alla data di inaugurazione della Stazione di Milano, e allora varrebbe la pena sapere quando e per iniziativa di chi; oppure quelle svastiche non sono un omaggio a Hitler, ma sono simboli esoterici.

    Se le svastiche fanno parte del progetto originario, dobbiamo pensare che l’architetto Ulisse Stacchini, che è il progettista della Stazione e del Padiglione reale (ma anche dello stadio milanese Giuseppe Meazza, e di numerosi edifici in stile liberty), fosse massone, dunque esoterico. Essere massoni per gli architetti milanesi era quasi la norma: basti pensare al Famedio del Cimitero monumentale di Milano, che deliberatamente richiama le forme di un ideale tempio massonico, tanto che i cattolici avanzarono la richiesta di trasferire la sepoltura di Manzoni nel Duomo. Ed è noto che gli esoterici trafficano volentieri con scritture runiche, croci celtiche e svastiche. Ricordiamo a titolo di esempio che Rudolf Hess, una delle figure di spicco del nazismo, fu membro autorevole della società Thule, fondata nel 1910, che aveva come simbolo la svastica e si sentiva apparentata all’antroposofia di Rudolf Steiner (tra “nazismo magico” e steinerismo peraltro si consumò ben presto una rottura, anche se tuttora alcuni intellettuali di destra, e segnatamente filonazisti) si rifanno al magistero di Steiner). [*]
    Lasciamo aperta la questione del significato delle svastiche presenti alla Stazione centrale di Milano, in mancanza di informazioni che speriamo di trovare, e che ci consentiranno di chiuderla. Vediamo invece questo spezzone di un documentario di Alberto Angela dedicato, appunto, alla Stazione centrale di Milano; la descrizione del Padiglione reale comincia al minuto 5 : 31

    Apprendiamo così che il Padiglione reale presentava una via di fuga, per ogni evenienza, nel caso in cui qualche malintenzionato, verisimilmente un anarchico, si fosse messo in testa di far fare a Vittorio Emanuele III, a Milano, la fine che fece Umberto II a Monza. Nel caso, il Re sarebbe salito sul tetto e di qui, chissà per quali camminamenti, avrebbe trovato riparo, rifugio d’emergenza o forse un ambiente attrezzato dell’occorrente (abiti, armi) per una fuga con i fiocchi, fuori da Milano. Occorrerebbe un supplemento d’indagine.

    Si accede alla via di fuga dal bagno, scostando uno specchio, come abbiamo visto. Però, a ben vedere, osservando la distanza tra i gradini della scala cosiddetta “alla marinara” (foto qui sopra) ci domandiamo se veramente Vittorio Emanuele III, di non eccelsa statura, detto “sciaboletta”, fosse in grado di arrampicarsi per quella scala. Secondo noi il re aveva bisogno che l’aiutante di campo gli mettesse una mano fra le gambe e lo aiutasse nella perigliosa scalata (oltre tutto la scala non presenta le protezioni di legge, a norma di cacata carta: gravissimo! ci vuole una denuncia in salsa curnense!). In tal caso ci viene in mente che potesse nascere questo scambio di battute:
    – Maestà, posso metterle una mano nel culo?
    – Ohibò, gradisca!

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    [*] Si vedano: Le radici esoteriche del nazismo nonché La grande Germania, un sogno esoterico. Sull’intreccio tra “nazismo verde” ed esoterismo dell’agricoltura biodinamica di matrice steineriana si veda Zappe esoteriche. Sul “fascismo magico” si veda Il movimento antroposofico italiano durante il regime fascista. Per ricchezza di documentazione (anche iconografica) si segnala inoltre G. de Turris (a c. di), Esoterismo e fascismo.

  6. La strategia mediatica del “Web filosofo” di Salvini


    Qui sopra, Salvini desnudo, come Mussolini e come Putin, ma più “umano”: questo prevede il piano di comunicazione del “Web filosofo” Luca Morisi. La foto pubblicata dalla Isoardi che tiene una mano sul collo di Salvini dormiente (come Marte acquietato da Venere?) e l’altra, all’estremità del braccio proteso, che regge il ficòfono, potrebbe essere una tessera del piano mediatico messo a punto da Luca Morisi, “Web filosofo” di Salvini: così argomenta Salvatore Merlo sul ‘Foglio’.

    Salvini dispone di un “Web filosofo”, che è tutto suo, a capo di una squadra di informatori/disinformatori di scuola putiniana. Come Casaleggio con Di Maio, si dirà. Non proprio, infatti Di Maio lavora per Casaleggio, mentre Salvini è un cliente di Morisi, dunque Morisi lavora per Salvini: come si vede, i rapporti di forza sono rovesciati. D’altra parte Salvini, che controlla Morisi, è un grande ammiratore di Putin, ed è da questi a sua volta controllato. Salvini è una pedina del Grande gioco della Terza Roma: l’egemonia dello zar sul continente europeo. Tout se tient, come si dice (o come si diceva).
    Per dirla tutta, il “Web filosofo” di Salvini si è dimostrato più abile di Giulietto Chiesa, anch’egli putiniano, il giornalista ed ex parlamentare europeo negazionista, secondo il quale l’11 settembre 2001 alle Torri gemelle perirono 2800 persone per cinica decisione dell’establishment americano (potentati economici alleati con l’Arabia saudita, Fbi, Cia ecc.), onde indurre Bush a ingaggiare una guerra senza tregua contro i terroristi islamici. Più bravo di Giulietto Chiesa, dicevamo, se si pensa all’incidente in cui è incorsa Pandora TV, la comunità di controinformazione coordinata dal giornalista negazionista: si veda M5S, l’intervista “inventata” a Dijsselbloem. L’attacco del Pd: “Movimento di falsari”.
    I lettori di Nusquamia ricorderanno che ci siamo occupati del “Web filosofo” di Salvini fin dalla sua prima apparizione pubblica, nel 2004. Ecco alcuni articoli, in ordine cronologico inverso:
    La “bestia” mediatica del Web filosofo salvinesco e il Marchese del Grillo: «Io so’ io e voi nun ziete un cazzo»
    Salvini: suo ipercinetismo mediatico, amplificato dal “Web filosofo” di scuola putiniana, la coglioneria degli italiani e le colpe della similsinistra (ottimamente rappresentata dalla dott.ssa Serra)
    Il “fenomeno Salvini”: i pupari e il “Web-filosofo”

    Del Web filosofo salvinesco e della strategia comunicativa da lui messa a punto per imporre la figura del “cliente” Salvini ai consumatori-spettatori della politica (la politica della società dello spettacolo) ci parla oggi (11 nov. 2018) Salvatore Merlo in un interessante articolo pubblicato sul Foglio: Salvini, Isoardi e la strategia del selfie.
    Scrive Merlo che nella foto pubblicata dalla Isoardi «non c’è la nudità eroica del seduttore, dell’omaccione, ma la vulnerabilità del maschio lasciato dalla donna amata, una nemesi per il re dei social, per il cacciatore di neri apparentemente beffato dalla fidanzata che si sente trascurata». Ricordando inoltre che abbiamo tutti solidarizzato (tranne le femministe) con lo sconfitto e abbandonato Dustin Hoffman, nel film Kramer contro Kramer, quando viene lasciato dall’ingrata Meryl Streep che vuole «un po’ di tempo per riflettere sulla sua vita» (ah, perfidia dell’egoismo! qualcuno avrà anche detto “troja!”) Merlo osserva che ce n’è abbastanza «da far chiedere a tutti, in questo tira e molla amoroso che va avanti da parecchi mesi tra gossip e paparazzi, se poi in realtà non sia tutto concordato, tutto finto». Come Al Bano e Romina: anzi, meglio di Albano e Romina.

  7. Casalino, pietra di paragone per saggiare il cattivo gusto politico-mediatico
    Ma Paragone, il giornalista populista M5S (ex direttore della ‘Padania’) non c’entra


    Per sentire Alessandra Moretti, fare clic sull’immagine.

    Il giudizio di Alessandra Moretti, odiata da Rosy Bindi quasi quanto Maria Elena Boschi (entrambe hanno la colpa di essere belle) è quanto mai pertinente, icastico, intelligente: quando Conte prende la parola, sembra che legga un copione scritto da Rocco Casalino, il depilatissimo portavoce del governo. Tale giudizio converge con quello espresso dall’intelligente e garbato Marco Damilano (ed il suo garbo è tale, che gli perdoniamo il passato cattolico e nella ‘Rete’, il partito messo su dal NandOrlando, ben presto imploso per dissensi tra il Nando e l’Orlando). Dice infatti Marco Damilano (video qui sotto): «Conte è il portavoce di Casalino». Ma, per entrare nella psicologia, peraltro non difficile a capirsi, del depilatissimo Rocco Casalino, è interessante prestare orecchio alla testimonianza di Minoli: «Già nella casa del Grande Fratello Casalino si era dato il ruolo di leader rispetto alla costruzione dell’intrigo».

    Un’ultima osservazione, tornando ad Alessandra Moretti che, con questa sua affermazione e per intrinseche doti naturali, si dimostra sulla buona strada per essere considerata una donna di qualità: ma perché una come lei si accompagna a un agit-prop del telepopulismo come Massimo Giletti? La qualità aborre dai gusti della plebecula (in latino), ovvero della canaille (in francese, nell’accezione antica), insomma del popolo becero e rincoglionito del dopocena televisivo. Giletti, pur non venendo dalla merda (oddio, secondo sant’Agostino siamo tutti nati tra le feci e il piscio: inter faeces et urinam nascimur) ogni domenica sta lì a titillare quanto c’è di peggio nel volgo. Già è una colpa attizzare la bestialità del popolo, se poi non si viene dalla merda la colpa è due volte tanto.

  8. Cristina permalink

    TV svizzera:

    [Paolo Villaggio fu un uomo intelligentissimo, il più grande sociologo italiano del dopoguerra. Il fratello gemello era ingegnere e matematico (insegnava alla Normale di Pisa), diversamente scopante; ma, poiché era intelligente, si guardò dall’intrupparsi nella schiera degli Lgbt queruli che rivendicano “nuovi diritti” e vorrebbero, con la complicità di attori istituzionali similprogressisti, estirpare i “pregiudizi” dei normoscopanti, sottoponendoli a clisteri di condivisione forzosa e politicamente corretta. N.d.Ar.]

    • Buone prassi per estirpare i pregiudizi

      Accennavamo qui sopra, come già altre volte, all’imposizione del verbo politicamente corretto riguardo a manifestazioni della sessualità e dell’affettività che un tempo erano designate come “invertite”, auspicata da associazioni e da operatori del politicamente corretto che hanno occupato posizioni di potere istituzionale. In altre parole parlano da una posizione di forza — istituzionale, appunto — ai cittadini (che, se non altro, ed entro certi limiti, possono scappare) e agli studenti (che invece sono costretti a stare in aula, non possono scappare). Ma chi sono queste «numerose associazioni e reti che lavorano in campo educativo e formativo da anni»? Chi le ha autorizzate, certificate e in nome di chi? O siamo di fronte, come crediamo, a un vero e proprio colpo di mano? Un po’ come ha fatto la linguista femminista Cecilia Robustelli (si veda Un manuale indispensabile per l’amministrazione serrano-crurale) che ha imposto all’Accademia della Crusca la boldrinizzazione della grammatica italiana: ma almeno qui il danno è contenuto, perché le persone intelligenti possono sempre sottrarsi alle indicazioni boldrinizzanti, come fecero gl’illuministi lombardi, contro le leziosaggini dell’Accademia della Crusca, appunto: si vedano a questo proposito la Rinunzia avanti notaio degli autori del presente foglio periodico al Vocabolario della Crusca ( a p. 2 del documento che s’apre facendo clic sul nesso) e l’articolo La Boldrini profitta della carica di presidente della Camera per fare e dire le cose che piacciono a lei.
      Qui sopra riportiamo la locandina di un’iniziativa “portata avanti” (come si dice in linguaggio coglione) cinque mesi fa a Bergamo dalle solite associazioni le quali, come la Robustelli nell’Accademia della Crusca, che ha subìto senza dire nemmeno un “bah”, si sono autocertificate come operatori del politicamente corretto e che in veste istituzionale si sono intrufolate nel mondo della scuola (che è il luogo d’elezione per queste iniziative, dove gli “attori” del politicamente corretto la fanno da padroni): «Giovedì 7 giugno parleremo di approcci educativi nella trattazione delle tematiche di genere, identità e orientamento sessuale nel contesto della scuola secondaria di secondo grado»: così si legge nel sito (per entrarvi, fare clic sulla locandina).
      Noi siamo favorevoli alla libertà di espressione affettiva e sessuale tra persone consenzienti: se vogliono commettere il peccatum mutum, come fu chiamata la sodomia nel celebre trattato del Sinistrari, “muto” perché infame (dal lat. fari, “parlare”, cioè non se ne può nemmeno parlare, così si legge in quel trattato scritto per i padri confessori), padronissimi: ma siamo contrari ai colpi di mano degli “attori” del politicamente corretto, come pure al ‘business’ del politicamente corretto.
      E poi c’è qualcuno che si meraviglia se Salvini fa il pieno di voti. La sinistra ha avuto grandissime colpe nel subire le iniziative della Boldrina, dei cattoprogressisti, delle femministe, della lobby Lgbt, senza che mai alcuno avesse il coraggio di dire, come il bambino della favola di Andersen: «Il re è nudo!». Lo sapevamo tutti che queste erano baggianate e, nel migliore dei casi, esagerazioni: ma, nella più parte dei casi, sotto il vestito del politicamente corretto non c’era niente, soprattutto non c’era un briciolo d’intelligenza. La sinistra subiva le iniziative delle femministe, dei cattoprogressisti, degli Lgbt, come se quel “nuovo che avanza” fosse irresistibile. Nessuno che avesse il coraggio di muovere obiezioni di metodo, di merito, di dignità culturale. Finché è arrivato Salvini, che dignità culturale non ne ha punta, e ha fatto il pieno di voti.
      Per quel che il Pd può ancora contare nel futuro (ma non si sa mai: sulla Lega e sui grillini, soprattutto su questi ultimi, pesa l’ipoteca di una riedizione della vergogna di piazzale Loreto, si spera non in modalità di “macelleria messicana”) noi siamo favorevoli a una segreteria guidata da Minniti, che è visto come il fumo negli occhi dalle femministe, dagli Lgbt e dai cattoprogressisti. Non si tratta di mettere loro la mordacchia, ma di non essere più sotto schiaffo: una buona volta, e per sempre.

  9. Cristina B. permalink

    Perfect trailer:

    • Un punto fermo nella storia del cinema

      Scrivere una storia del cinema senza far menzione di questo film, Au bout de souffle, sarebbe come scrivere una storia degli anarchici italiani senza parlare di Pietro Gori, che non ci risulta essere parente del sindaco di Bergamo: era un avvocato generoso, mica un Azzeccagarbugli che per denaro si sforza di far vedere bianco il nero, e viceversa, ma uno che difendeva gratuitamente gli apostoli del socialismo e dell’anarchia dal tanfo micidiale delle cacate carte; ed è anche l’autore di Addio Lugano bella e degli Stornelli dell’esilio, dei quali ci siamo occupati in precedenti pagine di questo nobile diario (ma, per il gatto padano, male acculturato agrimensore e copropapirologo curnense: una latrina).
      È talmente una pietra miliare nella storia del cinema che Bertolucci in uno dei suoi film più riusciti, forse il più sincero — Dreamers, e anche di questo abbiamo fatto parola, più di una volta — fa dire a Isabelle, la protagonista femminile: «Sono nata qui, sugli Champs-Élysées, nel 1959, sul marciapiede [nel 1959 Isabelle avrebbe avuto sì e no 9 anni]. E sai quali sono state le mie prime parole? New York Herald Tribune! New York Herald Tribune!». E il film di Bertolucci presenta subito dopo Jean Seaberg, bellissima e flessuosa, nella parte di un’americana a Parigi, che fa lo strillone del giornale nuovayorkese: un film nel film. Si veda questo spezzone al tempo 0 : 17:

      Bellissima l’ultima scena di A bout de souffle, dove vediamo insieme i due protagonisti di un amore appassionato e impossibile, interpretati da Jean-Paul Belmondo e da Jean Seberg. Lei sa che Jean-Paul Belmondo è braccato dalla polizia e che non lascia Parigi per stare vicino a lei. Per costringerlo a lasciare Parigi, fa una spifferata alla polizia. Ma Jean-Paul non fugge, affronta la polizia, è ferito, corre, poi cade a terra. Accorre l’americana, lo vede agonizzante, è sconvolta. Lui sdrammatizza, le fa le smorfie che le aveva insegnato al tempo felice della loro vita tumultuosa. Morendo le dice: «C’est vraiment dégueulasse». Più o meno: “È una gran schifezza”. A questo punto lei domanda: Qu’est-ce que c’est dégueulasse?, cioè “Che cosa vuol dire “dégueulasse”?”. Il poliziotto risponde, interpretando: «Ha detto che sei una schifezza». Gli americani hanno provato a tradurre, e hanno prodotto tre traduzioni diverse:

      Sì, ma schifezza come?
      Ecco i tre modi diversi d’interpretare, come vediamo nel montaggio qui sopra di tre diverse edizioni del film sottotitolato in inglese:
      1. You are really a little beach >> Sei veramente una puttanella.
      2. It is a real scumbag >> Proprio un preservativo usato (così si dice nell’inglese americano di una persona o di una cosa spregevole: “stronzo”, o “stronzata”)
      3. Makes me want to puke >> Mi vien da vomitare
      Lei si passa il dito pollice, di taglio, sul labbro inferiore come faceva lui.

      Avevamo già presentato questo secondo spezzone su Nusquamia e l’interpretazione di dégueulasse (aggiungiamo che deriva da dégueuler, “vomitare”). Ma, come si dice, repetita juvant, e il film merita.
      Accidenti, parlando di questo film mi è venuta voglia di rivederlo.
      Per ascoltare il racconto del film, presentato nel programma radiofonico ‘Il cinema alla radio’, si faccia clic sul nesso: Fino all’ultimo respiro.

  10. Il peccato “muto”

    In un articoletto precedente, Buone pratiche per estirpare i pregiudizi, accennavo al “peccato muto”. A testimonianza di quel che scrivevo, copio e incollo dall’opera autorevole del Sinistrari, «Judicibus er Advocatis Fori ecclesiastici e laici commodissimus», De delictis et poenis tractatus absolutissimus, Venetiis, MDCC, apud H. Albriccium, Titulus quartus, § XI – Sodomia, p. 254, la definizione di “peccato muto”, del quale si discorreva qui sopra.

    Qui si legge, fra l’altro: «Vocatur… peccatum mutum eo quod percellat aures honestas, ut de illo loqui nefas sit; unde dicitur communiter vitium nefandum et vitium innominabile», cioè “Prende il nome di ‘peccato muto’ per il fatto che sconvolge orecchie che siano oneste, tanto che è sacrilego parlarne; perciò è detto comunemente vizio nefando e vizio innominabile”». Certo — lo so — papa Francesco dice «E chi sono io per giudicare?». A parte la risposta, ovvia, “Tu sei il papa” (e non è cosa da poco), rimane il fatto che vi fu un tempo in cui la Chiesa giudicava. Lo dico senza alcuna nostalgia per la Chiesa che condannò Galileo, ma per amore di verità.
    Se fossi il gatto padano direi: e adesso, signori cattoprogressisti, come la mettiamo? E alla domanda seguirebbe il fatidico “Esigo spiegazioni!”, o la variante “Aspettiamo ancora risposta…”. Noi però non soffriamo di delirio di potenza, tutto abbiamo sognato in gioventù tranne che diventare giudici della Sacra inquisizione. Scriviamo quel che scriviamo per demistificare, e per divertirci. Ultima osservazione: gl’inquisitori di qualche secolo fa (non molti, a dire il vero) spesso erano persone coltissime, come lo stesso Sinistrari. Varrà la pena ricordare tra costoro Giovanni della Casa, scrittore in lingua toscana e latina, autore del Galateo, opera che fu assunta dai letterati a modello normativo della lingua italiana, conforme ai dettami del Bembo: ebbene, Giovanni della Casa, dopo aver intrapreso la vita ecclesiastica fu nunzio apostolico a Venezia e a lui si deve l’introduzione nel Veneto del Tribunale dell’Inquisizione. Quegli inquisitori non erano agrimensori. Anche in questi particolari si vede il declino della nostra civiltà, come se non ci bastasse, per farci venire il latte alle ginocchia e farci capire la pravità dei tempi, lo statista di Pomigliano d’Arco (invece, per rimanere in àmbito curnense, pare che Cavagna il Giovane sia stato deluso nelle sue speranze di assurgere al rango di statista della bassa bergamasca, a partire dalla mistica degli “under 20”, come si dice in linguaggio coglione: e se per tornare nel “grande gioco — ma de che? — facesse la mossa del cavallo?).

  11. Denunciato dal Pedretti una seconda volta, Aristide è stato assolto anche questa volta

    Dopo la prima denuncia del gennaio 2010, conclusasi nell’agosto 2011 nel modo che è descritto nell’articolo Aristide prosciolto in udienza preliminare, Pedretti condannato al pagamento delle spese processuali, il Pedretti ritenne opportuno denunciare Aristide una seconda volta, il 3 giugno 2013, ritenendosi offeso nella sua reputazione per la pubblicazione di tre articoli pubblicati nel periodo aprile-maggio 2013. L’iter giudiziario si è concluso oggi 12 novembre 2018 con l’assoluzione di Aristide, configurandosi il suo operato come relativo a fatti (nella fattispecie, scritti: N.d.Ar.) commessi nell’esercizio di un suo diritto.
    L’argomentazione del giudice sarà depositata tra un mese, e non ritengo opportuno aggiungere anzitempo particolari relativi allo svolgimento dell’udienza, men che meno commenti.
    Sì, lo so; il gatto padano, al solito, dirà: esigo spiegazioni! E io dico: ridicolo, marameo! È un diritto che non gli riconosco, considerata la rusticità dei suoi modi, i precedenti malevoli e l’assurdità della sua pretesa di confrontarsi con me quasi che fosse un mio pari.
    Quanto alla sua malevolenza, e a un certo modo di far politica a Curno, mai sconfessato nemmeno da coloro che in ambito similprogressista lasciavano intendere di essere “antropologicamente superiori” (perché allora tanta albagia? cose da pazzi!), ricordo che nel N. 556 del suo diario (26 novembre 2017) il gatto scriveva: «C’erano giunte notizie non particolarmente gradevoli, tipo che nei primi giorni di febbraio o marzo del 2018 [Aristide] dovrebbe comparire come imputato in un processo. Solita notizia da bar cinese, immaginiamo». Lui, il gatto, sapeva benissimo di che cosa si trattava, e lascio al lettore giudicare se quelle fossero veramente chiacchiere di bar cinese, o altro. Ma che cosa aveva fatto Aristide? Nelle intenzioni del gatto, i lettori del suo diario avrebbero dovuto rodersi nel dubbio, ansiosi di sapere qualcosa che poteva essere grave; anzi, per dirla in linguaggio serrano, “gravissimo”. Aristide aveva forse abusato di una zingarella, come tanti anni fa il regista Gualtiero Jacopetti? Beh, il gatto sapeva che cosa avessi fatto, ma preferiva non dirlo. Lui giustificherà il riserbo con la motivazione del “segreto professionale”. Sì, buona notte. Sappiamo quanto sia riservato il gatto padano.
    A dimostrazione del fatto che il gatto padano fosse più che bene informato ecco che nel N. 623 del suo diario (18 febbraio 2018) pubblica un ritaglio, questo:

    Scrive il gatto, commentando l’importante scoop: «A proposito della sua (del custode della Latrina di Nusquamia) assenza nelle ultime settimane, ci hanno fatto avere copia di un foglio di carta [il “foglio di carta” è la citazione di un teste: N.d.Ar.] di cui riproduciamo la parte iniziale. Come mai non ne parla? Cosa c’è da nascondere?».
    Ancora una volta è evidente l’insinuazione che Aristide abbia qualcosa di grave da nascondere. E se avesse veramente abusato di una zingarella? Beh, la tecnica è sempre quella, come quando si leggevano qui e là accorati interrogativi di questo tipo: «Che cosa faceva Gandolfi la sera di venerdì scorso nel Largo degl’Impiccati, alle 22 : 36 (notate la precisione dell’indicazione oraria: serve a dare credibilità al grave sospetto), e in mano aveva una cartellina gialla? Da dove veniva? Dove andava? ecc.». Insomma, gatta (anche non padana) ci cova. Il gatto padano in questo caso sa benissimo chi è il testimone citato (lui ha cancellato il nome, ma scoprire chi sia è un gioco da ragazzi: basta vedere la data di nascita), ma gioca di suspense, in tutta innocenza, naturalmente (a proposito, si scrive suspense, e non suspence: nota di “3a F”).
    Scrivevo allora, nell’articolo Il gatto padano per progredire nella considerazione dei paesani (quale? quanta?) sbruffoneggia in latino:

    Il gatto pubblica l’atto di citazione di un teste per il processo penale a me intentato a seguito della denuncia del Pedretti, il quale tre anni fa si è doluto che i miei scherzucci di dozzina ne offendessero la reputazione. Il gatto vorrebbe saperne di più. E invece no, per il momento non ne parlo, perché niente deve trapelare della mia strategia difensiva. Ne parli lui, il gatto, che è così bene informato.

    Ecco, adesso, dopo che la strategia difensiva ha sortito il suo effetto senza indebite interferenze, ho (finalmente?) parlato del procedimento che aveva per tema la reputazione del Pedretti: un po’, solo un po’. Quanto al resto, tornerò sull’argomento nei tempi che stabilirò io, nelle modalità che mi parranno opportune. Sono fermo alla Carta dei Diritti dell’Uomo, uno dei grandi lasciti dell’Età dei Lumi, perciò mi rifiuto, in generale, di prendere per buoni “nuovi diritti” accampati a ogni piè sospinto da gruppi organizzati in modalità lobbistica e da singoli sfrontati, che agitano i cosiddetti diritti come clave, e non gli passa per l’anticamera del cervello che esistono anche i doveri. Per esempio, il dovere della decenza. Non vedo perché dovrei fare un’eccezione per il gatto.

    • Logica padana

      Nel N. 863 del suo diario (14 novembre 2018), avendo letto quanto abbiamo scritto ieri, il gatto padano ci dà un saggio assai divertente (vedi sopra) di argomentazione in modalità contadinesca. Riassumendo:
      a) Il gatto sapeva del procedimento giudiziario a seguito di denuncia pedrettesca, articolatosi nelle udienze del febbraio, giugno e novembre 2018, essendone puntualmente informato da fonte sicura, tant’è che a ridosso di quelle date “esigeva” spiegazioni, da parte nostra.
      b) Sapeva che quel procedimento nasceva dalla seconda denuncia del Pedretti nei nostri confronti, ma non diceva quel che sapeva, e che comunque avrebbe potuto sapere dalla sua fonte, quella che gli passò la citazione in tribunale del teste misterioso, da lui pubblicata, e da noi riprodotta nell’articoletto precedente: tant’è che si domandava «Come mai [Aristide] non ne parla? Cosa c’è da nascondere?».
      c) Pare che non abbia gradito la nostra risposta alla sua richiesta di chiarimenti: «per il momento non ne parlo, perché niente deve trapelare della mia strategia difensiva. Ne parli lui, il gatto, che è così bene informato». Dove sta scritto, infatti, che uno ha il dovere di consegnare al nemico il veleno con cui quello intende avvelenare l’acqua del pozzo? Non siamo a conoscenza di cacate carte che stabiliscano tale dovere, e comunque non ci facciamo impressionare dalle cacate carte, come le gride che l’infame Azzeccagarbugli metteva sotto il naso dell’onesto artigiano, ma un po’ mona, Renzo Tramaglino.
      d) Infine, come si legge nell’immagine qui sopra — un ritaglio del diario felino, N. 863 — dopo aver proclamato che esigeva sapere, adesso che Aristide è stato assolto in sede giudiziaria, il gatto afferma che di quel contenzioso politico non gl’importa una cippa o, volendo esagerare, gl’importa, sì, ma poco. [*] Ma allora perché insisteva a voler sapere? E adesso che sono stato assolto, e che lo sa, non è contento? Penso proprio di no.

      Noi abbiamo il massimo rispetto per gli agrimensori, anche per quelli padani che chiamano “stravento” un nubifragio, purché però stiano al loro posto, e non intendano dare dignità di logica a trucchetti miserabili buoni per il mercato delle vacche. Ricordo che i principi fondamentali della logica sono:
      — il principio d’identità
      — il principio di non contraddizione
      — il principio del terzo escluso.
      Il principio d’identità fu messo a fuoco da Parmenide, nella città di Elea, che per i Romani sarà Velia, le cui rovine si trovano nel Comune di Ascea, in provincia di Salerno; insomma siamo nella Magna Grecia.
      Il principio di non contraddizione e del terzo escluso erano insegnati da Aristotele nelle lezioni che teneva nel giardino e nel porticato del santuario di Apollo Licio (il “Liceo”), ad Atene.
      I mercati padani delle vacche, che sono la scuola del gatto, sono lontani le mille miglia, e più, da Elea e da Atene: sia detto con tutto il rispetto per i mercati delle vacche.
      In base al principio del terzo escluso, o il gatto vuole sapere del contenzioso politico con il Pedretti, o non ne vuole sapere: tertium non datur.
      Il “ragionamento” (?) del gatto padano manifesta una palese contraddizione. Eppure a ben poco servirebbe “esigere spiegazioni”, per usare una sua espressione che, quando la usa lui, vuol essere terribile. Ci limitiamo a sorridere.


      “Porta rosa” nel Parco archeologico di Elea, patria della scuola eleatica, i cui maggiori rappresentanti sono i filosofi Parmenide e Zenone.

      ………………………………………………………………
      [*] Si noti l’astuzia (contadina) di usare un’espressione strampalata, grammaticalmente scorretta («a noi… contano») e indefinita nel significato («contano quanto una barzelletta breve»). Questo, nelle intenzioni del gatto, dovrebbe consentirgli di scantonare, una volta pizzicato, e affermare che non intendeva dire questo, ma altro. E direbbe un’altra assurdità. Allora, se ci si prendesse la briga di rispondergli, e di pizzicarlo una seconda volta, il gatto direbbe che non è neanche così, e introdurrebbe una terza interpretazione, o un nuovo argomento del tutto strampalato: come nella favola del lupo e dell’agnello. Una tecnica vecchia (ah, l’astuzia contadina!) la quale prevede come mossa d’apertura una frasetta del tipo: «Il tale fa finta di non capire che…». Speriamo che il gatto non si offenda, se gli diciamo che possediamo un quadro abbastanza accurato della sua psicologia: del resto, l’analisi motivazionale dei suoi comportamenti non è stata difficile. Figuriamoci se ci spaventa quando dice “Esigo spiegazioni!”, quando afferma oracolarmente questo o quel principio universale e a suo dire vincolante, quando s’inventa dati di fatto inesistenti (per esempio, i coccodrilli che infestavano la Provenza al tempo dei Romani: è una sua celebre topica), o quando dice “Il tale fa finta di non capire che…”. Tutto prevedibile e, spesso, previsto.

  12. Le sante di Nusquamia_1: Maria Elena Boschi


    L’intervista alla santa comincia al min 58 : 30.

    Facendo clic sull’immagine ci si collega al sito di Raiplay per vedere la puntata del 31 novembre 2018 del programma “Cartabianca”, condotto da Bianca Berlinguer. Il titolo è quello che è, tanto più che, per essere precisi, sarebbe “#cartabianca”, con il cancelletto davanti (quello che in linguaggio coglione chiamano ‘hashtag’): apporre il cancelletto è una buzzurrata, come per dire “noi siamo con il nuovo che avanza”, una roba da gatto padano, l’equivalente del belletto sulla pelle grinzosa di una vielle catin, corrosa dal tempo, martirizzata dai troppi clienti. “Cartabianca” è una trasmissione che non amo, trovo irritante la determinazione di Bianca Berlinguer e il suo modo aggressivo d’imporsi e interrompere gl’intervistati, stonate le risonanze romanesche della sua voce (sono simpatiche, invece, quelle squillanti della sora Lella, la sorella di Fabrizi, quanto sono insopportabili quelle cupe della Berlinguer); ed è una fortuna che sia passata l’estate, quando la sora Bianca si mostra sbracciata in modo spropositato, e non sarebbe il caso. La Berlinguer è il contrario di quella giornalista che invece stimiamo parecchio, e della quale ci siamo occupati: parlo di Barbara Palombelli, la quale, pur conducendo talvolta trasmissioni a rischio di populismo, mantiene il suo garbo, ha un sorriso dolce e rassicurante, mai asseverativo, non interrompe brutalmente gl’interlocutori, non è castrante; inoltre con le sue camicette riporta alla memoria il grato ricordo delle collegiali di film come Ore 9: lezioni di chimica (con Alida Valli) o di Maddalena… zero in condotta: buona borghesia romana, insomma.
    Stando così le cose, mi guardo dal seguire la trasmissione della Berlinguer. Però, avendo letto che ieri tra gli ospiti di “Cartabianca” c’era la Madonna di Arezzo, ho fatto un’eccezione. Consiglio i lettori di saltare la parte iniziale della registrazione presentata qui sopra, in particolare quando la Berlinguer, in un disperato tentativo di rendersi simpatica e di alzare l’indice di ascolto (in linguaggio coglione: audience) fa da spalla ai lazzi dello scrittore-scultore Corona che, come la Berlinguer d’estate, si presenta anche lui sbracciato: ma lui sempre, d’estate e d’inverno.
    L’intervista alla Boschi, che consiglio caldamente ai lettori di Nusquamia, va dal min. 58 : 30 al tempo 1 : 17. La Berlinguer è castratrice e maleducata, determinata, manifestamente aggressiva, anche un po’ tonta, tant’è che a un certo punto Maria Elena Boschi (tempo 1 : 05) è costretta a mettere i puntini sulle “i”. La Berlinguer, invidiosa della bellezza, dell’intelligenza e dell’eloquio della Boschi, fa le smorfie e l’interrompe, arrivando, lei figlia di tanto padre, a prendere le parti dei grilleschi: «Anche voi del Pd però qualche condono l’avete fatto». La Boschi è una santa, ma quando ci vuole ci vuole, e risponde: «No, guardi: tecnicamente le cose non stanno così. Se parliamo di diritto tributario, sono un’esperta, è il mio lavoro…».
    Dopo aver ruvidamente intervistato la Boschi, Bianca Berlinguer cambia registro, si affanna a voler sembrare simpatica e alzare l’indice di ascolto; adesso intervista Al Bano, e con lui è disponibilissima, come lo era con Corona.

  13. Le sante di Nusquamia_2: Valeria Golino

    Questa intervista di per sé non dice molto, ma ci fa capire Valeria Golino. La verità è nei dettagli, e si capisce che Valeria Golino è un personaggio meraviglioso, una donna autentica. Weinstein le ha fatto una proposta indecente? Beh, lei l’ha rifiutata, e si guarda bene dall’intrupparsi nel movimento dei “me too” con l’Asia Argento e la Boldrina. Non ha bisogno di questi mezzucci, lei che è figlia di un grande germanista e di una pittrice greca, lei che recita Kavafis in greco: si veda Da non perdere: Valeria Golino recita Kavafis, in greco.
    Valeria Golino è bellissima, come vediamo in questo spezzone tratto dal film Puerto escondido, di Salvatores:

    Valeria Golino è intelligente, non è schifosamente determinata e non è scassacazzi, tant’è che nel film che è la sua seconda prova come regista, Euforia, chiama nella parte di co-protagonsta il suo ex fidanzato giovine, Riccardo Scamarcio, che tra l’altro qui dà una prova d’attore notevolissima:

    Euforia è un film degno d’esser visto. Si raccomanda soprattutto perché, come avviene talora in letteratura, o nella “settima arte”, appunto, ci fa capire scorci di realtà che sfuggono alla comprensione degl’interpreti ufficiali della realtà: agli storici, per esempio, ai sociologi, ai giornalisti, agli assistenti sociali ecc. Qui abbiamo, per esempio, una rappresentazione della nuova borghesia romana (La grande bellezza di Sorrentino, che aveva simili ambizioni, e che anzi voleva essere un affresco sullo stile della Dolce vita, si rivelò un bluff, come finalmente hanno capito anche i soliti ritardatari, adesso che si è sgonfiato il clamore delle pubbliche relazioni), del cinico business della misericordia (il “business del futuro”, dice il personaggio interpretato da Scamarcio), il morbo incurabile vissuto in modalità politicamente corretta, l’omosessualità vissuta come colpa anche in ambito progressista. Questo sia detto con buona pace del critico cinematografico di Variety, secondo il quale l’omosessualità doveva essere rappresentata diversamente: «Matteo (Scamarcio, dressed by Prada) and his circle play like a 1990s heterosexual fantasy of how gay men behave». Secondo lui Valeria Golino si è posta in una prospettiva eterosessuale (“Gravissimo!”, direbbe chi sappiamo noi; oppure: “Esigo spiegazioni!”), per giunta datata, risalente agli anni ’90. Ecco, siamo arrivati alla pretesa che il “peccato muto” sia descritto a norma di cacata carta, politicamente corretta. E se uno sgarra: Anatema! Crucifige!

  14. Dedicato ai cattoprogressisti (quelli che non credono in Dio), perché s’incazzino
    Canzone milanese politicamente scorretta

    Le parole di questa canzone sono irriverenti nei confronti di alcuni capisaldi del politicamente corretto. Gravissimo! Crucifige! “Esigo spiegazioni!” Un’apposita commissione presieduta dalla linguista femminista Cecilia Robustelli, insediata ai massimi livelli istituzionali sotto l’alto patronato della Boldrina, proceda immediatamente a una revisione e purga dei testi. In mancanza di revisione e purga, si fa espresso divieto di cantare la canzone; i trasgressori saranno puniti con un’ammenda pari a quella che Virginia Raggi — la fatalona solanacea fervente, a dire di Feltri — intende comminare ai cittadini che siano colti in flagrante conversazione con una meretrice peripatetica. E se il cittadino chiedeva indicazioni stradali? Sia multato lo stesso. Evviva, evviva il politicamente corretto!

