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Pedretteide – parte II

23 gennaio 2019

Per leggere il documento in formato pdf, fare clic sull’immagine di copertina qui sopra.

 

Nella pagina precedente ci siamo occupati due volte del Pedretti, dapprima per annunziare agli amici, e soprattutto ai nemici, che nemmeno la seconda denuncia di Pedretti nei confronti di chi scrive è andata in porto: si veda Denunciato dal Pedretti una seconda volta, Aristide è stato assolto anche questa volta. Era il minimo che potessi fare, considerato che il gatto padano, ultimamente — e forse non solo ultimamente — impancatosi a consulente legale del Pedretti, aveva presentato nel suo diario l’atto di convocazione dell’assistito, in qualità di testimone. Il gatto, che dalla mia eventuale reazione si aspettava di trarre notizie sulla linea difensiva nonché spunti di pettegolezzo, si domandava costernato perché tacessi e che cosa avessi da nascondere. Insomma “esigeva” spiegazioni. Ma de che? Prima di tutto io tratto da pari a pari solo con i miei pari, in secondo luogo mi guardo dal fornire topicida a chi potrebbe avvelenare il mio pozzo. Inutile dire, naturalmente, che la costernazione del gatto dava adito alle ipotesi peggiori, per esempio, alla possibilità che dovessi rendere conto in tribunale dell’abuso dell’innocenza di una zingarella, come a suo tempo aveva fatto il regista Gualtiero Jacopetti (quello di Mondo cane). Infatti, avendo pubblicato tale citazione del teste Pedretti, il gatto scriveva: «Ci hanno fatto avere copia di un foglio di carta  [indovina un po’ chi gliel’ha recapitato: N.d.Ar.] di cui riproduciamo la parte iniziale. Come mai [Aristide] non ne parla? Cosa c’è da nascondere?». Ecco il foglio pubblicato dal gatto: [*]

Insomma se pubblichiamo la Pedretteide – Parte II è anche per far sapere ai nostri poco più che 25 lettori che non sono incappato in disavventure giudiziarie per rendere conto di delitti infami, ma perché denunciato dal Pedretti nell’ambito di un’annosa polemica che si volle trasferire nelle aule giudiziarie; e che per soprammercato sono stato assolto. Spero che questa pubblicazione non dia noia al Pedretti; il quale, nel caso, deve ringraziare (anche) il gatto padano.

La seconda volta che, nella pagina precedente di Nusquamia, si siamo occupati del Pedretti, è stato per dar notizia che il politico emerito della Lega, questa volta denunciato e non denunciatore, è stato condannato in primo grado per la storia dei rimborsi allegri, insieme con altri consiglieri regionali: parliamo insomma di “Rimborsopoli”, come si è detto, o anche “Accattopoli”, visto che alcuni consiglieri, oltre che farsi rimborsare cene da nababbi, si facevano rimborsare anche i lecca-lecca (la Minetti si fece pagare dai contribuenti il libro scritto da Guzzanti, che parlava proprio di lei: Mignottocrazia). Questa Pedretteide -Parte II si occupa della prima vicenda e non della seconda: abbiamo scritto che non bisogna infierire sul Pedretti, e non infieriamo. Infatti della recente condanna nella nuova Pedretteide non si fa parola. Abbiamo preferito, come usa fare in certi procedimenti risolutivi delle equazioni differenziali, “separare le variabili”. [**]

Qualcuno preferirebbe — immagino — che non pubblicassi questa nuova edizione della Pedretteide, lo so. Dice che bisogna essere buoni, che non bisogna portar rancore. Ma io non porto rancore, per me tutt’al più è un piacere vincere con le armi della dialettica, ma senza alzare la voce, senza minacciare o — peggio — fare denunce, mantenendo filosofico e atarassico (così direbbe Fusaro) distacco. E allora dov’è il rancore? Mi si vuole negare il piacere di giocare con la dialettica?
Una cosa comunque andrebbe chiarita: chi non è rancoroso e combatte lealmente  la battaglia delle idee non necessariamente deve subire l’iniziativa di chi è più disinvolto e vuole a tutti i costi prevalere. Dirò di più: l’uomo nobile e razionale, proprio perché è leale e intende contare solo sulla propria intelligenza e cultura, si trova in posizione d’inferiorità a petto di chi, sprovveduto di tali qualità, è tentato, pur di prevalere, di forzare le regole del ragionamento, fare strame della logica e attingere a man bassa ai peggiori trucchetti di una retorica volgare. Chi non ha argomenti razionali è talora portato, pur di vincere una battaglia ìmpari sul piano dialettico, a far massa con il  volgo: questa, come ci mostra la cronaca politica recente, è la strategia dei populisti. La “ggente” dice così, dunque questa è la verità: tu non cincischiare, e taci. Si veda, nella prima Pedretteide, p. 32: «E non sarai certo tu a dirmi se farò o non farò ancora politica a Curno o altrove. Tu sei uno. Vali uno. Forse».  Ma il bello è proprio riuscire a riportare una vittoria dialettica (dialettica, non giudiziaria), anche uno contro tutti: anzi, è ancora più gratificante.
Nel romanzo Il padrone sono me di Panzini si legge di un giovane contadino, parecchio sveglio, che profitta della buona educazione, della cultura e dell’ingenuità del padroncino, suo coetaneo, per portargli via tutto. Bene, quel padroncino fece male, malissimo, a farsi fregare. Un conto è disfarsi dei propri beni, rinunciare ai propri privilegi: questo è bello, nobile e veramente cristiano. Ma farsi fregare dal contadino, questo proprio no.
Perciò non mi convince Algido che nella pagina precedente mi esortava all’oblìo come atto dovuto e salvifico, per me; e intonava «Sarai mondo se monderai lo mondo», come faceva nel film L’Armata Brancaleone il monaco Zenone, in testa ai pellegrini che si recano in Terra santa per farsi cancellare i peccati (al tempo 00:39:02); e, come lo stesso Brancaleone «nell’ora del trapasso», levava l’irenico e giovanneo invito: «Amiamo e perdoniamo!» (al tempo 01:49:21 del film). Ma perché l’invito è rivolto a me e non anche alla dott.ssa Serra, per esempio, e al Pedretti, che furono i protagonisti di quella stagione di mordacchie, denunce, complotti?».
Ho risposto ad Algido che da parte mia non c’è rancore; nello stesso tempo intendo dimostrare — con la Pedretteide – Parte II, appunto — quanto sia deplorevole e talora poco conveniente, se si ha che fare con persone culturalmente attrezzate, ricorrere all’arma della denuncia per venire a capo di una controversia. Dico questo pensando non al Pedretti, perché voglio sperare che il contenzioso sia chiuso, ma a tutti coloro che potrebbero essere tentati di seguire quella via: ebbene, sappiano che, per quanto facile, in apparenza, quella via può finire in un pantano. Meglio non ascoltare i consigli del gatto padano, che giudicava “gravissima” quella mia espressione sulla Commissione edilizia del Comune di Curno (che non era — si badi bene — un’istituzione democraticamente rappresentativa, ma un’iniziativa misticamente “pompata” nell’ambito della mistica allargata della “condivisione”) come “camera di compensazione degl’interessi degli attori del territorio” (che male c’è, se gl’interessi sono legittimi?).

Rifacendomi alla distinzione tra ‘causa’ [αἰτία, “aitía”], ‘pretesto’ [πρόφασις, “próphasis”] e ‘principio’ [ἀρχή, “arché”]) di un fatto, [***]  dirò dunque che, riguardo alla pubblicazione della Pedretteide – Parte II (il “fatto”), la sentenza di assoluzione è il “principio”, la denuncia del Pedretti è il “pretesto”, mentre la “causa” è la nostra visione della politica, luminosa (“per non dire “illuministica”) e razionale.

Infine, coloro che proprio vogliono attaccar briga, dovrebbero considerare che c’è avversario e avversario. Può succedere che proprio quello che, così gentile e così educato, sembrava disarmato, per non dire sprovveduto, perda la pazienza se troppo o troppo a lungo provocato, come vediamo nel film Cane di paglia, dove avviene che un matematico americano ritiratosi nella brughiera inglese con la sua bella mogliettina britannica, che proprio lì era nata e in passato aveva amoreggiato con i ragazzotti del paese, sia provocato dai buzzurri identitari del posto. La sua colpa? Non essere del luogo, non avervi “radici”, e di aver sposato quella bella ragazzona, che consideravano cosa loro. Soprattutto, però, di essere civile. Credevano i buzzurri, nel loro essere terragni, bevitori di birra e superalcolici, cacciatori dal grilletto facile, di essere “veri uomini”, certo più del matematico, un tipo astratto, privo delle famigerate “radici” (e nemmeno “sovranista”, immagino), ma solo un uomo, un uomo razionale. Ma poi dovettero ricredersi.
Mi domando come mai Algido abbia esortato me all’oblio ma non abbia fatto altrettanto con il Pedretti che avrebbe a sua volta potuto obliare, qualche mese fa, mica un decennio fa, neutralizzando l’incombenza del male sul mio capo, conseguenza della sua denuncia.  Non lo fece. Sarebbe stato sufficiente non presentarsi alla citazione (questo era scritto nella convocazione: se non ti presenti, ciò equivale a remissione della querela). Sarebbe stato un gesto generoso, molto meglio che intavolare una trattativa. E gliene avrei dato merito. O forse  Algido l’ha fatto, ha provato a convincere il Pedretti, senza però riuscirci, e non ha voluto dirci niente, perché in fondo a lui non piace fare il fico, mostrandosi a tutti i costi benevolo, nei confronti di tutti, e nei miei confronti in particolare? Beh, sarà sicuramente così, perché certamente non avrà pensato che fossi un fesso. Non sarebbe giusto, credo.

…………………………………………………………………………………….
[*] Il gatto padano aveva già sguazzato sulla mia disavventura giudiziaria innescata dalla seconda denuncia dell’implacabile Pedretti, guardandosi però dal dire che avrei dovuto presentarmi in tribunale per difendermi da quella denuncia. Scriveva nel numero 556 del suo diario che «nei primi giorni di febbraio o marzo del 2018» sarei dovuto «comparire come imputato in un processo». Come se non conoscesse il giorno preciso e l’imputazione. Ma la sua “astutissima” dissimulazione contadinesca dava adito a chissà quali pensieri su miei comportamenti riprovevoli, chissà in quale ambito. In realtà il gatto sapeva tutto, informato com’era da chi di dovere, ma lui astutamente scriveva: «solita notizia da bar cinese, immaginiamo». E aggiungeva: «Ce ne dogliamo e abbiamo iniziato a risparmiare per l’eventuale acquisto di mandarini nel caso ce ne fosse bisogno».
[**] Si veda in proposito nel sito della Treccani: L’Età dei Lumi: matematica. Le equazioni differenziali. Il trattatello può anche essere acquitaot in forma di e-book per il costo di 2,50 euri. Ma alcune formule non appaiono correttamente, richiedono il collegamento alla rete. Tanto vale, allora, leggerlo direttamente in rete.
[***] Vedi Polibio, Storie,  III 6, 7: «Io dico che gli inizi di tutto [archas] sono le prime iniziative e azioni in quello che è già stato deciso, le cause [aitias], invece, quei giudizi e quelle concezioni che ci guidano in questo: voglio dire, i pensieri, le disposizioni e i ragionamenti per mezzo dei quali giungiamo a decidere e a proporci qualcosa»

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322 commenti
  1. Nuovo Cinema Nusquamia
    L’armata Brancaleone: «Amiamo e perdoniamo!»


    Per vedere il film, fare clic sull’immagine. Se già non si è iscritti al sito RaiPlay, l’iscrizione è immediata, basta un clic sull’iconcina di Facebook (se il “navigatore” è titolare del profilo Facebook).

    Ho scritto nell’articolo con cui s’apre questa pagina: «Non mi convince Algido che nella pagina precedente mi esortava all’oblìo come atto dovuto e salvifico, per me; e intonava «Sarai mondo se monderai lo mondo», come faceva nel film L’Armata Brancaleone il monaco Zenone, in testa ai pellegrini che si recano in Terra santa per farsi cancellare i peccati (al tempo 00:39:02); e, come lo stesso Brancaleone «nell’ora del trapasso», levava l’irenico e giovanneo invito: «Amiamo e perdoniamo!» (al tempo 01:49:21 del film). Ma perché l’invito è rivolto a me e non anche alla dott.ssa Serra, per esempio, e al Pedretti, che furono i protagonisti di quella stagione di mordacchie, denunce, complotti?».
    Possiamo sentire queste due espressioni, ai punti indicati, rivedendo il film, che è del 1966, forse il più riuscito tra quelli di Monicelli, insieme ai Soliti ignoti. La qualità di riproduzione è buona, migliore in ogni caso di quella della mia antica cassetta Vhs. Il fermo immagine qui sopra è al tempo 01:49:21, quando Brancaleone, convinto di morire di lì a poco (ma sarà salvato provvidenzialmente dal monaco Zenone, che questa volta, sì, lo porterà davvero in Terra santa) dice ai compagni: «Amiamo e perdoniamo, nell’ora del trapasso».

    • Non rivolgo i miei consigli in una sola direzione, come lei ha scritto: in effetti.
      [Cioè, lei mi vuol dire di aver provato a convincere il Pedretti a desistere dalla pratica delatoria e che il Pedretti ha preferito sentire l’altro consigliere, quello che non denuncia ma che prepara i dossier a disposizione di chi voglia denunciare? N.d.Ar.]

      Poi, se uno vuole, intasi i tribunali: senza illudersi di andare da qualche parte, per lo meno per queste cose.
      [Si riferisce alla pulsione delatrice che per alcuni personaggi curnensi è spirito vitale? Se non denunciano, si afflosciano. N.d.Ar.]

      Ancora in comune [cioè il Comune di Curno? conviene scrivere “comune” con la maiuscola, per non cadere in quel girotondo melenso di doppi sensi che tanto piacciono alle maestrine in fregola similprogressista: come quando si sono inventate il titolo del notiziario comunale “Curno in Comune”: roba da far accapponare la pelle, peggio della sciura Valeria che interrompe il giornalista: «Scusi, le dispiace chiamarmi ministra?» N.d.Ar.] o nei sottoboschi della più retriva politichetta ancora attiva o in qualche recesso degli uffici comunali ce [c’è?] qualche perdigiorno che passa (o passava sino a un annetto fa) da un esposto (rigorosamente anonimo) a un altro.
      Penose figure di perdenti a vita, a mio giudizio.[Dica pure squallidi, spregevoli delatori. N.d.Ar.]

      Ecco, per citare l’abate Abbone [un personaggio del ‘Nome della rosa’? N.d.Ar.] occorre essere abili nello scoprire e prudenti, se del caso, nel ricoprire. (O no?)
      [Non capisco dove il discorso voglia andare a parare. Credo che in questo momento di barbarie si senta il bisogno, più che di scoprire cose nuove, affannandosi con la lingua penzoloni dietro il “nuovo che avanza” (è roba che appassiona i buzzurri, peggio dei i Bongo Bongo con la sveglia al collo, come voleva lo stereotipo coloniale: la sveglia era il “nuovo che avanza”), più che di queste buzzurrate, dicevo, credo si abbia il bisogno di riscoprire l’umanità perduta, l’onore, la gentilezza, l’autenticità, l’amicizia (non parlo degli amici nelle cordate di potere). L’aziendalismo ha fatto strame dell’uomo, l’apologia della determinazione ha tarpato lo slancio vitale, il femminismo ha creato nelle famiglie un buco di terrore permanente. Bisogna riscoprire l’uomo e, con buona pace della Boldrina, un senso nobile e virile dell’esistenza. Non si vive di sola determinazione belluina, da una parte, e di rivendicazioni parasindacali, dall’altra: i miei diritti, i diritti speciali ecc. N.d.Ar.]

      • Ho riformulato la chiusa del mio intervento fra parentesi quadre, qui sopra, nel seguente modo: «Bisogna riscoprire l’uomo e, con buona pace della Boldrina, un senso nobile e virile dell’esistenza. Non si vive di sola determinazione belluina, da una parte, e di rivendicazioni parasindacali, dall’altra: i miei diritti, i diritti speciali ecc.». Avevo dimenticato la “determinazione belluina”, il veleno messo in circolo dalla concezione aziendalistica della vita, pronuba del darwinismo sociale: un ritorno alla barbarie, un sottoprodotto dell’etica protestante del capitalismo (vedi Max Weber).
        Fra l’altro, non mi sembra azzardato affermare che determinazione belluina e pansindacalizzazione (nella versione “tutto il potere alle associazioni”, i cui membri sono «cittadini più uguali degli altri») abbiano alimentato il sacro fuoco custodito dalle vestali dell’aziendalsimilprogressismo curnense.

  2. “Onestà” a geometria variabile della Lega fedifraga


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    L’articolo è pubblicato sul Fatto quotidiano di oggi 24 gennaio 2019. Ne riportiamo qui di seguito alcuni brani interessanti, anche se a ben vedere sono cose risapute. Sì, cose risapute, ma che gli “ermeneuti” di questo governo indifendibile (ma difeso, pur con qualche doverosa precisazione, proprio dal direttore del Fatto), e di questa Lega pasticciona, fingono d’ignorare. In particolare, gli ermeneuti della Lega pasticciona e fedifraga, quando proprio non possono ignorare le marachelle, sbottano così, asseverativi e oracolari, sperando che ancora qualcuno dia loro credito: «Ma no, Salvini è uno statista, o non capite? Qui c’è una strategia, sciocchini che siete!».
    Boh, fatte le debite proporzioni a me sembra che si possa istituire la seguente proporzione, appunto, mettendo a confronto lo “statista” italiano con lo “statista” curnense:
    Salvini : Italia = Cavagna il Giovane : Curno.
    Con tutto il rispetto per Cavagna il Giovane, non mi sembra che Salvini ci guadagni granché.
    Mi limito a trascrivere dall’articolo di Barbacetto queste considerazioni:

    Nel 2017 una legge ( Gentiloni- Orlando) voluta dal Pd ha reso l’appropriazione indebita perseguibile solo se chi è danneggiato presenta querela: in questo caso, la Lega, che invece con un accurato lavoro di chirurgia giuridica ha querelato soltanto Belsito e soltanto per i capi d’imputazione di cui doveva rispondere da solo, senza coinvolgimenti dei Bossi. Risultato: prosciolti i Bossi, condannato Belsito, che ha reagito così: «Sono rimasto con il cerino in mano. Pago lo scotto di essere stato il tesoriere che ha eseguito gli ordini. Paga l’esecutore, ma non il mandante».
    Aggiunge il suo difensore, l’avv. Silvio Romanelli: «Belsito, prima di andarsene, ha lasciato nelle casse della Lega la bellezza di 49 milioni di euro. Non era impegnato a sottrarre fondi, come vorrebbero i giudici, ma aveva fatto dei buoni investimenti». È guardacaso la stessa cifra dei soldi pubblici che i giudici di Genova, in un altro processo (da cui Bossi, condannato in appello, si salverà comunque per la prescrizione in arrivo), hanno stabilito essere stata incassata dalla Lega in modo illegittimo. Sono i soldi spariti sotto la gestione di Roberto Maroni prima e di Matteo Salvini poi, i 49 milioni di cui i magistrati chiedono la restituzione (a rate), dopo aver provato a rintracciarli in giro per il mondo.

    • Scenari futuribili nel Paese bello da vivere (= Curno)

      Visto che nell’articoletto precedente abbiamo nominato Cavagna il Giovane che sotto più di un rispetto aveva raccolto l’eredità del Pedretti, anche lui godendo, fra l’altro, di qualche buon consiglio del gatto padano, [*] qualcuno sa come si posizionerà la destra del paese infelicemente “bello da vivere”? (Oh, quando mai la dott.ssa Serra coniò quello slogan!). Il fatto è che Toti s appresta a lasciare Berlusconi e che Alessandro Sorte, l'”uomo forte” (così si presentava all’elettorato) sta dalla parte di Toti. Dunque Locatelli dovrebbe passare a Toti. E Cavagna il Giovane? Beh, a suo tempo fu sfanculato da MarcoBelotti responsabile della Lega (allora Lega nord) di Curno, il quale con tanto di lettera indirizzata al Comune scriveva: «Cavagna Il Giovane non ci rappresenta». Eppure Cavagna il Giovane, ormai un po’ meno giovane, ma sempre “determinato” (a suo tempo era deciso a mettere a ferro e fuoco il paese, per far valere, dopo quelli dei cani, i diritti degli “under 25”: squit! per la trovata originale e per l’espressione anglicizzante, da pronunciare “ànder venticinque”), non avrà certo voglia di continuare a fare il secondo di Locatelli, il quale, fra l’altro, non è detto che sia ancora considerato idoneo a pilotare l’arrembaggio della destra al Palazzo del Comune, cioè al Municipio. Còmpito difficile, considerata la micidiale rete associazionistica schierata dalla similsinistra: eppure con un po’ di abilità, per vincere sarà sufficiente chiamare a Curno un papa straniero, non più succube del sistema (trasversale) delle famiglie, far emergere le contraddizioni in seno allo stesso sistema di potere degli aziendalsimilprogressisti. La dott.ssa Gamba cercherà di prendere le distanze dall’eredità serrana, ma non sarà difficile dimostrare che non si è spostata di un “ette” (come si diceva un tempo) da quel solco veterofemminista e cattoprogressista, che ormai ha fatto il suo tempo. Locatelli, per parte sua, dispone soltanto dell’associazione dei cani, anche se, a dire il vero, non si conosce la consistenza delle divisioni cinofile da schierare nel Largo degl’Impiccati. Intanto Cavagna il Giovane morde il freno, si dice, e da lui ci si aspetta molto, nella cerchia familiare (nel senso della familia romana). La sua collocazione ideale è nella Lega.

      ……………………………………………………
      [*] Per esempio, scrivevamo nell’articolo La cultura, perché sia viva, o anche soltanto sopravviva, deve essere difesa dall’arrembaggio degli assessorucoli e dagli idiots savants, con riferimento alle inadempienze dell’Amministrazione serrana in materia di Bilancio di previsione: «Cavagna il Giovane in Consiglio minacciò tuoni e fulmini, scrisse al prefetto, e chissà ancora a quali altri organismi istituzionali; ma non succedette nulla. Ebbene l’inadempienza della sindachessa, che non aveva presentato il bilancio di previsione nei termini dovuti, era stata segnalata da principio dal gatto padano, nel corso di un’annusatina di cacate carte, come lui stesso si è lasciato scappare, non senza una punta d’orgoglio (giustificato: lui è il gran maestro della molto discutibile scienza copropapirologica)».

  3. Una biblioteca non buzzurra

    Mi è capitato questa mattina di recarmi in una biblioteca di quartiere, in una bella zona di Milano. La biblioteca nasce dalla ristrutturazione di una fabbrica dismessa della quale, nella sezione adibita ad uso di biblioteca, come del resto altrove, si sono conservati i muri, testimonianza di un decoro sottotraccia, non gridato, nella tradizione migliore della Milano operosa d’antan. Gli architetti incaricati della ristrutturazione, una volta tanto, forse anche in virtù dei vincoli conservativi, hanno rinunciato a imporre le loro ideuzze, le maestrine e gli agrimensori male acculturati sono stati tenuti a bada, non hanno imperversato, alla buon’ora! Niente totem, niente sculture “democratiche” qui e là fra i piedi. In compenso, la biblioteca ha tutto quello che si richiede a una biblioteca moderna: gli scaffali, tanto per cominciare; ma scaffali che non hanno altra pretesa che sostenere in bell’ordine i libri, scaffali che non urlano “Noi siamo scaffali fichi, scaffali di design!”. No, scaffali in legno, assai dignitosi. E poi gli spazi per gli studenti, dei quali abbiamo visto una numerosa rappresentanza, tutti insieme intorno a un tavolo: lavoravano chini sulle tastiere dei loro elaboratori portatili, si scambiavano le idee, educatamente, senza “determinazione”. E poi c’era tanta luce, perché le fabbriche richiedevano luce, ovvio: un’esigenza ergonomica. Anche le biblioteche vogliono luce, e qui c’era, vivaddio. Anche la direttrice con la quale abbiamo parlato era una persona squisita, educata, colta, non asseverativa, non “determinata”. Era lieta di assegnarci uno spazio per una certa iniziativa che nasce a Milano per l’impulso di due brave professoresse (ci sono anche le brave professoresse); invece di compiacersi degli aspetti burocratici, e goderne (come fanno i mongomanager), ci faceva presente, quasi scusandosi, come se fosse colpa sua (ma non lo era) la necessità di una copertura assicurativa. Ci raccontò che purtroppo ci sono anche lì, in quel bel quartiere, i delatori malvagi: qualcuno aveva fotografato un sacco di rifiuti urbani provenienti dalla biblioteca e non conferiti adeguatamente dal personale di servizio, li aveva pubblicati in rete; e accusava le istituzioni, esigeva spiegazioni, pretendeva la gogna. Facendo così, il miserabile si era sentito importante, un “giusto” (a norma di cacata legge, ovviamente, come a Curno, pensavo).
    Peccato che non possa pubblicare le foto di questo esempio pregevole di struttura pubblica al servizio della cultura, senza pretesa di “far cultura” essa stessa, men che meno di essere una cappella deputata alla celebrazione dei riti del Politicamente corretto (come la Megabiblioteca di Curno, che nasce da velleitarismo assessorile sposato a iattanza provinciale). Non pubblico le foto, altrimenti chissà che cosa non è capace d’inventarsi il gatto padano, vecchia e implacabile “zabetta”, sempre alla ricerca di pretesti che gli consentano di spargere il fiele e la sanie dell’invidia. Direbbe “Che cosa faceva lì Aristide?” (lasciando intendere che ci sia una trama criminale). E ancora: “Aristide non ci ha ancora spiegato questo, e neanche quello…” E concluderebbe “Esigo spiegazioni”. Va bene, va bene: è anche divertente, lo so. Il gatto è macchiettistico. Ma è meglio, come ho già scritto, non dargli materia per avvelenare i pozzi.

    • P.S. – La biblioteca milanese di quartiere di cui sopra serve un’utenza numericamente più consistente di quella che servirà, quando sarà operativa a costi micidiali, la Megabiblioteca curnense, detta il Bibliomostro, per via della mostruosità provinciale di un’iniziativa siffatta. Numericamente più consistente e qualitativamente incommensurabile: il quartiere servito comprende due licei. È ovviamente collegata con il sistema delle biblioteche milanesi per il prestito interbibliotecario. Come del resto è attualmente inserita nella rete delle biblioteche bergamasche l’attuale biblioteca di Curno. Qualora si trovasse che lo spazio che la ospita è insufficiente (questa è la scusa che talora si è accampata per giustificare il salasso della nuova Biblioteca), potrebbe essere trasferita in altra sede, da individuarsi tra le numerose proprietà del Comune di Curno, opportunamente adattata in base a criteri di razionalità: dunque a costi ragionevoli. Come ho suggerito più di una volta, il Bibliomostro dovrebbe essere posto sul libero mercato, perché l’acquirente ne faccia l’uso che vuole, purché dignitoso (escluderei la possibilità che divenisse sede di una palestra con sauna Lgbt).

      • Ileana permalink

        Se è quella che penso io(esiste da almeno 6 lustri)…c’ho passato anni a scoprire e studiare !Allora il design non era proprio contemplato nella sua disposizione interna ma era”pratica”. Quasi sconosciuta ai più, ciò mi faceva sentire parte di un segreto e gli addetti alla biblioteca/archivio/deposito, stanchi di sentirsi chiedere da me tonnellate di materiale, mi concessero di cercare i miei tesori nella parte vietata ai non addetti ai lavori .In sala di lettura c’era gente(non tanta) un po’ da “tutto il mondo”, ma sotto quel soffitto alto nella”zona vietata” pieno di scaffali carichi e silenziosi ma ricchi di tesori, mi aggiravo sola…quasi spaventata la prima volta, o forse solo in soggezione. Corridoi lunghi pieni di ombre e poca luce che entrava da un rosone e luci al neon la sera. Un silenzio corposo come materia che faceva risaltare ogni piccolo scricchiolio e anche il mio respiro. La magia e quella sensazione confusa da Alice nel Paese delle Meraviglie a cui è concessa la chiave della città di Oz (mi sentivo una Dorothy/Alice…ero a volte l’una a volte l’altra), mi faceva camminare e muovere lentamente per non cambiare nulla in quell’equilibrio sospeso e per evitare di disturbare i fantasmi addormentati su quegli scaffali. Per qualche attimo ho avuto la sensazione di essere anch’io parte di un libro, che avrebbero potuto chiudere in qualsiasi momento…come nella biblioteca dell’Abbazia medievale dove Guglielmo da Baskerville e il suo braccio destro Adso indagavano per risolvere oscuri omicidi avvenuti in nome della”conoscenza”e non solo della Rosa….Cavolo…troppa enfasi?Eppure è successo!

        • Da quello che lei scrive, in particolare dal riferimento al soffitto alto e ai corridoi poco illuminati, direi che non è la stessa biblioteca.
          Ho anch’io ricordi piacevoli di biblioteche pubbliche d’altri tempi, con scaffalature in legno, il catalogo con i cassetti in legno e le schede scritte a mano in bella grafia (come il catalogo delle vecchie acquisizioni all’Angelo Mai di Bergamo: dovrebbe esserci ancora), e il profumo dei libri. Quando vado alla Biblioteca comunale vicino a casa mia, che pure è ospitata in una bella villa circondata da un parco con vista panoramica sul corso dell’Adda — niente male, per la verità — mi manca tuttavia quell’atmosfera: vedo computer, impiegate sindacalizzate, una saletta dedicata ai bambini… Una biblioteca moderna e “sociale”, ma non è la stessa cosa. I personaggi che frequentano questa biblioteca non hanno niente in comune con quelli custoditi nella memoria: erano giovani intelligenti, professori sapienti, cacciatori di curiosità. Oggi nelle biblioteche comunali si vedono parecchie mamme con i pargoli, mamme democratiche, in un clima di condivisione, sembra che tutti condividano tutto. Non c’è più individualismo (nel senso buono del termine), mancano i soggetti eccentrici. Come quel tale, del quale parla Jean-Paul Sartre nella Nausea, l’autodidatta che leggeva i libri, tutti i libri, l’uno dopo l’altro, in ordine alfabetico. Ricordo uno di questi eccentrici, nella biblioteca della mia città, un tempo: era giovane, allora, vestito di tutto punto, giacca e cravatta d’inverno e d’estate. Ogni tanto sollevava gli occhi dal libro, esclamava qualcosa, ed erano parole come di ammirazione, pronunciate in tono enfatico, in tedesco! L’ho riconosciuto qualche decennio dopo, seduto al tavolino di un bar, sotto i portici di fronte al porto: male in arnese, l’aspetto era ormai quello di un demente.
          Concludo con una nota triste: la Biblioteca Sormani di Milano, un tempo dignitosissima, è oggi frequentata da sbandati che non sanno dove e come sbattere il proprio tempo, così mi dicono. Peccato.

          • Ileana permalink

            C’è molto piu’ individualismo adesso, quello nutrito dall’ignoranza. Sconfortante scoprire che le biblioteche (grazie alle quali ho fatto esaustivi esami universitari senza l’utilizzo di Google), non sono più fucine di apprendimento, ma solo luoghi ricreativi per famiglie o “sbatti tempo”.
            [In realtà se nelle biblioteche ci s’incontra e si dà un appuntamento in una pausa di studio, non c’è niente di male. Anzi. Ma in una pausa di studio, appunto, come un tempo al pianterreno della Sormani. Se però la biblioteca perde la fisionomia di luogo di conservazione e consultazione di libri e — diciamolo! — disdegna l’alta cultura perché così vogliono assessorucoli e mezze calzette, se deve diventare polo di aggregazione “democratica”, se addirittura si pensa che in seno alla biblioteca debba operare un corpo di “bibliomamme” (come si era pensato di fare nella sgarrupata Curno, per fortuna non se ne fece più niente), ecco cadere un altro dei luoghi felici, non sporcato dalla prevalenza del livellamento al basso.. N.d.Ar.]

            In loro onore cartaceo, io le ho sfruttate tantissimo: Brera, Braidense+1, Sormani, Archivio 40(PANIFICIO) e poi quelle di Venezia d’inverno…prendere un treno, un traghetto nella nebbia fra i canali. Ma questa è un’altra storia.
            [Ah! Le invidio queste trasferte veneziane! Si recava dunque alla Marciana e ad altre biblioteche ancora, se ho ben capito. L’anno scorso, quando mi occupavo di un’opera geografica scritta nel XV secolo, avevo una mezza intenzione di andare a Venezia per controllare, sul Mappamondo di fra’ Mauro, la trascrizione di certi nomi. N.d.Ar.]

    • Amelina permalink

      Naturalmente mi è venuta voglia di conoscere questa biblioteca…

      • Il nemico è in ascolto… ed è cattivo

        Le risponderò privatamente all’indirizzo di posta elettronica che mi ha segnalato. Il nemico ci ascolta, in particolare una vecchia malefica, zabetta micidiale con scapellamento delatorio a destra, che aveva sperato in una diversa conclusione della Pedretteide. Indispettita per l’esito negativo delle sue esortazioni all’assistito, e della sua consulenza, è pronta ad aggrapparsi a qualunque appiglio per farcela pagare. Ecco, meglio non darle appiglio di sorta, tanto più che dovrò collaborare con quella biblioteca.

  4. I delatori fanno schifo

    Il gatto padano copia & incolla dal sito Simplicissimus — ma non cita la fonte — il seguente brano:

    Così ci si può giovare dei pochi cittadini che decidono di ospitare gli immigrati cacciati fuori dai lager amministrativi, così alimentano la leggenda degli italiani brava gente, nipoti dei fascisti di Sant’Anna di Stazzema, dei delatori della concorrenza sleale nel ghetto di Roma, dei togati del Manifesto della razza, dei troppi che sapevano e tacevano, che sapevano e se ne approfittavano, che sapevano e non sapevano fare altro che subire, che sapevano come sanno oggi quelli pensano che sono troppi, che ritengono che se scappano da dove non c’è la guerra là possono tornare, che suppongono che tra i molti disperati siano troppi quelli che arrivano per delinquere, che si convincono che la soluzione sia qui e consista nell’elemosina e non là con la restituzione del maltolto, con il ripudio dei tiranni nutriti, corrotti e blanditi, e non in alto contro chi ha mosso e muove guerre armate e economiche di sfruttamento.

    Poco importa che il gatto abbia copiato & incollato: a maggior ragione, se non cita la fonte, e firma il pezzo frutto del copia & incolla felino con una spirale esoterica affiancata dal marchio di fabbrica, il gattoleone, appare chiaro che lui è d’accordo con quanto è riportato nel n.° 907 del diario felino. In particolare, poiché egli pone (giustamente) i delatori in compagnia dei «fascisti di sant’Angelo di Stazzema», miserabili collaborazionisti delle SS, dei «togati del Manifesto della razza» del 1938 (ma perché togati? semmai accademici), degl’indifferenti che sanno e tacciono (si parva licet… anche a Curno abbiamo fatto esperimento di questo atteggiamento filisteo), ebbene, di qui s’inferisce (“inferisce” e non “infierisce”) che secondo il gatto padano i delatori sono schifosi. È quello che sosteniamo da sempre. Sì, lo so, ma c’è delazione e delazione: tutte a norma di cacata carta, quale più cacata, quale meno cacata. Dunque c’è una delazione più schifosa e una meno schifosa. Lo so, lo so: abbiamo il senso delle proporzioni, noi. Ma non per questo diremo che una delazione meno schifosa sia invece pregevole, o anche semplicemente non-schifosa. Sempre schifosa è.
    Poi, ad essere precisi, bisognerebbe opportunamente caratterizzare le delazioni: quelle senza fondamento veruno di verità, quelle con fondamento di verità parziale, associata all’insinuazione malevola di una falsità (questa è una specialità di Curno: “Che cosa faceva Gandolfi giovedì scorso nel Largo degl’Impiccati, e aveva una cartelletta gialla in mano? Chi andava a trovare e che cosa c’era in quella cartelletta gialla? Esigo spiegazioni!”) ecc.
    Ci sono ancora le delazioni semplici, opera di un singolo, che a sua volta può essere uno psicopatico, un essere infelice di connaturata malvagità, un “attore” portatore d’interessi vari; ma ci sono anche le delazioni composte, o addirittura complesse, quando siano affidate in subappalto.
    Sono delazioni composte quelle che nascono per iniziativa, per esempio, di tre individui che concordano sulla necessità di far male a qualcuno, anche con motivazioni differenti. È il caso di quella lettera anonima che costò a Edmond Dantès, futuro conte di Montecristo, l’ingiusta reclusione, per lunghi quattordici anni, nelle segrete del castello d’If, accusato di aver favorito la fuga di Napoleone dall’isola d’Elba. I tre miserabili tessitori del complotto sono: il contabile Danglars, di modesta levatura intellettuale e morale, ma invidioso della promozione di Dantès a capitano del vascello Pharaon; Fernando, anche lui invidioso, perché innamorato, non corrisposto, della bella catalana Mercedes, che è sul punto di sposare l’onesto Dantès; Caderousse, che si dice amico di Dantès, assiste al male, vede tutto ma finge di non vedere: schifoso anche lui.
    Sono delazioni complesse quelle, in origine semplici o composte, che poi vengono subappaltate a qualcuno che si fa materialmente latore della delazione, avendone l’interesse, ma che comunque è usato dall’autore/autori del dossier di delazione.
    Ci sono delazioni firmate (come quelle di cui parla la Stampa: vedi <strong>La sicurezza fai da te. Così 140 mila vedette spiano i vicini di casa: ma potrebbe anche basarsi sui dati registrati dalle telecamere in un numero crescente di Comuni, per fini di sicurezza e tutela dell’ordine pubblico, qualora le immagini fossero accessibili a tutti, delatori professionisti compresi) e delazioni anonime. [*] Ecc.
    Qui mi fermo nella classificazione, che pure potrebbe continuare, perché quel che importa mettere in luce è che la delazione è comunque una roba schifosa. Una volta tanto sono d’accordo con il gatto padano, se è questo che voleva dire.

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    [*] Mettere a disposizione del pubblico le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza per fini di sicurezza e tutela dell’ordine pubblico è un’idea che è stata ventilata nel paese in procinto di essere bello da vivere (o è già bello da vivere?), secondo l’infelice slogan della campagna elettorale della dott.ssa Serra, nel 2012. Ma è un’operazione pericolosissima, considerata la malvagità di alcuni abitanti del paese. E quand’anche il malvagio fosse uno soltanto, uno capace di passare la giornata intera a guardare le immagini, tutte, in tempo reale, per trovare gli estremi onde fare del male a qualcuno, è meglio che non se ne faccia niente. Credo che il Garante della cosiddetta privacy si sia già espresso in proposito.

    • Crusca fediraga? Sì, spesso, ma in questo caso c’è stata una rettifica (timida)

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      Qui sopra, la notizia che ha fatto scalpore: secondo Vittorio Coletti, linguista e Accademico della Cusca, un’espressione come “scendi il bambino dalla nonna” «non è sconsigliabile». Sotto, la smentita (timida) del presidente dell’Accademia.

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      Leggiamo nel sito dell’Accademia della Crusca questa pagina firmata da Vittorio Coletti, consigliere della medesima:

      È lecita allora la costruzione transitiva di sedere? Si può rispondere di sì, ormai è stata accolta nell’uso, anche se non ha paralleli in costrutti consolidati con l’oggetto interno come li hanno salire o scendere (le scale, un pendio). Non vedo il motivo per proibirla e neppure, a dire il vero, per sconsigliarla.

      Ohibò! Ma è il caso di stupirsi? Direi di no, perché non è la prima volta, di questi tempi recenti, che all’Accademia della Crusca ci si appecora al “nuovo che avanza”. Uno degli esempi più infelici riguarda il terrore che ha pervaso i vecchi e pavidi accademici quando la linguista e femminista Cecilia Robustelli ha alzato la voce riguardo alla cogente necessità di volgere al femminile i sostantivi da sempre epicèni, cioè di genere comune: un episodio ridicolo, sciacquettistico, nonché politicamente corretto (“e ho detto tutto”, giusto per citare Totò). Non è un caso che la Boldrina faccia riferimento all’autorità dell’Accademia della Crusca, tenuta sotto schiaffo dalla Robustelli, per imporre le sue mattane: vedi nel sito del non rimpianto Presidente della Camera Il linguaggio di genere secondo l’Accademia della Crusca. Delle ‘pazziate’ della Robustelli e della Boldrina abbiamo scritto ampiamente in queste pagine, non ci sembra il caso di tornare sull’argomento.
      Vale la pena semmai registrare la timida messa a punto del presidente dell’Accademia, Claudio Marazzini, il quale dice che, sì, quella di Coletti non sarebbe la posizione di tutta l’Accademia perché, a norma di cacata carta, «non si sono riuniti tutti gli accademici per deliberare». Ma al Coletti assegna appena un buffetto, e neanche quello. Dice infatti Marazzini: «Coletti ha guardato con simpatia a una spinta innovativa che trasferisce un modo di dire popolare, accettandola nell’eccezione della quotidianità e delle situazioni familiari».
      E il Coletti? Beh, dopo il buffetto (benevolo) insiste. Va bene, il titolo del suo commento pubblicato su Repubblica il 28 gennaio (ieri) non l’ha scritto lui, vogliamo sperare, perché è un titolo grintoso, “determinato” nell’accezione peggiore del termine:

      Cioè Coletti, pur non potendo contare sulla poderosa “macchina da guerra”, quale fu a suo tempo la sacra alleanza della Robustelli, della Boldrina e della sciura Valeria (Ministro dell’Istruzione: ricordate?), ritiene che il politicamente corretto, che non disdegna il livellamento al basso, tanto più che questi sono tempi di populismo, abbia i suoi “diritti” (diritti acquisiti, naturalmente: cioè, soprusi). E scrive, ricorrendo prima all’argomento ad baculum, cioè all’autorità del Dizionario di Tullio De Mauro, poi all’argomento di utilità, essendo lo svarione comodo e utile: «Ha suscitato scalpore una mia risposta sul sito dell’Accademia della Crusca a molte domande che chiedevano se è lecito usare l’espressione «siedi il bambino (sul seggiolino, sul divano ecc.)». Questo uso, registrato da anni sul Grande Dizionario dell’italiano moderno di Tullio De Mauro, dà al verbo “sedere” il significato di “mettere seduto, fare sedere”, cioè sintetizza in una sola parola le due che a rigore di norma dovremmo usare: metti a sedere il bambino, fallo sedere ecc. Insomma ha una sua funzionalità e praticità». Aggiunge poi che «l’Accademia della Crusca più che legittimare o proibire vuole però indurre a riflettere». Al che si replica in due modi:
      a) ma il compito dell’Accademia della Crusca non era appunto, distinguere la farina dalla crusca?
      b) ma se la Crusca invita alla riflessione, non legittima e non proibisce, perché nessuno alzò la voce quando Cecilia Robustelli emanò il suo micidiale decreto, Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo</strong>? Il “progetto” si fregiava, nel sottotitolo, della stampigliatura “Svolto in collaborazione con l’Accademia della Crusca”. L’Accademia era d’accordo? E, se non era d’accordo, perché ha subito? [*] Coletti conclude il suo articolo su Repubblica con questa considerazione: «[La discussione] in sé è positiva non solo perché significa che la gente si interessa e reagisce ai problemi posti dalla lingua, ma soprattutto perché da questi è portata a riflettere su di essa, a essere più consapevole delle sue dinamiche. Che è il miglior modo per difenderla». Come dire “Ieri un bambino è stato ucciso dal patrigno a bastonate, e questo è positivo perché c’induce a riflettere…». Mah.

      Beh, se l’Accademia della Crusca da un lato, lungi dall’esprimere linee guida intorno alla possibilità di assegnare un complemento diretto a un verbo intransitivo, si dimostra possibilista, mentre dall’altro avalla le cogenti linee guida boldrinesche riguardo alla femminilizzazione dei sostantivi epicèni, poiché tutto ha un limite, noi imiteremo gl’illuministi lombardi che, con intendimento antipuristico ma intelligente, pubblicarono sulla rivista ‘Il Caffè’ la Rinunzia avanti notaio degli autori del presente foglio periodico al Vocabolario della Crusca (nel pdf al quale il nesso rimanda, la Rinunzia comincia a p. 2).
      Se la purezza della lingua per cui si battevano gli antichi Accademici sapeva di codino e trombonesco, la lordura populista ammessa stolidamente dagli Accademici d’oggidì, pur di stare al passo con le mode e dare sfogo al cupio dissolvi che miagola nel loro petto, è diseducativa e fa da battistrada, ora che è finito l’incubo boldrinesco, alla neolingua di Salvini e Di Maio. Forse, dalla padella nella brace. Noi ci aspettavamo che l’Accademia ponesse un argine, simbolico, almeno quello, alla prevalenza del buzzurro. Invece no, calano le brache, i fedifraghi.

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      [*] Si veda in questo articolo come la Boldrina abbia abusato dell’autorità dell’Accademia della Crusca (che peraltro non ha protestato) per imporre la neolingua politicamente corretta:

      Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

      Vediamo anche come, forte del clima di terrore creato a favore della neolingua, la sciura Valeria metta in riga un giornalista, che l’aveva chiamata “ministro”. Lei, con sorrisetto asseverativo e di manifesto compatimento per l’inferiorità antropologica del malcapitato: «Riesco a dirle di chiamarmi “ministra”? No? È complicato?». Lui, con la coda fra le gambe, tremebondo: «Sì, ha ragione, mi scusi: “ministra”».

  5. A questo siamo arrivati: “Ha ragione Pomicino!”

    Non avremmo mai pensato che la situazione degenerasse al punto di dover dar ragione a Paolo Cirino Pomicino. Non che ci fosse antipatico, sapevamo che era intelligente, non era un buzzurro dell’«uno vale uno». È medico neurologo ma con lo pseudonimo di “Geronimo” scriveva di cose economiche, ed erano cose interessantissime. Come del resto il suo nemico Cossiga: erano entrambi a conoscenza dei meccanismi dell’economia reale, portavano l’acqua ognuno al proprio mulino, e a quello di alcuni gnomi che nel sottosuolo manovrano le leve del potere reale. Nel palcoscenico della politica prendevano parte alle tragedie, non recitavano nelle farse, a differenza dei nostri Castore e Polluce populisti, serviti da Conte nel ruolo improbabile di Mercurio (patrono dei ladri e dei mercanti). Vero è che Casaleggio e il Web filosofo di Salvini, Luca Morisi, sono in contatto con gli ambienti putiniani, cioè, indirettamente, con l’unico statista rimasto in Europa, adesso che la “culona” (secondo Berlusconi: ma non è vero che si è espresso così, pare) sembra farsi da parte. Manovrano i voti, i “like”, ma di qui ad avere un’intelligenza politica ce ne passa. In ogni caso, noi ci leviamo il cappello davanti all’intelligenza di Putin, questo però non significa che siamo disposti a farci mettere nel sacco, per giunta via Di Maio e Salvini. Sarebbe un’offesa alla nostra intelligenza, per poca che essa sia. Come mai abbiamo consentito ad essere uccellati da Pomicino, dal suo capocorrente Andreotti o da Cossiga: che però, almeno loro, non erano zerbini.
    In ogni caso è evidente che, riguardo alla sovranità del Parlamento, ha ragione Pomicino e che Di Maio e Salvini sono dilettanti allo sbaraglio. Ciò sia detto con buona pace di Travaglio e di Padellaro che fanno di tutto per levare loro le castagne dal fuoco: per essere precisi, più che altro, a Conte e Di Maio (già, come se Conte non fosse emanazione di Salvini; probabilmente, sotto il profilo etico, ancora più riprovevole di Salvini: ma questo è un discorso lungo, lo riprenderemo, però, spero).
    Se abbiamo grosse riserve politiche su Paolo Cirino Pomicino, fummo invece ammiratori dell’arte scenica del fratello, Bruno Cirino, che vediamo al min. 2 : 42 di questo filmato, con la giubba rossa, al centro della formazione che va incontro ai contadini al passo di una tarantella che dovrebbe affratellare gl’intellettuali rivoluzionari e i contadini. Il film è Allonsanfàn dei fratelli Taviani, Bruno Cirino è Tito, affiliato alla setta segreta dei “Fratelli sublimi”: la spedizione a cui partecipa si proponeva velleitariamente di sollevare le plebi meridionali, ma l’unico contadino dalla loro parte è Vanni “la Peste”, il quale non è nemmeno l’eroe che loro credono. Gli altri contadini, come vedremo in seguito nel film, li attendono armati di forche, picche e bastoni. Sarà un massacro.

    • Rabbia e tarantella

      La musica dei titoli di coda del film di Quentin Tarantino Bastardi senza gloria è presa di peso dal film Allonsanfàn, al quale abbiamo accennato nel commento precedente. La musica è di Morricone (e si sente), il titolo del brano è Rabbia e tarantella.

  6. Michela Murgia

    È martedì, è passata da poco mezzanotte. Nella stanza accanto c’è il televisore acceso. Sento che Floris annuncia un’intervista con Michela Murgia. Mi alzo e vado a spegnere il televisore. Penso che non sia proibito. Spero.

  7. In Liguria con Il nome della rosa

    Ho trascorso pochi giorni in Liguria, in collina questa volta, perché l’albergo solito con le finestre sul mare è chiuso per ferie dell’albergatore (un signore di Varese). Una di quelle finestre che nel mese di ottobre qualche anno fa volli lasciare aperta, e mi costò una lieve affezione alla gola, ma intanto dormii meravigliosamente bene, con le orecchie carezzate dal suono del mare e il sangue ossigenato da aria balsamica.
    Il posto in collina dove sono andato questa volta è bellissimo. Già lo conoscevo per averne fatto partenza di escursioni invernali luminosissime, lungo sentieri attraverso la macchia mediterranea (quel tratto della riviera è molto asciutto, tutto l’anno), al confine con la roccia delle falesie a picco sul mare. Ma non vi avevo mai alloggiato, anche se mi aveva fatto buona impressione, vista dall’esterno, una di quelle locande che oggi prendono il nome di Letto & colazione (Bed & Breakfast), e non capisco perché non si voglia continuare a chiamarle con il loro nome, dal lat. locare, più precisamente dall’insegna “est locanda”, cioè “si affitta”.
    Non ricordavo più il nome della locanda, ma mi è sovvenuto quando ho guardato la mappa del posto, sul calcolatore; fortuna volle che la locanda fosse aperta e che vi fosse ancora un posto libero. Infatti, quando ho completato la prenotazione, è comparso sullo schermo un avviso a tendina (lo chiamano pop-up) d’intendimento gratulatorio, in stile un po’ aziendale, dunque leggermente fastidioso: “Hai prenotato l’ultimo posto disponibile!”. Grazie tante, quando sono arrivato sul posto, ho constatato, parlando con i gestori, che le camere sono in tutto cinque. Perché quella era in origine una casa d’abitazione, opportunamente riadattata alla nuova funzione d’uso, con tocco d’architetto. Era la casa di una famiglia contadina patriarcale, immagino; le scale sono ripide, e questo è normale, non sono mica le scale di Brera, progettate per prelati con le scarpine di raso; gli ambienti, con mia meraviglia, sono voltati. Le scale hanno un’alzata di buoni 23 cm, e chissà con quale fatica erano salite dai vecchi, provati dalle fatiche nei campi. Ma è ragionevole pensare che a loro fosse destinata una stanza a pianterreno, sopra la stalla, al piano interrato, perché le mura poggiano su un pendio.
    Il borgo, al quale si arriva scendendo per un sentiero acciottolato fra due muri a secco, è bellissimo, ma preferisco non descriverlo e non ne presento le foto, sempre per via della ‘zabetta’ vecchia e malefica che infesta queste pagine, la quale per un nonnulla schiatta d’invidia e schizza veleno. E chissà che cosa non è capace d’inventarsi, per poi chiudere lo schizzo con il perentorio “Esigo spiegazioni!”.
    Il viaggio in Liguria sarebbe lunghetto, ma diventa sopportabile e piacevole, se il traffico non è troppo intenso e si può prestare orecchio all’ascolto di un audiolibro. Questa volta ne ho ascoltato uno prelevato dal sito della Rai “Ad alta voce” (che sia un reato, anche questo? la zabetta avrà qualcosa da dire?). Devo dire che sono stato a lungo indeciso se prelevarlo, perché il libro è “Il nome della rosa” di U. Eco, ma il lettore è Moni Ovadia. Non che mi sia antipatico, ma avrei preferito un altro lettore, più “laico”, per così dire. Non ignoravo che Moni Ovadia è assiduo alle “àgapi” cattoprogressiste delle Acli bergamasche, all’insegna della “Convivialità delle differenze”. E avevo presente una sua conferenza, a Bergamo, dove sosteneva che non è vero che Dio chiedesse ad Abramo il sacrificio di Isacco, e che insomma il tutto va interpretato diversamente. Ed è una cosa che non sta né in cielo né in terra, anche perché quella non è l’unica porcheria che si legge nel Vecchio testamento, per il quale stravedono i protestanti e con loro, pervasi da cupio dissolvi, i cattoprogressisti nostrani. Questa storia del sacrificio di Isacco che va “interpretato” mi ricorda gli ermeneuti di Salvini che giustificano qualunque porcheria salvinesca e dicono “Ma no, è una strategia”. Sì, buonanotte.
    Moni Ovadia non mi è propriamente antipatico, anche se spessissimo non sono d’accordo con lui; ma non è fanatico e si capisce che a quello che dice è il primo a non credere. Non è da mettere sullo stesso piano dei fideisti che dicono oracolarmente “Così stanno le cose. Per il resto: punto, basta, non m’interessa!”. Ovadia è un musico, un cantante e un attore e fu discepolo (non so se si consideri tale ancora oggi) di non ricordo più quale santone dell’ermeneutica biblica. Dunque non è un laico. Ebbene, per il “Nome della Rosa”, che è scritto in prima persona, nella finzione letteraria, da Adso da Melk, che fu discepolo di Guglielmo di Baskerville, che è un campione di razionalità, ci vorrebbe un lettore laico, così ragionavo: per esempio, uno come Tommaso Ragno (che ho ascoltato nella lettura di Frankestein, di Mary Shelley.
    È importante che il romanzo sia letto dalla persona gusta, come per esempio — con riferimento sempre ai libri del programma “Ad alta voce” — La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj, letto da Elia Schilton, o La vita agra del toscanissimo Bianciardi letta dal toscano Alessandro Benvenuti. A conferma di questo punto di vista, ricordodi aver ascoltato Il giorno del giudizio di Salvatore Satta: bellissimo, ma il lettore era Toni Servillo, decisamente antipatico. È avvenuto così che l’antipatia per il gigione Servillo guastasse l’ascolto del bel libro, scritto all’insegna di un’austera autenticità.
    Con Ovadia il discorso è diverso: è gigione, anche lui, eppure, essendo probabilmente più colto di Servillo, non ne ha la spocchia. Superai dunque la pregiudiziale ideologica: anche se, in ogni caso, non perdono a Ovadia la vicinanza alla lobby palestinese, per cui si trova in sintonia con i cattoprogressisti. Ma, non essendo fanatico come invece sono fanatici lorsignori, ho separato l’ideologia dall’arte della lettura espressiva, e scaricai gli mp3, che poi trasferii sul lettore, da collegare all’ingresso audio dell’autoradio.
    Devo dire che non mi sono pentito di avere superato la pregiudiziale che dicevo, perché Ovadia è un lettore intelligente (una lettura espressiva richiede intelligenza del testo, è evidente) ed è bravissimo soprattutto nei dialoghi, che nel libro sono numerosissimi.
    Ciò premesso — e non lo dico per pareggiare il conto ideologico con Ovadia, ma per amore della lingua italiana — osservo che è un peccato che Ovadia non sia abbastanza sorvegliato nel posizionare gli accenti, in certe parole di uso meno comune. E il fatto che sia nato nella Tracia, in Bulgaria, non significa niente, perché abita da quand’era piccolo a Milano, qui ha studiato, qui si è formato, qui lavora (quando non va alle àgapi cattoprogressiste di Bergamo). Comunque, per farla breve, ecco un elenco di parole, nei primi capitoli del romanzo, che Ovadia avrebbe potuto e dovuto pronunciare meglio. A sinistra, la pronuncia di Ovadia, a destra, quella corretta:
    • penitenziagìte >> penitentiàgite, penitenziàgite (secondo la nazionalità del personaggio)
    • Ràbano (Mauro) >> Rabàno Mauro
    • benedicìte >> benedìcite (per la legge del trisillabismo, l’accento non può cadere sulla penultima sillaba, se è breve)
    • ìnfido >> infìdo (si dice pérfido, dal lat. perfĭdus, da per + fĭdes, dove la “i” è breve; ma si dice infìdo, dal lat in-fīdus, che deriva da fīdo, is, “aver fiducia”, dove la “i” è lunga)
    sèntina >> sentìna (dal lat. sentīna, dove la “i” è lunga: qui perciò cade l’accento, sempre per la legge del trisillabismo)

    • Penitenziàgite

      Ho controllato: nel film Il nome della rosa sia Salvatore, sia Guglielmo da Baskerville (culturalmente più attendibile) pronunciano correttamente “penitenziàgite!”, da poenitentiam agite, cioè fate penitenza, come si legge nel Vangelo di Matteo, due volte. Vedi Mt 4,17: «Poenitentiam agite, appropinquavit enim regnum caelorum». Questa è la traduzione nella Bibbia di san Girolamo, la Vulgata, che significa “edizione per il popolo”, corrispondente all’espressione greca: «Μετανοεῖτε, ἤγγικε γὰρ ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν» che dice una cosa leggermente diversa: “Convertitevi, perché il regno dei cieli si avvicina”.
      Nella Bibbia Cei non si legge però “fate penitenza”, ma: «Convertitevi». La traduzione dell’espressione greca è: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»
      Erasmo da Rotterdam osò proporre una versione latina migliore del Vangelo di Matteo, che ci è stato tramandato in lingua greca e che probabilmente in greco fu scritto originariamente: l’esistenza di un originale aramaico non è dimostrata. Traduce dunque Erasmo: «Resipiscite, instat enim regnum coelorum» (si veda l’immagine qui sotto). Ma sarà condannato dalla Sorbona, nel 1527, come eretico.

      C’è stato chi ha interpretato l’esortazione “Poenitentiam agite”, attribuita a Cristo come equivalente al greco πένητες διάγετε, che significa “Vivete da poveri”, che è quello precisamente che intendevano i “fraticelli” francescani in odore di eresia e i dolciniani, decisamente eretici.

      • Nel 2019 il romanzo “il nome della rosa” sarà lo spunto per una seri3 tv su Sky, che senza dubbio vedro’.
        A me tra i personaggi del libro e del film sono piaciuti Ubertino e Salvatore sopra a tutti.

        • Tullio Kezich è stato inutilmente severo nei confronti della riduzione cinematografica del Nome della rosa
          Considerazioni sul ragionamento abduttivo, che vien buono per risolvere un caso criminale, ma anche per smascherare la politichetta

          Sarà interessante vedere la serie televisiva e confrontarla con il film che Jean-Jacques Annaud trasse dal romanzo: un film eccellente a mio avviso. Che però non piacque a Tullio Kezich, il quale scrisse sulla Repubblica una recensione velenosa. Avevo letto il libro, ma non avevo visto il film, perciò mi limitai a ritagliarla e inserire il lacerto tra le pagine del libro. Oggi, avendo visto il film, mi rendo conto che quella fu una recensione ingiusta e, almeno in un punto, cattiva. Ecco dove, quando Kezich scrive: «Vi prego di notare che lo Sherlock Holmes in tonaca, pur ideato come uno stereotipo, nel libro si guarda bene dal dire al suo Watson-Adso: “Elementare”; mentre nel film la fatale battuta non se la sono risparmiata, scendendo da Umberto Eco a Nizza & Morbelli». Falso. Guglielmo da Baskerville dice proprio così, rivolgendosi ad Adso, proprio come Sherlock Holmes: «Elementare». L’avevo notato immediatamente ascoltando la lettura di Moni Ovadia in automobile, quando sono andato in Liguria (l’ascolto è tuttora in corso, durante le passeggiate). Quindi, poiché posseggo una copia elettronica del libro, non mi è stato difficile trovare il passo del libro e, di qui, risalire alla pagina: è la p. 174 della mia edizione Bompiani (1980), quella non ancora deturpata da un recente rimaneggiamento di facilitazione della lettura, attribuito allo stesso Eco; ma credo che abbiano detto così per ragioni di marketing. Ed ecco il passo (siamo al secondo giorno, notte, dopo compieta, che è una delle ore canoniche del rituale benedettino):

          Mi pare elementare. Siamo nel torrione orientale, ogni torrione dall’esterno presenta cinque finestre e cinque lati.

          Dice così — insisto — proprio ad Adso, che è un po’ come Watson. E che il personaggio di Guglielmo di Baskerville sia un calco di Sherlock Holmes è dimostrato dal seguente discorso di Guglielmo ad Adso:

          «Adso,» disse Guglielmo, «risolvere un mistero non è la stessa cosa che dedurre da principi primi. E non equivale neppure a raccogliere tanti dati particolari per poi inferirne una legge generale. Significa piuttosto trovarsi di fronte a uno, o due, o tre dati particolari che apparentemente non hanno nulla in comune, e cercare di immaginare se possano essere tanti casi di una legge generale che non conosci ancora, e che forse non è mai stata enunciata. […] La ricerca delle leggi esplicative, nei fatti naturali, procede in modo tortuoso. Di fronte ad alcuni fatti inspiegabili tu devi provare a immaginare molte leggi generali, di cui non vedi ancora la connessione coi fatti di cui ti occupi: e di colpo, nella connessione improvvisa di un risultato, un caso e una legge, ti si profila un ragionamento che ti pare più convincente degli altri. Provi ad applicarlo a tutti i casi simili, a usarlo per trarne previsioni, e scopri che avevi indovinato. Ma sino alla fine non saprai mai quali predicati introdurre nel tuo ragionamento e quali lasciar cadere. E così faccio ora io».

          Ebbene, questo è il ragionamento abduttivo, che non è né deduttivo («dedurre da principi primi», come leggiamo qui sopra) né induttivo («raccogliere tanti dati particolari per poi inferirne una legge generale»). Di questo precisamente parla il saggio di Umberto Eco contenuto nel libro scritto a più mani Il segno dei tre. Dupin, Holmes, Pierce, a c. di U. Eco e Th. A. Sebeok (Bompiani, 1983). Il libro è un saggio dedicato all’ars logica, con particolare riferimento alla tecnica d’indagine dei due investigatori usciti dalla penna di E.A. Poe (Auguste Dupin) e C. Doyle (Sherlock Holmes) e al filosofo Pierce, che approfondì l’argomento del ragionamento abduttivo. Il saggio scritto da Umberto Eco, dal nostro punto di vista, è decisamente il più interessante e, direi, il più facile. Alcuni degli altri saggi sono alquanto difficili e a rischio di cazzeggio. D’altra parte, si diceva nel Medioevo, logicus purus, asinus putus, che si potrebbe tradurre “il logico, uno che sia soltanto logico, è un asino calzato e vestito”, cosa della quale Guglielmo da Baskerville è consapevole, proprio per questo si guarda bene dall’essere un asino. Per ragionare bene – dice Guglielmo – bisogna saper anche come uscire dal ragionamento. Adso ce ne renderà testimonianza.
          Ebbene, il regista Jean-Jacques Annaud non ha preteso di fare quel che non poteva fare, cioè illustrare le sottigliezze logico-filosofiche di Guglielmo da Baskerville, ma ha montato pezzo per pezzo una costruzione meravigliosa, un’architettura rigorosa e un sistema di immagini nel cui perimetro prende forma la rappresentazione della vita quotidiana in un monastero benedettino. Tutto questo noi vediamo in relazione — qui sta il difficile, qui il merito del regista — alla vita dei derelitti del villaggio giù da basso, in lotta perenne contro i morsi della fame (la ragazza si prostituisce ai monaci per fame, ma si dà ad Adso finalmente per piacere). Sullo sfondo, l’ordine dei francescani, e si capisce quale problema e quale risorsa insieme potessero essere, cosa che papa Giovanni XXII aveva inteso benissimo, da Avignone, dove stava: i francescani costituivano un problema, per via del fermento rivoluzionario e pauperistico (che sconfinerà nell’eresia di Dolcino), ma anche una risorsa per la capacità di aggregazione che i fraticelli avevano sul popolo, a differenza della Chiesa, che aveva stabilito la sede in Provenza, sotto la protezione del re di Francia, e viveva nello sfarzo. L’aspetto ideologico è difficile da immaginare, oggi, perché la posta in gioco, cioè la struttura del potere reale e le sue sovrastrutture (la mistica aziendalistica, i sistemi di dominio sulle masse narcotizzate ecc.) sono oggi tutt’altra cosa, paradossalmente ancora più incomprensibili, per i più, perché la complessità del sistema è enorme. Bisogna capire anche che la Chiesa di oggi, con tutto che sia molto meno corrotta di quella di allora, non ha il potere che aveva nel XIV sec. Ma appunto perché la vita quotidiana e la posta in gioco di quel secolo sono difficili da immaginare, il film ci aiuta a farcene un’idea: direi, più del romanzo, che fa riferimento implicito a una conoscenza che non è da tutti, levata la quale, il romanzo si riduce a una storia con dei passi oscuri (più di uno). Tutto il contrario di quel che afferma Tullio Kezich. L’idea che il film ci restituisce è quella passata per il filtro di Annaud, che è un uomo di cultura, intelligente, amante della filosofia e delle lingue classiche (vedi la sua intervista negli “speciali” del Dvd: e che sia intelligente lo capisci già osservandone l’espressione), un’idea filologicamente rigorosa.

          • Ma il gatto padano poteva almeno ringraziarci

            Leggendo le righe qui sopra il gatto padano schiatterà d’invidia, non è difficile immaginarlo. Dio solo sa quali altre nequizie s’inventerà per sfogare la rabbia contadina. Lui è fatto così, ed è un peccato (purtroppo non c’è niente da fare, è troppo avanti negli anni perché possa guarire), perché non sarebbe nemmeno stupido: vedi per esempio come, avendo letto Nusquamia, abbia capito e fatto proprio quanto scrivevamo a proposito dell’omicidio curnense: uxoricidio e non femminicidio, come piace dire alle femministe e a chi si fa mettere nel sacco da loro (per paura di non apparire allineati, mica perché le femministe siano intelligenti; sono soltanto prepotenti). Si veda Riflessioni in margine all’uxoricidio di Curno. Ma lo chiamano “femminicidio”. Ma si è dimenticato di far propria la nostra osservazione sulla pericolosità dello stalking. Ancora in precedenza avevamo scritto, in calce all’articolo Abbassare i toni, e ragionare:

            Vedi il vocabolario Treccani: «Chi uccide la propria moglie; per estens., uccisore del coniuge (e quindi anche, al femm., donna che uccide il proprio marito)». Analogamente, in italiano “parricida”, come in lat. parricidium è l’«omicidio di un ascendente: s’intende per lo più il padre, ma anche la madre, il nonno». Leggiamo ancora nel Forcellini: «‘Parricidium’ proprie est occisio patris aut matris (gr. πατροκτονία). Latiori sensu vel, ut aliis placet, translate, de cujuslibet propinqui caede usurpatur».

            Il gatto padano ha ripreso il concetto. Poteva però ringraziarci. Noi abbiamo sempre riconosciuto i suoi meriti, quando ha dato materia agl’interventi di Cavagna il Giovane: per esempio, quando lo statista curnense esigeva spiegazioni riguardo alla sicurezza della nuova scuola elementare, o protestava per le inadempienze serrane riguardo al Bilancio di previsione, con tanto di lettera al Prefetto, o in occasione della battaglia finale, a suon di cacate carte, poco prima della chiusura della legislazione, riguardo alla variante del Pgt che avrebbe spalancato le porte a una delle “eccellenze” di Curno, il pollo fritto con la ricetta segreta del colonnello Sanders. Noi dicevamo — vox clamantis in deserto — che la battaglia doveva essere politica, e non di cacata carta, anche perché gli aziendalsimilprogressisti sono più bravi, in questo campo, anzi soprattutto in questo campo (oltre che nella gestione del micidiale sistema associazionistico): hanno maggiore pratica, migliori aderenze, anche causidici più bravi. Comunque, meglio così, la giunta serrano-crurale tutto sommato è servita a scongiurare un male peggiore, una giunta di desperados (così scrivevo), una sorta di modellino in scala 1 : 400 del governo attuale che ci porta diritti al precipizio, se non interviene lo stellone.

          • ALGIDO permalink

            una considerazione.

            Mi è sempre parso (ma non ne ho mai letto) che all’inizio del libro ci fosse una corposa citazione di Candide di Voltaire, quando Guglielmo spiega ad Adso (pur non avendo visto il cavallo) perché stessero cercando il cavallo dell’Abate e come si chiamasse.
            Non trova anche lei abbastanza smaccata la citazione?
            [No, a dire il vero non credo proprio. Non dimentichiamo che il libro di Umberto Eco vuol essere tante cose: tra l’altro, un racconto filosofico, alla maniera di Voltaire, e un’enciclopedia, con riferimento al sapere del secolo quattordicesimo e alla cultura della Chiesa, che era poi la cultura egemone, come testimonia del resto lo stesso ‘Decamerone’ del Boccaccio,, che è ambientato nel 1348, l’anno della peste nera, mentre le vicende del ‘Nome della rosa’ si svolgono appena vent’anni prima, nel 1327.
            Ebbene, il concetto di enciclopedia non contempla il dovere dell’originalità, semmai quello della chiarezza e della completezza. Umberto Eco ha fatto benissimo a riprendere l’apologo di Voltaire: il quale – anche questo va detto, meglio essere precisi – non è contenuto nell’opera ‘Candido, o l’ottimismo’ (1759), ma ‘Zadig o il destino. Storia orientale’ (1748), sempre di Voltaire. Veda anche quanto scrivo, più diffusamente, nel commento successivo.
            N.d.Ar.]

            Infine nel film i personaggi hanno il pregio di essere davvero simili a come io me li ero immaginati leggendo il libro. Ho adorato ad esempio Salvatore, Ubertino, ma anche Fratello Berengario e Severino.
            [Ognuno ha i suoi gusti. A me piace il razionalista Guglielmo da Baskerville. Anche la contadina, sul piano estetico. Il regista Jean-Jacques Annaud racconta di non aver preparato l’interprete di Adso, più che tanto, alla scena che doveva girare con la giovane contadina. Doveva esserci il fattore di sorpresa, sulla scena, come nella finzione. Quando girarono la scena, e il giovane attore americano (aveva 16 anni) si trovò nelle braccia della ragazza, interpretata da un’attrice cilena naturalizzata francese — proprio come nella finzione assistiamo alla scoperta, da parte di un anglosassone, dell’eterno femminino rappresentato da una donna latina — i due si presero. Si presero tanto che quando risuonò il ciak, perché la scena doveva finire lì, i due non sentirono niente e continuarono a prendersi. N.d.Ar.]

            Comunque mi spiace che poi Eco non si sia ripetuto coniugando la lettura “colta” a quella popolare, che è il segreto del successo del Libro qui citato.
            E’ stato possibile leggerlo per moltissime persone avendo il libro moltissimi livelli di lettura e tutti accessibili al proprio pubblico.
            [Che siano tutti accessibili, direi proprio di no. Oddio, bisogna vedere che cosa s’intende per “accedere”. Voglio vedere, per esempio, il gatto padano che cosa capisce della regola del sillogismo, citata da Guglielmo, ‘Aut semel aut iterum medius [però Guglielmo dice ‘medium’] generaliter esto’. Eppure sarebbe fondamentale capire il concetto di “termine medio di un sillogismo”, per capire il discorso che in quel punto Guglielmo fa ad Adso. Vero è che si può saltare il passaggio, andare avanti. Direi che molti punti — gustosissimi — siano inaccessibili ai più, e non solo al gatto padano.
            Passiamo alla nuova edizione del libro, riveduta e corretta dallo stesso Eco. Eco nega di aver voluto compiacere al volgo, dice di essersi limitato a eliminare qualche sbavatura o contraddizione e soprattutto di aver voluto rendere più spedita la narrazione. Sarà… Non ho letto la nuova scrittura, e non voglio leggerla. Ma mi sembra giusto sentire il parere di Eco. Si veda perciò Eco: così ho corretto Il nome della rosa
            N.d.Ar.]

            Una curiosità. Ho avuto un collega che è discendente di Bertrand De Got (uno dei tanti personaggi non inventati quindi) ha pure dei gemelli in Oro con lo stemma di Famiglia.
            Infine trovo stupendamente reale e attuale anzi da fare studiare a scuola (ed effettivamente reale ma quasi una figura da romanzo più di quelle inventate) Giovanni XXII, Jacques Deuzèe de Cahors.
            Forse criticabile (se non erro anche lei ne scrisse) ma indubbiamente vivo attuale e credo anche capace di agire non solo negativamente nel suo pontificato.
            Nel libro gli si attribuisce l’autorizzazione a produrre crocifissi in cui Cristo stacca una mano dalla croce e la porta alla sacca con le monete che porta in Vita. quasi ad autorizzare l’uso del danaro, o comunque ad autorizzare la Chiesa ad essere ricca e potente.
            [Proprio ieri tenevo una conferenza a Milano (non posso dire dove, e in quale occasione, e l’argomento, chissà se no il gatto padano…) dove mi è capitato di accennare a papa Giovanni XXII, a proposito di un portolano che serviva a illustrare un ‘Itinerario in Terra santa’: il libro fu scritto nel 1321, sei anni prima delle vicende del ‘Nome della rosa’ perché Giovanni XXII promuovesse una (nuova) crociata in Terrasanta. Ma non se ne fece niente, si preferì fare, come si dice oggi, una “trattativa”. Vent’anni dopo, con Clemente VI, si sarebbe ratificato l’accordo stabilito da Roberto d’Angiò, che era terziario francescano, oltre che re di Napoli: pagò il sultano d’Egitto e ottenne che i francescani rappresentassero la Chiesa cattolica in Terrasanta. Qui sotto, il portolano con la sua caratteristica “griglia dei venti”.

            Si noti che nell’immagine, concepita per essere proiettata, le scritte sono in bianco (“negativo”) su fondo nero. Ditelo, alla dott.ssa Gamba, che così si hanno da fare le immagini da proiettare in una sala non oscurata, se le scritte devono essere leggibili. E ricordatele che non si chiamano ‘slàid’. Chi dice ‘slàid’, peste lo colga! (con la “o”, stretta, prego: come Amedeo Nazzari.
            N.d.Ar.]

            Tempo fa ne parlai con un artigiano ceramista (che è artista ma lavora anche per committenza religiosa) e se non fosse stato per il costo ne avrei commissionato uno, non avendone mai visti in commercio nel mondo del’antiquariato, per fare un regalo.

            La ricchezza e la chiesa, non c’è solo l’attico da 300 mq del Cardinale Bertone. Il personaggio del Cardinale Esorcista ne “La grande Bellezza” dopo la cena in cui è presente la Santa (chiaramente ispirata a Madre Teresa di Calcutta) se ne va in Rolls Royce.
            Non proprio una forzatura, dato che lo scorso anno partecipai ad una messa di suffragio per un parente di mia moglie celebrata da un noto Cardinale di Curia Bresciano (ora molto anziano). Se ne andò dopo la messa a bordo di un grosso SUV Inglese nuovo di zecca (del valore di almeno 100.000 Euro) con autista.
            [Anch’io ricordo un cardinale Martini che sfrecciava a Milano su una lunga Mercedes (se ricordo bene) con le tendine rosse. N.d.Ar.]

            Un libro ambientato nel medioevo ma che parla di oggi. Non trova?
            [Sì certo. Ma facendo ragionamenti non banali. Per esempio ricordando che le superstizioni cambiano, ma la coglioneria degli uomini è sempre la stessa, e avendo il coraggio di fustigare le superstizioni del nostro tempo, perché è troppo facile prendersi gioco di quelle antiche. Vedi per esempio la superstizione del politicamente corretto e il clima di terrore che si vorrebbe creare in conseguenza. Non si abbrucia più nessuno, è vero; ma si crea il vuoto, si mette la mordacchia, o ti stampano in faccia un sorrisetto asseverativo, come la sciura Valeria di Treviglio: «Riesco a dirle di chiamarmi “ministra”? No? È complicato?». N.d.Ar.]

          • In una delle mie risposte interlineari, qui sopra, mi è sembrato giusto inserire il riferimento alle parole di Eco in risposta alle polemiche su un possibile aggiustamento del suo libro, nella nuova edizione riveduta e corretta, ad uso dei sempliciotti. Perciò ho inserito il riferimento: vedi Eco: così ho corretto Il nome della rosa.

  8. Il “demone-scimmia” alla trasmissione radiofonica ‘La zanzara’
    Non è di Curno, ma potrebbe trasferirvisi

    Il demone-scimmia, esoterico, consumatore saltuario di droga potente, collaboratore dei servizi segreti statunitensi (dice) che però non l’hanno pagato, nonché del giornalista putiniano Giulietto Chiesa, noto complottista, il quale avrebbe utilizzato le sue “ricerche” scientifiche senza nemmeno dirgli grazie, giustiziere (aveva inseguito un presunto pedofilo e brandiva una mannaia), scopritore del continente scomparso di Atlantide, studioso del teletrasporto e delle onde provenienti dal mondo dei morti, pare che sia di Alassio e che viva — adesso — in una comunità protetta in Piemonte.
    Se viene a sapere che a Curno c’è chi vorrebbe che fossero poste in rete, per libera e democratica consultazione, le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza, gli viene l’acquolina in bocca e chiede il trasferimento immediato nel “paese bello da vivere”. Altro che mandare il fermo-immagine alle mogli tradite: “Signora, che cosa faceva alle dieci di sera suo marito nei paraggi dell’abitazione della segretaria? Ecco accluso il fermo-immagine delle riprese della telecamera di sorveglianza sita in via… dove al numero civico… è l’abitazione della segretaria di suo marito. Non dimentichi di chiedergli spiegazioni; anzi, le esiga. Cordiali saluti, un amico”.


    Il Grande fratello ti guarda, o potrebbe guardarti. Parlando seriamente, c’è qualcuno che esamina le immagini delle telecamere del Grande fratello curnense? Se non sono esaminate (ovviamente da persona di provata moralità), non servono a niente, se non per fare un “favore di condivisione” a Cavagna il Giovane, che tanto ha insistito per la loro installazione. Qualora il giovane-un-po’-meno-giovane consigliere comunale curnense passasse alla Lega, potrebbe giocare la sua futura campagna elettorale, mettendo da parte i cani, proprio sull’argomento delle telecamere di sorveglianza, lamentando che sono troppo poche e non adeguatamente utilizzate, a fini di prevenzione e repressione.

  9. Annalisa permalink

    Quando anche andare in bicicletta per una donna era scandalo!
    L’1 febbrario 1945 venne riconosciuto il voto alle donne e, oggi, mi sono ricordata delle parole di entusiasmo con cui mia mamma mi parlava di quel suo primo voto di oltre 70 anni fa e delle piccole ma significative battaglie che anche lei aveva portato avanti per affermare i diritti delle donne.
    Da originaria della bassa milanese amava la bicicletta e, insieme ad altre mogli di ufficiali, non ci pensò due volte ad usarla ad Augusta, dove si trovava in tempo di guerra con mio papà!
    Fu uno scandalo, ma poi molte altre siciliane l’adottarono…..una piccola vittoria prima di quella certo molto più importante del voto alle donne del 1946!
    Insomma, l’ arretratezza dell’Italia rispetto agli altri Paesi era una realtà.
    In quegli anni il fascismo aveva tolto ogni speranza di suffragio universale, tanto più che per il Duce la donna aveva valore solo come “Madre e sposa esemplare”.
    Molti anni prima, alla fine della prima guerra mondiale, già si era parlato di voto alle donne, ma le speranze delle suffragette italiane guidate da donne come Anna Maria Mozzoni o Anna Kuliscioff si erano infrante nel 1919, quando venne approvata alla Camera una legge sul suffragio femminile ma poi, prima di passare al Senato, le camere vennero sciolte e non se ne fece nulla.
    E bisognerebbe anche ricordare come Mussolini, prima di affondare il colpo sulle donne con il mito della maternità, le illuse con la legge Acerbo che venne anche chiamata “voto alle signore”. Cioè avrebbero potuto votare alcune categorie di donne, donne “speciali”: quelle decorate, le madri di caduti in guerra, quelle che avevano studiato… Insomma, una bella prova di uguaglianza. Comunque, questa legge, prevista naturalmente solo per elezioni più “innocue”, quelle amministrative, cadde ugualmente nel vuoto. Anche perché le elezioni vennero cancellate dal fascismo!

    • Biciclette al femminile

      Sì, ma visto che il suo discorso esordisce dalla biciclette, non dimentichiamo il film Bellezze in bicicletta (1951), con una Silvana Pampanini di coscia lunga, non ancora — allora, prima dei suoi viaggi a Cuba da Fidel e Raúl — fuori di melone (come testimoniano certe penose sue interviste televisive, negli anni ottanta e novanta del secolo scorso, forse anche dopo).

      Era una Pampanini che faceva sognare gl’italiani, quelli del buon tempo antico, con il testosterone alle stelle e lo sguardo spermatozoico. Molta acqua nel frattempo è passata sotto i ponti, gl’italiani, poco per volta, sono stati sottoposti a inoculazioni di dosi crescenti di femminismo: si cominciò con le intemerate stizzose dell’Emma Bonino e dell’Adele Faccio, per arrivare ai clisteri — una cura da cavallo — somministrati dal trio Boldrina-sciura Valeria-AsiArgento. L’effetto ammosciante è stato devastante, con passaggio dei maschietti all’altra sponda, per disperazione: almeno così raggiungono lo status di politicamente corretti e, non più accusati delle nequizie dell’universo mondo, ha fine l’angoscia della persecuzione.
      Quanto al rapporto delle donne con il fascismo, ce ne siamo occupati in altre pagine di Nusquamia, dove si era posto in luce come il fascismo avesse — pro domo sua, s’intende, e assai astutamente — promosso l’emancipazione della donna, destando perplessità e allarme negli strati di borghesia che facevano fatica a mettersi al passo con il “nuovo che avanza”, che allora era rappresentato dal fascismo, appunto (oggi il “nuovo che avanza” è rappresentato dalle cazzatine “social”, dai gingilli che tanto piacciono ai buzzurri, dall’aziendalismo ecc.).
      Nel considerare il rapporto fra donna e fascismo, faremmo bene a sbarazzarci del filtro prospettico femminista e a vedere le cose a tutto campo (in linguaggio coglione: a 360°), e da lontano. Così fanno i pittori, che ogni tanto si allontanano dalla tavola che vanno dipingendo, perché da lontano l’effetto si vede meglio. E un proverbio cinese dice: Se vuoi conoscere la collina dove ti trovi, scendi dalla collina, sali su quella vicina e di lì contempla la tua collina.
      Il filmato qui sotto, che non è di parte fascista, ci aiuta a capire il consenso del quale godeva il fascismo presso le donne e la modernità del suo “metodo” nel relazionarsi con la condizione femminile.

      La dott.ssa Serra, nonostante il cattofemminismo e la campagna elettorale in bicicletta, una “modernità” di metodo siffatta se la sognava.

      • P.S. – Alla dott.ssa Serra non riesco a perdonare la bicicletta, come a Cavagna il Giovane (lo “statista”: passerà alla Lega?) non riesco a perdonare i cani. Non si fa politica — questo almeno è il mio parere — con la bicicletta e i cani come “valore aggiunto”. A dire il vero, nel “paese bello da vivere” la dott.ssa Serra non fu l’unica a cavalcare elettoralmente la bicicletta.

  10. Abbassare i toni, e ragionare


    Per leggere la notizia, fare clic sull’immagine.

