Vai al contenuto

Maturità 2019: Tacito, lo spirito critico, il tecnoaziendalismo ministeriale

8 luglio 2019

Questo articolo è stato pensato diversamente da come lo leggete. Poi ho cambiato idea, rispetto all’impostazione iniziale, troppo polemica, e il ripensamento è avvenuto nel corso di certe mie passeggiate. Non pretendo, naturalmente, che i pensieri che mi si affacciano alla mente siano «le mie puttane», come succedeva a Diderot, quando passeggiava per i giardini di Port Royal: accenneremo nel seguito, di sfuggita, a Port Royal, ma a tutt’altro proposito.
L’articolo era stato concepito da principio sull’onda delle impressioni suscitate dalla lettura della traccia dello scritto di latino e greco (così lo chiamano) proposta ai maturandi del liceo classico nell’anno 2019. Ecco la traccia:

Per leggere con agio in formato Pdf la traccia della prova scritta di latino assegnata ai maturandi del liceo classico nell’anno 2019, fare clic sull’immagine qui sopra.

Come si vede, c’è un testo latino da tradurre – in questo caso, un brano delle Storie di Tacito – preceduto da un pre-testo (così lo chiamano) e seguito da un post-testo, c’è poi un brano in greco accompagnato da traduzione italiana che tratta del medesimo argomento (in questo caso, un brano della Vita di Galba scritta da Plutarco), infine in una terza sezione della traccia si propongono tre quesiti, rispettivamente di comprensione/interpretazione, analisi linguistica e/o stilistica, approfondimento e riflessioni personali.
Apparentemente, una gran bella novità, perché – come ha scritto sul Corriere della Sera una professoressa milanese – si offre agli studenti «la possibilità di entrare davvero in un dialogo empatico [oh, yeah!, N.d.R.] con i due testi [il testo latino e quello greco] e di esprimere il vostro parere sulle questioni importanti da essi toccate». Peccato però che il testo greco sia in realtà un testo tradotto in italiano, anche se accompagnato dall’originale, scritto in caratteri greci: già, ma “in apparatum”, direbbe Seneca. Il testo latino è più breve di quelli finora proposti ai maturandi del liceo classico e, soprattutto, le difficoltà d’interpretazione sono largamente appianate – non tutte, s’intende – dalla traduzione italiana del brano greco, che metterà lo studente sulla retta via, in caso di “sfondoni”. Insomma, quella che a prima vista sembrerebbe una novità culturalmente rilevante, alla resa dei conti è soltanto una gherminella.
Quando lessi la traccia, pur attenendomi all’oraziano nil admirari, dunque senza troppo scompormi, come spero sia nel mio carattere, pensavo di scrivere qualcosa che smontasse la gherminella, intingendo la penna nell’italum acetum. Però mi venne in mente, sempre nel corso di una di quelle passeggiate, che, assecondando la prima impressione, il tono del commento sarebbe stato improntato alla prevalenza della “corda pazza”. Sì, più o meno quella di Ciampa nel Berretto a sonagli di Pirandello.[1] Così non va, pensai tra me: mi troverei a combattere con un nemico che, tra l’altro, non conosco nemmeno tanto bene, sarebbe come ingaggiare battaglia con le ombre (umbratilis pugna, σκιαμαχεῖν). Meglio ingranare la “corda civile”, tanto più che la mia corda civile non è castratrice come sembra che fosse quella di Ciampa. Già, perché ognuno ha la sua corda civile sintonizzata, per così dire, a suo modo. La mia corda civile è illuministica e prevede la dissimulazione onesta: non sono tenuto a dire tutto quello che penso, ma dirò qualcosa che altri, volendo, potrebbero completare. E non c’è chi non veda quale sia la differenza tra un dissimulatore onesto e un ipocrita: del resto, se qualcuno non capisce, di lui poco mi curo.

Parlando dunque dello scritto di latino assegnato per la prova di maturità nell’anno 2019 ingranerò la corda civile, considerando dapprima il testo di Tacito, in sé e per sé: mi propongo di dimostrare come la sua traduzione possa essere per lo studente, in assenza di “aiutini” plutarcheschi opportunamente tradotti in italiano, un esercizio forse difficile ma ricco d’indicazioni per l’esaminatore; un esercizio che perde metà del suo valore in presenza dei medesimi: intellegenti pauca.

1. Analisi del testo

Ecco dunque il testo proposto ai candidati:

Octavo decimo kalendas Februarias sacrificanti pro aede Apollinis Galbae haruspex Umbricius tristia exta et instantes insidias ac domesticum hostem praedicit, audiente Othone (nam proximus adstiterat) idque ut laetum e contrario et suis cogitationibus prosperum interpretante. Nec multo post libertus Onomastus nuntiat exspectari eum ab architecto et redemptoribus, quae significatio coeuntium iam militum et paratae coniurationis convenerat. Otho, causam digressus requirentibus, cum emi sibi praedia vetustate suspecta eoque prius exploranda finxisset, innixus liberto per Tiberianam domum in Velabrum, inde ad miliarium aureum sub aedem Saturni pergit. Ibi tres et viginti speculatores consalutatum imperatorem ac paucitate salutantium trepidum et sellae festinanter impositum strictis mucronibus rapiunt; totidem ferme milites in itinere adgregantur, alii conscientia, plerique miraculo, pars clamore et gladiis, pars silentio, animum ex eventu sumpturi.

Esamineremo il testo alla maniera un po’ antica, si dirà, dei liceali d’antan, quelli del liceo gentiliano “in purezza”, prima delle numerose mini-riforme, degli aggiustamenti, dei decreti di sintonizzazione con il “nuovo che avanza”, prima della “scuola-lavoro” ecc. Con questo non intendo lanciare un guanto di sfida al “didatticamente corretto”, che non so nemmeno quale sia, non pretendo che il modo corretto di affrontare il testo di Tacito sia quello qui di seguito presentato, che mi guarderò dal proporre come ideale. Semplicemente, piacque ragionare così, ed è un modo come un altro per arrivare alla meta, come quando Google Maps ci propone itinerari diversi, e noi scegliamo quello che, secondo l’opportunità del momento, appare il migliore (“appare”, appunto). Per esempio, se partendo da Lecco vogliamo raggiungere l’Abbazia cistercense di Santa Maria di Piona, possiamo scegliere di percorrere la strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga (40 km e 40 minuti di tragitto noioso, passando per le gallerie), oppure possiamo godere del paesaggio sulla strada provinciale 72 (38 km e 56 minuti di tragitto soave), costeggiando il lago e attraversando i paesi.

Percorsi alternativi per raggiungere l’Abbazia di Santa Maria di Piona, sul lago di Como.

Sempre per il gusto di ragionare e, ancora una volta, senza pretendere di proporre un metodo d’insegnamento e di esercitazione (per cui si veda il capitoletto seguente, § 2), faremo riferimento talora, per delucidazioni, all’edizione (1682-86) delle opere di Tacito cosiddette “in usum delphini”, curata dall’abate Julianus Pichon, corredata di note latine e comprendente una parafrasi del testo tacitiano sempre in lingua latina.[2] Per comodità del lettore proponiamo qui sotto l’estratto di una ristampa londinese dell’opera di Tacito in usum delphini, nella parte che ci riguarda:[3]

Per sfogliare il documento Pdf estratto dalle Historiae di Tacito (I, 27, 18),
fare clic sull’immagine.

Cominciamo dunque a esaminare il primo periodo del brano di Tacito: nell’immagine seguente (fare clic per leggerla ingrandita su una nuova finestra del computer: eventualmente, se troppo grande, agire sulla rotella del topo = mouse) troviamo il primo periodo tal quale, la sua traduzione e il medesimo “smontato”, per così dire, in modo da mettere in evidenza i rapporti (di dipendenza, di coordinazione) tra i suoi membri.

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

Il primo periodo presenta, ovviamente, una proposizione principale, quindi una proposizione incidentale, un participio congiunto e due ablativi assoluti: siamo nel canone dello stile tacitiano. Osserviamo:

• octavo decimo kalendas Februarias >>  cioè diciotto giorni prima delle calende di febbraio, contando il giorno di partenza e quello di arrivo, dunque il 15 gennaio. Vediamo un altro esempio: il 30 di gennaio sarà a.d. III Kal. Feb. (o, sopprimendo a.d. = ‘ante diem’, tertio kalendas Februarias), perché dista tre giorni dalle calende, contando il “paletto” posto all’inizio e quello posto alla fine: 30; 31; 1. Viceversa, se diciotto sono i paletti tra il giorno x e le calende, facendo il conto all’indietro, sarà: x = 15. Nel sito “Roma virtuale” troviamo in questa pagina (fare clic per accedervi), in basso, uno schema sintetico del calendario imperiale romano, cioè del calendario giuliano dopo la riforma di Augusto.

• praedicit >> meglio “annuncia” che “predice”: l’augure ha davanti a sé le viscere (exta) dell’animale sacrificato, che utilizza come strumento di divinazione; se le viscere sono tristia, il responso è sfavorevole.

• nella traduzione possiamo sciogliere gli ablativi assoluti e il participio congiunto come proposizioni subordinate o coordinate.

• sacrificanti >> è un participio congiunto con Galbae (perciò abbiamo connotato queste parole in rosso).

• pro aede Apollinis >> il tempio di Apollo – leggiamo in una nota dell’edizione di Tacito in usum Delphini (che nel seguito indicheremo come ‘Tacitus IUD’) – «fuit in decima regione Romae antiquae, et in monte Palatino».

• ut laetumprosperum >> sono complementi predicativi dell’oggetto (id); ut è avverbio, e non congiunzione.

L’analisi strutturale e la traduzione del secondo e del terzo periodo sono presentati nell’immagine seguente:

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

Osserviamo nel secondo periodo:

• redemptoribus >> redemptor spesso è l’impresario, colui che appalta lavori o la fornitura di servizi pubblici; ma, come chiarisce il terzo periodo, Otone simula di avere in corso una transazione immobiliare (lo si capisce dal fatto che i redemptores si presentano – anzi: si presenterebbero – con l’architectus), circostanza che richiederebbe la sua presenza; dunque redemptores sono qui da intendere come agenti immobiliari. In questo caso non prenderemo alla lettera la nota di ‘Tacitus IUD’: «Redemptores sunt qui suis caementis suoque labore aedificant, constituto pretio: auctor Ulpianus».

• quae… convenerat >> qui c’è un pronome relativo, ma la proposizione che lo contiene non è una proposizione relativa; infatti il pronome relativo svolge qui la funzione di pronome dimostrativo connesso: quae = et haec.

• significatio >> possiamo intendere come signum = segnale

• convenerat >> “era stato convenuto”; vedi l’interpretazione di ‘Tacitus IUD’: quae significatio… convenerat >> quod signum constitutum erat.

Nel terzo periodo:

• digressus >> è un sostantivo, < dīgressus, -ūs, e non un participio < digredior (in tal caso sarebbe un participio congiunto). Interpretare digressus come un participio congiunto, quand’anche grammaticalmente possibile, sarebbe far torto all’eleganza di Tacito. In ‘Tacitus IUD’ leggiamo «’causam digressus’ requirentibus», con le virgolette (‘causam digressus’) per connotare il discorso indiretto, cioè per dire che c’era chi chiedeva a Otone la ragione del suo allontanarsi dal tempio di Apollo.

• praedia >> praedium è per lo più un podere, con i suoi caseggiati rustici; ma praedium è anche una proprietà (vedi Cicerone), e può essere urbanum o rusticum, perciò in ‘Tacitus IUD’ leggiamo: «Sicque domus et praedium pro eodem est».

• per Tiberianam domum >> anche il palazzo di Tiberio si trova sul Palatino, alle sue pendici.

• Velabrum >> vedi ‘Tacitus IUD’: «Fuit vallis et tractus regionis Octavae et Undecimae, ad radices Palatini et Aventini montis».

• miliarium aureum >> sempre in ‘Tacitus IUD’ leggiamo : «Miliarium aureum columna fuit aurea in capite fori Rom. prope aedem Saturni, in qua incisae omnes Italiae viae finiebant; et a qua ad singulas ports mensurae regionum currebant». In realtà un «cilindro di marmo rivestito di bronzo dorato» (C. Hülsen, Il Foro Romano. Storia e Monumenti, Loescher, Roma 1905, p. 69).

• sub aedem Saturni >> Il tempio di Saturno si trova all’estremità nord-ovest del Foro Romano, sotto il Campidoglio. Sub aedem significa “in prossimità del tempio” e non “sotto il tempio”.

Il tempio di Saturno in epoca augustea, all’estremità nord-ovest del Foro romano. Il Miliarium aureum si trovava verisimilmente tra il Tempio di Saturno e i Rostri (in basso a destra). Era questo un punto di ritrovo abituale per i cittadini: qui i congiurati aspettano Otone. Da: Digitales Forum Romanum.

• exploranda >> scilicet ‘exploranda esse’.

Consideriamo infine il quarto periodo, del quale qui sotto riportiamo analisi strutturale e traduzione:

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

• Ibi >> in latino, “lì”; ma in italiano suona meglio dire “qui”.

• speculatores >> questo vocabolo presenta qualche difficoltà. Nel vecchio dizionario Georges-Calonghi (in seguito, semplicemente, Calonghi), si dà la traduzione di “esploratore, spia”, che va benissimo quando si traduce Cesare. Così anche il Lewis and Short: «spy, scout». Però, “spia” decisamente non sembra appropriato al contesto. “Esploratore” può andar meglio, se lo intendiamo come colui che è mandato in avanscoperta. La verità è però che questi speculatores erano la guardia del corpo di Otone, nel senso che lui aveva fatto del corpo degli esploratori una guardia tutta sua, personale. Un po’ come il gruppo armato di 187 militi del Corpo Forestale dello Stato, appostati vicino al palazzo della Rai, al tempo del tentato golpe di Valerio Junio Borghese (8 dicembre 1970). Di tale corpo scelto di esploratori fa menzione ‘Tacitus IUD’: «Ea pars militum maxime prona in Othonem». Il Forcellini è ancora più esplicito: «Aliquando adsumpti sunt ad custodiam corporis principis, ut satellites: guardacorpo, guardie, σωματοφύλακες; nam speculatores strenuissimi militum esse solebant». E cita lo stesso Tacito (Historiae, II, 11): «Ipsum Othonem comitabantur speculatorum lecta corpora, cum ceteris praetoriis cohortibus». Tradurremo dunque “guardie del corpo”.

sellae impositum  >> non tradurremo “posto in sella”, che in italiano s’intenderebbe come posto a cavallo, ma “posto su una sedia (o sella) gestatoria”, come quando si porta qualcuno in trionfo, o comunque perché sia acclamato dal popolo.

• conscientia >> non è la nostra “coscienza” (buona, cattiva), ma la consapevolezza, o complicità.

• clamore et gladiis >> per il modo con cui i due complementi modali sono accostati (clamore et gladiis; silentio), potremmo tradurre quel gladiis, accostato a clamore (le acclamazioni dei soldati, o le urla), come “il clangore delle armi”; volendo rimanere più aderenti al testo, diremo “agitando le spade”, che non è propriamente un atteggiamento silenzioso.

2. Sul metodo

Non so se l’analisi del brano di Tacito proposta nel § 2 possa da qualcuno essere considerata provocatoria, per via di quegli schemi a blocchi che fanno riferimento, fondamentalmente, alla sintassi latina del liceo gentiliano “in purezza”. Spero di no, e non era questo l’intendimento.
Non ignoro che il liceo riformato nel dopoguerra, sia quello classico sia quello scientifico, mutilato dei tre anni di studio del latino nelle scuole medie, mutilato degli esercizi di traduzione dall’italiano in latino, mutilato perfino nel numero delle ore d’insegnamento (nel liceo scientifico), postula un metodo di insegnamento del latino che tenga conto delle nuove “condizioni al contorno” (come dicono i matematici), dunque un metodo speditivo, simile a quello con cui oggi s’insegnano le lingue moderne.

Però un conto è il metodo d’insegnamento, altro il metodo di analisi. In linea di principio, non è detto che due metodi – il discorso è del tutto generale – siano necessariamente in contraddizione, niente ci impedisce di usare questo o quel metodo secondo necessità. La rigidezza metodologica somiglia troppo allo iurare in verba magistri, sa troppo di aziendalismo, per non suscitare qualche sospetto. In una pagina precedente di questo giornale recensivo un articolo apparso sul sito Pi-Professione insegnante, dal titolo Il didattichese e il disastro della “metodofilia”, tra mode e conformismo, che manifestava perplessità per il gran parlare di nuove metodologie, didattica per ‘competenze’, ‘flipped classroom’, ‘cooperative learning’ ecc. Osservavo che nelle scienze esatte, come pure nelle scienze sperimentali e, in generale, nella ricerca in sede di filosofia naturale, convivono diversi metodi, applicati in diversi ambiti della stessa disciplina, o anche nello stesso ambito, secondo convenienza. Non vedo perché non si possa ragionare analogamente con riferimento all’insegnamento delle lingue classiche.[4]

In ogni caso, come ho scritto nella premessa, non affermo che uno studente debba fare una analisi del testo come nel capitoletto precedente; penso però che i giovani debbano essere educati allo spirito critico, che comincia con l’analisi dei concetti, dei giudizi e delle regole del ragionamento. E che tale capacità di manifesta (anche) nell’esercizio di traduzione (dal latino, dal greco), non facilitato da “aiutini” di sorta, come invece avviene nella prova scritta di maturità della quale ci occupiamo. Sugli “aiutini”, che con il pretesto dell’interdisciplinarietà sovvertono l’impianto classico di valutazione della traduzione, vedi § 3.1.

Ebbene, il metodo del grammaticalismo razionalista, o funzionalista, di stampo cartesiano, inaugurato dalla Grammaire générale et raisonnée di Port Royal (vedi) considera appunto le modalità con cui la mente connette le parole,[5] ed è di qui – anche di qui – che nasce l’educazione allo spirito critico. Quel metodo, passando per il liceo prussiano, e la Legge Casati del Regno di Sardegna che sarebbe stata recepita, di lì a poco, dal neonato Regno d’Italia, è approdato al liceo gentiliano. Coerentemente con quanto ho appena sostenuto, non dico che sia questo l’unico metodo, affermo però che l’educazione allo spirito critico dev’essere difesa dagli attacchi della tecnoburocrazia ministeriale, che pretende di tradurre l’insegnamento e la formazione dei giovani in un fascio di procedure, con mentalità aziendal-operativista. Perciò bisognerebbe far quadrato intorno al liceo classico e scientifico (quello vero, dove si studia latino), il liceo della riforma gentiliana: non per conservare le cattedre ai professori di latino (e di greco), ma perché la società ha bisogno di quel liceo. Ha ragione dunque, nel difenderlo dagli attacchi di logoramento e progressivo annientamento (sopire e troncare, troncare e sopire…) il giovin filosofo Diego Fusaro: costui, quando rinuncia all’idea di essere l’Antonio Gramsci dei populisti, dice anche cose giuste. Scriveva Fusaro circa due anni fa sul Fatto quotidiano:


Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

Precisamente di questa educazione allo spirito critico, attraverso uno studio del latino non banale, non operativistico, scriveva Luca Cavalli Sforza, 25 anni fa, prima che la sciura Valeria Fedeli, «ministra» (così le piaceva essere chiamata, con declinazione al femminile del sostantivo epiceno “ministro”) della Pubblica istruzione pensasse che la lotta contro le (cosiddette) fake news passasse per i pistolotti politicamente corretti:

Una sociologia trita, spesso ridotta alla scienza dell’ ovvio, alla conferma di quello che già tutti sanno, o una psicologia che può risultare di estrema ingenuità per ragazzi smaliziati, sono controproducenti.
[…] Ho capito che se ho imparato veramente a ragionare e risolvere problemi difficili nel corso del ginnasio e liceo è stato grazie all’ esperienza di traduzione dal latino. La traduzione in genere è ancora un’arte molto difficile. […] Posso dire che, fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’importante: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gl’inglesi chiamano l’inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere.

(Luca Cavalli Sforza, genetista, studioso dell’evoluzione umana e del rapporto tra genetica e linguistica, scrisse questo articolo su Repubblica, paventando nuove disastrose riforme e, in particolare, punitive nei confronti del liceo classico e scientifico. Si veda l’articolo facendo clic sul nesso: Studiando, studiando).

Ovviamente, possiamo sottoporre allo stesso tipo di analisi anche un testo greco (qui, l’incipit della seconda Filippica di Demostene):

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

3. La prova scritta di latino e greco 2019

3.1 Gli “aiutini” – La prova scritta della quale all’inizio di questo articolo abbiamo presentato la traccia si presenta sotto questo titolo: «Tema di: Lingua e cultura latina e Lingua e cultura greca». Ma promettendo più di quanto effettivamente non mantenga, tale formulazione ha l’aria d’essere una gherminella. Infatti il brano da tradurre è quello di Tacito, in lingua latina; non c’è testo greco da tradurre. La traccia presenta, nella seconda parte, un testo greco di Plutarco, è vero; ma di questo testo è gentilmente offerta la traduzione italiana. Di fatto, il testo di Plutarco – tradotto – potrà essere utilizzato per rispondere ai quesiti 1 e 2 della terza parte della prova scritta. Ma soprattutto, e per dirla tutta, la traduzione italiana di Plutarco serve per fugare i dubbi che nascessero nell’interpretazione del testo latino, ovviando ai temutissimi “sfondoni”. Di buono però, in questa prova scritta, c’è che il testo latino presenta un cappello (chiamato, ahinoi, pre-testo) e una conclusione (chiamata post-testo) che servono di orientamento qualora il brano da tradurre, avulso dal contesto, sia di difficile inquadramento.

Vediamoli, dunque, questi aiutini:

• Abbiamo visto nell’analisi del testo latino che l’aruspice tristia exta… praedicit. Leggendo la traduzione italiana di Plutarco leggiamo che l’aruspice «nel prendere in mano le viscere della vittima… disse di vedere segni di un grande scompiglio…». Insomma, lo studente candidato alla maturità capisce che quelle viscere sono tristia non perché di aspetto triste ma perché presagiscono qualcosa di poco favorevole per Galba; e così è posto sulla buona strada, come si dice.

• Leggiamo in Tacito che Otone proximus adstiterat, mentre in Plutarco si legge che Otone «era presente alle spalle di Galba»; tanto basta per assegnare a proximus, correttamente, un significato spaziale, e non temporale: càpita che in una traduzione si parta per la tangente, ma il riscontro con la traduzione del brano di Plutarco evita lo scivolone.