  15. Correttezza politica vorrebbe che non se ne parlasse: proprio per questo ne parliamo
    Donne che odiano gli uomini

    Scrivevo giusto due anni orsono (si veda La dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza faranno qualcosa per arginare la violenza delle donne sui maschi?) che «un’indagine dell’Università di Siena afferma che in Italia, nel 2011, ci sarebbero stati oltre cinque milioni di uomini vittime di violenza femminile: dai capelli strappati a calci e pugni». Insomma, le donne menano e, quando non menano in proprio, avviene che siano mandanti di violenze compiute dagli uomini su altri uomini: anche per questo il numero di donne detenute in carcere è in straordinario aumento. Anzi, per dirla tutta, la percentuale di donne incarcerate aumenta con progressione impressionante, che va di pari passo con la gravità del reato per cui sono condannate. In particolare, negli ultimi 15 anni, la popolazione carceraria femminile globale è cresciuta del 50%, contro un aumento generale (uomini + donne) del 20% nello stesso periodo. Un altro sintomo preoccupante è il bullismo praticato nelle scuole dalle donne contro le donne: si veda quanto abbiamo scritto in Londra: un branco di “bulle” picchia e uccide una studentessa italo-egiziana. Ma vediamo due esempi recenti, che ci aiutano ad approfondire due aspetti del problema.
    Primo esempio – Nella rubrica “Questioni di cuore” del settimanale “il Venerdì di Repubblica” il 16 novembre 2018 Natalia Aspesi, che sarebbe anche una donna intelligente, nonostante il dichiarato femminismo, pubblica la missiva di una lettrice, alla quale dedica una risposta che desta qualche perplessità. Scrive dunque la lettrice di una sua amica la quale le riferisce il caso di una certa signora «quarantenne, sposata con un ragazzo indiano di 10 anni più giovane» che aveva l’abitudine di alzare le mani sullo sposo riducendolo a mal partito. Prosegue la lettrice: «io non ci credevo, ma è vero». Ci sono le foto scattate al commissariato, al quale il malcapitato si è recato per sporgere denuncia, che testimoniano la veridicità del caso. Poi quella stessa signora si è separata dall’indiano e ha contratto un nuovo legame sentimentale, diciamo così. Ma anche con il nuovo compagno, ancora una volta, ci sono stati «grande amore, gelosia e botte». Siamo di fronte al caso di una donna determinata e dominante, la quale, come scrive ancora la lettrice, probabilmente si sente autorizzata a fare quel che fa per via della dipendenza del compagno, di tipo economico e psicologico. Conclude la lettrice: «Quanto spesso succede a donne o uomini di essere trascurati e maltrattati perché dipendenti dalla persona “amata”?».
    Natalia Aspesi risponde negando che si possono collegare i maltrattamenti inflitti a una persona perché «bisognosa di aiuto economico, fisico e psicologico» con quelli inflitti dalla signora che «ha l’abitudine di “menare” il proprio uomo, sia esso indiano o no, più giovane o no». Già su questo passo del ragionamento ci sarebbe da ridire. Ma fa paura il passo successivo: «A me quella donna manesca è quasi simpatica: vendica tutte quelle che ancora oggi subiscono violenze dai loro uomini e non hanno il coraggio o la possibilità di andarsene. Solitamente poi gli uomini sono più forti e dovrebbero, se non ingaggiare un incontro di lotta libera, almeno difendersi». Cioè, in pratica, se l’uomo subisce la violenza della donna, la colpa è dell’uomo. Siamo arrivati a tanto, come quando un tempo si diceva che se una donna viene stuprata la colpa è sua, che se l’è voluta! Questo, francamente, a noi sembra troppo.
    Secondo esempio – Fornisce altresì materia di riflessione quanto si legge nel lancio di agenzia che abbiamo pubblicato in testa a questo articolo (fare clic sull’immagine per leggerlo): la notizia è di oggi, sabato 17 novembre 2018. In breve, una signora, infermiera all’ospedale di Aosta, assolutamente tranquilla e “normale”, come si dice, torna a casa dall’ospedale, uccidere i bimbi con un’iniezione letale di potassio (così abbiamo letto) e si toglie la vita. Prima di uccidersi però scrive due lettere nelle quali racconta del «peso insopportabile delle avversità della vita». È un caso doloroso, che è stato spiegato in parte con due episodi luttuosi che hanno segnato la vita della donna, dei quali ovviamente ci rincresce, ma che potrebbero giustificare tutt’al più il suicidio, certo non l’omicidio dei figli. Se si fosse soltanto suicidata, sarebbe stato un caso doloroso, come quello dei due padri milanesi, separati e amici dall’infanzia, con i figli affidati alle mogli, fuori Milano. Uno era rimasto senza lavoro: figuriamoci, un fallito. Perciò si sono uccisi alla maniera di Gardini, con un sacchetto di plastica stretto al collo. Ne abbiamo parlato nell’articolo di Nusquamia Politicamente scorretto_3: La violenza delle donne. Ecco, è un caso doloroso, ma umano: qui non c’è ferocia. Uno dei due amici aveva lasciato un biglietto con queste poche parole: «Perdonami, figlio mio».
    Invece l’infermiera di Aosta scrive al marito Osvaldo: «Non ti chiedo scusa. Non ne potevo più di vivere così. Ci sono state avversità insopportabili. Mi hai tolto il sorriso e ora io lo tolgo a te. Adesso soffri tu»: vedi Aosta, “ora tocca a te soffrire”: le lettere al marito dellʼinfermiera che ha ucciso i suoi figli. Fare del male ai bambini per far soffrire il padre, anche quando non si mette fine alla loro vita, ma la madre si limita a distruggerne la psiche con l’imposizione violenta delle proprie mattane, è una tecnica delle più frequenti per pareggiare i conti con l’ex coniuge, in una prospettiva snaturata, ancorché ammantata di giusta e “determinata” rivendicazione “di genere”.

    Dunque la violenza femminile esiste, anche se in misura minore della violenza al maschile, ed è preoccupante che la violenza femminile sia in aumento. Eppure – e non è una sola impressione – pare che non stia bene parlarne, che la consegna sia “troncare e sopire, sopire e troncare”. A riprova di quanto affermiamo, ricordiamo che i Consigli comunali di Curno, Lallio e Mozzo (un fazzoletto di territorio in provincia di Bergamo, spesso laboratorio politico e terreno di sperimentazione cattoprogressista, cattofemminista ecc. in corpore vili) congiuntamente hanno impegnato i rispettivi Sindaci e le Giunte a mettere in atto azioni significative contro la violenza sulle donne e a prevenirla attraverso la diffusione di una cultura di parità di genere. E viene da domandarsi, naturalmente: perché non contro la violenza in generale, cioè uomini contro donne, uomini contro uomini, donne contro uomini e donne contro donne? La minore incidenza della violenza femminile non è una ragione valida per imporre la mordacchia a un embrione di discorso sull’argomento, tanto più che tale incidenza è in aumento.
    Ho scritto spesso su Nusquamia che l’Italia, che fu per secoli il paese più bello, più ricco e più civile al mondo sta scivolando nella barbarie per via della “condivisione” forzosa dei disvalori dell’aziendalismo, che hanno sostituito i valori del cristianesimo (quello che fa riferimento al Vangelo, tanto per intenderci). L’aziendalismo è una degenerazione dell’etica protestante del capitalismo, che postula la valorizzazione della barbarie del Vecchio Testamento che, innestata nel paese del familismo amorale, ha prodotto uno sconquasso morale senza precedenti. Nell’azienda t’insegnano a essere cazzuto, a fottere il concorrente? In Italia, dove sono assenti i freni inibitori morali che agiscono, quasi naturalmente, nei cittadini del Nord dell’Europa e nel mondo anglosassone, dove si è distrutto il sistema scolastico d’impronta gentiliana, dove la maleducazione e la “determinazione” sono diventate un vanto, l’aziendalismo ha preparato il terreno perché la merda sedesse sullo scranno, traducendosi la violenza aziendale, come per gemmazione e metamorfosi, in violenza sulla persona.
    Non nego la violenza dei maschi sulle donne, e la detesto, in quanto uomo non violento; e non metto sullo stesso piano morsi delle donne sull’uomo e omicidi degli uomini sulla donna (detti fem[m]inicidi). Ma la violenza delle donne sui maschi esiste, è di un altro ordine di grandezza sul piano quantitativo, e qualitativamente differente, d’accordo, ma per niente innocua, anzi. E se qualcuno dice che io, prendendo posizione contro la violenza delle donne, giustifico quella degli uomini, ebbene, colui è un gaglioffo.

  16. Massimo Conti permalink

    Buongiorno Aristide.

    Le scrivo (e scrivo a Voi) poche righe per salutarvi.
    Da ieri ufficialmente con l’elezione del nuovo direttivo a Curno (contemporaneo ai rinnovi del Segretario Provinciale e di quello Regionale) si conclude il mio percorso nella comunità di Curno.
    Ero dimissionario da 6 mesi, il mio mandato si sarebbe dovuto concludere a ottobre 2017, alla naturale scadenza dei 4 anni, ma di rinvio in rinvio siamo arrivati a novembre 2018.
    Bene, ho fatto in tempo a salutare Luisa Gamba come nuovo Sindaco e a festeggiarla.
    Ora saluto anche Nusquamia.
    La vostra navicella è stata senza dubbio un elemento di riflessione e approfondimento.
    Non che io abbia condiviso tutte le vostre battaglie (a dire il vero ne ho condivise poche), ma leggervi senza pregiudizio (al netto di certe intemperanze contenute nei post sopratutto in campagna elettorale) è stato certamente un aiuto a forzare me (e forse anche altri) a vedere le cose anche da un altro punto di vista, a conoscere altri pensieri, altre sensibilità.
    Nusquamia nel suo piccolo a leggerlo bene, si è rivelato un interessante laboratorio di idee, talvolta anche anticipatorio di tendenze.
    Come si fa a non pensare che alcune delle tendenze nazionali siano state in parte anticipate da Nusquamia?
    Ebbene, io sono stato tra i lettori “assidui” di Nusquamia magari meno negli ultimi mesi, ma dalla nascita lo sono stato.
    Ora vi saluto
    Per quanto possibile vi leggerò ancora e comunque vi ringrazio per qual lavoro di stimolo e di tessuto connettivo che siete stati.
    Su questo Blog ho avuto l’impressione che, sotto mentite spoglie, coperti da pseudonimi a colte fantasiosi, molti “attori” della politica Curnense abbiano mandato messaggi, tastato il terreno, e magari anche ricevuto risposte.
    Allora buon viaggio, quale che sia la direzione, meglio, la rotta, che la vostra navicella vorrà prendere.
    E Grazie

    Massimo Conti
    (semplice iscritto al PD )

    • Il Pd e il suo futuro: possibilmente, senza i cattolici

      È l’una e mezzo di notte e sono un po’ fuso, avendo passato molte ore a cercare di capire una memoria scritta dal cardinale Federico Borromeo, in latino, sul trasporto di certe colonne “colossicae”, dalla cava di granito sul lago Maggiore, a via Laghetto, Milano, passando per il Ticino, il Naviglio grande e la cerchia dei Navigli; ed essendovi riuscito, ma solo in parte, dopo aver letto le pagine di Vitruvio, l’architetto romano, alla cui nomenclatura fa riferimento il cardinale, e che comunque sono diversamente interpretate. Spero di dissipare i dubbi rimanenti domani.
      Ero sul punto di andare a dormire quando ho letto questa epistola: se la notizia è in anteprima, la ringrazio; spero soltanto che, in tal caso, la circostanza non provochi un travaso di bile in alcune note “zabette” (vocabolo regionale sett., ma registrato nei dizionari), come le vecchie “senza mai figli, senza più voglie” della canzone di De André, facili all’odio e alla calunnia, impenetrabili all’ironia.
      Ma Nusquamia ha conosciuto di tutto: calunnie, denunce e minacce di denunce indirizzate al nocchiero, tentativi di dirottamento ecc. Anche se non è vero che “Molti nemici, molto onore”, come disse l’uomo di Predappio e come di recente ha ripetuto Salvini, non sarà un’ennesima manifestazione d’insofferenza a turbarci.
      Naturale domandarsi, a questo punto, chi sarà il successore di Max Conti alla carica di segretario della sezione di Curno. Chi fra i due che fino a oggi sembravano i più papabili, MarcoBattaglia o Andrea Saccogna-Gamba? Di nuovo nel frattempo c’è stato il crollo del Pd, e forse MarcoBattaglia avrà voglia di lasciare il Pd; in ogni caso quella sua connotazione eccessivamente europeista, tutto quell’ostentato sventolare di vessilli europei, senza un briciolo di pensiero critico, adesso che l’Europa non gode di buona stampa, non lo rendono la persona più idonea. Rimarrebbe Andrea Saccogna-Gamba, ma è iper-istituzionale e anche se è vero che è più posato di MarcoBattaglia, non brilla nemmeno lui per spirito libertario. Laddove proprio di questo si avrebbe bisogno. Speriamo che non diventi segretario una donna, solo perché “è giusto che alla carica di segretario di sezione ci sia una donna”. Una donna intelligente andrebbe benissimo, ma non una donna solo perché è donna.
      Alle ultime elezioni sono stato costretto a votare Pd, perché era l’unico partito non-populista, avrei votato volentieri Oscar Giannino, quello che si era inventato un titolo di Ph.D. all’Univeristà di Chicago (se ricordo bene), e che votai una volta, per non appecorarmi, pur non essendo un liberista, e come per irridere alla cacata carta, proprio perché fasulla: l’uomo, la sua intelligenza, vengono prima della cacata carta. Ma Giannino non si è più presentato.
      Il crollo del Pd potrebbe costringere questo partito a migliorarsi, anche se nessun segno di miglioramento si è finora colto, a parte certe autocritiche d’obbligo, e ci mancherebbe (siamo stati lontani dal popolo: sì, ma senza dire in dettaglio in che cosa, chi, come, in quale misura e circostanza ecc.). Noi su Nusquamia — non fo per dire — sappiamo da sempre dove il Pd ha sbagliato, chi in particolare e perché. D’altra parte già oggi, con riferimento a Renzi, molti dicono “Arridatece er Puzzone”, e non hanno tutti i torti. Scalfari pensa a un partito progressista, a un contenitore-sommatoria del sentire progressivo, non ha detto però che il contenitore debba essere “laico”, e così si rischia di fare un simil-Ulivo, senza Prodi, magari anche con Prodi redivivo (Dio non voglia): eppure Scalfari fu un campione del laicismo (a parte i trascorsi giovanili fascisti): già, adesso dialoga con papa Francesco, vorrebbe anzi imbeccarlo. Non sarà un contenitore senza ideologia a risolvere i problemi dell’Italia. L’ideologia è necessaria, non necessariamente un’ideologia sistematica, schiava del metodo (le sciacquette sono sempre alla ricerca di un “metodo”, e le persone truffate dai guru, portatori di visioni “olistiche”, pare che in Italia si contino a milioni) e di un sistema di principi che si pretende assiomatico. Penso a un’ideologia improntata alla voce, lunga e argomentata, Éclectisme dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, e fu Diderot a scrivere questa voce. Un’ideologia che rifugge dalle panzane di Martha Nussbaum, ma che concede che la c.d. “filosofa”, anche lei, possa aver detto qualcosa di buono, una volta tanto, e quasi per sbaglio: nullum philosophum tam fuisse inanem qui non viderit ex vero aliquid, perché “non c’è filosofo così vuoto di contenuti che non abbia visto qualcosa di vero”.
      In Italia siamo stati sfiorati dall’illuminismo lombardo, che non è mai stato celebrato, e si capisce perché, e comunque è meglio così; ma varrebbe la pena ricuperarlo nei suoi tratti essenziali e nel suo sviluppo, il socialismo scientifico. L’illuminismo non ha niente contro il cattolicesimo, in particolare su Nusquamia abbiamo messo in luce gli aspetti positivi del cattolicesimo, contrapposti a quelli barbarici del protestantesimo che tanto piace a quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, ma siamo del parere che i cattolici, se credono in Dio, farebbero bene a pregare e, soprattutto, a vivere da cristiani (vuol dire secondo la predicazione di Cristo, che mise in non cale il barbarico Vecchio testamento); ma per il bene di tutti farebbero bene a rinunciare alla pretesa di condizionare la politica. Non si tratta di estromettere i cattolici dal discorso politico, ci mancherebbe. Ma sarebbe venuto il momento di dire: va bene, questo magari non piace ai cattolici, ma è giusto, e non c’è ragione di subire un condizionamento che fra l’altro è “percepito” senza fondamento; dunque, se è giusto, lo mettiamo all’ordine del giorno, lo proponiamo e, se ci sono i numeri, lo mettiamo in atto. Stesso discorso vale per il politicamente corretto boldrinesco. Ma chi è la Boldrini, adesso che non può più abusare della carica di Presidente della Camera? Niente, è soltanto una che è a rischio di fare la fine di Irene Pivetti, visto che non vuole abbandonare la scena e si aggrappa ad Asia Argento. E allora, se i cattoprogressisti non credono in Dio e sono meno potenti di quel che vorrebbero farci credere, se la Boldrini non è nessuno, che cosa ci impedisce di ragionare?

  17. Massimo Conti permalink

    E Nusquamia?

    [Nusquamia continuerà a perlustrare il mare della politichetta: al solito, sforzandosi di indicare un’alternativa, in nome delle ragioni della politica, per il primato della politica e, nella politica, per il primato della razionalità. Vasto programma…, come si dice; cioè inutile. Ma la lotta contro la nozione volgare di “utile”, per dirla tutta la demistificazione dell’aziendalismo, costituisce per l’appunto uno dei tratti caratterizzanti di Nusquamia: senza, naturalmente, niente togliere all’impegno di lotta contro la prevalenza del cretino e del politicamente corretto e contro la merda che ambisce di sedere sullo scranno.
    Naturalmente continueremo a occuparci di Curno, anche se meno assiduamente che nel passato; ma Curno continuerà a costituire, più che una pietra di paragone, la rappresentazione grottesca di una concezione della politica al servizio di interessi e ambizioni che poco hanno che fare con il bene pubblico. Del resto, perché portare la navicella in arsenale proprio adesso, quando i nodi vengono al pettine? Per esempio:
    • Seguiamo con un certo divertimento le contorsioni di Toti che oscilla tra Berlusconi e un ruolo ancora da definire, nella nuova destra egemonizzata dalla Lega salvinesca. E viene naturale domandarsi quale posizione vorrà prendere Locatelli che, immagino, intenderà proporsi come riferimento per la destra in ambito curnense.
    • Ci domandiamo se Cavagna il Giovane non possa essere tentato dal fare la mossa del cavallo, eventualmente accettando di ricevere le dritte del gatto padano il quale, se non sbaglio, gliene passò alcune, con l’esito che sappiamo, cioè nullo. E allora il gatto padano scriveva che tutti prendono sottogamba Cavagna il Giovane e magari lo mandano avanti a fare le brutte figure, però se ci fosse un po’ di giustizia…
    • Sarà interessante seguire l’evoluzione del sistema micidiale delle associazioni che a Curno sono state una formidabile catena di trasmissione del consenso elettorale. Ma siamo sicuri che sarà così in eterno? La giunta serrano-crurale è consapevole che il sistema micidiale potrebbe implodere, più che altro per l’insorgenza di fratture all’interno del sistema medesimo?
    • L’egemonia serrana sugli aziendalsimilprogressisti curnensi continuerà a farsi sentire, o assisteremo a una sua eclissi?
    N.d.Ar.]

  18. ALGIDO permalink

    La notizia è quasi contemporanea alla lettera inviata via mail alla mailing list del PD di Curno.

    Il Conti da mesi ormai non risiede a Curno e proprio per favorire il ricambio, dopo essersi spogliato del mantello delle cariche provinciali (quello già a fine 2017) a maggio si è di fatto dimesso dal circolo di Curno, dal ruolo di coordinatore.
    Come vede non stava preparandosi a nessun upgrading (o scalata) politica, ma ha semplicemente servito il partito e i suoi simpatizzanti per lo più in ambito locale in questi oltre 10 anni.
    [Non mi dica che Max Conti non nutrisse qualche speranza di spiccare il volo, quando gli fu affidata la presidenza di Bergamo Europa. Doveva essere un’impresa culturale — ‘hoc erat in Comitis votis’ — ma alla prova dei fatti l’associazione si afflosciò dopo qualche iniziativa di ambito sindacale, con l’aggravante che gli argomenti trattati riguardavano l’impiego pubblico, in una prospettiva di sua valorizzazione invece che di repressione, come pure sarebbe giusto. Il fatto è che Max Conti fu lasciato solo: la dott.ssa Serra avrebbe potuto dargli una mano, ma probabilmente aveva altre cose da fare e interessi cultural-istituzionali differenti. Eppure Max Conti ebbe un ruolo decisivo nell’eversione serrapedrettista della Giunta Gandolfi. Non sappiamo se la dott.ssa Serra sia stata semplicemente ingrata nei confronti di Max Conti o se addirittura, a un certo punto, non le sia venuto in mente di addossare la colpa di quell’operazione improvvida a Max Conti. Qualora così sia avvenuto, non esitiamo a dire che si tratterebbe di una posizione improbabile e improponibile. Le responsabilità maggiori di quell’operazione sono state della dott.ssa Serra, che ha accettato quel gioco, perché avrebbe dovuto facilitare la raccolta del consenso elettorale. Ma, a conti fatti, il gioco si rivelò inutile. La dott.ssa Serra avrebbe potuto vincere la competizione comunque, anche senza quella mossa, sbagliata soprattutto perché poco onorevole, ma anche facendo i conti sulle preferenze espresse dagli elettori. N.d.Ar.]

    Poi uno cambia interessi, si stanca, vede il progetto prendere direzioni bizzarre (non a Curno ma a livelli sopra, in primis a livello nazionale) e come è doveroso si fa da parte.
    Mi dicono che la parte in cui si è divertito di più sia stata durante la Reggenza Gandolfi, un periodo frizzante e di lotta.
    Poi cosa è rimasto delle opposizioni?
    Un Candidato Sindaco di facciata (Corti) e uno di apparato ma indigeno (Locatelli).
    [Non c’è niente di male, se si è un politico “indigeno”, come lei dice. Ma il buon politico locale educa gl’indigeni, non si mette a rimorchio delle pulsioni peggiori, quando addirittura non le sollecita, com’è accaduto nel caso della cosiddetta moschea. N.d.Ar.]

    La battaglia sulla cosiddetta moschea di cui si son perse le tracce.
    [Non è detto che non tornino all’attacco. Non dimentichiamo che esisteva il disegno, facilmente leggibile tra le righe d'”internazionalizzare” il caso della cosiddetta moschea di Curno, facendo una battaglia di cacata carta. Mentre chi di dovere, e con competenza giuridica, ragionava sulle cacate carte (poi però l’ipotesi copropapirologica venne meno per via di un verdetto della Corte costituzionale), la plebe diceva cose che non stavano né in cielo né in terra. Su un punto però avrebbero potuto battagliare allora e non lo fecero, o quantomeno lo posero in margine alla battaglia populista. Mi riferisco al problema dei parcheggi. Qui i populisti avrebbero ragione e se i similprogressisti fossero intelligenti si farebbero carico del problema e disinnescherebbero l’ordigno. N.d.Ar.]

    E dall’altra parte il Buon Governo Serra e poi Gamba diverse ma in continuità.
    [Quello che lei chiama il “buon governo della Serra” fu per noi la “tirannide serrana”, con particolare riferimento alla ferma determinazione d’imporre al popolo il verbo politicamente corretto in modalità di condivisione forzata. N.d.Ar.]

    Il completamento delle opere pubbliche (Prima la scuola, che lagher non è; ora in partenza o già partita la biblioteca; infine gli spogliatoi).
    [La megabiblioteca di Curno, come spesso le grandi opere, è una vergogna, nel migliore dei casi una testimonianza di velleitarismo provinciale. N.d.Ar.]
    Il rafforzamento dei servizi ai cittadini

    E il PD?
    A Curno è sempre andato bene, sopra la media provinciale (talvolta sopra quella nazionale anzi) a livello di voti e tessere.
    Bene ha fatto [Max Conti, s’intende: N.d.Ar.]a lasciare e a permettere un nuovo ciclo
    Sarà dimenticato velocemente, come è giusto che sia.
    Avanti così.

  19. Nastassja Kinski: supplemento

    Max Conti non poteva scegliere pagina migliore per annunciare il suo ritiro dalla vita politica, perlomeno in ambito Pd, perché questa pagina s’inizia con Nastassja Kinski, quand’era giovane, mica adesso ora che il tempo ne ha offuscato la bellezza e lei ha reagito con prese di posizione simil-femministe. Se qualcuno digitando il nome di Max Conti nella finestrella di Google, approderà a questa pagina, Max Conti non potrà che riceverne un beneficio d’immagine.
    Immediatamente successivo al film Così come sei, di Lattuada, è Tess, per la regia di Roman Polanski, che presentiamo qui sopra, come ‘bonus’.

  20. ALGIDO permalink

    A me la Kinski è piaciuta moltissimo in Paris Texas di Wim Wenders, un film cult di quando ero ggiovane.
    A lei ho comunque preferito, per altri motivi, il padre, insopportabile ed eccessivo attore feticcio di Werner Herzog, regista altrettanto estremo che ho amato
    Tra tutti direi Aguirre al suo top.
    [Bene Aguirre, ma non dimentichiamo Fitzcarraldo. N.d.Ar.]

  21. Meglio Ilaria Bifarini o Claudio «Aquilini» Borghi?

    Ilaria Bifarini sarebbe un’economista neokeynesiana (mah… Keynes era però una persona seria, e le sue inclinazioni sessuali non c’interessano), è bocconiana, ha scritto un libro con prefazione del putiniano Giulietto Chiesa (ed è tutto dire), è vicina alla lobby di ‘Scenari economici’ (quella che aveva lanciato il piano “B” di Savona), non concede niente alla razionalità, anzi è asseverativa senza vergognarsene, nonostante l’accento sia quello di Verdone a colloquio con la nonna, la meravigliosa sora Lella (altro che quella vecchia baldracca della sciura Rusina). Nella sua oracolarità supera (forse) lo stesso Claudio «Aquilini» Borghi, già consulente finanziario dei brianzoli che investono in quadri, oggi economista di riferimento della Lega nord.
    Ma Giorgetti, che non è uno stupido, e che a parte la disdicevole laurea bocconiana, qualcosa capisce di economia, anzi è fin troppo sveglio — peccato però che lo sia soltanto pro domo sua — che cosa ne pensa?
    La farsa è troppo, se proprio dobbiamo morire, dateci la tragedia! Una morte dignitosa, almeno quello!

  22. La gatta zabetta, i suoi servizi di “intelligence” (oh yeah!) e la pratica della disinformazione
    Precisazione

    In un commento precedente, con riferimento alla notizia del cambio della guardia nella sezione del Pd di Curno, facevo la previsione che una nota “zabetta” curnense avrebbe avuto qualcosa da dire. Scrivevo infatti: «Spero soltanto che, in tal caso, la circostanza non provochi un travaso di bile in alcune note “zabette” (vocabolo regionale sett., ma registrato nei dizionari), come le vecchie “senza mai figli, senza più voglie” della canzone di De André, facili all’odio e alla calunnia, impenetrabili all’ironia».
    Non avevo fatto il nome del gatto padano, e non nascondo che proprio a lui mi riferivo. Il gatto padano, ovviamente si riconosce immediatamente nel bozzetto ed essendo molto prevedibile, prende cappello, così nel numero 866 del suo diario scrive che «tutto preso a zabettare sulle divisioni coniugali altrui [Aristide] ha dimenticato di pagare i diritti di riproduzione delle carte della Biblioteca Angelo May».
    Prima di venire al dunque, mettiamo in chiaro:
    a) non ho evaso alcun pagamento dovuto, a norma di cacata carta, alla Biblioteca Angelo Mai, perché la pertinenza a norma di cacata carta di quanto afferma il gatto è un’invenzione del gatto medesimo, il quale, ancora una volta, ha indossato la maschera a lui abituale di delatore, credendo di essere una sorta di Pecorelli padano (ma, come abbiamo già scritto, Pecorelli aveva una dimensione tragica, laddove quella del gatto padano è soltanto farsesca);
    b) Angelo Mai si scrive “Angelo Mai”, con la “i” semplice o tutt’al più con la “j”. Oddio, secondo il prof. Marco Cimmino scrivere “Maj” sarebbe gravissimo (se proprio vogliamo usare un’espressione cara alla dott.ssa Serra): noi saremmo un po’ meno rigidi, ma poco importa; si veda comunque quanto ha scritto Cimmino nell’articolo Angelo Mai e quel cognome storpiato nella via a lui dedicata. In ogni caso scrivere May, come fa il gatto padano, e non è la prima volta che scrive così, è una buzzurrata.

    Ciò premesso, veniamo al dunque. Riduco all’osso l’argomentazione: su Nusquamia non mi sono occupato genericamente di «divisioni coniugali altrui» ma di un caso di stalking uxorio, qualcosa di più di una «divisione», che ha avuto vasta risonanza sui giornali. Questo caso riguardava un politico curnense — che il gatto padano non ha nominato e che neanche io nominerò — il quale mi usò la cortesia di denunciarmi due volte, ed entrambe le volte sono stato assolto. Quel politico locale, in entrambi i casi, portò un dissenso politico sul piano personale, sostenendo che io ho offendevo la sua reputazione: usò la denuncia come succedaneo della dialettica. Quando mi interessai del caso di stalking uxorio sapevo di essere stato denunciato dall’innominato ma ancora non conoscevo i tre punti che il pubblico ministero avrebbe enucleati dalla denuncia. Dunque avevo la necessità di approfondire la psicologia del denunciante, tanto più che, di là dalla psicologia, lo stalking uxorio poteva porsi in relazione con casi di stalking politico, più volte documentati su Nusquamia. Perciò presenziai alle udienze di quel caso giudiziario, che sono pubbliche, e quella partecipazione non può essere messa sullo stesso piano di un prestare orecchio a chiacchiere di paese. Appuntai quindi su Nusquamia, più che altro riportando articoli di giornale, quanto eventualmente avrebbe potuto essermi utile nella stesura di un mio piano di difesa dall’accusa di avere attentato alla reputazione dell’innominato. O non dovevo pensare a una mia difesa? Quando poi ebbi modo di leggere i capi d’imputazione enucleati dal pubblico ministero, vidi che quanto avevo appuntato su Nusquamia, relativamente allo stalking uxorio, poteva essere trascurato; perciò stesi il piano di difesa utilizzando altro materiale, anch’esso diligentemente appuntato su Nusquamia che, non dimentichiamolo, è un diario, ancorché pubblico, e un diario dev’essere utile. Ho tutelato il mio interesse, a fronte di un’accusa rivelatasi infondata: ho fatto male?
    Questo avevo da dire. Il gatto padano che a suo tempo, occupandosi del mio coinvolgimento in sede giudiziaria, voleva saperne di più (ma non mi sono lamentato del suo interesse, mi sono limitato a dirgli: marameo!), teoricamente dovrebbe essere contento: o no? Penso proprio di no, lui vorrà cincischiarci, magari lo sentiremo dire che “pretende spiegazioni”. Sappia che nessuna spiegazione gli è dovuta, gli rinnoviamo l’invito a occuparsi del suo specifico, cioè delle cacate carte (possibilmente senza inventarsene di nuove e individuandone correttamente il campo di applicazione: già, ma la specialità del gatto è proprio questa, ragionare in termini di cacata carta, per giunta farlocca) e a non rompere gli zebedei a chi ha studiato latino e greco, tanto più che gli agrimensori ci lasciano le penne; constatiamo infine che come avvocato dell’innominato è una frana. Secondo noi lo stesso innominato che a suo tempo si lasciò sfuggire notizie relative agli sviluppi della sua denuncia, alla quale sarebbe seguita la mia assoluzione (in due occasioni il gatto padano asserì di essere venuto a conoscenza di notizie in merito, chissà come), oggi farebbe bene a ritirare la fiducia riposta in questo poco probabile causidico (probabile, nel significato di “degno di approvazione”) .

  23. ALGIDO permalink

    Che faccio?
    Resto nel Blog? Allora parliamo di pensioni.
    [Ho sempre pubblicato tutti gl’interventi tranne, da un certo punto in poi, quelli del gatto padano, con la seguente motivazione: per manifesta indegnità morale. N.d.Ar.]

    A me la riforma Fornero non piace ma almeno mi dava la certezza di percepire una pensione proporzionata al versamento in un sistema in equilibrio che è stato già in passato minato da 2 fattori:
    1) L’assorbimento del fondo previdenziale dei dirigenti in perdita di 1 miliardo annuo
    2) l’assorbimento del fondo previdenziale dei dipendenti pubblici in perdita di almeno 5
    Di per sè l’INPS generava un avanzo.
    Ora c’è da sapere che pur essendo noi contribuenti INPS non appartenenti a queste due categorie siamo chiamati a pagarne i debiti (e quindi la pensione) senza che questi si sentano in dovere di allinearsi elle nostre più restrittive regole.
    Ora l’abolizione della Fornero…
    [Se c’è qualcosa che non va, chiamiamolo “A” (per esempio l’Europa, l’euro, l’impiego pubblico, il business degl’immigrati ecc.), dove sta scritto che il rimedio ad “A” si la costruzione di –A, o 1/A? Chiunque abbia un minimo di consuetudine con il pensiero razionale, per propensione naturale o per studi ben assimilati (non basta avere un pezzo di cacata carta che certifichi lo studio) sa che non è così. Per esempio, all’Europa delle leziose bandierine agitate da MarcoBattaglia e alla mistica dell’Erasmus si opporrà un’idea dell’Europa ricuperata dal Manifesto di Ventotene, secondo le intuizioni di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, opportunamente rivisitate alla luce della nuova complessità del sistema, del mutato assetto geopolitico ecc. Dunque merda all’Europa degli eurotecnoburocrati, della mistica dell’Erasmus e dei giovanottini in carriera, sì all’Europa come potenza continentale per la difesa di una civiltà che scaturisce dall’incontro della cultura grecolatina con la tradizione cristiana: la quale, per dirla tutta, diventa una grande tradizione quando abbraccia la cultura grecolatina; così mentre i cristiani primitivi (non così distanti dai talebani islamici di oggidì) tenevano in gran sospetto Aristotele, questi fu poi assunto da un Padre della Chiesa, san Tommaso, come un riferimento imprescindibile, per la stessa teologia cristiana. Merda anche alla mistica dell’euro che puzza di scorreggia labronica e mortadella felsinea, e che va spogliato della retorica e disinfettato dall’impostura (largamente coincidenti), restituito a un valore d’uso decente e conveniente. Parimenti una giusta repressione nei confronti dell’impiego pubblico non significa l’abolizione dell’impiego pubblico. E il business degl’immigrati dovrebbe essere stroncato, se non altro per levare il terreno sotto i piedi dei populisti, ma questo non significa indire la caccia grossa all’immigrato. Ecc. N.d.Ar.]

    Intanto si è visto che per una riduzione significativa degli anni di lavoro diventa notevole la decurtazione dell’assegno (fino a oltre il 30%; se percepivo 1300 Euro di pensione finirà che ne piglierò 900 circa, per intenderci). questo però non basta e si genere un buco di (dicono) 100 Miliardi su un lungo orizzonte di tempo?
    Chi paga?
    Ma ovvio tutti quelli che hanno meno di 55 anni, perché da qualche parte i soldi dovranno pure arrivare..
    Quindi noi paghiamo [le seguenti categorie: voleva dire questo? N.d.Ar.]:
    — I Baby pensionati (in pensione anche a 36 anni di età, io ho una zia in questa condizione)
    — I pensionati tarocchi (sopratutto pubblici dirigenti, con scatto di crescita a pochi giorni dalla pensione) ad esempio sei colonnello e a 1 mese dalla pensione diventi generale percependone la pensione.
    — I dipendenti pubblici (cui mai la pensione era proporzionata ai contributi)

    Adesso abbiamo elettori che beneficerebbero della riforma Salvini
    L’identikit è lavoratore precoce del nord con bassa scolarizzazione (massimo scuole superiori).
    Del Nord perchè non abbiamo di solito buchi contributivi.
    Insomma, per accontentare una fetta di elettori si scassa (un’altra volta) il sistema.
    La Fornero era tremenda, ma ormai ci si stava abituando e sopratutto il messaggio era.
    [Come dicevo sopra, bisognava, caso per caso, riformare la Fornero, ma non inventarsi populisticamente una (Fornero)*–1, cioè una Fornero elevata alla meno 1, una Fornero invertita. Ma i populisti ragionano così, invertendo. Così fanno a meno di ragionare. Anche perché se si dovesse ragionare, casca l’asino. Ciò premesso, non dimentichiamo tuttavia le gravissime colpe della similsinistra nell’insorgenza del populismo. Sia perché la stessa similsinistra da parecchi anni ormai giocava pericolosamente con il populismo. Non così la sinistra scientifico-marxista che però è stata marginale, per poi scomparire del tutto. Quella era sinistra, in senso proprio, così come sarebbe sinistra un partito laburista d’impronta scientifica, di là da venire e ovviamente non egemonizzato dai cattoprogressisti. Non dimentichiamo la “ggente” di Santoro, di Curzi e di Chiara Ingrao, le mattane della cattofemminista ed ex suora Adriana Zarri, e Renzi con la sua “rottamazione”: un argomento, quello della rottamazione, che individuammo immediatamente come foriero di disgrazia e che ci indusse a tessere l’elogio di Bersani, che pure aveva i suoi limiti, ma non era un mostro. Hanno seminato vento, per poi raccogliere tempesta. Aggiunga che certi personaggi come la Boldrina e la dott.ssa Serra hanno esasperato gli animi, e che sarebbe stato dovere dei dirigenti del Pd prenderne le distanze. N.d.Ar.]

    [La Fornero diceva]: mangerai in proporzione al versato. Ti responsabilizzava. Adesso si torna al vecchio sistema con i cittadini totalmente de responsabilizzati.
    Del reddito di cittadinanza si parla un’altra volta

  24. Nemico politico o nemico personale?

    Se un soggetto A (per esempio, un agrimensore) in contrasto politico con un soggetto B (per esempio, uno che ha studiato latino e greco) porta il contrasto dal piano dialettico a quello giudiziario, e denuncia il soggetto B perché B sia sottoposto a giudizio penale, in quanto B avrebbe attentato alla reputazione di A, il contenzioso da politico diventa personale. Dunque B riconosce in A un avversario personale. Se tale opinione è confortata da un’assoluzione, a conclusione dell’iter giudiziario, l’opinione di B diventa un giudizio fondato. Se poi A denuncia una seconda volta B, sentendosi ancora offeso nella sua reputazione, e B è parimenti assolto una seconda volta, non sarà alieno pensare che A sia un avversario personale di B, non una, ma due volte.
    Il fatto che B riconosca in A un avversario personale non impedisce che B, che ha studiato latino e greco ed è un discepolo della mandria di Epicuro (Hor., Epist., I, 4, 10) possa conservare imperturbabilità nell’animo e sulle labbra il sorriso della ragione illuministica, quella (si parva licet…) che Diderot raccomandava al pittore van Loo che ne eseguiva il ritratto.

  25. ALGIDO permalink

    Non sono sicuro di aver capito il suo post.
    [Cioè, i miei commenti al suo post, immagino. Volevano essere un’apologia delle ragioni della politica e un accenno agli errori della similsinistra che hanno aperto la strada al populismo di destra (io lo chiamo così, se non dispiace). Non basta dire, “Sì, abbiamo sbagliato”, e poi cambiare discorso. Come dire, sì abbiamo sbagliato, però punto e basta e non m’interessa. Bisogna analizzare gli errori, dire quali fossero e perché si fosse imboccata la strada sbagliata. A mio modo di vedere occorre tributare il giusto onore ai principi di razionalità, di responsabilità, di competenza specifica e di sistema. Occorre più che mai ragionare per modelli, deporre il cazzeggio giuridico e, per dirla tutta, bandire la retorica dal processo decisionale, come del resto è bandita nella ricerca scientifica. Naturalmente ogni età ha la sua retorica. Quando Carlo Emilio Gadda scriveva quel suo meraviglioso racconto, ‘San Giorgio in casa Brocchi’, la retorica era ancora quella degli ‘Officia’ di Cicerone («Cicerone è… una gallina piena di idee morali…» dice il Penella), oggi è fondamentalmente quella dell’aziendalismo, della sopraffazione ammantata dei nuovi “valori”, in realtà disvalori, come la determinazione ecc. N.d.Ar.]

    Per capire la caratura (pericolosa) di questa nuova classe politica basti pensare che per l’80% la riforma Fornero cancellata giova a lavoratori poco scolarizzati del nord (diciamo precoci) e quindi tagliando la fetta grossa interessa alla Lega; e che il reddito di cittadinanza invece interessa giù. Basti leggere la proiezione pubblicata dal Sole 24 ore 3 gg fa: il 31% dei potenziali percettore è residente in Campania (vicini all’amico Giggino il condonatore degli abusi edilizi di necessità).