    Quello che è avvenuto a Curno è terribile: si chiama uxoricidio, una parola che in italiano significa l’omicidio della moglie e, per estensione, del coniuge: perciò quando una donna uccide il marito si parla ancora di uxoricidio. [*] Ma alle sciacquette piace chiamarlo “femminicidio”, sia perché così dicendo si sentono ingranate con “il nuovo che avanza”, sia perché intendono portare acqua al mulino della banalità femminista, per cui l’uccisione di una donna e più grave che l’uccisione di un uomo. A scanso di equivoci, diciamo a chiare lettere, come già altre volte, che il valore di una donna non è inferiore di un ette a quello di un uomo e che siamo contrari a ogni tipo di violenza, da quella omicida a quella praticata in ambito aziendale in nome della determinazione al successo.
    Siamo anche contrari alle sparate populiste e giustizialiste, riteniamo che anche chi si è macchiato di un delitto (o di più delitti, come Battisti) abbia diritto a un giusto processo, come non abbiamo mancato di sottolineare a proposito della sparata mediatica dell’ineffabile Ministro della Giustizia Bonafede.
    Segue di qui che, a proposito dell’omicidio di Curno, a fortiori, siamo lontani le mille miglia dal sentire espresso in un commento come questo:

    Si sente nell’aria la volontà di strumentalizzare l’accaduto: possono essere facili e semplici generalizzazioni (anche in buona fede, in mancanza di cultura e di intelligenza) e, quel che è peggio, pesanti strumentalizzazioni, nei due sensi: per mettere in luce la pericolosità antropologica dei nordafricani, da un lato; o per la richiesta di nuovi spazi di agibilità femminista nelle istituzioni, dall’altro.
    Sappiamo di dire qualcosa che è politicamente scorretto, ma proprio per questo, ci sentiamo in obbligo di dirlo: il rispetto per il dolore dei parenti non ci obbliga a condividerne certi giudizi tranchant, come quello espresso dalla madre della vittima: «Lui la minacciava, la seguiva… Lui di animo era così, i tunisini sono cattivi, non ho vergogna a dirlo… L’avevamo già denunciato, ma non è servito a niente». Si veda Curno, parla la mamma di Marisa: «La minacciava, noi la proteggevamo».
    La madre della vittima ha ragione quando lamenta che non fossero stati raccolti i segnali che la figlia aveva lanciato sulla pericolosità dell’attività di cosiddetto stalking del genero: le molestie aggravate e continuate sono una cosa seria, non vanno prese sotto gamba; ma ha torto – sentiamo il dovere di dirlo proprio nel momento in cui pare meno opportuno, perché è a caldo e nelle occasioni meno opportune che bisogna prendere posizioni precise – nella sua generalizzazione antropologica. In generale, e non è la prima volta che lo diciamo, riteniamo che i parenti delle vittime non siano depositari di verità speciali, con diritto d’insindacabilità.
    L’altro pericolo da evitare, quello di strumentalizzazione, traspare dalle parole del sindaco di Curno, la dottoressa Luisa Gamba, la quale si sente in dovere – e non è detto che non sia stata costretta a dire quel che dice: non a caso la Giunta da lei diretta prende il nome di Giunta serrano-crurale – di informarci che questo episodio richiede un ulteriore sforzo di vigilanza femminista. Così leggiamo in una lettera indirizzata ai concittadini: «In questi giorni stiamo gettando le basi per proporre all’Istituto comprensivo di Curno un percorso di formazione contro gli stereotipi di genere per far sì che le ragazze e i ragazzi delle scuole medie non accettino la violenza, in qualunque forma sia veicolate, i docenti siano aggiornati e formati su questo argomento e i genitori coinvolti e pronti ad ascoltare e sostenere i propri figli e figlie».
    Stereotipi sono anche i modi espressivi e le richieste di ulteriori spazi di agibilità politica da parte femminista. Ma non intendiamo infierire sulla dott.ssa Gamba, della quale comprendiamo l’imbarazzo, posta com’è tra l’incudine del fatto e il martello delle pretese femministe. Il suo intervento presso i cittadini di Curno e alcune interviste ci fanno pensare — e non ci vuol molto per arrivare a questa conclusione — a una excusatio non petita. Consideriamo per esempio quanto afferma la dott.ssa Gamba: «A Curno dal 2013 esiste una bacheca rosa che invita in tutte le lingue a denunciare casi di violenza ai carabinieri e ai servizi alla persona del Comune di Curno. Non solamente da parte dei familiari, ma di chiunque sappia o conosca situazioni fragili. […] Abbiamo fatto incontri, serate, volantini, istituito la bacheca rosa per le donne, davvero non riesco a capire come non abbiamo potuto intercettare questa follia che ha distrutto la vita di una giovane donna e distrutto una famiglia. […] Nulla è trapelato in questi mesi, nessuno immaginava un epilogo tanto violento. Una vera follia omicida» (vedi Omicidio di Curno, bandiere a mezz’asta).
    Già, ma nonostante gl’incontri, le serate, i volantini, e la bacheca rosa per le donne, è successo quel che è successo. Domanda: siamo sicuri che con nuovi incontri, nuove serate, nuovi volantini ecc., si possa evitare il ripetersi di episodi come questo, o di simili, o anche di minore gravità? E se la loro incidenza sulla realtà fosse nulla o addirittura negativa, come è avvenuto per le sparate della Boldrina che hanno avuto la funzione di catalizzatore per il successo di Salvini?
    Ma, soprattutto, si confrontino le parole della dott.ssa Gamba con la realtà effettuale: «Marisa aveva presentato denuncia qualche giorno fa, una denuncia formale messa a punto dal centro antiviolenze ‘Aiuto donna’ di Bergamo a cui si era rivolta impaurita dopo le minacce del marito reso ancor più aggressivo dalla scelta di separarsi» (vedi Omicidio di Curno, trovata l’arma del delitto; Marisa aveva denunciato le minacce).

    Che fare, allora? Invece delle sparate razziste, invece dell’accondiscendenza alle richieste formulate da parte femminista, proporrei un dibattito di alto livello, un dibattito filosofico, senza psicologi che pretendono di estirparti i pregiudizi omofobici e misogini, a suo tempo convocati dalla dott.ssa Serra, un dibattito sulla pervasività del male e sulle scaturigini della violenza. Un dibattito che non abbia paura di mettere in discussione la fatuità e, quel che è peggio, le pesanti responsabilità della “sinistra dei costumi” (interessata, cioè, a verificare e imporre comportamenti “politicamente corretti), come dice il “filosofo” Diego Fusaro, che ultimamente ha perso la trebisonda, per esempio a proposito della situazione politica in Venezuela, ma che qualche volta ha ragione. Diciamo la verità: questa “sinistra dei costumi”, così perbenino, così politicamente corretta, non è più in grado di interpretare la realtà, costretta com’è a lanciare la palla del dibattito sempre oltre, per il raggiungimento di traguardi falsi, se non obiettivamente regressivi (loro che credono di essere progressisti!). È tempo di ritornare al socialismo scientifico. Anche nell’analisi del recente fatto di sangue accaduto a Curno, paese che si pretendeva “bello da vivere”.
    Qualcuno dirà che questo dibattito non servirà a niente. Forse. Ma potrebbe servire a formare una classe, prima ancora che dirigente, pensante. Perché di questo si ha bisogno, di uomini dotati di spirito critico, che sappiano vedere i problemi di fronte e di lato (il famoso “sguardo laterale”), uomini che si siano fatti un dovere di Nullius iurare in verba magistri, nella consapevolezza che Nullum philosophum tam fuisse inanem qui non viderit ex vero aliquid: altro che che le verità rivelate del demi-monde femminista, altro che mordacchie, altro che l’esecrabile “uno vale uno” dei populisti! Merda!

    ………………………………
    [*] Vedi il vocabolario Treccani: «Chi uccide la propria moglie; per estens., uccisore del coniuge (e quindi anche, al femm., donna che uccide il proprio marito)». Analogamente, in italiano “parricida”, come in lat. parricidium è l’«omicidio di un ascendente: s’intende per lo più il padre, ma anche la madre, il nonno». Leggiamo ancora nel Forcellini: «’Parricidium’ proprie est occisio patris aut matris (gr. πατροκτονία). Latiori sensu vel, ut aliis placet, translate, de cujuslibet propinqui caede usurpatur».
    [**] Passando dai parenti delle vittime alle vedove e ai figli di personaggi illustri, abbiamo espresso il parere che Dori Ghezzi non avesse titoli per impancarsi a erede spirituale di Fabrizio de André. Siamo per le pari opportunità, in ogni caso, e non riteniamo che vedove, figli e parenti abbiano diritti speciali, anche quando i loro congiunti siano vittime di violenza.

  11. Nota di 3^F [*] per il gatto padano

    Ancora una volta il gatto padano vuol fare il fico usando parole (per lui agrimensore) difficili, e lo fa per sbalordire il buzzurro, più che pour épater le bourgeois. Ancora una volta fa uno scivolone. Oh, povera lingua italiana, non più rispettata come nobile pulzella, ma tenuta in conto di vecchia e abusata baldracca! Quotidianamente massacrata dai mongomanager (quelli che, venuti su dalla merda, pretendono tuttavia di “fare tendenza”), ultimamente ha subito le aggressioni della Boldrina che, con l’aiuto della linguista femminista Cecilia Robustelli, pretendeva di “normarla” a norma di cacata (sua) carta, con valore di legge erga omnes.
    Scrive dunque il gatto padano a proposito di certe case popolari di proprietà del Comune di Curno: «Queste case portano impresse stimmate non di poco conto. Prima stimmate: sono arrivate al comune per via di una maxi speculazione commerciale da cui Dc, Pci e Psi hanno tratto larghe risorse. Seconda stimmate…». Ora, “stimmate” è un sostantivo appartenente alla classe dei pluralia tantum, come le “nozze”: non esiste il singolare delle nozze, la “nozza”. Così è per il sostantivo femminile plurale, le “stimmate”: non si può dire “la prima stimmate”, “la seconda stimmate”, come scrive il gatto.
    Prima osservazione: “stimmate” deriva dal lat. stigmata, che è la tralitterazione latina, usata anche nel latino soprattutto postclassico ed ecclesiastico, del greco στίγματα, che è il plurale di στίγμα -ατος, sostantivo neutro. Seconda osservazione: passando in italiano, il sostantivo plurale στίγματα, neutro, è diventato femminile, e c’è una ragione. Il fatto è che il greco στίγμα -ατος in latino è diventato stigma, -atis, che è un sostantivo neutro della terza declinazione. Ma si trova anche stigma, -ae, che è sostantivo femminile della prima declinazione e il plurale alla greca ha conservato il genere (possibile) femminile del singolare. Chiamiamo questa particolarità un fenomeno linguistico per deformazione, e non dovrebbe meravigliarci più che tanto; come non ci meraviglia il lusciniolus latino (diminutivo al maschile del lat. classico luscinia, sostantivo femminile, “usignolo”), che diventa “l’usignolo”: il nome perde la “l” di lusciniolus, e diventa “usignolo”; ma la “l” si trasforma nell’articolo determinativo apostrofato.
    Ora il significato delle stimmate, comprese quelle di Cristo, di san Francesco e di padre Pio, è quello di “marchiatura”. In latino, al singolare, lo stigma può anche significare “tatuaggio”.
    E allora, come dire, usando sempre la radice στίγμ-, “il primo marchio”, “il secondo marchio”? Semplice, in italiano esiste la parola “stigma”, derivata appunto, attraverso il latino, dal gr. στίγμα. E il gatto, se non fosse il gatto che è, avrebbe potuto scrivere “il primo stigma”, “il secondo stigma”.

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    [*] Con riferimento alle tre “F” di Nusquamia, che figurano nel vessillo della sua navicella, con fine di provocazione nei confronti delle maestrine politicamente corrette, quale che sia il “genere” (= gender) di appartenenza: Fica, Filosofia, Fonolinguistica.

  12. Riflessioni in margine all’uxoricidio di Curno
    Ma lo chiamano “femminicidio”

    Scrive il Manzoni nel capitolo IV dei Promessi sposi, quando narra del duello tra il futuro fra Cristoforo, figlio di un mercante ritiratosi dal commercio che, volendo passare per acculturato, si vergognava di esser stato mercante, e un signore «arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua»: «uno dei vantaggi di questo mondo è quello di odiare ed essere odiati senza conoscersi».
    È quello che vediamo tutti i giorni, con gli odiatori seriali dei quali pullulano i mezzi di comunicazione internettiana di massa, in linguaggio coglione detti “social”. Di costoro Crozza ha presentato una caratterizzazione efficacissima, una delle tante, con il personaggio di Napalm 51, detto anche “CC seriale”, dove CC significa cacacazzi, credo.

    Salvini e Di Maio devono il loro successo anche ai CC seriali: sono gli odiatori populisti e complottisti, organizzati, manipolati e inventati dalla “bestia” salviniana (così il suo ideatore, Luca Morisi, “Web filosofo” di Salvini, di scuola putiniana, ha chiamato la sua macchina da guerra reziale) e le verginelle della premiata ditta Casaleggio e Associati (ma la loro verginità pare che sia messa in discussione dalle recenti cronache politiche: che siano come le vergini dai candidi manti di Ifigonia?).
    Il recente caso di uxoricidio che ha avuto come teatro Curno, sgarruppato paese posto 6,5 km a ovest di Bergamo, ma “bello da vivere” secondo l’auspicio elettorale della sindachessa emerita dott.ssa Serra, ha dato la stura a quel genere di propensione al’odio della quale scrisse il Manzoni e da Crozza ambientata non più nel Seicento, un secolo che il Manzoni definì un’«età sudicia e sfarzosa» (cap. 22 dei Promessi sposi), ma ai nostri giorni, quelli del “nuovo che avanza” e del potere ai buzzurri in panni manageriali, agl’ignoranti e ai minus habentes.
    Ecco per esempio alcuni commenti apparsi in rete e pubblicati nel diario di una certa (credo, in realtà di un certo) Eretica, ospitato nel sito del Fatto quotidiano: si veda Femminicidio a Bergamo, uccisa a 25 anni ma la sua colpa è stata ‘sposare un tunisino’

    L’autrice (l’autore?) dell’articolo si definisce «Siciliana, precaria, anarchica, queer [cioè, sessualmente eccentrico]… Sono qui, in fondo, a parlare un po’ anche di me, perché il personale è politico. Senza divise. Senza pugno chiuso. Ché la mano mi serve anche ad altro. Per dire: ogni tanto mi tocco!». Alcune sue affermazioni, nonostante il tentativo di dare all’articolo una struttura argomentativa, manifestano la volontà, neanche dissimulata, di far leva sul fatto di cronaca per riproporre in sede istituzionale la cosiddetta “questione di genere”. Questo non toglie che Eretica possa dire anche cose condivisibili. Una caratteristica di noi laici e razionalisti, infatti, è quella di essere alieni da ogni fanatismo: siamo pronti a riconoscere il bene, quando c’è, anche fra i nostri avversari, e non ci stupiamo se il male alberga tra i “buoni”.
    Scrive dunque Eretica a proposito dello stalking che è il movente dell’uxoricidio (da lei/lui chiamato “femminicidio”), e sono parole che condividiamo (si veda, sempre nel sito del Fatto quotidiano, Stalking, ecco un pessimo modo per parlarne):

    Se allo stalker non viene detto chiaro e tondo che sta sbagliando e che tutti i suoi argomenti sono cacca lui potrebbe pensare di avere ragione e, monta che ti rimonta, quelle “ragioni” potrebbero portare a violenze ancora più gravi. Inutile poi sconvolgersi per la morte di una donna che già aveva denunciato più volte l’ex per stalking se quando abbiamo un’accusa per lo stesso reato si tende a banalizzare. Lo stalking non è prova d’amore da parte dell’ex marito.

  13. 3^ F – In latino, fàbrica, come in italiano fàbbrica


    Per vedere il documentario “Ulisse – Viaggio nel mondo dei Promessi sposi”, fare clic sull’immagine: è necessario iscriversi al sito di Raiplay, cosa che avviene automaticamente, se si possiede un profilo Facebook, facendo clic sulla relativa iconcina.

    Ahinoi, il pur bravo Alberto Angela è incorso in uno scivolone linguistico. L’increscioso incidente è avvenuto mentre spiegava come avvenisse il trasporto del marmo di Candoglia destinato alla costruzione del Duomo di Milano: dalla cava al lago Maggiore, di qui al Ticino, quindi per il Naviglio grande e la cerchia dei Navigli a via Laghetto, a centocinquanta metri dal Duomo; dice, ma credo che siano almeno cinquecento metri, in linea d’aria. E spiegava che la pietra squadrata recava la stampigliatura A.U.F., che significa Ad usum fabricae, cioè “Per uso della fabbrica (del Duomo)”, ed era dunque esente da dazio (di qui, secondo alcuni, l’espressione “ad ufo”, ma la questione è controversa). Alberto Angela sbaglia però nell’accento, perché dice “fabrìce”, invece di “fàbrice”, come suggerisce la regola del trisillabismo, alla quale abbiamo accennato in questa stessa pagina; infatti la penultima sillaba della parola è di quantità breve. Si veda questo stralcio del Thesaurus dello Stephanus, nell’edizione riveduta dal Gesner.

    Come che sia, perdoniamo volentieri l’errore ad Alberto Angela perché — e non è il solo, per fortuna — fa parte del novero delle persone degne di considerazione e rispetto: è educato, colto, intelligente, razionale, dunque non è asseverativo, oracolare o determinato, non è aziendalista, non è invidioso né uno che per risolvere una controversia ricorra a denunce vuoi seriali vuoi anonime ecc. Non è buzzurro, e questo è evidente, non è ambizioso oltre misura e, se lo è, un po’, ha il buon gusto di non darlo a vedere. Non fa il sodomita con il deretano altrui.
    Pare, fra l’altro che Alberto Angela sia suscitatore di sogni erotici nelle fanciulle bennate. Oltre a ciò, sarebbe un’icona gay. È quanto si legge sul Fatto quotidiano, e non stentiamo a crederci, limitatamente però al primo punto. Quanto al secondo, consideriamo che Alberto Angela, pur non avendo l’aplomb del padre Piero Angela, tuttavia è una persona garbata, colta e soprattutto di buon gusto; pertanto ci sembra impossibile che possa essere un’icona gay, nell’accezione più ampia del termine, che poi è quella che intendeva il giornalista. Gli scalmanati che partecipano ogni anno alle squallide buffonate populiste del gay pride infatti — e non ci vuol molto a capirlo: si veda l’ampio articolo pubblicato su Nusquamia Politicamente scorretto, ma con stile) non dimostrano di avere in gran conto la razionalità, né hanno un’attenzione particolare per il pensiero scientifico. Tutt’al più si potrà dire che Alberto Angela piace a coloro che, diversamente scopanti, sono persone colte e di buon gusto: questo, invece, non ci meraviglia. Ma anche tra gli alloscopanti, come del resto per i normoscopanti, le persone di buon gusto, intelligenti ecc. sono una minoranza. (Un discorso a parte sarebbe quello del prossimo rovesciamento dei rapporti numerici tra le due schiere: i normoscopanti diventeranno alloscopanti, e viceversa. Come diceva quel mio collega del Politecnico, “Il culo di oggi sarà la fica del domani”). Insomma quel che scrive Domenico Naso sul Fatto quotidiano va preso con le pinze (si veda Alberto Angela, ‘solo’ un (bravissimo) divulgatore scientifico? No. Una bomba sexy e un’icona gay che i giovani adorano). È probabile che si sia voluto rendere un favore alla lobby Lgbt — così ci smembra, nella consapevolezza che stiamo andreottianamente pensando male — ai quali si è voluto assegnare un patentino di presentabilità culturale, nonostante le solennità da loro celebrate con abbondanza di lustrini e la pretesa di “Nuovi diritti”, sempre più “nuovi”. Del resto, è lo stesso giornalista che ci mette sulla buona strada, quando scrive di sé: «Devo combattere da sempre con le mie due anime antitetiche: quella pop-trash e quella, da me non voluta, radical chic. Fortunatamente è quasi sempre la prima a prevalere». VA bene, abbiamo capito.
    Chiudo con un elogio della signorilità di antica scaturigine pedemontana del padre di Alberto, Piero Angela: sta agli sbracati Salvini & Di Maio come la “donna gentile” di Nusquamia, Maria Elena Boschi, sta alla determinatissima dott.ssa Serra (cioè sono agli antipodi).

  14. Corsi e ricorsi
    Ragionamento controfattuale: se il rifugiato tunisino fosse partito per la Francia non sarebbe divenuto dapprima stalker uxorio, quindi uxoricida

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    Abbiamo letto sui giornali – ma non sappiamo se le cose siano andate effettivamente così, non abbiamo modo di verificare la notizia – che l’uxoricida di Curno, già stalker uxorio, faceva parte del gruppo di trenta tunisini che nel 2011 fecero tappa a Mozzo in attesa di trasferirsi in Francia, dove, come leggiamo nell’articolo qui sopra, avrebbero incontrato parenti e amici e, forse, trovato un lavoro: «Il treno però costa troppo, non è facile trovare i soldi necessari per andare Oltralpe». Nel frattempo, «bivaccano a Mozzo. […] Non hanno un tetto sotto cui rifugiarsi, per questo motivo durante la notte dormono dove capita: nel sottopasso della Dorotina, a Mozzo, oppure nei campi circostanti se non piove».
    A questo punto intervenne il Pedretti, che allora era consigliere comunale a Curno e consigliere regionale a Milano, il quale si disse «pronto a organizzare un pullmino per portare i tunisini in Francia. “Considerate le dichiarazioni da loro stessi rilasciate ai quotidiani locali, ovvero il loro desiderio di volersi trasferire in Francia o in Belgio per cercare lavoro – spiega – , mi rendo disponibile a finanziare personalmente il viaggio in pullman verso la direzione da loro desiderata considerando le loro buone intenzioni”». Questo è quanto si legge su Bergamo news, ed è anche quanto si legge sull’Eco di Bergamo; si veda Pedretti sui tunisini di Mozzo: «Pago io il viaggio in Francia». Scrive infatti il giornale orobico: «Venerdì 30 in redazione è arrivato un comunicato stampa di Roberto Pedretti, consigliere regionale della Lega Nord. Eccolo in versione integrale…», e postilla, con un pizzico si scetticismo: «Le parole di Pedretti si commentano da sole, anche se il consigliere regionale della Lega assicura che è una proposta seria, non una provocazione, e che sta già raccogliendo le adesioni per organizzare il pullman».
    Fu quello un coniglio mediatico, cioè furono quelle parole gettate al vento pur di assicurarsi una presenza sui giornali (quello era il tempo dei “conigli mediatici”, quasi un’anticipazione della “bestia” messa in piedi da Luca Morisi, il Web-filosofo di Salvini), oppure all’annuncio seguirono i fatti, cioè veramente i tunisini furono interpellati? Perché i tunisini, eventualmente, rifiutarono la generosa proposta che rappresentava il coronamento dei loro sogni? In particolare, il tunisino futuro stalker uxorio, quindi uxoricida, era veramente nel numero dei trenta tunisini che, forse, ricevettero la proposta di trasferta, ma poi la rifiutarono?
    A questo punto il gatto padano tuonerebbe, anzi, potrebbe tuonare: “Esigo spiegazioni!”. Noi però: a) crediamo che in questo caso il gatto padano non esiga spiegazioni; b) per quanto ci riguarda, ci guardiamo dall’esigere spiegazioni, non è nel nostro stile. Semmai ragioniamo.
    Ecco il ragionamento:
    • La storia non si fa con i “se” (introducendo i “controfattuali”, espressi con proposizioni ipotetiche del III tipo), ma i “se” aiutano a capire la storia. Oddio, in questo caso, la cronaca.
    • Lo stalking uxorio è una cosa grave, e non andrebbe preso sottogamba. Qui non c’è alcuna intenzione di ironizzare sul nome dell’attuale sindachessa di Curno – dott.ssa Gamba, appunto. La quale oltretutto ci ha dato l’impressione di aver preso posizione sull’uxoricidio che ha funestato il non ridente paese di Curno, oggi più che mai “diversamente bello da vivere”, quasi tirata per i capelli. Come per atto dovuto nei confronti della lobby femminista e omaggio doveroso alla dott.ssa Serra.
    • Si coglie nella lettera della dott.ssa Gamba ai concittadini la consapevolezza che le notevoli dosi di femminismo inoculate nella popolazione curnense dalla precedente amministrazione serrana, nonché le dosi di richiamo inoculate dalla nuova amministrazione (amministrazione serrano-crurale) non siano servite a un bel niente, in termini di prevenzione. Infatti, non potevano servire, e nessuno ne ha fatto una colpa, né alla dott.ssa Serra, né alla dott.ssa Gamba. Non è tuttavia necessario essere dei geni per capire che un rincaro della dose di femminismo non servirà a prevenire l’insorgenza di casi simili, anche meno gravi.
    • Sempre ragionando (ragionare per noi è un piacere e un dovere) non è difficile prevedere che l’episodio dell’uxoricidio curnense sarà strumentalizzato per indire una caccia al nordafricano caratterizzata da «sospetto e rancore comunitario con sfumature etnicizzanti», come già avvenne per il cittadino tunisino di Erba, Azouz Marzouk, quello chiamato in causa per l’infanticidio per cui furono condannati Olindo e Rosa, e per il marocchino Fikri, inizialmente indagato per l’omicidio di Yara. Mettiamo in chiaro che l’uxoricida curnense è responsabile personalmente del proprio efferato delitto, e che mettere sotto accusa tutta la comunità nordafricana è assurdo; sarebbe come accusare tutto il popolo ebraico di deicidio, perché i sacerdoti del Sinedrio vollero la morte di Gesù Cristo. Naturalmente la ragazza curnense moglie del tunisino non è Gesù Cristo, ma lo scarto di ragionamento per cui gli ebrei in massa furono ritenuti colpevoli di deicidio e i nordafricani dovrebbero essere messi collettivamente sotto accusa, è lo stesso. Vallo a spiegare però, a certi ‘rusteghi’, per loro è veramente difficile capire. Mi viene in mente quando provai a far capire a certi curnensi dalla crapa tosta — ai tempi della prima Pedretteide — che, quando si istituisce un’analogia, non si stabilisce una identità, o coincidenza, o somiglianza, tra i termini dell’analogia, ma soltanto un’identità del rapporto fra i termini.
    Potrei commentare a questo punto, rivolgendomi alle teste dure: “Troppo difficile da capire?”. E avrei tutte le ragioni di questo mondo, perché in effetti, ragionare per alcuni è veramente difficile. Non aveva ragione invece la sciura Valeria di Treviglio, che sciaguratamente fu Ministro dell’Istruzione, la quale disse con fare di superiorità (ma de che?) e sorrisetto asseverativo a un giornalista che aveva sbadatamente omesso di essere politicamente corretto: «Riesco a dirle di chiamarmi “ministra”? No? È complicato?». E il giornalista, con la coda fra le gambe, tremebondo: «Sì, ha ragione, mi scusi: “ministra”». Merda! Il giornalista, accettando di essere sbeffeggiato, perse un’occasione d’oro, per far valere le ragioni dell’intelligenza e dimostrare la supponenza del non rimpianto ministro (sì, Boldrina: ministro!).

  15. Qui, sconti per i cazzeggiatori giuridici

    In questo ristorante, affacciato al salotto buono della città dell’Azzeccagarbugli, cioè Lecco, i cazzeggiatori giuridici hanno diritto a consumare la cena a prezzo convenzionato, un menu a prezzo fisso denominato “Cazzeggiatore giuridico”, con lo sconto del 20%. Per avere diritto alla facilitazione bisognerà presentarsi al titolare e dimostrare che si è in grado di fare un discorso a membro di segugio, non importa di quale argomento, ma con il valore aggiunto del cazzeggio giuridico. Tuttavia non basta essere copropapirologi, cioè cultori delle cacate carte: occorrerà dimostrare di essere in possesso di un minimo di consuetudine con il latino. Se uno dice — come ci è capitato di sentire dalla bocca di un leghista, “ius solis” (invece che ius soli), potrà sempre consumare il pasto del cazzeggiatore, ma lo pagherà a prezzo pieno. Se poi uno, volendo cazzeggiare, introduce un’espressione latina, anche giusta, ma a sproposito, l’importo viene maggiorato del 20%. È quel che succederebbe al gatto padano, il quale per fare il fico un giorno scrisse “naturaliter” (che significa “secondo natura”) nel senso di “naturalmente, ovviamente”. Il gestore del locale crede nel valore pedagogico della punizione.

    • P.S. – A scanso di equivoci, perché nessun curnense chieda ragguagli telefonici o addirittura si presenti a Lecco per informazioni, protestandosi “cazzeggiatore giuridico” e pretendendo lo sconto sul menu convenzionato, ringalluzzito all’idea di fotografare con il ficòfono le pietanze del menu del cazzeggiatore, per poi “condividere” immediatamente le immagini con gli amici Webeti, chiariamo che qui sopra si è detto quel che si è detto, è vero, ma per celia. Non si sa mai, la gente è cattiva, qualcuno è carogna e potrebbe vedere nel pezzullo qui sopra gli estremi per una denuncia.

  16. Il mito funesto della determinazione


    Fotogramma tratto dal documentario ‘La grande Storia – Le tracce del Ventennio’ (al tempo 1 h, 20 min). Per vedere il documentario, fare clic sull’immagine.

    Era determinato, anche lui. Anche il mongomanager è determinato, la femminista è determinata, l’arrampicatore sociale è determinato, il rappresentante di preservativi è determinato, l’uomo in carriera venuto su dalla merda è determinato. Colei che vediamo qui sotto invece non fa la faccia feroce, non intende paralizzarti con sorrisetti asseverativi, non sente le voci di dentro che le dicono” Tu hai ragione, tutte le ragioni di questo mondo!”, perciò l’ultima delle sue preoccupazioni è togliere la parola all’interlocutore e chiudere bruscamente l’universo del discorso. Lei è la donna gentile.

  17. Sommesso atto di riparazione nei confronti della douce France svillaneggiata dai populisti italiani

    Non ho parole per esprimere bastevolmente il disprezzo per quest’accozzaglia di buzzurri e burini populisti. Sparano ad alzo zero e, soprattutto, berciano contro la Francia e la Banca d’Italia, e in effetti ci sarebbe qualcosa da dire, soprattutto contro la Banca d’Italia (i lettori di Nusquamia sanno bene che mai si siamo fatti impressionare dalla mistica imbastita dalla similsinistra sulla figura di Ciampi, colui che da Presidente della Repubblica tornò alla sede della Banca d’Italia, sentì la presenza di Mammona e pianse di commozione). Ma c’è modo e modo, quello populista offende la parte più nobile dell’uomo, le sue facoltà razionali. E poi, offendere la Francia! Ma come osa, quest’accolita di buzzurri e burini? Loro dicono che hanno vinto le elezioni, il che li renderebbe, se mi si passa l’espressione, legibus soluti: e non parlo di cacate carte, parlo della legge morale, delle leggi della decenza e dell’opportunità, che non sono scritte e che, chi non le ha, non se le può dare. Ma veramente il vincitore ha il dovere di umiliare il nemico vinto? Trascrivo da un libriccino che ho ricevuto in dono due giorni fa questo pensiero espresso dal grande còrso in una lettera del 1798: «La gentilesse, les traitements honnêtes, honorent le vainqueur et déshonorent le vaincu qui doit rester seul et ne rien devoir à la pitié» (Honoré de Balzac, Napoléon, Payot, Paris 2011, p. 77).
    Vorrei che i francesi sapessero che gl’italiani bennati non hanno niente che fare con questi populisti scatenati, che ci vergogniamo di loro sul piano morale, politico ed estetico. Quando Di Maio parla della democrazia francese e ne afferma il carattere millenario (bum!), ci vien voglia di rinchiuderlo in una stanza con la Boldrina e la sciura Valeria, e gettare via la chiave. Vedete un po’ che cos’ha combinato:

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    Insomma, noi amiamo la Francia, la sua grande tradizione libertaria e libertina, amiamo la luce della ragione che scaccia le tenebre della superstizione, quella ragione che ebbe fra i suoi campioni Epicuro, Lucrezio, Galileo e, nel secolo dei Lumi, Diderot e Voltaire, per esempio. A titolo di riparazione simbolica delle offese recate alla Francia dagli scellerati populisti, pubblichiamo l’esecuzione delle Foglie morte, cantate da Yves Montand, che all’anagrafe fa Ivo Livi e che riassume simbolicamente l’amicizia dell’Italia con la Francia, che intendiamo mantenere viva. Non fu cancellata da Mussolini, che fu uno statista, non ci riuscirà Di Maio, che è un bibitaro regalato alla politica, senz’arte ne parte.

    Nota di 3a F – “Buzzurri”: in origine prendevano questo nome gli svizzeri che andavano mercatando da un villaggio all’altro; quindi i piemontesi calati a Roma dopo l’unità d’Italia; per estensione i settentrionali rozzi. “Burini”: in origine, braccianti della campagna romana; quindi, per estensione, italiani dell’area centro-meridionale di cervello grosso e sembiante grossolano. La connotazione contadina del burino ha fatto pensare (ma è solo un’ipotesi) che questa parola derivi dal sostantivo lat. buris che denota la stiva, cioè il manico dell’aratro.

  18. Quando i vecchioni della Crusca sposano il “nuovo che avanza”

    In un precedente commento (si veda Crusca fediraga? Sì, spesso, ma in questo caso c’è stata una rettifica (timida) abbiamo presentato la sortita, da parte di un consigliere dell’Accademia della Crusca, che ha suscitato scalpore e gli ha regalato quei quindici minuti di notorietà, alla quale, secondo Andy Warhol, tutti avrebbero diretto, pare. Il consigliere, volendo mostrarsi in sintonia con il “nuovo che avanza”, si disse non alieno dallo scivolone linguistico di associare a un verbo italiano intransitivo un complemento diretto. In soldoni: “Siedi il bambino” (invece di “Metti a sedere il bambino”) sarebbe tollerabile. Probabilmente quel consigliere è una persona anziana, molto anziana, perché è una debolezza tipica delle persone anziane quella di sposare tutto ciò che è nuovo, nella speranza di levarsi qualche primavera di dosso.
    A questa presa di posizione del consigliere cruschevole seguì una precisazione del Presidente dell’Accademia, a nostro sommesso parere un po’ paracula, come abbiamo scritto nell’articolo citato.
    Ma ecco l’argomento ripreso da Roberto Lipari, intelligente comico palermitano. Molto opportunamente, il video che presentiamo qui sopra — cortesemente segnalatoci dalla prof.ssa M.T.P. — s’intitola “La truffa dell’Accademia della Crusca”.
    Restiamo in attesa di analoga — ancorché timida, come si è visto — resipiscenza a proposito della femminilizzazione dei sostantivi epicèni, per cui a rigore dovremmo dire “la coccodrilla”, se il coccodrillo è femmina. Dubitiamo che ciò avvenga, perché la lobby femminista è un osso duro e quando conquista una posizione di lì non la smuovi più, se non hai coraggio da vendere. Quello fu un colpo di mano di un altro consigliere dell’Accademia della Crusca, la linguista femminista Cecilia Robustelli, che ha aperto l’ingresso della cittadella al passaggio delle orde femministe, guidate dalla Boldrina e dalla sua amica, il non rimpianto Ministro della Pubblica istruzione, on.le sciura Valeria Fedeli di Treviglio, ex sindacalista del mondo della scuola (questo era il titolo culturale, per cui divenne Ministro della Repubblica).

  19. Il gatto padano abbonda

    Nel n.o 915 del suo diario il gatto padano non si è limitato a chiamare “latrina” il nostro diario, come di solito, ma ha deciso di abbondare, introducendo:
    • notizie false sul mio conto, non necessariamente calunniose, ma false, frutto di pettegolezzo maldestro (tre notizie false);
    • tre notizie false di contenuto calunnioso (tre calunnie);
    • due insinuazioni sul mio conto che dovrebbero indurre chi legge a pensare che il sottoscritto abbia scheletri nell’armadio.

    La vecchia zabetta ha decisamente abbondato: come dice Totò nel suo gustoso latino maccheronico: «Abundandis in abundandum».

    • Il gatto, che uomo triste, e miserrimo
      Mi ispira umana pietà, ma senza eccessi: come ti giri, tenta di fotterti; e non ci riesce nemmeno mai.
      [In effetti, non è propriamente un simpaticone. Ma lui — ne sono convinto — crede di essere buono, un giustiziere che ogni paese dovrebbe avere. Perciò «dà buoni consigli, sentendosi come Gesù nel Tempio». Com’erano giustiziere le vecchie malefiche che decretarono l’esilio di Bocca di rosa dal paesino di Sant’Ilario. Anche loro pensavano di essere buone. N.d.Ar.]

    • Bertoldo era un villano «accorto e sagace», il gatto padano è soltanto una pettegola villana (parecchio malefica)

      Avendo letto quanto ho scritto qui sopra nel commento “Il gatto padano abbonda”, questi scrive nel numero 917 del suo diario: «Nel caso il custode della latrina di Nusquamia voglia contestare, precisare, documentare, illustrare, pubblichi sulla latrina e gli risponderemo».
      Questa è buona! Da quando in qua il calunniato si confronta con il calunniatore in ampio, documentato e addirittura “illustrato” dibattito? Vedo l’utilità per il calunniatore, che potrebbe accampare attenuanti e precisare che lui però, veramente, a ben vedere e opportunamente cazzeggiando, intendeva un’altra cosa. Ma non vedo l’utilità per il calunniato. Dunque: marameo!

      Oddio, non è la prima volta che il gatto padano ci prova. Quando a febbraio dell’anno scorso fui convocato in tribunale in seguito alla seconda denuncia del Pedretti che, come è noto ai lettori di questo diario, si è conclusa anche questa volta con la mia assoluzione, come a conclusione della prima denucia, il gatto, improvvisatosi consigliere giuridico del Pedretti, scrisse di tale convocazione. Disse di averne saputo in un bar di cinesi. Pur essendo perfettamente al corrente della controversia, si limitò a dire che io avevo un guaio giudiziario e mi invitava a esprimermi su Nusquamia. Così da un lato dava a pensare, qualora non mi fossi espresso, che io avessi chissà quali conti in sospeso con la giustizia; dall’altro, se invece mi fossi espresso, lui, in qualità di improvvisato difensore del Pedretti, avrebbe potuto acquisire elementi sulla mia linea di difesa.
      Come se non bastasse, quando a giugno il Pedretti fu convocato in qualità di testimone per la seconda udienza, il gatto pubblicò tale convocazione, cancellando, nella riproduzione della lettera di convocazione, il nome del Pedretti ma lasciando ovviamente il mio. Sapeva benissimo che l’udienza riguardava la denuncia del Pedretti — non vedo come possa negarlo, visto che aveva per le mani la convocazione del Pedretti – ma anche questa volta lui fa lo gnorri, mostra di non sapere e ancora una volta mi invita a dire le mie ragioni. Già, così può meglio consigliare il Pedretti sulle cose da dire. In ogni caso, se l’ha consigliato, l’ha consigliato male, come dimostrerà lo sviluppo della controversia che si volle trasferire dal piano politico a quello giudiziario. Gli risposi che non è intelligente che Tizio dia a Caio, che è un suo nemico (in questo caso, Tizio sono io; Caio è il gatto padano), il topicida con il quale Caio potrebbe avvelenargli il pozzo.
      Ah! L’astuzia contadina! Ma Bertoldo, il villano «accorto e sagace» della storia di Giulio Cesare della Croce, lui sì, era astuto, ed era anche simpatico. L’astuzia del gatto padano è greve e nemmeno tanto astuta; quanto a simpatia, beh, sfido chiunque a trovare un tratto di piacevolezza in questa vecchia malalingua.

  20. Miranda permalink

    @Nuovo Cinema Nusquamia

    Vedi:

    [Dal film ‘Angel-A’, di Luc Besson. Bella e onirica la rappresentazione di una donna intelligente, una puttana buona, non egoisticamente determinata, non scassacazzi. Anzi, tutto il contrario. Ottimo. N.d.Ar.]

  21. Il latino per la formazione della mente: Pasolini e Gramsci a confronto

    Ricevo da un amico la segnalazione di un articolo che riporta la posizione (favorevole) di Pasolini riguardo alla lingua latina: Perché Pasolini difendeva la lingua latina e il dialetto.
    C’è del vero in quel che dice Pasolini, ma — senza aver la pretesa di conoscere tutto il vero, o anche soltanto il vero in parte — penso che varrebbe la pena fare qualche distinzione. Se uno ti dice qualcosa che ti trova consenziente, in questo o quel punto, non per questo ne abbraccerai in toto la prospettiva. Questo intendevo dire, tra l’altro, nella risposta che ho indirizzato all’amico:

    È sempre interessante porsi nell’ottica di Pasolini, che è stato esploratore, e scopritore, di punti di osservazione per l’acquisizione di elementi di giudizio trascurati da altri, anche in buona fede. Non solo interessante, ma anche doveroso.
    Tuttavia i suoi ragionamenti partono entimematicamente da premesse antropologiche non professate, ma presenti sotto traccia, come arrière pensées, che non possiamo considerare assiomi, né proposizioni sperimentalmente dimostrate. Voglio dire, per non perdermi in troppe parole, che la prospettiva di Pasolini può essere reazionaria. Interessante, e portatrice — perché no? — di verità, ma parziale, da sottoporre a verifica razionale. Quando per esempio professa la sua ammirazione per Sabaudia e afferma, in un documentario che dovrebbe essere ancora visibile su You tube, che «oggi il sistema è formalmente democratico, ma commette crimini che il fascismo non si sognava di commettere», c’è del vero. Ma bisognerebbe stabilire il campo di definizione dei termini: in questo caso, quello di “sistema”. Perché «le parole sono importanti» e, slittando sui significati, si passa dal vero al falso.
    Francamente, preferisco la prospettiva “progressista” di Gramsci, il quale nei Quaderni dal carcere (vedi) scrive:

    Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io.
    […] Il latino e il greco si presentano alla fantasia come un mito, anche per l’insegnante. Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Negli otto anni di latino si studia tutta la lingua, da Fedro ad Ennio e a Lattanzio: un fenomeno storico è analizzato dalle sue origini alla sua morte nel tempo. Si studia la grammatica di un tempo, il vocabolario di un periodo determinato, di un autore determinato, e poi si scopre che la grammatica di Fedro non è quella di Cicerone, non è quella di Plauto ecc., che uno stesso nesso di suoni non ha lo stesso significato nei diversi tempi, nei diversi scrittori. Si paragona continuamente l’italiano e il latino: ma ogni parola è un concetto, un’immagine, che assume sfumature diverse nei tempi, nelle persone, nelle due lingue comparate. Si studia la storia letteraria, la storia dei libri scritti in quella lingua, la storia politica, le gesta degli uomini che parlavano quella lingua. È questo complesso organico che determina l’educazione del giovinetto, il fatto che anche solo materialmente ha percorso tutto quell’itinerario, con quelle tappe, ecc. ecc. Questo studio educava senza averne la volontà espressamente dichiarata, anche col minimo intervento dell’insegnante. Esperienze logiche, psicologiche, artistiche, ecc. erano fatte senza riflettervi su, ma era fatta specialmente una grande esperienza storica, di sviluppo storico.
    Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete.

  22. I poteri di Borghi: per la precisione, di Claudio «Aquilini» Borghi
    Borghi ha parlato, lo spread sale

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    Non è la prima volta. Quel che leggiamo qui sopra è un comunicato dell’Agenzia di satmpa Reuters, che mette in relazione l’impennata dello spread con le parole del nostro Claudio «Aquilini» Borghi: dico così, “nostro”, perché ce ne occupiamo da sempre, da quando ai talk show faceva battute economiche, in tono molto asseverativo, che giovavano all’indice di ascolto populista; lui in cambio dell’incremento dell’indice d’ascolto e del conseguente aumento delle tariffe pubblicitarie, veniva presentato come “ministro in pectore dell’Economia”. «Borghi» scrive il comunicato della Reuters, «ha detto che solo con una vittoria del fronte populista alle prossime elezioni europee di maggio sarà possibile cambiare la Ue, altrimenti l’Italia dovrà uscirne». Giorgetti, che da sempre digerisce male le improvvisazioni di Borghi, e adesso ha una ragione in più per farlo, ha gettato acqua sul fuoco, ma intanto il danno è fatto: lo spread è aumentato di 11 punti, dopo l’esternazione di Borghi, poche palle. Dunque, Post hoc propter hoc? Mah, si forse, pare (meglio andarci cauti). In compenso Borghi ha segnato un altro punto a favore della sua visibilità di antieuropeista “duro e puro”, “a prescindere”, e Salvini che fra l’altro ha altre gatte da pelare, sarà costretto a coprirgli le spalle.
    Scrive il Foglio (si veda L’Italexit di Borghi e l’emergenza nazionale di Trump):

    Ci affidiamo all’Ansa perché il Borghi, quando i suoi proclami sconvolgono i mercati, tende a querelare chi lo fa notare. Questa volta è passato direttamente all’Italexit, lasciando in secondo piano il progetto di uscita dall’euro e basta. L’Italia si dovrebbe staccare se gli amici (che poi non lo sono) di Salvini non avessero la maggioranza al Parlamento europeo e se perciò restasse una maggioranza in continuità con l’attuale gestione delle cose europee, situazione che Borghi definisce tossica. I sondaggi sono tutti convergenti e a sfavore della vittoria dei sovranisti. Per chi osserva la politica italiana, insomma, c’è un esponente di maggioranza, presidente di commissione, che chiede l’uscita dalla Ue e questo non è rassicurante.

    Borghi non è curnense, è brianzolo, perlomeno di origine (lui vanta la stanzialità della famiglia degli Aquilini e precisa: «la mia famiglia è di Carate Urio dal 1400»: mamma, che paura!), apparentemente non è seguace della confraternita dei gatti delatori, ma ha la denuncia facile. Perciò il Foglio riporta quel che scrive da fonti di agenzia, così facciamo noi.
    Comunque non è la prima volta che l’aquilotto mette a subbuglio il mercato finanziario. Ne avevamo scritto in una precedente pagina di Nusquamia, nell’articolo Claudio «Aquilini» Borghi ha parlato, la Borsa trema. Fin qui poco male, ma l’Italia?:

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    Si veda anche Chi è Borghi, l’economista della Lega che ha fatto colare a picco l’euro.

  23. Ohibò, che sia un gioco delle parti?

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    Così parlò Claudio «Aquilini» Borghi: «Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne».
    Francesco D’Uva, capogruppo grillesco alla Camera, precisa: «Vogliamo ricominciare a credere nel sogno europeo, di una grande casa comune che protegga i cittadini e liberi i governi dai vincoli assurdi dell’austerity. Il lavoro è appena iniziato, Luigi Di Maio sta mettendo insieme un gruppo di movimenti che condividono l’idea di dover cambiare profondamente questa Europa».
    E Salvini: «Non abbiamo alcuna intenzione di uscire dall’Europa, vogliamo cambiarla, migliorarla ma non abbandonarla”».
    Sarà… Però, attenzione: se questo è il gioco delle parti (poliziotto buono e poliziotto cattivo ecc.), accà però nisciun’ ‘è fesso. Abbiamo già assistito a questo spettacolino chissà quante volte. Salvini ci dica che cosa intende fare di Borghi, e facciamola finita. O qualcuno vorrà dirci che però, forse, ma come — non capisci? — «qui c’è una strategia»? Ma quale strategia, signor mio, mi faccia il piacere! Merda!

    • Algido permalink

      Cui prodest?
      Non dimentichiamo lo stretto intreccio tra Lega e il Partito di Putin.
      che da sempre spinge per spaccare la UE.
      [Già, purtroppo per noi Putin è a capo di un impero proteso al controllo geopolitico dell’Europa, qualora la Cina – bontà sua – voglia limitarsi a tenere sotto il suo tallone l’Africa; è intelligente ed è spregiudicato. Noi invece abbiamo a capo del nostro governicchio un avvocato, l’avvocato degli italiani.
      Quanto all’Europa, non soltanto non è una potenza continentale, come dovrebbe essere se non vuole essere asservita a interessi e logiche che ne decretano inesorabilmente il declino, ma allo stato attuale non può nemmeno contare di farsi difendere da uno statista degno di questo nome, considerato che l’unico statista che aveva, la culona, è ormai in disarmo: aveva valutato bene il rapporto tra benessere economico e immigrazione nel suo paese, ma ha valutato male la psicologia profonda del suo popolo. Questi sono errori da non commettere, come del resto ha appreso, a sue spese, la similsinistra di casa nostra: senza tuttavia essere finora riuscita a elaborare una strategia di uscita dai propri errori, stretta com’è tra il martello del cattoprogressismo e l’incudine del populismo.
      Delle mire egemoniche di Putin parliamo da tempo su questo diario: abbiamo sbeffeggiato le uscite del giornalista putiniano e negazionista (riguardo all’attentato alle Torri gemelle di New York) Giulietto Chiesa, ma soprattutto abbiamo segnalato le imprese del Web-filosofo di scuola putiniana Luca Morisi (si veda La strategia mediatica del “Web filosofo” di Salvini) e lo spettro dell’associazione Lombardia-Russia (in particolare si vedano gli articoli
      Putin cammella la Chiesa ortodossa russa;
      L’assassinio di Boris Nemtsov;
      Salvini bussa a denari (rubli)?.
      N.d.Ar.]

      Ma a parte Kurtz il millenian austriaco dalle orecchie a sventola (che ha già detto che l’Italia deve rispettare i vincoli di bilancio e basta; e che è pronto a dare il passaporto austriaco ai sud Tirolesi) gli amici di Visegrad guardano a Putin con grande sospetto.
      In primis la Polonia (che ha subito la Russia per secoli) poi la Slovacchia (che ha vietato ai bikers di Putin. una sorta di Hell’s Angels alla vodka) di attraversare il proprio territorio. ma anche l’Ungheria.
      Essendo isolati in Europa (almeno sul fronte pro russia) si guarda agli Usa per poter uscire dall’isolamento.
      [Cioè, lei dice che Putin dovrà ritirarsi dall’Europa con la coda fra le gambe? Magari i nodi venissero al pettine… Io però ho paura che Putin possa sbrogliare quei nodi facendo ai singoli Stati, uno dopo l’altro, un’offerta che nessuno sarà in grado di rifiutare. L’Europa non ha uno statista che possa dare una risposta adeguata. N.d.Ar.]

      Dalla padella nella brace.. Trump punta a disgregarci. ha consigliato alla May l’hard brexit ad esempio per mettere in difficilta la Ue.
      [Tutta colpa della Hillary Clinton. Ha saputo rendersi antipatica, indisponente, colleifraga a oltranza, come mai si era visto nella storia americana. Non si limitò ai sorrisetti asseverativi, dei quali pure abbondava (come la Boldrina e la dott.ssa Serra), ma addirittura rideva in faccia alle osservazioni, spesso fondate, che si muovevano alla sua politica internazionale. A questo punto gli americani votarono in massa per il tamarro. N.d.Ar.]

      Ma il punto é un altro. e riguarda le strategie dei cosiddetti strateghi, Borghi e l’altro genio dell’economia Pagliai [forse voleva dire Bagnai, che però è più intelligente di Borghi: N.d.Ar.] e i 5 stelle con gli esperti della più prestigiosa universita americana… il Missisipi.
      La strategia non c’è con la scusa di abbattere le cosiddette élites. si butta anche il bambino..cioè le competenze.
      [Le élites di Capalbio, quelle che mangiano le strafottute marmellate biologiche di Linda Lanzillotta, moglie di Franco Bassanini, fanno pena; molto ci sarebbe da dire anche sulle élites espresse dalla Banca d’Italia, tant’è che a suo tempo non esitai a definire il sopravvalutato presidente Ciampi un ‘salaud’, alla maniera di Jean-Paul Sartre. Ma le élites sono necessarie: naturalmente, devono essere competenti e comprese – se mi si passa l’espressione – di amore per la cosa pubblica, razionali, colte e non mistiche, capaci di cogliere la complessità del sistema, di analizzare e formulare le sintesi. Tanto per intenderci, tutto il contrario di Toninelli. Proprio oggi sull’Espresso, Roberto Andò, un regista di cinema e teatro con alle spalle una solidissima formazione culturale, e che stimo parecchio, scrive una lettera al Pd e, pensando a chi potrebbe farlo risorgere dalle ceneri, scrive: «Non serve un “fenomeno”. Ci vuole uno che segni una differenza inequivocabile con il passato recente, veloce nel ragionamento, ma empatico [io avrei evitato di parlare di “empatia: troppo aziendalista e troppo serrano; N.d.Ar.]. Un leader “umanista” in grado di rimettere in discussione il blocco sociale e politico di questo paese”.
      Dunque il problema è quello di sostituire le élites nefaste con élites all’altezza della situazione. Le verità – spero che finalmente lo si sia capito – non si stabiliscono a maggioranza. Anzi sarebbe bene mettere in chiaro che la verità è soltanto una proposizione probabile: sia detto con buona pace di chi, come la Boldrina possiede “la verità”. Ciò premesso, la verità ricercata con rigore scientifico, per quanto soltanto probabile (solum certum, nihil esse certi) sicuramente è più probabile, di gran lunga, dell’”uno vale uno” dei populisti. Il concetto, oltre che ai populisti, si applica anche ai cattoprogressisti che per tanto tempo, troppo tempo, hanno tenuto sotto schiaffo quello straccio di sinistra che ancora sopravviveva in Italia.
      N.d.Ar.]

      Borghi è un esempio, ma non il peggiore. Ad esempio Garavaglia lavorava per un mio collega (tra laltro simpatizzante Lega, ma laico) che ancora non crede al percorso fatto da uno come lui..le competenze? Roba da radical chic.
      [Guardi che trovare qualcuno peggio di Borghi è difficile. N.d.Ar.]

      Faranno danni. Ne faranno tanti e ci vorranno anni a rimettere in ordine i conti. Il popolo è con loro. Amen.
      Come diceva un velocista prima di una tappa alpina del Giro: meglio salvare le gambe per le prossime volate.
      [In realtà l’incubo potrebbe finire prima del previsto. La previsione è difficile. Il guaio però è il dopo-incubo. Non esiste una classe dirigente di ricambio. Non esiste una élite. Quando le lavandaie di Parigi – come ho scritto già su Nusquamia – esasperate per l’aumento dei prezzi marciarono a Versailles e costrinsero il re a stabilire la propria residenza a Parigi, diedero una svolta alla rivoluzione francese molto più importante che la presa della Bastiglia, dove tra l’altro c’erano soltanto sei prigionieri, uno dei quali, il marchese de Sade, vi era stato rinchiuso perché aveva dato dei confetti carminativi a certe cameriere, dei confetti cioè che fanno scorreggiare. Ma quella marcia non sarebbe servita a niente se non ci fosse stata una classe dirigente di intellettuali, formatisi nella fucina della filosofia dei Lumi, pronta a reggere le briglie della situazione. N.d.Ar.]

      • ALGIDO permalink

        Per quanto riguarda le élites mica mi riferivo a Capalbio.
        Avevo anche pensato di andarci, ma la letture del Libro “L’era del Cinghiale Rosso” lo scorso anno mi ha indotto a ripiegare come sempre sulla meno prestigiosa e più accessibile e proletaria [non esageriamo: direi “impiegatizia” o, forse – meglio – “mongomanageriale”; N.d.Ar.] Castiglione della Pescaia.

        Ma a parte questo, Borghi ha detto anche di peggio.
        Adesso non richiesto se ne esce con il discorso dei lingotti d’oro della Banca d’Italia. Chissà perchè sente il bisogno di una legge che decreti che non si possano usare. Al giornalista di Sky che lo incalzava alla fine ha detto…”a meno di avere una maggioranza qualificata (66%) in Parlamento”.
        [Perché i lettori capiscano, almeno in parte, trascrivo dalla Stampa (vedi Usare l’oro della Banca d’Italia, la tentazione di Lega e M5S): «L’idea dei gialloverdi sarebbe quella di usare una parte delle riserve auree per dirottarle sulla spesa, evitando così una manovra correttiva e l’aumento dell’Iva nella legge di Bilancio del prossimo anno, esito che nell’esecutivo cominciano a considerare scontato se la crescita continuerà a essere così rallentata». Ma il problema è complesso, non può essere risolto tirando fuori dal cappello magico questa o quella cacata carta, ‘more felis Padani Cornetensis’ (“a mo’ di gatto padano curnense”); bisognerebbe esaminare il problema a tutto tondo (in linguaggio coglione: a 360°) in un’ottica di sistema e con competenze sistemistiche. N.d.Ar.]

        Un secondo dopo Borghi si è smentito, ma intanto la frittata era fatta. L’oro… e chi ce l’ha? una parte l’Italia, il resto Gli USA e Londra. Se arriviamo a impegnare l’oro ho idea che per noi sia grama. Chi vorrà comperare (se non a interessi altissimi) i titoli di debito di uno stato che per comperare il consenso elettorale si vende l’oro? E’ come vendersi un rene o i figli.
        [Ecco, questo è uno dei fattori che si dovrebbe mettere nel conto, in un’ottica di sistema. Ma vallo a spiegare a uno come Claudio «Aquilini» Borghi, uso ai conigli mediatici, manco fosse stato allevato all’Accademia coniglistica di Curno: non fai in tempo a distrarti, ed ecco che ti spara un coniglio nuovo, come quando propose, in qualità di consigliere comunale di Como, di far sloggiare la Guardia di Finanza dall’ex Casa del Fascio di Como, un capolavoro indiscusso dell’architettura razionalista, perché divenisse sede di una succursale della facoltà di architettura di Locarno. E fece tutto da solo, senza aver sentito il parere di nessuno, tranne forse quello della moglie, la Giorgia Fantin Borghi, che è “wedding planner” ed esperta di bon ton. N.d.Ar. ¶

        Insomma per far fare agli italiani un giro di giostra gratis (in realtà lo pagheremo con fior di interessi) si sputtana tutto. Con misure difficilmente reversibili.
        Lei crede che qualcuno se la sentirà di levare il reddito di cittadinanza al sud senza temere per la vita propria e dei propri familiari?
        [Credo di aver capito quello che lei intende, anche se la formulazione del pensiero, cioè la scelta delle parole, lascerebbe capire il contrario. N.d.Ar.]

        Pagheremo caro, pagheremo tutto pagheremo sempre di brutto. Si sta poi sottovalutando un dato: a maggio 2018 spread a 140 (o meno); a novembre 340 (il massimo ma potrei sbagliare) 200 punti in più. Adesso si grida al pericolo rientrato ma lo spread balla sempre intorno ai 270. 70 meno del picco, ma mediamente 130 sopra alla quota fisiologica. Tutto questo comporta esborsi annui di interessi di vari miliardi (5 nel 2018 e pare 9 nel 2019). E a nessuno cala niente.
        Poi magari vorrei sentire qualcosa sulla flat tax
        Intanto che aspettiamo, caliamo le braghe e allentando sulla lotta alla evasione ci siamo persi 3 miliardi.
        [Ho espresso il mio punto di vista in proposito più volte. Comunque, riassumendo: i grilloleghisti sono disgustosi sul piano razionale, culturalmente repellenti, esteticamente inqualificabili. Ma se gl’italiani si sono ridotti a cercare in loro una via d’uscita alle proprie angosce, ciò è dovuto alle colpe enormi della similsinistra che, tra l’altro, sarebbe ingiusto scaricare tutte su Renzi. Il declino della sinistra comincia inesorabile al tempo in cui ipocritamente, dopo il crollo del Muro di Berlino, Occhetto fece il suo pianterello alla Bolognina, cambiò il nome del partito, che lui aveva proterva mente scalato profittando della malattia di Alessandro Natta, che era una persona perbene e un appassionato lettore di Orazio. Sembrava una furbata e lui ne era orgoglioso, quando si faceva fotografare a Capalbio mentre baciava la moglie Alberici, che avrebbe nominato ministro-ombra della Pubblica istruzione (una buffonata, ma pochi, ‘quorum ego’, ebbero il coraggio di dirlo). Quindi l’astuto Occhetto si fece buccinatore di Carlo De Benedetti, uno dei capitalisti peggiori dell’Italia del dopoguerra: pretese che fosse un santo taumaturgo, un po’ come quando a Curno la dott.ssa Serra presentò Vera Baboun, intrigante tessitrice di pubbliche relazioni filopalestinesi, in qualità di madonna pellegrina portatrice dell’ideale di pace, davanti alla quale i curnensi avrebbero dovuto condividere e appecorarsi. Occhetto stabilì, dunque, che bisognava dare un calcio in culo alla classe operaia a favore degli impiegati, che tutto ciò che era meccanico dovesse diventare elettronico (così faceva un piacere a Carlo De Benedetti che ancora non aveva sfracellato l’Olivetti, per poi buttarsi sul mercato protetto della telefonia), che il socialismo dovesse cedere il passo all’aziendalismo, e che, soprattutto, il partito si dovesse aprire alla stramaledetta, strafottuta e merdosissima “società civile”. I cattoprogressisti, che finora si erano limitati a ruoli ancillari, come faceva il fido Tatò con Berlinguer, che aggiungeva acqua all’whisky che il capo beveva per vincere la timidezza, si costituirono, da principio senza darlo troppo a vedere, come una lobby sfacciata e sempre più micidiale.
        Il Pd al vertice è finito nelle mani di aziendalisti tenuti sotto schiaffo dai cattoprogressisti, alla base si è ridotto a prendere i voti degli impiegati con reddito fisso e posto sicuro. Le macerie che vediamo sono il risultato degli errori strategici compiuti da Occhetto in poi, passando per la finta bonarietà di Prodi, colui che grondava bontà dalle unghie delle mani rapaci, per le figurine Panini di Veltroni, per approdare infine a un Renzi troppo impegnato a giocare con le slàid di PowerPoint per accorgersi dei danni che la Boldrina, che pure non faceva parte del suo partito, recava a tutta la sinistra italiana.
        N.d.Ar.]

        • Grazia permalink

          Le maschere di velluto sono sempre nere, Victor Hugo

          [Credo che questo sia un caso di citazione “ellittica”. N.d.Ar.]

      • Algido permalink

        No…io dico che noi, cioè l’Italia è isolata in Europa. A parte 4 straccioni dell’est.

        [Immagino che lei si riferisca a’osservazione da me riportata in un commento precedente: «Cioè, lei dice che Putin dovrà ritirarsi dall’Europa con la coda fra le gambe?». Va bene, ho capito: l’Italia è isolata, vero. Lo è nonostante gli sforzi – talora patetici – di Conte, l’avvocato degli italiani, e di Mattarella, sul quale incombe il pericolo di logorarsi nel ruolo di “presidente buono”, un po’ come Pertini. (Va detto tuttavia che Mattarella è meno cattivo e meno invadente del bizzoso Pertini, il quale da vecchio fu sfacciatamente petulante e direi anche spregevole, quanto da giovane fu, invece, generoso e degno di rispetto).
        Aggiungo – ma è un discorso complesso che non pretendo di rendere plausibile in poche parole – che l’Europa avrebbe potuto provare a intrattenere con la Russia un dialogo di ampio respiro. Ovviamente, qualcosa di meglio di quello che ha in mente Berlusconi, che ragiona in un’ottica brianzol-aziendalistica: ne parlava proprio ieri alla televisione, con il giornalista Porro. Ma l’Europa che dialoga con la Russia (che è parte dell’Europa) dovrebbe essere l’Europa dei successori nobili dei padri nobili. Peccato che non si veda molta nobiltà in giro. Vedo slàid, fogli Excel, mongomanager venuti su dalla merda, vedo cazzeggio giuridico intrecciato a cazzeggio mistico; vedo ancora e sempre l’Europa dei mercanti, quella del culto mistico dell’euro, per esempio. Vedo quella schifezza tecno-burocratica che indubbiamente è oggi l’Europa: sia detto con buona pace dell’ambiziosissimo MarcoBattaglia, europeista per caso, in un momento sbagliato, e felicemente scomparso. Doveva rendere Curno, paese diversamente bello da vivere, «più europea»: roba da spanciarsi dal ridere. L’unico che lo prese sul serio, almeno all’inizio, prima che cambiasse parere, fu il gatto padano, il quale si fece impressionare dal fatto che MarcoBattaglia avesse “fatto” un Erasmus. MarcoBattaglia curò la propria immagine in campagna elettorale facendosi fotografare come sbandieratore del vessillo europeo (una ficata!), ed ecco, subito dopo, l’immagine dell’Europa sputtanata nell’immaginario collettivo. Sic transit gloria mundi.
        N.d.Ar.]

    • Francesca permalink

      In un Paese normale si parlerebbe solo di questo. E invece si parla di topi obesi incastrati nei tombini…
      Rocco Greco, un imprenditore onesto che con coraggio ha rotto il muro dell’omertà e ha denunciato il pizzo si è suicidato. Stritolato dalla burocrazia non ce l’ha fatta più e si è tolto la vita. Lo Stato gli ha impedito di lavorare.
      Perché lo Stato, anziché aiutarlo, gli ha messo i bastoni fra le ruote. I mafiosi non c’erano riusciti a fermarlo. Ci è riuscito lo Stato, a cui lui, fiducioso, si era affidato.
      Un vero e proprio tradimento.
      Dopo aver denunciato e fatto arrestare 11 mafiosi che spadroneggiavano a Gela e dintorni, Rocco Greco era diventato un simbolo. Un esempio da seguire. Ed infatti altri, grazie al suo esempio, avevano denunciato, liberandosi dal giogo mafioso. Lui ci ha messo la faccia e ha sfidato la mafia. Gesti che valgono più di mille conferenze o ipocrite celebrazioni delle vittime di mafia. Un uomo vero.
      I mafiosi in galera, per ripicca, avevano attivato la macchina del fango, arrivando a denunciarlo per rapporti con la mafia. Quando non si hanno prove, si diffama. Un classico.
      E i giudici lo sanno, tanto che Rocco Greco viene scagionato da questa infamante accusa in tutti i gradi di giudizio. Ma, a causa di questo procedimento assurdo, nei confronti di Rocco Greco era stata disposta l’interdittiva antimafia, che gli impediva di lavorare per la pubblica amministrazione. Una volta prosciolto, il Ministero dell’Interno di Salvini non gli ha tolto l’interdittiva, e così Greco ha perso tutti gli appalti che aveva già vinto. Ha dovuto licenziare i suoi 50 dipendenti e, con la morte già nel cuore, sentendosi tradito dallo Stato, si è sparato un colpo in testa. Una tragedia immane. E un messaggio devastante contro la lotta alla criminalità. Chi avrà più il coraggio di denunciare il pizzo, di ribellarsi alla mafia?
      Chi si fiderà più dello Stato e della sua protezione?
      Rocco Greco è sopravvissuto alla mafia, ma non al Paese che l’ha tradito

      • È tutto vero, purtroppo

        Quel che scrive la gentile lettrice è tutto vero, purtroppo. Si veda l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera, scritto da Felice Cavallaro, uno che si occupa di mafia, antimafia e professionismo dell’antimafia ormai da una trentina d’anni.
        Come pure ha l’aria di essere vero il grido di dolore di un poliziotto, che si domanda: Ma noi che li arrestiamo a fare i ladri, se poi quelli la spuntano comunque: con il cazzeggio giuridico, con gli abbuoni di pena, con i condoni. La parole del poliziotto pare siano queste: «Mi chiedo che ci stiamo a fare in mezzo alla strada, a correre, al freddo, ad ammazzarci, a rischiare la pelle. Scrivi una montagna di carte, il verbale di arresto – prosegue -, li devi fotosegnalare, avvisi l’avvocato e il giudice. Non riesco più a capire. La legge è uguale per tutti?». Pare che sia dato sentire queste parole in un audio che circola in rete.
        Alcuni, credendo di fare una cosa “de sinistra”, hanno messo in dubbio l’autenticità dell’audio. Beh, se è per questo, anche io sono abituato a dubitare di tutto, mica ci metto la mano sul fuoco. Però, sentivo alla radio (vero: bisogna dubitare anche di quello che si sente alla radio, soprattutto se è la radio del Sole-Ventiquattr’ore) che il fatto sarebbe veramente accaduto, in una cittadina del Lazio.
        Ma io dico, vero o non vero che sia l’audio: quand’anche l’audio fosse falso, è vero per converso, ed è foriero di discredito per la giustizia italiana e per la cosiddetta sinistra, che in Italia è facilissimo evadere le sanzioni comminate per aver commesso un crimine.
        Un religioso rumeno, cristiano ortodosso (credo che costoro siano gli unici autentici cristiani rimasti sulla faccia della terra: i protestanti non lo sono mai stati, i cattolici hanno preso una brutta china mondana), mi disse che se i Rom (quelli che noi confondiamo con i rumeni) talora si comportano in Italia da birichini, è anche perché sanno di farla franca. In Romania pare che non sia così, c’è il carcere.
        Ma se uno “de sinistra” si arrabatta a sostenere che quell’audio è falso, quale messaggio lancia se non che a lui, “uomo de sinistra” (o donna, o checca ecc.), la circostanza che il furto sia un crimine impunito tutto sommato sta bene? Se avesse sale in zucca direbbe che se anche l’audio è falso, il problema è vero. Come è vero che un numero considerevole d’italiani furono infoibati dai titini, anche se la foto degl’italiani fucilati dai titini, mostrata da Giorgiameloni (quella della Garbatella), era falsa, perché in quella foto semmai si vedevano soldati italiani che fucilavano contadini sloveni.
        Ed è così, grazie agli errori della similsinistra, che Salvini fa il pieno dei voti: altro che dipingere le panchine di rosso (a Curno, nel paese bello da vivere, secondo la profezia mai avveratasi della dott.ssa Serra), altro che andare alle manifestazioni con abiti dimessi, simil-francescani (appena verrà la bella stagione, i cattoprogresisti non mancheranno di esibire i loro piedi sgraziati, certo, ma francescanamente calzati di sandali: i più fichi se li sono procurati a Capri, lì dove si riforniva Jaqueline Kennedy, o a Portofino, dove si riforniva Giangiacomo Feltrinelli; le damazze — si sa — alternano il collier di perle ai sandali francescani: merda!).

        Il poliziotto, in sostanza, lamenta che le forze dell’ordine abbiano arrestato due ladri, ricuperato i preziosi del valore di sessanta mila euro, restituiti al legittimo proprietario, ma inutilmente. Forse anche per il proprietario dei preziosi, che avrebbe preferito incassare il premio dell’assicurazione. Processati per direttissima, i due sono a piede libero, senza nemmeno l’obbligo della firma. Uno dei due ladri aveva precedentemente eseguito dei lavori in casa del derubato: era il basista. L’altro aveva precedenti penali per aver compiuto reati simili, era stato in carcere, ma poi fu rilasciato, dopo qualche tempo, per buona condotta. Ma la reiterazione del reato non costituisce una buona ragione per cancellare i benefici percepiti per buona condotta?
        Boh, io non m’intendo di cacate carte, non sarò certo io a fare cazzeggio giuridico. Ora, vero è che scontare la pena non rieduca il ladro, ma è anche vero che non punire i ladri e quelli che sono qualcosa di più che “mariuoli” (come disse Craxi dell’ing. Chiesa del Pio Albergo Trivulzio, quello che chiedeva tangenti all’impresa di pulizie) fa ingrassare Salvini.

  24. Attenzione al “polititicamente corretto” enogastronomico
    Ma noi laici e liberi pensatori ragioniamo: caso per caso


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Le truffe, in tutti i settori, a ben guardare si fondano in larga misura sui buoni sentimenti. E sulla volontà — che nei casi più impuniti (vedi mongomanager, femministe ecc.) diventa proterva “determinazione” — di sentirsi buoni a tutti i costi, spesso tanto più, quanto più si è carogne nella vita di tutti i giorni. O, se non proprio carogne, egoisti.
    Uno dice: eh, caro signore, ma io mangio “biologico”! E lo dice con un tono come di superiorità, quasi che fosse un palmo al di sopra dei comuni mortali. Già, perché lui ha (avrebbe) una coscienza ecologica, politicamente corretta; e, dato che c’è, soprattutto se il personaggio “biologico” è, per esempio, un mongomanager venuto su dalla merda, o una donna in carriera che fu agl’inizi della carriera gran bevitrice d’anime, vorrebbe farci credere che è anche fico/fica, uno che è di casa a Capalbio, o che di lì a non molto lo sarà: un giorno da Chicco Testa, un altro giorno a casa di Franco Bassanini dove, come abbiamo scritto in un commento precedente, la moglie ti somministra in modalità di condivisione marmellate biologiche, fatte con le sue manine radical chic.
    Tanto per cominciare, chi “mangia biologico” lo fa perché ha a cuore il proprio benessere, dunque la sua scelta si fonda su un postulato egoistico. Non c’è niente di male, ovviamente, ma perché se uno ha cura del proprio benessere pretende poi di essere migliore di coloro che trascurano questo aspetto? migliore di coloro che non ti rompono i cabassisi con le loro fisime biologiche (per non parlare dei vegani, che discutono sulle implicazioni etiche e dietetiche del pompino)? Senza contare che il più delle volte il mangiatore biologico è un povero fesso, una vittima dell’impostura biologica. Non dimentichiamo tra l’altro — l’abbiamo scritto, credo, più di una volta — che anche la merda è biologica e lo stesso petrolio è di origine biologica.
    Invito il lettore a leggere l’articolo, apparso sul Foglio ieri 19 febbraio (vedi sopra) il quale — penso — costituisca un’illustrazione efficace del punto di vista di Nusquamia, da sempre mordace nei confronti del politicamente corretto e da sempre contro il business dell’impostura enogastronomica (con annesse marchette giornalistiche). Vedi per esempio l’articolo pubblicato qualche anno fa:
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    Per leggere l’articolo sulle marchette enogastronomiche, fare clic sull’immagine.
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    L’articolo su Nusquamia e questo del Foglio, che presentiamo qui sopra, illustrano dunque due aspetti dello stesso fenomeno. Oddio, se fossimo a un talk show ben presto risuonerebbe l’obiezione “a capocchia”: “Ma allora a te va bene di mangiare le schifezze!”. E se il gatto padano dovesse prendere la parola sull’argomento (speriamo di no), non direbbe neanche “Ma allora…”; no, pretenderebbe senza troppi complimenti, che tu dicessi quel che gli fa comodo per ricamarci su un pettegolezzo con scappellamento delatorio a destra, e poi concludere con la rituale e perentoria richiesta (serve per metterci di buon umore), “Esigo spiegazioni!”. Ma lasciamo perdere queste amenità e osserviamo che nessuno ha qui affermato che bisogna mangiare schifezze. [*] Qui si invita il lettore a ragionare, caso per caso; in particolare, si sostiene che:
    a) una marketta giornalistica a favore di un ristorante non dimostra che in quel ristorante si mangi bene; oddio, magari si mangia bene davvero, ma se vi si mangia bene o meno, è cosa tutta da verificare: di persona, o anche per interposta persona, purché il giudice non abbia interesse a parlar bene di quel ristorante;
    b) se un olio d’oliva è buono o no, te lo dirà un’analisi di laboratorio affidabile o, in mancanza del laboratorio, il tuo gusto (non dimentichiamo che l’organo del gusto è una macchina analitica quasi perfetta, soprattutto se addestrata o comunque educata; in antico i medici assaggiavano le urine per diagnosticare il male del paziente e ancora nel secolo scorso i fattori assaggiavano il letame, che scioglievano nell’acqua: esistevano appositi bicchierini, di vetro spesso, che un mio amico disse di aver visto in casa dei suoceri, proprietari terrieri a Volta Mantovana, ma l’assaggio era còmpito del fattore).
    Insomma l’uomo laico e razionale ha come punto d’onore il non farsi far fesso dagl’impostori. E non solo dagl’imposori, nemmeno dai grandi del pensiero, ché possono sbagliare anch’essi. Aristotele fu un grandissimo filosofo, il fondatore della “filosofia naturale” (della quale Platone si disinteressava), colui che pose le basi del metodo scientifico nell’indagine della natura delle cose. Tra le molte cose che scrisse, si legge che la salamandra non brucia mai (Historia animalium, 552 b, 16). Ma nel Rinascimento italiano, quando il punto di vista razionalista induceva i filosofi naturali a indagare nel “gran libro della natura” (come diceva Galileo), senza curarsi dell’autorità dei maestri del passato, che comunque erano studiati scrupolosamente, ci fu chi disse: “Aristotele sostiene che la salamandra non brucia? Va bene, teniamone conto. Ma, per esserne sicuri, andiamo a cercare una salmandra, gettiamola nel fuoco, e vediamo se brucia, o se non brucia”.
    Così dobbiamo fare con l’olio d’oliva: dobbiamo assaggiarlo, esaminarlo, senza tenere conto degli “attori” (chiamiamoli così, per non dire di peggio) delle pubbliche relazioni. Se un olio d’oliva non è di olive italiane, ma è certificato, ebbene, poniamoci delle domande sull’affidabilità di quel certificato: questo è giusto. Ma perché dobbiamo fidarci dl giudizio (in questo caso, generalista e sovranista, a favore del prodotto italiano) di chi è, per ragioni evidenti, portatore d’interessi?
    Uno può anche dire: “Compro e mangio italiano perché sono sovranista”, qui in effetti non c’è contraddizione. Noi per esempio, pur non essendo sovranisti, preferiamo morire senza aver mai gustato sushi: ed è una posizione legittima, voglio sperare. Ma se uno afferma che tutto quel che è “sovranista”, o “politicamente corretto” è buono, beh, da un punto di vista razionale, questa è una proposizione insensata.


    Codice manoscritto recante la Historia animalium di Aristotele (XII sec., Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze). Qui si legge, fra l’altro (552b 16): «Ὅτι δ’ ἐνδέχεται καὶ μὴ καίεσθαι συστάσεις τινὰς ζῴων, ἡ σαλαμάνδρα ποιεῖ φανερόν· αὕτη γάρ, ὡς φασί, διὰ τοῦ πυρὸς βαδίζουσα κατασβέννυσι τὸ πῦρ»; cioè: «Che sia possibile che alcune varietà animali non prendano fuoco, lo dimostra la salamandra; questa infatti, così si dice, non solo cammina nel fuoco ma, nel farlo, lo spegne».

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    [*] Quanto all’obiezione che un olio extravergine d’oliva non può avere un prezzo inferiore a una certa soglia, si risponde che il cosiddetto dumping, cioè l’offrire le merci sottocosto per invogliare l’acquirente a mettere piede in un certo supermercato, emporio ecc., o per “fidelizzarlo” al prodotto o al marchio, è pratica comune in tutti i settori merceologici. Anzi, quello dell’olio d’oliva è un classico. Ricordo un droghiere di viale Gran Sasso, a Milano, che quando aveva sentore che il supermercato di via Spinoza (S lunga, credo, perlomeno allora) praticasse il dumping nella vendita dell’olio d’oliva, mandava garzone, figlio e nipoti a fare incetta di quell’olio, che in quel momento costava al pubblico pochissimo, meno di quanto lui l’avrebbe pagato all’ingrosso. Teneva l’olio in cantina e, terminato il periodo dell’offerta sottocosto, lo metteva negli scaffali della drogheria, quindi lo vendeva a prezzo di mercato, ma con guadagno maggiorato.
    Un altro esempio di dumping sotto gli occhi di tutti è quello delle stampanti per computer a getto d’inchiostro: te le vendono a un costo inferiore a quello di fabbricazione (60 euri, o anche meno), ma il ricambio delle quattro cartucce d’inchiostro, se compri quelle originali, costa sui 70 euri, più della stampante. Dunque ti vendono la stampante a poco, per guadagnare (molto) sugl’inchiostri. Vero è che ci sono le cartucce compatibili, che costano molto meno: ma niente mi toglie dalla testa che i produttori della stampante possano guadagnare anche dall’acquisto delle cartucce “proibite”, per esempio con la percezione dei diritti di brevetto.