• La traduzione dell’espressione del secondo periodo quae significatio coeuntium iam militum et paratae coniurationis convenerat è notevolmente facilitata da quanto scrive Plutarco, che in italiano suona così: «Era questo il segnale del momento in cui Otone doveva andare incontro ai soldati», dove «era questo il segnale» traduce papale papale quae significatio… convenerat.

• Quando nella traduzione di Plutarco leggiamo che Otone «aveva comprato una vecchia casa e voleva mostrare le parti sospette ai venditori», siamo messi sulla buona strada due volte, perché eviteremo di tradurre praedium come “podere” e perché capiamo che quei redemptores non sono propriamente impresari edili ma mediatori di una compravendita immobiliare.

• Leggendo nella traduzione plutarchesca «i primi… a salutarlo imperatore», riceviamo un ulteriore “aiutino” per capire che, non solo consalutatum va congiunto con imperatorem, ma che bisogna tradurre “salutare imperatore” e non “rivolgere il saluto…”.

• Nel testo di Tacito leggiamo sellae… impositum, cioè Otone fu posto su una sedia gestatoria, e non su una sedia generica, men che meno sulla sella di un cavallo; Plutarco scrive di una lettiga, che più o meno è la stessa cosa (nella lettiga si sta sdraiati, nella sedia gestatoria si sta seduti: cioè nella traduzione si legge “lettiga”, ma φορεῖον può anche essere, genericamente, una portantina).

Quella di Plutarco non è dunque una traduzione del testo latino di Tacito ma, avendo i due autori attinto alla medesima fonte, narra gli stessi fatti, sia pure con una diversa coloritura, come del resto suggerisce la formulazione del primo quesito della terza parte della prova scritta. In generale, a parte gli “aiutini”, la traduzione di Plutarco restituisce il senso di tutta la narrazione di Tacito e tutela ampiamente l’esaminando dallo scivolare in interpretazioni assurde.

3.2 – La valutazione della prova scritta – Come abbiamo visto, il candidato sarà esaminato sia in base alla traduzione del testo latino, sia in base alle risposte ai tre quesiti contenuti nella terza parte della traccia che abbiamo posto all’inizio dell’articolo. Cioè la valutazione delle risposte ai tre quesiti fa media – ancorché ponderata – con la valutazione della traduzione. A questo fine, con decreto ministeriale del 26 novembre 2018, è stata predisposta una griglia di valutazione contenuta in una cartella compressa (formato zip) scaricabile facendo clic su questo nesso ipertestuale: Griglia di valutazione. Tale cartella contiene diversi documenti in formato pdf, la cui cernita risparmiamo al benevolo lettore: il documento pertinente alla prova scritta della maturità classica 2019 può essere consultato facendo clic sull’immagine qui sotto.

Sempre per tagliar corto, veniamo al dunque: la griglia si trova a p. 4 del documento, le cui quattro pagine costituiscono un esempio probante e preoccupante del gusto tecnoburocratico che pervade il Ministero della Pubblica istruzione (“parametriamo” tutto!) e dell’aziendalismo ivi imperante: quello per cui le operazioni dell’intelletto sono riducibili, anzi devono essere ridotte, a procedure parametrate. Ma poiché abbiamo stabilito di attestarci, nei limiti del possibile, su una linea di dissimulazione, poniamo freno alla lingua e riportiamo senza commenti la tabella che riassume i criteri di valutazione:

Di buono c’è che la valutazione della traduzione, nonostante la superfetazione burocratica, conta ancora qualcosa: precisamente, guardando la tabella, si capisce che essa “pesa” per l’80%.
Credo che i decreti ministeriali abbiano comportato nei docenti di latino e greco qualche disagio, forse anche apprensione. Ma ecco un “laboratorio” posto in rete da Mondadori Education, che potrebbe servire di orientamento:

Sarà interessante sentire, a consuntivo, questo giudizio formulato dal professor Federico Condello il quale, preso atto della voluttà ministeriale di volere il corpo docente e gli studenti ingranati con il “nuovo che avanza”, non senza ironia (si chiama dissimulazione, appunto) si dice compiaciuto per il fatto che sia stato posto un limite a tale voluttà: «Non conveniva invitare gli studenti ad attualizzare un passo che racconta delle ambizioni politiche di mediocri che, nell’indifferenza dei più, mandano un paese alla rovina».

E il greco? ci sarà ancora la versione di greco? O di fatto la versione di greco sarà abolita, essendo la lingua greca callidamente (si fa per dire) assorbita nella prova scritta di «Lingua e cultura latina e Lingua e cultura greca» con testo latino da tradurre e testo greco posto lì in apparato? Dico “in apparato” perché il testo greco è seguito dalla traduzione italiana, con tanto di “aiutini”. Non conosciamo gli orientamenti ministeriali e sarebbe sbagliato accusare senza prove. Non nascondiamo tuttavia il timore che, come scrisse Tullio Gregory, sono parole sue, «la nuova scuola italiana – tutta misticamente informatizzata – sia all’insegna della liquidazione del greco e del latino, stante l’aziendalismo trionfante». In quest’opera di liquidazione, il greco sarebbe la prima vittima. Si veda l’articolo di Tullio Gregory pubblicato sul Sole 24 ore di domenica 24 aprile 2016: Insegnerete greco senza conoscerlo.

§§§

.……………………………………………………………………………………………………………………………
N O T E
[1] «Deve sapere che abbiamo tutti tre corde in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. […] Sferrare, signora, qua per davvero tutta la corda pazza, cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità» (Pirandello, Il berretto a sonagli, II, 5).

[2] La serie di libri in usum delphini comprendeva sessantaquattro volumi, commissionati dal duca di Montausier per l’allievo, delfino di Luigi XIV (il quale non fece in tempo a divenire re: morì quarantenne prima del padre; perciò Luigi XV, nipote di Luigi XIV, sarà chiamato “il piccolo delfino”).

[3] Il volume intero si trova all’indirizzo d’Internet C. Cornelii Taciti opera omnia in usum Delphini – volumen quartum; per la ricerca di altre edizioni in usum delphini si veda nel sito AWOL, Ancient world on line, Scriptores latini in usum Delphini.

[4] Ecco due esempi di convivenza di metodi diversi in ambiti diversi, o anche nello stesso ambito:

  1.  Primo esempio: metodi diversi che conducono allo stesso risultato, nello stesso ambito. Se devo determinare il volume della sfera, posso usare il metodo del Cavalieri, come fece il Galilei, che non conosceva il calcolo integrale; oppure visto che noi moderni, pur essendo dei somari, conosciamo il calcolo integrale, possiamo calcolare il volume della sfera come somma d’infiniti dischetti di spessore infinitesimo.
  2.  Secondo esempio: metodi diversi in ambiti diversi. Se devo calcolare i modi di vibrazione di un ponte ai fini di una verifica di sicurezza, utilizzerò le leggi della meccanica classica; sarei un folle a voler usare la meccanica relativistica. Invece per ricavare i dati di geolocalizzazione, devo fare necessariamente riferimento alla relatività ristretta(gli orologi dei satelliti ritardano di 7 μs/giorno, essendo animati da notevole velocità rispetto al ricevitore) e alla relatività generale(i campi gravitazionali inducono un anticipo negli orologi di bordo, che supera il ritardo sopra menzionato e modificano la geometria della propagazione dei segnali radio). Utilizzando le leggi della meccanica classica la determinazione della posizione del ricevitore sarebbe dell’ordine di 1 km, mentre con la correzione relativistica effettuata sulle misure degli orologi di bordo la precisione è dell’ordine dei 10 m.

[5] L’argomento è approfondito in una pagina precedente di Nusquamia: L’ideologia della grammatica.

 

Annunci

From → Cultura

50 commenti
  1. Isocrate permalink

    Come mai, caro Aristide, è passato tanto tempo tra la pubblicazione dell’ultima pagina e la presente?

    [È vero, tra la pagina precedente di Nusquamia e questa corre l’intervallo di sei mesi. Ma non per questo si è rinunciato a far valere le ragioni della buona politica, fondamentalmente all’insegna della demistificazione dell’impostura. I filosofi dell’isola di Nusquamia non sono stati con le mani in mano: basta vedere i 322 interventi di vario argomento, in calce all’articolo di fondo della pagina precedente; 322, contando anche quelli dei lettori, ai quali si è sempre data risposta.
    La ragione della così lunga permanenza della pagina precedente è semplice da spiegarsi: si è fatto così per onorare la memoria del Pedretti e del suo consulente giuridico, il gatto padano. Una pagina che riportasse la seconda parte della Pedretteide, e che fosse stata immediatamente voltata, non avrebbe reso giustizia all’impegno dei due.
    Se lei è, come immagino, un lettore abituale di Nusquamia, ricorderà che il Pedretti ebbe l’impudenza di denunciarci due volte e che in entrambi i casi fece ritorno con le pive nel sacco. Al tempo della prima denuncia il Pedretti era uomo potentissimo (politico territoriale leghista nella bergamasca, membro del Consiglio della Regione lombarda, cosiddetta “Regione Lombardia”) ed era assistito da un principe del foro bergamasco. Al tempo della seconda denuncia faceva ancora parte della Lega, che allora si chiamava ancora Lega Nord, ma qualcosa cominciava a scricchiolare, perciò dovette accontentarsi dei buoni uffici del gatto padano. Il quale lo aiutò come poté, cioè male. Per esempio quando il Pedretti si presentò per testimoniare — e ciò avvenne su esplicita richiesta del giudice; altrimenti, in assenza della testimonianza personale che avvalorasse il dossier che aveva consegnato ai carabinieri, il processo sarebbe stato chiuso: l’assenza sarebbe stata interpretata come remissione di querela –, interrogato dal pubblico ministero riguardo a quanto si leggeva nel dossier, si mostrava spaesato. Tanto che, più di una volta, disse che se così era scritto, così doveva essere.
    Fin dall’inizio, nell’intento di aiutare il suo assistito, il gatto padano aveva cominciato con il dare notizia del fatto che sarei andato sotto processo. Scrisse di avere appreso di tale processo in un bar e si domandò (sono i soliti punti interrogativi della vecchia zabetta malefica) quale reato avessi mai commesso, e mi invitava a parlarne. Naturalmente, sapeva benissimo quale fosse il reato in questione, ma sperava che reagissi e gli dessi qualche elemento utile alla sua regia.
    Il Pedretti, come dicevamo, non si presentò a testimoniare, opinando che il confronto-finestra non gli sarebbe stato favorevole. Non abbiamo le prove che questa diserzione gli fosse stata consigliata dal gatto padano, ma è certo che i due si sentirono al riguardo, se non altro dopo che il giudice chiese al Pedretti di presentarsi.
    A questo punto il gatto padano pubblicò la convocazione, che era stata indirizzata al Pedretti: cancellò il nome del destinatario e, ancora una volta, si domandò quale delitto avessi mai commesso e m’invitava ad esprimermi. Cosa che non feci, per la ragione che ho detto sopra.
    Infine il Pedretti si presentò, di fatto ci fu il confronto-finestra e nel corso della terza udienza fu lo stesso Pubblico ministero a chiedere la mia assoluzione. Il capo d’imputazione principale, l’aver io detto che le commissioni edilizie sono camera di compensazione degli interessi degli attori del territorio, si sciolse come neve al sole: non c’è niente di male ad avere degl’interessi, ed è giusto che tali interessi siano esaminati, confrontati, contrapposti.
    Infine, quando pubblicai la seconda parte della Pedretteide, il gatto padano scrisse che il processo non ebbe l’esito che era nei voti del Pedretti, e certamente nei suoi, cioè del gatto, perché il Pedretti aveva «sfanculato» (così scrisse) il giudice, non presentandosi la prima volta. Insomma diede la colpa al Pedretti, lui se ne lavava le mani, come se non fosse il consulente giuridico. In precedenza mi aveva invitato a non dirmi tanto sicuro del fatto mio, perché forse questa seconda volta il Pedretti s’era fatto più furbo. Certo, con la consulenza del gatto…
    In un’altra occasione il gatto padano si mostrò preoccupato per il danno che io subivo da queste denunce e con fare che a me sembrava filisteo — mi sbaglio ? — domandava: mi dica, caro Aristide, quante migliaia di euro le sono venute a costare queste denunce?
    Che dire di più? ‘Intellegenti pauca’.

    Una morale che potremmo trarre da tutta la vicenda potrebbe essere che non conviene dare ascolto al gatto padano. Che cosa ci ha guadagnato il Pedretti? Non molto, mi pare. Così come credo che non avrà molto da guadagnare il gruppone di destra che vorrà sottrarre il paese diversamente bello da vivere all’egemonia serrana, o serrano-crurale, se, invece di far politica, opterà ancora una volta per la copropapirologia, fondata sui dossier del gatto padano. N.d.Ar.]

  2. Claudine de la Mole permalink

    Grazie Claudio. Ho letto con molto interesse. Credo di concordare con te, anche se il tuo pensiero appare, volutamente, molto sfumato. Comunque la tua analisi è bellissima.

    • Sono io che ringrazio te, Claudine: tanto più, quanto più so esser degna di stima la persona che così si è espressa.
      Mi sono permesso di modificare (in senso stendhaliano, per giovanile e ormai antica predilezione) il tuo nome, perché non ricevesse danno — non si sa mai — dall’apparire in questo sito, così poco istituzionale, che non fa mistero della propria vocazione anti-copropapirologica e del suo dispetto per le idées reçues del πολιτικῶς rectum. La dissimulazione non è mai troppa.

  3. Padroni a casa nostra, dice. Certo, padrone di appecorarsi a Putin

    …………………………………………………………..

    Fare clic sull’immagine per leggere la trascrizione della conversazione all’albergo Metropol di Mosca (18 ottobre 2018) tra Gianluca Savoini e quattro ‘brasseurs d’affaires’ aproposito di una transazione petrolifera che avrebbe dovuto convogliare 65 milioni di dollari nelle casse della Lega salviniana, già Lega nord.
    …………………………………………………………..

    I fatti sono riassunti da un lancio dell’agenzia di stampa Ansa:

    Un audio sul sito Usa BuzzFeed riporta in primo piano i rapporti della Lega con la Russia di Vladimir Putin e il sospetto di finanziamenti segreti da Mosca al partito di Matteo Salvini. Nella registrazione, il 18 ottobre del 2018 all’Hotel Metropol della capitale russa, Gianluca Savoini, leghista da decenni, presidente dell’associazione Lombardia-Russia, parla con alcuni russi di strategie sovraniste anti-Ue e di affari legati al petrolio. Secondo BuzzFeed, che non dice come ha avuto l’audio, si cerca un accordo per far arrivare fino a 65 milioni di dollari alla Lega, ma non si sa se l’intesa sia mai andata in porto e se il partito abbia ricevuto i soldi.

    Per leggere tutto l’articolo, fare clic sull’immagine qui sotto:

    Ma di che cosa ci meravigliamo? Nusquamia non aveva forse segnalato lo spettro della zar russo che, in maniera assai intelligente, a parte i modi spicci (ma questo è un altro discorso) fa il suo grande gioco in Europa, potendo contare sulla mancanza d’intelligenza politica e sull’assenza di qualsiasi remora etica e culturale nei nostri populisti? Adesso i grillini faranno la boccuccia a culo di gallina, si diranno ‘scandolezzati’. Ma perché? forse che tante cose non si sapevano, forse che non era facilissimo prevederne lo sviluppo?
    La differenza tra una persona intelligente e un cretino non è, spesso, che l’intelligente capisce e il cretino non capisce. No, come abbiamo sottolineato più di una volta, la differenza è che l’intelligente capisce subito, il cretino capisce tardi, il più delle volte quando è troppo tardi.
    Per ben tre volte Nusquamia si è occupata di Savoini e dell’associazione di mistica filoputiniana Lombardia-Russia; in particolare segnalavamo l’articolo di Cristina Giudici apparso sul Foglio, al quale converrà tornare a dare un’occhiata:

    Precisamente, ci siamo occupati di Savoini, mistico dell’amicizia Lombardia-Russia (dove per Russia non si deve intendere la Santa Russia, o quella di Dostoevskij, Tolstoj, Puskin, Nabokov, Bulgakov ecc., ma quella dello zar Putin):
    • l’11 dicembre 2014, nell’articolo Salvini bussa a denari (rubli)? La sua associazione vorrebbe che Mosca divenisse la Terza Roma.
    • il 4 marzo 2015, nell’articolo L’assassinio di Boris Nemtsov.
    • il 14 ottobre 2015 nell’articolo Putin cammella la Chiesa ortodossa russa.

    A questo punto i filosofi dell’isola di Nusquamia rinunciano volentieri a farsi vanto di essere intelligenti (non sta bene, sarebbe come voler fare i fichi, come piace ai villani rifatti). Però val la pena domandare a coloro che giurano sul verbo di Salvini: loro come si considerano? cretini o intelligentissimi, in quanto “machiavellici”? Conosciamo la risposta, pretenderanno di essere machiavellici, diranno che quella di Salvini è una “strategia”, che non si può dir tutta, ma è comunque una strategia. Ma ne sono sicuri? E com’è che le loro risposte sono sempre mistiche, mai razionali?

  4. Osservatore permalink

    C’è da preoccuparsi?

    Vedi:


    Facendo clic sull’immagine è possibile leggere, in formato pdf, il rapporto Invalsi 2019.

  5. Ariel permalink

    PERCHÉ SIAMO TORNATI ANALFABETI
    Dopo il rapporto shock dell’Invalsi sull’apprendimento dei ragazzi italiani, “Repubblica” ospita le riflessioni sulle cause. La prima: una falsa idea di cultura democratica.
    Vedi:

    L’articolo può essere letto per intero, ripreso da Repubblica, sul sito della Federazione dei lavoratori della conoscenza, FLC CGIL, facendo clic qui: Perché siamo tornati analfabeti.

    [L’articolo è scritto da una persona seria, Silvia Ronchey, bizantinista, studiosa del Bessarione e di Ipazia, figlia di un uomo serio, Alberto Ronchey, che fu giornalista serio (non di marchetta, non anglorobicosassone), quindi il miglior ministro dei Beni culturali che l’Italia abbia avuto (con tutto il rispetto per Franceschini, che è una persona seria anche lui, ma a tratti cedevole nei confronti dell’aziendalismo, il mostro che erode la nostra civiltà). Val la pena riprendere qualche passo dell’articolo:
    «… L’istruzione di Stato [risulta] progressivamente svuotata di contenuti, ridotta a mera illusione, proposta al popolo quale sorta di oppio non più offerto da una religione ma imposto da un’ideologia, e in alcuni casi da una strategia, politica o partitica.
    […] La lotta al nozionismo, che aveva animato il Sessantotto e i suoi seguaci, nei licei di tendenza di quegli anni si prolungava nella condanna della complessità della parola. Era reazionario anche leggere i grandi romanzi dell’Ottocento, considerati “borghesi”. Non parliamo dei classici. Ancora oggi, discutendo della prospettata riforma del liceo classico, un colto cattedratico universitario ha affermato necessaria la lotta alla “logocrazia”, ossia alla prevalenza della parola nell’insegnamento, a favore, invece, dell’uso delle immagini.
    È stato così che l’idea illuminista di un accesso al sapere aperto a tutti si è trasformata in un’ideologia di fatto oscurantista, alimentata da una gara demagogica tra i partiti della sinistra e dell’ala cattolica, che ha finito per produrre un nuovo genere di analfabetismo — condizione che, com’è noto, aiuta ad opprimere e dominare le masse, non certo a promuoverne l’autodeterminazione o la coscienza politica — la cui caratteristica saliente è convincere illusoriamente chi ne è soggetto di essere invece in possesso della cultura.
    […] Non è di oggi l’impossibilità di un reclutamento trasparente nei quadri delle docenze scolastiche e universitarie, che dovrebbero assicurare il primo filtro di selezione dell’élite».

    Commento – Insomma, di là dai dati prodotti dall’Invalsi, e nonostante i demeriti dell’Invalsi (per cui si veda l’articolo seguente) ecco lucidamente fotografati i mali della scuola italiana:
    a) Culto del titolo di studio come cacata carta che, a norma di chissà quale altra cacata carta, sarebbe un «diritto» di chiunque, purché abbia, sempre a norma di cacata carta, frequentato una scuola, un corso di formazione ecc. Ovviamente, a prescindere dal fatto che il possessore della cacata carta sappia, abbia le competenze, le capacità ecc.
    b) Teconoaziendalismo, che è la forma più subdola dell’aziendalismo. La “tecnica”, cioè “il nuovo che avanza”, quello che tanto piace ai buzzurri, serve a dare una veste di nobiltà alla sordida pretesa aziendalistica di dettare una linea culturale. Analogamente, i burocrati, un tempo gran cacatori di sottigliezze innervate nel cazzeggio giuridico, si trasformano in tecnoburocrati.
    c) Culto del politicamente corretto e ipercinetismo cattoprogressista: una miscela micidiale alla quale la sinistra, ormai evanescente, non ha saputo sottrarsi; e questa è una delle cause principali dell’evanescenza della sinistra, l’aver appunto subito le mattane della “società civile” e del cattoprogressismo.
    d) il meccanismo di reclutamento dei docenti e il mantenimento irrituale di docenti impreparati, giustificato da improbabili meccanismi di correzione e aggiustamento mediante corsi di formazione, essi stessi il più delle volte improbabili.
    N.d.Ar.]

  6. Borghi: «Savoini non è un ufficiale della Lega». E giù con i sorrisetti asseverativi: lui crepa dal ridere, noi no
    Peccato: poteva dire che è un «mariuolo», come disse Craxi di Mario Chiesa

    ……………………………………………………………………….

    ……………………………………………………………………….

    Claudio «Aquilini» Borghi minimizza e si produce in una serie d’indisponenti sorrisetti asseverativi (che sia un modo d’essere “empatico”? sì, buonanotte: merda!), ma proviamo a leggere questo articolo:

    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Leggiamo dunque nell’articolo: «A parte che l’associazione si chiama Lombardia-Russia, ma Savoini da sei anni è vicepresidente del Corecom, l’agenzia per le comunicazione della Regione Lombardia. Messo lì da Roberto Maroni e confermato poi da Attilio Fontana, entrambi leghisti. Con annesso ufficio nei palazzi della Regione. Altro punto: in tutti i viaggi ufficiali di Salvini in Russia c’era anche lui, Savoini». E aggiungiamo che proprio ieri sentivamo alla televisione un’intervista fatta a Maroni, il quale si diceva sicuro al 100% dell’estraneità di Savoini a questa storia di rubli contro sovranismo.
    Sempre nell’articolo leggiamo «Savoini è militante della Lega dal 1991, oltre venti anni prima che lo stesso Borghi si avvicinasse alla nuova Lega – già in ascesa – guidata da Salvini. Altro “piccolo” particolare, l’associazione guidata da Savoini ha sede in via Colombi 18: non è altro che l’ingresso secondario di via Bellerio, il quartiere generale della Lega». Dunque la furbata di dire che Savoini è salito sul carro del vincitore, come afferma appunto Claudio «Aquilini» Borghi, con molti sorrisetti asseverativi, piuccheserrani, non sta né in cielo né in terra.