    Ma quel che è peggio è il contratto di Governo. Prima uno mediava ma il programma era uno, adesso è la somma di due, se tu ottieni A (la Fornero declassata) a me spetta B. Conti o non conti.
    [C’è la mistica del contratto, certo. E noi “intellettuali” rompiballe siamo qui per demistificare, appunto. Demistifichiamo la mistica del contratto, come abbiamo demistificato la mistica della cacata carta, la mistica istituzionale, la mistica delle “mani pulite”, la mistica dell’euro, la mistica dell’Erasmus, la mistica delle associazioni, la mistica dei nuovi diritti ecc. È tutta una vita che demistifichiamo, e non ci stancheremo mai di demistificare. Dunque spernacchiamo la mistica del contratto, ma teniamoci pronti a spernacchiare qualunque mistica, da qualunque parte essa nasca. N.d.Ar.]

    A me pare una follia, ma leggere che se sul contratto di Governo un argomento etico (non ricordo quale) non c’era allora non aveva diritto a essere discusso ame pare una cagata [preferirei “cacata”: N.d.Ar.]. Oppure la prescrizione lunga c’è e allora si fa anche se malfatta.
    [Questi populisti sono dei poveretti. Non si sa se piangere o ridere, quando li si sente parlare. Mi ricordano certi sottoproletari del brutto tempo che fu, diplomati ignoranti come capre, catapultati all’Università grazie alla riforma del ministro Misàsi: pretendevano di parlare di politica senza sapere e senza capire niente, avevano sentito in qualche assemblea la parola “reazionario” e pensavano che significasse “rivoluzionario”, e in questo senso la usavano. Parlo di un caso reale: così sentii dire da uno con una faccia che faceva paura, in casa di una ragioniera che studiava filosofia, ma che almeno era bbona. N.d.Ar.]

    Cadremo in basso e sarà dura rialzarsi
    [Beh, esiste anche l’eterogenesi dei fini: non potendo pensare a una resipiscenza dei governanti, speriamo nel caso. Vedi quella fatalona di Virginia Raggi che, per farci dimenticare tante brutte cose, delle quali lei e solo lei è responsabile, affronta il potere minaccioso dei Casamonica. Noi non dimentichiamo le cose brutte di Virgina Raggi, ma siamo solidali con lei quando reprime la malavita organizzata e ne subisce le minacce, come abbiamo appena sentito dai notiziari. N.d.Ar.]

  26. Questo è politicamente corretto, dunque subite senza fiatare. Basta, punto, non m’interessa!
    Angela Finocchiaro: «Gli uomini sono tutti dei pezzi di merda, soprattutto il tuo papà»


    Per vedere la Finocchiaro che impersona la fatina buona, invisibile e politicamente corretta, fare clic sull’immagine.

    Angela Finocchiaro impersona la “fatina invisibile” che dialoga con un gruppo di bambine. Questa scenetta, il cui contenuto non commentiamo, è andata in onda il 14 novembre 2018 su Raitre, in prima serata, nel corso di una puntata del programma La Tv delle Ragazze. Ecco il dialogo politicamente corretto:

    BAMBINA – Ma davvero sei una fata?
    FINOCCHIARO: Sì! Sono la fata dei giardinetti in mezzo al traffico!
    BAMB – Che bello! Perché parli con noi? Perché ti sentiamo? Perché non ti vediamo?
    FINOC – Perché devo dirvi una cosa molto importante…
    BAMB – Come la Madonna ai pastorelli di Fatima?
    FINOC – Eh, tipo!
    BAMB – Che cos’è la cosa così importante?
    FINOC – Bambine, ricordatevi sempre che gli uomini sono pezzi di merda
    BAMB – Anche il mio papà?
    FINOC – Soprattutto il tuo papà

    I lettori sono pregati di subire senza fiatare. La Boldrina vi vede. Tutti fermi e tutti zitti, ché se vi vede la Boldrina, siete tutti fritti. E se siete a Curno, c’è chi vi osserva per conto della Boldrina, o anche per iniziativa autonoma (sono gli “autoconvocati” del politicamente corretto).

  27. Politicamente scorretto
    Il tubero solanaceo è stato evocato a sproposito


    Per leggere la notizia, fare clic sull’immagine.

    Pietro Senaldi, direttore di Libero, si difende così: «I politici possono dare delle puttane ai giornalisti ma i giornalisti non possono dire “patata bollente” che secondo la lingua italiana significa grana [nel senso di episodio o incidente spiacevole: N.d.Ar.] e non donna poco di buono». In realtà “patata” avrebbe anche un altro significato, nell’italiano colloquiale, quel che a Bergamo (e non solo a Bergamo) si dice (anche) “prugna”. Ma il problema della bilancia che pende dalla parte dei politici rimane: pendeva ieri, quando Guareschi fu condannato per la vignetta su Einaudi, e per aver poi pubblicato una polpetta avvelenata secondo cui De Gasperi avrebbe auspicato il bombardamento dell’Italia da parte degli angloamericani, andò in carcere; oggi, con i grilleschi (vedi Di Maio, vedi Rocco Casalino) e i salvineschi (vedi l’invasione di opinionisti e sedicenti economisti vicini alla lobby “Scenari economici” e collegati alla Link Campus University, alla quale è vicinissimo anche Di Maio: spuntano da ogni parte, come funghi) in altra maniera.

    • ALGIDO permalink

      Francamente non sono molto lieto della condanna.
      In primis Libero (in particolare il sito web) scrive di peggio.
      [Vero. Osservo però che, se la linea di difesa adottata da Libero è stata quella di dire che “patata bollente” vuol dire “una grana, cioè un evento fastidioso”, ebbene, hanno voluto fare i furbi. E hanno finito per indispettire il giudice. Dovevano rivendicare il diritto alla satira e dimostrare, allegando pubbliche dichiarazioni di Salvini e Di Maio, che quella sorta di linguaggio è ormai sdoganato, come si dice, ai massimi livelli istituzionali. N.d.Ar.]

      [Libero] ha scelto una linea (incensare Salvini e sputtanare tutti gli altri, con l’eccezione di Giorgia Meloni) e la porta avanti. A qualsiasi prezzo, quali che siano i reali contenuti degli articoli.
      In secondo Luogo il M5Stelle pretende di fare la lezione a chiunque e copre d’insulti tutti nella totale impunità, citando come pretesto la libertà di espressione. Trova sponde in alcuni giornalisti compiacenti (vedi Marco Travaglio, ormai insopportabilmente issato sulla sedia gestatoria a pontificare) e non rettifica mai quando sbaglia.
      In secondo [terzo, N.d.Ar.] luogo più che offensivo a me è parso un titolo umoristico, lieve e gradevole. Che dire delle richieste di dimissioni e di incriminazione di Mattarella quando esitava a dare l’incarico?
      Vi ricordate la finta (montata da siti esteri non riconoscibili e forse creati alla bisogna [sono gli Web filosofi di scuola putiniana: N.d.Ar.]) campagna di indignazione inventata contro Mattarella? Metodi già visti, in Russia, negli USA pro Tump e in ultimo nella liberalissima Arabia Saudita. Che vomito
      [A proposito di metodi scorretti, faccio presente che sul Foglio di oggi 26 novembre 2018 si legge un articolo che s’intitola, appunto ‘Contro il metodo Travaglio’. L’articolo si articola in ben quattro pagine ed è di un’intelligenza degna della migliore tradizione pamphlettistica, della quale, ahimè si è perso il gusto, e la capacità di farla (ci vuole sottigliezza d’ingegno e cultura). In breve, pur non essendo Travaglio ai livelli infimi del gatto padano, e a dire il vero non essendo nemmeno un falsario, gli si rimprovera la violenza del linguaggio, l’ansia giustizialista e una concezione delatoria del mestiere di giornalista. Uno degli autori di questo articolo-inchiesta è Luigi Manconi, uno dei pochi sociologi seri viventi. N.d.Ar.]

  28. Avvocati ed economisti del “cambiamento”: mamma mia!
    L’avvocato degl’italiani è dunque l’Azzeccagarbugli degl’italiani?

    Diceva Carlo Cattaneo: meno avvocati, più fisici e ingegneri. Si dirà che però c’è avvocato e avvocato, ed è vero. Ma gli azzeccagarbugli no, per carità gli azzeccagarbugli no! Vedi il filmato qui sopra.
    Comunque, andiamoci piano anche con gli economisti, soprattutto quelli salvineschi e grilleschi. Già la scienza economica è pochissimo una scienza: sia detto con il dovuto rispetto per mia madre, che era laureata in Scienze economiche. Ma si era laureata con il prof. Oddone Fantini, teorico dell’economia corporativa [*] e maestro di quel Federico Caffé che da un certo punto in poi, a differenza dei bocconiani, cominciò a vergognarsi dell’impostura economicistica e cominciò a scrivere sul Manifesto; quindi sistemò alcune sue pendenze di famiglia, pianificò la propria scomparsa e scomparve davvero: un gesto meraviglioso. Era un economista rispettabile, lui, come lo era Alberto Beneduce, colui che per incarico di Mussolini fondò l’Iri (Istituto di Ricostruzione industriale), per «proteggere il lavoro italiano dalla speculazione finanziaria internazionale», padre di Idea Nuova Socialista, che andrà sposa a Enrico Cuccia. Mi fanno ridere i grilleschi che s’improvvisano keynesiani e, dopo la tragedia di Genova, hanno parlato di un piano di nazionalizzazioni. Non sarei contrario, in nome del socialismo scientifico: ma “scientifico”, appunto. Non ho mai cessato di esecrare Prodi che commise il crimine di svendere l’Iri in modalità di spezzatino, cioè deprezzandone il valore, e mandando a remengo un patrimonio che doveva continuare ad essere a disposizione degl’italiani. E se qualcosa — anzi, molto — non andava nell’Iri, bisognave prendere la frusta e farlo funzionare, perché l’Iri fosse quello che aveva progettato Beneduce. Ma senza uomini come Beneduce (che prima di essere un economista era un matematico) che cosa pensano di fare? Ma veramente pensano che un Claudio «Aquilini» Borghi possa svolgere il ruolo di Beneduce in un piano di nazionalizzazioni?
    In un commento precedente mi sono soffermato sulle prestazioni penose di tale Ilaria Bifarini, economista bocconiana e neokeynesiana (convertita sulla via di Damasco?) vicina alla lobby di “Scenari economici”. In generale tutti gli economisti del minestrone composto da salvineschi, grilleschi, lobbysti putiniani e il collegato di “Scenari economici”, Link Campus Univerity, servizi segreti deviati ecc. sono a livelli di competenza e intelligenza per dir poco indecorosi. Gli unici intelligenti in questo minestrone sono Paolo Savona e Antonio Maria Rinaldi (quest’ultimo, allievo di Savona, è ospite onnipresente nei programmi di chiacchiericcio televisivo) i quali, immagino, stando dalla parte dei dilettanti allo sbaraglio, hanno un piano segreto tutto loro, che non ci vogliono dire. E non vedo perché dovremmo fidarci di un piano segreto che, in ogni caso, per essere attuato, postulerebbe un colpo di Stato e l’immediata estromissione dalla stanza dei bottoni dei dilettanti allo sbaraglio. A proposito di questi, si veda il meraviglioso editoriale di Mattia Feltri sulla Stampa del 24 novembre 2018, col titolo Questo lo dice lei:

    Eccola, finalmente, la frase che spiega tutto: «Questo lo dice lei». Succede che Piercarlo Padoan – reso fortemente sospetto da un curriculum che lo testimonia direttore per l’Italia del Fondo monetario, vicesegretario dell’Organizzazione per lo sviluppo economico, titolare di una mezza dozzina di cattedre fra Roma, Bruxelles e Tokio e, ulteriore aggravante, ministro dell’Economia dei governi di Renzi e Gentiloni – stia spiegando al sottosegretario Laura Castelli (cinque stelle) che se lo spread aumenta, saliranno gli interessi sui mutui, su quelli a tasso variabile e soprattutto su quelli nuovi. E la nostra vivace Laura castelli non ha un tremore: «Questo lo dice lei». Partita chiusa. […] «Questo lo dice lei» è la soluzione di tutto. Per esempio, il professore vi boccia perché non sapete che il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti? «Questo lo dice lei».

    Ecco, noi non siamo appassionati di Piercarlo Padoan, ma sopportare gli svarioni di Laura Castelli, Sottosegretario grillesco al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ragioniera, e oltre a ciò economista-aziendalista certificata, a norma di cacata carta, da un titolo di laurea “magistrale” (la chiamano così: merda!), è veramente troppo, anche, e soprattutto, per noi che abbiamo studiato latino e greco.

    Vien da dire “Arridatece er Puzzone!”, cioè Renzi. E, soprattutto, arridatece Maria Elena Boschi che è bella, intelligente e preparata.

    ………………………………………………..
    [*] Il gatto padano a questo punto vorrà sapere il titolo della dissertazione di laurea. Non glielo dico. Si occupi di cacate carte, che sono il suo specifico, e, a tempo perso, faccia l’azzeccagarbugli zabettone, visto che gli piace tanto; dica pure “Esigo spiegazioni!”. Non ha titolo per esigere un bel niente, soprattutto quello di agrimensore non è titolo sufficiente. Se ne faccia una ragione.

    • Uno scampolo di astuzia contadina
      Esigo spiegazioni!

      — Sai, compare contadino? Mercoledì scorso, quando la Cesira era al mercato per vendere le uova, ho visto la Pina che usciva dalla casa del Bertoldo.
      — Davvero? Ma la Pina non è quella che fa le iniezioni?
      — Sì, ma perché è andata a fare le iniezioni quando la Cesira non c’era? Mi sa che la Pina ha iniettato a Bertoldo un liquido, ma ne ha preso un altro.
      — Come, dove? Eh, eh… Questa sera all’osteria raccontiamo la cosa, e chiediamo spiegazioni.
      — Come no? Poi, magari, anche la spiegazione della spiegazione.
      — Eh, eh. Contadino: scarpe grosse e cervello fino.
      [Qualche volta, come in questo caso, anche figlio ’e ’ntrocchia. Non sempre, però: N.d.Ar.]

  29. Una canzone che non piacerà ai cattoprogressisti
    Perché i cattolici che non credono in Dio sono pericolosi per la società

    Avevamo presentato questa canzone — Les trois cloches — sotto Pasqua (nel 2016), nella stessa interpretazione (Les compagnons de la chanson con Edith Piaf), in un video registrato dal vivo. Adesso che siamo sotto Natale 2018 ci pare opportuno ripresentarla in un’altra cornice, che riteniamo più suggestiva. Infatti se il video precedente (vedi Claudia Koll contro la pornografia dell’immagine, che non è soltanto quella del corpo) poteva dirsi vecchio, ed Edith Piaf appariva un po’ malconcia, questo invece ci restituisce le sole voci in un’atmosfera antica, evocata dal piatto di riproduzione di un disco in bachelite (neanche in vinile) a 78 giri. Un’atmosfera antica, cioè nobile: si veda la definizione nel Thesaurus dello Stephanus-Gesner, alla voce Antiquus, § 3.

    Proviamo a spiegare perché a nostro avviso, a naso, questa canzone non dovrebbe piacere ai cattoprogressisti. Ai cattoprogressisti piace ricuperare il Vecchio testamento, nonostante la sua barbarie, lontana dall’umanesimo cristiano, perché così si avvicinano ai protestanti e finalmente, calando la Chiesa cattolica le brache davanti ai protestanti, ministri del sacro (di quel che resta del sacro) saranno le donne; piace loro, da pazzi, il partito di Al-Fatah, così fanno un dispetto a Israele, con il quale la parte peggiore dei cristiani ha un antico contenzioso; in pratica, del sacro i cattoprogressisti non sanno che farsene, anzi il sacro è da loro considerato una palla al piede, un’inutile distrazione dai loro interessi autentici, che per lo più sono la pace e il sociale; e neanche tutto il sociale, i cattoprogressisti hanno a cuore soprattutto gl’immigrati, la droga, il preservativo e gli Lgbt. Ed è così che poi Salvini fa il pieno di voti.
    Premesso che siamo anche noi per la pace e per un lavoro concreto per la pace, il che significa individuare quanto meno gl’interessi strutturali che promuovono le guerre e sviluppare un’azione di annientamento, se possibile (non è sempre possibile), contenimento e repressione di quegli interessi, e che il cammino per la pace richiede più intelligenza che geremiadi politicamente corrette. Premesso che siamo per il contenimento delle malattie infettive trasmissibili sessualmente, ma che non per questo siamo adoratori del dio preservativo, come il “prete di strada” genovese, don Gallo. Premesso che riteniamo doveroso affrontare il problema sia degli immigrati residenti stabilmente in Italia, anche se non a norma di cacata carta, sia di quelli che ancora vogliono approdare in Italia, e che il modo di operare di Salvini, che guarda al portafoglio elettorale, ci fa orrore. Premesso che siamo contrari alla droga e favorevoli a un’azione di repressione del traffico, e gestione intelligente del problema. Premesso che i nuovi diritti degli Lgbt ci paiono perlopiù un falso problema, che tale è diventato solo perché agito mediaticamente. Premesso tutto quello che si può premettere, perché qualche gaglioffo non metta sul nostro conto cose che non ci siamo mai sognati di dire o, peggio, di fare, rimane il fatto che i cattoprogresisti ignorano sistematicamente la dimensione del sacro e quella della solitudine dell’uomo.
    Eppure gli uomini hanno bisogno del sacro, hanno bisogno di un conforto che non sia soltanto un conforto politicamente corretto: la paura della morte, che secondo Epicuro (e Lucrezio, poi) costituisce il fondamento stesso della religione, oggi non è per niente scemata, anzi si è accresciuta a dismisura: in una società che ha voluto dare un prezzo a tutto, basata sul consumismo, e che ha voluto trattare come irrilevante, o inesistente, ciò che non ha un prezzo (perché non si può acquistare o vendere) la morte è diventata un tabù innominabile, e proprio per questo la paura della morte si è fatta sempre grande, enorme e, per così dire, “primitiva”. La morte c’è, comunque; l’aspettativa e, spesso, la paura di un’altra vita esistono, angosciano e non c’è più la religione che, dopo aver strumentalizzato la paura (così dice Epicuro), tuttavia ha saputo sedarla e irreggimentarla, come ha fatto il cristianesimo (che al tempo di Epicuro non esisteva).
    Il sacro ha dato un senso alla vita degli uomini, praticamente da sempre; da noi era amministrato dalla Chiesa che, fra l’altro, ha avuto l’intelligenza d’inglobare molto della civiltà greco-romana, quando il cristianesimo è uscito dalla sua dimensione talebanica. Però se papa Francesco dice “Ma io chi sono per giudicare?”, se i sacerdoti non sono più i ministri del sacro ma operatori sociali, animatori di circoli sedicenti cristiani, e spesso più che “animatori”, “animati”, forse che per questo la domanda del sacro viene meno? No, la domanda rimane, solo che non ricevendo più risposta da parte della Chiesa, viene “gestita” da impostori ignoranti come capre, anche quando hanno dato alla loro struttura di captazione dell’angoscia umana una dimensione aziendalista. Avviene così che l’ansia del sacro, che occasionalmente aveva promosso il cammino della civiltà, faccia oggi regredire gli uomini (e le donne, anche gli Lgbt), almeno sotto questo rispetto, al livello degli abitanti della foresta pluviale, quelli descritti da Conrad in Cuore di tenebra. Anzi, peggio ancora. Non trovando una risposta civile, regrediscono a livelli primitivi, peggio del “selvaggio” che in un racconto di Herbert George Wells era stato portato a Londra ed era diventato il sorvegliante di un grosso alternatore per la produzione di energia elettrica, e quell’alternatore era diventato il suo Dio, rumoroso e terribile. La paura del vuoto e la solitudine interiore, che nessun appecoramento aziendale o politico potrà cancellare, spinge gli ometti nelle mani degl’impostori, dei guru, o dei coach, come oggi piace chiamarli. Secondo l’Espresso in Italia sarebbero circa un milione coloro che sono stati truffati da questo o quel falso profeta, o personaggio a vario titolo “carismatico”. Alcuni sporgono denuncia, i più si vergognano di andare a raccontare la loro coglionaggine, molti rimangono schiavi per sempre del manipolatore, anche dopo il dissidio. Potrebbe aiutare a impostare il discorso una rilettura del Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de la Boétie.

    Ecco, nella canzone che presentiamo qui sopra, c’è il senso del sacro, un sacro popolare ma non populista: narra della vita di un uomo scandita dal suono della campana della vecchia chiesa nel villaggio di un fondovalle svizzero. Scrivevo due anni fa che la canzone «ricorda i momenti fondamentali, “di passaggio”, della vita di Jean-François Nicot: la nascita, il matrimonio, la morte». Ed è evidente che la chiesa del villaggio è qualcosa di più di un luogo dove si amministrano pratiche a norma di cacata carta, la chiesa di mattoni vuol dire la Chiesa e la Chiesa vuol dire un’istituzione che ha a cuore l’uomo nella sua dimensione spirituale: chi sono, perché sono venuto al mondo, che cosa ci sarà dopo la morte, ci sarà un premio o una punizione per come ho vissuto questa vita? La chiesa in mattoni vuol dire religione, una religione in questo caso evoluta (non quella dei cattoprogressisti, non quella degli aziendalisti); la religione vuol dire un Dio che, se è il Dio dei cristiani (quelli veri), chiede agli uomini di vivere secondo la morale naturale, che è il modo migliore di vivere: secondo natura, appunto.
    Dico questo pur essendo agnostico, ma nella convinzione che «gli uomini hanno bisogno di Dio» e che «se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo», come diceva Voltaire.

    Concludevo quel mio articoletto del 2016 con una domanda e un’osservazione (politicamente scorretta): «Ma di dove tirava tutta questa voce, meravigliosa, quello scricciolo di Edith Piaf? Era anche una mangiatrice d’uomini».

  30. Monica permalink

    Roberto Vecchioni cita Marco Aurelio Antonino in piazza Vecchia:

    [Bello, veramente bello questo discorso di Vecchioni, scevro di retorica istituzionale, nonostante la presenza delle autorità, senza burbanzoso tono oracolare, senza tromboneggiare, ma all’insegna di quel che in inglese si chiama ‘understatement’, in latino ‘deminutio’ e in greco τᾰπείνωσις (‘tapeínōsis’, cioè “abbassamento”), e che in italiano faremmo bene a chiamare “tapinòsi”. Ed è anche bella, quasi commovente, la canzone. Ma soprattutto, è bellissimo il riferimento alla lezione degli antichi, anche perché fatto nella sede più opportuna, con buona pace degli aziendalisti e dei sostenitori della scuola-lavoro che nelle intenzioni di questi sciagurati dovrebbe trasformare i licei in una sorta di scuola di avviamento professionale. Questo è il Roberto Vecchioni che ci piace, il professore di latino e greco che fu anche meraviglioso menestrello con ‘Samarcanda’, ma che non ha mai cessato di testimoniare — dunque, non solo in questa occasione — la centralità della cultura classica. Questi sono i suoi meriti, per cui gli perdoniamo di sopportare la moglie Daria Colombo, figlia di un senatore democristiano, attualmente assessore nella giunta Sala a Milano, femminista con ambizioni istituzionali (quasi ‘à la’ Boldrina), e a suo tempo animatrice delle “Girandole”, che sarebbe come dire i “Girotondini” in modalità di separatezza femminista. Le Girandole (fra le cui animatrici c’era Lella Costa, una vecchia conoscenza dei cattoprogressisti bergamaschi, quelli di ‘Molte fedi sotto uno stesso cielo) sono una cosa che non si dimentica e non si perdona, questo proprio no; ma noi non siamo talebani, e per i meriti che dicevamo perdoniamo Vecchioni, come a suo tempo abbiamo perdonato Giorgio Gaber che aveva sposato Ombretta Colli, che sarebbe diventata — anche lei — un uomo politico, in quota a Forza Italia (ma Gaber a un certo punto andò a vivere in Umbria, in meravigliosa solitudine [*]). Nessuno è perfetto. Del resto, visto che non sono il papa, «Chi sono io per giudicare», soprattutto in queste cose? N.d.Ar.]

    ……………………………….
    [*] A naso, direi già all’inizio degli anni ’80. Ombretta Colli viveva nella stessa via dove abitavo io, in Città Studi a Milano, e Gaber non c’era.

    • I vecchi e i giovani permalink

      [Parliamo della Boschi: ha fatto male a intervenire in sede istituzionale in difesa del babbo, se l’ha fatto, come pare che sia vero che abbia fatto (vedi la testimonianza di De Bortoli, che non è un delatore miserabile, è uno che ha un onore da difendere). Ma, prima che la Boschi intervenisse in favore del genitore, i populisti sono stati delle carogne quando con violenza inaudita e bava giustizialista alla bocca hanno fatto i girotondi intorno alla colpe del padre della Madonna di Arezzo, per far del male alla figlia (quella santa!). Adesso Di Battista dice “Ma il problema non sono i genitori, sono i figli”. Sì, lo dice adesso, così lui che, per infierire sulla Boschi, aveva parlato del padre della Boschi, vorrebbe dirci che non è corretto parlare del padre di Di Maio. Ohibò, ha stabilito una nuova cacata legge. E offende la nostra intelligenza. N.d.Ar.]

  31. Orietta permalink

    Conti (entrambi), Gamba, Serra, cosiddetti progressisti: qui c’è materia per riflettere

    [Che un quotidiano cattolico tratti in maniera così superficiale l’argomento, la storia di un capopopolo che da rivoluzionario (non scientifico) diventa una figura istituzionale (Mujica fu presidente dell’Uruguay) in fondo non desta meraviglia. Questa storia ricorre in due film presentati a Venezia dei quali parla, o dovrebbe parlare, il quotidiano l’Avvenire. Tanto per cominciare, il quotidiano cattolico poteva parlare dei film, invece ha preferito tessere un’agiografia di Pepe Mujica, che fu un personaggio di spicco nel gruppo rivoluzionario dei tupamaros, che ebbero impressionanti contatti e contiguità con la criminalità organizzata e non.
    In Italia abbiamo avuto i Nap (Nuclei armati proletari) e le Brigate rosse ebbero contatti con i Nap e uomini in “condivisione” con i Nap, che praticarono sistematicamente rapine e sequestri di persona (anche le Brigate rosse, seppure in tono minore). I Nap confluirono in parte nelle Brigate rosse, le cui “ammazzatine” furono una cosa seria, ma che che nel programma politico erano risibili. Una rivoluzione senza un programma, senza un’ideologia, quand’anche i suoi strali siano indirizzati a un potere dispotico, ingiusto, disumano potrà dare unzione istituzionale a un tupamaro, ma non incide in senso progressivo sulla realtà. Come dimostra la storia recente dell’Uruguay.
    In Italia abbiamo adesso la Lega e i grilleschi che presero l’abbrivio da una parvenza di volontà rivoluzionaria (facendosi carico dei problemi trascurati dalla similsinistra), e in un battibaleno sono approdati alla mutria istituzionale. Se avessero studi giuridici alle spalle, potrebbero farsi venire la faccia querula e triste del non rimpianto Stefano Rodotà, quello del diritto alla “privacy” (dei VIP). Parlano del “contratto” e coltivano la mistica del contratto, con la faccia “scura scura” (in realtà non so come facciano a non ridere l’uno dell’altro, quando s’incontrano) ma quel loro benedetto e mistico contratto non è un programma, non c’è in esso uno straccio d’ideologia, non ci sono nemmeno le idee, soltanto il fumo di sortite pseudo-rivoluzionarie, in realtà soltanto squallidamente populiste. Come le azioni di commando dei tupamaros, che piacevano, è vero (a quel tempo non c’erano i “like”, per fortuna: almeno quello), e piacevano anche ai cattoprogressisti. Ma dopo?
    Ecco, visto che i cattolici in Sudamerica, più che in altre parti del mondo, si sono impegnati per cambiare lo stato delle cose, anche con impegno rivoluzionario (come dimenticare “Fratello mitra”, che operò prima in Sudamerica, poi anche in Italia per poi diventare confidente del generale dalla Chiesa?), non poteva il quotidiano Avvenire promuovere una riflessione sull’impegno rivoluzionario in generale e dei cattolici in particolare per rendere il mondo migliore? Bastano le idee belle, il candore, la fede, o non ci vuole una strategia, un piano di attacco razionale? E — perché no? — non poteva l’Avvenire avviare un’autocritica?
    La rivoluzione francese nacque in seno al popolo, ma poi a guidarla ci furono, di fatto, i filosofi illuministi. Tupamaros, Brigate rosse, cattoprogressisti, invece, non sono soggetti razionali, e combinano soltanto pasticci.
    N.d.Ar.]

  32. Annalisa permalink

    A proposito di Cultura vs Ignoranza!
    “Per Natale innondiamoci di libri” 🙂
    “Jolabokaflod” o “Christmas Book Flood”
    Gli islandesi hanno una bellissima tradizione di regalarsi libri la vigilia di Natale e di passare la notte a leggere, magari gustandosi una tazza di cioccolata.
    Questa usanza è così profondamente radicata nella cultura che è la ragione per il “Jolabokaflod” o “Christmas Book Flood”, quando si ha una vera “innondazione di libri”, perché la maggior parte dei libri in Islanda vengono venduti proprio tra settembre e dicembre in preparazione del Natale.
    Mi auguro davvero che tutti, e non solo gli amanti dei libri, vorranno adottare questa fantastica tradizione natalizia, che fonde piaceri letterari e vacanze (e cioccolato) in un unico evento,.sperando che possa arginare l’ignoranza dilagante!
    Si perché purtroppo sempre più spesso si assiste (e da parte anche proprio di coloro che dovrebbero governarci) quasi a una demonizzazione della cultura e della scienza a favore di una crassa ignoranza che caca sentenze.

  33. Norma permalink

    Padre e madre sono concetti “superati”? Follia!

    • La sindachessa di Torino? Una delusione

      Dunque il sindaco di Torino, Chiara Appendino, prende la parola nel corso del XVI Congresso nazionale di Arcgay, ribadisce il suo pieno accordo con i presupposti teorici delle famiglie «omogenitoriali» (squit, squit! la neolingua! squit, squit!) ed esprime la sua ferma opposizione a far uso nei documenti anagrafici di parole obsolete come “padre” e “madre”. D’altra parte così ha stabilito il c.d. Garante della privacy, al quale siam tenuti ad appecorarci: o no? Forse no, ma è meglio andarci piano, non si sa mai. Antonello Soro, il garante della privacy (merda! in italiano si direbbe “garante per la protezione dei dati personali”) precisa, è vero, che la sua «non è affatto un’obiezione generale — tantomeno ideologica — alle nozioni di “padre” e “madre”», ma insiste: nella carta d’identità si parli di “genitori” e non di padre e madre. Si veda la Precisazione del Presidente dell’Autorità Garante per la privacy, Antonello Soro, con tanto di Stellone d’Italia a cinque punte, ruota dentata, ramo di olivo a sinistra e quercia a destra e scritta in fascia. Ragionare non serve, anzi, messe le cose in questi termini, ragionare è sovversivo. Punto, basta, non m’interessa! Abbiamo un pessimo ricordo di Stefano Rodotà, il giurista con la faccia triste e la mutria istituzionale, che fu il primo presidente di questa istituzione, di fatto, inutile. Non sarà Antonello Soro (O di boni, contribulis meus est! Proh dolor!) a farcelo rimpiangere, ma anche il nostro Soro (da non confondere con Soros, il babau di Salvini e Di Maio, con funzione di capro espiatorio) non scherza.

      E pensare che quando alla guida di due importanti città come Torino e Roma (la prima fu protocapitale d’Italia; la seconda, dopo quel fatale 20 settembre è la capitale di uno Stato senza cittadini, come aveva capito a suo tempo Massimo D’Azeglio) furono elette due sindachesse, quella torinese, a caldo, non ci dispiacque. Ovviamente, prendemmo subito le distanze da chi esultava per il fatto che la carica di primo cittadino fosse coperta da una donna, e manifestammo l’opinione — pare che sia politicamente scorretta — che non si debba ricercare a tutti i costi un sindaco donna, e che semmai si debbano tenere nella massima considerazione l’intelligenza, la preparazione, la cultura, quale che sia il “gender”, come si dice in linguaggio coglione, del titolare della carica. Quando si facevano dei confronti tra le due sindachesse, opinavo che, rispetto alla Raggi, troppo “determinata” per i nostri gusti, e che per giunta si segnalava per la nota (giudicate voi se di merito o demerito) di essere un avvocato dello Studio Previti, l’Appendino aveva un retrogusto di signorilità (nonostante il master alla Bocconi) e di taurinense urbana compostezza: sono doti che raramente si trovano negli uomini e soprattutto nelle donne politiche (a parte Maria Elena Boschi, naturalmente). Perciò, in questa sorta di gioco della torre, la nostra preferenza andava all’Appendino.
      Poi però certe sue vicende in seno all’Amministrazione comunale ci hanno fatto dubitare dell’indipendenza di giudizio dell’Appendino; idem con patate per quanto riguarda i tentennamenti al riguardo dei Giochi olimpici invernali del 2026, dove la sindachessa si è dimostrata ostaggio dei talebani grilleschi; adesso, poi, ci tiene a farci sapere che lei è una maestrina politicamente corretta. No, così con va. Ci viene in mente un critico e un letterato come Paolo Isotta, che ha appena pubblicato un saggio ricco di suggestioni, curiosità e approfondimenti culturali: Il canto degli animali. I nostri fratelli e i loro sentimenti in musica e in poesia (per leggere un estratto del libro, fare clic sul nesso). Bene, Paolo Isotta è un omosessuale, intelligente e di cultura smisurata. Ed è precisamente la sua cultura a suggerirgli di non intrupparsi con l’associazionismo Lgbt («non chiamatemi gay, io sono ricchione») e a fargli dire, a proposito della famiglia “omogenitoriale” (squit!): «I gays ca se vonno spusà sono bovaristi e stronzi! Vonno ’a consacrazione sociale e religiosa!». Cioè, anche in campo Lgbt l’ansia d’istituzionalità è roba da stronzi. Si veda quanto abbiamo scritto in una precedente pagina: Quando i culetti, oltre che allegri, sono anche intelligenti.

  34. Sindachesse in ascolto


    Articolo su CurnoPost del 23.11.2018, p. 42. Nella foto grande, la dott.ssa Gamba, titolare dell’amministrazione serrano-crurale, spiega, mentre la dott.ssa Serra, sindachessa emerita, ascolta, osserva e giudica.

    Apprendiamo che la piazza del mercato di Curno è «luogo di aggregazione, d’incontro e di scambio». Certo, soprattutto di scambio, da che mondo è mondo. Come che sia, se l’Amministrazione di questo infelice borgo, assimilabile a una sorta di metastasi bruttarella e periferica che deturpa la bella città di Bergamo, intende incontrare i cittadini nella piazza del mercato settimanale, non ci troviamo niente di male: anzi, approviamo l’iniziativa.
    Siamo anche, più che mai, d’accordo con la dott.ssa Gamba, sindaco titolare dell’Amministrazione serrano-crurale, quando afferma — così leggiamo su BergamoPost — che «in passato, con la precedente amministrazione, programmavamo spesso delle assemblee pubbliche, alle quali però partecipavano pochi cittadini, sempre gli stessi e, soprattutto, sempre quelli che comunque erano già informati». Perfetto: questo è precisamente quel che ho sempre sostenuto, vox clamantis in deserto, quando Gandolfi ed io negavamo qualunque valore di utilità a quelle assemblee, che pedrettoleghisti e similprogressisti avevano la spudoratezza di chiamare «cittadine», e che si pretendeva fossero rappresentative della volontà popolare (che sarebbe stata “testimoniata”, con qualche pretesa di certificazione, da giornalisti d’area: noi diciamo così, mica come i grilleschi, che parlano di giornalisti-puttane). Perciò le chiamavamo «assemblee cammellate». L’argomento è stato più volte proposto all’attenzione dei lettori di Nusquamia, considerato che coloro che avrebbero dovuto essere la nostra controparte non se ne davano per intesi: facevano orecchie di contadino, più che di mercante. Al tempo del buon governo di Gandolfi si rimproverava a quel buon sindaco, appunto, di non indire assemblee cosiddette cittadine. Non ci voleva molto a capire perché: gli antigandulfiani disponevano della force de frappe delle truppe cammellate, delle urla dei meharisti e dei bramiti dei loro cammelli, laddove Gandolfi poteva far conto soltanto sulla forza della ragione. Dunque la mistica delle assemblee cosiddette cittadine era una gherminella per ingaggiare un braccio di ferro sleale con Gandolfi. Perciò a suo tempo fu esposto a Curno, in via dei Marchesi Terzi di sant’Agata, il manifesto qui sotto riprodotto (fare clic sull’immagine per leggere il manifesto in formato pdf):

    Avendone letto l’intervista su BergamoPost, esprimiamo viva soddisfazione per il riconoscimento, da parte della dott.ssa Gamba, del carattere fondamentalmente antidemocratico e mistificatore delle cosiddette assemblee cittadine. Non è il caso che aggiunga parole: chi ha voglia di leggere, e talento per comprendere, può leggere nel manifesto lo sviluppo dell’argomentazione contro le assemblee cammellate e la mistica truffaldina associata.

    Avendo elogiato la dott.ssa Gamba per questo momento di verità, dispiace tuttavia (lo dico sinceramente, a differenza del gatto padano non godo delle difficoltà altrui: sono un combattente, non sono un delatore) doverla riprendere nell’uso della locuzione “piuttosto che”. Leggiamo infatti, sempre su BergamoPost, che a domanda del giornalista-intervistatore (che è una donna, ma noi volgiamo l’espressione al maschile perché riteniamo che “giornalista” sia sostantivo epicèno e che pertanto vada declinato al maschile, in questo contesto: sia detto con buona pace della Boldrina e della sua amica e consulente, la linguista femminista Cecilia Robustelli) la dott.ssa Gamba risponde: «Essere sul mercato secondo me aiuta moltissimo ad abbattere le distanze, perché tante persone si fanno problemi a venire in Comune per parlare con me piuttosto che con qualche assessore». Il contesto chiarisce il significato: molte persone hanno soggezione dell’istituzione, perciò non se la sentono di salire le scale del Municipio per incontrare il sindaco o anche qualche assessore. Non credo che le parole, e il contesto, diano àdito a dubbi di sorta.
    Ma il problema è proprio qui. Come già osservavo in un precedente articolo, anch’esso dedicato alla dott.ssa Gamba, l’espressione “piuttosto che” «in funzione preposizionale di carattere disgiuntivo o additivo» è un solecismo; [*] infatti “piuttosto che” ha valore comparativo e non disgiuntivo, cioè non significa “oppure”. L’argomento è approfondito in Dedicato alla dott.ssa Gamba.

    ……………………………………..
    [*] Com’è parimenti un solecismo lo “stravento” del gatto padano, un’espressione che la vecchia zabetta vorrebbe imporre al dibattito politico curnense per indicare un nubifragio. In italiano “stravento” sarebbe un vento d’intensità straordinaria: un po’ come quando si dice “quella è una strafica”, per designare una ragazza ad altissimo tenore di fichitudine.

  35. Laetitia permalink

    “La grande erreur de notre temps, cela a été de pencher, je dis même de courber l’esprit des hommes vers la recherche du bien-être matériel. Il faut relever l’esprit de l’homme, le tourner vers la conscience, vers le beau, le juste et le vrai, le désintéressé et le grand. C’est là et seulement là, que vous trouverez la paix de l’homme avec lui-même et par conséquent avec la société.”
    Victor Hugo

    Discours à l’Assemblée nationale
    Séance du 11 novembre 1848

    [Bisognerebbe girare questo pensiero a Bepi el memorioso, che svendette l’eredità del socialismo umanitario agli aziendalisti servi di Mammona e ai cattoprogressisti con scappellamento protestante a destra. Non è stato il solo: e i risultati si vedono. C’è qualche volenteroso che possa girare tale pensiero a Bepi el memorioso? La vecchia zabetta si offre volontaria? Grazie! N.d.Ar.]