  25. Condire con l’olio d’oliva, o con il burro? E, soprattutto, veramente i padani mangiavano schifezze?

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato dell’olio d’oliva e della mistica sovranista che gli si vorrebbe applicare: secondo i punti di vista, una camicia di forza o un paramento sacro. Per parte nostra, non abbiamo difficoltà a confessare che il nostro cibo è abitualmente condito con olio d’oliva prodotto ai piedi dei Monti Iblei, ma questa è una scelta di gusto (con riferimento alle papille gustative), scevra di ogni possibile mistica.
    A questo punto non guasterebbe parlare dell’altro modo di condire i cibi, facendo uso del burro. Viene in mente in proposito il cavaliere Chevalley di Monterzuolo che nel romanzo Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa si reca a Donnafugata per offrire al Principe di Salina – il Gattopardo, appunto – il titolo di senatore del futuro Regno d’Italia. Ospite del Principe, siede a tavola con lui e gusta i sapidi cibi della cucina siciliana: ma l’uso abbondante dell’olio d’oliva creerà disturbi di stomaco al burocrate piemontese, abituato al burro.
    Viene in mente anche – ed è assai gustoso – l’episodio inverso, quello di un romano che si reca a Milano ed è costretto a mangiare gli asparagi conditi con il burro. Quel romano è Cesare, che nel corso di uno dei suoi tanti spostamenti fa tappa a Mediolanum ed è invitato a pranzo, insieme con i più stretti collaboratori, a casa di un ricco borghese (così diremmo oggi) di stirpe celtica, un tale Valerio Leonte, probabilmente un liberto arricchito con il commercio. Scrive Gemma Sena Chiesa negli Asparagi di Cesare. Studi sulla Cisalpina romana (All’Insegna del Giglio, Firenze 2014): «Vengono serviti asparagi con un condimento diverso dall’olio di oliva a cui Cesare e i suoi accompagnatori erano abituati, il burro tipico delle popolazioni di tradizione anche alimentare della Gallia Cisalpina, ancora Provincia e che diverrà solo poco dopo, alla morte di Cesare, parte integrante dell’Italia». Ma quel condimento agli occhi dei romani in trasferta in un territorio che a loro doveva sembrare popolato di buzzurri, aveva l’aspetto di un unguento; e, quel che è peggio, per le loro narici era maleodorante, al palato disgustoso. Gli orientali del resto, quelli che non sono abituati ai latticini, dicono di noi che puzziamo di formaggio. Come che sia, i commensali romani manifestarono disprezzo per quegli asparagi, ma furono subito redarguiti da Cesare. Scrive infatti Plutarco nella Vita di Giulio Cesare (trad. di C. Carena):

    A dimostrare quanto poco esigente Cesare fosse in tema di vitto, si cita di solito questo episodio. Un suo ospite, presso cui mangiava a Milano, Valerio Leonte, mise in tavola degli asparagi conditi con burro anziché con olio. Cesare li mangiò tranquillamente e rimproverò i suoi amici che si sentivano offesi. «Bastava» disse «che coloro a cui non piacevano non se ne servissero. Chi si lamenta di una grossolanità come questa, è un grossolano anche lui». [1]

    In verità Plutarco non scrive esattamente “burro”, usa un’altra parola – μύρον – che letteralmente significa “unguento profumato”, perché tale doveva sembrare ai romani. Noi intendiamo che sia burro, ma Plutarco intendeva quello che ha scritto, cioè un unguento. I romani, come pure i greci, avevano poca dimestichezza con il burro, roba buona per i barbari (i Celti, i Germani e gli Sciti, per esempio), ma non per loro; i più lo ignoravano e quelli che ne erano venuti a conoscenza lo chiamavano butyrum, dal greco βούτυρον, che significa “cacio vaccino”. Ecco per esempio che cosa scrive Plinio nella sua Storia naturale (XXVIII, 35), nel capitolo dove parla dell’uso in medicina di sostanze animali:

    Dal latte inoltre si ottiene il burro, che è cibo prelibato per le genti barbare, tanto che il suo uso fa la differenza tra i ricchi e la plebe. Perlopiù si ricava dal latte vaccino – per questo si chiama così [burro < lat. būty̆rum < gr. βούτυρον, cioè "cacio vaccino"; N.d.Ar.]; un burro molto grasso si ottiene dal latte di pecora e da quello di capra. Per ottenere il burro d'inverno occorre dapprima scaldare il latte, d'estate invece è sufficiente, dopo la mungitura, introdurre il latte in un recipiente oblungo che sarà agitato frequentemente; il vaso presenta sul coperchio un forellino per il passaggio dell'aria, che può essere aperto o chiuso. [2]

    Tornando a Plutarco, osserviamo che egli riferisce, scrivendo in greco, un aneddoto che leggiamo anche in Svetonio, il quale verga in latino, anche lui, una Vita di Cesare: dunque è probabile che abbiano attinto alla medesima fonte: dovrebbe essere quel Caio Oppio del quale parla Svetonio, una sorta di Gauleiter di Cesare nelle Gallie. Scrive dunque Svetonio:

    Riguardo al cibo Caio Oppio ci fa sapere che Cesare era di bocca buona, tanto che egli scrive che Cesare, essendo stato invitato con altri a un pranzo, dove invece dell’olio verde che conosciamo fu servito un olio aromatizzato, che gli altri spregiarono, non solo lo gustò, ma ne chiese ancora, perché non sembrasse che volesse rimproverare all’ospite negligenza o grossolanità. [3]

    Questo brano di Svetonio presenta, più ancora di quello di Plutarco, un problema d’interpretazione, perché qui leggiamo il participio passato conditum che è un omografo: cioè può significare due cose diverse, pur essendo scritto sempre allo stesso modo, secondo che lo leggiamo condītum o condĭtum, cioè con la “i” lunga o breve. Noi abbiamo preferito leggere condītum oleum (condītum da condĭo, īvi, ītum, īre) perciò si è tradotto “olio aromatizzato”, e questa è un’interpretazione che converge con quella del brano di Plutarco, sopra riportata. Se invece intendiamo oleum condĭtum (condĭtum, da condo, dĭdi, dĭtum, condĕre) dovremo dire che si tratta di olio conservato, cioè rancido: così infatti si legge in numerose traduzioni.
    Volendo andare per il sottile, si potrebbe discutere sul significato di viridi: quando Svetonio scrive conditum oleum pro viridi, intende “olio aromatizzato al posto dell’olio verde che conosciamo”, oppure intende “olio aromatizzato invece di olio verde”? Già, perché l’olio verde, ottenuto spremendo olive non ancora mature, è considerato migliore: c’è differenza infatti tra l’oliva verde (olea alba) e l’oliva matura, quasi avvizzita (drupa, o druppa). Conseguentemente c’è differenza tra l’olio di oliva verde e l’olio di oliva matura. Scrive infatti Catone nel De rustica, 65, che l’olio sarà tanto migliore, quanto più l’oliva è acerba. [4]

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    [1] «Τῆς δὲ περὶ τὴν δίαιταν εὐκολίας κἀκεῖνο ποιοῦνται σημεῖον, ὅτι τοῦ δειπνίζοντος αὐτὸν ἐν Μεδιολάνῳ ξένου Οὐαλερίου Λέοντος παραθέντος ἀσπάραγον καὶ μύρον ἀντ´ ἐλαίου καταχέαντος, αὐτὸς μὲν ἀφελῶς ἔφαγε, τοῖς δὲ φίλοις δυσχεραίνουσιν ἐπέπληξεν. « Ἤρκει γὰρ » ἔφη « τὸ μὴ χρῆσθαι τοῖς ἀπαρέσκουσιν· ὁ δὲ τὴν τοιαύτην ἀγροικίαν ἐξελέγχων αὐτός ἐστιν ἄγροικος ». Ἐν ὁδῷ δέ ποτε συνελασθεὶς ὑπὸ χειμῶνος εἰς ἔπαυλιν ἀνθρώπου πένητος, ὡς οὐδὲν εὗρε πλέον οἰκήματος ἑνὸς γλίσχρως ἕνα δέξασθαι δυναμένου, πρὸς τοὺς φίλους εἰπών, ὡς τῶν μὲν ἐντίμων παραχωρητέον εἴη τοῖς κρατίστοις, τῶν δ´ ἀναγκαίων τοῖς ἀσθενεστάτοις, Ὄππιον ἐκέλευσεν ἀναπαύσασθαι· αὐτὸς δὲ μετὰ τῶν ἄλλων ὑπὸ τῷ προστεγίῳ τῆς θύρας ἐκάθευδεν» (Plutarchi Vita Caesaris, XVII, 5).

    [2] «E lacte fit et butyrum, barbararum gentium lautissimus cibus et qui divites a plebe discernat. plurimum e bubulo — et inde nomen —, pinguissimum ex ovibus fit et caprino, sed hieme calefacto lacte, aestate expresso tantum, crebro iactatu in longis vasis angusto foramine spiritum accipientibus sub ipso ore alias praeligato».

    [3] «Circa victum Gaius Oppius adeo indifferentem docet, ut quondam ab hospite conditum oleum pro viridi adpositum aspernantibus ceteris solum etiam largius appetisse scribat, ne hospitem aut neglegentiae aut rusticitatis videretur arguere» (Svetonii Tranquilli Vita Divi Iulii, 53).

    [4] «Oleum viride sic facito. Oleam quam primum ex terra tollito. Si inquinata erit, lavito, a foliis et stercore purgato. Postridie aut post diem tertium, quam lecta erit, facito. Olea ubi nigra erit, stringito. Quam acerbissima olea oleum facies, tam oleum optimum erit».

  26. C’è di che riflettere: seriamente


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    Maria Elena Boschi c’invita a riflettere. Credo che dovremmo farlo, e non soltanto per rispetto a lei, la “donna gentile” della politica italiana. Dovremmo farlo per il rispetto che dobbiamo a noi stessi, alla nostra intelligenza, alla nostra cultura. D’altra parte, quale che sia la conclusione della riflessione, riflettere non ha mai fatto male a nessuno. Siamo nati che eravamo persone civili, vediamo di morire civilmente.

  27. Fusaro dice insieme cose giuste e sbagliate

    Sbagliato
    • Sbaglia Fusaro quando afferma che il “nuovo” rappresentato dai grilloleghisti sia meglio del vecchio: quando il vecchio non va bene, deve essere superato dal meglio, ed è chiaro che il meglio che succede al vecchio è nuovo. Ma non è vero il contrario, non è vero cioè che il nuovo che succede al vecchio sia meglio. Il “nuovo” dei grilloleghisti, sottoposto al crivello dell’analisi razionale, mostra inequivocabilmente una tendenza evolutiva verso la catastrofe; esaminato alla prova dei fatti, mostra debolezze strutturali tali che, per il bene di tutti, postulano la distruzione della struttura stessa.
    • Sbaglia inoltre Fusaro quando afferma che i Cinquestelle devono mantenere il punto e rimanere “opliticamente” – così lui dice – compatti con il governo. Al contrario, i pentastrali per il loro bene, cioè per conservare quel poco di onore che è rimasto loro, sempre che gliene sia rimasto, e soprattutto per il nostro bene dovrebbero far crollare questo governo quanto prima.

    Giusto
    • È corretto il ridimensionamento del ruolo, che ancora oggi si pretende salvifico, a suo tempo esercitato da Manipulite.
    • A garanzia del mantenimento della divisione dei poteri, più che di Rousseau, abbiamo bisogno di Montesquieu. Rousseau scrisse cose meravigliose ed ebbe intuizioni geniali, ma fondamentalmente è un reazionario, portatore di esigenze di pensiero unico, come ben vide a suo tempo Karl Popper.
    • Occorre porre un limite alla voracità spietata di sfruttamento del lavoro, manuale e intellettuale.
    • A forza di occuparci dei diritti degli animali (e dei “nuovi diritti” agitati dalle femministe e dagli Lgbt, aggiungerei) stiamo perdendo di vista i diritti degli uomini.
    • Le “libertà” economiche trovano un limite — devono trovare un limite — nei diritti dell’uomo. Pertanto occorre restituire agibilità allo spazio della politica, nella quale – aziendalisti permettendo – siano rappresentate (anche) le esigenze della parte divina e non bestiale dell’uomo.

    Conclusione, a mio modo di vedere: Salvini e Di Maio rappresentano la parte bestiale dell’uomo. Renzi non rappresentava la parte divina, è stato un furbetto aziendalista, ma Salvini e Di Maio sono peggio, sono bestiali.
    Il mio è un discorso tagliato con l’accetta, lo so; ma anche quello di Fusaro è tagliato con l’accetta.

    • Algido permalink

      Io concordo con lei.
      Gli.istinti più bestiali (che non nascono ora) ora però si esprimono alla luce del sole: nessuna vergogna nessun pudore.
      Appare peggio, ma forse è meglio. Che dice?

      • Le colpe della sinistra


        Per vedere la puntata di Otto e mezzo del 22 febbraio 2019, fare clic sull’immagine.

        La mia risposta è scontata, almeno per i lettori di Nusquamia: grandi, grandissime sono le colpe della cosiddetta sinistra. D’accordo, adesso i rappresentanti della sinistra sono disposti a riconoscere i propri errori: non tutti però, Bersani per esempio li riconosce ma la Boldrina non li riconoscerà mai. Dicono “Non abbiamo saputo dare ascolto alle esigenze delle classi subalterne”. Riconoscono l’errore (grazie tante, questa volta non è proprio possibile ciurlare nel manico e dire che “abbiamo vinto, anche se abbiamo perso”) ma non sembrano aver imparato granché. Ha appreso la lezione benissimo, invece, il sindaco di Ancona, Valeria Mancinelli, del Pd, intervistato oggi alla trasmissione Otto e mezzo da Lilli Gruber (che però la chiamava “sindaca”).
        La Gruber, una furbetta di tre cotte, con un pizzico di femminismo retrò, che fu già parlamentare europea e che sta – si capisce benissimo – ponendo le basi per un suo ruolo politico nel contesto italiano o forse ancora europeo, e certo non da peone, ha fatto di tutto per togliere la parola a Buttafuoco, quando diceva cose politicamente scorrette; il quale però, con disappunto di Dietlinde detta Lilli,, finiva col dire cose non così dissimili da quelle sostenute dal sindaco di Ancona. Erano d’accordo nell’affermare che l’integrazione di etnie diverse è fondata sul lavoro e sulla lingua, mentre divergevano nella valutazione di quanto si è fatto in questo senso. Sul versante del lavoro non si è fatto niente, e questo è evidente per tutti; però secondo Mancinelli molto si è fatto nella scuola primaria sul fronte linguistico.
        Ma, con grande disappunto della Gruber, che cercava di interrompere il discorso (più o meno alla maniera della dott.ssa Serra), i due convenivano nel condannare l’atteggiamento di chi nega che l’immigrazione sia un problema e pretende di fare la lezione a chi vive e soffre quel problema. Chi afferma in maniera asseverativa che l’immigrazione non è un problema, e afferma che semmai è una risorsa, quand’anche ciò sia vero (in Italia non lo è, mentre sembrava vero nella Germania della Merkel che accoglieva gli immigrati siriani di qualità: ma male ne incolse alla culona che sottovalutò il fattore umano) indispettisce i destinatari del messaggio, quelli che vivono il problema sulla propria pelle o sulla psiche. Il sindaco Mancinelli (“la sindaca”, in linguaggio serrano e boldrinesco) ha detto proprio così: la pretesa di fare la lezione a chi soffre il problema, e per giunta la fa con il ditino alzato e sorrisetto asseverativo, acuisce il problema, che invece va riconosciuto e, se possibile, risolto. O, quanto meno, vanno poste le basi per la sua soluzione.
        Ecco, sembrerebbero parole mie, queste sul ditino alzato, invece il sindaco Mancinelli ha detto proprio così (si veda la registrazione della trasmissione, qui sopra).
        Ma non è quello che sostengo da sempre?
        1. L’accoglienza va regolata.
        2. Inutile ciurlare nel manico, l’accoglienza costituisce di fatto un problema.
        3. Il problema va affrontato razionalmente, come pure devono essere poste le basi concrete e, direi, scientifiche per la sua soluzione.
        4. La lezioncina politicamente corretta e, per soprammercato, il ditino alzato e il sorrisetto asseverativo fanno aumentare le quotazioni nel borsino progressista della dott.ssa Serra e della Boldrina, per esempio, ma acuiscono il malessere di chi subisce la lezioncina, invece di essere un lenimento. Dunque sono di vantaggio per la dott.ssa Serra e per la Boldrina, ma recano danno alla cosiddetta sinistra e, quel che è peggio, al clima del paese. (A dire la verità la Boldrina non si limita a fare il sorrisetto asseverativo, lei guarda intensamente con occhio umido l’uditorio, da destra a sinistra, e da sinistra a destra, com’è insegnato nei corsi di formazione aziendalistici; e, mentre guarda, sculetta.)

        Buttafuoco in particolare sosteneva che il razzismo c’è sempre stato: la differenza tra oggi e ieri è soltanto che esso oggi è sdoganato, grazie ai grilloleghisti, cioè oggi non si ha più vergogna a professarsi razzisti. Proprio come dice lei, e proprio come sentivo questa mattina alla lettura dei giornali sul programma radiofonico Radio tre. Buttafuoco portò l’esempio del figlio di Francesco Rutelli (Rutelli, uno che non deve chiedere mai) e di Barbara Palombelli (bella e gentile, educata, non determinata): un figlio adottato, di colore. I genitori, in quanto progressisti, gli fecero frequentare la scuola pubblica: ebbene, furono costretti a ritirarlo e iscriverlo a una scuola privata per via dell’accoglienza ruvida decretatagli dai compagni “bianchi”.

        • La teoria sillogistica applicata alla Boldrina (e alla dott.ssa Serra)
          Una spiegazione difficile ma rigorosa per una realtà facile e pochissimo rigorosa

          Rileggendo questa mattina l’articolo qui sopra, che ho scritto ieri notte, mi accorgo del suo carattere “entimematico”, cioè manca una premessa. Vero è che essa è evidente, ed è data dal contesto, com’è proprio del sillogismo entimematico: per esempio, “Sei un gatto, dunque miagoli”, dove manca la premessa “Tutti i gatti miagolano”.
          In questo caso la premessa era: “Chi ha spinto l’Italia nell’inferno di Salvini e di Maio è colpevole”.
          Volendo, tutto il ragionamento può essere presentato in forma di sillogismo. Ma occorre procedere alla sua «traduzione in forma normale». Si veda in proposito il cap. 7 (“Argomenti sillogistici nel linguaggio ordinario”) dell’ottima Introduzione alla logica di M. Copi, C. Cohen (il Mulino, Bologna).
          Ecco il sillogismo completo, comprendente due premesse e una conclusione:

          • Chi ha spinto l’Italia nell’inferno di Salvini e Di Maio è colpevole.
          • La cosiddetta sinistra ha spinto l’Italia nell’inferno di Salvini e Di Maio.
          …………………………………………………………………………………
          • Dunque: La cosiddetta sinistra è colpevole.

          Segue di qui l’affermazione — tornando al linguaggio ordinario — «Grandi, grandissime sono le colpe della cosiddetta sinistra».

          Adesso che abbiamo ben chiaro il ragionamento, possiamo esprimerlo in forma più concisa, il che ci aiuterà a identificare il sillogismo come di I figura, II, III o IV.

          Possiamo dunque scrivere, in forma compendiaria:

          • La causa… è colpevole.
          • La c.d. sinistra è la causa…
          ………………………………….
          • Dunque: La c.d. sinistra è colpevole.

          Il sillogismo è dunque del tipo:

          MP
          SM
          ……………..
          SP

          dove
          — “P” è l’estremo maggiore, cioè l’estremo della premessa maggiore, la prima (il predicato “colpevole”);
          — “M” è il termine medio, comune alle due premesse: figura nella prima premessa come soggetto, nella seconda come predicato;
          — “S” è l’estremo minore, cioè l’estremo della premessa minore, la seconda (il soggetto “la c.d. sinistra”).
          Eliminando il termine medio, comune alle due premesse, abbiamo la proposizione che è la conclusione del ragionamento sillogistico, SP, cioè “La cd. sinistra (= S) è colpevole (= P).
          In particolare, andando un po’ sul difficile (ma mica tanto), diremo che il sillogismo con questa disposizione del soggetto e del predicato nelle due premesse è di I figura, del tipo cosiddetto Darii. Infatti:
          — La prima premessa è affermativa universale, e la chiamiamo “A”;
          — La seconda premessa è affermativa particolare, e la chiamiamo “I”;
          — La seconda premessa è ancora affermativa particolare, dunque ancora “I”.
          Dunque il sillogismo comprende proposizioni di tipo A, I e ancora I. Come ricordare mnemonicamente questa disposizione di proposizioni? I logici medievali s’inventarono delle paroline che contenessero tali vocali, alle quali aggiunsero delle consonanti. Perciò da “A”, “I” e ancora “I” s’inventarono ‘dArII’, aggiungendo “r” e “i”: cioè Darii. Analogamente, da un sillogismo costruito combinando una premessa maggiore affermativa universale (= A), con una premessa negativa particolare (= O), dalle quali si ricava una conclusione ancora negativa particolare (= O), ottennero la figura Baroco, che contiene una volta la vocale “A”, due volte la vocale “O”. Da questa figura sillogistica, considerata bizzarra, pare che derivi il sostantivo (e aggettivo) barocco, scritto però con due “c”.

          Alla teoria sillogistica e alla classificazione medievale dei sillogismi, e proprio al sillogismo Darii fa riferimento Guglielmo da Baskerville nel Nome della rosa, libro del quale ci siamo occupati in questa pagina. A un certo punto del libro infatti dice Guglielmo ad Adso:

          «Bravo Adso,» disse Guglielmo, «peccato che il tuo sillogismo non sia valido, perché ‘aut semel aut iterum medium generaliter esto’, e in questo sillogismo il termine medio non appare mai come generale. Segno che abbiamo scelto male la premessa maggiore. Non dovevo dire: tutti coloro che toccano una certa sostanza
          hanno le dita nere, perché‚ potrebbero esserci anche persone con le dita nere e che non han toccato la sostanza. Dovevo dire: tutti coloro e solo tutti coloro che han le dita nere hanno certamente toccato una data sostanza. Venanzio e Berengario, eccetera. Col che avremmo un Darii, un ottimo terzo sillogismo di prima figura.”

          Il sillogismo al quale accenna Guglielmo di Baskerville, senza peraltro crederci troppo (perché, come dice subito dopo, la premessa maggiore è tutta da dimostrare) è il seguente:

          • Tutti coloro che hanno le dita nere hanno toccato una certa sostanza.
          • Venanzio e Berengario hanno le dita nere.
          ………………………………………………………………………
          • Dunque Venanzio e Berengario hanno toccato quella sostanza.

          In questo caso:
          — “P” è il predicato della premessa maggiore (“avente le dita nere”);
          — “M” è il termine medio, comune alle due proposizioni “toccante quella sostanza”;
          — “S” è il soggetto della premessa minore.

          Il sillogismo composto da Adso da Melk era falso perché, se la premessa minore è necessariamente particolare (Venanzio e Berengario sono due individui, non sono tutti gli uomini aventi le dita nere), doveva essere universale almeno la premessa maggiore. Però l’osservazione non dice che hanno le dita nere tutti e solo coloro che hanno toccato una certa sostanza; l’osservazione ci permette di affermare soltanto che “Esistono uomini con le dita nere che hanno toccato una certa sostanza”, e questa è una proposizione affermativa particolare, non universale. Perciò Guglielmo ha corretto la premessa maggiore come ha fatto, per ottenere un sillogismo corretto. Il quale sarà anche corretto, ma è falso, perché è falsa una delle due premesse. Perché un sillogismo sia vero, deve essere corretto alla luce della teoria sillogistica, ma devono anche essere vere entrambe le premesse.

          Oddio, prova a spiegare queste cose agli attori della politichetta di Curno (paese sgarruppato a ovest di Bergamo), ai denunciatori seriali, a coloro che istruiscono le pratiche di delazione. Sarebbe come cavare un ragno dal buco.

  28. A urne chiuse in Sardegna, ci sarà a Roma un’altra sniffata?

    Questo video è di qualche anno fa, risale al tempo delle elezioni europee, subito dopo. Oddio, se il caravanserraglio dei grilleschi oggi perde voti a favore di Salvini, non è comunque un bel vivere, c’è poco da festeggiare. Colui che corre con Salvini, certo Solinas, è una sorta di Trota cagliaritano (per via di una sua laurea chiacchierata e, quel che è peggio, mongomanageriale, conseguita al Leibniz Business Institute, poi però “superata” da una laurea regolare, italiana), solo un po’ più intelligente (non ci vuole molto). Si presenta come appartenente al PSdA, il Partito sardo d’azione, ma in quel partito si devono essere bevuti il cervello. Povero PSdA, fondato da Emilio Lussu, uomo nobile, eroico e generoso, antifascista irriducibile. Pensare che fu il primo partito autonomista d’Italia: oggi corre con il sovranista Salvini, con i fascioleghisti; quale insipienza politica! Direi, considerata la nobiltà delle origini del PSdA (inutilmente, al suo stato nascente, corteggiato da Mussolini), che ha fatto una fine ancora peggiore della Lega. Un conto è cadere dal settimo piano (dove c’è cultura, animata da Lussu), altro dal primo piano (dove si celebrano buffoneschi matrimoni celtici, in stile Gardaland).
    I filosofi dell’isola di Nusquamia, ancorché molto distante dall’isola di Zedda (Nusquamia si trova nell’Oceano Atlantico, di fronte alle coste del Brasile, in un punto imprecisato tra l’arcipelago di Fernando de Noronha e Cabo Frio: di più non posso dire) sarebbero favorevoli all’affermazione di Massimo Zedda: un politico che, una volta tanto, non è ignorante e sbruffone (come Toninelli), non è sparatore abituale di conigli mediatici (come Claudio «Aquilini» Borghi), è consapevole della complessità del sistema, dunque non è un semplificatore da baraccone (come Salvini), non è oracolare (come Di Maio, Salvini e Conte), conosce l’arte della ταπείνωσις, cioè l’understatement, dunque è sobrio nell’accezione nobile del termine e non nella sua degenerazione filistea (come chi so io).

    • Algido permalink

      Il problema non é se l’immigrato, le differenze di culture e le razze si mescolino e che ci siano o no problemi. Evidentemente ciascuno la vede a modo suo.
      [Beh, il problema c’è. Come negare che da che mondo è mondo l’incontro e lo scontro fra etnie, talora casuale ma il più delle volte cercato, è stato fondamentalmente conflittuale? Vedi la guerra tra Enea, a capo dei profughi troiani (venivano dalla Turchia) e Turno, re dei Rutuli, una stirpe latina. Il conflitto etnico, con il seguito cruento di crudeltà, stragi e stupri è una realtà ancora oggi in Africa, per esempio in Nigeria, nel Sudan ecc. In Europa il conflitto etnico e antropologico (meglio non chiamarlo culturale) non è armato: si alimenta, per ora, di mugugno, diffidenza, rancore e razzismo. Il problema – insisto – non si risolve negandolo. Anzi la sua negazione lo acuisce, come abbiamo visto in Yugoslavia: finché c’era Tito e si “condivideva” in maniera forzosa il verbo titino, le differenze religiose, etniche e culturali erano minimizzate, quando addirittura non erano negate. Poi è successo quel che sappiamo, si sono scannati, per la troppa tensione accumulata e mai sfogata. Con il senno del poi possiamo dire che quelle differenze dovevano essere portate alla luce del sole, messe a confronto, poste in discussione. Se i governanti sono abili, un ‘modus vivendi’ si trova, come nel califfato di Cordova, dove convivevano musulmani, cristiani ed ebrei. Da noi allora c’era il Medioevo, mentre la civiltà araba conosceva, almeno in parte, il suo periodo d’oro. E Gherardo da Cremona partiva per Cordoba, alla ricerca della sapienza che dal mondo greco si era trasferita nel mondo arabo: traduceva dall’arabo in latino testi di medicina, astronomia, matematica. Ne abbiamo già parlato su Nusquamia.
      Il meticciato, cioè la mescolanza delle etnie e delle culture, è un altro aspetto del problema. Il progresso della civiltà è dovuto anche al meticciato, ma questo è meglio che ce lo teniamo per noi, non possiamo dirlo in un’assemblea di cittadini di Curno. O, quanto meno, dobbiamo saperlo dire, e non è facile. Ma si può, si potrebbe: anche se nessuno lo fa. L’iniziativa è praticamente in mano alle femministe, che sono delle pasticcione e hanno un orizzonte culturale ristretto e peggiorano la situazione. Come che sia, i politici della similsinistra hanno troppo a lungo ignorato il disagio – reale o “percepito” – comportato dalla presenza dello straniero sul “sacro” (beh…) suolo della patria; quando poi la Boldrina e la dott.ssa Serra hanno voluto sottoporre i potenziali elettori a clisteri micidiali di condivisione, la pressione nella damigiana è salita oltremodo, il tappo è saltato. Era tempo, ormai da qualche anno, che la pressione in seno alla plebe saliva e saliva, da molto prima delle elezioni del marzo 2018. Questo è il ‘terminus a quo’ – così pare di capire – stabilito dal gatto padano, dal quale dovrebbe principiare qualunque ragionamento: lui dice che la similsinistra era stata punita alle elezioni, dunque non può essere considerata responsabile dello strapotere di Salvini. E tutto quello che è avvenuto prima, boldrinate comprese? L’onda lunga? La latenza tra effetto e causa? Si vede che al mercato delle vacche si fa così. Tu dici che il ‘terminus a quo’ risale al tempo del governo Prodi? Pota! Invece risale al Congresso della Bolognina! Pota! E il ‘terminus ad quem’, dove lo mettiamo? Pota! Poi viene il gatto padano, con il randello asseverativo e lo zainetto ben fornito di sassi acuminati ad uso di ‘plocade’. Arriva lui e, tra un ‘pota’ e l’altro, mette in riga i contadini. Si è dimenticato che a Nusquamia c’è gente che non ha avuto paura di mettersi contro il Pedretti, quand’era potentissimo, prima che fosse abbandonato da tutti, figuriamoci se abbiamo paura adesso del randello asseverativo del gatto.
      N.d.Ar.]

      Io (e mia.moglie) ad esempio sappiamo che se un’ipotetica nostra figlia si fidanzasse con un musulmano potrebbe avere problemi.
      e avremmo.messo in guardia.
      Ho già vissuto la vicenda di un’amica con marito algerino ma praticamente francese che si è bevuto il cervello radicalizzandosi.
      Il problema è se la cosa possa essere evitata. Questo è molto difficile.
      [Non tutto può essere evitato. La saggezza è anche questo, prendere coscienza dei limiti oggettivi nostri, degli altri, delle cose, e tollerare gli scarti statistici associati alle situazioni di pericolo. Per esempio, è probabile che a Venezia ogni anno ci sia qualcuno che cade nei canali, e che qualcuno muoia. Ma questa non è una buona ragione per mettere ringhiere lungo tutte le fondamenta. Bisogna anche saper ragionare e, se si è bevuto un po’ troppo di quel buono, meglio non arrischiarsi su certi percorsi. N.d.Ar.]

      Sono stato ad una conferenza di Lucio Caracciolo tempo fa, non a caso il titolo era la terza gierra mondiale.
      Ebbene entro il 2100 l’Europa perderà secondo molti studi demografici circa 100 milioni si abitanti. Stiamo decrescendo e invertire un trend è roba complessa e richiede decenni.
      Nello stesso tempo l’Africa crescerà minimo di 1.5 ma anche fino a 2 miliardi di abitanti in più. Solo la Nigeria dagli attuali 170 180 milioni a 500 600. E dove cercheranno di andare? In Europa, ricca vicinissima e con una popolazione in declino.
      [Ma se si trasferiscono in massa in Europa non ci guadagna l’Europa e tra gli africani ci guadagneranno solo i primi arrivati – diciamo i primi 50-100 milioni – poi non guadagnerà più nessuno. Proprio come nella catena di sant’Antonio: guadagnano i primi. Una volta la sinistra progettava rivoluzioni, nuovi assetti sociali, nuove istituzioni. Ci fu un tempo in cui l’anarchico Bakunin venne in Italia per promuovere la rivoluzione, che non deflagrò, ma dai suoi lombi discese Renato Caccioppoli, un genio della matematica: insomma qualcosa di buono fece, comunque. L’argentino «Che» Guevara andò in Guatemala, dove faceva il medico, mica era un cazzeggiatore giuridico; poi ancora con i barbudos a Cuba, ancora come medico, poi come comandante. Dunque perché con il contributo di qualche europeo generoso – perché no? – gli africani non dovrebbero mettere a frutto le enormi ricchezze che hanno? La Cina è fermissimamente interessata a impadronirsi dell’Africa. Proviamo a ragionare anche in questa prospettiva. N.d.Ar.]

      O la condizione della vita..specie delle donne in Africa migliorerà in breve o mi dica lei che fare.
      A me la multiculturalità non dispiace, ma quando e come mi va. Come tanti non amo subirla, non ci vado pazzo son sincero, ma ho un approccio tollerante sino a che qualcuno mi.manca di rispetto.
      [Non è soltanto questione di rispetto per gl’individui. Se ci fosse uno Stato, dovrebbero essere rispettate le leggi dello Stato. Come esempio estremo le porto quello dell’infibulazione delle donne, l’ablazione del clitoride: è un reato, senza se e senza ma. Sarà questo anche un aspetto “culturale” di certe regioni dell’Africa, della penisola arabica e del Sudest asiatico, ma è comunque un reato. Quella “cultura” non è tollerata, non è gradita. Ma si può avere fiducia nello Stato? Come diceva oggi Renzi, se l’Italia ha come ministro uno come Toninelli, o come – aggiungo io – a suo tempo la sciura Valeria di Treviglio, è dura aver fiducia nello Stato, nel futuro dell’Italia. N.d.Ar.]

      Si parla poi delle responsabilità del colonialismo francese e quello.inglese tedesco portoghese eccetera?
      Ma a parte che l’hub dei migranti clandestini è fatto dal Niger e dalla Libia, una.marea viene dal Corno d’Africa e dall’Etiopia. Colonie francesi pure quella no?
      Andiamo, su, si parla della Francia per non pensare ai nostri guai. Ma il gioco si fa pericoloso.
      Quale paese ha in pancia nelle proprie banche più titoli del debito pubblico italiano?
      Beh Tafazzi era un dilettante al confronto

      • La pota e l’acronimo

        Nella mia risposta interlineare ad Algido, ho accennato al “metodo Gatto” (c’è il “metodo Boffo”, perché non dovrebbe esistere il “metodo Gatto”?). Oddio, non è l’unico a usare questa strategia, peraltro assai rozzamente; conosciamo un cazzeggiatore giuridico, che non è un agrimensore male acculturato, è invece un giurista per davvero, il quale ne fa uso sottile, assai intelligente. E se per caso si fa avanti un Guglielmo da Baskerville che analizza il ragionamento (si veda come esempio di contro-argomentazione razionale l’articolo precedente La teoria sillogistica applicata alla Boldrina), ne dimostra la fallacia e demistifica l’assunto, lui, il cazzeggiatore, che è intelligente, capisce di aver perso, ma s’incazza come una biscia. Perché vuole sempre vincere, non gli piace perdere. Qual è la strategia? Beh, un ragionamento complesso parte da un insieme di premesse, più di due, come avviene invece in un sillogismo. Queste premesse possono essere luoghi comuni, verità da tutti condivise (ἔνδοξα, “endoxa”, diceva Aristotele) o luoghi propri, cioè verità di fatto. Il cazzeggiatore giuridico abile introduce un numero di premesse enorme, assai più di quante siano necessarie, in deroga al principio (o “rasoio”) di Occam, Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. E nel numero delle premesse, fra le quali molte non sono necessarie, ma che sono vere e riconosciute come tali, ne introduce una falsa che fa riferimento a un dato di fatto che lui solo conosce, o dice di conoscere. La butta giù senza darle enfasi, perché passi inosservata, altrimenti l’interlocutore sarebbe indotto a esaminarla da vicino. E arriva dopo un lungo discorso a una conclusione che è falsa, perché è falsa quell’unica premessa introdotta di soppiatto: se togli quella premessa cade tutta l’impalcatura.
        Con il gatto padano è tutt’altra musica. È un agrimensore male acculturato, molto legato alla “cultura” (chiamiamola così) contadina e alle sue ruvidezze, delle quali si compiace: nel n. 543 del suo diario, per esempio, invitava i buzzurri a darmi una lezione a suon di “plocade”. Per questo ho evocato nella risposta interlineare la “pota”, intesa non come fica (anche se in origine questo era il suo significato), ma come interiezione, in quanto caratteristica di quel mondo contadino.
        Il gatto padano non è capace delle sottigliezze del cazzeggiatore giuridico che dicevamo, lui introduce le sue premesse false, d’istinto, per giunta mettendole in bella evidenza. Quando io affermo che la similsinistra è largamente responsabile del consenso raccolto a piene mani dai grilloleghisti, lui stabilisce il terminus a quo della serie degli errori della similsinistra nella data delle elezioni di marzo: cosa che io non ho mai detto, e che soprattutto non sta né in cielo né in terra. Ma, roso com’è di dispetto e invidia condita di abituale malvagità, per potersi sfogare deve farmi dire qualcosa che non ho detto, o inventarsi fatti inesistenti, al limite della calunnia, o calunnie vere e proprie, sic et simpliciter. In questo caso — peraltro uno dei meno gravi — afferma che sarei autore di «un falso clamoroso». Non dice quale, ma lo suggerisce, subito dopo, al lettore: «Risulta che alle elezioni politiche del 04 marzo 2018 il PD abbia ottenuto 6,134 milioni di voti (18,72%) mentre la Lega ne abbia ottenuti 5,691 milioni di voti col 17,37%». E conclude affermando che di qui io sarei arrivato alla conclusione della colpevolezza della similsinistra nell’aver cacciato l’Italia nell’inferno di Salvini e di Maio. Ma io ho mai sostenuto questo, ho mai tratto le mie conclusioni a partire dalla sconfitta elettorale del Pd nel marzo 2018? Ho fatto forse questo ragionamento? Giammai. Del resto il lettore non-buzzurro sa intanto che esiste la tecnica di spostamento dell’asse della discussione, quella che i logici medievali chiamavano ignoratio elenchi, e che dunque le elezioni del 2018 non c’entrano niente; ma soprattutto, se legge il diario del gatto, conosce il gatto padano: e ho detto tutto.

        Tutto ciò premesso, prendo atto con gioia che il gatto nel n. 927 del suo diario, a proposito della Commissione delle Pari Opportunità del Comune di Curno (paese bello da vivere secondo la profezia della dott.ssa Serra), e del recente caso di stalking uxorio degenerato in uxoricidio, scrive: «IMHO le madamine del comune non hanno capito nulla della tragedia ed ovviamente, proprio perché madamine, s’inventano percorsi che servono solo a distribuire soldi agli amici e poi restano tanti buchi nell’acqua». Oh, finalmente! Il gatto padano è tornato a usare uno dei suoi acronimi preferiti, in linguaggio coglione, come ai bei tempi in cui si firmava con lo pseudonimo Straliccio. L’acronimo è IMHO, che significa “in my honest opinion”, cioè “a mio sommesso parere”. Ma, secondo lui, i buzzurri dovrebbero dire: «Il gatto padano è molto di più che un agrimensore male acculturato. Lui è internazionale, ed è uno di noi! Un giorno dice “Pota!”, ma poi dice anche “IMHO”. Dobbiamo esserne orgogliosi». Sì, buonanotte.

        A proposito, perché non si parla a Curno di stalking uxorio degenerato in uxoricidio? Sarebbe il modo più corretto di porre il problema, in vista — forse, anche — di una sua possibile soluzione.

        • Algido permalink

          votare alle.primarie
          votare Zingaretti
          comunque.votare
          opporti.alla.morte
          scusi la.cupezza
          ma votare

          • Votare per il male minore

            Io ho sempre votato alle primarie del Pd, tranne una volta. Questo non significa che poi votassi per il Pd: credo di averlo già scritto. Ho cominciato a votare questo straccio di partito, che si è vergognato della tradizione umanitaria della sinistra italiana e ha accettato di essere colonizzato da aziendalisti e femministe, e di essere tenuto sotto schiaffo dai cattoprogressisti, solo adesso, non perché nutrissi/nutra grandi speranze sulla capacità di ravvedimento in tempi utili, ma perché niente vedo di peggio del populismo che condizione il processo decisionale. Credo di aver già ricordato il discorso, finalmente sincero, che Alcibiade fece agli efori di Sparta: «Ben sapevamo che la democrazia è una follia universalmente riconosciuta come tale, ma ci toccava di guidarla perché la potenza della città era connessa con quella forma politica» (vedi L. Canfora, La guerra civile ateniese, Laterza, Milano 2013). Già, perché quella di Atene era una plutocrazia, ma era ben governata. Pericle continuava ad essere confermato nella carica di stratego e governò Atene per vent’anni di seguito (morirà nel corso della famosa peste di Atene) grazie alla sua politica dei lavori pubblici: era voto di scambio anche quello, ma intanto costruiva il Partenone. Cercarono di incastrarlo processando Aspasia, la sua amante, e Fidia, che sovrintendeva ai lavori del Partenone, accusato di aver lucrato sull’oro della statua crisoelefantina (= d’oro e avorio) di Zeus Olimpio, se ricordo bene. Pericle agiva certo nell’interesse della élite mercantile ma era anche, e soprattutto, un rappresenetante della élite culturale, un amico dell’eretico Anassagora, mica era Renzi, che è un aziendalista, mica Occhetto, che era anche peggio di Renzi, perché Occhetto era un ipocrita sputato. E Fidia, protetto da Pericle, fu sommo architetto e scultore, non era l’arch. Panseca (vi ricordate? era l’architetto di Craxi; ma credo che non fosse nemmeno architetto, doveva essere un agrimensore). Nell’ottica dei grilleschi Pericle, Fidia, Aspasia e Anassagora sarebbero tutti da mandare al gabbio: uno vale uno.
            Ma chi ha sale in zucca lo sa bene, non si scherza con il populismo; e non dimentica che fu populista anche Renzi, con la sua strafottuta rottamazione, e sa che ora Renzi nemmeno piange sul latte versato; e non va bene. Però — non mi stancherò di dirlo — fra due mali, o anche fra più mali, occorre scegliere il male minore. Perciò votai per il Pd, ultimamente. Credo di aver già ricordato che Karl Marx, nemico della borghesia, riteneva comunque positivo, nella sua Renania, un rafforzamento della borghesia industriale a danno degli junker (aristocrazia fondiaria, alte caste militari, burocrazia statale). E invitava gli elettori a comportarsi di conseguenza. Così, ferma restando la mia propensione per il socialismo scientifico, nonostante il disgusto per l’aziendalismo e le strafottute slàid (da quelle della McKinsey alle Gamba-slàid), ho ritenuto opportuno votare per il Pd, contro i mali peggiori rappresentati dall’esoterismo di Caseleggio, dall’improvvisazione di Toninelli, dall’avventurismo di Salvini, dalle balle spaziali di Claudio «Aquilini» Borghi.
            Ricordo ancora, tornando alle primarie, la viva soddisfazione con cui votai contro Prodi, altro bell’esempio di fariseo, che fa il paio con quel suo concittadino, Enzo Biagi. Votai allora, se ben ricordo, per Bertinotti, il quale nel frattempo — ahinoi — mi pare che abbia fatto una brutta fine, nelle braccia di Cl (la stessa fine aveva fatto molti anni prima di lui, Brandirali, già capo dei comunisti filocinesi: mah…). E non fatemi parlare dell’amicizia della di lui consorte, la sora Lella, per Valeria Marini.
            Quanto a Zingaretti, mi pare che abbia un orizzonte culturale più ampio di Martina; quest’ultimo mi sa di agrimensore, è troppo barbarico, anche l’analisi lombrosiana non ti fa sperare niente di buono (vabbè, non tutti possono avere il garbo, l’educazione e l’intelligenza di Maria Elena Boschi: lo riconosco). Ma trovo improvvide e poco signorili certe frecciatine di Zingaretti a Renzi, adesso che Renzi è un’anatra zoppa. Sia ben chiaro: sono stato e rimango un fiero nemico dell’aziendalismo, come pure a suo tempo avrei avuto parecchio da dire contro la plutocrazia ateniese (cosa che fece meglio di chiunque altro Socrate). Però l’indicazione marxiana di votare per il male minore è pur sempre valida.

  29. ALGIDO permalink

    Il 4 marzo inizia la “fiction” il Nome della Rosa, Non su SKY ma Sulla RAI.
    Frate Guglielmo sarà interpretato da John Turturro..
    Non so altro
    [Nonostante la pregiudiziale negativa, vedrò. Spero di sbagliarmi. N.d.Ar.]

  30. ALGIDO permalink

    Vedremo e commenteremo. Mi piace l’idea che sia una fiction (o sceneggiato) con un respiro di varie puntate. Ho sempre pensato che fosse un format adatto a “Il Nome della Rosa”. Vedremo.

    [Vedremo, appunto. Il mio pregiudizio negativo nasce dall’aver visto alcuni provini, cosiddetti trailer: mi pare che la costruzione risenta dell’impianto del film di Jean-Jacques Annaud (quello con Sean Connery), con aggiunte. Bene, bisogna vedere la qualità e la pertinenza di queste aggiunte, insomma bisogna considerare come “funzionano” nello svolgimento della narrazione e nella realtà che si vuol rappresentare. Il regista della serie televisiva, Giacomo Battiato, non è illetterato, purtroppo però è stato il regista della ‘Piovra’ (una mia amica mediolan-radical-chic ne andava pazza), il che ci fa pensare che non sia propriamente un anticonformista; e comunque sarà dura competere con il letteratissimo Jean-Jacques Annaud (liceo Henri IV a Parigi, ecc.), l’autore di un capolavoro come ‘L’amante’, tratto da Marguerite Duras, di intensissima e nobile carica erotica (cioè: niente Siffredi, niente von Trier). Ha anche firmato ‘Il nemico alle porte’, apparentemente un film di guerra, ma potrebbe essere un film di Gustave Flaubert, se mai questo gigante della letteratura francese, oltre tutto del secolo XIX, fosse stato un regista. Sarà dura, veramente. Però, non è detto. Tutti pensano che Casanova fosse solo uno scopatore: era molto di più. Davanti a me ho la sua traduzione in ottava rima dell’Iliade, dal greco in toscano. Ma c’è anche una sua traduzione del poema in veneziano. Dunque vedremo che cosa sa fare Battiato, oltre che piacere alle damazze radical-chic. N.d.Ar.]

  31. Occhio ai giochini di potere in Sicilia e Campania!
    Non ci sono soltanto i poteri forti: bisogna fare i conti anche con il potere delle “famiglie”


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Zingaretti mi sembra preferibile a Martina il quale, come ho fatto notare precedentemente, sa troppo di agrimensore: cioè ha una visione della politica come rispetto delle procedure, a norma di cacata carta. Non mette in discussione le procedure, non è nemmeno in grado di farlo, probabilmente.
    Un’altra ragione per votare Zingaretti, prescindendo dai suoi meriti (o demeriti) è che la sua elezione alla carica di segretario del Pd potrebbe svelenire (“potrebbe”…) il clima che tuttora aleggia nel Pd, avvelenato da miasmi antirenzisti. Se venisse eletto Martina, che ha fama di essere vicino a Renzi, gli avventuristi, gli “strateghi da farmacia” (così diceva Giorgio Amendola) avrebbero buon gioco a rubare la scena: più che altro, ormai, per narcisismo.
    Ma l’elezione di Zingaretti, di per sé non risolve il problema del Pd (fin qui passi…), soprattutto non risolve il problema dell’Italia, che ha necessità impellente di levarsi di dosso l’ipoteca grilloleghista. Non so se Zingaretti crede in quello che dice, o se è soltanto tattica. Spero che non ci creda, perché l’obiettivo di fondo dovrebbe essere quello di fare del Pd il partito della razionalità, se proprio non vogliamo parlare di “socialismo scientifico”. E, in questa prospettiva, ricuperare la secolare tradizione umanitaria della sinistra italiana, mettendo nell’angolo le pretese egemoniche degli aziendalisti: la mistica aziendalista è agli antipodi della razionalità. Questo è il presupposto necessario per la capitolazione dei grilleschi, quindi un ridimensionamento dei fascioleghisti.
    È sbagliato strategicamente, anche tatticamente, cercare un’alleanza con i grilleschi, come voleva Emiliano, come vuole il Fatto quotidiano, come ultimamente suggerito da Cacciari: si veda «Il Pd parli ai 5Stelle per isolare la Lega». Mi dispiace non essere d’accordo con Cacciari, che è persona assai intelligente, consapevole della complessità del sistema socioeconomico, da lui stesso posta in evidenza, più volte, come un dato fondamentale per ogni ragionamento politico (con tanti saluti, dunque, a Toninelli e Claudio «Aquilini» Borghi).
    Il fatto è che se uno ha studiato latino e greco, se conosce la logica e sa di matematica, o se comunque sa ragionare (Faraday, uno dei padri dell’elettrologia, faceva il garzone presso un rilegatore, si leggeva a casa i libri che rilegava in bottega e ascoltava le conferenze di Davy al British Museum: sapeva ragionare), come fa poi a mettersi in relazione con Di Maio, con Toninelli, con lo stesso Conte, che è devoto di padre Pio? No, con i grilleschi provò a ragionare Bersani, uomo di solide virtù appenniniche, che studiò latino e greco con la prof.ssa Calderini; lo fece in “streaming” (cioè con flusso dei suoni e delle immagini in diretta), proprio come piace ai grilleschi, che a quel tempo strologavano parecchio di “democrazia liquida”: e fu sbeffeggiato da quelli, gente intellettualmente con le pezze al culo, ma che credevano di essere fichi. Bersani (che però ha commesso l’errore di mettersi con la Boldrina, spero che si sia ravveduto e ripudi questo nefasto connubio) proprio ieri diceva da Floris che con i grilleschi non è possibile dialogare. E aveva ragione.
    Semmai bisognerà dialogare con l’elettorato dei grilleschi e con lo stesso elettorato dei fascioleghisti. I quali, come abbiamo scritto più volte, hanno dato risposte sbagliate a problemi veri, quegli stessi problemi che la similsinistra ha negato o minimizzato. La similsinistra, riguardo a quei problemi, ha voluto impartire lezioncine politicamente corrette, e lo faceva con il ditino alzato, quando addirittura non ha preteso di sottoporre l’elettorato a irritanti clisteri di valori “da condividere” (quelli della Boldrina, in particolare, furono traumatizzanti). I clisteri erano irritanti, la plebe si è irritata e ha votato come ha votato.
    Dunque, pur nella consapevolezza che non si tratta di una passeggiata, come dice Bersani, occorrerà:
    1. Promuovere con tutti gli sforzi un’evoluzione del Pd (o di quel che sarà) in un partito della razionalità: deve passare il messaggio che non sono graditi i cazzeggiatori giuridici, i coprologi, i saltimbanchi mediatici, occorre attualizzare il grido di dolore lanciato da Carlo Cattaneo “Meno avvocati, più fisici e ingegneri”, intendendolo, correttamente, come “meno retorica, più razionalità”. Bisogna far capire ai giovani, a cominciare da quelli che hanno abbandonato o hanno intenzione di abbandonare l’Italia, perché consapevoli che per le persone intelligenti e preparate qui non c’è posto, e che anzi proprio perché tali avranno una vita difficile, che il Pd e il paese tutto hanno bisogno di loro. Altro che annusare l’aria e piegarsi nella direzione del vento che tira! (Mi viene in mente MarcoBattaglia che sbandierava il vessillo europeo, prima dello sputtanamento plateale dell’Europa).
    2. Individuare chiaramente e distintamente i problemi della plebe, finora posti in non cale, e formulare risposte convincenti, affidandosi per quanto riguarda la comunicazione a divulgatori scientifici, per esempio, della scuola di Piero e Alberto Angela. Non basta un’ammissione di colpa generica (“Non abbiamo saputo cogliere il disagio de popolo”): no, bisogna notomizzare quel disagio, analizzarlo in sede propria (tenendo conto della complessità del sistema, dunque: necessariamente questa non è un’analisi “democratica e condivisa”), mettere a punto un piano di superamento concreto, non miracolistico, ma concreto e presentarlo al popolo, con il dovuto rispetto, ma senza concessioni di sorta al populismo. Il popolo tutto, compresa la plebe incantata dalle sirene grillesche e fascioleghiste, deve garbatamente e gradualmente essere portato ad avere fiducia nella scienza: ovviamente, come controparte, gli scienziati non devono essere al servizio della politica o della propria vanità. Quando Zichichi sparava le sue cazzate, la comunità scientifica seppe prenderne le distanze.
    3. I cattoprogressisti, le femministe, i portatori di “nuovi diritti”, gli animalisti ecc. non vanno messi alla porta, ma devono rinunciare alla loro pretesa di tenere sotto schiaffo il partito, o di lottizzarlo. In realtà la cosa è meno difficile di quel che sembri, basta alle volte avere il coraggio di dire le cose come stanno, come insegna la favola del vestito dell’imperatore (“Il re è nudo!”).
    4. Essendosi finalmente affermato come partito della razionalità (con Zingaretti?) il Pd potrà chiedere la capitolazione dei grilleschi e sgretolare, almeno in parte e purtroppo solo in parte, il blocco sociale dei fascioleghisti.
    5. Non è da escludere nemmeno un’alleanza con Berlusconi: ma bisogna far presto. Questo è un gioco che richiede spirito di finezza psicologico. Occorre giocare la partita facendo leva sul bisogno di Berlusconi di morire come “padre nobile” del nuovo corso della politica italiana. Ormai i soldi li ha fatti, ha sistemato l’asse ereditario, liquidato l’insaziabile moglie. In Sardegna ultimamente ha recitato Dante, invece della solita barzelletta (o in aggiunta alle barzellette, non saprei). Ecco, bisogna interpretare questi segnali, ragionare di fino, entrare nelle pieghe della psiche berlusconiana, fargli credere quel che vuole, per esempio che portando il suo contributo alla liberazione dell’Italia dallo spettro grilloleghista, gli sarà perdonata la cazzata erotico-camorrista della “vergine di Casoria”. La mamma Rosa ne sarebbe contenta, lassù in cielo, finalmente sorridente.

    • ALGIDO permalink

      ottimo articolo che ovviamente ho letto e divulgato.
      E’ tutta la politica al sud di tutti i partiti (dal PD al M5S a Noi con Salvini non parliamo nemmeno di FI) a essere secondo me al 90% pura clientela.

      E’ brutto ma è tutto un maxy voto di scambio salve eccezioni.
      al nord ci sono le stesse eccezioni che sono storture, al sud sono il sistema.

  32. Parla la donna gentile del Pd: buzzurri, giù il cappello!


    Fare clic sull’immagine, per ascoltare la donna gentile.

    La visione e l’ascolto di Maria Elena Boschi ci ristora di tutto il male, tutta la maleducazione, tutta la mala grazia, tutta la “determinazione” delle donne in carriera nel Pd, e non solo nel Pd. O qualcuno preferisce la sciura Valeria di Treviglio, improvvidamente nominata Ministro della Pubblica istruzione, alleata con la Boldrina nell’intento di somministrare agli studenti delle scuole, immobilizzati, nuovi clisteri politicamente corretti, questa volta a proposito delle cosiddette “fake news”? Voglio sperare che non se ne sia più fatto niente. Come se un clistere potesse risolvere il problema.

  33. Dedicato ai grilleschi oracolari ed esoteristi, dopo il ‘redde rationem’
    Ah, vita bella, perché non torni più?

    Rocco Casalino, depilatissimo, «coordinatore della comunicazione nazionale, regionale e comunale del Movimento 5 Stelle» annuncerà una nuova «megavendetta»? Mamma, mammina, che paura! Quello è proprio un maschiaccio! Domanda: quale dei due è preferibile per un giovane come incitamento a lasciare l’Italia e/o al suicidio, nel caso si sia impossibilitati alla fuga, Rocco Casalino o Claudio «Aquilini» Borghi? Almeno MarcoBattaglia, mistico dell’Erasmus, quando sventola il vessillo europeo è innocuo. Questi due invece possono fare del male, molto male. Vedi:

    • Lettrice permalink

      Video non disponibile etc.

      [Però, facendo clic sulla scritta si passa alla pagina You tube dell’agenzia (che, immagino, riesce così a conteggiare il numero degli accessi). La scritta è questa: «Guarda questo video su YouTube. La riproduzione su altri siti web è stata disattivata dal proprietario del video». Val la pena ascoltare il pronunciamento del depilatissimo Casalino, per capire di che stoffa siano gl’intellettuali e gli strateghi di M5S. All’inizio avevano qualcuno con cui valeva la pena confrontarsi, per esempio l’ideologo genovese Becchi, ma li persero per strada tutti, uno dopo l’altro. Chi ha votato — anche ultimamente — per i grilleschi non va messo sulla graticola, ma va comunque messo a giorno del carattere buffonesco e stolidamente autoritario dei capataz: si veda Paolo Becchi: «Vi racconto i 5Stelle». Discutere di politica con loro è peggio che discutere di filosofia con il gatto padano, di logica con una femminista, o di storia della lingua italiana con la Boldrina, o delle equazioni di Maxwell con Toninelli. Io li ho votati, una o due volte, volendo il mio essere un voto punitivo nei confronti della similsinistra. Poi però, la punizione ha oltrepassato la soglia, superata la quale chi puniva era a sua volta punito: il meglio — lo diceva anche il Machiavelli — è nemico del bene, talvolta. Ultimamente, praticamente dal momento del referendum costituzionale in poi (dove ho votato per il “Sì”), ho preferito dare il mio voto al Pd; sì, al partito del bullo, del narciso e — quel che è peggio — dell’aziendalista Renzi, con l’aggravante di essere un ex boy scout. Aziendalista e boy scout! A me quel Baden Powell, il fondatore dei boy scout, non l’ha mai contata giusta. Ho votato per il Pd come alternativa di “meno peggio”, s’intende, raccogliendo e adattando il suggerimento di voto di Karl Marx, formulato al tempo delle elezioni in Renania. Sperando che il Pd, come scrivevo, possa diventare il partito della razionalità: come per caso, o per astuzia della storia, o forse soltanto per un scarto, anche stupido, della storia. Chissà, un giorno potremmo risvegliarci fuori pericolo: senza più cattoprogressisti che fanno il buono e il cattivo tempo nella sinistra, senza femministe e lobby gaie che continuano ad alzare il tiro delle loro richieste, senza animalisti disumani, senza vegani che discettano del pompino biologico, senza esoterici che stendono un velo di mistificazione sulla sodomia politicamente corretta. Forse un giorno, d’improvviso, ci troveremo a discutere tutti e di nuovo, e gioiosamente, delle ragioni della politica, della politica bella e nobile (io preferisco quella degli apostoli del socialismo), e non del cibo più adatto ai gatti castrati (vedi pubblicità televisiva). Un po’ come la peste del Manzoni: ci fu a Milano una giornata di pioggia, e la peste improvvisamente scomparve. N.d.Ar.]

  34. Dedicato ai grilleschi, agli asseverativi, agli oracolari, ai determinati
    È breve il gioire, bisogna morire

  35. Feltri, Fabio Volo, Bergamo vs. Brescia e le città evitate dalla Boschi

    Il ragionamento di Feltri-Crozza è il seguente: ma come fa il Sole 24 ore (il giornale che porta questo ridicolo titolo) a fare certe statistiche e sostenere che la qualità della vita a Belluno è superiore a quella di Bergamo?
    In effetti queste classifiche a norma di cacata carta lasciano il tempo che trova, entusiasmano il gatto padano, che non a caso è un copropapirologo. È come la “temperatura percepita”: ma tu, fighetta da strapazzo, piccolo borghese esoterico, come ti permetti di stabilire quale sia la mia percezione della temperatura? Tanto per cominciare, mi sembra evidente che la mia percezione debba essere diversa dalla tua, lo dice l’analisi lombrosiana delle tue fattezze e delle tue movenze. Dunque, pochi cazzi: dimmi la temperatura oggettiva, quella che si misurava un tempo leggendo la dilatazione della colonnina di mercurio, e che oggi è determinata ricorrendo a sensori basati su leggi di “filosofia naturale”, cioè leggi fisiche (che sono immutabili, a differenza delle “percezioni”, condizionate dall’educazione, dalla psiche, dal caso ecc.), e tieni per te le considerazioni sulla tua e soprattutto sulla mia percezione. Sallustio scriveva di Catilina che resisteva alla fame, al freddo, alle veglie, di là da quanto si reputa comunemente ( Corpus patiens inediae algoris vigiliae, supra quam quoiquam credibile est); e Livio diceva di Annibale che tollerava ugualmente il freddo e il caldo (caloris ac frigoris patientia par). Ma ecco, per sommo d’impudenza, ecco un miserabile che a norma di cacatissima carta vorrebbe stabilire quale sia la temperatura percepita non solo da me, ma anche da Catilina, da Annibale. Cose da pazzi! Merda a te, copropapirologo!
    Egualmente, dice Feltri-Crozza, come si fa a dire che la qualità della vita a Belluno è superiore a quella di Bergamo? Se Maria Elena Boschi frequenta Bergamo, ma diserta Belluno, è evidente che la qualità della vita a Bergamo supera quella di Belluno.

  36. La vita bella, il profumo di donna

    Siamo di fronte all’Odèon di Erode Attico (pronunciare Odèon, non òdeon: dal gr. gr. ᾠδεῖον, che in latino diventa odēum, e che pertanto si pronuncia ‘odèum’), ai piedi dell’Acropoli di Atene. La facciata è ormai libera dalle impalcature che l’hanno protetta per vent’anni , dietro le aperture s’intravedono le gradinate che scendono verso il fronte della scena, suddivise dalle scalette d’accesso in cunei (Ausonio descrivendo le meraviglie di Milano menziona il suo circo e l’inclusi moles cuneata theatri, cioè l’imponente costruzione a cunei del teatro entro la cerchia delle mura massimiane).
    La musica che sentiamo comunica un senso di gioia, ma a ben vedere tutto l’insieme è un inno alla gioia. Qualunque europeo bennato (non parlo dei burocrati e degli sventolatori di vessilli europei) qui sente aria di casa: Pasolini, decadente ed esagerato qual era, direbbe che qui si compie il felice ritorno alle acque materne. A destra, sempre ai piedi dell’Acropoli, c’è il Teatro di Dioniso, dove i grandi tragediografi presentavano le loro opere. Noi siamo persone civili, o dovremmo essere persone civili, perché qui uomini meravigliosi, come per miracolo, hanno concepito pensieri sublimi dei quali molto è sopravanzato, nonostante le incursioni barbariche, le distruzioni, le ruberie: anzi, quelle stesse ruberie, come per eterogenesi dei fini, hanno contribuito al progresso della civiltà o, meglio, al suo ricupero.
    Come non essere felici guardando questo filmato? Si aggiunga che non è difficile intuire che qui – non nelle strade puzzolenti della metropoli, dove i pullman vomitano oscene vecchie turiste culone –, proprio qui, l’aria è profumata: non vedete il cielo? le brezze portano il soave profumo di donna. Quello stesso del quale favoleggiava Curzio Malaparte, confinato a Lipari sotto il fascismo (nonostante fosse fascista lui stesso, ma scontava il peccato di essere stato l’amante di Virginia Agnelli, mamma dell’Avvocato): «quell’odore caldo e profondo di donna che è l’odore della notte siciliana, quando le prime stelle si levano pallide in fondo all’orizzonte».
    Qui non c’è tanfo di Martha Nussbaum, di vecchia femminista determinata: qui « tout n’est qu’ordre et beauté, luxe, calme et volupté». Vabbè, togliamo il lusso, ne facciamo volentieri a meno.
    Ah, la vita bella!

  37. Con Prodi cominciamo male: non potrebbe tacere, per il bene di tutti?
    Ohibò, manco fossimo a Curno!

    Vedendo questa fotografia di Prodi che al seggio elettorale sventola il vessillo europeo, viene spontaneo il commento in stile Tina Pica: «Che schifo!». Come se la sinistra (cosiddetta sinistra) non avesse recentemente subìto il tracollo che ha subìto, proprio grazie al disgusto ingenerato da certe vecchie baldracche democristiane infilatesi nel Pd, oltre che per l’irritazione dei clisteri politicamente corretti minacciati, e in parte effettivamente operati, dalle Boldrine e dalle dott.sse Serra. Ed ecco che Prodi, uno dei corresponsabili del culto dell’euro, insieme al non compianto presidente Ciampi, agita il vessillo europeo, sputtanato da decenni d’impostura mistica, a copertura di pratiche mercantilistiche pochissimo oneste. Il che poi ha consentito a mezze calzette come Claudio «Aquilini» Borghi di dire in tono oracolare cose che non stanno né in cielo né in terra, e a Salvini di fare il pieno di voti. Fra l’altro — insisto — Salvini è molto meno abile di quanto si dice; ancora ieri sentivo Sgarbi che lo affermava: dico la verità, mi ha deluso. La verità è che Salvini non ha fatto altro che raccogliere il sentimento di dispetto, di irritazione e antipatia suscitato da una sinistra tenuta sotto schiaffo dai cattoprogressisti e, in generale, dai “politicamente corretti” della cosiddetta società civile, femministe in testa.
    Adesso, dopo la vittoria di Zingaretti alle primarie, immagino che ci sarà tutto un affannarsi a dire, in seno al Pd: ecco, ha vinto la mia linea, si ha dunque da fare quello che voglio io. Sì, questo è il modo migliore di sprecare il vantaggio acquisito sui pentastrali, in virtù dell’affluenza alle consultazioni “primarie” del Pd. Sarebbe bene far sapere alle Boldrine, alle dott.sse Serra, ai Prodi che il loro silenzio è graditissimo.
    Quanto a Zingaretti, penso che abbia qualche sassolino da togliersi dalla scarpa, insomma che debba prendersi qualche soddisfazione nei confronti di Renzi. Non dico di no: se tu ritieni che qualcuno ti abbia fatto del male, prenditi pure la soddisfazione: reprimere i propri sentimenti fa male, in particolare il sentimento di un’ingiustizia patita si trasforma in rancore, che non sta bene. Dunque è giusto sfogarsi, ma in modo intelligente, per poi passare ad altro. Dopo essersi sfogato e aver pensato a se stesso, Zingaretti pensi agl’italiani. Tra parentesi, penso che il modo migliore di far pagare il fio al proprio avversario sia quello della beffa: si veda la novella di Boccaccio sulla Vedova e lo scolare, dove si tratta di una certa vedova che è punita per esser stata così sciocca da pensare di poter impunemente “frascheggiare con uno scolare” (cioè con uno studente), «non sappiendo bene che essi, non dico tutti ma la maggior parte, sanno dove il diavolo tien la coda». Io mi sono spesso attenuto a questo principio boccaccesco, e il Pedretti, agrimensore, che osò denunciare uno che sapeva di latino e greco, ne ha fatto le spese.
    Dunque, dopo essersi sfogato, Zingaretti si faccia aiutare da chi sa vedere lontano. Non è sbagliato quel che scriveva ieri Scalfari, sull’opportunità di mettere su un governo ombra, fatto di persone competenti: mica una buffonata — dico io — come quel governo ombra annunciato da Occhetto, strombazzato ai giornalisti campioni di “servo encomio”: l’aziendalista Occhetto fece in tempo a nominare ministro ombra della Pubblica istruzione tale Aureliana Alberici, che era la moglie sbaciucchiata a Capalbio in favore di macchina fotografica (voleva mostrare che i comunisti non sono più quelli di una volta, compassati e seriosi), e poi non se ne fece più niente. Semmai varrà scartata l’ipotesi ventilata altre volte da Scalfari (non ieri) di nominare presidente del partito uno come Veltroni. Va bene, riconosco che Veltroni non è un buzzurro, è figlio del giornalista che fece la radiocronaca della visita di Hitler a Roma, e che ricevette un telegramma di congratulazioni da Mussolini in persona. Non è un buzzurro, ma è tutta fuffa. Meglio allora uno come Gentiloni, se proprio dev’essere una figura rappresentativa e soprattutto presentabile, dopo i danni recati all’immagine dell’Italia da gente come Salvini e Di Maio, considerato anche che Gentiloni è di nobile schiatta. Dico questo nell’ipotesi, da me precedentemente auspicata, che il Pd diventi il partito della razionalità e sappia farsi promotore della capitolazione dei pentastrali. Quanto ai leghisti, sperare nella loro capitolazione, quanto meno a breve, è assurdo; ma bisogna ottenere come risultato minimo che almeno ci si vergogni di dichiararsi tali. Ai tempi della Prima Repubblica molti, che pure votavano democristiano, non avevano il coraggio di confessarlo.

  38. Squallidino andante

    Questo è un flash mob di frati e suore. Scommetto che le Acli di Bergamo muoiono alla voglia di fare qualcosa del genere. E qual luogo migliore di Curno, di fronte al Bibliomostro, opera inutile e faraonica a misura di una concezione agrimensurale della cultura? Dico il Bibliomostro, perché nelle intenzioni doveva diventare il Tempio del politicamente corretto e del cattoprogressismo (con il quale immagino che frati e suore siano in perfetta sintonia). Poi le cose presero una diversa piega, il Bibliomostro è ancora lì, tutto fermo, come certe opere pubbliche dell’Italia meridionale. Per sopravvenute difficoltà economiche, per paura di una sollevazione dei cittadini, nel caso fossero ulteriormente tartassati per il suo mantenimento, forse anche per un ripensamento, adesso che la dott.ssa Serra, che avrebbe dovuto officiare i riti del politicamente corretto, non è più in prima linea (il che niente toglie al suo ruolo di α-sindachessa, ancorché emerita; del resto, non credo che altri sarebbero alla sua altezza nello svolgimento delle sacre funzioni: meglio dunque rinunciare).
    Non che m’intenda granché di queste cose, ma osservando frati e suore di questo video, direi che la follia di san Francesco e dei suoi fraticelli fosse un’altra cosa, certo non a rimorchio delle mode. Era in contrasto con le mode, se ricordo bene. Ma, visto che costoro si trovano a Cagliari, non potrebbero sparpagliarsi in questo o quello dei tanti angoli di questa città che al tramonto, nelle giornate limpide spazzate dal maestrale (altro che lo “stravento” dialettale degli agrimensori padani!) ti fanno saltare il cuore in gola, tenersi per mano, guardarsi negli occhi e lasciare che la natura faccia il suo corso? Che bisogno c’è, per scopare, di queste pagliacciate, in stile gay pride? Se confrontiamo la grazia dei danzatori di sirtaki ai piedi dell’Acropoli di Atene con la goffaggine di questi frati e suore assatanati c’è da mettersi le mani nei capelli. Oltre tutto hanno profanato la Piazza Yenne, dalla quale, per le scalette di Santa Chiara, si accede a uno di quei luoghi magici che dicevo, ai Bastioni di Santa Croce. Ma qui non si può scopare, sarebbe sotto gli occhi di tutti, per giunta ai piedi della Sinagoga: [*] non sta bene. Va bene che ai cattoprogressisti, come c’insegnano le Acli, sfacciatamente filopalestinesi (vedi i loro traffici con Vera Baboun), gli ebrei non sono eccessivamente simpatici, ma a tutto c’è un limite. Però i frati e le suore potrebbero guardare dai bastioni i riflessi dorati del tramonto sul Golfo degli Angeli e di qui spostarsi, mano nella mano, in certi altri idonei luoghi vicini, che non mancano, e finalmente scopare. Con il preservativo, però, mi raccomando. Don Gallo, il prete di strada genovese, non perdeva mai occasione di consigliare a tutti l’uso del preservativo. Usarlo sarà anche come lavarsi i piedi tenendo su i calzini, ma è comunque “progressista”.

    …………………………………..
    [*] Per la verità, ex Sinagoga, perché gli ebrei furono cacciati per decreto dei re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, nel 1492.

  39. Dopo lo schifo, torniamo alla bellezza

    Quei frati e quelle suore ci hanno disgustato, veramente. Abbiamo bisogno di purificarci. Perciò torniamo ai piedi dell’Acropoli di Atene, questa volta non più fuori dell’Odèon di Erode Attico, ma dentro, dove una grandissima cantante greca, Haris Alexiou, canta la Canzone arrabbiata che nel Film d’amore e d’anarchia, di Lina Wertmüller, era interpretata da Anna Melato, la sorella di Angela Melato, che qui ha recitato al meglio delle sue possibilità, insieme con un bravissimo Giancarlo Giannini. La musica è bellissima, di Nino Rota, in perfetta consonanza con le parole, e con il tema del film, che in Grecia ebbe grandissimo successo. Lo vediamo qui sotto tratto da un canale You tube greco, appunto.

  40. L’umanesimo non sono le humanities


    Per sentire l’intervista, fare clic sull’immagine. Se ancora non si è registrati su Raiplay, sarà sufficiente fare un clic sull’iconcina di Facebook.

    Di questa lezione di Cacciari non dico niente, se non che mi ha indotto e quasi costretto ad acquistare il libro, in formato Kindle: non ho vergogna a dire che sono un patito di questo formato. Il primo capitolo illustra il rapporto tra filosofia e la passione per la lingua, e non si potrebbe dir meglio.
    Colgo però il destro per tornare a parlare dell’impostura delle “humanities”, svolgendo, si parva licet…, un ruolo di supplenza. Infatti conversando amabilmente con Augias, che esercita autorevolmente il ruolo di moderatore, Cacciari è appassionato ma non incazzato, come invece l’abbiamo spesso visto, e sentito, quando si occupa di politica e ha che fare con i «pappagalli semicolti» (questa è un’espressione di Luciano Canfora), o con le mezze calzette, con l’aggravante, spesso, che hanno seguito qualche “corso di formazione”, senza aver mai imparato a studiare; e con il corso di formazione credono di aver colmato le lacune incolmabili. Poiché Cacciari questa volta non è polemico, mi permetterlo di esserlo io, ben consapevole, ovviamente, dei miei limiti. Ricorderò allora che in questo diario abbiamo insistito, più di una volta, sulla differenza tra umanesimo e humanities, delle quali discetta abbondantemente Martha Nussbaum, la quale, quando parla di humanities, lascia intendere che esse comprendano l’umanesimo. Insomma, ci marcia. A dire la verità, non lo fa nel suo ultimo (credo) libro,
    Not for profit: why democracy needs the humanities, dove parla, è vero, di «humanistic aspects of science and social science», di «humanistic education» e di «humanistic studies», ma in fondo “humanistic” in inglese non vuol dire “umanistico”. In breve, le humanities in ingelse coprono questi due campi semantici:

    a) literature, language, history, philosophy, and other subjects that are not a science, or the study of these subjects
    b) the Latin and Greek classics as a field of study.

    Ebbene, bando alle ambiguità. Se dovessimo parlare in inglese di umanesimo, quello al quale si riferisce Cacciari, metteremmo in chiaro che ci riferiamo esclusivamente al significato b). E parlando in italiano, visto fra l’altro che in Italia questa espressione è nata e ha preso sostanza, faremmo rigoroso riferimento al significato b. Ci Mancherebbe! Si veda quanto si è scritto in Per un umanesimo senza aggettivi.
    Speriamo dunque che non si voglia dare dignità a norma di cacata carta a tale ambiguità di significato, trasportandola dalla lingua inglese a quella italiana. In particolare, speriamo che la linguista femminista Cecilia Robustelli non si metta in testa di riformare il significato tràdito della parola, e non stabilisca che “umanistico” significhi anche “umanitario” e che le cosiddette (e stramaledette) scienze dalla comunicazione siano per definizione (sua) umanistiche: quella è capace di tutto, ed è anche prepotente.
    Dunque Martha Nussbaum, una volta tanto, per lo meno in questo libro, non ciurla nel manico, come quando perora la causa degli Lgbt tirando per i capelli il Simposio di Platone e facendo dire a Kenneth Dover, che scrisse un autorevole Greek Homosexuality, quel che mai si è sognato di dire: in altre parole, Martha Nussbaum equipara l’amore tra due Lgbt (senza limiti di età), che ha la sua Venere, ma è la Venere volgare, a quello cosiddetto socratico, che è puramente pederastico, sotto l’egida della Venere celeste.
    No, questa volta Martha Nussbaum non ha ciurlato nel manico, ma ci ha pensato chi ha curato il lancio del libro nel mercato italiano. Si dà per scontato che questo libro sia un’apologia appassionata della cultura classica, ma un classicista potrebbe dire che è vero tutto il contrario. Inoltre la traduzione italiana del libro suona così: Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica. Ebbene, niente di più falso. A leggere certe recensioni di questo libro c’è da mettersi le mani nei capelli. C’è da domandarsi se i recensori di questo libro l’abbiano letto e, nel caso l’abbiano letto, che cosa abbiano capito. Cacciari ci ammonisce ad essere consapevoli del significato delle parole: pare che costoro, nella loro ansia culilinctoria, non fossero consapevoli.


    Il titolo di questo libro, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, promette bene perché esprime disprezzo per le ragioni del profitto e si pronuncia, apparentemente, a favore dell’umanesimo. Ma è un titolo ingannevole, sia perché l’umanesimo non sono le ‘humanities’ (e di queste parla l’autrice: arti e letteratura), sia perché il libro sviluppa la tesi che le ‘humanities’ concorrano all’innovazione e allo sviluppo degli affari: il che sarà anche vero, ma non è entusiasmante, per chi sia interessato all’umanesimo. Dunque, basta intendersi e non bluffare sui termini. Quando la Nussbaum sostiene che l’educazione “socratica” e l’addestramento al pensiero critico renderebbe migliori gli uomini, anche nel mondo degli affari, non ha torto. Però: a) non dice niente di nuovo, e l’argomento è a doppio taglio; b) cade nuovamente in contraddizione, quando chiama le sue ‘humanities’ in soccorso di una repressione dei modelli di virilità rei di alimentare il narcisismo infantile, e quando propone un’accurata selezione di opere narrative da proporre in sede educativa. La Nussbaum è una femminista militante ed è stata definita da Camille Paglia, femminista intelligente, «vestale del politicamente corretto».
    Delle humanities della Nussbaum ci siamo occupati in altri due articoli: Renzi show e tradizione umanistica (non più slàid) e Intervista a Martha Nussbaum.

  41. ALGIDO permalink

    Ieri ho visto il primo episodio della Fiction “il nome della Rosa”. Che dire? Sono un poco disorientato. Mancano alcuni personaggi (Ubertino da Casale, il mio preferito ad esempio). Altri mi piacciono assai poco (Ron Perlam era ben altra cosa nei panni di Salvatore, era ed è davvero belluino nell’aspetto ora mi pare ci sia un irriconoscibile Fresi)
    Viene mostrato il Papa (Jacques Deuzèe de Cahors) Giovanni XXII con tanto di crocefisso con la sacca delle monete alla cintola di Gesù e questo può anche starci, nel libro se ne parla spesso.
    Ma nel complesso mi pare un’occasione sprecata. Jorge da Burgos inconsistente. Alinardo da Grottaferrata con un Herlitza stranamente non ispirato.L’unico davvero convincente è Turturro,forse anche fratello Berengario. Anche Abbone non regge il confronto: boh che ne dice? Si poteva fare di meglio
    Alessio Boni Dolcino? Ma andiamo, Dolcino è Giuliano Ferrara.

    • La riduzione televisiva del Nome della rosa


      La ragazza occitana.

      Teoricamente, bisognerebbe aspettare di vedere il resto, prima di esprimere un giudizio. Perché in una costruzione letteraria, in un film (ma anche in un ragionamento non cazzeggiante) la mutua rispondenza delle parti (la concinnitas, cioè il loro concerto), dev’essere impercettibile, o quanto meno non appariscente, certo, ma è poi la cosa più importante. Teoricamente: in realtà, se pensiamo che il “prodotto” risponde ai criteri della cosiddetta fiction, sappiamo che ciascuna unità è a sé stante e l’unico collegamento con le altre unità, ciò che è veramente importante, è l’elemento di aggancio, diverso se possibile di puntata in puntata, quello che induce lo spettatore a desiderare di vedere la puntata successiva (tale “fidelizzazione”, come si dice in linguaggio coglione, è importante ai fini della programmazione pubblicitaria che gravita intorno al “prodotto”). Dunque possiamo sbilanciarci, almeno un po’.
      Diciamo allora che la puntata che abbiamo visto ieri presenta alcune cose interessanti, ma come a sé stanti. Per esempio, la ragazza occitanica è bellissima, mi ha fatto piacere sentire la sua nobile parlata. Interessante il mulino per la produzione della carta, ottenuta dagli stracci: ma rimane una curiosità, isolata nell’economia della narrazione. E così via. Questa è la differenza tra il libro e il film di Annaud, da una parte, e questa riduzione televisiva, dall’altra: nel libro e nel film di Annaud tutto si tiene, qui il tutto è un bric-à-brac con alcune parti connesse, altre sono come degli inserti, anche curiosi, anche ben fatti, non dico di no, ma slegati, amovibili, non necessari. Cioè non sto a criticare l'”invenzione” di nuovi elementi, non presenti nel libro, dico però che devono avere una loro giustificazione nella cornice narrativa, e che questo non avviene. In altre parole ancora, quello che non va in questa ‘fiction’ (come si dice in linguaggio coglione) è la sceneggiatura.
      Il regista Battiato, che è lo stesso che ha girato due stagioni della Piovra, spettacolo populista con nullaosta dei radical-chic, è un “professionista” e così si dice per dirne bene. Ma non basta. Però visto che è un professionista, poteva rivolgersi a uno che sa di latino e ottenere che nell’Ufficio dei Defunti, all’inizio della prima puntata, Adso pronunci vèneris e vènerit (fut. anteriore di venio, II e III p.s.: “sarai venuto” e “sarà venuto”), e non ‘venèris’ e ‘venèrit’: «Libera me Domine, de morte aeterna, / in die illa tremenda. / Quando coeli movendi sunt et terra: / dum veneris judicare saeculum per ignem / Tremens factus sum ego et timeo, / dum discussio venerit, atque ventura ira». Altrimenti si fa come il gatto padano, che per fare il fico con i suoi buzzurri, ogni tanto butta giù una parolina latina, mal orecchiata, così, a membro di segugio. E sbaglia di brutto.
      Gl’interpreti di Adso e Abbone non hanno una faccia molto intelligente, in particolare Adso sembra un contadinaccio, ben altra era l’intensità di espressione e la gentilezza dell’Adso di Annaud, come si conviene, non dico al figlio di un barone, ma al figlio di un barone che ripudia la guerra, decide di farsi novizio, pur non essendovi costretto, ed è affascinato dall’ésprit de finesse di Guglielmo.
      Sono d’accordo riguardo a Salvatore: l’interpretazione è pochissimo convincente. Bravo, come al solito, Fabrizio Bentivoglio nel ruolo di Remigio da Varagine: grazie tante, ma lui è bravo sempre. Forse è meno bravo nel suo ultimo film, Croce e delizia, che non ho ancora visto ma che probabilmente vedrò perché c’è Jasmine Trinca.
      Quanto a Dolcino, non capisco proprio perché abbiano affidato la parte a un figaccione come Alessio Boni (cioè, lo capisco, per una ragione commerciale). Lei dice che doveva essere come Giuliano Ferrara: non sono d’accordo, Ferrara ha un aspetto di nobile russo convertitosi all’anarchismo. No, secondo me Dolcino, che era un capo carismatico, doveva essere caratterizzato cialtronescamente, perché tutti i carismatici sono cialtroni: una via di mezzo, dunque, tra Beppe Grillo e Leoluca Orlando.

      • Algido permalink

        Dolcino non è Davide Lazzeretti. Viene descritto come carnale e dal fisico debordante di vitalità, ma anche sulfureo.

        [Non lo metto in dubbio. Perciò la scelta di Alessio Boni è stata infelice sul piano culturale, buona sul piano commerciale. N.d.Ar.]

        • Algido permalink

          Intendo che a me Ferrara pare perfetto; tuttavia… Ciascuno lo immagina a modo suo.

          [Vediamo se ho capito. Lei ha una buona, passabilmente buona, opinione di Ferrara e una buona opinione di Dolcino, per via di un suo lontano apparentamento con i cattoprogressisti. Perciò avrebbe visto volentieri Ferrara, o qualcuno che gli somigliasse, come interprete di Dolcino. Io invece, pur avendo una buona opinione di Ferrara, ho una pessima opinione di Dolcino. Il quale aveva ragione nel denunciare i fasti della corte papale ad Avignone, così come aveva ragione Lutero a denunciare i fasti della corte papale a Roma, il business delle indulgenze ecc. Però Dolcino e Lutero sono come Salvini e Di Maio, denunciano correttamente un male (quello che la similsinistra non ha voluto vedere e del quale è in parte responsabile), ma offrono la soluzione sbagliata.
          Non condanno nemmeno il fatto che Dolcino adunasse pezzenti e reietti: questo va benissimo, purché si sappia imprimere una conduzione razionale al movimento di opposizione. Qui sta la differenza tra Dolcino e Lutero: il frate agostiniano (Lutero) era più colto del frate simil-francescano (Dolcino) e faceva leva su una classe sociale emergente o, per essere precisi, su un patto sociale. Dolcino visse la sua stagione di esaltazione dei sensi, giocò a fare il giustiziere e si trasformò in predone. Ho già ricordato in questa pagine l’episodio del moto di ribellione promosso dalle lavandaie di Parigi che marciarono a Versailles: le lavandaie ebbero un ruolo importantissimo nella storia, ma l’egemonia delle rivendicazioni borghesi (di fatto) della Rivoluzione era dei ‘philosophes’, gente come Dolcino, Salvini o Di Maio non aveva voce in capitolo, e questo basta a spiegare il successo della Rivoluzione, quale che sia il giudizio che se ne vuol dare. Dolcino non aveva la razionalità di Lenin o la cultura del Che Guevara; nemmeno le qualità del comandante. Però, a differenza di Fratello Mitra (al secolo Silvano Girotto), anche lui ex-francescano, Dolcino morì per il suo “ideale”, senza diventare collaboratore di polizia. Si limitò a esercitare il suo “carisma”, a vedere la gente pendere dalle sue labbra e buttarsi a capofitto in qualsiasi avventura che lui dicesse, cosa che doveva dargli un piacere enorme, più ancora che scopare.
          Comunque, per quel poco che conta, dirò che non me la sento di disprezzare Dolcino, pur prendendo le distanze dall’impostazione avventurista e irrazionalista del suo movimento; mentre mi fanno abbastanza schifo quei frati e quelle suore che a Cagliari fanno gli esercizi di riscaldamento pre-scopata, con pretesto musicale. Ma, dico io, che scopassero senza inventarsi pretesti! Senza contare che poi l’unico a divertirsi veramente, immagino, è il frate-α, il fratacchione ricciolone che vediamo al centro nel video qui sopra. Fanno come i sodomiti che s’inventano riti esoterici, vanno strologando dell’esistenza di due bambin Gesù, come anche si fa a Curno, giusto per dare una copertura culturale alle loro “buone pratiche”.
          N.d.Ar.]

          • ALGIDO permalink

            Di Cagliari e di questi esercizi non sapevo nulla.
            Per la verità in Dolcino non apprezzo questa (secondo me inesistente) patina di cattoprogressismo. Anche perché (per conoscenza ravvicinata) quest’ultima si basa più sul su Bon Ton e il Politically Correct a tutti i costi che non sulla carica eversiva.
            [Allora avevo capito bene, lei ha simpatia per Dolcino. Ma perché? Lui molestava la Chiesa, che reagì con una mini-crociata contro i dolciniani, sulla scia di quella, in grande stile e terribile, di un secolo prima, contro gli albigesi. Ma non aveva un progetto realizzabile, gli bastava agitarsi, questa era la sua gioia. E non aveva la cultura e le intuizioni di Pannella, oltre che la furbizia. Pannella sapeva che il femminismo avrebbe spaccato le famiglie, e gli andava benissimo. Sapeva anche che tale spaccatura avrebbe avuto una ricaduta industrial-consumistica: dove c’era una casa, occorreranno due case, se prima bastava un frigorifero, adesso ce ne vorranno due; ecc. Voglio dire che, a differenza della Bonino, fu femminista molto meno di quanto dava a credere; lui usò il femminismo, che fu coccolato dal potere economico per le ragioni sopra esposte, come volano per affermare una concezione della vita tutta sua. N.d.Ar.]