    Pare che quelli della Liga Veneta abbiano incaricato parenti e amici, sia quelli che per lavoro o diporto si recano in Russia, sia soprattutto quelli che a Venezia vengono a contatto con i cittadini russi, di fare raccolta di monetine da 1, 5 e 10 copechi (1 copeco = 1/100 di rublo), da lanciare contro Borghi. Inutile dire che non siamo d’accordo, come non fummo d’accordo con coloro che lanciavano le monetine a Craxi, all’uscita dall’Hotel Raphael, nel lontano 1993. Troppo populista per i nostri gusti: siamo contrari al sopravvento della piazza e, a dirla tutta, la “ggente” — quando appunto è “ggente” e non un popolo con un’anima, un’ideologia e una direzione filosofica — ci fa un po’ schifo.

    Andrea Marcucci, capogruppo del Pd in Senato osserva giustamente che Salvini e Borghi ricordano Craxi quando scaricò Mario Chiesa, quello delle tangenti imposte all’impresa delle pulizie che concorreva per aggiudicarsi i lavori al Pio Albergo Trivulzio di Milano.
    Consiglieremmo a Savoini di prendere contatto con il Pedretti, che fu parimenti scaricato dalla Lega, ma che si prese la soddisfazione — almeno quella — di chiamare Maroni “traditore”. Potrebbe ricevere qualche dritta utile, alla luce anche del fatto che Curno, più che un paese bello da vivere (questo fu lo slogan infelice lanciato dalla dott.ssa Serra nel corso della campagna per le amministrative del 2012) è un laboratorio politico. Invertendo l’ordine di magna e parva, diremo in questo caso che, si magna licet componere parvis, beh, qualche analogia ci sarebbe (attenzione gatto padano, consulente legale del Pedretti, evocatore e scrivano di cacate carte: l’analogia, in generale, riguarda alcuni “predicati” dei due oggetti posti in rapporto analogico, e non tutti predicati, come avviene nell’identità).


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

  7. Una scuola, quella italiana, senz’anima. Ma la medicina non è il tecnoaziendalismo, che – anzi – è una delle cause del degrado

    Commentando quanto scriveva su Repubblica Silvia Ronchey nel suo eccellente articolo Perché siamo tornati analfabeti (vedi sopra), considerato che questo non è un sito istituzionale e che qui si possono scrivere cose che alcuni dei migliori docenti pensano, ma non scrivono per timore di rappresaglie, elencavo le cause principali del degrado della scuola italiana (che fu ottima finché mantenne l’assetto gentiliano):
    a) il culto astratto per il titolo di studio, divenuto poco meno che un «diritto», uno dei tanti nuovi diritti, fasulli, non a caso assenti nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, che per noi laici è una pietra miliare nel progresso della civiltà universale;
    b) il tecnoaziendalismo, una pericolosa varietà perennemente mutante dell’aziendalismo, che pretende d’imporre i propri disvalori – in pratica un ritorno della legge della giungla attualizzata quanto basta – e, in Occidente, di sostituire i valori cristiani;
    c) l’egemonia nel mondo della scuola delle istanze politicamente corrette e cattoprogressiste, occasionalmente in contrasto fra loro, ma di fatto coalizzate nello smantellamento della tradizione di serietà (accusata di essere “borghese” e, quel che è peggio, “élitaria”: così dicono) che caratterizzò la scuola della legge Casati nell’Italia post-unitaria, prima, e della Riforma Gentile, poi, nell’Italia del XX secolo;
    d) il meccanismo talora abborracciato di reclutamento dei docenti (come dimenticare le abilitazioni ope legis, o mediante “corsi abilitanti” di 36 ore, che promuovevano tutti, o i professori in cattedra dopo congrua minaccia di sciopero?) e le gherminelle dei corsi di formazione.
    Così stanno le cose, indipendentemente dal fatto che sia politicamente scorretto dirle. Ne siamo consapevoli e proprio per questo ne parliamo, considerato che a Nusquamia, isola felice di filosofi libertini (in senso illuministico) non abbiamo niente da perdere: quantomeno, così si spera.
    L’articolo di Silvia Ronchey prende le mosse dalla relazione Invalsi (sta per ’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione’: non è un acronimo, ma deve sembrare tale). Scrivevamo anche che, nonostante l’analisi dell’Invalsi fosse il punto di partenza del ragionamento attendibile e condivisibile della Ronchey (sono dati anche quelli: basta sapere come sono stati ricavati), non per questo l’operato dell’Invalsi è esente da critiche. Il suo “prodotto”, per rimanere nelle coordinate aziendalistiche, non è oro di coppella.
    L’Invalsi è un organo ministeriale o – meglio, così i copropapirologi non hanno niente da dire – un istituto con personalità giuridica di diritto pubblico «vigilato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca». “Ciumbia!”, o anche “Ciula!”, come si dice a Milano, e nel Canton Ticino.
    Aggiungiamo, senza troppo divagare, che le valutazioni dell’Invalsi sono criticate su due fronti: da una parte, da coloro (studenti e una parte di docenti) che non sopportano di essere valutati e pensano che la scuola italiana debba rimanere quello che è, anzi dovrebbe ricevere nuove iniezioni di “politicamente corretto” ecc. Esistono una pagina cinguettante (Twitter) e una prosopobiblica (Facebook) che riflettono questo punto di vista, che non è il nostro:


    Per accedere alla pagina Facebook fare clic sull’immagine.

    Ma esiste anche un fronte di docenti seri i quali, al contrario, accettano che la scuola sia valutata, anzi postulano che ci sia una valutazione, e seria (come anni fa in Inghilterra, quando alcuni docenti tremavano, perché potevano essere licenziati e si poteva arrivare addirittura alla chiusura delle scuole che non passassero per il crivello della valutazione). Ritengono tuttavia le valutazioni dell’Invalsi o poco significative, o addirittura dannose, perché comporterebbero tutto sommato dei ritocchini e rimandano fatalisticamente alle calende greche la riforma delle riforme, cioè il ritorno al rigore e alla serietà. Prendiamo atto del fatto che l’Italia del ventunesimo secolo non è quella del 1923 (l’anno della Riforma Gentile, che a sua volta già negli anni ’40 doveva essere contro-riformata con l’introduzione della Riforma Bottai, che si poneva l’obiettivo di un liceo meno “borghese”, rispetto a quello gentiliano: poi però venne la guerra, e le cose rimasero com’erano), ma non è accettabile che la scuola italiana sia divenuto luogo di scorribande bulliste, di fughe in avanti politicamente corrette, di asinaggini e “negrigure”, come avrebbe detto il padre di Natalia Ginzburg (torneremo sul concetto di “negrigure” in un articolo successivo). Perciò i docenti seri ritengono, tra l’altro, più significative le valutazioni Pisa dell’Ocse, dove “Pisa” sta per Programme for International Student Assessment e Ocse sta per Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ma sentiamo, appunto, il parere di una persona seria, il prof. Giorgio Israel, matematico e studioso del sistema educativo italiano, di recente scomparso (insomma, mica un sindacalista, mica un agrimensore, mica un cazzeggiatore giuridico):


    Afferma tra l’altro il prof. Israel: «Dicevo che non ho nulla a priori contro le prove Invalsi e contro l’Invalsi, e questa non è una giaculatoria. Mentre sarebbe una giaculatoria umiliante quella di proclamare di essere a favore della valutazione, per evitare la scomunica abituale che viene lanciata contro i critici: «Se critichi le prove Invalsi sei contro la valutazione». Chi lancia questa scomunica dovrebbe vergognarsi».

    Queste dunque sono le parole non di una maestrina animata di sacro fuoco femminista o cattoprogressista, non della sciura Valeria Fedeli di Treviglio, malauguratamente «ministra» della Pubblica istruzione nel governo Gentiloni, colei che passerà alla Storia perché con la Boldrina voleva sottoporre i poveri studenti alla tortura di pistolotti politicamente corretti contro le c.d. “fake news”: no, queste sono le parole del prof. Israel, docente dell’Università di Roma La Sapienza, dove insegnava Matematiche Complementari presso la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, membro della Académie Internationale d’Histoire des Sciences.
    Il pensiero di Giorgio Israel è tipicamente quello di un razionalista, dunque progressista. Ma l’idiozia della cosiddetta sinistra, arroccata nelle boldrinate e sempre timorosa di recare dispiacere ai cattoprogressisti, non si fidava di Israel che fu costretto a trovare ricetto in un quotidiano che talora fa grazia a fermenti irazionalisti e populisti, intendo il Giornale, un tempo demonizzato quand’era direttore Montanelli, e tuttora demonizzato, adesso che Montanelli è stato cooptato nell’empireo neo-progressista (peraltro il Giornale non è tutto da buttare: ricordo certi articoli di Gregor von Rezzori, scritti in un italiano meraviglioso). In seguito Israel scrisse anche sul Foglio, giornale politicamente scorretto e intelligentissimo, dunque stupendo. Riguardo allo spettro tecnoburocratico che pervade la scuola politicamente corretta scriveva sul Giornale del 21 novembre 2011:

    Per una scuola che sta perdendo l’anima – declinando sempre più verso lo stato di carrozzone tormentato dal dirigismo burocratico in cui le ultime preoccupazioni sono la cultura, i contenuti, la dignità dell’insegnante e la formazione di soggetti consapevoli e motivati – non si trova di meglio che parlare di “test”, nella cornice di un linguaggio economicista, a base di “capitale umano”, “forza lavoro”, “fabbisogni” e “aree in ritardo”? Invece di capire che quello di cui ha bisogno l’istruzione è soprattutto di motivazioni profonde e di restituzione del “senso” della propria missione? Davvero malinconico.

    Estraggo invece da un articolo pubblicato sul Foglio (La scuola svuotateste) le seguenti considerazioni:

    Una ventata di mentalità totalitaria vestita di politicamente corretto sta distruggendo il sistema dell’istruzione che ha governato l’occidente per un paio di secoli: non più creazione di conoscenze e cultura come strumenti di libertà dell’individuo, ma meccanismo standardizzato per plasmare gli individui entro ideologie preconfezionate.
    […] La scuola non educa ma “istruisce”, formando con la cultura capacità critiche autonome. Da questo punto di vista, la “trasmissione” della conoscenza è fondamentale e fa dell’insegnante una figura centrale nella società.

    • Come diceva Flaiano, la situazione è grave ma non è seria

      I test dell’Invalsi certificano una scarsa dimestichezza degl’italiani con la lingua italiana: il che è verissimo, ma il fatto che uno dica una cosa vera non significa che costui dica sempre il vero. I cazzeggiatori giuridici, quelli che hanno studiato, le vecchie volpi (per non dire figli di puttana), fanno ricorso abituale a questo paralogismo, e lo fanno consapevolmente. Altri, parimenti cazzeggiatori, ma ignorantucci, vi fanno ricorso perché naturalmente (cioè, per natura) portati al cazzeggio, ma in buona fede. Si tratta di un errore che in logica va sotto il nome di fallacia di affermazione del conseguente. Vale cioè in logica il cosiddetto modus ponens:
      p –> q
      p
      ………………………
      q

      Il ragionamento va letto in questo modo: 1) se p è vero, allora è vero q; 2) ma p è vero; 3) segue dalle due proposizioni precedenti che q è vero. La fallacia di affermazione del conseguente (p è il precedente, q il conseguente) consiste nell’affermare che se è vero q, allora è vero p. Non è vero, con buona pace dei cazzeggiatori.
      Dunque, tornando all’Invalsi, il fatto che l’Invalsi dica una cosa vera (l’ignoranza dell’italiano da parte degl’italiani) non dimostra l’opportunità di dar carta bianca all’Invalsi e al suo tecnoaziendalismo che, insieme con le baggianate politicamente corrette e le prepotenze cattoprogressiste vorrebbe farla da padrone nella scuola italiana. Il meccanicismo e l’assolutizzazione del modello di scuola, d’insegnante e di allievo sono precisamente l’oggetto della requisitoria del prof. Giorgio Israel, che abbiamo sentito (che i più volenterosi lettori di Nusquamia avranno sentito) scorrendo l’articolo precedente.
      È sbagliato, a nostro parere, buttarla sul ridere, e questa è un po’ la cifra della trasmissione populista Le iene, che sui risultati del test Invalsi ha cucito un suo servizio:


      Per vedere il servizio televisivo delle Iene, fare clic sull’immagine.

      Cioè, è sbagliato buttarla qualunquisticamente sul ridere, per poi fare punto e a capo, come se niente fosse, e soprattutto per non far niente. Se la situazione in Italia non è seria, ridiamo pure — anzi, ridere fa buon sangue — ma non dimentichiamo che bisogna tornare alla serietà. Questo significa fra l’altro, come non ci stanchiamo di ripetere, che la scuola italiana deve tornare ad essere seria, che gli aziendalisti devono levare le mani dal liceo classico, che il liceo scientifico, se ancora vuole continuare a chiamarsi liceo, deve insegnare il latino, e deve insegnarlo bene; oppure, buttandola in politica, questo significa auspicare in Italia la risorgenza di una sinistra degna di questo nome, all’altezza della complessità del sistema, senza boldrinate e senza aziendalismi. Dopo di che, ridiamo pure degli strafalcioni di Di Maio, ma non dimentichiamo che lui e la gente come lui non è degna di tenere le redini del paese: e non solo perché sbaglia i congiuntivi.

  8. Peccato che Alessandra Moretti abbia commesso un errore

    ………………………………………………………………………….

    Per leggere in originale la lettera d’amore di Maurizio Milani, fare clic sull’immagine.
    ………………………………………………………………………….

    Avevamo cominciato ad apprezzare Maurizio Milani quando giovanissimo partecipava a una trasmissione che s’intitolava Cielito Lindo:

    Sono passati più di vent’anni, adesso Maurizio Milani tiene una gustosa rubrica sul Foglio, che s’intitola “Innamorato fisso”. Scriveva circa un mese fa (4 giugno 20019) questa Lettera d’amore ad Alessandra Moretti:

    Gentile Alessandra Moretti. Tutte le volte che vi vedo in tv penso: com’è bella! Non volevo dirvelo così in quanto non vorrei che pensi che guardo di una donna solo la bellezza. Infatti guardo anche altro. Lei è molto preparata e istruita. Purtroppo io no. Ho abbandonato la scuola in 1° media. Pur avendo solo 42 anni l’assistente sociale di cui mi ero innamorato ha detto “fai almeno fino alla scuola dell’obbligo”. Niente! Oggi mi trovo in attesa di occupazione. Lei è bellissima. Oggi provo a far domanda presso una ditta a 400 km da dove abito. Non penso mi prendono. Appena mi vedono capiscono che bevo. Allora cosa facciamo, chiudiamo tutti i bar? Sono iscritto a un altro partito del suo però voto lei. Potremmo vederci oggi presso la locanda Due Treni a Milano? Un saluto un bacio.

    Capisco Maurizio Milani, perché anche noi ammiriamo l’intelligenza di Alessandra Moretti, già consigliere Pd nella Regione veneta, oggi eurodeputato, odiatissima da Rosy Bindi (vi ricordate? era una delle parlamentari “zapatere”, degna collega dell’altra zapatera, Giovannina Melandri, che per giunta credeva d’essere bella). Rosy Bindi odiava Alessandra Moretti per la bellezza e il tratto signorile. Una ragione di più perché a noi la Moretti piacesse. L’abbiamo apprezzata, per esempio, nel suo disprezzo per i populisti (vedi Casalino, pietra di paragone per saggiare il cattivo gusto politico-mediatico) e abbiamo ritenuto doverosa citarla in un elogio di Maria Elena Boschi, non meno bella e di gentilezza squisita: vedi Parole sante (perché dette da una santa).
    Dunque, capisco Maurizio Milani. Tuttavia non riesco a perdonare ad Alessandra Moretti una caduta di stile: pare infatti che abbia avuto una relazione con il giornalista populista Massimo Giletti. Perciò preferiamo Maria Elena Boschi, che certe cose non le fa: è una santa.

  9. A Mozzo un concorso d’idee pilotate, di scuola boldrinesco-serrana
    Cittadini, ribellatevi, e scrivete “Laura Antonelli”!


    Per leggere il bando di concorso del Comune mozzardo fare clic sull’immagine.

    Al Comune di Mozzo si muovono su una linea di condotta prettamente serrana, come se niente fosse, come se non fosse palese a tutti che la rovina della sinistra italiana sono state la Boldrina in sinergia con le dott.sse Serra d’Italia, l’aziendalismo e il cattoprogressismo. Hanno deciso che l’Auditorium di Mozzo dev’essere intitolato a una donna, e il discorso finisce qui: “Basta! Punto! Non m’interessa!”. Anche loro, ovviamente, sono condivisivi, sul modello serrano, e dicono al popolo: “Come volete la medicina? Al gusto di menta, di lampone, o di rabarbaro? Tanto la medicina dovete prenderla di qui non si scappa”. Insomma, una boldrinata servita su un piatto di condivisione serrana.
    In pratica, chiedono al popolo di “condividere” la loro scelta d’intitolazione dell’Auditorium a una donna, e questo è fuori discussione, però è data facoltà di scegliere tra cinque «figure femminili». Fra queste la migliore a nostro avviso sarebbe Maria Gaetana Agnesi, anche perché, contrariamente a quel che pensano i promotori del bando, è quanto di meno boldrinesco si possa immaginare: senza grilli per la testa, religiosissima, una che mai e poi mai si sarebbe fatto passare per l’anticamera del cervello un moto di ribellione nei confronti del padre. Lei si applicava allo studio delle matematiche e delle lingue (intrattenne corrispondenza latina con i maggiori matematici del suo tempo e, oltre il latino, conosceva altri sei idiomi) per compiacere al padre, tant’è che con la morte del padre cessò di occuparsi di filosofia naturale (= fisica) e matematica, per dedicarsi esclusivamente alle opere pie: suo è il Pio Albergo Trivulzio di Milano, del quale era amministratore Mario Chiesa, che fu il detonatore di “Mani pulite”, improvvidamente chiamato “mariuolo” da Bettino Craxi.
    Però, nonostante il rispetto che portiamo per Maria Gaetana Agnesi, non possiamo accettare a cuor leggero le boldrinate e i clisteri di condivisione di un Comune similprogressista. Pertanto, se fossimo cittadini di Mozzo, non esiteremmo un secondo a scrivere, nel modulo da recapitare all’Ufficio Protocollo, il nome di Laura Antonelli.

    Come se non bastasse, il bando è scritto in un italiano da far drizzare i capelli: orripilante, nel solco della peggiore tradizione burocratica, cazzeggiatrice e politichese, con una spruzzatina di aziendalismo che va tanto di moda. Chissà se anche a Mozzo gl’impiegati del Comune sono stati violentati con i fogli Excel, come a Curno. Per leggere il bando in originale, si faccia clic sull’immagine soprastante. Riportiamo qui sotto il testo con alcune nostre osservazioni, in corsivo, che non vanno intese come correzioni. Perché anche corretto, nel rispetto delle regole della composizione formale italiana (l’italiano, non ci stanchiamo di ripetere, è una lingua quasi perfetta, quotidianamente stuprata da aziendalisti, sindacalisti, agrimensori male acculturati ecc.: urgono provvedimenti repressivi), quel testo è comunque tutto da rifare.

    Testo del bando di condivisione
    A Mozzo non abbiamo vie o luoghi pubblici intitolati a figure femminili se non via S. Lucia, via S. Cecilia e via S.Anna.
    Ci piacerebbe quindi che il nuovo auditorium fosse dedicato ad una donna.
    Vi presentiamo queste 5 [perché scrivere il numero in cifra araba? è aziendalistico! N.d.Ar.] figure e vi chiediamo di esprimere la vostra preferenza tra queste 5 [ripetizione inutile: Nd.Ar.], compilando il modulo (in allegato), e consegnandolo o in Biblioteca o in Comune presso l’Ufficio Protocollo entro SABATO 14 SETTEMBRE.
    Vorremmo che questo luogo [quale? l’Auditorium, vabbè, ma il fatto che si capisca non autorizza il redattore del bando ad essere sciatto; l’Auditorium non è il soggetto della proposizione precedente, né l’ultimo oggetto menzionato: N.d.Ar.] diventasse generativo [ohibò! forse si voleva dire “promuovesse la nascita”: N.d.Ar.] di una nuova cultura, di una attenzione al mondo e alle cose [che differenza c’è fra il mondo e le cose? N.d.Ar] del quotidiano, e fosse dedicato ad una figura femminile non di per se [manca l’accento acuto: N.d.Ar.] già “Famosa”, ma che si fosse distinta per aver speso il proprio tempo verso [in buon italiano: “su”, “riguardo a”: N.d.Ar.] quegli aspetti della vita di una comunità e di [“per” e non “di”, trattandosi di una proposizione causale coordinata con la precedente, dipendente dalla proposizione avente come predicato “si fosse distinta”: N.d.Ar.] aver inciso nella quotidianità di [forse si voleva dire “per aver segnato nobilmente, giorno per giorno”: N.d.Ar.] quel periodo storico in cui sono vissute [il soggetto logico è “la figura femminile”, ripreso dalla frase relativa attributiva “che si fosse distinta…”: dunque, “è vissuta”; N.d.Ar.], con la tenacia, la sensibilità, la cura e la dedizione che queste donne hanno saputo [il soggetto logico è sempre quello: quindi, “questa donna ha saputo”: ma “questa donna” è una ripetizione inutile e stonata: N.d.Ar.] vivere.

    Rosa Louise Parks – Attivista diritti civili
    María Zambrano – Filosofa
    Anna Maria Mozzoni – Insegnante e attivista diritti delle donne
    Maria Gaetana Agnesi – Matematica e Filantropa
    Angela Casile “Cocca” – Partigiana

    ………………………………………………………….
    P.S. Però la dott.ssa Serra si sarebbe espressa meglio.

    • Laura Antonelli interprete ideale per un film di Ettore Scola
      L’attrice polesana merita che le sia intitolato l’Auditorium di Mozzo, residenza del senatore Roberto Calderoli


      Passione d’amore (1981) di Ettore Scola.