  36. Denitsa permalink

    @ i cultori di Nusquamia (tre effe)

    Vedi:

    [Nel mio libro di geografia al ginnasio-liceo c’era una fotografia a colori che rappresentava un campo di rose coltivate, sterminato, in Bulgaria, accudito da contadine sorridenti, con gran fazzoletti in testa: i colori erano quelli slavati delle riproduzioni a stampa del tempo, come si vedono nella vecchie annate dei settimanali Tempo ed Epoca, eppure l’immagine era suggestiva di piaceri ignoti e degni di essere esplorati. Leggendo l’articolo (fare clic sull’immagine) apprendo che la cucina bulgara sarebbe deliziosa, ma prima di sottoscrivere il giudizio dovrei sincerarmi di persona. Sulla bellezza delle ragazze invece non ho dubbi. Quegli occhioni delle ragazze e quella loro pelle bianca e compatta nasce, credo, dal fatto che la loro etnia sarà anche, in parte, in continuità con la stirpe dei Traci, ma è parecchio mescolata con quella dei turchi. L’accenno ai turchi e alle turchesse tuttavia non è considerato un complimento, come appresi anni fa conversando con un’affascinante professoressa bulgara. N.d.Ar.]

  37. Stefano Zecchi sulla lobby gaia all’Università

    Il giorno 28 novembre al programma radiofonico La zanzara è intervenuto il prof. Zecchi, professore emerito di estetica e raffinato intellettuale. La trasmissione è un contenitore di oggetti vari, per lo più la qualità è di spazzatura (in linguaggio coglione: “trash”). Eppure alla Zanzara si ascoltano cose che non trovano posto in altri contenitori, più paludati e ben sorvegliati dai talebani del politicamente corretto. Se il prof. Zecchi dicesse queste cose in un programma politicamente corretto, gli toglierebbero immediatamente la parola (questa è la tecnica di Lilli Gruber), si scatenerebbe ad arte una rissa (questa è la tecnica di Bianca Berlinguer), ci sarebbe un collegamento urgente da aprire (questa era la tecnica di Santoro, ai tempi di Samarcanda); in mancanza di meglio: pubblicità!. Ecco allora che l’unico modo di dire certe verità potrebbe essere lo stratagemma di dirlo alla Zanzara.
    Del resto il conduttore della trasmissione, Cruciani, ha alle spalle l’esperienza di Radio radicale dove, com’è noto, Pannella non aveva problemi a mettere insieme il filosofo cattolico Jacques Maritain e la pornostar Ilona Staller, detta “Cicciolina”, il pacifista Aldo Capitini e il cattivo maestro degli anni di piombo, Toni Negri. Noi non fummo e non siamo seguaci di Pannella (troppo carismatico e irrazionale, anche quando diceva cose giuste, e non sempre disse cose giuste); inoltre Cruciani non ci piace (siamo del parere che ci possa anche sporcare le mani, qualche volta, senza mai godere, però). Rimane il fatto che Zecchi ha detto alla Zanzara, la trasmissione di Cruciani (con l’appendice penosa di Parenzo), una cosa che ci risulta essere vera e che però si considera politicamente scorretto dire. Nella “visione” della Boldrina, non dimentichiamolo, dire cose politicamente scorrette è poco meno che un reato; meno male che non ha più il paravento di un incarico istituzionale (eppure non demorde, maledizione!). Ecco che cosa afferma Zecchi:

    La lobby gay? Mamma mia, certo che esiste una lobby gay. Sì, e anche potente. Guarda, nell’Università c’è una lobby gay fortissima. Ma non posso andare avanti, non posso. C’è una capacità di creare gruppo, che è incredibile. Nelle Università italiane una volta c’era la divisione tra laici e cattolici, poi è venuta la politicizzazione, destra contro sinistra. Oggi c’è la lobby omosessuale, un po’ come in Vaticano. I professori omosessuali sono promossi a gruppi, a gruppi! Sono cose che ho toccato con mano, altro che!

    Musica per le nostre orecchie, il prof. Zecchi, che non ha remore a definirsi «schifosamente tradizionalista», trova inoltre che una donna che fa un figlio a sessant’anni è fondamentalmente un’egoista, giudica la cosa alquanto contro natura; quanto all’affido in adozione di un bambino a una coppia gaia, in particolare a due uomini, sarebbe contrario, anche se forse — dice — per un bambino è meglio stare con due culetti allegri che in un orfanatrofio. Ma stiamo mettendo a confronto — aggiungo io — un male con un male minore, non un male con un bene (il bene sarebbe vivere in una famiglia con una mamma e con un babbo).
    L’intervento del prof. Stefano Zecchi può essere ascoltato al tempo 1 h : 10 min (= 70 min) della trasmissione, facendo clic sul nesso: La Zanzara, puntata del 28 nov. 2018.

    Adesso i soliti gaglioffi diranno che il prof. Zecchi è un omofobo, per non parlare di Aristide che osa rompere la consegna del silenzio su temi politicamente scorretti. Capisco che, a livello più elevato dei gaglioffi, alla Boldrina e alla dott.ssa Serra farebbe piacere che a dire le cose politicamente scorrette fossero soltanto i truci come Salvini, i borgatari, i fascisti dell’Ostiense ecc. Ma, a parte il prof. Zecchi, che dirà per sé meglio di quanto possa fare io per lui, non ho niente in comune con Salvini e con i truci, ho studiato latino e greco, sono una persona educata, disprezzo i delatori e sono incline alla benevolenza universale, nella tradizione del socialismo umanitario, a differenza degli aziendalisti e dei cattoprogressisti, per esempio. [*] Ovviamente non sono omofobo, e non vedo perché dovrei giustificarmi, in particolare, davanti a gaglioffi ignoranti che per lo più si dichiarano politicamente corretti per narcisismo nella speranza di balzare con poca spesa sull’ascensore sociale. Infatti sono politicamente corrette, per esempio, le dame delle terrazze romane e dei salotti milanesi (anche di qualche salotto bergamasco, dove non desterebbe meraviglia incontrare Lella Costa e Daria Colombo a tu per tu con la dott.ssa Serra: magari in collegamento Skype con Vera Baboun). A parte le dame, con uno che sia politicamente corretto ma non un gaglioffo, potrei ovviamente discutere, nel rispetto delle regole di un discorso razionale: che non sono cacate carte, sono quelle che chiunque abbia dimestichezza con i buoni studi conosce. Ma con un gaglioffo che parte lancia in resta a muovere accuse assurde (omofobia, fascismo ecc.), no: non sono tenuto a difendermi dall’accusa di omofobia intentata da un gaglioffo in mala fede che non vuole e non sa ragionare. Dice un proverbio Qui canem alit exterum, huic praeter lorum nil fit reliquum, cioè “Se dài da mangiare a un cane che non è il tuo, niente ti rimane se non la cinghia”, cioè non ha senso essere condiscendenti con chi è malevolo; un altro recita: Pares cum paribus facile congregantur, cioè “I simili si accompagnano ai simili”, e non vedo perché dovrei mettermi sullo stesso piano di un essere degno soltanto di disprezzo.
    È inconcepibile comunque (perlomeno, era inconcepibile, prima della prevalenza del buzzurro) che i gaglioffi sperino che la loro improntitudine e ignoranza passino inosservate; sono talmente impudenti da concepire la speranziella di mettere piede nei salotti, senza nemmeno darsi una ripulita, senza studiare un minimo di buone maniere, senza andare a ripetizione d’italiano ecc., perché non appaiano quello che sono. Pensano a un ingresso trionfale, con applauso! Al cospetto di Lella Costa! Che goduria! Sì, sì, squittiscono: Todos caballeros! Col ciuffolo! Accà nisciun’ è fesso (neanche le damazze, pur essendo sciocchine, sono poi così fesse, a dire il vero, perlomeno quando si tratta d’identificare il buzzurro). [**]
    Prima studiate, poi ne riparliamo.

    ………………………………………..
    [*] I cattoprogressisti in particolare, per la fregola di confondersi con i protestanti, sposano la barbarie del Vecchio testamento che Cristo non senza ragione volle abolire: perciò, nella sua saggezza, per secoli la Chiesa cattolica ha sempre invitato i fedeli a leggere il Vangelo, preferendo che il Vecchio testamento fosse da lei interpretato, purgato dei suoi aspetti barbarici e disumani. Avviene così, passin passino, che i cattoprogressisti, approdino, come i protestanti, alla teoria della predestinazione, che è l’anticamera alla pratica quotidiana dell’odio, quello con giustificazione “alta”: “Io sono io, e sono predestinato, dunque Dio è con me. Quello che dici tu, che non sei predestinato, non voglio nemmeno ascoltarlo. c’è poco da discutere. Punto, basta, non m’interessa!”.
    [**] Naturalmente, noi siamo tutt’altro che indulgenti con le damazze, come ben sanno i lettori abituali di Nusquamia, le riteniamo responsabili di molte nequizie. Ma che un villano rifatto voglia farsi passare per una damazza è uno spettacolo che non sapremmo dire se sia più ridicolo o disgustoso.

  38. È meglio essere urbani o villani?

    La contrapposizione tra città e contado è antica, prese vigore in Italia all’epoca dei Comuni e non a caso il terzo volume della ponderosa antologia di letteratura italiana e critica della letteratura che va sotto il nome di Il materiale e l’immaginario (Loescher, 1993) [*] s’intitola “La società urbana”.
    Risale al XII-XIII secolo l’affrancamento dei servi della gleba, quindi la media e la grande proprietà passarono sotto il controllo di un ceto urbano e borghese; nel XIV secolo i contadini agiati diventano proprietari e si trasferiscono in città. Non cambia soltanto la struttura sociale (con l’affermazione della borghesia medievale), cambiano le istituzioni politiche, cambia l’economia: l’attività mercantile s’intreccia con quella finanziaria, la potente Corporazione della lana a Firenze decide di finanziare (1294) la costruzione della nuova cattedrale di Santa Maria del Fiore: sarà completata nel 1426 dalla cupola del Brunelleschi, che ha lo stesso diametro di quella del Pantheon, ma è chiusa, cioè non ha il grande foro al centro del Pantheon, detto oculus: sembrava un’impresa impossibile, ma finalmente i “moderni” superano gli “antichi”.
    Nel XIV secolo la società urbana entra in crisi, si afferma la società signorile; tuttavia non viene meno l’urbanità, che nella sua accezione positiva attraverserà i secoli. Per esempio le Università nella società urbana, soprattutto quando si chiamano “Studi”, si sottraggono all’influenza della Chiesa, e questo è un modello che persiste. Sarà ancora la civiltà urbana o sostanziare l’Illuminismo in Francia (ma ci fu anche un illuminismo lombardo, sul quale ci siamo soffermati, più di una volta). Nello stesso tempo la civiltà urbana non calpesta gl’ideali di cortesia della società feudale, come testimonia il Boccaccio nella novella di Messer Federigo degli Alberighi. Ed è stupendo il finale, dove Boccaccio sembra mettere la mani avanti contro la degenerazione della mentalità mercantile, che vorrebbe gli uomini servi di Mammona, quando Monna Giovanna dice ai fratelli, che si opponevano al suo matrimonio con Federigo, che si era ridotto in povertà per troppo amore: «Fratelli miei, io so bene che così è come voi dite [cioè Federigo è povero], ma io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo».


    La novella di Messer Federigo degli Alberighi, presentata da Alberto Asor Rosa. La lettura comincia al tempo 5 : 50.

    Il Decamerone di Boccaccio è forse il più bel monumento della civiltà urbana, in sapida polemica con i villani del contado e gli avidi e talora lussuriosi fratacchioni dei conventi. La virtù, se mai è dato incontrarla da qualche parte, alberga in città, non in campagna e neanche nei conventi. Quest’opera è anche un modello preziosissimo di lingua italiana, proposto come esempio di prosa degna d’imitazione, da Pietro Bembo, da Basilio Puoti, il maestro di Francesco De Sanctis, e da chiunque abbia orecchio per la lingua italiana.
    Poi, nella prima metà del Novecento, più o meno a cavallo del ventennio fascista, la contrapposizione tra città e campagna fu riproposta dai due movimenti letterari di Strapaese e Stracittà. Ma “Strapaese” non va preso alla lettera: i letterati che militavano con Strapaese erano in realtà cittadini che rivendicavano una mitica, e mai esistita, schiettezza delle tradizioni paesane «contro ogni forma di cosmopolitismo o esterofilia» (Treccani). Era un gioco, evidentemente, tant’è che di Strapaese facevano parte letterati raffinatissimi come Malaparte, Papini, Baldini e Bacchelli. Un gioco, come quando due secoli prima, nello spirito dell’Arcadia, intesa come movimento letterario, l’abate Mascheroni, poeta a tempo perso e soprattutto grandissimo geometra (nell’accezione nobile della parola: non era un agrimensore [**], ma professore di matematica e geometria a Pavia) si travestiva da pastore con il nome di Dafni orobiano e scriveva poesie alla contessa Paolina Secco Suardo, che in Arcadia aveva preso il nome di Lesbia Cidonia.
    Gli “strapaesani” del Novecento erano lontani le mille miglia dalla volgarità dei buzzurri autentici, che non si esprimono in versi sciolti (come l’Invito di Dafni orobiano a Lesbia Cidonia), ma manifestano la loro proterva beceraggine con una prosa povera e aggressiva, della quale è testimonianza la rivista della Federazione dei Fasci di combattimento di Bergamo, da cui è tratta la vignetta che presentiamo qui sotto (fascicolo del dicembre 1938).


    Esempio di volgarità violenta e buzzurra, riscontrabile ancora, mutatis mutandis, nella fatwa lanciata dal gatto padano all’indirizzo di chi scrive, proclamata nel n. 543 del suo diario (3 nov. 2017) in questi termini: «Noi i maestrini sardagnoli li prendiamo a plocade».

    C’è da giurare che ben pochi fossero i bergamaschi di città che collaboravano con questa rivista. I bergamaschi urbani ed evoluti, per quanto conniventi con il fascismo (ma devo forse ricordare che furono conniventi con il fascismo i più bei nomi del successivo antifascismo?) scrivevano semmai su riviste cittadine, non buzzurre, come la Rassegna di cultura, emanazione dell’Istituto nazionale di cultura fascista, fondato da Giovanni Gentile: si veda per esempio il fascicolo n. 7 (novembre 1941), p. 195, dove un giovane bergamasco che sarebbe morto giovane, ed era considerato una speranza delle patrie lettere, pubblica un articolo dedicato ad Erasmo da Rotterdam. [***]

    …………………………………………….
    [*] Il titolo completo è Il materiale e l’immaginario. Laboratorio di analisi dei testi e di lavoro critico. Sarebbe bello che qualcuno si facesse carico di proseguire l’opera, mantenendone l’impostazione. Ma non succederà mai, per due ragioni. La prima è che quel taglio interpretativo, sociologico con venature di marxismo, non è oggi di moda, dunque l’opera sarebbe fuori mercato; la seconda è che, per riuscire bene come l’originale, l’opera aggiornata dovrebbe essere realizzata da una sola persona, o da due persone affiatate, in ogni caso non può essere un’opera collettiva, come talora usa fare: tu mi fai questo capitolo, tu quest’altro ecc. Conoscevo il medico personale degli autori del Materiale e l’immaginario, Remo Ceserani e Lidia De Federicis, il quale mi diceva che i due lavorarono come pazzi alla stesura dell’opera, tanto da rimetterci la salute. Dove si trovano oggi persone capaci di sobbarcarsi di tanta fatica?
    [**] Tale era l’importanza attribuita da Platone alla geometria che il portale d’ingresso della sua Accademia — si dice — era sovrastato dalla scritta Μηδείς αγεωμέτρητος εισίτω, cioè “Non entri nessuno che non abbia conoscenza della geometria”. In antico “geometri” erano coloro che sapevano di geometria, perciò chiamare oggi “geometri” gli agrimensori è poco meno di un’infamia.
    [***] L’autore si chiama Claudio Belingardi, cugino di mia madre. È un peccato però che nella citazione di una frase dell’espistolario di Erasmo sia saltata una parola, senza la quale se ne perde il senso: «Si quis Erasmum non potest amare ut Christianum infirmum, sumat in eum quem volet affectum: ego quam sum esse non possum». Ma così non si capisce dove vada a parare la seconda proposizione, quindi tutto il periodo; sono allora andato a controllare (oggi, grazie a Internet è cosa assai facile) e ho trovato la citazione esatta: «Si quis Erasmum non potest amare ut Christianum infirmum, sumat in eum quem volet affectum: ego alius quam sum esse non possum». Scrive cioè Erasmo a un amico, “Se qualcuno non può amare Erasmo, in quanto cristiano poco saldo (nella sua fede), prenda pure contro di lui la posizione che vuole: io non posso essere altro da quello che sono”. Mancava cioè il pronome “alius” vedi ‘Erasmus Roterodamus Marco Laurino, Collegii S. Donatiani apud Brugas Decano’, in Opus epistolarum Des. Erasmi Roterodami, Basileae ex Officina Froebeniana, MDXXIX, p. 932.

    • Linguaggio violento e villano

      Nel n. 873 del diario del gatto padano si legge quanto sopra, con riferimento alle due sindachesse, la dott.ssa Serra, sindachessa emerita, e la dott.ssa Gamba, sindachessa in carica. Non ho parole da aggiungere, giudichi il lettore. Dico solo che sono basito, e lo dice uno che non ha lesinato critiche all’α-sindachessa (la dott.ssa Serra) per via della sua determinazione, per il cattofemminismo ecc. e alla β-sindachessa (la dott.ssa Gamba), per il suo orizzonte aziendalistico che si vorrebbe mitigato dall’incombenza dello spettro di don Milani, che è una figura a nostro avviso assai discutibile. C’è modo e modo: un modo urbano, il nostro, e un modo rozzamente contadinesco, quello del gatto padano.

  39. Silvia da Brescia permalink

    Buona lezione di vita e di francese:

    [Daniel Pennac è uno scrittore che piace ai similprogressisti, e in questo video dice cose politicamente corrette, anche condivisibili, per carità, e di fatto anche condivise, le quali proprio perché condivise, finiscono con il lasciare le cose come stanno. Per rendere il mondo migliore (sempre che non si sia del parere che viviamo nel migliore dei mondi possibili: ma non mi sembra il caso) dobbiamo analizzarlo, metterne in luce i meccanismi e promuovere una critica che non si cura dei ‘like’ (con buona pace dei populisti). Questa sarà la base per lo sviluppo di un’azione politica, che non può prescindere dall’aggregazione di un numero sempre maggiore di combattenti, agendo principalmente sulle due leve della selezione delle intelligenze e della diffusione della cultura e degli strumenti per ragionare. La presenza di coglioni non è gradita.
    Però almeno una cosa Pennac ha detto, che è politicamente scorretta, ed è talmente poco condivisa, da essere considerata inopportuna a dirsi: come quando dici “guarda che non esistono soltanto i diritti, ci sono anche i doveri”. Apriti cielo! I similprogressisti un discorso posto così, in termini generali, non lo tollerano proprio; alcuni si mettono a urlare: ‘Crucifige!’. Pennac ha parlato dell’importanza dell’esempio nell’educazione, ed è la cosa più vera, più anticonformista, quella che potrebbe cambiare in meglio lo stato delle cose. Per esempio, che senso ha che io faccia bei discorsi sulla tolleranza se poi, di fatto, sono intollerante? O se volto la testa dall’altra parte quando si presentino episodi d’intolleranza, divenendo di fatto un evasore etico?
    Ho già parlato su Nusquamia del prof. Augusto Monti che al liceo (classico) Massimo D’Azeglio di Torino non prese mai di petto il fascismo. Ma trasmetteva ai ragazzi una conoscenza non imbalsamata nell’assetto “istituzionale”, cioè non puntigliosamente e scioccamente conforme alla cacata carta del programma ministeriale (che comunque era rispettato, senza compiacimento copropapirologico): con il suo esempio dimostrava che l’insegnamento della letteratura italiana e latina non era un modo come un altro per prendere lo stipendio, ma un impegno a rendere attuale la lezione degli antichi, l’illustrazione del cammino di una civiltà che non merita di estinguersi. Lo dimostrava giorno per giorno, con serietà, cortesia, in assenza di dispotica determinazione e con gioiosa apertura al dialogo che, come non mi stancherò di sottolineare, non è turpe condivisione, ma guerra delle idee (non a caso il calco latino della parola greca διά-λογος è ‘di-verbium’), per capire che cosa c’è di buono e che cos’è sbagliato in un sistema di proposizioni. Ed è così che, senza che il prof. Monti tormentasse gli studenti con pappardelle antifasciste da condividere forzosamente (oltre tutto, non avrebbe potuto propinarle) i suoi allievi divennero antifascisti: tra questi, Cesare Pavese, Leone Ginzburg e Massimo Mila.
    N.d.Ar.]

  40. Profilo psicologico permalink

    Forse sarebbe interessante fare il profilo psicologico (e non solo quello) del padre di Renzi, di quello della Boschi e di quello Di Maio, dopodiché metterli in comparazione etc.:

    [In apparenza, la risposta è contenuta già nel quesito. I padri di Renzi e della Boschi non hanno chiesto scusa, invece papà Di Maio ha chiesto scusa, sia pure con la postilla: tengo famiglia e c’era la crisi, perciò ho assunto tre operai in nero. Dunque papà Di Maio è migliore.
    Ma è giusto ragionare così? Papà Di Maio legge un foglietto e a me vien da pensare che la Casaleggio & associati è stata brava nel gestire lo scivolone del padre di Giggino, più di quanto sia stata la McKinsey nel gestire il caso del padre di Renzi e della divina creatura, Maria Elena Boschi. O la comunicazione è stata gestita da Rocco Casalino? Forse Renzi è talmente pieno di sé da nemmeno aver richiesto l’intervento della McKinsey (la società di pubbliche relazioni che gli preparava le slàid) a favore del suo babbo e di quello della Boschi.
    Sono il primo a dire che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, e viceversa. Mi viene in mente il caso Montesi, quando Wilma Montesi fu trovata morta lungo la spiaggia di Torvaianica e si cercò d’incastrare Piero Piccioni, il musicista, che non c’entrava niente e che forse consumava cocaina, ma anche questo non c’entrava niente. Ma Piero Piccioni era figlio di Attilio Piccioni, un capocorrente della Democrazia cristiana: si colpiva il figlio per far fuori il padre, e si dice che dietro la manovra ci fosse la “manina” di Fanfani.
    Fare politica in questo modo è schifoso. È schifoso voler far fuori di Maio vomitandogli le colpe del padre, che chiede scusa, sì, ma dopo esser stato pizzicato. Ma neanche questo non è un argomento.
    Rimane tuttavia in piedi il discorso fatto dalla Boschi: forse che i populisti non ci hanno sguazzato nelle colpe dei padri di Renzi e della Boschi? Ci hanno sguazzato, eccome, prima ancora che i due commettessero qualche passo falso, come quello della Boschi, posto in luce da De Bortoli.
    Inoltre, parlando in generale, ha ragione Marco Damilano quando afferma: guardate che se vogliamo cambiare le cose in Italia dobbiamo smetterla di mettere in stato di accusa soltanto la casta, dobbiamo mettere semmai sotto accusa — possibilmente senza beceraggine — tutti noi o quanto meno quelli fra noi che non rigano diritto. Gli artigiani e i piccoli industriali del nord tengono anche loro famiglia, ed evadono le tasse. Ma, secondo i grilleschi, sono la schifezza delle schifezze della schifezza. Il clima di caccia alle streghe è stato alimentato dai grilleschi, è innegabile (Feltri, nell’imitazione di Crozza, direbbe “è fattuale”).
    Personalmente ritengo che i grilleschi avrebbero fatto meglio ad attaccare la Boschi, là dove lei ha sbagliato (lo dico con rammarico), senza cincischiare sulle colpe del padre della divina.
    N.d.Ar.]

    • Va bene che i suoi elettori sono di bocca buona, però…
      Ahi, Giggino, Giggino: non sta bene mettere alla gogna il padre e prendere per fessi i cittadini

      Scrivevamo ieri 3 novembre 2018 che l’esternazione video del padre di Giggino Di Maio poteva essere un parto della Casaleggio e associati. Però non siamo scioccamente determinati (sappiamo infatti che il passo dalla sciocca determinazione alla crudeltà è fin troppo breve), né tampoco siamo oracolari: perciò non potendo dimostrare quella nostra ipotesi di lavoro e osservando la modestia provinciale del prodotto (che peraltro potrebbe essere simulata) mettevamo in conto che il video potesse essere stato realizzato con l’apporto intelligentissimo del depilatissimo Rocco Casalino. In ogni caso appariva abbastanza evidente come quel video fosse un prodotto di pubbliche relazioni.
      Oggi 4 novembre leggiamo sul Foglio fondato da Giuliano Ferrara, e oggi diretto da Claudio Cerasa, l’opinione che il prodotto sia stato realizzato proprio dalla Casaleggio Associati. Scrive infatti Salvatore Merlo, che è più informato di noi: «Come in una triste parodia dei funzionari stalinisti, lunedì mattina quelli dello staff della Casaleggio Associati, piccoli Berja senza la demoniaca grandezza del vero orrore, sono andati a casa Di Maio, a Pomigliano, con una telecamera. E lì, mandati dal figlio Luigi, hanno fatto pronunciare al papà Antonio un’autoaccusa di cinque minuti e trenta secondi, una confessione di pentimento, un autodafé, un video diffuso via Facebook con la solita confezione grafica dei grandi annunci del blog grillino, come per il reddito di cittadinanza o il restitution day». Osserva l’articolista che «pur di aggrapparsi al suo declinante consenso, Luigi Di Maio espone suo padre e lo consegna alla violenza di un atto medievale. […] Non c’è chi non capisca che in questa vicenda di lavoro in nero, elusione fiscale e microscopici abusi edilizi c’è, capitolo giudiziario a parte, la banalissima arte italiana di arrangiarsi. E infatti il problema non è Antonio, ma Luigi. È Luigi che contro queste cose ha costruito la sua filosofia politica. Ed è lui che dovrebbe chiedere scusa».
      Ecco, il punto fondamentale della questione mi sembra perfettamente individuato. È quello stesso che aveva messo in luce Maria Elena Boschi, quella donna santa e intelligente, che poi commise l’errore che sappiamo, perché nessuno è perfetto (perciò ci aspettiamo di vederla in veste di penitente, come la Maddalena di Tiziano conservata alla Pinacoteca ambrosiana). Ed è precisamente quello che scrivevamo ieri e che sosteniamo da sempre: si veda, tra l’altro, il nostro precedente articolo, «Onestà, onestà…», dove si denuncia la barbarie della caccia alle streghe, questa volta identificate nella cosiddetta “casta” e s’irride all’imbecillità dei declamatori puritani. Senza contare che, come diceva Nenni, a voler essere a tutti i costi puri, senza rendere il dovuto onore all’intelligenza, il puro intransigente finirà con il trovare uno più puro di lui che lo epura.
      Conclude sarcasticamente Salvatore Merlo: «Di Maio ieri ha mostrato al paese quell’antropologia scalcagnata dalla quale proviene, ma dalla quale tenta di fuggire con le Montblanc [penna stilografica molto costosa: piace ai buzzurri che non hanno niente da scrivere, e che se scrivono è peggio: N.d.Ar.]nel taschino e le cravatte di Marinella al collo [insomma, una sorta di villano rifatto: proprio contro la villania in politica abbiamo preso posizione su Nusquamia, più di una volta, rivendicando il primato del cittadino sul buzzurro, dell’urbanità sulla villania; N.d.Ar.]. Un’antropologia composta di piccole furbizie, acrobazie contro il fiscalismo dello Stato, il più classico tirare a campare, una storia arci-italiana che non scandalizza nessuno. Tranne Giggino. […] Ed ecco allora il video su Facebook, violento e impietoso, barbarico, con la confessione estorta al papà, che sembra il povero Rubashov, il protagonista del Buio a mezzogiorno, il romanzo di Arthur Koestler».
      Insomma, come scrivevamo ieri, il padre di Di Maio è una persona assolutamente normale in Italia, proprio come l’artigiano o il piccolo imprenditore settentrionale che non pagano sistematicamente le tasse. Ma Giggino Di Maio non si è domandato come mai questo sia un modo di vivere “normale” in Italia, quasi una tecnica di sopravvivenza. E non si è mai posto il problema di come agire, con intelligenza e scientificamente, perché l’Italia cambi veramente, e in meglio. Per i grilloleghisti l’intelligenza e la scienza sono nemici da combattere, se proprio non li si può ignorare, anche la cultura: se sentono parlare di intelligenza, scienza e cultura, tutt’insieme, la mano corre alla pistola, come avveniva a Goebbels, appena si nominava in sua presenza la parola cultura: perlomeno, così si dice.
      Dicono, Giggino e il suo compare populista Salvini, che dei mali d’Italia è responsabile la casta, conseguentemente se la prendono con Maria Elena Boschi che è anche intelligente, oltre che bella. Quindi, alzando lo sguardo all’orizzonte europeo, passano a Soros, perfido giudeo e rappresentante ideale della demoplutocrazia globalizzante, nemica di ogni santo sovranismo. Se poi il padre di Giggino è malauguratamente preso in castagna, diventano aguzzini nei confronti del padre. C’è il pericolo infatti che costui, con i suoi peccatucci, diventi il testimone di una verità scomoda che ai due dioscuri del populismo non interessa, ma che alle persone intelligenti interessa prendere in considerazione e sanare. Per sanarla, tanto per cominciare, bisognerebbe distruggere il sistema clientelare che è quello che si vuol far sopravvivere a tutti i costi con forme mutate (vedi il reddito di cittadinanza), e contemporaneamente rendere produttivo il lavoro improduttivo e spesse volte persecutorio svolto dagli impiegati pubblici. Oddio, bisognerebbe fare anche alcune cosette non previste nel contratto populista, ma che qualsiasi persona dotata di senno e possibilmente con buoni studi alle spalle non dura fatica a individuare.


      I puritani di Salem (protestanti, ovviamente: quelli che piacciono tanto ai cattoprogressisti), specialisti in caccia alle streghe, mettono alla gogna “peccatrici” e “peccatori”.

  41. Un pittore per la Boschi pentita, ma che sia un vero artista
    Una fotografia di Toscani non basta

    Ricordavamo in un commento precedente che Maria Elena Boschi in effetti ha sbagliato, essendo presente in una certa occasione, dove maturavano decisioni o comunque giudizi sull’operato del padre, e dove il suo ruolo istituzionale poteva avere qualche peso. Che ciò sia avvenuto per davvero non ce lo dice il solito untorello invidioso, un qualche miserabile delatore grillesco, ma uno come Ferruccio De Bortoli: di lui ci fidiamo. Non è una merda seduta sullo scranno, e non è uno che deve convincere i buzzurri di essere fico, anche perché è fico di per sé. E di convincere i buzzurri proprio non si cura. Credo che sia nato fico.
    Dunque Maria Elena Boschi ha sbagliato, ma in tutto il resto, quando accusa i grilleschi e i salvinisti di essere spregevoli sciacalli ha perfettamente ragione. Ma se la immaginiamo pentita, come dobbiamo figurarcela? Una fotografia non basta, per esempio una foto di Toscani, che già l’ha fotografata per Maxim. Ma no, per la Boschi occorre un vero artista, che ne sappia interpretare il pentimento, come Tiziano con la Maddalena. Tiziano era un grandissimo artista e un uomo di cultura, cosa che non si può dire del ruvido Toscani, del quale non dimentichiamo i trascorsi similprogressisti e paraculi: falso anticonformista, con scappellamento istituzionale a destra, come quei falsi anticlericali che si limitano a «far scoregge in sacrestia» (così il Carducci), uno che oltre tutto fu vicino a un personaggio discutibile come don Milani: si veda Oliviero Toscani e don Milani: “Anch’io mi sento suo allievo”.

  42. L’ansia di prestazione populista di Salvini nuoce al popolo italiano


    Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo.

    Credo che i fatti siano noti. Copio e incollo dal quotidiano la Stampa del 5 dicembre 2018, p. 6: «Tutto nasce da un tweet con il quale, verso le otto di mattina, Matteo Salvini informa il popolo che a Torino sono stati fermati 15 mafiosi nigeriani. Sembrava uno dei soliti messaggi, come [Salvini] fa spesso, per evidenziare le operazioni di polizia e per ringraziare le forze dell’ordine. Ma a gelare l’entusiasmo del ministro dell’Interno arriva un comunicato di Armando Spataro». Leggiamo inoltre, sempre sulla Stampa a p. 7: «il problema è che questa indagine non è una bazzecola, va avanti da tempo, condotta con i metodi dell’antimafia, perché si tratta di contrastare una vera e propria organizzazione criminale. Il che significa appostamenti, intercettazioni, flussi di denaro. Un’inchiesta talmente delicata che ancora a metà pomeriggio Spataro si rifiuta di fornire altri dettagli, perfino sul numero degli arresti andati a buon fine. Vuol dire insomma che forse, se non si fossero pubblicizzati gli arresti dell’alba, qualche pesce ancora sarebbe finito nella rete». Per approfondire l’argomento si veda quanto scrive Barbacetto sul Fatto quotidiano, facendo clic nell’immagine qui sopra riportata.
    Ed ecco il Comunicato stampa della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino (fare clic sull’immagine perché sia leggibile):

    Il Foglio, che solitamente non è tenero con i magistrati, scrive a p. 3 del numero in edicola il 5 dicembre 2018: «Insomma, doveva arrivare Matteo Salvini per farci dare ragione ai magistratoni tipo Armando Spataro. Anzi, ad Armando Spataro in persona. Al quale, giustamente, non si può non riconoscere il merito di avere evidenziato l’inopportunità del comportamento del ministro dell’Interno che, con la sua mania twittarola, come un Alfano qualsiasi, [*] rischia di mandare all’aria il lavoro della Procura del capoluogo piemontese. […] Salvini ha messo a rischio un’operazione che era in realtà ancora in corso. […] Salvini, oltre che dimostrare quanto pericolose siano la sua inadeguatezza e la sua bulimia social, si è anche reso protagonista di una delle più rozze offese che un ministro della Repubblica abbia mai rivolto a un magistrato. E allora, semel in anno, lunga vita a Spataro».
    Insomma, un conto è se certe rozzezze contadinesche sono opera del gatto padano, agrimensore male acculturato con scappellamento delatorio a destra, altro è se sorgente di tali inaudite buzzurrate è il Ministro dell’Interno, che oltre tutto ha studiato latino e greco al liceo Manzoni di Milano, e che evidentemente non ha assimilato la lezione degli antichi, o l’ha soffocata. Il che aggrava la sua situazione. Un po’ come Maria De Filippi, che anche lei ha studiato latino e greco, ma il cui operato equivale, obiettivamente, a un’azione devastatrice, con ruspe e spargimento di sale nel bel giardino coltivato in secoli di civiltà cristiana e umanitaria, fecondato dalla lezione dei classici della tradizione greco-romana. Non è dunque questione di cacata carta, evidentemente. [**]

    ………………………………………
    [*] Si vedano, a proposito del caso Bossetti,i due articoli:
    Yara, Procura contro Alfano: “Volevamo riserbo”
    Lite tra Alfano e la procura di Bergamo sul presunto assassino di Yara

    [**] Il punto è invece se si è degni, indegni, o ignari (nella migliore delle ipotesi) della lezione degli antichi, nel solco di quella nobile tradizione: ma vallo a spiegare al gatto padano, velleitaria zabetta curnense, seminatrice di menzognere insinuazioni a tutto campo: come si dice in linguaggio coglione, “a 360 gradi”; anzi, come disse una bestia dello zoo pentastrale, “a 370 gradi”. Il gatto ha l’ardire di ergersi ad antagonista di questo diario, nella speranza di salire nella considerazione dei buzzurri, come se spargere fiele e disinformazione, non sapendo e pretendendo di sapere, veramente gli consentisse di salire allo stesso livello di chi ha studiato latino e greco e vive nel rispetto di quell’insegnamento, mai dimenticato. Anzi lui dice: sarò anche un povero agrimensore male acculturato, ma sono meglio della dott.ssa Serra e della dott.ssa Gamba, che sono laureate all’Università di Bergamo, pfui, la quale Università — così mi dicono le mie amate e cacatissime carte — non è in testa alle classifiche: gravissimo! Fargli capire che altro è ragionare, altro agitare le cacate carte, equivale ad oleum et operam perdere. Lui si compiace di leggere le cacate carte, sempre che non siano scritte in latino, e di lì non si schioda. Anzi, esige spiegazioni; ma a questa richiesta si risponderà, se proprio si vuol essere condiscendenti, con sonoro pernacchio.

  43. Osservatore permalink

    Da Roma giunge notizia che un deputato bergamasco presiederà la commissione per l’attuazione del federalismo fiscale.
    Questo governo tiene particolarmente a cuore questo argomento, si spiega solo così perché affida a Cristian Invernizzi questo delicato ed importante incarico.
    A Curno si è potuto apprezzare quanto preparato e intelligente sia questo eletto.
    Congratulazioni al presidente della commissione ma soprattutto auguri agli italiani.

    • Amarcord

      Quello che ci comunica il gentile lettore di Nusquamia è assolutamente vero, ed è verificabile facendo clic sull’immagine qui sotto riportata, che ci conduce al diario prosopobiblico di Christian Invernizzi.

      Evidentemente Salvini ha deciso di por finalmente mano alla questione settentrionale, affidandosi a una persona capace e intelligente che saprà andare diritto al cuore del problema, chiedendo, come facciamo noi su Nusquamia ormai da tempo, misure draconiane, da applicarsi per un congruo numero di anni (anni di terrore) a carico degl’impiegati con “diritto acquisito”, cioè sopruso, di essere improduttivi e dissipatori di ricchezza). Già sarà difficile instaurare questo sano periodo di terrore nell’Italia settentrionale, figuriamoci in quella meridionale. Dunque è ragionevole pensare che il problema sia impostato, nella prospettiva di una sua soluzione rapida, su base federalista. Altro che le sparate di BoboMaroni che un giorno sì e un giorno no ci faceva sapere di essersi incontrato ora con questo, ora con quell’illustre sconosciuto, per definire le modalità di attuazione della sua strafottuta macroregione dei sogni, e per raggiungere il traguardo di un ritorno nell’alveo territoriale delle tasse pagate in Lombardia, nella misura del 70%. Con il senno del poi, ma anche con quello di allora, purché non si avessero le fette di salame sugli occhi, possiamo dire che BoboMaroni cazzeggiava: sia detto con buona pace dei BoboMaroniti che squittivanno di gioia quando sentivano parlare di “macroregione”. Insomma, con Christian Invernizzi preposto al federalismo fiscale possiamo dormire sonni tranquilli, specialmente se lavorerà in tandem con l’economista Claudio «Aquilini» Borghi, l’“amico geniale” di Salvini, colui che ha scritto un libro su come investire il danè comprando quadri, ad uso degli industrialotti brianzoli, come nel film Il capitale umano di Virzì, e che da quel momento è diventato un economista.