            In Dolcino vedo un filo conduttore di anarchia, ribellione e liberazione.
            Vedo un filo conduttore tra Dolcino, Lazzeretti (se ne parla troppo poco, Cristicchi ci ha fatto un eccellente spettacolo) e gli anarchici, financo a Pannella (che era di liberi costumi sessuali), per certi aspetti.
            Il tutto a livello emotivo e istintivo, anche perché non credo che ci fosse chissà quale pensiero teologico dietro a Dolcino.
            [Proprio per questo, nella mia prospettiva, è poco interessante: erano dei poveri ignoranti. Meglio allora la comunità costituita dall’anarchico Bakunin a Monte Verità (così lo chiamavano), presso Ascona, con vista sul Lago Maggiore: erano naturisti, vegetariani, vivaci intellettualmente e praticavano il libero amore. I contadini ticinesi li chiamavano “balabiott”. Ma Bakunin era un genio, insieme generoso e scroccone. Viveva alle spalle del povero Cafiero, e diceva “Chi più spende, meno spende”. Così perlomeno ho letto nel ‘Diavolo a Pontelungo’, di Bacchelli. N.d.Ar.]

            Se mi potesse segnalare una qualche pubblicazione sul Frate Santo Dolcino ne sarei grato.
            [Ne so ben poco. Però se dovessi fare una ricerca, comincerei a vedere che cosa ne ha scritto Franco Cardini, del quale possiamo fidarci, per esempio nel suo libro sulla storia dell’inquisizione. Non conosco il prof. Temporelli che dovrebbe essere delle parti di Novara, dove si coltiva il ricordo di fra’ Dolcino. Immagino che abbia scritto sull’argomento:

            Attento però a non scottarsi. Uno può interessarsi a fra’ Dolcino e, ancora più, a Rudolf Steiner, che tra l’altro era un fisico (beh, come Ron Hubbard, quello di Dianetics: se uno deve buggerare il prossimo, meglio presentarsi con paludamenti scientifici, come i grilleschi con quella buffonata di piattaforma Rousseau). Non dico di no, l’interesse è più che legittimo. Ma è meglio essere foderati intellettualmente. Altrimenti si diventa steineriani come Veronica Lario, o come una mia amica di tanti anni fa, una signora che io vedevo il mercoledì, quando il marito era al circolo del bridge, che aveva certi gusti bulgarizzanti, come si dice li avessero i catari, precursori degli albigesi. N.d.Ar.]

          • Ad fontes – Per leggere di fra’ Dolcino, senza filtri

            Questo libro, pubblicato nel 1900 a Città di Castello (città nobile, per aver dato i natali a Monica Bellucci), facente parte della celebre collana dei Rerum italicarum scriptores contenente gli scritti collazionati da Ludovico Muratori, contiene due documenti fondamentali per lo studio della figura di fra’ Dolcino:
            • a p. 3, la Historia fratris Dulcini Heresiarchae, di anonimo;
            • a p. 15, il trattatello scritto dall’inquisitore Bernardo Gui sulla setta dolciniana degli apostoli: De secta illorum qui se dicunt esse de ordine Apostolorum.
            Per accedere direttamente alle pagine, fare clic sui nessi qui sopra evidenziati.

          • Dolcino era figlio di un prete, o figlio di un uomo che si chiamava Presbitero?

            Il prof. Temporelli, nella descrizione dello scontro tra i dolciniani rifugiatisi presso la Parete Calva e l’esercito inviato ad estirpare l’«eretica pravità», e nelle notizie generali sulla vita di Dolcino, fa riferimento ai documenti pubblicati in uno dei volumi che raccolgono i ‘Rerum Italicarum scriptores’, del quale si è qui sopra fornito il nesso per il reperimento in rete. La Historia fratris Dulcini Heresiarchae, in particolare, è anche reperibile nel corpo dei ‘Documenta Catholica Omnia’: Historia Fratris Dulcini Heresiarchae. È trascritto in un documento di formato Word, dunque si presta a ricerche all’interno del testo, che non sono possibili nel volume sopra detto, che si trova in rete in formato d’immagine. Tuttavia il documento in formato Word è mutilo della prima parte, la trascrizione comincia dalla riga 9 della p. 4. Ne riportiamo l’inizio, che pone un problema d’interpretazione e, in nuce, potrebbe dare una spiegazione freudiana dell’irrequietezza di Dolcino:

            Quidam frater nomine Dulcinus, filius presbyteri Iulii de Tarecontano Vallis Ossole diocesis Novariensis, homo incognitus, heresiarcha pessimus, subito et inopinate cum quibusdam complicibus suis de remotis partibus venit in diocesim Vercellensem anno domini millesimo trecentesimo quarto et in locis Catinarie, et Serravallis, et aliis circumstantibus cepit occulte et malitiose conversari, et in ipsis locis quamplures tam mares quam feminas seduxit, trahens ipsos per falsa dogmata.

            Cioè:

            Un certo frate di nome Dolcino, figlio del presbitero Giulio di Tarecontano, nella Valdossola, facente parte della diocesi di Novara, uomo senz’arte né parte, pessimo eretico, improvvisamente e non aspettato da nessuno venne di lontano nella diocesi di Vercelli con alcuni suoi complici, nell’anno 1304. Cominciò a dimorare compiendo nascostamente le sue malefatte nei dintorni di Gattinara, di Serravalle e nei luoghi circostanti, e qui trasse a sé numerosi seguaci, sia uomini sia donne, inducendoli a falsi convincimenti.

            Qui si pone un problema d’interpretazione: che cosa significa «filius presbyteri Iulii de Tarecontano»? Vuol dire “figlio del presbitero Giulio di Tarecontano”? È quello che sostiene Bernardo Gui, l’inquisitore, il quale (si veda a p. 19 del volume sopra citato, alla riga 21) definisce Dolcino «spurius filius sacerdotis», “figlio illegittimo di un sacerdote”. Oppure dobbiamo intendere “figlio di Presbitero Giulio di Tarecontano”? Come, cioè, se fosse scritto «filius Presbyteri Iulii de Tarecontano», con la “p” maiuscola? In questo caso Presbitero sarebbe il nome di una famiglia.
            Chi nutre simpatia per Dolcino — tra questi il prof. Temporelli — preferisce questa seconda interpretazione e cita Renato Orioli, autore di Fra Dolcino: nascita, vita e morte di un’eresia medievale. Sì, ma la dimostrazione? Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?
            Noi, che non siamo asseverativi e oracolari e che, anzi, coltiviamo l’arte virtuosa del dubbio, ci limitiamo a osservare che se Dolcino è figlio illegittimo, beh, le sue irrequietezze trovano un’ottima giustificazione, su base freudiana. Ma è un’ipotesi.

  42. Annalisa permalink

    San Babila, la chiesa dove venne battezzato Alessandro Manzoni.
    Tra sacro e profano è ricordata anche perché presso la basilica hanno avuto origine, con il concorso dei suoi Canonici, le gloriose “Cinque Giornate di Milano”: da qui i cittadini mossero verso il Palazzo del Governo in Corso Monforte (attuale sede della Prefettura) per ottenere la costituzione della guardia civica.
    La barricata di San Babila fu una delle più attive e la vicina Porta Orientale fu la prima sulla quale fu issata la bandiera tricolore.

    [Dato che ci siamo, varrà la pena ricordare che Carlo Cattaneo fece parte del comitato insurrezionale delle Cinque giornate, il cui esisto fu però deludente. Fervente repubblicano, in continuità ideale con l’illuminismo lombardo e in sintonia con le istanze del socialismo scientifico («meno avvocati, più fisici e più ingengeri», diceva: cioè la logica deve prevalere sulla retorica, la ragione sul sentimento) Cattaneo pensava a un’Italia federalista. Schifato da quella che con Giolitti si sarebbe chiamata l’Italietta, e soprattutto schifato dalla dinastia sabauda, si ritirò a Castagnola, presso Lugano bella (oggi Castagnola è un quartiere di Lugano). I lombardi lo vollero deputato al Parlamento italiano, fu anche eletto, ma rifiutò l’incarico per non giurare fedeltà al re. La sua rivista, ‘il Politecnico’, è ancora oggi fonte d’ispirazione per chi, a differenza di Salvini, pensa che esiste una questione settentrionale, ancora da risolvere. Che va affrontata con il concorso degli scienziati, mettendo opportunamente alla porta poeti dialettali e affiliati ai riti druidici dei Celti. N.d.Ar.]

  43. Conte, l’avvocato degl’italiani, cazzeggia. Ma cazzeggia male. Padre Pio non potrebbe dargli una mano?
    Noi conosciamo cazzeggiatori giuridici molto più bravi [*]. In ogni caso, questo avvocato non lo vogliamo proprio

    Ecco le parole di Conte. E chissà che paura si prenderanno i francesi, quando lui si presenta e dice «io p r e t e n d o…», scandendo le parole. E quando lui dice che interloquisce con gl’interlocutori, e che poi agisce in conseguenza? Che uomo, quale determinazione! Riuscirà anche a fare un sorrisetto asseverativo? Penso proprio di no, non gli basteranno le forze, soprattutto se vede che Salvini e Di Maio lo osservano. A questo punto come in certe commediole francesi, cadrà a terra, facendo finta di svenire. Casalino, depilatissimo, gli porta i sali. Ascoltate, gente, e meditate:

    Come proseguire? Dobbiamo proseguire alla luce di ciò che è emerso. È l’unica strada e me ne assumo la responsabilità. L’ho detto ieri ai vicepresidenti, l’ho detto ieri a tutti gli amici che erano al tavolo, lo continuerò a dire e pretendere nei prossimi giorni.
    Alla luce dei forti dubbi e delle forti perplessità fin qui emerse perché credo sia d’obbligo per chi si assume la responsabilità di una decisione che allo stato non appare assolutamente convincente, procedere ad una interlocuzione con i partner di questo progetto, Francia e Commissione europea, per condividere questi dubbi e queste perplessità in ordine all’analisi costi benefici che abbiamo conseguito. Se ci sono dei rilievi sui contenuti di queste analisi, ci piacerà instaurare un contraddittorio con i nostri partner, perché questo è il modo — credo — più lineare, più trasparente, al nostro interno e nei confronti anche dei nostri interlocutori. Quindi qualcuno potrà dire: «Ma l’Italia così mette in discussione un grande progetto già cantierizzato…», e via discorrendo: benissimo, però a noi non sembra che si perda credibilità se ho posto sul tavolo argomenti, che poi vi riassumerò, e che ci spingono a interrogarci sulla perdurante convenienza, sull’attuale convenienza di un’opera concepita dieci anni fa. Ci sono altri partner? Benissimo, condivideremo queste nostre ragioni con gli altri partner, acquisiremo le loro valutazioni, e poi agiremo di conseguenza.

    ……………………………….
    [*] Il gatto padano non si faccia illusioni. Stiamo parlando di cazzeggiatori giuridici con i controfiocchi. Un conto è la copropapirologia di un agrimensore padano, altro il cazzeggio giuridico di alta scuola napoletana, con stile: come quando l’ex presidente Leone prese la parola, in qualità di avvocato, per difendere i coniugi Bebawi dell’accusa di aver ucciso l’amante della bella signora Bebawi. Si veda Il caso Bebawi. Era il 1964. Coniugi assassini assolti in primo grado per insufficienza di prove. Il suo cazzeggio giuridico è passato alla storia.

  44. Annalisa permalink

    @Aristide

    Vedi:

    [Già, e non sarà facile sbarazzarsi di Salvini, almeno nel breve periodo. Quanto al futuro, non abbiamo la sfera di cristallo, ma sappiamo che in mancanza di razionalità del progetto politico e in mancanza di una guida efficace delle masse (la massa è donna, diceva maschilisticamente Mussolini), tutto è possibile: incalzando la crisi, si potrebbe arrivare a piazzale Loreto, speriamo senza “macelleria messicana”. Salvini vada in esilio, come già è successo a un politico orobico-territoriale che sembrava potentissimo, e non se ne parli più. Però nei sondaggi tiene, adesso, tanto più che già si colgono i primi segnali della volontà, da parte di Salvini, di riposizionare la propria immagine. Pretenderà di essere ragionevole e istituzionale, avendo messo nel conto la possibilità di cannibalizzare la base elettorale grillesca: con l’avvertenza però di perdere voti da una parte, rinunciando ai casi decisamente psichiatrici e alle clientele meridionali, per guadagnarne dall’altra, presso i ceti produttivi. Apparentemente, un ritorno alla Lega delle origini, senza però identitarismo regionale, anzi con molto sovranismo nazionale, e senza poeti dialettali. Ma non è precisamente così.
    Salvini contrariamente a quel che si dice, non è intelligente: lui non ha fatto che raccogliere i frutti dei disastri compiuti dalle Boldrine e dalle dott.sse Serra. Più intelligente è Giorgetti, che mal sopporta le sparate di Claudio «Aquilini» Borghi, che potrebbe avere per il suo partito il ruolo distruttivo che ebbero le Boldrine e le dott.sse Serra per la cosiddetta sinistra. E Salvini, pur non essendo intelligente, è abbastanza furbo per capire che gli conviene mandare avanti Giorgetti, salvo poi sconfessarlo, all’uopo. Come faceva Bossi con Bobomaroni, a parti inverse. Ma come vada a finire questa storia è difficile a dirsi, dicevamo. Sappiamo che il sistema può impazzire, ma non sappiamo come.
    N.d.Ar.]

  45. Giorgetti e l’orrido Paragone


    Per leggere l’articolo fare clic sull’immagine.

    La cosa forse più importante di questo articolo, è una punzecchiatura di Giorgetti nei confronti dell’orrido Paragone. Ci serve per capire che cosa bolle nella pentola a pressione, nella cucina del bordello a due stelle grilloleghista. Il primo, Giorgetti, è una delle poche persone intelligenti nella Lega, ex Lega Nord, ancorché bocconiano (dunque non affidabile per definizione) e disinvoltamente fedifrago, in quanto traditore dell’ideale federalista. L’altro è l’ex direttore della Padania, poi gestore di una trasmissione orrido-populista — La Gabbia — dove aizzava le persone a sbranarsi, perché così si fa spettacolo e lui stesso si presentava in divisa da rockettaro, con chitarra a tracolla e scarpe modaiole-giovanili, per rendere lo spettacolo vieppiù orrido; attualente è un parlamentare grillesco (senatore), più grillesco di Grillo, col fiato pesante caratteristico di tutti i moralisti. Se l’è presa con Giorgetti che è sospettato di aver avuto un abboccamento con Draghi. Pare che — detto in linguaggio serrano, ciò sia “gravissimo”. Oddio, tra l’altro pare che non sia nemmeno vero. E se invece fosse vero? Dov’è il peccato? Sembra di sentire il gatto padano che inventa fatti non sussistenti, o inquadra in una cornice criminale fatti sussistenti, e poi dice “Esigo spiegazioni!”. Vabbè, ma di che ci meravigliamo? Io mi faccio un dovere di non meravigliarmi mai, in particolare con certa gente, giusta il precetto oraziano «nil [senza la ‘h’, in questo caso: cioè nil invece di nihil] admirari».
    Ecco l’accusa del padre inquisitore Paragone, anche lui un “cane del Signore” come i domenicani (fare clic sull’immagine, per leggere l’articolo):

    Ed ecco la risposta di Giorgetti (trascrivo dal Corriere della Sera), che non crede proprio che l’accusa di Paragone sia un gesto naïf, come se «provenisse da un grillino di prima nomina». Ma «fare qualcosa per il proprio Paese andrebbe considerato un merito non una colpa». Se poi l’indice lo alza (come la dott.ssa Serra, come la Boldrina…) «chi mi definisce un dinosauro della politica dopo essere stato per anni nella Lega e aver persino diretto la Padania…». Ecco — scrive Francesco Verderami, uno che la sa lunga sui veleni della politica — «questo lo fa sorridere mestamente [lo = Giorgetti]. E gli fa trarre la conclusione che lo scontro sulla Tav è davvero l’ultimo dei problemi. Infatti i problemi dell’esecutivo sono altri e molto più gravi di un buco con la montagna intorno».

    • Algido permalink

      La gabbia: una sola cosa è da salvare nella trasmissione del voltagabbana: Paolo Hendel.
      [Sì, Paolo Hendel è bravissimo, anche se appare un po’ stanco, rispetto agl’inizi strepitosi. Alla Gabbia l’ho intravisto. Alle volte mi ripromettevo vedere un po’ di questa trasmissione, perché è anche giusto ingaglioffirsi, sporcarsi le mani, per capire. Ma poi, per rispetto a me stesso, scappavo: non potevo farmi del male a tal segno. Sarebbe come vedere Maria De Filippi «la sanguinaria», o robaccia simile. Ieri ho visto la Boldrina, faziosamente intervistata dalla Dietlinde Gruber (che profitta della poltrona di giornalista per costruirsi un futuro ruolo politico tutto suo, proprio come ha fatto Paragone, è evidente): ma non ho resistito, non più che tanto, sono tornato a lavorare. Un’accoppiata micidiale. N.d.Ar.]

      E poi la voce di Conte: quella di un trombone scasso e sfiatato. Chissà se la fisiognomica si può applicare alla voce.
      [Vedo con piacere che lei assume una posizione di stampo lombrosiano. Ma, lasciando Conte e tornando a Paragone, la fisiognomica di Paragone fa pensare al peggio. Pur non accettando in toto il pensiero lombrosiano (vedi la sua deriva senile verso lo spiritismo), sono un estimatore dell’antropologo veronese, e non me ne vergogno. Analogamente, non possiamo buttare a mare Karl Marx solo perché ha sbagliato certe previsioni e perché alcuni sanguinari dittatori si sono definiti marxisti. Sempre per analogia diremo che Jean-Jacques Rousseau non porta colpa delle cazzate di Casaleggio e Di Maio. N.d.Ar.]

      Parenzo ne fa una bella.imitazione tutta basata sulla sua parola preferita: interlocuzione.
      [Parenzo, che di suo sarebbe antipaticuccio, è bravissimo nelle imitazioni. Quella di Carlo Freccero, già situazionista e oggi portatore d’acqua al nulla grillesco, è forse la più azzeccata. N.d.Ar.]

      E che è, questo Conte? Un avvocato o piuttosto un brigadiere.
      [O un gatto padano con i titoli di studio a norma di cacata carta, e con la protezione di padre Pio. N.d.Ar.]

      • Museo di Antropologia criminale di Torino “Cesare Lombroso”


        Per vedere il doccumentario sul Museo di Antropologia criminale di Torino, intitolato a Cesare Lombroso, fare clic sull’immagine.

        Poiché nel commento precedente abbiamo fatto riferimento alla caratura scientifica di Cesare Lombroso, ecco un documentario sul Museo di Antropologia criminale di Torino, che ci aiuta a mettere a fuoco alcuni aspetti della figura di Cesare Lombroso, sui suoi meriti e sugli errori in cui è eventualmente incappato. Peccato che il documentario non abbia trattato due aspetti delle ricerche lombrosiane: la fisiognomica (che precedentemente aveva costituito campo d’indagine del Lavater) e la propensione dei criminali al tatuaggio (che sarà presentata nel libro Educazione siberiana di Nicolai Lilin, e nel film che ne trarrà Gabriel Salvatores).


        Fare clic sull’immagine per sentire Nicolai Lilin che parla del significato del tatuaggio nell’‘Educazione siberiana’.

        • ALGIDO permalink

          Beh. ormai il tatuaggio mi pare sdoganato. Non credo si possa pensare che sia una cultura o una moda che appartenga ai soli criminali.
          [Ma è un segnale, e non lo dico io: questo, precisamente, vuol essere il tatuaggio. Dunque una moda e quasi una divisa dell’ambiente criminale, almeno nel passato, viene adottata nella nostra società decadente, oggi. Ci si compiace degli aspetti devianti. Ognuno tragga le conclusioni che vuole, purché non si cancellino i fatti. N.d.Ar.]

          In altri tempi forse: ma era un vezzo che apparteneva anche a classi sociali elevate e alla aristocrazia (si dice addirittura allo Zar Nicola II che ne aveva visti in un viaggio in Giappone).
          Mi pare ne abbia Amedeo di Savoia, ultimo Duca d’Aosta e, credo, vero pretendente al trono d’Italia.
          [Preferirei che non si parlasse più di “trono d’Italia”. N.d.Ar.]

          E ho personalmente conosciuto il Marchese Uberto Dal Pozzo D’annone, anche buon pittore, che ne aveva almeno 25 anni fa sulle braccia, di foggia marinaresca.
          [Avrà avuto le sue motivazioni, che non voglio conoscere. Io rimango fermamente contrario alle pratiche di mutilazione e tatuaggio. Gesù Cristo non ebbe altri segni sulla pelle che, in fin di vita, quelli della croce, Socrate non era tatuato, Epicuro e Lucrezio nemmeno. Men che meno gli umanisti del Quattrocento e Cinquecento e, in seguito, Galileo e Voltaire. Non vedo perché, sulla scorta di questi esempi, e potendo seguire il meglio, dovrei conformarmi al peggio. N.d.Ar.]

          Nikolaij Lilin ci ha marciato su inventandosi parte delle storie, mi pare l’abbia ammesso, ma Educazione Siberiana non mi è dispiaciuto.
          [Un ottimo film. Il disprezzo dei “siberiani” per il denaro (e, in nuce, per l’aziendalismo e i valori dell’etica protestante del capitalismo) nonché il sentimento dell’onore sono meritevoli di considerazione. N.d.Ar.]

          Lombroso ha studiato anche un caso a Terno D’Isola, vicino a Curno, un serial killer d’antan che con lui si è confidato e ne nasce un ritratto interessante. Una famiglia apparentemente affetta da cretinismo forse per l’eccesso di uso di polenta fatta con mais avariato, che aveva una strana forma del cranio.
          [Il caso che lei menziona, per la precisione, ha come teatro l’agro che si estende tra Bottanuco e Suisio. Leonardo Sciascia, utilizzando gli atti del processo, ci ha scritto un breve racconto: due delitti, commessi intorno al 1870 da un maniaco sessuale, di cui erano rimaste vittime una quattordicenne e una giovane donna, madre di due bambini. Dopo un errore giudiziario acclarato, che costò un certo numero di mesi di carcerazione a un innocente, i sospetti si appuntarono su un tale Verzeni, figlio di contadini agiati, con manie religiose: era capace di sentire tre messe in un giorno. Scrive Sciascia: «Per affrontare con giusto ausilio di scienza il problema della responsabilità dell’imputato, la corte si rivolse a colui che in quel momento era il massimo luminare della criminologia: il professor Cesare Lombroso, fondatore della scuola positiva del diritto penale”. […] Una volta che il professore [ebbe il Verzeni] nelle mani, non gli ci vuole più di una settimana per periziare a dovere. E non solo l’imputato: ma, come era nei canoni della “scuola”, la perizia si estende ai genitori, ai nonni, agli zii, ai cugini dell’imputato. Il padre ha tracce di pellagra, due zii sono “cretinosi” (e uno specialmente: cranio piccolo e a pan di zucchero, niente barba, un testicolo atrofico e l’altro addirittura mancante, un cugino patì d’iperemia cerebrale e un altro e “recidivo nei furti”. […] Il termine “cretinoso”, per altro, vale come alleggerimento di quello di cretino». Sempre secondo Sciascia, Lombroso escluse che l’imputato, nel caso avesse veramente commesso il delitto, sarebbe stato irresponsabile, essendo il suo «attossicamento cretinoso e pellagroso» soltanto lieve.
          Ma il Verzeni commise veramente quei due delitti? Il pubblico ministero, cavalier Quintavalle, fece la sua arringa evocando le vittime, con ampio ricorso al cazzeggio che va sotto il nome di “mozione degli affetti”. E concluse: «Or non mi resta più altro che trincerarmi dietro il giudizio dei periti». Ma prove non ce n’erano: soltanto testimonianze sulle stranezze del Verzeni, manie religiose comprese; nessuna prova o testimonianza (a parte una che fu smentita in tribunale) su un suo coinvolgimento nei due delitti. Il procuratore fece intendere che Lombroso chiedeva la condanna, ma, se ho capito bene, le cose non stavano propriamente in questi termini. In ogni caso, il Verzeni ebbe i lavori forzati a vita. Un caso di malagiustizia? Beh, non per niente Sciascia se n’è interessato. Il racconto di Sciascia è il dodicesimo della raccolta pubblicata con il titolo ‘Il mare color del vino’.
          N.d.Ar.]

      • Algido permalink

        parlavo di conte non di Paragone circa la voce e la imitazione.

        [Ho provveduto a correggere quanto avevo inserito tra parentesi quadre, esplicitando il riferimento a Conte. E ho modificato di conseguenza il mio commento. N.d.Ar.]

        • Algido permalink

          Inizia Il nome della rosa.
          [Cioè il secondo spezzone del suo adattamento televisivo. Ieri ho fatto in tempo a sentire Fazio che ne parlava, mentre preparavo i sacchi dell’immondezza per il ritiro bisettimanale: diceva che era un capolavoro assoluto, parlava di “grande professionalità”. E già, ti pareva: “professionalità” è un’altra di quelle parole sputtanate, come la “condivisione”, la “determinazione”, la “memoria” (storica, ma non geografica) e così via, sciacquetto-cazzeggiando. Per me, se uno parla di “professionalità”, o di “eccellenze”, è già segnato. A dire il vero, Fazio è segnato da tempo: ipocrita, opportunista, culilinctorio. Giovedì scorso un amico mi segnalava la stroncatura di questa riduzione televisiva, sul Fatto quotidiano: Il Nome della Rosa, ecco perché la fiction di RaiUno rende impossibile e imbarazzante il paragone con il film. Beh, è quello che s’intuiva fin dall’inizio. Dice bene il critico sulla «disperata ricerca di spunti storici per allungare il brodino della miniserie a quattro puntate», e altro ancora. Confermo il mio apprezzamento sulla fichitudine occitanica: però, a parte la fichitudine della fanciulla, vogliamo mettere l’incontro di Adso con la contadina quale è rappresentato nel film di Annaud? Al critico del Fatto non sfugge l’assoluta mediocrità espressiva del nuovo interprete di Adso, che — scrivevo — sembra un contadinaccio (sul Fatto quotidiano: «insulso»), laddove il precedente interprete manifestava «ruspante curiosità» nell’«appassionata avventatezza dello sguardo». Insomma, il film di Annaud è un capolavoro (ed ebbe torto marcio Tullio Kezich a volerlo stroncare, chissà perché), questo è roba per gente di gusti grossolani, tutt’al più per «papagalli semicolti». N.d.Ar.]

          La fisiognomica non è un opinione, anche Battiato lo sa.
          [Sono contento che ci sia una rivalutazione, almeno parziale, del troppo denigrato Lombroso. N.d.Ar.]

          Ad esempio a curno…
          [Che fa, provoca? Beh, a parte la fisiognomica, mi limiterò a dire che, a leggere bene, cioè intelligentemente, la realtà delle cose, Curno può insegnare molto. Io per esempio, osservando e studiando la dott.ssa Serra, ho acquisito una chiave interpretativa per capire a fondo (ecco l’intelligenza, da ‘intus’ + ‘legere’, cioè cogliere ciò che è dentro) la Boldrina, Hillary Clinton e, adesso, la Dietlinde, detta Lilli, Gruber. N.d.Ar.]

          • ALGIDO permalink

            E dagli con La Serra
            Ma vuol mettere il Bestiario che avevamo a disposizione nella lista Gandolfi e poi ancora in quella di Corti?
            Lombroso sarebbe andato in sollucchero.

            [A lei risulta che abbia mai risparmiato strali, per esempio, alla determinazione della zarina curnense o alla deriva steineriana (in salsa curnense però, mica come Veronica Lario) della consigliera esoterica? Ma le due consigliere sono state sbalzate dal’agone politico, e questa è una colpa/merito (secondo i punti di vista) di Gandolfi; essendo loro fuori gioco, non me ne occupo più. La dott.ssa Serra, invece, aveva detto di voler fare la nonna, ma, oltre che la nonna, fa anche l’α-sindachessa, se non sbaglio. A differenza dell’esoterica e della zarina, ha segnato un solco e ha lasciato una traccia. Tanto che la dott.ssa Gamba in occasione delle prossime elezioni amministrative, avrà il suo daffare, da un lato a non tralignare da quel solco, dall’altro a convincere l’elettorato che lei però, è un po’ meno determinata. In realtà, così mi dicono, è parecchio determinata, anche lei. Ovviamente, ci sono delle differenze, che non è il caso di passare in rassegna. La principale, direi, è che la dott.ssa Gamba ha un’impostazione mentale protestante: come una mia fidanzata americana d’altri tempi, che non sapeva dissimulare, e per capire i suoi pensieri reconditi, mi bastava osservarla. La dott.ssa Serra, cattolica, è molto più navigata. Però, se uno è bravo, capisce lo stesso.
            Quanto alla fasciofemminista, non me ne sono occupato finché è stata nei ranghi. Mentre quando, al tempo della giunta serrana, ha cominciato a coltivare l’ambizione di essere candidata sindaco dalla destra, e ha cercato una visibilità tutta sua, non ho mancato di prendere atto dei suoi comportamenti. Sono arrivato a prendere le difese della dott.ssa Serra dagli attacchi della fasciofemminista, in ben due occasioni: quando ci fu una scenata in Consiglio, in cui accusava la dott.ssa Serra di aver messo le mani nella marmellata, e di essere stata colta nel fatto (se vuole, le indico il commento di Nusquamia dove ne ho parlato: non è difficile); una seconda volta, quando fu affisso un cartiglio nella bacheca di partito, con accuse in stile gattopadano; l’affissione fu fotografata e la fotografia pubblicata — credo, su Vivere Curno — quindi la foto fu da me ripresa e pubblicata su Nusquamia; poi, subito dopo lo scandalo, scomparve. E non se ne parlò più. Credo che anche in questo caso sia stato applicato il principio “donna non mangia donna”, come al tempo della festa cervisiaria. Quando si sperava di poter incastrare Gandolfi, il conflitto d’interessi riguardo a quell’iniziativa aveva i connotati di un fatto “gravissimo”. Poi però quando si capì che il fatto riguardava solo e soltanto la zarina (quella festa era intesa a promuovere l’ala formigoniana del PdL e a designare contestualmente un candidato sindaco alternativo a Gandolfi), la cosa andò in cavalleria. Comunque, se ho difeso la dott.ssa Serra ben due volte, non l’ho fatto per la dott.ssa Serra, ma per un principio superiore. Certo non perché mi aspettassi gratitudine.
            N.d.Ar.]

  46. Annalisa permalink

    @Aristide

    Vedi:

    • Fusaro è vittima del suo personaggio

      L’articolo segnalatoci dalla lettrice, che ringraziamo, fa riferimento a un intervento di Fusaro di un anno fa. Ne avevo sentito uno stralcio alla trasmissione La Zanzara: udendo quel «docunt» (invece di docent), feci un balzo nel letto: ascoltavo la replica della trasmissione, in onda dopo mezzanotte.
      Scrivevo perciò il 15 marzo 2018 (si veda Fusaro dice una cosa giusta, ma commette un erroruccio di latino) che Diego Fusaro, «il giovane filosofo che piace, a nostro avviso rischia talora di andare sopra le righe e, soprattutto, così facendo di lacerare la propria personalità in due parti, non necessariamente conflittuali».
      Presentavo inoltre il documento audio (ancora oggi reperibile all’indirizzo
      L’erroruccio di Fusaro: beh, l’ho messo io), tratto dal sito della trasmissione la Zanzara che a sua volta presentava uno stralcio (audio) dell’intervento di Fusaro alla trasmissione L’aria che tira:

      Ed è a questo intervento, datato, che fa riferimento l’articolo l’articolo, che è del 19 febbraio di quest’anno: l’articolo non è male, anche se di Fusaro trascura alcuni aspetti positivi, quelli dell'”altro” Fusaro, quando non fa il piacione populista in TV. Si veda per esempio questo articolo, La grande macchina senza orologiaio, sul pensiero di La Mettrie: l’abbiamo trovato in rete per caso, l’abbiamo trascritto su un foglio Word e conservato, perché meritava.
      Ma, tornando all’intervento populista del Fusaro di un anno fa, e al merito dell’articolo segnalatoci, a commento di quello stralcio audio, osservavo che il giovine filosofo (che, come noi, ama la riviera di Ponente: lui Spotorno, noi Noli; e questo torna a suo onore), «afferma che “essere di sinistra vorrebbe dire — Marx e Gramsci “docunt” — essere dalla parte dei lavoratori e degli sfruttati”. Aggiunge che “è evidente che l’emigrazione di massa va a nocumento dei lavoratori, che devono abbassare il costo della forza-lavoro, perché hanno la concorrenza al ribasso dell’immigrazione”». E continuavo: «Tutto bene direi, tranne quel «docunt». Il verbo docere è della seconda coniugazione dei verbi latini (docēre, e non docĕre), e alla 3^ p. plurale fa docent, e non docunt.
      Non credo che Fusaro non lo sapesse, tutt’altro (non è un gatto padano che parla di cose che non sa). […] Penso soltanto che Fusaro fosse un po’stanco, e che gli sia scappata una parola per un’altra, e che questa stanchezza derivi dal fatto che è vittima del proprio personaggio».

  47. La Boldrina, le donne con gli attributi e le iperclitoridee


    Per sentire lo spassoso intervento della Boldrina e avere un saggio della determinazione femminista della Gruber (Dietlinde, detta Lilli) fare clic sull’immagine.

    Amicone: «La regina Teodolinda, Isabella di Castiglia: donne con gli attributi, che hanno guidato popoli interi»
    Boldrina: «Vuol dire che una donna vale se ha gli attributi, se somiglia a un uomo? Io devo sperare di avere dei genitali per essere in gamba?
    Amicone: «Quando io parlo di attributi, parlo di carattere, di personalità».
    Boldrina: «E allora di’ “carattere”: esprimiti propriamente!».
    Amicone: «In italiano “attributo” è una metafora per dire forza di temperamento».
    A questo punto Dietlinde tronca, sopisce e impone la mordacchia, in modalità serrana. C’era il pericolo che il discorso scivolasse sul tema “Ma che cosa significa esprimersi correttamente? Forse in modalità politicamente corretta? E chi decide quali sono i vocaboli della neolingua da usare, e con quale accezione di significato? Sempre Cecilia Robustelli, la linguista femminista, amica della Boldrina?
    Poiché non ho niente da perdere, uso il privilegio di parlare liberamente, per dire una cosa politicamente scorretta. È una libertà che non tutti si sentono di prendersi, soprattutto coloro che sono in cerca di un lavoro, o non vogliono subire rappresaglie sul lavoro, emarginazione nella cerchia delle conoscenze ecc.
    Vorrei dire, cara Boldrina e cara Dietlinde, che non soltanto ci sono donne che si fanno vanto di avere gli attributi — sono le donne cosiddette, per metafora, “cazzute”, le donne “determinate” — ma che ci sono donne dotate di attributi assai simili a quelli maschili: sono queste le donne iperclitoridee, sulle quali ci intrattiene Ludovico Maria Sinistrari, dell’Ordine dei Francescani, professore di Teologia e Filosofia all’Università di Pavia, che ebbe fama di uomo erudito e brillante, perciò da tutta Europa accorrevano gli studenti, per dissetare con lui il proprio desiderio di conoscenza. Quindi si trasferì a Roma, dove fu Consultore al Tribunale supremo della Santa inquisizione. Scrisse un trattato di demonologia, nel quale si sostiene l’esistenza di demoni incubi e succubi, e un trattato ad uso dei giudici e degli avvocati del Foro ecclesiastico. A quest’ultimo trattato facciamo riferimento per affrontare l’argomento delle donne con attributi iperclitoridei.

    Facendo clic sull’immagine è possibile visualizzare il libro aperto sull’inizio della sezione dedicata alla sodomia.

    Al titolo quarto, paragrafo XI, di questo celebre trattato di criminologia secondo il diritto canonico, si affronta il tema della sodomia, definita come “peccato muto”. In particolare al comma 19 si discute della possibilità che una donna possa esercitare sodomia usando il clitoride: «Feminae, praeditae clytoride, sodomiam possunt exercere». Il discorso è preceduto da un riferimento alla lettera XCV scritta da Seneca a Lucilio, interpretato come una testimonianza in tal senso: «Feminae, cum virorum licentiam aequaverint, corporum quoque virilium vitia aequaverunt», cioè, “Le donne, dacché hanno pareggiato gli uomini nella libidine sregolata (licentia), diventano uguali agli uomini anche nei vizi che sono propri di corpi maschili (corporum virilium vitia)”. A mio parere, non è detto che Seneca alludesse alla possibilità di penetrazione mediante clitoride, ma non è questo il punto. Qui interessa considerare l’interpretazione di padre Sinistrari. Semmai dirò che è indegno di uno studioso stravolgere le parole latine e tradurre, come leggo nella mia edizione BUR delle Lettere a Lucilio, Rizzoli, Milano 1994, vol. II, p. 787: «Una volta che si sono rese pari agli uomini nelle dissolutezze, [le donne] si eguagliano a loro anche nel subire gli stessi malanni». E i vizi ai quali indulgono i corpi dei maschi, i «corporum virilium vitia», dei quali parla Seneca, che fine hanno fatto? Eh no, questo è troppo!
    Comunque, afferma padre Sinistrari al comma 19: «Tali ergo clytoride mulieres nonnullae praeditae, foeminas alias, et maxime puellas, insectantur, et non desunt quae etiam masculos ineunt, ut ait Seneca loco supra a nobis (num. 14) citato; et habui a Confessario fide dignissimo, sibi occurrisse casum in confessione, in quo mulier quaedam nobilis ephebum quendam, quae [credo che sia un refuso: dovrebbe essere ‘quem’: N.d.Ar.] pro acersecome domi retinebat, habuit in deliciis, ipsumque praepostere cognoscebat, et enixissime deperibat». Cioè: “Alcune donne, fornite dunque di un tale clitoride, recano molestia ad altre donne, soprattutto le fanciulle; né mancano quelle che penetrano perfino i maschi, come dice Seneca al punto (num. 14) sopra citato. E ho saputo da un confessore, più che degno di fede, che gli era capitato il caso, appreso in confessione, in cui una donna di nobile condizione nutriva particolare predilezione per un efebo, che aveva in casa in qualità di paggio [in lat.: acersecomes, dal gr. ἀκερσεκὀμης, cioè dalla capigliatura “alla paggio” <α privativo + κείρω, "tosare" e κόμη, "chioma, capelli": N.d.Ar.). Lo possedeva posteriormente, e moriva d’amore per lui”.

    • La donna iperclitoridea non è un androgino

      Qualcuno potrebbe pensare che la nobildonna della quale lo Sinistrari fa menzione (vedi commento precedente) fosse in realtà un androgino, cioè una persona con attributi sessuali sia maschili, sia femminili. Niente di più falso, afferma Sinistrari. Infatti: a) questa era l’opinione del confessore che gli riferì il caso, ma perché ignorava il meccanismo clitorideo che il Sinistrari ha ampiamente illustrato nelle pagine precedenti del suo trattato: v. p. 257, § 19; b) quella donna, prima d’innamorarsi del paggio, e prima che si prendesse la libertà di possederlo da dietro, aveva dato al marito tre figli; c) il fenomeno è generalizzabile ad altri casi; quello riferito è soltanto un esempio: del resto lo dice il titolo stesso del paragrafo (p. 254): «Feminae, praeditae clytoride, sodomiam possunt exercere».
      In ogni caso, tornando all’argomento degli attributi delle donne, irosamente innescato dalla Boldrina, è innegabile che alcune donne facciano uso del clitoride a modo di membro maschile, sia penetrando da dietro, sia anche, come scrive lo stesso Sinistrari, «se invicem commiscentes in vase antico», cioè sfregandosi l’un l’altra nella cavità della parte anteriore («in vase antico»). Ed è quello che ribadisce, a qualche secolo di distanza, il Froberg, nel suo trattatello De figuris Veneris, cap. VI, ‘De tribadibus’, dedicato al tribadismo, cioè all’amore saffico: «Tribades dictae a τρίβω, frico, frictrices, sunt quibus ea pars naturae muliebris, quam clitoridem vocant, in tantam magnitudinem excrescit, ut possint illa pro mentula vel ad futuendum vel ad paedicandum uti»; cioè, “Le tribadi, così chiamate dal gr. τρίβω, “sfregare”, sono quelle in cui quella parte della natura femminile, che prende il nome di clitoride, cresce a tal misura, da poterne usare come fosse una verga, così da possedere un’altra donna davanti («ad futuendum», o da dietro («ad paedicandum»).
      Quel che conta, ai fini della discussione innescata dalla Boldrina, è prendere atto che esiste, in senso proprio e non metaforico, il fenomeno della donna con gli attributi, e realizzare che tale fenomeno è presente nella donna iperclitoridea, tanto che il clitoride è per lei motivo di orgoglio e vanto, usato come strumento di piacere preferibilmente con le donne, anziché con i maschi (con i quali, ai fini dell’eccitazione clitoridea, sarebbe preferibile, l’accoppiamento more ferarum che, tra l’altro, come scrive Lucrezio, è più idoneo a fecondare la donna).

      P.S. – Il trattato di Friedrich Karl Forberg fu pubblicato nel 1824 in occasione dell’edizione critica dell’Hermaphroditus, dell’umanista Antonio Beccadelli, detto Il Panormita (1394-1471), una raccolta di ottantuno epigrammi satirici ed erotici, nel gusto di Catullo, Marziale e dei Carmina priapea. L’appendice agli epigrammi dell’Hermaphroditus fu dal Forberg intitolata “Apophoreta”, dal gr. ἀποϕόρητα: sono i doni che l’ospite distribuisce fra i commensali, da portare a casa. Doveva aiutare il lettore a comprendere gli epigrammi del Panormita, con una illustrazione della casistica erotica (le “figure” d’amore) documentata sulla scorta delle testimonianze di autori greci e latini.


      Il trattatello del classicista Forberg s’inizia a p. 206. Per sfogliare il libro, fare clic sull’immagine.

    • ALGIDO permalink

      L’ho vista quella trasmissione e pur non amando la Boldrini debbo dire che nei confronti del pessimo Amicone ha giganteggiato.
      [Io invece non amo Amicone, ma mi sembra che si sia comportato in maniera intelligente. Era cicondato da donne, due delle quali, la Boldrina e la Dietlinde, agguerritissime. E ha reagito provocando, facendo sbroccare la Boldrina. N.d.Ar.]

      Ieri sera ho sentito la Mussolini esaltare in modo assolutamente inaspettato la Cirinnà e la Bonino. Della Cirinnà ha detto che poteva calcare ancora di più la mano con le sue proposte, della Bonino che senza tante delle sue battaglie ancora le donne stavano sotto il giogo.
      Io penso che ci sia un antifemminismo nemmeno di ritorno, ma di rigurgito che non mi piace.
      [Alcuni antifemministi sono stupidi come sono stupidi i femministi. Ma esistono anche femministe intelligenti (poche, come Camille Paglia, che non ne perdona una a Martha Nussbaum «vestale del politicamente corretto»), e gli antifemministi intelligenti (gli eredi della tradizione illuministica del pensiero critico, che niente hanno che fare con i fascisti). N.d.Ar.]

      L’attenuante passionale (più volte concessa) in processi quasi a sdoganare il delitto d’onore, convegni e opinionisti (avallati dalle forze di governo) che riportano la donna a governare il focolare domestico.
      Non a caso FDI che ha la Meloni e la Mussolini non segue questo andazzo, lo fa la lega, unica forza che non ha alcun esponente di spicco donna e lo fanno alcuni dei 5 stelle e di FI.
      [Se la vedano fra loro: non sarò io a levare loro le castagne dal fuoco. In alternativa, diventino ragionevoli, rinuncino a sentimentalismo e populismo. Quando avranno scelto la via della ragione, potremo ragionare. N.d.Ar.]

  48. La delazione? È una schifezza

    Nel numero 941 del suo diario reziale il gatto padano lascia intendere che i delatori facciano schifo anche a lui, proprio come a noi. Esordisce negando di essere un denunciatore seriale, e ne prendiamo atto: del resto non abbiamo mai scritto che il gatto padano è un denunciatore seriale: semmai qualcosa del genere abbiamo detto del Pedretti, che ci ha denunciati due volte, con l’esito che sappiamo. Sì, quel Pedretti del quale il gatto è consulente giuridico: spero che non lo voglia negare, altrimenti come si spiegano l’interessamento del gatto per il contenzioso Piga-Pedretti, le sue provocazioni perché aprissi un dibattito sull’argomento, prima del processo, e manifestassi la linea di difesa? Come spiegare la pubblicazione da parte del gatto della citazione recapitata al Pedretti, perché il medesimo si presentasse come teste in tribunale (recapitata dai carabinieri al Pedretti, certo non al gatto)? E le considerazioni del gatto, in tono oracolare, nella primavera del 2018 (“Questa volta il Pedretti saprà difendersi meglio”)? Già, parlava il consulente, sicuro del fatto suo.
    Il gatto padano dice anche di aver sfidato me, e non so chi altri ancora, «a presentare anche una sola copia di una denuncia presentata da noi (a magistrati o carabinieri)». È una sfida che non ho raccolto, perché non ragiono per cacate carte, e mi guardo bene dal bluffare: infatti non ho mai detto di possedere prove e mi guardo dal fare affermazioni che non possano essere provate.
    Quindi il gatto, riferendosi a sé, nega che «noi saremmo quelli che “suggeriamo” a qualcun altro gli argomenti e le malefatte da denunciare». Beh, qui già si potrebbe cominciare a discutere. Ma perché discutere? Si evince da tutto il discorso del gatto che a lui i delatori fanno schifo, e ne prendiamo atto.
    Ma allora, come dobbiamo interpretare la chiusa di questo pezzullo scritto in apertura del numero 370 del diario felino, dove a proposito di una lettera spedita a mezzo raccomandata dall’impresa costruttrice del Bibliomostro, che non dimostra niente, chiede spiegazioni (il titolo del pezzullo è «L’ex sindaco Angelo Gandolfi e i suoi assessori spieghino ai curnensi»), che mostriamo qui sotto?

    Insomma, come dobbiamo interpretare la raccolta di documenti minacciata dal gatto padano? Com’è andata a finire? E la minaccia di denuncia con inculata dolorosa (il gatto ha copiato e incollato l’espressione “lente impelle” e “in vas indebitum” da un nostro articoletto a proposito del “peccato muto”, oggi “peccato progressista”) è una roba schifosa o no? E, se anche non è schifosa, trattasi o non trattasi, in ogni caso, di denuncia?
    Quella “sfida” del gatto padano a questo punto dovrebbe essere, quanto meno, modificata così: “Io non ho mai denunciato, e sfido chiunque a dimostrare che l’abbia mai fatto, ma ho una gran voglia di denunciare. E spero che l’inculata sia dolorosa”.

    Passiamo ad altro, sempre a proposito del gatto padano. Nel numero 935 racconta la storia di un cittadino italiano che nel 1985 viene investito da due rapinatori e che cinque anni dopo acquista un’automobile idonea a esser guidata da uno che da quell’incidente è uscito malconcio. Inizia così l’odissea del cittadino che si trova a dover fare i conti con l’ottusa ferocia burocratica d’impiegati sciagurati che palleggiano il cittadino da un ufficio all’altro, commettono errori a più non posso e fanno pagare al cittadino la propria indifferenza burocratica, l’inefficienza e la mancanza d’intelligenza. L’articolo si chiude con queste parole: «Ecco perché un cittadino normale diventa un Simone Pianetti» che fu un criminale, abbastanza feroce, è vero, ma perché aveva patito non poche ingiustizie, tant’è che nelle valli bergamasche ci fu chi lo considerò un eroe e un resistente. Sempre meno eroe però — questa postilla mi sembra doverosa — del bandito Carmine Crocco, capobanda nel Vulture (Basilicata) che fu veramente un rivoluzionario, ed era un uomo intelligentissimo. Su di lui Pasquale Squitieri girò un bel film, Li chiamarono briganti: da non perdere il finale con Lina Sastri.

    Ebbene, abbiamo ragione di credere che le vicende di quel cittadino vessato dall’ottusa burocrazia italiana abbia parecchi punti di contatto con il gatto padano. Se così è come pensiamo, esprimiamo la nostra solidarietà al gatto, senza contropartita, ferma restando la distanza siderale che ci separa sotto numerosi aspetti, e nonostante la fatwa da lui lanciata che auspicava una nostra lapidazione a suon di “plocade”.

  49. Fiera delle banalità intorno a uno squallido episodio di delazione
    Dopo le cosiddette fake news (= bufale), la Boldrina prende posizione contro il cosiddetto revenge porn (= delazione pornografica per vendetta)

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    Fare clic sull’immagine per leggere i commenti alla comunicazione della Boldrina.
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    Siamo anche noi contro la delazione di contenuti pornografici a scopo di vendetta, in generale contro tutte le delazioni. Anche quelle ammantate di fini nobili (come quella della quale è questione nel racconto di Stendhal Vanina Vanini): figuriamoci le delazioni per vendetta, o semplice cattiveria. Esprimiamo doverosamente la nostra solidarietà alla vittima, Giulia Sarti, Presidente della Commissione Giustizia della Camera, pur sapendo che la nostra solidarietà non conta niente, perché non siamo Vip. Ovviamente, non firmiamo nessun manifesto, perché non abbiamo alcuna intenzione di trovarci accanto alla Boldrina e alla GiorgiaMeloni. Diciamo anche che ci fanno pena coloro che in queste occasioni, pur essendo non-Vip, si affannano a firmare manifesti di esecrazione, sperando di diventare Vip.
    Sapevamo ben poco di questo caso. Prima di chiudere per sempre l’argomento, sarà sufficiente considerare quanto scrive il sito Tgcom 24 (vedi Immagini hot di Giulia Sarti, interviene il Garante per la privacy: solidarietà dal mondo politico):

    La deputata, rieletta in Parlamento, è di nuovo finita nell’occhio del ciclone per essere una dei protagonisti del cosiddetto scandalo “Rimborsopoli” del Movimento, una vicenda che tra scambi di accuse e responsabilità ha riportato l’attenzione sull’esistenza di video “hot”. Immagini, in un caso addirittura false, che si dice stiano impazzando sui telefonini di mezzo Parlamento e tra i giornalisti.

    In generale, sulla cosiddetta Rimborsopoli del M5S (da non confondere con quella, non meno squallida, della Regione lombarda, della quale spesso ci siamo occupati, sia pure obtorto collo: ma eravamo stati denunciati) sarà sufficiente — forse — leggere quanto scrive RollingStone (ma che titolo di testata è questo?), al quale si accede dalla pagina Facebook della Boldrina:

    Giulia Sarti [che fu sotto accusa per aver raggirato gli obblighi di versamento al non-partito (ma de che? partito, altro che!) M5S: N.d.Ar.] denunciò un suo collaboratore per appropriazione indebita, accusandolo di essersi intascato i soldi destinati al fondo del microcredito. A quanto pare lo denunciò per non essere espulsa dal Movimento, a suo dire su consiglio di Rocco Casalino, che smentisce. È intorno a questo collaboratore che gira tutta questa storia: la denuncia per appropriazione indebita fu archiviata dalla Procura di Rimini e, una volta scagionato, fu lui a dire che usò parte di quei soldi per pagare chi deteneva contenuti hard della Sarti e farli sparire dalla circolazione.

    Vabbè, basta così. Abbiamo tratto le nostre conclusioni che, in poche parole, si riassumono così: auspichiamo per i grilleschi, che volevano azzerare la “casta”, la pena del contrappasso. È meglio che capitolino, meglio per tutti.

  50. Algido permalink

    Borghi ne ha fatta unaltra delle sue, dalla Gruber.
    Asfaltato
    Dio mio…

    • Ma allora sentiamolo, questo Claudio «Aquilini» Borghi, il battutista economico


      Per ascoltare Borghi e divertirsi, fare clic sull’immagine.

      Non fo per dire, ma la differenza tra una persona intelligente e una “diversamente intelligente”, è che quella meno intelligente prima o poi, bene o male, se proprio non parliamo di cose trascendentali, capirà, mentre quella intelligente capisce subito. Io modestamente ho capito immediatamente che Claudio «Aquilini» Borghi è un pallone gonfiato, un prodotto mediatico per consumatori mediatici mediocri. Così come ho capito immediatamente, o quasi, per intuizione lombrosiana e analisi linguistica, la maggior parte dei personaggi che sono entrati a far parte dello zoo di Nusquamia.
      Il personaggio che ho inquadrato più rapidamente — qui è il caso di dire immediatamente, a colpo d’occhio — è stato MarcoBattaglia. Mi è bastato, in apertura della campagna elettorale, leggere quell’intervista a BergamoPost e vedere quella sua foto con drappo europeo, per capire tutto. Come spiega Sherlock Holmes a Watson nel primo libro della serie (s’intitola Uno studio in rosso), «Da una goccia d’acqua un logico può far derivare la possibilità dell’Oceano Atlantico o delle cascate del Niagara senza aver sentito parlare né dell’uno né delle altre».
      Pedretti nella sua denuncia (la seconda) si lamentava del fatto che io svolgessi uno studio psicologico degli animali politici dei quali eventualmente mi occupo: o, quanto meno, che l’avessi scritto. Sì, è vero: ma che male c’è? Quale cacata legge infrango, se studio l’avversario? O davvero dovrei limitarmi a leggere i comunicati stampa e le interviste rilasciate ai giornalisti anglorobicosassoni, come spesso si pretendeva? Il mio è uno studio holmesiano, con la tecnica di ragionamento abduttivo, mica una raccolta di fatterelli e pettegolezzi da inserire in uno sgangherato racconto criminale le cui ultime parole suonano, sinistre e minacciose: “Esigo spiegazioni!”. Era una cosa miserabile quando i dossier erano quelli di Pecorelli, figuriamoci quando il pettegolezzo con scapellamento delatorio a destra è opera di stanchi e meno intelligenti epigoni.
      Comunque, ecco che cosa scrivevo il 5 luglio 2015, a proposito di Claudio «Aquilini» Borghi, nell’articolo In attesa dell’esito del referendum greco:

      E con questo non sto nemmeno dicendo che dobbiamo uscire dall’euro: sarò di questo parere quando avrò sentito un discorso convincente, fatto da qualcuno con studi scientifici seri alle spalle (meglio se un fisico, un ingegnere, un matematico), e non da un economista ben piazzato in un Ufficio studi, o in carriera in un Ufficio studi. Non ho intenzione di perder tempo con Borghezio, Salvini e Claudio Borghi Aquilini (quest’ultimo, per chi non lo sapesse, è un economista cattolico in carriera, in quota Salvini).

      Quindi aggiungevo, in nota: «Claudio Borghi sta alla razionalità scientifica, con cui questi temi andrebbero affrontati, come Martha Nussbaum sta alla filosofia. Anzi, probabilmente è peggio di Martha Nussbaum: che è tutto dire».
      Ma credo che valga la pena leggere l’articolo per intero, non foss’altro perché vi è doviziosamente presentata la canzone I ragazzi del Pireo, nella cornice del film Mai di domenica, di Jules Dassin: la storia del potere di redenzione di una puttana buona, come Vassilissa, anche lei “puta”, che vedremo in Mediterraneo, di Salvatores.

      P.S. – Borghi ha fama di essere un denunciatore. Perciò la redazione di Repubblica ha ritenuto opportuno precisare:«A distanza di ore, Borghi ha poi dato la sua versione dei fatti sui social, spiegando che si stava riferendo all’Unione Europea nata nel 1993 [boh, veramente si parlava di Stati fondatori: N.d.Ar.] in seguito al trattato di Maastricht, e non – come tutti avevano interpretato – alla Comunità Europea istituita nel 1957 con i Trattati di Roma». Bene, bene: precisiamo anche noi. E il Borghi è servito.

  51. Sull’onda del ricordo

    Questa canzone, nell’interpretazione di Nathalie Cardone, figurava nel sito approntato per la campagna elettorale di Gandolfi, che sarebbe riuscita vittoriosa. La gestione Gandolfi, irriverente, creativa e seria, nonostante i tanti tentativi di fuga per la tangente dei suoi consiglieri (stalking politico pedrettesco, deriva steineriana, festa cervisiaria ecc.) avrebbe creato un precedente non imitato e inimitabile. Una secchiata di acqua gelata sul sistema delle famiglie.
    In ogni caso: ¡Qué guapa está Nathalie! Peccato che con il passare degli anni si sia deformata: è l’offesa del tempo. Ma a noi piace ricordarla così, come la vediamo qui sopra.
    Altro che quelle suore scoperecce, racchione impenitenti, che danzano in Piazza Yenne a Cagliari intorno al frate ricciolone, che sembra appena uscito da una novella del Boccaccio. Qui c’è fichitudine, lì grandissima tristezza.

  52. Ecologia senza babbione e senza determinazione

    Purtroppo càpita sempre più spesso che il discorso ecologico, che pure potrebbe — anzi, dovrebbe — essere affrontato su base scientifica sia invece appannaggio di vecchie e deliranti babbione, profeti dolciniani senz’arte né parte, soggetti psichiatrici che hanno bisogno di trovare un simbolo (il simbolo del bene assoluto), per poi in nome di quel simbolo giustificare la schifezza della loro esistenza, l’indole infelice, la malvagità innata. Come quelli che una volta l’anno si travestono da simil-francescani, indossano sandali che ostentano oscenamente piedi sgraziati e bitorzoluti, vanno ad Assisi in occasione della Marcia della Pace, fanno il selfie, lo mandano agli amici, fanno carte false per essere intervistati, poi tornano in ufficio dove si comportano normalmente da bestie, pronti a qualsiasi bassezza pur di fare carriera o anche solo avere una modesta gratifica, per inculare i clienti, per avere un ruolo nel grande gioco della mistificazione, facendosi un dovere di non vedere e non capire.
    Di queste “anime belle”, in realtà putridi sepolcri imbiancati, Jean-Paul Sartre diceva che sono dei salaud, degli sporcaccioni. Ed è quello che pensiamo anche noi.
    In questo video invece vediamo gente bella, e non ti fanno nemmeno la lezioncina. Non ti spiegano quel che tu devi pensare, il linguaggio politicamente corretto che devi usare. Onestamente, non so se questa gente così bella esista davvero. Penso che chi ha realizzato questo siparietto sia stato bravo a darci la rappresentazione di un mondo che purtroppo non esiste. Nella realtà quotidiana qualcuno di coloro che vediamo, forse più di uno — ahimè, forse la maggioranza — è capace, se appena gli dài un microfono, di sputarti i luoghi comuni più vieti, dare la stura a un’autorappresentazione di sé falsa, a “insegnarti” quel che tu devi pensare. Ma qui è importante il mondo ideale, perché il mondo ideale, almeno quello, sia dignitoso, nobile e bello. Un mondo ideale non può essere rappresentato da Martha Nussbaum, Hillary Clinton, o dalla Boldrina.

    • Attenzione però al fenomeno Greta: per favore, non offendete la nostra intelligenza

      Notizia di agenzia: «Greta Thunberg, l’attivista 16enne svedese promotrice delle marce dei giovani per il clima in tutta Europa, è stata proposta per il premio Nobel per la pace da tre parlamentari norvegesi in segno di riconoscimento per il suo impegno contro la crisi climatica e il riscaldamento globale».
      Ecco, ci risiamo, ancora il sentimentalismo, ancora la mozione degli affetti. Poiché si è capito — era ora — che la lezione non possono più farcela Martha Nussbaum, la Boldrina, la Cecilia Robustelli (linguista femminista amica della Boldrina) e nemmeno Dietlinde detta Lilli Gruber (c’è il pericolo di innesco di una reazione a catena incontrollata), adesso mandano avanti la piccola Greta Thunberg. Non avranno scrupoli, purtroppo — li conosciamo bene — ne faranno un uso mostruoso. E invece noi vorremmo ragionare. E vedere persone competenti ai posti di comando. Insomma, tanto per fare qualche esempio, via Toninelli, via Giulia Sarti, via Bonafede, via Claudio «Aquilini» Borghi e damnatio memoriae per la sciura Valeria di Treviglio.
      Meno anime belle, più fisici, più geologi (purché non politicizzati), più chimici, più bioingegneri e più ingegneri, per favore (con esclusione degl’ingegneri gestionali e depilati come Casalino, però).

  53. Ludustonalis@Nusquamia

    [Credo di aver sentito questa musica inserita nella colonna sonora di un film, ma non ricordo quale: possibile che sia un film di Visconti? N.d.Ar.]

  54. Franz permalink

    E già Vico, alla maniera di Darwin, intendeva ricostruire la ” comune natura delle nazioni “…

    [Sì, ma c’è una differenza tra Darwin e Vico. Per dirla con il linguaggio della seconda F di Nusquamia, in particolare con Popper, le teorie di Darwin sono falsificabili, quelle di Vico no. Il che, in altre parole, significa che il modo di affrontare i problemi da parte di Darwin è scientifico (Darwin può anche sbagliare, ma ci dà la chiave interpretativa della sua argomentazione: perciò si dice che è falsificabile, il che non significa che essa sia falsa). Vico invece fa affermazioni suggestive, ma apodittiche: non c’è modo di falsificarle, il che non significa che siano vere, anzi non si potrà mai dimostrare ch’esse siano vere. Popper in particolare sosteneva che non è scientifico il pensiero di Marx, Platone e Freud. Platone a dir la verità non si sarebbe adontato più che tanto, credo. Ma Freud e Marx non avrebbero gradito. Freud aveva inteso portare nell’analisi dell’inconscio il metodo delle scienze sperimentali; quella stessa operazione era stata compiuta da Karl Marx, che intendeva dare alle sue argomentazione socioeconomica il rigore del metodo matematico (deduttivo) e di quello delle scienze naturali (induttivo). Perciò Marx chiese a Darwin il permesso di dedicargli l’opera sua principale, Il capitale. Ma Darwin, che aveva il suo daffare a parare gli attacchi dei “creazionisti”, declinò l’offerta. N.d.Ar.]

    • Il pensiero “babbionico” e politicamente corretto affidato alle ragazzine

      Nella mia noterella precedente dicevo che il problema ambientale è un problema serio, che dovrebbe essere affrontato dagli scienziati, fermo restando che poi ognuno può pensarla come vuole, ma che necessariamente c’è differenza tra chi affronta i problemi con il rigore scientifico, e chi vi si accosta sentimentalmente, per spirito gregario o ancora per fare il fico, sperando in impossibili promozioni sociali negli ambienti che contano. Perciò lodavo quel filmato belga, se non sbaglio, dove si levava un inno all’ambiente sulla musica di Bella ciao. Perché se l’approccio, come si dice, dev’essere sentimentale, almeno la sua cornice sia piacevole e ne siano portavoce ragazzine dal volto pulito, e non vecchie babbione. Sì perché queste favolette ecologiche sono roba vecchia, anzi vecchissima, a suo tempo raccontate da fanciulle belle e brutte, che oggi sono per lo più morte e che, se sono vive, sono soltanto vecchie babbione, anche quelle che erano belle, con le gonne lunghe a fiori e gli zoccoli delle streghe (“Tremate, tremate, le streghe son tornate!” e “L’utero è mio, e lo gestisco io!”), e con la mano facevano il gesto della fica. Ultimamente, in Francia, hanno provato a crocifiggere uno il quale diceva che le vecchie babbione non sono desiderabili. Loro invece sostengono di esserlo. Le vecchie babbione hanno la fissa di farti la lezione, perciò, oltre che per ragioni estetiche, preferiamo le ragazzine. Se però le vecchie babbione obbligano una ragazzina come Greta a farci la lezione, beh, mi sembra doveroso strappare il velo: Greta sarà anche “deliziosa” come scrive Ferrara, ma ci sta facendo la lezione delle vecchie babbione. Insomma, siamo alle solite, i lupi travestiti da agnello. Ebbene, non ci stiamo, “Accà nisciun’ è fesso”. Si vedano questi meravigliosi articoli pubblicati sul Foglio:

      Risparmiateci i bambini climaticamente corretti e gli adulti che li usano
      Ecce Greta
      La deliziosa Greta e la stupida utopia del futuro

      Stupendo quanto si legge nel terzo articolo: «Nota bene per i cretini che abbondano: prendersela con una figura idolatrica è diverso dall’attaccare personalmente una deliziosa ragazzina alla quale auguro solo non sia comminata la bufala del premio Nobel». E che dire di quella meravigliosa espressione, riguardo al premio Nobel, non più assegnato, ma «comminato»? In effetti, come abbiamo scritto spesso su Nusquamia, il premio Nobel così istituzionale, è ormai sputtanato, farebbero bene a sospenderlo, in generale, prima che si riduca ad essere oggetto di ludibrio, come l’Erasmus. Il premio Nobel per la pace, in particolare, è il più sputtanato di tutti.

  55. Salome permalink

    @nuovocinemanusquamia

    Une Femme est une Femme (1961)
    dir. Jean-Luc Godard

    [Un film del ’61, cioè degli anni sessanta del secolo trascorso. Quando le donne intelligenti non avevano difficoltà a imporre il proprio talento, e le donne stupide non pretendevano le quote rosa. Quando Giancarlo Pajetta, vecchio leone del PCI (mica un gatto), a un giovane Grillini che manifestava sotto i severi androni delle Botteghe Oscure, sede del PCI comprata — si dice — con l’oro di Dongo (quello della fuga di Mussolini), e chiedeva il riconoscimento nei “nuovi diritti” degli Lgbt, che ancora non si chiamavano così, si permetteva di rispondere “Qui non vogliamo invertiti”. Un’altra epoca geologica, prima della Boldrina e della dott.ssa Serra. Con il senno del poi, tempi beati. N.d.Ar.]

  56. Elena permalink

    Tutta questa merda che ci vogliono vendere:

    • La superstizione della modernità

      Rispondo volentieri alla provocazione della gentile lettrice. A ben vedere, il tema in discussione, se vogliamo fare uno sforzo minimo di riflessione, è antico quanto l’uomo, da quando si manifestò come sapiens sapiens, circa 130.000 anni fa, forse.

      Da che mondo è mondo, come si dice, c’è chi sfrutta le insicurezze dell’uomo, e la paura che ne è conseguenza. Epicuro e Lucrezio ci hanno spiegato benissimo che la paura, precisamente, è il fondamento della religione, da loro intesa come “superstizione”, ma che sarebbe sbagliato tradurre “superstizione”, come consigliavano certe professoresse cattoliche. Epicuro e Lucrezio parlavano proprio della religione, segnatamente anche della religione di Stato, e non della superstizione delle donnette. La religione nasce — dicevano — dalla paura della morte; ma aggiungevano che non dobbiamo avere paura della morte, perché quando noi ci siamo la morte non c’è, e quando c’è la morte, noi non ci siamo.
      Salvini sfrutta l’insicurezza degl’italiani derivante dal complesso d’inferiorità nei confronti della vitalità degl’immigrati che hanno attraversato il deserto (talora) per centinaia di chilometri, sono sopravvissuti alle angherie e alle torture e a un viaggio spesso periglioso. Un complesso d’inferiorità che ha un suo fondamento, che va analizzato, più che demonizzato: anche perché gl’inferiori hanno diritto a vivere, e trasmettere ai loro discendenti il proprio stile di vita “inferiore”. La cosiddetta sinistra, succube delle Boldrine e dei cattoprogressisti, non ha voluto analizzare, si è rifiutata di capire: Basta! Punto! Non m’interessa! Così Salvini s’ingrassa. Zingaretti ha detto che bisogna analizzare, capire. Vedremo.
      Quanto allo stile di vita alimentare degl’italiani, è certamente sbagliato: qui sono d’accordo con Berrino. Ma non sono d’accordo nella sua analisi, che mi sembra da un lato parziale, dall’altro totalizzante, con il rischio che nella bocca degli stolti assuma tinte talebaniche. Mi spiego. La sua analisi è parziale, perché bisognerebbe considerare che lo stile di vita alimentare è parte di uno stile di vita generale, che ci è imposto dal culto superstizioso della modernità. O per essere precisi, dalla paura di non essere moderni, non abbastanza moderni o anche, come si dice, “superati”. Così torniamo a Epicuro e Lucrezio: la paura come sorgente di angoscia per gli uni, e giustificazione dell’impostura, per gli altri. Ma poi, a ben pensare, “superati” da chi? Da quattro cafoni, senz’arte né parte, che si ammantano di modernità, usano gli acronimi, parlano il linguaggio coglione, si riempiono la casa di gingilli inutili, squittiscono indecorosamente se vien uno che gli dice “Ma io ho ‘fatto’ l’Erasmus”? Costoro si ammantano di modernità come i “selvaggi” dell’Africa nera portavano la sveglia al collo: questa, perlomeno, è la rappresentazione che ne davano le potenze coloniali. Dovremmo considerarci superati da quelli che hanno paura di essere zittiti da Dietlinde Gruber, detta Lilli? Quelli che si ciucciano Martha Nussbaum e si adeguano ai diktat di Cecilia Robustelli, linguista femminista? Capisco che se uno non ha l’intelligenza, non se la possa dare: proprio come il coraggio di don Abbondio. Ma è troppo chiedere che almeno quelli che hanno avuto il dono dell’intelligenza non la gettino ai porci? Non bisogna avere paura di “essere superati”, a maggior ragione quando portatrici dei nuovi stili di vita sono vecchie babbione. Le novità non vanno demonizzate (a me càpita spesso di fare l’apologia del libro elettronico, quando qualche snob lo denigra, e ho argomenti davanti ai quali le persone intelligenti, almeno loro, calano le armi), ma vanno accolte, o rifiutate, caso per caso. Se uno mi dice con aria di sussiego: eh, io ho una laurea magistrale (e insiste sul “magistrale”, come se non sapessimo che l’introduzione dello spezzatino della laurea 3 + 2 è stata una sciagura) o, peggio ancora, mi dice di aver “fatto” l’Erasmus, grande è la tentazione di pagare uno spernacchiatore irpino perché gli dica il fatto suo.
      Dunque ha ragione Berrino quando ricorda che «più la dieta si avvicina a come si mangiava nell’Italia e nella Spagna del sud e in Grecia a metà del ‘900, meno ci si ammala di diabete, di infarto, di ictus cerebrale, di cancro, di malattie neurodegenerative, le malattie più frequenti del mondo occidentale». Ha torto invece Berrino — forse proprio lui no, ma certo suoi possibili seguaci di tendenza talebanica — se generalizza, se, come dicevo, la sua analisi diventa totalizzante. Se fa del problema alimentare “il” problema del nostro tempo. Se, magari senza volerlo, induce qualche sciocco a pensare di poter risolvere tutti i suoi problemi correggendo il proprio stile di vita alimentare. Eh no, è lo stile di vita che va messo in discussione, non lo stile di vita alimentare. D’altra parte, se uno è coglione, perché dovrebbe vivere di più, o meglio? L’importante è non vivere da coglioni e, come ho scritto talvolta in queste pagine, non morire idioti.

  57. Cristina permalink

    @Ar.

    L’Università di Verona contro il congresso sulla famiglia: «Tesi dei relatori prive di fondamento scientifico»

    [Ecco, avremmo bisogno, precisamente, di una discussione improntata a criteri scientifici. La firma di un manifesto non è un modo scientifico di affrontare il problema. In logica si parla di ‘argumentum ad baculum’: insomma, è una fallacia argomentativa. N.d.Ar.]

  58. ALGIDO permalink

    La terza puntata de il Nome della Rosa non mi pare porti novità interessanti. Un’occasione perduta. E di peggio.
    Ho sempre pensato che dovessero costruirci una serie, così non però, ma dato che l’hanno ormai fatta temo che un’altra serie (ma fatta bene) non ci sarà mai più. Io ad esempio l’avevo pensata in bianco e nero girata in un vero monastero (questo qui sa di cartapesta lontano kilometri).
    Un prodotto che non fosse girato solo per essere venduto nel maggior numero di mercati. Un uso del latino magari con sottotitoli.
    [E senza sbagliare gli accenti. Nella puntata di una settimana fa il povero Guglielmo ha pronunciato la parola ‘idolum’ come in italiano, ben quattro volte, se ben ricordo, con l’accento sulla “i”. L’italiano riprende la pronuncia greca, da εἴδωλον (“éidolon” >> “ídolon”), ma in latino fa idōlum, con la “o” lunga, corrispondente alla ω (omega) greca: dunque si pronuncia idòlum. N.d.Ar.]

    Una maggior attenzione alla costruzione dei personaggi (che fossero o no identici a quelli pensati da Eco, non importa). Tutto il contrario di quello che ne è venuto fuori.
    [La cosa più penosa, forse, sono i salti mortali che hanno fatto per dare della Chiesa cattolica un’immagine a misura di quel che piace pensare ai protestanti. E si capisce perché, considerato il mercato di questa produzione. Non sarò io a voler difendere a spada tratta le pecche e le malefatte della Chiesa cattolica. Ma, secondo me, se ne può parlar male senza cadere nel macchiettistico. Per esempio quel Bernardo Gui che martoria la carne più o meno come Silas il monaco albino nel ‘Codice da Vinci’. Non si è fatto uno sforzo, ancorché minimo, di ancorare la narrazione alla realtà e alla temperie socioculturale dell’epoca in cui la narrazione si svolge. La cosa è tanto più grave, in quanto si sono voluti inserire dei siparietti storici. Vabbè, hanno fatto un’americanata, come si diceva un tempo. Si salva la fanciulla occitana, ma è giusto un cammeo di fichitudine. N.d.Ar.]

  59. Annalisa permalink

    Risolto il mistero del 33!
    Mistero matematico…non mi riferisco a “dica 33”! 😀
    Mentre la risposta al perché quando il medico ci visita, solitamente ci chiede “dica 33”, al momento del controllo del torace con lo stetoscopio è piuttosto semplice, sicuramente molto più complessa, e arrivata dopo 15 anni di tentativi, è quella del 33 rappresentato come somma di tre cubi.
    La risposta del perché il medico chieda “dica 33” è infatti molto più semplice di quanto si possa pensare: con una mano poggiata a piatto sul nostro torace il medico cerca il fremito vocale tattile, ovvero una vibrazione sonora che viene prodotta dall’aria che va dalla laringe e risuona nei bronchi. Quando noi pronunciamo “33”, una parola con numerose consonanti vibranti e dentali, produciamo quelle onde sonore che facilitano il lavoro del medico. In sintesi quindi la vibrazione prodotta dalla parola 33 rende più semplice la diagnosi di eventuali problemi ai polmoni o ai bronchi.
    Il fatto invece che “33” sia stato finalmente rappresentato come la somma di tre cubi da Andrew Booker dell’Università di Bristol è sicuramente più complesso e ci è riuscito servendosi di un algoritmo informatico, come spiega nel .pdf “Cracking the problem with 33” di cui lascio il link..
    Negli anni ’50 il famoso matematico Louis Mordell si chiese se un qualunque numero intero potesse essere rappresentato come la somma di tre cubi.
    In altre parole, Mordell si domandò se ci fossero numeri interi k, x, y e z tali che k = x³+ y³ + z³ per tutti i possibili valori di k. Un mistero matematico rimasto ancora irrisolto per molti numeri.
    Il risultato di Booker, che arriva dopo 15 anni di elaborazioni di dati, è questo:
    33 = 8.866.128.975.287.528³ + (-8.778.405.442.862.239)³ + (-2.736.111.468.807.040)³
    Ci sono alcuni numeri che sappiamo sicuramente non possano essere la somma di tre cubi, come 4, 5, 13, 14 e molti altri.
    La soluzione al 74 è stata trovata nel 2016 e ciò significa che oggi il 42 è l’unico numero inferiore a 100 che rimane ancora senza una possibile soluzione, mentre ce ne sono ancora 12 irrisolti sotto a 1000, ovvero: 114, 165, 390, 579, 627, 633, 732, 795, 906, 921, 975.
    Qui la soluzione di Andrew Booker in .pdf
    https://people.maths.bris.ac.uk/~maarb/papers/cubesv1.pdf

    • Un modo di classificare il sapere

      Ringrazio Annalisa che ci ha dato notizia di questa curiosità matematica. Non avendo tempo di approfondire l’argomento, forse anche perché sollecitato in questo momento da altri interessi, provvedo all’archiviazione del documento pdf segnalatoci in un posto sicuro, di facile reperimento. Anzi, mi permetto di spendere poche parole sul mio sistema di classificazione del sapere e conseguente archiviazione dei documenti. Uso lo stesso sistema per l’archiviazione sul disco rigido di questo computer e per la registrazione dei siti cosiddetti preferiti, nella nube “condivisa” (qui la condivisione non è da intendersi in senso serrano).
      Il cuore del mio sistema di classificazione è la suddivisione medievale del sapere secondo le arti del Trivio e del Quadrivio, opportunamente allargato alla nuova scienza.
      Per esempio, come vediamo qui sotto, le arti del Trivio sono: Grammatica, Retorica e Dialettica. Quelle del Quadrivio, racchiuse nella cartella di competenza, sono: Aritmetica; Geometria; Musica; Astronomia.

      Nel mio sistema modificato la Dialettica è allargata alla filosofia. E la Grammatica dell’antico Trivio, che comprendeva il solo latino (che veniva chiamato “grammatica”, perché il latino era allora l’unica lingua che avesse una grammatica), è allargata al greco, all’italiano e alle “altre lingue”; questa cartella a sua volta, comprende un altro sistema di cartelle dedicate al francese, all’inglese, ai dialetti ecc. Tutte le cartelle, in generale, comprendono sottocartelle e le sottocartelle racchiudono altre sottocortelle ancora, subordinate di secondo, terzo, quarto ordine ecc.
      Poiché però il campo delle conoscenze si è allargato a dismisura, dai tempi dell’Università medievale, ho aggiunto una cartella di altre “arti” (“Ceterae artes”), distinte dai “mestieri”, comprendenti Chimica, Fonolinguistica, Geologia, INtelligenza artificiale, Storia della scienza ed Epistemologia.
      In coda, quasi e sottolinearne una minore dignità culturale, vengono le “arti meccaniche” (dove la riparazione delle auto non c’entra niente), cioè i “mestieri”; perciò ho predisposto una cartella “Technai” comprendente Elettrotecnica, Scienza delle Costruzioni, Teoria dei modelli, Elettroacustica, Scienze sociali ecc. Anche qui le cartelle principali contengono, opportunamente annidate, numerose cartelle subordinate, secondo un criterio rigoroso quanto possibile, e intuitivo.
      Hanno inoltre una cartella a sé argomenti come l’Archeologia, Storia dell’Arte, Cinema, Storia, Geografia e religioni, Politica, Scuola ecc. Anche qui ogni cartella è suddivisa a cascata in un sistema di cartelle subordinate, ciascuna delle quali comprende un nuovo sistema di subordinate e così via.
      In pratica, il pdf che Annalisa mi ha inviato viene così classificato:
      Arti del Trivio e del Quadrivio >> Quadrivio >> Aritmetica >> Teoremi e dimostrazioni >> Cracking the problem with 33, come viene mostrato qui sotto.

      Faccio un altro esempio: quest’estate mi sono occupato degli studi e degli esperimenti compiuti dall’abate a Tadini, a Bergamo, dal campanile del convento di san Francesco (oggi non c’è più), per dimostrare la rotazione della Terra. Tutto il materiale raccolto si trova in una cartella “Tadini”, comprendente a sua volta altre sottocartelle. La cartella “Tadini” è così classificata:
      Arti del Trivio e del Quadrivio >> Quadrivio >> Astronomia e Filosofia naturale >> Philosophia naturalis >> Tadini, la quale a sua volta contiene una cartella che raccoglie i diversi pareri sull’esperimento del Tadini; una cartella che raccoglie le posizioni e le dimostrazioni di Galilei riguardo alla rotazione della Terra; una cartella dedicata al fisico e matematico Borelli che inquadrò la trattazione del problema; una cartella dedicata all’accelerazione di Coriolis, che costituisce la migliore spiegazione del risultato del pendolo di Foucault, che oggi è per antonomasia la dimostrazione della rotazione della Terra intorno al proprio asse; una cartella dedicata all’abate Guglielmini che precedette a Bologna la sperimentazione dell’abate Tadini a Bergamo, ma sbagliò nell’impostare teoricamente il problema e ottenne risultati inattendibili; una cartella contenente l’impostazione teorica del problema fornita dl grande matematico Laplace; una cartella che contiene la corrispondenza epistolare tra Newton e Hooke, riguardo al movimento della Terra e alla traiettoria (non perpendicolare) che dovrebbe avere un grave, qualora si tenesse conto della rotazione della Terra. Una cartella contenente i materiali preparati in vista di una conferenza sull’argomento, questi:

  60. Scusi, lei è proattivo?

    Copio e incollo dal profilo di MarcoBattaglia, quale appare sulla piattaforma LinkedIn:

    Proattivo, ottimista, ingegnoso.
    Quando sono chiamato in causa mi spendo sempre al meglio delle mie capacità, trovo soluzioni ai problemi, garantisco la doverosa serietà. Soprattutto, riesco a spingere chi mi circonda a fare altrettanto.
    Master in Gestione e Sviluppo delle Risorse Umane presso la SDM di Bergamo ed esperienza di studio della lingua inglese alla Horner School of English di Dublino. Laurea magistrale in Politiche Europee ed Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano e grande, grandissima passione per la storia. Orgogliosamente volontario internazionale per AEGEE.

    Prima osservazione: la dott.ssa Serra si era definita “empatica”.
    Seconda osservazione. Ricordo quando MarcoBattaglia esordì davanti al pubblico ancora ignaro del paese sgarruppato, ma bello da vivere, diceva la Serra, di Curno. La sua intervista su BergamoPost ce lo presentava in veste di sventolatore del vessillo europeo. Intorno alla foto, che era il piatto forte, lui, apertissimis verbis, ci faceva sapere della sua ferma volontà, per non parlare di “determinazione”, di fare di Curno un paese più europeo. Era quello un tempo in cui l’Europa dei mercanti non era ancora sputtanata, come adesso.
    Poi ci diceva dalla sua laurea, che però non doveva essere considerata una laurea così così, poco più che un refugium peccatorum (come disse un mio compagno di liceo ad Aristide, il nostro professore di latino e greco, della laurea in Giurisprudenza che si apprestava a conseguire). Un altro mio collega si laureò veramente in Scienze Politiche ma, essendo figlio di un imprenditore massone, oltre che intelligente e colto, divenne direttore di un importante quotidiano in una grande città. No, la laurea di MarcoBattaglia — che lo sappiano i buzzurri, ohibò! — era una laurea in Scienze politiche, sì, ma una laurea condita, con tanto di Master (oh, yeah!); senza contare che lui, il MarcoBattaglia, aveva anche “fatto” l’Erasmus. E lui cominciava da Curno. Tanto bastava perché il gatto padano si squagliasse e gorgogliasse di piacere, in brodo di giuggiole: lui, da grande intenditore del sistema universitario italiano e mondiale, denigratore dell’Università di Bergamo perché a norma di cacata carta non attestata ai massimi livelli di rating (ciula!), come un raffinato agrimensore padano ha diritto di “esigere” (altrimenti sono cazzi…), ecco, il gatto padano prevedeva un grande futuro per questo giovane virgulto. Anzi, lo esigeva: lui esige sempre. Lo prese sotto la sua protezione e chiese per lui un ruolo di primo piano, internazionale (cosa vuole signora, l’Erasmus…). In precedenza aveva preso sotto le sua protezione Cavagna il Giovane, che non aveva “fatto” l’Erasmus, ma ci avrebbe pensato lui, il gatto, a porlo ai massimi livelli internazionali, con tanto di acronimi. (Di Cavagna il Giovane continuiamo a domandarci se seguirà la linea Locatelli/Sorte/Toti, con smarcamento da Berlusconi, o se non reputi più conveniente fare il salto della quaglia nella Lega sovranista. Vero è che il giovane statista fu sfanculato da MarcoBelotti, ma poi, come sappiamo, si preferì metterci una pietra sopra.)
    Tornando a MarcoBattaglia, che era approdato a Curno come sospinto da un piston — così dicono i cugini francesi — notevolissimo (ma da parte di chi? Misiani? un patto di unità d’azione tra laici, cosiddetti, e cattolici, cosiddetti, bergamaschi?), osserviamo con dispiacere che è scomparso. Peccato, quelle sue uscite in tono aziendalistico-giovanil-europeo-rampante ci divertivano.