      Nell’articolo precedente abbiamo suggerito il nome di Laura Antonelli per l’Auditorium che sarà di qui a non molto inaugurato nell’aprico paese di Mozzo, dove effettivamente sarebbe bello vivere, e ancora meglio si vivrebbe se i suoi amministratori (cioè, amministratrici) fossero meno “determinati” in senso boldriniano e avessero maggiore dimestichezza per esempio, con l’italiano ecc.
      Intendevamo con questa proposta da un lato venire incontro alle esigenze femministe delle amministratrici di Mozzo, dall’altro rendere giustizia al nome di Laura Antonelli, che è stato associato, fin troppo banalmente, a film scollacciati. A parte il fatto che non ha recitato soltanto in film scollacciati, non andrebbe trascurato il ruolo da lei svolto, come di lenitivo — per così dire — in un’Italia messa a dura prova dalla violenza del pansindacalismo, del terrorismo e del femminismo. Per la precisione, il suo fu un ruolo insieme lenitivo e di sostentamento, nel senso che molti italiani trovarono il coraggio di continuare a vivere, nonostante tutto, grazie a Laura Antonelli, che fu nel cinema e nella vita donna generosa, fin troppo, si è detto, e quasi prodiga di sé. Come ciò avvenisse è argomento che meriterebbe una tesi di laurea (altro che Martha Nussbaum…) incentrata fondamentalmente sul principio che va sotto il nome di “eterogenesi dei fini”.

      Ci limitiamo a ricordare tre film memorabili di Laura Antonelli:

      Mogliamante, film girato da Marco Vicario nel 1977, d’impianto libertario (si sente il profumo dell’anarchia) e libertino, con un retrogusto pirandelliano e meravigliosi scorci di paesaggio veneto:

      Passione d’amore, film girato nel 1981 da Ettore Scola, sommo regista del quale ci siamo occupati più volte su Nusquamia, tratto dal romanzo Fosca, di I.U. Tarchetti, forse il maggior rappresentante della Scapigliatura milanese. In questo film Laura Antonelli svolge una parte di tritagonista (viene terza cioè, in ordine d’importanza, dopo Fosca e il giovane ufficiale, trascinato nell’inferno della bruttezza e della sensibilità di Fosca). Eppure, per la parte di Clara, una donna che mescola in giusto temperamento fascino e indeterminazione, Laura Antonelli è l’interprete ideale. Scrive di Clara il Tarchetti: «Non vi era nulla di fatuo, nulla di fiacco, nulla di puerile nel suo carattere; e pure nessuna donna fu mai piú affettuosa, piú dolce, piú arrendevole, piú accarezzevole, piú eminentemente donna.
      Aveva venticinque anni; era alta, pura, robusta, serena.
      Una volta amanti, ci abbandonammo con una specie di dolce disperanza alla nostra passione; non avemmo piú limiti; ella pure era tal natura da non conoscerne. Avremmo quasi desiderato di soffrire, di porre il nostro amore come ostacolo alla nostra felicità, al nostro avvenire, per rendercene meritevoli. Ci sentivamo struggere dalla smania di sacrificare qualche cosa l’uno all’altra. Cosí eravamo troppo immeritatamente felici. Non potevamo dare un prezzo a quelle gioie; le sentivamo troppo intense, troppo profonde!».
      Questo è il film che presentiamo in apertura dell’articolo.

      La venexiana, film girato nel 1986 da Mauro Bolognini, tratto da una commedia anonima del ’500, nell’originale in lingua veneziana, con mescolati gustosi intermezzi in dialetto bergamasco. Il manoscritto rimase inedito fino al 1928, quando venne ritrovato nella Biblioteca Marciana di Venezia.

      Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

    • A.d.G. permalink

      Esimio Prof. Aristide,

      mi fa piacere che anche a Lei sia balzata agli occhi l’approssimatezza con cui anche a Mozzo cercano di “fare le cose come quelli veri”. Puntando a farsi notare “ad alto livello” facendo come certa politica radical-chic vuole che si faccia.
      Peccato che però l’estrema provincialità della compagine si palesi sempre più, per non parlare della spiccata assenza di autocritica e del marcato partigianesimo ideologico da prima repubblica, nonché la vergognosa autoreferenzialità continua.
      Comunque questi politicucci mozzesi arrivano sempre dopo: sono anni che a Curno non si fanno scelte pilotate come quest’ultima sull’intitolazione dell’auditorium (solo leggermente rinnovato, non costruito “ex-novo”, poi argomento meglio). Anzi: negli ultimi due anni mi pare di capire che a Curno si siano mossi con ardore a difesa delle famiglie deboli Curnensi, in ambito scolastico, ad esempio. Mozzo può dire altrettanto?
      Dopo essermi informato un pochino “in loco”, (ma basta poco perché l’argomento a Mozzo è sulla bocca di tutti!) mi permetto di aggiungere qualche nota che permetta, ai soliti 10/15 lettori suoi fedeli di questo diario, capire alcune sfumature che abilmente vengono nascoste/omesse dagli attuali amministratori.
      L’auditorium della scuola media Brolis di Mozzo è stato leggermente modificato per poter essere utilizzato anche senza entrare nei locali della scuola, come prima accadeva. Perciò nulla che stravolga l’esistente. Malgrado ciò, i lavori sono iniziati nel giugno 2018, con previsione di ultimazione a dicembre dello stesso anno (sette mesi?). Ad oggi (tredici mesi dopo) il cantiere è ancora aperto con una previsione di chiusura dei lavori non nota. Tipico modo di gestione dei lavori pubblici in stile romanesco, non certo bergamasco, perché non penso proprio che i lavori siano stati interrotti a causa di ritrovamenti archeologicamente rilevanti.
      Si parla di una cerimonia di inaugurazione che farà più scalpore che quella a suo tempo tenuta per la biblioteca a fianco, dove partecipò perfino Umberto Bossi in persona, l’allora rivoluzionario separatista padano. Chi ci dobbiamo aspettare come “special guest”? Obama? Hillary Rodham Clinton? Martha Nussbaum?
      In ultimo desidero contraddirla riguardo i redattori del volantino/editto sull’intitolazione, spendendo una parola di comprensione per i poveri dipendenti comunali innocenti: già anni fa lessi su queste pagine che il sindaco Pelliccioli aveva delegato ogni comunicazione comunale (si ricordi il bollettino simil-parrocchiale “INFORMATI !?!”) ad un esperto suo fedelissimo, il quale, solo al secondo tentativo è riuscito a racimolare un numero di preferenze sufficienti ad entrare in consiglio comunale rimanendo il “comunicatore” sindachesco: la prosa, la terminologia usata, come anche l’utilizzo delle regole logiche e di periodo, mi fanno proprio pensare che anche questa comunicazione arrivi proprio dalla stessa fonte.
      Apprezzo molto il suo suggerimento sul nome di Laura Antonelli, santa donna per il bene che ha fatto a molti. a tal proposito sulla pagina Facebook del Comune ho letto anche la proposta di un cittadino di intitolare l’auditorium a Margherita Hack, descritta testualmente come “comunistaccia” e persona libera. Forse troppo libera e anticonformista per politicucci, assetati di auto affermazione da alimentare con risorse pubbliche.
      RingraziandoLa per l’ospitalità, La saluto con la consueta cordialità.

      A.d.G.

      [Dunque, se ho ben capito, inaugurano qualcosa che è già stato inaugurato, un adeguamento, un’aggiunta, una modifica. Vecchio vizio, lo conosciamo bene. E poi faranno la foto con il sorrisetto trionfale stampato in faccia, come Scipione l’Africano dopo aver vinto la battaglia di Zama; o come la dott.ssa Serra quando inaugurò, fasciata e tricolorata, il possesso di un’auto a propulsione ibrida, comprata nel mercato dell’usato. Ma non hanno uno straccio di consulente d’immagine in grado di spiegar loro che queste mosse e mossettine sono controproducenti? Per quanto il popolo sia bue (cioè, più che il popolo, la plebe: il popolo ha un’anima, la plebe è senz’anima), se la dose d’impostura supera la soglia di sopportazione, il di più, cioè il troppo che stroppia, si converte in danno per chi si agita troppo. Perché a me sembra evidente: siamo di fronte a un caso tipico d’ipercinetismo assessorile.
      Però lei mi ricorda che un consulente d’immagine in effetti a Mozzo ci sarebbe, quello stesso del quale — ricordo — si parlava qualche anno fa. Credevo che fosse stato sostituito con uno di pari demerito: magari è uno che non si périta di affermare — come il gatto padano — che lui è un comunicatore di alta scuola, quella di Repubblica. Si dirà discepolo di Eugenio Scalfari, forse anche di Calvino che era compagno di banco di Calvino al liceo di Sanremo. Sì, buonanotte: con la lingua italiana pasticciata che si ritrova…
      Margherita Hack meriterebbe certo di essere ricordata, ma non da questa gente: lei che era una donna di scienza e non incline al narcisismo (a differenza della Levi Montalcini) si rivolterebbe nella tomba, se sapesse di essere nelle grazie di donnàcole che stravedono per il cazzzeggio, per la Boldrina, per le giaculatorie politicamente corrette. Direbbe come il filosofo Carneade, sconcertato perché degli stronzetti lo applaudivano: “Ma io che cosa ho detto di male, perché costoro applaudano?”.
      N.d.Ar.]

  10. Popolo e plebe


    Per sentire Corrado Augias fare clic sull’immagine.

    Forse a una cosa — una soltanto — sarà servito il populismo dei grilleschi e dei salvineschi: sì, quel populismo che ammorba l’aria, quello dell’«uno vale uno», quello che non vuole sentir parlare di ideologia, anzi ne ha decretato la morte, per motu proprio (pare di sentirli, anche loro, che urlano con voce strozzata: “Punto! Basta! Non m’interessa!”), quello che alle idee ha sostituito i fogli Excel con i dati aggregati dei sondaggi d’opinione. Ecco, l’aspetto positivo di questa epidemia di sifilide politica è che finalmente possiamo dire che la plebe fa schifo. Prima era pericoloso esporsi così esplicitamente: viviamo in un ginepraio di insidie e minacce, di restrizioni alla libertà di espressione in nome del politicamente corretto. Si cadeva in sospetto per molto meno, si veniva accusati (di fascismo, addirittura!) anche quando si dicevano cose del tutto ovvie, per esempio che “le verità non si votano a maggioranza”. L’abbiamo sempre sostenuto, come sanno i lettori di Nusquamia, i quali ricorderanno anche che spesso abbiamo fatto ricorso all’espressione οἱ πολλοί (“hoi pollòi”), come si legge nei dialoghi socratici di Platone, e non solo, per dire “i più”, e non certo per dirne bene. Scrivevamo: «Insomma, non è detto che i più dicano il vero, o il giusto, senza contare che alle volte – anzi, spesso – non è dato sapere quale sia il vero».
    Ultimamente, in questa stessa pagina, abbiamo ricordato il filosofo Carneade (sì, quello di don Abbondio, il quale si domandava chi mai fosse costui), quand’era stato mandato a Roma a perorare la causa dei Greci, come ambasciatore. Ma si sapeva che era un filosofo (mica Martha Nussbaum) e la jeunesse dorée di Roma voleva sentire le ultime nuove di Atene, capitale della cultura. Perciò lo fermavano per strada, gli chiedevano di parlare. E lui parlava, e quelli applaudivano. Ma Carneade si domandava: «Ohibò, ma che cosa ho detto di male, perché questi applaudano?».
    Dunque finora eravamo quasi costretti a parlare per ambage, onestamente dissimulando, perché tra i politicamente corretti, i più raffinati, almeno quelli, capissero il testo e il contesto, e si astenessero dalla richiesta di mordacchia e dall’urlo perentorio: Crucifige! In qualche misura li costringevamo ad essere raffinati, quando potevano, costringendoli a ricordarsi che avevano un’intelligenza, un’educazione (anche familiare), una cultura, un decoro da difendere. Adesso invece che i populisti hanno fatto strame delle giaculatorie starnazzate dalle oche del politicamente corretto, ecco che oche, galline e paraculi sono costretti ad essere, anche loro, antipopulisti. E noi finalmente possiamo dire, papale papale, che la plebe, la plebe bestiale, quella della macelleria messicana di Piazzale Loreto, ci fa schifo. Come diceva Orazio (e anche questo abbiamo ricordato, più di una vota, su Nusquamia, «odi profanum vulgus et arceo». Come parimenti ci fa schifo la plebe dei buzzurri evocati dal gatto padano, che dovrebbero a un suo cenno prendere a «plocade» i «sardagnoli» che ragionano e che gli ricordano che lui farebbe bene a studiare (non è mai troppo tardi), se proprio ci tiene, un po’ come il padre di fra’ Cristoforo che si vergognava di aver praticato il marketing, ad apparire diverso da quello che è. Vorrebbe schiodarsi dal telaio agrimensurale e, forse, vendicare i soprusi subiti dagli antenati contadini. Ma le colpe dei padri, se di colpe si tratta, non ricadono sui figli. Anni fa, forse anche oggi, veniva data facoltà agl’impiegati giapponesi, quando schiumassero di rabbia per lo stress del lavoro coatto (ancorché teoricamente libero e retribuito), di salire all’ultimo piano dell’azienda e prendere a pugni dei pupazzi. Così si calmavano, tornavano al lavoro, e producevano: che poi è l’unica cosa che importi all’azienda.

  11. Buzzurri, giù il cappello, davanti alla “prima F”!
    What a stunningly beautiful woman. My goodness!

    «What a stunningly beautiful woman. My goodness!» è il commento di qualcuno che, come me amante della canzone napoletana, è capitato per caso su questo video. Ci piaceva in gioventù anche l’interpretazione di Miranda Martino, quella santa della quale ci siamo occupati su Nusquamia, che alla fine prematura della sua carriera di cantante, decretata dai signori del business musicale, ci fece dono delle fattezze ignude del suo corpo statuario, velato e non velato, pubblicate su Playmen.
    Francesca Schiavo, che interpreta Voce ’e notte, è romana, ed è una bellezza cittadina. Come è noto, i libertini dei secoli passati, in particolare a cavallo del del XVIII e XIX secolo, non disprezzavano le forosette (da forese, “contadino”), anzi il Grand Tour dei giovani d’Oltralpe prevedeva non solo la visita dei monumenti e delle bellezze d’Italia, ma anche la conoscenza delle contadine, delle pescatrici ecc. La protagonista del romanzo di Lamartine, Graziella, era una pescatrice, appunto.
    Naturalmente, non c’è contraddizione tra l’apprezzare la bellezza cittadina di Francesca Schiavo e quella circonfusa dei profumi di campagna delle ragazze greche che vediamo qui sotto (abbiamo già presentato questo video: spero che nessuno abbia da ridire, invocando chissà quale cacata legge):

    • Tommaso permalink

      ” Prima F “:

      • Risposta: la fichitudine e l’onore
        Le sciacquette del politicamente corretto, ammesso che capiscano, s’indigneranno: bene, bene

        Rispondo cone questa esecuzione di nuevo tango:

        Un argentino loda in questa esecuzione lo splendore dell’arrangiamento, parla di «hermosísimos arreglos». Ma c’è dell’altro, direi.
        Invece mi pare alquanto esagerata quest’esecuzione figurata, e russa, del medesimo brano: un gradino al di qua di una “cena elegante” putiniana. Però la fichitudine c’è, eccome.

        Non nascondo infine che ho apprezzato la sobria eleganza di quest’altra interpretazione femminile (vedi sotto); sarà anche perché ho un debole per il film C’era una volta il West (ricordo l’impressione vivissima che ne ebbi la prima volta, al cinema S. Eustorgio, Milano), del quale spesso abbiamo detto tutto il bene possibile qui su Nusquamia, un film più marxista dell’Alessandro Nevskij di Ėjzenštejn (che vedemmo in un cineclub di via dell’Università, a Cagliari; e a spiegarcelo c’era Pio Baldelli, mica Ambra Angiolini), un film che è insieme un’analisi dell’affermazione darwiniana del capitalismo e una ricerca sull’essenza dell’umano.

        Ricordate il dialogo? Lo trovate riportato all’interno dell’articolo Ennio Morricone: Il tema di Jill. Cioè — così scrivevamo — «Frank [interpretato da Henry Fonda] avverte di essere arrivato all’epilogo e vuol essere un uomo, non gl’interessa più essere un uomo d’affari, men che meno un aziendalista, che è come dire un servo degli uomini d’affari».
        Alla radice dell’umano c’è il disprezzo per le cacate carte, per il politicamente corretto, per la determinazione solipsistica, per l’astuzia contadina.

  12. Migrazione su scala mondiale: sarebbe salutare ragionare, se non dispiace
    Salvini & Co. non sono interessati a risolvere il problema, perché dal caos traggono il tornaconto elettorale

    Non so chi sia colui che prende la parola in questo filmato, non so se sia al soldo di Trump (forse sì), se eventualmente sia uno stupratore (se ad Asia Argento salta il ghiribizzo…), un membro del Ku Klux Klan ecc. Se costui è al soldo di Trump (o di Putin, o di Salvini), se è uno stupratore, se è un membro del Ku Klux Klan, mi fa schifo. Cioè io non so se lo sia, ma so che ha fama di essere razzista (così leggo in rete), ne prendo atto; ma come non sono razzista (semmai ho il disprezzo facile nei confronti degl’impostori e dei villani rifatti), non sono nemmeno uno stupido. So che gli argomenti di un razzista (eventualmente anche stupratore ecc.), quando fanno il gioco di personaggi pericolosi come Salvini e Putin, non vanno presi sotto gamba, anzi devono essere analizzati con gli strumenti della logica e che le premesse di quegli argomenti devono essere confrontate con la realtà. Ora, se gli argomenti del razzista, stupratore ecc. non avessero alcuna presa sulla popolazione, farebbero bene La Boldrina e la dott.ssa Serra a disinteressarsene, e a proseguire nella direzione politica intrapresa ormai da anni. Se invece quegli argomenti fanno presa, sarebbe ragionevole domandarsi perché. Se uno è un politico, e non si limita ad aver a cuore soltanto la propria visibilità, quella che oggi è e domani non è, se è pensoso delle sorti del proprio paese, o soltanto di quella del proprio partito, deve porsi delle domande e cercare risposte plausibili. La Boldrina e i suoi sermoni contro Salvini, conchiusi con sorrisetto asseverativo, non fanno che portare acqua al mulino del Truce (come scrive Ferrara). Anzi, è stato detto, giustamente, che i due, Salvini e Boldrina, si puntellano a vicenda.
    In generale, come c’insegnano i logici, un ragionamento è sbagliato se sono false le premesse, o se si sono violate le regole del ragionamento stesso o ancora, a maggior ragione, se si dànno entrambi i casi. Ma un ragionamento non può essere invalidato da argomenti ad personam o ad hominem. Dunque, ammettiamo che un maiale, un razzista ecc. dica certe cose, sbagliate, o nella maniera sbagliata: bene, se colui conta come il due di bastoni quando la briscola è a coppe, lasciamo perdere. Ma se a quello arride il successo popolare (populista), è doveroso ragionare.
    Ciò premesso, constàto che l’argomentazione del signore che prende la parola in questo video ruota intorno a questi due cardini:
    a) gli Stati uniti d’America (e l’Europa, analogamente) non possono dare ricetto a tutti i poveri del mondo;
    b) coloro che raggiungono gli Stati uniti dal Messico (e, a maggior ragione, gl’immigrati che approdano alle coste d’Europa, considerato che il costo del trasbordo si aggira sui 4.000 euro) in realtà sono, tra i poveri, i meno poveri; inoltre lasciando i loro paesi d’origine contribuiscono a rendere ancora peggiori le condizioni dei luoghi abbandonati.
    Vedo anche, e non ci vuol molto, che l’impianto di tutto il discorso è retorico, piacione, oracolare, e che la conclusione del ragionamento è di una banalità sconcertante. Dice “Aiutiamoli a casa loro”. A parte il fatto che non dice come, come non lo dice Salvini, di fatto, il problema — il problema vero — è l’efficacia dell’aiuto. Se gli mandi i sacchi di sementi, che per giunta sono sterili, perché geneticamente modificate, siamo al punto di partenza. Come diceva Mao, per sfamare efficacemente un povero non serve regalargli il pesce, semmai gli si consegna la canna da pesca, e s’insegna a pescare.
    Ma le stesse premesse del discorso di questo signore dicono che un aiuto efficace, come è impossibile a casa nostra, è impossibile anche a casa loro. Ebbene, si potrebbe notomizzare questo discorso, si potrebbero muovere obiezioni di tipo metodologico. Ma a che pro? Il piatto forte del discorso sono quei due concetti, che abbiamo indicato con a) e b). Sono quelli che la dott.ssa Serra e la Boldrina non vogliono affrontare, che invece affrontò Minniti; peccato che a sinistra, nel suo stesso partito, lo guardassero come un appestato. E aggiungeva, cosa di non piccolo conto (ricordate?), che l’Italia sarebbe andata incontro a un’emergenza democratica, anzi la democrazia era già in crisi, se non si fosse tenuto conto di a) e b). Zingaretti gira intorno al problema, continua a preoccuparsi soprattutto dell’unità della sinistra, che però prima ancora che dell’unità ha bisogno delle idee, le quali possono nascere soltanto intorno a un modello di sistema. In altri termini, bisognerebbe creare quel modello di sistema, e se la Boldrina non è d’accordo, non sarà una gran perdita. Anzi, meglio. La sinistra ha bisogno di un uomo della levatura di Cattaneo (ricordate? «più ingegneri e fisici, meno avvocati»), ovviamente calibrato sulle necessità del presente; e ha bisogno di un comunicatore quale fu Mussolini al tempo in cui era ancora socialista: entrò al congresso del partito, che si teneva a Reggio Emilia, in rappresentanza di una minoranza (il partito era sulle posizioni di Turati), ne uscì avendo dalla sua la maggioranza dei delegati.
    Ci occupiamo da tempo del problema, ma non ne abbiamo la soluzione. Qui non si fanno discussioni da Bar Sport, e nemmeno discussioni come si tenevano nel retrobottega delle farmacie, un tempo, tra un bicchierino di rosolio e un altro. Soprattutto in Italia meridionale, perciò Giorgio Amendola parlava di “strateghi di farmacia”: ma almeno quella era gente che aveva studiato, per giunta quando la scuola era una roba seria; ma avevano il difetto di essere soprattutto avvocati, e di non possedere le “condizioni iniziali” del problema, come dicono i fisici, cioè i dati che contano, come del resto non li conosciamo noi. Però, almeno quello, non siamo così asini da ignorare l’importanza di quei due concetti, a) e b), imprescindibili per intavolare un discorso serio su un problema che richiede una risposta seria nel breve periodo e una strategia rigorosa nel lungo periodo, che non può essere che internazionale, diplomatica e armata. Se l’isolazionismo dell’America dovesse perdurare, come è ragionevole prevedere, l’Europa di Bruxelles e Strasburgo dovrà cooperare con la Russia, e non solo perché la Russia è anch’essa Europa. Qui Putin e i suoi strafottuti rubli non c’entrano. Si veda anche quanto scrivemmo nell’ottobre 2016: Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier. Per una riflessione razionale su profughi, immigrati e Islam .