      Amarcord – E adesso veniamo all’amarcord. Christian Invernizzi è stato – non so quanto tirato per i capelli (ah! i suoi fluenti capelli!) o per autonomo e generoso impulso leghista – un co-protagonista della politichetta di Curno, quella che metteva il bastone tra le ruote al sindaco del buon governo Angelo Gandolfi. Per ragguagli sui particolari dell’impegno di Christian Invernizzi, si veda il nostro articolo Christian Invernizzi: un’intervista impossibile che riporta l’intervista (impossibile) del giornalista non anglorobicosassone Romolo Spintoni a C(h)ristian Invernizzi, in risposta all’articolo pubblicato sull’Eco di Bergamo il 31 agosto 2011, per la penna di Remo Traìna: tale articolo è presentato come un’intervista vera al summenzionato Invernizzi.
      Cominciamo con l’articolo di Remo Traìna:

      Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo in formato pdf.

      L’articolo contiene un gustoso “Spillo”, che riteniamo rifletta il pensiero del direttore del giornale, il quale invitava il sindaco a deporre sterili polemiche, a fare la volontà di Invernizzi e Pedretti, e a rimboccarsi le maniche. Ohibò, «vuolsi così colà dove si puote», cioè in ambito cattoleghista.
      Ed ecco l’intervista impossibile di Romolo Spintoni:

      Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo in formato pdf.

      Buona lettura, buon divertimento e… sursum corda!

      • Più bello che intelligente... permalink

        Nonostante ci siano alcuni detrattori nei confronti dell’onorevole Invernizzi, non mancano degli attestati di stima sul suo pregevole operato.

        • Riuscirà C(h)ristian Invernizzi a chetare le donne-puma?


          C(h)ristian Invernizzi, deputato leghista, è di Treviglio come la mitica sciura Valeria, già Ministro (sì, Boldrina: “ministro” e non “ministra”!) della Pubblica istruzione.

          Proviamo a ragionare:
          • Questo scorcio del 2018 segna l’acme dell’affermarsi del populismo in Italia.
          • L’essenza del populismo consiste nel non domandarsi che cosa è buono o è cattivo, ma nello stabilire che è buono quel che il popolo vuole, la sua volontà essendo acclarata attraverso sondaggi di opinione e opportunamente orientata per mezzo di “Web filosofi” di scuola putiniana.
          • Nella volontà generale populista (“volontà generale”: una reminiscenza roussoviana fraintesa dai minus habentes) le donne assumono un ruolo centrale e trainante.
          • Le donne giovani e carine praticamente non contano niente nel movimento delle donne, che è egemonizzato dalle virago le quali con Me too — “sponsorizzato”, come si dice, da due primedonne come la Boldrina e Asia Argento — hanno messo in moto un vindice processo di rinnovamento e riduzione del maschio ai minimi termini: un rinnovamento (o “nuovo che avanza”) che tutto lascia intendere che sia dirompente e irresistibile.
          • La determinazione induce nelle donne combattenti una metamorfosi, alterandone fisionomia e fisiologia, facendone delle donne-puma, quelle che in inglese prendono il nome di cougar (pronunzia così: [ˈkuːgər]).
          • Còmpito di politici responsabili ed emergenti, nonché di bell’aspetto, come C(h)ristian Invernizzi, è quello di chetare le donne-puma le quali, comprese di furore bacchico, mettono in discussione la sopravvivenza della specie: ai politici di bell’aspetto chiediamo di svolgere, a parti rovesciate (maschio/femmina), il ruolo di Venere, invocato da Lucrezio, il poeta della ragione, perché le sue grazie placassero la rabbia bellicista di Marte:

          Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare
          mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors
          armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se
          reicit aeterno devictus vulnere amoris,
          atque ita suspiciens tereti cervice reposta
          pascit amore avidos inhians in te, dea, visus,
          eque tuo pendet resupini spiritus ore.
          Hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto
          circumfusa super, suavis ex ore loquelas
          funde petens placidam Romanis, incluta, pacem.

          [Non traduco, perché pare che a Curno, paese sgarruppato alle porte di Bergamo ci siano agrimensori sapientissimi, presso i quali si può trovare risposta a qualsiasi esigenza spirituale. Sarà l’occasione per recarsi nel borgo e ammirarne le eccellenze: la Piazza degl’Impiccati, la nuova Scuola elementare, la veneranda Fabbrica della cattedrale nel deserto conosciuta come Bibliomostro, il polo di consumo del pollo fritto con la ricetta segreta del colonnello Sanders ecc.]

          Insomma, forza Christian! Uomini come lui sono indispensabili, in una visione strategica del futuro dell’Italia. Sono finiti i tempi in cui Cossiga poteva permettersi di ironizzare su Pietro Folena, responsabile della giustizia nel partito dei Ds, affermando che «Folena è chiaramente un mancato indossatore… Se avesse lavorato nella moda ne avrebbero guadagnato sia la moda che la politica ed i Ds». Ad averne, oggi, di indossatori come Folena! Il quale, oltre tutto, è figlio del prof. Gianfranco Folena, celebre linguista e filologo.

          Questo avveniva nel 1998. Nel 2007 Pietro Folena inverava la profezia di Cossiga. Infatti la rivista Donna moderna svolge un’inchiesta nei Palazzi della politica ed è orgogliosa di presentare l’onorevole Pietro Folena che «esibisce con nonchalance una polo con profili bicolore Boss Hugo Boss e un giubbino chiuso da ganci con tasche zippate Fay, avendo infilato le mani nelle tasche dei jeans dal taglio classico Seventy». Oggi Pietro Folena è un «operatore culturale».

          Che dire di più? “C(h)ristiane, libera nos a malo!”. Fallo per la sopravvivenza dell’umanità!


          Le femministe con la loro ansia di separatezza e il furore antimaschilista ricordano le baccanti, cioè le donne che si accompagnano a Bacco (o Dioniso). Nel corso delle orgie sacre (o baccanali) le baccanti correvano vestite di pelli di tigri, scapigliate e nelle mani avevano un’asta attorniata da foglie di vite (tirso). All’acme del culto orgiastico entravano in un orgasmo parossistico, fisico e pscichico che le portava ad addentare vivo o mangiare crudo un cerbiatto. Nella tragedia Le baccanti, di Euripide, Dioniso fa delle donne di Tebe delle baccanti: lasciano la città, salgono le pendici del monte Citerone e qui celebrano i riti orgiastici. Quindi invadono alcuni villaggi, seminano il terrore tra la popolazione, squartano vivi uomini e animali.

  44. Il 70° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo


    Questa è la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, quella originale, quella che piace a noi libertari, laici e occasionalmente libertini, senza Dio, né patria, né padrone: fu decretata nel 1789 dall’Assemblea nazionale francese. Fare clic sull’immagine per leggerla ingrandita.

    Scrivevamo in un precedente articolo che la rivoluzione francese ebbe meriti e demeriti, ma i meriti prevalgono sui demeriti; la stessa cosa può dirsi di molti personaggi e fatti storici, per esempio di Napoleone e della Chiesa cattolica, ed è caratteristica di uno spirito laico saper distinguere e all’occorrenza, mettere insieme. Non è un caso che la voce “Sincretismo” dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, monumento imperituro dell’Illuminismo, sia stata scritta da Diderot in persona: ed è un articolo lungo e argomentato, un manifesto del pensiero laico, contro ogni fondamentalismo, contro le verità rivelate e, in chiave moderna, contro il “politicamente corretto”. Prima si ragiona, e il giudizio è risultato di un ragionamento.
    Un altro monumento dell’Illuminismo, successivo all’Encyclopédie, perché approntato nel corso della Rivoluzione francese, è la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789. Essa è in parte debitrice nei confronti della precedente Dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti d’America, che è del 1776, per la cui stesura fu determinante il contributo di Thomas Jefferson, uno statista che, oltre che politico, fu scienziato e architetto, e che derivava l’energia intellettuale dalla lettura dei classici. Qui sotto, vediamo un libro da lui posseduto, le Vite parallele di Plutarco, aperte sull’introduzione alle Vite di Pelopida e Marcello.

    Insomma siamo lontani le mille miglia dalla volgarità paracula di di Salvini e dal cazzeggio arruffapopoli di Di Maio, che pretendono, ognuno a suo modo, avendo sentiti i rispettivi “guru” a Mosca (lo zar Putin, e Salvini è il suo boiardo), San Pietroburgo (dove pullulano i “filosofi Web”: sì, chiamali filosofi!) e a Milano (Casaleggio associati), di andare contro due principi fondamentali della filosofia naturale (cioè la fisica), il Primo principio della Termodinamica (“Nulla si crea e nulla si distrugge”) e il Principio di Le Chatelier (detto “Principio dell’equilibrio mobile”).
    Gran parte della Dichiarazione francese a sua volta è confluita nella ‘Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo’ adottata dalle Nazioni Unite nel 1948, che è quella della quale oggi, 11 dicembre 2018, si celebra l’anniversario.
    Qui sotto presentiamo il testo della Dichiarazione del 1948 nell’edizione che a suo tempo (a un dipresso, quello della defenestrazione del Pedretti dalla carica di vicesindaco) curammo, per far memoria ai similprogressisti curnensi e in particolare alla dott.ssa Serra, paladina di tutti i diritti, “a schiovere” e “a prescindere”, sulla possibilità che a Curno si fosse violato l’articolo 18 di tale Dichiarazione: eppure loro non se n’accorsero, anzi s’infastidivano se l’argomento era soltanto sfiorato. Certo, quando si tratta di dire “I care”, sono in prima linea, sia perché questo era il motto di don Milani, sia perché l’espressione è in linguaggio (ormai) coglione, e a lorsignori il linguaggio coglione piace, da pazzi (non ho niente contro l’inglese, ma avrei molto da dire sulle sciacquette, per lo più ignare della lingua di Shakespeare, ma che abusano dell’inglese, credendo di essere fiche). Sì, in prima linea a squittire “I care”, ma quando si trattava d’impegnarsi veramente, di essere veramente progressisti, e non di apparire progressisti, voltarono la faccia dall’altra parte, non videro, non sentirono, non parlarono.

  45. L’immagine di Salvini modellata dai guru, scribi putiniani con funzione di facilitatori (leggi: untori) della rete


    Diverse posture di Salvini: 1. Salvini l’amico dei tiranni; 2. Salvini con la mano sul petto, a dimostrazione del fatto che è un “uomo di cuore”; 3. Salvini agita il crocifisso degradato a gadget elettorale; 4. Salvini a mani giunte, alla maniera del Dalai Lama, quando fa il simpaticone.

    È noto che Salvini fa ampio ricorso a “Web filosofi”, coordinati dal gran sacerdote Luca Morisi, colui che — fra l’altro — decise che Salvini sarebbe stato chiamato dalle folle in delirio “capitano”:
    Del Web filosofo di Salvini abbiamo parlato in questa stessa pagina nell’articolo La strategia mediatica del “Web filosofo” di Salvini. Sì, proprio così, Salvini diventa “capitano”, come quello della poesia di Walt Whitman: grazie alla rete, naturalmente, alla “rete” che fa miracoli, la rete come strumento di uccellagione, omologazione e pascolamento elettorale dei minus habentes (“Ma, ragazzi, c’è la rete!” dice Grillo, avendo sentito Casaleggio; e qualcosa del genere ci dice anche il gatto padano; eh, ma c’è la banda larga, l’arch. Conti non lo sa, ma c’è la banda larga!). Ma che cazzo dice il buon Luca Morisi? Il capitano è forse quello evocato da Walt Whitman, quell’Abramo Lincoln [*] idealizzato, che rimandava a una concezione nobile della vita? Suvvia, non scherziamo. Ecco per esempio che cosa poteva la suggestione di quel capitano, il capitano di Walt Whitman, negli adolescenti studiosi che vediamo nel film L’attimo fuggente, e che con quella suggestione diventarono uomini:

    Nel film ‘L’attimo fuggente’, il professore di letteratura inglese è costretto a lasciare l’insegnamento, in quanto responsabile di aver messo i grilli nella testa di un allievo che morì suicida, dopo un contrasto con il padre. Il professore aveva insegnato ai ragazzi a non condividere necessariamente tutto, a guardare le cose di lato e a valorizzare quanto può esserci di meraviglioso nella vita, anche giorno per giorno (“Carpe diem” è il titolo originale del film). Per questo sarà scacciato. Al termine del film, i ragazzi salgono sul banco, evocano il capitano di Walt Whitman e così ringraziano il professore che ha insegnato loro ad essere uomini. La poesia non è cacata carta: la poesia, se è veramente poesia, è vita. E la vita, se è veramente vita, non tollera furbizia.

    O Captain! my Captain! our fearful trip is done;
    The ship has weather’d every rack, the prize we sought is won;
    The port is near, the bells I hear, the people all exulting,
    While follow eyes the steady keel, the vessel grim and daring…

    Ma, a dire il vero, non c’è niente di nobile nella predicazione di Salvini, soltanto odio e grettezza, come nei mormoni che incontriamo nel primo romanzo dedicato a Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, che dànno sfogo a pulsioni ignobili avvolti in un sudario di farisaica virtù.
    I guru di Salvini (per cui si veda ancora l’articolo sopra citato) si resero conto che il personaggio che, proprio grazie all’odio, aveva preso l’abbrivio di una corsa politica sfrenata, tuttavia rischiava di diventare a sua volta odioso, perlomeno agli occhi dell’elettorato che doveva ancora portare dalla sua. Ed è così che di punto in bianco abbiamo cominciato a conoscere un Salvini inedito, quello delle foto 2, 3 e 4 riportate qui sopra, che si commentano da sole.
    Ma adesso c’è un nuovo atteggiamento, che mi riprometto di documentare appena se ne presenterà l’occasione, quello di chi lancia baci, portandosi la mano alla bocca, baciandola e facendo volare il bacio. Questo è un gesto Rom: così fanno alcuni e alcune (non tutti, s’intende) quando hanno la necessità di catturare la tua benevolenza, o per farsi perdonare qualcosa. Per esempio, tre giorni fa uscivo da una pasticceria con uso di bar: avendo salutato la commessa, un’avvenente ragazza ucraìna, mi apprestavo a traversare la strada, sulle strisce pedonali. Rischio di essere travolto da un’automobile, con dentro due signore giovani e scarmigliate, per poco non finisco sotto le ruote, con tutto che il mio comportamento pedonale sia a norma di cacata carta. La donna al volante ferma l’auto, mi sorride e mi lancia un bacio alla maniera dei Rom. Così fa Salvini.
    Ho provato a passare in rassegna due o tre filmati, ma non sono riuscito a ricavarne un fermo immagine che testimoniasse efficacemente la gestualità Rom da parte di un Salvini che vorrebbe “ruspare” (lui dice così) i Rom. Comunque ci riproverò. Questa nuova chicca della comunicazione salvinesca merita un minimo di attenzione. Tutto fa credere che gli sia stata suggerita da consulenti di scuola putiniana. Perché, come scrive da un po’ di tempo Scalfari, Putin aspira a diventare il burattinaio dell’Europa, e Salvini è una pedina sulla quale mostra di fare affidamento, nel suo “grande gioco”.

    ……………………………………………………………………
    [*] Lincoln fu il primo dei presidenti degli Stati uniti ad essere assassinato. Stando a quel che fu detto da alcuni testimoni, ebbe l’onore di sentire che l’assassino, mentre compiva il gesto, esclamava in latino «Sic semper tyrannis!». Insomma non è morto per mano di un buzzurro, è già qualcosa.

    • Contro l’appecoramento: ovvero considerare le cose da un punto di vista diverso

      Nell’articoletto precedente abbiamo visto che gli studenti salutano il professor Keating, costretto ad abbandonare l’insegnamento per le ragioni che abbiamo detto, evocando il capitano della poesia di Yeats (“lo zio Walt”, così diceva il professore) e salendo sul banco. Come fa capire il filmato che presentiamo qui sopra, questo è il modo con cui gli studenti esprimono al professore che nonostante tutto (sono stati costretti a firmare un documento contro il professore), nonostante le debolezze e le vigliaccherie alle quali tutti siamo soggetti (ma qualcuno più degli altri: è fondamentale saper distinguere e, all’occorrenza, accorpare, come abbiamo detto sopra) loro hanno capito l’insegnamento del professore: con lui sono diventati uomini, hanno ceduto, è vero, ma sapranno tornare uomini. Vedendoli in piedi sui banchi il professore potrà dire di se stesso, come Orazio (quello stesso di Carpe diem), Non omnis moriar, cioè non morirò tutto, qualcosa di me è rimasto nel cuore e nella mente di questi ragazzi.
      Merda dunque alla mistica istituzionale! Questo è un punto fermo della testimonianza di Nusquamia. Se a taluno è parso che ce l’avessimo contro la Boldrina, o contro la dott.ssa Serra, per partito preso, o per antipatia personale, si sbaglia. Il fatto è che la Boldrina e la dott.ssa Serra non hanno fatto mai mistero della loro vocazione istituzionale e che, soprattutto, hanno mostrato una determinazione degna di miglior causa nel caratterizzare istituzionalmente cose, iniziative e persone che hanno diritto di esistenza, certo, ma in ambito privato; promosse invece a dignità istituzionale diventano un sopruso. Mi limito a portare due esempi, per evitare fraintendimenti: la femminilizzazione della grammatica italiana voluta dalla Boldrina è un sopruso; parimenti fu un sopruso (politico) l’adesione alla campagna di pubbliche relazioni delle Acli di Bergamo, sancita dalla dott.ssa Serra in nome del popolo di Curno, trascinato in modalità di condivisione forzata, quella campagna di propaganda che proponeva all’adorazione della plebe bergamasca la micidiale Vera Baboun, sindachessa di Betlemme in quota al partito Al Fatah.

  46. La madre degli stupidi è sempre incinta
    Dalla cacata carta alla cacata rete, il passo è breve


    Editoriale di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera del 13 dicembre 2018: una concessionaria d’auto non può fare pubblicità su Facebook, perché il titolare dell’azienda si chiama Negro. E “negro” — così dice l’algoritmo — non va bene, è politicamente scorretto.
    In basso, rappresentazione del “buon selvaggio” nell’immaginario collettivo del secondo dopoguerra: la canzone ‘Bongo Bongo Bongo’ è americana ma incontrò immediato successo anche in Italia, nel 1947 e negli anni successivi. Oggi la canzone fa parte del repertorio di Renzo Arbore.


    Chi oggi per darsi un assetto istituzionale parla per acronimi, invoca le meraviglie della “rete”, si fa paladino del “nuovo che avanza” e stravede per le lucette della modernità non è meglio di Bongo Bongo, orgoglioso della sveglia che porta al collo, perché tutti sappiano quanto lui è “fico”. Anzi è peggio di Bongo Bongo, che non pretende di essere niente di più che un buon selvaggio (come quello teorizzato da Rousseau, dal quale prende il nome la famosa piattaforma di Casaleggio). Il buzzurro tecnologico occidentale presume di essere civile, quando pretende d’insegnarci la rete e fa il fico — perlomeno così ritiene il tapino — abbondando con gli acronimi, sulle orme di Totò che suggeriva a Peppino de Filippo di abbondare con i puntevirgola, quando si scrive una lettera “signorile”.

    Siamo fieri avversari, com’è noto, della mistica istituzionale. Essa è praticata dagli uomini (e dalle donne) peggiori, quelli che la Natura volle meno dotati d’intelligenza, o che avverse condizioni ambientali (soprattutto nelle epoche passate) impedirono che si elevassero dallo stato di bruti a quello che consente di sfiorare il divino che è, sia pure in potenza, nell’uomo, come scrisse Pico della Mirandola nella sua Oratio de hominis dignitate, un trattatello che è considerato il manifesto dell’Umanesimo. Per non parlare di coloro che cercano nell’istituzione, o nel camuffamento istituzionale, una risposta ad angosce che la scienza psicanalitica ha individuato, ma raramente ha guarito: l’invidia sociale, una nascita a torto o ragione considerata oscura, l’assenza nella prima infanzia del sorriso della madre (cosa che aveva notato già Virgilio), il senso di colpa per peccati fatti o subiti ecc.
    Chi coltiva la mistica istituzionale tradizionalmente si è fatto schermo, da che mondo è mondo, o giù di lì, delle cacate carte. Le quali, prima di essere usate dagli esseri malvagi e inferiori, potrebbero anche non essere cacate; ma che diventano tali, anche quelle buone, quando siano usate in apparato (“in apparatum” è locuzione senecana). Senza contare che parecchie carte — troppe — sono cacate già sul nascere.
    Si noti che la mistica istituzionale potrebbe in linea di principio non essere schifosa o comunque equivalente a un’impostura. Uno che praticava la mistica istituzionale ma che in tale pratica non può dirsi schifoso è il generale De Gaulle. Questo giudizio, applicato nel contesto qui posto in evidenza, è vero, a nostro avviso, indipendentemente da quel che pensiamo, in generale, del personaggio De Gaulle. Si ascolti questo suo messaggio alla nazione, in occasione del colpo di mano dei generali francesi in Algeria, e lo si confronti con quello di Hollande che si cala le brache davanti alle casacche gialle. Il confronto è impietoso, per Hollande.

    Sì, ma erano altri tempi, altra severità di studi, altra borghesia. Chi oggi pratica la mistica istituzionale è per lo più un poveraccio intellettualmente, o un caso psichiatrico, o tutte e due le cose insieme.

    Dicevamo che la mistica istituzionale si fa forte delle cacate carte. L’impostura, il sopruso giuridico (vedi l’Azzeccagarbugli manzoniano) ecc. agiscono dietro il paravento dell'”Istituzione”, certificata dalle cacate carte. Oppure, procedendo a ritroso, si può stabilire la seguente scala ascendente: cacata carta > Istituzione > impostura. Abbiamo infatti mostrato, più volte, come il politicamente corretto, il femminismo, la cultura “gender”, l’esoterismo ecc., come pure i corsi di formazione truffaldini, perfino le mode in fatto di abbigliamento, facciano carte false pur di avere un’investitura “istituzionale”. Purtroppo talora ci riescono. Noi ci battiamo perché non ci riescano e, quando ci riescano, irridiamo alle cacate carte agitate come spauracchio e deterrente.
    Ma nell’epoca in cui “tutto cambia”, nell’epoca in cui Grillo ci ammonisce con il ritornello “Ma oggi c’è la rete, diamine!”, nell’epoca in cui i buzzurri cercano di darsi un tono parlando per acronimi (una “negrigura”, avrebbe detto il padre di Natalia Ginzburg [*]) alle cacate carte si aggiungono gli algoritmi della rete. Per illustrare il concetto, copio e incollo dall’editoriale di Massimo Gramellini:

    È con voce dimessa, atteggiamento contrito e sguardo improntato alla massima umiltà che mi permetto di segnalare la vicenda della concessionaria d’auto trevigiana Negro. Si è vista respingere in automatico le sue pubblicità su Facebook con la seguente motivazione: «Contiene volgarità e può offendere le persone». Che cosa ci sarà mai di tanto offensivo e volgare in un leasing?, si sono chiesti alla Negro, prima di scoprire che l’infamia denunciata dall’oscuro censore elettronico era il loro cognome. Per farsi accettare dall’algoritmo, avrebbero dovuto mutarlo in Nero.

    ……………………………………………..
    [*] Così Natalia Ginzburg nel Lessico familiare, parlando del padre: «Ogni atto o gesto che stimava inappropriato, veniva definito da lui “una negrigura”. – Non siate dei negri! Non fate delle negrigure! – ci gridava continuamente. La gamma delle negrigure era grande. Chiamava “una negrigura” portare, nelle gite in montagna, scarpe da città…». Inutile dire che “negrigura” è vocabolo politicamente scorrettissimo.

    • Quando i buzzurri parlano difficile, perché non si sappia che sono buzzurri
      L’«idem sentire» sventolato dal Bossi impancatosi a studioso della mistica identitaria


      I ‘Promessi sposi’ nella stesura definitiva, la cosiddetta “quarantana”. L’edizione precedente, cosiddetta “ventisettana” (fu pubblicata nel 1827) doveva ancora passare per la revisione linguistica, talora indicata come “risciacquatura in Arno”, presente nella quarantana. Qui sotto, targa commemorativa del Manzoni a Firenze, nell’edificio dov’era l’Albergo delle quattro nazioni: qui soggiornò il Manzoni, sulle rive dell’Arno «nelle cui acque risciacquai i miei cenci».

      Leggiamo nel cap. IV dei Promessi sposi:

      Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Ludovico. Era egli figliuolo d’un mercante di ***, (questi asterischi vengono tutti dalla circospezione del mio anonimo) che su gli ultimi anni suoi, trovandosi assai fornito di beni, e con quell’unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s’era dato a vivere da signore.
      Nel suo nuovo ozio, cominciò ad entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo che aveva speso in far qualche cosa a questo mondo. Predominato da questa fantasia, studiava egli ogni modo di far dimenticare che era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il giornale, il braccio, gli comparivano sempre nella memoria, come l’ombra di Banco a Macbeth, anche fra la pompa delle mense e il sorriso dei parassiti. E non si potrebbe dire la cura che dovevano porre quei poveretti a schifare ogni parola che potesse parere allusiva alla antica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne una sola, un giorno, in sul finire della tavola, nei momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d’avere apparecchiato, andava egli stuzzicando con superiorità amichevole uno di quei commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questi, per corrispondere alla celia, senza la menoma ombra di malizia, proprio col candore d’un bambino, rispose: «eh, io faccio orecchie da mercante». Egli stesso fu tosto colpito dal suono della parola che gli era uscita di bocca: guardò con faccia incerta alla faccia del padrone, che si era annuvolata: l’uno e l’altro avrebbero voluto riprendere quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano ognuno da per sé al modo di sopire il picciolo scandalo e di fare una diversione; ma pensando, tacevano, ed in quel silenzio lo scandalo era più manifesto. Ognuno scansava d’incontrare gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti erano occupati del pensiero che tutti volevano dissimulare. La gioia per quel giorno se ne andò; e il povero imprudente, o per parlare con più giustizia, disfortunato, non ricevette più invito.

      Altri tempi, quando i mercanti si vergognavano di essere mercanti e, se commissionavano un quadro, chiedevano al pittore di essere effigiati come scienziati, o umanisti o quanto meno come uomini devoti. Oggi invece i giovanottini del marketing, aspiranti mongomanager, ignorantelli anzichenò, ma in compenso molto aggressivi, determinati e maleducati (“facite ’a faccia feroce!”) si vantano del marketing, come se fosse una scienza (sì, buonanotte, come le “Scienze della comunicazione”, la vergogna dell’Università italiana), spudoratamente.
      Càpita però che questi giovanottini e i vecchi buzzurri (“buzzurro” è un termine che si confà soprattutto ai vecchi, più che ai giovani, per via dello spopolamento delle campagne; del resto “tamarro” non è propriamente “buzzurro”) abbiano nonostante tutto qualche scrupolo a farsi identificare per quel che sono, e vogliano presentarsi come personaggi “acculturati”. Insomma, vogliono fare colpo e forse ci riescono, ma solo sugli altri tamarri, buzzurri e minus habentes, ovviamente. Un modo assai semplice, una furbata, è quello di buttare giù termini inventati (le piste “pedociclabili”, la “vestibilità”), storpiati (lo “stravento”) o carichi di nuovi e mistici significati (il “genere” per dire il sesso che uno si attribuisce), orecchiati in qualche canzoncina, nella pubblicità, nei corsi truffaldini di formazione (tipicamente, gli acronimi) che, d’altra parte, servono anche a questo, a spargere il fumo dell’impostura. Ecco allora la parlamentare Barbara Lezzi dei 5 Stelle che lancia il suo grido di dolore e chiede che la divulgazione scientifica alla Rai sia tale da “informare il cittadino a 370 gradi”, come si sente nel filmato qui sotto, in risposta alla domanda (min. 0 : 30) dell’intervistatore:

      Già l’espressione “a 360°” fa cacare, perché è un vezzo solitamente in bocca a mongomager ignoranti, che pretendono di dare una connotazione “scientifica” alla loro impostura markettara. Ma la parlamentare grillesca Barbara Lezzi decide di abbondare, e per dire “a tutto campo” non si limita a dire “a 360°”, lei ne vuole 370: cioè, si fa un giro d’orizzonte, notoriamente a 360°, e si aggiungono ancora 10°. Come diceva Totò, in uno spassoso latino maccheronico, “Abundandis in abundandum”! Poi la grillesca disse che no, lei non aveva detto 370°, ma 360° e che chi ha sentito 370 è stato vittima di un inganno acustico, imputabile all’audio difettoso. Certo, certo.

      Addirittura, avviene che i buzzurri osino, per darsi un tono, mettere le loro rozze manacce sul latino, spesso storpiandolo, come abbiamo documentato in qualche pagina del nostro diario. Bossi non sfugge alla tentazione e, perché si sappia che lui non è un “baluba”, e nemmeno un “balabiòt” (come direbbe lui) ricorre frequentemente all’espressione nomen omen (per esempio, a proposito di Napolitano, che non a caso si chiama così: lo dice il giorno in cui, riprendendo un suggerimento che gli viene dal palco, afferma “Ah, non sapevo che fosse un terùn”; per questo sarà condannato). Un’altra espressione latina frequente nella bocca di Bossi è l’idem sentire, per indicare quello che fa (o faceva) del Nord un popolo “coeso” (espressione orribile): «la “cultura” [ahi, attenzione alle parole! N.d.Ar.] del lavoro, del tirare su la saracinesca la mattina, della capacità d’impresa, di senso del merito, del saper rischiare perfino il capitale familiare». E magari c’è anche del vero ed è anche vero che Salvini ha messo in non cale la questione settentrionale. Ma questo è un altro discorso, a noi qui interessa mettere in evidenza che Bossi faceva ricorso al latino perché nessuno pensasse che fosse un “baluba”.

      • Piste “pedociclabili”

        Errata corrige – Nell’articoletto precedente avevo segnalato erroneamente come espressione inventata “piste ciclopedonali”, che invece è un’espressione corretta. Volevo scrivere piste “pedociclabili” (perciò ho provveduto a correggere il lapsus), un’espressione che, come i lettori ricorderanno, è invenzione del gatto padano. Espressione incongrua, ridicola. Osservavo infatti in una precedente pagina di Nusquamia: «Non è lecito coniare nuovi termini “a membro di segugio”, come fa il gatto padano, agrimensore di campagna male acculturato, il quale non voleva usare il termine “ciclopedonale” per indicare una pista che fosse parimenti dedicata ai pedoni e ai ciclisti, ma prima ai pedoni, poi ai ciclisti. E allora s’inventò il termine “pedociclabile”. Ma che c’entrano i bambini? “Pedo-” è il prefisso che s’usa per indicare i bambini: dal greco παῖς, παιδός, “fanciullo”, dove il dittongo “αι” si traslittera come “e”: vedi “pediatra”, “pedofilo” ecc. Toh, siccome mi fa pietà, adesso dico al gatto che, se proprio voleva dare la precedenza ai pedoni, avrebbe fatto meglio a dire pedonal-ciclabile». Il gatto non gradì questa precisazione e rispose piccato, invocando l’autorità della cacata carta: «Un percorso “pedociclabile” quindi è una dizione altrettanto inesatta quanto la “pedonal-ciclabile” perché il Codice della Strada non le definisce così. Quindi liberi tutti». In altre parole: “Io ho detto “pedociclabile” che sarà anche uno strafalcione, ma tu non hai usato le parole del Codice della strada, a norma di cacata carta. Pertanto abbiamo sbagliato tutt’e due e pari siamo”. Sì, un par di balle. Da quando in qua il linguaggio burocratico è norma di stile? Perché proprio di stile qui si parlava. Stile urbano contro grevità agreste. E da quando in qua uno strafalcione è da mettersi sullo stesso piano di una deroga linguistica rispetto a un testo burocratico? Com’è noto, avviene spesso, sempre più spesso, che i testi burocratici facciano a pugni con il buon gusto, con la logica e con la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio.
        Insomma, a proposito dell’invenzione linguistica delle piste “pedociclabili” abbiamo assistito a un episodio del perenne contrasto tra città e campagna, del quale, appunto, si tratta in questa pagina: con l’aggravante, nel caso “di specie” (espressione burocratica che tanto piace a Di Pietro), che i contadini pretendono (talora, quando sono sfrontati e agitati dal’invidia sociale) di prevalere sui cittadini riguardo a cose che non sanno.

  47. Laetitia permalink

    I ficòfoni (= smartphone), il coltan (un minerale), le armi, la guerra, gli stupri

    Vedi:

    [Parla il premio Nobel (2018) Denis Mukwege, ginecologo congolese che conosce bene la realtà degli stupri di guerra, perché è nel suo ospedale che trovano ricovero le donne vittime dei guerrieri itifallici dal gr. ἰϑυϕαλλικός, “col pene eretto”). Una volta tanto il premio Nobel per la pace non è sputtanato, come quando, per esempio, fu assegnato ad Arafat. Il dott. Mukwege ricorda come nel suo paese la popolazione sia così povera proprio perché il paese è ricco di risorse minerarie. Per esempio, di qui, e soprattutto di qui, si estrae il coltan (o columbo-tantalio), un minerale dal quale si ricava il tantalio, un metallo strategico per la costruzione dei ficòfoni e per l’elettronica dell’automobile; il colban è estratto sfruttando il lavoro minorile, spesso è pagato in armi, le armi postulano l’esistenza dei guerrieri e i guerrieri postulano la guerra (il fenomeno è acutamente analizzato nell’Utopia di Tommaso Moro). E la guerra richiama e addirittura legittima lo stupro, qui come quasi dappertutto: praticano lo stupro perfino i guerrieri cristiani, e questo è la storia raccontata nel film ‘La donna che canta’, la cui visione consigliavamo ai lettori di Nusquamia (ricorrendo al prestito interbibliotecario: vedi La donna che canta, un film da vedere). Ne sanno qualcosa le donne delle diverse etnie delle tormentata regioni della ex Jugoslavia, le 300.000 vittime delle marocchinate del corpo di spedizione francese che risaliva lo stivale nel 1945 (si veda Le vittime delle “marocchinate” denunciano la Francia), la popolazione civile che sempre nel 1945 conobbe le attenzioni dei soldati russi che entravano a Berlino. Oggi Denis Mukwege chiede alla Boldrina di occuparsi un po’ meno della femminilizzazione della grammatica italiana, un po’ di più della catena di produzione dei ficòfoni. N.d.Ar.]

  48. Brunella permalink

    @Aristide

    Vedi:

    • La terza F di Nusquamia (= fonolinguistica) applicata alle canzonette

      In realtà questa che abbiamo ascoltato, più che una canzonetta, è una bellissima canzone; belle anche le parole. Proviamo a risentirla nell’interpretazione di Nat King Cole:

      Tale interpretazione, in particolare, si presta a un’interessante osservazione fonolinguistica (sperando che il gatto padano abbia la bontà di starsene tranquillo, pur roso d’invidia, e non minacci rappresaglie buzzurro-contadine). Scrivevamo infatti in una precedente pagina di Nusquamia:

      La parola quizás (un avverbio dubitativo, derivante dal latino ‘Qui sapit?’, letteralmente “Chi [ne] sa?) è pronunciata da Nat King Cole come la si pronuncia in Messico e, in generale, nell’America latina, come una sibilante sorda (come in it. “rosso”), detta anche fricativa alveolare sorda; il simbolo fonetico è [s]; invece in castigliano si pronuncia come un fricativa dentale sorda (come in inglese il ‘th’ di tooth); il simbolo fonetico è [θ]. Cioè nel pronunciare la “z”, se il parlante è castigliano, la lingua si appoggia sui denti; se invece è centro o sud-americano, la lingua poggia sugli alveoli. Ebbene, alle orecchie di un parlante inglese, essa suona come:
      kiss ass = bacia culo.

      Concludevo questa noterella fonolinguistica invitando comunque gli Lgbt, ancorché organizzati in lobby e coccolati dall’Amminstrazione comunale di Curno (paesone alle porte di Bergamo con funzione di spazzatura commerciale) a darsi una calmata. Dal contesto infatti si evince che trattasi di culo femminile, d’incarnato roseo e di acconcia rotondità, baciato da labbra maschili.

      • La Malagueña ‘salerosa’ non vuol battere le palpebre per l’amante povero

        Dopo aver ascoltato Gaby Moreno che canta Quizas, quizas, quizaz e averle perdonato quell’involontario “baciaculo” (kiss ass) che si evince dalla sua pronuncia guatelmateca di quizas (che, come abbiamo visto, non vuol dire “baciaculo”, ma “chissà”), è venuto il momento di vederla (ne vale la pena) e ascoltarla in questa intensa interpretazione della Malagueña:

        La canzone evoca agli occhi della nostra immaginazione una vergine (diciamo “vergine”, come direbbe il Foscolo, perché per lui eran tutte vergini, poi però andava a letto con le maritate: così diceva quella malalingua di Carlo Emilio Gadda [*]) dagli occhi (ojos) di cerbiatta sotto due sopracciglia (dos cejas) d’incanto: «Que bonitos ojos tienes / Debajo de esas dos cejas». E che gioia vederla battere le palpebre (parpadear)! Il suo amante sa perché quelle palpebre non battono per lui, riconosce che lei ha ragione (Yo te concedo razón): è povero, e lui non ha da offrirle altro che il cuore, in cambio della ricchezza (Yo no te ofrezco riquezas / Te ofrezco mi corazon /Te ofrezco mi corazon / A cambio de mi pobreza. Ma forse la bella e graziosa (salerosa, perché ha salero, cioè grazia, dal lat. sal, salis) ragazza di Malaga non sa che farsene del cuore. Non tutte le ragazze sono come quella monna Giovanna della quale abbiamo parlato in precedenza, la quale così rispose ai fratelli che non volevano darla in sposa a Messer Federigo degli Alberighi (vedi la novella nona della quinta giornata del Decamerone di Boccaccio): «Fratelli miei, io so bene che così è come voi dite, ma io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo». Così va il mondo.

        …………………………………………………………..
        [*] Secondo Paolo Isotta, geniale e sulfureo letterato e critico musicale napoletano (quello che disse «Non chiamatemi gay, io so’ ricchione») che riporta quanto gli disse Baldacci, grande storico della letteratura italiana, che a sua volta avrebbe raccolto la confidenza da Gadda in persona, al Gran Lombardo piacevano i ragazzi, però non praticava. Né tampoco fece mai outing, come oggi si dice in linguaggio coglione. Scrive Isotta: «Il Maestro [cioè Gadda] si andava a sedere, tacito, su di una panchina nei pressi del Ministero della Marina. I giovani si passavano la consegna, e pertanto non si spaventavano di un aulico invito che, di norma, li avrebbe fatti scappare a gambe levate. Uno si poneva sullo stesso banco. Silenzio esitante. “Gentilissimo, Ella non può immaginare quale immenso onore sarebbe per me se Ella volesse visitare un attimo la mia umile dimora”. Si avviavano. Salivano. Non succedeva nulla. E il ragazzo andava a comprarsi le sigarette col regalino – parco, beninteso: ma non c’era da fare fatica». Così si spiega perché il Gadda fosse così feroce con il Foscolo, al quale — ma è il caso di dire ‘contro il quale’ — dedicò una divertente, cattiva ma geniale (beh, era C.E. Gadda) commedia radiofonica, Il Guerriero, l’Amazzone, lo Spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo. Gadda fu sempre una carogna nei confronti del Foscolo (e non solo in questa commedia) per invidia e impotenza, in tutti i sensi.