  61. Metodo proattivo per porre rimedio agl’inestetismi della pelle

    Kendall Jenner (non so chi sia) ci dice, asseverativa: «I can honestly say that the magic… was Proactiv!».
    Se K. Jenner. invece di quel modesto avverbio, “honestly”, avesse detto IMHO, cioè “In my honest opinion”, come dice in provincia chi vuol apparire fico e per parlare di pioggia dice “stravento”, e così è fico due volte, l’«onesto» messaggio pubblicitario sarebbe stato più “determinato”, più “empatico” e più “proattivo”. Squit, squit, squit! Viva, viva l’aziendalismo!

  62. Una Boldrinata imperdibile

    Questo video si trova nel sito della Boldrina. Davvero imperdibile: una botta di giovinezza per lei e per noi la minaccia che non ce ne libereremo, forse, così presto.
    Vi ricordate l’Irene Pivetti che faceva la maestrina con i suoi completini color pastello? E poi com’è finita, conduttrice di trasmissioni televisive classificate come spazzatura (trash) e in posa da cat-woman per attizzare qualche sottoproletario goffamente emulo di von Masoch?
    Beh, la Pivetti credeva di essere un genio e invece non capiva niente di comunicazione.
    Invece la Boldrina è consapevole dei propri limiti, perciò da Presidente della Camera spese cifre scandalose per curare la propria immagine: si veda quanto scrivevamo ben sei anni fa in Laura Boldrini «usa la Camera come fosse una Tv commerciale», per la propria immagine.
    In altre parole la Boldrina ha seminato o, meglio, ha profuso risorse immodiche (pagate da noi) per la cura della propria immagine e adesso ne coglie il frutto: perlomeno, ci prova. Ce la mette tutta a non fare la fine della collega Irene Pivetti. Vuole esistere, nonostante il flop del suo partito, mi pare si chiamasse LeU, va da Fazio alla Tv e con lui mette in scena una Fiera delle vanità politicamente corrette, fino all’affondo, in fine di siparietto, quando parla di “deep web”. Da vera esperta, proprio come il gatto padano quando c’insegna le ultime meraviglie tecnologiche da portare al collo (come gl’indigeni con la sveglia al collo, appunto), e dice “Ma cara signora, oggi c’è la fibra, la banda larga!”, o quando discetta del rating dell’Università di Bergamo, da vero esperto, più dei tromboni ufficiali e istituzionali, quelli che hanno le cacate carte con tutti i bolli grassi e odorosi.
    Dopo averci spiegato — insieme con la sciura Valeria di Treviglio, sindacalista della scuola, quindi per meriti sindacalisti Ministro della Pubblica istruzione (altro che Gentile!) — che cosa sono le bufale, che lorsignore chiamano fake news, e la schifezza della delazione calunniosa (grazie, Boldrina, nonostante l’esperienza curnense, non avevamo ben capito l’etica perversa della delazione: tu ci hai illuminati) la Boldrina adesso ci c’intrattiene, e continuerà a intrattenerci, c’è da scommetterlo, sui sotterranei oscuri e perigliosi della Rete (il Deep web), sulla moneta elettronica (bit coin) ecc. Farà una gran confusione, molto polverone, ma non fa niente. L’importante (per lei) è esistere e prolungare a dismisura quei quindici minuti di visibilità mediatica ai quali, diceva Andy Warhol, tutti hanno diritto. E brava la Boldrina!

  63. L’ammazza-Boldrina

    Se, come me, siete rimasti disgustati dall’ocaggine e dalla sfrontata e bamboleggiante pretesa della Boldrina di essere “ggiovane” tra i giovani, per inoculare loro perniciose dosi di pensiero babbionico, fate come me, che mi sono rifatto gli occhi, l’udito e la mente tornando a vedere questo spezzone tratto dalla Doppia vita di Veronica, meraviglioso film di Kieślowski (l’abbiamo già presentato in questo nobile diario). L’attrice è Irène Jacob, che abbiamo ammirato in un altro film di Kieślowski, Film rosso.
    I sottotitoli francesi sono la traduzione dell’originale, che è l’incipit del secondo canto del Paradiso di Dante:

    O voi che siete, in piccioletta barca,
    desiderosi d’ascoltar, seguìti
    dietro al mio legno che cantando varca,

    tornate a riveder li vostri liti:
    non vi mettete in pelago, ché, forse,
    perdendo me, rimarreste smarriti.

    L’acqua ch’io prendo già mai non si corse:
    Minerva spira e conducemi Apollo,
    e nove Muse mi dimostran l’Orse.

  64. Secondo ammazza-Boldrina
    Il film ‘La belle noiseuse’


    Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

    Avevo promesso, circa un anno fa, a proposito del film La belle noiseuse, del quale avevo trovato in rete un’edizione mutila: «Se mai sarà pubblicata la seconda parte del film, sarò lieto di darne notizia ai lettori. Buona visione, e buon godimento». Ecco, l’edizione integrale è finalmente apparsa in rete. Quale migliore occasione di presentazione di questa? La belle noiseuse (“la bella scontrosa”) è interpretata da Emmanuelle Béart. Le sue grazie ci faranno dimenticare la goffaggine della Boldrina.
    A suo tempo il Dvd dell’edizione integrale di questo film costava un occhio della testa. Consiglio i cinefili di farsi una copia di questa registrazione, prima che i moralisti facciano il diavolo a quattro per farla sparire dalla circolazione, per sempre.

  65. Terzo e ultimo ammazza-Boldrina

    L’ammazza-Boldrina più potente è probabilmente questo, sempre che qualche volenteroso lettore di Nusquamia non riesca a scovarne uno ancora più micidiale. Si tratta della commedia, scritta nel 1518 dal Machiavelli che ha per titolo La Mandragola. Qui sopra se ne presenta l’edizione teatrale, quella originale. Qui sotto vediamo il film che ne trasse Lattuada:

    Ora, noi siamo grandi estimatori di Lattuada, che fu un esploratore impareggiabile dell’eterno femminino: qui su Nusquamia abbiamo più volte lodato Così come sei, il film “maledetto” rimosso dal subconscio di Nastassja Kinski, Venga a prendere un caffé da noi, splendida ricostruzione dell’ambiente di una provincia italiana (Luino, la città di Piero Chiara e Dario Fo), e il film d’esordio di Catherine Spaak, I dolci inganni, talmente maledetto che fu per un anno proibito in tutte le sale cinematografiche quindi fu riammesso, ma con il taglio dei venti minuti iniziali, dove non c’è pelo, ma c’è il pensiero gratificante del peccato: assistiamo al risveglio di una ragazzina che ha visto in sogno un amico del padre, e noi immaginiamo che fosse un sogno erotico. Tutti film che la Boldrina, e con lei le Boldrine di tutta Italia metterebbero al rogo, se appena fosse possibile. Di questi film abbiamo presentato la versione completa, fruibile in flusso d’immagini e suoni (il cosiddetto “streaming”, quello che piaceva tanto ai grilleschi).
    Ciò premesso, e dato a Lattuada quel ch’è di Lattuada, penso che il lettore che abbia la fortuna di essere attrezzato culturalmente, almeno un po’, non dovrebbe privarsi dell’edizione teatrale. Scrivevo qualche tempo fa (nel Salotto di nonna speranza:

    Infine, non raccomanderò mai abbastanza la lettura o la visione, della Mandragola (1518) del Machiavelli, che è una delle migliori illustrazioni del dovere, dell’imperativo etico, di punire con la beffa gli stolti. Di impianto plautino e terenziano, questa commedia è il capolavoro del teatro del Rinascimento, con spunti tratti dalla novellistica italiana (si sente l’influenza del Boccaccio). È godibilissima anche sotto il profilo linguistico, con qualche difficoltà peraltro superabile leggendo un’edizione annotata, o ricorrendo a Internet (per esempio, “botta” è il rospo; “gnaffe!” significa “in fede mia!”; “guagnele” sono i Vangeli (“giurare per le sante guagnele”); “commettere” che si faccia qualcosa significa dare l’ordine che si faccia.

    È un’opera perfetta, una lode all’intelligenza, che è la cosa più temuta dalla Boldrina e dalle Boldrine d’Italia, che vorrebbero imporre il politicamnte corretto e troncare, sopire, e sottoporre a mordacchia tutto quanto non quadra con i loro bamboleggiamenti alternati a sfuriate moralistiche e richiesta di provvedimenti repressivi per i resistenti. Altro che criticare l’inquisitore Bernardo Gui nel 1300! Viviamo nel secolo XXI e, in proporzione, le Boldrine d’Italia sono peggiori e più pericolose di Bernardo Gui. Pensiamo, insomma che la Mandragola sia un’ottima palestra per liberare gli spiriti che sono ancora tenuti prigionieri nelle segrete del politicamente corretto, tale che rivedendo questa foto della Boldrina che, come ricorderete, fece combutta con Asia Argento, quella dei pompini coatti, e poi della denuncia dell’orco Weinstein, e poi della liaison con Fabrizio Corona, durata lo spazio di un fulmine mediatico, nessuno si senta costretto a tacere quello che la logica comporterebbe che pensasse. Ecco la Boldrina in trasferta mediatica a New York, con Asia Argento, ai tempi del Me too (ma adesso entrambe siedono su altri cocchi, trascinati da conigli mediatici: tremiamo all’idea di un apparentamento della Boldrina con la ragazzetta svedese ambiendalista, in odore di premio Nobel):

    Concludo con questo giudizio di Voltaire, campione del pensiero laico e dello spirito critico, nemico giurato del fanatismo, tenuto in gran conto dai filosofi dell’isola felice di Nusquamia: a suo parere, la Mandragola è la più grande commedia che sia mai stata scritta, addirittura superiore a tutte quelle di Aristofane messe insieme: «La seule Madragore de Machiavel vaut peut-être mieux que toutes les pièces d’Aristophane». Il giudizio è espresso nel suo Essais sur les Moeurs, CXXI: possiamo leggerlo in Oevres complètes de Voltaire, Furne éditeur, Paris, 1846, III, p. 566.

    • Nuovo Cinema Nusquamia
      Tre film di Lattuada

      Qui sopra abbiamo fatto menzione di tre film di Lattuada, dei quali almeno due sono decisamente in antitesi con il pensiero unico femminista e politicamente corretto (boldrinesco, serrano ecc.). Quei due film — che il lettore intelligente non avrà difficoltà a individuare — oggi nessuno avrebbe il coraggio di proporli, a nessun produttore (Weinstein in primis), perché nessun produttore oserebbe sfidare le Boldrine, le Asie Argentine e le Dietlinde Gruber, detta Lilli, che inscenerebbero reprimende mediatiche e lo ridurrebbero sul lastrico.

      Noi, a differenza dei produttori e dei giovanottini in carriera, costretti per antica usanza a leccar culi progressisti, ma oggi anche populisti (nemici del libero pensiero e dell’intelligenza critica anche più dei similprogressisti: vedi il piano di lottizzazione della Rai, vedi le minacce di Claudio «Aquilini» Borghi e di Di Maio), non abbiamo difficoltà, né paura, ad esprimere apprezzamento per questi film. Eccoli, nell’ordine con cui sono stati menzionati:

      Così come sei

      Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

      Venga a prendere un caffè da noi

      Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

      I dolci inganni

      Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

      Se fossimo politicamente corretti, o populisticamente corretti, avremmo dovuto dire che, pur non scevri di qualche pregio, questi film però…

  66. Mamma di una ragazzina politicamente corretta

    Quella che vedete qui sopra è Malena Ernman, cantante lirica svedese molto apprezzata, madre di Greta Thunberg, la ragazzina che ha avuto la disgrazia di essere adottata dalle furbastre del pensiero unico babbionico, proiettata sul palcoscenico mediatico e candidata (dalle babbione) al Premio Nobel per la pace. Musica vecchia, oggi tristemente intonata dalla Boldrina, ieri gioiosamente trillata dalle ragazze con le gonne a fiori, quando ancora erano innocenti, oggi divenute deliranti babbione; alcune erano anche belle, e le si poteva perdonare, forse, ai loro tempi d’oro. Ma adesso non possono accampare scuse, l’uso che vanno facendo di Greta Thunberg è quanto meno deplorevole. Siamo sicuri che la mamma non ne ha colpa, diversamente da quanto sostengono alcuni dietrologi, quelli le cui certezze nascono dall’uso oracolare della fallacia post hoc, propter hoc (tutto il mondo è Curno che, per chi non lo sapesse, è un paese sgarruppato alle porte di Bergamo, dove l’arte della calunnia e la pratica della delazione hanno i loro buccinatori).
    Scrive il Foglio, molto opportunamente, con riferimento allo sfruttamento mediatico a fini di marketing babbion-ideologico, sia di Greta, sia dei bambini vari indotti a recitare filastrocche politicamente corrette che «usare bambini i quali, dopo anni passati a sentire discorsi catastrofisti, ripetono a macchinetta gli appelli sul taglio della CO2, è l’espediente un po’ meschino di adulti che, cercando di liberarsi dai sensi di colpa progressisti di chi si sente responsabile di ogni nefandezza, tirano su generazioni di climaticamente corretti per sentirsi con la coscienza a posto».


    Per leggere l’articolo fare clic sull’immagine.

    • Ma se mi toccano dov’è il mio debole…

      Canta Malena Ernman.

      • Rodelinda, Regina de’ Longobardi

      • Clavicina pariter cunnusque

        Beh, se il profumo di donna è un valore aggiunto, allora “A brigante, brigante e mezzo”. In latino: Cum vulpe vulpinare tu quoque invicem; in greco: Ἀλωπεκίζειν πρὸς ἑτέραν ἀλώπεκα. Spiega Erasmo da Rotterdam nei suoi Adagia (prima chiliade, seconda centuria, # 128):

        Vulpinari cum vulpe – Senarius est proverbialis: cum astutis astutiis agito. Horatius: «Nunquam te fallant animi sub vulpe latentes. Aristophanes in ‘Vespis’: Οὐκ ἔστιν ἀλωπεκίζειν, id est «Non licet vulpinari». Quod autem nos ἀλωπεκίζειν vertimus vulpinari, ne quis hoc verbi tamquam nostrum ac novum aspernetur, citatur ex M. Varrone a Nonio Marcello. Sic enim ausus est dicere Varro «vulpinari» pro ἀλωπεκίζειν, quemadmodum Horatius «iuvenari» dixit pro νεανίζειν.

  67. Circe permalink

    E ci risiamo, non che sia una novità, ma questa è già la seconda volta che l’arzillo vecchietto procura una distrazione al segretario di turno.
    Insomma o soldi o figa, e così te ne stai buono.

    [Faccio finta di non capire. N.d.Ar.]

    • Un articolo di Cesare Zapperi

      Segnalo questo interessante articolo di politica interna, per la firma di Cesare Zapperi, che fu una speranza del giornalismo economico anglorobicosassone, già direttore di Bergamo news e antica conoscenza dei lettori di Nusquamia.

  68. Teresa permalink

    @Aristide

    • Cretini, ignoranti e buzzurri al potere

      Questo articolo di Massimo Scurati meriterebbe una risposta più articolata delle poche parole che seguono: sono impegnato nella consegna di un libro alquanto complesso, per la ponderosità, per il contenuto e per l’impaginazione (testo latino a fronte, note al testo latino in giustezza e al testo italiano su due colonne). E che il gatto padano ci perdoni, visto che lui è convinto di essere un esperto di arte tipografica, avendo egli seguito un corso per l’uso agrimensurale del programma Adobe InDesign! Sono parole sue, anzi lui scrisse che io non devo occuparmi di arte tipografica: di fatto, lo esigeva a norma di cacatissimo mongocorso di formazione.
      Bisogna dire peraltro che anche l’articolo di Massimo Scurati è un po’ sbrigativo. Ma tocca almeno due punti importanti. Massimo Scurati — ricordiamo — è l’autore di un libro discusso, Mussolini, il figlio del secolo, che non è piaciuto punto ai tenutari del discorso politicamente corretto, perciò gli si sono avventati contro, prendendo a pretesto alcune imprecisioni, per non dire errori marchiani, rinvenibili nel libro: ma non avrebbero detto niente se il libro fosse stato politicamente corretto).
      I due punti importanti che Scurati sfiora nel suo articolo, sono:
      a) L'”educazione”, intesa insieme come istruzione ed educazione nel senso tradizionale del termine (come quando si parla di buona e cattiva educazione). Ma, per influenza dell’inglese, dove education significa perlopiù istruzione, oggi si parla di “educazione”, anche in italiano — ahimè — nel senso di istruzione. Per esempio nei mongocorsi per mongomanager (e non solo) si parla d’educazione permanente: magari t’insegnano a usare Adobe InDesign e quella la chiamano “educazione”! (Per inciso, io uso Quark XPress, che è molto più duttile, meno “asseverativo” come programma). Però una volta tanto, va bene — oggi più che mai, ci fa capire Scurati — questa commistione di educazione e istruzione: l’alleanza scuola-genitori ecc. Purtroppo non ho tempo per approfondire.
      b) La paventata irreversibilità di un processo di degrado, che è poi il degrado (questo lo aggiungo io) della società industriale cosiddetta avanzata, soprattutto in Europa. Oggi non si ha pudore a dire che “uno vale uno”. Poi però, in violazione del principio di non-contraddizione, l’amico di quello che diceva “uno vale uno”, se qualcuno fa una proposta che non gli piace, perché lui è al timone di qualcosa, fosse anche di un Comune sgarruppato della Bassa bergamasca, non si perita di affermare, asseverativo, “Prima si faccia eleggere in questo consesso, poi ne parliamo”. Cioè non si discute nel merito, ma a norma di cacata carta. Magari quella proposta non stava in cielo né in terra, ma bisognava dimostrarlo, perdiana! E magari concludere: “Vede che lei è un cretino?”. Ma non si può dire “Lei è un cretino” senza una dimostrazione, così, come insulto, e oracolarmente, soprattutto da parte di uno che è ancora più cretino. Saranno passati venti, forse anche trent’anni, da che Fruttero e Lucentini scrissero La prevalenza del cretino: da quel tempo la situazione non è andata che peggiorando.
      Prevalgono oggi i cretini, gl’ignoranti e i buzzurri. Consapevoli dei propri limiti, fanno come le femministe: quando occupano un posto di potere, non lo mollano più, pretendono che se proprio devono mollare quel posto, il successore sia un pari loro, quindi si fanno in quattro per continuare comunque ad avere uno straccio di visibilità, occupando posizioni di potere a latere. Come ha fatto Irene Pivetti che, dopo essere stata Presidente della Camera, si è buttata sul trash, come di dice, al limite del porno; e come pare voglia fare la Boldrina, anche lei ex Presidente della Camera, tutt’altro che rassegnata a uscire dal cono di luce sulla ribalta della società dello spettacolo.

  69. Eheu fugaces labuntur anni
    Tema: ascoltate queste due canzoni e scrivete un commento non banale, possibilmente politicamente scorretto, non becero

    …………………………………………………………………………..
    Traccia:


    …………………………………………………………………………..

    Nota – Il commento richiesto al sèdulo (non è una parolaccia) internauta non deve menzionare la traccia, che ha solo la funzione degli elementi che in chimica prendono il nome di catalizzatori. Perché la traccia svolga efficacemente la funzione di catalizzatore, occorre ascoltare attentamente le parole del primo brano.

  70. ALGIDO permalink

    Non ci dice nulla del Convegno di Verona sulla famiglia tradizionale?
    [Come ho scritto in un messaggio precedente, un lavoro che mi premeva di terminare mi ha distolto dal pannello di controllo di Nusquamia. Un’altra ragione, ma subliminale — qualcuno potrebbe malignare — è che, essendo un razionalista antifemminista, antipopulista ecc., abbia preferito non cercare rogna e, soprattutto, gogna. Però c’è modo e modo. C’è chi per non avere rogna e anzi per far carriera, o per l’ambizione di saltare su un improbabile ascensore sociale, esagera, fa il paraculo, si butta a corpo morto sui temi del politicamente corretto che vanno per la maggiore. E c’è chi tace, per dissimulazione onesta. Non è il mio caso, ma pensiamo a un giovane brillante, intelligente e preparato. Dico così perché ieri ho incontrato uno di questi giovani, oggi un altro. Quel giovane aspirerebbe a una carriera universitaria, non per ambizione di contadino o impiegatuccio che vuol diventare importante, o per mostrare alla mammetta quant’è bravo, ma perché ha vocazione per lo studio. Poiché è intelligente e preparato sa che, almeno in Italia, pende sul suo capo un pregiudizio negativo: la sua intelligenza è pericolosa per gli sciocchi, dunque cercheranno di farlo fuori. Il giovane che ho incontrato ieri, titolato, con studi seri alle spalle e niente pompini facilitatori, si è dato un termine per trovare un lavoro dignitoso da noi, dopodiché, se il posto che gli spetterebbe sarà occupato da un raccomandato, sa che per lui c’è un posto al’Università di Siviglia. Quello che ho incontrato oggi è un ottimo professore in un prestigioso liceo milanese, ed è pieno di idee e interessi. Se non sarà l’amore per i suoi studenti a trattenerlo, facile che prenda il volo per gli Stati uniti, o per la Germania. Ebbene, secondo lei, questi due giovani preparati e intelligenti, avrebbero forse convenienza a mettersi contro il femminismo e, in generale, il politicamente corretto? Come se non fosse sufficiente l’handicap dell’intelligenza, della preparazione, della cultura (e dell’educazione, aggiungerei). A loro, come tecnica di sopravvivenza, non rimane che la dissimulazione onesta. Torquato Accetto scrisse nel Seicento un pregevole trattatello intitolato, appunto, ‘Della Dissimulazione onesta’: in sostanza vi si afferma che un uomo che sia un vero uomo non deve mai arrivare a mentire spudoratamente, ma non è tenuto a dire la verità, se dire la verità lo espone alla vendetta dei potenti, e degli stupidi. Tra quelli che non sono biecamente fascioleghisti, soltanto io, e pochi altri, ormai, che non siamo in carriera e che, in generale, non abbiamo niente da perdere, possiamo permetterci il lusso di essere antifemministi. N.d.Ar.]

    A supporto anche i movimenti dichiaratamente Neofascisti (presente Fiori, Leader di Forza Nuova), ambienti Omofobi, anti Divorzisti, Anti Abortisti e, a livello Politico, sia Salvini che Giorgia Meloni, campioni (ma non testimonial) della famiglia tradizionale.
    Bizzarra la dichiarazione di Zaia (la 194 non si tocca e il problema è l’omofobia, non l’Omosessualità) uno dei pochi leghisti ancora legati a concetti di federalismo e liberismo e forse di tolleranza.
    Alcuni giorni fa ho ascoltato tale Meluzzi (già FI) che pare sia diventato un Ortodosso (forse una sorta di Vescovo) che diceva esplicitamente indignando Giannino a Radio 24:
    1) Esiste una Lobby Gay che in sostanza ha ovunque le leve del comando e va contrastata (mi sa di complotto Pluto Giudo Massonico per altro, i toni son comunque quelli)
    2) E’ dimostrato (lo dice lui) che la scolarizzazione femminile è in relazione al calo della natalità
    3) che vi è un legame nefasto tra l’emancipazione femminile e i movimenti femministi ed il calo della natalità.
    [«Sua Beatitudine» Meluzzi è molto di più che un vescovo, è il capo della Chiesa italiana ortodossa autocefala. Ne abbiamo parlato su Nusquamia. Comunque che esista una lobby gaia è vero, anzi ne esistono parecchie. In America, pur in un contesto alquanto ipocrita, in fatto di lobby non sono ipocriti. Vuole il nome di una delle tante lobby gaie? Eccolo: quello della Human Rights Campaign, che rappresenta negli Usa «il gruppo di pressione più importante per il riconoscimento dei diritti civili degli Lgbt e per la promozione di pratiche di lobbying politico». Ne abbiamo parlato nell’articolo Imitation game: un buon film, con venti minuti di troppo.
    In generale, non sono d’accordo con la sovrastruttura religiosa di Meluzzi, non sono d’accordo con i cattolici talebanicamente oltranzisti, non sono d’accordo con l’antifemminismo becero. Mi piace l’antifemminismo intelligente; tra i “gai” riscuotono la mia approvazione la posizione laica del giornalista Pierluigi Diaco, del quale qui sotto riportiamo lo stralcio di un’intervista; ma soprattutto la posizione scanzonata del musicologo nonché intellettuale, raffinatissimo, Paolo Isotta: ««Io non sono gay, chiamatemi ricchione». Ma la cosiddetta sinistra farebbe bene, nel suo interesse, a non mettersi sulla scia del circo politicamente corretto che domani — a sentire quel che dice Repubblica — scenderà in piazza a Verona. Le verità non si votano a maggioranza. Se i cattolici ultraconservatori hanno torto, per dimostrare che hanno torto occorre un ragionamento ben fatto, che prenda le mosse da premesse attendibili e che sia sviluppato nel rispetto delle regole del ragionamento. Le si trovano espresse in un buon libro di Logica, come quello del Copi, che ho citato di recente. Non sarà una piazza colma di manifestanti a dimostrare che un’idea è sbagliata, quand’anche quell’idea — o concezione della vita — sia professata da uno soltanto.
    N.d.Ar.]

    Se questo è il clima fermiamoli.
    Il punto è che se si limitassero a dire «a noi la famiglia piace tradizionale con la donna ai fornelli e a sfornare figli e ce la facciamo così» a me starebbe anche bene.
    L’importante è che non si tocchino (e invece vogliono leggi in tal senso molti dei partecipanti) diritti di cittadini a vantaggio di altri. questo mai e che chi non la pensa come loro faccia liberamente le proprie scelte.
    [Mi domando se si possa ancora fare un discorso sui diritti, e se volerli mettere in discussione comporti qualche pena. Socrate fu messo a morte, quando la cosiddetta democrazia ateniese (in realtà una plutocrazia intelligente) tornò al potere, dopo la cacciata dei Trenta tiranni, non perché fosse antidemocratico, ma perché pretendeva di mettere in discussione il meccanismo della democrazia. Ma se il regime dei Trenta tiranni non fosse crollato, sarebbe stato messo a morte dal “bel Crizia”, un esponente di punta dell’oligarchia, nonostante Crizia fosse stato un suo allievo. Il fatto è che il pensiero critico dà fastidio, a tutti, sotto ogni clima e in ogni epoca. Oggi, in Italia, reca noia ai fascioleghisti, ai grilleschi e alle Boldrine. La cosiddetta sinistra rischia di insistere nello stesso errore di sempre, come quando le Boldrine e le dott.sse Serra spinsero gl’italiani a votare per Salvini, se non prende le distanze dagli scalmanati che domani scenderanno in piazza. N.d.Ar.]

    Il problema demografico? In Africa cresceranno, ma lì la donna è un soggetto a zero diritti deputata (lo voglia o no) solo a sfornare figli. In Asia e Sud America pure.
    Qui no, eppure il Vaticano ha detto la sua e ficcato il naso in ogni angolo delle nostra vita e delle leggi da secoli. Ma non si cresce, che siano altri i problemi?
    Bei tempi quelli vecchi vero?
    [No, ma il fatto che i tempi vecchi fossero brutti non ci autorizza a realizzare oggi brutture di senso opposto. Una di queste brutture è pensare che una donna si realizzi in una prospettiva aziendalistica. Dalla padella del marito alla brace dell’azienda, non mi sembra un progresso. Senza contare che esistevano anche nei “tempi brutti” mariti umani (io ho l’esempio di mio nonno materno, innamoratissimo di mia nonna, e che aveva un animo virginale: costretto da mio bisnonno ad andare a caccia, perché un uomo con le palle deve andare a caccia, sparò a un cervo, che reclinandosi fece sgorgare grosse lacrime; anche mio nonno pianse e si rifiutò dopo questo episodio di accompagnare mio bisnonno a caccia), mentre non mi risulta che esistano aziende umane. N.d.Ar.]

    Mio padre (90 anni) ricorda le tristi condizioni di molte donne di Curno negli anno direi 40 50 60 e 70 (ma alcune anche dopo).
    Umiliate, a volte picchiate, succubi di mariti ubriaconi, che si intascavano e bevevano lo stipendio.
    [Se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che questa bestialità esisteva più che altro nel mondo contadino. Ma non tutti i contadini erano bestie. Già nell’ambiente operaio c’era più rispetto per la donna. Karl Marx diceva che mentre nel modo di produzione orientale il prestatore di lavoro accetta di essere schiavo al servizio del Dio-imperatore, in quello occidentale l’operaio accetta di essere schiavo per mantenere la famiglia. N.d.Ar.]

    E loro dovevano solo tacere: niente diritto al divorzio e, sopratutto, chi le campava se si fossero separate dato che si erano dedicate solo a fare e far crescere figli cucinare lavare e dare piacere al marito? (che ben inteso aveva lui solo il diritto tollerato di svaghi extra coniugali?)
    Di qui penso nascesse il detto (credo in generale bergamasco, non solo curnense) «Con l’om sòta tèra la dòna la se fà bèla» (con il marito sotto terra la donna torna bella) perché solo con il decesso del marito riacquistavano libertà e mantenevano pubblica considerazione.
    [Questo è vero sotto tutti i climi, credo. N.d.Ar.]

    E credo quasi nessuna si risposasse, chissà perchè?
    Poi una nota mia personale.
    Ho sempre diffidato di chi mi vuole imporre la sua morale, spesso ho verificato tristemente che questa gente predica bene e razzola male.
    [Dunque lei diffida anche della Boldrina, ne ho piacere. Anche della dott.ssa Serra che imponeva ai curnensi Vera Baboun come figura irenica? Ricordo che la Baboun esercitava la funzione di sindachessa betlemita sotto gli occhi benevoli di un Arafat, noto armigero, tutt’altro che irenico (in fotografia nel suo ufficio: su Nusquamia ho pubblicato la documentazione). N.d.Ar.]

    Un tempo c’era l’UDC con Casini (pappa e ciccia coi vescovi, ma sentendosi libero, come altri esponenti del suo partito di avere storie con chi gli garbasse, un parlamentare dello stesso partito venne sorpreso con un trans mentre pippava coca) a farci la morale.
    [Questo è vero. N.d.Ar.]

    Ora Salvini e Meloni, che ci dicono come deve essere la famiglia tradizionale, ovviamente sentendosi liberi di aver figli e storie con chi gli piaccia fuori dal matrimonio.
    [Sono disposto a passar sopra le contraddizioni a livello personale. Quello che proprio non sopporto in questi due è l’ideologia irrazionalista-populista. N.d.Ar.]

    Ciarpame senza pudore
    Berlusconi era mille volte meglio, da questo punto di vista perché essendo (sostanzialmente) il più gran puttaniere d’Italia non ci faceva la morale. Aveva un limite.
    [Ma era anche un fesso. Quando ci fu lo scandalo della “vergine di Casoria”, tale Noemi, che lo espose ai ricatti della Camorra, fece un pessimo servizio, oltre che a se stesso, al’Italia intera. Su questo argomento scrissi a caldo un articolo su Testitrahus, prevedevo che di lì sarebbe cominciato il suo declino. E non mi sbagliai, semmai valutai male i tempi del declino, che furono più lunghi di quanto mi aspettassi. Ma adesso ci siamo. Toti lo abbandona, Alessandro Sorte pure. Anche Locatelli, non ci vuole molto per arrivarci. Rimane Cavagna il Giovane: accetterà la proposta del gatto padano, di diventare una protesi felina, magari dentro la Lega? N.d.Ar.]

    Lui li chiamava “marachelle e momenti di serale ristoro”. E sia, Chiamiamoli pure così.
    Vietato Vietare. Doveroso Vietarsi.

    [Qui sotto, Pierluigi Diaco sul politicamente corretto gaio. N.d.Ar.]

  71. Comunista padano permalink


    Per leggere l’editoriale di Gramellini, fare clic sull’immagine.

    • Legge sulla legittima difesa servita con coniglio mediatico

      Massimo Gramellini non è un cuor di leone, come si scrisse di don Abbondio, ma è intelligente e garbato. Non gli abbiamo risparmiato qualche strale quando si è fatto prendere a pesci in faccia da un’Ambra Angiolini ormai definitivamente sulla cattiva strada, nevrotica, femminista e determinata (preferivamo l’Ambra Angiolini con l’auricolare che prestava ascolto ai sussurri di Boncompagni). No, questo non è perdonabile. Siamo del parere che alle persone “determinate” occorra rispondere a muso duro e, quando ti dicono “Non m’interessa!”, non bisogna esitare un attimo a replicare “Non interessa a te, ma interessa a me! Porca puttana! E impara l’educazione!”. Ma se abbiamo rimproverato Gramellini è perché non ci va che ci si profitti della sua buona educazione di torinese d’antan. Le persone educate hanno il dovere di farsi rispettare.
      Ciò premesso, osserviamo che il suo editoriale prende spunto da una marketta organizzata dalla giornalista in carriera Annalisa Chirico, a favore di Salvini. Annalisa Chirico è una delle persone del direttivo che si occupa delle pubbliche relazioni di Salvini (un altro samurai è quel tale Luca Morisi, il c.d. Web-filosofo, del quale ci siamo già occupati). Essendo lei del genere “bellona”, si era anche parlato di una sua liaison con Salvini: ma è probabile che fosse soltanto un coniglio mediatico, un po’ come quel colpo di fulmine tra Fabrizio Corona e Asia Argento, che deve avere emozionato moltissimo la Boldrina, amica di Asia Argento. Ecco la marketta:

      Per leggere la marketta servita alla società dello spettacolo in forma di coniglio mediatico, si faccia clic sull’immagine. Adesso che abbiamo capito come stanno le cose, non ci è difficile capire che anche Gramellini ha capito benissimo. Gramellini non scrive: caro Salvini, tu hai fatto approvare la legge sulla legittima difesa, e la tua amica Annalisa Chirico ci ha servito un coniglio mediatico, per ammorbidire le tinte della tua immagine truculenta (o percepita come tale: quel che conta nella società dello spettacolo è la percezione); ma noi non siamo fessi ecc. No, Gramellini preferisce la strada del’ironia e scrive: oh, ma quanto sei buono, o Salvini! Ma allora perché sei buono soltanto così, così? Potresti essere ancora più buono e dire, anche tu, “I have a dream”, come Obama; e chiedere ai genitori di portare una tua carezza ai bambini, come papa Giovanni, “il papa buono”; ecc.
      Personalmente sono d’accordo con l’ironia, ma non mi sarebbe dispiaciuta una goccia di italum acetum, per esempio menzionando il ruolo di Annalisa Chirico nell’orgnizzazione del coniglio mediatico. Vabbè, ma ognuno ha i suoi pregi e i suoi difetti, teniamoci Gramellini così com’è.
      Sempre a proposito della nuova legge sulla legittima difesa, vediamo qui sotto uno scontro tra il giornalista Mario Giordano e la giornalista Luisella Costamagna, anche lei rappresentante di quel tocco di eleganza torinese, destinata a essere soltanto un ricordo e, dopo la morte di coloro che ne conservano il ricordo, destinata a dissolversi del tutto (rimanendo a Torino, la cortesia della Costamagna risulta oblitterata [con due “t”, dal lat. littera] dall’aggressività di Alba Parietti, ormai labbrona “opinionista”).
      Secondo me non avrebbe guastato da parte della Costamagna, visto che parla a nome della cosiddetta sinistra, un mea culpa in nome della summenzionata e cosiddetta sinistra la quale, nel suo furore di troncare e sopire tutto ciò che non è “percepito” come politicamente corretto, ha aperto la strada a Salvini (e ai grilleschi); e la legge sulla legittima difesa non è che un corollario. Tra l’altro, non mi straccerei le vesti in proposito, non più che tanto. Ciò premesso, il fatto che Luisella Costamagna abbia commesso un peccato di omissione non autorizza Giordano a trattarla così (come già soleva fare l’orrido Telese, giornalista nato a Cagliari per sbaglio, impenetrabile all’ironia che il genius loci avrebbe potuto infondergli, appena un gradino sotto come orridume a quell’altro giornalista, Gianluigi Paragone, già direttore della Padania, quindi domatore di fiere mediatiche alla trasmissione La Gabbia, infine senatore della Repubblica in quota grillesca). Onore dunque a Luisella Costamagna e a Maria Elena Boschi, che sono donne gentili. Ecco qui sotto MArio Giordano che si permette di trattare a pesci in faccia Luisella Costamagna (pare che in seguito, il giorno dopo, le abbia chiesto scusa, probabilmente su indicazione superiore).


      Fare clic sull’immagine.

  72. Vecchi e nuovi conigli mediatici della Boldrina


    Veduta degli edifici e dell’obelisco del Foro Mussolini in una fotografia (1937) dell’Istituto Luce. Qui sotto, la scritta che la Boldrina voleva cancellare, forte del suo potere di persuasione morale, al tempo in cui era Presidente della Camera. Adesso anche lei, come già Irene Pivetti, non vuole abbandonare la ribalta mediatica, ammonisce, condanna (con il ditino alzato) e baccheggia, tra un coniglio mediatico e l’altro.

    Cominciamo con il sentire Sgarbi che commenta una boldrinata, una delle tante: la proposta di modificare l’obelisco “Mussolini”, il monolito alto 36 m collocato davanti al Foro italico (Gatto padano: ricordati che devi pronunziare ‘monòlito’). La Boldrina, ricordiamo, sempre assatanata di visibilità, aveva tirato fuori dal cappello il coniglio mediatico di una proposta perché l’obelisco rimanesse pure –bontà sua — dov’è, ma si cancellasse la scritta “Mussolini Dux”. Ecco dunque la risposta di Sgarbi, qualche tempo fa.

    Ma la Boldrina una ne fa e cento ne pensa. Si agita a tutto campo; anzi, come dicono gli aziendalisti, in linguaggio coglione, a 360°; ma no, di più, di più: come dicono gl’intelligentoni che allignano tra i grilleschi, a 370°. Sì la Boldrina si agita a 370°: o non l’avete vista ai telegiornali, quando passa dal tono indignato al sorriso asseverativo, perché così le hanno detto di fare i suoi consulenti d’immagine? Ovviamente, oggi 30 maggio era a Verona. Al TG della 7 l’hanno mostrata dapprima baccante e sculettante tra le giovinotte aizzate dalle vecchie babbione, indi nella parte che le è più congeniale, quella del Grande inquisitore (ma senza cultura, a differenza di quello di Dostoevskij; invece della tragedia, qui c’è la farsa). Eccola infatti mentre col ditino alzato chiede la pena esemplare per i peccatori:

    Nel TG7 abbiamo visto le femministe che a Verona fanno il gesto della fica, la Boldrina baccheggiante e ancora la Boldrina che ammonisce e condanna con il ditino alzato (dopo il min. 11°). Per vedere la replica del telegiornale, fare clic sull’immagine.

    • La pergamena sepolta sotto l’Obelisco “Mussolini”


      Per sfogliare l’anteprima del libro, fare clic sull’immagine.

      Ci agganciamo alla boldrinata qui sopra esposta per ricordare che sotto la fondazione dell’obelisco del Foro Italico, collocato nel 1932, c’è una pergamena nella quale è scritto un messaggio di Mussolini ai posteri. Scritta in latino, la pergamena riassume la genesi del fascismo, a partire dalle condizioni dell’Italia nel primo dopoguerra (… victoriam ingenti hostium exercitu profligato egregiam denique sunt adepti), il ruolo di Mussolini come salvatore dell’Italia (Ea tempestate cælesti quodam nutu atque numine VIR [= Mussolini] exstitit…), l’Organizzazione della gioventù fascista (Itali certatim liberos his Lictoriis sodaliciis quotannis inscribendos curaverunt), la costruzione del Foro “Mussolini” (allora non si chiamava Foro Italico: Locus est amœnissimus inter Montem Marium et flumen Tiberim…) e l’erezione dell’obelisco (Stat in ipso aditu Fori Mussolini…).
      La pergamena è ancora lì, sepolta, e sotto il fascismo non se ne parlò più che tanto, giusto in sede specialistica, perché doveva essere veramente un messaggio per i posteri.
      Ma dove trovare, oggi, il testo della pergamena? Su Google libri abbiamo trovato giusto lo stralcio che pubblichiamo qui sotto, che comunque è un buon punto di partenza per una successiva ricerca in archivio, perché adesso sappiamo che il testo si trova in un fascicolo dell’annata 1932 del Bollettino dell’Opera nazionale Balilla.

      Volendo, si può acquistare il libro curato da due giovani studiosi, Bettina Reitz-Joosse dell’Università di Groninga (Olanda) e Han Lamers dell’Università di Lovanio (Belgio): qui troviamo il testo originale, la traduzione, una breve storia dell’affermazione del fascismo con annesso il mito dell’uomo della Provvidenza, una descrizione dell’Organizzazione della gioventù fascista e un rendiconto della costruzione del Foro Italico.
      Ecco uno stralcio della pergamena che, insieme con alcuni aurei, coniati per l’occasione, fu sepolta sotto l’obelisco:

      «Magnus ab integro sæclorum nascitur ordo» Virg., Ec. IV, 5.

      Bellum maxime omnium memorabile quæ unquam gesta essent ab anno MCMXIV ad annum MCMXVIII tota pæne Europa exarsit, quod, cum et aliæ gentes vel armis vel opibus pugnantes adjuvissent fereque omnes anxia mente fuissent, totius orbis terræ bellum factum atque appellatum est.
      Huic quidem bello Itali, quamvis paulo ante tot post casus hostibus devictis tyrannisque expulsis denique in populi unius corpus liberi coaluissent seseque vix firmassent, cum populis qui pro rei publicæ salute jure ac legitime, sed tum incerto Marte, pugnarent interesse statuerunt atque patriæ fines ex aliorum dominatu vindicare. Veterum autem malorum memores et qua sunt virtute atque humanitate asperrima quæque perpessi neque vitæ neque impensæ pepercerunt ut sibi sociisque victoriam compararent, quam ingenti hostium exercitu profligato egregiam denique sunt adepti.
      Sed hominum qui tum Italorum publicis rebus præerant, alii ad civium vel exterarum gentium ambitiosas voluntates nimis pavidi, alii opinionum commentis deliri, utpote qui vel omnia civibus tribuerent nihil patriæ vel patriam ipsam omnino esse negarent, pessime tam præclara tantoque sanguine parta victoria usi Italiam in summum discrimen adduxerunt ut optimus quisque civis ejus saluti jam desperaret.
      Ea tempestate cælesti quodam nutu atque numine VIR exstitit, qui singulari acie ingeni animoque firmissimo præditus et ad omnia fortia facienda ac patienda paratus, non solum res inclinatas eversasque in pristinum restituere sed etiam Italiam illam, quam veteres Romani orbis terrarum lumen effecissent, Italis reddere divina mente concepit consiliisque facta adæquare est aggressus. Qui Vir fuit Benitus Mussolini.
      Hic quidem, cum primum patriæ caritate victus bellum civibus acriter suasisset, deinde miles strenue in acie pugnasset sanguinemque effudisset, victoria parta fasces, qui veterum Romanorum pristinas virtutes adumbrarent, instaurandos decrevit atque instauravit.
      Inter omnes quidem satis constat BENITUM MUSSOLINI, ex quo summam rerum suscepit, cum cives omnes suo sagaci subtilique sensu Italæ gentis virtutum captos secum traheret, effecisse ut ii quam maximas utilitates ex belli victoria caperent atque inter ceteras gentes honestissimum locum obtinerent. Nec ullum fugit Illum diuturna controversia dirempta rei publicæ Summi Romani Pontificis amicitiam justo fœdere conciliasse, patriæ exercitum ornatissimum cum maritima et aëria classe quam optime instructa comparasse legemque tulisse ut qui aliquam artem profiterentur itemque fabricatores ac fabri omnes in collegia vel societates coirent, quæ tamen cum re publica arte cohærerent ne causa esset quare odiis inter sese ac simultatibus conflictarentur et cum omnium civium detrimento in suis studiis atque operibus cessarent.
      […] Quod ltali mirati certatim liberos his Lictoriis sodaliciis quotannis inscribendos curaverunt ut ea jam ex multis milibus puerorum, puellarum, adulescentium constent. Quorum animi tutis præceptis, optimis libris, musica arte, peropportunis sermonibus, terrestribus atque maritimis peregrinationibus, ceteris rebus a præceptoribus, sacerdotibus, præfectis ad illam absolutam patriæ imaginem informantur, quam DUX ante oculos Italorum cotidie non verbis sed rebus ipsis delineat adumbratque; corpora autem multa atque varia exercitatione, gymnicis ludis, sollemnibus certaminibus firmantur nec solum inter strepitus urbium celebrium, sed etiam, ut fieri potest, in remotissimis pagis et apud exteras gentes ubicumque Italiæ pubes est, eorumque agminum concentus patriam per DUCEM servatam canentium ad præclara facinora optimi cujusque animum excitant invidosque inimicosque ltalici nominis docent Italiam futuram esse, non fuisse.
      Sed ille alacer DUCIS consili effector, Renatus Ricci, dum hæc parat maturatque, Romæ ædificandum esse vidit operum corpus, quæ cum ad tam providum consilium perficiendum essent utilia, tum in primis res a DUCE mire gestas memoriæ proderent.
      Locus est amœnissimus inter Montem Marium et flumen Tiberim: ibi stadia duo, quorum alterum amplitudine, alterum candore marmorum insigne, ædificata instructaque sunt, præterea palæstræ, piscinæ, hippodromi, exedræ, bibliothecæ, theatra, nemora, horti, ambulationes, in quibus mentes doctrinarum litterarumque studiis, corpora adsiduis exercitationibus educarentur, animi variis oblectationibus recrearentur solemniaque certamina ederentur.
      Inde Forum Mussolini exstitit: ibique “Lictoria Academia”, in qua instituuntur illi qui juventutis sodaliciis præsint quique una cum litterarum doctrinarumque præceptoribus Italiæ pubis animos ad rectum fingant atque conforment illam Mussolini præclaram sententiam affectantes “Libro e moschetto”.
      […]
      Hic codex membranaceus latine scriptus ab Aurelio Josepho Amatucci et mira arte ab Henrico Brignoli Romæ pictus in officina Nestoris Leoni positus est in basi obelisci monolithi Fori Mussolini a.d. V Kal. Nov. – Anno MCMXXXII p.Chr.n.

      • Lo stile e il “politicamente corretto” (anche allora, e più che mai!)
        Il latino del messaggio ai posteri di Mussolini

        Per essere un messaggio ai posteri, il latino della pergamena sepolta sotto l’Obelisco “Mussolini” (vedi sopra) poteva essere migliore, almeno un po’. Quanto allo stile infatti, esso è manifestamente quello del sermo humilis, che è lo stile di Cicerone nelle sue lettere familiari; ma quando Cicerone tromboneggiava e intendeva consegnarsi alla memoria dei posteri, il suo era un sermo sublimis. Tale avrebbe dovuto essere il messaggio di Mussolini ai posteri.
        Anche la scelta lessicale è talora infelice. Vediamo qualche esempio:
        1. Perché troviamo scritto ‘Benitus Mussolini’, quando Benito si traduce benissimo come Benedictus, e Mussolini può diventare Mussolinius? Così si legge, per esempio, in questo manuale di conversazione latina stampato nel 1939 per i tipi di Antonio Vallardi, dal titolo Colloquia diverbia fabellae. Qui il latino è semplice, ma purissimo.


        Traduzione:
        Maestro – Mussolini non solo non avrebbe potuto realizzare tutto questo, ma neanche cominciare, se in quella giornata memorabile di ottobre, avendo radunato i manipoli, non avesse ordinato alla gioventù [‘pubes’] littoria di marciare sull’Urbe di gran lena, e lui in persona non si fosse insediato [‘potiri’: letteralmente, “impadronirsi”] al vertice dello Stato [‘summa rerum’]. E non ci sarà mai oblio che possa cancellare il ricordo di quel giorno; o forse ti è uscito di mente?
        Lucio – Ricordo bene, la nuova era dell’Italia è stata stabilita il 28 ottobre (a.d. V Kal. Nov., cioè cinque giorni prima del 1° novembre, calcolando, come facevano i romani, il giorno di partenza e quello di arrivo).

        2. Perché dire ‘Forum Mussolini’, che non è una costruzione latina? Un romano antico avrebbe preferito leggere ‘Forum Mussolinii’ (vedi per esempio ‘Forum Traiani’, ‘Forum Nervae’).

        3. Perché quella famosa parola d’ordine [præclara sententia] di Mussolini con la quale i precettori dovrebbero plasmare ed erigere la mente dei giovani d’Italia [Italiae pubis animos ad rectum fingant atque conforment] è stata lasciata in italiano, cioè perché in un testo latino leggiamo “Libro e moschetto”? Forse che non si poteva dire Liber sclopetumque o, meglio ancora, entrando nello spirito dello slogan mussoliniano, Litterae sclopetumque?

        Si noti, per inciso, l’espressione «pubis animos ad rectum fingere atque conformare»; in particolare, si noti l’uso della parola rectum, che è come dire “corretto” (in ingl. correct). [**] Insomma, il fascismo voleva imporre ai giovani il politicamente corretto, proprio come la Boldrina e la dott.ssa Serra.

        P.S. – I coglioni, che non sono in grado di capire lo spirito di quel che ho scritto, e che avrebbero una voglia matta di denunciare ed “esigere spiegazioni” perché, secondo loro, queste righe costituirebbero un’apologia di fascismo, sappiano che, in generale, con i coglioni non parlo; se i miei servi non fossero fuggiti, potrei dire “Manderò i miei servi a bastonarti”. Tengano a mente tuttavia che esistono pene alternative alle bastonate dei servi, che sarò felice di irrogare.

        …………………………………………………………………
        [*] Come si legge nella prefazione, il libro intende ottemperare alle «nuove disposizioni ministeriali» le quali riconoscono «che, accanto agli esercizi mnemonici di declinazioni, di coniugazioni e di analisi logica, non è meno necessario un indirizzo intuitivo, diretto, che sappia suscitare con l’immaginazione l’attività del discente, e lo disponga ad amare sin dai primi anni di studio questa lingua tutt’altro che morta dei nostri padri». Questo è precisamente il metodo d’insegnamento che favorisce un apprendimento induttivo della lingua latina, come usa nelle lingue moderne e “viventi”. Il metodo “naturale”, o “induttivo” per l’apprendimento del latino e del greco è oggi al centro di un vivace dibattito tra gl’insegnanti del liceo (quel che avanza del glorioso liceo, nonostante le azioni di sgretolamento promosse dalle guastatrici Moratti, Gelmini e sciura Valeria Fedeli, sindacalista di Treviglio).

        [**] Nella traduzione italiana abbiamo reso ad rectum conformare come “erigere”, che contiene la radice di rectum. Del resto, è proprio quel che s’intende con l’espressione ad rectum fingere et conformare, nella migliore tradizione di chi possiede la verità (meglio: crede di possederla), plasmare e raddrizzare l’animo dei giovani. Sono queste, per chi non l’avesse capito, le “buone pratiche” del politicamente corretto, che per noi filosofi libertini sono pratiche liberticide.

    • Quando non fa il populista, Fusaro ha ragione

      (Le acque che vediamo e sentiamo sciabordare sono quelle di Spotorno.)
      Il manifesto menzionato da Fusaro, in ricordo di una sinistra che non si faceva condizionare dalle mènadi femministe e dalla Boldrina assatanata di visibilità mediatica, è questo:

      • E se sfatassimo l’idea che i maschi sono privilegiati?
        I «diritti maschili»

        Ieri domenica 30 marzo Concita De Gregorio, giornalista progressista ma intelligente, pubblicava nella sua rubrica, nel quotidiano la Repubblica, la lettera di un lettore:

        In questi giorni ho letto la notizia di una giovane insegnante di 35 anni accusata di violenza sessuale ai danni di un suo alunno quattordicenne. La donna rimane incinta e, dai test del Dna, risulta che il bambino sia figlio dell’alunno. Nel nostro Paese non esistono diritti riproduttivi maschili. Un uomo non può rifiutare la paternità, è obbligato al mantenimento dei figli, anche quelli non voluti. Mi chiedo se la legge costringerà un ragazzino a riconoscere un figlio nato da una violenza sessuale, al pari, fatte le dovute proporzioni, di quei Paesi oscurantisti in cui alle donne viene negata la possibilità di abortire, anche in caso di stupro.
        Credo che questa vicenda rappresenti un’opportunità per riflettere sui diritti maschili, sui doppi standard giudiziari e sulle discriminazioni che colpiscono gli uomini, in una società definita patriarcale e maschilista, ponendo fine alla retorica del “maschio privilegiato in quanto tale”. Numerosi dati confermano la totale assenza di privilegi nel nascere maschi: gli uomini rappresentano l’80% dei suicidi, l’85% dei senzatetto, il 93% delle morti bianche sul lavoro.
        Nell’oltre 90% dei casi di divorzio, la custodia dei figli viene affidata alla madre. Non voglio sminuire o negare le discriminazioni contro le donne ma estendere le analisi sulla parità di genere alle questioni legate ai diritti maschili, al fine di costruire una società in cui nessuno debba sentirsi umiliato.

        E se sfatassimo l’idea che i maschi sono privilegiati? Tanto per intenderci, mettiamo in chiaro che siamo contrari a manifestazioni di piazza, pagliacciate, querimonie e azioni di lobby. Dico soltanto che, con buona pace di Lilli Gruber, della Boldrina e della dott.ssa Serra, dovrebbe essere consentito ragionare su questo tema. E, a livelli infimi, direi anche con buona pace del gatto padano, il quale proprio non vuole che l’argomento sia sfiorato: arrivò a scrivere che io metto sullo stesso piano l’uxoricidio e i graffi e i morsi che alcune donne infliggono ai mariti. No, io non metto sullo stesso piano, mi limito a osservare che esiste una violenza femminile, e volesse il cielo che fossero soltanto graffi e morsi.
        Ho già affrontato l’argomento, ovviamente senza chiedere permesso agl’inquisitori del politicamente corretto, tanto più che non sono in carriera e che, per il momento, si spera, non ho niente da perdere a ragionare in libertà, nei seguenti articoli (il primo è del 2015):

        La violenza delle donne

        La dott.ssa Serra e la dott.ssa Bellezza faranno qualcosa per arginare la violenza delle donne sui maschi?

        Il femminismo, i milioni di bambini infelici e un confronto tra il gatto padano e l’avvocato mentitore

        Esiste anche la violenza delle donne sui maschi

        Donne che odiano gli uomini

  73. Pensierini sulla panchina

    Premetto che non ho veruna intenzione d’irridere alla fanciulla che con donnesca rotonda grafia ha pitturato questo pensierino, in stile serrano-crurale, su una panchina d’inequivocabile sapore movimentista, nella linea Gruber-Boldrina-Serra.
    Conosco parimenti il significato dell’iniziativa di scelta della panchina, per la sua collocazione, e della sua pitturazione rossa (come le scarpette rosse delle femministe) e, ovviamente, sono contrario all’uxoricidio che sciacquettisticamente, anche in questa fattispecie, si è voluto chiamare fem[m]inicidio.
    Dissento tuttavia dalla gestione serrano-crurale, in chiave femminista, della notizia del triste episodio occorso nel paese di Curno. È una gestione “divisiva”, che appiattisce il maschio nella dimensione unica del lupo, che contraddice alla norma di buon senso che va sotto il nome di Rasoio di Occam: Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. Una divisione che non rende migliori quei maschi che comunque, per carenze fondamentalmente affettive e culturali, sono di fatto macchine per uccidere; una divisione che per converso crea risentimento nei soggetti antropologicamente e culturalmente più deboli, che si trovano posti sul banco degli imputati “a prescindere”, e comunque meritevoli di un processo di ricondizionamento. Un po’ come avvenne nelle scuole della Germania dell’Ovest, dove i ragazzi furono assoggettati a un severo programma di denazificazione.
    Dunque questa della linea Gruber-Boldrina-Serra è una divisione che non risolve il problema, anzi lo aggrava. Laddove, anche riguardo all’uxoricidio, occorrerebbe innanzi tutto destare la ragione dal sonno nel quale è scivolata, il che presuppone un’analisi.
    La nostra analisi prende le mosse dalla constatazione che in Italia, in particolare, non si ha ragione di sperare che le masse, come appresero a esprimersi in italiano, che era una lingua artificiale e di pochi, così assumerebbero quella gentilezza di modi che fu prerogativa delle élite [senza la “s” per denotare il plurale, che suona buzzurro]. Qualcosa si è spezzato o, meglio, ha cominciato a spezzarsi, come in un canapo logoro, che prima di spezzarsi del tutto vede spezzarsi ora questo ora quel trefolo. Nella nostra analisi l’agente principale del logoramento è l’aziendalismo, i cui disvalori, come in una metastasi, hanno preso il posto dei valori della cosiddetta morale naturale, che la Buona novella fissò in esempi e norme di comportamento alla portata di tutti.
    Mi sembra evidente che il seme della violenza non si estirpa con i pistolotti, o con le panchine rosse, che sono l’equivalente e il segnacolo di un pistolotto. Se proprio gli amministratori pubblici pensano di poter fare qualcosa contro la violenza, dunque anche contro la violenza esercitata sulle donne, dovrebbero cominciare dall’esempio. Dovrebbero essere inequivocabilmente umani, non-aziendalisti, non-violenti: il che è diverso che partecipare alla marcia di Assisi, previo acquisto di comodi abiti da catto-marciatore e calzari francescani, con selfie a seguire. Perché anche la marcia su Assisi lascia il tempo che trova, se poi ci si presta al gioco di Vera Baboun, che nel suo studio di sindachessa betlemita teneva il ritratto di Arafat, che era uno al quale i mitra piacevano parecchio.
    Non siamo talebani e non pretendiamo che la denuncia dell’aziendalismo esaurisca l’universo del discorso. Se ne può parlare. Ma il punto è questo, che non se ne parla proprio. Si dà per scontato che l’aziendalismo e l’odiosa “determinazione”, che è un suo corollario, siano degli assiomi. E se qualcuno li mette in discussione, peste lo colga! Secondo noi invece sono totem che varrà la pena abbattere, onde disperdere la caligine della superstizione e osare quel che, secondo Lucrezio, osò Epicuro: «primum Graius homo mortalis tollere contra / est oculos ausus primusque obsistere contra».

    Spero mi si risparmi l’obiezione: ma l’uxoricida di Curno non era un impiegato dell’Ufficio marketing. Sì, ma viveva un clima di sopraffazione alla quale l’Ufficio marketing e, in generale, una concezione aziendalistica della vita assegna una valenza positiva. Del resto, non mi risulta che quella panchina rossa suonasse, nelle intenzioni serrano-crurali, come un monito esclusivo al maschio tunisino, o islamico. È contro la violenza, o no? Dunque, di che cosa si alimenta la violenza?

    • Nuovi pensierini per Curno

      Trascrivo il pensierino in stile serrano-crurale scritto sulla panchina sita di fronte al Municipio di Curno, ad uso di coloro che non fossero riusciti a leggerlo, per esempio perché leggono questa pagina su un ficòfono: [*]

      • L’amore è rispetto e cura.

      Ho provato, come si dice, a “far mente locale” (un’espressione che rimanda alla tecnica di reminiscenza per loca et imagines): mi sono venuti in mente altri pensierini, che potrebbero scriversi sulle panchine lì vicino:

      • Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù: va all’inferno e casca giù.
      • Al buio tutti i gatti sono bigi.
      • Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio.
      • Si entra pesanti e dolenti, si esce leggeri e contenti.
      • Chi ha denti non ha pane, chi ha pane non ha denti.
      • Chi volta el cuu a Milan le volta al pan.

      Bastano questi pensierini per le panchine che si trovano davanti al Municipio di Curno? Ricordo che i serrano-progressisti avevano preconizzato che con la loro amministrazione lo sgarruppato paese di Curno sarebbe finalmente diventato “bello da vivere”. Ma forse intendevano dire “buono per insediamenti residenziali e commerciali”, considerata la progressiva cementificazione del territorio. Abitare e commerciare, non è forse anch’esso “vivere”? Suvvia, non facciamo gli schizzinosi!

      ……………………………………
      [*] Si chiama Municipio, non Casa del Comune: merda a chi vorrebbe riformare l’italiano mediante la retroversione della terminologia inglese! In questo caso, in inglese “municipio” si dice “City hall” e, facendo la retroversione, “City hall” diventa “Casa del Comune”. Oh, merdacce che siete, voi sprovveduti riformatori della lingua italiana!

  74. Francesca permalink

    I nostri peccati, errori e colpe sono necessari, altrimenti saremmo privati dei più preziosi incentivi allo sviluppo (così scriveva Jung).

    [Non intendo fare l’apologia del “peccato”, direi però che più grave ancora del peccare è il non volerne trarre un insegnamento dalle conseguenze del peccato, addirittura la pretesa che non se ne parli più. Come quando, per esempio, si invoca un preteso diritto all’oblio. Ricordate la Coa, quella genialata tecno-burocratica alla quale la similsinistra curnense aderì entusiasticamente (era il “nuovo che avanza”), poi naufragata nel nulla? Se ne fai parola alla prof.ssa Morelli, lei ti dirà: eh, ma è roba passata! Superata!
    In realtà il diritto all’oblio suona al nostro sentire come un sopruso, come i famosi e stramaledetti “diritti acquisiti”.
    Direi però che c’è peccato e peccato. Commettere alcuni peccati è fonte di gioia, che non andrebbe sottovalutata. Una società organizzata razionalmente dovrebbe prevedere una dose minima di repressione programmata, perché i cittadini possano conoscere la gioia della trasgressione. Se la trasgressione è innocua per il corpo della società, ma “gravissima”, per esempio, per le vestali del politicamente corretto, il peccato ipso facto diventa fonte di gioia. Così la Gruber, la Boldrina e la dott.ssa Serra, per non parlare della sciura Valeria di Treviglio, si adirano mica male se, riferendoti a una donna che esercita la carica di ministro, dici “ministro”, appunto, invece che “ministra”. Noi continueremo a dire “ministro”, ricordando altresì che la minestra è quella pietanza che si amministra. La Boldrina diventi pure paonazza: la cosa non ci disturba; anzi, ci diverte.
    N.d.Ar.]

  75. Chi ha detto che i cattoprogressisti sono pacifisti?
    Ruolo internazionale di Curno, faro riconosciuto di cattoprogressismo

    Con riferimento a quanto abbiamo scritto in un articoletto precedente, pubblico quanto segue, perché non si pensi che noi raccontiamo fole:

    Qui sopra, locandina che annunciava il giro di visite della sindachessa di Betlemme, Vera Baboun, in modalità di madonna pellegrina. La Baboun si tovava in terra bergamasca in occasione di un evento sessista, la consegna del premio “arcVision: Women and Architecture”, su iniziativa dell’Italcementi, da assegnare esclusivamente a una donna-architetto (i maschi sono discriminati). Le pubbliche relazioni della Baboun erano curate dalle Acli di Bergamo.
    Leggiamo nella locandina che mercoledì 4 marzo 2015 Vera Baboun, dopo aver intrattenuto alle 9 del mattino gli studenti del liceo Falcone di Bergamo (che erano precettati: non potevano fuggire), alle 18 si sarebbe prodotta nella Sala Consiliare di Curno, su invito della dott.ssa Serra (i cittadini non sono stati precettati, ma invitati a “condividere”), per poi fiondarsi, instancabile, al Cinema Conca Verde di Bergamo, dove alle 20.45 avrebbe parlato sul tema “Per una convivialità delle differenze”. Alè!
    Qui sotto, lo studio della sindachessa Vera Baboun a Betlemme. Vediamo sulla parete, in bella mostra, il ritratto di Arafat, sotto le cui insegne Vera Baboun è stata eletta

    Infine, qui sotto, a sinistra, Yasser Arafat, premio Nobel per la pace (sic!), con il fido mitra in spalla. A destra, un bacio appassionato tra Arafat e monsignor Hilarion Capucci, arcivescovo cattolico siriano, «difensore della pace e dei diritti umani»; infatti nel 1974 fu arrestato dalla polizia israeliana perché «a bordo della sua limousine Mercedes, introduceva dal Libano alla Cisgiordania fucili automatici, pistole, esplosivo TNT, bombe a mano e munizioni».

  76. A maggiore gloria di Curno, un altro pensierino per un’altra panchina
    Post coitum omne animal triste est

    Il detto latino Post coitum omne animal triste est, cioè “Dopo l’accoppiamento, ogni animale è triste” è attribuito ad Aristotele; di tale massima in verità non si ha ricontro diretto, con riferimento allo Stagirita (come dice Fusaro: cioè, ad Aristotele), sappiamo però che essa riflette, più che un punto di vista, un dato di osservazione, già presente nelle fonti antiche. E che i moderni considerano seriamente: si veda quest’articolo pubblicato sul Fatto quotidiano da Roberta Rossi, «Presidente della Federazione italiana di sessuologia scientifica» (se non sapevate che esiste la “sessuologia scientifica”, adesso siete informati): Sesso, la depressione postcoitale.
    Insomma, non havvi dubbio che un pensierino così, oltre tutto in latino, farebbe la sua bella figura, quando fosse “pittato” su una panchina di Curno, paese che si pretende “bello da vivere”, nonostante lo sgarruppamento diffuso, la gramigna della delazione, la cementificazione incalzante, alla faccia dei buoni propositi (iniziali) dell’Amministrazione serrano-crurale.
    Non sono mancate le rielaborazioni e gli adattamenti di questa sentenza antica. Una variante, per esempio, è Post coitum tristitia: dice la stessa cosa, in forma più concisa, quasi tacitiana. Questa comunque è la formulazione più diffusa:
    Post coitum omne animal triste est.
    Però il gallo dopo il coito non sembra poi così triste, anzi con il suo chicchiricchì pare voglia far sapere a tutti che lui ha “consumato”, è in forma e di ottimo umore. Ecco perciò che il detto è stato così modificato:
    Post coitum omne animal triste est, praeter gallum. Cioè dopo la copula ogni animale è triste, con l’eccezione del gallo.
    Qualcuno, maliziosamente ha voluto aggiungere ancora qualche parolina:
    Post coitum omne animal triste est, praeter gallum gallinaceum et sacellanum gratis fornicantem. Cioè, dopo la copula ogni animale è triste, con l’eccezione del gallo e del prete che se la spassa a sbafo.
    Altri ancora hanno voluto riformulare la massima in questi termini:
    Post coitum omne animal triste est, praeter gallum et mulierem. Cioè, dopo la copula ogni animale è triste, con l’eccezione del gallo e della donna. Un’altra formulazione ancora, Post coitum omne animal triste est, sive gallum et mulierem, non è nemmeno degna di considerazione, perché contiene uno strafalcione. In ogni caso, oltre che scientificamente infondata, è politicamente scorretta, e non è il caso di andare a cercare rogna. Non dimentichiamo che stiamo proponendo questa sentenza all’Amministrazione serrano-crurale. Dunque consideriamo la prima versione di questo “pensierino”, e non se ne parli più.

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    Approfondimento, per i palati più fini
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    Interpretazione allegorica del detto, attribuito ad Aristotele, ‘Post coitum omne animal triste est’, con l’aggiunta ‘praeter gallum”, che notoriamente dopo il coito fa chicchiricchì, e non sembra triste. Ma in quest’interpretazione il gallo rappresenta la Francia, abitata dai Galli, cioè dai mitici Celti di Ur-leghista memoria.

    La stampa (1779 ca.) qui sopra vuol essere una satira ai danni dell’Inghilterra che, dopo essersi impossessata dell’isola caraibica di Grenada, precedentemente francese, quando si trovò impegnata a contrastare la Rivoluzione americana, dovette rassegnarsi alla sua riconquista da parte dei francesi. Questo scampolo di storia ci aiuta a capire l’allegoria: nel medaglione, infatti, vediamo l’Inghilterra rappresentata come un leopardo, strangolato da un serpente, che vuol essere l’America. Il leone che obbliga l’Inghilterra, cioè il leopardo, a star ferma è la Spagna. E il gallo, cioè la Francia, gode.
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  77. Avviso ai naviganti

    Starò via qualche giorno, e per qualche giorno non aggiungerò articoli di varia umanità e commenti sulle nequizie della politichetta. Semmai, se qualcosa di meritevole di un commento sarà accaduto, se ne parlerà dopo. Ma la nostra speranza, in generale, dunque non soltanto in relazione a questo breve intervallo di tempo, è che non succeda niente. Perché che cosa volete che succeda, con l’aria che tira, con i governanti che abbiamo, nello sfascio morale e materiale di questa nostra Italia che amiamo se pensiamo alla sua cultura e alla sua storia, ma che detestiamo se pensiamo alla sua attuale tristezza (da intendersi in senso lato): che cosa dunque potrebbe succedere, se non brutture, turpitudini, disonore? Magari si potesse congelare la situazione e aspettare, come in quella commedia di De Filippo, che passasse la nottata! No news, good news, si dice nella nobile lingua degl’inglesi, quotidianamente stuprata da mezze calzette e trasformata in linguaggio coglione, quello di chi vuol fare il fico con poca spesa e pensa così di essere salito in un improbabile ascensore sociale e, quel che è peggio, culturale.
    A livelli infimi, spero che nell’infelice paese di Curno non ci siano nuove sparate di sudaticce iniziative politicamente corrette, o nuove delazioni o avvertimenti di delazione. Al ritorno, penso che inaugurerò una nuova pagina, forse con sollievo di qualcuno. Sono indeciso se parlare ancora, e distesamente, del Nome della rosa, a mo’ di consuntivo di quanto si è detto, o della figura di Ipazia, rivendicandole il posto che merita nella storia del (libero) pensiero, dunque sottraendola alla pelosa attenzione delle femministe, che se ne sono impropriamente appropriate, quasi che fosse un’antesignana di quella vecchia gallina, di Martha Nussbaum, addirittura stabilendo che il giorno in cui fanatici cristiani (i “parabolani”, non meno feroci dei talebani) fecero strazio delle sue carni coincidesse con l’8 marzo. Vedremo.

  78. Cacasentenza permalink

    @Aristide

    Vedi:

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    [Già: copio e incollo dall’agenzia Ansa (vedi Jim Carrey, Mussolini? Se preferisce capovolga vignetta…:

    Non si placa la polemica tra Alessandra Mussolini e l’attore americano Jim Carrey innescata dalla vignetta del Duce e Claretta Petacci impiccati a piazzale Loreto che quest’ultimo ha disegnato e pubblicato sul suo account Twitter. Stuzzicato da un giornalista di Variety, l’attore ha ironicamente definito “sublime, meraviglioso” essere definito un “bastardo” dalla nipote di Mussolini, insulto cancellato dall’europarlamentare pochi minuti dopo.

    In altre parole: Jim Carrey ci prova, la Mussolini s’inalbera, Jim Carrey coglie il frutto di un supplemento di visibilità mediatica. Siamo alle solite: un coniglio mediatico, oltre tutto a nostro parere di cattivo gusto, non perché ambiguo, ma perché uno dei due corni dell’ambiguità è la “macelleria messicana” che disgustò il partigiano Parri, quando vide i cadaveri appesi alla pensilina di Piazzale Loreto. O forse non si riferiva ai cadaveri appesi, forse vide il volto di Mussolini sfondato dai colpi del calcio del fucile e pisciato da una donna che aveva perso il figlio (o il nipote, non ricordo), morto per mano dei fascisti.
    Anche noi abbiamo paventato che il presente e insano entusiasmo per i due populisti possa sfociare, quando gl’italiani si siano accorti della follia di affidare la cosa pubblica a gente come questa, in una specie di Piazzale Loreto. Ma non c’era ambiguità nel nostro dire: Piazzale Loreto ci fa orrore, si dovrebbe evitare di arrivare a tanto, mentre è benvenuta la capitolazione dei grilleschi (abbiamo scritto proprio così, su questa pagina: “capitolazione”) che, a nostro avviso, è un primo passo per uscire dall’incubo populista. Certo, bisognerà fare i conti con Salvini e, purtroppo, non si vede all’orizzonte una squadra di filosofi pronta a prendere le redini della situazione. Ma così non si può andare avanti, e non manca del tutto la materia per ben sperare: le contraddizioni in seno alla Lega e al suo elettorato ci sono, eccome. Si tratta di farle scoppiare ed, eventualmente, pilotare l’esplosione. Ma non è roba per strateghi di farmacia, come diceva il buon Amendola. Ci vorrebbe un Lenin, o anche, al polo opposto, un Jefferson. Ma meglio di tutti una testa come Gramsci, del quale Mussolini disse, pare, “Quella testa deve smettere di pensare”.
    N.d.Ar.]

  79. Nuovo schiaffo mediatico all’intelligenza degl’italiani

    In breve, Giulio Cesare, candidato dalla pimpante GiorgiaMeloni, si presenta agli elettori come “pronipote del dittatore fascista Benito”, suo nonno essendo quel Vittorio, figlio di Benito, che fu uomo di cinema ai tempi del regime e che dopo la guerra si ritirò in Argentina. Tornato in Italia, pubblicava libri in edizione numerata e stampava medaglie d’oro con effigie mascelluta, che in prospettiva dovevano essere un buon investimento (e forse lo sono davvero) per nostagici danarosi. O forse si limitava a lasciare che altri usassero il suo nome per queste operazioni commerciali.


    Uno dei numerosi libri di Vittorio Mussolini, o a lui attribuiti, reperibili nel mercato antiquario. Di questo esemplare sono state tirate 2999 copie: stampato su carta Modigliani, «appositamente» (così leggiamo nella locandina pubblicitaria) fabbricata per quest’opera dalla Cartiera di Cordenons s.p.a. con preziosi sbalzi su copertine realizzate in foglia d’argento, il suo prezzo attuale è 700 euro. Non sappiamo quanto costasse all’origine, dunque non siamo in grado di giudicare se l’acquisto sia stato un buon investimento.

    «Nato in Argentina e vissuto dal 1978 al 1986 in Venezuela, dopo la carriera come ufficiale di Marina militare da sommergibilista, Giulio Cesare è stato un manager di Oto Melara, una società di Finmeccanica, e da dodici anni risiede ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, dove lavora per Drass Middle East, società della provincia di Livorno che produce sommergibili di piccole dimensioni e camere iperbariche per la compensazione dopo le immersioni in profondità in qualità di Marketing & Sales Area Manager».
    Immagino che con il nome che porta, Giulio Cesare sia stato un ottimo agente di pubbliche relazioni nel mercato delle armi. Anche Vittorio Emanuele di Savoia faceva le pubbliche relazioni per conto degli elicotteri Agusta. Siamo sicuri che Giulio Cesare possa fare qualcosa di buono pr l’Italia? Beh, comunque, se consideriamo l’aspetto delle pubbliche relazioni, la scelta non è sbagliata. Quello che è sbagliato è continuare a fare politica con i conigli mediatici, le pubbliche relazioni, le promesse, le minchiate giuridiche, la mistica mongomanageriale ecc.

  80. Il Medioevo sono loro, i politicamente corretti
    Ci sarà mai una tregua nella campagna di demonizzazione del maschio?

    I fatti sono noti, ne hanno parlato i giornali e comunque i termini della questione sono riportati nell’articolo dell’Huffington Post che possiamo leggere facendo clic sull’immagine qui sopra. Pare che una ragazza abbia avuto rapporti sessuali consenzienti con tre ragazzi, poi denunciati per stupro. Una roba triste, tutto sommato. Quando i giudici rilasciarono prima uno degl’imputati, poi il secondo, il popolo giustizialista-femminista voleva la galera: siete stati accusati di stupro, dunque andate in galera, senza troppi cincischiamenti, senza garanzie di tutela. Se poi, eventualmente, siete innocenti — dicono — per quanto improbabile la cosa possa essere, beh, si vedrà; ma dopo la galera. Si sono dati una calmata solo dpo il terzo rilascio. Ma non hanno intenzione di chiedere scusa.
    Visto che si parla tanto di Medioevo in questi giorni, non possiamo fare a meno di pensare alla sintonia dei giustizialisti femministi e politicamente corretti con il legato pontificio Arnaldo Amalrico, alla guida dei crociati che misero a sacco nel 1209 la città di Béziers, dove massiccia era la presenta degli eretici (cristiani) di scuola càtara. [*] Era la famosa crociata albigese, e quello di Béziers fu un massacro: la città fu saccheggiata e incendiata, 20.000 uomini perirono di spada. Ebbene, in risposta ai suoi uomini che gli chiedevano che cosa fare della popolazione, in maggioranza cattolica, Arnaldo Amalrico rispose: «Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi».
    Così vorrebbero fare le femministe e coloro che si fanno vanto di essere politicamente corretti (da non prendere sotto gamba, sono pericolosissimi, e la pericolosità discende dal loro essere stupidi): bisogna colpire tutti i maschi.
    Lo so, è difficile prendere posizione contro il femminismo, il #Metoo cinguettante della Boldrina e di Asia Argento. Come ho già scritto, io per parte mia mi espongo, perché personalmente non ho niente da perdere (così almeno mi pare: non sono in carriera ecc.). Anzi, prendere posizione contro il farisaismo politicamente corretto per me, oltre che un piacere, è un dovere. Capisco che non sia un dovere per chi ha fondato motivo di temere rappresaglie. Moltissime persone intelligenti praticano la dissimulazione onesta: detestano la crociata femminista, ma evitano di entrare nel discorso, per non mentire, da un lato, ma anche per non essere perseguitati, dall’altro.
    Rimane, per chi proprio voglia fare qualche azione di guastatore, senza conoscere la gogna e rovinarsi la vita, l’arma dell’ironia. Vediamo con quale finezza Mattia Feltri abbia toccato l’argomento nel fascicolo della Stampa uscito venerdì scorso, scrivendo della ragazza campana stuprata/non stuprata:

    È difficile scrivere oggi di questa storia, perché si rischia di aggiungere errore a errore, e dolore a dolore. Ci si proverà, dalla fine: anche il terzo dei tre presunti, sempre meno presunti stupratori della Circumvesuviana, è stato liberato. […] Si avviò una raggelante e partecipata gara a chi più innalzava la sua rettitudine patibolare. Promuoviamo al ballottaggio il ministro Elisabetta Trenta («si difendano ma lo facciano dal carcere») e il vicepremier Luigi Di Maio («è una vergogna»), frasi allucinanti in bocca a donne e uomini di governo. Non è la solita, velleitaria solfa sul garantismo, sulla dignità dei colpevoli e delle vittime, almeno finché non siano dimostrati tali, ma sulla dignità di tutti noi, partecipi di una società civile, troppo incivile. Noialtri dei giornali, poi, questa fragile ragazza ce la siamo portata in lacrimevole processione, senza sapere niente, senza approfondire niente, perché veniva bene così. I ragazzi su internet sono stati mostrificati e minacciati di morte, la magistratura è stata infamata, perché piace solo se condanna. Ciascuno si è preso queste quattro persone innocenti per il verso in cui meglio calzavano al suo pregiudizio e alla sua micragnosa convenienza. E come vogliamo chiamare tutto questo? Stupro?

    Mattia Feltri è stato bravissimo. Non c’è in quel che abbiamo letto, niente che, con malevolo copia-e-incolla, si presti a dire che lui vorrebbe rendere legale lo stupro, o che considera lo stupro peccato veniale, o qualcosa del genere.
    Qualcuno si lamenta che neanche noi ci prestiamo a questo gioco, e allora inventa: afferma che quel che noi non diciamo, però lo pensiamo. Il che può anche avvenire, qualche volta. Ma perché il nostro pensiero dovrebbe essere necessariamente criminale, solo perché così piace a un agrimensore, poco avvezzo alla dialettica? [**] Come quando, avendo alcuni palestinesi perso la vita nel corso di un episodio di rappresaglia israeliana, un tale — indovinate chi — scrisse che io godevo di quelle morti. Il ragionamento era: se tu sei contrario ai giri di valzer pilotati a Curno dalle Acli in favore della lobby palestinese, allora sei assetato di sangue palestinese. Ma è un ragionamento, o una calunnia?

    ……………………………………………..
    [*] Suggerisco in proposito la lettura delle considerazioni di Roberto Renzetti, libero pensatore, professore di Fisica Generale presso la facoltà di Ingegneria Meccanica a Roma Tre, mica un cazzeggiatore giuridico: La via criminale a Dio.
    [**] Preferisco chiamare i geometri “agrimensori”, come si chiamavano fino all’inizio del secolo scorso, perché la geometria è cosa nobile, che poco ha che fare con la mente di chi ragiona per cacate carte. Si dice che sul frontone dell’Accademia di Platone fossero inscritte queste parole: Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω (Nessuno entri, che non sappia di geometria), citate variamente, cioè con qualche variante, in epoca moderna da Erasmo, dall’editore di Copernico ecc. Gli agrimensori odierni, che non misurano più i campi con gli strumenti agrimensurali, che tutto sommato avevano una loro dignità, sono per lo più officianti della mistica copropapirologica, tanto che, secondo loro, un discorso di cacata carta è un discorso politico. Non senza compiacimento, occupandosi di cacate particelle catastali pensano di officiare un rito divino con la «divina particola» (quella della canzone “T’adoriam, ostia divina”).

    Questa frase, attribuita a Platone — Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω — è scolpita sulla facciata d’ingresso dell’Università di Coimbra.

    • Scrivere in greco

      Per scrivere in greco con una normale tastiera per computer, predisposta per i caratteri romani, è sufficiente recarsi al sito di Type greek e utilizzare il codice “Beta”, seguendo le indicazioni della pagina di apertura del sito:

      Per esempio, ἀ (lettera alfa con spirito lene) è rappresentata secondo il codice beta come “a)”: digitando “a” si ottiene α; quindi digitando “)” s’impone lo spirito lene: ἀ. La cosa è del tutto intuitiva, per la somiglianza tra la parentesi tonda chiusa e lo spirito lene. Altro esempio: la lettera eta con l’accento circonflesso si ottiene digitando “h” (facile da ricordare perché la lettera eta maiuscola si presenta come la lettera “H” dell’alfabeto romano), quindi, subito dopo, il segno “=” (anche questo è facile da ricordare per la somiglianza dei due segni). Otterremo, appunto, ῆ.
      A questo punto, facciamo clic sulla scritta “Type Greek” della colonnina a sinistra: seguendo le istruzioni della figura precedente comporremo la frase che abbiamo presentato nell’articoletto qui sopra:

      Semplice, no?

  81. La geometria, l’agrimensura, lo spirito di geometria e Copernico


    Frontespizio della prima edizione (1543) dell’opera di Copernico, De revolutionibus orbium coelestium. Facendo clic sull’immagine, ci si collega a un sito svizzero che consente la consultazione del libro. Per la precisione, il detto “platonico” Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω è riportato nella variante Ἀγεωμέτρητος οὐδεὶς εἰσίτω; οὐδεὶς e μηδεὶς significano la stessa cosa, cioè “nessuno” ma in οὐδεὶς c’è una sfumatura asseverativa..