  13. ALGIDO permalink

    Tanta carne fresca al fuoco caro il mio Aristide.
    Sono reduce da una settimana di vita “Pantesca” dove, dopo quasi un anno, ho finalmente staccato la spina e mi sono rigenerato. Forse mi è mancata qualche adeguata lettura, ma non importa.
    Inizierei sul tema Russia e rubli. Tutto è avvenuto al Metropol, hotel infiltrato dall’FSB (ex KGB) e in cui si sa (o lo sa che bazzica da quella parti) che si è controllati. E proprio al Metropol viene registrata la conversazione tra quel nazi affarista di Savoini e altri faccendieri di quarta tacca in salsa verde.
    Proprio questo è il punto Esattamente come è successo al ministro austriaco (Straube mi pare si chiamasse) a Ibiza (quella volta sollecitato sessualmente e alcoolicamente) viene “bruciato” quelo che è apparentemente un supposto amico dei russi, ma certamente un cialtrone non affidabile che non ha ottenuto nulla.
    Lo stesso a Mosca: viene bruciata quella accozzaglia di cialtroni affaristi. Stavolta però non il loro massimo esponente, Salvini. Non sono in grado di capire se Salvini è stato molto accorto (e dicono che si sia all’ultimo sottratto a quella tavolata) o magari invece l’FSB ha scelto, per ora, di non sputtanarlo, dandogli una seconda possibilità.
    Non dimentichiamoci che i russi vanno, da sempre (dai tempi dello ZAR e poi del PCUS) per le spicce. Un giornalista impiccione? si elimina (capitò anche a Russo, bravo reporter di Radio radicale che forse in Cecenia aveva Visto o fotografato qualcosa di troppo, venne eliminato con il torace schiacciato, firma indelebile del FSB. E l’altra giornalista? Politoskavia? via anche lei una zanzara di meno. E le ex spie? gli ex oligarchi amici? uccisi, suicidati, o magari 10 annetti in Siberia, anche con metodi bizzarri, con materiale radioattivo, senza nemmeno cercare di nascondere la cosa. Il perché è chiaro, in Patria vengono viste da molti come azioni meritorie queste eliminazioni, all’estero si nega, ma si avverte chiaro e forte. In questo quadro di garantismo e rispetto dei diritti umani lo sputtanamento di un puttaniere ubriacone austriaco o di 3 cialtroni della Lega è nulla, niente. Mi creda. Vedremo se la cosa si fermerà lì o se dell’altro materiale che certamente FSB ha in mano sceglieranno di tenerlo o diffonderlo. Vedremo. Io credo che non diffonderanno per ora, ma non ne sono sicuro.

    • Le intenzioni di un fatto, se sono acclarate, sono esse stesse un fatto
      E non sempre le intenzioni sono pensierini cattivi

      In questo caso sarà bene dare le coordinate temporali. Il messaggio di Algido risulta inoltrato alle 15.37 di lunedì 22 luglio e viene pubblicato, contestualmente con questa breve risposta, a mezzanotte di martedì 23 luglio: dunque prima che Conte prenda la parola sullo scandaletto che Salvini vorrebbe snobbare, e ci ricama intorno sorrisetti asseverativi. Anche lui.
      Si capisce che se Salvini appena lo potesse, scaricherebbe Savoini (“è un mariuolo…”, come disse Craxi di Mario Chiesa), ma non può farlo, credo. Non l’ha fatto. E Maroni, che pure adesso che Salvini ha preso il potere supremo (Maroni dice che è stanco, e che nella vita bisogna cambiare), si è precipitato ad affermare: Savoini lo conosco, non è possibile che abbia fatto certe cose.
      Una storia vecchia. Craxi il milanese dovette rimangiarsi quel poker d’assi che diceva di avere, con il quale contava di levarsi di torno il marsico Di Pietro (e qualcosa aveva veramente per le mani, come alcuni sviluppi della Petreide mostreranno: per esempio, i cento milioni prestati da Antonio D’ Adamo a Di Pietro, restituiti nell’autunno ’94 dentro una scatola di scarpe, come Cossiga non mancava di ricordarci); ma Di Pietro aveva un altro poker d’assi contro Craxi, molto più potente. Una storia vecchia con analogie nelle vicende del “paese bello da vivere”, come ormai si dice per ludibrio. Savoini dirà che lui non è mai stato della Lega, o che tutt’al più è stato della Lega nord (stante il fatto che lui bazzicava con la Lega prima che Salvini se n’insignorisse); dirà per soprammercato che Salvini è un traditore? Forse, e forse Salvini incasserà, perché gli conviene.
      Salvini insiste sul fatto che lui rubli non ne ha visti. Già: e con questo? Premesso che Salvini non ha ordito alcun omicidio (ricordiamoci di ragionare come si deve, e non alla maniera curnense, tenendo presente cioè che l’analogia non è identità: l’analogia stabilisce un nesso relazionale), sarebbe come se io decidessi di far saltare per aria un tale al quale devo un gruzzoletto di euro, compro la dinamite, i timer ecc.; poi però ho un infortunio, mi trovo in una clinica per la riabilitazione motoria, ed è proprio allora che si scopre che io preparavo l’attentato. Onestamente, potrei pretendere di essere prosciolto per non aver commesso il fatto? Non prendiamoci per i fondelli: qui il fatto è l’aver ordito un attentato. Il botto non c’è stato, ma il fatto rimane. Dunque bisogna acclarare se Salvini fosse al corrente, o meno. Nell’editoriale dell’Espresso leggiamo: «Finora non una riga delle nostre inchieste è stata smentita e nessuna querela è arrivata». E conclude: «Salvini non è il capo della Nuova Europa amica di Putin. Salvini non è il capo della Nuova Italia. Salvini è più semplicemente il capo di Gianluca Savoini, com’è stato per anni». Intanto il leghisti veneti alzano la testa e dicono: «Roma ladrona, Milano padrona».

  14. ALGIDO permalink

    Segnalo una lettura che a mia volta mi è stata segnalata: Claudio Gatti, “I demoni di Salvini”, editore Chiare Lettere.
    Nel libro si mette in evidenza come, già alla fine degli anni 80 ambienti di estrema destra decisero di tentare di infiltrarsi in movimenti politici e scelsero la Lega (di Bossi). Poi lui li scaricò per mettersi con Berlusconi, ma alcuni personaggi (Borghezio certamente, che fu molto vicino a Salvini e credo anche Speroni) restarono molto legati a quei mondi che semplicemente ora tornano a galla, però credo che Salvini lo faccia sopratutto per opportunismo (ricordiamo che ai tempi che furono era il capo dei cosiddetti Comunisti Padani e diceva di amare il Che). E questi movimenti sono a loro volta infiltrati nella Lega e in altri partiti all’estero e dai russi, che li vedono come elemento di destabilizzazione.
    La partita è, tra l’altro, la distruzione della UE e di una visione aperta liberale e libertaria, laica e cosmopolita del mondo. I Russi non la vogliono, chiaramente non hanno la forza economica per essere una potenza mondiale (anni fa crollò la Borsa a Mosca ma senza generare però alcun terremoto globale, incidendo per meno del 2% sulla economia mondiale), hanno solo la forza militare e della intelligence che però usano con grande spregiudicatezza, anche se a ben guardare non sempre con risultati eccellenti, vedi la Cecenia.
    Gli americani sono ormai con la Cina alle costole e si dibattono come possono per distruggere più che per costruire (e nella guerra dei dazi si danno la zappa sui piedi, gli investimenti cinesi in Usa in un anno sono passati da 55 a 5 Miliardi di Dollari)
    Democrazie malate (UK) si affidano ad improbabili cialtroni.
    Noi (pro Europa) abbiamo idee chiare, ma forse ci siamo affidati alle elites, abbiamo capito poco della pancia e ci muoviamo con estrema debolezza.
    E infine ritorna dalla Cina il grande assunto di Mao Zedong, che in Cina non è (oggi) venerato, ma che ci capiva e ha scritto grandi massime sul suo libretto Rosso. Grande confusione sotto al cielo, la situazione è eccellente, o almeno lo è per la Cina che ci guarda mentre ci azzuffiamo e, come dicono a Napoli, s’accatta tuttecose.
    Ma mi chiedo, se il modello è la Russia (parole di Salvini che si sente a casa sua a Mosca) vediamolo questo modello:
    — Stipendio medio 400-500 Euro mensili
    — Pensioni da fame (nelle aree rurali in molti rimpiangono Breznev, me lo conferma la badante di papà)
    — Aspettativa di Vita di 74 anni per le donne (in Italia oltre 84) e 71 per gli uomini (in Italia oltre 81)
    — Alcolismo endemico nella popolazione maschile che blocca la crescita demografica.
    — Libertà di stampa a zero
    — Distribuzione assolutamente iniqua della ricchezza (tra le persone più ricche al mondo abbondano gli oligarchi russi pur in una economia che a livello globale pesa pochino).
    — Un uomo solo al comando (che si dice abbia ricchezze personali di almeno 10 miliardi di Euro)

    E’ questo il modello? Muscoli ben unti e tesi, popolo alla fame (per rimpiangere Breznev ce ne vuole), libertà zero.
    Benvenuti in Russia.

    • Putin è intelligente, Salvini lo è molto meno. In ogni caso, perché dovremmo fare il loro gioco?

      Ho letto l’anteprima del libro di Claudio Gatti sul sito di Amazon e devo dire che la tentazione di acquistarlo è grande; temo però che in questo possa avere parte una punta di autocompiacimento, nel senso che ci sarebbe la tentazione di dire, riguardo l’impostazione di fondo, che essa converge con quella di Nusquamia. Infatti i lettori abituali ricorderanno quante volte ci siamo domandati, allorché ci venivano segnalate alcune notizie che circolavano in rete: «Ma siamo sicuri che questa non sia una polpetta confezionata dagli ottimi servizi del nuovo zar delle Russie?». Sappiamo da sempre quanto siano abili i servizi della Russia pre-sovietica, sovietica e post-sovietica (Putin). Per esempio, I protocolli dei Savi di Sion, redatti dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, riguardo al complotto giudaico di governare il mondo, sono un vero capolavoro, che continua ad essere stampato in ambito palestinese e in parecchi Stati arabi: né mi risulta che Vera Baboun, discepola di Arafat e amica della dott.ssa Serra, si sia mai pronunciata contro questa impostura.
      Dunque, grande sarebbe la tentazione di acquistare il libro. Poiché però non sono un gatto padano, avendo ricevuto un’educazione sia familiare sia scolastica della quale sono orgoglioso e che non intendo tradire, so che l’autocompiacimento è meschino; ebbene, questa potrebbe essere una buona ragione per non acquistare il libro.
      Mi limito a osservare, almeno questo, che pro mea virili parte sottoscrivo senza remore alcune osservazioni che leggo nella prefazione del libro, per esempio:
      – È un grave errore considerare Matteo Salvini un fascista, essendo Salvini molto più preoccupante di un fascista.
      – Mancando di un’ideologia, Salvini è pronto a tutto. Mussolini, nonostante tutto, aveva delle remore, per esempio conosceva il valore dell’amicizia. La storia del salvataggio di Nenni dalle grinfie dei nazisti al tempo del secondo conflitto mondiale non credo sia campata per aria: catturato in Francia come agente di Stalin, Nenni, antico compagno di lotte socialiste con Mussolini, fu imbarcato su un vagone piombato diretto per la Germania, ma il treno venne fermato al Brennero, Nenni fu fatto scendere e, preso in consegna dai carabinieri, indirizzato all’esilio sull’isola di Ponza.
      – Salvini è diventato l’agente di influenza di una potenza straniera, la Russia di Putin (che però potrebbe scaricarlo – aggiungo io – quando Salvini fosse “bruciato”, per opera di servizi antagonisti, o per opera degli stessi servizi russi).

      Invece, scorrendo l’indice del libro, non ho trovato cenno a Giulietto Chiesa che, come agente putiniano in Italia, non è niente male. Ma forse se ne parla all’interno del libro.
      Concludo affermando ancora una volta che non sono d’accordo con quanti attribuiscono a Salvini un grande fiuto politico, addirittura una grande intelligenza (politica e non). Questa è la tesi di coloro che a sinistra (per la precisione: similsinistra) non vogliono riconoscere i propri errori o quanto meno intendono minimizzarli. E dicono: vabbè, ma Salvini è un mostro di bravura e se ci ha fatto le scarpe, noi avremo anche qualche colpa, ma non così grave. Invece le colpe della similsinistra sono gravissime: la prima di tutte è quella di una mancanza di intelligenza. È una colpa anche quella, forse la più grande. È stata la similsinistra a consegnare l’Italia a un avventurista come Salvini e a un bibitaro come Di Maio. Non sto a ripetere quanto ho espresso a diverse riprese, sulla necessità per la sinistra di elaborare un modello integrato di sistema, di dare un calcio alle cazzatine interpretative di matrice aziendalista, di dare il benservito ai cattoprogressisti e di affrancarsi una volta per tutte dai dogmi del politicamente corretto, così bene officiato, nel corso delle esternazioni a raffica invariabilmente chiuse da sorrisetto asseverativo, dalla vestale giuliva che prende il nome della Boldrina. Farà la fine di Irene Pivetti, forse, speriamo, ma intanto fa del male: ci fa del male, fa del male all’Italia, perché tutte le volte che lei esterna la sua ocaggine, e la sinistra tace, Salvini sale nei sondaggi.

      • Senza titolo

        P.S. – La dott.ssa Serra, a prima vista, è stata più intelligente della Boldrina. La Boldrina esterna a raffica, soprattutto adesso che non è più Presidente della Camera e non può più abusare sia degli spazi istituzionali sia dell’apparato propagandistico che aveva insediato a Montecitorio. Si vedano questi due articoli, risalenti a sei anni fa:
        Lo spocchioso Ufficio stampa della Camera subisce la suggestione dell’Ufficio di comunicazione del presidente della Camera, dalla Boldrini “sobriamente” quadruplicato?
        Laura Boldrini «usa la Camera come fosse una Tv commerciale», per la propria immagine
        La dott.ssa Serra invece, pur usando, senza risparmiarsi e risparmiarci niente, della cassa di risonanza della stampa anglorobicosassone, al tempo in cui era all’opposizione (vedi gli attacchi sferrati a Gandolfi dai gazzettieri, al tempo del buon governo), pur usando dei suoi poteri discrezionali, quando esercitava la tirannide, per coinvolgere l’Amministrazione in operazioni che l’avrebbero posta in buona luce negli ambienti che contano (vedi la gestione dell’affaire Baboun, o l’adesione alla rete Ready, con l’impegno a conformarsi a “buone pratiche” riguardo ai nuovi diritti Lgbt), quando si è trovata in difficoltà di fronte alla marea crescente di populismo legaiolo (peraltro a Curno gestito non dalla Lega, ancora stordita nel dopo-Pedretti, ma da Alessandro Sorte, che cannibalizzava la Lega) si è rifugiata nella “sobrietà”. Non rispondeva agli attacchi scomposti dei sortili riguardo alla c.d. MaxiMoschea, considerava con disprezzo la paura che serpeggiava nella plebe, invece di prendere di petto la situazione, confutare le sciocchezze che andavano dicendo i destri e farsi carico di quella parte della paura che avesse fondamento (per esempio, riguardo al parcheggio delle auto intorno alla moschea). Sembrava una furbata, la cosiddetta “sobrietà”, tanto che fu mantenuta fino alla vigilia delle elezioni. Poi qualcuno nel partito aprì gli occhi e ci fu in extremis una correzione di rotta: apparve un manifesto dove finalmente si diceva “Non c’è nessuna MaxiMoschea, Non è vero che…”. Proprio quel che andava detto fin dall’inizio; e non solo detto, ma argomentato.
        Poi è andata come è andata. La dott.ssa Serra disse di essere stanca, che nella vita bisogna cambiare ecc. (la stessa cosa ha detto BoboMaroni, scrivevamo nell’articolo precedente), ha passato la mano alla dott.ssa Gamba, che peraltro dava garanzie di continuità rispetto all’impostazione serrana (a differenza di Salvini nei confronti di BoboMaroni), con un pizzico in più di cattoaziendalismo. Ma se la similsinistra ha vinto, e per il rotto della cuffia, lo deve al rifiuto di Gandolfi di dare una mano ai cannibali sortili (gli avevano promesso un assessorato: sì, e si sarebbe sputtanato, se avesse accettato, vita natural durante) e alle ambizioni della fasciofemminista, incazzatissima perché non le era stata offerto di essere capolista.
        Alla prossima tornata elettorale c’è da aspettarsi che la Lega si ripresenti più bella e più forte che pria; se non sono completamente fuori di melone, faranno bene a scegliersi un candidato sindaco che dia garanzie alla popolazione di totale estraneità alla gestione del Pedretti, quella gestione che mai si è voluta mettere in discussione. Com’è noto, si è preferito sopire e troncare, troncare e sopire, finché il Pedretti si è ritirato, senza che da una parte e dall’altra si trullassero all’incontro, e senza che niente trapelasse degli arcana imperii. Il candidato ideale sarebbe un rappresentante della Lega dei tempi d’oro, quella autonomista o addirittura separatista, già amico di Bossi, oggi felicemente (si fa per dire) approdato alle posizioni sovraniste di Salvini. Mi dicono che a Curno esiste un personaggio con queste caratteristiche.
        A questo punto la similsinistra sarebbe nell’angolo, a meno che alla mossa della Lega, già Lega nord, non risponda con una contro-mossa di pari intelligenza, sconfessando la linea serrano-crurale. Ma queste non sono cose che s’improvvisano. Ci stanno pensando? Non siamo nella posizione per saperlo, ma ce lo auguriamo. Anche perché se la linea serrano-crurale non viene posta in discussione, i legaioli potrebbero essere tentati di sferrare colpi bassi, a suon di cacate carte, attingendo a piene mani ai dossier del gatto padano, dove si trovano affastellati fatti veri e ipotesi di fatti presentati come verisimili, con il punto interrogativo. Calomniez, calomniez, il en restera toujours quelque chose: così dice il proverbio. Sarebbe un gioco al massacro.

  15. Beato lui, che ha visto navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione
    Noi invece abbiamo visto Salvini, Di Maio e Boldrine

  16. Carlotta permalink

    Quelle che il 27 luglio si toglieranno il reggiseno per essere solidali con Carola sono le stesse che hanno chiamato ‘Puttana’ Desirè Manca.
    Ci vuole coerenza, ragazze, altrimenti perdete di credibilità.

    • C’è modo e modo di togliersi il reggiseno. Immagino che alcune togliendosi il reggiseno sembreranno davvero delle puttane, Altre, che erano sante perché così volle la Divina Provvidenza, continueranno a esser sante anche con le tette ignude.
      Quanto a Desirée Manca, onestamente, un esame anche superficiale dei suoi atteggiamenti, della sua postura, delle sue parole, mi fanno pensare che non sia una santa. Non ho dubbi nell’affermare che Maria Elena Boschi sia una santa, e che ancora più santa parrebbe qualora, come Dante rimproverava alle «sfacciate donne fiorentine», facesse suo «l’andar mostrando con le poppe il petto». Viceversa, se la sciura Valeria Fedeli, già Ministro della Pubblica Istruzione in Italia, intendesse levarsi il reggiseno, spero che abbia il buongusto di dare un preavviso, perché i cittadini che eventualmente intendano schivare l’ostensione dei suoi capezzoli facciano in tempo a trovare una via di fuga. Ecco un’esternazione di Desiréé

      Lei dice: non guardatemi le tette, state a sentire quel ch’io dico. Ma lei vuole che le si guardino le tette, su questo non ci piove. Vuole apparire, è determinata: e la sua determinazione non lascia presagire niente di buono. È piena di denti, anche questo ci suggerisce di stare alla larga.
      Abbiamo scritto quel che abbiamo scritto perché siamo contrari alla politica-spettacolo.

  17. Sgarbi sbrocca


    Per seguire l’«evento», fare clic sull’immagine.

    È una questione di logica, sulla quale i filosofi di Nusquamia insistono parecchio: un soggetto A esprime una proposizione p e quella proposizione è falsa; oppure il soggetto A assume un atteggiamento che è sbagliato, inopportuno perché fa il gioco di soggetti poco raccomandabili ecc. Questo non significa che tutte le proposizioni del soggetto A (q, r, s, t…) siano false, o che tutte le sue prese di posizione (atteggiamenti) siano da condannare. Bisogna imparare a giudicare caso per caso: anche se è faticoso, anche se è difficile, e contraddice a una regola fondamentale del cazzeggio degli azzeccagarbugli, degli operatori di cazzeggio nei talk-show ecc. Questa è una fallacia di falsa analogia, come quando il Pedretti disse che io l’avevo paragonato a Mengele, ma io avevo detto un’altra cosa, avevo scritto che anche Mengele affermava di avere la coscienza pulita: si veda il punto 4. a p. 61 della nostra Pedretteide e la nostra argomentazione a p.62. So che per alcuni curnensi è difficile capire, ma io non posso farci niente. Se ne facciano una ragione.
    Nel video qui sopra è evidente che Sgarbi è andato sopra le righe, come pure è (abbastanza) evidente che aveva dei conti in sospeso con Mughini. Questo non significa che Sgarbi abbia torto in tutto e per tutto, sempre: per esempio non ha torto quando mette il dito sulla piaga di una magistratura che in Italia è stata protagonista di operazioni discutibili. Ne abbiamo conferma ascoltando questo chiarimento (se così si può dire) con Crociani e Parenzo, nel corso della trasmissione radiofonica La zanzara.

    Come i lettori sanno, questo è anche il nostro atteggiamento nei confronti del giovin filosofo Diego Fusaro: a tratti le sue analisi sono perfette, di geometrica ed elegante precisione; altre volte appare del tutto inattendibile, quando difende certe sparate dei grillo-salvineschi, soprattutto quando cede alla tentazione di voler essere l’Antonio Gramsci dei populisti.

    • Sgarbi vs. Mughini: la causa vera, il pretesto, il principio


      Fare clic sull’immagine per ingrandirla.