        • Nada, toscana, che fu ‘salerosa’ come la Malagueña

          Questa è invece Nada, quand’era anche lei ‘salerosa’, mentre interpreta El corazón es un gitano, traduzione del Cuore è uno zingaro (beh, siamo in tema di canzoni spagnole; meglio: in spagnolo):

          E che Nada fosse graziosa si vede bene in questa intervista con il grande Vittorio Foà (attore sommo, intelligente e colto, come ben si capisce sentendolo recitare, per esempio, Dante)

          Sono passati gli anni, Nada ha anche interpretato canzoni di eros quasi proibito, adesso fa del jazz, possiede un’azienda vinicola, non nega che le piace berne di quel buono. Forse è stata tentata dal femminismo, con il declinare dell’età. Ma forse ha anche fatto in tempo a redimersi, vogliamo sperarlo. In ogni caso non siamo talebani, cioè non siamo determinati (la determinazione è la soglia della maleducazione e della stupidità, un misto delle due): noi laici e libertini (nel senso filosofico del termine, cioè illuministi) prendiamo la vita, i sistemi d’idee, le persone per quello che sono, e non per quello che ci piacerebbe che fossero o, peggio, per quel che dovrebbero essere. A noi piace la Nada ‘salerosa’, quella ci piace e ce ne avanza. Come diceva il poeta? «S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, / torrei le donne giovani e leggiadre: / le vecchie e laide lasserei altrui». Ecco una Nada abbastanza recente, che canta la canzone (Ma che freddo fa) con cui si fece conoscere giovanissima, nel 1969, una canzone che continuiamo a sentire nella colonna sonora di un numero incredibile di film.

  49. Ipsa dixit permalink

    @Aristide

    Vedi:

    Per leggere l’articolo nel sito del Fatto quotidiano, fare clic sull’immagine.

    • Il papiro di Artemidoro: non è un copropapiro, cioè non è cacata carta (a maggior ragione se è un falso, perché allora è geniale), e non è roba per copropapirologi del bar dei cinesi


      Presentazione del papiro di Artemidoro al Museo archeologico di Torino. La mostra è stata curata da Claudio GAllazzi e Salvatore Settis.

      È una questione delicata e complessa, sulla quale hanno incrociato le armi due accademici di primissimo piano, Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, e Luciano Canfora, filologo e storico. Il primo sostiene che il papiro è autentico, il secondo ne afferma la falsità: l’indagine giudiziaria, quella di Spataro, prende l’avvio appunto da un esposto di Canfora che in base ad argomenti filologici, e non solo, ritiene che il papiro sia opera di un famoso falsario del secolo scorso, il greco Simonidis. Il fascicolo giudiziario, in particolare, era intestato a Serop Simonian, il mercante d’arte che nel 2004 aveva venduto il papiro alla Fondazione dell’Arte della Compagnia di San Paolo di Torino per 2.75 milioni di euro: ecco perché l’indagine si è svolta a Torino.
      A spanne, si potrebbe dire che Settis piace ad ampi strati della società cosiddetta civile, cultrice del politicamente corretto; Canfora è uno studioso rigoroso, uno dei pochi che non ha ripudiato Marx, quando non fu più di moda professarsi marxisti, più o meno immaginari; tende al politicamente scorretto e per questo gode delle mie simpatie, come è facile immaginare. Tuttavia non sarò io a ragionare “a sentimento”, come la Boldrina, per esempio, e come fanno troppo spesso i più che determinati (e stupidi) depositari di verità oracolari, o deducibili da un insieme di postulati politicamente corretti, ancorché tutti da dimostrare. Mi astengo dall’esprimere un giudizio sul papiro del geografo alessandrino, anche perché ritengo che questo sia uno dei casi in cui occorrerebbe attribuire una probabilità alle singole proposizioni che contribuiscono alla composizione di questo o quel giudizio, di autenticità o falsità, per poi procedere a un calcolo necessariamente complesso della probabilità della conclusione del ragionamento, cioè del giudizio stesso: un calcolo complesso, come sempre quando si parla di probabilità giudiziaria, che non è roba per retori tromboni e avvocati-paglietta, per non parlare degli agrimensori copropapirologi. Inoltre, se la probabilità del giudizio non supera una certa soglia, la sospensione del giudizio è d’obbligo.
      Leggendo l’articolo del Fatto quotidiano, mi limito a queste due osservazioni:
      a) Non è un argomento contro la tesi di Canfora la constatazione (sono parole di Settis): «Canfora interviene sul tema con un’intensità (qualcosa come 10 libri, 6 fascicoli di una sua rivista e 40 articoli di giornale) con cui non saprei mai scendere in gara».
      b) Non sono nemmeno probanti le analisi sull’antichità del papiro e degl’inchiostri, delle quali si legge nell’articolo citato, che fornisce il nesso al documento The Artemidorus papyrus: solving an ancient puzzle with radio-carbon and ion beam analysis measurements.
      Leggiamo infatti nel compendio dell’articolo: «We have contributed to the knowledge about the papyrus by radiocarbon dating the document and by analyzing the composition of the ink using ion beam analysis (IBA). Results are compatible with the scroll being an ancient manuscript: accelerator mass spectrometry (AMS) 14C measurements have dated the papyrus to a period between the 1st century BC and 1st century AD, while IBA measurements have pointed out the use of an organic (carbon-based) ink, which was typical of ancient Roman and Greek times». E con questo? Come si legge nell’articolo del Foglio Il falsario di talento e il Papiro di Artemidoro:

      Sono infatti ben quattro i termini del problema. Innanzitutto, i materiali. Il carbonio 14 dimostra che il papiro è effettivamente databile tra il primo secolo a.C e il secondo d.C., e che la composizione degli inchiostri al nerofumo, senza metalli e puramente organica, è compatibile con l’epoca tolemaico- romana. Cose che Canfora non contesta: ricorda però che notoriamente i falsari cercano di riutilizzare materiali antichi e di fabbricare inchiostri in base alle ricette tramandate da Vitruvio e Plinio.

  50. Sul furore bacchico delle femministe

    Certo di fare cosa gradita alla componente femminista della giunta serrano-crurale che amministra il paese di Curno, quello che doveva insegnare a Bergamo e all’Italia intera come si fa cultura edificando grandi opere inutili, strapaesane e velleitarie (il Bibliomostro) ho rimpolpato un po’ l’articolo Riuscirà C(h)ristian Invernizzi a chetare le donne-puma?, chiarendo come il deputato leghista C(h)ristian Invernizzi possa contribuire alla salvezza della specie messa in discussione dalle femministe del #Metoo: e non mi riferisco soltanto alla Boldrina e ad Asia Argento (quest’ultima organizzando tre paparazzate con Fabrizio Corona — preso e lasciato, come da copione, del resto — ha appena incassato, pare, 50.000 euro: mica male; si veda I «gettoni» da 50 mila euro…); come dimenticare tra le femministe di punta la sciura Valeria Fedeli?

  51. Quando Toscanini s’incazza
    Noi con il gatto padano siamo più benevoli

    Non metto in dubbio le buone ragioni di Toscanini, ma mi domando se questo sia il modo di trattare gli orchestrali e, soprattutto, il più efficace. Solitamente non è così, perché altro è la severità, questo è giusto, altro è l’asprezza dei modi. Ma non insisto.
    Nel nostro piccolo, noi ci guardiamo dal fare ricorso a espressioni roboanti, usiamo altri mezzi, per esempio l’ironia, ed è così che siamo riusciti a dirozzare, almeno in parte, perfino il gatto padano, che adesso si trattiene dall’uso insistente degli acronimi, come faceva un tempo, pour épater les bourgeois (forse però sarebbe più giusto, in questo caso, dire pour épater les vilains): una roba disdicevole, da parvenu, e peggio ancora; una roba che, come abbiamo scritto qualche giorno fa, il padre di Natalia Ginzburg avrebbe bollato come una “negrigura”.
    Oddio, il gatto padano ha ancora un bel tratto di strada da compiere. Ma con pazienza, e leggendo assiduamente Nusquamia, potrà migliorare.
    L’ansia di apparire fico e di dimostrare che lui, agrimensore male acculturato, è più architetto di Vito Conti e più letterato (nel senso di “istruito”) di Aristide lo porta a certi svarioni che ci siamo permessi di segnalargli e che soltanto in due casi egli ha ammesso come tali: quando ha preso atto, su nostra segnalazione, che si dice “redigere” e non “redarre”, e ha corretto il testo; e quando ha smesso di scrivere l’orrendo “Angelo May” (ancora ancora, Maj; ma May!). Vediamo se riconosce l’errore anche in questo caso: nel numero 884 del suo diario scrive “confacersi”, ed è evidente che il gatto ha derivato l’infinito “confacersi” dall’aggettivo “confacente”, abbastanza comune nel linguaggio burocratico: un aggettivo che nasce da un participio presente, come molti aggettivi, ma anche sostantivi (per esempio, “amante” da “amare”). Ma, come non è corretto derivare “redarre” da “redatto”, perché l’infinito è “redigere”, così l’infinito del verbo che dà “confacente” non è “confacersi”, ma “confarsi”.

    Sarà troppo chiedere al gatto padano di limitarsi a correggere lo strafalcione? o vorrà anche questa volta vendicarsi delle nostre punzecchiature con falsità, insinuazioni e pettegolezzi con scappellamento delatorio a destra? Oh, ingratitudine felina! Noi cerchiamo di migliorarlo, siamo per lui una sorta di Scuola Radio Elettra ed ecco come ci ringrazia!

  52. Pillole di razionalità per i grilloleghisti


    Relazione del prof. Carlo Rubbia davanti alle Commissioni riunite e congiunte — il 26 novembre 2014 — 3a e 13a del Senato della Repubblica e III e VIII della Camera dei Deputati sul recente accordo tra Usa e Cina sul cambiamento climatico e sulle prospettive internazionali di protezione dell’ambiente. Il resoconto stenografico è leggibile alle pp. 20-23 di questo documento pdf.

    Non sono un estimatore di Rubbia sotto il profilo politico. In particolare non riuscirò mai a perdonargli d’essersi fatto mettere nel sacco, lui fisico, da un avvocato azzeccagarbugli come il discutibile Pecoraro Scanio, non rimpianto Ministro dell’ambiente nel governo Prodi e presidente della Federazione nazionale dei Verdi dopo l’esoterica Grazia Francescato, autrice del bestseller In viaggio con l’Arcangelo. In occasione di una delle tante tornate elettorali, abbiamo assistito all’episodio penoso dell’avvocato che infinocchiava il premio Nobel per la fisica, non ricordo più in quale palcoscenico (ricordo però che erano seduti su due sedie con sedile di paglia, in un ambiente senza arredi, dietro di loro un muro e davanti niente: sembrava una documento girato in una prigione delle Brigate rosse). Teoricamente avrebbero dovuto discutere di energie alternative. Ma la funzione di Rubbia non era quella di presentare il suo punto di vista, come fa nel video che vediamo qui sopra, ma di trasferire quote di sua personale autorevolezza alle baggianate dell’avvocato. Come ho ricordato in una precedente pagina di Nusquamia, l’avvocato parlava di megaprogetti, roba che non stava né in cielo né in terra, in stile gatto padano (ma intelligente: beh, intanto Pecoraro Scanio è un avvocato con studi classici alle spalle, figlio di avvocati — uè! — inoltre è di scuola partenopea). Sul palco mediatico il fisico, per via del naso rubizzo, dava l’impressione di averne bevuto di quel buono, e non diceva quasi niente. Pecoraro Scanio invece parlava e parlava, con un cazzeggio che sotto certi aspetti, suscitava perfino ammirazione, mentre il fisico intortato suscitava compassione.

    Tutto ciò premesso, ascoltiamo Carlo Rubbia che parla di cose che sa, finalmente non intortato dall’irrazionale che avanza, poco importa se esso sia esoterico (come piace agli ambientalisti zuzzerelloni, qui ottimamente rappresentati da Pecoraro Scanio), cattoprogressista, sovranista, populista e via cazzeggiando.

  53. Intermezzo musicale

    Abbiamo presentato sopra in un confronto — forse impietoso — la cantante Nada che fu, quand’era ragazzina, quindi la Nada del nostro tempo. Non ce la sentiamo di proporre analogo confronto tra la Joan Baez che fu e quella d’oggi, tale è il rispetto che portiamo alla memoria di colei che fu un personaggio mitico, anche per noi che siamo osservanti fedeli del principio di razionalità e spregiatori dell’entusiasmo, che è roba buona per cattoprogressisti, populisti, esoterici, sciacquette, pecoroni al seguito di personaggi carismatici, ma indegna di un uomo compiuto. Joan Baez continua a cantare, ha ancora una bella voce: ma questa Joan Baez non c’interessa. Semmai è interessante il sito del cugino: This Week’s Finds in Mathematical Physics. Il cugino si chiama John Baez, è un fisico matematico e pare che sia un genio.

  54. Nella Lega c’era una volta il federalismo. Adesso Salvini proclama “Prima gl’italiani”. Quale sarà il prossimo passo?

    Nella Lega, quando si chiamava ‘Lega nord’, c’era una volta il federalismo. Ed era una cosa sacrosanta, che prendeva le mosse dalla questione settentrionale, che non è una balla, a differenza della mistica celtica e dell’identitarismo straccione dei poetastri avvinazzati. No, il federalismo è una cosa seria, ha tra i suoi padri nobili Carlo Cattaneo (quello che diceva “più fisici e ingegneri, meno avvocati”; a scanso di equivoci, e per tagliare le vie di fuga, io aggiungerei “e meno copropapirologi”: merda alla merda!), la questione settentrionale è più che mai attuale. Il fatto che oggi non se ne parli non significa niente, potrebbe esplodere da un momento all’altro, eventualmente con innesco esterno; come insegna la Storia, potrebbe avere un esito diverso, anzi opposto, rispetto a quello preventivato dagl’incendiari. Se per esempio Putin (che è uno statista) tira troppo la corda per frantumare l’Europa in vista di una sua egemonia, servendosi dei vari Salvini (che è uno statista quasi quanto a Curno, infelice paese della pianura bergamasca, lo sono Cavagna il Giovane e MarcoBattaglia), l’Europa potrebbe, in base al Principio di Le Châtelier, trovare un nuovo equilibrio dove le regioni settentrionali procedono per conto loro, lasciando quelle meridionali ai populisti di Di Maio (e, ormai, di Salvini). In tal caso, come reagirà Salvini? Basterà far stampare una cartolina postale analoga a quella che presentiamo qui sotto?

  55. Memento mori

    Dedicato in particolare a coloro che cacano sentenze come se fossero immortali e pensano di mettere la mordacchia — d’ora in poi, e per sempre! — al libero intendimento e al libero accesso al patrimonio culturale d’ogni tempo e d’ogni luogo (mediante censura preventiva, anatemi a consuntivo e tentativi di riscrittura e interpretazione forzata in senso politicamente corretto del summenzionato patrimonio). In altre parole, contro ogni fondamentalismo e prevalenza del cretino. E contro le mezze calzette che non conoscono il piacere del dubbio, perché sono più più numerose dei fondamentalisti di stronzitudine acclarata, potenzialmente anche più pericolose.

  56. Sandra da Bordeaux permalink

    Avec la musique, ça la fait grave!

    • [Ridicolo, farisaico, melenso. Che delusione questo Macron! Non ce l’ho con lui nella maniera greve e plebea che ha dato il peggio di sé in Francia e, prima che in Francia, in Italia. Ce l’ho con lui, perché avrebbe — avrebbe avuto — tutti gli strumenti naturali e culturali per affrontare le difficoltà virilmente, e invece si comporta come una ‘muliercula’. Lui che fu ammesso «en hypokhâgne et khâgne» [*] al prestigioso liceo Henri-IV, quello di Jean-Paul Sartre e Paul Nizan! Si veda ancora il filmato che ho proposto in questa pagina, dove De Gaulle ci dà un saggio di retorica, se non altro, dignitosa. La retorica della mozione degli affetti, con la musichetta, è troppo: quasi quanto la retorica impudente e sboccata del cazzeggio giuridico. Possibile che la moglie Brigitte (sulla quale, a differenza di Grillo, non infierisco), la quale fu insegnante di lettere e di latino, non gli abbia dato qualche dritta? Come diceva il poeta, «Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt». N.d.Ar.]

      ………………………………………
      [*] Hypokhâgne e khâgne sono termini di ironico ‘argot’ per designare, rispettivamente, la prima e la seconda classe di preparazione letteraria. ‘Hypo’ è prefisso dal gr. ὑπό, “sotto”; cagneux è colui che ha le gambe da cane, con ginocchio valgo: sarebbe una caratteristica degli sgobboni. Dunque volendo tradurre alla lettera hypokhâgne e khâgne, dovremmo dire “sottogambastorta” e “gambastorta”.

  57. Pasolini sulla famiglia, politicamente scorretto

    Come i lettori abituali di Nusquamia avranno osservato, non sono un estimatore incondizionato di Pasolini. Aderisco, nel mio piccolo, al monito oraziano, Nullius iurare in verba magistri, cioè mai giurare sulle parole di nessun maestro: questo si leggeva nell’emblema della Royal Society, la società scientifica britannica che, sulla scia dell’insegnamento del filosofo Francesco Bacone, intendeva promuovere il progresso della Nuova scienza, basato sul metodo sperimentale, senza riguardo e men che meno reverenza per la religione, le esigenze della politica, le verità oracolari.

    Emblema della Royal society britannica.

    Premesso che non sono pasoliniano, non ne condivido l’estetica, men che meno il rimpianto per la società rurale, che con quell’estetica è connesso, ammiro tuttavia l’intelligenza e l’autenticità del poeta friulano. Come al tempo dei fatti di Valle Giulia si schierò, scrivendo una “brutta poesia” (sono parole sue), dalla parte dei poliziotti proletari contro i figli dei borghesi (con il contorno di qualche studente di schiatta sottoproletaria — direi oggi, con il senno del poi — che aspirava a diventare borghese), i quali giocavano a fare la rivoluzione, sono sicuro che Pasolini non aderirebbe oggi al fermento Lgbt, che entusiasma nella bassa bergamasca le mezze calzette alla ricerca di un ubi consistam.
    Nel filmato che presentiamo qui sopra, Pasolini argomenta che il potere non è interessato a educare i bambini, ma a farne dei buoni consumatori. Quanto al femminismo, ci ammonisce sulla possibilità che «nel momento in cui la donna comincia a emanciparsi, tutta l’umanità regredisca e peggiori».

  58. Elena permalink

    @Aristide

    Vedi:

    [Certo, le masse hanno bisogno di illusioni. Ma poiché ci sono illusioni che portano al bene e illusioni che portano al male, còmpito delle “istituzioni” (in senso lato) sarà quello di sottrarre le masse alle illusioni che sfociano nel male e orientare i cittadini al bene. Ciò avverrà contrastando le illusioni non necessarie e mantenendo in vita quelle strettamente necessarie, opportunamente indirizzate al bene. Questo fu il ruolo del cristianesimo, pur tra mille contraddizioni, ma comunque ottenendo che il bene prevalesse sul male. Per questo un filosofo come Voltaire sosteneva che se Dio non esistesse (ma lui pensa che esista, e che esso sia testimoniato dalle leggi di Natura) bisognerebbe inventarlo.
    Dobbiamo prestare particolare attenzione ai falsi profeti, che pretendono di “liberare” l’uomo dalla religione, ma solo per creare un vuoto, che essi non esiteranno a riempire con le loro suggestioni, le loro superstizioni: il consumismo, per esempio, l’ideologia vegana e il politicamente corretto, il successo che sarebbe assicurato da una feroce determinazione, che di fatto segna un regresso della civiltà, un ritorno alla legge della giungla; in particolare, l’abbandono della Buona novella di Cristo, il Nuovo testamento, per tornare alla barbarie del Vecchio testamento, come vogliono i protestanti, è esiziale per il futuro dell’Uomo. Perché se togli il timore di Dio, se distruggi la famiglia (un vecchio arnese ormai inutile, un ostacolo ingombrante al progresso del “nuovo che avanza” e all’affermazione del feticcio delle merci) gli uomini diventano peggio delle belve, i cui istinti se non altro sono regolati dalle leggi di Natura. Ed è qui che si vede quanto in prospettiva possa essere pericolosa, nei paesi di tradizione cattolica, la “politica” di papa Francesco, che cala le braghe davanti ai protestanti, quasi come Macron con i giubbetti gialli. Parimenti deleterio è il ruolo dei nuovi filistei, i cattoprogressisti, che occupano pretestuosamente il “mercato” della religione, per usare le strutture della Chiesa a coronamento delle loro ambizioni di potere e, quel che è peggio, di fatto distruggendo quella pulsione al sacro che è connaturata all’uomo: ma se togli Cristo, al suo posto verranno gl’impostori. Questo è il punto di vista di un laico non credente.
    N.d.Ar.]

    • Cristina Renzi permalink

      Freud e le sue contraddizioni. Non metto indubbio l esistenza o no di Dio..non mi importa il fatto. Il fatto è che l’ umano è in piena “crisi evolutiva” . Ancora non sa niente di se come ho pensare di sapere qualcosa di Dio. Fatto sta che la gestione del “potere” sia religioso che politico è sempre stato portato avanti attraverso lo strumento della separazione, cioè dal dualismo. Bene, male, buono, cattivo, uomo, donna….etc etc.. .tutta la prospettiva umana nell’ occidente è basata su questo. La politica religiosa cattolica sa bene come utilizzare il concetto di dualità al fine dell inclusione o dell’ esclusione (a secondo i propri benefici). Perciò il problema vero non è il fatto che non andiamo più in chiesa o che non ci siano delle ideologie politiche stabili ma che non abbiamo ancora assorbito il concetto che nulla nell’ universo è duale. Ops il correttore…

      [Seconda FAvendo letto (due volte] questo intervento mi viene voglia di cominciare proprio dalla fine: «Nulla nell’universo è duale». Ne siamo proprio sicuri? Nella teoria dell’elettromagnetismo ci sono un polo nord e un polo sud, una carica positiva e una carica negativa. O vogliamo dire che questa è soltanto un’ipotesi interpretativa e che il sostrato di realtà non è duale? Ma allora, fermo restando il problema di conoscere quella realtà profonda, il problema si pone sul piano dell’interpretazione della realtà sensibile, quella che riusciamo a cogliere con i nostri sensi e con i nostri strumenti.
      Ma se il problema è squisitamente ermeneutico, mi sento autorizzato ad affermare, con Spinoza, la coincidenza di Dio con la natura. A questo punto non si pone nemmeno il problema del dualismo Bene/Male. Perché bisognerà riconoscere che il problema etico è umano, e solo umano; dunque ha senso domandarsi se la natura sia veramente interessata al problema del bene e del male, o non sia invece indifferente, come pensavano, per esempio, Epicuro e Lucrezio. Senza spingermi ad affermare cose delle quali non abbiamo certezza – nessuno di noi, credo – tenderei ad escludere o quantomeno a ritenere assai poco probabile che il dio-natura possa essere interpretato come il Dio delle religioni positive, un Dio che risponde fondamentalmente alla volontà (qualcuno direbbe alla necessità) di assegnare un ordine alle società degli uomini e soprattutto a mantenerlo. Così torniamo a Epicuro e Lucrezio, i quali ritenevano che fondamento della religione sia la paura della morte e di una vita ultraterrena, con la possibilità di una punizione per le malefatte compiute in questa vita. Qui effettivamente si pone il dualismo Bene/Male: ma nell’ipotesi di un problema verisimilmente mal posto. Pertanto risulta mal posta tutta la questione del dualismo, dunque non ha senso parlarne, e nemmeno negare il dualismo stesso.
      N.d.Ar.]

      • Cristina Renzi permalink

        Sì senz’altro il problema è esclusivamente umano….tutto il resto della natura non si interessa a questo argomento tanto che un bosco è considerato uno perché ogni albero è strettamente in comunicazione con l altro e ogni albero vive o muore in funzione di un sistema più complesso di un singolo individuo arboreo. Il sottosuolo è formato da una rete fitta di informazioni che circolano attraverso le radici. Tutti in comunicazione a formare non tanti singoli ma un uno solo. E così comunicano i neutrini cosi comunicano le particelle nel nostro corpo. Non fanno ciò che vogliono.ma ciò che utile per tutti. Un unico. Allora mi domando come la vita e la morte possano differire da questa logica ed essere due elementi e non uno solamente.

        [Seconda FLa gentile lettrice fa riferimento a quanto scrivevo sul problema del Bene e del Male, e azzardavo l’idea che la Natura fosse indifferente al problema etico; scrivevo infatti: «bisognerà riconoscere che il problema etico è umano, e solo umano». Di qui il passo è breve per porsi un’altra questione, difficilissima, alla quale sarebbe ingiusto dare una risposta facile:questa è la specialità dei “facilitatori” esoterici, anche se non nego l’esistenza di un esoterismo di fascia alta, quello della destra maledetta (o delle “intelligenze scomode”) di Julius Evola, di Mircea Eliade ecc. Il problema fu affrontato in chiave razionale da Spinoza con la teoria della doppia casualità e ripreso in epoca illuministica, facendo ricorso alla metafora del Dio-orologiaio, già impiegata da Cartesio: alcuni l’abbracciarono, pur non pretendendo che la perfezione della natura costituisse una dimostrazione dell’esistenza di Dio (Voltaire); altri, in una prospettiva materialista, la negarono (La Mettrie): non si sente bisogno di un orologiaio, dissero. In seguito, spiegando la sua meccanica celeste a Napoleone, quando il grande còrso gli domandò quale fosse il ruolo di Dio in questa sua teoria, Laplace rispose che non aveva sentito il bisogno d’introdurre l’ipotesi di Dio. N.d.Ar.]

  59. Nuovo Cinema Nusquamia
    Grazie, zia di Salvatore Samperi

    Inquadrato nel filone della commedia erotica all’italiana — ed è questa una definizione che vuol essere limitativa — il film Grazie, zia, è parente o, per essere precisi, discendente del film di Bellocchio I pugni in tasca con il quale ha in comune non solo l’interprete maschile, Lou Castel e l’autore delle musiche, Ennio Morricone, ma il personaggio del figlio maledetto, squartatore della famiglia borghese. Un altro punto in comune tra questi due film: sono entrambi di esordio per i loro registi, nessuno dei quali riuscirà più a realizzare un prodotto all’altezza di quel bel principio. Samperi, giovane arrabbiato come il Bellocchio giovane, e suo grande ammiratore, raggiungerà il successo con Malizia, interpretato da Laura Antonelli, ma sarà sempre meno “arrabbiato” e sempre più commerciale. Bellocchio ha seguito un percorso più rigoroso, girerà anche un film abbastanza buono, Sbatti il mostro in prima pagina, che deve moltissimo all’interpretazione di Gian Maria Volonté, ma poi è finito nelle mani di uno psicanalista-santone, Massimo Fagioli (si veda Marco Bellocchio: “Massimo Fagioli mi ha salvato la vita”) che si sedeva accanto a lui durtante la lavorazione del film, e che durante le riprese del Diavolo in corpo gridava all’attrice Maruschka Detmers, che praticava un pompino vero, «Stronza! Ridi di meno, e succhia!». Adesso Bellocchio, dopo aver girato un film apologetico della figura di Aldo Moro (Buongiorno, notte) non è più “arrabbiato”, neanche lui. È diventato “istituzionale”, anche lui, tutt’al più suscitando — involontariamente, immagino — l’ira delle femministe per il film La condanna, accusato di costituire un’apologia dello stupro, dove il solito Fagioli è co-sceneggiatore. Dirige istituzionalmente una scuola di regia e recitazione ed è direttore del Bobbio film festival. Alè!
    Ultima osservazione, anzi due. Un film come Grazie zia oggi ce lo sogniamo. E non solo perché la temperie culturale è diversa, diversi i talenti ecc. Ma soprattutto perché girato così i bacchettoni del politicamente corretto avrebbero da ridire su mille cose: taglia di qui, cuci di là, questo si può dire, ma è bene che sia espresso diversamente, questo non va bene perché si finisce con l’avvalorare pregiudizi che è nostro dovere estirpare ecc.
    Seconda osservazione: Lisa Gastoni è meravigliosa.

    • Sesso e denaro in cambio dell’emozione “religiosa”
      Il rito del bacio al gladio consolare


      Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

      L’articolo segnalato da Silvia T. è scritto da Annamaria Testa, donna di successo, copywriter (a lei si deve lo slogan “Sfrizzola il velo pendulo” per la pubblicità delle pasticche Golia), bella donna legata agli ambienti della Milano-bene. A suo tempo si fece promotrice di un uso corretto della lingua italiana, con preterizione dei termini del linguaggio coglione, perlopiù in inglese: ma, per paura di offendere il suo ambiente, l’iniziativa non solo non sortì alcun effetto (questo è scontato, e non c’è niente di male), ma non fu nemmeno graffiante o degna di memoria.
      Non ce l’ho con lei, come invece – lo confesso – ce l’ho con certe damazze del suo giro (per esempio, con Daria Colombo, la moglie di Vecchioni, della quale ci siamo occupati in questa pagina, con Inge Feltrinelli, con Lella Costa ecc.), perciò non intendo infierire. Mi limito ad osservare che non era necessario scomodare il neuroscienziato Christian Jarrett per arrivare a conclusioni che sono largamente acquisite. Forse non a tutti, ma (quasi) certamente al pubblico al quale queste considerazioni si immaginano indirizzate.
      Consideriamo per esempio il punto 10: “Alle donne piacciono i delinquenti”. Beh, dove sta la novità? C’è in proposito un bellissimo racconto, in realtà un resoconto di vita vissuta, per la penna di Giancarlo Fusco, scrittore, giornalista e soprattutto uomo eccentrico e geniale. Il racconto, che s’intitola Luci del taffetà [*], narra del fascino esercitato da un impostore sulla prof.ssa Edda Rachele Cerboni. Già il nome dice che in famiglia c’erano state simpatie per il fascismo. In effetti la professoressa era figlia di un fascista, aveva otto anni quando nel 1945 i partigiani lo fucilarono per aver comandato i repubblichini nel rastrellamento dell’Amiata. Così per lei il fascismo divenne una religione. Di tale religione era venuto a sapere un impostore con il quale la sciagurata ebbe un rapporto che lei stessa definiva esaltante, mistico e sublime, tant’è che – così dice – «quelli [cioè, i rapporti] non erano contatti sessuali. Erano riti».
      L’impostore si fece conoscere dalla signora Edda Rachele due giorni dopo la strage di Brescia. Bussò alla finestra della camera da letto, di primo mattino. Lasciò intendere di essere uno degli autori di quella strage e disse, asseverativo: «Tu, camerata Edda, non lo sai, ma sei nella lista dei duecentodieci fedelissimi! Dobbiamo sparpagliarci e sopravvivere nascosti ai margini di questa lurida società sedicente democratica. Ci vuole liquido! Tanto e subito. Quanto versi?». Insomma, bussò a quattrini. Avendo visto alla parete la foto del padre della professoressa, non mancò di esclamare «Camerata Leonardo Cerboni! Presente! Vindicta est proxima!».
      Ma i quattrini non erano tutto. Poiché doveva partecipare a un’altra missione, una missione pericolosa, occorreva compiere un rito. Racconta la signora: «La prima volta che si… mise in libertà (però, sempre tenendo su i pantaloni)», mentre io lo stavo a guardare con tanto d’occhi e la mano pigiata sulla bocca per non gridare, declamò: Paulo ante pugnam Vestalis gladium consularem basiare debet!… Io ero la Vestale… quello era il gladio del console… e dovevo baciarlo. Mi spiegò ch’era un rito augurale in uso ai tempi d’Augusto».
      La cosa si ripeté parecchie volte: lui chiedeva soldi, le posava la mano sui capelli, si officiava il rito augurale, prendeva i soldi e salutava con la formula: Ave, virgo auguralis!
      Questa, scrive Fusco, «è la storia di un romanzesco raggiro politico, passato dal patetico al tragico. Perché, nel giro di un anno e mezzo, fece passare dalla condizione di benestante a una vita di stenti la protagonista di questo racconto».
      Però, insiste la signora Edda Rachele, «il fascismo, per me, è una religione! Tant’è vero che dopo tutto quello che mi è successo, dopo aver perso tutto quello che avevo ereditato dai miei (un bel po’ di roba!), perfino dopo aver saputo che lui non si chiamava Rinaldo, ma Salvatore F., e che ora è in galera, a Catania, condannato per aver succhiato milioni a una lega contadina, spacciandosi per un ‘amico d’amici’, lui, per me, è sempre la Luce!».

      ……………………………
      [*] Il racconto si trova nel libro: Giancarlo Fusco, Il gusto di vivere, Laterza, Roma-Bari 2006 (non sono in grado di segnalare la pagina perché ho letto il libro in edizione elettronica). Il libro è curato da Natalia Aspesi, che è donna intelligente, oltre che politicamente corretta. Perciò le oche politicamente corrette sono pregate di non starnazzare per esprimere disapprovazione nei confronti di questo racconto. Oppure, se proprio vogliono, starnazzino pure, tanto non ho niente da perdere (non sono in carriera, non possono farmi del male).

  60. Val la pena ascoltare questo Diego Fusaro, sul tema della “naturalizzazione” del capitalismo

    Quando non fa il “personaggio” (purtroppo lo fa spesso, soprattutto nei talk show televisivi) vale la pena ascoltare Diego Fusaro, se non altro perché è intelligente, è colto ed è una persona educata. Non è schifosamente “determinato” (come abbiamo spesse volte sottolineato, la determinazione è l’anticamera della maleducazione), non è un buzzurro che pur di entrare nei salotti borghesi mostra disponibilità alla “buona pratica” del “peccato muto” (un eufemismo del quale farebbe a meno il coltissimo non-buzzurro Paolo Isotta, che dice «Io non sono gay, chiamatemi ricchione»), non è oracolare, e il suo modo di affrontare i temi che propone alla riflessione di chi lo vuole ascoltare, o leggere, è fondamentalmente quello dialettico-argomentativo. Peccato che, pur di fare il personaggio, e “punire” le sciacquette politicamente corrette — cosa peraltro sacrosanta, ma c’è modo e modo — si butti a capofitto nell’apologia del populismo, mettendo in non cale il sano distacco filosofico nei confronti di coloro che Platone, e non solo Platone, designava con sano disprezzo οἱ πολλοί (hoi polloi, “i molti, i più”). [*] Perché altro è stare con il popolo, e questo significa interessarsi alle sofferenze del popolo, capirlo, interpretarlo ed educarlo, altro è stare a rimorchio del popolo. Ma è un argomento che abbiamo già trattato, e che qui sotto riassumiamo con riferimento all’episodio della marcia delle lavandaie a Versailles: in buona sostanza, il popolo necessita di una guida intellettuale. Altrimenti, niente di più facile che il movimento popolare degeneri nella “macelleria messicana” di piazzale Loreto.


    La marcia su Versailles del 5 ottobre 1789. Nasce come iniziativa spontanea di un gruppo di donne (le “lavandaie”) che protestano contro l’aumento dei prezzi e la scarsità del pane. Quando le lavandaie, e al loro seguito turbe di popolo, si posero in marcia per Versailles, e gridarono al re la loro indignazione, quel giorno segnò la fine della monarchia francese, molto più che la precedente presa della Bastiglia, il 14 luglio dello stesso anno. Ma ciò avvenne perché c’era un terzo stato (borghesia, operai, contadini) che era stufo di mantenere il primo stato (il clero) e il secondo stato (i nobili). E perché c’era una classe dirigente pronta a cogliere l’occasione: una classe dirigente di ricambio, gente che aveva studiato dai preti (d’altra parte, era pressoché inevitabile studiare dai preti, se si voleva studiare), e una classe dirigente pronta a mettersi dalla parte della rivoluzione, perché aveva la sua convenienza.

    Se dunque il popolo necessita di una guida intellettuale, che senso ha fare i portatori d’acqua al populismo aizzato, compulsivamente sondato (i benedetti sondaggi d’opinione!) e teleguidato dagli algoritmi in mano ai cosiddetti Web-filosofi di scuola putiniana? Perché di fatto Diego Fusaro è stato portatore d’acqua, come lo è stato Marco Travaglio, con qualche riserva, però, tant’è che adesso sta facendo marcia indietro.
    In attesa che anche Diego Fusaro faccia marcia indietro rispetto al populismo di Salvini e Di Maio, contro i quali qualche giorno fa Calenda pronunciò una requisitoria che molto opportunamente si chiudeva con queste parole, «E di qui si vede che costoro non hanno mai lavorato in vita loro», ascoltiamo la parte buona di Diego Fusaro che ci intrattiene su un argomento che gli è caro e che lui designa con la formula “Kapitalismus sive Natura”: una formula ricalcata sul celebre “Deus sive natura” che compendia il panteismo del filosofo Spinoza (nella sua opera Ethica ordine geometrico demonstrata).
    Con la formula “Kapitalismus sive Natura” Diego Fusaro intende condannare la pretesa totalizzante del capitalismo di «ricondurre alla natura ciò che è storico e sociale». Il che «significa legittimare l’esistente, santificarlo. Riportare il capitalismo alla dimensione del naturale significa classificarlo come se fosse una forma eterna che non concede alternative». Questo, in sintesi, vuol significare la conversazione qui sopra riportata, che – ripetiamo – vale la pena ascoltare per capire meglio e di più.

    …………………………………………
    [*] Nietzsche parla della «superbia del sapiente Eraclito» che non si cura dei più (οἱ πολλοί) perché «quando in un filosofo si giunge alla superbia, si tratta allora di una grande superbia. Il suo agire non si rivolge mai ad un “pubblico”, all’applauso delle masse e al coro osannante dei contemporanei. Il percorrere la strada da solo rientra nell’essenza del filosofo» (Friedrich Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei greci, Adelphi, Milano 1976, p. 176).

  61. Dibattito sul sesso vegano (come si stava meglio quando ancora esistevano le ideologie!)
    Quello orale — dicono — comporta seri «problemi etici e nutrizionali»

    L’articolo qui sopra segnalato, pubblicato sulla Stampa, mica su Bergamo news, non è recentissimo, è di circa un anno fa. Mi era sfuggito, mi scuso per il ritardo. Vi si legge che la solita inchiesta psico-socio-pseudo-scientifica ha raccolto opinioni convergenti sul seguente punto di vista: «Se sei vegetariano o vegan, sei molto consapevole del fatto che coloro che seguono una dieta di carne sono una specie di cimitero di animali». Dunque per una vegana/un vegano il must, come si dice in linguaggio coglione, sarà non avere rapporti di nessun tipo con un non-vegano.
    Ma ecco, più recente, un approfondimento — sempre “scientifico”: figuriamoci! — sul sesso orale in ambito vegano, che traggo dal sito tutto al femminile “Donna fanpage”: si veda Sesso vegano: consigli e regole per chi segue una dieta vegana. Eccone una perla:

    «Una delle domande che si pongono spesso i vegani è se una pratica simile [il sesso orale, N.d.Ar.] possa essere considerata compatibile con la dieta da loro seguita, visto che si finiscono per ingerire sostanze organiche. La risposta è assolutamente no [cioè: niente sesso orale, a meno che non sia protetto, ma in modalità vegan-corretta, come spiegato subito dopo: N.d.Ar.]. Si tratta di proteine animali e, in quanto tali, secondo la filosofia vegana sono un ostacolo per il raggiungimento del benessere fisico e spirituale. Come se non bastasse, il ph dello sperma è leggermente basico e finisce per contrastare la percezione della frutta e delle verdura che si assume ogni giorno. Il consiglio è dunque utilizzare anche durante un cunnilingus o una fellatio dei condom cruelty-free liberi da caseina e lattosio, così da non creare alcun tipo di problema etico e nutrizionale».