    Dovendo difendere la nobiltà della geometria — una delle arti del Quadrivio — abbiamo sentito il dovere di mettere in chiaro che i geometri — quelli in particolare che annusano cacate carte, e che addirittura se ne fanno un vanto — niente hanno che fare con la nobiltà della geometria, essendo l’annusamento del quale si diceva opera sordida e servile. Dunque il titolo di “geometra”, che già era un’impostura, allorché fu stabilito con Regio cacat. decreto dell’11 febbraio 1929, n. 274, per cui «il titolo di geometra spetta a coloro che abbiano conseguito il diploma di agrimensura dei Regi Istituti Tecnici o il diploma di abilitazione per la professione di geometra», [*] oggi grida vendetta, se usurpato dai copropapirologi.
    Analogamente, anche se astronomo e astrologo etimologicamente significano (quasi) la stessa cosa, essendo etimologicamente l’astronomia lo studio delle leggi (νόμος = legge) degli astri, e l’astrologia la scienza degli astri (suffisso -λογία = scienza), tuttavia, poiché vogliamo far distinzione tra cialtroni e scienziati, chiamiamo i primi astrologi, i secondi astronomi.
    Andando per il sottile, ci sarebbe da osservare che un agrimensore del buon tempo antico potrebbe offendersi, sentendo il suo titolo usurpato da un geometra-copropapirologo; ma, essendo l’agrimensura una πρᾶξις e la geometria una τέχνη, per non offendere l’arte, e comunque chiedendo scusa agli agrimensori veri, quelli che, di nome e di fatto, non esistono più, chiameremo l’annusatore di cacate carte “agrimensore”.
    Ciò premesso, come il càllido lettore di Nusquamia ricorderà, a testimonianza della nobiltà della geometria, abbiamo presentato la scritta che, secondo alcune testimonianze, sarebbe stata inscritta sul frontone dell’Accademia di Platone:
    Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω
    Sono testimonianze, appunto, e nessuna dice che fosse veramente Platone colui che fece scrivere quelle parole. Potrebbero anche essere state aggiunte dopo, o forse no. La testimonianza più antica risale a uno scolio su un testo di Publio Elio Aristide, un retore del II sec., nativo della Misia (Asia minore). L’autore è un retore del IV sec., Sopatros di Apamea, siriano, che operò ad Atene. Scriveva dunque Elio Aristide in un suo discorso riguardo alla giustizia, «εἰ δὲ ἡ γεωμετρία καλὸν, καὶ ἡ κατ᾿ αὐτὴν ἰσότης», cioè “se la geometria è una cosa buona, allora anche il concetto di eguglianza (ἰσότης) che le appartiene è una cosa buona”. Sorvoliamo sull’argomento, che lascia il tempo che trova, perché non è questo il punto, e veniamo allo scolio. Annota a questo punto Sopatros: «ἐπεγέγραπτο ἔμπροσθεν τῆς διατριβῆς τοῦ Πλάτωνος ὅτι ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω· ἀντὶ τοῦ ἄνισος καὶ ἄδικος. ἡ γὰρ γεωμετρία τὴν ἰσότητα καὶ τὴν δικαιοσύνην ζητεῖ», cioè “Era scritto nel frontone della scuola di Platone ‘Nessuno entri, che non sappia di geometria’ come per dire ‘se non hai nozione di eguaglianza, di giustizia’: perché la geometria è ricerca dell’eguaglianza e della giustizia”.
    Anche sull’argomento dello scolio ci sarebbe da dire, ma — ripetiamo — non è questo il punto. Rimane il fatto che questa è la prima testimonianza si quel che Platone avrebbe detto. E che, si badi bene, avrebbe veramente potuto dire; per giunta, avrebbe potuto dirlo con riferimento alla geometria in senso proprio, considerato l’influsso pitagorico nella sua filosofia. In senso proprio, dunque, e non in senso traslato, come argomenta Sopatros.
    Questa è la prima testimonianza antica. Non ne mancarono altre, per le quali rimandiamo all’articolo Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω. Une inscription légendaire.
    Di mano in mano quella frase attribuita a Platone è stata tramandata nei secoli, tanto che, come ricordavamo in un articoletto precedente, l’editore di Copernico volle che figurasse nel frontespizio del De revolutionibus orbium coelestium, che possiamo tradurre così: Sulle rivoluzioni delle sfere celesti. Era un avvertimento al lettore? Cioè l’editore intendeva veramente che per leggere Copernico occorresse essere ferrati in geometria? Non proprio. Credo che, abbastanza abilmente, l’editore volesse dire “Caro lettore, se t’interessi di geometria, dovresti proprio leggere questo libro”. Ci troviamo, in altre parole, di fronte a un esempio d’uso della figura retorica di antifrasi. Che le cose stiano veramente così è dimostrato dal “soffietto” che precede la frase platonica (vedi sopra); cioè:

    Studioso lettore, in quest’opera concepita di recente ed ora divulgata, hai la descrizione del moto delle stelle, sia di quelle fisse, sia di quelle erranti [= pianeti], secondo le osservazioni degli antichi, come pure dei moderni, corredate dalle nostre ipotesi originalissime. Qui trovi inoltre le tavole con le quali potrai calcolare velocemente e facilmente tali moti. Dunque, compra, leggi e fanne buon uso.

    Osserviamo, per inciso, che un esemplare di questo libro è stato venduto all’asta per 2.210.500 US$ (vedi Christie’s_Copernicus). Ma se non si è presi dal “furor d’aver libri” (questo è il titolo di un libro scritto da Gaetano Volpi, ristampato da Sellerio), il libro può essere sfogliato — e letto — facendo clic sull’immagine qui sopra.
    Questa prima edizione, per quanto bella sotto il profilo dell’arte tipografica, presenta purtroppo non poche imperfezioni. Decisamente migliore è l’edizione di Amsterdam del 1617, a cura di Nicola Müller, corretta e corredata di note, alla quale rimandiamo il benevolo lettore:


    Per sfogliare l’edizione di Amsterdam (1671) dell’opera di Copernico, fare clic sull’immagine.

    …………………………………………………
    [*] Scrivevamo circa un anno fa (si veda Quando gli agrimensori erano persone serie, studiavano, misuravano i campi e non erano ancora “geometri”:

    L’agrimensura nell’Italia postunitaria era insegnata negli istituti tecnici agrari; solo nel 1929 con Regio decreto si istituisce l’Albo dei geometri, e il titolo di geometra è assegnato, a norma di cacata carta, a tutti coloro che avessero conseguito il diploma di agrimensura, previa iscrizione all’Albo. Da quel momento in poi gli agrimensori presero il nome di “geometra”, e fu una gherminella linguistica. Perché, etimologicamente, “agrimensore” è un calco latino della parola greca “geometra”: significano la stessa cosa, cioè “misuratore” (in lat. mensor) della terra (in lat. ager, al gen. agri). Ma con questa differenza: in pratica, se uno dice “agrimensore”, intende un tecnico, che svolge un lavoro utile e più che dignitoso (mica il rappresentante di condom, mica il giornalista enogastronomico), quello di misurare l’estensione dei campi; parimenti è agrimensore colui che si fa carico di tutto un insieme di mansioni correlate. Se invece uno dice “geometra”, è naturale pensare alla geometria, che è disciplina nobilissima, che immaginiamo nata dall’esigenza di misurare l’estensione dei terreni, all’inizio, ma assurse in Grecia a vette di astrazione purissima, dalle quali era dato contemplare il mondo delle idee, il divino.

  82. Diego Fusaro candidato sindaco a Gioia Tauro. Ed è fiancheggiato dal putiniano Giulietto Chiesa

    Diego Fusaro deve essere un ingenuo: ma per un “filosofo” l’ingenuità è una colpa.
    Penso che ormai sia per lui troppo tardi per tirarsi indietro. Parlerò dunque al passato: Fusaro che è un “filosofo”, avrebbe fatto bene a meditare su tutta l’operazione, a esaminarla da tutti i punti di vista, a cercare gli argomenti di falsificazione di tutto ciò che gli sembrava bello e degno di essere vissuto.
    Ha troppe cose, troppe idee per la testa? Ebbene, nei momenti di stanchezza il ragionamento può procedere secondo lo schema suggerito da san Tommaso (Summa Theologiae, prima pars secundae partis, Qu. 7, art. 3) con questo esamentro:

    Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando

    Rispondere a ubi? è facile: Gioia Tauro.
    Anche la risposta a quando? è scontata: al tempo delle elezioni.
    Quanto al quid? e al cur?, Fusaro, immagino, sa già tutto. Eppure avrebbe fatto bene a riflettere su queste parole di Socrate, che esprimeva la propria meraviglia perché era ritenuto il più sapiente dei Greci: Ἐγὼ δέ, ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδέ οἴομαι, cioè “Ma io, poiché dunque non so, non ritengo neppure di sapere”. Avrebbe fatto bene anche a passare in rassegna quanti si sono scottati “buttandosi” in politica e, soprattutto, a riflettere se valga la pena far comunella con i populisti; e con Giulietto Chiesa!. Perché altro è votarsi a una causa persa, ma giusta, dalla quale si può uscire migliori, più forti, ricchi di ammaestramento per il futuro; altro è votarsi a una causa che — Dio non voglia — sia vincente, ma sciagurata, in compagnia dei populisti e di Giulietto Chiesa. La cosa peggiore per Fusaro, a questo punto, sarebbe proprio vincere.
    Ma ecco gli aspetti più preoccupanti:
    Quis? E non mi riferisco al solo Giulietto Chiesa, che forse, di per sé, è meno preoccupante di quanto lui stesso vuol sembrare. Possibile che Fusaro non abbia paura di chi gli darà il voto, soprattutto in caso di largo consenso? Veramente lui crede di poter essere il burattinaio? O non sarà forse “pupo”, per usare il linguaggio di Pirandello? Infatti questo voto non sarà il risultato di una predicazione generosa e sostanziata da comunanza di vita, oltre che d’ideali, non sarà l’esito di una μετάνοια, di una conversione, quale ottenevano gli “apostoli del socialismo”, che lui pur dovrebbe conoscere, ma sarà il frutto avvelenato di una predicazione mediatica. C’è una bella differenza. Gli elettori, qualora Fusaro vincesse, non toccando il busillis sperato, potrebbero farne strame, in una sorta di rito pagano. Mi viene in mente il finale del film Accadde improvvisamente l’estate scorsa.
    Quibus auxiliis? Già, il problema delle risorse. Dove trovarne di nuove, e riguardo a quelle esistenti, quale sarà la loro organizzazione, nel rispetto del I principio della Termodinamica e del principio di Le Châtelier? (Ce ne siamo occupati in questo diario, a proposito del velleitarismo della cosiddetta sinistra tenuta sotto schiaffo dai cattoprogressisti.)
    Quomodo? Qui il rischio è per Fusaro di sprofondare in una voragine a forma di sella, e qui essere trascinato da forze cogenti, essendo lui stesso coatto a passare dal corno della farsa a quello della tragedia, e dalla tragedia alla farsa, e così via. Come il povero Conte (“povero” si fa per dire: veda adesso se padre Pio l’aiuta).

    • Una Youtubata passata, di tre anni fa, preannuncia la pericolosa (per lui) deriva presente di Fusaro
      Prima di stringere un patto con il personaggio putiniano di Giulietto Chiesa, Fusaro avrebbe dovuto studiarlo

      Ascoltando il “ragionamento” di Giulietto Chiesa ci sarebbe da rabbrividire per l’orrore, se lo si dovesse prendere sul serio. Meglio prenderla sul ridere e dare a Giulietto quel che è di Giulietto, il ruolo macchiettistico di «’o putiniano».
      Fusaro, prendendo la parola dopo l’intervento del baffuto ex corrispondente della Stampa, manifesta una punta d’imbarazzo, subito dissimulata, precisa che in realtà lui però…, quindi sviluppa un ragionamento che non sarebbe nemmeno male nelle premesse, ma che conclude arditamente nel senso per cui questa intervista è stata apparecchiata: per figurare nella rete di comunicazione putiniana “Pandora” del putiniano Giulietto Chiesa, onde santificare Putin.
      Non è possibile che Fusaro non sappia, e non s’accorga, che dalle premesse del suo ragionamento non può discendere un apprezzamento positivo per Putin. E quand’anche avesse voluto dire “io mi limito ad appoggiare Putin in funzione di contrasto contro il turbomondialismo capitalistico” (ma non l’ha detto, non così precisamente), non può essere che non sappia che il ragionamento non funziona.
      In logica, per affermare che B è buono, in rapporto ad A che è cattivo, non è sufficiente
      • considerare un certo numero di predicati a di A, che indicheremo come a(i), dove i = 1, 2, … n,
      • individuare tra i predicati b di B, che chiamiamo b(j) un certo loro numero k, con k < n, tali che b(j) = ¬ a(i), dove "¬" è l'operatore logico di negazione,
      • per poi concludere che essendo i predicati di A "cattivi", e magari nemmeno tutti, poiché
      b(j) = ¬ a(i) per j, i = 1, 2, … k
      • "B è buono"
      Cioè, in buona sostanza, Putin è buono perché Trump e lo stesso Obama, al tempo di registrazione di questo video, sono cattivi. Mi sembra di essere a Curno, e di sentire un ragionamento (vabbè…) del Gatto padano, o della Serra, o dell’Innominato.
      Ma che modo di ragionare è questo? Potrebbero essere cattivi entrambi, Putin e Trump, e anche Obama (però non diciamolo a Veltroni). E noi faremmo bene a sfuggire alla tentazione di sragionare alla maniera delle femministe e dei talebani (e, in tempi andati, dei cristiani fanatici, come i parabolani), per i quali giudicare caso per caso è impresa impossibile. Per le femministe è impossibile dire "Questo maschio è un porco, perché in questo caso ci sono prove sufficienti che consentono di affermarlo". No, tutti i maschi devono essere porci. Così ha stabilito il tribunale degli ùlema. Ohibò! E merda! Però Accà nisciun’ è fesso, e non c’è bisogno di essere dei geni per capire che queste parole (testuali) di Fusaro non stanno né in cielo né in terra:

      Il fatto che tutti i giornali, i media e tutto il sistema mainstream siano contro Putin è la spia che segnala evidentemente che Putin è dalla parte giusta.

      Pensare che Fusaro disse cose giuste contro il pensiero gallinaceo delle femministe. Poi però lui stesso “mi cade sul gallinaccio!”, direbbe Mike Bongiorno.

  83. Gatto padano: vorrebbe essere un’edizione paesana di Torquemada (il terribile inquisitore), non è nemmeno Pecorelli

    Il gatto padano in un suo pezzullo interreziale intriso d’invidia e malignità, con un titolo di cogente e ultimativa esortazione, c’invita a stare nei ranghi. E perché poi? Perché abbiamo sviluppato in un articolo (si veda La geometria, l’agrimensura, lo spirito di geometria e Copernico), che immagino abbia capito solo in parte, il concetto che chiamare “geometri” coloro che un tempo erano solo “agrimensori” è un’impostura. Senza contare che gli agrimensori che esercitavano la loro arte avevano una dimensione dignitosa, laddove oggi sono in circolo molti geometri appassionati di cacate carte (troppi per i nostri gusti), che noi reputiamo meritevoli di disprezzo. L’agrimensore K del romanzo di Kafka, Il Castello, era uno che cercava di fare chiarezza nei meandri della burocrazia. Invece ci sono oggi cosiddetti geometri che sguazzano nelle cacate carte, e che — udite, udite! — a quelle dànno una valenza politica. Si veda per esempio l’operazione — fallimentare — per cui una squadra di agrimensori e di causidici intendeva dare il colpo di grazia all’amministrazione serrana, che si avviava al termine del mandato, a proposito della variante del Pgt: uno sproposito. Fecero una battaglia di cacata carta, basandosi tra l’altro sui dossier pubblicati dal gatto padano, e persero miserevolmente, come del resto meritarono. Perché la battaglia avrebbe dovuto essere politica (sulle contraddizioni della compagine serrana, sulla falsa coscienza ecologista ecc.).
    A noi pare che, se c’è uno che dovrebbe stare nei ranghi, colui è il gatto padano: può infatti un agrimensore male acculturato, annusatore di cacate carte, strenuo difensore della “buona pratica” di delazione, tessitore di dossier, cultore del pettegolezzo con scappellamento delatorio a destra, permettersi di sibilare inviti siffatti e di tono minàce all’indirizzo di chi ha studiato latino e greco? No, chiaro che non può. In altri tempi gli si sarebbe detto: “Manderò i miei servi a bastonarti”.
    Lui dice: vabbè, sarò anche male acculturato, sarò anche quello degli acronimi e delle piste “pedociclabili”, quello che si vantava di sapere che ai tempi dei Romani gli acquitrini intorno a Nîmes erano infestati da coccodrilli, sarò anche una caricatura dell’agente provocatore che si professa di sinistra e lavora per la destra (è stato consulente culturale e giuridico del Pedretti): sì, sarò tutto questo, ma io ho dei dossier formidabili, io registro le telefonate che mi fanno gli ex consiglieri di Gandolfi (l’ha detto lui, mica me lo sono inventato), e quando io indosso i panni del piccolo Torquemada, voi dovete tremare. Guai, se non tremate, altrimenti esco dai gangheri! Dovete tremare né più né meno come tremò Leone (sul quale Camilla Cederna scrisse un libro, attingendo agli scritti di Pecorelli: ne seguì una lite giudiziaria e la Cederna perse in tutti i tre gradi di giudizio), come tremava Andreotti, quando leggeva il bollettino dell’agenzia OP, l’agenzia di informazione e disinformazione creata da Pecorelli. [*]
    Ma, per quanto negativo possa essere il giudizio su Pecorelli, ha senso confrontare il gatto padano con Pecorelli? Secondo me il paragone non regge. Sarebbe — quasi — come paragonare il Bibliomostro curnense, nato da una concezione della cultura a misura di velleitari agrimensori male acculturati, con la Biblioteca ambrosiana, fondata da Federico Borromeo, uomo di cultura solida e amplissima. Ripeto, non è mia intenzione tessere l’elogio di Pecorelli, ma non posso fare a meno di osservare che Pecorelli aveva una dimensione tragica, laddove quella del gatto padano è soltanto farsesca. Per mettere a fuoco la psicologia di Pecorelli occorrerebbe un Balzac, per quella del gatto padano basta uno psicologo da talk show.
    Del resto, perché dare importanza a un gatto padano che è notoriamente sputtanato? Sarà sufficiente, a proposito della sua attività di agente provocatore e disinformatore, rileggere un nostro vecchio articolo, di quattro anni fa: Il disprezzo: quando ci vuole, ci vuole, e dare un’occhiata agli articoli etichettati alla voce Gatto padano.

    ………………………………….
    [*] Ci siamo già occupati di Pecorelli nell’articolo Cinguettii e annunci populisti.

  84. ALGIDO permalink

    Fusaro, Caio Giulio Cesare Mussolini, figli di una stagione anemica, come tanti altri.
    La nostra stagione politica e in generale direi dello sviluppo della Nazione Italica e della civiltà occidentale ( si pensi al pasticcio Brexit e ai deficit di leadership di molti paesi del mondo) è in fase critica direi chiaramente declinante, forse terminale, nel senso che sta chiudendosi un ciclo, una stagione, la storia di partiti e movimenti appare priva di un perchè.
    In questo vuoto giganteggiano (e gigioneggiano) Dittatori o simil dittatori (Putin, ma anche Orban in Ungheria, il Leader della Turchia, Erdogan, il Dittatore Koreano, e magari mi sfugge qualcuno che fa lo stesso in Asia o Africa) o nuovi bizzarri autoritari figuri quali Bolsonaro in Brasile, Trump negli USA o Salvini in Italia (che non è nè premier nè presidente, ma di fatto si muove come tale)
    Ecco, in questo brodo primordiale di decomposizione e di ricerca di nuovi assetti emergono figure come Fusaro (abile nello sfruttare furbescamente una caricatura di filosofo) come ai tempi Sgarbi.
    Il passo successivo è presentarsi a qualche tornata elettorale (pure sgarbi si cimentò come candidato sindaco) per poi vivere di rendita, magari scrivendo libri o tenendo una rubrica televisiva.
    In una mancanza totale di idee molti, magari per qualche mese, o settimana, alimentano queste grottesche figure, ci paiono simpatiche bizzarre, prevale il..”perchè no?”
    Nel caso del pronipotino del Duce le pulsioni nostalgiche.
    Intanto che noi ci trastulliamo con Ducetti di Cartapesta (Salvini) o Ciarlatani di quarta tacca (Di Maio) altrove qualcuno con idee chiare, mandato forte e leadership indiscussa va avanti e pezzo a pezzo come dicono a Roma “ce se magna”… e c’è ben poco da ridere.
    Direi che è il caso della Cina che si è ben issata (lasciandosi dietro) sopra le difficoltà strategiche degli USA, quelle (non di leadership ma di perenne crisi economica, senza i danè anche Putin si deve limitare) della Russia e quelle politiche Europee.
    Peccato, poteva essere il momento buono di contare di più (noi europei).
    Invece resteremo indietro.
    Nel mondo benessere soldi, risorse, financo cibo, acqua, terra e spazio, per tutti non ce n’è, se non ce ne accorgiamo presto finiremo stritolati.
    Ma contenti forse, di aver perso tempo con Fusaro, Caio Giulio Cesare Mussolini (un nome un programma) e altre consimili cialtronerie.
    Per fortuna, direi così, esiste un altro piano, magari meno evidente in cui si fanno e disfano le strategie del mondo, quello delle lobby. dei poteri economici, e di circoli simili che da facezie come le elezioni o la piattaforma Rousseau non si fanno davvero impressionare.
    Li ho sempre detestati questi circoli (non posso dire contrastati perchè so che esistono ma non li ho mai nemmeno sfiorati).
    Temo potrebbero diventare un punto di ancoraggio se si va avanti così in un inconsapevole suicidio.

    • Tempi grami. Come diceva Lenin: Che fare?

      Confesso di saper poco di Caio Giulio Cesare Mussolini, ma nutro un forte pregiudizio negativo nei confronti di uno che vende armi con quel nome. Non arrivo, per il momento, a farne una questione politica, o morale, è una questione di buon gusto, tanto per cominciare.
      Ammetto anche che da giovane non avrei mai pensato che, discorrendo di politica, si dovesse badare all’educazione, al buon gusto, alla gentilezza. Si sapeva, è vero, dell’esistenza dei fascisti, spesso rissosi e maleducati. Ma — oh tempi beati! — era come se non esistessero. Faccio un esempio, ripescato dalla valigia dei ricordi. Ci fu nella mia città una conferenza di Joyce Lussu, reduce da una permanenza nelle prigioni di Salazar (quando in Portogallo c’era la dittatura). Nella sala della conferenza, una sede universitaria piacevolmente odorosa di muffa libresca, c’erano in prima fila tre ragazzi dell’Istituto nautico, neofascisti in divisa di blousons noirs, come si diceva allora. Eravamo tre anche noi, quelli — diciamo così — fighetti del liceo classico (liceo statale, di ottima fattura gentiliana, quando il liceo italiano, classico e scientifico, ancora non era stato sconciato dalla Moratti, dalla Gelmini e dalla Fedeli).[*] I fascisti rumoreggiavano, cercarono d’impedire a quella signora anziana, quasi vecchia — tale almeno mi sembrava — ma ancora bella, dignitosa ed educata (mica una radical-chic) di portare la sua testimonianza.


      Emilio e Joyce Lussu. Si veda La storia di Emilio Lussu e Joyce all’ombra della lotta antifascista.

      I neofascisti rumoreggiavano, probabilmente erano stati comandati, cioè inviati, per fare così. Ma, come risposta, non vi furono schiaffoni, o minacce di schiaffoni. Eravamo in un ambiente che prevedeva la guerra delle idee, mica le “plocade”; sul piano delle idee quei rumoreggiamenti valevano minus quam merda. Sui blousons noirs cadde una cappa di disprezzo, e tanto bastò perché si zittissero e Joyce Lussu continuasse a raccontarci dei sistemi di deprivazione sensoriale in uso nelle carceri portoghesi, sistemi che lei stessa aveva sperimentato.
      Ma oggi, in qualsiasi talk show, o in un’assemblea pubblica cosiddetta cittadina (come quelle che noi non ebbimo difficoltà, a suo tempo, a smascherare come “assemblee cammellate”) quando mai si è vista calare una cappa di disprezzo su chi infrange le regole del ragionamento? Al contrario, se c’è la rissa, aumenta l’indice di ascolto, e i moderatori (dal lat. moderari: sono quelli che tengono le briglie del dibattito) non moderano, ma aizzano i contendenti alla rissa. La maleducazione oggi — ahinoi — è diventata una virtù, sotto il nome pretestuoso di “determinazione”. Così, invece di Joyce Lussu alla quale si voleva impedire di parlare, abbiamo oggi una dott.ssa Serra che impedisce a Gandolfi, con uso di mordacchia appena attenuato (o aggravato?) da sorrisetto asseverativo, di esporre il suo punto di vista sulle azioni di disturbo dell’Innominato.
      Ecco perché, ora che la possibilità di un discorso intelligente è praticamente preclusa, gentilezza, educazione e buon gusto hanno assunto un’importanza incredibile, soprattutto salvifica. Servono, se non altro, come filtro. Non c’è spazio oggi per la dialettica, che è guerra d’idee: al posto della dialettica abbiamo denunce, calunnie e minacce di delazione. Se da giovane sognavo di un progressivo affermarsi della ragione contro la superstizione, vedo oggi dappertutto insorgenze di esoterismo, oltre tutto straccione, vedo cialtroni “carismatici”, vedo donne e uomini allo sbando che cercano il salvagente di un “coach” (merda ai coach!). Assistiamo, praticamente senza ribellarci, alla prevalenza del cretino, all’elogio della “determinazione”, alla fuga, da parte dello stesso papa, dai valori delle civiltà cristiana (parlo del Vangelo, la Bibbia non m’interessa). Piacciono i discorsi genericamente e moderatamente progressisti, tipo Dalai Lama, le marce della pace con sandali francescani, che non t’impediscono il giorno dopo di andare a braccetto con esponenti del partito Al Fatah.
      Siamo messi male, molto male. Ecco perché ci troviamo costretti a valorizzare gentilezza, educazione e buon gusto. Sperando che finalmente si possa fare un discorso intelligente.
      Quae cum ita sint, non metterei sullo stesso piano l’altisonante Caius Julius Caesar Mussolinius e il “nostro” Didacus Fusor (ho latinizzato Diego Fusaro, per analogia). Fusaro, come credo di avere già scritto, è vittima di se stesso, una macchietta (a Napoli: ’o suggetto). Peccato. Gli auguro, per il suo bene, di trovarsi quanto prima immerso nel brodo di merda e sangue della politica politicante, alla quale lui rende servizio nell’illusione di non contaminarsi. Gli schizzi di quella merda e di quel sangue potrebbero indurlo a ravvedersi. Poiché si è candidato sindaco a Gioia Tauro, le speranze sono buone, tanto più che l’analisi lombrosiana di alcuni suoi compagni di viaggio ci conforta in questo senso. Alcune posizioni di Fusaro sono condivisibili, come ho avuto modo di scrivere: peccato che gli manchi una visione di sistema, a differenza “dello” Hegel (lui dice “lo Hegel”), di Karl Marx e di Gramsci, spesso citati “in apparato” (se mi è concesso usare una locuzione senecana). La bulimia mediatica è una scimmia che Fusaro si porta sulle spalle, per noi evidentissima, della quale lui non sembra curarsi; liberarsene gli sarà molto doloroso, quando e se verrà il tempo, perché quella avrà affondato gli artigli nelle sua carni. Peccato, considerato che Fusaro ha una cultura non spregevole, non è un Claudio «Aquilini» Borghi, che è una versione appena un po’ ripulita del ‘ragiunatt’ in carriera degli anni ’60, quali se ne vedono in certi film neorealisti. A Fusaro piace piacere: troppo, tanto da ambire, forse inconsapevolmente, di diventare un coniglio mediatico permanente.

      Vengo a un altro punto toccato da Algido. Certo, la Cina è una potenza continentale, bene o male lo è ancora l’America, la Russia è lanciatissima, con un Putin spregiudicato e intelligente che si compra tutti. Anzi è arrivato a ottenere che alcuni personaggi facciano il suo gioco, senza nemmeno contropartita di rubli. L’Europa invece non è niente. La salvezza degl’italiani, e della stessa Europa, sarebbe che l’Europa fosse una potenza continentale. Piaccia o non piaccia, è una necessità, se vogliamo esistere.
      Prendono il potere gente come Salvini e come Di Maio. La cosa più grave è che qualcuno possa ritenere Salvini una persona intelligente, invece è soltanto uno che vive del tesoretto accumulatogli, giorno dopo giorno, dalle Boldrine, dalle dott.sse Serra, da coloro che storcevano il naso quando Minniti deviava il corso dell’acqua che andava al mulino di Salvini (come disse lo stesso Minniti, con altre parole). La cosiddetta sinistra era tenuta sotto schiaffo da femministe, dai politicamente corretti, dai pasticcioni della cosiddetta società civile e dai cattoprogressisti; in parte lo è ancora, senza contare che è ostaggio di poco casti connubii aziendalistici. Il capostipite della deriva aziendalistica è stato Occhetto, che stravedeva per Carlo De Benedetti, del quale oggi sappiamo tutti chi sia, ma le persone intelligenti avevano capito tutto già allora. Ma la cosiddetta sinistra ha sempre l’idea di creare l’unità della sinistra, tendosi le femministe, le Boldrine, i politicamente corretti, i cattoprogressisti e perfino i Veltroni e i Prodi (come suggerisce Scalfari). Invece la salvezza consiste — consisterebbe — in un’indagine onesta e scientifica della realtà e in un ricupero dei valori della sinistra storica. La strategia, la descrizione dell’itinerario da percorrere, dovrebbe nascere dal confronto della meta da raggiungere con il punto di partenza e con le risorse disponibili. Zingaretti che cerca un accordo preventivo con la Boldrina, senza che niente, tra l’altro, obiettivamente suggerisca l’opportunità di tale accordo, parte col piede sbagliato.

      Quanto alle élite, attenzione a non cadere nel tranello di una élite purchessia. Quale, o quali, élite? Sono il primo a sostenere la necessità delle élite: odi profanum vulgus et arceo (Orazio, Odi, III, 1). Attenzione però a non scegliere l’élite sbagliata. Vogliamo dire l’Aspen, per esempio, nella quale troviamo Giulio Tremonti e Lucia Annunziata, nonché, ahinoi, anche Prodi? Già, ma di quante divisioni dispone l’Aspen? E qual è il suo programma? Anche un tiranno potrebbe risolvere molti problemi: niente più sindaci e sindachesse fasciati e tricolorati che oppongono il diritto di veto, niente sindacati, niente lobby o associazioni che esercitano il potere di ricatto elettorale ecc. Ma chi si fida? Viviamo tempi grami, al posto di Joyce Lussu abbiamo la dott.ssa Serra, e al posto dell’ascetico Enrico Berlinguer abbiamo Bianca Berlinguer dalla carne tremula. E se le élite sono quelle espresse dalla Link Campus University, il polo universitario che Casaleggio ha imposto a Di Maio, dove l’ex ministro Dc Scotti è una preoccupante presenza ovattata, quella del Ministro della Difesa Trenta, della massoneria e dei servizi segreti, apriti cielo!

      ……………………………….
      [*] Il gatto padano scrive due volte al mese — con il ditino accusatore a mezz’aria, come la Boldrina — che avrei frequentato un liceo di preti; qualche giorno fa (n. 968 del suo diario) ha aggiunto: «della serie tu paghi la retta e io ti promuovo?». Si noti l’uso del punto interrogativo, che significa “Io, agrimensore male acculturato, pettegolo con spregevole scappellamento delatorio a destra, esigo spiegazioni!”. Ma un liceo insediato in un edificio che fu dei preti (nel mio caso, il Collegio dei gesuiti) non per questo sarà un liceo di preti. Né si potrà dire che a Bergamo gli allievi del Sarpi abbiano studiato dai padri Barnabiti, anche se il liceo ha sede nello stesso edificio del Collegio Mariano.

      • Precisazione

        Ringrazio il gatto padano il quale mi fa presente che l’attuale liceo Sarpi non ha sede nello stesso edificio del Collegio Mariano. Qui ha ragione. Non ha invece ragione quando stravolge il mio ragionamento, come se non ci fosse un filo rosso che collega il Liceo Sarpi al Collegio Mariano. Dunque quando io scrivevo che «non si potrà dire che a Bergamo gli allievi del Sarpi abbiano studiato dai padri Barnabiti, anche se il liceo ha sede nello stesso edificio del Collegio Mariano» ho sbagliato, avrei dovuto scrivere «non si potrà dire che a Bergamo gli allievi del Sarpi abbiano studiato dai padri Barnabiti, anche se il liceo è in continuità con il Collegio Mariano». Ma il ragionamento rimane.

        Dimostrazione – Come leggiamo nel sito del Liceo Sarpi, «La storia della scuola classica a Bergamo s’innesta direttamente su quella delle scuole della “Misericordia”… Affidato nel 1700 ai padri Barnabiti, il Collegio Mariano visse alterne vicende fino alla conquista napoleonica che, ponendo fine alle scuole confessionali, promosse una totale riforma della scuola, ma non poté che mantenere molti dei docenti già in servizio» [corsivi miei: N.d.Ar.].
        Il Collegio Mariano aveva sede in via Arena nei locali della Misericordia Maggiore, e qui nacque il liceo napoleonico che, come abbiamo letto, mantenne in servizio parte del personale docente religioso. Proprio come avverrà in tutta Italia quando la Legge Casati del Regno di Sardegna fu trasferita al Regno d’Italia, ponendo fine all’egemonia delle scuole religiose. Il liceo italiano fu allora modellato sull’esempio di quello prussiano, come abbiamo scritto nell’Ideologia della grammatica.

        Dunque, non poteva il gatto limitarsi a una precisazione, non bastava dire che il Liceo Sarpi, pur «innestandosi» nella tradizione della «scuola classica di Bergamo» non si trova tuttavia nello stesso edificio di quella tradizione? Chiaro che no, perché così avrebbe fatto una persona educata, che abbia dimestichezza con la cultura, senza l’inferno in corpo. Invece il gatto ha preferito, da agrimensore, farne una questione di cacata carta: parla di latrine, di balle, di salumieri.
        Siccome ha ragione sull’attribuzione dell’edificio, pretende di aver ragione sulla questione di fondo, che è sempre quella. [*] Lui sostiene che avrei «frequentato il classico in un liceo dei preti», e lui voleva dire — cattivone com’è — in un liceo facile, tant’è che poi aggiungeva: «della serie tu paghi la retta e io ti promuovo?». Il punto, visto che il gatto sostiene che quella mia fosse una scuola religiosa, non è se entro quelle mura abbiano messo piede preti e suore, ma se quella, al tempo dei miei anni verdi, fosse una scuola religiosa. E non lo era.
        E il discorso finisce qui, non perché, serranamente, “Punto! Basta! Non m’interessa!”, ma perché il gatto padano non è un interlocutore onesto, su questa, come su altre cose. Si consideri la questioncella dibattuta nell’articolo Il disprezzo: quando ci vuole, ci vuole). Io ho ammesso il mio errore di collocazione del Collegio Mariano, che fu precursore del Sarpi (era in via Arena ecc.), ma non ho ricevuto ammissione (più che di errore, direi di dolo) nel caso esposto e documentato nell’articolo citato. A suo tempo il gatto disse che le mie prove erano frutto di meticolosa opera di falsario. Sarà…

        ………………………………….
        [*] Volendo dare una patina di nobiltà a questa tecnica, per cui si pretende di dimostrare B avendo dimostrato A, che non c’entra con B, se non pretestuosamente, diremo che questa è la tecnica d’introduzione della fallacia cosiddetta d’ignoratio elenchi. In realtà è roba vecchia come il mondo, si usa al mercato delle vacche e nella lite coniugale:”Ah, sì? Tu dici che ti ho messo le corna? E allora tu, che ti sei dimenticato del mio compleanno?”.

        • P.S. – Premesso che si ha il dovere di non sbagliare, nemmeno nelle cose minime,
          … quandoque bonus dormitat Homerus
          (vedere su Wikipedia traduzione e spiegazione).
          Contrariamente a quel che, purtroppo, si sente dire, non si ha il diritto a sbagliare (era di moda — addirittura –urlarlo, negli anni post ’68), si ha il dovere di non sbagliare, etsi de minimis, praesertim cacatis, non curat praetor.
          Ciò premesso, altro è dormitare, altro calummniari, seu falsa crimina intendere.

  85. Maria Grazia da Lugano permalink

    @Aristide

    Vedi

    [Musica che rimanda a vecchi dischi di vinile, o vecchi film in b/n, possibilmente di genere ‘noir’, senza effetti speciali ma — spesso — con un’ottima fotografia. ‘There’s a good old jazz’, così dice questo brano di Duke Ellington:

    Beh, cambiando genere non è male questa ‘Minnie the Moocher’ interpretata da Cab Calloway in stile di “chiamata e risposta:

    N.d.A]

  86. Coira permalink

    @nuovo cinema Nusquamia

    Vedi:
    Alberto Sordi è uno studente fuoricorso alle prese con l’esame di Scienza delle costruzioni presso la facoltà di Architettura.

    [Il film al quale lei si riferisce è ‘Una vita difficile’: oltre che Alberto Sordi vediamo anche la bellissima Lea Massari. Il film può essere seguito via audio nel commento sempre garbato e intelligente di Alberto Crespi:
    Una vita difficile.
    La regia è di Dino Risi: quello dei ‘Mostri’ e del ‘Sorpasso’, di ‘Profumo di donna’ (il primo, quello con Gassman e Agostina Belli) e della ‘Stanza del vescovo’ (quello con Ornella Muti e Tognazzi che confessa di non poter fare a meno di commuoversi alla vista delle tette, mentre il culo lo fa ridere), tanto per intenderci.
    Piccola precisazione: il corso di laurea al quale è iscritto Alberto Sordi è quello d’Ingegneria civile.
    N.d.Ar.]

  87. Povero Berlusconi!
    Anche questo è «ciarpame»


    Fare clic sull’immagine per “fruire” di questa testimonianza significativa del nostro tempo. Per chi sappia ragionare, vale ore e ore di pallosissime discussioni di sedicenti esperti, esegeti banali del declino della nostra civiltà.

    Veronica Lario aveva detto del marito, che avrebbe spolpato sul piano finanziario, con riferimento all’episodio della vergine di Casoria che gli si era offerta, e che lo chiamava «papi» (anche la mamma della vergine lo chiamava «papi», con la variante «papino»): «Quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore. E tutto in nome del potere… Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà…». Si veda: Veronica, addio a Berlusconi. “Ho deciso, chiedo il divorzio”.
    Ecco, qualche anno dopo, questo frammento di poco amorosa conversazione tra due olgettine e un Berlusconi assediato e stanco che cerca un po’ di umana comprensione. Ma le olgettine, che hanno fatto squadra, sono maledettamente “determinate”, come tutte le donne in carriera: lo lasciano sfogare appena un po’; per farlo contento, con un tocco di degnazione, gli dicono che i giudici sono invidiosi, quindi passano all’argomento principe e bussano ancora a denari:

    Olgettina 1 – Dacci una piccola mano. Se lavoriamo, domani ti aiutiamo, e ti diamo una mano anche noi. Una mano magari in altre cose…
    Olgettina 2 – Non ci prendere in giro…
    Berlusconi (convinto) – Io non ho mai preso in giro nessuno… Ho trovato giudici comunisti, due di loro scrivevano su Lotta continua e hanno fatto una sentenza per farmi fallire… Io ho fatto nella vita cose pazzesche, ho evitato la guerra tra la Russia e la Georgia: ebbene, tutto dimenticato, sono diventato quello del Bunga bunga… Mi hanno fatto una sentenza che mi porta via 30 di lavoro.

    Sì, sai che gliene importa alle olgettine… Qui c’è da rimanere basiti: possibile che quando si tratta della prugna uno diventi così fesso?
    Simenon era uno che amava moltissimo la prugna, forse più ancora di Berlusconi: da giovane si fece mantenere da Joséphine Baker, e da vecchio pagava. Il segretario assoldava pressoché ogni giorno una puttana diversa, in quel di Losanna, dove il celebre (e ottimo) scrittore era andato a vivere; le istruiva così: «Voi dovete passeggiare nel parco, a tal ora, come se niente fosse, e dovrete sembrare delle signore, dunque non sculettate. Si avvicinerà un’automobile, lui vi offrirà discretamente un passaggio. Il resto lo sapete».
    Hitchcock invece chiedeva a Madame Claude che nel suo bordello, il più rinomato di Parigi, si erigesse un catafalco. Lui sarebbe stato dentro una bara, aperta. Ai piedi della bara, inginocchiate, due puttane dovevano piangere e pregare, mentre lui faceva il morto. Poi d’improvviso lui si svegliava, diceva “Yep!” e le puttane si spaventavano, davvero, perché non se l’aspettavano. Non si sa se Hitchcock consumasse poi con le puttane o con se stesso.
    Ecco, Simenon e Hitchcock, per realizzare queste fantasie, pagavano. Berlusconi pagava, pure: ma pretendeva che si fingesse un sentimento. Questo fu il suo errore, e fu un errore fatale.

  88. ALGIDO permalink

    Il fascismo (come cultura non come regime) e l’errore.

    Io sono un grande amante del basket. Un paio di settimane fa mi è capitato (mi capita 2-3 volte la settimana in verità) di guardare una partita di Basket NBA. Un grande attaccante ha infilato un paio di errori grossolani. A commentare la partita oltre a un telecronista anche un allenatore.
    Il concetto era questo, entro 2-3 secondi deve superare l’errore e non pensarci, altrimenti continuerà a sbagliare. Il contrario della cultura del senso di colpa.
    Infatti qual è la cultura che tra le altre cose si basa sul concetto di errore come parte inevitabile (a volte necessaria) del processo di crescita di un individuo? Quella ebraica. Quella cattolica si basa sul senso di colpa: vediamo le differenze?
    La popolazione ebraica, rapportata a quella mondiale, è un’esigua minoranza, ma esprime (e non a causa di chissà quale complotto pluto-giudo-massonico, a mio parere) una consistente parte della classe dirigente. E non solo quella economico-finanziaria, ben inteso.
    Prendiamo il cattolicissimo TG1. Ha avuto, credo negli ultimi 20 anni, almeno 2 direttori ebrei (Gad Lerner e Clemente Mimum). E tra i grandi giornali nazionali ad es. Maurizio Molinari il direttore della Stampa è ebreo. Per non parlare di Cinema, Letteratura, professioni accademiche.
    A oggi in Italia ci sono poco meno di 45.000 ebrei (ma solo 26.000 iscritti alle comunità ebraiche),su oltre 60 milioni di abitanti: circa 7 ogni 10.000 abitanti. A Bergamo su oltre 1 milione di abitanti non vi è nemmeno una Sinagoga. Ma contano. Magari non a Bergamo o Brescia ma in generale.
    Ecco, secondo me da qui si parte per comprendere il fascismo di ritorno (ripeto, come cultura e non come regime, ancora su quello spero che non ci siamo). Occorre elevare la condizione, mettere nel giusto peso la cultura del merito, delle qualità, delle eccellenze. Vedere e assorbire il meglio dalle culture dalle imprese dall’uomo, da tutto.
    Invece questa nuova cultura delle chiusure invoca tramite un sistema di controlli, di imposizioni, di divieti (necessari a riportare un nuovo ordine a quanto si dice) un appiattimento.
    E dico tutto, ci si vuole uniformare a un a nuova cultura.
    E che cosa fanno di diverso dagli altri? Niente, ad esempio mettono un sovranista a presiedere la Rai, epurano giornalisti dirigenti statali, presidenti di partecipate e ci mettono i loro, creano programmi sovranisti per produrre una cultura nuova (nelle loro intenzioni).
    Ma, si badi bene, alle élites lisciano il pelo, e non da ora e alla fin fine i vertici si vogliono sedere allo stesso tavolo, farne parte.
    Due esempi, del passato. Galeazzo Ciano… chi era e da dove veniva? Figlio di un importante personaggio livornese, figlio di fascista della prima ora, uno di quelli della marcia su Roma (a Livorno ancora ci sono i resti di un enorme mausoleo mai terminato fatto apposta per lui) scala, grazie alle amicizie e alle relazioni (e a una indubbia scaltrezza), le gerarchie del partito, si fa insignire dal Re del titolo di Conte (ma all’inizio della Rivoluzione Fascista i titoli nobiliari li volevano abolire) e per ammansire le sue origini geografiche (e, chissà, prima o poi si sarebbe magari votato, siamo al lisciare una possibile base elettorale) crea la Provincia di Livorno (prima non c’era).
    Si ferma lì? no, sposa la figlia del Duce, creando un legame forte, anche di famiglia (vecchio sistema feudale). Infine volta le spalle al duce per entrare in un nuovo ordine. Non la fa franca, ma è così.
    E Pavolini? ultimo segretario del PNF? Uomo del Popolo? No. Figlio dell’alta borghesia fiorentina, almeno lui è andato fino in fondo, fino a Piazzale Loreto (ma mentre fuggiva, mica mentre combatteva)
    E così via.
    Ma è la cultura dell’obbligo, della omologazione, del dire agli altri ciò che debbono fare (e sopratutto non fare).
    NO: Vietato vietare, doveroso vietarsi. Non farò parte del parco buoi e, se così sarà, beh, abbattetemi.

    • La stupidità è il nemico peggiore: deve essere neutralizzata

      Intanto vorrei complimentarmi con lei (posso?) perché questi ultimi suoi interventi appaiono meglio strutturati di quanto fossero un tempo, e linguisticamente più sorvegliati. Vediamo se ho indovinato: forse siete in due che leggete Nusquamia; leggete insieme l’articolo, ne parlate e poi uno dei due redige una risposta, non senza averla letta al compagno/compagna. Mi sbaglio? A scanso di equivoci, metto in chiaro che non vedo niente di male in tutto ciò: anzi, la pratica di affrontare in due lo stesso argomento è antica e nobile, facilita l’individuazione di un eventuale circolo vizioso nel ragionamento, aumenta la probabilità di trovare vie d’uscita da aporie altrimenti insormontabili. Anche a me è capitato di fare lavori a quattro mani (non qui su Nusquamia), e alcune di quelle cose sono tra le meglio riuscite.
      Vedo che lei ha affrontato fondamentalmente tre argomenti, sul primo dei quali sono d’accordo, mentre sugli altri due avrei qualcosa da limare, e ancor più da aggiungere. Gli argomenti sono, nell’ordine: a) la fecondità degli errori; b) il contributo della élite ebraica allo sviluppo della nostra civiltà, nonostante il cumulo di sciocchezze e intolleranza, da parte dei cristiani, nei confronti del popolo «deicida»; c) l’anima e la cultura del fascismo.

      Il primo punto, quello sul quale mi trovo compiutamente d’accordo, riguarda la fecondità dell’errore. Il che naturalmente non significa, come ho già scritto, o come anche proclamavano le vetero-femministe, che si ha il diritto di sbagliare: significa soltanto che l’errore, proprio come fanno gli scienziati nell’analisi di un esperimento, va isolato e studiato, perché non sia più ripetuto. Nella pratica scientifica sono particolarmente insidiosi quelli sistematici. Nella pratica didattica tuttavia è sbagliato latrare contro lo studente che affronta il problema dal lato sbagliato, perché proprio la discussione dell’errore comporta un approfondimento della conoscenza.
      Un tempo, prima che il nostro glorioso liceo fosse umiliato, irriso e calpestato dalle varie Moratti, Gelmini e, da ultimo, dall’ineffabile sciura Valeria di Treviglio, quando ancora si traduceva dall’italiano in latino, e questa era un’ottima palestra per la conoscenza attiva della lingua, capitava che gli studenti avessero per mano un libriccino come quello qui sotto presentato.


      A titolo di esempio, riportiamo la prima parte della colonna di testo dedicata alla voce “Naturale” (colonna 181 dell’edizione Loescher 1961): «ad indicare conseguenza: è naturale, consentaneum est, minime mirum, quid mirum si…? Non naturale est, che significa “ciò che e conforme alla natura”, come per esempio portus naturalis». Perciò è ridicolo, come facemmo osservare qualche tempo fa su Nusquamia, dire naturaliter, intendendo “naturalmente”, nel senso di “ovviamente”, parlando italiano, per giunta pretendendo di essere fichi. Considerato che i barbari tutto sommato hanno una loro dignità, quest’uso fico e spropositato delle parole latine, più che barbaro, è buzzurro.

      Manualetti come questo si stampavano in tutta Europa, soprattutto in Germania, e avevano tutti nel titolo questa parola: Antibarbarus. Cioè si dava per scontato che, se si voleva arrivare a un’espressione latina dignitosa, occorresse essere consapevoli degli errori più comuni. Gli errori vanno studiati. Questa è la mia tesi, e anche la sua, se ho capito bene.

      Riguardo al prestigio culturale della comunità ebraica in Italia e nel mondo, se non interpreto male le sue parole, lei ritiene che esso sia da porsi in relazione – ancorché non esclusiva, immagino – col «concetto di errore come parte inevitabile e a volte necessaria del processo di crescita dell’individuo». L’ipotesi è suggestiva, ma bisognerebbe dimostrare che questo concetto dell’errore fa parte dell’educazione dei singoli ebrei in Italia, in particolare di quegli ebrei, per lo più laici, che hanno dato contributi fondamentali alla nostra cultura. Io a dir la verità vedo un’altra causa, ravvisabile nell’ottima e spesso rigida educazione familiare. La famiglia degli ebrei, anche quando non vanno in sinagoga, è una famiglia molto tradizionale, il pater familias è una persona di tutto rispetto, e rispettata, proprio come leggiamo nel Giardino dei Finzi Contini di Bassani o nel Lessico familiare di Natalia Ginzburg. Ancora oggi — questa è la mia tesi — direi che il maschio ebraico non si farebbe trattare a pesci in faccia così facilmente, che so io, da una Boldrina, o da Ambra Angiolini. Ho ricordato su Nusquamia il buon Massimo Gramellini preso a pesci in faccia da Ambra Angiolini, manco fosse un Berlusconi dileggiato (lui sì, a ragione) dalle olgettine. Naturalmente, anche questa regola, come tutte le regole, conosce le eccezioni. Ma — è il solito discorso — l’insorgenza delle eccezioni non cancella la regola sull’importanza della figura paterna, non sputtanata, in armonia con quella materna. Sarà politicamente scorretto affermarlo, ma una bella famiglia tradizionale produce figlioli buoni e sani, studiosi ed equilibrati. I bambini che hanno conosciuto il sorriso della mamma, invece dell’egoistica determinazione della donna in carriera, crescono bene e giovano alla società, lo diceva anche Virgilio: cui non risere parentes nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est. Questo è del resto quel che si osserva, che chiunque può osservare, ma che non tutti possono dire, se hanno da temere rappresaglie.
      A scanso di equivoci, per famiglia “tradizionale” non intendo la famiglia che vorrebbero certi cristiani fanatici (epperò poco cristiani) cattolici e protestanti: mi accontento di una famiglia in sintonia con il mos maiorum, nel senso più ampio, più laico e meno dottrinario possibile.
      Tornando agli ebrei, le loro famiglie sono molto tradizionali nel senso che si è detto. E questo basta a spiegare molto, se non tutto. Osserviamo infine che gli ebrei credenti hanno sacerdoti che non sfuggono ai propri doveri, mentre quelli non credenti hanno una religione laica: ecco un’altra ragione per la loro tenuta culturale e sociale.

      Sul terzo argomento, quello dell’anima del fascismo, sono abbastanza in disaccordo. Mi sembra che lei convenga con Scalfari nell’identificare nel populismo di Salvini uno stato allotropico del fascismo, una sorta di fascismo “metamorfosato”.
      Secondo me si può disprezzare quanto si vuole Salvini, come e più ancora di Mussolini, ciò nondimeno non diremo che Salvini abbia le caratteristiche di Mussolini, o che il populismo attuale (spregevole, si badi bene) sia una forma di fascismo. È stato osservato giustamente che il fascismo, a differenza del populismo, nutre disprezzo per il popolo: si veda per esempio l’intervista di Mussolini a Ludwig, nel corso della quale afferma che «la massa ama gli uomini forti, la massa è donna»; se non basta questo, che è soltanto un esempio, si veda la concezione fascista dello Stato etico. Essa postula che il popolo non comandi, proprio per niente, ma obbedisca al dittatore il quale sa, lui sì, lui lo sa, quale sia il bene del popolo. Riassumendo, il popolo è donna, va dominato ed educato quanto basta. Nella concezione populista di Salvini (e di Di Maio) il popolo è invece considerato capace di pensare e di decidere, ed è il popolo che educa la classe politica.
      Lei stesso portandomi gli esempi di Galeazzo Ciano, figlio di Costanzo Ciano, e di Alessandro Pavolini, che era figlio di un professore di sanscrito e lui stesso uomo di fortissima tempra intellettuale, ancorché squadrista, lascia aperto uno spiraglio alla discussione sulla presenza di élites intellettuali in seno allo stesso fascismo. Forse si ricorderà di una bellissima serie di trasmissioni televisive intitolata “Intelligenze scomode del Novecento”, che era un modo non compromettente per dire “Fascisti intelligenti del Novecento”. Una volta si trovavano su You tube, adesso le hanno ritirate, non so perché. Ecco comunque qualcosa che somiglia:

      Ricordo ancora che allo stato nascente il fascismo ebbe l’appoggio di Benedetto Croce e che perfino dopo l’assassinio di Matteotti ci furono intellettuali che noi condanniamo sul piano politico, ma dei quali non possiamo negare l’intelligenza, che appoggiarono convinti il fascismo. Il giovane Eugenio Scalfari, quando l’Italia era in guerra, era caporedattore di Roma fascista. Ora, per rimanere agli esempi qui sopra ricordati, ma quando mai tra i populisti è possibile ravvisare qualche personalità paragonabile, nel bene o nel male, a Galeazzo Ciano, ad Alessandro Pavolini, a Benedetto Croce, ad Eugenio Scalfari? Seriamente, lei se l’immagina uno come Toninelli che in meno di un anno coordina la creazione dal nulla di una città come Sabaudia?
      Quando il partito fascista occupava le istituzioni, e sicuramente l’ha fatto, si preoccupava di mettere a capo delle istituzioni uomini di grande prestigio e competenza. E se è vero che sia il fascismo, sia i populisti salvinisti e grilleschi sono prepotenti, come non prendere atto del fatto che i fascisti, una volta diventati istituzionali, sono prepotenti intelligenti, laddove i populisti sono prepotenti stupidi e pasticcioni?
      Se lei afferma che il fascismo da un certo punto in poi preferì lisciare le élite, dice una cosa giustissima. Dirò di più, il fascismo aveva paura delle élite, innanzi tutto aveva paura di sfigurare, laddove i populisti d’oggidì sono sfrontati, aiutati dalla loro stupidità. Il fascismo faceva di tutto per tenersi buone le élite, formulava loro offerte che talora non potevano essere rifiutate, ma anche graditissime, spesso andavano in direzione dell’alta cultura. Per esempio, il fascismo finanziò le spedizioni nel Tibet di Guseppe Tucci, costosissime, tali da fare arricciare il naso ai fascisti buzzurri. Ma Tucci godeva dell’appoggio di Gentile e le spedizioni furono finanziate: se non sbaglio, ne abbiamo già parlato su Nusquamia.
      Dei populisti grilleschi e salvinisti il meno che si possa dire è che sono intellettualmente delle nullità, senza alcuna speranza di miglioramento nel futuro.
      Ma, allora, che fare? Ecco in via scherzosa una ricetta. Intanto, la capitolazione immediata dei grilleschi, che sono i più pericolosi in questo momento, e un braccio di ferro con Salvini, al quale vanno sottratti progressivamente tutti i margini di polemica nella quale purtroppo riesce ancora ad avere la meglio, per via degli errori della cosiddetta sinistra. Si sente più che mai l’esigenza di una rifondazione della sinistra sulla base di un ritorno ai valori storici, sostanziato da una analisi rigorosa del presente e da una generosa e risolutiva abluzione nel mare della razionalità. Dunque niente più Veltroni, niente più Prodi (sia detto con buona pace di Scalfari), niente più femministe e bubbole politicamente corrette, niente più deliri di società civile, ma smantellamento dei fortilizi del privilegio ammantato del “diritto acquisito”. Si dia inizio a un periodo di sano terrore nei confronti delle masse impiegatizie inerti, che dovranno essere convertite a lavori utili. Guerra alla delinquenza organizzata e contrasto sistematico in tutte le istituzioni e a tutti i livelli della stupidità sindacalizzata: cioè sarà possibile essere stupidi a livello individuale, perché anche loro hanno diritto ad esistere, ma devono smettere, organizzati, di nuocere all’umanità.

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        E’ divertente che ritenga che qualcuno scriva al posto mio.
        Non è così, anche se non ci troverei assolutamente nulla di male.
        [E io non insisto: la mia era un’ipotesi, come si dice, “euristica”. N.d.Ar.]

        Semplicemente scrivo meno, scrivo di cose che non necessariamente riguardano il paesello, magari scrivo quando ho più tempo davanti alla tastiera e non di corsa in metropolitana o altro.
        Sul concetto di errore come parte del processo di crescita e miglioramento vedo che non ha nulla da ridire.
        [Oddio, ci sarebbe un discorso molto interessante da fare, sulla teoria matematica degli errori, dove la matematica s’interseca con la filosofia; e sull’errore giudiziario, analizzato alla luce della teoria bayesiana. Pur avendo affrontato l’argomento più di una volta, e avendone anche scritto, con riferimento a situazioni abbastanza semplici, confesso di non averlo mai approfondito come meriterebbe, come vorrei e come dovrei. N.d.Ar.]

        Quanto agli ebrei, ne ho conosciuti, ne conosco, ci lavoro, nel centro di Milano ci sono ancora (e fiorenti) attività che vengono gestite da Famiglie ebraiche locali, ad esempio nel commercio dei gioielli.
        Credo sia vero che hanno una struttura tradizionale della famiglia, come scrive lei, ma è nel complesso, nell’analizzarli come comunità e non come famiglia che trovo conforto nelle mie idee.
        Ancor più se ricordo quanto mi raccontava mio suocero, che per almeno 30 anni andò per lavoro in Israele, commerciò con aziende di Israele e frequentò molti israeliani.
        Hanno a mio parere un senso di comunità e appartenenza (che magari si è rafforzato dopo la Shoa e dopo una centenaria storia di Pogrom) forte, che è addirittura sopra alla struttura dei legami di famiglia.
        Ricordo ad es. Gad Lerner che è considerato un Radical Chic di sinistra in generale, che quando conduceva con Giuliano Ferrara Otto e mezzo e c’era di mezzo la questione Palestinese o Israele, tornava come d’incanto Ebreo e senza se e senza ma prendeva le posizioni di Israele o dell’ospite. Spesso si trattava di un Diplomatico, tale Ehud Gol, mi pare, uomo di riferimento del Likud in trasmissione e appartenente alla delegazione diplomatica in italia.
        Tanto per fare esempi.
        [Io ho ricordi più antichi dei suoi — triste privilegio dell’età — anche a proposito di Gad Lerner: il quale un tempo teneva la rubrica di lettura dei giornali, a Radio popolare. Era di sinistra, Gad Lerner, allora molto più di adesso, perché ora “tiene vigne” (alla lettera, e non per metafora) nelle Langhe, mentre a quel tempo viveva accampato in una “Comune”, come si diceva, forse dalle parti di Porta Genova. Bene, allora la sinistra era ferocemente filopalestinese: e pensare che filopalestinesi erano, appena dieci anni prima, i fascisti, memori della visita del muftì di Gerusalemme a Hitler e di altre simili delizie! Leggendo giornali orientati a sinistra (qualcuno non ci crederà, ma tale era il settimanale Panorama, nel quale si erano infiltrati elementi di matrice sottoproletaria, gente con la faccia feroce, con una gran voglia di menar le mani; Panorama era molto più a sinistra dell’Espresso, nel quale aleggiava il profumo delle zie borghesi e progressiste dei marxisti immaginari: erano progressiste per sentirsi giovani), capitava che Lerner dovesse riferire espressioni di manifesto livore antisemita. Lui leggeva e, in questi casi, dopo la lettura, si limitava a dire: “Grazie”. Non poteva dire di più, se avesse preso contropelo i compagni filopalestinesi l’avrebbero sottoposto a un processo, sarebbe stato emarginato, forse anche picchiato. Ma dicendo “Grazie” aveva detto tutto: ‘Intellegenti pauca’, come si diceva un tempo. Del resto quello era il tempo in cui Capanna, amico di Arafat, portava la kefiah (anche Capanna adesso si occupa di agricoltura: biologica, naturalmente). Non solo: avvenne un giorno che i “katanga” — così si chiamavano i pretoriani di Capanna, in ricordo dei mercenari che operavano in Katanga — si imbattessero in un ragazzo, nei cortili della Statale di Milano e lo riempissero di botte, tanto da mandarlo all’ospedale. L’avevano scambiato per un ebreo, e picchiare un ebreo doveva sembrare cosa santa e giusta. Capanna allora andò in ospedale a chiedergli scusa: perché quel ragazzo non era un ebreo, questa fu l’impressione. Infatti mai era andato a chiedere scusa a persone malmenate dai suoi katanga, evidentemente malmenate a ragione. N.d.Ar.]

        Sul fascismo occorre capirci meglio.
        Non credo che siamo di fronte a un nuovo regime fascista, piuttosto mi pare che siano una certa cultura post fascista e neo fascista a prendere piede, che esce dal sottobosco e che viene in ogni modo alimentata.
        Un sottobosco di idee (e persone) che già venne sdoganata (con disastrosi risultati) durante l’amministrazione Alemanno, finita in burletta.
        [I fascisti ci sono, quelli di Casa Pound, per esempio. Ma i populisti salvinisti e grilleschi devono essere analizzati alla luce degli errori della cosiddetta sinistra, oggi, e non alla luce di una realtà, come quella del primo dopoguerra, che non c’è più. Già è difficile analizzare il fascismo in una prospettiva seria, scientifica: ci provò De Felice, che per aver detto cose da tutti oggi date per scontate, per esempio riguardo al consenso che il popolo tributava al fascismo (la dott.ssa Serra direbbe “la condivisione”), fu a suo tempo ricoperto d’indifferenza e insulti, a strati. Lui ne fece una malattia. Ma se oggi Paolo Mieli può articolare un discorso sensato sul fascismo, senza essere accusato di chissà quali nequizie, o addirittura minacciato, il merito in gran parte lo si deve a De Felice. Forzare il paradigma interpretativo del fascismo nell’analisi del fenomeno populista attuale non aiuta a far luce, può indurre invece a prendere delle cantonate. N.d.Ar.]

        Ma non è in nessun caso una “rivoluzione” come quella fascista pretendeva di essere, né ha i suoi tratti complessivi. Occorrerebbe fare un discorso più complesso per esprimermi compiutamente. Forse non ne sono in grado. Magari le scriverò più avanti.
        In ogni caso difficilmente mi ritrovo nel pensiero di Eugenio Scalfari, almeno negli ultimi 20 anni.
        [È una vita che seguo Eugenio Scalfari, ho letto alcuni dei suoi libri e quel che ne scrisse Saviane (non Saviano), nel suo libro ‘Espresso desnudo’. Affermo con conoscenza di causa che non è vero quel che si dice o quanto meno si lascia intendere, per cui adesso che è novantenne sarebbe rincoglionito. Scalfari può non piacere (sotto certi aspetti a me piace pochissimo), ma lo Scalfari di oggi è perfettamente coincidente con quello di quarant’anni fa. Non è come Pertini, che da giovane fu un meraviglioso adolescente antifascista, da uomo maturo un combattente capace e rigoroso, e da vecchio, quando faceva il nonno degli italiani, fu un narcisista bizzoso, senza il senso della misura, epperò rincoglionito. N.d.Ar.]

        • Algido permalink

          Scalfari parla ora: otto e mezzo, dalla Gruber, con Mieli
          Scalfari parla sempre come se si scolpissero i dieci comandamenti….ma non ci prende quasi mai. Almeno mi sembra. Ad esempio, ha parlato bene di Zingaretti. Io mi toccherei gli zebedei al posto di Nicola.

          [Ho dato un’occhiata al programma, in differita: marchetta editoriale, come d’abitudine a Otto e mezzo, che fu una trasmissione meravigliosa al tempo della ‘disputatio in utramque partem’ tra Ferrara e Lerner. E che poi è finita com’è finita, la trasmissione è diventata una cassa di risonanza del politicamente corretto. Al desco della labbrona ambiziosissima è quasi sempre invitato un autore presente nelle classifiche librarie dei più “autorevoli” quotidiani: avendo sentito gli uomini delle pubbliche relazioni, immagino. Ovviamente, la labbrona delega il lavoro di cernita e aggiustamento a una squadra di sottoposti, lei però ha il diritto di veto: questo mi piace e quest’altro non mi piace. È determinatissima, non l’hanno candidata alle europee, o forse lei stessa, che fu già parlamentare europeo, pensa che essere parlamentare semplice è troppo poco, ma ambisce a un ruolo di femminista istituzionale ad ampio spettro mediatico (in effetti, è preparata, conosce le lingue ecc.).
          Scalfari ha detto alcune cose anche interessanti, che forse non si sono capite bene, se non da parte di chi ne conosce l’indole: per esempio, il riferimento al suo libro ‘Incontro con Io’. Mieli si è limitato a una equilibrata (ma lui è un grande equilibrista, si sa) azione di supporto, ha ricordato che Alberto Asor Rosa, residente a Capalbio (questo lo aggiungo io) ha detto bene del libro di Scalfari, insomma è stato molto istituzionale, lui che fu di Potere operaio, firmò con Umberto Eco la lettera di condanna dell’assassinio di Pinelli, imputato al commissario Calabresi, poi da direttore del Corriere della Sera pubblicò in anteprima — neanche Berlusconi ne sapeva niente — l’avviso di garanzia spiccato contro il Presidente del Consiglio che a Napoli, all’Hotel Vesuvio presiedeva una riunione al vertice del G7 (si veda La fiction su Berlusconi a Napoli, il ricordo di Bassolino: “Quel giorno che lui seppe dell’avviso di garanzia ero seduto accanto a lui”).
          Tra Scalfari e Paolo Mieli, non saprei quale scegliere. Forse Scalfari, che nel suo impudico narcisismo è tuttavia onesto. Per esempio ha ammesso sinceramente che Pannunzio, il mito di coloro che “passeggiavano in via Veneto”, scrisse nelle disposizioni testamentarie che non avrebbe assolutamente gradito ai suoi funerali la presenza dell’ex amico e discepolo Eugenio. Scelgo Scalfari, dunque, forse perché sono cresciuto con lui, dai tempi in cui l’Espresso usciva in formato lenzuolo, era un settimanale d’inchieste assai interessanti, politicamente erede della élite del Partito d’Azione, una costola del Mondo di Pannunzio (appunto). Prima che l’Espresso diventasse aziendalsta. Inoltre — lo confesso — si percepisce in Scalfari il profumo del buon liceo classico d’un tempo, non ancora sconciato dai ministri-femmina pseudoprogressisti. Quello è un ottimo profumo, quasi mi commuove, adesso che tutto sembra perduto.
          N.d.Ar.]

          • Il libro di poesie di Scalfari


            Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

            Non è per niente male questo articolo di recensione della recente raccolta di poesie di Eugenio Scalfari, scritte nell’arco di parecchi anni. Coglie un nodo essenziale del personaggio Scalfari, il quale, inautentico come uomo politico e mentore della sinistra borghese italiana, conserva tuttavia una dimensione autentica nel culto del proprio IO. Scalfari può dileggiare il lettore-massa, si fa gioco dei personaggi ai quali sussurra di volta in volta i suoi “buoni consigli” (che, si dice, portano male ai “consigliati”), ultimamente gli è perfino venuto in mente di poter manovrare il papa, pur combattendo ormai da solo, come “lancia libera”, non potendo più contare sulla corazzata della Repubblica, tanto pià che è spezzato il sodalizio con il discutibilissimo imprenditore De Benedetti (imprenditore de che? semmai finanziere, che in latino di dice fenerator: insieme imprenditore ed usuraio). Ma Scalfari ha rispetto per il proprio Io, nei confronti del quale è sincero.
            Nella stanza di direttore della Repubblica, al tempo in cui Scalfari celebrava il rito della riunione di redazione — un rito sacro e terribile, perché poteva decretare la disgrazia del malcapitato giornalista, espressa con la formula “Sei entrato nel cono d’ombra!” — campeggiava la riproduzione di una stampa del Settecento, dove si vedeva un condottiero che si spostava da un accampamento militare all’altro, quello del nemico. Proprio com’era normale che facessero i capitani di ventura: il Carmagnola (al servizio dei Visconti, poi della Serenissima), il Gattamelata (al servizio di Firenze, dello Stato pontificio, della Serenissima), il Piccinino (quello della battaglia di Maclodio, BS: al servizio prima di Firenze, poi del duca di Milano Filippo Maria Visconti). In politica Scalfari è stato un capitano di ventura.

          • Algido permalink

            Il libro che lei ricorda “Incontro con Io” fu ben recensito ai tempi anche da Feltri. La redazione del suo giornale aveva già confezionato la stroncatura di rito. Lui arrivò con il libro dicendo “francamente mi pare ottimo” e si fermarono.
            Credo che Feltri nutra una qualche forma di soggezione per Scalfari autore, a suo dire, della sola grande innovazione riguardo i quotidiani del dopoguerra; credo, anche della sua attività di scrittore da vegliardo, come [Scalfari] si definisce. Mentre Feltri sta finendo con il diventare una macchietta in salsa orobica, ospite fisso a “La zanzara”. L’altro [cioè, Scalfari: N.d.Ar.] si da una patina quasi extraterrena, vestendo i panni del centenario illuminato, quasi del saggio santone.

          • C’è differenza tra “istituzionale” (merda all’istituzionalità!) e “saggio”

            Da una certa età in poi — ma la soglia è variabile — in pratica, quando diventa ridicolo pretendere di essere “anziani” e si è costretti ad ammettere di esser vecchi, si ha la tendenza a ritenersi saggi e venerandi, cioè degni di venerazione. In effetti, una persona con molte primavere alle spalle ha visto molte cose, se è stato fortunato, e se ha tenuto gli occhi aperti. Di qui a dire che è un saggio ce ne passa. Saggio è chi ha saputo trarre una lezione dalle cose che ha osservato e sulle quali ha riflettuto.
            In questo senso fu saggio da vecchio Emilio Lussu, al quale ho accennato in questa pagina. Lussu è divenuto saggio dopo aver ben meritato delle doti naturali e dell’educazione che ha ricevuto: avendo vissuto la tragedia della prima guerra mondiale, non ha durato fatica a capire l’ottusità degli alti ufficiali che chiamavano “campo d’onore” il teatro dove loro arraffavano medagliette “istituzionali” come contropartita del massacro al quale mandavano i giovani contadini. Creò il primo partito autonomista, federalista, repubblicano, rifiutò l’abbraccio di Mussolini che aveva pensato a una possibile convergenza (ci furono trattative). Fu antifascista quando il fascismo avanzava e sembrava inarrestabile, come adesso i populisti (ma le verità non si votano a maggioranza, come non mi stanco di ripetere). I fascisti inscenarono una manifestazione sotto le finestre del suo studio, per ricordargli che loro erano tanti, lui era uno. Uno di questi “coraggiosi” — si sentiva tale perché spalleggiato dalla folla berciante — si arrampicò per il pluviale, saltò sul poggiolo della porta-finestra, l’intenzione era di trascinare Lussu a forza, e darlo in pasto alla plebe. Lussu estrasse la pistola dal cassetto, gli disse “O sparisci, o sparo”. I fascisti sapevano che i borghesi sono vigliacchi, non avevano tutti i torti, ma il ragazzotto non conosceva Lussu. Sparò, il fascista morì sul colpo. Al processo che seguì, celebrato dalla magistratura ordinaria, si riconobbe all’imputato il diritto alla legittima difesa. Il che non impedì che Lussu fosse poi condannato dal Tribunale speciale del fascismo e mandato al confino a Lipari. Di qui fuggì insieme con Carlo Rosselli, a bordo di un motoscafo che li portò a Tunisi. Poi a Parigi fu animatore del movimento antifascista “Gustizia e Libertà” che in seguito, quando gli antifascisti rientrarono clandestinamente in Italia per organizzare la Resistenza, sarà il nerbo del rinato Partito d’Azione. Nel frattempo conobbe (in Svizzera, mi sembra di ricordare) Joyce Lussu, donna meravigliosa, una staffetta di coordinamento del movimento antifascista europeo, che sarà la sua compagna; sempre in questo periodo scrisse il libro Un anno sull’altipiano, in un italiano meraviglioso, lucido e razionale, sul macello e l’ottusità della Grande guerra, dal quale Rosi trarrà il film Uomini contro, che presentiamo qui sotto. Nel secondo dopoguerra fu ministro nel Governo Parri. Quando il Partito d’Azione si spezzò per confluire in parte nel Partito socialista italiano, in parte nel Partito repubblicano italiano, Lussu si schierò con i socialisti di Nenni (PSI), poi con quelli di Vecchietti (Psiup). Infine si ritirò a vita privata, parlò e scrisse da uomo saggio, senza pretendere di esserlo.
            Eugenio Scalfari invece? Pretende di essere saggio, ma più che saggio, a me pare che sia un uomo istituzionale (come fascista, come compagno di banco di Italo Calvino, come funzionario di banca, come ammiraglio della corazzata Repubblica, adesso come grillo parlante di papa Francesco), carico di esperienza, certamente, e degno di essere ascoltato, non dico di no. Ma istituzionale (merda!) e non saggio.


  89. Carte très particulière du Bergamasco, faisant partie des États de la République de Venise. Dreßée sur les Mémoires les plus nouveaux d’Italie par I.B. Nolin géographe ord. du Roy (détail).
    Fare clic sull’immagine per ingrandirla.

    Mentre cercavo una cartina antica sui regni di Polonia e Lituania sotto gli Jagelloni, mi sono imbattuto, sfogliando le mappe di un sito dedicato, in una carta del Bergamasco, tracciata agl’inizi del Settecento. Ho voluto sincerarmi che fosse presente Curno, che ancora non era un paese “bello da vivere” (beh, non mi sembra che lo sia nemmeno adesso): c’era! Mi appunto questo reperto, chissà che non venga utile in seguito (in ogni caso, questo è sicuro, non per farne un tassello di mistica curnense).

  90. Toti si defila da Forza Italia. Probabilmente così farà Sorte, che è vicino, anzi vicinissimo a Toti. Locatelli era vicino a Sorte: lo sarà ancora?


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    Leggiamo nell’articolo sopra segnalato: «Accompagnato dai suoi fedelissimi Alessandro Sorte e Stefano Benigni, Toti non ha dubbi e rilancia il ‘modello Liguria’: ”Il pesto unisce, qui c’è una coalizione ampia, questo dimostra che piace la coalizione allargata come quella che governa in Liguria”». Dunque Alessandro Sorte, già erede del monarchico Saffioti che a Curno soffiava il vento in poppa alla quinta colonna antigandulfiana, è fedelissimo di Toti, il quale un giorno si fa vedere insieme con Salvini, il giorno dopo con GiorgiaMeloni.
    Toti ha ancora la tessera di Forza Italia, nega di voler lasciare il partito (si fa sempre così), ma è ufficialmente un dissidente: vedi Dentro Forza Italia scoppia il caso Giovanni Toti. Per Silvio Berlusconi “la pazienza è finita”.
    È ragionevole pensare che la diversa collocazione di Toti sortisca, al tempo opportuno, analogo rimescolamento nel paese bello da vivere. Ovviamente, all’insegna del tutto cambi purché niente cambi, cioè garantendo che la politica — a dire il vero, la politichetta — continui ad essere prerogativa del sistema delle famiglie: i soliti noti, con tutt’al più qualche volto nuovo da mandare avanti, fermo restando che quel che conta sono le famiglie e il patto tra le famiglie.
    Sorte è soddisfatto di Locatelli? Dalla risposta a tale quesito dipenderà la collocazione di Locatelli. A sua volta, dalla collocazione di Locatelli dipenderà quella di Cavagna il Giovane, che ha avuto i suoi momenti di gloria paesana una legislazione fa, quando leggeva, male, dossier preparati da altri, all’insegna della sacralità della cacata carta, e tanto gli bastava per reputarsi uno statista. Mi sembra evidente che Cavagna il Giovane voglia rinverdire i fasti passati e cerchi uno spazio di agibilità mediatica tutto suo, considerato anche il non travolgente successo delle iniziative cinofile e — in linguaggio coglione — “under 25”. Il gatto padano, che è titolare di una famiglia curnense, ancorché mononucleare, sarà sicuramente felice di passargli alcuni dei suoi dossier; con questi dossier in mano, Cavagna il Giovane potrebbe pensare di fare alla Lega una proposta da non rifiutare. Vedremo.

  91. Ottima interpretazione di Les feuilles mortes
    Si noti il libro di Joyce sulla mensola del caminetto

    Ed ecco l’interpretazione di Juliette Greco, la musa degli esistenzialisti:

    Altri tempi, altre fiche. Ma anche altri uomini:

  92. Simona permalink

    Con riferimento alla frase di Briatore “se voglio la cultura vado a Parigi, in Sicilia ci si va solo per il mare e il cibo” vorrei ricordare che quando Archimede a Siracusa discuteva di matematica geometria fisica ottica idraulica e meccanica a Parigi vivevano sugli alberi.

  93. Nina permalink

    Homo stupidus:

    [Già: stupidità, invidia, frustrazione, cattiveria. Sono questi i moventi, purtroppo, e in misura sempre maggiore, dell’azione e del mongo-pensiero. E sono a loro volta chiavi interpretative di comportamenti altrimenti inspiegabili, o sconcertanti. Ne abbiamo sempre tenuto conto nell’analisi della politichetta di Curno. Si consideri la passione per le cacate carte, che nel paese bello da vivere non è prerogativa del solo gatto padano, ma un po’ di tutti gli attori della politica (anzi, proprio delle cacate carte i similprogressisti sono stati gran cerimonieri e fruitori); la cacata carta, oltre che passione in sé e per sé (c’è chi si rivolta inebriato nelle cacate carte, come Paperone nei montarozzi di dollari ammucchiati) può essere:
    a) una copertura della cattiveria, nonché un grimaldello per fare del male, in associazione alla calunnia;
    b) un paravento che impedisca di vedere l’incapacità di analisi politica.
    Come esempio di quest’ultimo caso (l’incapacità di analisi politica), consideriamo come, alla soglia delle elezioni amministrative del 2017, si sia voluto a tutti i costi scatenare una battaglia di cacata carta, egemonizzata da un pool di agrimensori e causidici, sulla base di indicazioni (input, come si dice in linguaggio coglione) del gatto padano, laddove si sarebbe dovuta fare una nobile e generosa battaglia politica: vedi Se volete sapere dove Cavagna il Giovane e Locatelli vanno a parare, leggete il gatto padano. Val la pena rileggere questo articolo, ora che il gatto padano si è scatenato in un’attività di gioioso (per lui) dossieraggio sulla Giunta crurale, a disposizione della sgangherata opposizione di destra la quale, incapace di fare politica, sul versante copropapirologico è sempre sovraeccitata. Disdegnano la battaglia politica che faccia emergere le contraddizioni in seno al sistema micidiale delle associazioni di matrice serrana, ma giocano di sponda, sperando di mettere la mani su questo o quel pacchetto elettorale, insinuandosi nelle crepe del sistema (la fasciofemminista, in particolare, mi sembra parecchio agguerrita, determinata a insignorirsi dell’indotto elettorale sportivo). Quello stesso sistema che bisognerebbe far saltare dalle fondamenta.
    N.d.Ar.]

    • Quand on est con, on est con

      Aggiungerei la considerazione che ricorre come ritornello nella canzone del grande Brassens e che ne riassume il significato: Quand on est con, on est con, che possiamo tradurre “Quand’uno è coglione, è coglione”, anche se a rigore con deriva dal latino cunnus, che vuol dire fica: ma il significato metaforico è quello che abbiamo detto, anche noi, per metafora. In questa canzone Brassens si dissocia dai giovani che reputano rimbambiti i vecchi, ma anche dai vecchi che giudicano insipienti i giovani. La verità, dice Brassens, è che si è coglioni per natura, l’età non c’entra:

      Le temps ne fait rien à l’affaire
      Quand on est con, on est con
      Qu’on ait vingt ans, qu’on soit grand-père
      Quand on est con, on est con
      Entre vous, plus de controverses.

      Vedi:

  94. Giuliana permalink

    Poteri forti:

    • Politicamente (alquanto) scorretto
      Diego Fusaro esagerato

      Scrive Diego Fusaro della bambina che ci fa la lezione, davanti alla quale secondo Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, dovremmo inginocchiarci e fare atto di contrizione: «L’ennesima creatura in vitro dell’élite cosmopolita dominante. Una finta ribelle, strumentalizzata ad arte dai dominanti, in prima pagina, per spostare l’attenzione dal conflitto di classe a proclami genera-generici sull’ambiente. E c’è chi ci casca, ovviamente».
      Diego Fusaro la mette giù dura, ed è certamente vero che la bimba viene strumentalizzata. Per questo qualche tempo fa noi pubblicammo il grido di dolore che si levava dalle colonne di un quotidiano intelligente come il Foglio:

      Sbaglia però Fusaro quando afferma che la piccola Greta è una «finta ribelle», a meno che non sia in possesso d’informazioni che noi non abbiamo. Secondo noi Greta potrebbe essere veramente ribelle, e le ragioni per cui si è ribelli sono tante. Alcuni lo sono a seguito di un ragionamento, razionalmente fondato, come è il caso di Marat, l’amico del popolo, di Marx, di Lussu, del quale ci siamo appena occupati; altri sono ribelli perché hanno un conto in sospeso da regolare, com’è il caso di Vanni “Peste” nel film Allonsanfàn, o di Théo, il protagonista di Dreamers, il film di Bertolucci, o di Rosenthal in quel meraviglioso romanzo di Paul Nizan, La conspiration. [*] Costoro sono i ribelli “esistenziali”, si ribellano perché hanno un problema individuale, tutto loro, e sperano di stare un po’ meglio, come le femministe della categoria “problematica”. Spesso diventano pericolosi, ma ciò non dovrebbe essere il caso di Greta, che miete allori balsamici: al massimo, poiché tutti le fanno grandi accoglienze, applaudono e molti chiedono per lei il premio Nobel, si monterà la testa, penserà di essere uno scienziato. Sta a noi ragionare e voltare pagina.
      Ma perché Greta potrebbe essere ribelle per davvero? Perché lei, nonostante le treccine bambinesche, ha l’età in cui si è già donna, e non è facile essere figli di personaggi famosi, se non si eredita il talento dei padri. Ricordo le interviste deliranti del figlio di Charlie Chaplin, ricordo il protagonismo al Maurizio Costanzo Show di certi parenti delle vittime di terrorismo e di mafia, ricordo la figlia di uno dei “notri marò” (“vittime” fino a un certo punto, forse le vittime eravamo noi) che volle a tutti i costi farci sapere che è lesbica; adesso i giornali parlano del difficile rapporto di Christian De André con le figlie, e non è difficile immaginare che Christian avesse a sua volta un rapporto difficile con Fabrizio. E Greta? Greta ha la sfortuna di essere figlia di una donna di successo, bella, desiderabile, estroversa, versatile come cantante lirica e cantante jazz. La mamma fortunata della figlia corrucciata si chiama Malen Ermann:

      Insomma, va bene che Fusaro deve alzare il tiro per facilitare la raccolta del consenso populista, però proprio lui che è filosofo certe cose dovrebbe capirle.

      ……………………………………..
      [*] La chiave di lettura di questo romanzo si trova nell’incipit di un altro romanzo di Nizan, Aden Arabia: «J’avais 20 ans et je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie».