      Scrivevamo nel commento precedente: «è (abbastanza) evidente che [Sgarbi] aveva dei conti in sospeso con Mughini».
      In effetti, secondo Sgarbi c’era una questione in sospeso, ed è quella che leggiamo nell’articolo del Corriere della Sera. Noi tuttavia sospettiamo che ce ne sia un’altra ancora: ma con questo non intendiamo che sia una ragione ignobile. Poiché non conosciamo tale questione in sospeso, non escludiamo che possa essere nobilissima. Gli uomini d’onore, che non sono gatti padani alla ricerca compulsiva di riconoscimenti istituzionali onde riscattarsi dall’origine contadina, non si fanno vanto della propria nobiltà e irridono ai villani rifatti che anelano alle patenti farlocche di nobiltà. In ogni caso, ecco che cosa si legge nel Corriere della Sera:

      L’altra sera venivo da una lunga telefonata con Calogero Mannino. Non ne posso più che la magistratura faccia politica. Poi, al trucco ho visto Mughini, che non sopporto, e ho scoperto che un mio contributo che avevo registrato per «Tiki Taka» era stato trasmesso dal suo programma. Ecco, non solo lo ha carpito senza chiedermelo, ma mi ha detto anche: «È un video in cui dici le tue consuete scemenze».

      È questa la causa vera dell’ira di Sgarbi? I lettori di Nusquamia ricorderanno che presentando la nostra Pedretteide, parte II, scrivevamo che Polibio, considerando l’origine di un conflitto, distingue tra ‘causa vera’ [αἰτία, “aitía”], ‘pretesto’ [πρόφασις, “próphasis”] e ‘principio’ [ἀρχή, “arché”]). Ebbene, siamo del parere che questa storia della citazione impropria di Sgarbi nel programma sportivo Tiki Taka (su un canale Mediaset, non ricordo quale), non sia la causa vera (αἰτία), ma il pretesto (πρόφασις). Quanto al principio — αἰτία — del conflitto (Mughini: «Gradirei che non mi rompessi i coglioni»), venendo per ultimo non è che la conseguenza necessaria del pretesto, che a sua volta rimanda alla causa vera.
      Si veda l’articolo di presentazione della nostra Pedretteide, parte II.

  18. Che c’azzecca il gatto padano con Di Pietro?

    Nel numero 1060 del suo diario il gatto padano scrive «Mi arriva una telefonata sul cellulare ed uno che si presenta come F.F. del quotidiano L. mi chiede un’intervista su A.di Pietro “dopo avere visto la pagina 1059 con le foto di A. di Pietro al funerale di Borrelli”».
    Il pretesto per la telefonata in effetti appare singolare. Ma forse no, bisogna intendersi sul significato della locuzione congiuntiva “dopo che…”. Letteralmente, essa stabilisce una relazione temporale, di anteriorità/posterità, tra due azioni indicate nella proposizione reggente e in quella subordinata (l’azione, o lo stato di cose descritto nella subordinata introdotta da “dopo che…” è anteriore a quella/quello della reggente). Ma potrebbe anche stabilire un nesso causale: si veda l’espressione “poi che…” che diventa “poiché”, con slittamento della connotazione del nesso, da temporale a causale. Perciò «dopo aver visto la pagina 1059…» potrebbe intendersi «poiché, dal momento che ebbe visto la pagina 1059…», ed è quello che si capisce ad una prima lettura. Perché F.F. telefona al gatto? Perché ha visto la foto di Di Pietro al funerale di Borrelli, pubblicata dal gatto. Ma il gatto potrebbe dire: no, non così si deve intendere, la lettura corretta è “in un momento successivo a…”. I logici hanno un bel metterci in guardia contro la fallacia del post hoc, propter hoc.
    Quale che sia l’interpretazione autentica, cioè secondo le intenzioni di chi si è espresso così, una cosa è certa: esiste un giornalista, le cui iniziali sono F.F., il quale sa bene chi fosse il proprietario di quell’«immobile diroccato»: costui era un «contadino che di quel rudere non sapeva che farsene». Così scrive il giornalista, che poi sarebbe Filippo Facci, in un suo articolo reperibile in rete, datato 7 giugno 2010:
    Cose che so su Di Pietro
    L’articolo scritto da Filippo Facci non smentisce quanto scrive il gatto padano ma aggiunge, in forma diretta e facilmente comprensibile, non mistificabile con cazzeggio giuridico, particolari interessanti, alcuni anche banali, ma utili per capire meglio. Tra questi:
    • Il casolare fu venduto per la somma di 35 milioni di lire e l’acquirente, Susanna Mazzoleni, ereditò la concessione edilizia richiesta dal «contadino» per «manutenzione straordinaria»
    • Ogni intervento diverso dalla cosiddetta manutenzione straordinaria era proibito dal piano regolatore.
    • Tuttavia «la cascina verrà sventrata, ugualmente, dopo l’accidentale crollo di un muro che nottetempo trascinerà con sé tutta la casa».
    • Susanna Mazzoleni sarà quindi costretta a chiedere di ricostruire tutta la cascina come il contadino non aveva potuto fare.
    • Sulla scrivania dell’assessore competente, Roberto Arnoldi, si materializzò un esposto anonimo: questo è molto curnense, direi che è normale.

    Questo è tutto: piccole precisazioni, ma così finalmente si capisce. Per esempio, perché il gatto padano non ha fatto menzione di quella delazione anonima? Potrebbe essere irrilevante, se non fossimo a Curno, dove gli estensori delle delazioni anonime sono cazzutissimi. Per esempio la delazione a carico del padre del sindaco del buon governo, Angelo Gandolfi, una «segnalazione per sospetto abuso edilizio» consistente in una superfetazione imposta alla struttura di una serra, la quale superfetazione presentava un aggetto di entità siffredica, si conclude con questa affermazione di grande sapienza giuridica: «Il presente esposto anche se anonimo produce gli effetti di legge trattandosi di presunti illeciti in materia di polizia edilizia; la sua eventuale archiviazione dovrà essere motivata».
    Come dice quell’antico brocardo? Summum ius, summa iniuria. In questo caso, si è invocato un provvedimento di legge per lanciare allo scomodo sindaco del buon governo un avvertimento in stile para-mafioso.

    • Ma insomma, c’è stata una delazione anonima o non c’è stata?

      …………………………………………………………………………….

      Per leggere l’articolo di Filippo Facci (risalente a otto anni fa), fare clic sull’immagine.
      …………………………………………………………………………….

      Nell’articolo precedente mi sono sforzato di portare qualche elemento di chiarezza sulla questione alla quale accennava il gatto padano; il quale — sembra, a giudicare da quanto scrive egli stesso, considerando le iniziali F.F. e altre coincidenze — avrebbe ricevuto una telefonata da parte di Filippo Facci, il quale chiedeva aggiornamenti riguardo a cose vecchie, sulle quali il giornalista aveva scritto nel 2010. Riportavamo il nesso a quell’articolo, quello stesso del quale oggi — per comodità del lettore — riportiamo il pdf, con sottolineato un punto che sembra essere stato messo in discussione. Quel punto è una delazione anonima che sarebbe pervenuta al Comune di Curno. Il gatto padano sembrerebbe propenso a negarla; ma la sua prosa è, al solito pasticciata, e magari non è così: non lo nega ma passa ad altro. E passando ad altro sembra che neghi, invece non nega. Siamo nel campo della sofistica contadina, non proprio come si legge nell’Eutidemo di Platone, ma quasi (il sofisma che ho in mente è quello del significato del verbo greco μανθάνω, che significa sia “comprendere”, sia “apprendere”, ed Eutidemo usa nello stesso discorso quel verbo ora in un significato, ora in un altro, sperando che Socrate non se n’accorga).
      Osservavo che le delazioni a Curno sono cosa abbastanza normale. Anche altrove, immagino: ma non ho esperienza di altri posti, sotto questo profilo; invece ho esperienza di Curno.
      Che delazione anonima ci sia stata dovrebbe essere assodato, se è vero quanto scrive Facci: «sulla scrivania dell’assessore competente, Roberto Arnoldi, si materializzò un esposto anonimo». Ci sarebbe anche la missiva di un architetto dove si legge «Caro Arnoldi, ti trasmetto copia della risposta all’anonimo…». Sempre leggendo Facci non è chiaro invece a quale esposto faccia riferimento Di Pietro quando scrive: «sono a richiedervi copia dell’esposto al fine di provvedere a tutelare la mia onorabilità nelle sedi più opportune».
      Stando a Facci dunque ci sarebbe stata una delazione anonima. Non vedo che cosa ci sia di scandaloso a dirlo, tanto più che Curno va famosa per le delazioni, anonime e non.

  19. Par condicio

    Presentiamo questa esecuzione di Uto Ughi, per par condicio. Infatti nei precedenti contributi che cominciano con What a stunningly beautiful woman. My goodness! si sono presentate musiche eseguite soltanto da donne.
    Introduciamo allora Uto Ughi come misura cautelativa, perché le precauzioni non sono mai troppe, soprattutto in paesi, come Curno, assoggettati alla tirannide del politicamente corretto, per iniziativa della dott.ssa Serra. Infatti qualcuno potrebbe non aver capito l’ironia dei summenzionati contributi e intenderla come un precedente al quale, in base alla Common law del politicamente corretto, Nusquamia dovrebbe di buon grado assoggettarsi. Ebbene, no: marameo!
    In particolare, si fa presto a stabilire, con apposita delibera concordata con la Rete Ready — con la quale il paese “diversamente bello da vivere” si è impegnata a non meglio specificate ma paventatissime “buone pratiche” — che i fallofori (φαλλοφόροι, “portatori di pene”), se vogliono esercitare l’arte presidiata nel mondo greco da Euterpe e Tersicore, in quello cristiano da santa Cecilia, devono essere in possesso di una sorta di porto d’armi, una patente di “politicamente corretto”. Il pene non addomesticato è considerato un’arma di offesa.
    Ecco, Uto Ughi è portatore di pene e, fino a prova contraria, gode dei diritti dell’Uomo e del Cittadino che femministe e lobby Lgtb ancora non sono riusciti ad abrogare. Dunque Uto Ughi esegue Paganini come meglio gli aggrada.

  20. ALGIDO permalink

    Delazione: di preciso, con esattezza, immagino sia difficile sapere.
    Ma occorre fare due ragionamenti, uno generale (che tutti sappiamo) ed uno invece più particolare (sul caso in oggetto).

    Prendiamo la moda delle lettere e degli esposti anonimi. Ora non sono più aggiornato, ma nella precedente amministrazione (Sindaco Perlita Serra) ne erano arrivate a decine. Alcune che anonime non erano del tutto visto come erano formulate. Ad esempio si fece un esposto anonimo per chiedere che venisse impedito di fare una visita guidata (in sicurezza ovviamente) all’allora cantiere, in grande avanzamento, della scuola, oggetto di polemiche. Vennero credo in oltre 600 a visitarla, in gruppi guidati ed emerse che venne apprezzata moltissimo. Ricordo che venne anche il Consigliere Carrara (che scema non è) e, fiutata l’aria, girava tra i visitatori ricordando che lei aveva votato a favore del progetto.
    Chi può averlo fatto? cui prodest? ovviamente qualcuno che non voleva che l’amministrazione marcasse un punto, ma allo stesso tempo non voleva perdere la faccia, magari un avversario politico, ma chi lo sa?
    [Di là dall’interesse politico che, per come vedo le cose, a Curno– credo anche altrove — è marginale, il movente principale del fermento delatorio è la cattiveria. Da ragazzini — parlo del primo o secondo anno delle scuole medie — al tempo del Carnevale comprammo un congruo numero di “bombette puzzolenti” e le spargemmo sul pavimento della Rinascente di Cagliari, al pianoterra, dov’è il reparto profumeria: le bombette erano fialette di vetro sottilissimo, contenenti acido solfidrico; si acquistavano a gruppi di quattro o cinque, allogate in certe scatolette in corteccia di legno di betulla, separate da trucioli di legno, per evitare che si rompessero accidentalemente, per esempio negli scossoni del trasporto. Emanavano un puzzo mefitico di uova marce. I clienti della Rinascente le calpestavano mentre noi ce ne stavamo appostati a godere lo spettacolo, vicino all’ingresso, defilati, dove circolava l’aria e il puzzo sarebbe stato più sopportabile: lo spettacolo era dato dalle commesse che in quel reparto sono le più carine, non potevano abbandonare il posto di lavoro, facevano le smorfie e si portavano le mani al naso. Giochini riprovevoli e fanciulleschi, si dirà: d’accordo; giochi che diventano antipatici scherzi da prete se li fa un adulto. Molto peggio e, per dirla tutta, criminale è il gesto di chi dà fuoco a un bosco, sia per compiere un atto di intimidazione, sia anche soltanto per il gusto di vedere quanto danno si sia capaci di fare con poche esche incendiarie, talvolta con un solo fiammifero, se soffia il maestrale. Il movente spesso è soltanto la cattiveria, associata al delirio di potenza, a un bisogno insopprimibile di acquietare la scimmia che qualche disgraziato si porta sulle spalle, d’interpretazione freudiana alle volte facilissima. Assimilo la delazione anonima per cattiveria a un gesto criminale, più o meno come dare fuoco a un bosco. N.d.Ar.]

    Ora va detto che di queste decine di esposti anonimi, molti si assomigliavano nello stile (non proprio un copia e incolla, ma insomma…), diciamo che c’erano due grossi filoni e qualche frattaglia.
    [Per identificare tali filoni sarebbe interessante raccogliere le delazioni e sottoporle a un’analisi linguistica. Ricordiamo che il telefonista delle Brigate rosse, quello che da un telefono pubblico della Stazione Termini chiedeva alla sig.ra Moro un «intervento immediato e chiarificatore», fu identificato in base a una perizia fonolinguistica [*] (il telefonista non era il prof. Toni Negri, ma Mario Moretti); ma soprattutto non dimentichiamo che Lorenzo Valla, principe dei filologi, dimostrò su base linguistica che la famosa donazione di Costantino, che è all’origine del Patrimonio di san Pietro, cioè del potere temporale della Chiesa, era un’impostura bella e buona, un falso creato in un monastero francese. Bastava analizzare il latino della donazione, che non poteva essere quello della corte di Costantino. N.d.Ar.]

    Mi tengo per me la genesi, ma faccio una personale considerazione: quando una amministrazione (qualsiasi si badi bene) lavora molto (e di conseguenza fa lavorare tanto gli uffici) di amici interni se ne fa pochi, per quella che è la mia personale esperienza.
    L’altra pista mi sa di politica invece. E questo è il brodo di coltura di Curno fatto di volantini anonimi, esposti anonimi, calunnie anonime sui blog o su bergamo news o in vario modo. Questa parte del paese è la famosa zona grigia (definizione mia) che mai mette la faccia e che vota solo secondo convenienza (ma che è, secondo me, il 30% dei cittadini del paese)

    Nello specifico caso invece su di Pietro occorrerebbe capire. Magari se c’era uno o più vicini che avessero motivi di animosità e che nello stesso tempo fossero avvezzi alle carte e ai regolamenti e magari che avessero le spalle coperte (andare contro il capo di un partito…). Occorrerebbe sfogliare il block notes della memoria (tipo quello del numero 1 di Alan Ford) e vedrà che qualcuno salta fuori.
    Ai tempi qualcuno che fece polemica anche a mezzo stampa con Di Pietro c’era, ma sono vecchio, ormai, stanco e non ricordo bene, occorrerebbe tornare indietro e rivolgersi invece a chi ha un archivio di tutti i “giornalini”, tutti i volantini e tutte le cose importanti di qualsivoglia lista politica dal 1975 a oggi. E a Curno questo soggetto c’è.
    [Da sempre si dice che costui sia Pepito el memorioso, al quale si è voluto attribuire il titolo onorifico di “memoria storica del paese”. N.d.Ar.]

    ………………………………………………
    [*] Ricordo che la terza “F” del vessillo di Nusquamia è intitolata, appunto, alla fonolinguistica. Le altre due “F” sono intitolate alla fica (per fare dispetto alle sciacquette femministe e all’universo politicamente corretto) e alla filosofia (epicurea, razionale e indeterministica). N.d.Ar.

    • Pare che «nel caso di specie» la delazione anonima ci sia proprio stata

      Si veda, facendo clic sull’immagine, questo articolo, nato da una conversazione informale tra una giornalista del quotidiano il Giornale e il Pedretti, ancora vicesindaco di Curno, prima della “defenestrazione”, a seguito dell’increscioso tentativo d’ispezione, abortito, della c.d. Moschea di Curno: l’articolo sembra confermare che effettivamente «nel caso di specie» ci fu denuncia anonima. L’articolo si trova ancora in rete, facendo clic qui . Non capisco perché si voglia negare l’eventualità di una delazione anonima che, trattandosi di Curno, è altamente probabile, e che viene data per scontata da almeno tre fonti. Il fatto che ci siano stati due esposti firmati, come sostiene il gatto padano, e non saremo noi a smentirlo, non esclude che ci sia stata una delazione anonima. È una questione di logica.
      Non capisco nemmeno perché il gatto padano abbia voluto sollevare il caso. Non l’ho sollevato io: è stato lui, che nel numero 1060 del suo diario, scriveva: «Mi arriva una telefonata sul cellulare ed uno che si presenta come F.F. del quotidiano L. mi chiede un’intervista su A.di Pietro “dopo avere visto la pagina 1059 con le foto di A. di Pietro al funerale di Borrelli”». Io mi sono limitato a trovare l’articolo di Filippo Facci (F.F.), giornalista di Libero (L.), e a fare qualche considerazione chiarificatrice, precisando altresì che la storia era caratterizzata, Cornentensium more, da una delazione anonima. Lo facevo nell’ottica dello schifo che ingenerano in me le delazioni, soprattutto anonime. E per ricordare quanto schifosa fosse stata la delazione a carico del padre del sindaco del buongoverno, delazione che assimilavo a un’intimidazione in stile para-mafioso.

      Nota – Uso l’espressione “nel caso di specie” con una punta d’ironia, per una questione di assonanza tematica. Doveva aver fatto impressione a Di Pietro, che vi ricorreva sovente, appena se ne presentasse l’occasione. Un po’ come il gatto padano, che appena può dice, e ripete, alla dott.ssa Gamba «Lei non ha contezza…». Splendido, appena al di sotto dell’espressione, ad apertura del discorso: “Sarò circonciso”.

      • P.S. – Adesso mi sembra di sentirlo, cioè di leggerlo: “Ma la giornalista non ha capito una mazza. È chiaro come il sole che ha inteso come le faceva comodo il pensiero, peraltro sempre perspicuo, del Pedretti, mio compagno di strada e mio assistito, nel corso del procedimento innescato dalla di lui seconda denunzia a carico di Aristide”.
        Già, la denuncia; sempre denunce, a Curno, d’ogni tipo: denunce novelle o denunce seriali, denunce firmate, denunce anonime. Come diceva Brassens di certa gente — diciamo così — “diversamente intelligente”: «cons caducs, cons débutants, vieux cons des neiges d’antan». Vedi Le temps ne fait rien à l’affaire:

        Quand on est con, on est con
        Entre vous, plus de controverses
        Cons caducs ou cons débutants
        Petits cons de la dernière averse
        Vieux cons des neiges d´antan

        Ma sentiamo dalla viva voce di Brassens:

      • ALGIDO permalink

        Comunque il Giornale al pari di Libero non è un vero organo di stampa. E’ un organo di Partito e anche a distanza di anni si legge bene la cosa. A parte lo sport tutto è confezionato a tema. Se leggesse qualche giorno il sito di Libero (in particolare i titoli) saprebbe cosa intendo..
        Immondizia allo stato puro

        • La fallacia dell’avvocato cazzeggiante

          Lei è scivolato nella fallacia dell’avvocato cazzeggiante, non so se inconsapevolmente o di proposito. Tale fallacia è bene illustrata dall’episodio del film I mostri qui sopra presentato. C’è un testimone che afferma una certa cosa, ma invece di considerare la cosa in sé e la sua consistenza con altre circostanze concomitanti di fatto, si distrugge la figura del testimone: va a puttane, ha un fratello demente, il padre ha fatto un tentativo di diserzione al tempo della prima guerra mondiale. Nel caso in discussione, abbiamo un assessore (Arnoldi) che dice di avere ricevuto un esposto anonimo, un architetto che trasmette copia di una possibile risposta all’anonimo, e che pertanto si suppone abbia preso visione della delazione e c’è una giornalista che ha avuto una conversazione informale con il Pedretti e parla anche lei di una delazione anonima. Dunque la delazione anonima è una cosa possibile, tanto più che siamo a Curno. Ma il gatto padano da principio nega perentoriamente che ci sia stata una delazione anonima, come se lui fosse la bocca delle verità, dove s’infilano le delazioni. Poi ammette — è roba fresca, scritta oggi — che in effetti delazione anonima ci possa essere stata (avevamo sostenuto che logicamente non c’è contraddizione, se a due esposti debitamente sottoscritti si aggiunge una delazione non firmata da chissà chi), ma la butta in caciara: perché una sola delazione? e non due, dieci, cento, mille? E giù a ridere, roba da morire dalle risate. Mi ricorda certe battute nel libro di Sciascia, Il giorno della civetta. Peggio degli odiosi sorrisetti asseverativi, che non dimostrano niente, vorrebbero dimostrare tutto e suscitano ripulsa, contrariamente alle intenzioni di chi ride.
          Lei mi dice che spesso il Giornale già di Montanelli e Libero di Feltri non sono attendibili. Non dico di no. Se vuole aggiungo di mio che nutro pregiudizi lombrosiani sul conto di Facci. E su Montanelli, ultimamente portato in palma di mano dai similprogressisti, ho espresso alcune mie riserve, proprio su Nusquamia: quello che gli rimprovero è il suo assetto “istituzionale”, compatibile — e non più che tanto — in un villano rifatto, in un contadino in cerca di rivalsa sociale, ma non in una persona intelligente, colta e di nascita decorosa. Le considerazioni che lei, Algido, ha fatto sul Giornale e Libero non c’entrano niente con la questione sul tappeto, che era l’odiosità delle delazioni anonime e la possibilità che «nel caso di specie» ci sia stata delazione, schifosissima delazione anonima. Volendo saperne di più, bisognerebbe risalire alle fonti, fare riscontri incrociati, lavorarci su. È quello che fecero giudici integerrimi sulla testimonianza di Buscetta: il quale, con buona pace di Enzo Biagi, era tutt’altro che un santo. Ma diceva cose che valeva la pena ascoltare, e riscontrare.

  21. LIna permalink

    Ecco la seconda puntata, forse ancora più interessante della prima:


    Per ascoltare, fare clic sull’immagine.