  62. Simona permalink

    [Vittorio Sgarbi fondamentalmente ha ragione. Non ci piace la sua iracondia sputazzante, alla quale preferisco l’ironia che conchiude un atarassico (per dirla “à la” Diego Fusaro) ragionamento. Ma ha ragione, questi cattolici, per essere precisi questi cattoprogressisti, non credono in Dio, come abbiamo spesso sottolineato su Nusquamia, eppure straparlano in nome di Dio; si dicono cattolici giusto per usare le strutture e il “logo” della Chiesa dei quali si fanno forti per imporre le loro mattane, le più disparate: femminismo, irenismo misticheggiante, abbraccio mortale con le chiese protestanti, e implicito ripudio del Vangelo a favore del barbarico Vecchio testamento, appoggio esterno alla lobby palestinese e chi più ne ha, più ne metta. Grazie anche ai cattoprogressisti, e grazie alla Boldrina, uno come Salvini ha potuto fare il pieno di voti, avendo buon gioco a far leva sul sentimento di dispetto, fastidio ed esasperazione che costoro sono riusciti a creare nel paese. Ai lettori della bassa bergamasca che ci leggono ricordiamo il giro propagandistico di Vera Baboun, “cattolica” e membro autorevole del partito di Arafat che fu sindachessa di Betlemme; il giro, ad ampio spettro “istituzionale” — nelle scuole, alla Conca Verde, al Comune di Curno ecc. — fu organizzato dalle Acli di Bergamo; l’allora sindachessa cattofemminista e cattoprogressista di Curno, dott.ssa Perlita Serra, aderì entusiasticamente; gl’ingenui di Curno e le truppe cammellate cattoliche, ignari dell’inganno, andarono a sentire Vera Baboun come cattolica e portatrice di pace. N.d.Ar.]

  63. Giosi permalink

    Per chi se lo fosse perso, invio il video del discorso del Presidente Mattarella. Un discorso importante e sincero che arriva dritto al cuore.
    Il bisogno di sentirsi una comunità di vita che significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa pensarsi dentro un futuro comune da costruire insieme. Rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza.
    A me sembra un modo magnifico per iniziare questo nuovo anno.:

    • La retorica di Mattarella

      Mah, mi domando se la retorica di Mattarella non sia invece controproducente, per quanto meno indisponente di quella del cattolicissimo Scalfaro, non compianto ex presidente della Repubblica (ricordate? quello che nel dopoguerra condannò a morte un militare, pur essendo contrario alla pena di morte; però dopo la condanna, pianse: così disse). Ecco infatti sulla Stampa di oggi, 2 gennaio 2019, un articolo di Vladimiro Zagrebelsky, di nobile prosapia (per questo, forse, si esprime bene: almeno quello, non è un gatto padano!), gran trombone usato come riserva per tutte la battaglie trombon-istituzionali (fece gran parlare di sé al tempo del referendum costituzionale). Squittisce Zagrebelsky all’inizio del suo articolo: «Come tutte le consuetudini maturate nel tempo dagli organi costituzionali esso [il discorso di fine d’anno di MAttarella: N.d.Ar.] assume un particolare valore istituzionale». Poffare! Mi rendo conto che è difficile riempire un articolo di niente, ma c’è modo e modo. Si può anche dire niente in maniera intelligente, come succede a certi autori barocchi. Ma un niente senza nemmeno intelligenza è troppo.
      Zagrebelsky mostra compiacimento per la critica formulata da Mattarella «a una norma che la coalizione di Lega e Cinque Stelle ha inserito nella legge di stabilità: la tassa sulle attività no profit [che meglio si potrebbero chiamare “senza profitto”: N.d.Ar.], che il presidente ha chiamato “tassa sulla bontà”». A noi invece, il fatto che Mattarella abbia fatto ricorso a quella formulazione accattivante, come in un messaggio pubblicitario, la «tassa sulla bontà», non è piaciuta. Ci è sembrata una concessione al nuovo che avanza in un discorso fin troppo paludato: una caduta di stile, come quando i vecchi usano le parole dei giovani. Naturalmente sono anche io contrario a tassare gli utili delle associazioni del volontariato costituite senza fini di lucro, perché quegli utili sono investiti in attività benefiche e non finiscono nelle tasche degli amministratori. Ché se le cose dovessero andare diversamente, beh mi pare che si richiederebbe un intervento della magistratura.

      Ma allora, tu che critichi tanto — dirà qualcuno — che cosa proponi?
      Risposta: un discorso razionale, illuminista.
      Oppure, in alternativa, una retorica un po’ migliore, non trombonesca. Come esempio di retorica migliore, utilmente applicabile a Salvini nel suo riferimento al Vangelo di Luca, ecco questo discorso del barbiere interpretato da Charlie Chaplin, nel Grande dittatore (al barbiere, che era stato scambiato per Hitler, si dà l’occasione di parlare alla Nazione, proprio come nel discorso di fine d’anno del presidente Mattarella):

      Questo discorso, oltre che a Salvini, si applica all’ideologia mongomanageriale e al culto insano della determinazione, in tutte le sue declinazioni, compresa quella femminista. Nella migliore delle ipotesi la “determinazione” è l’anticamera della maleducazione; ma sempre più spesso — ahinoi — è l’offa gettata ai minus habentes perché si prestino alla “servitù volontaria”, come scriveva Étienne de La Boétie. Credono di essere furbi e di fare i propri porci comodi, si sbattono per il feticcio delle merci e per il successo, ma non fanno che portare acqua a un mulino che nemmeno conoscono (come, in politica, quelli che fanno il gioco delle lobby — e non c’è solo Soros, c’è anche Casaleggio — di Putin, o di Trump).

  64. Musica da vedere e da ascoltare
    Ravel, Bolero; Dvořák, Danza slava n* 8

    Può esser bello vedere l’esecuzione della musica, se la ripresa televisiva è buona, come in questo caso. Tanto più che, soprattutto con il Bolero di Ravel, che cos’altro si può fare? Impossibile lavorare o fare altro, quando la si ascolta.
    C’è però una musica, quella del film Sotto falso nome, purché a basso volume, che mi aiuta parecchio, quando devo affrontare un problema che richieda, più che l’applicazione di una procedura, l’attivazione di un pensiero laterale. Una sorta di massaggio cerebrale.

    Il film è bellissimo, per la regia del colto e raffinato Roberto Andò. Di lui abbiamo scritto in una precedente pagina di Nusquamia: «un regista teatrale e cinematografico siciliano in continuità ideale con Sciascia (per la razionalità illuministica e la devozione alla patria dell’illuminismo, la Francia) e Pirandello (per l’interesse portato all’intreccio fra razionalità e follia, tra vita e rappresentazione della vita, nonché al tema della fuga, come nel Fu Mattia Pascal)». Non male anche il suo ultimo film sul furto della Natività del Caravaggio a Palermo: Una storia senza nome. Che Iddio ci conservi i pochi registi di cinema che ci restano, quelli che hanno cose da dire e che le sanno raccontare, come Andò. Con la speranza che il successo non gli dia alla testa e che sappia resistere alle sirene delle pubbliche relazioni (nel film Le confessioni, che pure sviluppava uno spunto validissimo, con una buona sceneggiatura, Toni Servillo ha gigioneggiato troppo: non credo che gli sia sfuggito di mano, probabilmente Andò ha dovuto soccombere). Sotto falso nome rimane comunque il suo più bel film. Il suo significato è riassunto dalla voce fuori campo, al termine del racconto:

  65. Veronica Gentili vs. Feltri


    Per vedere il servizio televisivo, fare clic sull’immagine.

    I fatti narrati risalgono a settembre-ottobre dell’anno appena trascorso. Vedo poco la televisione, e soltanto di recente ho scoperto una trasmissione di Rete 4, Stasera Italia, dove Veronica Gentili, giornalista bella e intelligente, è co-conduttrice. Ho voluto saperne di più; così apprendo che la bella Veronica, che è anche giornalista al Fatto quotidiano (vedi) ha dato dell’avvinazzato a Vittorio Feltri. Ecco dunque i fatti, rilevanti nell’ottica di Nusquamia, per la loro attinenza alla prima e alla terza della triplice “F” che campeggia nel suo vessillo.
    Tutto comincia con un “fuorionda”, cioè un’esternazione della giornalista che parla con i colleghi, credendo che il microfono sia spento, dove la si sente dire, a proposito del noto giornalista bergamasco, appena intervenuto alla trasmissione: «Ma voi vi rendete conto, ragazzi? È talmente ubriaco che non riesce nemmeno a parlare: che spettacolo! Ma cosa cazzo si è bevuto? Guarda, guarda! Ciòccatelo [= guardalo, in romanesco di borgata, ma la Gentili ha frequentato il liceo classico, al Mamiani di Roma; N.d.Ar.]: tutto rosso, che fuma la sigaretta. Che spettacolo, ragazzi!».
    Feltri non sapeva di queste esternazioni della bella giornalista (bella e intelligente), finché Striscia La Notizia non mette in onda ciò che era fuori onda. Si veda I fuorionda di Feltri a Stasera Italia (veramente i fuori onda sono della Gentili).
    Feltri replica ai microfoni di Radio 24 raccontando di aver ricevuto una lettera di scuse dalla collega e aggiunge: «Una lettera come quella la può scrivere un’attricetta prestata al giornalismo. È una che scrive in modo tale da non potermi dare lezioni di alcun tipo». Quindi pubblica la lettera su Libero con accanto la sua risposta, dove si legge fra l’altro: «Io sopporto quasi tutto, ma non tutto. Gli insulti che mi hai rivolto sono indigeribili. Nella mia vita, pur avendone combinate di ogni colore, non mi sono mai sbronzato. […] Sarebbe come se io dicessi di te, bella ragazza, che per arrivare stabilmente sul video l’hai data via, ciò che non escludo e neppure posso affermare perché, a differenza di te, non sostengo alcuna tesi in mancanza di prove». Lettera e risposta cominciano in prima pagina del quotidiano diretto da Feltri, seguono in una pagina interna, corredata di una galleria di foto di Veronica Gentili, godibilissime, riprese dal profilo Instagram della giornalista. Come dire: vedi un po’ da che pulpito viene la predica!

    Replica a sua volta la Gentili: «Non capisco la sua reazione: ci sono rimasta malissimo». In ogni caso — precisa — «la mia professionalità non va certo in crisi per una foto al mare», né l’autorevolezza «può venire mortificata da una foto in bikini». A parte il ricorso improvvido alla categoria della “professionalità” — un concetto abusato dai rappresentanti di preservativi e una parola odiatissima da Nanni Moretti e da tutte le persone bennate — Veronica Gentili ha ragione. Credo che abbia ragione anche Vittorio Feltri quando dice di non essere un ubriacone, come testimonia chi ha dimestichezza di pranzi e cene con lui (per esempio Cruciani, il tenutario della trasmissione radiofonica la Zanzara).

  66. La schifezza populista dei grilloleghisti fa apparire Renzi un gigante

    I lettori di Nusquamia conoscono la nostra posizione. Siamo irriducibilmente razionali, la retorica del nuovo che avanza non fa presa, non più della retorica dei buoni sentimenti o quella delle “vibrazioni” che vegani ed esoteristi sentono invariabilmente: non so come, non so dove. Quando noti lobbisti del milieu politico-economico bergamasco fecero un tentativo di arrembaggio per impadronirsi della navicella di Nusquamia e vollero comprometterci con il “discorso della Marianna” pronunciato da Gori a favore di Renzi, fiutammo l’aria e non ci prestammo al gioco. Per non essere scortesi, pubblicammo il discorso, ma in disparte, prendendone le distanze e specificando: «I documenti qui di seguito pubblicati non riflettono necessariamente le opinioni dell’estensore di questo diario in rete (vulgo: blog)»; si veda Il «discorso della Marianna» tenuto da Giorgio Gori a Bergamo per Matteo Renzi candidato alle primarie Pd (novembre 2012)
    Si ricorderà inoltre che abbiamo a suo tempo deprecato come opportunista la scomposta agitazione a salire sul carro del Renzi vincitore da parte di noti personaggi che ancora il giorno prima si dichiaravano bersaniani di ferro; già, furono bersaniani non perché apprezzassero l’onestà intellettuale dell’uomo appenninico, ma perché negli equilibri locali del Pd stare con Bersani dava una certa speranziella di carriera.
    Però siamo tra coloro — anche di questo abbiamo scritto su Nusquamia — che votarono “Sì” al tempo del referendum: non ci fidavamo delle anime belle che formulavano critiche — anche giuste — alla riforma costituzionale sulla quale Renzi aveva fatto la grande scommessa, dei quali però, soprattutto, era evidente la paura che Renzi innescasse un precedente pericoloso, a danno di certi “santuari” (il sindacato, le cacate carte ecc.). È vero, cambiare è pericoloso, ma pretendere di congelare tutto è pernicioso. Perché se poi niente cambia, le prefiche alla maniera di Zagrebelsky (nella migliore delle ipotesi) dovranno fare i conti — è quel che avvenuto — con le ruspe di Salvini e Di Maio, e con tutta la corte dei miracoli populista, con coloro che pretenderanno di cambiare tutto, ma non sanno cambiare niente. E magari fossero quelli che “Tutto deve cambiare perché niente cambi”; no, peggio ancora, questi sono dilettanti allo sbaraglio: come disse Calenda, si vede che Salvini e Di Maio non hanno mai lavorato in vita loro. Vogliamo incidere sull’economia? Bene, d’accordo: ma abbiamo bisogno di scienziati, di modelli matematici, di fisici e ingegneri, non di copropapirologi giuridici e tecno-giuridici, non di Claudio “Aquilini” Borghi che crede di essere un economista perché ha scritto un libro su come investire il dané nel mercato dei quadri, ad uso degl’industrialotti brianzoli.
    Non ci sfugge nemmeno che Renzi ebbe la funzione di battistrada del populismo, al tempo del suo sciagurato slogan sulla “rottamazione”, al quale reagimmo su Nusquamia, nel nostro piccolo, prendendo le difese di Bersani, del quale conoscevamo i limiti (gli manca una visione di sistema), ma che almeno era una persona per bene e aveva studiato latino e greco a Piacenza con la prof.ssa Rita Calderini.
    Tutto ciò premesso, preso atto dei retropensieri di coloro che volevano congelare il “sistema Italia”, come si dice; avendo smascherato la monovra dei buzzurri che, per nobilitarsi, si facevano usbergo delle belle parole del giurista Zagrebelsky, figlio di emigrato russo e mamma italiana ma protestante (valdese), il che fa tanto fine, al tempo del referendum votammo come abbiamo detto; considerata inoltre la miseria del populismo, sentina di ogni pulsione irrazionale, al tempo delle ultime elezioni politiche siamo stati costretti a votare per il Pd.
    Non credo che la soluzione dei problemi dell’Italia passi per Renzi, per un suo «ritorno ad Itaca»: già, e con quale vessillo? Ci sarà veramente un nuovo partito “de sinistra”? Intanto leggiamo questa lettera a Renzi scritta da Umberto Contarello, che fu sceneggiatore di Marrakesh Express, di Salvatores (bel film) e della Grande Bellezza di Sorrentino (film velleitario):
    La lettera a Renzi di Contarello.
    La lettera è scritta di proposito in tono lirico-incomprensibile. Gratta gratta, però, si coglie in essa lo struggimento per «quel sentimento provocato da qualcosa che doveva succedere e che non è successa». Noi non credevamo che Renzi potesse far succedere quel “qualcosa”, e non ci fidavamo della McKinsey che gli preparava le slàid. Ma rimaniamo dell’idea che un cambiamento ci debba essere: non quello populista della rottamazione renziana, non quello populista dei dilettanti allo sbaraglio attualmente al governo, ma quello scientifico-illuminista. Ci sarà mai? Beh, certo non per volontà popolare, ché il popolo continuerà ad essere facile preda degl’impostori, finché non si avrà il coraggio di rifondare i partiti (non necessariamente quelli di prima). Ma poi la storia — si sa –ha la sa astuzia, così diceva Hegel; senza poi trascurare l’eterogenesi dei fini: «dai diamanti non nasce niente, dalla merda nascono i fior», diceva De André.Manzoni avrebbe parlato di provvidenza divina.

    Leggiamo anche la risposta di Renzi:

    E riflettiamo su questo passaggio:

    Ho sopportato i voltafaccia di chi per anni si stendeva adorante al mio passaggio e oggi finge di non avermi conosciuto e i tradimenti di chi ha ancora un presente in politica perché ho combattuto a mani nude per lui. Ti immagini se posso avere paura di mettermi in marcia?

    Poi magari ne parliamo.

  67. Giada permalink

    @Aristide

    La tribù dove sono solo le donne a comandare: I Mosuo

    [In questa landa incastonata tra le valli ai piedi del sistema montuoso dell’Himalaya le donne lavorano, si fanno carico dell’educazione dei figli e non sono nemmeno crudelmente determinate. Le loro tube di Falloppio sono ricettive al seme di qualsiasi uomo, perciò ‘mater certa est, pater numquam’: il che è vero anche da noi, ma non sta bene dirlo, la Boldrina non vuole; neanche la dott.ssa Serra. Invece lì tale incertezza è sistemica ed istituzionale. Gli uomini lavorano poco o niente e, quando non si occupano delle relazioni esterne (questa mansione è loro prerogativa), giocano a carte e sono sempre sorridenti. Non esiste il matrimonio, né ci sono obblighi coniugali: non essendo costretti a fare la faccia feroce, gli uomini vivono più a lungo delle donne, il contrario di quello che avviene da noi. Inoltre non essendo stressati dalle donne non sono nemmeno costretti a diventare Lgbt, per disperazione. Un paradiso, per gli uomini, che non devono nemmeno pagare il conto al ristorante. N.d.Ar.]

  68. Così parlò Bellavista
    Gli uomini d’amore e gli uomini di libertà. E gli uomini (e le donne) di fede, che non conoscono il bene del dubbio? cioè gli oracolari? Quelli sono pericolosi, è gente violenta

    Quando De Crescenzo s’inventò questa gustosa classificazione dell’uomo ancora non era di moda dichiararsi “determinati”; una roba schifosa, l’anticamera dell’antipatia, della maleducazione e di molta parte delle nequizie del nostro tempo. Oggi le persone “determinate” sono una penosa realtà: sono stupidi, perché fanno del male agli altri e a se stessi, nella convinzione di fare del bene a se stessi. Ricordo che secondo la “terza legge della stupidità” di Carlo Cipolla «Una persona stupida è chi causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita».

  69. La biblioteca femminista permalink

    “(…) l’uomo occidentale manipola il tempo e la luce. Egli dichiara che la bellezza, per una donna, è dimostrare 14 anni (…) Gli uomini hanno architettato, spiega Naomi Wolf, un prodigioso apparato di prodotti-feticci: “… le industrie potenti – quella dietetica da 32 miliardi di dollari, quella cosmetica da 20 miliardi, quella della chirurgia plastica da 300 miliardi, e quella pornografica da 7 miliardi – sono frutto di un capitale costituito da ansie inconsce, e sono in grado di sfruttare, stimolare e consolidare l’illusione secondo una crescente spirale economica”. Ma come funziona il sistema? Perchè le donne lo accettano?
    (Da L’harem e l’occidente, di Fatema Mernissi, Giunti ed.)

    • Femminismo oracolare

      Affermazioni apodittiche, tono oracolare. Uno straccio di dimostrazione? O quanto meno un indizio? Faccio un esempio di un modo un po’ più corretto di ragionare. Io affermo che la società occidentale ormai votata a un processo di decadenza inarrestabile, ha promosso la cosiddetta liberazione della donna e la conseguente disgregazione della famiglia per allargare la base dei consumi: se un uomo e una donna si separano, il mercato dovrà fornire un nuovo appartamento, dunque se ne avvantaggia l’industria delle costruzioni. Bisognerà arredare una nuova casa, dunque se ne avvantaggia l’industria del mobile, quella degli elettrodomestici e dell’elettronica di consumo. Inoltre la somma dei cibi buttati nella pattumiera, perché scaduti o non consumati, da due singoli è maggiore di quel che i due medesimi individui sprecherebbero vivendo sotto lo stesso tetto, dunque se ne avvantaggiano i supermercati. E così via.
      Ebbene, posso dire che la mia affermazione sia stata dimostrata? No, perché mi sono limitato a dire che l’aumento dei consumi (B) è conseguenza della rottura della famiglia (A): dunque A –> B; attenzione però, A è una causa sufficiente, ma non necessaria e sufficiente. Allora non ho dimostrato un bel niente, perché la dimostrazione non è completa. Quand’anche la mia affermazione fosse vera (sotto certi aspetti lo è veramente), nell’economia di questo esempio avrei usato una strategia dimostrativa sbagliata.
      Ma almeno c’è stato un tentativo di ragionamento, anche se non rigoroso. Invece le femministe, le Boldrine, le donne iperclitoridee, i portavoce delle lobby che vanno per la maggiore (Lgbt compresi) quando si tratta di sferrare il solito attacco di riduzione del maschio ai minimi termini, insistendo in una guerra che fa male a tutti, anche a loro stesse (perciò le femministe sono stupide) non badano a spese, non ci risparmiano niente. Sono anche spudorate. Sperano che il terrore che spargono a piene mani, quello stesso terrore che induce i maschi più deboli, per lo più figli di mamme femministe, a diventare Lgbt, sia meglio di qualsiasi ragionamento, anzi vorrebbero che non si ragionasse più. Beh, questa è una ragione in più perché a noi piaccia ragionare.
      E adesso, care Boldrine, care sciure Valerie, care damazze similprogressiste, se quel che avete letto non vi aggrada, urlate pure, lanciate l’anatema (in modalità vetero-cattolica) o la fatwa (in modalità Asia Argento). Nel caso vi sentiate moderate, potreste “limitarvi” a minacciare la mordacchia, o ad “esigere” un severo provvedimento a norma di cacata carta contro il pensiero non conforme, politicamente scorretto. Non ho paura. È nostro preciso dovere resistere all’idiozia e non avere paura.

  70. Mater semper certa permalink

    @biblioteca femminista

    Vedi:

    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    [Segnalo che il titolo dell’articolo è però sbagliato. Proprio leggendo l’articolo si legge che lo pseudo-padre che ha allevato gli pseudo-figli come fossero suoi, si rammarica di non vederli più, ed è disperato: per la precisione, due dei tre pseudo-figli. Costoro infatti hanno interrotto i rapporti con lo pseudo-padre e non vogliono sapere, alla pari del terzo (con il quale i rapporti non sono interrotti, non del tutto), chi sia il padre vero. Dunque perché scrivere, tra l’altro virgolettato, con riferimento al sentimento del pover’uomo nei confronti di coloro che riteneva suoi figli «Non voglio più vederli»? Siamo alle solite, per criminalizzare il maschio. N.d.Ar.]

    • Modesta proposta di rappresaglia in risposta alla guerra femminista contro il maschio

      Leggevo non molto tempo fa che il 25 % dei bambini nelle famiglie italiane sarebbero bastardi, cioè nati dall’inseminazione della madre di famiglia da parte di un altro uomo, e non dal padre di famiglia. A questo punto diventa ancora più ridicola la definizione similprogressista di “Genitore 1”, al posto di “padre” (com’è noto, “padre” suona offensivo alle orecchie delicate [*] della comunità Lgbt alleata con le femministe nella guerra di logoramento e asservimento del maschio). Nel caso di specie (come piace dire a Di Pietro, già perito elettrotecnico, ma innamorato delle espressioni giuridiche) “Genitore 1” non solo non ha generato un bel niente (genitore = che ha generato), ma è uno al quale si è fatto credere di aver generato, e lui era tutto contento di aver generato, e invece è soltanto cornuto e mazziato.
      Dicono che le leggi debbono adeguarsi ai tempi. Bene, se le cose stanno così, se almeno nel 25 % dei casi i poveri maschi sposati si vedono attribuiti figli che non sono loro, tenuto conto del “nuovo che avanza” e che conseguentemente non si può pretendere la fedeltà coniugale, tenendo altresì conto del progresso tecnologico che non è soltanto pillola contraccettiva, pillola del giorno dopo e aborto, ma anche esame del Dna, ecco la mia modesta proposta. Quando una donna entra in ospedale per partorire dovrà per cacata legge dichiarare quale a suo parere sia il padre del nascituro, al quale si chiederà, a tutela di proprio inalienabile diritto, di far pervenire i risultati dell’esame del proprio Dna: personalmente, per evitare brogli. Quindi l’ospedale rilascerà al padre certificato di compatibilità genetica del bambino ormai nato con il Dna del padre. Se tale compatibilità non è verificata, il padre ha la facoltà di chiedere il divorzio con procedura abbreviata e stabilire che l’educazione e il mantenimento del figlio sia totalmente a carico della madre, eventualmente con il contributo della rete di associazioni femministe, che potrebbe essere presieduta dalla Boldrina, dalla sciura Valeria o anche da Asia Argento.
      Insomma, non esiste proprio che tutti abbiano diritti, e sempre nuovi diritti, tutti, tranne i maschi che hanno soltanto doveri. Senza contare che il maschio potrà sempre decidere di non interrompere il matrimonio e accudire il neonato in qualità di Genitore 2 (non Genitore 1, però).
      Immagino che questo mio articoletto possa apparire politicamente scorretto. Sarà, ma dichiaro fin d’ora la mia non disponibilità a ciucciarmi una conferenza con lettura di pallosissime slàid intesa ad estirpare i miei pregiudizi. E ripeto quanto ho già scritto nel mio intervento precedente:

      E adesso, care Boldrine, care sciure Valerie, care damazze similprogressiste, se quel che avete letto non vi aggrada, urlate pure, lanciate l’anatema (in modalità vetero-cattolica) o la fatwa (in modalità Asia Argento). Nel caso vi sentiate moderate, potreste “limitarvi” a minacciare la mordacchia, o ad “esigere” un severo provvedimento a norma di cacata carta contro il pensiero non conforme, politicamente scorretto. Non ho paura. È nostro preciso dovere resistere all’idiozia e non avere paura.

      Io comunque sono una persona pacifica. Non sono stato io a cominciare la guerra.

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      [*] Vuoi vedere che proprio per tale delicatezza d’orecchie — non sopportano la parola padre: basta, punto, non m’interessa! — certi Lgbt sono a Milano designati come “uregia” e “uregion” o, in Meridione, “ricchione”? Un’altra teoria vuole, non so con quanto fondamento, che il vocabolo sia invece di origine veneziana. Deriverebbe da “recion”: così veniva chiamato nella Repubblica Serenissima lo schiavo di colore che aveva l’obbligo di darsi sessualmente ai prigionieri nelle carceri veneziane: all’orecchio aveva un orecchino con appeso un campanello, che serviva per segnalarne l’arrivo. Il peso del campanello ne deformava l’orecchio, di qui l’appellativo di “recion”.

  71. Cristina permalink

    Da poco cominciato su Rai 1 lo speciale su Fabrizio de Andrè. Stralci di interviste alternati a momenti di concerto. Nessun commento, nessuna interpretazione: solo le sue parole, enunciate e cantate. Le si ascolti bene. Le ascolti bene, signor ministro: lei che dice essere un suo grande estimatore. Lei non sa quel che dice.

    [Ah, non sapevo. Meraviglioso, poter riascoltare il grande De André senza dover sentire le smargiassate di coloro che, a giudicare da come vivono e da come fanno o hanno fatto il denaro, molto o poco che sia, sono l’antitesi della sua poetica. E senza nemmeno dover sentire Dori Ghezzi. Proprio bello. Grazie della segnalazione, vedrò di ricuperare le registrazioni della trasmissione: forse su Raiplay?
    Quanto a Salvini — perché è a lui che lei si riferisce — direi che quando non mi fa paura, pensando al futuro dell’Italia, mi fa pena. Adesso che pretende di fare il fico segnalando il suo fottutissimo “mi piace” con pugnetto e pollice all’insù protuberante, all’indirizzo di De André (cose da pazzi! siamo a livelli di buzzurro curnense), mi fa pena.
    N.d.Ar.]

  72. Un’idea per lasciarsi alle spalle Salvini e Di Maio
    Oddio, anche per scongiurare il pericolo-Boldrina, sempre incombente

    E non c’è solo il pericolo Boldrina; ci sarebbe anche quell’altra con cui faceva coppia, la sciura Valeria di Treviglio. Alla quale non faccio nemmeno la colpa di non essere laureata (eventualmente certe lauree sono titolo d’infamia, quelle di un certo tipo e quelle prese in certi modi: non abbiamo dimenticato il caso delle allegre conversazioni — dal lat. cum-versari, “stare insieme” — del prof. E.C. con le sue allieve, nello studio dell’Università di Camerino [*]). Se è per questo, non era laureato nemmeno Benedetto Croce, e nemmeno Togliatti: ma il segretario del Pci aveva frequentato il Liceo Azuni di Sassari — liceo, ahinoi, a forte vocazione “istituzionale” — e questo gli bastava per permettersi di correggere lo stile barocco e un po’ tromboneggiante di Croce (furono entrambi ministri nel secondo Governo Badoglio). Altri tempi. No, quello che rimproveriamo alla sciura Valeria non è di non essere laureata, ma di essere una sindacalista. Non ce l’abbiamo nemmeno con i sindacalisti (ad averne, sindacalisti come il compianto Di Vittorio!), ma sappiamo quanto grande e irreparabile sia il male che il sindacato ha fatto alla scuola italiana. Scende di qui il nostro giudizio sulla colpa irredimibile della sciura Valeria che osò diventare Ministro dell’Istruzione. Beh, neanche la bellezza e l’intelligenza di Maria Elena Boschi, che fu sua collega nel Governo Renzi, possono, a nostro sommesso parere, non dico compensare, ma anche solo attenuare l’affronto subito dagl’italiani bennati. Perché troppo grande fu quella colpa.

    Insomma, per fuggire Di Maio e Salvini, per fuggire la prevalenza del cretino, per fuggire le banalità del politicamente corretto e con esso la Boldrina; per protesta contro un paese che accetta la “normalità” (già, le norme di cacata legge!) di una come la Fedeli cooptata al vertice del Ministero dell’Istruzione; per sdegno non solo contro i leghisti, ma anche contro coloro che dovrebbero essere loro avversari, i quali non hanno detto nemmeno ‘bah’ quando si dava per scontato che Claudio «Aquilini» Borghi fosse il ministro in pectore dell’Economia; considerato adunque che le colpe non sono soltanto della cosiddetta “casta”, ma anche degl’italiani che tacciono e non resistono, in particolare degl’italiani che avrebbero gli strumenti culturali per capire, e conseguentemente potrebbero e dovrebbero parlare, e invece si prendono paura delle Boldrine e di tutto ciò che abbia l’odore del potere, compreso Claudio «Aquilini» Borghi; poiché la più bella e la più utile delle riforme, cioè la guerra alla burocrazia, non è nel calendario delle forze di governo e nemmeno in quello di un’opposizione oltre che evanescente, stupida: ebbene, tutto ciò considerato (e altro ancora, su cui pietosamente sorvoliamo) il filmato presentato qui sopra offre pregevole materia di riflessione.

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    [*] Scrivevo in proposito, in una precedente pagina di Nusquamia: «Io, per esempio, prenderei con le pinze certe lauree conseguite da certe ragazze con E.C., l’ex docente dell’Università di Camerino, che ricevette dalle sue studentesse “favori di bocca”, documentati da videocassette da lui stesso registrate, che a un certo punto presero a circolare nelle edicole della città marchigiana, quindi furono al centro di sollazzevole scandalo locale. C’è stato un giudizio, e il professore è stato prosciolto: immagino, perché non è stato dimostrato che le fellatio (al plurale, sarebbe fellationes, ma sarà meglio non complicare le cose) praticate dalle studentesse comportassero un’alterazione dell’imparzialità di giudizio accademico al momento dell’assegnazione del voto d’esame». Le allieve hanno negato di aver subito qualsiasi forma di “persuasione morale” (altro che #metoo!), anche perché — scrivevo — «se avessero affermato la concomitanza tra fellatio e giudizio di profitto accademico, gli esami sarebbero stati annullati. Va bene, va bene. Però – diceva Davigo – il fatto rimane e non possiamo pensare che il comportamento di quel professore fosse esemplare». E quello delle studentesse?

  73. Lungimiranza politica di Maria Elena Boschi

    Aveva ragione lei, naturalmente: la bella e intelligente Maria Elena Boschi. Oltre tutto, è un piacere ascoltarla: che garbo, che gentilezza! Altro che la truce baldanzosa e — lasciatemelo dire — maleducata “determinazione”!
    Aveva ragione lei, allearsi con i grilleschi non era proprio possibile. Se ne è convinto perfino Emiliano, il Presidente della Regione pugliese (in linguaggio coglione: il “governatore” della “Regione Puglia”; la coglioneria è duplice, qui posta tra virgolette), che fu ostinato propugnatore di un patto Pd-M5S, ormai se ne è fatto capace; anche Grillo sta prendendo le distanze dai grilleschi; ed è di oggi lo sfanculamento di Di Maio da parte dei giubbotti gialli (in linguaggio coglione: i “gilet gialli”; in italiano il gilè — o gilet — è un’altra cosa, un po’ più elegante). Qui sotto, la marchetta populista di Di Maio:

    Qui sotto, lo sfanculamento di Di Maio


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Comunque, abbiamo sentito Maria Elena Boschi nella pars destruens. E la pars construens? I problemi veri (non è un problema vero, per esempio, quello cosiddetto “etico e nutrizionale” del pompino vegano) si risolvono con metodo scientifico, avendo però l’accortezza di non impiantare una mistica del metodo. La scienza non è istituzionale, è libertina. Dell’istituzionalità si compiacciono i coglioni, se sono istituzionali; ma i più penosi sono i coglioni che ambiscono di essere istituzionali, le mezze calzette che fanno carte false per intrufolarsi nelle case dei grassi borghesi). Se è scientifico, il metodo non è oracolare, e non è nemmeno sempre lo stesso. Il progresso della scienza è un progresso di rivoluzioni scientifiche che si affermano confrontandosi e scontrandosi con le opinioni ricevute ed essendo semmai validate dalla realtà effettuale e naturale delle cose. Come diceva Carlo Cattaneo: meno avvocati, più fisici e ingegneri! La classe dirigente della quale abbiamo bisogno, indipendentemente dagli studi fatti, dovrà avere una mentalità di sistema e saper ragionare per modelli: anche un avvocato può avere una mentalità scientifica, purché impari a vergognarsi del cazzeggio giuridico; anche un agrimensore, purché torni a misurare i campi e la smetta di sragionare per cacate carte. Basta con i dilettanti allo sbaraglio, basta con le verità oracolari, basta con i sondaggi d’opinione e con il presupposto che se lo dice la “ggente”, allora quella è la cosa giusta. Di solito è vero il contrario. Merda! Però viva la Boschi!

  74. Emendamento salvacorrotti: una furbata leghista


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    Leggiamo nell’articolo sopra citato: «Funziona così. Il reato di peculato viene trasformato in indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato, […] punito con una pena da sei mesi a tre anni. Ma per i politici, quest’ultima viene alzata: “La pena è della reclusione da uno a quattro anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso della sua qualità e dei suoi poteri”».
    Apparentemente una scelta di maggior rigore. Attenzione però: accà nisciun’ è fesso. L’emendamento, presentato dai parlamentari leghisti, è un giro di vite soltanto in apparenza. Fumo negli occhi, cazzeggio giuridico, cacatissima carta. Peccato, infatti, che l’articolo 316 ter del codice penale, che si vuole emendare, recitasse: «Chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti…». Ecco il busillis, alla luce di quel che abbiamo appreso occupandoci delle miserie della politichetta, come da tempo e per intervalla insaniae facciamo su Nusquamia, sta in quella locuzione «attestanti cose non vere». Cioè, uno compra beni voluttuari, gingilli elettronici, paga cene sontuose, lo fa per sé e per la propria immagine, cioè ancora e sempre per sé, e dice che quelle sono spese “istituzionali”, ohibò: e guai a chi tocca il feticcio dell’istituzionalità! Ma poiché quelle spese sono tanto istituzionali quanto Ilona Staller è vergine, allora quel consigliere regionale «attesta cose non vere» e con la vecchia legge andava punito, senza possibilità di scappatoie di cazzeggio giuridico, che invece si nascondono nelle pieghe dell’emendamento leghista.
    Inoltre i «termini di prescrizione passano dai 12 anni e sei mesi del peculato, ai 7 anni e sei mesi per questo diverso reato».
    Insomma, staremo a vedere. Lo schifo aumenta, quale che sia l’esito di questo ennesimo episodio di politichetta.

  75. Bergamo ovest permalink

    Non è che sia una gran novità, una volta saliti al potere e modificare una o più leggi per alleggerire alcune posizioni.
    Modifica di legge in arrivo anche per questa sentenza ? Vedi:

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    Questi leghisti sono anche simpatici, fanno certe capriole e strappano anche applausi.
    Nel teatro italico sono degli ottimi figuranti

    • Non capisci? Ma sì, dietro c’è una strategia

      Già mi pare di sentire, qualche stratega della Lega: gente come Claudio «Aquilini» Borghi, tanto per intenderci, della famiglia degli Aquilini brianzoli (embè? ma lui ci tiene a dirlo), angeli decaduti precipitati nell’inferno del cazzeggio giuridico, agrimensori che giocano a fare gli azzeccagarbugli, senza nemmeno sapere di latino, a differenza dell’Azzeccagarbugli Doc, quello di Lecco. Diranno che dietro l’emendamento leghista salvacorrotti c’è una strategia, una roba squisita, intelligentissima. Dunque – dicono — non dovremmo fidarci dei messaggi lombrosiani con i quali certi leghisti, con il loro linguaggio, la loro mimica facciale, con i tratti del volto, ci fanno intendere quale sia la realtà vera. Sarà, ma io mi sono sempre fidato dell’analisi lombrosiana, se non altro per un giudizio di prima approssimazione. E ho constatato, quando ho avuto modo di approfondire, che ulteriori e approfondite analisi confermavano il giudizio lombrosiano, nell’ottanta per cento dei casi.
      “Dietro c’è una strategia” è una frase buona per tutte le occasioni. Per esempio, vado al consiglio comunale di un paese bello da vivere, mi siedo tra il pubblico e mi scappa una scoreggia del genere peggiore, la scoreggia loffia, quella che non fa rumore, ma è accompagnata da esalazione di vapori mefitici. I vicini si lamentano, qualcuno è sul punto di svenire, la seduta consiliare viene sospesa per il ricambio dell’aria; quindi mi si accusa, in rito di condivisione e partecipazione, che vede affratellati maggioranza e sedicente opposizione, di essere la causa di quel grave inconveniente. E io dico: “Eh, cari signori. Voi non capite niente. Sappiate che la scoreggia loffia era espressione di una ben precisa strategia”. Secondo voi è possibile?

      • Biscottini, cene e ostriche «istituzionali»
        Vuoi vedere che anche qui le cose non sono come sembrano (e come sono), e che dietro c’è invece, a detta dei cazzeggiatori, una “strategia”?


        Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

        Nell’articolo si legge, fra l’altro: «Per l’accusa i consiglieri regionali si sarebbero fatti rimborsare con soldi pubblici, spacciandole per spese istituzionali, cene, viaggi, gite al luna park, birre, gratta e vinci, ostriche, fiori e biscottini».

  76. Far rider di te non ti giova permalink

    Grillo a Oxford

    Vedi:

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    [Gli studenti inglesi hanno detto che Grillo è «divertente e preoccupante». Beati loro che si possono divertire: tanto sono inglesi. Moi invece non ci divertiamo più, siamo solo preoccupati. Nd.Ar.]

  77. Il miglior De André


    Fare clic sull’immagine per ascoltare l’intervista e le canzoni di De André. Ricordarsi, se già non lo si è fatto, di registrarsi su Raiplay: se si dispone di un profilo Facebook, basta un clic.