      • ALGIDO permalink

        A proposito di questa ragazzina, tra l’altro affetta da una sindrome a quanto si sa. Due giornalisti italiani (uno dei quali udito da me) dicono cose assolutamente innominabili. Tale Maglie (una cicciona da sempre raccomandata, sin dai tempi di Craxi) in predicato di gestire una striscia quotidiana alla RAI afferma che “quando me la trovassi di fronte avrei l’impulso di investirla con l’auto” per ucciderla par di capire. A mio parere da parte di un giornalista è inaccettabile, non so se sia un reato, ma…
        [Non sapevo di questa uscita della Maglie, mi sono informato e pare che le cose stiano come documentato nel video qui sotto:

        In ogni caso, indipendentemente dal fatto che la signora oggi “grassona”, come lei dice, ma un tempo piacente, sia stata craxiana al tempo della Milano da bere e che oggi, quel che è peggio, sia sovranista, la battuta è assai infelice. Se vuoi essere politicamente scorretto, devi farlo con intelligenza, altrimenti ci si riduce al livello dei populisti. Essere stupidi o beceri, o tutt’e due le cose insieme, è una colpa. Ma la signora, che aveva cominciato come giornalista dell’Unità, corrispondente dall’America latina, oggi è, appunto, sovranista e populista. Io sono, com’è noto, fautore del politicamente scorretto, ma badando bene a colpire gli obiettivi giusti, e usando tutte le cautele del caso. A suo tempo fui amico fisso di una signora appartenente a pieno titolo al mondo radical-chic in perenne delirio di potenza, una di quelle io-conosco-questo-io-conosco-quello: così, senza alcun merito, ho imparato, credo, a muovermi abbastanza bene, potendo contare su collaudate tecniche di sopravvivenza. Oddio, chiaro che sono attaccabile, quando per esempio mi dichiaro antifemminista: ma per farmi del male, se qualcuno vorrà farmi del male (e fino a un certo punto, visto che non ho niente da perdere), occorrerà che egli faccia ricorso alla calunnia; infatti non attacco le donne, o i loro diritti di cittadino (italiano, europeo, del mondo), ma l’ideologia femminista, è un’altra cosa. In questo caso, cioè nel caso della piccola Greta, bisognava attaccare la montatura mediatica — che c’è — e non la ragazzina.
        N.d.Ar.]

        E Facci alla zanzara (uno che se si guardasse allo specchio con un minimo di senso critico forse avrebbe il pudore di tacere) l’ha definita una con una faccia da cazzo.
        A Parenzo che ha contestato (ricordandogli l’handicap che la ragazzina ha) violentemente ha detto che fa parte delle Lobby Ebraiche e minacciato pure di una denuncia. In mezzo urla e improperi. Ho avuto il sospetto (a dire il vero a me non sembrava una persona in possesso di tutte le facoltà mentali in quel momento) che avesse bevuto qualche spritz di troppo o fosse vittima di sostanze stupefacenti. mai udito simili follie. Argomentazioni reali? Zero.
        [Di Facci ho apprezzato il libro — documentatissimo, e a prova di denuncia — su Di Pietro. Non so per filo e per segno che cosa abbia detto alla Zanzara, ma so che riuscire antipatico gli viene molto bene. Se ha detto quel che lei riferisce, Facci è un cretino. In ogni caso non è nelle mie corde, per via dell’eccesso di determinazione, un po’ come Travaglio. Poi si figuri se sono disposto ad accettare come argomento contro la Thunberg l’accusa di far parte della lobby ebraica. Badi che io non nego l’esistenza della lobby ma, ragionando alla maniera di Guglielmo da Baskerville, sostengo che una certa proposizione P può essere vera, anche se su tale proposizione è consentanea la lobby ebraica, o quella palestinese o quella gay (a suo tempo ne parlò papa Francesco). Cioè, se devo confutare una proposizione P, dovrò farlo nel rispetto delle regole del ragionamento. Quando mi ribellai all’iniziativa della dott.ssa Serra che portò a Curno la madonna pellegrina Vera Baboun, in qualità di alfiere della pace in terra bergamasca, non accusai la dott.ssa Serra di far parte della lobby palestinese — che esiste: vedi la storia del Movimento studentesco milanese — semmai di essersi fatta raggirare e, in ogni caso, l’argomento principe non era quello della lobby, ma l’essere la Baboun, sotto le mentite spoglie di donna pia e mater dolorosa, propagandista in realtà di Al-Fatah, sotto le cui insegne fu sindachessa betlemita, propagandista cioè del partito di colui che fu terrorista non pentito (si chiama Arafat), quindi discutibilmente insignito del poco prestigioso premio Nobel per la pace. N.d.Ar.]

        Ha la “faccia da cazzo” e “la vorrei investire con l’auto”… Questi qui sono i campioni del nuovo giornalismo appecoronato ansiosi di mettersi in prima fila per una fellatio nei confronti del “nuovo che avanza”. Ottimi. Finiranno male prima o poi, si sa, è la legge del contrappasso, ma danni quanti ne stanno facendo persone del genere? Quanti?
        [Non bisogna disperare del tutto, anche se, ammetto, ci troviamo in un pantano. A costo di dare un dispiacere a qualche amico progressista, che spera in un ravvedimento dei grilleschi, tale da indurli a schierarsi con il Pd (era, forse è ancora, la speranza del Fatto quotidiano, che sogna di avere il ruolo di gran suggeritore, che fu già della Repubblica di Scalfari, ai tempi d’oro), penso che la cosa migliore sia, nell’immediato, una capitolazione dei grilleschi: troppo pasticcioni, troppo coglioni, troppo ignoranti. Quindi si dovrebbero fare i conti con il partito monocratico salviniano. Cioè, dopo lo sgretolamento del M5S, i cui elettori potrebbero confluire in parte nella c.d. sinistra, salvo gli esoterici, gli antivax ecc. che è meglio che facciano parte per sé, e che si scontrino fra loro per annientarsi, bisognerebbe lavorare ben bene il monòlito salviniano, costringendolo a un’amministrazione corrente sana. Bisognerebbe a tal fine mettere su un governo-ombra, ovviamente fatto di persone serie, non come quella buffonata pensata a suo tempo da Occhetto, che fece ministro-ombra dell’Istruzione la moglie Alberici, in pieno delirio di potenza, perché gli era riuscito di impadronirsi del Pci, profittando della degenza ospedaliera di Alessandro Natta, che conosceva Orazio a menadito. Poi aveva fatto la furbata di cambiare il nome al Pci, gli era andata bene anche quella, così come non trovò opposizione la svolta aziendalista, al tempo in cui stravedeva per Carlo De Benedetti che ebbe la copertina del Time (brutto segno). E giù con gli sproloqui sulla sinistra dei Club, sulle associazioni, sulla Società civile! Squit, squit, squit! I radical-chic erano convinti che esistesse un preciso disegno della Provvidenza, in favore della loro presa di potere.
        Ma oggi, senza più deliri di potenza, men che meno di onniscienza, analizzando la realtà con rigore scientifico, dunque senza più farsi condizionare dalle Boldrine, dalle femministe, dagli aziendalisti, dai cattoprogressisti, con più fisici e ingegneri e meno cazzeggiatori giuridici, è necessario pensare a un governo-ombra sostanziato dall’apporto, o quanto meno, dalla benevolenza, di una classe dirigente di ricambio, vera, preparata, seria, intelligente, con un occhio di riguardo alla cultura dell’Italia. Che non è una, come ritiene qualche sprovveduto, ma è varia, e contraddittoria. Ed è proprio questa tensione tra gli opposti che bisogna conservare, e valorizzare. Come dire: niente pensiero unico, niente oracoli, mai più gente come Salvini, Di Maio, Toninelli, Castelli (quella che argomenta con “L’ha detto lei…”), niente… come si chiamava quel ministro della Giustizia?
        N.d.Ar.]

        Altro che Alessandro Pavolini e Galeazzo Ciano, questa è la nuova destra che avanza becera, ruttando e petando in pubblico e vantandosi di essere ributtanti (la Maglie) o zozzi (il Facci).
        [Qui sono d’accordo con lei. Questi populisti, messi alla prova dei fatti, davanti a una svolta drammatica della storia, potrebbero rivelarsi peggiori dei fascisti, per eccesso di stupidità. N.d.Ar.]

  95. Così parlò la vecchia zabetta curnense

    ……………………………………………………………………………………

    ……………………………………………………………………………………

    Nel numero 977 del diario del gatto padano è dato leggere queste parole. Non è la prima volta che il gatto accenna all’esercizio commerciale di Curno, con vari pretesti, con il ditino agitato a mezz’aria e il tono di chi “esige spiegazioni”: già questo è un modo con cui lui pensa di poter fare del male a qualcuno. Una versione contadina della tecnica di disinformazione spiegata efficacemente nel film Le Idi di marzo, per la regia di George Clooney, in questo dialogo:

    – È vera la storia di Pullman che ha investito in una miniera di diamanti in Liberia?
    – Stanno verificando: viene da un blog. Tu che cosa ne dici?
    – Chi se ne frega? Voglio costringerlo a smentire. Se è vera, OK, scopriamolo. Ma se non è vera, gli ci vorrà un giorno per convincere il Post che non ha una miniera di diamanti in Liberia. Vinci comunque.
    – OK.

    In ogni caso, non parcheggio abitualmente l’auto di fronte all’esercizio commerciale che il gatto ha avuto la bontà di menzionare, e sappiamo tutti quanto sia buono, penso di non averla parcheggiata mai lì di fronte, né tampoco nel Largo Vittoria, men che meno affido la custodia dell’auto agli esercenti sottoposti all’attenzione della pettegola malefica.

  96. ALGIDO permalink

    L’ha definita Bene, la Vecchia Zabetta.
    Io l’ho misurato bene.
    L’ho voluto conoscere.
    Prima ti blandisce, ti invita a pranzo (e magari larvatamente cerca di perorare cause immobiliari)
    Poi (magari lo stesso giorno o quello dopo) con uno pseudonimo ti calunnia in rete.
    In rete perché di persona nessuno da credito a quel che dice.
    Ho ragione di credere che non si piaccia per nulla. (vado leggero)
    Ma che pena..
    Lasciamolo nel suo brodo senza degnarlo di risposte. È la sua peggior condanna

    • No, risposte no, nel senso di risposte da pari a pari: impossibile. Ma una sana manifestazione di disprezzo mi sembra doverosa.

    • Leone Zanchi permalink

      Algido. La invito a rimuovere immediatamente il post diffamatorio che ha pubblicato con riferimento a fatti che nemmeno la riguardano
      Mai uscito a pranzo con lei.

      • In realtà il contributo di Algido può essere rimosso da me, e non da Algido. Potrei rimuoverlo su richiesta di Algido. Non vedo tuttavia che cosa ci sia di diffamatorio, certamente non più diffamatorio di quanto è stato scritto dal gatto padano (è lei il gatto padano?) il quale affermava che io affidassi il controllo della mia auto a un esercente di Largo Vittoria. E se uno perora una causa immobiliare, dov’è il reato? A naso, il contributo di Algido sarebbe diffamatorio se il dire “sai, lui mi ha detto che quell’operazione immobiliare è cosa buona” fosse falso e il perorare una causa immobiliare fosse un reato. Ma se il gatto dice che io ho studiato in un liceo di preti, e non è vero, non per questo dirò che il gatto mi ha diffamato, perché studiare in un liceo di preti non è un reato. Semmai ci sarebbe da dire sul fatto che il gatto insinuasse che la mia fosse una maturità conseguita a pagamento: l’insinuazione era formulata in modalità curnense, con punto interrogativo, un tentativo di farmi del male. Ma non ho denunciato il gatto, mi basta disprezzarlo.

        • Algido permalink

          Eppure in quell’agriturismo in via lungobrembo una sorta di.maneggio..tra imbianchini muratori e idraulici (gente degnissima con cui sto benone) non.mangiai neppure male
          Due volte ho.detto e due erano…
          Che c’e’ di male?

          [Forse è lo stesso agriturismo dove ho desinato anch’io con Gandolfi, e dove ho incontrato uno che poteva essere il gatto padano. Dico “poteva” perché quel signore affermava con convinzione che l’amministrazione cosiddetta di sinistra (il “cosiddetta” è mio) non aveva a cuore la cultura. IL motivo? Perché preferiva investire le risorse pubbliche in iniziative che sottraevano soldi al completamento del Bibliomostro. Come se la cultura debba identificarsi in un’opera inutile e velleitaria, a dimostrazione del fatto che in provincia c’è chi bagna il naso alla città, anche se non è laureato. Argomenti ad personam, che non stanno né in cielo né in terra. La cultura, quella vera, è aliena dalle smargiassate. N.d.Ar.]

      • ALGIDO permalink

        Ma caro e Buon Leone.
        Non può immaginare la mia sorpresa nel leggere qui la sua risposta.
        Non immagino neppure il perché si senta tirato in ballo o accostato al Gatto Padano.
        Io parlavo del Gatto Padano, appunto, personaggio di invenzione (credo), come del resto lo sono io e quasi tutti i personaggi che animano il Blog.
        Il Gatto, quello sì, è personaggio livoroso a volte e in passato messo all’indice di questo Blog.
        Che c’entra lei? Non capisco.
        Nessuno (io per primo) ha mai fatto un collegamento tra Lei e il Gatto suddetto, come potrebbe venirmi anche solo lontanamente in mente un accostamento?
        E poi… chi mai potrebbe farlo questo collegamento?
        Lei (a quanto so) è cittadino stimato, che certo non può riconoscersi nell’appellativo Vecchia Zabetta.
        Lunga navigazione politica, impegno civico e politico a Curno, il Cuore sempre vicino ai cittadini di Curno ed ai Vecchi amici, un carattere sempre portato al confronto aperto, allo scambio amichevole.
        Un’amico l’ha conosciuta in passato (anzi più d’uno) e serba un eccellente ricordo di quei tempi di impegno giovanile e magari anche più recente.
        Il Gatto invece, quello sì è un tipo livoroso, in passato ha fatto interventi al limite del diffamatorio (o forse anche oltre? ) anche nei riguardi di persone che conosco, che mi sono assai dispiaciuti ai tempi.
        Sono seguite delle goffe smentite, se non erro con l’accusa a chi ospita questo scambio, di aver manipolato il messaggio inviato dal Gatto inviato, lo lesse anche lei Leone quel carteggio.
        Ricordo che si inventò di sana pianta partecipazioni a società da parte di questo amico, ad esempio che, non so il perché, preferì lasciar perdere, anche lui, come Lei Leone è tipo che non serba rancore, che va avanti per la sua strada e basta.
        Ah questo gatto, sempre incazzato, sempre avvelenato: ora contro questo, ora contro quell’altro.
        Invitavo in questo Blog, (ed invito ancora, quello sì) a lasciarlo perdere questo gatto, che faccia per l’appunto la sua strada, come del resto la faranno tutti.
        Lo faccia anche Lei, Leone, lo lasci perdere.
        Nel Frattempo voglia gradire (pur in ritardo) i sensi dei miei migliori auguri per una Buona e Santa Pasqua.
        Quanto alla rimozione del Post. dice bene Aristide.
        Non sta a me rimuoverlo, non è in mio potere.
        Se le da fastidio (anche se non ho ancora capito il perché, forse il Gatto è personaggio che le è caro?) lo chieda a lui, l’autorizzo a farlo.
        tanto…

        • Aspidi: affinità elettive

          Francamente, stento anch’io a credere che questo cittadino esemplare, L.Z., che, a quanto leggo, ha ben meritato della comunità curnense, benevolo qual è, o come pare che sia, per non dire filantropo, possa coincidere con la malefica vecchia zabetta di cui sopra, con il gatto padano cioè, protagonista di mille cattiverie, invidiosetto anzichenò, copropapirologo ecc.
          Diceva del resto di sé il gatto padano, con manifesto compiacimento, nel n. 972 del suo diario:

          C’è un bosco nell’Isola pieno di asparagina e di bucaneve dove resto anch’io disteso ad oziare guardando semplicemente il cielo e i rami che si muovono al vento. Ho cominciato ad amare anche un’aspide che esce da un ceppo di asparagina. Tra aspidi probabilmente ci si intende.

  97. Virginia Raggi non è all’altezza di Cleopatra

    Vi ricordate, quando ci dicevano che bisogna mandare ai posti di governo le donne? Che il mondo girerebbe meglio, qualora fosse governato dalle donne? Noi ci siamo sempre ostinati a pensare, con buona pace di Dietlinde Gruber, detta Lilli, che le quote rosa siano un’offesa alla nostra intelligenza e, in particolare, a quella delle donne intelligenti. Abbiamo sempre pensato che il potere decisionale deve essere affidato a persone competenti, intelligenti e oneste (in senso lato, non stiticamente a norma di cacata carta; v. il significato della parola honos, da cui “onesto”), poco importa che siano maschi o femmine all’anagrafe e indipendentemente dalle loro predilezioni sessuali, gaie (gay) o tristi che siano.
    Virginia Raggi è inadeguata al ruolo di sindachessa, in sé e per sé, indipendentemente dal fatto che sia donna. Rosario Crocetta fu una sciagura come Presidente della Regione siciliana, in sé e per sé, indipendentemente dal fatto che fosse gaio. Giancarlo Galan come Presidente della Regione Veneta gettò un’ombra di disonore che la regione non meritava, ma in sé e per sé, non in quanto maschio. Ha inoltre ulteriormente contribuito a screditare il progetto Mose, da sempre inviso all’ambientalismo sentimentale, che a sua volta va giudicato in sé e per sé e che non merita il discredito mediatico-populista che conosciamo.
    Sia ben chiaro, non voglio fare l’elogio di Cleopatra, esulto anch’io con Orazio che esultava della sua uscita di scena («Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus»), dico soltanto che Cleopatra fu all’altezza del ruolo che impersonò. Nel filmato qui sopra assistiamo al suo ingresso a Roma, invitata da Cesare, insieme col frutto del peccato consumato con Cesare, il figlio Cesarione, per il quale Cleopatra sogna un futuro imperiale (cuore di mamma!).
    Cleopatra si tratterrà a Roma, vivendo more uxorio con Cesare dalle parti di Trastevere, fino all’assassinio del dittatore (44 a.C.). Appena Marco Antonio legge il testamento di Cesare, Cleopatra capisce che Cesarione non è l’erede, perciò torna immediatamente in Egitto. Dopo qualche tempo incontrerà Antonio, che si recava a muovere guerra ai Parti e l’incontro fu fatale, per Antonio: altro che “patata bollente”! Si amarono per davvero ed ebbero tre figli. Seguirono la rottura del triumvirato che, dopo l’assassinio di Cesare, reggeva le sorti dell’impero romano (non ci chiamava così, ma lo era di fatto), il conflitto tra Antonio e Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, la battaglia di Azio (31 a.C.) vinta da Ottaviano che invade e sottomette l’Egitto, il suicidio di Antonio e quello di Cleopatra.

  98. Cruscaggine per Diego Fusaro

    Diego Fusaro dice anche cose giuste, come abbiamo scritto più di una volta, ma a nostro parere sbaglia quando — anche in questo filmato, verso la fine — rivendica la riappropriazione di «quote di sovranità nazionale» da parte dell’Italia, come soluzione dei problemi nazionali. È la tesi sovranista, e dei sovranisti Diego Fusaro vorrebbe essere il bardo, quello con una faccia presentabile. Peccato che l’interazione dell’Italia con il resto del mondo non possa essere pensata come il sistema di approvvigionamento energetico: navi petroliere e un numero limitato di gasdotti, per cui mettendo le mani sulle rotte delle petroliere e sui gasdotti realizzi l’autarchia, o una negoziazione più vantaggiosa dei rifornimenti energetici (a fronte di che cosa? con la politica delle cannoniere? ma dove sono le cannoniere?).

    Indipendentemente dal fatto che l’autarchia ci piaccia o non ci piaccia o, più modestamente, indipendentemente dal fatto che ci piacerebbe mandare a quel paese, come per miracolo, i finanzieri-usurai, gli gnomi di Zurigo (come si diceva un tempo), gli sceicchi signori del petrolio, le multinazionali possenti (io aggiungerei la rete di interessi controllati da Putin), indipendentemente dal fatto che veramente le banche (compresi i loro impiegati, che non sono innocenti) operino, sotto l’usbergo di cacate leggi, truffe quotidiane ai nostri danni, il fatto è che l’Italia è connessa con il resto del mondo mediante una rete di vie di comunicazione e interessi, così complessa che il loro controllo potrebbe sfuggire da un momento all’altro agli stessi padroni del vapore, che sono tanti, e nemmeno tutti hanno un volto (è sciocco pensare sempre a i soliti, Soros, Zuckerberg, Bezos, Tim Cook, Bill Gates ecc.). Cioè, ciascuno di questi Moloch mondiali controlla la propria rete, possono anche fare degli accordi di cartello fra loro, ma che dire dei poteri sommersi? Non pretendo di sapere che esiste una rete d’interessi economici sommersi, come esiste una Deep Web, la parte d’Internet sommersa dove operano pedofili, trafficanti d’armi, droga e organi. Dico che grande e terribile è la complessità del sistema, che sfugge alla mente degli sgarruppati sovranisti e dello stesso Fusaro, che si è voluto dare il ruolo di affabulatore sovranista.
    Altro che le quote di sovranità nazionale rivendicate da quel pasticcione di Di Maio, che ha come consulenti l’esoterico Casaleggio e le discutibili teste d’uovo della Link Campus University, creatura dell’ex Dc Scotti, con qualche legame con i servizi segreti, che ci fanno tutto sommato sorridere, ci vuol ben altro; o le quote di sovranità nazionale rivendicate da Salvini che ha legami con l’universo putinista. Qui, per affermare la dignità dell’uomo (con riferimento alla Oratio de hominis dignitate ecc.) come non mi stanco di ripetere, occorre mettere in campo le menti più brillanti: non cazzeggiatori giuridici, ma scienziati; e occorre, per la salvezza dell’uomo, profondere risorse enormi, quali soltanto un’Europa che ambisca a diventare una potenza continentale potrebbe reperire, un’Europa capace di misurarsi con la potenza di una Russia il cui autocrate, Putin, sogna di fare di Mosca la terza Roma, dell’America di Trump che se ne strafotte di Jefferson che leggeva Plutarco in greco, della Cina che grazie al sistema di produzione orientale, disprezzato da Karl Marx, ha una produttività disumana. Ma non dimentichiamo che nemici del popolo sono presenti e operanti nella stessa Italia. Dunque perché dovrei contrastare il potere dei nemici del popolo fuori d’Italia, per favorire i nemici del popolo “nazionali”? Ma che discorso è questo? Possibile che la Storia non ci abbia insegnato proprio nulla? Perché Fusaro nel suo folle e ambiziosissimo volo all’incontro dei populisti non si sofferma a riflettere un po’?

    Nota di terza F – Fusaro, che pure è orgoglioso della sua vetero-lingua, incorre in un’espressione — “a gratis” — che non ci saremmo aspettati da lui. L’espressione è condannata dall’Enciclopedia Treccani, nella sezione Grammatica italiana. Si veda Gratis o a gratis?. Invece l’Accademia della Crusca, che è sempre più paracula, e che intende andare incontro ai solecismi del popolo (ma allora rinunci al suo compito: il suo compito non era, appunto, separare la farina dalla crusca?) si esprime così, per bocca di Raffaella Setti, della Redazione Consulenza linguistica (si veda Gratis, addirittura a gratis!):

    Senza lanciare nuovi dardi censori contro la locuzione a gratis, dobbiamo però avvisare che è comunque sintomo di buona competenza linguistica avere ben presente l’ambito […]. Chi ricorre a questa forma può essere tacciato di incolto a meno che, dal contesto, non risulti chiaramente che se ne fa un uso ironico e scherzoso.

    Vebbè, questo è tutto quello che oggi come oggi ci si può aspettare dall’Accademia della Crusca, quella che non ha il coraggio di bacchettare come pur dovrebbe chi dice “scendere il cane”, ma che ammette che sì, in fondo, in certi ambiti…; quella che ha subito l’iniziativa di Cecilia Robustelli, linguista femminista amica della Boldrina, la quale si è messa in testa, da semplice consigliera, di varare leggi di cacata carta sulla femminilizzazione dei nomi; e l’Accademia si è appecorata, temendo chissà quali rappresaglie. Cioè, se uno dice “a gratis”, o “scendo il cane”, beh, sì, tutto sommato, si può, anche se…, perché no? Invece se io dico, riferendomi a una donna che presiede un Consiglio municipale, “il sindaco”, invece che “la sindaca”, poco ci manca che preparino la catasta di legna per il rogo.

    Parleremo un’altra volta del “welfarismo”, termine caro a Diego Fusaro, da lui impiegato in questo filmato ben due volte.

    • Accademia della Crusca paracula


      Il Vocabolario dell’Accademia della Crusca, nell’edizione pubblicata a Venezia nel 1686. È possibile sfogliare il vocabolario facendo clic sull’immagine.

      Nell’articolo precedente ci siamo occupati della posizione dell’Accademia della Crusca, oggi possibilista in fatto di solecismi, ma prescrittiva riguardo al linguaggio c.d. di genere. Eppure il fine dell’Accademia dovrebbe essere (era) quello di sorvegliare la purezza dell’espressione linguistica: in metafora, separando il fior della farina dalla crusca. Infatti, simbolo dell’Accademia è il ‘buratto’, l’attrezzo idoneo a tale separazione, che vediamo qui sopra nell’edizione veneziana (1686) del Vocabolario dell’Accademia, che fu fondata nel 1583. Intorno all’emblema è riportato il motto dell’istituzione: «Il più bel fior ne coglie», derivato dall’emistichio di un componimento del Canzoniere di Petrarca, per la precisione, «e ’l più bel fior ne colse» (LXXIII, 36).
      Sì, ma adesso, con la Cecilia Robustelli, amica della Boldrina, che ha creato il terrore in seno all’Accademia con le sue rigide prescrizioni riguardo al linguaggio di genere, altro che purezza della lingua, altro che “più bei fior”! Questi sono fiori amari, fiori del male, fiori cattivi. Questi sono fiori infissi con inaudita violenza nell’ano di cittadini innocenti, come in quell’antico rebus piccardo del quale ci siamo occupati nell’articolo Quando il culo è quello dell’abate morto:

      L’Accademia della Crusca che ieri, per ragioni opposte, fu messa in stato d’accusa dall’illuminismo lombardo, oggi soggiacendo alle prepotenze boldrinesche si suicida, perché viene meno al suo còmpito fondativo, che non era quello di compiacere, ma di dirimere. Da un lato con Cecilia Robustelli pretende di bacchettarmi se dico “sindaco” invece che “sindaca” con riferimento al Presidente di sesso femminile (sì, sesso, e non gender!) di un consiglio municipale; dall’altro, per vile ossequio al “nuovo che avanza”, si dimostra possibilista con l’aggettivo di nuovo e fanciullesco conio “petaloso”, e ammette con benevola condiscendenza che si dica “io scendo il cane” e “a gratis”. E il buratto, che fine ha fatto? È stato truccato, per lasciar passare i solecismi populisti.
      Si veda l’articolo scritto dal Presidente dell’Accademia della Crusca, abbastanza paraculo: Il sindaco, la sindaca e la capra di Vittorio Sgarbi. Perché paraculo? Perché lui dice bene, che si dovrebbe esser liberi di dire “sindaco” o “sindaca”, ma non affronta il nodo del problema, che cioè il manuale della Robustelli (vedi) intenda imporre un linguaggio politicamente corretto, e che questa prepotenza venga consumata in nome del prestigio dell’Accademia della Crusca, che così cessa di essere prestigiosa, e che anzi decreta il proprio suicidio, proprio come l’assemblea del popolo ateniese che — c’informa Tucidide — nel maggio 411 a.C. si riunisce per votare all’unanimità la propria estinzione ed esautorare la βουλή (Boulé, il parlamento dei Cinquecento).
      Di “sindaco” e “sindaca” ci siamo occupati anni fa, scrivendo su Nusquamia un articolo che in assoluto è il più letto, soprattutto all’estero:

      “Il sindaco”, “la sindaco”, “la sindaca” o “la sindachessa”?

      Ma dell’Accademia della Crusca e della sua paraculaggine per paura delle reprimende femministe in generale e, da un certo punto in poi, boldrinesche in particolare, abbiamo avuto occasione, purtroppo, di occuparci più volte:

      Strategie linguistiche per la valorizzazione delle differenze di genere

      La Boldrina profitta della carica di presidente della Camera per fare e dire le cose che piacciono a lei

      Corrado Augias contro il boldrinamente corretto

      Un manuale indispensabile per l’amministrazione serrano-crurale

      La Boldrina, gli acronimi e gli straventi

      Crusca fediraga? Sì, spesso, ma in questo caso c’è stata una rettifica (timida)

      Quando i vecchioni della Crusca sposano il “nuovo che avanza”

  99. Così parlò Tremonti
    Le cacate carte, i tecnici, le élite, l’Europa

    Lo so, Tremonti è un personaggio controverso, lui gioca a fare l’antipatico e non pochi antipatizzano per lui. Ma è intelligente, e questo lo rende ancora più antipatico. Qui non solo ci asteniamo, come sempre, da giudizi moralistici, ma non vogliamo nemmeno considerare la collocazione politica di colui che fu ministro delle finanze nel governo Berlusconi del 1994-95. Aggiungo che sento un debito di gratitudine nei confronti di Tremonti che proprio allora stabilì che i birri dell’Ufficio delle Entrate non potessero più perseguitare con sanzioni e reprimende i liberi professionisti che commettessero errori formali nella dichiarazione dei redditi. Per me, che da sempre compilo la dichiarazione senza ricorrere ai servigi dei commercialisti (non mi fido, e sono amici del giaguaro) fu un sollievo; non che abitualmente sbagli nella compilazione, anzi: ma il fatto che “un inferiore”, un impiegato a reddito garantito, impunito e protetto dai sindacati, si permetta di sottopormi a sanzioni mi dà parecchio fastidio.
    Ciò premesso, presentiamo alcune considerazioni di Tremonti, in forma di battuta, che è possibile leggere nel settimanale Sette, allegato al Corriere della Sera in edicola oggi 25 maggio, l’ultimo sotto la direzione di Beppe Severgnini. Il giornalista che intervista Tremonti, Vittorio Zincone, non meno arguto dell’intervistato, ricorda un giudizio velenoso del giornalista “istituzionale” e ambizioso Aldo Cazzullo: «Qualcuno ha collocato il genio di Tremonti ai confini della pazzia. Nessuno ha mai potuto in buona fede negarlo». Poi però rimedia facendo presente che «Tremonti, ex super ministro dell’Economia, padre del nuovo assetto di Cassa depositi e prestiti, è un battutista arguto e un raccoglitore di immagini esemplari». Eccone alcune.
    • La prima battuta è sui tecnici (verrebbe la voglia, aggiungo io, di dire “i cosiddetti tecnici”, visto che i tecnici cui fa riferimento Tremonti sono per lo più i soliti bocconiani): «I tecnici al governo sono i cuochi che si mettono al timone del Titanic». Cioè, dico io, gli economisti come Prodi, per non parlare di Claudio «Aquilini» Borghi, ammesso che costui sia un economista, non ne indovinano una e commettono disastri.
    • Sul culto delle cacate carte: «Un tempo avremmo detto che Notre-Dame dovrebbe essere rifatta a regola d’arte. Oggi, invece l’Europa ci costringe a ricostruirla a norma». Perfetto, direi: i copropapirologi sono serviti.
    • Riguardo alle élite, dobbiamo fare una precisazione. Quando Tremonti parla delle élite, non intende la parte migliore della società, coloro che veramente sanno, i filosofi-scienziati, ma le pseudo-élites, coloro che non sanno ma credono di sapere e che, anzi, credono di essere il sale del mondo, rompono gli zebedei e non fanno che danni.
    Primo pensiero: «Alle élite consiglio di frequentare i bar o gli autobus. Lì scoprirebbero che, se proponi ai cittadini una bella unione bancaria europea, ti prendono a calci. Se, invece, dici loro che vuoi dar vita a una vera difesa, saranno più contenti. L’Europa riparte riducendo le funzioni burocratiche infinite e aumentando le funzioni fondamentali, quelle sentite dal popolo».
    Secondo pensiero: «È più grave avere un cretino tra i populisti o nelle élite?». Il che, tradotto, significa: costoro credono di essere il sale del mondo ma sono soltanto cretini. Passi che nella Regione lombarda ci fosse un assessore con delega ai “new media” che rispondeva al nome di Renzo «Trota» Bossi, ma com’è possibile che nel nuovo partito della sinistra che s’intende costruire, che dovrebbe essere l’alternativa intelligente, responsabile, competente e scientifica, e che dovrebbe prendere le redini del paese dopo l’ubriacatura populista, si pensi di dare spazio, ancora, alle mattane della Boldrina e alle prepotenze dei cattoprogressisti?
    • Infine, riguardo all’Europa e alla stramaledetta euro-tecno-mongo-burocrazia: «Disegnano intorno al popolo una realtà che, per essere la migliore, è fatta di mille regole e cavilli insopportabili. Poi si stupiscono che il popolo si ribelli». Cioè Tremonti non è contro l’Europa, ma contro la coglioneria istituzionale europea, quella a norma di cacata carta.

  100. L’eterno femminino


    Emmanuelle Béart nel film Cuori d’inverno, di Sautet, e Dominique Sanda nel Conformista, di Bertolucci.

    In questo diario, com’è noto, esecriamo le donne cattive e determinate e tessiamo le lodi di quelle giovani e leggiadre, gentili di animo e di lineamenti. Secondo il gatto padano, invece, noi stravediamo per le puttanelle. Ma come osa? Puttanelle queste due sante, per esempio?

    Come diceva il poeta Alcmane:

    […] παρσενικαὶ μελιγάρυες ἱαρόφωνοι,
    […]· βάλε δὴ βάλε κηρύλος εἴην,
    ὅς τ’ ἐπὶ κύματος ἄνθος ἅμ’ ἀλκυόνεσσι ποτήται.

    Cioè:

    […] fanciulle dal dolce canto, dalla sacra voce:
    […] volesse il cielo, lo volesse, ch’io fossi un cerilo
    che sul fiore dell’onda vola insieme alle alcioni.

    Alcmane scriveva così perché si pensava che il cerilo fosse il maschio delle alcioni. L’immagine comunque è bellissima, perche la leggenda vuole che le alcioni si prendessero cura de maschio quando fosse infermo, non più capace di volare, e lo sostentassero in volo, portandolo per l’azzurro del cielo a godere della vista e della spuma del mare.

    Come non commuoversi inoltre davanti alla luminosa bellezza di Maria Elena Boschi e Valeria Golino? (Vedi qui sotto) Bisogna avere un cuore ben duro, incattivito da pratiche contadinesche di maldicenza, per restare indifferenti.

    • Nuovo Cinema Nusquamia
      Piccolo mondo antico, di Mario Soldati, dove si pone il dilemma: Regno Padano o Italia?

      Consiglio vivamente ai lettori di Nusquamia di vedere questo film, eventualmente di scaricarlo, perché non è detto che rimanga in rete per sempre. Ne consiglio la visione per tre ragioni:
      a) perché è un capolavoro di Mario Soldati, grande regista e grande scrittore;
      b) perché è interpretato da Alida Valli;
      c) perché a un certo punto, al minuto 31:12, assistiamo a un interessante scambio di battute tra patrioti lombardi. Teoricamente dovrebbe interessare anche ai leghisti: ma i leghisti sono oggi salvineschi, si sa, e sono fedifraghi. Entusiasti per l’intervento del Regno di Sardegna nella guerra di Crimea, i patrioti-cospiratori (la scena si svolge sul lago di Porlezza, nel Lombardo-Veneto soggetto all’Austria) brindano alla guerra. L’alleanza con la Francia, la Gran Bretagna e il regno ottomano contro l’Impero russo era appena stata perfezionata dal Cavour, nel 1854. A questo punto, i patrioti non dubitano più della volontà del Regno sabaudo di sollevare la questione italiana in sede internazionale. Si domandano quale possa essere il nome del regno sabaudo allargato: non più Regno di Sardegna, dice uno dei convitati, ma Regno padano! Poi però, il conte Maironi, ispirato, suggerisce: «Italia!». A dire il vero la menzione del Regno padano non c’è nel romanzo, ma Soldati avrà avuto le se buone ragioni per inserirla. Fra l’altro, un po’ in tutto il film sono molto attenuate le critiche all’Austria, presenti dappertutto nel romanzo, e si capisce perché: il film fu girato nel 1941, quando l’Italia era in guerra a fianco della Germania (e dell’Austria, annessa alla Germania).

      Quanto ad Alida Valli, all’anagrafe Alida Maria Altenburger von Marckenstein (mica Dietlinde Gruber, detta Lilli), come ebbi modo di scrivere precedentemente, «era una donna vera, con un carattere forte, ma non determinata, non stronza. Tanto fu poco determinata, che gli amici si dovettero adoprare perché in vecchiaia le fosse riconosciuta la “pensione Bacchelli”».
      Era anche una donna generosa: proprio durante le riprese di Piccolo mondo antico si concesse al giovane Dino Risi, che sarebbe stato un grande regista, ma che allora era un semplice e sconosciuto assistente di Soldati; non privo di fascino, tuttavia, forse anche perché aveva appena gettato il camice di medico alle ortiche. Mario Soldati era gelosissimo e sdegnato: roso di angoscia, si era ridotto a spiarli nelle pause della lavorazione, e fu scoperto mentre spiava, perché fumava la pipa.
      Si diceva di Alida Valli che fosse la fidanzatina d’Italia e che fosse stata l’amante di Mussolini. Boh, troppo banale a dirsi. Fu invece l’amante di Piero Piccioni nel dopoguerra; perlomeno, disse di essere tale. Lo disse in una deposizione giurata, in tribunale, per salvare il musicista Piero Piccioni da una trappola democristiana. Si celebrava allora il processo per la morte di Wilma Montesi, trovata senza vita lungo la spiaggia di Torvaianica. Si cercò d’incastrare Piero Piccioni, il musicista, che non c’entrava niente e che forse consumava cocaina, ma anche questo non c’entrava niente. Ma era figlio di Attilio Piccioni, un capocorrente della Democrazia cristiana: si colpiva il figlio per far fuori il padre, e si dice che dietro la manovra ci fosse la “manina” di Fanfani. In tribunale Alida Valli disse: impossibile che Piero Piccioni si trovasse sul luogo del delitto, perché quella notte l’aveva passata con me. Gran donna, Alida Valli.

  101. Salvini è un pessimo osservatore di costume (oltre che un politico sciagurato)
    Michela Murgia non è radical-chic; anzi, chiamandola così, Salvini le fa un piacere grande come una casa

    Intendiamoci, in molte cose Michela Murgia ha ragione, quando attacca Salvini. Per esempio quando afferma, come nell’articolo qui sopra segnalato: «Lasci stare il telefonino e si metta finalmente a fare il ministro, invece che l’assaggiatore alle sagre. Io lavoro da quando avevo 14 anni e non mi faccio dare lezioni di realtà da un uomo che è salito su una ruspa in vita sua solo quando ha avuto davanti una telecamera».
    Ha torto invece quando s’impanca a maître à penser, come nel suo libro Istruzione per diventare fascisti, che abbiamo recensito nell’articolo Un’operazione di marketing per vendere due “prodotti”: il libro e il politicamente corretto. Il libro termina con un orrido “fascistometro” (vedi Il fascistometro di Michela Murgia).
    Il pur mite Massimo Gramellini (quello che si fa prendere a pesci in faccia da Ambra Angiolini e non reagisce) ne vide immediatamente i limiti e osservò che le voci del fascistometro penalizzano come fascista chi non non ha le fette di salame davanti agli occhi, alla maniera boldrinesca (questo lo dico io). Ma alcuni dati di fatto — scrive Gramellini — per ovvii che siano, non per questo sono meno veri, men che meno è “fascista” il prenderne atto: «per esempio, che in Italia ci sono troppi parlamentari: il doppio degli Stati Uniti, cinque volte più popolati di noi. O che la gran parte dei richiedenti asilo sono migranti economici e non rifugiati politici: affermazione non attribuibile al Ku Klux Klan, ma ai report del ministero dell’Interno. Oppure che, nella patria dei Tar, chiunque può bloccare un’opera pubblica con ricorsi infiniti. Non si tratta di opinioni, ma di fatti».
    Insomma, quelli della Murgia sono pensierini politicamente corretti, non sono nemmeno l’espressione di un’idea, giusta o sbagliata che sia. Sono markette per entrare nell’empireo dei radical-chic: ma questo non significa che Michela Murgia sia tale. Semmai, secondo noi, aspira ad esserlo e quelle accuse di Salvini suonano per lei come un elogio, il raggiungimento di un traguardo agognato e purtroppo per lei irraggiungibile.
    Michela Murgia ha ragione quando dice che lei si è sempre rimboccata le maniche, fin dall’età di 14 anni, ed è stata sfruttata quando ha lavorato da precaria in un’azienda di marketing e vendita (questo è il tema del suo primo libro, dal quale Virzì trasse un bel film, Tutta la vita davanti). Probabilmente è stata sfruttata anche quando faceva l’insegnante di religione (senza vocazione, immagino). Ma proprio questo fa sì che lei non sia una radicl-chic, nonostante tutti gli sforzi di compiacere e di farsi piacere da quel mondo di persone fortunate, il mondo delle Boldrine e delle dott.sse Serra, di Lella Costa, di Dietlinde Gruber detta Lilli, tanto per intenderci (ma non della sciura Valeria di Treviglio, troppo “terragna” per i palati più delicati). Inoltre, diciamo la verità: la Murgia non possiede il physique du rôle (come non lo possiede la sciura Valeria di Treviglio, ‘scaciata’ com’è).
    Ma la Bodrina è antipatica. Vediamo invece una radical-chic di qualità, la divina Beatrice Borromeo. Noi la ricordiamo quando faceva la giovane giornalista d’inchiesta, in una trasmissione televisiva “de sinistra”, e la sua eterea bellezza tanto più era evidente, in contrasto con la plebea corporalità di Santoro, vestito di nero in stile becchino d’Armani, da villano rifatto, con i capelli tinti di giallo. Qui sotto vediamo Beatrice Borromeo il giorno delle nozze, celebrate nell’isola di famiglia, sul Lago Maggiore.


    Beatrice Borromeo, modella, conduttrice televisiva e giornalista “de sinistra”, radical-chic.

    Questa storia — assurda — di Michela Murgia radical-chic è cominciato con un cinguettio di Salvini che voleva essere mordace e che invece ha segnato una tappa della marcia trionfale di Michela Murgia nel demi-monde del politicamente corretto (che è alla portata di tutti: qualunque sciacquetta è politicamente corretta), con la speranza, a nostro avviso impossibile, di essere cooptata nel mondo esclusivo delle “anime belle” (che non è da tutti e, per alcuni, impossibile).

  102. Giusy permalink

    @Aristide

    Ma i libri ascoltati valgono come i libri letti?

    • Audiolibri

      In linea di principio, direi proprio di sì, un audiolibro ascoltato, percepito con le orecchie, vale quanto un libro cartaceo (o in formato kindle) letto, cioè percepito con gli occhi. Può anche valere di più, se il lettore è capace (cioè non soltanto usa correttamente lo strumento vocale, ma è intelligente: è escluso che uno stupido possa leggere bene) e se l’ascoltatore possiede una buona educazione all’ascolto. Se la base (culturale) di partenza dell’ascoltatore è buona, nel giro di pochi mesi è possibile migliorare la propria educazione all’ascolto: penso che sia sbagliato dare una norma generale uguale per tutti, ciascuno dovrebbe trovare la propria via.
      Io per esempio ascolto gli audiolibri nel corso di passeggiate lungo sentieri e strade poco trafficate, possibilmente belle, avendo inoltre l’accorgimento di spegnere il lettore mp3 se appena s’intromette un rumore, per poi riattivarlo subito dopo: tipicamente lungo certe strade poco trafficate e lambite da villette, quando un cane abbaia. Sennonché in certe strade già so dove sono i cani in agguato latrante e li precedo. In automobile ascolto gli audiolibri soltanto in condizioni tranquille, se non c’è traffico, e comunque mai un primo ascolto. In automobile, soltanto ripassi.
      Non ascolto libri in formato audible, che è quello che si vuole pompare a tutti i costi (non solo da parte di Amazon, ma anche da parte dell’industria dell’elettronica d’intrattenimento), ma in formato mp3. La maggior parte dei miei audiolibri sono prelevati dal sito “Rai – Ad alta voce”, dove le letture sono quasi tutte di buon livello (alcune anche senza errori di pronunzia, soprattutto riguardo agli accenti: Paolo Poli, per esempio, è impeccabile). Su un sito francese c’è una professoressa che fa delle letture che ti fanno venire i brividi, tale è la piacevolezza della sua voce: senti il profumo della buona educazione, il decoro e la misura della borghesia di fascia alta (una specie in estinzione), la cultura, la gentilezza che procede da una propensione naturale (niente ipocrisia, niente truce determinazione). Qualche audiolibro l’ho anche acquistato. Di qualità tecnicamente inferiore, perché si tratta di vecchie registrazioni — alcune, credo, effettuate con il “Gelosino” il cui micorofono veniva posto di fronte all’altoparlante della radio) si trovano nel sito di un anziano professore di liceo, e sono registrazioni preziosissime di letture alla radio e trasmissioni culturali radiofoniche degli anni ’60 e ’70, quando alla Rai c’era un Migliorini che insegnava la corretta dizione dell’italiano e un Carlo Emilio Gadda che scriveva le raccomandazioni (non cacate carte) per un buon uso radiofonico dell’italiano. Insomma, prima della prevalenza del cretino, del buzzurro e della Boldrina.

      Come introduzione ai piaceri dell’ascolto degli audiolibri, mi permetto di suggerire al lettore intelligente di Nusquamia:
      • Le letture di Alessandro Benvenuti, bravissimo soprattutto quando lui, toscano, legge autori toscani:
      — Luciano Bianciardi, autore della Vita agra
      — Giuseppe Bandi, scrittore poco conosciuto ma portato in palmo di mano (a ragione) proprio da Luciano Bianciardi, autore di I mille, da Genova a Capua
      • Ma Alessandro Benvenuti è bravissimo anche quando legge Dostoevskij: Le notti Bianche: è coinvolgente, mentre ascolti sembra anche a te di passeggiare per le strade di San Pietrobugo, affacciati a quel ponte sul canale, e parlare con quella ragazza così gentile, che vive con la nonna cieca, la quale insieme con i romanzi francesi è tutta la vita della sventurata
      • Sempre di àmbito toscano è deliziosa la lettura delle Sorelle Materassi, di Palazzeschi, fatta da Paolo Poli: le sue vocine rendono benissimo l’atmosfera di perbenismo piccolo-borghese e la chiusura dell’orizzonte mentale delle sorelle, come pure la carnalità della serva attempata Niobe, tutte innamorate del nipotino delle tre sorelle, una simpatica canaglia che le ridurrà sul lastrico, compresa Niobe
      Segnalo infine due letture che non esito a definire geniali, per come ti trasportano e quasi ti rapiscono in un’atmosfera subito familiare grazie, certamente, alla perfezione dell’invenzione letteraria e allo sviluppo narrativo, ma anche grazie alla forza persuasiva della voce:
      Frankestein di Mary Shelley letto da Tommaso Ragno (ottimo attore teatrale: l’abbiamo visto anche nella serie televisiva tratta dal Nome della rosa)
      La peste di Albert Camus, letta da Remo Girone.
      Del resto, non dimentichiamo che le lingue sono un fenomeno uditivo, prima ancora che visivo.
      Gli audiolibri segnalati sono scaricabili dal sito della Rai Ad alta voce, facendo clic sui nessi sopra riportati. Per scaricare i singoli brani, io uso il programmino Audio Downloader Prime, che “gira” su Mozilla; penso che altri programmi facciano egualmente alla bisogna, non meno bene.

      Nota tecnica – Prima di trasferire gli mp3 a idoneo lettore, se si vuole realizzare una lettura sequenziale dei brani, con attivazione della funzione di segnalibro, occorre:
      a) porre i singoli brani mp3 in una cartella che porti il nome del libro;
      b) fare clic con il tasto destro del topo sull’icona dei singoli mp3, quindi: proprietà >> dettagli. Sulla scheda di ciascuna registrazione mp3 indicare:
      — titolo del brano (basta un numero progressivo: 01, 02 ecc.)
      — autore (non è obbligatorio, ma io lo inserisco sempre)
      — titolo dell’album (cioè il titolo del libro, che chiamano “album”, anche abbreviato e sempre lo stesso su tutte le registrazioni)
      — numero progressivo (da scrivere subito dopo il simbolo di cancelletto: 1, 2 ecc.).

  103. Ministro di Maio, avete fatto pubblicità ingannevole. Mi guardi, signor ministro!
    Appello alle persone di buona volontà: che cosa aspettiamo a ribellarci alla prevalenza del cretino, del buzzurro e della Boldrina?

    Riassunto dell’intervento: «Il ministro Di Maio in una dichiarazione-videomessaggio dell’8 settembre affermava “Abbiamo installato tecnologie a Taranto che riducono del 20% le emissioni nocive”. […] Avevamo previsto che questo non era possibile, ma abbiamo aspettato i dati dell’Arpa. […] Vorrei che il ministro riflettesse sul fatto che quando annuncia una cosa come sicura, e questa non si verifica, diventa pubblicità ingannevole. […] Quelle tecnologie non sono mai state installate: mi guardi, signor ministro. Sono dati ufficiali. […] Ebbene, non abbiamo avuto un taglio del 20% delle emissioni, ma in cokeria un aumento del 23% delle polveri sottili PM 10, un aumento del 23% delle polveri molto sottili PM 2,5, un aumento del 92% degl’idrocarburi policiclici aromatici, cancerogeni, nella cokeria Ilva».

  104. ALGIDO permalink

    Se è per questo Di Maio con faccia serissima ha annunciato (dal balcone credo) di aver abolito la povertà.
    Perfino Salvini a domanda di un cronista in merito alla delirante dichiarazione pare abbia risposto “magari si potesse abolire con decreto legge”. E detto da uno che a mio parere mente (o comunque manipola la realtà) nel 90% dei casi in cui parla.
    [Paradossalmente, Salvini che è di gran lunga il più pericoloso nel lungo periodo, per spregiudicatezza populista, gli addentellati putiniani ecc., nel breve periodo è meno pericoloso di Di Maio che invece, bene o male, più male che bene, non può permettersi la spregiudicatezza di Salvini: deve guardarsi le spalle e una parte dell’elettorato, soprattutto quello non clientelare e non inscrittibile nelle plebi dell’infelice Mezzogiorno d’Italia, morde il freno. N.d.Ar.]

    Ora aspettiamoci le fanfare per la sedicente uscita dell’Italia dalla recessione (più 0,2% il che porta a zero da giugno 2018, cioè 4 mesi dopo le elezioni del 4 marzo 2018). E per il 2019 l’attesa è un 0,1% complessivo.
    [Ed è a questo punto che la Lega dovrà fare i conti con l’elettorato dell’Italia settentrionale. Per questo, come soluzione tattica, sarebbe bene assistere alla capitolazione (o quasi) del M5S, che potrebbe diventare un partito di sana opposizione, e a una presa di responsabilità (la presa di potere c’è già stata, a abbiamo visto con quali risultati) da parte della Lega, che non avendo più scuse (la mistica del contratto ecc.) è costretta a ragionare con il pur chiacchierato e, quel che è peggio, bocconiano Giorgetti (e contestuale capitolazione di Claudio «Aquilini» Borghi). Come soluzione strategica, si dovrebbe assistere a una rifondazione della sinistra, ma non nel senso di Bertinotti, che a suo tempo ha avuto l’ardire di gettare un ponte, via Zapperi, a Comunione e Liberazione: vedi l’articolo di Zapperi, con cui il giornalista bergamasco rientrava nel giro “buono”, Bertinotti: il movimento operaio è morto, in CL ho ritrovato un popolo). No, come ho già scritto, la sinistra dovrebbe rinunciare al rassemblement di tutti coloro che, soprattutto a torto, si sono definiti ultimamente di sinistra, soprattutto dovrebbe depurarsi dei cattoprogressisti e dei chierici del politicamente corretto, per ricuperare il meglio delle intuizioni e delle posizioni della sinistra storica del dopoguerra ma anche, «risurgendo per li rami l’umana probitate», di quella precedente (Gramsci, che va liberato dalla gabbia populista che Fusaro inevitabilmente gli costruisce intorno, il socialismo scientifico, gli apostoli del socialismo). Dunque un colpo di reni e un programma d’intelligenza al potere, con un pizzico d’immaginazione — scientifica, però, non mistica — senza più Prodi, Veltroni, Boldrine, società civile, aziendalisti, proiezionisti di slàid, gente di spettacolo e cazzeggiatori giuridici. “Vasto programma..”, si dirà. Ma è una prospettiva di lungo periodo, appunto. Nel breve periodo, in attesa dell’auspicato scarto della Storia, sarà sufficiente sottrarsi al ricatto delle Boldrine ecc. Tanto più che ben poche sono le divisioni su cui possono contare costoro che si dicono di sinistra e hanno ucciso la sinistra. Dunque, perché averne paura? O non vediamo che il re è nudo? N.d.Ar.]

    Insomma piatto totale. quindi al netto inflazione contrazione potere acquisti.
    Peccato che la finanziaria sia stata fatta su una crescita prima attesa (solo dal governo Italiano e da nessun altro in realtà) a +1,6% e poi ritoccata a +1%. Chi segue l’economia sa che queste previsioni di crescita sono stati inventate apposta solo per consentire di fare le misure promesse agli elettori, ma senza averne le possibilità.
    [Questo è poco, ma sicuro. N.d.Ar.]

    Insomma ha ragione Tria secondo me.
    In un periodo a crescita zero (+ 0,1 o – 0,1% non cambia nulla, ci vorrebbe almeno un 1,5% di crescita) non si possono contemporaneamente:
    1) tagliare le tasse
    2) aumentare le spese
    3) lasciare invariata l’IVA
    Tria ha aggiunto che chi lo ha fatto in passato ha lasciato effetti che sono sotto l’occhio di tutti. Ad esempio la Grecia direi.
    [Una ricetta di liberismo novecentesco, direi. A mio parere avremo bisogno di qualcosa di più: un modello del sistema Italia, messo a punto da una squadra di scienziati, progettato come strumento di analisi, previsione e decisione. Ma un modello articolato, complesso com’è complessa la realtà, mica una smargiassata affidata al primo raccomandato, o al primo avventuriero. Un modello matematico, mica un “rendering” (parola schifosa) velleitario. Chiaro che con un modello econometrico, come quello della Banca d’Italia, risalente a Modigliani, si fanno belle e dotte riflessioni, e relazioni accademiche autoreferenziali, che però non risolvono il problema. Alla realizzazione del modello di sistema bisognerebbe chiamare i migliori scienziati, sulla falsariga di quel che fece Giovanni Gentile per la realizzazione dell’Enciclopedia Treccani: alla quale furono chiamati numerosi antifascisti, non perché Gentile intendesse tenerseli buoni, ma perché se vuoi realizzare qualcosa di buono, devi chiedere la collaborazione delle persone capaci. N.d.Ar.]

  105. Barbara permalink

    Forse c’era un unico modo per distruggere veramente il teatro: farlo diventare televisivo. Nel soggetto, nel linguaggio, nelle luci, nelle scene, nella regia e nella recitazione, nella non-trama, nel “perché lo si porta in scena” e nella partecipazione del pubblico un pieno stile X Factor.
    Ci sono riusciti.

    [Per capire, avrei bisogno di alcune coordinate, come disse il colonnello all’attendente, in “Profumo di donna” (“Sent of a woman”, interpretato da Al Pacino, una rivisitazione del film di Dino Risi interpretato da Vittorio Gassman e Agostina Belli: bravo Gassman, dolce e fresca la milanese Belli nella parte di una fanciulla napoletana): «I need some coordinates here, son», al min. 1 : 08 nello spezzone qui sotto. N.d.Ar.]

    • Nuovo Cinema Nusquamia
      Profumo di donna, di Dino Risi

      • Caro lettore,
        hai visto il finale di questo film, quando finalmente Sara/Agostina Belli fa breccia nel cuore del colonnello/Gassman? Non si sei commosso? «E se non piangi, di che pianger suoli?». Sei una donna determinata? Sei un gatto padano? Ma come si fa a rimanere indifferenti, a non partecipare del dolore e della gioia che corrucciano e distendono i bei lineamenti della fanciulla?

  106. Giusy permalink

    @ Nuovo Cinema Nusquamia

    • L’architettura onirica di Metropolis e la passione di Hitler per l’architettura
      La ‘libido aedificandi’ non fu solo di Nerone: Hitler non scherzava, ma neanche a Curno scherzano

      Beh, se parliamo di cinema e architettura, un modo di partire con il piede giusto è rivedere il film Metropolis. Fritz Lang lo girò nel 1927, pochi anni prima della presa del potere di Hitler. Il quale, divenuto potente dittatore e progettista, insieme con Albert Speer, del “nuovo che avanza” in tema di architettura, era affascinato dal film Metropolis che continuava a vedere e rivedere nella sua sala di proiezione privata.


      Albert Speer e Adolf Hitler davanti al modello del nuovo stadio di Norimberga. Si dice che Albert Speer fosse l’unico amico personale di Hitler che, com’è noto, abbe un passato di artista, ma non fu accolto all’Accadema di Belle Arti di Vienna: per colpa degli ebrei, diceva Hitler. Qui sotto, un acquerello architettonico di Adolf Hitler.

      Fritz Lang nel frattempo, tre anni dopo l’avvento del nazismo, sospettò che non tirasse aria buona per lui e lasciò la Germania, per stare un breve tempo in Francia e trasferirsi poi, definitivamente, negli Usa. Ma Hitler continuava a farsi proiettare Metropolis: più che dall’apologo della narrazione, era affascinato dalle architetture oniriche del film e dai falansteri gremiti di uomini-macchina. Ma non dimentichiamo che Hitler era un “artista”, come Nerone che, quando finalmente trovò il coraggio di suicidarsi, pronunciò le parole «Qualis artifex pereo!».

      P.S. – Chissà se il gatto padano, “artista”-agrimensore curnense, è invidioso anche di Hitler e Speer. Nel megaprogetto, mai realizzato, della Welthauptstadt Germania, la Nuova Berlino capitale mondiale, con l’avvento dell’Ordine nuovo, c’è qualcosa di grandioso che costituisce quasi un’anticipazione del Bibliomostro curnense. Ma a Curno non capiscono niente di megaprogetti, non hanno ambizione, non sanno sognare: il gatto padano, invece, pur non sapendo di latino, si sente Leon Battista Alberti (per via dell’affinità gatto/Leon), una spanna al di sopra dei bottegai e degli amministratori di Curno e Bergamo: anche se sono laureati. Ma — dice il gatto con puntigliosità agrimensurale — se sono laureati all’Università di Bergamo, sappiano che il rating dell’UniBg, a norma di cacata carta, è bassino. A differenza del gatto, non sanno pensare in grande, e il Bibliomostro giace.


      L’architettura era la regina delle arti nella Germania nazista. Nella Curno brembana soltanto l’agrimensore Gatto padano potrebbe concepire disegni così arditi e avveniristici come quello previsto per la Welthauptstadt Germania. Ma bisognerebbe dargli opportuni riconoscimenti istituzionali (laurea ad honorem ecc.) e idonea agibilità politica, ai massimi livelli.

      ………………………………………………
      [*] In particolare, Hitler volle dare il suo personalissimo contributo al progetto della Große Halle , memore dell’impressione che ebbe del Pantheon, nel corso della sua visita a Roma (quella del 1938, della quale fu radiocronista il padre di Veltroni, al quale Mussolini telegrafò il suo vivo compiacimento). Vediamo la visita al Pantheon al min. 3 : 08 del documentario qui sotto.

      Durante il soggiorno romano (una tappa del suo viaggio in Italia) il dittatore tedesco ebbe un cicerone d’eccezione, l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli. Il quale scrisse nei suoi diari che, arrivati al Pantheon, Hitler volle entrare per primo ed esser lasciato qualche tempo da solo: non aveva bisogno di spiegazioni, tanto più che che aveva passato la notte a studiare l’arte e la storia del monumento. Quelli del suo seguito aggiunsero che Hitler era un artista e, in effetti, pare che snocciolasse le dimensioni del tempio e altri particolari tecnici con ferma e precisa memoria. Entrò dunque nel tempio dove si trattenne in assorta meditazione. In seguito Hitler si sarebbe gloriato del fatto che la Große Halle di Berlino (che non fu mai costruita, per l’inizio della guerra) avrebbe potuto ospitare due o tre Pantheon.

  107. Carmen permalink

    Caos:

    [Che dire? Fa male leggere articoli come questo, eppure invito i lettori di Nusquamia a leggerlo. ‘Errando discitur’, si dice: ma se si può non sbagliare, meglio. Non ho niente da aggiungere se non ricordare quel distico latino di Virgilio, che ho citato altre volte, a proposito dell’importanza dell’amore nell’educazione (prima della carriera, prima dei “diritti”):

    Incipe, parve puer; cui non risere parentes
    nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est.

    Basta informarsi appena un po’ sul fenomeno “hikikomori” per capire quanto sia stato devastante l’intreccio di aziendalismo e femminismo. Ma si preferisce voltare la testa dall’altra parte, in nome magari della sacralità dell’individualismo. Che però è un individualismo straccione, e coglione, perché ben raramente s’incontreranno aziendalisti e femministe felici. Individualismo nobile è invece quello epicureo, quando si vive da liberi pensatori, schiavi di nessuna superstizione, quando si è capito che la propria felicità dipende — anche — da quella degli altri. Tutto il contrario della bieca “determinazione” degli aziendalisti e delle femministe. N.d.Ar.]

  108. Laura permalink

    Piglianculi:

    «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»

    [Parole sante, vergate da Leonardo Sciascia. N.d.Ar.]

  109. ALGIDO permalink

    Non ho e non ho mai avuto nulla in contrario ad una architettura organica.
    La finalità poteva essere errata (la rappresentazione idealizzata del regime di turno), ma i monumenti gli edifici e le soluzioni urbanistiche in sè non sempre, anzi.
    Prendiamo Piacentini, secondo ma ha dato una eccellente impronta architettonica.
    E che dire del progetto dedicato a Costanzo Ciano (mai completato?). Per me stupendo, anche se comprendo il perchè non sia stato finito.
    Speer lo conosco meno, forse anche molti dei suoi edifici sono andati distrutti. Non voglio esprimermi, si tratta di una figura più controversa e negativa temo.
    Un mio amico è appena tornato da Montenegro e mi ha parlato di monumenti “brutalisti” celebrativi della epopea partigiana e titina. Ne ho visti alcuni in foto…interessanti. Idem in Albania.
    Certo, va inquadrato e capito questo fenomeno. Ad esempio:
    La scuola nuova in Via Carlinga. è un bel progetto che ormai piace a tutti (anche perché usandola tutti han capito che è tutto meno che un bunker, essendo spaziosa godibile e assai luminosa). Anzi. il muro su via Carlinga (il lato dove affacciano semmai servizi igienici e locali accessori, le aule affacciano sul parco contrariamente a quanto i detrattori hanno sempre sostenuto) è un segno architettonico che a me piace.
    Come mi piace architettonicamente la nuova biblioteca. Bella e importante, semmai sfigura la dozzinale architettura anni 70 delle scuole medie adiacenti.
    Si tratta sempre della stesso tema. La qualità. architettonica. A Curno ne è presente poca, anche nei pubblici edifici, il perché è assai facile da capire. E si può benissimo spiegare.
    Evviva quindi la Biblioteca e la nuova scuola.

    • La qualità architettonica e il progetto culturale

      In breve, e sulla falsariga della famosa distinzione (di Epicuro, citato in un commento precedente) tra piaceri naturali e necessari, naturali e non necessari, e innaturali e non necessari, dirò che:
      • esistono opere di buona qualità architettonica e buon progetto culturale (per esempio, il Partenone di Atene, un’opera pubblica con un grosso indotto economico, anche con la quale Pericle si garantì la rielezione alla carica di stratego per venti anni consecutivi; vero, ma Pericle era un plutocrate intelligente e colto, non era Toninelli, e del Partenone non si può dire che bene);
      • esistono opere di qualità architettonica buona e progetto culturale discutibile (la stazione ferroviaria di Firenze presenta, vista dall’alto, la sagoma di un fascio littorio, il che appare a noi discutibile — cioè, questo aspetto del progetto “culturale” è discutibile –, ma la qualità del progetto architettonico è buona; l’altro esempio è proprio quello della Megabiblioteca di Curno, il cui progetto architettonico è buono, ma il progetto culturale è velleitario-buzzurro);
      • esistono opere di qualità architettonica pessima e progetto culturale discutibile, come certe realizzazioni (non tutte, peraltro) che intristiscono i paesi che conobbero il “socialismo reale”.

      Scrivevo il 24 settembre 2014:

      Quante volte devo ripeterlo? Il Bibliomostro è una buzzurrata, non già per il progetto architettonico in sé e per sé, ma per l’intendimento sciacquettistico, provinciale e piccolo borghese che ne costituisce il presupposto. Analogamente, le luci di Storaro e le musiche di Morricone non sono di per sé una schifezza, ma quel povero sindaco che vediamo nel film ‘Caro Diario’ di Moretti è proprio una chiavica. Sì, quello che aveva una testolina piccina così, ma faceva progetti grandiosi, per sentirsi protagonista del “nuovo che avanza”! Vediamo ancora questo filmato:

      Ecco, il Bibliomostro sta a Curno come le luci di Storaro e le musiche di Morricone stanno a Stromboli. Con la differenza che Stromboli è un bel posto e quella buzzurrata delle luci e delle musiche non sarebbe stata permessa. Invece a Curno la buzzurrrata del Bibliomostro è stata permessa.

      • ALGIDO permalink

        Bellissimo film a cui sono enormemente legato per motivi personali
        Sia per la mia lunga frequentazione con le Isole Eolie (anche Stromboli) che per l’episodio sui medici
        Ma è interessante anche il primo “in Vespa” anzi, geniale
        Lo sapeva che il Sindaco di Stromboli sopra rappresentato (o meglio l’attore) già gravemente malato è morto poco dopo le riprese?
        [Sì, se non sbaglio aveva un nome tedesco, e interpretava meravigliosamente il ruolo del rustico che gioca a fare il cittadino acculturato: la cultura come sbruffonata, e non come disciplina; la cultura percepita, e non la cultura vissuta: quella che io chiamo la cultura degli assessorucoli, emuli agresti di quel Niccolini che, già lui, lasciava il tempo che trova, figuriamoci i buzzurri. N.d.Ar.]

        Lo ricorderò per sempre proprio per quello.

        [Mi è capitato di presentare uno spezzone di questo film nel corso di una lezione che tenni, anni fa, sulle tecniche di “buona comunicazione”, senza assertività: non per mongomanager, s’intende. Perciò conosco il film abbastanza bene e, a dire la verità, l’ho visto più di una volta. Non posso dire di più perché la vecchia zabetta potrebbe attaccarsi a questi brandelli d’informazione per inventarsi nuovi motivi di diffamazione o appigli per diffamazione futura (l’ultimo è che sarei ingegnere civile, e non ci ha preso neanche questa volta; ma chissà quali porcherie al seguito ha in mente). N.d.Ar.]

        • ALGIDO permalink

          Quel film venne proiettato a Bergamo, presente Nanni Moretti.
          Contrariamente alle mie abitudini gli feci una domanda circa il fatto che recitasse solo nei suoi film (o che in ogni suo film comunque recitasse, ai tempi non mi pare avesse recitato per altri).
          La domanda era qualcosa tipo “ma lei recita nei suoi film per soddisfare un suo bisogno”?
          La risposta non fu esplicita però.
          Temo che abbia inteso che gli stessi dando dell’egocentrico narcisista (che è quel che penso, anche se ha fatto e fa ancora molti film importanti)
          Lo amo molto perché sa mettere a nudo le fragilità e le sconfitte di una generazione ma senza essere mai pesante e indigeribile.

          • Moretti: andò con i girotondini con lo spirito con cui — in altri tempi — si andava in casino

            ‘Caro Diario’ è del 1994 e Moretti aveva già recitato, nel 1991, nel film di Daniele Lucchetti, ‘Il portaborse’. Reciterà ancora, in un film non suo, in ‘Caos calmo’, nel 2008: che sarebbe anche un bel film, nonostante la sgradevolezza dalla campagna di lancio pubblicitario, che lasciava intendere che con Isabella Ferrari ci fosse stata sodomia vera. Impossibile, sul set cinematografico, con un nevrotico come Moretti. Poi Isabella Ferrari, nella parte della Milf (Mother I’d like to fuck) ha esagerato, o quanto meno hanno esagerato i suoi agenti di stampa nel manovrarla come poi hanno fatto: Daria Bignardi, a proposito di ‘Caos calmo’, domandò alla Ferrari se quella cosa tra lei e Moretti ci fosse stata, e lei rispose che il lavoro è lavoro. Una risposta di merda, che è quella stessa dei mongomanager e degli impiegatucci che si prestano a fare cose eticamente riprovevoli, pur di far carriera, dietro il paravento e con la scusante della “professionalità”. Con l’aggravante, per la Ferrari, che lei ha lasciato intendere com consumata un sodomia soltanto simulata. Similmente, quando si fece lo sgambetto a Gandolfi — il ben noto colpo di mano serrano-pedrettesco con il concorso della quinta colonna — non fu accettabile la scusa che tutto fosse a norma di cacata carta, e che “Questa è la politica, ragazzo!”. L’etica politica non può essere normata dalle cacate carte.
            In conclusione, non sono un moralista, ma non sono disposto ad accettare il moralismo della “professionalità” che giustifica le cose più turpi. Per inciso, non metto nel novero delle cose più turpi la sodomia che tra l’altro, nel caso intervenga tra un uomo e una donna, è tollerata dalla Chiesa cattolica, purché poi l’effusione del seme avvenga ‘in vase debito’. Cioè — vedi il trattato di padre Traversari — la sodomia, ma tra uomo e donna, è tollerata come preliminare idoneo a facilitare il dovere coniugale.
            Tornando a Moretti, credo che oltre che narcisista, come molta della borghesia romana di origine settentrionale, sia una persona tormentata, cosa della quale è perfettamente consapevole, come pure è consapevole della propria intelligenza. Quando s’intruppò con i girotondini, non ho dubbi che li disprezzasse: troppo stupidi, proprio come certi personaggi dei suoi film, ai quali rinfaccia la stupidità. Perché allora prestarsi al gioco di passare per girotondino? Perché era depresso e in crisi creativa, dunque per darsi una scossa. Cioè Moretti è andato con i girotondini con lo stesso spirito con il quale in altri tempi si andava in casino.

  110. Γυναικόνομος: ma non ditelo alla Boldrina

    Rileggendo Plauto (Aulularia, v. 504) mi imbatto nell’espressione «moribus praefectum mulierum hunc factum velim», cioè “vorrei che costui fosse nominato ispettore dei costumi delle donne”. La commedia, destinata al pubblico romano, è tuttavia di ambientazione greca, l’azione si svolge ad Atene. Cioè si tratta di una fabula palliata (se fosse stata di ambientazione romana si sarebbe detta togata).
    Ma esisteva davvero un magistrato preposto al buon costume delle donne, in generale? Certo, ad Atene esisteva, e prendeva il nome di γυναικόνομος. Ma non ditelo alla Boldrina. Nemmeno al gatto padano, che è capace di aprire un fascicolo a vostro carico.

  111. S. Aslan (Azerbaijan) permalink

    Seneca. ” Sizin kendiniz hakkında ne düşündüğünüz, başkalarının sizin hakkınızda ne düşündüğünden çok daha önemlidir. “

    • Un conto sono “gli altri”, genericamente, un conto è il volgo
      Gli altri, spesso, meritano rispetto; il volgo invece merita sempre disprezzo

      Ci sono. Questa frase di Seneca ricorre spessissimo nei siti turchi, anche in quelli italiani: probabilmente — povero Seneca! — è finita in qualche repertorio di frasette per mongomanager, con le quali questa mala genìa pretende di farsi bella, senza aver studiato seriamente latino (otto anni) e greco (cinque anni): non dico in un liceo gentiliano, oggi irriso, castrato e calpestato dalle varie Moratti, Gelmini e Fedeli, ma almeno per conto proprio: e allora, se conoscono queste lingue veramente, con tutto che c’è dietro lo studio di queste lingue (come diceva Gramsci), il merito sarà tanto maggiore. (Ricordo per inciso che il liceo classico e scientifico della riforma Gentile fu una delle “eccellenze” dell’Italia, quando non si parlava di eccellenze, come piace oggi dire ai buzzurri.)
      Nei siti turchi non sono riuscito a trovare l’indicazione della fonte, mi sembra il minimo che ci si possa attendere. Però passando dal turco in italiano con un traduttore automatico, ho ricavato una versione italiana che suona così “Quello che pensi di te stesso è molto più importante di quello che gli altri pensano di te”. Posta in questi termini, sembra una di quelle frasette che si trovavano un tempo nei foglietti dei Baci Perugina, e che oggi trovi dappertutto nelle pagine Facebook, dove personaggi, in tutto e per tutto simili a certe fiere dello zoo di Nusquamia, cercano di mascherare la propria identità ferina (ho detto ferina, non felina), arrivando a sentirsi persone colte e perbene. Sì, buonanotte! Studiate, e imparate a non essere carogne: poi ne riparleremo.
      Neanche nei siti italiani ho trovato, ovviamente, la fonte, tranne che in uno, curato evidentemente da qualcuno un po’ più evoluto: Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, III, 29, 11. A questo punto, trovare l’originale latino è stato uno scherzo. Eccolo, dunque:

      Multo autem ad rem magis pertinet qualis tibi videaris quam aliis; conciliari nisi turpi ratione amor turpium non potest.

      Cioè: Ma (autem) quale tu appari a te stesso (qualis tibi videaris) importa molto di più (multo ad rem magis pertinet) di quanto (quam) [importa come appari] agli altri; la condiscendenza (amor) degli uomini sozzi non può ottenersi (conciliari non potest) se non con mezzi sozzi (turpi ratione).

      Così cominciamo a capire perché la frase di Seneca appare tronca nei siti dei cialtroni: ci invita, letta nel suo contesto, ad avere un atteggiamento sanamente elitario, perché un conto sono, genericamente, “gli altri”, altro sono le merde. Ma questo è politicamente scorretto a dirsi: la Boldrina non vuole, la Serra nemmeno, per non parlare di Salvini e Di Maio; neanche Di Battista accetta che si facciano discorsi di merito, tutt’al più di cacata carta, che è un’altra cosa. Mentre se tu dici, come vorrebbe la frase troncata, “Io me ne frego degli altri, sono determinato ecc.”, in che cosa sei diverso dai mongomanager e dalla plebe?
      Poco sopra, nella stessa lettera di Seneca si legge: «Malis artibus popularis favor quaeritur», cioè il favore del popolo è ottenuto a prezzo di mezzi disonesti. Questo vale per i populisti: ma vallo a dire a Salvini e al suo putiniano Web-filosofo, o ai grilleschi dell”uno vale uno”.

  112. ALGIDO permalink

    Sì è vero, ora che mi ricordo recitò ne “Il portborse” che anticipava in qualche modo la parentesi (si cambiano i suonatori e non la musica, come si vede anche solo dagli arresti di oggi che coinvolgono anche importanti esponenti di Forza Italia) di quanto sarebbe avvenuto tra il 1992 ed il 1993. Moretti era credibile in quel film, un politico cinico cattivo e financo violento.
    Caos Calmo non l’ho visto, o meglio, ne vidi solo un pezzo, sino al suicidio della moglie. Lo rivedrò tutto.
    Nevrotico sì, tormentato anche (non li considero difetti, visto che non li dissimula).
    Sui girotondi invece ho qualche dubbio rispetto alla sua (di Aristide intendo) interpretazione.
    Di tanto in tanto ho notato che quanti (di sinistra sopratutto) hanno avuto un impegno politico giovanile e poi sono entrati in altri mondi (in particolare lo spettacolo) poi abbiano quasi per necessità un rigurgito di impegno politico.
    [Dal punto di vista di un socialista scientifico i girotondi sono molto peggio di un’ubriacatura di coglionaggine: segnano un’involuzione regressiva della sinistra. Non mi stanco di ripetere che la sinistra dovrebbe trovare il coraggio di scrollarsi di dosso certi panni che poco le si confanno e che, obiettivamente — come usava dire un tempo — costituiscono una remora alla marcia del progresso. Al tempo delle Brigate rosse il Pci ebbe un periodo iniziale di tentennamento, aveva paura di non apprire abbastanza di sinistra, se avesse preso di petto la situazione. Traccheggiò, fece finta di non sapere, per esempio, che i brigatisti andavano a mangiare alla mensa della Pirelli. E perse del tempo prezioso. Poi però, dopo l’uccisione di Guido Rossa a Genova, il Pci si diede una mossa e, con Pecchioli in qualità di ministro-ombra degl’Interni, diede un contributo fondamentale allo smantellamento delle Brigate rosse. Che oltre tutto erano meno terribili di quel che si pensava, erano terribili soltanto “nella misura in cui” (espressione allora abusata, dal francese ‘au fur et à mesure’) erano imbelli coloro che avrebbero dovuto reagire. I brigatisti erno fondamentalmente ometti senza intelligenza e senza nemmeno uno strategia, a ben vedere, gente disposta a diventare macellai, a comando, neanche per moto proprio: come tutti i mediocri. Costituirono un’eccezione Corrado Simioni, quello di Hypérion, indicato da Craxi come “il Grande vecchio” ed Enrico Fenzi, che riprese a occuparsi di Dante e Petrarca dopo aver scontato il carcere e che è oggi uno dei più apprezzati studiosi nel settore. Insomma, non erano assessorucoli alla cultura o agrimensori che pretendono di salire sullo scranno culturale, facendo gran puzza, o gran danno.
    Analogamente, che senso ha, e ha avuto, questa ubriacatura della sinistra (cosiddetta) per la “società civile” (espressione quanto mai infelice, se si pensa al suo conio hegeliano), quindi per i girotondi, per i cosiddetti diritti civili, che andrebbero caso per caso esplicitati? A suo tempo la sinistra ebbe paura di ergere la propria voce contro le Brigate rosse, poi si ravvide. Oggi ha paura di far sapere che non è rappresentata, non può essere rappresentata, dalla Boldrina e dalla dott.ssa Serra (qui nominate per il loro grande valore simbolico), e che non è disposta a firmare una cambiale in bianco ai cattoprogressiti. A ben vedere, di quante divisioni dispongono la Boldrina, la dott.ssa Serra e i cattoprogressisti? Perché prendersi tanta paura? Non sarebbe meglio che la sinistra “tornasse al conosciuto”? Un’altra volta spiegherò che cosa intendo con questa espressione, con riferimento agli “Stamenti” del Regno di Sardegna. Non dico che la sinistra dovrebbe tornare alla linea di rigore tradizionale, ‘telle quelle’, quella che nella seconda metà del Novecento prese il nome di linea sardo-ligure-piemontese. Ma non si può morire di boldrinite, occorrono una visione razionale, il ricupero delle intelligenze, la formulazione di scenari di sviluppo plausibili. Ogni intesa con un M5S “ritoccato”, come piacerebbe a quelli del Fatto quotidiano, è da escludere.
    N.d.Ar.]

    Mi pare che sia capitato anche a Gian Maria Volontè (attore immenso che favorì la fuga dall’Italia di Oreste Scalzone se mal non ricordo), a Paolo Villaggio, e sicuramente anche ad altri.
    [Ma non dimentichiamo il fratello, Claudio Volonté, morto tragicamente in carcere. Era attore anche lui, in teatro aveva recitato nel ‘Vicario’, di Hochhuth, che trattava delle presunte simpatie di Pio XII per il nazismo. Lo spettacolo fu proibito, ci furono strascichi giudiziari. Claudio Volonté riparò in Francia. Un giorno ero al botteghino di un cinema a Parigi e, sentendo un insopportabile puzzo di caprone, mi voltai per individuarne la fonte. Era lui, Claudio Volonté, che indossava uno di quei giacconi alla moda a quel tempo, che facevano la delizia dei cani, che annusavano e godevano. N.d.Ar.]

    Moretti ha spesso trattato di politica nei suoi film, interpretando [il personaggio di] Apicella, ma anche dopo, in “Aprile” e sopratutto ne “il Caimano”, bel film che non parlava solo di Berlusconi, come erroneamente si disse.
    Con i Girotondi non era un impegno politico tramite il “personaggio Apicella” ma diretto. Poi credo tornò a parlare di sé e delle sua generazione, in un modo che reputo però onesto: La stanza del Figlio, Mia Madre.
    [Infatti, Moretti è un personaggio autentico, a differenza della maggior parte dei personaggi “de sinistra”. N.d.Ar.]

    Il suo impegno mi pare più sincero e più fresco di quello di molti altri. Appartiene alla borghesia intellettuale romana, lo sa, non lo nega e lo mette in scena, usando anche il padre come attore e il cognome della madre (Apicella) per i suoi personaggi.
    E credo che nello stabilimento balneare di Capalbio “L’Ultima spiaggia” non abbia mai messo piede e forse gli faccia orrore
    [Voglio sperare: N.d.Ar.].

    Ultimamente il documentario “Santiago Italia” meno memorabile, ma bello. Ha una caratteristica che lo accomuna a registi molto più grandi di lui (Kubrick e Sergio Leone). Se non ha nulla da dire il Film non lo fa. Le par poco?
    [Moretti, se non ha niente da dire, cade in depressione; per guarire va poi in cerca di spunti o, meglio, di qualcosa che gli dia una sferzata di energia. Magari anche con le galline girotondine (che a Milano presero il nome di “girandole”, con a capo la Colombo, moglie insopportabile di Vecchioni): purché succeda qualcosa. Come Robert Louis Stevenson, scrittore sommo, che scivolò più volte nel male che, da Berto in poi, prese il nome di “oscuro”, riuscendo però a risalire la china con un’attività frenetica, compreso l’impegno per gl’indigeni delle isole Samoa, dove è sepolto. N.d.Ar.]

  113. Aria di ’68

    Nella risposta interlineare ad Algido ho accennato alle Brigate rosse e alla loro fondamentale stupidità, classe dirigente compresa, con le eccezioni sopra ricordate. Tant’è che arrivarono non soltanto a stringere un patto d’azione con la delinquenza organizzata ma ne subirono l’egemonia (vedi rapimento di Cirillo). Enrico Fenzi e Toni Negri sognavano d’imporre una loro linea lucida, rivoluzionaria, leninista ma sbagliavano — oggi non solo è facile a dirsi, ma può anche essere dimostrato — su due fronti: sulla capacità dei militanti, e sulla propensione del popolo a sollevarsi, facilitata dal pensiero e dall’azione dei brigatisti, che avrebbero dovuto agire come catalizzatore in una reazione chimica.
    In Francia la speranza rivoluzionaria del ’68 si spense a giugno, tant’è che si parla, oltre che di Mais ’68 (maggio ’68), anche di Mais-Juin ’68 (maggio-giugno ’68), per significare il periodo rivoluzionario. Il ’68 francese nacque all’Univeristà ed era guidato da studenti e intellettuali che avevano fatto studi seri. Vedi:

    Anche in Italia il ’68 cominciò bene, alla sua testa c’erano studenti che avevano fatto studi seri: il liceo di nobile tradizione gentiliana non era ancora stato massacrato, i professori in cattedra avevano subito una selezione rigorosa, recandosi a Roma per superare l’esame di abilitazione all’insegnamento. Mica i “corsi abilitanti” che sarebbero venuti dopo: tu segui un corso serale e l’averlo seguito — oplà! — ti abilita a insegnare; senza contare i cosiddetti “ope legis”: tu sei supplente e tanti altri sono supplenti come te, perché c’è stato il baby boom e c’è penuria di professori, dunque c’è la possibilità di far massa e s’indice uno sciopero, con il beneplacito delle stesse “autorità scolastiche”, si dice in coro che bisogna fare qualcosa, e il “qualcosa” si traduce nell’accondiscendere a richieste assurde e para-criminali (se si pensa al danno che un cattivo professore può fare), supplenti ignoranti diventano professori.
    Il ’68 anche in Italia era intelligente, molto meno il ’68 invecchiato, che fu una parodia del ’68. Diversamente da quel che avvenne in Francia, non può stabilirsi un terminus a quo, dopo di che la speranza di rivoluzione può dirsi morta. Si continuò a parlare di rivoluzione: se ne parlava, appunto. Ma si parlava di rivoluzione per arraffare in prospettiva posti a stipendio garantito. Insomma, la rivoluzione come ascensore sociale, cioè se sei un proletario diventi piccolo borghese e se sei piccolo borghese e ci sai fare, un po’ leccando e un po’ ricattando, puoi arrivare a far parte della casta dei privilegiati che volevi abbattere. Da un certo punto in poi i direttori del personale, cani da guardia del “padrone”, furono tutti ex sessantottini: loro meglio di tutti avrebbero potuto infinocchiare gli operai, sui quali cominciava ad abbattersi la mannaia della razionalizzazione (che non ha mai toccato gl’impiegati, che Iddio li stramaledica!).
    Molto contribuì alla decadenza morale e civile dell’Italia (non ancora economica, quella sarebbe venuta dopo) l’apertura delle porte dell’Università ai diplomati, alla fine del ’69: fu un’operazione sciagurata, perché le intenzioni apparentemente progressiste, erano solo un pretesto per non dover fare i conti — meglio, per rimandarli — con i neodiplomati che non avrebbero trovato occupazione nel mercato del lavoro, o quanto meno occupazione adeguata. D’altra parte, alle spalle c’era il miracolo economico, i soldi per mantenere i figli all’Università c’erano, non per tutti, ma per molti. Un’operazione sciagurata per due ragioni, perché nessuno si pose il problema di istituire corsi di ricupero per un agrimensore che s’iscrivesse a Lettere, conseguentemente si abbassò il livello dell’insegnamento universitario; la seconda ragione è che questa università degradata avrebbe prodotto una massa di laureati che sarebbero a loro volta diventati insegnanti, così da innescare il degrado dei licei, che non può certo essere rimediato con pillole di mongocorsi di aggiornamento (alcuni fanno più male che bene, perché inducono chi non sa a presumere di sapere). Si noti, fra l’altro, che prima della riforma del ’69, sciagurata e improvvisata, i diplomati potevano accedere ad alcuni corsi universitari, ma senza recar danno all’Università o a se stessi: in pratica, il liceo classico dava accesso a tutte le facoltà; il liceo scientifico a tutte le facoltà tranne che a lettere e filosofia; chi avesse frequentato le scuole magistrali s’iscriveva al Magistero, che era una sorta di facoltà di Lettere pensata per chi non avesse frequentato il liceo classico; i diplomati del liceo artistico potevano iscriversi ad architettura, i ragionieri ad Economia e commercio; i periti industriali accedevano senza sbarramenti di sorta a Ingegneria. Però che una maestra o un agrimensore s’iscrivano a Filosofia è, onestamente, roba che grida vendetta. Come potrà mai occuparsi di filosofia chi non conosce il greco (è il caso della maestra) e che addirittura non sa di greco e nemmeno di latino (è il caso dell’agrimensore)?
    Tornando alle Brigate rosse che, come abbiamo ricordato, furono annientate negli anni ’80 con il contributo determinante del Pci, possiamo oggi dire tranquillamente che non innescarono alcun movimento rivoluzionario, che invece serpeggiò in Francia, non solo a Parigi, nel maggio del ’68. In compenso praticarono parecchio terrorismo, culminato con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e con il sequestro di Dozier, comandante della Nato nel settore del Mediterraneo. Ma dov’è l’intelligenza, per quanto diabolica? Neanche quella, erano soltanto dei burocrati che pretendevano che l’uomo fosse “come deve essere”, e non com’è. Il livello intellettuale era quello della Boldrina.

    Però, bando alla tristezza. Ricordiamo che il ’68 produsse anche qualcosa di buono: più in Francia che in Italia. Fu un’epoca di grandi scopate, scopate in allegria, ancora non c’era l’Aids. Quel clima di permissività, di recente ritenuto da papa Francesco corresponsabile della pedofilia ecclesiastica (ma sarà vero?) trova un’eco convincente nella canzone Je t’aime… mois non plus, cantata da Serge Gainsbourg (francese) e Jane Birkin (britannica):

    Non è male però la parodia che ne fece Benito Urgu, dove s’immagina l’incontro con una francesina che dice al rude scopatore «Je t’aime», e lui capisce che lei teme: ma non c’è niente da temere, dice.

    • ALGIDO permalink

      e il Film di Bertolucci the dreamers? Anche lui legato all’idealizzato ’68. Ho visto di sfuggita il film e non mi è piaciuto.
      [Vedi risposta: N.d.Ar.]

      Quanto alle BR e alla loro contaminazione con la delinquenza comune. Avvenne soprattutto con la Colonna Napoletana come lei ricorda e il gruppo guidato da Savasta. E credo poi nelle carceri.
      [Altro che, le carceri erano luogo di reclutamento e di formazione. N.d.Ar.]

      Al Nord non so, non credo. Ma tutto è diverso al sud. Un politico al Sud (ho imparato a mie spese) non è di destra o sinistra in genere (nel 90% dei casi) ma semplicemente un politico che bada a se e al suo gruppo. Ovunque.
      [Sì, ma come diceva Sciascia, la linea delle palme si sposta, anzi si è già spostata, inesorabilmente al nord. Un tempo un settentrionale si sarebbe vergognato di ragionare a norma di cacata carta. Non ragionava a norma di cacata carta, perlomeno lui ci teneva a non apparire un copropapirologo, anche se lo era, lo spregevole austriacante Pasotti, detto il Tartufo, nel romanzo di Fogazzaro ‘Piccolo mondo antico’. Ecco, al nord ci si vergognava ad apparire burocrati e copropapirologi. Oggi invece c’è chi se ne vanta. N.d.Ar.]

      Ci sono al sud intere dinastie di politici, quasi con pretese ereditarie a destra come a sinistra. I Pittella in Basilicata, ad esempio, per parlare innanzitutto della sinistra. A destra anche peggio. Anche le BR seguono lo stesso filone.
      Aspetto smentite, ma credo che sopratutto al SUD l’Impegno Politico sia una professione… e basta. Salvo eccezioni. Le due cosiddette eccellenze politiche campane De Magistris e Di Maio. Vogliamo parlarne?
      [Cioè De Magistris e Di Maio sarebbero eccezioni degne di lode? Spero di aver capito male. A me sembrano due rappresentanti paradigmatici della ‘politique politicienne’. Mancano di una visione di sistema, sono sprovvisti dell’intelligenza laterale, sono assolutamente inadeguati alla carica che rivestono. Una sciagura per gli amministrati. N.d.Ar.]

      Prenda l’ultimo monologo del film la Grande Bellezza. “In fondo è solo un trucco”. Credo si possa condividere

      • La rappresentazione del ’68

        La rappresentazione del ’68 che vediamo nel film Dreamers di Bertolucci non ci dà la chiave di lettura, ma è una delle possibili chiavi di lettura. Sotto questo profilo, è possibile accostare il capolavoro di Bertolucci (tale a me pare, per più di una ragione, anche per le citazioni interne al mondo del cinema, mai forzate, e sono lì per ricordarci che noi, o molti noi, siamo quel che siamo perché abbiamo visto dei buoni film) a un romanzo scritto da Paul Nizan, che morì giovane, perché muore giovane chi è caro agli dei. Cioè, si può diventare rivoluzionari perché si ama la cognata, come nel romanzo di Nizan, La conspiration, o perché i genitori hanno scoperto l’amore incestuoso dei due fratelli, come nel film Dreamers, e allora si scende per strada a spaccare tutto, perché bisogna dare un senso (nuovo?) alla vita.
        Cioè, la chiave di lettura di Bertolucci, in questo film, è che il personale può diventare politico. Bertolucci non pretende che sia l’unica chiave di lettura, non lo crediamo nemmeno noi, naturalmente, ma lo svolgimento del tema che Bertolucci ha affrontato è eccellente. Per approfondimenti, rimando ad alcuni precedenti articoli, dedicati a Dreamers, appunto:

        Il mito del ’68: ipotesi di una discussione in controtendenza con le disposizioni del Minculpop serrano
        The Dreamers, di Bernardo Bertolucci: quando il “personale” diventa “politico”
        Due film sul ’68 parigino, con lo stesso interprete

        Quanto a Paul Nizan, proprio in questa pagina ricordavo che la chiave di lettura di questo romanzo si trova nell’incipit di un altro romanzo dello stesso autore, Aden Arabia: «J’avais 20 ans et je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie».
        Jean-Paul Sartre abitò per un certo tempo in una mansarda condivisa con Paul Nizan. Racconta che l’amico riscuoteva notevole successo presso le donne, che alle volte salivano le molte scale che portavano al loro modesto appartamento, per offrirglirsi. Lui si rifiutava con queste parole: «Grazie, signora, ma ci guasteremmo». Ma, quando era sicuro di non offendere orecchie troppo sensibili, non esitava a dichiarare che «Le donne devono essere giovani, belle e stupide»: solo così gli piacevano.

  114. Virago permalink

    Ah, Dietlinde Gruber, detta Lilli!

    (LaPresse) Matteo Salvini sul palco a Giussano, in provincia di Monza e Brianza, si lamenta del fatto che deve partecipare alla trasmissione Otto e mezzo su La7 mercoledì sera. “Devo andare dalla Gruber, simpatia portami via”, ha detto in dialetto il vicepremier leghista durante un comizio martedì 7 maggio. Quasi immediata la replica della giornalista: “Visto che si è proposto lui e visto che chi viene da noi lo fa volentieri, se ha un problema il senatore Salvini può restare a casa o preferibilmente al ministero”.

    • Salvini il truce e Dietlinde la PC diva, come si dice in inglese [*]

      Sì, ma Dietlinde Gruber, visto che è così pimpantemente “de sinistra”, così determinata e così femminista, poteva anche dire a Salvini “Tu ritieni opportuno venire alla mia trasmissioine, va bene. Ma siccome la trasmissione è mia e la gestisco io (come l’utero delle femministe), se non ti dispiace lo stabilisco io quando tu puoi venire, con chi ti devi confrontare ecc.”. Quando vuole, la Gruber fa la determinata, zittisce e castra gl’interlocutori. Perché no, in questo caso? Ha ricevuto un’offerta che non poteva rifiutare?
      Nota – L’ultima proposizione ha valore ironico, si riferisce alla mistica del giornalismo anglosassone, senza peli sulla lingua. Tutti pretendono di essere giornalisti anglosassoni, salvo trovarsi poi ad essere semplicemente giornalisti di marketta, o anglorobicosassoni o tutte le due cose insieme.
      Di tutt’altra natura sono le proposizioni con punto interrogativo avente valore di diffamazione, alla moda curnense. Cioè si diffama, e si mette il punto interrogativo alla fine: conosciamo parecchi esempi in proposito, [**] ed è una roba schifosa.

      ……………………………………………..
      [*] Possiamo tradurre, per rendere l’idea, “vestale del politicamente corretto”. Così fu definita Martha Nussbaum da Camille Paglia, femminista, ma intelligente.
      [**] È evidente, per esempio, il tentativo di diffamazione di Gandolfi nel volantino anonimo diffuso a proposito della festa cervisiaria indetta a Curno al tempo in cui il sindaco del buongoverno era in Corea, del tutto estraneo alla vicenda. Si voleva colpire Gandolfi, tant’è che quando la manovra non sortì l’effetto desiderato, gli avversari, indispettiti, non ne parlarono più. Ecco la diffamazione con punto interrogativo: «Che sia una manovra del Pdl di Curno in cerca di consensi mascherata con i soldi dei cittadini di Curno? Chi tira le fila di tutto, il sindaco?». Si veda “Affari di famiglia?” L’assessore Trabucchi si difende. La cosa andò a finire come si legge in La Festa della birra fa una vittima. Silurata l’assessore Trabucchi (si noti che hanno scritto l’assessore e non l’assessora: questo avveniva prima delle intemerate della Boldrina). L’articolo è leggermente antipatizzante nei confronti di Gandolfi, ma avrebbe la redazione potuto non pubblicare il comunicato del sindaco senza venire meno all’assunto anglorobicosassone?

      • Paracula* vs. paraculo

        Sono bravissimi, entrambi, nell’arte dello scantonamento. Si noti che nessuno rimprovera all’altro lo scantonamento: fa parte del gioco delle parti, lo scantonamento è concesso. Sì, ma questo è il loro gioco; e noi non l’accettiamo. Merda! Bisogna dire che Salvini da qualche tempo mostra di essere stato ben istruito, via Luca Morisi, il suo Web filosofo, alle tecniche di cazzeggio mediatico: è molto migliorato rispetto ai primi tempi, gli agenti provocatori putiniani hanno fatto un ottimo lavoro. Così com’era migliorato Matteo Renzi addestrato alla bisogna dagli agenti della McKinsey. Ma entrambi sono addestrati a cazzeggiare, mica a ragionare. Ci mancherebbe: chi ragione, peste lo colga! Anche perché se costoro accettassero di ragionare a) nel rispetto delle regole del ragionamento, a suo tempo enunciate da Aristotele nel trattato che prende il nome di Organon; b) nel rispetto della regola per cui ha senso proporre argomenti quanto meno falsificabili, come stabilito da Popper; beh, allora non ci sarebbero più vie di fuga verso il cazzeggio. In tal caso Salvini e Dietlinde apparirebbero per quel che sono: lui, istrione del populismo, lupo travestito da agnello, quando manda bacioni a destra e a manca; lei, saltimbanco – oltretutto antipatico come pochi e pochissimo credibile — del politicamente corretto.
        Per quanto Salvini sia antipatico, la Gruber è riuscita a superarlo: in antipatia, s’intende.
        ………………………………………………………….
        [*] Paracula, al femminile, come vogliono la Boldrina e la sua consigliera, la linguista femminista Cecilia Robustelli.

  115. Avete bisogno di un agente di disinformazione? Rivolgetevi con fiducia al gatto padano

    Il gatto padano, agente provocatore di provincia, emulo velleitario del Pecorelli che con i suoi dossier — via Camilla Cederna — provocò le dimissioni del presidente della Repubblica Leone e fece tremare Andreotti, in realtà non è degno di Pecorelli. Il personaggio Pecorelli era tragico, quello del gatto padano è farsesco.
    Nel numero 993 del suo diario il gatto attribuisce al sindaco Gandolfi la soppressione del servizio di trasporto scolastico, con la seguente motivazione: Gandolfi sopprime il servizio di trasporto scolastico per obbligare i curnensi a transitare davanti alle botteghe di Curno, offrendo buone possibilità ai bottegai di prendere al cappio i cittadini transeunti. Insomma, gratta gratta, c’è materia per sospettare una cointeressenza, un ritorno commerciale: e chi è più zabetta più ne metta. In numeri precedenti del suo diario il gatto, da vecchia zabetta malefica, appunto, segnalava con la tecnica delle affermazioni seguite da punto interrogativo (con le varianti, non meno schifose: “Magari…”, “Forse…”, “Come mai…?”, “X ancora ci deve spiegare…” ecc.), la norma, o l’anomalia, di rapporti intercorrenti tra Gandolfi e il sottoscritto, da una parte, e i titolari di una cartolibreria, dall’altra.
    Osservando l’immagine sottostante, e leggendo la data, non è difficile capire che il servizio scolastico fu soppresso allorché era sindaco la dott.ssa Serra (escluderemmo comunque, da parte della dott.ssa Serra, un intendimento analogo a quello attribuito dal gatto a Gandolfi: questo sia detto a prescindere dalla distanza che ci separa dalla sindachessa emerita in fatto di determinazione, femminismo e cattoprogressismo).

    Per approfondire l’argomento, si può anche leggere quanto scrivemmo su Nusquamia: Assemblea pubblica, mercoledì 5 settembre sulla soppressione del servizio di trasporto scolastico.

    Sappiamo che il gatto reagirà a questo nostro modesto contributo di contrasto alla sua disinformazione con nuove manifestazioni di cattiveria, che fanno delle vecchie malefiche che costrinsero Bocca di rosa a prendere il treno alla stazione di sant’Ilario poco meno che delle sante (vedi la canzone di De André). Sputerà veleno, calunnierà con il punto interrogativo, o introducendo formule dubitative che comunque sono intese a lasciare un segno, e a fare del male.
    Il gatto padano fu consigliere giuridico del Pedretti, prima e dopo le note vicende giudiziarie. Ma non fu un buon consigliere, come si è dimostrato. Non si capisce dunque con quale fondamento presuma di sé tanto da potersi permettere qualunque cattiveria, qualunque calunnia con punto interrogativo o in forma dubitativa, qualunque disinformazione.

    • [segue]
      Sempre sulla soppressione del servizio di trasporto scolastico, si veda (fare clic sull’immagine per leggere l’articolo):

      • ALGIDO permalink

        Ricordo bene, benissimo. Fu forse l’unica volta in cui appena partita, l’amministrazione Serra ricevette una azione congiunta da parte di Gandolfi e di tutte le opposizioni, ma fu proprio Angelo Gandolfi il più “attivo” in quel frangente.
        Peccato che in merito (registrazioni alla mano) in precedenza gli capitò di dire in consiglio che potendo lo avrebbe cancellato.
        Ricevetti il volantino integrale del PD ai tempi che ho conservato

        QUANDO LA COERENZA è UN OPTIONAL

        Il recente taglio del trasporto scolastico ha scatenato le proteste dei cittadini interessati.
        Un servizio di indubbia utilità ma che lo scorso anno è arrivato a costare circa 1.000 euro a bimbo, di cui quasi 650 a carico del Comune.
        Il servizio lo scorso anno ha interessato circa 120 studenti (102 di Curno) rispetto ai 750 circa che frequentavano le scuole.
        Ecco i motivi per cui l’Amministrazione si è trovata a prendere questa dolorosa decisione:
         Crollo delle entrate comunali in conto capitale (oneri di urbanizzazione)
         Taglio dei trasferimenti statali (per oltre 660.000 Euro da maggio 2012)
         Pagamento delle opere pubbliche realizzate dalla precedente amministrazione
         Impossibilità di comprimere molti costi (per es. spese fisse per stipendi e per servizi primari)
        l’80% dei comuni Italiani ha aumentato l’IMU (anche sulla prima casa, è il caso di Bergamo e Treviolo; a Curno è stato evitato) e tagliato i servizi.
        È chiaro che nessun amministratore desidera fare scelte dolorose, che toccano i servizi consolidati e oltretutto, scontentano la popolazione, nemmeno a Curno.
        Ma la crisi economica è ormai drammatica, i soldi non ci sono per i cittadini, ma nemmeno per i Comuni, ormai è chiaro a tutti.
        Si tratta di una situazione eccezionale destinata a durare ancora: secondo le ultime proiezioni a fine 2013, al termine di questa drammatica crisi mondiale in Italia ci saranno oltre 1.000.000 di disoccupati in più. Una cifra mostruosa.
        E’ in questo quadro che si inquadra il taglio del trasporto scolastico.
        Il servizio interessa circa il 15% dei ragazzini che frequentano le scuole; i genitori dopo un iniziale e legittimo disappunto si vanno organizzando, anche l’amministrazione cerca di fare la sua parte promuovendo servizi di accompagnamento sulle due linee di autobus, il car sharing (auto usata per più studenti), e potenziando l’esistente servizio piedibus. Insomma se i soldi non ci sono, ci si rimbocca le maniche e si trovano alternative, magari meno comode, ma a costo zero. Tutti stanno assumendo una posizione responsabile.
        Tutti tranne uno, a quanto pare.
        Infatti l’atteggiamento meno responsabile è stato quello del consigliere Gandolfi, che ha cavalcato il problema con telefonate, mail, blog, volantini distribuiti a pioggia e cercando anche di monopolizzare l’assemblea convocata il 5 settembre dal sindaco per spiegare ai genitori la situazione e trovare soluzioni.
        Il Gandolfi è stato coerente con le sue dichiarazioni in Consiglio? Ecco cosa ha dichiarato nel Consiglio del bilancio del 30-06-2012:
        “Per quanto riguarda il trasporto scolastico, il consigliere Gandolfi premette che la sua amministrazione non ha mai avuto il coraggio di fare scelte forti e che da un anno all’altro si è trovata con una spesa esponenziale; ritiene che, al posto della dottoressa Serra, lui avrebbe tagliato di netto la spesa piuttosto che aumentare le imposte. Ritiene che sarebbe stato un atto coraggioso e sarebbe stato felicissimo di averne notizia.”
        Rileggendo la trascrizione integrale (quella di sopra è il verbale di sintesi consultabile in comune da qualsiasi cittadino) si legge anche che “ in altri comuni tale decisione (il taglio del trasporto scolastico ndr) è già stata presa senza che avvenissero fatti particolarmente gravi”.
        Insomma, un incoraggiamento al sindaco a tagliare il trasporto scolastico nella seduta di bilancio del 30 giugno 2012, mentre il consiglio cercava i fondi per salvarlo.
        Un cambio di rotta che puzza di opportunismo politico. Che credibilità ha un comportamento del genere?
        In Consiglio si dice “felicissimo di avere notizia dell’eventuale taglio” due mesi dopo, fiutando una opportunità politica, si abbandonano i propositi di taglio delle spese e si agitano gli animi per ottenere un vantaggio politico. Il tutto senza fare una sola proposta per alleviare il problema.
        I tempi sono cambiati in tutto il mondo, in Italia e anche a Curno che non è sulla luna la crisi si fa sentire sia nei bilanci familiari che nelle Casse Comunali: non serve scaldare gli animi.

        SERVE LAVORARE TUTTI INSIEME PER USCIRE DA QUESTA CRISI.

        Alla fine tutti i bimbi sono comunque andati a scuola, tutti si sono organizzati, come aveva previsto proprio Gandolfi a giugno non c’è stato alcun dramma… Ma lo scantonamento, la contraddizione di chi fu? Dopo 7 anni forse si potrebbe rileggere il testuale e registrato sopra messo con qualche serenità in più.
        Naturalmente al volantino PD sopra allegato e distribuito non fu fatta alcuna replica. Il perché appare evidente.

        • Oggi, l’ultima menzogna del gatto
          Segue una noterella sull’antigandulfismo di ieri

          Mi sembra che il volantino confermi quanto ho scritto: il gatto padano ha mentito quando ha ritenuto opportuno affermare che la soppressione del servizio scolastico è stata decisa da Gandolfi. Probabilmente il gatto ha mentito in piena consapevolezza, perché ha in mente chissà quale manovra, lui che crede di essere Pecorelli, gioca a fare l’agente provocatore senza avere, a differenza del suo modello, uno straccio di servizio segreto come utilizzatore attivo e passivo, lui che dice di essere di sinistra, ma è stato fino a poco tempo fa consulente del Pedretti e prepara i dossier che dovrebbero consentirgli di svolgere un ruolo di burattinaio nella rimonta della destra prossima ventura, dopo l’evanescenza dell’esperienza serrano-crurale (sempre che la sinistra, a Curno come in Italia, non si dia un assetto razionale con uomini nuovi capaci d’intercettare le istanze popolari e mettersi alla loro guida, prendendo atto dell’inopportunità di star dietro alle istanze boldrinesche e cattoprogressiste, stante anche l’esiguità delle loro divisioni corazzate, colpevolmente sopravalutate).
          Osservo che il volantino del Pd risente parecchio dell’antigandulfismo che caratterizzava la similsinistra di quegli anni: parliamo di sette anni fa. Bisognerebbe, se vogliamo fare un discorso alla Guglielmo di Baskerville, collocare le proposizioni di Gandolfi e della similsinistra nell’asse dei tempi ed analizzare gli argomenti. Gandolfi — si veda l’articolo di NUsquamia sopra citato — più che sulla soppressione del servizio di trasporto scolastico si espresse sulle motivazioni di tale soppressione. L’astio contro Gandolfi, evidente di là da ogni ragionevole dubbio, anche post mortem (post demarchi mortem, evidentemente) serviva alla similsinistra scioccamente impedrettata a fini di autoassoluzione, a scarico di coscienza, come per rifarsi una verginità politica, per giustificare il complotto serrapedrettista, l’Assassinio nell’Uccellanda.

          • ALGIDO permalink

            Non c’è antigandulfismo nel volantino secondo me.
            Solo che (e ricordo di aver partecipato all’assemblea) non è ammissibile fare un discorso (registrato) in consiglio comunale il 30 giugno e dopo 2 mesi o poco più (5 settembre) sullo stesso identico tema virare di 180° e agitare gli animi. Quale antigandulfismo?
            La dott.ssa Serra aveva da pochi mesi vinto le elezioni largamente (la lista del sindaco [cioè di Gandolfi: N.d.Ar.] se mal non ricordo stava a 25 punti percentuali di distanza e arrivò seconda).
            Tutta la campagna elettorale delle opposizioni (di prima) cioè Vivere Curno, ma anche il PD era stata (volutamente, per scelta) tenuta su una linea di assoluto bon ton. Parlare del proprio programma e basta, non rispondere mai alle provocazioni.
            [Non posso escludere che ci fossero provocazioni. Ma, da parte gandulfiana, c’erano anche argomentazioni. Sennonché con la scusa della “sobrietà” si preferì evitare lo scontro politico (che non va demonizzato: vedi il filosofo Eraclìto, vedi l’arte eristica, vedi la ‘disputatio in utramque partem’). La similsinistra, trascinata dalla determinazione della dott.ssa Serra, preferì una “sobrietà” che da parte gandulfiana non si ebbe difficoltà a connotare come filistea. Il mio modesto parere è che se la dott.ssa Serra fosse stata meno determinata, e avesse accettato di confrontarsi con Gandolfi in una nobile “battaglia delle idee”, avrebbe operato in favore di una crescita della consapevolezza politica nel paesello, inducendo i cittadini di qualità (che sicuramente esistono a Curno, ma che si tengono alla larga dalla politichetta) a una partecipazione attiva. Partecipazione in senso buono, dunque, in dare e in avere, e non a senso unico, dove se io partecipo debbo subire la lezioncina di chi sa tutto, o presume di saper tutto, per tornarmene a casa con le pive nel sacco, cornuto e mazziato. Se la dott.ssa Serra a Curno e Renzi in Italia non avessero tanto presunto di sé stessi, la (simil)sinistra verserebbe in condizioni migliori, avrebbero preparato una classe dirigente di ricambio, avrebbero intercettato gli umori del popolo che soffre, o quanto meno subisce, nel caso di Curno, loro stessi avrebbero avuto la possibilità di migliorarsi. Invece si sono avvitati nelle loro certezze. La dott.ssa Serra preferì che suoi emissari — non ho mai capito se su base volontaria o su preciso incarico — facessero un accordo-quadro con il Pedretti, per il rovesciamento dell’Amministrazione Gandolfi, mal tollerata dal sistema delle famiglie e dagli “attori del territorio”, una presenza ai tempi mistica, finché non fu demistificata anche per opera — modestamente — del sottoscritto: tant’è che oggi l’espressione “attore del territorio” suona a dileggio, laddove all’inizio se ne parlava come di una realtà degna di considerazione, come di cittadini “più uguali” in un mondo di uguali: un assunto che travalicava il senso comune e lo spirito della Legge. N.d.Ar.]

            Tanto la fine dell’amministrazione Gandolfi era iniziata da tempo, dalla fine del 2009 secondo me, con l’esclusione di Pedretti dalla Giunta, anzi forse era iniziata prima, perché quella è stata l’emersione di una crisi che si diceva covasse da almeno un anno e mezzo.
            La maggior parte dei colpi che L’amministrazione aveva ricevuto era stata di fuoco amico, come i cittadini di Curno han capito sin troppo bene.
            Per la minoranza (che si limitò a mettere sempre il dito nella piaga e poco di più) non serviva alzare i toni o essere anti qualcuno, non era poi nemmeno nello stile di quella minoranza (Morelli, Serra, Vito Conti e Benedetti in Consiglio, Max Conti come PD), più abituata ad argomentare e poco avvezza al clima di corpo a corpo polemico in cui era esperto Pedretti ma cui poi ben si aggiunse ad esempio, il Maini).
            Si dovrebbe rileggere tutti i volantini del PD in ordine cronologico per capire questo.
            Grazie

  116. Leone Zanchi permalink

    Mi pare che il ballista sia lei. Se agli operatori viene sempre concessa la rateizzazione dei versamenti degli oneri, non si vede per quale ragione sia debba negare a qualcuno particolare, decisione che potrebbe generare contenzioso: perché quelli Si ed io NO?. Che nella fattispecie non so nemmeno chi fosse.
    [Io non so se questo L.Z. coincida con il gatto padano, ma so che il messaggio proviene dal computer del gatto, perché l’IP (Internet Protocol) è quello stesso del gatto padano. Conosco bene il gatto padano, ne conosco la doppiezza, le menzogne, l’attività di agente provocatore e di sistematica disinformazione, la passione per la delazione, della quale si è fatto apologeta (n. 934 del suo poco nobile diario), l’invereconda cattiveria e il gusto per la diffamazione dissimulata con il punto interrogativo o in forma dubitativa. Le prodezze del gatto padano sono documentate alla voce Gatto padano (mica tutte: quello è solo un centone). Tuttavia non conosco L.Z., che Algido in un messaggio precedente assicura essere un’ottima persona, disponibile al dialogo, generosa, altruista. E io non ho ragione di dubitarne.
    Così stando le cose, non posso escludere che il gatto padano si sia appropriato dell’identità di L.Z.. Non posso nemmeno escludere uno sdoppiamento di personalità, considerato che usano lo stesso computer: L.Z., cittadino esemplare, sarebbe il dottor Jekyll, mentre il gatto padano, malefica zabetta, cattiva oltre ogni dire, sarebbe Mr Hyde.
    N.d.Ar.]

    Semmai abbia il coraggio di dire…
    [Qui interrompo il messaggio, per tre ragioni.
    • La prima è che sono stato fin troppo buono nel consentire al gatto padano di intromettersi in questo nobile diario: infatti, come ben ricordano i lettori di questo nobile diario, il gatto ne è stato estromesso, per manifesta indegnità morale.
    • La seconda ragione è che non sopporto che un essere come lui si rivolga a me con espressioni poco rispettose, considerata la distanza che ci separa, come “lei abbia il coraggio di dire…”, “esigo spiegazioni” ecc.. Dirò di più, come si legge nei ‘Promessi sposi’: «Nel mezzo, vile meccanico!». Ho capito che il gatto padano pretenderebbe, solo perché scrive che questo diario è una latrina ecc., di potersi confrontare con me da pari a pari. Ma io dico che ciò non è possibile: prima studi, vedremo poi quel che si può fare.
    • La terza ragione, e la più importante, è che il gatto padano ha mentito affermando che la soppressione del servizio scolastico è stata decisa da Gandolfi ma, invece di chiedere scusa, scantona, apre una nuova polemica e afferma che ho mentito io. Roba da mercato delle vacche, che in logica è designata da un nome latino-greco, ‘ignoratio elenchi’, ma non per questo è meno schifosa.
    Il messaggio del gatto, che qui pretende di essere L.Z., termina con queste parole che, secondo lui, significano che aveva ragione, anche quando aveva torto: «Per il resto confermo il disegno dei bottegai di Curno di uccellare il più possibile la popolazione “obbligandola” a passare per le piazze centrali del paese». In realtà il gatto padano ha sempre lasciato intendere molto di più: oggi la dott. Gamba, ieri la dott.ssa Serra e avantieri il dott. Gandolfi hanno sacrificato gli interessi autentici della popolazione di Curno agl’interessi dei bottegai. Par di capire che il Pedretti, del quale il gatto padano è stato patrono politico (al tempo in cui si firmava Straliccio) e consulente giuridico (al tempo della seconda querela a carico di chi scrive, finita com’è finita nonostante la consulenza) non si sia macchiato di tale colpa.
    N.d.Ar.]

    • ALGIDO permalink

      Operatori e no

      Degli operatori che a Curno volevano fare grandi cose (spesso legando alla loro iniziativa immobiliare opere pubbliche sfruttando legami con politicuzzi locali, magari anche leciti) cosa è rimasto? Vediamo un poco..

      Un operatore (diciamo l’operatore A) è sostanzialmente fallito, almeno in gran parte delle proprie operazione, non era di Curno ma era innamorato di Curno, diciamo così.
      Molti immobili all’asta, forse resiste con piccole operazioni qua e là attraverso altri veicoli societari.
      Aveva grandi idee a Curno, aveva puntato grosso, ai tempi (della amministrazione Gandolfi) anche sfruttando la vicinanza a politici locali e provinciali di una certa area allora in fulgida ascesafinì spesso sui giornali, forse coinvolse anche un’archistar di fama sovranazionale. Adesso lavora nel piccolo cabotaggio non è andata bene, purtroppo per lui.

      Un secondo operatore, chiamiamolo B, è una vecchia conoscenza (di età più avanzata). Anche le sue operazioni dovevano finanziare opere pubbliche (e non solo a Curno per la verità), ma non se ne fece nulla di nulla. A Curno le mega operazioni abortite definitivamente per scelta sua e per sopravvivere, infatti ha fiutato meglio di altri l’aria che tirava. Altrove vende lotti di terreni per restare in vita. Altre sue operazioni vanno a rilento. Insomma forse sta preparando una lenta (e il meno dolorosa possibile) uscita di scena. credo che ce la possa fare, perchè a differenza di A ha coscienza dei limiti e senso della misura (cosa rara tra gli operatori immobiliari), oltre che un’età in cui di solito si è in pensione.

      Poi c’è l’operatore C. Pure lui doveva fare una grossa operazione, troppo grossa per il contesto, e troppo grossa per le sue capacità (a detta di chi lo conosce, io non l’ho mai visto). Ha cercato di ridimensionarla, ha evitato di dare al comune un’opera pubblica (che era da dare prima della operazione) forse un’opera viaria importante. Ha giocato prima al rialzo, poi ottenuto quel che voleva, al ribasso.
      Mi dicono stia messo maluccio e cerchi di salvare il salvabile.

      Nel frattempo molti piccoli operatori a Curno le loro cosucce le hanno anche fatte, meno faraoniche, più ragionevoli. Ma non tutto il male viene per nuocere. Sta uscendo di scena la vecchia guardia (alcuni giovani anagraficamente, ma vecchi di metodo) che era abituata a una logica di baratti, triangolazioni, operazioni istintive e mai troppo ragionate.
      Sta nascendo un nuovo tipo di operatore, che promette poco, usa il cervello, lavora solo in condizioni ottimali e cura molto sia la qualità progettuale che quella costruttiva (la gente è meno sprovveduta di un tempo e c’è grandissima scelta sul mercato). In fondo una evoluzione della specie c’è. Nel mezzo resta una enorme quantità di immobili invenduti e molto territorio sputtanato.
      Ma l’operatore moderno sta lavorando anche s quello. Riqualificando vecchi obbrobri anni 60 e 70. Un’idea interessante che ad altri non era manco passata per la testa. si demoliva e si riedificava. Vedremo se dura. Ma ci punterei due lire.
      LA vecchia guardia se ne va, con i suoi vecchi legami partiti dalla DC e giunti poi nell’ultima articolazione (ma a dx) della stessa. La nuova guardia (che ragiona come un’azienda industriale) avanza, speriamo resista all’idea di ungere le ruote. Sarebbe un peccato e un insulto alla propria stessa intelligenza.

      • Credo di aver capito tutto, cioè i riferimenti curnensi, a mio avviso facilmente decrittabili. Mi astengo tuttavia da qualunque postilla ermeneutica, perché qualunque cosa dicessi si presterebbe a smentite, precisazioni perentorie a norma di cacata carta e minacce di denuncia da parte dei soliti noti. Insomma, un ginepraio curnense, più che un labirinto. Il gatto padano potrebbe indignarsi perché un non-curnense ha osato entrare nel recinto sacro della curnensità e, compiacendosi di due espressioni che, usate da lui, dovrebbero dimostrare quant’è fico, direbbe “lei non ha contezza…” e “questo è/non è un ossimoro”. [*]
        Eppure non riesco a sfuggire alla tentazione di una postilla. Eccola: poiché si è accennato alla pratica di “unzione delle ruote”, mi limito a riportare — relata refero — quanto si diceva di un noto politico territoriale il quale, dopo aver sentito le ragioni dell’attore del territorio, concludeva al modo solito: «Eh, ma qui bisogna ungere…».

        —————————————————————-
        [*] Praticamente in tutti i numeri del suo diario il gatto afferma che la dott.ssa Gamba “non ha contezza” di questo o di quello. Quanto all’ossimoro, che è una figura retorica, il gatto ci va un po’ più cauto, per il momento. Ma è chiaro dal contesto che lui intende per ossimoro quel che in buon italiano si direbbe una contraddizione in termini: vedi numero 995 del diario felino: «Non è un ossimoro». Ma il gatto è fatto così: lui sfoglia una rivista di architettura e diventa un grande architetto; sfoglia un catalogo di elettronica di consumo e diventa un esperto di elettroacustica (e magari ci parla della trasformata di Fourier, e i buzzurri dovrebbero tremare); legge su ‘Repubblica’ «ossimoro», e lui se lo segna sul quadernetto, per farne sfoggio alla prima occasione. Come quando s’innamorò dell’aggettivo “turibolare”, e lo trasformò in sostantivo, nel significato di “turiferario”. Ma, ripeto, lui è fatto così, ricorda Bouvard e Pécuchet. Quando non fa la zabetta, quando non attende ai suoi dossier con scappellamento delatorio a destra, si esibisce come “er mejo fico der bigonzo”: il bigoncio curnense, naturalmente. Avendo detto questo, ed essendoci limitati a una garbata ironia, invece di un’ammissione garbata di errore (“Ah, sì, avevo equivocato sul significato del termine “ossimoro”. Grazie per avermelo fatto osservare”) aspettiamoci come tutta risposta una scarica micidiale di pettegolezzi oracolari, falsità, insinuazioni malevole, calunnie con il punto interrogativo (o in forma dubitativa); o chissà quant’altro.

  117. Valentina permalink

    Non è mai troppo tardi?

    Vedi:
    It’s Never Too Late to Start a Brilliant Career

    • Il sogno d’amore è roba per cameriere, diceva l’Avvocato. Invece il sogno di successo…

      Invece il sogno di successo (e di carriera) è roba da bifolchi. Vedo che l’articolo segnalato è stato pubblicato sul Wall Street Journal: fa cascare le braccia. Perché il succo del discorso è questo: se non hai raggiunto il successo a una certa età, se non sei riuscito a bruciare le tappe da giovane, sappi che potresti essere un late bloomer (mamma mia, chissà come piacerà quest’espressione a qualche buzzurro curnense, quando la leggerà): cioè potresti essere protagonista di una fioritura tardiva. Ricordati che tu devi avere successo, perché — direbbe Fusaro — così vuole il turbocapitalismo, che insieme ti annienta e ti instilla l’ideologia anestetizzante del tuo annientamento: la droga peggiore. Il tuo sudore, tutte le carognate che farai pur di farti avanti, sgomitando, vendendo tua madre a un nano, mentendo, imbrogliando, rinunciando alla tua dignità sono benzina per il turbocapitalismo, è grasso che cola. Questa, in soldoni, è l’etica protestante del capitalismo, messa in luce dal sociologo Max Weber: in antitesi con la Buona novella (il Vangelo), ma in continuità con il Vecchio Testamento: vecchio e barbarico, quello che piace tanto ai cattoprogressisti di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”.
      Dicevo che mi cascano le braccia perché queste cose le leggevo quando avevo quattordici o quindici anni, su Selezione dal Reader’s Digest, e già allora mi facevano sorridere. Se però leggevo Selezione, è perché qualcosa vi s’imparava, a quell’età. Per esempio, avevo letto un articolo sui beatnik, il movimento giovanile, o paragiovanile, della costa californiana. Dico la verità, un po’ mi aveva entusiasmato: fino a quel momento non ne sapevo niente. Ancora di più mi entusiasmai quando lessi che un’attrice americana allora molto nota, Jane Mansfield, era molto vicina al mondo dei beatnik. La foto dell’attrice quasi-intellettuale spiega meglio di qualunque giro di parole la ragione del mio entusiasmo giovanile.

      Qualche anno dopo (forse però mi sbaglio, saranno forse passati anche sei anni) lessi invece un bellissimo articolo su una pubblicazione del Pci, che illustrava sapientemente chi fossero i beat, la beat generation, Ferlinghetti, Ginsberg, Burroughs ecc. La pubblicazione era Il Contemporaneo, un supplemento del settimanale politico-culturale Rinascita, diretto da Palmiro Togliatti: o, quanto meno, lo fu da un certo punto in poi. Forse si parlava anche di cannabis, non ricordo.

      Per argomentare il mio punto di vista, secondo cui l’ansia di carriera è roba da bifolchi, poiché è stato citato Seneca qualche commento fa, proviamo a riflettere su queste sue parole (si trovano alla fine del suo trattatello De brevitate vitae):

      Omnium quidem occupatorum condicio misera est, eorum tamen miserrima, qui ne suis quidem laborant occupationibus, ad alienum dormiunt somnum, ad alienum ambulant gradum, amare et odisse, res omnium liberrimas, iubentur. Hi si uolent scire quam breuis ipsorum uita sit, cogitent ex quota parte sua sit. Cum uideris itaque praetextam saepe iam sumptam, cum celebre in foro nomen, ne inuideris: ista uitae damno parantur. Vt unus ab illis numeretur annus, omnis annos suos conterent. Quosdam antequam in summum ambitionis eniterentur, inter prima luctantis aetas reliquit; quosdam, cum in consummationem dignitatis per mille indignitates erepsissent, misera subiit cogitatio laborasse ipsos in titulum sepulcri; quorundam ultima senectus, dum in nouas spes ut iuuenta disponitur, inter conatus magnos et improbos inualida defecit.

      Possiamo tradurre così, in buon italiano rispettoso, nella misura del possibile, dell’originale latino, senza tuttavia cadere nelle brutture del “traduttese” o nella paraculaggine della “traduzione libera”:

      In verità (quidem) la condizione di tutti coloro che sono indaffarati (occupatorum) è miserabile, ma più miserabile di tutte (miserrima) è la condizione di coloro che non si affaticano (laborant) nemmeno per i propri affari, ma prendono sonno secondo come dormono gli altri (ad alienum dormiunt somnum), camminano secondo il passo degli altri (ad alienum gradum), amano e odiano a comando (iubentur), quando questi sentimenti dovrebbero essere fra tutti i più liberi. Se vogliono sapere quanto breve sia la propria vita, pensino quale ne sia la frazione (quota pars) che appartiene loro. Perciò quando vedrai che uno è arrivato a indossare (sumere) più volte di seguito (saepe iam) la toga del politico (praetexta), e il suo nome è celebre nel foro, non invidiarlo: questi onori si procurano a scapito della vita (vitae damno). Perché un solo anno prenda il nome da loro [come quando, per indicare l’anno, si dice, per esempio, ‘Cicerone consule’: N.d.Ar.], sciuperanno tutti gli anni loro. Alcuni schiattano (aetas reliquit) prima, mentre si sbracciano (luctantis = luctantes), e sono alle prime mosse (inter prima) dello sforzo di coronare la propria ambizione (in summum ambitionis eniti); altri, essendo pervenuti al sommo della carriera (in consummationem dignitatis) strisciando (cum erepsissent) per mille infamie, sono colti dal pensiero penoso (misera cogitatio) di essersi affaticati (laborasse) per avere il titolo scritto (titulus) sulla tomba; altri ancora, che in età assai avanzata (ultima senectus) concepiscono speranze di nuovi progetti (in novas spes disponi) come se fossero giovani (ut iuventa), muoiono sfiniti (senectus… invalida defecit) per lo sforzo eccessivo e velleitario (conatus magni et improbi).

      Questo è Seneca, mica quello che alcuni mongomanager citano a sproposito (peste li colga!). E il succo è questo: far carriera perché, e per chi? Ancora ancora una carriera onorevole: ma una carriera mongomanageriale, per esempio, che roba sarà mai? Una roba che fa venire l’acquolina in bocca ai bifolchi, appunto, una carriera-trofeo, il più delle volte a ben vedere miserabile, se si pensa ai contenuti e al modo con cui ci si è arrampicati, da mostrare alla mammetta, agli abitanti del paesello e, in generale, al volgo. Il volgo deve sapere che si è raggiunto il traguardo N. Già, ma c’è qualcuno che ha raggiunto il traguardo (N + 1). Ecco allora il bifolco che vuol raggiungere il traguardo (N + 1), peccato però che ci sia chi ha raggiunto il traguardo (N + 2). E così via. Meglio allora De Michelis che andava con le puttane.

  118. Compostela permalink

    @Aristide

    http://www.lacasadelatroya.gal

    [Pare che questa casa esista davvero a Santiago, in Galizia, e che “La casa de la Troya” sia il titolo di un romanzo famoso. Anzi, oggi è sostanzialmente la ricostruzione dell’ambiente descritto nel romanzo. In antico era un albergo studentesco, si chiamava “Casa da Troia” (e non “de la Troya”); sorge in prossimità della Cattedrale. Se l’albergo risalisse al Medioevo, all’epoca dei ‘clerici vagantes’, si potrebbe ipotizzare che qualche studente galiziano avesse soggiornato a Bologna e che di lì avesse importato il nome.
    Interessante l’etimologia proposta da questo dizionario: troia = scrofa gravida, dal lat. ‘porcus troianus’, un maiale farcito di altre carni, come il cavallo di Troia farcito degli armati Achei. Invece secondo il Vocabolario Treccani, “troia” sarebbe una voce onomatopeica, derivata dal grugnito del maiale

    N.d.Ar.]

  119. Esagerata: senza contare che per la Boldrina — c’è da giurarlo — questa mercificazione del corpo femminile è “gravissima”

    Se la Boldrina vede questo filmato si precipita dalla Gruber e ci fa una ramanzina con i fiocchi, alternando indignazione e sorrisetti asseverativi: fra l’altro, rompendo i cabassisi a noi, che siamo innocenti.
    Poco tempo fa, nel corso di una dichiarazione rilasciata per strada davanti alla telecamera, si era avvitata nel solito spettacolino di banalità politicamente corretta con indignazione e ditino ammonitore agitato minacciosamente (prima o poi lo agita, basta avere pazienza), quando dietro di lei si è sentita — chiarissima — la voce del ‘coach’ (una versione cafona del sacerdote-guida spirituale) che le diceva «Sorridi, sorridi!». Come se con i sorrisetti asseverativi non peggiorasse la situazione, aggiungendo antipatia ad antipatia.
    Anche oggi abbiamo visto la Boldrina in Tv, dalla Gruber, naturalmente. Ma perché la chiamano sempre? Di quante divisioni dispone? Zero, niente divisioni. Dunque, perché? E che cosa aspetta quello straccio residuale di similsinistra a far sapere che la Boldrina non la rappresenta? Il Pci fu più intelligente; quando capì che l’ondata di violenza in Italia negli anni di piombo, della quale non era responsabile, gli veniva rinfacciata, sia pure a torto, prese le distanze platealmente: anzi, nella persona di Pecchioli contribuì allo smantellamento delle Brigate rosse. Dunque che cosa si aspetta a smantellare l’idiozia del politicamente corretto?
    Se non credete alle mie parole riguardo al sorriso “empatico” della Boldrina (quando si è antipatici, usa dire “però sono ‘empatico’”) guardate con fiducia questo filmato:

    • P.S. – Tra l’altro, i sorrisetti asseverativi della Boldrina, non ci fanno né caldo né freddo, abituati come siamo a quelli della dott.ssa Serra e a quelli di Hillary Clinton. Quest’ultima, a volte, passava di punto in bianco dal sorrisetto asseverativo a risate fragorose, istericamente smodate: ciò avveniva soprattutto quando intendeva scantonare. Sapeva di mentire, la menzogna entrava in conflitto con la sua forma mentis puritana, e rideva. Probabilmente deve aver riso parecchio quando Clinton disse: «Sì, la Lewinski mi ha fatto un pompino, e la mamma della Lewinski ha conservato in frigo la camicetta macchiata di sperma, dunque non posso negare, ma nella fattispecie non si può parlare di ‘sexual intercourse’». Lei disse «Hai ragione, un pompino non è un rapporto sessuale completo, non è poi così grave. Così ho deciso: basta, punto, non m’interessa. Perciò ti perdono», e giù — immagino — una risata fragorosa.

      • Tommaso permalink

        Amore che vieni, amore che vai

        “Se Clinton avesse operato a posteriori, forse lei avrebbe tenuto la bocca chiusa”

        • Controfattuale

          Proviamo a ragionare in termini controfattuali: ammettiamo che Clinton avesse detto alla Lewinski: Ho capito, tu sei affascinata dal potere che io rappresento e mi offri il piacere della bocca. E se io ti chiedessi di più, quello che lo zio di Titta, nel film Amarcord, chiamava il piacere dell’«intimità posteriore»? (per ragguagli su questa espressione si veda lo spezzone di Amarcord presentato qui sotto, verso la fine).
          In questo caso che cosa la mamma della Lewinski avrebbe potuto conservare — poco importa se in frigorifero o in cassaforte — come prova di quel profluvio di materia godereccia in vas indebitum? Ma poi che dico: in vas indebitum? Manco per sogno, a meno che quel piacere non sia considerato sconveniente e peccaminoso se gli “attori” sono un uomo e una donna, laddove se riguarda due uomini è lecito: non solo, ma degno di plauso, in quanto politicamente corretto, anche a norma di accordi presi con la rete Ready per la lotta contro l’omofobia.

  120. Montalbano ragiona: non pensa, e soprattutto non agisce, in termini di cacata carta
    A Curno c’è chi lavora a un dossier in vista di una denuncia (anonima?) a carico di Montalbano e Camilleri

    Ieri la Rai ha riproposto un episodio della serie intitolata al commissario Montalbano. Dovrebbe essere di circa quindici anni fa. Ma è sempre piacevole rivedere i vecchi episodi, o vederli per la prima volta (questo è il mio caso). Questa puntata inoltre si fa apprezzare perché non c’è quella scassacazzi di Livia, che l’autore Camilleri si è inventato per sviare il lettore (quindi lo spettatore) intelligente, il quale ha capito benissimo che Camilleri è stato un “fimminaro”, proprio come il vice di Montalbano, Mimì Augello. Perciò s’inventa il personaggio di Livia: una donna politicamente corretta, problematica, con i nervi a fior di pelle; anche se abita a Genova (a Boccadasse, posto bellissimo), a opportuna distanza da Vigata, riesce a rompere i cabassisi per telepatia. Non si capisce perché uno come Montalbano debba sopportarne i capricci, la faccia ‘malmostosa’, le pretese assurde.
    Negli sceneggiati televisivi Livia ancora ancora si salvava quando era interpretata da Katharina Böhm: poco credibile come fidanzata, ma carnalmente piacevole. Ma Sonia Bergamasco, l’ultima delle tre interpreti nel ruolo di Livia, è la più brava nella parte di colei che non è mai in pace con se stessa, si agita, ti toglie l’aria e vuole trascinarti nel suo inferno: insomma, insopportabile e, come diceva Woody Allen, non c’è carne dove affondare i denti.
    Tutt’altro discorso per la giovane Livia che vediamo nella serie del Giovane Montalbano: giovane, carina, disponibile, non determinata. Musica per le nostre orecchie, delizia per gli occhi, piacevolissimo massaggio cerebrale.
    Nell’episodio programmato dalla Rai lunedì 13 maggio (s’intitola La pazienza del ragno), Montalbano si trova a dover risolvere il caso di un sequestro di persona anomalo. Si scoprirà che è stato architettato in casa, dalla figlia di una signora che si è lasciata morire, e la ragazza era in combutta con un suo parente. Il sequestro serviva per dare una lezione al fratello della signora, lo zio della ragazza, che aveva ridotto la sorella in povertà e a una disperazione che la porterà alla depressione, e la depressione alla morte. Quello zio, che aveva avuto un crollo economico, si era mangiato la sostanza della sorella. Bisognava vendicare la madre e punire lo zio che, pur essendo tornato ricco, ed essendo avviato a una brillante carriera politica, non restituì il maltolto, neanche in parte. Anche il parente aveva le sue buone ragioni per vendicarsi, perché aveva amato l’anziana signora. Così, lo zio, che è in carriera politica, paga, pensando, tra l’altro, di potere avere un vantaggio mediatico: convoca i giornalisti, si presenta come il fratello amorevole che viene in soccorso della sorella e della sua famiglia ecc. Paga, ma il sequestro non è un vero sequestro. E i soldi allora? Lo zio ha effettivamente pagato, ma i soldi del riscatto vanno in beneficenza, la ragazza conserva le ricevute dei versamenti. E lo zio pagatore rimane sputtanato, perché in margine al sequestro la Guardia di finanza scopre un verminaio di traffici illeciti.
    Montalbano scopre tutto questo, capisce il desiderio di punire lo zio traffichino, sa che il denaro è andato in beneficenza. A rigore dovrebbe dire al giudice tutto quello che sa, ma in questo caso non è lui il titolare dell’inchiesta, per il quale quello sarà effettivamente un sequestro di persona, a opera d’ignoti che si sono volatilizzati.
    Perché Montalbano si comporta così? Perché è un uomo, non è un copropapirologo. Ecco che cosa dice l’autore, Andrea Camilleri:

    IL senso di giustizia personale di Montalbano prevale sul senso e la giustizia che è scritta nei codici. Montalbano commette un’infrazione a quello che è il suo dovere di commissario. Comprende le ragioni degli altri: gira le spalle e lascia che le cose vadano come devono andare.

    Mi viene in mente un giudice, appartenente a una nobile casata milanese, titolare di processi assai importanti, quelli con riscontro di titoloni nei giornali, ma senza fregola di protagonismo, il quale aveva fatto le prime esperienze di giovane magistrato in Sardegna. Mi disse che lì imparò ad essere un uomo e a riprova di ciò mi raccontò un caso simile.

  121. Algido permalink

    Sono stato assolutamente non polemico. Neutro direi, ho conoscenza diretta di 2 anzi 3 sui 4 operatori sopra indicati. Due.molto da vicino. A dire il vero, si era scritto ai tempi che legarsi troppo e legare le opere pubbliche a scelte degli operatori era rischioso. Ma non getto la croce su nessuno. Perché forse certe scelte (non tutte sia chiaro) le avrebbe fatte chiunque.
    Però il mercato immobiliare ha iniziato a inabissarsi nella seconda metà del 2008. Scelte del 2008 o del 2009 e magari sino al 2010 erano comprensibili, ma continuare a fidarsi anche dopo… beh, diciamo che significava non avere un piano B. La Serra è stata perseverante [dica pure “determinata”: N.d.Ar.], brava e fortunata a finire la scuola, ma a differenza di molte altre amministrazioni ci ha creduto.
    [Gandolfi è stato ingiustamente accusato di essere un “nemico” della scuola. Ben altri era il nemico politico, con aiutino a norma di cacata carta. E non parlo soltanto dello strascico giudiziario, parlo dei pretesti reperiti negl’interstizi della burocrazia: e Gandolfi non c’entra, doveva fidarsi degli esperti di cacata carta. Si veda l’articolo ‘La scuola di via Carlinga’ pubblicato a p. 5 dello Schiaccianoccioline, dove si legge, tra l’altro:

    Giusto per sgombrare il terreno da ogni equivoco, chiariamo subito che se qualcuno di noi considerasse la scuola di via Carlinga la “loro” scuola, la scuola dei progressisti, sarebbe un emerito cretino. La scuola è dei curnensi, è evidente. E se cause di forza maggiore fanno sì che la scuola non sia completata, noi non possiamo che rammaricarcene. Ma anche i progressisti fanno male a considerare la scuola “cosa nostra”.Quanto alla denuncia, ribadisco il mio disprezzo incondizionato per chi, per malanimo politico o dare alimento a una cancerosa patologia personale si serve della legge per fare del male a qualcuno. Penso anche che si dovrebbero mettere in atto opportuni meccanismi punitivi per chi denuncia a membro di segugio.

    N.d.Ar.]

    La Serra si é fatta trovare pronta con documenti e progetti e allo sblocco di Renzi per le.scuole di qualità ha portato a casa la scuola o, meglio, la possibilita di usare i soldi del comune per finirla. È tutto li il punto: programmazione preparazione strategia unitaria.

    Per lei avrà tanti difetti la dott.ssa Serra, ma ha tenuto una amministrazione compatta per 5 anni e portato a casa risultati. E ancora è capogruppo.
    [Sulla tenacia della dott.ssa Serra non ho mai avuto dubbi, semmai le rimprovero un eccesso di tenacia, quella che oggi si chiama “determinazione”, addirittura dando una valenza positiva a questa piega mentale, nonostante i miei sforzi di sputtanamento del termine, perlomeno qui su Nusquamia e nella cerchia delle mie conoscenze. Perciò ribadisco che fu sbagliato fare una battaglia di cacata carta contro la Serra, alla fine del suo mandato, a proposito delle varianti al Pgt. Si creò un pool di causidici ed agrimensori che pretendevano di trovare in quella variante ampia materia per denunce a destra e a manca. Ci furono le minacce ma, per quel che ne so, non se ne fece niente. Solito schiamazzo della politichetta. Assurdo: si pretendeva di usare gli svolazzi delle cacate carte giuridico-agrimensurali contro chi in termini di cacata carta è ferratissimo e con le spalle più che coperte. Questo scrissi a suo tempo: comunque meglio così, perché l’amministrazione serrano-crurale, nata della convergenza del cattoprogressismo serrano con il cattoaziendalismo crurale, è sempre meglio di un’amministrazione di centrodestra teleguidata da un Alessandro Sorte — l’uomo forte, come diceva uno slogan elettorale — quello che voleva cannibalizzare a destra i leghisti. E chissà quali casini sarebbero sorti, sia per le beghe interne nella coalizione curnense egemonizzata da Sorte, nel caso avessero avuto le leve del comando, sia per la micidiale miscela di avventurismo politico e incapacità amministrativa. Più che le cacate carte, sarebbe stato efficace, per esempio, un manifesto con la foto della dott.ssa Serra in bicicletta, super-ecologica, e subito sotto uno stringato confronto delle premesse della campagna elettorale con il consuntivo. Insomma una battaglia politica, e non copropapirologica.
    Non so come se la caverà la similsinistra nella prossima tornata amministrativa. L’eccesso di determinazione, sia quella in salsa cattolica della dott.ssa Serra, sia quella in salsa protestante della dott.ssa Gamba (in quanto aziendalista) ha creato parecchio malumore, così sento dire. La critica di fondo che muovo alla dott.ssa Serra è quella di avere umiliato la politica riducendola a “buona prassi” politicamente corretta. Se l’uomo è, come voleva Aristotele, uno ζῷον πολιτικόν, cioè un animale politico, il primato dev’essere della politica, che non può e non deve essere umiliata da considerazioni di correttezza politica, da clisteri di valori da condividere, da programmi di rieducazione. Quanto alle cacate carte, saranno pure importanti, non dico di no, ma se ne occupino i servi: tanto più che c’è chi gode a voltolarvisi, ad annusarle e a spanderne i miasmi. La dott.ssa Serra ha evitato accuratamente e quasi demonizzato (a questo serviva la “sobrietà”) la battaglia delle idee e così facendo ha indotto i “cittadini di qualità” a disinteressarsi dell’Amministrazione e della stessa comunità della quale fanno parte, e alla cui crescita culturale avrebbero potuto contribuire. Ma la cultura non è questione di cacata carta, di commissioni paritetiche, di uno vale uno, di “volemose bene”, di uno a me e uno a te, ecc. Non mi stancherò di dire che i politici dovrebbero astenersi dal mettere le mani sulla cultura. Ma è proprio la cultura che potrebbe, o avrebbe potuto, migliorare la temperie politica. La cultura mal sopporta la tirannide, quale che essa sia: politicamente corretta, aziendalistica, e — Dio non voglia — populista.
    N.d.Ar.]

  122. ALGIDO permalink

    L’approccio del PD di allora alla questione scuola è semplice e chiaro.
    Un poco meno la dinamica relativa alle vere intenzioni della Amministrazione Gandolfi su quell’edificio, riportate anche dalla stampa.
    [Ho buone ragioni, anche personali, per non fidarmi della stampa anglorobicosassone. Mi ricordo di certi articoli antigandulfiani di Sara(h) Agostinelli e del Bergamo news diretto da Cesare Zapperi. Ed è una valutazione politica, ovviamente. A onore del vero, appena Sara(h) Agostinelli ebbe in anteprima la copia della denuncia del Pedretti (la prima delle due andate in fumo), credo il giorno dopo la deposizione, mi telefonò per saperne di più, perché stava scrivendo un articolo. Mi chiese il numero di telefono cellulare, ci lasciammo con l’intesa che mi avrebbe richiamato. Ma non richiamò e l’articolo non venne pubblicato; mi piace pensare, a suo onore, che avesse avuto una resipiscenza, che avesse un’idea migliore del mestiere di giornalista. Allora, due giorni dopo, la denuncia fu pubblicata da Bergamo news, ‘telle quelle’: nome, cognome e indirizzo di casa compresi. Credo che sia stata una schifezza. N.d.Ar.]

    Si parlava di valutazione del progetto (e si costruì la leggenda della scuola Lager) di farci altro, ad esempio una scuola musicale, insomma non una scuola media.
    Infine si estinse il mutuo (della scuola, non della biblioteca) rendendo difficilissimo reperire le risorse dato che il patto di stabilità era via via più stringente.
    [L’Amministrazione Gandolfi al tempo in cui il mutuo fu estinto contava certamente un grande nemico della nuova scuola elementare, nella persona del Pedretti; il quale sarebbe divenuto in seguito amico della similsinistra, tanto da essere investito del ruolo di capo delle milizie che avrebbero assediato, preso per fame e distrutto il fortilizio nemico (vedi l’innesco della questione della festa cervisiaria, vedi l’ultimatum del Pedretti ai similsinistri perché prendessero coraggio e rovesciassero l’amministrazione, attenendosi al piano d’attacco del Colleoni leghista, un piano che prevedeva il concorso della quinta colonna, evitando il commissariamento del Comune; ma vedi anche la controffensiva del volantino “Mammuzza” che sventò la manovra, che riprenderà vigore — mutatis mutandis, direbbe il Calderoli — soltanto in extremis. L’estinzione del mutuo presentava qualche aspetto oscuro anche a me. Era allora segretario comunale (segretaria, secondo la Boldrina) la dott.ssa Di Piazza, all’inizio invisa alla similsinistra perché segnalata dal Pedretti, ma poi divenuta amica, anche lei, più che altro, credo, per meriti femministi. Chiesi qualche ragguaglio, come persona poco competente di cacate carte: la Di Piazza era del parere che l’estinzione del mutuo fosse una soluzione abile, intelligente, conveniente. Notai che alcuni passaggi del suo ragionamento erano oracolari, le chiesi una dimostrazione che — come dice Montalbano — “mi facesse persuaso”. Non fui persuaso, pensai che forse la Di Piazza non fosse molto brava a spiegarsi, ma che se l’estinzione del mutuo era approvata da lei che era un’esperta, forse era giusto così. Ricordo anche che quando parlavo con la Di Piazza a un certo punto fece capolino il Pedretti, che mostrò mal dissimulato disappunto. N.d.Ar.]

    Ultimo, in varie circostanze si parlava della denuncia lasciando intendere chissà quale melmoso sottostante ci fosse (in realtà il PM scrisse testuale che le azioni commesse dalla amministrazione Morelli viaggiavano a “distanza siderale” d qualsiasi fattispecie di reato) era scritto così, testuale.
    Ma ricordo quale fosse la strumentalizzazione da parte della maggioranza.
    [Io ho sempre saputo che quella denuncia veniva da un consigliere di destra, membro (o membra? così direbbe la Boldrina) di un’Amministrazione precedente quella gandulfiana, in relazione, se ricordo bene, con un incidente mortale del quale fu vittima un operaio del cantiere della scuola. Qualcuno, da una parte, chiedeva che i lavori riprendessero nonostante il procedimento giudiziario in corso, e accusavano Gandolfi di omissione di atto dovuto; altri sostenevano che atto dovuto era tenere la situazione congelata in attesa della sentenza. Non mi pronuncio su una questione che è competenza di causidici e, forse, di agrimensori. Con il senno del poi, conoscendo quanta cattiveria, perlopiù gratuita, alligni a Curno, direi che è stato bene attendere la sentenza. La quale, stabilendo che quella denuncia fu avventata, e non ho ragione di metterla in dubbio, dimostra ancora una volta: a) che, come cittadini, dobbiamo disprezzare i delatori che si aggrappano alla Legge per consumare vendette personali o comunque fare del male al prossimo; b) che è auspicabile un’accelerazione dei tempi della giustizia italiana, in linea con quelli del restante mondo civile (contrariamente a quello che pensa Michela Murgia, questo non è un pensiero di destra); c) che si dovrebbe pensare seriamente a un meccanismo punitivo, d’ufficio, nei confronti di coloro che fanno denunce avventate; non sarebbe male, inoltre, creare un albo dei denunciatori seriali, tanto per cominciare, e per scremare. N.d.Ar.]

    C’è un volantino del PD che dopo l’archiviazione invitava a un lavoro in comune con la maggioranza, perché l’obiettivo era la scuola, non il dividendo politico.
    [Non lo ricordo. Ma potrebbe essere interessante leggerlo. N.d.Ar.]

    E c’è anche altro, ma adesso sono molti anni dai fatti, gli elettori e i genitori compresero bene quanto accadde e sopratutto la scuola è aperta e operativa da ormai 2 anni.

  123. ALGIDO permalink

    La denuncia venne da due ex leghisti e consiglieri comunali
    L’ex presidente della Materna Mazzoleni e l’ex consigliere Pendezza.
    Ed è la questione ritenuta assurda in sostanza dal magistrato (peccato ci siano voluti 3 anni e mezzo).
    [Potrebbe essere interessante per il lettore di Nusquamia sapere quali, allora, fossero i termini della denuncia. O forse no: per loro — e per me — sarebbe più interessante discutere le ragioni della similsinistra di oggi, come si difenderebbe nel caso in cui si affacciasse all’orizzonte un movimento di riscossa, animato da “cittadini di qualità”, come ho scritto in un precedente contributo, che facessero le pulci all’amministrazione serrano-crurale non in termini di cacata carta, come avvenne in termini fallimentari al tempo della variante del Pgt, con minacce di denuncia al seguito, ma con le ragioni della politica. N.d.Ar.]

    Invece il blocco del cantiere si materializzò per l’incidente mortale (anche sfortunato purtroppo, l’operaio cadde da una altezza modesta, la scuola ha solo il piano terra e copertura piana) dell’autunno 2017, con l’amministrazione Gandolfi in sella da pochi mesi.
    L’estinzione del mutuo ha un padre politico (o per lo meno ne menava continuamente vanto anche in consiglio) l’Assessore al Bilancio in sella ai tempi 2007-2008 e forse ebbe un padre burocratico nella Di Piazza, questo non posso saperlo.
    [Si fidi, si fidi. Quando un eretico viene bruciato sul rogo sicuramente il mandante è più responsabile del boia, ma ci sono dei casi in cui l’esecutore è più responsabile del mandante: ciò avviene quando il mandante può essere intercambiabile ma il boia è l’unico che possa compiere l’operazione. Se ci riflette, il dramma di Oppenheimer sta nel secondo caso. Se fu sbagliato sganciare la bomba atomica, i fisici di Los Alamos che la crearono, e senza i quali non ci sarebbe stata la bomba atomica, sono più responsabili di Roosevelt e di Truman (che all’inizio, pare, nemmeno sapeva dei siti nucleari). Però, mi raccomando, ragioniamo come si deve, nel rispetto delle leggi del ragionamento, dunque non ‘à la’ curnense, non ‘à la’ gatto padano: l’analogia è il rapporto tra mandante ed esecutore, e non tra la bomba atomica e la nuova scuola elementare. N.d.Ar.]

    Ma se era logico alla Lista Morelli che sarebbe stato impossibile riattivare il mutuo (e a tutti quelli che conoscevano il patto di stabilità) come poteva essere sfuggito al Sindaco, all’Assessore al Bilancio, al responsabile Ragioneria e al Segretario comunale?
    [Ad alcuni sì, ad altri no: forse. O forse in una scala di priorità (peraltro opinabile, come tutte le scale di valori) si pensava che ci fosse qualcosa di più importante della nuova scuola elementare. N.d.Ar.]

    L’incidente mortale quindi è un altro filone di indagine, con nessun collegamento di alcun tipo con la precedente denuncia, mi aspetto ora, a mente fredda, che abbia l’onestà intellettuale di ammettere che ci fu una pesante strumentalizzazione della denuncia.
    [Pensavo che quello che fu scritto sullo Schiaccianoccioline, e che certo non piacque alla Morelli e alla Serra, ma non piacque nemmeno ai consiglieri più rozzi della maggioranza, sia un buon esempio di ragionevolezza: diciamo così. Non potevo dire di più allora, non mi va di aggiungere niente adesso, perché sarebbe fin troppo facile: ma che gusto c’è? Però non mi chieda di ammettere «per onestà intellettuale» che, per converso, gli attacchi a Gandolfi fossero razionalmente fondati. Vero è che Gandolfi era il sindaco, aveva le sue responsabilità, e se le prese. D’altra parte si sapeva quale persona onesta fosse, gli attacchi che gli venivano sferrati non erano punzecchiature di giovani idealisti, osservazioni a fil di logica di «immacolate, nobili, solitarie esistenze» (come scrive Conrad, vedi ‘Sotto gli occhi dell’Occidente’), no, quegli attacchi erano frecce avvelenate scagliate da vecchie ciabatte della politica che, gratta gratta, gli rimproveravano di aver sbarrato loro la strada verso una vittoria che, fino a poco prima del verdetto, era data per sicura. N.d.Ar.]

    Quel che è filtrato alle minoranze da parte di un ex appartenente alla maggioranza (perché per 5 anni ora questo, ora quello hanno spifferato info sulla giunta sulle riunioni, su un sacco di cose) è che l’assoluzione della Morelli, così piena e incontrovertibile, venne accolta bene solo in apparenza, si temeva una campagna anche mediatica forte da parte del PD e della Lista Morelli (evidentemente a parti invertite l’avrebbero fatto) che invece non ci fu.
    Ricordo che ero di passaggio da un gazebo del PD quando un alto esponente del PDL venne e si appartò un attimo con il Coordinatore del Circolo PD di allora per cercare di capire se sulla scuola avrebbero pestato duro, in un momento in cui l’amministrazione traballava. In Risposta gli venne dato il volantino in distribuzione proprio al gazebo che invitava (inascoltato) a un lavoro comune.
    Tanto per ricostruire i fatti.
    [Non metto in dubbio l’episodio. Penso però che sia sbagliata la premessa del ragionamento, che ipostatizza e assolutizza la nuova scuola elementare, a prescindere. Lei pensa che la nuova scuola elementare sia una cosa sacra, perfetta, un universo conchiuso di delizie, non passibile di giudizio, riguardo all’intendimento iniziale, al suo significato nel contesto, al progetto e alla sua realizzazione. Io invece, che appartengo alla schiera dei miscredenti libertari di scuola epicurea, ‘Nullius addictus iurare in verba magistri’, come scrive Orazio nell’epistola a un amico (cioè non mi garba giurare sulle parole di nessun maestro), penso che della scuola elementare si possa e si debba (o si dovesse) parlare liberamente, apprezzare quel che c’è da apprezzare e criticare quel che va criticato. Non ne faccio una questione di cacate carte, di “straventi” (orrore!), di valori ammissibili d’illuminazione diurna e con luce artificiale (che comunque si possono discutere, misurare ecc.), ma una questione di libero esercizio dell’intelligenza. Non mi va di parlarne in termini “curnensi”, preferisco discorrere da uomo libero, con libero accesso ai tesori di sapienza e intelligenza accumulati nei secoli. Basta sapere dove andarli a cercare, negli scaffali della memoria e, se la memoria non basta, negli scaffali ideali di Internet (c’è anche quella buona). Per quanto limitata sia la mia intelligenza, a chi mi dice che “La scuola elementare di Curno è cosa bella e santa: punto, basta, non m’interessa!”, rispondo che offende la mia intelligenza. A ben vedere, i discorsi, le mordacchie, le intolleranze, i predicozzi, i sorrisetti asseverativi della dott.ssa Serra furono un’offesa permanente all’intelligenza dei “cittadini di qualità”. Anzi, se a qualcosa serve parlare ancora della scuola elementare di Curno, è per imparare a non commettere più gli errori del passato, per cui una cosa che in linea di principio avrebbe anche aspetti positivi, se sacralizzata e ammantata di veste mistica diventa antipatica. Come le piante dell’isola di Tahiti imbarcate sul Bounty, quelle che dovevano raggiungere ben floride l’Inghilterra, a costo di far morire di sete i marinai, nel film ‘Gli ammutinati del Bounty’: ricorda? N.d.Ar.]

  124. Leone Zanchi permalink

    Non mi pare che il sole brilli su questo manufatto. Basterebbe prendere in esame la sequenza di determinazioni assunte via via dopo la presentazione alla popolazione e l’allagamento per lo stravento per capire che c’era moltissimo che non funzionava. Google maps è li a dimostrare…

    [Il messaggio, del quale qui si legge il solo incipit, proviene dal gatto padano. E i casi sono due: o il gatto padano si è appropriato dell’identità di L.Z., oppure, come ho già scritto, assistiamo a un caso — ormai neppure interessante, non più che tanto — di sdoppiamento della personalità: L.Z., che mi dicono essere un uomo pacifico, amabile, modesto, coltissimo, soccorrevole ecc., colui che tutti vorrebbero avere al capezzale, amico beneaugurante, al momento della dipartita, come Dr Jekyll; e gatto padano come Mr Hyde.
    Ma il gatto padano è stato scacciato per indegnità morale da questo nobile diario che lui — lui e non altri, a meno che non voglia costruirsi un’altra, ennesima, identità — non si perita di chiamare “latrina”. Non vedo ragione, stanti queste premesse e questo bando, perché egli possa interloquire in questa pagina. Senza contare poi quello “stravento”, che è tutto un programma: un’impostura vera e propria, dal lat. ‘imponere’. Imporre il gergo degli agrimensori padani a questo nobile diario è peggio che dire “io scendo il cane” (ammissibile, se non del tutto sdoganato, secondo alcuni consiglieri paraculi della Crusca), sarebbe come dar ragione alle mattane della Boldrina e della sua consulente, la linguista femminista Cecilia Robustelli, in fatto di declinazione al femminile di sostantivi epiceni [< ἐπί + κοινός (γένος) = di genere comune].
    N.d.Ar.]

  125. Riflessione sul quinquennio gandulfiano

    Poiché il discorso qui intavolato, come si dice (purché però non ci si allarghi, arrivando a dire “aprire un tavolo”, come piace sproloquiare ai sindacalisti) ha toccato alcuni aspetti del vivace dibattito politico al tempo dell’esperienza gandulfiana, prima che una tetra cappa di sobrietà incombesse sul paese che la dott.ssa Serra avrebbe reso bello da vivere (così diceva: e che invece è stato ulteriormente cementificato, così mi dicono), ebbene, parliamone.
    Mi è stato fatto osservare, a proposito della maggioranza che sosteneva Gandolfi, che «raramente si è visto un assortimento peggiore e un’armonia minore». Vero: come dimenticare la zarina che diceva «Mi piace, mi piace! Lui lo vuole, Deus volt!» (era il grido dei crociati)? Come dimenticare il Pedretti con tanto di mutria istituzionale pro domo sua ma eversivo nei confronti di Gandolfi, o la fasciofemminista che con le unghie e con i denti coltivava l’indotto elettorale sportivo? E che dire della consigliera esoterica che voleva indurre a Curno gli dèi falsi e bugiardi, proprio come la dott.ssa Serra avrebbe provato a far appecorare i curnensi davanti alla “santa” arafattiana Vera Baboun? O il Locatelli che fa cadere con un colpo di mano extra moenia la giunta di governo nella quale fino a cinque minuti prima era convinto assessore (salvo un tentennamento, quando votò contro il progetto Bodega, e la motivazione fu: non si sono sentiti gli attori del territorio)? Di Maini invece ricordo divertito l’autostima un po’ pasticciona di chi in cuor suo era ancora democristiano, come molti del Pd nel panorama nazionale, del resto: alcuni, peggio ancora, oltre che democristiani sono anche stati boyscout.
    Ho risposto a chi mi faceva osservare che la coalizione gandulfiana era una sorta di circo Barnum che il giudizio tutto sommato era corretto, ma che avrebbe dovuto distinguere, e prendere in considerazione quel che si chiama l’eterogenesi dei fini. L’errore stava proprio qui, nell’assegnare una valenza positiva all’armonia, alla concordia, al “volemose bene”. Il filosofo Eraclìto non era di questo parere: Polemos — diceva — cioè la guerra, è il padre (la madre) di tutte le cose, ecc. Il progresso nasce dalla guerra delle idee. Se poi non sono idee, se sono soltanto ideuzze e prese di posizione di modesti strateghi, nemmeno all’altezza degli “strateghi di farmacia” meridionali dei quali parlava il buon Giorgio Amendola, comunista “migliorista”, a maggior ragione: non può esserci che guerra.
    Questo, fra l’altro, è il grande errore di Zingaretti — persona per bene, per carità, ma intellettualmente limitata: lui parla dell’unità della sinistra in positivo, laddove sarebbe necessaria una riflessione libera, senza l’ipoteca dell’unità, che semmai viene dopo, sulla base di compromessi che ciascuno giudicherà quanto e fino a quel segno possibili.
    Concordo comunque con Zingaretti nell’auspicare il ridimensionamento dei grilleschi, approvo la non disponibilità a trattare con loro, come invece vorrebbero quelli del Fatto. Cacciari addirittura ritiene probabile la loro evanescenza: volesse il cielo. In ogni caso, il Pd non dovrebbe aver fretta di far pateracchi. Lasci alla Lega la responsabilità di governare, con chi vuole lei, e che si smazzino per bene fra loro, per esempio Giorgetti contro Borghi. Ma dentro il Pd dovrebbe affermarsi la rivoluzione razionale: contro l’aziendalismo di Renzi, contro il politicamente corretto della Boldrina, che non è del Pd, lo so, ma che il Pd subisce (a Curno, bisognerebbe ripudiare a chiare lettere l’impostazione serrana; oppure la dott.ssa Serra dovrebbe fare autocritica, cosa che ritengo assai improbabile), contro l’ingiustificata egemonia della componente cattolica (sì, i cattolici non-credenti! sono interessati alle strutture della Chiesa, come i gay di San Francisco sono interessati allo sfarzo e a quanto di spettacolare c’è, ai loro occhi, nella Chiesa cattolica).

    Dunque, che importa se nella coalizione di Gandolfi c’erano personaggi privi di strumenti di analisi e giudizio, ambiziosetti senza talento che tuttavia pensavano di doversi imporre? Conta la stagione di libertà e di buon governo garantita non dagli scalcagnati membri e membre della coalizione gandulfiana (“membre”: così facciamo contenta la Boldrina), ma da Gandolfi in persona; conta il clima di guerra permanente tra la politica e la politichetta che fu un fatto positivo, con buona pace di coloro che idolatrano l’unicità del pensiero, e il pensiero unico, un clima che, qualora avesse vinto la politica, avrebbe promosso una crescita culturale e politica del paese che si pretende bello da vivere, ma dal quale si scappa volentieri. Si volle castrare un’esperienza sotto certi aspetti unica, ma la cosiddetta sinistra sarà la prima a pagarne le conseguenze. A meno che a Curno non si manifesti quel colpo di coda che sul piano nazionale stenta a vedersi.
    A un amico che via ficofono mi chiedeva notizie di Curno ho appena scritto che quelli della similsinistra dovrebbero ritirarsi in massa, motivando il proprio fallimento, così dunque dando la possibilità a qualcuno bravo di farsi avanti. Ma ce n’è? Io credo di sì, anche a Curno: ma se uno è bravo, perché dovrebbe imbarcarsi su certe carrette del mare? Il Pd ha come grande timoniere Bepi el memorioso, ed è tutto un programma. Speravano di cavarsela mettendo in pista, come prova della loro modernità, uno come MarcoBattaglia, o il Saccogna-Gamba, sono tornati a Bepi. Fra l’altro, come se non fosse stato lui a consegnare il partito agli aziendalisti, ai cattoprogressisti, alle vestali del politicamente corretto!

    • ALGIDO permalink

      L’armonia non sarà il bene assoluto, ma in qualsiasi organizzazione il caos e i conflitti (se cronici) portano all’inazione.
      Come è successo.
      Non posso escludere che a volte rompere una armonia e confliggere su qualche punto specifico sia positivo, (come è successo nelle amministrazioni di csx a curno) ma quando questa litigiosità è costante e pervasiva direi che non è un bene, né a Curno né in qualsiasi altra organizzazione, politica e no.

      • Ci sarà a Curno un progressismo dal volto umano?
        Potrebbe esserci, ma bisognerebbe lanciare segni inequivocabili di presa di distanza dall’impostazione serrana

        Attenzione, io non mi sono pronunciato a favore del caos e non ho affermato che un clima di litigiosità permanente sia un bene. Sono, anzi, favorevole all’ordine delle cose e all’ordine delle idee: mi piace pensare con Aristotele e san Tommaso che «ordo rerum idem est ac ordo idearum», anche se poi non ne sono tanto sicuro.
        Ho detto un’altra cosa: che non bisogna «assegnare una valenza positiva all’armonia, alla concordia, al “volemose bene”». Cioè, se c’è da combattere, si combatte. E se è giusto combattere, non ci si dovrà “scandolezzare” per lo stato di belligeranza in sé e per sé, e sputare sentenze di generica condanna del conflitto, facendo il gioco un po’ sporchino delle “anime belle” (per usare un’espressione coniata da Goethe): semmai si dovrà considerare quale sia la parte migliore ed eventualmente si porterà il proprio contributo perché la guerra abbia un esito favorevole alla parte migliore.
        Nel concreto, e rimanendo nelle coordinate del discorso avviato:
        a) non c’è dubbio che Gandolfi sia stato designato candidato sindaco da Forza Italia e dalla Lega nord (allora si chiamava così, prima del tradimento di Salvini) che non riuscivano a trovare un accordo nella cerchia dei loro uomini fidati: giocarono allora la carta del papa straniero; b) Gandolfi, contro ogni speranza di vittoria da parte di Forza Italia e della Lega Nord che l’avevano candidato, e contro ogni speranza di Gandolfi stesso, vinse le elezioni grazie – anche – a una comunicazione intelligente e fondamentalmente di “sinistra razionale”, tale da rassicurare i cittadini moderati e in particolare i “cittadini di qualità” sulla possibilità di punire la superbia e il delirio di potenza della cosiddetta sinistra, senza tuttavia infilarsi nel culo di sacco di una destra becera;
        c) è evidente – e non credo che sia necessario portarne riscontro – che i consiglieri eletti nella lista di Gandolfi abbiano giocato al “fatta la festa, gabbato lu santo”, cioè abbiano voluto imporre a Gandolfi le miserie della politichetta;
        d) la sinistra che Pepito el memorioso aveva colpevolmente consegnato ad aziendalisti, cattoprogressisti e cattofemministe, divenuta di fatto una similsinistra, avvertì fin da subito la presenza di Gandolfi nel gioco politico come un corpo estraneo, da aggredire con gli anticorpi della politichetta;
        e) parallelamente Gandolfi venne percepito sempre più, in prosieguo di tempo, come un corpo estraneo, anche da parte degli attori del