  22. ALGIDO permalink

    Abusi e cosiddetta ristrutturazione

    Salvo che l’edificio sia tutelato architettonicamente oserei dire che a curno come in tutta la provincia quanto riportato nell’articolo [quale? N.d.Ar.] riguarda il 99% dei richiedenti. Ricordo che si trattava di un edificio senza nemmeno un pregio.
    Dissi lo stesso in riferimento al negozio di fiori (non quello del Gruppo TNT, ma quello di Via Buelli) a vederlo è probabile che irregolaritatà ci siano state, ma a curno quanti ce ne sono? 100% o magari 1000 nel corso degli anni?
    Ecco, questa è la realtà. E va ancora bene qui, dove chi sana un abuso (che per essere sanato dalle nostre parti ha da essere modesto) paga almeno le relative tasse. Al sud la % di chi, tra quelli che sana un abuso, paga poi il dovuto scende all’8%.
    Questo è quanto.

    [Mi sembra che l’argomento sul tappeto fosse un altro: se cioè chi fa una delazione anonima per il gusto di fare del male sia un mascalzone, o meno. E se la delazione anonima a carico del padre del sindaco del buon governo fosse un avvertimento para-mafioso. Ora, io non dico, alla maniera della dott.ssa Serra, “Basta! Punto! Non m’interessa!”. Al contrario, io dico: parliamone. Ma senza scantonare. N.d.Ar.]

  23. ALGIDO permalink

    Avvertimenti Mafiosi

    Vediamo i casi di specie, ma non chiamiamoli così, chiamiamoli pressioni.
    [Avevo scritto para-mafiosi. N.d.Ar.]

    Caso 1 – L’abuso del padre del sindaco: non conosco tutta la storia, vedo l’edificio e le supperfetazioni in oggetto per altro visibili a occhio nudo dalla pubblica via. Sono vecchie di decenni, certamente fatte quando Angelo Gandolfi nemmeno sognava (credo) di candidarsi a sindaco.
    [Visibili a occhio nudo? Lei deve avere l’occhio agrimensurale, evidentemente. Trattasi di aggetto di entità siffredica, per giunta come in tutte le misure occorre definire rispetto a che cosa: in questo caso si tratta di un allineamento, la cui definizione può essere considerata, in sede di cazzeggio giuridico, isocronicamente o diacronicamente. Infatti, la questione è ancora sub judice. Non mi addentro in particolari per non dare materia al Gatto padano di nuove calunnie con il punto interrogativo o esortazioni perentorie e sbruffone (ancora ci deve spiegare…) ecc. A proposito di questa entità malefica, zabettando su Daedalus lab ha scritto oggi quattro falsità, di cui due enormi. Lui trulla e appesta l’aria, ormai senza spartito, a orecchio. Naturalmente non rettifico, per la stessa ragione per cui non gli diedi le indicazioni che mi chiedeva, al tempo del processo per la seconda denuncia del Pedretti. Erano indicazioni che servivano a lui, non a me. N.d.Ar.]

    Se l’oggetto è la pressione politica direi di sì, c’è stata, e non ci sarebbe stata (a parte faide decennali tra vicini e parenti che anche a Curno ci sono) se il Gandolfi non fosse nel frattempo diventato sindaco e se non avesse nel frattempo maturato forti contrasti con membri o ex membri della sua maggioranza (le opposizioni, mi creda, in quella vicenda entrano zero).
    C’è da registrare che (leggendo qua e là, ascoltando qua e là, senza verifiche oggettive però) qualcuno (stessi ambienti di cui sopra) sostenne che il Sindaco si adoperò per insabbiare (o rallentare) il normale iter di verifiche e sanzioni.
    Io questo non lo so, se lo avesse fatto le cose brutte sarebbero due: 1) la campagna di denuncia dell’abuso che non mirava a sanarlo ma a mettere in difficoltà il sindaco; 2) il tentativo di usare il proprio potere per insabbiare la procedura da parte del sindaco.
    [Ma ha senso parlare di abuso di potere, se le sue fonti sono quelle che sappiamo? Lei stesso, in altre occasioni, fece presente che gli ex compagni di cordata di Gandolfi si sono poi (non tutti) abbandonati a esternazioni poco lusinghiere (lei diceva, se ricordo bene, “hanno cantato”. Ma cantato che? Proprio loro?). Noi peraltro sappiamo, all’incontro, che poco lusinghiere erano le motivazioni che inducevano i compagni di cordata a fare pressioni su Gandolfi, recalcitrare, remare contro, tradire. Sappiamo anche che lusinghiero è il ricordo lasciato da Gandolfi, presso gli stessi (non tutti) che furono suoi avversari politici. Insomma, prima lei mi dice che non bisogna considerare fonti attendibili Libero e il Giornale, poi mi parla di abusi di potere che non hanno riscontri obiettivi e strologati da fonti inattendibili. N.d.Ar.]

    Ricorda la prima elezione a sindaco di Gori? Il Segretario provinciale della Lega (ora in parlamento) Belotti incentrò tutta la campagna su un abuso (presunto) riguardante una casa di Giorgio Gori in città alta, con tanto di foto da drone. Il Gori dimostrò (infatti in poche ore venne rimossa) che si trattava di una veranda mobile ma risultati politici il can can non ne portò.
    Infatti vinse Gori, contro pronostico. Forse perchè siamo un popolo di finestrelle, verandine e aggetti abusivi. Chi non ne ha una ? (a parte me).

    Secondo caso – La villetta di Di Pietro. Nel Giornale si parla di Compagna, ma l’avvocato Susanna Mazzoleni (e ne sono certo essendo cugina di mia suocera) era Moglie dell’ex magistrato e madre di almeno due suoi figli. Forse lo è ancora, non ho notizie in merito.
    Si denuncia il fatto che per far prima e a costi minori, pur trattandosi di una ristrutturazione, si demolì e ricostruì, con il pretesto di un crollo, quell’edificio in via Lungobrembo.
    Può darsi, ma si tratta di pratica, mi creda, assai diffusa, anche se crolli e pericoli ce ne sono davvero in certe ristrutturazioni.
    E anche allora Di Pietro era un signor nessuno, nè noto alle cronache (era prima di Mani pulite) e tanto meno capo di partito.
    Ma al momento dell’articolo montava una campagna atta a screditarlo, il Giornale e i suoi articoli erano un pezzo della strategia, che era molto più vasta, nulla a che vedere con il caso Gandolfi.
    quanto alle pressioni.

    Terzo caso – Nel 2009 un privato Operatore Immobiliare (quello del progetto dell’Hotel a 24 piani per intenderci) già socio di un esponente di FI a Curno (sino a fine dicembre 2007, poi non più a quanto risulta) e già ai ferri corti con la maggioranza (si leggano gli articoli su L’Eco di Bergamo e successivamente un interessante numero dello “schiacciagandolini”) fece una pensata.
    [Per dirla tutta, quell’operatore aveva fatto pubblicare sull’Eco di Bergamo una doppia pagina dando per scontate certe cose che scontate non erano. Io — anche se le riuscirà difficile crederlo — a quel tempo mi interessavo pochissimo della politica di Curno. Avevo dato una mano a Gandolfi nella campagna elettorale, e credo fosse una buona mano. Poi, finché non ci fu l’ispezione alla moschea, mi tenevo abbastanza alla larga: Gandolfi era molto occupato, io forse un po’ meno coinvolto, ma avevo il mio lavoro. Ovviamente mi sentivo con il Gandolfi, non dico di no, e osservavo desolato che la zarina imperversava, la Di Piazza nutriva grandi progetti, Maini si considerava un fine politico, il Pedretti giocava di tacco e di punta ecc. Inorridivo davanti a certe prose degli assessori che Gandolfi talvolta mi faceva leggere, qualche volta mi prestavo a segnalargli evidenti svarioni grammaticali, altre volte capivo che non c’era niente da fare, e dicevo macchisenefrega, una volta però riuscii a fargli bloccare un volantino della zarina che era copiato di sana pianta da Wikipedia (a proposito del taglio di un tiglio, e lei aveva ripreso un lungo brano delle Metamorfosi di Ovidio, la storia di Filemone e Bauci). Tutto ero tranne che il portavoce del sindaco, per giunta «lautamente pagato», come scriveva il gatto padano a quel tempo, credo, firmandosi come Straliccio. C’era quella storia dell’Ufficio di Staff, ma quando capii che era una creazione della Di Piazza, mi ritirai in buon ordine. Cioè, come nel film ‘Jules et Jim’, ma a tutt’altro proposito, “non se ne parlò più”. Insomma, divenni un “soggetto politico” solo dopo la denuncia del Pedretti e, soprattutto, dopo a mozione della vendetta promossa da Pedretti con il plauso della similsinistra. Dopodiché, finalmente ho cominciato a divertirmi.
    Per tornare a quell’operazione immobiliare, sapevo che avevano fatto una riunione al castello della Marigolda (io naturalmente non c’ero), e c’era un giornalista dell’Eco di Bergamo “esperto di urbanistica” che doveva dare una copertura di pubbliche relazioni, e poi Botta di qui e Botta di là. Lei, che ormai un po’ dovrebbe conoscermi, capisce bene che queste cose suscitavano in me giudizi sarcastici. Però, ripeto, andavo a orecchio. Cominciai a capire bene le cose dopo che, grazie alla similsinistra, io divenni un soggetto politico e cominciai a difendere Gandolfi dagli attacchi convergenti del Pedretti, della stampa anglorobicosassone, della similsinistra, della quinta colonna ecc.
    N.d.Ar.]

    Ed ecco la pensata: denunciare (e chiedere un risarcimento di 2 milioni di Euro) il PD (nella persona del suo Coordinatore, Massimo Conti) per aver semplicemente fatto un manifesto apposto in vetrina che, tra l’altro, cavalcava il botta e risposta già in atto da settimane (o da mesi in modo carsico) tra il Sindaco e lui stesso, che voleva l’intervento (Hotel e Centro commerciale) in Via Fermi.
    La causa venne persa malamente dall’operatore (essendo basata sul niente, ci manca solo che un Partito non possa dire la sua sulla più grande operazione immobiliare della storia di Curno, con un edificio a 24 piani tra l’altro), che però poi disse di essere stato consigliato a farlo.
    Da chi e perchè? non lo disse e io faccio delle ipotesi:
    1) se è vero quello che una delle tante voci anonime all’interno della amministrazione raccontò, cioè di risate, qualcuno disse brindisi, alla notizia della denuncia potrebbe essere stato consigliato da qualcuno della maggioranza di allora. Non lo so e non sono sicuro che sia così.
    Di certo il PD si stava accreditando come soggetto in crescita e affidabile e dava fastidio all’operatore che tentò quella che il magistrato definì “Lite Temeraria” se ricordo bene, una richiesta spropositata finalizzata a indebite pressioni (una vetrina del PD, magari di gusto dubbio, ma perfettamente lecita, per 6 giorni con un risarcimento di 2 milioni di Euro).
    Altra ipotesi (la mia ipotesi) è questa. denunciare il partito di opposizione in modo forte per ottenere due risultati, zittirlo (cosa che non riuscì) e mandare un messaggio anche alla maggioranza (ora martello l’opposizione, ma la prossima botta potrebbe essere per voi).
    Ipotesi, ma io credo fondate. Su quest’ultima si è espressa la magistratura condannando l’operatore a pagare fior di spese processuali (proporzionate come ovvio alla mostruosa richiesta fatta).
    [Che ci creda o no, io ho saputo della denuncia molto dopo, e solo adesso apprendo della richiesta di risarcimento nella persona di Massimo Conti. N.d.Ar.]

    Registro (a quanto mi hanno detto) che a fronte del tentativo di un operatore vicino almeno a un pezzo della allora amministrazione di azzerare con una causa civile l’opposizione, mai una voce si levò da parte della allora maggioranza a solidarizzare con il PD; al contrario il PD invece di fronte a un volantino anonimo che denunciava tresche extraconiugali nella maggioranza lo fece, anche perchè l’anonimo, che sospetto di verde vestito, si firmò “Sinistra di Curno”.
    Anzi si disse (ma è da verificare) che fece piacere, che auspicavano l’allentamento della pressione “di quel rompicoglioni del Max Conti”.
    [Io personalmente sono intervenuto in difesa della dott.ssa Serra, stigmatizzando la virulenza di una sceneggiata della fasciofemminista che in una riunione di Consiglio gridava che la sindachessa era stata colta con le mani nella marmellata (per essere più preciso, riguardo a data e occasione, dovrei frugare nello storico di Nusquamia, ma non credo valga la pena); sono intervenuto una seconda volta in occasione di qualcosa di abnorme che apparve nella bacheca della fasciofemminista, la cui fotografia fu pubblicata, se ben ricordo, sul’organo della maggioranza, foto che ripresi e pubblicai su Nusquamia, con un commento assai aspro (poi però il documento scomparve dalla bacheca e finì tutto a tarallucci e vino). Ho anche cercato di dare una mano, non dico alla dott.ssa Serra, ma alla tenuta democratica di Curno, al tempo in cui Sorte cannibalizzava la Lega: suggerivo, e argomentavo, che la linea di “sobrietà” serrana fosse perdente. Ma la dott.ssa Serra preferiva abitualmente confrontarsi con il Pedretti. Alla fine, credo per intervento del Pd, si osò finalmente dare una risposta agli attacchi sortili. N.d.Ar.]

    Pressioni quindi, ma non chiamiamole Mafiose. Esistono da sempre e vanno denunziate (caro il mio Aristide) anche quando magari fanno, sotto sotto, piacere, o sono utili a un amico. Lei che disse allora in merito alle pressioni sul PD? Mi rinfresca (caro Aristide) la memoria?
    [Vedi quanto ho scritto sopra. Lei sa benissimo quanto disprezzi il ricorso alle cacate carte per venire a capo di controversie politiche. A suo tempo chiesi a diversi soggetti politici di esprimersi sulla vergogna dell’intimidazione para-mafiosa ai danni di Gandolfi, mediante delazione anonima a carico del padre. Ebbi risposte vaghe. Quella che doveva sembrare una risposta concreta suonava così: “Non chiedermi di dire che fu una cosa schifosa. Ma io sono del parere che la manina sia quella di un ex alleato di Gandolfi”. Ed era invece un tentativo di depistaggio. Non ricordo che lei abbia detto o scritto che quell’intimidazione fosse una cosa schifosa. Io invece dico che se qualcuno ha voluto far fuori i Pd, quand’anche fosse quello sgarruppato locale, con argomenti di cacata carta, colui è una fetenzia.
    Quando nel corso delle ultime amministrative curnensi, si vollero mettere in bella le risultanze dei dossier del gatto padano a proposito della revisione del Pgt io dissi due cose, e le dissi a un membro autorevole del pool tecno-giuridico (agrimensori e avvocati) che pensava di aver messo spalle al muro la dott.ssa Serra: a) non si fanno battaglie di cacata carta, ma politiche (dunque ricordiamo pure le biciclette e i foulard arancione, anzi partiamo da quelle: ma deve seguire il ragionamento politico); b) voi credete di essere bravi, ma guardate che in fatto di cacate carte i similsinistri sono più bravi di voi. I fatti mi diedero ragione. Vede, alle prossime amministrative, a maggior ragione, in assenza della politica, della guerra delle idee, potremmo assistere a tutto uno svolazzo di cacate carte, frutto di rielaborazioni dei dossier del gatto padano. Se lei ha appena un po’ di sagacia politica, non dovrebbe sfuggirle che il gatto nutre l’ambizione di essere il king maker, usando le sue cacate carte come soldati mercenari, al soldo di questo o di quello, purché grande sia il fetore, purché il germe del male attecchisca. Lui per sé non chiede niente, oltre tutto sa bene che non può esporsi in prima persona. Ma il soldo della sua macchina da guerra mercenaria è facile a dire quale sia: la possibilità di saziare la sua debordante malignità. Come ho scritto credo ormai già due volte, e come non mi stancherò di ripetere, per sfuggire alla manovra a tenaglia del gatto, la similsinistra dovrebbe mettere in campo qualcuno in grazia di Dio (ma due anni fa dove siete andati a pescare quel MarcoBattaglia?) il quale, oltre che nella sostanza, anche nell’apparenza (purtroppo le apparenze oggi sono importanti: e la colpa non è solo di Salvini, è anche di Occhetto, di Renzi…) segni una discontinuità rispetto alla linea serrano-crurale. Anche la Lega, se vuole tornare in gioco, non più cannibalizzata da Sorte, dovrebbe dire picche alle ambizioni dei politicuzzi di risulta e mettersi nelle mani di quel leghista della prim’ora, già amico di Bossi, oggi allineato ahinoi con Salvini, ma che niente ebbe mai che fare con il Pedretti, ha buoni agganci nel mondo curiale, ed essendo dotato di mente strategica potrebbe segnare per Curno un futuro un po’ meno squallido.
    N.d.Ar.]

    Grazie, la saluto con genuino affetto

    • Angelo Gandolfi permalink

      @Algido

      Leggo quanto lei scrive:
      «C’è da registrare che (leggendo qua e là, ascoltando qua e là, senza verifiche oggettive però) qualcuno (stessi ambienti di cui sopra) sostenne che il Sindaco si adoperò per insabbiare (o rallentare) il normale iter di verifiche e sanzioni.
      Io questo non lo so, se lo avesse fatto le cose brutte sarebbero due: 1) la campagna di denuncia dell’abuso che non mirava a sanarlo ma a mettere in difficoltà il sindaco; 2) il tentativo di usare il proprio potere per insabbiare la procedura da parte del sindaco».

      Qui vedo un’ intenzione di calunnia nei miei confronti che ritengo gravissima.

      [Di mio aggiungerei che questo è niente, o se non proprio niente, sono rose e fiori, rispetto a quello che scrive il gatto padano. Il quale s’inventa fatti e circostanze inesistenti, talora affermandoli spudoratamente come cosa certa; altre volte le sue calunnie sono seguite da punto interrogativo, o sono formulate in forma dubitativa: “ci deve ancora spiegare perché…” ecc. Se io fossi un giudice, alle persone come il gatto padano assegnerei una pena doppia: in primis, perché hanno calunniato; in secundis (come dice Montalbano) perché hanno offeso l’intelligenza del giudice, ricorrendo al cazzeggio del punto interrogativo o della formulazione dubitativa e contando sul fatto che ‘calomniez, calomniez, il en restera toujours quelque chose’. N.d.Ar.]

      • ALGIDO permalink

        Sono sorpreso dalla reazione dell’ex Sindaco Gandolfi, che forse non ha letto bene il post e lo ha interpretato al contrario.
        A me pare di essere stato intellettualmente onesto e che nulla di calunnioso (anzi, l’esatto opposto) sulla questione del presunto abuso di via Buelli.
        Del resto basterebbe poi rileggersi i volantini PD (che sul tema mai nulla scrissero a quanto ricordo su una vicenda che nulla interessava) per capire che non era quella la genesi e non era il PD a spingere sulla cosa.
        Ma questo lo sa bene anche l’ex sindaco Gandolfi.
        [Nessuno dei ‘boni cives’ ha mai pensato che il Pd avesse responsabilità nella schifosa delazione anonima. Veda per esempio quanto scrivemmo in La domanda delle cento pistole aspetta ancora risposta. N.d.Ar.]

        Erano voci (quelle di un insabbiamento) erano solo tali senza verifiche e senza prove (come è stato correttamente e chiaramente da me scritto) e come tali sono state trattate dall’interno della maggioranza che è succeduta al Sindaco Gandolfi (giudicate fuffa quindi), non invenzioni, voci, la cui responsabilità cada su chi le ha messe in circolo, non tra chi le ha raccolte, derubricate come inattendibili e non divulgate.
        Gli uffici preposti al controllo sono stati lasciati (a quanto so, io non ero in Amministrazione) a fare il proprio lavoro senza alcuna pressione (ai tempi del Sindaco Serra) nè è mai stata strumentalizzata la cosa da parte della stessa Amministrazione Serra. Quelle voci (di un insabbiamento) erano solo tali senza verifiche e senza prove (come è stato correttamente e chiaramente da me scritto).
        [Vede, il personaggio di Mr. Jourdain nel ‘Borghese gentiluomo’ di Molière non sapeva che cosa significasse “parlare in prosa”. Glielo spiegarono, e dissero che anche lui parlava in prosa. Al che lui fu tutto contento. Forse anche lei sarà contento se le dico che lei ha usato la figura retorica di preterizione (dal lat. ‘praeter+eo’, “andar oltre”) che nel <'Manuale di Retorica' di Bice Mortara Garavelli è classificata tra le figure di pensiero per soppressione, in questi termini: «La preterizione consiste nel dichiarare che si tralascerà di parlare di un dato argomento, che intanto viene nominato e brevemente indicato nei tratti essenziali» (p. 255 della mia edizione Bompiani, che è del 1989). N.d.Ar.]

        Si è ragionato sulla Ipotesi.
        Si è inoltre scritto (sempre chiaro e tondo) che di abusi come quelli di via Buelli a Curno ce ne sono 100 o più probabilmente 1000 nella sola Curno e che, probabilmente, la denuncia anonima è stata fatta solo e soltanto per fare pressioni all'ex sindaco, e non per l'abuso in sé.
        [Lei le chiama pressioni, che è troppo generico. Io le chiamo intimidazioni para-mafiose: “Guarda che noi possiamo farti del male, e sappiamo come fartelo. Questo è un avvertimento”. Quanto alle motivazioni, non è detto che sia la prima che viene in mente. Bisogna pensare ai mille volti della cattiveria, proprio come scrivevo in quel pezzo sopra citato, quello della domanda delle cento pistole, dove portavo l’esempio della carognata ai danni dell’onesto Edmond Dantès che però, grazie all’iniziazione dell’abate Faria, diventerà il Conte di Montecristo e si vendicherà. N.d.Ar.]

        La calunnia nel tal caso sarebbe stata da parte di chi (forse ex componenti la maggioranza del sindaco Gandolfi, andrebbe verificato, ma sono passati anni) quelle ipotesi le metteva in circolo e soffiava.
        Non solo durante il periodo di Governo Gandolfi, ma anche subito dopo.
        Come erano voci quelle che la denuncia con richiesta danni di 2 milioni di Euro a Conti fosse stata ispirata da un componente la maggioranza Gandolfi (non lui, di questo sono abbastanza sicuro) per fare pressioni sul PD (e ho aggiunto, come ragionamento personale forse anche per fare pressioni sulla ex maggioranza).