    A noi piace ricordare Fabrizio De André così, senza l’orpello dell’ermeneutica di Dori Ghezzi, della quale (ermeneutica) facciamo volentieri a meno. Qui De André è intervistato da Enza Sampò che parlava con la zeppa in bocca (e non era sempre comprensibile), rivendicò — giustamente, e in controcorrente, considerato che quelli erano tempi di becero maschilismo — una capacità di pensiero oltre che alle bruttone, anche a una donna tutto sommato caruccia come lei. Inoltre — e il particolare è tutt’altro che irrilevante — fu fidanzatina di Emilio Fede ed Umberto Eco.
    Sempre a proposito di Enza Sampò, a qualcuno dispiacerà leggere queste righe, che però, proprio per questo, ci piace ricordare. Dice Enza Sampò di Emilio Fede (su Vanity Fair): «Bello come il sole, sorriso bianco e ciuffo nero. Guidava uno spyderino, in Rai faceva un programma sportivo. Corteggiava tutte noi di Anni verdi [una trasmissione televisiva antesignana di Non è la Rai, ma molto castigata, senza ammiccamenti maliziosetti N.d.Ar.]. Ma un giorno, in macchina, mi ha restituito gli occhiali da sole come fossero miei. Erano di un’altra. Sono scesa al volo, senza spiegazioni». Questo succedeva molto prima che Fede prendesse quella sbandata per Berlusconi.

    • Un ricordo di De André, con Paolo Villaggio e senza Dori Ghezzi

      Ecco un pregevole ricordo di De André, anche qui facendo a meno dell’ermeneutica di Dori Ghezzi, nel ruolo di erede e curatore testamentario del compianto cantante e poeta, tessitrice degli “eventi” in occasione del vigesimo della sua morte. La vediamo però proprio alla fine di questo filmato, quand’era giovane e carina, non ancora curatore testamentario, non ancora “istituzionale”.
      Spero che non se n’abbiano a male il gatto padano e le pasionarie femministe: ma, come cantava Gianni Meccia, “Odio tutte le vecchie signore”. Le quali piacevano poco anche a Paolo Villaggio. A questo proposito si racconta il seguente episodio. Paolo Villaggio era stato chiamato a prender parte a uno spettacolo televisivo affidato alle cure di Pippo Baudo. A un certo punto risuonò tra il pubblico la risata volgare di una signora anziana, si sentì anche qualche parola. Villaggio urlò, incazzato: «Fate tacere quella vecchia!». Poi si scoprì che quella vecchia era la zia di Pippo Baudo, che si era imbucata nel teatro di posa mostrando un biglietto d’omaggio ricevuto dal nipote.
      Insomma c’è una ragione se noi non mancammo di lanciare strali contro la populista sciura Rusina, quando c’era chi pretendeva di fare la guerra a Gandolfi (e ad Aristide) dicendo che la comunicazione era di registro troppo elevato, e che la sciura Rusina non avrebbe capito. Noi, facendo il verso a quella celebre pubblicità d’un tempo (Ammazza la mosca, col Flit!), rispondevamo con il tormentone “Ammazza la vecchia, col Flit!”, dove il Flit è un insetticida a base di Ddt, come si vede qui sotto:

  78. Una lapide latina per Craxi che, con tutti i suoi difetti, a petto di questi grilloleghisti appare un gigante: sotto il profilo politico, culturale ed etico (sì, anche etico)


    «Hic religio, alibi ossa», si legge nella lapide all’ingresso della redazione della rivista ‘Critica sociale’, fondata da Filippo Turati, socialista non massimalista — alcuni di lui dicevano che fosse rosa e non rosso — ma non privo di meriti: fu tra gli animatori della protesta popolare, nel 1898, contro il rincaro del pane, come conseguenza della guerra tra Stati Uniti e Spagna per il controllo di Cuba. Un episodio della globalizzazione d’altri tempi: ditelo a Salvini e Di Maio. La risposta alla protesta furono le cannonate del «feroce monarchico Bava» contro «il popol che pan domandava».
    Dice l’iscrizione “Qui il sacro ideale , le sue ossa altrove».
    Qui sotto, Milano, via Confalonieri: la targa si trova a sinistra del numero civico 38, subito dietro il secondo cartello di sosta vietata
    .

    La lapide è stata posata nel febbraio 2002, il discorso d’occasione fu pronunciato da Giannino Guiso, amico e avvocato di Craxi al tempo di ‘Manipulite’, uno dei mediatori del Psi che chiedeva alle Brigate rosse la liberazione di Aldo Moro (insomma, una “trattativa”) al tempo della sua prigionia. Si veda la notizia di Agenzia (Adn Kronos).

    Beh, di Craxi si può dir male, anzi si deve dir male. Potrei essere d’accordo, in linea di principio, che “per fare il bene bisogna (talvolta) fare il male”: è quello che pensava Raskonlikov (vedi Delitto e castigo di Dostoevskij), ma chi dice questo deve avere un controllo di sé e della situazione, quale Craxi non ebbe. Credo che l’avesse Giolitti (ma non ne sono del tutto sicuro), colui che in Puglia non disdegnava di ricorrere ai “mazzieri”, che suscitavano l’indignazione di Salvemini.
    Poiché non sono un moralista, pur disapprovando le ruberie del Psi, dirò che più ancora del latrocinio continuato e aggravato, il gesto di Craxi che più di tutti mi ha disturbato fu la protezione offerta ai quattro terroristi del Fronte di liberazione della Palestina, i quali avevano sequestrato la nave Achille Lauro (fin qui passi) e ucciso un passeggero americano, paralitico, colpevole di essere ebreo (no, questo proprio no: non è sopportabile). È la crisi di Sigonella, per cui ancora oggi Craxi viene da alcuni, e non pochi, lodato, perché impedendo agli Usa di portarsi a casa i terroristi, avrebbe stabilito che l’Italia non è un paese servo degli Usa. Ma, secondo me, non sarebbero mancate occasioni migliori, prima e dopo quest’episodio, per far sfoggio di «vera sovranità» italiana. Nel 1985 Craxi servì su un piatto d’argento un grosso servigio alla lobby palestinese, che gliene avrebbe serbato riconoscenza in seguito, e stabilì un precedente che avrebbe fatto strada. Oggi la fiaccola dell’appecoramento alla summenzionata lobby è portata orgogliosamente dai cattoprogressisti: basta vedere che cosa non è riuscita a combinare in Italia una come Vera Baboun, ex sindachessa di Betlemme, propagandista di Al Fatah: presso decine e decine di Amministrazioni comunali controllate dai cattoprogressisti, gemellate con Betlemme, unanimi nell’auspicare che Israele subisse il terrorismo senza difendersi; presso associazioni cattoliche (Acli in testa); presso monasteri senza più monaci ma con l’abate in fregola, che del cattoprogressismo ha fatto un attrezzo esorcistico, per scacciare il demone meridiano dell’accidia; ecc. Si veda Conferenza delle città italiane gemellate con Betlemme: i gemellaggi (e i “rinnovi di gemellaggio”) sono quasi tutti opera di Vera Baboun. Si veda anche, a titolo di esempio, il “rinnovo di gemellaggio” con la città di Pavia.

    Detto dunque tutto il male che è doveroso dire di Craxi, dobbiamo anche dire che non era un quaquaraquà, o un ignorante, o un dilettante allo sbaraglio. In lui batteva un cuore garibaldino, sapeva che anche i detenuti hanno diritto al rispetto umano. Craxi non era un avvocato come Bonafede, uno che, come leggiamo qui sotto, ha fatto «dell’arrivo in aeroporto di un detenuto un’occasione, cinica e sguaiata, di autopromozione propagandistica». Una roba, come ha scritto Mattia Feltri, che «non squalifica il ministro, ma l’intero Stato italiano».
    Ricordo, per chi avesse perduto qualche battuta di questo osceno spettacolo di politica politicante grilloleghista, che Alfonso Bonafede, Ministro della Giustizia (uh, l’Istituzione: squit, squit, squit! Sì, ma come si può rispettare l’Istituzione, se l’Istituzione non fa niente per farsi rispettare?) ha pubblicato in rete un filmato in cui si mostrano le fasi del trasferimento di Cesare Battisti in carcere, «inframezzate da immagini dello stesso ministro con tanto di musichetta di fondo; uno spot pubblicitario girato in fretta — ma con cura: alla propaganda questo governo ci tiene –, per approfittare del clamore dell’avvenimento» (Il Foglio). Merda ai mediocri!


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    • Travestitismo dei politici populisti


      Qui sopra, Salvini, in tournée ad Alghero, indossa la divisa della Compagnia barracellare. “Barracello”, in sardo “barratzellu”, deriva dallo spagnolo barrachel, una parola della quale non si conosce l’origine (così recita il dizionario della Real Academia Española), da cui deriva parimenti l’italiano “bargello”. A Firenze il bargello svolgeva la funzione che oggi si direbbe di questore di polizia: di bargelli ce n’era uno soltanto per volta, e doveva essere straniero, come il podestà; in Sardegna i barratzelli erano, in origine, guardie campestri.

      Nell’articolo precedente, abbiamo visto Bonafede travestito da agente di polizia penitenziaria; qui sopra vediamo Salvini travestito da barracello. Però poliziotti, guardie carcerarie, guardie di finanza, forestali, vigili del fuoco ecc. farebbero bene, secondo me, a pensarci due volte, prima di passare le proprie divise a questi personaggi. Mi viene addirittura il dubbio che indossare una divisa per accampare una qualifica non spettante costituisca un reato, a norma di cacata carta. Ma lascio volentieri che altri disquisisca di questa fattispecie di reato, è roba per copropapirologi, che notoriamente non mi vanno a sangue. Ecco comunque che cosa rischiano vigili del fuoco, forestali ecc. (la vignetta, pubblicata dal Foglio, è di Makkox):

  79. La Cuccarini è filogovernativa

    La Cuccarini è filogovernativa, per la gioia di Salvini e Di Maio; forse anche per la gioia di Travaglio. O forse no: comunque, diciamo, per la gioia dei populisti. Scrive infatti l’Huffington Post che «la showgirl in un’intervista ha espresso il suo pensiero su Europa e immigrazione, appoggiando l’operato del governo». Sempre sull’Huffington Post le risponde l’opinionista Alba Parietti (che ridete? ormai viene presentata proprio così, come un’opinionista: o non lo sapete che negli anni ’90 è stata fidanzata dell’intellettuale bolognese Stefano Bonaga e che per la proprietà transitiva…?). E che dice l’opinionista Parietti, la quale si dice “de sinistra” in quanto figlia di un padre comunista (“de sinistra”, sempre per la proprietà transitiva)? Bene, lei dice: «Sono in molti a salire sul carro del vincitore, io ci sto scomoda». Tiè, Cuccarina, beccati questa.
    Non commento il Parietti-pensiero. Quanto alla Cuccarini, sono fermo a quanto diceva l’Avvocato: «La Cuccarini? Beato chi se la cucca». È ancora una bella donna, accidenti; ma ho l’impressione che la Boschi sia più intelligente: lo dico con buona pace di Scanzi, che sulla madonna di Arezzo ha scritto infamità.

  80. Rimborsi allegri dei consiglieri regionali bergamaschi e, allargando il campo di osservazione, lombardi


    Per leggere l’articolo di Bergamo news, fare clic sull’immagine.

    Scrive Bergamo news, storica testata reziale bergamasca, per intervalla insaniae antiaristidea (allorché volle notificare che Aristide fu denunciato dal Pedretti, pochi giorni dopo la denuncia: uno scoop facile o difficile, secondo voi?): «Anche cinque ex consiglieri regionali bergamaschi sono stati condannati dal Tribunale di Milano nell’ambito del processo sulle spese pazze al Pirellone: si tratta di Marcello Raimondi (Forza Italia, 2 anni e 6 mesi), Carlo Saffioti (Forza Italia, 2 anni e 9 mesi), Giosuè Frosio (Lega, 2 anni e 3 mesi), Roberto Pedretti (Lega) ed Elisabetta Fatuzzo (Lista Pensionati, 1 anno e 10 mesi)».
    Tra i condannati c’è anche il Pedretti, storico nemico politico di Aristide, che dal Pedretti fu denunciato due volte, e due volte Aristide fu prosciolto: si veda in questo diario Denunciato dal Pedretti una seconda volta, Aristide è stato assolto anche questa volta.
    Tuttavia mentre Bergamo news c’informa dell’entità della condanna irrogata agli altri consiglieri bergamaschi, niente ci dice di quella inflitta in primo grado al Pedretti. Più precisa è l’Eco di Bergamo, che ormai ha dismesso le simpatie cattoleghiste della stagione in cui era direttore Ongis (quando Gandolfi, nel corso del contenzioso politico in essere con il Pedretti fu trattato alquanto ruvidamente da una giornalista dell’Eco, peraltro “de sinistra”). Ebbene, l’Eco di Bergamo c’informa che sono stati condannati «52 su 57 ex assessori ed ex consiglieri della Regione Lombardia accusati di avere speso in maniera illecita oltre 3 milioni di euro con i fondi messi a disposizione dallo Stato, via Regione, per l’attività politica e istituzionale. Tra i condannati ci sono anche cinque bergamaschi»; segue l’elenco dei cinque bergamaschi, quelli stessi menzionati da Bergamo news, e accanto ai loro nomi è specificata la pena. Accanto al nome del Pedretti leggiamo: «2 anni e sei mesi».


    Per leggere l’articolo dell’Eco di Bergamo, fare clic sull’immagine.

    Si aspettano le reazioni di Bonafede, il quale ha accolto en travesti Cesare Battisti che metteva piede in Italia, con la giubba della Polizia penitenziaria; e di Salvini, che si è presentato agli elettori sardi, anche lui en travesti, con la giubba della Compagnia barracellare di Alghero. Disgustoso! Abbiamo già commentato aspramente entrambi gli squallidi episodi di politica politicante, merdosamente — lasciatemelo dire — populista; dunque ci guardiamo dall’auspicare che qualcuno, chiunque egli sia, si presenti in questa modalità buffonesca davanti agli ex consiglieri bergamaschi e lombardi che allegramente abusarono dei fondi messi a disposizione per attività istituzionali e politiche.
    Il Pedretti è un nemico politico, ma ha diritto al rispetto, ora che è stato condannato. Il che però non significa diritto all’oblio: non adesso, perlomeno. Poi si vedrà. L’oblio, bisogna meritarselo.

    • Consiglieri leghisti condannati: fra questi, alcuni continuano a ricoprire incarichi istituzionali, con il placet di Salvini
      Salvini tacerà? Beh, ci diranno che quella «è una strategia», una roba intelligentissima. Oh, yeah!

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      Per ascoltare il servizio televisivo de La 7, fare clic sull’immagine.
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      Tra i condannati, anche Massimiliano Romeo, attuale capo dei senatori leghisti. Altri condannati sono scomparsi per sempre dalla scena politica, come il Trota che fa l’agricoltore in provincia di Varese (agricoltura “biologica”, naturalmente: oh, yeah!) e la Minetti, che vive in Uruguay e fa l’imprenditrice digitale (seh…); altri arrancano ai margini della politica, offrono le proprie competenze “territoriali”, per esempio, al partito della Meloni.
      I condannati faranno appello — figuriamoci — palleggiando il cazzeggio giuridico e così cercando una via di fuga dalle proprie responsabilità: qualcuno dirà che è tutto regolare, non hanno commesso nessun reato, perché il capogruppo dei consiglieri leghisti alla Regione lombarda aveva avallato l’uso allegro dei rimborsi (già, come se un consigliere lombardo non fosse un legislatore, oltre che compos sui, fino a prova contraria; né il capogruppo leghista ha veste giuridica per usurpare il ruolo di interprete infallibile del Codice penale); qualcun altro dirà che però nel frattempo c’è stato, proprio in questi giorni, un emendamento (“emendamento salva corrotti”) apportato all’articolo 316 ter del Codice di procedura penale: tre righette provvidenziali, almeno per alcuni; altri ancora si aggrapperanno sia al primo, sia al secondo pretesto, in un turbinìo di cazzeggio giuridico. Roba da lasciare di sasso perfino uno come il gatto padano, agrimensore copropapirologo, consulente giuridico dilettante in ambito curnense. Oh, benedetto Carlo Cattaneo, che diceva “più fisici e ingegneri, meno avvocati!”. Si veda anche quanto abbiamo scritto in Emendamento salvacorrotti: una furbata leghista.

      • Nessun pentimento, niente oblio


        Immagine pubblicata sul diaro prosopobiblico del Pedretti. Fare clic sull’immagine, per leggerla ingrandita.

        A mo’ di commento di questo spezzone di giornale (al momento, ignoriamo quale esso sia; forse, l’Eco di Bergamo), trascrivo quanto si legge in due commenti precedenti:
        • «Un consigliere lombardo [è] un legislatore, oltre che compos sui, fino a prova contraria; né il capogruppo leghista ha veste giuridica per usurpare il ruolo di interprete infallibile del Codice penale».
        • «L’oblio, bisogna meritarselo».

  81. La recessione? Ma no, voi non capite niente: è una strategia!
    Secondo gli “ermeneuti”, Salvini è diabolicamente intelligente e Conte fa bene a reggergli il moccolo

    Scrive il Foglio: «I dati di Bankitalia sulla decrescita, l’allarme dell’Europa sul debito, l’autonomia che balla. Potrà pure cancellare il reddito dalle slide, ma Salvini ora non può più nascondere che l’Italia si avvia alla recessione grazie alla grillizzazione della Lega».
    Ma gli “ermeneuti”, gl’interpreti della callida politica salvinista, quando addirittura non ne siano gl’ispiratori (beh, un ispiratore vero c’è, ed è quel Luca Morisi, il “Web-filosofo” di Salvini, di scuola putiniana, del quale ci siamo occupati, più di una volta) ci diranno: suvvia, ragazzi, qui c’è una strategia; o non lo vedete?
    Sì, certo, vediamo, vediamo. E dissentiamo da Marco Travaglio che anche oggi 19 gennaio 2019 si fa buccinatore di questo governo. Scrive infatti: «Ora, dopo sette mesi, possiamo serenamente constatare che: 1) Conte conta e sa il fatto suo, in Italia e in Europa, come gli riconoscono a denti stretti anche i suoi più strenui detrattori; 2) gli incapaci, pur con tutti i loro errori, indecenze e gaffe, non sono ancora riusciti a far rimpiangere i capaci di prima, infatti nei sondaggi la maggioranza gode di un consenso unico in Europa mentre le opposizioni continuano a calare…».
    Ma, a parte l’immagine di Conte, che fa la figura di una persona civile al confronto con Salvini, e non ci vuol molto, da quando in qua il consenso decretato dai sondaggi ai governanti è un argomento probante della loro effettiva capacità di governare?
    Ma anche questa distinzione tra Salvini “il truce” e Conte il “moderato” è una presa per i fondelli. Giustamente noi disprezziamo Vittorio Emanuele III che si prestò a reggere il moccolo a Mussolini nel suo delirio di potenza. E ancor più lo disprezziamo quando prima fa arrestare Mussolini e poi s’imbarca a Ortona sul mare, cioè scappa. Se adesso Conte pretende di essere civile, cioè scappa, noi lo disprezziamo ancora di più.

    • A me questo governo inizia a fare paura.
      [A chi lo dice. N.d.Ar.]

      Il primo motivo è quel che decidono, il secondo è il come lo dicono.
      Una volta, saranno stati 20 anni fa, andai a un corso di formazione: lo scopo era di intelligence. Per convincere un partecipante a fare una cosa (ora non ricordo quale) a un certo punto il docente-santone disse: «Da ora in avanti è così. Ripetilo». Tipo: «Da ora in avanti sono un uomo di successo. Lì per lì mi sembrò un ciarlatano della peggior specie. E lo era. Ma in punto era centrato. Gli disse [cioè, disse al partecipante, suppongo: N.d.Ar.] di essere chi non era mai stato e mai sarebbe stato. E basta. Tutti ad applaudire e per qualche giorno la pecora tosata (il corso era costoso) ci avrebbe pure creduto.
      [Sono contento che mi dia ragione – seppur limitatamente, immagino – nel disprezzo in cui accomuno mongomanager e le loro vittime, impiegatucci che sognano a loro volta di diventare mongomanager. È gente senz’arte né parte, senza appigli culturali, familiari, tutt’al più hanno radici tribali, delle quali però si vergognano: cioè se, per esempio, sono di stirpe contadina o sottoproletaria, ambiscono a passare per borghesi e si vestono Armani: tutti neri, come becchini di lusso. E allora, visto che non hanno cultura e niente di cui potersi fregiare, ma pure, da buzzurri qual sono, ambiscono fregiarsi di qualcosa e apparire fichi (invece che cosa c’è di meglio della “ignorantità”?), ecco che seguono un corso di formazione. E con questo credono di aver preso un ascensore sociale low cost, in termini d’impegno, s’intende, senza studiare, senza vivere una vita seria, autentica e meritevole; con il risultato di essere sempre più penosamente ridicoli. N.d.Ar.]

      Così ora: abolita la povertà; la crisi e la recessione sono frutto di una congiura giudo-pluto-eccetera; siamo alle porte di un boom economico; la Banca d’Italia inventa i dati…
      E intanto i TG di Foa iniziano a martellare per il ritorno di Cesare Battisti. Ci sono voluti 20 minuti per avere un servizio senza Salvini. Ma la realtà e diversa. I numeri [i loro numeri: N.d.Ar.] sono inventati. La crescita è inesistente Infatti a 3 giorni dal decretone serve già una manovra correttiva perché mancano 4 o 6 miliardi. Ma non si dice. Siamo ad Achille Lauro, o peggio. Auguri.

      [Qui lei dice cose giuste, finalmente. In particolare mi complimento per la critica all’aziendalismo e al suo universo concentrazionario (così si diceva nel ’68 allo stato nascente, quello intelligente, quello dei signorini che avevano frequentato il liceo). Ha provato a parlarne in ambiente crurale (= dott.ssa Gamba)? Però lei dimentica di dire una cosa giustissima, che cioè la messe di voti raccolta dai grilloleghisti nasce dal sentimento di esasperazione che hanno creato nella ggente personaggi come la Boldrina e la dott.ssa Serra (dico così, semplificando; confido che lei m’intenda). Anche in America la vittoria di Trump è largamente dovuta all’antipatia ispirata dalla Clinton: indifferenza ai bisogni del popolo, arroganza del genere “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo” ecc. N.d.Ar.

      • ALGIDO permalink

        Attenzione, esistono contesti aziendalisti da ciarlatani e altri normali o addirittura virtuosi.
        [Non posso escludere a priori l’esistenza di contesti virtuosi. Io stesso ne ho conosciuti, ma in tempi in cui si parlava di “direttori” e non di “manager” e in cui la classe dirigente aveva fatto il liceo. Ricordo con grande rispetto, per esempio, il colloquio di assunzione che ebbi subito dopo la laurea alla Mondadori, filtrato prima da uno psicologo che tutto era tranne che un ciarlatano (si chiamava Morlotti, se ricordo bene, ed era uno che collaborava alla costruzione di nuove scuole in Africa, seriamente, senza “input” femministi della sciura Valeria), quindi specificamente da persone competenti, sul piano linguistico e scientifico, in vista della mia assunzione quale redattore scientifico. Tutto sommato fu anche degno di rispetto il sistema di selezione adottato dall’Ibm, dove con una serie di colloqui in cascata valutarono dapprima la capacità di comprensione dei problemi, quindi la velocità e la correttezza del processo decisionale. Fui assunto con tanto di telegramma, ma rifiutai il posto, che avevo dapprima considerato per ragioni contingenti, perché avvertii incombente la cappa dell’aziendalismo, anche se meno coglione di quello attuale, e non mi andava a genio. Ma l’aziendalismo odierno, quello per cui un buzzurro “determinato” e disposto a vendere la mamma a un nano, pur di far carriera, vestendosi Armani pretende di essere una persona perbene, è una cosa oscena. Fa schifo sul piano estetico ed è dannoso alla società. Sono del parere che bisognerebbe mettere dei filtri contro i buzzurri. N.d.Ar]

        Lei non viene dalla scuola Olivetti ad esempio?
        [Conosco bene, diciamo così, per ragioni professionali, la storia dell’Olivetti. Mi limito a osservare che la figura di Adriano Olivetti, alla quale solitamente si fa riferimento, dovrebbe essere considerata più criticamente e in una prospettiva storica. Non che se ne debba necessariamente parlare male, ma credo che sia stata sopravvalutata. Il genio di famiglia era Camillo Olivetti, il quale al tempo delle leggi razziali fu costretto a passare il testimone al figlio, in quanto Camillo, a differenza di Adriano, era figlio di madre ebrea. Adriano Olivetti ebbe il grande merito, a differenza dei suoi colleghi confindustriali, di non ragionare in termini di massimizzazione del profitto. Oggi si direbbe, menando il can per l’aia, in termini di efficacia/efficienza: su questi due termini gli aziendalisti hanno costruito tutta una mistica, per giunta una mistica “mentulare” (dal lat. ‘mentula’ = membro virile), buona per chi non ha cultura umanistica, né tampoco scientifica, ma s’inventa una pseudoscienza mongomanageriale e parla con sicumera come viene viene, sperando che nessuno dica “Il re è nudo!”. N.d.Ar.]

        Beh, non solo. C’è di peggio comunque. Ad esempio la negazione della cultura della competenza. “1 vale 1”, ad esempio: una mamma che si è letta quattro ciarlatani su internet vale quanto il lavoro di una vita di un immunologo sui vaccini? Ma andiamo…
        [Qui su Nusquamia non abbiamo esitato un attimo, e da sempre, a denunciare questo postulato del populismo. Affermiamo ormai da anni che le verità non si votano a maggioranza e che il fatto che tutti dicano una cosa non significa che quella cosa sia vera. Lo dicevamo, per esempio, al tempo in cui la Lega Nord (a quel tempo si chiamava così) e i similprogressisti invocavano la sacralità delle assemblee che avevano il coraggio di chiamare “cittadine”. Finché noi dimostrammo l’assoluta irrilevanza delle decisioni conclamate dalle assemblee cosiddette cittadine, essendo esse soverchiate dalle urla scomposte degli ascari e dai bramiti dei cammelli. Si veda per esempio il manifesto:

        N.d.Ar.]

        E le previsioni di Di Maio (siamo alla vigilia di un boom Economico tipo anni 60) valgono quanto quelle di tutti gli economisti, dell’ISTAT o della Banca d’Italia?
        [Certo che no, fermo restando che, personalmente, non sono d’accordo con chi pretende che la Banca d’Italia sia un ente mistico. Ma un conto è conservare lo spirito critico nei confronti della Banca d’Italia, altro è lasciar passare affermazioni come quelle del sottosegretario Laura Castelli la quale, a proposito del legame tra spread e mutui, affermato da Padoan, e da lei negato, dice: «Ah, ma questo lo dice lei». Ancora una volta: non che Padoan abbia sempre ragione, ma Laura Castelli parla a vanvera, come neanche la Casaleggio e associati potrebbe pretendere che facesse. Questi dilettanti allo sbaraglio sono pericolosi. A dir la verità, più pericoloso ancora è Claudio «Aquilini» Borghi, perché tutti si accorgono che Laura Castelli è un’oca giuliva, mentre per rendersi conto dell’impostura dell’aquilotto occorre una marcia in più. N.d.Ar.]

        Purtroppo sta diventando un poco così. E mi preoccupa. Liste di giornalisti amici (che lisciano il pelo servili) e nemici. Liste di scienziati amici e nemici. I valutatori della TAV (quelli che hanno prodotto la relazione) preventivamente al 70% erano contrari. Tutte follie. Passeranno, lo spero, ma a che prezzo?

  82. L’oblio serve a chi deve dimenticare, non a chi vorrebbe essere dimenticato. Sbaglia.

    [Dobbiamo intenderci: chi invoca il diritto all’oblio, e chiede che a norma di cacata carta il suo nome non appaia, o non appaia più che tanto, in rete, per esempio attraverso la ricerca mediante Google, invoca l’oblio per sé, a suo vantaggio, perché possa ricostruirsi una vita. Se lui ha sbagliato, si è pentito e ha pagato il fio della sua colpa, in effetti, non è bello che gli altri sappiano di quel vissuto precedente, che non rispecchia il vissuto attuale. Diverso è il caso di colui che ha sbagliato, non è pentito e non vuole pagare il fio della colpa. Questo intendevo dire.
    In ogni caso, se l’oblio non è a norma di cacata carta, obliare è nella facoltà dell’obliante, e non dell’obliato. Veda per esempio la novella dello scolare, nel Decamerone di Boccaccio: «Uno scolare ama una donna vedova, la quale, innamorata d’altrui, una notte di verno il fa stare sopra la neve a aspettarsi; la quale egli poi, con un suo consiglio, di mezzo luglio ignuda tutto un dì la fa stare in sù una torre alle mosche e a’ tafani e al sole» (novella VII dell’ottava giornata). Cioè la donna credeva di poter impunemente «frascheggiare con uno scolare», e non si pente, perciò lo studente le applica la pena del contrappasso.
    Comunque, se le fa piacere, anche in latino l’oblio può essere interpretato in dare e in avere: ‘obliviosus’ si dice di un uomo propenso a dimenticare; ma ‘obliviosum’ è il vino che dà l’oblio. Un po’ di 3a F non guasta mai, considerato lo strame della lingua italiana che vorrebbero fare la Boldrina e le sciacquette del politicamente corretto.
    N.d.Ar.]

    • ALGIDO permalink

      Intendevo una cosa diversa. Tante energie sprecate per non dimenticare, da l’impressione di avere nodi irrisolti, di coltivare rancori. Io semplicemente cancello dalla mia mente le persone che mi hanno fatto torti
      non esistono più e basta.
      [Secondo me, bisognerebbe ragionare caso per caso. Altrimenti si dà l’impressione di stabilire un principio generale a favore di un caso particolare: per esempio, passando a un altro piano del discorso, ma per omotetia (si studia in geometria descrittiva) proiettabile al nostro, l’emendamento salvacorrotti dell’articolo 316 ter del Codice penale in apparenza risponde a un’esigenza generale, in realtà è congegnato per consentire una scappatoia di cazzeggio giuridico a politici leghisti condannati per abuso del denaro pubblico. Poiché penso che lei si riferisca alla condanna del Pedretti e a me, che sono stato dal Pedretti denunciato due volte, perché ne avrei lacerato l’onorabilità, le faccio presente che non ho nessun astio nei confronti del Pedretti. Se mai è vero il contrario: il Pedretti aveva ricevuto dal tribunale un invito a presentarsi come testimone, e l’invito fu pubblicato dal gatto padano, che voleva esplorare la mia strategia difensiva ed esigeva spiegazioni (marameo!), e c’era scritto che se non si fosse presentato, ciò avrebbe significato remissione della querela; invece si presentò. Insomma avrebbe potuto metterci una pietra sopra, invece ce l’ha messa il giudice e, prima di lui, il Pubblico ministero, che ha chiesto la mia assoluzione. Per parte mia, ho studiato latino e greco, quando in gioventù mi sono occupato di politica avevo in mente la vita di Aristide scritta da Plutarco, non avevo nessuna intenzione di confrontarmi con politici territoriali, pensavo al socialismo scientifico. Sono stato costretto a occuparmi della politichetta curnense tirato per i capelli, dopo quella prima denuncia; in particolare l’atteggiamento della similsinistra mi ha costretto a diventare, in qualche modo, un “soggetto politico”. Senza mai astio, tuttavia, nei confronti di chicchessia, anzi divertendomi a mostrare, ‘in corpore vili’, la superiorità della dialettica sull’albagia ammantata di farisaico perbenismo “de sinistra”, da una parte; dall’altra, a livelli inferiori e talora infimi, sulla rissosità politica senza nobiltà, che ricorre ai colpi bassi e cerca nelle cacate carte appigli per farmi del male: la denuncia come succedaneo della dialettica.
      E poi, scusi, dove sta scritto che il ricordo delle «persone che mi hanno fatto torti» (sono le sue parole) deve essere per forza rabbioso? Per me è gioioso, perché tutte le persone che hanno provato a farmi del male ci hanno lasciato le penne. In particolare, ricordo con gioia due casi: furono sconfitti dalla dialettica un avvocato dell’Ordine degl’ingegneri che pretendeva certi versamenti non dovuti, e pensava — il tapino — che le sue cacate carte potessero mettermi paura; e un impiegato dell’Ufficio delle Entrate che poi dovette rinunciare alla “pretesa contributiva” (un ingegnere, purtroppo, che per mantenere la famiglia aveva accettato di fare quel brutto mestiere; a un certo punto, vista la mala parata, si scusò dicendo “è il mio capo che me lo chiede” e mi faceva pena, ma non è bello sottrarre denaro ai lavoratori autonomi per pagare gli stipendi ai burocrati).
      N.d.Ar.]

      Altra cosa è il corso della giustizia. Ma se quello fa il suo corso regolare problemi non ce ne sono, come nel caso di rimborsopoli. Poi uno si fa delle domande: 2 anni e 6 mesi per un reato del genere e cifre limitate, 15 anni per un omicidio. Boh la proporzione se c’è non la vedo. A volte la legge è strana.
      [Vede che avevo ragione? Lei sta pensando al Pedretti. In effetti, se veramente il Pedretti dovesse stare al buio due anni e sei mesi, sarebbe una pena ben grave. Si ricorderà che scrivevo che non bisognerebbe infierire sul Pedretti, e magari presentarglisi chissà con quale travestimento, per esempio fratesco, tanto più che tra poco è carnevale: roba da grilloleghisti, insomma. Però il Pedretti non si è pentito, né dei rimborsi allegri, né delle denunce a mie spese. Spero che lei non abbia niente in contrario se io ricordo con gioia (‘Remember with anger’, invece, cioè “Ricorda con rabbia” è il titolo di una famosa commedia britannica) i conigli mediatici del Pedretti e tutto il suo ambaradan mistico-territoriale e identitario, al quale attribuiva dignità sacrale, e che io gioiosamente dissacravo. N.d.Ar.]

      • ALGIDO permalink

        Non solo Pedretti, ma anche altri. Passi per Raimondi che era la cinghia di trasmissione tra CL-CDO [rispettivamente, Comunione & Liberazione e Compagnia delle Opere: ah, gli acronimi! N.d.Ar.]e l’Istituzione Regionale, ma Chiara Cremonesi di SEL, che ho conosciuto. Avrà agito con leggerezza, ma il dolo? Non so.
        [A noi poveri cittadini comuni non è ammessa l’ignoranza della legge. Comunque, torniamo a quel che diceva Craxi: perché volete condannare soltanto me? Il mio parere è che dovesse essere condannato Craxi, d’accordo, ma che anche, per esempio, la sinistra Dc dovesse pagar dazio, sempre che si fosse voluto indagare. N.d.Ar.]

        Condannati 52 su 57. quasi tutti, altra stranezza. Ma fa niente, andiamo avanti

  83. Canfora sullo show populista di Bonafede: «Una scena penosa. Quella di Bonafede è goffaggine da parvenu»


    Qui sopra, una felice espressione di Luciano Canfora sull’improntitudine populista di Bonafede, Ministro — ahinoi — della Giustizia. Fare clic sull’immagine.

    Per seguire al completo l’intervento di Canfora, filologo e storico,, preceduta dallo show dell’avvocato populista Bonafede: Otto e mezzo_16 gem. 2019. Oh, se aveva ragione il buon Carlo Cattaneo: «Più fisici e ingegneri, meno avvocati!». In ogni caso, il fatto che Bonafede sia un avvocato, costituisce un’aggravante alla sua goffaggine da parvenu. Roba che nemmeno il gatto padano, quando vuol fare il fico e, da agrimensore male acculturato, qual è, pretende di assurgere all’empireo (secondo lui) degli architetti, o addirittura di maître à penser, in ambito buzzurro-curnense.

  84. La conferma permalink

    Puntuale, servile, appassionato.
    Algido, portavoce dell’ex segretario Pd di Curno, interviene come suo solito a prendere la parte di Pedretti tutte le volte quando si trova in difficoltà.
    Conosciamo bene e da tempo il forte legame che unisce Conti e Pedretti, conosciuto come il patto serra-pedrettista.
    E nonostante tutto questo tempo il legame rimane saldo e vivo.
    Certo a oggi la parte dello smunto e appassito appartiene a Pedretti, artefice in primis delle sue disavventure, che è passato dall’essere protagonista cazzuto e testicolato della politica di Curno e dintorni a personaggio consumatissimo (ed evitato da molti) in disperata ricerca di visibilità, addirittura presso Meloni e compagnia varia.
    Pedretti ne esce malissimo da questo patto, direi usato dagli altri.
    Come si spiegano gli interventi di Algido? Che siano atti di misericordia, testimonianza dello struggimento di Max Conti per il compagno di mille avventure? O un senso di colpa?
    Solo verso Pedretti? Non solo.

    • Il fattore umano

      Se Max Conti non è stato propriamente consigliere del Pedretti nella politica curnense (a differenza del gatto padano, che a tempo perso è anche suo consigliere giuridico), direi però che ebbe un ruolo determinante nel patto serrapedrettista, che cominciò a prender forma nel 2010 dapprima timidamente, poi sempre più robustamente, per culminare nella mordacchia imposta a Gandolfi nel dicembre 2011, quando si impedì al sindaco del buongoverno di presentare i fatti in relazione al contenzioso con il Pedretti (similsinistra, la rappresentanza pedretto-leghista e un esponente della quinta colonna abbandonarono l’aula), quindi nell’eversione dell’Amministrazione nel febbraio 2012, rovesciata non con un voto palese in Consiglio, ma con le dimissioni in massa dei consiglieri di similsinistra, quinta colonna e pedrettoleghisti. Questo’ultimo gesto, in particolare, consentirà alla dott.ssa Serra di insediarsi trionfalmente nella poltrona di sindaco, in forma smagliante, tonificata da escursioni in bicicletta arancione (un colore che allora andava di moda), con profusione di sorrisetti asseverativi; e intraprendere una carriera che doveva essere luminosa, e che subì una battuta d’arresto, è vero, ma che poteva culminare in un’affermazione personale di tutto rispetto.
      A ben vedere, Max Conti rese alla dott.ssa Serra un grandissimo servigio, ma l’impressione è che la dott.ssa Serra non gli abbia serbato la gratitudine che meritava. Vero è che se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni negli Usa, la dott.ssa Serra a Curno avrebbe potuto godere di un influsso favorevole, con ricaduta benefica di quella vittoria (nonne al potere, femminismo ecc.); se inoltre fosse riuscita a trasformare la Megabiblioteca in un Tempio del politicamente corretto (femminismo, Lgbt, cattoprogressismo, relazioni privilegiate con il Medio e Vicino Oriente ecc.), la sua carriera sarebbe stata irresistibile. Eppure, nonostante queste battute di arresto, la dott.ssa Serra avrebbe potuto dimostrare a Conti i sensi concreti della sua riconoscenza, né le sarebbero mancati i mezzi e le relazioni altolocate per farlo, quanto meno in terra bergamasca, con qualche propaggine milanese mediata dalle Acli, quand’era sindachessa potentissima. Beh, sotto questo riguardo, capisco Max Conti che si sente più vicino al geom. Pedretti che alla dott.ssa Serra.

  85. Marco permalink

    Prendete anche in considerazione qualora a Pedretti si mettesse veramente male, che lui abbia uno scatto d’ira o di orgoglio e diventi come Sansone.
    Molti temono questo, un suo gesto umano.

    [Cioè, lei dice che Pedretti potrebbe arrivare al “Muoia Sansone con tutti i filistei”. In altre parole, il Pedretti potrebbe vuotare il sacco. Beh, è un’ipotesi che abbiamo sempre considerato, e auspicato che si traducesse in realtà. Parimenti, ‘si parva licet componere magnis’, non fu giusto che Craxi pagasse per tutti, e abbiamo sperato, ma inutilmente, che da Hammamet dicesse tutto, ma proprio tutto. N.d.Ar.]

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