        Di non ipotetico purtroppo è stata la richiesta di 2 milioni di Euro (2.000.000 non so se è chiaro) e un procedimento basato sul niente, ma durato 3 anni (con decine di riunioni con i legali e con le banche) che ha provocato danni economici non trascurabili al Conti, ma non interrotto per fortuna la normale attività politica del PD a Curno a quanto ricordo.
        [L’aspetto odioso della “denuncia a cazzo” è che comunque il denunciatore avventato (uso di proposito questo termine, per non dare adito ad ampio cazzeggio giuridico, che un po’ mi fa schifo) potrà vantarsi di aver fatto perdere tempo e denaro alla sua vittima. Su Nusquamia, al tempo della seconda denuncia del Pedretti, il gatto padano mi domandava gongolante quante migliaia di euro avrei dovuto cacare in virtù di quella denuncia, del cui processo ancora in corso diceva di essere al corrente per audizione di chiacchiere da bar cinese. Poi con suo disdoro, fui prosciolto, per giunta con una sentenza bellissima. E il gatto disse: beh, non m’importa un fico secco. Come nella storia della volpe e l’uva: ‘Nondum matura est’. N.d.Ar.]

        Perché sospetto poi la richiesta (ufficiosa, in realtà la denuncia mai è stata ritirata) da parte dell’Immobiliarista, era di far scrivere una pubblica lettera di scuse e ritrattazione al Circolo (che suppongo sarebbe stata in breve pubblicata con evidenza dalla stampa). Con totale sputtanamento.
        Credo che al PD ritennero meglio dormire qualche notte in meno ma avere la schiena dritta e la coscienza a posto. E fecero bene, anche se ci vollero ben 3 anni per uscire da quella faccenda.
        Dato che Aristide ha messo in campo l’argomento delle pressioni (o avvertimenti) para mafiosi anonimi ho ritenuto di portare un mio contributo sul tema. A me sembra importante scrivere quello che fu e quali furono i comportamenti conseguenti di chi decise di non strumentalizzare questi “suggerimenti”. Che però ci furono, si vuole forse fingere che non ci fossero?

        • Una trappola dell’agente provocatore?

          Ricevo un messaggio da uno che ritengo essere un agente provocatore, il quale afferma che i due milioni dei quali parla Algido sono stati pagati. Pone inoltre tale somma in relazione a un acronimo, che ha l’aria di essere una furbata. Poiché, se non vado errato, colui che ha scritto dispone di un suo diario, lo invito a scrivere in quello ciò che ha infilato nella cassetta delle lettere di Nusquamia, e che ho cestinato.
          Se mi comporto così, è perché ne ho ben donde. Accà nisciun’ è fesso.

          • Algido permalink

            Pagati? Tutto da ridere.
            E da chi? Dal PD? da Max Conti? e dove li avrebbe presi?
            Talmente assurdo che tralascia un fatto: il denunziante perse e fu condannato quindi a pagare le spese. Chiese uno sconto (perché le spese legali sono proporzionate all’entità della causa) rispetto a una cifra importante. Gli avvocati trattarono, tutto lì.
            Ma dove li avrebbe presi il Conti 2 milioni?
            Ma la cifra chiesta è quella… tutto documentato, naturalmente, qualcuno avrà ancora le carte.

            [Vedremo se l’agente provocatore vorrà risponderle, ma sul suo diario. Immagino che esordirebbe, nel caso si decidesse a uscire allo scoperto (in linguaggio coglione: fare outing), con l’espressione «Algido fa finta di non sapere…». Un classico del modo contadinesco di affrontare i problemi. Non se ne può più.
            Lei forse si ricorderà che ai tempi degli attacchi a palle incatenate contro Gandolfi io avevo ipotizzato una ‘conspiratio bonorum’, perché il livello della battaglia politica (che ci deve essere, altro che! merda alla condivisione!) fosse portato nell’alveo della correttezza, della decenza, dell’urbanità. Ma la dott.ssa Serra era ansiosa di cogliere il frutto del rovesciamento di Gandolfi, che pensava di avere a portata di mano, e non coglieva mai, mossa dopo mossa, e intanto la tensione cresceva, ogni bassezza sembrava fosse concessa pur di abbattere Gandolfi o comunque metterlo in difficoltà, finché lorsignori furono costretti a uscire allo scoperto con il complotto serrapedrettista, che riuscì nell’intento soltanto 40 giorni prima della fine del mandato, con il contributo determinante dell’assessore (della giunta Gandolfi!) Locatelli. Ecco, a quel tempo chiedevo una ‘conspiratio bonorum’, oggi non la chiederei più, perché sono arrivato alla conclusione che Curno, quella parte di Curno che si occupa di politica, è fatta di gente cattiva e prima ancora che cattiva, stupida. A Curno non ci sono ‘boni cives’, questa è l’amara conclusione. Altro che la messa cantata della “città ideale”: serviva alla dott.ssa Serra per tessere le sue relazioni, invitò Nando della Chiesa e il Nando scrisse un articolo su di lei. Ma a Curno buzzurri erano e buzzurri dovevano rimanere. Non ci voleva molto a capire che la dott.ssa Serra temeva come la peste il confronto dialettico: di qui la mistica della condivisione, la determinazione che t’impedisce di parlare ecc. Guai se i cittadini di Curno fossero diventati “cittadini ideali”! Andavano bene così, non dovevano prendere cattive abitudini. Figurati: discussioni libere, non pilotate, niente truppe cammellate, un po’ come un tempo a Milano in piazza del Duomo. Milano allora, pur essendo bruttissima, molto più di adesso, era però una città civile, perché la dialettica era nell’aria: credo, anche per merito dei meridionali provenienti dalla Magna Grecia.
            Se posso introdurre l’argomento, direi che certe alzate di scudi, apparentemente ingiustificate contro di me, in realtà si giustificavano benissimo. Per il mio modo d’intendere la politica, di ragionare, di parlare, per le virtù romane che certo non rappresento, ma alle quali vorrei che fosse ancorata la politica. Ma se la politica si svolge a livelli compatibili con l’umana decenza, almeno tra i ‘boni cives’, se la politica non è più buffonesca (si ricorda il Foresti?), se non è grintosa (si ricorda il Pedretti?) e direi anche senza sorrisetti asseverativi (si ricorda la dott.ssa Serra?), ma con il gusto per la battaglia delle idee, o il confronto dialettico, nel rispetto delle regole del ragionamento, i villani perdono terreno, i giornalisti anglorobicosassoni diventano spregevoli, i teorici della delazione saranno trattati per quello che meritano, come degli appestati.
            Ma proprio questo si voleva e si vuole evitare, si vuole che Curno rimanga buzzurra. Lei si ricorderà che c’è stata una parentesi di fuoco amico anche su Nusquamia, e chi sparava non era un buzzurro. Ma voleva che Curno rimanesse buzzurra, sulla base di un ragionamento “strategico”: io pensavo invece che bisognasse dare ai curnensi una possibilità di raffinarsi: ma con l’esempio, mica con i pistolotti dove io t’insegno che cos’è il bene, e tu devi condividere quel ch’io dico. E, finito il pistolotto, io mi compiaccio del pistolotto e i buzzurri rimangono buzzurri. Il provocatore che ha scritto che il Pd ha pagato, Scrive “ha pagato”, ma lascia intendere altro, ammicca contadinescamente, dice e non dice, e se tu lo interpreti per il verso giusto lui ti dice che non hai capito però vorrebbe che si dicesse qui quel che non scrive nel suo diario. Si ricorda Pietro Ricca? Quello che sulle scale del Tribunale di Milano disse a Berlusconi “buffone”? No — disse poi — non ho detto “buffone”, ho detto “puffone”. Spregevole: abbi almeno il coraggio delle tue azioni e delle tue parole. L’astuzia contadinesca consiste nel fatto che il contadino negherà di aver detto quel che ha scritto, sosterrà che a norma di cacata carta responsabile delle parole che lui nega di aver detto è il titolare del sito che le ha pubblicate: tutto da dimostrare, ovviamente, ma lui ci prova. Di questo lui gode. Un atteggiamento, questo, per dirla con Eduardo De Filippo, che è la schifezza delle schifezze delle schifezze. Insomma, la situazione è disperata. Ma questo non significa che i migliori debbano gettare la spugna. Combattere contro la plebe talora è necessario; naturalmente sarebbe meglio combattere tra paladini.
            N.d.Ar.]

          • L’attore del territorio, la lite temeraria, il Pd di Curno

            Scrivevo di aver ricevuto un messaggio da parte di uno che ritengo essere un agente provocatore, il quale affermava che i due milioni dei quali ha parlato Algido sono stati pagati.
            Leggo nel numero 1070 del diario (cosiddetto blog) del gatto padano, buttata giù come per caso, in fondo a un articolo che è un pastone di cose curnensi, questa precisazione:

            Beh, non è esattamente quel che scrisse l’agente provocatore e che, secondo lui, avrei dovuto pubblicare nel mio diario, che il gatto chiama latrina, proprio perché Nusquamia si rifiuta di scendere ai livelli curnensi di delazioni anonime, delazioni seriali, delazioni semplici, calunnie col punto interrogativo, pettegolezzi con annotazione maliziosa ecc. Il gatto dice così per antifrasi, evidentemente. Per esempio, Isidoro da Siviglia spiegava l’etimologia di lucus (un bosco sacro) in questo modo: «lucus a non lucendo», come dire “il bosco prende il nome dalla luce, proprio perché non c’è luce”.
            Il messaggio cestinato esordiva così: «Mi pare che quei due milioni siano stati pagati. Eccome se pagati». E proseguiva in forma denunciabile, denunciabilissima, che non pubblico. Se posso aggiungere una mia considerazione, uno come Pecorelli (quello dell’agenzia OP, poi rivista OP, che si giocava in proprio le informazioni ricevute dai servizi segreti, che a loro volta si giocavano in proprio Pecorelli) si sarebbe almeno sforzato di rendere plausibile l’argomento. Qui no, questa è una zampata sferrata, credo, in un momento di sovreccitazione per delirio di potenza.
            Quel che scrive il gatto padano nel suo diario è invece sfumato, si presta ad essere variamente interpretato, ampio è lo spazio per il torneare di cazzeggio giuridico. Oh, astuzia contadina!
            A proposito di cazzeggio giuridico, sotto il governo Gentiloni si è stabilito che l’avvocato che si presta a intentare una lite temeraria incorre finalmente nei rigori della legge. Beh, io l’ho sempre detto: Gentiloni, con tutti i suoi limiti (anche a voler trascurare il fatto che è discendente di quello del “patto Gentiloni”, in virtù del quale i cattolici bergamaschi vollero ridurre sul lastrico mio bisnonno garibaldino, e per poco non ci riuscirono), Gentiloni, dicevo, almeno non è uno che viene dalla merda. Alle volte conta.

    • Una questione di “Terza F”: il verbo ‘trullare’

      Rispondendo interlinearmente ad Algido, scrivevo di un noto personaggio dello zoo di Nusquamia: «Lui trulla e appesta l’aria». Secondo il Sermonti questa del ‘trullare’ è voce onomatopeica: far rumore con l’ano. E questo è molto probabilmente il significato con cui deve essere inteso quel che Dante scrive di Maometto, posto nell’Inferno tra i seminatori di discordia, il quale è «rotto dal mento infin dove si trulla» (Inferno, XXVIII, 24). Oddio, speriamo che questa citazione non turbi gli ometti e le donnette del politicamente corretto curnense, quelli che plaudirono alla politica internazionale avviata dalla dott.ssa Serra in senso filopalestinese. Non dimentichiamo che i signori che giurano nel verbo di Abu Mazen (successore di Arafat come presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) tengono in gran sospetto i cristiani, a meno che non si prestino a farsi buccinatori del loro punto di vista, come la sindachessa emerita betlemita Vera Baboun, che a Curno ebbe accoglienza trionfale, da parte dell’Amministrazione serrana.
      ‘Trullare’ dunque equivale a scoreggiare, e questa è l’interpretazione che trovo nel commento del Sapegno a Dante. Scrive inoltre Sapegno che il Benvenuto, commentando i versi 137-39 del XXI canto dell’Inferno «in quel suo latino pittoresco, e ricalcato sul volgare, usa nello stesso senso, trulizare». Nell’edizione della Divina commedia commentata dal Sapegno che ho per le mani, quella dei tempi del liceo, (La nuova Italia, Firenze 1955) non è dato leggere le parole del sapido latino del Benvenuto. Né per gli studenti liceali degl’incipienti anni ’60 sarebbe stato facile trovarle. Ma oggi c’è Internet e fotuna vuole che il commento di Benvenuto da Imola sia indicizzato, cioè si possono fare ricerche nel testo. Perciò trovare la pagina dove il Benvenuto impiega il verbo trulizare è stato abbastanza facile. Bastava digitare nella finestrella di ricerca la parola “trombetta”; infatti i versi 137-39 sono quelli, ben noti, «ma prima avea ciascun la lingua stretta / coi denti, verso lor duca, per cenno; / ed elli avea del cul fatto trombetta». Ecco infatti la pagina:


      Facendo clic sull’immagine, è possibile sfogliare il commento di Benvenuto Rambaldi da Imola alla ‘Divina Commedia’. Si veda in particolare la p. 123.

      Scrive dunque il Benvenuto:
      «Hic ultimo autor describit motum et turpem morem istorum daemoniorum, dicens: illi decem daemones, der volta per 1’argine sinistro, idest, volverunt se ad sinistram per ripam illam quae claudit bulgiam, ma prima ciascuno avea la lingua stretta coi denti verso lor duca per cenno; idest, quod tenebant linguam dispositam et paratam ad trulizandum si fuisset necesse, sicut jam inceperat dux eorum; unde dicit: et elli avea falto trombetta del culo : jam faciebat ipse trullas».

      Sennonché un mio amico latinista sostiene — credo, per gioco — che ‘trullare’ significa, sì, far scoreggia, ma più ancora. Infatti nel latino classico trulizare significa intonacare un muro con la cazzuola: il che si fa ponendo sulla cazzuola un po’ dell’impasto di calce e sabbia, che viene subito “sparato” sulla parete da intonacare. A questo punto, ‘trullare’ significherebbe scoreggiare — vero — ma, più ancora, scoreggiare e sparare insieme merda liquida.

  24. La pattuglia neofemminista di Mozzo potrebbe riservarci altre sorprese
    Dopo aver violentato la lingua italiana, potrebbero far peti alla verità storica

    Quello che vediamo qui sopra è il solito articolo-non-articolo (come il tessuto-non-tessuto) al quale siamo ormai rassegnati: questa è la stampa anglorobicosassone, ragazzi! L’articolo pubblicato il 31 luglio, infatti, riprende il comunicato-bando di concorso della pattuglia neofemminista mozzarda, e fin qui non c’è niente di male; non va invece che lo ricopi paro-paro, con tutte le sue incongruenze e sciatterie grammaticali, con il marchio di una confusione mentale alla quale siamo purtroppo abituati, ma questo non significa che abbiamo perso la voglia di protestare. Un buon giornalista, soprattutto se vuole usare ossequio alla fonte che gli ha passato la notizia, corregge, migliora, interpreta e rende comprensibile il comunicato per la stampa. Scrivevamo in un nostro precedente articolo, A Mozzo un concorso d’idee pilotate, di scuola boldrinesco-serrana: «Come se non bastasse, il bando è scritto in un italiano da far drizzare i capelli: orripilante, nel solco della peggiore tradizione burocratica, cazzeggiatrice e politichese, con una spruzzatina di aziendalismo che va tanto di moda». E segnalavamo i punti da correggere, limare, chiarire. Invece no. Continuiamo a leggere quella brutta prosa, vediamo ancora la bella lingua italiana — una lingua quasi perfetta, come non ci stanchiamo di ripetere — calpestata e vilipesa.
    Non insistiamo sulla modalità stalinista, d’impostura “democratica”, con cui si vuol scegliere il nome a cui intitolare l’Auditorium. Vogliono fare i democratici, ma poi dicono ai cittadini che non possono esprimere le loro preferenze liberamente (non è possibile votare Laura Antonelli, per esempio) ma solo nell’ambito di una rosa i cui petali sono tutti al femminile. Nessun maschio, ohibò, e neanche un Lgbt, almeno per il momento. Così ha deciso la pattuglia sgrammaticata neo-femminista, e poi: Basta! Punto! Non m’interessa!
    Ma adesso si profila un altro pericolo. E se scegliessero d’intitolare l’auditorium a Maria Gaetana Agnesi? In effetti, non sarebbe nemmeno una scelta sbagliata, perché grandi furono i meriti della matematica milanese. Ma incombe il pericolo — questo sì, gravissimo — di una lettura femminista della figura virginale, che tutto merita tranne che di essere sussunta da un gruppuscolo sgrammaticato e scatenato. Proprio lei che non aveva ancora compiuto il nono anno e già recitava un’orazione in latino perfetto, davanti al circolo d’intellettuali che si riuniva nella casa di don Pietro Agnesi! Lei che scrisse con argomenti sorvegliati e in italiano limpido le sue Instituzioni analitiche, tanto che la sua lingua fu proposta come esemplare, nel campo della comunicazione scientifica! Ma voi la vedete una Maria Gaetana Agnesi che fa le fiche, partecipa ai cortei dell’8 marzo, che sbraita “L’utero è mio e lo gestisco io”? E riuscite a immaginare un discorso celebrativo pronunciato a Mozzo da un esponente della pattuglia femminista, in linguaggio aziendalistico, politichese, politicamente corretto ed ipso facto contorto, magari chiuso da un indisponente sorrisetto asseverativo? Povera donna, questo proprio non lo merita. Perciò domani pubblicherò un articolo su Maria Gaetana Agnesi, a mo’ di deterrente (ma non c’è da farsi illusioni), perché la pattuglia femminista si astenga dal dire cose che non sa, che non non può capire per incapacità congenita e che non stanno né in cielo né in terra.


    Francobollo emesso in occasione del terzo centenario della nascita di Maria Gaetana Agnesi. Il ritratto è di genere edulcorato, perché l’Agnesi non era bella, come qui appare, ma brutta, come vediamo nel busto realizzato dallo scultore G. Franchi. Il ritratto presenta un’immagine idealizzata dell’Agnesi, ricavata da un’incisione ottocentesca (1812) su disegno di Maria Longhi; il busto scolpito da Franchi che vediamo qui sotto, è stato realizzato, invece, dal vivo, o quasi. Stante la ritrosia della matematica a farsi ritrarre (altro che la ricerca forsennata di visibilità delle nostre femministe!) lo scultore, professore a Brera, si recava da lei con il pretesto di una conversazione e intanto ne memorizzava la fisionomia. Quindi nel suo laboratorio modellava il busto nella creta, che poi scolpì nel marmo. Il busto è conservato alla Pinacoteca Ambrosiana.

  25. ALGIDO permalink

    Aristide
    Sto finendo di Leggere il Libro “i demoni di Salvini” e le consiglio di fare lo stesso.
    Perché è davvero istruttivo e, credo, obbiettivo.
    [La tesi di fondo, se ho capito bene, pur non avendo letto il libro, è che Salvini non è fascista, ma peggio che fascista. È un populista senza ideologia, mentre Mussolini aveva un’ideologia, dapprima raffazzonata, quindi affinata grazie al contributo di una donna ebrea intelligentissima, Margherita Sarfatti. Dio non voglia che Salvini sia messo alla prova, fino in fondo, perché è capace di tutto. Non ha freni inibitori. Come sono capaci di tutto gl’impiegati determinati e smaniosi di far carriera: lo dimostra il celebre esperimento del professore, dello studente giustiziere e dello studente interrogato e punito, del quale ho parlato più volte. E ancora una volta si dimostra come la determinazione non sia una virtù, ma un vizio, uno dei più turpi. È quello che sosteniamo su Nusquamia, ormai da anni.
    Inoltre il libro, se non sbaglio, sostiene che Salvini è un agente d’influenza dello zar Putin. Non avendo letto il libro, non so se si sostenga che esiste un rapporto strutturato fra i due. Come lei sa, del grande gioco di Putin scrivo da tempo su Nusquamia: francamente, che un essere culturalmente mediocre come Salvini, in preda a delirio di potenza, abbia pensato di fare un gioco d’intercettazioine, è più che probabile. Non so quanto Putin, che è un criminale intelligente, l’abbia preso sul serio. Non per sgravare Salvini delle sue colpe, ma il gioco d’intercettazione è comunissimo in politica, a tutti i livelli, anche a quelli minimi di Curno.
    N.d.Ar.]

  26. ALGIDO permalink

    Fuoco amico su Nusquamia?
    Intende fuoco da parte di ex amici di Nusquamia immagino
    A dire il vero non lo ricordo, ma se lo scrive ci sarà senza dubbio stato qualcosa.

    [Infatti: qualcuno voleva che Gandolfi si compromettesse per dare una mano alla gestazione della nuova destra curnense. Pensava — e sbagliava — che io potessi essere di ostacolo all’operazione sputtanante e si forzava di buttarla sul ridere, con spirito di patata. Così Nusquamia non sarebbe più stato un luogo di riflessione sulle ragioni della politica, ma una latrina: proprio come il gatto padano, agrimensore male acculturato e contadino in cerca di rivalsa sociale, pretende che sia Nusquamia. Ma per fare satira bisogna essere seri, e avere un minimo di ‘esprit de finesse’; se poi c’è anche l’’esprit de géometrie’ (dove la geometria è quella nobile degli ‘Elementi’ di Euclide, non quella degli agrimensori), tanto di guadagnato. Se lei ci fa caso, da Luciano di Samosata ad Orazio, a Rabelais, ai grandi libellisti dell’Età dei Lumi, la satira è il giardino dei liberi pensatori. Lei riesce a concepire, per esempio, che un talebano riesca a far satira? Salvini fa satira? No, insulta. Di Maio fa satira? No, fa l’Andreotti della Terza repubblica, con la differenza che Andreotti, quando voleva (ma non sempre voleva), sapeva mettere nei gangli del governo della cosa pubblica uomini di valore. Non credo che nemmeno la dott.ssa Serra e la dott.ssa Gamba siano molto portate per la satira, considerato che loro coltivano la certezza, a differenza degli epicurei che coltivano il dubbio: epicurei furono Luciano di Samosata, Orazio, Rabelais, epicurei furono gl’illuministi. In ogni caso chi voleva degradare Nusquamia a latrina sbagliava, perché Gandolfi non aveva, e non ha, bisogno di Aristide per capire che un passo falso, in favore di coloro che l’avevano ostacolato, all’interno della sua stessa maggioranza (fuoco amico anche quello) per la realizzazione del buon governo, avrebbe comportato un’irredimibile lacerazione del proprio onore. Chi non ha onore pensi quel che vuole. N.d.Ar.]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: