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La storia vera della “versiera” di M.G. Agnesi

5 agosto 2019

preceduta da una biografia ragionata della matematica milanese

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francobollo_Agnesi

Figg. 1, 2 – Francobollo emesso l’anno scorso in occasione del terzo centenario della nascita di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), che ebbe meriti straordinari nelle matematiche e nella filantropia. L’immagine è tratta da un’incisione su disegno (1812) di Maria Longhi, frutto di libera e idealizzata interpretazione di un acquerello di Benigno Bossi. Più verisimigliante, assai probabilmente, è il busto  che si conserva alla Pinacoteca Ambrosiana (qui sotto), realizzato da G. Franchi, professore all’Accademia di Brera, quando l’Agnesi era in vita. In basso nel francobollo, la curva “cubica razionale”, esprimibile cioè con un’equazione algebrica di terzo grado in x e y, nota come “versiera di Agnesi”.

Agnesi_Ambrosiana_Busto di G. Franchi_piccola

Di Maria Gaetana Agnesi ultimamente si è scritto parecchio, moltissimo, anche perché l’anno scorso ricorreva il terzo centenario della sua nascita. Quel che su di lei è stato scritto può essere classificato, grosso modo, in due categorie:
a) Libri e articoli biografici, pubblicati a stampa e in rete che della vita della matematica e benefattrice milanese riportano e riassumono quanto si legge nell’ottimo Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, scritto dal conte Antonio Francesco Frisi, stampato a Milano nel 1799. Raccontano tutti a un dipresso la stessa storia, talora infarcita d’imprecisioni, dovute al fatto che si sono consultate – e interpretate – fonti secondarie, desunte da quella primaria (il Frisi).
b) Libri e articoli, non necessariamente dedicati alla figura di Maria Gaetana Agnesi, ma che comunque ne parlano, in virtù del suo contributo al progresso delle Matematiche; in particolare, si diffondono sulla cosiddetta “versiera di Agnesi”, una figura piana (una “cubica”), che sarebbe stata scoperta dalla nostra matematica: ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo. L’imprecisione dell’attribuzione nasce dal fatto che tali scritti riportano notizie desunte da fonti terziarie, che attingono a fonti secondarie che hanno frainteso quelle primarie. Cioè, abbiamo parlato di fonti terziarie per economia del discorso; dovremmo a rigore parlare di fonti n-arie, che hanno attinto a fonti (n – 1)-arie, a loro volta desunte da fonti (n -2)-arie ecc.

Inoltre, come vedremo, è per lo più sbagliata la spiegazione che si suole dare al termine “versiera”, quasi che questa curva volesse indicare un “seno contrario”: ma un seno in che senso? e contrario a che cosa?

Non è un caso che il francobollo commemorativo emesso dalle Poste italiane l’anno scorso (2018) presenti, sotto il ritratto di Maria Gaetana Agnesi giovinetta, la “sua” versiera, perché questo è il principale titolo di merito attribuito a colei che fu da giovane una fanciulla prodigio e che nell’età matura fu poco meno che una santa, pervasa di un cattolicesimo che dire lombardo sarebbe riduttivo. Vero è che il cattolicesimo dell’Agnesi è improntato a concretezza e amore per il prossimo, e che perciò può essere confrontato con quello di Federico Borromeo, il cardinale Federigo (con la “g”) dei Promessi sposi. Ma lei va oltre: come vedremo, Maria Gaetana Agnesi vorrà cimentarsi nell’impresa titanica di confutare l’impossibilità di essere compiutamente cristiani. Un po’ come il principe Myškin nell’Idiota di Dostoevskij.
Dunque la fama dell’Agnesi, che ha meriti matematici grandissimi, non dovrebbe essere appiattita nella versiera. Eppure nel 2015, in previsione, di lì a qualche anno, del terzo centenario della sua nascita, i signori del motore di ricerca Google hanno pensato di crearle quello che si chiama un “doodle” (che, tradotto dall’inglese, significa “scarabocchio”), cioè uno speciale logo di Google, personalizzato. Il doodle di Maria Gaetana Agnesi presenta naturalmente la “sua” versiera, che in realtà non è sua.


Fig. 3 – Il “doodle” dedicato a Maria Gaetana Agnesi.

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1. Cenni biografici

Sulla vita e le intenzioni di vita di Maria Gaetana Agnesi, esiste una fonte autorevolissima, non “superata” né contrastata da alcun altro documento. Questa fonte è l’Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, del quale si diceva. Qui sotto ne vediamo la cosiddetta “illustrazione d’antiporta”, cioè l’illustrazione a sinistra del frontespizio, un disegno del busto modellato su creta nel laboratorio di uno scultore, che l’aveva osservata attentamente dal vivo, e che poi trasferì sul marmo. Lo scultore è Giuseppe Franchi, professore di Scultura e Disegno all’Accademia delle Belle Arti di Brera; il busto è conservato alla Pinacoteca Ambrosiana.[1] L’immagine è diversa da quella del francobollo, che semmai somiglia al busto che vediamo nel cortile d’onore del palazzo di Brera, Milano, di fattura ottocentesca: ma sono questi dettagli di poco conto, tranne che per i maliziosi.

Dissimualtione famam auxit

Fig. 4 – Immagine d’antiporta del libro scritto dal conte Antonio Francesco Frisi, fratello di Paolo Frisi, famoso matematico e astronomo. Facendo clic sull’immagine (il disegno è ancora del Franchi, autore del busto di fig. 2) è possibile sfogliare il libro. Intorno al ritratto si legge un’espressione che Tacito scrisse per la Vita di Agricola, ma qui attribuita all’Agnesi: «Dissimulatione famae famam auxit», cioè “Accrebbe la propria reputazione non facendo conto della propria fama”.

Sfogliando il libro – la fonte primaria che si diceva – apprendiamo che Maria Gaetana Agnesi è figlia di Pietro Agnesi, Regio Feudatario di Montevecchia, che è un colle morenico dell’amena Brianza. A Montevecchia don Pietro aveva una villa, in stile rococò, al cui muro di recinzione leggiamo affissa la seguente iscrizione: «Maria Gaetana Agnesi, dei matematici veri e della carità sapientissima [cioè, traducendo dall’italiano latineggiante in italiano corrente: la più sapiente fra i matematici e tra gli uomini la più caritatevole], giovinetta e ottuagenaria allietò nella pace la sua vita umile e grande».

Villa_GaetAgnesi
Fig. 5 – Villa Agnesi a Montevecchia.

Il padre non tardò ad accorgersi delle doti intellettuali e delle straordinarie doti mnemoniche della figlia, primogenita di ventiquattro fratelli e sorelle,[2] di primo e secondo letto. Le apprese il francese, nella qual lingua la fanciulla «fece così rapidi progressi che appena giunta agli anni cinque del viver suo, ne sostenne prove non volgari alla presenza de’ parenti ed amici fra le domestiche pareti».[3] Quanto al latino, il buon padre osservò nella figlia, come per caso, «una sorprendente facilità in ritenere e ripetere le ascoltate lezioni [di latino] del fratello, con mirabile ordine e precisione». Le diede allora come insegnate di latino il religioso, chierico regolare teatino[4] che a casa Agnesi era il padre spirituale di tutta la famiglia. E poi altri maestri ancora.
Tra i molti intellettuali che frequentavano il circolo di casa Agnesi, c’era l’abate Gemelli, uno dei maestri che seguivano gli straordinari progressi della fanciulla, il quale, pensando alle doti dell’allieva, scrisse e recitò un’orazione che aveva per argomento gli studi delle donne. Ebbene, Maria Gaetana aveva fatto progressi così rapidi nello studio del latino che poco prima di compiere i nove anni la «tradusse ottimamente dall’italiano in latino…, [e la] recitò dappoi a memoria nel giardino di sua casa, alla presenza di una numerosa e colta adunanza, a tale oggetto invitata, riscuotendone non comuni applausi».[5] Don Pietro, manifestamente orgoglioso del talento della figlia, si compiaceva di darne prova agl’intelletti migliori di Milano, più o meno come avrebbe fatto, circa quarant’anni dopo, ovviamente mutatis mutandis, Leopold Mozart, padre di Wolfgang Amadeus.
Scrive sempre il Frisi: «Non andò guari [cioè, non passò molto tempo] che anche la nostra Agnesi poté meritarsi il titolo di “Oracolo settilingue”, avendo ella aggiunte al possesso della lingua italiana, latina e francese, eziandio la greca, l’ebraica, la tedesca e la spagnola». Sotto la guida di ottimi maestri continuava a perfezionare gli studi letterari, faceva traduzioni.
Maria Gaetana aveva diciannove anni e già la fama delle sue doti aveva valicato i confini dell’Italia quando «dallo studio dell’eloquenza e delle lingue era passata per ubbidire al padre agli ardui e sublimi della filosofia». Sotto la guida d’illustri scienziati che frequentavano il cenacolo di don Pietro Agnesi, prese a studiare gli Elementi di Euclide, cioè la geometria, e ancora logica e metafisica, fisica teorica e applicata. I maestri erano sbalorditi, tant’è che «inoltratasi ella con mirabile rapidità in queste scienze, vollero gli esperti precettori che la loro brava discepola esponesse successivamente in privata compagnia domestica a pubblico cimento i propri progressi con varie tesi filosofiche, sostenute alla presenza di scelti e qualificati personaggi della sua patria». Alle domande Maria Gaetana rispondeva mostrando perfetta conoscenza della materia, in purissima lingua latina. Avvenne così che «in una generale disputa, tenuta al solito in sua casa nel principio del 1738, diciannovesimo di sua età… [avesse] a difendere centonovantuna tesi, alla presenza de’ principali Ministri e Senatori, e dei più celebri Letterati di Milano». Le tesi filosofiche di Maria Gaetana Agnesi furono date alle stampe lo stesso anno con il titolo Propositiones philosophicae quas crebris disputationibus domi habitis coram clarissimis viris explicabat ex tempore et ab obiectis vindicabat Maria Cajetana de Agnesii Mediolanensis. Nel corso di tali “Accademie” (così le chiamavano) l’Agnesi rispondeva alle domande e intavolava discussioni che vertevano, tra l’altro, su logica, ontologia, pneumatologia, meccanica dei gravi, fluidodinamica, astronomia, geografia, zoologia, botanica e geologia. Questi sono appunto gli argomenti del libro, il cui titolo può essere tradotto così: “Tesi filosofiche esposte estemporaneamente da Maria Gaetana Agnesi nel corso di frequenti dibattiti che ebbero luogo a casa sua alla presenza d’uomini illustrissimi, e da lei difese contro le obiezioni che le si muovevano”.

M.G. Agnesi._Propositiones Philosophicae
Fig. 6 – Per leggere il libro, fare clic sull’immagine.

Varrà la pena precisare che già l’anno precedente la pubblicazione del libro, Maria Gaetana Agnesi aveva preso a studiare il Traité analytique des sections coniques del Marchese de l’Hôpital, sul quale scrisse un ampio commento, ancora inedito (il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano).
Gli straordinari progressi nelle Lettere e nelle Scienze non ebbero tuttavia «forza bastante di scuotere il di lei animo, né di incitarlo ad alcuna troppo del resto naturale presunzione dei suoi talenti e di se stessa». In altre parole, Maria Gaetana non era assatanata di gloria. Perciò «giunta ella appena al ventesimo anno, determinò di ritirarsi dal mondo e abbracciare il solitario instituto delle religiose, dette volgarmente Celesti o Turchine, dal colore dell’abito». In altre parole pensò di monacarsi. Chiese pertanto il consenso al padre, il quale non dissimulò «l’acerbo suo dolore, in procinto di essere abbandonato da una sì cara figlia, che meritatamente era fra le altre la delizia del viver suo». Maria Gaetana prese atto del dolore paterno e fece «totale sacrificio delle sue più naturali inclinazioni». Consultatasi con il padre spirituale capì di essere «destinata nel secolo al bene de’ prossimi, ed a soglievo della languente umanità». Rinunciò dunque al proposito di farsi suora, presentò tuttavia al padre tre condizioni: «di vestir semplice e dimesso; di recarsi ad ogni suo arbitrio alla chiesa; e di totalmente lasciare i balli, i teatri ed i profani divertimenti». Il padre accettò le condizioni e la figlia accettò di fare la volontà del padre.
Maria Gaetana tornò a concentrarsi nell’algebra e nella geometria, ponendosi sotto la guida del padre olivetano Ramiro Rampinelli, che ne riconosce immediatamente il talento, la indirizza alla risoluzione dei più difficili problemi geometrici e la mette in contatto con altri esimi matematici.
Dopo aver meditato di pubblicare un commento al trattato del Marchese de l’Hôpital, del quale si è detto, l’Agnesi cambia idea, a favore di un’iniziativa che, più che affermare la sua superiorità intellettuale, risulti utile al suo tempo, e a maggior gloria di Dio. Così nel 1748 pubblica le Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana, con dedica all’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Ed è questa l’opera dove si fa cenno della versiera, della quale diremo.

Istituzioni analitiche_2

Fig. 7 – Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il il libro: in particolare, a p. 381, si fa menzione della versiera. L’Accademia delle Scienze di Parigi ne farà tradurre[6] la parte II su raccomandazione dei celebri matematici J. d’Alembert, M.J.A.C. Condorcet e A.T. Vandermonde. In Inghilterra, il libro è tradotto nel 1760 da John Colson, professore di matematica a Cambridge e traduttore di Newton (dal latino in inglese);[7] ma la traduzione delle Instituzioni analitiche vedrà le stampe soltanto nel 1801.[8]

Il libro è accolto con plauso unanime, in Italia e all’estero; la sua lingua è proposta come modello esemplare di italiano scientifico. Colei che fu una fanciulla prodigiosa, poi una giovinetta geniale, adesso ha trent’anni: subito dopo la pubblicazione, viene chiamata a far parte dell’Accademia delle Scienze di Bologna; la Reale Accademia delle Scienze di Parigi si rammarica di non poterla accogliere tra i suoi membri, a norma di Statuto,[9] ma tesse un elogio della sua opera, per l’ordine, la chiarezza e la precisione dell’esposizione: le Istituzioni analitiche dell’Agnesi – così afferma – contengono tutta l’analisi di Cartesio e quasi tutte le scoperte che si sono fatte fino al presente nel calcolo differenziale e integrale. E loda la sagacità con cui problemi affrontati dai matematici moderni con procedure sempre diverse sono stati presentati in una cornice espositiva unitaria. I matematici e “filosofi naturali” d’Europa scrivono a Maria Gaetana Agnesi per confrontarsi sulle questioni più sottili.
Maria Gaetana fece recapitare le sue Instituzioni analitiche all’imperatrice Maria Teresa, alla quale sono dedicate. La Sovrana – per tramite del conte Gianluca Pallavicini, Ministro imperiale (avremo modo di parlarne ancora, a proposito dell’alterco che ebbe, quattro anni dopo, con il padre di Maria Gaetana) – manifestò alla matematica il suo «clementissimo gradimento», contestualmente facendole recapitare «una preziosa scatola di cristallo di monte [cioè, di quarzo purissimo] ornata con brillanti, ed un anello di diamanti»[10] che in seguito saranno venduti per sopperire, come vedremo, a certe sopravvenute esigenze economiche.
Il Pontefice Benedetto XIV (papa Lambertini) scrive all’insigne matematica una lettera gratulatoria, dove ricorda che «lo studio dell’analisi fu da Noi intrapreso nel primo fiore della nostra gioventù; ma fu poi affatto abbandonato, essendoci consecrati a quegli studj proprj di quello Stato, a cui la Divina Provvidenza ci aveva prescelto»; tuttavia, soggiunge il pontefice, «leggendo alcuni capitoli dell’analisi delle quantità finite, siamo in grado di poter francamente sostenere, ch’ella è senza dubbio nel numero dei primi professori dell’Analisi, che contribuirà alla riputazione letteraria dell’Italia, e della nostra Accademia delle Scienze di Bologna, a cui ella è con tanto nostro contento aggregata». A questo punto, a secoli di distanza, non possiamo che levarci il cappello, oltre che davanti a M.G. Agnesi, anche davanti al pontefice: ma è colui che, quand’era “soltanto” il cardinale Lambertini, ottenne che Laura Bassi, fisica di scuola newtoniana, la seconda donna laureata in Italia, insegnasse all’Università di Bologna.
Quindi Benedetto XIV – scrive ancora il Frisi – «senza preventiva petizione, e di moto proprio la nominò a Lettrice onoraria di Matematiche nella celebre Università di Bologna»; segue l’invito del Senato accademico di Bologna a occupare la cattedra di Matematica dell’Università: avveniva nel 1750. Pur iscritta nei ruoli dei cattedratici dell’Università di Bologna (la registrazione fu mantenuta per 45 anni) Agnesi non si spostò da Milano, dove orientava la propria esistenza, sempre più, a pratiche religiose e caritatevoli, nonostante il padre manifestasse la propria contrarietà: «Oltre l’assiduità sua nel prestare temporali e spirituali benefici agli infermi di sua Parrocchia, e del vicino Spedal Maggiore,[11] fattesi assegnare dal padre alcune remote stanze di casa, ove ella abitar potesse segregata dalla restante di sua famiglia, cominciò a tenere presso di sé successivamente qualche inferma, alla quale personalmente e tutta sola rendeva gli opportuni servigi». Nonostante questa svolta pietistica, si prestava «senza difficoltà apparente, e senza indugio veruno ai desideri paterni […] intervenendo con aspetto ilare e tranquillo alle consuete Accademie di Casa»: cioè continuava a prendere parte alle dotte riunioni (le “Accademie”) del circolo intellettuale di casa Agnesi. E lo faceva «proponendo, o rispondendo a quesiti, problemi e dubbi scientifici». Le Accademie erano non di rado ravvivate dalle esecuzioni di donna Maria Teresa, sorella minore di Maria Gaetana, donna anche lei di talento, clavicembalista e compositrice.


Fig. 8 – ‘Concerto per il cembalo’, di Maria Teresa Agnesi.

Due anni dopo, nel 1752, viene a mancare il padre, per un forte attacco di petto, conseguenza di un alterco con Gianluca Pallavicini, «Governatore e Capitano generale della Lombardia austriaca», che gli rimproverava negligenza nel maritare le figlie, in particolare Maria Teresa, che aveva recentemente ricevuto una proposta di matrimonio, poi andata a vuoto, secondo le malelingue, per intervento del genitore. Questo episodio conferma la sollecitudine paterna per le figlie – testimoniata dall’educazione che impartì a Maria Gaetana – ma non ci autorizza ad alcuna illazione strampalata: quando diremo che il padre era orgoglioso della gloria che le figlie procuravano al suo casato di recentissima nobiltà (il titolo di feudatario di Montevecchia era stato acquistato con i proventi dell’industria della seta), avremo detto tutto quel che si può dire, sulla base di testimonianze disponibili e incontrovertibili.
Morto il padre, Maria Gaetana, «tolto di mezzo ogni impedimento a seguire la divina volontà, tutta all’istante si dedicò a Dio ed a beneficiare i prossimi più indigenti, […] notte e giorno provvedendo a’ loro bisogni colle proprie mani, senza sostituzione di alcuno de’ suoi domestici». Giustificava la svolta impressa alla propria vita (aveva 34 anni e sarebbe vissuta ancora 47 anni) con queste parole: «L’uomo deve sempre operare per un fine, il Cristiano per la gloria di Dio; finora spero che il mio studio sia stato di gloria a Dio, perché giovevole al prossimo ed unito all’obbedienza, essendo tale anche la volontà e genio di mio padre: ora cessando questa, trovo mezzi e modi migliori per servire a Dio e giovare al prossimo, ed a questi devo e voglio appigliarmi».
Sul piano intellettuale si dedicò a una lettura indefessa delle Sacre Scritture e alle opere, greche e latine, dei Padri della Chiesa. Scrisse un «Trattato sulle virtù, i misteri e le eccellenze di nostro Signore Gesù Cristo». Gli studiosi di matematica Italia e all’estero, le chiedevano di farle visita, ma lei declinava l’invito, con ferma cortesia. E quando, nel 1762, l’Accademia di Torino le inviò i lavori di Lagrange inerenti al calcolo delle variazioni e chiese un suo giudizio, la risposta fu che «le serie occupazioni sue l’impossibilitavano a ricevere questi contrassegni non meritati dell’altrui stima».
Ottenuta la liquidazione della sua parte di eredità (da dividere fra tredici fratelli e sorelle superstiti), «si fissa in una ristretta parte della casa stessa»: un quartierino di tre stanze, che riempì di povere inferme «senza punto eccettuare le ulcerose, o le giudicate insanabili, alle quali prestava l’usata assistenza per sé sola [cioè, senza ricorrere ad altri] in ogni loro bisogno, medicando eziandio le loro piaghe schifose ed orribili con le proprie mani». Insomma, il suo quartierino divenne un piccolo ospedale e per far fronte alle spese pose in vendita i gioielli che aveva avuto in dono dall’imperatrice Maria Teresa.
Poiché però «sì ristretto ricovero» non corrispondeva alla «dilatazione della sua carità, risolvette di ritirarsi dalla casa paterna» e si trasferì a Porta Vigentina con quattro inferme. Era il 1759, sette anni dopo la morte del padre. Intanto aveva dato fondo alle sostanze e, volendo istituire un ospedale, chiese soccorso ai facoltosi milanesi che lei conosceva e che l’avevano conosciuta, ma invano. Si rivolse allora alle istituzioni religiose. Dopo due anni di privazioni e macerazione volontaria cadde malata, tanto che i medici riuscirono finalmente a convincerla a ritirarsi per qualche tempo nella villa paterna a Valera Vecchia, in Brianza.

Varedo_1

Fig. 9 – Villa Agnesi a Valera Vecchia, presso Varedo, in Brianza. Si legge nella targa «In questa villa paterna / visse / Maria Gaetana Agnesi / studiando istruendo beneficando. / A ricordo dell’illustre donna / nel primo centenario / della sua morte / il Municipio pose. / IX gennaio MDCCCXCIX».

Tornata a Milano, assisteva gl’infermi e insegnava il catechismo nella sua parrocchia, assumendosi «con eroica pazienza il carico d’istruire persone sceme[12] giudicate incapaci di accostarsi ai SS. Sacramenti», eppure ottenendo risultati che furono giudicati sorprendenti.
Maria Gaetana ha da poco trasferito nuovamente la sua dimora, da porta Vigentina a porta Romana, quando nel 1711 riceve dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli, «l’incarico di visitatrice e direttrice delle donne, specialmente inferme, nel Luogo pio Trivulzi»: il “Pio Albergo Trivulzio” che ancora oggi è la casa di cura per gli anziani meno abbienti di Milano. Allora però non si trovava dov’è adesso, lungo la via per Baggio, ma in contrada della Signora, di fronte a Palazzo Sormani. Qui infine Maria Gaetana si trasferì (nel 1783) e qui trascorse la maggior parte del tempo restante della sua vita, fino alla soglia del nuovo secolo, «accomunatasi per sua umiltà a quelle povere alunne [cioè alle donne che vivevano della carità dell’Istituto], in apparenza quasi una di esse» e «tutta consacrata all’assistenza del suo Spedale». Quando la sua salute peggiorò (la vista e l’udito erano ormai assai deboli, soffriva di emicranie ed era tormetata dalla gotta) accettò l’esortazione e quasi l’imposizione del fratello Giovanni, che lei stessa aveva amorevolmente educato quand’era giovinetto, di trascorrere qualche tempo nelle ville che furono del padre: a Montevecchia e Valera Vecchia, delle quali abbiamo detto. Tornata al Pio albergo, Maria Gaetana scivola in uno stato di grande debolezza, fisica e mentale. Scrive il conte Frisi che «la confusione della sua mente cresce al sommo, a cui si aggiunge una grande aridità di spirito. Questa le cagiona forti timori intorno alla sua eterna salute» (per “aridità di spirito” deve intendersi la depressione). Il medico diagnostica un’idrope al petto, il decorso della malattia fa presagire la fine imminente, che lei accoglie ripetendo «con inusitato coraggio: Verumtamen non mea, sed tua voluntas est».
Banalizzando, si potrebbe paragonare la parabola di Maria Gaetana Agnesi a quella di Blaise Pascal che a trentuno anni abbandonò la matematica e la fisica per dedicarsi tutto alla religione e alla filosofia; Maria Gaetana abbandonò le Matematiche a trentaquattro anni. Ma a parte la differenza di scala tra il pensiero di Pascal e quello dell’Agnesi (senza per questo niente togliere ai suoi meriti), c’è nell’Agnesi qualcosa che preoccupava l’ambiente milanese, come preoccupava i parenti di santa Chiara d’Assisi (che cercarono di rapirla dalla Porziuncola, dove si trovava): il fatto è che l’esercizio della carità in queste due donne si accompagna, e non a caso, a un degrado sociale, più che accettato, ricercato. Leggendo tra le righe le parole del Frisi, che le fu amico e che ne tesse un elogio sincero, gli elementi per approfondire questo aspetto della sua personalità non mancherebbero. Il che non significa che si possa arrivare a certezza, per abili che si sia, come fu abile Freud a interpretare un tratto non irrilevante della personalità di Leonardo[13] – la sua omosessualità – analizzandone un sogno. È comprensibile dunque che una studiosa attenta della figura dell’Agnesi, Luisa Anzoletti, parli di un «enigma psicologico».[14]
La carità cristiana dell’Agnesi ha un tratto caratteristico del cattolicesimo lombardo, la concretezza e l’intensa operosità, ma a differenza per esempio del cardinale Federigo, che volge il privilegio (la superiorità intellettuale, la ricchezza) a fin di bene, lei annienta il privilegio e, come il principe Myškin del quale si diceva all’inizio, pecca, forse, della superbia – l’unica sua superbia – di volere confutare chi va sostenendo l’impossibilità di essere compiutamente cristiani. O, più semplicemente, come il Padre Sergio di Tolstoj, pensava, da sempre, fin da giovanetta, che servire Dio richiedesse una sorta di annientamento della personalità, una professione di umiltà al servizio dei bisogni della comunità. Quella personalità della quale non ebbe il pieno possesso finché il padre fu in vita, e che con eroico trasporto rese a Dio il giorno della morte di don Pietro.

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2. La cosiddetta versiera di Agnesi

Già il logo dedicato di Google, il “doodle” creato per ricordo di Maria Gaetana Agnesi, ci fa capire che la versiera è una sorta di curva a campana; abbiamo anche visto che nasce  dall’intersezione di una retta orizzontale e di una verticale, secondo un meccanismo comandato da un pallino che si sposta lungo un cerchio. Il doodle è però un troppo veloce: per capire il tracciamento geometrico della versiera, conviene ricorrere a questa presentazione animata, reperibile nel dominio del sito Geogebra (un software per l’apprendimento e l’insegnamento della matematica).

Tracciamento versiera (Matemedia)

Fig. 10 – Facendo clic sull’immagine si apre una scheda che ci consente di tracciare manualmente la versiera: si porti l’indicatore del mouse sul punto B e lo si trascini sul piano; conseguentemente si modifica l’assetto della costruzione geometrica: la versiera è il luogo dei punti d’intersezione della retta orizzontale DF e della retta verticale EF.

La versiera è costruita in questo modo: dato un cerchio di diametro OA = 2a e un sistema di assi cartesiani Oxy, si consideri un punto D sulla circonferenza e dall’origine degli assi si tracci una retta passante per D. La retta OD incontra la retta orizzontale tangente al cerchio in A nel punto E. Si tracci una retta orizzontale passante per D e si tracci una retta verticale passante per E. Queste due rette s’intersecano in F e la versiera è – appunto – il luogo dei punti d’intersezione F al variare del punto D sulla circonferenza. Ragionando sulla similitudine dei triangoli OGD e OAE, e applicando il teorema di Euclide, si arriva facilmente a scrivere l’equazione della versiera:[15]

Eq_nera

Ma perché chiamarla la “versiera di Agnesi”, dal momento che la curva non è stata scoperta da Gaetana Agnesi, e che lei mai ha pensato di attribuirsela? La matematica milanese non ne porta colpa, si è limitata ad affermare – nelle sue Instituzioni analitiche, a p. 318 – che questa curva prende il nome di versiera, perché così aveva letto in una nota del matematico Guido Grandi, che aveva collaborato alla prima edizione fiorentina delle opere del Galilei, edizione che precedeva di trent’anni la stampa delle Instituzioni analitiche: G. Grandi, “Nota al trattato del Galileo sul moto naturalmente accelerato”, in G. Galilei, Opere, III, Firenze 1718, p. 393.
Allora com’è nato l’equivoco? La spiegazione è assai semplice se si pensa al successo dell’opera dell’Agnesi: per chi leggeva per la prima volta quel nome – e non era a conoscenza della “nota” del Grandi – la versiera era “la versiera di Agnesi”.
Ma procediamo con ordine e vediamo quel che scrisse l’Agnesi: il passo che ha ingenerato l’equivoco è sottolineato in rosso. E l’Agnesi scrive: «curva… che dicesi la Versiera». Tutto qui.

p. 381_Agnesi

Figg. 11, 12 – Qui sopra, la pagina delle Instituzioni analitiche dove si fa menzione della versiera come soluzione del problema proposto. Facendo clic sull’immagine, il libro si apre a p. 381. Qui sotto, la fig. 135 alla quale fa riferimento il testo (a p. 380), collocata alla fine del libro. 

Fig. 135
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Si noti che l’equazione della versiera che leggiamo a p. 381 appare diversa da quella sopra riportata, conformemente a quanto si legge nei libri di matematica che oggi trattano l’argomento. L’equazione che leggiamo nelle Instituzioni è invece:

Eq_rossa

La differenza nasce dal fatto che il parametro a nella trattazione dell’Agnesi non è il raggio, ma il diametro del cerchio, e che gli assi x e y sono scambiati (perciò li abbiamo indicati in rosso). Con pochi passaggi algebrici si dimostra che l’espressione dell’Agnesi è riducibile alla nostra, normalizzata.
Trascuriamo il fatto che in realtà l’equazione fu già studiata da Fermat sessant’anni prima[16] e consideriamo invece quanto scrisse Guido Grandi nella sua nota: anche qui abbiamo sottolineato in rosso le parole che rivestono importanza per il seguito del nostro argomento, perché si tratterà di capire che cosa veramente vuol dire “versiera”, o – meglio – che cosa intendeva Grandi. Già, perché in toscano, o comunque nell’italiano letterario, “versiera”, cioè “avversiera”, ovvero colei che è avversa, sarebbe la moglie del diavolo o comunque una donna brutta e cattiva, una strega. Né mancò, come vedremo, chi così volle intendere la versiera cosiddetta di Agnesi.

p. 393_Grandi_Galileo

Fig. 13 – “Nota al trattato del Galileo sul moto naturalmente accelerato”, contenuta nella prima edizione fiorentina dell’Opera del Galilei. Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il libro.

Scrive dunque il Gandi: «…quella curva, che io descrivo nel mio libro delle quadratura alla prop. 4 nata da’ seni versi, che da me suole chiamarsi la Versiera, in latino però Versoria». Dunque Grandi intendeva che la versiera prendesse il nome dai “seni versi”. E che cosa saranno mai codesti seni versi? Non rimane che far riferimento al libro sulla quadratura delle curve e leggere quel ch’è scritto alla proposizione 4. Il libro in questione è: Quadratura circuli, et hyperbolae per infinitas hyperbolas, & parabolas geometrice exhibita …, auctore D. Guidone Grando, Ex Typ. Francisci Bindi, Pisis MDCCIII. Ebbene, alle pp. 24-25 troviamo la Propositio IV, e quel che segue, e troviamo anche l’espressione “sinus versus”. Troviamo anche la descrizione della versiera, che però qui non è nominata come tale; infatti Grandi non afferma di aver nominato versiera (o versoria) quella curva, già nel suo libro latino del 1703; nella sua nota del 1718 scrive che quella curva lui la chiama versiera, quando si esprime in italiano, e che in latino dovrebbe chiamarsi versoria.

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3. Significato vero della parola “versiera”

Abbiamo dimostrato che la cosiddetta versiera di Agnesi in realtà non è di Agnesi: prima di lei questa curva fu studiata da Fermat (1666) e fu battezzata da Grandi (1718). Ma furono le Instituzioni analitiche dell’Agnesi (1748) a rendere celebre questa curva.
Dimostriamo adesso che è del tutto fantasiosa la spiegazione del termine “versiera” ancor oggi proposta dai più, quando si cimentarono a spiegare quel «nata da’ seni versi» che scrisse Grandi nella nota al Galilei a proposito del moto accelerato.
Non siamo delatori, dunque non faremo nomi; però vediamo come il termine “versiera” sia spiegato in quattro recenti pubblicazioni a stampa:

«…una parola derivata dal latino vertere, “girare”»; questo è vero, ma non è una spiegazione: che cosa gira? forse il pallino che ruota intorno alla circonferenza, come abbiamo visto nella costruzione animata della versiera (vedi fig. 10)? In ogni caso Grandi non intendeva questo.

«…dal nome di una corda marinara agganciata a una vela che ruota (dal latino vertere)»: in effetti versoria è in latino una scotta, che consente di orientare la vela e fa girare l’imbarcazione; vero, ma Grandi intendeva, come vedremo, che la curva versoria prendesse il nome dal sinus versus, e non da una corda.

«…curva citata da Fermat e poi studiata dal Grandi, il quale, in modo ben poco poetico, l’aveva definita “curva con seno verso”». In effetti c’è un seno, ma non è quello della curva; è un seno nel senso trigonometrico della parola. La parola latina sinus (di qui l’italiano “seno”) nasce da una traduzione dall’arabo, che era a sua volta trascrizione dall’indiano. I traduttori latini aggiunsero vocali al termine arabo che così manipolato prendeva il significato di un’insenatura: sinus, appunto.

«Grandi l’aveva chiamata “curva con (seno) verso”, cioè contrario, nemico»: bisognerà riconoscere che si fa fatica a pensare nemico un seno, sia esso muliebre, o trigonometrico.

Infine, non mancò chi credette veramente che “versiera” significasse “strega”; costui fu quel John Colson che, come abbiamo visto, tradusse le Instituzioni analitiche dell’Agnesi, talché ancor oggi in inglese la curva è nota come witch of Agnesi, dove witch significa strega, appunto.

Eppure, per evitare d’incorrere in ricostruzioni fantasiose del significato del termine, sarebbe sufficiente andare alla fonte. Orbene Grandi, nel farci sapere di aver battezzato la curva “versiera”, ci rimanda alla Proposizione IV di quel suo trattato sulla quadratura del circolo e dell’iperbole, scritto nel 1703. Non rimane che aprirlo. Invece della prima edizione però apriamo la seconda, del 1710, che presenta il vantaggio – per noi che sfogliamo il libro in rete – di avere le figure inserite nel testo, invece che alla fine.

Grandi_Quadratura circuli_frontespizio

Figg. 14, 15 – Qui sopra, seconda edizione (1710) del trattato del Grandi sulla quadratura del cerchio e dell’iperbole. Scrive il Loria nella sua Storia delle matematiche, p. 654,[17] che questo scritto segna l’abbandono da parte del Grandi dei metodi infinitesimali in uso nella scuola galileiana per adottare quelli inventati da Leibniz» del quale questa edizione porta lo stralcio di una lettera, indirizzata a Grandi. Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il libro. La Proposizione IV si trova a p. 7. La figura qui sotto, dove identifichiamo il sinus rectus HL e il sinus versus IL, si trova a p. 5.

Grandi Esto semicirculus

Nella Proposizione IV Grandi descrive le proprietà della curva DdSQI, che è quella che vediamo qui sopra, che altro non è che un ramo della versiera. Ma per intuire quale sia la relazione tra versiera e sinus versus dobbiamo andare alla precedente Proposizione III dove si fa menzione esplicita del sinus HL (che deve essere inteso come sinus rectus, in assenza di specificazione) e del sinus versus IL. Che la curva sia qui costruita diversamente da come si è fatto nella presentazione animata di fig. 9 non deve sorprendere, perché diversa è la prospettiva con cui la curva è esaminata. Vediamo invece che cosa sia il sinus versus. Non è un’“insenatura contraria”, o “nemica”, ma una funzione trigonometrica, meno conosciuta delle funzioni trigonometriche abituali seno, coseno, tangente, cotangente: ma tutt’altro che un’entità misteriosa; tant’è che in italiano ha un nome, quello di “senoverso”. Viene indicato come sinv θ, o senv θ, o versen θ. Dato un angolo θ, il senoverso di θ è:

senv θ = 1 – cos θ

come mostra la figura:

Verseno
Fig. 16 – Definizione geometrica del senoverso.

Questo era dunque il sinus versus che intendeva il Grandi, che battezzò la versiera. E questo è tutto.

VAredo_vers_munic

Fig. 17 – La versiera cosiddetta di Agnesi tracciata sulla pavimentazione della piazza del Municipio di Varedo, che comprendeva il borgo di Valera Vecchia (oggi nel territorio di Bovisio Masciago), dove per qualche tempo Maria Gaetana Agnesi soggiornò, nella villa paterna (vedi Fig. 9).

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Bibliografia

L. Anzoletti, Nel secondo centenario della nascita di Maria Gaetana Agnesi. Intorno a un supposto enigma psicologico della sua vita, in “Vita e Pensiero”, IV, 8, 1918, pp. 303-311.

A.F. Frisi, Elogio storico di D.a Maria Gaetana Agnesi milanese, Galeazzi, Milano 1799.

G. Loria, Storia delle Matematiche, Cisalpino-Goliardica, Milano 1950 [19291].

A. Masotti, Maria Gaetana Agnesi, Rendiconti del seminario matematico e fisico di Milano, vol. XIV, 1940.

L. Tenca, “La versiera di… Guido Grandi”, in Bollettino dell’Unione Matematica Italiana, Serie 3, Vol. 12 (1957), n. 3, pp. 458–460.

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Note

[1] Non si pensi che una come Gaetana Agnesi, schiva come poche della mondanità e delle apparenze, si prestasse a posare per un ritratto: l’impressione delle sue fattezze fu rubata, come scrive lo stesso scultore sul piedistallo del busto: «Ignotus Te adii, et tumTe Tibi surripiebam / Francus, dum fieri quae peto posse negas. / Parce dolo…»; cioè “Io, Franchi, mi presentai a te che non mi conoscevi, ed ecco che ti rubavo l’immagine, mentre tu negavi che potesse avvenire quel che chiedevo. Perdona il sotterfugio…».

[2] Ventiquattro e non ventuno, come pure si legge in numerose biografie. Vedi A.F. Frisi, Elogio storico…, cit, p. 63, dove leggiamo che Maria Gaetana attese all’«educazione de’ suoi numerosi fratelli e sorelle (de’ quali benché in numero di ventitré, ben tredici vissero insieme dal 1753 al 1764)». Che fosse primogenita e non terzogenita – come pure avviene di leggere – è scritto a p. 8.

[3] Se non altrimenti specificato, le espressioni tra virgolette uncinate sono desunte dal Frisi.

[4] Cioè appartenente all’Ordo clericorum regularium vulgo Theatinorum.

[5] Conosciamo il titolo e lo svolgimento dell’orazione, tradotta in elegante latino, perché due anni dopo sarebbe stata data alle stampe: Oratio qua ostenditur Artium liberalium studia a femineo sexu neutiquam abhorrere, habita a Maria de Agnesis Rhetoricae operam dante anno aetatis suae nono nondum exacto die 18. Augusti 1727.

[6] Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul intégral, traduits de l’italien de Mademoiselle Agnesi, avec des additions, Paris 1775.

[7] Tradusse il De Methodis Serierum et Fluxionum dove Newton, indipendentemente da Leibniz, pose le basi del calcolo infinitesimale.

[8] Analytical Institutions in four books : Originally Written in Italian by Maria Gaetana Agnesi, London 1801.

[9] «Si les Loix de l’Institution de l’Academie avoient permis d’y admetre des Dames…».

[10] In una lettera al matematico Padre Rampinelli Maria Gaetana Agnesi descrive così il dono della Sovrana: «Quale autem, ac quantum illud sit verbis satis declarare non licet, cum expectationem omnem sane vincat. Capsula ex crystallo rupea mirum in modum elaborata, pretiosisssimis lapillis ornata, opus hercle ἀτίμητο, anulus adamantinus in ea contentus perfecti plane generis».

[11] La casa di don Pietro Agnesi è in via Pantano, l’Ospedale Maggiore ha sede nella Ca’ Granda, progettata dal Filarete per Francesco Sforza, che oggi ospita l’Università statale di Milano, in via Festa del Perdono.

[12] Al tempo in cui il Frisi scrisse il suo Elogio, non esisteva il precetto del politicamente corretto e le persone sceme erano chiamate così, senza giri di parole.

[13] S. Freud, Eine Kindheitserinnerung des Leonardo da Vinci, Leipzig und Wien 1910.

[14] Vedi Bibliografia.

[15] Si veda per esempio il sito ‘Progetto matematica’, alla pagina La versiera di Agnesi.

[16] Si veda questa edizione delle sue opere alle pp. 233-34: Oeuvres de Fermat, III, Gauthier-Villars, Paris 1896 (dove la notazione matematica è diversa, sia dalla nostra, sia da quella di Agnesi).

[17] Vedi Bibliografia.

busto a Brera_Fraccaroli 1847Fig. 18 – Busto di Maria Gaetana Agnesi, collocato nel Cortile d’onore del Palazzo di Brera, opera di Innocenzo Fraccaroli (1847): anche questa è un’immagine idealizzata, in stile neoclassico alla maniera del Thorvaldsen.

 

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115 commenti
  1. Aggiornamento

    Ho aggiornato il collegamento alle Instituzioni analitiche dell’Agnesi, che faceva riferimento a un’edizione in rete difettosa; alle volte il libro si apriva alla p. 381, come desiderato, altre volte si presentavano due pagine nere, né era possibile sfogliare il libro. Adesso il collegamento funziona.

  2. Claudine de la Mole permalink

    Grazie di avermi inviato il tuo articolo interessantissimo! Confesso però di non essere riuscita a comprenderlo interamente purtroppo. Che tu mi abbia ritenuta degna di riceverlo mi onora

    • Ti ringrazio, Claudine. In realtà la comunicazione di questo articolo ti è pervenuta in automatico: credo che tu abbia a suo tempo premuto qualche tasto, del genere “mi piace”, o “voglio essere informato”, quando hai letto l’articolo precedente di Nusquamia, sul brano di Tacito proposto ai maturandi del liceo classico.
      Maria Gaetana Agnesi è l’interlocutrice principale del sapido libro scritto dal prof. Claudio C., amico della nostra Ivana ed erede della migliore tradizione giansenista del Politecnico di Milano, dove prendono la parola i grandi matematici del passato, nel corso di una sorta di seduta spiritica via “chat”.
      A presto, coram, sul Benàco.

  3. Un luogo magico

    Parlando di Maria Gaetana Agnesi, potevamo trascurare di far parola di Montevecchia? È un luogo magico, nella Brianza bella, che non va appiattita nella Brianza gretta e aziendalistica del Capitale umano, film di Virzì peraltro bellissimo. Conobbi Montevecchia al tempo in cui con un amico, medico milanese, bibliofilo incallito, andavamo sulle orme di Stendhal: la fotografia della villa Agnesi pubblicata in questa pagina risale a quel tempo. Stendhal — ricordo — perlustrò la Brianza nell’agosto del 1818 in compagnia dell’amico conte Vismara, soggiornandovi spesso e senza negarsi qualche distrazione erotica con le forosette e, in particolare, con una pescatrice di lago: ne abbiamo scritto in Erasmo a Oria, Stendhal a Oggiono.
    Partendo in auto da Montevecchia e proseguendo per quella che si chiamava la “strada del ferro” si arriva a Lecco; di qui, percorrendo la sponda occidentale del ramo lecchese del Lario, in venti minuti si arriva a Varenna. Che è un altro luogo magico. Scrivevamo in un articolo di qualche tempo fa (Da non perdere: Valeria Golino recita Kavafis, in greco), che invitiamo il lettore a rileggere, non foss’altro che per rivedere il video incastonato:

    Abbiamo un debole per Valeria Golino, [*] da sempre, perché negarlo? Non so, l’avrò vista o sentita (voce meravigliosa!) anche prima, ma quando la vidi nel film ‘Come due coccodrilli’, dove recitava con Fabrizio Bentivoglio, ne rimasi folgorato. Era una storia ambientata tra Varenna e Parigi, e Varenna è un posto magico, un po’ come a Venezia la Corte sconta detta Arcana per Corto Maltese (ne abbiamo già parlato, da qualche parte).

    Varenna (e i suoi dintorni, per esempio il castello di Vezio, il sentiero del viandante, la sorgente del Fiumelatte…) mi fece un’impressione memorabile, la prima volta che vi capitai per caso, al termine di una zingarata “indeterminata”, cioè senza meta precisa. Da quel tempo non posso fare a meno di recarmici, più volte l’anno. La vediamo nel video qui sopra.

    Per vedere il film Come due coccodrilli (ne vale la pena, la sceneggiatura è pregevole: Valeria Golino, che vediamo all’inizio, fa venire il cuore in gola), fare clic sull’immagine qui sotto.


    ‘Come due coccodrilli’, film del 1994 con Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Giancarlo Giannini. Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

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    [*] Che vediamo ancora nel film citato, Il capitale unano, del quale qui presentiamo il provino:

    • Fiumelatte

      L’abbiamo menzionato qui sopra: è il fiume più breve d’Italia, che sgorga da una grotta — quasi un modello in scala della grotta di Fontaine-de-Vaucluse, dove nasce la Sorga, il fiume delle chiare, fresche e dolci acque petrarchesche — e si precipita sul lago, laggiù a qualche centinaio di metri di distanza.
      Leonardo ne scrisse nel foglio 214 del Codice atlantico: «A rischontro abbellagio chasstello [di fronte al castello di Bellagio] è il fiumelaccio [Fiumelatte], el quale cade da alto più che braccia 100 dalla vena donde nascie a piombo nel lago, chon inistinabile strepido erromore. Questa vena versa solamente agosto e settembre». Leonardo osserva che la fonte è intermittente, come quella della villa pliniana, [*] aggiungiamo noi, che fu anch’essa visitata da Leonardo (le sue notazioni sono nel codice di Leicester).

      Nota leonardesca – Ma che ci faceva Leonardo sul Lario? Era stato incaricato da Ludovico il Moro di «sopraintendere ai fiumi, ai navigli, alle muzze, ai fossi, alle bocche pubbliche e private» e, in particolare, di studiare un sistema di navigazione che permettesse il trasporto delle merci dal lago di Como a Milano, superando il tratto non navigabile dell’Adda, tra Paderno e Trezzo. Di qui le merci avrebbero proseguito sulle acque della Martesana. Spesso Leonardo soggiornò a Vaprio d’Adda, ospite di Gerolamo Melzi, capitano della milizia milanese, e qui, forse, ne conobbe il figlio Francesco, che divenne suo discepolo, e pupillo (o lo conobbe già a Milano?). Il sogno sforzesco di collegare il lago di Como con Milano, per il quale Leonardo elaborò due progetti, sarà realizzato soltanto nel 1777, al tempo dell’amministrazione illuminata di Maria Teresa d’Austria.

      ……………………………………………
      [*] Vi abbiamo accennato nell’articolo Striscione in latino contro il bieco aziendalismo dei mongomanager. La cosa non stupisca: cioè, non stupisca se in uno stesso articolo si trovano riportate le altezze della cultura (non istituzionale) e le bassezze degl’impiegatucci ambiziosetti, le parole di Plinio sulla fonte intermittente e il disprezzo per i mongomanager, il latino e il vernacolo della politichetta, praticata nel brutto paese di Curno a botte d’astuzia contadina e delazioni anonime. Non deve stupire, perché questa, in fondo, è la formula di Nusquamia, basata su un’intuizione di Baudelaire: il desiderio di bellezza come fuga dalla palude mefitica del laido quotidiano (non solo quello plebeo, ma anche quello del politicamente corretto), e che dalla bruttezza, anzi, è alimentato. Ricordate?

      Une nuit que j’étais près d’une affreuse juive,
      Comme au long d’un cadavre un cadavre étendu,
      Je me pris à songer près de ce corps vendu
      À la triste beauté dont mon désir se prive.

  4. Aronne Piperno condannato per “lite temeraria”

    Scrivevamo nella pagina precedente che molto opportunamente sotto il governo Gentiloni si è stabilito che, quando un avvocato cazzeggiatore sostenga un cliente malvagio nell’ordire una lite temeraria, incorra nelle sanzioni di legge non solo il cliente che ebbe l’ardire, ma lo stesso azzeccagarbugli che si prestò al gioco di cazzeggio giuridico. Giusto e sacrosanto. Questo però non ci deve far pensare che, a questo punto, viviamo nel migliore dei mondi possibili.
    Pare che neanche ai tempi di Pio VII fosse tollerato che si procedesse a lite temeraria, così perlomeno ci fa sapere il film di Monicelli, Il marchese del Grillo. Spesso però nell’amministrazione della giustizia il vero problema non sono le leggi, ma i giudici. È quello che sosteneva Alessandro Manzoni, a proposito dell’episodio della Colonna infame, contro l’opinione del (probabile) zio Pietro Verri, che aveva scritto un libro assai pregevole, Osservazioni sulla tortura. Verri tuttavia peccava d’ingenuità, come del resto si continua a sbagliare oggi (ma non so se sia soltanto ingenuità), quando si pensa di porre rimedio a questo o quel male del tempo presente con una nuova legge. Non dico che non si debba legiferare, dico soltanto che le leggi dovrebbero essere pensate bene, molto bene, e che grande cura dovrebbe porsi perché l’amministrazione della giustizia sia corretta ed efficiente. La condanna di Enzo Tortora — anche senza che si ricorresse alla tortura — non risale ai secoli bui, ma è cosa recente, di qualche decennio fa. Dunque è vero che Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza si autoaccusarono sotto tortura del delitto di unzione della peste. Ed è vero che la sullodata (in questa pagina) imperatrice Maria Teresa d’Austria ritenne opportuno abolire l’uso della tortura — e fece benissimo — nell’escussione dei testi e nell’interrogatorio degl’imputati. Rimane il fatto, come osserva giustamente il Manzoni nella Storia della colonna infame, che i giudici non erano obbligati a usare la tortura, e che soprattutto istruirono il processo in modo da dare in pasto alla plebe due capri espiatori. Le responsabilità sono personali, farsi usbergo delle cacate leggi, per fare del male, è scorretto ed è schifoso.
    Potrei continuare il ragionamento, che però meglio che con le mie parole, può chiudersi con l’apologo presentato in questo del film di Monicelli (vedi sopra). Questo sia detto a monito dei copropapirologi e dei cazzeggiatori giuridici d’ogni tempo e d’ogni luogo, cittadini o buzzurri che siano. A Curno, paese al quale, se non sarà ritualmente purificato, Dio riserverà un trattamento simile a quello di Sodoma e Gomorra, c’è addirittura chi, senza vergognarsi, e in preda a delirio copropapirologico, fa l’apologia della delazione anonima, in base al principio che se uno non ha fatto niente di male, niente ha da temere per effetto di delazione anonima. Male non fare, paura non avere, dice. Certo, nel migliore dei mondi possibili è così. Ma a Curno?

    ……………………………………………………………………

    Apologia della delazione nel paese diversamente bello da vivere.
    ……………………………………………………………………

    • Ma chi è l’apologeta della delazione — vien fatto domandarsi –, quando e dove si è espresso nel modo che vediamo sopra?
      Risposta: il gatto padano, vedi pagina 1065 del suo diario recante la data del 1° agosto 2019.

  5. Valentina D. permalink


    Per leggere l’articolo fare clic sull’immagine.

    [Questo articolo era finito nella casella di spazzatura (“spam”), chissà perché. Comunque sono in tutto e per tutto consentaneo con De Rita, quando afferma «Mi preoccupa la cultura da crociata dei Cinque Stelle che è riuscita a orientare spezzoni dell’opinione pubblica. L’ossessione dell’uno vale uno. L’eccitazione giustizialista. A inquietare è la totale assenza di cultura politica». Questa, si ricorderà, fu la posizione assunta inizialmente da Scalfari, il quale disse che i grilleschi sono peggiori dei berlusconiani; poi però fece marcia indietro.

    Per la stessa ragione per cui concordo — almeno in questa occasione — con l’istituzionale De Rita, sono in totale disaccordo con quanto hanno affermato ieri sia Diego Fusaro sia Massimo Fini, due vecchie conoscenze dei nusquamiensi; il giovin filosofo e il giornalista con la schiena dritta (e non dico per celia: Massimo Fini è un vero giornalista: altro che giornalismo di marchetta, enogastronomico e anglorobicosassone!), infatti, si mostrano se non proprio affranti, dispiaciuti per la caduta del governo populista cosiddetto gialloverde. Mi riprometto di tornare sull’argomento. N.d.Ar.]

  6. Vilipendio della “Terza F”

    Ieri sera facevo ritorno a casa reduce da una passeggiata a Brembate, quando, ascoltando la lettura dei Sepolcri di Foscolo, per ben tre volte ho sentito qualcosa che strideva, e non per colpa del poeta di Zante, qualcosa che suonava come vilipendio alla Terza F. Un vilipendio, per dirla in termini serrani, “gravissimo”. Sì, quella stessa terza F quotidianamente svillaneggiata da Di Maio, dagli aziendalisti, dagli assessorucoli ipercinetici, per non parlare poi… Beh, i lettori abituali sanno a quale malefico personaggio folkloristico dello zoo di Nusquamia mi riferisco.
    Ma procediamo con ordine. Per tutto il viaggio di andata, da Trezzo a Brembate, e per buona parte del ritorno avevo ascoltato (e non è la prima volta) la recitazione dell’Orlando furioso dell’Ariosto, letto da Giorgio Albertazzi, Giancarlo Sbragia e Alberto Lupo, con il commento di Italo Calvino, letto da Gianni Bonagura. Una delizia per gli orecchi, per la meravigliosa fluidità delle ottave dell’Ariosto, per le straordinarie immagini suscitate dalla lettura, ma anche per come era recitato e come se ne parlava.
    Solitamente quando, nel corso di queste passeggiate, arrivo Brembate, mi fermo a un bar davanti a un palazzotto d’improbabile stile gotico, in realtà ottocentesco e comunque ampiamente rimaneggiato, dove mi concedo il modico piacere di una birra: soprattutto se la giornata è calda, e allora mi viene in mente Maigret che beveva le sue birre (al plurale) in certi boccali di ceramica con il coperchio in metallo. Ma il bar era chiuso, per ferie. Sulla strada del ritorno, arrivato all’altezza di Crespi d’Adda, ma in posizione sopraelevata rispetto al villaggio che si trova in fondo a una conca, mi sono fermato al bar di un’ampia area attrezzata per feste popolari, sotto l’egida dalla parrocchia del posto. Decisi che qui avrei spento l’arsura delle fauci.
    Prima però di entrare nel locale pretesco, mi fermai, perché volevo arrivare alla fine dell’episodio dell’Orlando furioso che vede Ruggiero venire in soccorso di Angelica legata a una rupe, aggredita da un mostro, l’orca marina. Ruggiero cavalca l’ippogrifo che mostra di aver paura dell’orca, perciò per avere ragione del mostro ricorre all’incantesimo dello scudo, che finora era rimasto velato. Scopre dunque lo scudo che abbaglia il mostro e lo tramortisce. Fa montare Angelica sull’ippogrifo, e con lei atterra in Bretagna: ormai non si ricorda più della sua Bradamante, adesso arde d’amore per Angelica, tanto più che l’ha vista nuda, e chissà che cosa si è messo in testa; lei però improvvisamente scompare dalla sua vista, grazie a un anello incantato. Si veda la seguente illustrazione, un’incisione su disegno di Doré:

    Terminato l’ascolto dell’episodio di Ruggiero e Angelica e bevuta la birra, avrei potuto riprendere l’ascolto dell’Orlando furioso. Sapevo però, visto che è la terza volta che ascolto il poema, che di qui a non molto sarebbe stato recitato l’episodio di Orlando e Olimpia, anch’essa insidiata dal mostro. Di Olimpia abbiamo già parlato su Nusquamia a proposito delle sue poppe e dell’uso proprio e improprio (in sede aziendalista) della parola “eccellenza”: si vedano gli articoli Le poppe di Olimpia, simili a due “giuncate” e L’ecccellenza muliebre di Olimpia, nell’Orlando furioso.
    Volendo godermi l’episodio di Olimpia nella sua pienezza, e dubitando che, per arrivarvi, occorresse più tempo di quello che avrei impiegato per arrivare a casa, decisi di passare ad altro ascolto. Sullo stesso lettore di brani mp3 avevo trasferito un’antologia di letture dall’opera di Ugo Foscolo, in poesia e in prosa, che avevo appena scaricato dal sito della Rete di biblioteche bergamasche (è concesso di “scaricare” gratuitamente tre audiolibri al mese). Colui che legge il Foscolo ha una bella voce, non c’è che dire, ma troppo impostata per i miei gusti e troppo compiaciuta di sé. Ma insomma: a caval donato non si guarda in bocca. Quando si arrivò alla lettura dei Sepolcri ebbi un sussulto nell’udire le parole poste a epigrafe del carme:
    Deorum manium iura sancta sunto,
    cioè, siano inviolati i diritti degli dèi Mani.
    Ahimè, non “sunto” avevo sentito, ma “sunta”. Tornai indietro con il lettore di mp3, prestai nuova attenzione, ma si sentiva proprio “sunta”. Strano – pensai – perché la registrazione dei brani precedenti appariva tecnicamente perfetta. Sappiamo anche come si rende perfetta una registrazione: se si incorre in un errore di pronuncia, non c’è bisogno di incidere tutto da capo, semplicemente il tecnico prende la parola pronunciata correttamente da un’altra parte (talora anche una sillaba) e la inserisce nel posto giusto. Possibile che nessuno si fosse accorto dell’errore? Ma eccone, andando avanti, altri due:
    • Arrivati al punto in cui il Foscolo lamenta che il Parini si trovi sepolto in una fossa comune, rivolgendosi alla musa Talia, così si esprime: «e tu gli ornavi del tuo riso i canti / che il lombardo pungean Sardanapalo», cioè: e tu, o musa, con la tua ironia rendevi belli i versi che punzecchiavano il lombardo debosciato (quello «cui solo è dolce il muggito de’ buoi / che dagli antri abduani e dal Ticino /lo fan d’ozi beato e di vivande»). E per dire che il giovin signore è un debosciato, lo chiama Sardanapalo. Ma il lettore dei Sepolcri dice Sardanàpalo, e sbaglia due volte:
    – in primo luogo, perché questo nome deriva dal latino Sardanapālus, dove la penultima vocale è lunga, dunque per la legge del trisillabismo (ne abbiamo già parlato) si dirà in latino Sardanapàlus e in italiano Sardanapàlo;
    – in secondo luogo, quand’anche questa parola fosse normalmente sdrucciola, nella lettura metrica dovrebbe comunque dirsi Sardanapàlo, per il fenomeno cosiddetto di diastole metrica, per cui l’accento si sposta sulla penultima sillaba per ragioni di ritmo: infatti nell’endecasillabo uno degli ictus (cioè degli accenti metrici) cade necessariamente sulla decima sillaba.
    • Similmente, verso la fine del carme, il Foscolo scrive: «…Il sacro vate [cioè Omero], / placando quelle afflitte alme col canto, / i prenci argivi eternerà per quante / abbraccia terre il gran padre Oceano». E, anche qui, si dovrà leggere Oceàno, anche se normalmente di pronuncia Ocèano; si dirà Oceàno per il fenomeno di diastole (vedi anche Leopardi: «che n’andò per la terra e l’oceàno? »; o, analogamente, in Dante: «esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi».

    Non siamo delatori e non intendiamo mettere alla gogna nessuno. Rimane il fatto che vilipendere la terza F, soprattutto in ambito culturale, è cosa assai disdicevole. Anche se – mi sembra doveroso aggiungere – gli sfregi che la lingua italiana patisce quotidianamente per opera nefanda degli aziendalisti (una delle loro tante nefandezze) sono di molto peggiori, sia qualitativamente, sia quantitativamente.

  7. Culi rubati

    Qui si pone un quesito di sottile natura giuridica: è un reato fotografare il culo di una sposa? Dunque questa foto è denunciabile? In quali articoli del codice penale è incorso il fotografo? E se il fotografo fosse stato Aristide? Beh, questa è competenza — come ognun sa — del gatto padano: il quale sarà anche un agrimensore male acculturato, sì, ma ha avuto il privilegio i essere stato consulente giuridico del Pedretti (vedi i nn. 556 e 623 del diario felino) ed è notoriamente bardo e apologeta della delazione (per cui si vedano i nn. 934 e 1065).

    Il titolo di questa noterella è ispirato a quello del film di Truffaut, Baci rubati:

  8. Liceo Dettori permalink

    • Dal ’68 alle cacate carte
      Così crollarono le speranze di palingenesi

      In sintesi: nel ’68 ci fu del buono, del meno buono e del pessimo. Non potendo permettermi un’analisi migliore, più articolata, mi pare opportuno insistere — come del resto spesso, su Nusquamia — sull’arte del distinguere, che è un’arte antica (i Greci furono maestri, compresi i Greci d’Italia, cioè della Magna Grecia, che erano, anzi, i più sottili). Senza quest’arte non si può parlare d’intelligenza critica (l’aggettivo “critico” viene dal greco κριτικός, che deriva da κρίνω, che significa “distinguere”; e “critica” deriva da κριτική sott. τέχνη, che è l’arte di esaminare).
      Il ’68, dunque, quello nobile, nacque all’insegna del pensiero critico, promosso nelle Università dagli studenti che avevano fatto studi seri, ‘comme il faut’, in maggioranza di estrazione borghese. Il ’68 meno buono era rappresentato dai gregari e da qualche furbetto che videro nella confusione un’occasione di spasso e di minore impegno sui libri. Cioè — e la cosa non deve stupire — nel nome del pensiero critico si formarono nelle Università come delle vesciche, che poi divennero quasi caverne, o bordelli, brulicanti di studenti senza qualità che orecchiavano quel che dicevano gl’intelligenti, ripetevano gli slogan e, in buona sostanza, si appecoravano. Quando poi gl’intelligenti furono sconfitti, rimase l’abitudine di appecorarsi, comunque, a prescindere.
      Poi ci fu il ’68 pessimo, che a dire il vero fu soltanto una coda del ’68. In particolare, in Francia, il ’68 si esaurì con la partenza da Parigi del generale De Gaulle, in gran segreto, diretto a Baden Baden, dove si trattenne ventiquattr’ore e incontrò il generale Massu, che comandava le truppe d’occupazione francese ancora presenti in Germania. In pratica De Gaulle ottiene l’appoggio delle forze armate. Il 30 maggio scioglie l’Assemblea nazionale e decreta le elezioni anticipate per il 30 giugno: chi doveva capire capì. Così finisce il ’68 francese ch’era iniziato il 3 maggio. Si veda quanto scrivevo nell’articolo Il ’68, in Francia e in Italia dove accennavo alla degenerazione del ’68 in Italia, fino allo squallore del Movimento del ’77.
      L’egemonia del post ’68 era ormai passata ai meno intelligenti, i borghesi seri lasciavano le Università più compromesse per attendere agli studi in luoghi più tranquilli; parallelamente le facoltà cosiddette umanistiche (oddio, qui bisognerebbe intendersi, ma glissons…) s’intasarono di diplomati (che cioè non avevano frequentato il liceo gentiliano, non ancora sfregiato dalle “ministre”) che ipso facto, non avendo studiato latino, filosofia ecc., postulavano l’abbassamento del livello degli studi. Gli “studenti che studiano”, per non perdere tempo, quasi non frequentavano più l’Università dove le orde sottoproletarie agli ordini dei katanga la facevano da padrone: ma così lasciavano campo libero alla schifezza che sappiamo, al famoso Movimento del ’77, che qualcuno, poi arrivato ai vertici del potere (in maniera più o meno violenta), avrebbe voluto mitizzare, ma qui c’è poco da sublimare. Il c.d. Movimento culminò nel Convegno contro la repressione indetto a Bologna del ’77, egemonizzato dai cosiddetti autonomi, parecchi dei quali sarebbero confluiti nella lotta armata.

      Scrivevo in particolare nell’articolo sopra citato, riguardo alla differenza tra il ’68 nobile e l’ignobile dopo-’68, ormai asservito alle esigenze dei diversamente intelligenti, brodo di cultura di studenti che non studiavano e, con il trascorrere degli anni, fucina di formazione di professori che mai studiarono e che avrebbero rovinato la gioventù:

      La differenza fondamentale è che in Italia, il Movimento del ’68 fu da principio l’espressione del disagio intellettuale che spingeva gli studenti intelligenti di una Università d’élite a voler cambiare il mondo. Così, del resto, era stato in Francia. Invece il Movimento del ’77 fu espressione di una massa disorientata e per lo più ignorante di studenti sgarrupati, espressione di una Università di massa che, a parte le frange rivoluzionarie (ancorché senza una solida base dottrinale, anzi con parecchie pigne in testa) era fondamentalmente assatanata di stipendi sindacalmente garantiti. Non si vergognavano di pretendere il posto fisso, si inebriavano della fragranza delle cacate carte, proprio come i similprogressisti odierni, laddove il ’68 era stato intransigentemente antiburocratico.


      Manifesto del ’68 francese, contro le cacate carte.

  9. La forza (fittizia) di Coriolis


    Una dimostrazione dell’effetto della forza di Coriolis: il movimento della palla è rettilineo rispetto a un sistema inerziale (quello terrestre qui può essere assunto inerziale: sistema di riferimento terrestre-stellare, cioè con l’origine sulla Terra e assi ortogonali orientati verso stelle fisse), risulta invece incurvato se riferito al braccio rotante, che costituisce un sistema non-inerziale rispetto a quello inerziale, per il quale vale il I Principio della Dinamica. Dunque è “come se” sulla palla agisse una forza che, per l’osservatore a bordo del braccio rotante, ne incurva la traiettoria. Analogamente quando l’ascensore comincia bruscamente la sua corsa verso l’alto, sentiamo una forza che ci spinge verso il basso: ma è anche questa una forza fittizia. È pure fittizia la forza centrifuga (mentre l’accelerazione è centripeta). Tutto dipende dal sistema cui si riferiscono le leggi del moto (accelerazione centripeta nel sistema inerziale, forza centrifuga nel sistema non inerziale).

    Un lettore assiduo di Nusquamia mi chiese — a voce — se avessi qualcosa da mostrargli che illustrasse il concetto di accelerazione di Coriolis (e della relativa forza fittizia), di tono abbastanza divulgativo e che ne dimostrasse la formula. Mi dissi desolato, e sono tuttora desolato: perché, tornato da un breve viaggio, ho guardato meglio nella mia libreria, poi anche in rete, ma vedo che in parecchi libri di fisica (compreso il Resnick-Halliday, quello universitario per “studenti di Scienze fisiche e ingegneria”) non se ne parla proprio. Alcuni libri di fisica si limitano a farvi cenno e a fornire la formula della forza di Coriolis:

    dove m è la massa concentrata in un punto P, v con il pedice 1 è la velocità di un punto, riferita a un sistema di riferimento non-inerziale, ed è indicata in grassetto per significare che è considerata in modulo, direzione e verso (cioè è un vettore), ω (anch’esso un vettore) è la velocità angolare del sistema di riferimento non inerziale rispetto al sistema di riferimento assoluto, inerziale, e quella “v” rovesciata è il simbolo di prodotto vettoriale.
    In alcuni libri di fisica, infine, di livello universitario, la formula è finalmente dimostrata, ma si va sul difficile. In generale, per una trattazione rigorosa dell’accelerazione di Coriolis, conviene rivolgersi a un buon trattato di Meccanica razionale: si vedano le pp. 147 ss. e 202 ss. del celebre Compendio di Meccanica razionale di Tullio Levi-Civita ed Ugo Amaldi (Zanichelli, Bologna 1938). [*]
    Lo stesso ottimo Perucca, del quale abbiamo parlato in un precedente articolo (Un modo di classificare il sapere), dovendo dimostrare la rotazione terrestre con l’argomento della deviazione verso est, ancorché minima, della caduta di un grave, invece di assumere un sistema di riferimento terrestre, il che l’avrebbe indotto a introdurre la forza fittizia di Coriolis, preferisce svolgere i calcoli riferendo il moto a un sistema di riferimento terrestre-stellare.


    A destra, p. 312 del primo libro di fisica del Perucca (‘Fisica generale e sperimentale’, Utet, Torino 1940) dove si presenta la dimostrazione della rotazione della Terra con l’argomento della deviazione verso est della caduta di un grave. Prima dell’esperimento di Foucault, questo era l’unica dimostrazione diretta della rotazione della Terra. Gli esperimenti dell’abate Tadini che, negli anni 1794-95, precipitò i gravi nel vano del campanile del convento di san Francesco a Bergamo, e ripeté l’esperimento ben 143 volte, da un’altezza di 26 m, furono più accurati e meglio rispondenti alla realtà delle cose di quelli dell’abate Guglielmini a Bologna (1791), che aveva a disposizione una caduta di 78 m (entro la torre degli Asinelli). La prova definitiva — e diretta — della rotazione della Terra si ebbe con il celebre esperimento di Foucault, al Pantheon di Parigi del 1851: le posizioni assunte dal pendolo durante l’esperimento coincidevano perfettamente con quelle che oggi calcoliamo [**] mettendo in conto l’azione della forza fittizia di Coriolis (“fittizia”, perché i calcoli sono riferiti alla Terra, che non è un sistema di riferimento inerziale: non si muove di moto rettilineo e uniforme). Se non fosse soggetto alla forza di Coriolis, il piano di oscillazione del pendolo non ruoterebbe. Qui sotto, il Pendolo di Foucault (però, non fidatevi della pronuncia dell’annunciatrice, la quale dice “Coriòlis”) [***].

    Riassumendo, se vogliamo studiare le leggi del moto di oggetti immersi in un sistema non-inerziale, dobbiamo sottoporli a forze fittizie (forza centrifuga, forza di Coriolis) che non nascono da interazioni dirette entro il sistema di riferimento non inerziale, ma sono conseguenza dell’accelerazione del sistema non inerziale. Mentre l’effetto della forza di Coriolis appare evidente dall’osservazione dei fenomeni naturali (caduta dei gravi deviata a est, rotazione del piano di oscillazione di un pendolo, formazione dei cicloni ecc.) la sua dimostrazione richiede qualche dimestichezza con la matematica e la meccanica razionale. In particolare, l’accelerazione di Coriolis si studia al capitolo del moto relativo, quando si arriva al teorema di composizione delle accelerazioni. Il problema del moto relativo può porsi in questi termini:
    Noto il moto di un punto P rispetto a un sistema (O1) e noto il moto di (O1) rispetto a (O), trovare il moto di P rispetto a (O).

    Facendo clic sull’immagine si apre un pdf che ho ricavato da due fogli di un quadernone nel quale circa vent’anni fa raccolsi alcuni “Discorsi e le dimostrazioni matematiche intorno a scienze antiche”, quel che una volta si chiamava “filosofia naturale”: contiene, fra l’altro, la dimostrazione del teorema di Coriolis sulla composizione delle accelerazioni. Un giorno, forse, lo passerò in bella, usando Word e il programma Math Type. Fissai sulla carta tali discorsi perché temevo che con il progredire degli anni avrei potuto assistere a un inebetirsi (ricordate Di Pietro che un giorno disse “Sono inebètito!”, con l’accento sulla “e”?) delle mie facoltà logiche e critiche: come dice il proverbio, prevedere per provvedere.


    Per leggere il documento in formato pdf, fare clic sull’immagine.

    Segnalo infine questa breve trattazione divulgativa che non dimostra il teorema, ma è pregevole per la prospettiva storica:

    ……………………………………………………..
    [*] Il libro fu stampato prima che il prof. Tullio Levi-Civita, esponente della gloriosa scuola italiana di fisica matematica, fosse rimosso dall’incarico per effetto della promulgazione delle leggi razziali.
    [**] Al tempo dell’esperimento di Foucault (1851) Coriolis aveva già dimostrato (nel 1835) l’esistenza di una «forza centrifuga composta» (così veniva chiamata quella che in seguito sarà la “forza di Coriolis”), ma ancora non era stata sviluppata la teoria delle forze fittizie che consente di studiare il moto dei corpi riferito a un sistema non inerziale, dal punto di vista di un osservatore, cioè, che non si nuove di moto rettilineo uniforme. Del “teorema di Coriolis” si parlerà soltanto in seguito: si veda per esempio il Traité de mécanique di E. Collignon (Hachette, Paris 1873), a p. 276.
    [***] Varrà la pena osservare che il Tadini non avrebbe potuto sviluppare i calcoli ricorrendo al concetto di “forza di Coriolis”, perché Gustave Gaspard Coriolis nacque nel 1792.

  10. Salvini, fellone, ma come osi?

    Sostiene Huffington Post: «Sono in molti, però, nel Pd-non-renziano, a vederla bene come ministro del possibile nuovo governo Dem-M5S». Renzi, come tutti sappiamo, fu uno sbruffone e un aziendalista, proiezionista di slàid che gli preparava la McKinsey, finché non si emancipò, si mise in proprio e la fece fuori del vaso. Quelli della McKinsey, che pare siano guidati da una lobby ebraica (sarà vero?), saranno anche figli di puttana, ma almeno sono intelligenti: ciò sia detto con buona pace della dott.ssa Serra, filopalestinese a oltranza, tanto da farsi mediatore, nel paese diversamente bello da vivere, dell’impostura di Vera Baboun.
    Ciò premesso, quelli del Pd che sono ferocemente antirenziani dovrebbero smetterla di fare il male del Pd e, soprattutto, dell’Italia, incardinando il loro programma politico all’obiettivo d’infilzare Renzi. Non gli basta di aver sbagliato tutto al tempo in cui si schierarono contro il referendum costituzionale? Vi ricordate il nobile Zagrebelsky il quale diceva che non possiamo affidare la riforma della Costituzione ai renzisti? Ci penseremo semmai noi — diceva — a fare una proposta in grazia di Dio. Ebbene, dov’è questa proposta? Siamo stati i primi ad affermare che i renzisti erano sgraziati, opportunisti e aziendalisti. Facevano anche schifo. Renzi aveva qualcosa del boyscout cattolico che attira gli schiaffi, a prescindere, un po’ come nel proverbio cinese: quando torni a casa, batti la moglie; tu non sai perché, lei lo sa. Ma se gli odiatori di Renzi (per ragioni di potere, non per ragioni nobili) avessero avuto a cuore le sorti dell’Italia avrebbero favorito Renzi che si apprestava a levare il tappo burocratico; semmai i conti con Renzi andavano fatti dopo. Altrimenti, che cosa ci sta a fare l’eterogenesi dei fini? E poi, a parte Zagrebelski che effettivamente è di nascita nobile ed è di nobili studi, dove sarebbe la nobiltà degli uomini “de sinistra” che contrastano Renzi? Sarebbe di sinistra il bocconiano Stefano Fassina, ammanicatissimo con le banche e la finanza? Non basta l’aspetto un po’ burino per dirsi di sinistra. O Giuseppe Civati, che invece non ha niente di burino, ma che è malato d’individualismo, come quelli che hanno dietro una mammetta che pretende il successo del pargolo, costi quel che costi? (Proprio come a Curno dove c’è un pargolo, forse più di uno, che non capisce niente, ma vuole far carriera, anzi deve, per far felice la mammetta). Nella sinistra del Pd merita rispetto, a prescindere da questa o quella posizione politica particolare, Gianni Cuperlo, che fu segretario della Federazione giovanile comunista, dopo Pietro Folena, che era anche lui una persona rispettabile (impeccabile nel parlare, ma anche nel vestire, tant’è che Cossiga diceva «Folena è chiaramente un mancato indossatore… Se avesse lavorato nella moda ne avrebbero guadagnato sia la moda che la politica ed i Ds»).

    Maria Elena Boschi è intelligente, non ha niente della donna falsa e crudele, ferocemente determinata (pur avendo consapevolezza delle proprie qualità), è educata, è un piacere sentirla parlare, e vederla. La dott.ssa Serra voleva farci credere che quell’intrigante di Vera Baboun, propagandista di Arafat, fosse una santa. A noi pare che la santa sia Maria Elena Boschi.


    A sinistra, Maria Elena Boschi. A destra, Vera Baboun.

    • Maria Elena Boschi è di Malaga?
      No è di Arezzo, ma è ‘salerosa’

      Nota di “terza F”Saleroso significa «que tiene salero», cioè “che ha grazia”. Salero è anche la saliera, che contiene il sale. Infatti in questa espressione il sale è metafora di “grazia, brio”. Letteralmente, saleroso sta per “sapido”, ma di una donna come Maria Elena Boschi non si direbbe che è sàpida (il contrario è “insipida”), suona un po’ volgare. “Salerosa” va benissimo.
      Della graziosa fanciulla di Malaga ci siamo già occupati: vedi La Malagueña ‘salerosa’ non vuol battere le palpebre per l’amante povero.

  11. La politica spregevole
    Pettegolezzo, delazione e minaccia di delazione

    Oggi 20 agosto 2019 c’è sul Fatto quotidiano a p. 15 un’intervista di Gianni Barbacetto a Tonino Di Pietro.
    Dice Barbacetto: «Dopo le sue dimissioni da magistrato, nel 1994, alla vigilia dell’interrogatorio di Silvio Berlusconi, Borrelli però era furioso con lei».
    Risponde Di Pietro: «Io ho dovuto dimettermi per difendere l’inchiesta. Dopo aver rifiutato la proposta di Berlusconi che mi voleva fare ministro, ho capito che avrebbe trovato un’altra strada per fermarmi. Borrelli allora non sapeva del dossieraggio contro di me. Io invece avevo capito che stavano lavorando per inquinare le indagini e potermi arrestare, attraverso la Procura di Brescia. Così avrebbero fermato Mani Pulite. […] Mi sono dimesso quando ho capito che stava per arrivare il finimondo. Ho lasciato la magistratura per potermi difendere e per difendere l’inchiesta. Devo ringraziare due giudici liberi e indipendenti, Roberto Spanò e Anna Di Martino, che dopo anni d’indagini mi hanno prosciolto da ogni accusa. […] Borrelli, che pure non sapeva del dossieraggio contro di me, ha però sempre difeso il mio lavoro di magistrato. E nell’ultimo nostro incontro, con il suo abbraccio e il suo grazie, mi ha fatto capire di avere capito».
    In questa ricostruzione dei fatti manca quel passaggio, quando Borrelli, sentito come testimone a Brescia, riferì che Di Pietro gli avrebbe detto, riferendosi a Berlusconi «poi in aula ci vado io e quello lo sfascio». Qui non sono le parole che allarmano (non siamo moralisti, grazie a Dio), ma il contesto. Scrive infatti il Corriere della Sera (vedi L’addio a Francesco Saverio Borrelli. Quando urlò con Di Pietro: «Finisci giù dalle scale»): «Decisivo [decisivo che cosa? l’articolo qui non è chiaro: forse si voleva dire “Decisivo fu l’intervento di Borrelli…”: il soggetto logico è Borrelli] nel cogliere nel 1992 la necessità di affiancare all’energia di Antonio Di Pietro due colleghi (Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo) dalle caratteristiche complementari, lo è poi via via nel far loro da scudo agli attacchi provenienti prima da Craxi e poi da Berlusconi. Anche per questo, quando apprende che Di Pietro — dimessosi a sorpresa il 6 dicembre 1994 dopo l’invito a comparire a Berlusconi del 21 novembre, ma prima dell’interrogatorio il 13 dicembre — non solo aveva taciuto al pool di essere sotto scacco di Previti per un prestito dall’assicuratore Gorrini, ma aveva poi anche lasciato intendere ai vari politici che lo corteggiavano di essere stato quasi costretto dai colleghi a indagare Berlusconi, Borrelli gliene chiede conto. Prima in una burrascosa telefonata («non venire più in Procura perché ti faccio buttar giù dalle scale se non fai immediatamente il tuo dovere» di smentire), e in seguito nel 1996 testimoniando in Tribunale a Brescia sulla “defezione” di Di Pietro a dispetto dell’assicurazione ai colleghi “poi in aula ci vado io e quello lo sfascio”».
    Insomma, nel resoconto manca l’accenno a quel prestito che in realtà — sostiene Travaglio — non veniva dall’assicuratore Gorrini, ma da Rocca, un amico di Di Pietro) e manca soprattutto l’accenno al fatto che a Borrelli fosse giunta voce che Di Pietro si dicesse costretto dai colleghi a indagare su Berlusconi. Così si spiega l’ira di Borrelli e il titolo dell’articolo del Corriere della Sera.
    Barbacetto è al corrente di tutto questo, tant’è che scrive «Borrelli però era furioso con lei». Del resto siamo in molti a ricordare l’espressione «io quello lo sfascio». Dirò di più: sono risalito all’articolo del Corriere sopra citato digitando entro la finestrella di Google proprio quelle parole. Barbacetto è al corrente, ma non approfondisce, non incalza. E Di Pietro svicola. Siamo tuttavia uomini di mondo, possiamo capire che Barbacetto abbia voluto dare a Di Pietro una possibilità di tutela della propria immagine, adesso che verisimilmente esce di scena, e per sempre. L’Italia dei valori, il partito fondato da Di Pietro, con i suoi Scilipoti e i suoi Razzi, con la segretaria/braccio destro Mura (mi pare si chiamasse così), è stata una frana. Amen. Per quel poco che conta il mio parere, penso che Di Pietro fosse un uomo pericoloso per la tenuta democratica dell’Italia, al tempo in cui era “carismatico” (come del resto sono pericolosi tutti gl’individui carismatici, i paragnosti, gli esoteristi, gli oracolari). Ma poiché oggi è innocuo, se lo incontrassi per strada, volentieri gli rivolgerei la parola: potremmo parlare di mistica contadina, di elettrotecnica (Di Pietro è perito elettrotecnico), di quel programma d’informatica giudiziaria che lui conosce, e che anche io conobbi, ma di striscio.
    Ma allora perché scrivo questo articolo? Perché, sempre digitando nella finestra di ricerca googleiana quelle paroline, «io e quello lo sfascio», sono capitato in una pagina di Micromega di dieci anni fa, che riporta il punto di vista di Marco Travaglio su un modo di far politica che andava di moda al tempo in cui la pagina fu scritta, e che è di moda, più che mai, ancor oggi: far politica con il pettegolezzo (Travaglio dice “gossip”), con la delazione e con la minaccia di delazione.


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    La pagina s’intitola ‘Sic transit gloria Marrazzo”, ed è evidentemente un calco del detto ‘Sic transit gloria mundi’. Ma non si parla soltanto di Marrazzo, presidente della regione laziale che, senza nemmeno prendere troppe precauzioni, partecipava a festini Lgbt conditi di cocaina, e che poi fu ricattato dapprima da quattro carabinieri fedifraghi (considerato che agirono al servizio del proprio interesse privato, invece che dello Stato), quindi dai suoi nemici politici. Si parla anche di Di Pietro che, essendosi comportato improvvidamente al tempo in cui contrasse un debito con un privato, anziché con una banca (così dice Travaglio), divenne oggetto delle attenzioni di Previti. Ma soprattutto si parla del metodo di far politica con il pettegolezzo (“gossip”, dice Travaglio), e del ruolo di Signorini, direttore della rivista “Chi”. In breve, circolava un video compromettente su Marrazzo, presidente (in linguaggio coglione: “governatore”) della regione laziale; il servizio viene offerto a “Chi”, cioè a Signorini: Signorini telefona all’editore, cioè a Marina Berlusconi; Marina Berlusconi telefona a Silvio Berlusconi. Così Marrazzo, che già aveva pagato (così par di capire) i carabinieri fedifraghi, adesso non paga i suoi avversari politici, ma — peggio ancora — viene da loro tenuto per le palle. Nega tutto da principio, poi ammette, ed è la cosa migliore.
    Ecco, poiché Nusquamia è un diario, mi appunto qui il nesso che porta a tale pagina, perché penso che averemo modo di tornarci. Abbiamo già espresso il nostro disprezzo per chi ha la pretesa di orientare il corso della politica con argomenti di cacata carta, denunce dirette e indirette, palesi e anonime, o con minacce di denunce. Il sistema esposto da Travaglio, con molta lucidità, direi, è manifestamente schifoso, ed è ad altissimo livello, se così ci si può esprimere, parlando di schifezze. Ma non è che, anche a livelli inferiori, il disegno di condizionare la politica con il pettegolezzo e la delazione sia meno schifoso.

    Un’ultima notazione, su un errore — questa volta politico — di Travaglio. Scrive infatti, nella chiusa del suo articolo:

    Noi avremmo bisogno di qualcuno un po’ più nuovo, non tanto per giovanilismo o per nuovismo, ma proprio per il fatto che nessuno possa alzare il telefono per dirgli “ ho saputo che hai fatto quella cosa, stai tranquillo che se fai il bravo non te la tiriamo fuori”, perché finché l’opposizione sarà in mano a persone che possono ricevere quel tipo di telefonate non avremo un’opposizione.

    Ebbene, a dieci anni di distanza, abbiamo conosciuto il “nuovo” auspicato da Travaglio. Abbiamo avuto al governo “uomini nuovi” e hanno dimostrato di essere una schifezza, anche loro. Dove dunque si è sbagliato Travaglio? Ha insistito sull’onestà, che senz’altro è una virtù, ma secondaria. La virtù primaria è l’intelligenza, e tutto quel che ne segue.
    Com’è noto, siamo favorevoli al socialismo scientifico, al primato dell’intelligenza e al governo della cosa pubblica indirizzato da un’élite, dove per élite non s’intendono coloro che che si riuniscono nelle terrazze romane, nei salotti milanesi e all’Ultima spiaggia di Capalbio, le sciacquette che se la cantano e se la suonano e credono, senza alcun ragionevole riscontro, di essere l’ombelico del mondo; élite sono coloro che, per virtù innata e per educazione, sono capaci di ragionare. Le élite sono costituite per lo più da uomini solitari, capaci di ragionare caso per caso, invece di applicare procedure e affidarsi ad “algoritmi” e “metodi” ritenuti salvifici: gli appecorati, le Boldrine, i cattoprogressisti, i boy scout, gli aziendalisti, gli entusiasti di qualsiasi colore sono inscritti d’ufficio nel novero di coloro che Platone con disprezzo chiamava οἱ πολλοί, “i più”.

    • Algido permalink

      C’e’ qualcosa di nuovo oggi nell’aria… anzi d’antico. Siamo in piena crisi: chi ha fatto di più per sfasciare sembra che abbia sbagliato qualche calcoletto. Chi grida e si mostra indica una qualche debolezza
      Ma c’e’ un uomo… semplice che da qualche tempo, quasi defilato, lavora. E ne sbaglia poche. Vedremo se anche stavolta andrà cosi. Parlo di Zingaretti, il fratello nerd [lei vuol dire poco comunicativo ma gran lavoratore? N.d.Ar.] e secchione di Montalbano lo ha definito qualcuno. Ma a me urlatori ciarlatani puttanieri e mestatori sono venuti a noia. Spero non solo a me.

      • Ma Zingaretti è all’altezza della situazione?

        Francamente, non sopravvaluterei Zingaretti. Si propone come “l’uomo del fare”, proprio quando non fa quello che bisognerebbe fare ed ha perfino paura di fare. È chiaro che è contrario a un governo cosiddetto istituzionale, anche perché smania di far fuori i renzisti. Già, ma per poi fare che cosa? Tra l’altro, “governo istituzionale” non significa esattamente governo di inciucio con i pentastrali. E allora, perché parlare di “governo di svolta”? Se intendeva affermare di essere contrario a un governo con i pentastrali che hanno dimostrato di essere assolutamente inaffidabili quanto a capacità di ragionare, governare e progettare, questo andava detto.
        Invece, la dichiarazione di Zingaretti dopo le consultazioni con il presidente Mattarella (del quale tutti dicono tutto il bene possibile, con deriva culilinctoria che francamente disgusta) nel complesso ha l’aria di essere un capolavoro di democristianeria. Di tutto si ha bisogno, tranne che di queste capriole. Perché così si finisce per dare ragione a Salvini e ai grilleschi: i quali, si badi bene, hanno torto marcio, ma hanno buon gioco a far leva sui difetti degli avversari. Com’è noto, i filosofi dell’isola di Nusquamia sono del parere che la recente vittoria dei populisti sia attribuibile non a merito proprio di costoro, ma agli errori della similsinistra che, quando le Boldrine e le dott.ssa Serra prendevano la parola per imporre il proprio punto di vista, non ha saputo prendere le distanze e ha lasciato credere che quella fosse la posizione della sinistra; verisimilmente la similsinistra non ha preso posizione, facendosi del male, per mancanza di coraggio e incapacità di elaborazione di una strategia politica degna di questo nome. Si trattava a suo tempo, come abbiamo più volte sottolineato, di rivendicare i diritti della politica contro l’invasione di campo dell’aziendalismo, del cattoprogressismo e del politicamente corretto. Ma sentiamo Zingaretti:

        Dice Zingaretti: «abbiamo indicato al Presidente dei principi non negoziabili per dar vita all’esecutivo»: segue un elenco di cose ovvie, come quando si afferma la necessità di voler bene alla mamma, tranne un punto, a dir la verità, laddove Zingaretti postula «il pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa con la centralità del Parlamento». E siccome questa baggianata della democrazia diretta in una società complessa come la nostra, che non è l’Atene di Pericle o la Ginevra di Jean-Jacques Rousseau, costituisce un punto non negoziabile per i grilleschi, tanto valeva dire che il Pd è contrario a un governo con i pentastrali. Sarebbe stato bello sentirglielo dire così, papale papale, da uomo laico e razionale che rivendica il primato dell’intelligenza, contro l’esoterismo dei minus habentes. Ma ha preferito il linguaggio democristiano. Fermo restando il sospetto che – a parte il linguaggio moroteo – Zingaretti sia di questo parere più che altro per sbarazzarsi di Renzi e non in forza di un pensiero arguto e di un ragionamento stringente.
        Tuttavia non mi pento di aver scritto il nome di Zingaretti sulla scheda delle primarie, al tempo in cui si trattava di impedire che il partito, che in prospettiva dovrebbe diventare il riferimento per una politica finalmente razionale, finisse in mani ancora peggiori. Al solito, non potendo scegliere il meglio, si sceglie il meno peggio che, a ben vedere, è il meglio con altro nome. Ma Zingaretti dovrebbe avere il coraggio di trovare una soluzione ai suoi problemi, ai problemi del partito e soprattutto ai problemi dell’Italia che non fosse soltanto un esercizio di condivisione, ma soprattutto di razionalità. Come credo di avere già espresso in un articolo precedente, si tratta di elaborare un progetto che, per essere insieme efficace ed attuabile, non deve nascere dalla somma dei pareri espressi nelle commissioni in questo o quell’organo “democratico”: com’è noto, le verità non si votano a maggioranza, e nemmeno l’approssimazione alla verità, che è l’unica cosa alla quale possiamo aspirare. In altre parole, il progetto non può che essere elaborato in sede elitaria. In una fase immediatamente successiva, si tratta di spiegare il progetto alle commissioni, agli organi periferici del partito, agli italiani. Qualcuno dirà che non è facile; eppure partiti storici come la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano operavano proprio così; e un partito come il Partito repubblicano, erede (in parte) del Partito d’Azione riusciva addirittura, grazie alla sua capacità di elaborazione politica e alla sua rete di relazioni (qualcosa di meglio e di più efficace delle donnette dell’associazionismo portatore di voti) a imporsi, in certi ambiti, a due pezzi da 90 come la Dc e il Pci.
        Tirando le fila del discorso: Zingaretti non è all’altezza della situazione. Ma potrebbe, e dovrebbe, rivolgersi a intellettuali di grande spessore e affidare loro l’elaborazione di un modello dinamico e integrato della società italiana, che mettesse in grado il partito di affinare il processo decisionale. Un progetto di lungo respiro, si dirà. Certo, ma riguardo al presente, l’unica cosa da fare è operare per accelerare l’implosione dei grilleschi, che nella migliore delle ipotesi sono degli ingenui incapaci e che, proprio per la loro ingenuità e nativa mancanza di intelligenza, sono i più pericolosi, e rassegnarsi all’idea che Salvini riprenda con baldanza a fare il male del paese, considerato che questa è l’aria che tira e che non si può combattere contro i mulini a vento: perché, se così si facesse, Salvini diverrebbe ancora più forte, potendo mettere al suo arco la freccia micidiale del “chiagn’ e fotte”. Tanto Salvini, come disse profeticamente D’Alema di Renzi, prima o poi – verisimilmente ben presto – “andrà a sbattere”. Contemporaneamente bisognerebbe però, e senza indugio, lavorare Salvini ai fianchi, una volta tanto chiedendo l’apporto dei cazzeggiatori giuridici, purché di alto livello.
        Invece i cazzeggiatori giuridici dovrebbero essere tenuti a bada quando si tratti di mettere a punto il modello dinamico della società italiana per rendere finalmente questo paese governabile. A tale modello dovrebbero lavorare i cervelli migliori del paese e, se necessario, anche d’oltralpe e d’oltre Atlantico (ovviamente senza scivolare nel provincialismo della “commissione internazionale”), intellettuali di tutte le discipline, tranne quella del cazzeggio giuridico. Come diceva Carlo Cattaneo, più fisici e ingegneri e meno avvocati. Compreso l’avvocato del popolo, cioè Conte, che adesso vorrebbe accreditarsi come uno statista e una persona affidabile, essendosi dimostrato tutto il contrario. E non saranno le belle parole del discorso tenuto recentemente a ribaltare la realtà dei fatti. Perché, a dire la verità, sono state belle anche le parole di Renzi, che parlava a braccio (a differenza di Conte). Anzi, migliori.

        • P.S. – Leggo, in più di una fonte giornalistica che, come di possibile Presidente del Consiglio incaricato da Mattarella, si fa il nome di tale Marta Cartabia, «molto vicina a Mattarella», costituzionalista e docente di diritto costituzionale all’Università di Milano-Bicocca. Mamma mia, ci risiamo: una donna, un giurista… In alternativa, Paola Severino, altra donna, altro giurista. Quod Deus avertat! Si veda Governo giallo-rosso? Parte il totonomi per il nuovo premier.
          Merda!

  12. Algido permalink

    Le elites non si ritrovano più a Capalbio o nei luoghi da Lei indicati. Ma forse in alcune isole (Pantelleria Stromboli, Salina, Filicudi), nelle masserie del Salento o, meglio ancora, in qualche panfilo (termine agé ma che a me piace) al largo lontano da occhi indiscreti. E poi il mondo è grande mica c’e’ solo l’Italia.
    [ Vedi risposta qui sotto. N.d.Ar.]

    Lei che ha fatto? finite le ferie?
    [Non posso esprimermi, perché la vecchia zabetta malefica — quella che vorrebbe avere la possibilità di controllare i cittadini di Curno “h24”, come diceva quel poveretto, Bobomaroni, mediante le telecamere comunali di sorveglianza — è capace d’imbastirci chissà quale narrazione, con tanto di calunnie espresse in forma interrogativa o dubitativa. Quando ho pubblicato quella foto di “culi rubati” sono stato costretto a ritagliare la foto, che tutt’intera era abbastanza suggestiva, perché la zabetta non identificasse il luogo. N.d.Ar.]

    • Se noi razionalisti parliamo di élite, certo non intendiamo quelle zuzzurellone. Parliamo delle intelligenze scomode
      Un discorso a parte meriterebbero gli sfigati che si dicono “de sinistra” nella speranza di ricevere un ivito a cena

      Parliamo di cose diverse. Quelli che lei chiama ‘élite’ sono persone che a quattrini stanno abbastanza bene e che, andando a vedere qualche mostra, partecipando a qualche “evento”, acquistando qualche libro di Adelphi e talvolta facendo anche la fatica di leggerlo, pensano di avere il diritto di considerarsi il sale del mondo. Non escludo che qualcuno di coloro che frequentano Stromboli fosse al tempo andato un giovane promettente. Sognavano la rivoluzione ma poi si sono trovati ad essere, per esempio, funzionari e mongomanager dell’Industria di Stato: uno di questi era Adriano Sofri, ma un suo compagno di mattane al tempo di Lotta Continua — che sottoproletario era e sottoproletario era rimasto — abitava in un camper a Bocca di Magra e campava vendendo frittelle in compagnia della moglie racchia: vedendo le foto del “compagno” che se la passava alla grande, s’incazzò di brutto e vuotò il sacco, dicendo cose vere e meno vere, a proposito dell’assassinio di Calabresi). Adriano Sofri, uscito dal carcere, è tornato a far parte dell’élite; il figlio — insopportabile — ha sposato Daria Bignardi, campionessa del politicamente corretto, ultimamente funzionario Rai. Adriano Sofri aveva l’animo di un burocrate allora, ma non direi che sia cambiato. Adesso ci dà lezioni di galateo. Seh…
      Uno intelligentisimo invece era Martelli, del quale Massimo Fini scrisse un bellissimo ritratto, al vetriolo (erano compagni di banco, al liceo Carducci di Milano, quando il liceo era ancora quello gentiliano, non insozzato dalle “ministre”), ma poi si ridusse ad andare da Funari e recitare la parte del socialista “buono” mentre Craxi sarebbe stato il cattivo. Ha avuto le sue traversie, da principio poco mancava che gli sputassero in faccia, a scuola i compagni fecero il processo al figlio, poi è tornato a far parte dell’élite: è (ancora) bello, intelligente e ha sposato una nobildonna romana.
      L’elenco potrebbe continuare, come lei può immaginare. Ma mi fermo qui, per mettere in evidenza la differenza che corre tra Sofri e Martelli. Entrambi fanno pare dell’élite, per come la intende lei. Ma solo Martelli fa parte dell’élite, per come la intendo io, che è una élite di testa, e non di censo o di cooptazione tra riccastri e damazze, da una parte, e sfigati dall’altra, quelli che si dicono “de sinistra” nella speranza di poter frequentare i salotti dei primi. Il fatto che Martelli sia ricco in fondo è un dato accessorio, un “epsilon” trascurabile, come direbbero i matematici. Ecco, Martelli è uno di quegli intellettuali che varrebbe la pena interpellare per mettere a punto quel famoso modello sociodinamico dell’Italia, ‘à la’ Forrester, del quale ogni tanto mi càpita di scrivere: vedi per esempio Un modello per agire, fermo restando il primato della politica. Si veda anche l’immagine qui sotto, e la relativa didascalia, ripresi da un precedente articolo di Nusquamia.
      Martelli era un socialista, versava coi ladri? Ecchisene frega? Questa è un’obiezione moralistica che lasciamo ai leghisti (che però devono fare i conti con quei 49 milioni di euro che non sono certo finiti tutti nelle tasche di Umberto Bossi e del Trota, riguardo al passato; e con il Russiagate, per quanto concerne il futuro), ai grilleschi e ai delatori che con il ricatto pretendono di acquistare benemerenze e riconoscimenti istituzionali. Abbiamo bisogno dell’intelligenza di un Martelli. E, naturalmente, dell’intelligenza di tutti gl’intaliani intelligenti che sono costretti ad espatriare perché qui la loro intelligenza è percepita come un pericolo, e ben presto sono oggetto di ‘conventio ad excludendum’. Se il Pd tornasse ad essere governato da un’élite, come la intendo io, e come fu quella che guidava il Pci, non ci sarebbe più spazio per gli aziendalisti, per i cattoprogressisti e per il politicamente corretto (la “sinistra fucsia”, come dice il buon Fusaro), considerato che sono costoro i responsabili della deriva e del conseguente tracollo della sinistra italiana. Occorrerebbe procedere a una guerra interna di liberazione, ma Zingaretti non è all’altezza della bisogna.
      §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

      Diagramma di flusso per lo studio su modello delle relazioni tra capitale, risorse, consumi e inquinamento, le cui interazioni sono analizzate con i metodi della dinamica dei sistemi, tenendo conto cioè dei fattori d’influenza fra le grandezze caratteristiche e degli anelli di retroazione tra le unità di sistema. Il modello fu approntato nel lontano 1972 da Forrester, Meadows et al., per il Club di Roma. Nacque in ambito capitalistico (Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, era responsabile della Fiat Argentina) e — per dirla tutta — fu fallimentare, nel senso che le sue previsioni si rivelarono sbagliate. Ma non è sbagliato lo sforzo di governare la complessità del sistema valorizzando la conoscenza scientifica, in una prospettiva razionale e ricorrendo alla potenzialità di calcolo degli attuali elaboratori elettronici, oggi enormemente superiore a quella di quarant’anni fa. L’idea di porre la scienza al servizo del benessere sociale nasce in Francia con il socialismo scientifico di Saint-Simon ed è sposata da Carlo Cattaneo, che al governo della cosa pubblica voleva più ingegneri e fisici, e meno avvocati.

      • Algido permalink

        Guardi Aristide, quelle che lei chiama elites (de sinistra) per dirla in fiorentino mi fanno caha’ [caha’ o cahare? Credo la seconda. N.d.Ar.]. Ma di quelle vere che ragionano che vedono avanti che muovono idee capitali (la confraternita degli Gnomi) e azioni, quelle illuminate, mi rinfrancano.
        [Il problema, a ben vedere, è proprio questo: come individuare i “migliori” che possano aiutare il corpo civile, e la stessa plebe che è maggioranza nella comunità dei cittadini, a elevarsi, al di sopra della palude dove si agitano capipopolo ignoranti, personaggetti ambiziosi, tutt’al più furbi e talora nemmeno così furbi come essi pretendono di essere. Il problema principale, oggi come oggi, è mettere i mediocri e gli ambiziosi in condizione di non nuocere, prendere di petto la prevalenza del cretino, facendo salvi i fondamenti dell’ordinamento democratico. Il che significa che occorre, come abbiamo già scritto, dapprima individuare i migliori (vasto programma) quindi trovare un registro di comunicazione efficace, tale da convincere la plebe che oggi stravede per il populismo. Una sorta di “discorso delle membra”, come quello che fece al popolo romano Menenio Agrippa (si veda L’apologo di Menenio Agrippa)
        Parlando in generale, bisognerà dire che è necessario un ritorno alla razionalità. Oddio, “ritorno” fino a un certo punto, perché riesce difficile pensare alla ragione che prevale sulla passione. In realtà ciò non avvenne nemmeno al tempo della Rivoluzione francese, quando si pretese di stabilire il culto della dea Ragione. Però, in particolare in Lombardia, ci fu un periodo felice, quando la classe dirigente fu fondamentalmente razionalista. Ne abbiamo parlato nell’articolo Illuminismo lombardo. Dalle tenebre della superstizione alla luce della ragione. Era questo il tempo in cui visse Maria Gaetana Agnesi, alla quale è dedicata questa pagina di Nusquamia, il tempo di Pietro e Alessandro Verri, il tempo di Cesare Beccaria e il tempo della trasformazione della rendita fondiaria in impresa industriale. Cominciò poco prima del passaggio del ducato di Milano all’impero asburgico e durò fino alle Cinque giornate di Milano, quando infine Carlo Cattaneo lasciò sdegnosamente Milano per andare a vivere a Castagnola, in Svizzera, e quando sarà eletto deputato nello Stato unitario si rifiuterà di ricoprire la carica, per non giurare fedeltà al re sabaudo.
        Non nascondo che al tempo di Mani pulite, che alimentò un’ondata di populismo ‘ante litteram’ (o ci siamo dimenticati di Leoluca Orlando Cascio e Samarcanda che agitavano il feticcio della “ggente”?) feci parte di quella schiera di cittadini che ritennero opportuno reagire all’impostura di palingenesi giudiziaria votando per la Lega Nord, nella speranza che il “movimento” in prosieguo di tempo potesse trovare una guida illuminata, nella scia, appunto, dell’Illuminismo lombardo. Ma non se ne fece niente, le cose andarono come sappiamo, prevalsero i poeti dialettali e il mongoidentitarismo che fecero da schermo ai giochi di destrezza d’ogni tipo, dai rimborsi allegri ai diamanti di Tanzania ecc.: ma è inutile che stia qui a ripetere cose note. L’incontro col Pedretti mi aprì gli occhi, come parimenti si aprirono gli occhi dei cittadini che avevano sperato in uno scarto della Storia in senso illuministico. Con buona pace della vulgata similprogressista, affermo che non furono pochi gli uomini di qualità che a quel tempo votavano per la Lega Nord. Tra questi c’era, se non sbaglio, Massimo Fini. Un mio amico canadese che aveva preso la cittadinanza italiana, esperto degli scoli (lat. ‘scholia’ < σχόλια) ad Omero, mi confessò di votare per la Lega Nord, ma nello stesso tempo si raccomandava perché non lo si sapesse, perché nel mondo accademico, “de sinistra”, la cosa sarebbe stata presa molto male, con possibilità di ritorsioni.
        La speranza, si dice, è l’ultima dea. Ieri la speranza di una svolta illuministica in seno alla Lega Nord, tale che il timone della cosa pubblica fosse governato dai migliori (cioè dalle élites in senso proprio), quanto meno nell’Italia settentrionale, durò lo spazio di un mattino, perché poi è andata come sappiamo. Nessuno d’altra parte si fece illusioni quando BoboMaroni fece a Umberto Bossi un’offerta che il Senatur non poté rifiutare (un’impostura anche questa, la pulizia del pollaio che doveva essere una versione vernacolare di Mani pulite). Per non parlare della Lega di adesso, non più "Nord", ora che a sua volta Matteo Salvini ha fatto a BoboMaroni un’offerta che Bobo si è guardato dal rifiutare.
        Perché non nutrire allora, per quanto debole, analoga speranza riguardo al Pd? Vero è che leggendo la cronaca politica di questi giorni, cascano le braccia. Mattarella che assegna cinque giorni al Pd e ai pentastrali per elaborare un piano di governo? Ma è tutto da ridere, un piano di governo non si elabora in cinque giorni. Zingaretti che sarebbe contrario, ma non lo dice 'apertis verbis' e parla democristiano, avendo l’obiettivo di decapitare Renzi. I “mediatori” del Pd che mediano sui nomi, sulle attribuzioni delle poltrone, sul compromesso, così, a cazzo, senza avere essi stessi un programma, un disegno razionale da eventualmente limare. Ma in questo caso non c’è niente da limare perché il progetto non esiste, esiste soltanto la preoccupazione di un paventato ritorno a casa. Dunque la speranza di una svolta razionale in questi frangenti, nel breve termine, è zero. Nel lungo termine, perché rifiutarci l’illusione della speranza?
        N.d.Ar.]

        Esistono, non so se non accidentalmente chi siano, ma so che ci sono. E dormo meglio al pensiero che non sia tutto riconducibile alla superficie: al Truce, a Di Maio, alla Bignardi, a Trump, Bolsonaro, Maduro, Putin e compagnia cantante. E a gente che nemmeno si sa che esiata e crede di essere meglio di altri. Non ci fermiamo alla superficie, guardiamo le cose in controluce e immaginiamo il futuro.
        [Ecco, il futuro. Cioè i giovani. Il Pd saprà mettersi alla ricerca di quelle «immacolate, nobili, solitarie esistenze» delle quali ci parla Joseph Conrad nel libro ‘Sotto gli occhi dell’Occidente’? Nel “paese diversamente bello da vivere” abbiamo visto MarcoBattaglia, che ha “fatto” l’Erasmus, e che voleva rendere Curno più europea: tutto qui. N.d.Ar.]

        In fondo Mao ha avuto il pregio di scrivere alcune massime davvero intelligenti. Anche ora applicabili.
        [Mi viene in mente quella famosa massima: «Un proverbio cinese afferma che è proprio di certi sciocchi sollevare un masso per poi lasciarselo cadere sui piedi. I reazionari di tutto il mondo appartengono propriamente a questo genere di sciocchi». È una massima che funziona benissimo riferita alla realtà che abbiamo sotto gli occhi, basta mettere i “similprogressisti” al posto dei “reazionari”. I similprogressisti continuano a trastullarsi con i giochini di parole e non prendono atto del fatto che l’orgia populista nasce come reazione alle sparate improvvide della Boldrina e della dott.ssa Serra (ovviamente, parliamo di loro per l’alto valore simbolico, a fine didascalico, e non perché le due signore abbiano, da sole, una capacità di scatenamento della catastrofe così dirompente. Perciò, spesso, diciamo “le Boldrine” e “le dott.sse Serra”, al plurale). N.d.Ar.]

  13. Un esperimento bergamasco a dimostrazione del moto diurno della Terra


    Fare clic sull’immagine per leggere il documento pdf, relativo alla dimostrazione del movimento di rotazione della Terra intorno al proprio asse fornita dall’abate Tadini (ma abate dev’essere inteso come un titolo onorifico). La rotazione della Terra è dimostrata dalla deviazione, rispetto alla perpendicolare, verso oriente, della traiettoria di caduta di un grave. Tale risultato è confortato dall’esito di ripetuti esperimenti compiuti a Bergamo, negli anni 1795-96. Nella discussione della dinamica del moto di caduta libera di un grave, niente è sembrato più opportuno che riportare alcune formulazioni di Maria Gaetana Agnesi, tratte dalle sue Propositiones philosophicae, ch’ella scrisse giovinetta.

    In un precedente articolo riportato in questo diario [La forza (fittizia) di Coriolis] scrivevamo che prima della prova definitiva — diretta — della rotazione della Terra nel 1851, con il celebre esperimento di Foucault (il pendolo di Foucault del noto successo editoriale di Umberto Eco), l’abate Tadini aveva fatto cinquant’anni prima esperimenti accuratissimi, dimostrando che un grave lanciato dalla sommità del campanile di San Francesco non cade (non cadeva, perché il campanile non c’è più) esattamente a perpendicolo, ma subisce una (lieve) deviazione a oriente. Questo dimostra, appunto, la rotazione diurna (cioè nell’arco di un giorno) della Terra. Abbiamo anche accennato al fatto che tale deviazione — e, parimenti la rotazione del piano di oscillazione del pendolo — oggi si dimostra introducendo la forza di Coriolis: è un modo di semplificare i calcoli, riferendoli a un sistema terrestre-stellare, anziché a un sistema stellare assoluto (con origine in una stella fissa e assi orientati con le stelle fisse).
    Il testo della conferenza qui sopra presentato tratta dell’esperimento del Tadini e riporta alcune formulazioni sulla dinamica dei gravi dalle Propositiones philosophicae di Maria Gaetana Agnesi, alla quale è dedicato l’articolo di apertura di questa pagina di Nusquamia.

    P.S. – Nella presentazione dei materiali della conferenza sull’esperimento compiuto dall’abate Tadini, abbiamo levato il logo dell’istituzione e l’indicazione di data e luogo, onde evitare che la solita vecchia zabetta malefica ficcasse il naso e s’inventasse calunnie con punto interrogativo o in formulazione dubitativa (lo dico e non lo dico): per esempio, non ottemperato obbligo di versamento della tassa sul pisciato (come la tassa sul macinato) ecc. Al posto del logo istituzionale si è posta un’immagine altamente simbolica, rappresentativa dell’eterno femminino (la prima F di Nusquamia).

  14. Mamma mia!

    Sono capitato su questo contributo Twitter della Boldrina, che non commento, nel corso di una rapida indagine su quel che avessero da dire in queste ore (sono le 19 del 26 agosto) i soliti prezzemolini del Web. Perlopiù tacciono, stanno a guardare. Beh, conoscendoli, li capisco. Nessuno che dica quello che sarebbe il bene, o il meno peggio, dell’Italia. Già, e se il prezzemolino non totalizzasse un numero sufficiente di “like”? E se le cose prendessero una piega diversa da quella ipotizzata, e fosse tagliato fuori dai giochini di carriera?
    Per parte nostra, non ci spostiamo di un ette da quanto più volte affermato. Oggi come oggi, è auspicabile un’implosione dei pentastrali che, quando saranno ritornati ai temi simboleggiati dalle cinque stelle, e opportunamente sforbiciati, potrebbero svolgere un ruolo positivo all’opposizione. Si vada dunque a elezioni, Salvini vinca le elezioni (salvo impreviste rivelazioni sul Russiagate: a proposito, ma chi è l’uccellino, e perché ha cantato?), vuol dire che a fare il male dell’Italia sarà lui da solo, invece che in tandem con Di Maio. Confortato, questa volta, dalla sapienza dell’ “economista” Claudio «Aquilini» Borghi, andrà ben presto a sbattere, e prima finisce ’a nuttata, meglio per noi. Intanto il Pd farebbe bene a darsi una struttura gerarchica un po’ decente, stile vecchio Pci, e niente Veltroni, Prodi, cattoprogressisti, aziendalisti e mattane arcobaleno. Come dice Fusaro (che nella pars destruens dice benissimo, e non solo per l’elocutio; un po’ meno nella pars construens, quando si fa paladino di questo populismo intellettualmente straccione): la similsinistra al posto dell’internazionalismo ha posto il globalismo, è passata dal rosso al fucsia, dalla face e martello all’arcobaleno, dal quarto stato al terzo sesso, per non parlare di altre amenità considerate progressiste, come l’utero in affitto.
    Ahi, Boldrina, Boldrina!

  15. ALGIDO permalink

    Novità?

    • Nel momento in cui scrivo (sono le 22 del 27 agosto):
      • Zingaretti doveva essere il babau di Renzi, ma la partita è stata vinta da Renzi
      • Alcuni nomi che circolano tra i possibili ministri non sono d’infima qualità, ma il livello si abbassa paurosamente se Di Maio diventa vicepresidente del Consiglio e per soprammercato gli si concede un ministero: con quali competenze, con quale intelligenza delle cose?
      • I pentastrali avevno cominciato con il vaffanculo, la denuncia della “casta” ecc.: adesso sfrecciano da un covo di consultazione all’altra in auto blu; la cosa non è poi così grave, dal mio punto di vista, ma devono spiegarlo a coloro che in tempi non lontani aizzavano in quel senso (cioè a dir vaffanculo ecc.)
      • Che fine hanno fatto la democrazia liquida e la piattaforma Rousseau? L’azienda di Casaleggio porterà i libri in tribunale? Delle due l’una: se la base non viene consultata, magari fanno anche bene, ma come la mettiamo con quelli che erano stati aizzati nel senso di cui sopra? In alternativa: se la base subisce e s’appecora, questa è la dimostrazione che l’impostura della democrazia diretta, realizzata con i gingilli informatici che tanto piacciono ai buzzurri, sempre schierati con il “nuovo che avanza” (come Bongo Bongo nell’Africa coloniale, che portava la sveglia al collo), ieri spregevole su base filosofica (come abbiamo sempre disprezzato), oggi subisce l’indifferenza da parte della stessa base sgarruppata: per dirla con Jean-Jacques Rousseau, non c’è la maggioranza come somma dei voti e nemmeno la maggioranza come espressione della mistica “volontà generale”.
      • Attenzione ai colpi di coda di Salvini. Conte ha ricevuto il placet di Bill Gates che, se fosse stato più furbo, avrebbe fatto bene a tacere. Meno importante è il placet di Trump, che è solo un tamarro. È ingenuo sperare che Salvini non si presenti all’incasso. Qualcuno ci ha pensato? E come si intende reagire, parallelamente a quanto potrebbero fare i giudici in relazione al Russiagate? Il Pd dovrà trovare un registro di idonea comunicazione e, a monte, elaborare un progetto politico, quale finora non c’è mai stato, dopo la caduta di Renzi: peccato che il progetto di Renzi, però, fosse aziendalista, con infiltrazioni massoniche, e si sa che la massoneria di oggi non è più quella di Nathan, tanto per fare un nome; in Sudamerica si direbbe che è una massoneria compradora.
      • In particolare, il Pd continuerà ad essere quello di questi ultimi anni, cioè il partito dei privilegiati, o comunque dei garantiti (e fino a un certo punto, perché il mondo delle maestre e dei professori, pascolo elettorale tradizionale, è in subbuglio, grazie alle “ministre” della “buona scuola”) e, in particolare, il partito di coloro che nelle città vivono nell’area ZTL?
      • Se Pd e pentastrali non sapranno porgere l’orecchio alle sofferenze del popolo che lavora (e lavora troppo, perché deve mantenere i parassiti), o che vorrebbe lavorare dignitosamente e che comunque soffre, potranno anche sbracciarsi ed elargire sussidi a pioggia, ma non raddrizzeranno la situazione periclitante di questo straccio di Stato. Ci vuole un progetto, come non mi stanco di dire, elaborato dalle menti migliori (e senza il concorso di cazzeggiatori giuridici) e bisognerà trovare uno che sappia parlare al popolo, per fare “il discorso delle membra”, come quello di Menenio Agrippa. Il popolo s’incazza come una biscia se sente ancora discorsi come quelli della Boldrina e della dott.ssa Serra. Anzi, bisognerà dire molto chiaramente che l’epoca di quelle mattane è finito. Non più sinistra fucsia, quella dei diritti individuali prima di tutto, come dice Fusaro, ma sinistra sociale.
      • Il Pd dovrebbe diventare il partito della ragione illuministica (questo è anche l’auspicio di Eugenio Scalfari, che però vorrebbe il sogno coronato dalla partecipazione di Prodi e Veltroni — due personaggi assai discutibili –, con una spruzzatina di Bergoglio): ma così come si profilano le cose, temo che il cammino sia ancora lungo, tortuoso ed erto.

      • Algido permalink

        Su Conte mi sa che dovremo aprire un lungo ragionamento.
        Ha alcune caratteristiche che vanno analizzate.

        1) meridionale
        2) capello tinto
        3) vanitoso
        4) con un CV gonfiato (vanitoso appunto)
        5) una carriera universitaria e successiva carriera professionale da uomo di “sistema” (non chiari i rapporti con il suo ex professore che lo avrebbe favorito e, ad esempio una consulenza per Autostrade da 150.000 Euro).

        Insomma il profilo di una zecca parademocrsistiana di sottobosco.
        Inoltre a quanto si sta capendo, oltre a fare l’avvocato del popolo (me cojoni) ha anche fatto l’avvocato di se stesso da maggio 2018, promuovendosi e stringendo forti rapporti con la curia romana (il Foglio di ieri) e curando la sua immagine in Europa (si leggano varie dichiarazioni) negli USA (Trump) ed in Russia.
        Insomma, il governo Gialloverde cade ma Conte Resta.
        Che abbia limitato i danni di Salvini, va bene, sarà vero (ma le dichiarazioni del 20 agosto a me non bastano, sono fuori tempo massimo, prima zerbino e poi leone? bah)
        Che abbia “filtrato” le uscite demenziali dei 5 stelle ok.
        Ma ricordiamoci che a tutto tondo appare dalla nebbia la figura della zecca che si nutre di regalie favori prebende cattedre e incarichi dal parastato…e le zecche, si sa, non si vedono, ma crescono succhiando sangue.
        Un uomo come lui può essere utile, ma occhio perché essenzialmente lavora solo per se stesso.
        [Fin qui, una volta tanto, sono d’accordo con lei: ma ha dimenticato la sudditanza di Conte nell’esercito di Padre Pio. Non so di quante “divisioni” disponga Padre Pio, ma la circostanza caratterizza bene l’avvocato del popolo. N.d.Ar.]

        E sembra che l’unico ad averlo capito sia Zingaretti.
        [Cioè, lei sta dicendo che Zingaretti è un cinico: troppa grazia, il cinismo può anche essere una dote; ho detto “può”, quando il cinico sia un idealista deluso, come teorizzato da Roland Jaccard nel suo ‘Dictionnaire du parfait cynique’ (un libro che non so in quale recesso delle mie scaffalature si sia cacciato, non riesco più a trovarlo, eppure varrebbe la pena tornare a darci un’occhiata). No, credo che Zingaretti, come lei dice di Conte, svolga una funzione utile di transizione, in attesa del Messia razionalista. N.d.Ar.]

        • ALGIDO permalink

          Giusto mancava l’immagine di Padre Pio il santo di tutti i meridionali (santificato a furor di popolo e con una serie di punti interrogativi aperti…)
          Mi pare che abbia anche mostrato l’immaginetta di Padre Pio in una qualche intervista (Vespa? non ricordo)
          Un punto chiaramente a sfavore di Conte.
          A lui preferisco Pacciani, che quando estraeva l’immaginetta della Vergine Maria dalla giacca consunta (e con l’immancabile stuzzicadenti in bocca) ha raggiunto vette di involontaria comicità che mai più si son viste.
          E poi vogliamo mettere? Il Pacciani parlava il fluente volgare italiano dei contadini, quasi un italiano arcaico, ma pulito, gradevole piacevole (meno piacevoli magari di quel processo gli argomenti discussi e le rivelazioni emerse, anche nell’ambito delle violenze domestiche agite dallo stesso Pacciani).
          [Un mio amico linguista (nel senso buono della parola, però, non quell’altro, come presso certe “attrici” di pubbliche relazioni) si dice entusiasta del linguaggio del Pacciani, che mostrava una padronanza perfetta della ‘consecutio temporum’: «Signor giudice, dopo che ebbi incontrato il Vanni, dissi che non mi garbava…». N.d.Ar.]

          Conte (con la sola eccezione del discorso del 20 agosto parla (con un tono fastidioso da fumatore esausto) un linguaggio involuto, burocratico, costruito apposta per lasciarsi aperte tutte le strade.
          No, non mi piace a livello empatico, anche se ha giacche di buon taglio e begli orologi di marca (un poco troppo in evidenza però).

  16. Una storia, peraltro scontata, di ordinaria cattiveria del gatto padano

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    Resoconto ragionato (e parziale) delle prodezze reziali del gatto padano. Per leggere il documento, fare clic sull’immagine: ai non-curnensi, non avvezzi a simili bassezze, si consiglia una lettura frazionata, per via dell’effetto indesiderato (emetico) che l’accumulo di tali imprese agrimensural-contadinesche potrebbe indurre in un animo nobile e sensibile.
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    C’era da aspettarselo: il gatto padano non avrebbe gradito la chiusa dell’articolo Un esperimento bergamasco a dimostrazione del moto diurno della Terra, e non solo per l’accenno alla “prima F”:

    Nella presentazione dei materiali della conferenza sull’esperimento compiuto dall’abate Tadini, abbiamo levato il logo dell’istituzione e l’indicazione di data e luogo, onde evitare che la solita vecchia zabetta malefica ficcasse il naso e s’inventasse calunnie con punto interrogativo o in formulazione dubitativa (lo dico e non lo dico): per esempio, non ottemperato obbligo di versamento della tassa sul pisciato (come la tassa sul macinato) ecc. Al posto del logo istituzionale si è posta un’immagine altamente simbolica, rappresentativa dell’eterno femminino (la prima F di Nusquamia).

    Ecco allora che lui fa il solito lavoro d’intercettazione e vuole mostrarci a) che è in grado comunque di montare una cattiveria delle sue (grazie tante, come se questo fosse un problema per lui, specializzato in pettegolezzo, disinformazione, calunnia con il condom del punto interrogativo, talora addirittura calunnia non protetta); b) che comunque lui è fico, assai fico e, a mo’ di dimostrazione, copia & incolla, per lo più maldestramente, come vedremo.

    a) Quanto al primo punto, lui che non ha sentito la mia conferenza, ma, avendo dato un’occhiata ai materiali della conferenza – immagino, voglio sperare – e non avendoci capito niente (come potrebbe?), stabilisce che avrei «copiato incollato quel che la Giannini ha studiato e scritto». Le prove? Nessuna, bisogna credergli sulla parola: già, proprio a uno come lui. Il gatto ha trovato in rete – e non ci voleva molto – il libro che Giulia Giannini ha scritto qualche anno fa sul Tadini, questa sarebbe la prova. Sennonché io mi sono occupato dell’esperimento del Tadini esaminando in una prospettiva storica l’aspetto fisico-matematico della questione; mentre la Giannini ha scritto un libro di presentazione degli appunti e della corrispondenza di Tadini in relazione al suo esperimento: sono questi i documenti ultimamente trovati alla biblioteca Angelo Mai (a proposito, come abbiamo notato in un precedente articolo, si scrive Mai e non Maj o, peggio ancora, May), sicuramente degni di pubblicazione e discussione, [*] che però niente aggiungono, sotto il profilo fisico-matematico, al libro scritto dal Tadini, quello che ho esaminato e del quale ho parlato: Quotidiana Terrae conversio devio corporum casu demonstrata (Mediolani, anno I ab exacto Bonaparte). Si noti l’espressione «anno I ab exacto Bonaparte», a dimostrazione dello zelo culinctorio del tipografo nei confronti dei nuovi padroni: vuol dire “l’anno primo dopo la cacciata di Napoleone”.
    Riassumendo: il gatto non sa di che cosa ho parlato io, comunque non ci capirebbe un’acca, non ha letto il libro della Giannini (che capirebbe soltanto in parte), ma stabilisce che ho copiato e incollato. Se lo dice lui che è notoriamente un uomo d’onore… (si veda, per sincerarsene, il resoconto parziale delle sue prodezze, qui sopra).

    b) Per dimostrare quanto è fico, il gatto mette sul tavolo due carte: b1) quella della menzogna (Aristide ha copiato il libro della Giannini facendo passare per farina del suo sacco quel che è proprietà intellettuale della Giannini); b2) quella di chi conosce bene il problema, e vedete un po’ come “ve lo spiego io”. Perciò scrive nel suo diario (N. 1083) un articolo di 5680 battute, delle quali 994 sono copiate e incollate dal sito della Casa editrice (vedi La biblioteca di Sidereus nuncius), 1059 da un articolo apparso su Bergamo news, in occasione della presentazione del libro della Giannini (si veda Un libro su Tadini e la rotazione terrestre, 908 sono di fonte a me ignota, ma sicuramente copiate, perché non contengono errori di italiano, e la sintassi è sorvegliata; il resto (un cappello e una chiusa denigratoria, articolati in attacchi personali e calunnie) sono manifestamente opera sua. Come se non bastasse, mentre copia e incolla da fonti diverse, come è suo costume, senza nemmeno curarsi di raccordare le pezze del centone, troviamo 209 battute, spazi inclusi (32 parole) ripetute tal quali, in fila una dopo l’altra, in due passi del suo articolo. Non è difficile trovare la spiegazione: Bergamo news copia dal sito della casa editrice, il gatto padano copia a sua volta dal sito della casa editrice e da Bergamo news. Ma, copiando dal secondo, non si accorge che Bergamo news riporta quelle 32 parole che lui ha già copiato dall’altra fonte. Pasticcione! Lui adesso sarà capace di dire che ha copiato di proposito due volte, perché reperita juvant. Già, sarà… Ecco comunque il brano copiato due volte:

    [Lo studio della Giannini] permette ora di arricchire il dibattito sulla storia dell’esperimento e di ricostruire, da un punto di vista locale ma anche privilegiato, il clima, le tensioni e le riflessioni teoriche che hanno accompagnato…

    So che il gatto vorrà a questo punto replicare, e intavolare un “dibattito democratico”. Solita solfa, uno spudorato tentativo d’intercettazione a seguito di calunnie col punto interrogativo, questa volta, anzi, senza nemmeno il condom del punto interrogativo: Aristide ha «copiato incollato quel che la Giannini ha studiato e scritto», dice con tono oracolare. Anzi, come già altre volte, dopo la calunnia (con o senza condom) il gatto avrà la faccia tosta di dirsi disponibile a pubblicare ogni chiarimento del caso. In alternativa, poiché tutti lo fuggono come la peste, rincara la dose: sì, tu credi di aver ragione, ma…
    — Ante hos sex menses male dixisti mihi
    — Pater tuus male dixit mihi!
    (Così leggiamo nella favola di Fedro: ovvio però che il gatto padano non si esprimerà in latino.)
    Mentre passa da un argomento falso all’altro, la vecchia zabetta malefica, dimentica di essere un gatto e credendo di essere un lupo, sogna di lacerare le carni del calunniato, ma fa come i cani (pur essendo gatto) che vogliono acchiappare le mosche con la bocca, si sente solo un gran fracasso di denti. Tutto qui.
    Dunque, con il gatto, niente “dibattito democratico”, ma solo disprezzo. I lettori di antica data ricorderanno che ci fu un tempo in cui gli permettevamo di scrivere in questo nobile diario, poi gli fu comminata una pena sospensiva, infine fu espulso definitivamente, per manifesta indegnità morale.
    A proposito degl’importuni che pretendono di metter becco in cose che non sanno, si potrebbe ricordare quella risoluzione contro certi pseudoscienziati paranoici — inventori, per esempio, del moto perpetuo — presa dall’Académie des Sciences il 17 marzo 1775, su iniziativa di d’Alembert, matematico, fisico e filosofo: ma per quanto si applichi un adeguato fattore di scala, forse è veramente troppo. Lasciamo il gatto nel suo ambiente maleodorante di cacate carte ma, dato che ci siamo, per rimanere nel tema principale di questa pagina, visto che abbiamo nominato il rappresentante forse più puro del razionalismo settecentesco, ricordiamo che è proprio in base al “principio di d’Alembert” che possiamo calcolare la deviazione verso est di un grave in caduta libera, applicandogli quella forza fittizia che prende il nome di Forza di Coriolis, alla quale abbiamo accennato. Grazie al principio di d’Alembert, ogni questione dinamica può essere ricondotta a una corrispondente questione statica e possiamo studiare le leggi del moto assumendo un sistema di coordinate di riferimento non-galileiano: sarà sufficiente mettere in gioco le forze fittizie, tipicamente la forza centrifuga e la forza di Coriolis.

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    [*] Il libro della Giannini contiene anche un capitolo riguardo ai «rapporti tra Laplace e il mondo scientifico italiano di fine Settecento», per cui l’autrice riconosce di essersi valsa delle indicazioni di Roger Hahn: un argomento che peraltro non ho toccato. Mi sono occupato semmai dei precedenti dell’esperimento del Tadini, in sede teorica, in ambiente galileiano dapprima, poi a Cambridge, nella corrispondenza tra Hooke e Newton, insistendo sulla natura ellittica, e non parabolica, della caduta di un grave. Peraltro anche gli obici sparati da un cannone come la Grande Berta sono soggetti alla forza di Coriolis: i tedeschi ben lo sapevano e ne tenevano conto durante l’assedio di Liegi e nella battaglia di Verdun.

  17. Latino e scienza: seconda e terza “F” insieme
    Giorgio Israel, matematico: per favore, lasciate in pace il liceo classico, lasciate in pace i licei

    Di Giorgio Israel ci siamo occupati nell’articolo Una scuola, quella italiana, senz’anima. Ma la medicina non è il tecnoaziendalismo, che – anzi – è una delle cause del degrado contenente un suo intervento contro l’assolutizzazione del modello di scuola, d’insegnante e di allievo; in ultima analisi, contro la metastasi dell’aziendalismo in ambito scolastico. Converge con quella sua presa di posizione questa supplica alle “ministre” (così possiamo interpretarla: video qui sopra) a favore del liceo classico e del liceo in generale (di matrice gentiliana, ovviamente, ché chiamare “liceo” un istituto dove non si studi latino è un’impostura bell’e buona): perché non sia compresso (si parla di portarlo a quattro anni) e ulteriormente sconciato. [*]
    Giorgio Israel, di recente scomparso, è matematico insigne. Ha scritto cose molto interessanti sull’abuso della matematica in ambiti disciplinari che avrebbero una loro autonoma dignità, come psicologia, linguistica ed economia. Si veda, in particolare, per i tipi di Zanichelli, Meccanicismo. Trionfo e miserie della visione meccanica del mondo. Quel che Israel dice in proposito è frutto di esperienza sul campo, perché come matematico si è occupato di modellizzazzione in biologia ed economia. Ma ha anche saputo vedere i limiti dell’impostazione matematizzante: in un certo senso è un “traditore”. Ma che cosa sarebbe stata la Rivoluzione francese senza il tradimento degli aristocratici?
    Sempre su questo argomento, e su altri, si veda nel sito di matematicamente.it questa interessantissima Intervista a Giorgio Israel, che ci dà l’estro per affrontare un altro tema, la proliferazione di una certa epistemologia selvaggia. Afferma dunque Israel:

    Quando mi iscrissi all’università scelsi il corso di laurea in fisica, sotto l’influenza di mio padre, che era un biologo e voleva che studiassi biofisica. Però ben presto cambiai corso, optando per matematica. Evidentemente, almeno in quella fase della mia vita, ero portato verso tematiche un po’ più astratte, forse perché molto interessato agli aspetti di filosofia della scienza. Poi, però, capii che bisogna innanzitutto studiare la materia della quale, eventualmente, in un secondo momento si possono anche approfondire la storia o la filosofia: come prima cosa, deve essere noto l’oggetto di cui ci si vuole occupare.

    Ecco un nodo fondamentale: l’epistemologia, cioè quella branca della filosofia che si occupa della conoscenza scientifica, troppo spesso — in particolare in Italia — è appannaggio di “filosofi” che non hanno mai messo piede in un laboratorio (e questo sarebbe il minimo) ma che, soprattutto, non hanno approfondito la materia come il discorso affrontato meriterebbe. A me sembra evidente che la scienza abbia bisogno di una riflessione filosofica, ma allora il filosofo deve studiare la scienza. Si può essere insieme filosofi e matematici, com’è il caso di Ludovico Geymonat e del suo allievo migliore, Giulio Giorello. O si può essere filosofi tout court e occuparsi di scienza, che però va studiata, approfondita (i titoli di studio, le cacate carte, poco importano): è quel che fece Hegel la cui dissertazione di laurea — De orbitis planetarum: allora le dissertazioni si scrivevano in latino — verte sulla filosofia naturale, cioè la fisica. Ma non c’è dubbio che la fisica, se di fisica si tratta, vada studiata. Purtroppo, leggendo parecchi contributi di giovani e ambiziosi filosofi italiani che si sono “buttati” sulla scienza, si avverte, venendo al dunque, come una fuga per la tangente, con rimasticatura di cose scritte all’estero, o, peggio ancora, con ricerca di effetti speciali. Un esempio classico di tale fuga per la tangente è il saggio di Silvano Tagliagambe (scritto da giovane, agl’inizi di carriera: oggi è rinsavito) nel VI volume della Storia del pensiero filosofico e scientifico a cura di L. Geymonat (Garzanti, 1972), “L’interpretazione della meccanica quantistica in U.R.S.S. alla luce del materialismo dialettico”. Già il titolo dice tutto, con tutto il rispetto per il materialismo dialettico, che non meritava queste capriole accademiche.

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    [*] Nel momento in cui scriviamo (29 agosto, h. 16) il totoministri per l’Istruzione pubblica scodella i nomi di Lorenzo Fioramonti, Nicola Morra, Alberto Bonisoli, Dario Franceschini. Quest’ultimo è quello che dà maggiore affidamento.

  18. Annalisa permalink

    La lettera inviata dall’eurodeputato Carlo Calenda a Paolo Gentiloni e Nicola Zingaretti, rispettivamente presidente e segretario del Partito democratico, in cui presenta le sue dimissioni)

    [Dignitoso e razionale, direi. Ha ragione su molti punti, in particolare nel considerare la piattaforma Rousseau un’impostura. L’aspetto esoterico, irrazionalista dei grillini è quello forse più preoccupante, oggi come oggi, con l’aria che tira. Ha ragione anche quando considera, in prospettiva, il pericolo di una reazione rabbiosa di Salvini (Putin permettendo). E ha ragione quando, a costo di perdere le elezioni prossime venture, afferma che Zingaretti meglio avrebbe fatto a imprimere al partito una vera svolta, la svolta razionale. Una svolta — questo lo dico io — senza cattoprogressisti, senza aziendalismo, senza politicamente corretto, senza esoterismo di sorta. Facciamo auguri sinceri a Calenda e aspettiamo gli sviluppi. Considereremo, ovviamente, la qualità della sua squadra e dei suoi alleati, leggeremo gli sviluppi, al solito, con “lettura lenticolare” (un’espressione cara allo scrittore Pontiggia), fra le righe, con spirito critico. N.d.Ar.]

  19. ALGIDO permalink

    Due considerazioni, una su Calenda e una su Zingaretti

    Le organizzazioni complesse, quelle grandi, (anche i partiti ovvio) hanno all’interno una pluralità di idee opinioni punti di vista. Magari in quelle piccole il tutto è più omogeneo (i Radicali, i Vedi, che pure si divisero, il MSI) e tutti cantano con una sola voce. Il PD no, ormai l’ho capito bene.
    Calenda è stato accolto bene e annovera molti “amici” nel PD, bene ha fatto Zingaretti a scrivergli, è anche attraverso gente come Calenda e idee diverse, ma espresse con generosità, che si cresce.
    Mi piace meno il suo “se si fa così esco e fondo un partito”. E’ già la seconda o la terza volta che lo fa. E credo non abbia capito nulla della politica, anche se continuo a volergli bene. In questo vi è un tratto anche un poco infantile. Nella politica, ahimè, occorre sporcarsi le mani, agire l’arte del compromesso.
    [Mah, bisognerebbe sapere le cose come stanno, veramente, e non come ci vengono presentate nei comunicati-stampa. Forse lei ricorderà il tempo in cui si rimproverava ad Aristide di non attenersi a quel che scriveva sull’Eco di Bergamo il giornalista anglorobicosassone Remo Traina, che lavorava sui comunicati stampa. Per non parlare della Sara(h) Agostinelli. Noi ci siamo sempre attenuti al principio del ‘rerum cognoscere causas’, pur consapevoli della difficoltà, talvolta, di arrivare alle cause delle cose. Ma nel caso di Curno non era poi così difficile. N.d.Ar.]

    Oltre tutto, l’italia è un sistema tripolare politicamente ormai, e non più bipolare. Anche con l’attuale sistema elettorale nel 2018 nessuno raggiunse l’autosufficienza, nemmeno nel 2013. Nel 2013 nacque un governo PD Forza Italia, Lista Monti, senza Lega 5 stelle ed estrema sinistra. Direi per forza. Nel 2018 (anche se adesso gridano al Golpe ) lo stesso. Dopo una campagna contro PD e M5S la Lega fece un governo con i 5 stelle.
    Oltre tutto preparando il terreno prima a questa eventualità (giudicata da loro eversiva) sono infatti stato oggetto di confidenze da parte due parlamentari che a fine 2017 mi dissero che già da novembre 2017, se non prima, c’erano contatti e si gettavano ponti tra Lega e M5S).
    [Ma sì, questa era la linea (minoritaria) del presidente della Regione pugliese (in linguaggio coglione: governatore della Regione Puglia) Emiliano, la linea del FAtto quotidiano e la linea del “partito dei giudici”. N.d.Ar.]

    Insomma, una volta domina il M5S (2018) una volta nessuno (2013), in futuro vedremo. Ma la maggioranza forte ed omogenea sino ad ora non si è potuta mai fare. E ancor meno sarà possibile se si opererà un cambio della legge elettorale in senso proporzionale.
    [Ma il problema non è quello della maggioranza. Se la maggioranza non è “coesa” come piaceva dire ancora qualche anno fa (ricorda la mistica della “coesione”?), non dico che siano noccioline; dico però che molto più importante è il programma, e che il programma risponda a criteri di razionalità. N.d.Ar.]

    Quindi mediazione sintesi e compromesso, questo a Calenda non piace? Mi spiace per lui, ma questo è il piatto sul tavolo.
    Io poi vieterei per legge le elezioni anticipate, per una serie di motivi.
    [Su questo, nello spirito con cui lei lo dice, sarei d’accordo. Ricorda quando nel “paese diversamente bello da vivere” Pedretti faceva il diavolo a quattro nella coalizione guidata da Gandolfi, perché nel frattempo la Lega (ancora Lega nord, prima del tradimento) aveva registrato un ribaltamento dei rapporti di forza nei confronti dei berlusconiani, a suo favore? Eppure c’era chi diceva che era giusto così. E che Gandolfi doveva subire. Addirittura si negava che Gandolfi potesse agire senza vincolo di mandato (lo sosteneva il gatto padano, che allora si firmava Straliccio). N.d.Ar.]

    Ormai le scelte e il menu è dettato dai sondaggi. Non esiste che fai l’alleanza con tizio e poi vedi che avanzi nei sondaggi e vuoi votare per capitalizzare il consenso.
    Questo è quasi eversivo, perché si vota per avere un orizzonte di 5 anni per programmare e lavorare, se questo salta tutto si blocca, in particolar modo non si faranno mai le azioni impopolari ma a volte necessarie che sempre si facevano nei primi 2 anni di legislatura. Zingaretti al contrario (che era contrario tra l’altro all’accordo con i 5 stelle) ha capito l’evolversi della situazione e favorito un compromesso. Mi sia consentito, tra l’altro senza nemmeno pretendere nulla per sé, al contrario di Conte e Di Maio.
    [Nel fare un compromesso, non c’è niente di male. Il male c’è se il compromesso è frutto di un ragionamento sbagliato. N.d.Ar.]

    • Richiamo alla serietà


      Facendo clic sull’immagine si accede alla pagina di Misiani: la maggior parte dei suoi seguaci (in linguaggio coglione: ‘follower’) diffida dei pentastrali, preferisce andare al voto.

      Che si faccia un richiamo alla serietà — in questo caso da parte di Misiani, è un segnale positivo. Ovvio che non basta parlarne, bisogna essere seri nei fatti Per esempio, se uno fa la faccia seria seria, ma per fare cazzeggio giuridico, quello non è serio. Però è anche vero che abbiamo assistito, e continuiamo ad assistere, a uno sbracamento buffonesco e populista che ha fatto danni nel corpo sociale, speriamo non irreversibili, ma comunque duraturi, com’è facile prevedere. Un po’ come il debito pubblico dell’Italia nel ventennio 1974-94, del quale stiamo ancora pagando le conseguenze, e del quale non riusciamo a liberarci, ma che Borghi e Salvini vorrebbero che aumentasse. O come il decadimento della scuola italiana. Queste sono malattie a lungo corso, le cure palliative aggravano la situazione, occorre un intervento drastico, pur nella consapevolezza che la guarigione non è dietro l’angolo. Dunque ben venga il richiamo alla serietà.
      Ma è serietà anche l’autocritica. Adesso c’è nel Pd chi dice “Non abbiamo ascoltato, non abbiamo saputo ascoltare la gente”. E così pensano di essersela cavata. Invece no: del resto, “ascoltare” la gente non basta, per un politico. Bisogna ascoltare, interpretare e agire sul proprio elettorato, prenderne la guida, svolgere una funziona pedagogica, come fecero la Dc e il Pci, a suo tempo. Lo fece perfino il Msi di Almirante, il quale sapeva benissimo che la sua “ggente” voleva il ripristino della pena di morte, ma capiva benissimo che non gli conveniva imboccare quella strada, e non se ne fece niente. Dunque il Pd non deve avere paura di riconoscere, davanti ai suoi elettori, che il successo di Salvini e Di Maio è merito fondamentalmente degli errori della sinistra.
      Il Pd nacque dall’innesto del Pci e della sinistra democristiana che uscirono indenni dal ciclone di Mani pulite: ritennero perciò di godere di uno status speciale, e da questa presunzione nacque il delirio di onnipotenza, quando il vento tirava in poppa: avvenne con Prodi, per esempio, poi anche con Renzi. Ma il Pd, a differenza del Pci, non ebbe mai un’ideologia, un pensiero organizzato. Si fece strada la convinzione che ideologia significasse chiusura, invece pareva che si dovesse essere politicamente “aperti”, non se ne poteva fare a meno: già, la mistica dell’apertura, così la sinistra si aprì alle mode. Chi ha buona memoria ricorda la sbandata aziendalista di Occhetto per Carlo De Benedetti, la mistica della c.d. “società civile”, e poi le smargiassate sulla “sinistra dei club” (in pratica, sfruttamento elettorale dell’associazionismo, che al partito non costa niente), il delirio di potenza che induceva il baffuto segretario “de sinistra” a fare lo sbruffone e dire che lui costituiva un governo-ombra, proprio come in Inghilterra, e come ministro-ombra della Pubblica istruzione nominava la moglie baciata a Capalbio in favore di fotografo, e poi ancora le strizzatine d’occhio a Leoluca Orlando Cascio (fu lui a suggerire ad Occhetto quell’espressione infelice, la “gioiosa macchina da guerra”: così il portatore di baffi perse le elezioni e dovette rassegnare le dimissioni). Ecc. Ecco, la sinistra diventava sempre più sinistra fru-fru, sempre meno sinistra sociale.
      Per il timore di non essere alla moda, il Pds prima, poi Ds, poi Pd, accettò di essere tenuto sotto schiaffo dal populismo di Leoluca Orlando Cascio e, in generale cattoprogressista. O ci siamo dimenticati di quella parolina magica, “la ggente”, sempre in bocca a Leoluca Orlando Cascio, appunto, a Curzi, direttore di Tele Kabul (che peraltro era un buon prodotto editoriale) e di Chiara Ingrao, ospite fisso a Samarcanda? La sinistra ha fatto da incubatore al populismo; onestà vorrebbe che prima di accusare Salvini accusasse se stessa.
      E poi tutto questo sentimentalismo. E poi il politicamente corretto. Non se ne poteva più, ed è successo quel che è successo, Salvini si è mangiato tutto, insieme con il bibitaro. Il popolo, esasperato dalla Boldrina e dalla dott.ssa Serra, li ha seguiti.
      Dunque, bisogna imboccare la strada della serietà, come dice Misiani. Ma perché non si pensi che serietà significhi assunzione di mutria istituzionale (come faceva la dott.ssa Serra, quando sapeva che non ci sarebbe stato contraddittorio; nel secondo caso, alternava compunto atteggiamento istituzionale e sorrisetti asseverativi, quando non si sentiva sicura o doveva togliere la parola all’interlocutore; come fa anche la Boldrina, quando prima esprime una posizione severa e indignata, poi fa un sorrisetto asseverativo, e guarda il pubblico da destra a sinistra, e poi da sinistra a destra, proprio come le hanno insegnato, all’occorrenza sculettando un po’) bisogna cominciare dall’autocritica. Dall’autocritica bisogna passare all’interpretazione profonda della realtà socioculturale e produttiva del paese: e non è cosa da poco, perché si tratta di coinvolgere le menti migliori, farsi aiutare, con tutta umiltà; dall’interpretazione dovrà nascere il progetto; quindi bisognerà spiegare il progetto, alla propria base elettorale e agli altri; infine occorrerà agire.
      Dispiace perciò che Misiani abbia sentito bisogno di parlare di “condivisione”, che è parola sputtanata, oggetto di culto mistico (come dimenticare i clisteri di condivisione serrani?). Avrebbe dovuto parlare di “programma razionale”, a costo di far fuggire a gambe levate i grilleschi.

  20. Mistica della “determinazione”
    Orrore! Conte fa una dichiarazione in modalità serrana

    E quella «passione che gli sgorga naturale nel servire il Paese che amo»? Ma chi è il copywriter, il depilatissimo Casalino, che si presentò al Quirinale — così dice Sallusti: relata refero — con il suo fidanzato brasiliano?
    Come risposta preventiva ai politicamente corretti e alle criptochecche che vorrebbero denunciarci per reato di omofobia: da quando in qua ci si presenta al Quirinale con fidanzati e fidanzate? Forse che l’ha fatto Salvini con la Isoardi o con la figlia di Verdini? O lo stesso Di Maio con l’improbabile fidanzata sardagnola (così direbbe il gatto padano) Virginia Saba (mah… questo fidanzamento ha tutta l’aria di essere un’operazione mediatica)? O Berlusconi si presentò forse con la Pascale che “gestisce” il suo inseparabile Calippo?

    Il Calippo di Francesca Pascale.

    Possibile che i politicamente corretti siano sempre così tetramente seriosi, così istituzionali? Prendano esempio da Paolo Isotta, uomo di cultura raffinatissima (altro che Casalino, quello del Grande Fratello): ««Nisciuno me può cchiammà ‘gay’. Io so’ ricchione»; e, a proposito della famiglia “omogenitoriale”: «I gays ca se vonno spusà sono bovaristi e stronzi! Vonno ’a consacrazione sociale e religiosa!».

  21. Parole sante di una santa

    Il film del quale parla la Bellucci — Irréversible — presenta scene decisamente forti, la violenza, ovviamente, non è “agita” ma simulata:

    • Altra violenza, altra santa

      Il signore che apostrofa in questo modo la Madonna di Arezzo è un vaso di certezze inossidabili, non ha mai sentito parlare della religione del dubbio («solum certum, nihil esse certi»), nessuno gli ha insegnato che è opportuno, razionale ed urbano utilizzare registri linguistici diversi, secondo l’argomento in discussione e la qualità socioculturale della persona con cui s’interloquisce. Non si parla di letteratura con la stessa povertà di linguaggio che invece è necessaria quando si parla di matematica (dove non sono ammesse le sfumature di significato), non si parla in bergamasco con un inglese, non si parla in linguaggio fiorito con un cafone, non si proiettano slàid mongomanageriali a chi ha studiato latino e greco, non si usa con chi è mite un linguaggio violento (alzare la voce, interrompere, impedire all’interlocutore di esprimersi è violenza). A livelli ovviamente meno gravi è violenza anche l’abuso di sorrisetti asseverativi.
      Queste cose il signore non le sa, ma con buona pace di coloro che ne approvano il comportamento, in nome di una concezione aberrante dell'”onestà”, più vicina allo spirito delle cacate carte che all’onore, bisognerebbe insegnargliele. [*] Come? La repressione in questi casi non serve. Occorre l’esempio. Impariamo a disprezzare questa volgarità.

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      [*] Sulla nozione di honos, honestum et honestas sono stati scritti libri e saggi. In ogni caso caso, per quanto ampio e differenziato possa essere il campo semantico di queste parole, nessuna di queste, nemmeno l’honestas, e nemmeno, in italiano, l’onestà può ridursi al significato volgare — populista, appunto — che pare andare per la maggiore, a giudicare dagli ultimi responsi elettorali in Italia. Si veda quanto abbiamo scritto in «Onestà, onestà».

  22. Contro il riscaldamento globale, la selezione di una nuova razza di vacche

    Ecco finalmente una buona notizia. Ci viene dall’Australia: la annuncia il prof. John Williams, della Facoltà di Veterinaria dell’Università di Adelaide, il quale nella rivista Science Advances presenta i risultati di un suo studio. Mediante tecniche di selezione (che è un modo di manipolazione genetica) o anche di manipolazione genetica stricto sensu (com’è inevitabile pensare) sarà possibile controllare la quantità di microorganismi presenti nel rumine delle vacche, riducendo conseguentemente le emissioni di metano nell’atmosfera. Come leggiamo in rete, le fermentazioni enteriche — quelle principalmente dei bovini: si veda qui sotto l’articolo Contro le scoregge e i rutti delle mucche… — rappresentano la più grande fonte di produzione di metano, contribuendo circa al 40% del totale delle emissioni nel settore zootecnico.
    Infatti, contrariamente a quanto vuole la vulgata, il metano prodotto dalle vacche non è frutto soltanto di emissione di flatulenze posteriori, ma anche di eruttazione anteriore. Anzi, l’eruttazione prevale sulla flatulenza, anche se è meno evidente, per ragioni facilmente comprensibili.
    Lo studio del prof. Williams nasce, tra l’altro, da una collaborazione con il Parco Tecnologico Padano, con sede a Lodi: un carrozzone che in linguaggio coglione era presentato come una nostra futuribile “eccellenza”, l’equivalente agricolo del Bibliomostro curnense. Peccato che tale fiore all’occhiello della Lega ex Nord, oggi Lega fedifraga, risulti oberato da debiti immani.
    Come che sia, lo studio del professore australiano dimostra che si sbagliava quel deputato europeo di nazionalità francese, il quale sosteneva (si veda qui sotto) che non si può impedire alle mucche di scoreggiare e ruttare. Sulle scoregge non c’è niente da fare, ma sui rutti si può operare, o quanto meno s’intravede la possibilità di operare.

    Ci aspettiamo che il gatto padano trovi ghiotta la notizia e voglia dire la sua sull’argomento.

    • Scorèserütcriptoküi permalink

      • Mi permetto di completare la segnalazione del lettore con questo breve estratto della trasmissione Stasera Italia, posto in rete dallo stesso Klaus Davi:

        Ci tengo a dire che lo spezzone è stato posto in rete da Klaus Davi, per non essere denunciato dalle criptochecche con l’accusa infamante di omofobia. Analogamente in un contributo precedente (Orrore! Conte fa una dichiarazione in modalità serrana) scrivevo qualche giorno fa, a proposito del depilatissimo Rocco Casalino che si presentò — pare — al Quirinale insieme con il fidanzato brasiliano: «Come risposta preventiva ai politicamente corretti e alle criptochecche che vorrebbero denunciarci per reato di omofobia: da quando in qua ci si presenta al Quirinale con fidanzati e fidanzate?». Le criptochecche possono essere peggiori delle checche “in purezza”, come le scoregge lofie che, a differenza di quelle a pieno volume, ti colpiscono a tradimento.

    • Contro le scoregge e i rutti delle mucche, un rimedio basato sull’aglio, alternativo alla manipolazione genetica della mucca

      Concludevo il mio semiserio articolo precedente (Contro il riscaldamento globale, la selezione di una nuova razza di vacche) con la notazione: «Ci aspettiamo che il gatto padano trovi ghiotta la notizia e voglia dire la sua sull’argomento», e non mi sbagliavo. La risposta c’è stata e, una volta tanto, ha parlato con conoscenza di causa. Ma, prima di arrivare al gatto padano, segnalo una tesi di laurea che suggerisce un’alternativa alla manipolazione genetica della mucca (dico così, all’antica, “tesi di laurea”: oggi le chiamano “tesi di laurea magistrale” anche se non hanno niente di più magistrale rispetto alle tesi di laurea di mio padre e mia madre, anzi il sospetto è che valgano di meno; quando le università italiane erano eccellenti e il ministro della cultura era Giuseppe Bottai, mica la sciura Valeria, non si parlava, con linguaggio coglione, di “eccellenza” e non c’era l’obbrobrio della laurea di primo livello, che vale meno di un diploma di liceo gentiliano): Aglio come additivo nella dieta di vacche da latte: effetti in vitro sui processi fermentativi ruminali e sulla produzione di idrogeno e metano. Leggiamo nel riassunto della dissertazione a sostegno della tesi:

      L’anidride carbonica, il metano e il protossido di azoto sono i principali gas di origine antropica che contribuiscono all’effetto serra. Sono noti perché hanno un impatto significativo sui cambiamenti climatici, causando modificazioni alla composizione dell’atmosfera terrestre. Le emissioni di metano vengono rilasciate principalmente dal settore zootecnico, in particolare dalle fermentazioni enteriche dei ruminanti. Tra le diverse strategie di mitigazione, l’impiego di aglio come additivo nell’alimentazione delle vacche da latte è una soluzione che può consentire di ridurre le produzioni di metano enterico e le perdite di efficienza alimentare.
      […] In conclusione, la presente prova suggerisce che l’alimentazione delle vacche con aglio anche in dosaggi molto elevati ha effetti limitati sui parametri fermentativi ruminali. Al contrario, i liquidi ruminali incubati in vitro hanno modificato i processi fermentativi, la produzione di metano e la popolazione protozoaria. Gli effetti più rilevanti, sono stati osservati quando gli additivi sono stati incubati in vitro, infatti sia l’aglio che il suo principale principio attivo, hanno modificato i processi fermentativi incrementando la produzione di acido propionico e riducendo la produzione di metano e idrogeno e la presenza dei protozoi.

      Ciò premesso, e venendo al gatto padano, egli osserva giustamente che le mucche non sono responsabili del 37 % delle emissioni alle quali si attribuisce il riscaldamento globale della Terra, contrariamente a quanto si legge nell’articolo da me citato: «Cattle and other ruminants are significant producers of the greenhouse gas methane – contributing 37 per cent of the methane emissions resulting from human activity». Più correttamente si dirà che «le fermentazioni enteriche rappresentano la più grande fonte di produzione di metano, contribuendo circa al 40% del totale delle emissioni nel settore zootecnico» (così si legge nella summenzionata tesi di laurea), e che le mucche, con il loro metano, sono responsabili di gran parte di quel contributo. [*] Il che coincide con quanto afferma il gatto, ancorché egli si esprima meno linearmente e con numeri diversi: ma gli ordini di grandezza sono quelli, e non abbiamo difficoltà a dargliene atto. In questo senso abbiamo modificato il nostro articolo precedente.
      Per completezza d’informazione, riportiamo dal lavoro citato una figura, a sua volta ripresa dalla pubblicazione di Gerber et al., citata in bibliografia:


      Fonti di emissione di gas ad effetto serra (GHG, Greenhouse gas) nel settore zootecnico.

      ……………………………………………………
      [*] In particolare – leggiamo – «la categoria di animali ruminanti che emette gran parte del metano enterico sono i bovini con il 77 %, seguiti dai bufali, 13%, e dai piccoli ruminanti, 10% (Gerber et al., 2013)».

  23. ALGIDO permalink

    Alla fine la Piattaforma Rousseau ha partorito il responso. Pareva di attendere la fumata bianca per l’elezione di un pontefice. Mi piace scommettere su queste cose e ieri avrei scommesso su un no o magari su un sì ma di stretta misura. Invece si sfiora l’80% e, per sovrapprezzo, con un numero di votanti elevato (sempre in rapporto di 1/700 rispetto ai votanti veri)…
    Non ho scommesso, meno male, perchè avrei perso con chiunque ieri, essendo invece tutti strasicuri di un Sì. Tra l’altro (particolare curioso) mi pare abbia scommesso sul Sì pure Piazza Affari, il che è strano, dato che lo ha fatto ben prima del responso. Insomma sta piattaforma Rousseau che è? Carne o Pesce?
    Segnalo una canzone degli Skiantos (troppo sottovalutati) perfetta per l’occasione… (Largo all’Avanguardia)
    Così credo vengano considerati gli elettori da quelle parti..
    Rousseau? No Grazie.

    [Effetto pecora? Ha parlato Grillo, il capo carismatico, e i grilleschi si sono dati una calmata. Il democristiano Conte prevale sul democristiano Di Maio, al quale speriamo che assegnino un tutor, se veramente andrà agli Esteri, e non solo per correggergli i congiuntivi. D’Alema è favorevole all’operazione. Il vincitore morale è Renzi. Il Fatto quotidino plaude, anche lui. Attendiamo di conoscere il pensiero di Massimo Fini, che pare abbia avuto una sbandata senile in senso populista: anche lui, come Diego Fusaro, la cui sbandata è invece giovanile. Il partito dei giudici, pure, gode anche lui. Se però non riesce a incastrare Salvini, con Moscopoli, poi saranno cazzi. Beh, che dire? Speriamo che lavorino bene: volendo, ci sarebbero alcune piste da battere. Ma bisogna usare intelligenza e pazienza, senza botti mediatici, senza avvisi di garanzia notificati dal Corriere della Sera, come avvenne con Berlusconi, quando si trovava all’Hotel Vesuvio di Napoli a presiedere un convegno internazionale. Ci vuole la pazienza che ebbe Ringo Kid, nel film ‘Ombre rosse’. Limonov e Dugin sono dalla parte di Salvini: tanto per intenderci, costoro erano l’anima del partito nazibolscevico, due personaggi al cui confronto il putiniano Giulietto Chiesa impallidisce (il più inquietante è Dugin; Limonov è il personaggio geniale e terribile descritto magistralmente da Emmanuel Carrère nel libro ‘Limonov’. Dannunziano nazibolscevico, ma con minore cultura, Limonov è l’autore de ‘Il poeta russo preferisce i grandi negri’). Si potrebbe cominciare di qui. N.d.Ar.]

  24. Laura permalink

    Fanno il governo pd+m5s, chiedo a Rifondazione, a
    Potere al popolo e a Sinistra italiana: ma la sinistra vera che fine fa?

  25. Annalisa permalink

    Se dobbiamo dipendere da “Rousseau” non vedo un roseo futuro!
    Mi domando e mi sono sempre domandata come possano dipendere le decisioni di un governo dal voto di una piattaforma assolutamente non rappresentativa del Movimento 5*, un campione non attendibile di circa 100.000 utenti (o forse meno), senza contare che proprio lo scorso aprile il Garante per la Privacy aveva comminato una multa di 50 mila euro alla piattaforma, in virtù dell’accertata mancanza di sicurezza nella cura dei dati personali (e dei voti) degli iscritti.
    Qui l’intervista a Giovanni Maria Flick:
    https://www.repubblica.it/…/m5s_governo_conte_2_giovanni_m…/
    (e nel frattempo guardo in rete Jean Jacques Rousseau ritratto da Maurice Quentin de La Tour intorno al 1750-1753)

    • ALGIDO permalink

      In Italia il numero totale degli aventi diritto al voto sono 51.402.963. Il numero votanti (giudicato record) su Rousseau è stato lo 0,14% sul totale degli aventi diritto.Il numero di chi si è espresso a favore (circa 53.000) del 1.03%
      Ma è il meccanismo che mi pare poco chiaro. Non che vada meglio in UK: in un momento drammatico Boris Johnson è stato eletto primo ministro (avendo assunto la guida dei Tories) con l’espressione dello 0,3% dei votanti. E vediamo che disastri fa.
      Vanno bene questa consultazioni, ma che abbiano carattere “orientativo” spetta poi agli eletti in una democrazia parlamentare esprimersi. E sulle parlamentarie.
      Per fare un esempio: a Curno (7700 abitanti circa e forse 6500 elettori), Vito Conti credo abbia preso 150 preferenze o giù di lì, tra i primi ma non il primo dei “preferiti”. Con un numero di preferenze pari o inferiore sono stati designati parlamentari (de facto) decine di grillini. Boh: le 150 preferenze a Conti sono vere, di elettori, le 150 a Pinco Pallino vengono da questa piattaforma. Solo che la prima base è 6200 elettori, la seconda oltre 51 milioni.

      [La democrazia diretta già di per sé è criticabile. Come ho scritto in precedenza, poteva funzionare ad Atene (dove peraltro avevano diritto di voto soltanto i cittadini di pieno diritto: i meteci e gli schiavi non votavano) o a Ginevra, la Ginevra di Rousseau. Ma nella stessa Atene del V secolo a.C., la cui democrazia era in realtà una plutocrazia (governata, tra l’altro, da un uomo intelligente come Pericle, mica da Conte che parla di nuovo umanesimo e non sa quel che dice, quasi come Martha Nussbaum che parla delle sue strafottute ‘humanities’) la democrazia diretta mostrò i propri limiti: la base democratica era costituita dai marinai, che andavano a braccetto con gli armatori e i plutocrati. Ma quando ci fu la spedizione militare contro Siracusa, i marinai non potevano partecipare all’Assemblea, e gli oligarchi ebbero buon gioco a far votare all’Assemblea il proprio suicidio, la fine della (cosiddetta) democrazia, quello che oggi si chiama un colpo di Stato. Per giunta, si badi bene, a norma di cacata carta. Già la democrazia diretta, in linea teorica, risulta improponibile in una società complessa come la nostra. In pratica, in mano ai grilleschi per lo più ignoranti (di fatto, e a prescindere da titoli di studio più o meno sputtanati: come si può dar credito a una laurea in filosofia conseguita da chi non ha studiato greco?) e appecorati al guru Casaleggio è un disastro. Credo anch’io, e non solo sulla base dell’evidenza dei dati numerici da lei portati (pur tenendo conto del valore consultivo delle preferenze da lei menzionate, peraltro suffragate dai voti veri delle masse appecorate), che, in particolare, ‘questa’ democrazia diretta sia un’impostura.
      E poi, la storia dell'”uno vale uno” io proprio non la digerisco. Posso accettare che il voto depositato nell’urna dal gatto padano valga quanto il mio, ma mai e poi mai potrò accettare che il gatto sia un mio pari: anche a voler prescindere dalla grevità delle minacce di lapidazione (nei miei confronti), a dimostrare la sua indegnità bastano le prove documentali portate in Gatto padano: curriculum vitae recentioris.
      Credo nella democrazia rappresentativa come nel male minore (Winston Churchill: «La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate finora»), credo nella funzione dei partiti, che dovrebbero darsi una gerarchia e assumersi la funzione pedagogica che ebbero, per esempio, la Dc e il Pci nella Prima Repubblica (e più ancora il Pri). Sì, educare il popolo e non farsi trascinare dai “like” populisti, né tampoco aizzare la plebe facendo leva sulle sue pulsioni peggiori. In fondo, bisogna riconoscere a Di Maio e Salvini un merito: finalmente noi razionalisti possiamo affermare con Orazio, senza essere accusati di chissà quali nefandezze: «Odi profanum vulgus et arceo». Abbiamo sotto gli occhi la prova provata della funzione regressiva della plebe che siede sullo scranno.
      N.d.Ar.]

      • ALGIDO permalink

        Qui sta un punto davvero delicato.
        Il Suffragio universale è un principio assolutamente solido e ci credo.
        Quando divenne davvero universale (naturalmente in una democrazia compiuta, con un sistema plurale di partiti) presumo che il sentimento diffuso fosse che la partecipazione universale si accompagnasse alla coscienza, allo sviluppo della conoscenza, alla piena cognizione di quanto si andava a scegliere.
        Insomma, con una crescita e una maturazione dell’elettorato.
        Se lotto tanto per avere un diritto, quando lo posso esercitare davvero mi preparo a farlo pienamente cosciente e informato.
        Ora, i problemi sono due:
        1) un’astensione che anche in Italia scende verso il 50% (nelle comunità locali guarda il caso dove i candidati sono generalmente noti ai più la partecipazione sale notevolmente), in particolare al Sud.
        2) un voto sempre più influenzato da fattori emotivi effimeri (i social, le trovate per pubblicizzarsi, eccetera), favorito dalla scarsissima preparazione di gran parte dell’elettorato.
        Se a votare sono 500 su 1000 e di quei 500 in 50 (sono generoso) hanno davvero studiato il programma e almeno 300 non sanno nemmeno di che si parla, stiamo freschi.

        In un’azienda questo non succede, ovviamente a poter avere potere decisionale sono poche persone che hanno, in genere, una forte preparazione e competenza; anche in questo ambito tuttavia ci sono le storture, le aziende Familiar Padronali, in cui a decidere sono i famigli, anche quando privi di competenze, con risultati disastrosi.
        Un criterio simile al diritto di voto concesso ai soli nobili, a ben pensarci: ci ritroveremmo a far decidere a Vittorio Emanuele IV, soggetto molto particolare, a mio parere dotato di scarsa intelligenza, secondo le sorelle dedito all’abuso di alcoolici e manipolato dalla moglie, ma figlio del Re e quindi….
        Ma sarebbe un lungo discorso e una alternativa al suffragio universale non c’è, anche se sappiamo che il tutto è mitigato da un sistema, palese e occulto di pesi e contrappesi, di organi di stato ed elites.

        [Naturalmente, non possiamo confrontare la conduzione di un’azienda con la direzione politica di uno Stato. Chi presta la propria opera a un’azienda rinuncia — pur conservando i diritti civili — alla libertà di utilizzare il proprio tempo a suo profitto, per realizzare invece il profitto dell’azienda; in cambio riceve un salario, uno stipendio o il saldo di una fattura del quale (teoricamente) dispone in tutta libertà. Nel rapporto con lo Stato, invece, i cittadini (teoricamente) hanno sottoscritto un contratto del tutto diverso, rinunciando anch’essi a qualcosa, fondamentalmente una limitazione di alcune libertà (per esempio, non posso farmi giustizia da solo) in cambio di servizi. Oddio, questa del contratto sociale è tutta una finzione, o una convenzione (l’Italia è una democrazia perché così si stabilì a Yalta), ma tutto sommato funziona. Funzionerebbe meglio se gli organi dello Stato fossero quel che dicono di essere, e se nel sistema di esercizio del potere politico per delega i partiti tornassero ad essere partiti, e non “movimenti”. Come dice lei, è un discorso lungo, ma, riassumendo: a) l’analisi dei sistemi e riscontri oggettivi, oggi sotto gli occhi di tutti, grazie ai grilleschi, suggeriscono che la democrazia rappresentativa è il minore dei mali possibili (visto che non possiamo mandare al governo i filosofi, come voleva Platone: comunque, una soluzione pericolosissima, più ancora che ai tempi di Platone, oggi che Martha Nussbaum dice di essere una “filosofa”); b) i partiti sono enti di diritto privato, ma essenziali per il funzionamento della democrazia rappresentativa; il collasso dei partiti, come pure delle nozioni di destra e di sinistra, in generale la pretesa di non far distinzioni, il dogma famigerato dell'”uno vale uno” sono insieme sintomo e causa del degrado della vita politica; c) nell’esercizio del potere garantito dalla democrazia rappresentativa, non soltanto deve essere mantenuta la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, ma si richiede “intelligenza” delle ragioni degli altri. Detto in soldoni, in Italia l’esercizio del potere giudiziario lascia a desiderare, e non da oggi, e quello del potere esecutivo risponde a logiche di rapina. Così non va. Per essere ancora più espliciti, questo secondo governo Conte, pur legittimo a norma di cacata carta, non dovrebbe dimenticarsi dei “penultimi” e della loro rabbia che darebbe i “pieni poteri” a Salvini, o a qualcuno più intelligente di lui, se si arrivasse a nuove elezioni; e prima o poi ci si arriverà. Qui si sta giocando col fuoco.

        P.S. – Vedo che in questi giorni si dice che Salvini non è un’aquila, Feltri ha scritto addirittura che per lui è arrivata l’ora del coglione. Beh, i lettori di questo diario ricorderanno che noi l’abbiamo sempre detto: non è vero che Salvini sia un abile politico, semplicemente ha sfruttato gli errori della similsinistra. La quale però, per non riconoscere i propri errori, ha preferito dire che Salvini era abile. La mia grande paura è che nell’euforia di aver messo Salvini spalle al muro, per il momento, in seno alla similsinistra tornino ad alzare la voce gli aziendalisti, i cattoprogressisti, le Boldrine, le dott.sse Serra. N.d.Ar.]

  26. Tunisi permalink

    Fonolinguistica:


    Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo.

    • «Rifilare il Michelino» nel ‘Mistero del falco’ di John Huston con Humphrey Bogart

      Interessante, la pagina del Figaro segnalata nel contributo precedente, che fa parte di una sezione del sito del quotidiano francese dedicata alla difesa dalla lingua di Molière. Anche la Francia ha i suoi aziendalisti da mettere in riga, i suoi gatti padani da sanzionare.
      Sarebbe bello trovare in rete, per tutte le lingue, un dizionario che spiegasse il significato e, possibilmente, l’origine di parole ed espressioni misteriose o controintuitive, come per esempio, in italiano, “Le gambe mi facevano giacomo giacomo”. In inglese c’è, ed è utilissimo, l’Urban Dictionary. Se ricordo bene, grazie precisamente a questo dizionario anni fa riuscii a decrittare l’espressione “to slip a mickey”, letteralmente “far scivolare un Michelino”, che avevo sentita guardando in versione originale Il mistero del falco (The Maltese Falcon).
      Sentiamo in questo film Samuel Spade, interpretato da Humphrey Bogart, dire al collezionista accanito Kasper Gutman, disposto a tutto pur di entrare in possesso di quel pezzo d’eccezione, la statuetta del falcone maltese:
      And at that juncture you decided to slip me the mickey, huh?
      (Sono riuscito a trovare la citazione esatta spulciando in rete la sceneggiatura del film.)
      Potremmo tradurre così:
      “E a questo punto ha deciso di mettermi la polverina nel bicchiere, vero?”.
      Ma perché si dice così? Il fatto è che a Chicago, verso la fine dell’Ottocento c’era un bar, il Lone Star Saloon, il cui proprietario si chiamava Michael “Mickey” Finn (ecco perché il Mickey, o Michelino) che divenne famoso (ci fu un processo) per l’abitudine che aveva di servire bevande drogate a certi clienti solitari e derubarli, quando fossero cascati a terra per il sonno. Pare che usasse come droga l’idrato di cloralio, una sostanza della quale facevano uso a quel tempo anche gli artisti, per via degli effetti ipnotizzanti e psichedelici.

      • Tommaso permalink

        Dubitare non fa mai male (Cit.)

        • Solum certum, nihil esse certi

          Così dice Kasper Gutman nel video presentato qui sopra: Dubitare non fa mai male. Noi razionalisti, che disprezziamo le certezze degli stolti e irridiamo al “carisma” degl’impostori, noi che mai e poi mai ci sogneremmo di parlare a mo’ di oracolo e che siamo disposti a morire piuttosto che imporre la mordacchia a chi la pensa diversamente da noi, noi che con Orazio ci diciamo nullius addictus iurare in verba magistri, siamo del parere che Solum certum, nihil esse certi, che cioè “L’unica certezza, è che non c’è niente di certo”. Questa è una massima che piaceva parecchio a Montaigne, il quale non solo la mette in evidenza nei suoi Saggi (II, 14), ma la fece incidere in uno dei travetti del soffitto della biblioteca, insieme ad altre 56 frasi latine o greche, nel suo castello a Saint-Michel-de-Montaigne, nel Périgord. La leggiamo nella foto che presentiamo qui sopra.
          La frase completa, tratta da Plinio (Storia naturale, II, 7) è Solum certum nihil esse certi et homine nihil miserius aut superbius; cioè: “L’unica certezza, è che non c’è niente di certo, e niente è più dell’uomo miserabile, o più superbo”. Sempre Montaigne scrisse che «La peste dell’uomo è la presunzione di sapere».
          Pensare di avere in pugno la certezza e pretendere poi di darla in pasto agli altri, da “condividere” in termini più o meno forzosi (come a suo tempo la dott.ssa Serra quando ci dava da condividere Vera Baboun), è un delitto contro la ragione.

  27. Il ministro, “Bella ciao” e “Quello lì”


    Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia nel secondo governo Conte, esegue alla chitarra ‘Bella ciao’: video pubblicato nel novembre 2018 nel canale reziale ‘Alta fedeltà’ che — apprendo dall’agenzia Adn Kronos — è «il web talk in cui gli europarlamentari si raccontano attraverso una playlist».

    Ieri, tornato a casa verso le nove di sera, ho acceso la televisione per curiosare nella trasmissione Stasera Italia: in particolare, per accertarmi della mise di Veronica Gentili. Avant’ieri portava un abito che sembrava indossato come da chi fosse stato nudo fino a un momento prima, fosse sorpreso sul fatto e si ricomponesse come meglio può, ma non c’è tempo, e l’abito cade tutto storto. Un po’ come in quella novella del Boccaccio, che narra di una monaca la quale, «essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose». Inoltre aveva un’acconciatura orribile. Ieri invece si presentò con un abitino come si conviene e i capelli fluenti: meno male. Eccola:

    Ed è così che ho visto, e sentito, il nuovo ministro dell’Economia eseguire alla chitarra Bella ciao (ma l’esecuzione non piacque all’economista sovranista Rinaldi, che, se non altro, non è un buzzurro: almeno questo). Poi oggi sulla Repubblica leggo che «i giornali di destra hanno rimproverato a Gualtieri di aver cantato [veramente, suonato: N.d.Ar.] Bella ciao». Il peccato di Gualtieri sarebbe di «avere per modello più Gramsci che Keynes, vale a dire i Quaderni dal carcere del provinciale che, come cantava Gualtieri con Claudio Lolli, «Il giorno che arrivò in città fresco dalla Sardegna, / per fare l’università c’aveva già lui la faccia di chi c’insegna”».
    Non conoscevo questa canzone di Claudio Lolli, e non conoscevo Claudio Lolli: mi sono informato.
    La canzone non è male, anche se contiene qualche imprecisione; per esempio non è vero che Gramsci sia morto in galera: il fascismo fu abbastanza intelligente da farlo uscire poco prima che morisse, così Gramsci morì nella clinica romana Quisisana. Anche “provinciale” è giusto fino a un certo punto: Gramsci veniva da Cagliari, ed era nato ad Ales, che era sede di un importante seminario arcivescovile (dove insegnava un mio trisavolo, che era notaio ma aveva la passione del greco e del latino: non è importante, lo dico soltanto per far incazzare il contadinesco gatto padano, che gronda invidia sociale da tutti i pori).

    La canzone non è male, dicevo: sia per quel suo giro armonico da cantastorie, sia per l’ironia, perché colui che narra la vicenda di Gramsci pare voglia dirne male; ma la denigrazione diventa elogio. Nelle immagini che accompagnano l’esecuzione della canzone, qui sopra, si fa cenno all’esortazione di Gramsci «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza», della quale abbiamo parlato in Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza e alla sua ferma condanna dell’indifferenza, che abbiamo ricordato nell’articolo La tensiocorrosione e la lezione di C.E. Gadda.

    • Ma il giovin filosofo Fusaro ci invita a riflettere su Gualtieri

      Il giovin filosofo ha sbagliato nella sua apertura di credito ai populisti, sbaglia nel presente a rimpiangerli, ma noi pensiamo che valga la pena prestare orecchio alle sue considerazioni: facendo la tara e leggendo fra le righe, ovviamente, nella migliore tradizione dell’impostazione filosofica illuministica, quale fu teorizzata da Diderot alla voce Éclectisme, scritta per l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert.

  28. Nuove frontiere del femminismo
    Un filmetto su tre ragazze che s’impasticcano per essere “determinate”

    Quello che vedete qui sopra è il provino (in linguaggio coglione: trailer) di Un gioco da ragazze, un filmetto che però varrà la pena vedere, per la stessa ragione per cui a suo tempo sarebbe valsa la pena vedere Il tempo delle mele. Il fatto è che questi filmetti hanno buon successo di pubblico, e fanno tendenza o quanto meno descrivono una realtà nella quale c’è chi si riconosce o pretende di riconoscersi. Dunque nonostante la qualità discutibile della sceneggiatura varrà la pena vedere questo prodotto, per la stessa ragione per cui leggiamo la cronaca nera (senza esagerare, però): per conoscere una parte del mondo nel quale siamo immersi. E non parlo del mondo che è presentato nel film (ragazze della buona, cioè cattiva, borghesia che s’impasticcano per essere “determinate”): no, parlo delle Deborah e delle Samantha che hanno visto il film, circa dieci anni fa, e lo percepiscono come il “loro” film; d’altra parte le tre ragazze del film sognano di diventare primedonne nelle riviste di carta patinata (non Oggi però, ma Vanity Fair), perciò non mangiano per tema d’ingrassare, sognano la perfezione («Quando mi sono tuffata, non avrò mica piegato le gambe?»), sono anafettive con gli umani ma si disperano se tornando a casa non trovano il cane da sbaciucchiare. E, per mettere da parte scrupoli e timidezze, per essere veramente cattive come pare sia giusto essere (ma cattiveria ed egoismo diventano virtù, se le chiami “determinazione”) s’impasticcano.
    Sennonché come in politica a voler fare i puristi (alla stregua dei grilleschi di prima maniera) c’è sempre qualcuno più puro di te che ti epura, così in questo terzetto di “determinate” ce n’è una più determinata, Elena, che all’occorrenza fa soffrire le altre due, un po’, finché non trovano tutte insieme un altro oggetto con funzione di parafulmine. L’oggetto questa volta è il professore di letteratura, sfigato per definizione («Il cashmere? Lei, professore, non se lo potrebbe permettere», dice Elena), presentato senza troppa fantasia come un calco di Robin Williams nell’Attimo fuggente. Elena si offre alla fantasia del professore come problematica, ed è anche carina; il professore è un fessacchiotto e si presta ad andare a casa di lei che prendendosi gioco di lui, al telefono, davanti alle amiche, gli fa sapere che è sola a casa e ha bisogno di parlargli. Lo aspetta con una telecamera piazzata sul comò, puntata sull’alcova. Era previsto che dopo mezz’ora le amiche avrebbero fatto irruzione, invece arriva prima il padre. Segue scazzotatta tra i due uomini e, nelle inquadrature finali, processo e condanna del professore (annunciata dalla radio, che nessuno ascolta, tranne il cameriere). Il padre, che nella colluttazione ha battuto la testa, probabilmente muore (non si capisce), ma per Elena la vita è esattamente quella di prima, sempre preoccupata di non essere “sfigata” e di vivere con stile il modello proposto da Vanity Fair (rivista sulla quale Gad Lerner teneva una rubrica, forse ce l’ha ancora).
    Sì, poteva essere un film sul cinismo di una borghesia sui generis, come quella brianzola del film Il capitale umano. Forse era questa l’ambizione, ma siamo a livelli decisamente inferiori: il regista (e sceneggiatore) non è Virzì, non c’è Valeria Golino e non c’è Fabrizio Bentivoglio. Però c’è la “determinazione” sentita come un valore.
    Il film può essere visto su RaiPlay facendo clic sull’immagine sottostante:


    Fare clic sull’immagine per vedere il film.

  29. Tommaso permalink

    @Aristide

    A che ramo della fisica sei interessato (Cit.)

    • Vedo con piacere che questo suo contributo è in relazione sottile, e tanto più pregevole, perché «il Signore è sottile», come diceva Einstein, con il tema principale di questa pagina di Nusquamia, che è la philosophia naturalis (roba seria, mica l’impostura di Martha Nussbaum, che si fregia del titolo di “filosofa”). Rispondo con un contributo anch’esso di filosofia naturale, che riguarda la legge di gravitazione universale e i sistemi di riferimento inerziali e non-inerziali, dei quali ci siamo occupati.

      Il contributo è vecchiotto (credo che risalga ai primi anni sessanta del secolo trascorso, forse anche prima) ma è uno dei prodotti più riusciti di divulgazione scientifica a livello non banale, direi medio-alto. Il filmato fa parte di una serie realizzata nell’ambito del progetto PSSC (“progetto” questa volta con una “g”, mica i “proggetti” delle sciacquette, quelli delle Commissioni cultura di paesi come Curno). PSSC, cioè Physical Sciences Study Committee, creato negli Usa al tempo della guerra fredda, presso l’MIT. Sì era anche uno strumento di propaganda, come il film Alexander Nevskij di Eisenstein: e con questo? Lasciamo il moralismo ai miserabili, ai talebani, ai mediocri e guardiamo con spirito libero da pregiudizi Alexander Nevskij e questo documentario PSSC.
      Per capire quale sia la differenza tra divulgazione scientifica seria e divulgazione poco seria, vediamo un esempio. E non parlo nemmeno di Giacobbo, ché sarebbe troppo facile e forse anche ingiusto. No, vediamo questo esempio, tratto da una trasmissione televisiva semiprogressista, dove un fisico che va per la maggiore tra gli autori Adelphi si sputtana indecorosamente, chissà poi perché:

  30. L'estro d'enotria permalink

    “Il paradosso della tolleranza stabilisce che una collettività caratterizzata da tolleranza indiscriminata è inevitabilmente destinata ad essere stravolta e successivamente dominata dalle frange intolleranti presenti al suo interno. La conclusione, apparentemente paradossale, consiste nell’osservare che l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa sia condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta.”
    (Karl Popper – La società aperta e i suoi nemici, 1945)

    • La repressione può essere civiltà: non dico di no. Ma non dimentichiamo l’arte del distinguere: talvolta non conviene, proprio non conviene

      Conoscevo questa posizione di Popper, non mi convinceva allora, anni fa, quando ben altra era la tenuta democratica dell’Occidente; mi convince molto meno adesso, quando l’Occidente rischia di morire soffocato da miasmi populisti. Non sono d’accordo nemmeno con la mordacchia imposta da Zuckerberg a Casa Pound: vedi “Stop odio”, Facebook oscura Casapound e Forza Nuova.
      Non dico questo per ansia di apparire un libertario assoluto: non lo sono. Dico di più la repressione può anche essere civiltà, come diceva — con tutt’altro intendimento — Gian Maria Volonté, capo dell’Ufficio politico della Questura nel film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto:

      Fermo restando che la repressione non può essere consegnata a psicopatici, o comunque a individui che perseguano fini privati di odio, rivalsa sociale ecc. No, non sono d’accordo sulla repressione politica, anche nei confronti di chi non esiterebbe a far polpette di me, o a finirmi a colpi di “plocade”. Non sono d’accordo per una ragione pragmatica: non conviene. Dico che non conviene mettere la mordacchia a Casa Pound, così come non conviene indirizzare indisponenti sorrisetti asseverativi ai legaioli, adesso che Salvini sembra messo alle corde. Bisogna pensare alle cause del consenso affluito a Casa Pound e a Salvini; quindi rimuovere o quanto meno attenuare quelle cause, anche gradualmente, ma senza perdere tempo. Elaborare un progetto e spiegarlo, a diversi livelli, da quello della mozione degli affetti (pericoloso, da usare con cautela) a quello del ragionamento puro. Inoltre questi discorsi dovranno essere compatibili, idealmente contenuti l’uno nell’altro, come le matrioske, o come gli strati di una cipolla. Non è facile, ci vuole intelligenza. Ma questa è la strada. Altrimenti con Salvini — principalmente — saranno cazzi acidi. Altro che sorrisetti asseverativi!

  31. Santandrea permalink

    @Aristide

    http://m.ilgiornale.it/news/2016/09/30/limpero-romano-cadde-per-i-pochi-nati-e-i-troppi-stranieri/1312691/?fbclid=IwAR0c_nXgdEYVsO9GjHkez-ELEPE2sCx9MJ067F-riacLNkhl1DitEErWmoM

    [Mah, bisognerebbe leggere il libro. L’articolo dà l’idea di voler analizzare il problema con l’accetta, che non è lo strumento migliore. Interessante l’osservazione di Massimo Introvigne. N.d.Ar.]

  32. Sara F. permalink

    Lo dice da tempo. Bisogna iniziare a credergli?

    https://www.quotedbusiness.com/thm-17-economia/paese-13-mondo/art-3415-sta-per-arrivare-una-grande-recessione-la-profezia-di-de-benedetti?fbclid=IwAR3FXbqq2pzvSTjarmAwfKf4a-2Y1BTKa19GRW9E5E513ztt2dlEitkCNDE

    [Di De Benedetti mi fido pochissimo. Ma non è detto che un avversario, o un nemico del popolo, non possano avere ragione, su un argomento particolare, beninteso. Nell’articolo non c’è uno straccio di ragionamento, dunque sospendiamo il giudizio. N.d.Ar.]

  33. ALGIDO permalink

    Il problema è tutto quello, sta tutto lì: la Memoria.
    Mi spiego: il 99,9% di chi adesso appoggia il fascismo o le sue propaggini (Forza Nuova, Casa Pound, la rinata Avanguardia Nazionale, o le loro punte più “urbane” fratelli d’Italia e la Lega di Salvini) non ha vissuto il fascismo. Ha nostalgia di un uomo forte che non ha mai assaggiato. Di un pensiero unico che non sa cosa sia. Possono esprimersi proprio perchè siamo in un sistema democratico, che avrà pure i suoi difetti, ma, almeno in Italia, garantisce uno dei livelli di qualità della vita più alti al mondo. E di libertà.
    [Un problema vero dell’Italia, non dico l’unico, è la giustizia, che significa tante cose, anche eguaglianza, quanto meno eguaglianza delle condizioni di partenza. Mancano i meccanismi correttivi che consentano di superare gli ostacoli di censo, soprattutto nel mondo della scuola. Lo dico con spirito laico, non ho niente da spartire con don Milani che era un uomo cattivo e additava alla pubblica esecrazione il figlio del medico che “sapeva più parole” e che perciò sarebbe stato avvantaggiato nella vita. Però il prete aveva individuato un ‘punctum dolens’ che era reale, e lui stesso si adoperava perché i figli del popolo imparassero più parole. Anche don Milani, come Salvini oggi, partiva da un’analisi giusta per offrire — lui, o quanto meno i cattoprogressisti suoi seguaci — una soluzione sbagliata: quella del risentimento sociale e del livellamento al basso. Non ho approfondito più che tanto la figura di don Milani, ho letto la famigerata ‘Lettera a una professoressa’ e alcune sue deliranti lettere alla mammetta, perciò in mancanza di conoscenza approfondita non azzardo affermazioni perentorie; non approfondirò mai la sua figura, a meno che vi sia costretto, perché provo naturale ribrezzo illuminista nei suoi confronti. Però, onestamente, non escludo che i seguaci di don Milani siano peggiori del maestro, come è avvenuto per gli psichiatri “democratici” che hanno usato il verbo di Basaglia per fare sproloqui progressisti e contestualmente dare i malati di mente da ciucciare alle loro famiglie. N.d.Ar.]

    Ultimamente ho avuto modo di interloquire con una serie di badanti dell’Est (55-62 anni): due Bielorusse, una Russa e una Ucraina. Due stati sono passati al capitalismo, oligarchico, però, la Bielorussia credo sia ancora un ibrido guidato da un ex dirigente del PCUS (Lukascenko). Non hanno mai conosciuto la vera libertà (dallo zar al PCUS a oggi), a loro (non vanno certo parte di quei pochi milionari presenti dopo il crollo del sistema Sovietico) il cambio di regime ha tolto molto. [non capisco deve essere saltata qualche parola che non riesco a ricostruire: N.d.Ar.]
    [Non hanno] niente casa assicurata, lavoro e istruzione e sanità gratuita, vacanze regalate ai lavoratori meritevoli, eccetera. Piace loro Putin, essendo non democraticamente educate, odiano i migranti (loro non si considerano tali, pur essendolo) e amano l’uomo forte.
    Il loro indiscusso leader ideale è Breznev, l’emblema di quelle sicurezze che sono mancate all’80% di loro dopo il crollo del regime.
    Disoccupazione, qualcuno addirittura povero, vacanze zero, non si possono permettere servizi elementari, eccetera. Putin gli ha restituito orgoglio, ma poco più (l’aspettativa di Vita in Russia è 10 anni inferiore alla nostra per dire).
    [Molto più che da certe inchieste o dai racconti parziali di persone che sono stati in rapporti d’affari con l’Est europeo, credo di aver finalmente capito la tragedia del crollo del comunismo (sì, fu una tragedia) leggendo ‘Limonov’, dello scrittore francese Emmanuel Carrère: è la storia di Limonov, il nazibolscevico amico (ancorché a fasi alterne) di Dugin, ed entrambi guardano con interesse — e li capisco, nella loro prospettiva — a Salvini. Limonov il poeta dannunziano, ma senza la cultura di D’Annunzio, che emigra in America fingendosi ebreo (la Russia sovietica faceva ponti d’oro agli ebrei che lasciassero il loro paradiso), si fa sodomizzare da un nero, una notte, in un parco di New York per provare quello che provava la fidanzata che l’aveva lasciato, e che gli aveva confessato di farsi sodomizzare dall’amante; Limonov cresciuto anche lui come Putin in una periferia desolata e come Putin cultore del proprio personaggio, Limonov che torna in Russia e che poi va in Serbia a uccidere, perché uccidere è bello, pare, quanto meno per lui è bello. Limonov che ha nostalgia del comunismo e che come Simone Di Stefano, di casa Pound, si orienta con Mishima, Julius Evola, Alain de Benoist. Qui il discorso torna al punto dov’è cominciato. Quali sono gli errori che ha commesso la cosiddetta democrazia, tanto da indurre Limonov, Di Stefano e, a livelli intellettualmente inferiori, Salvini, a pensare che ci sia spazio per mettere un esercito di “lazzari” e impadronirsi del potere? Ma più ancora di Salvini dobbiamo temere un suo eventuale successore, più intelligente. Già, l’Italia è una pentola a pressione, i nuovi lazzari, attrezzati di ficofono per essere sempre presenti nei “social”, sono alle porte, e saranno terribili, se non si riuscirà a disinnescarne la rabbia. Fanno sorridere al confronto i lazzari autentici, quelli che si scatenarono contro la giacobina Repubblica partenopea, che se non altro era ispirata a principi filosofici, non c’erano Boldrine all’orizzonte, Eleonara de Fonseca Pimentel era di ben altra caratura intellettuale. N.d.Ar.]

    I nostri sono nostalgici di un sistema che non conoscono, manca una memoria. Un amico ebreo che ha sposato una ragazza israeliana mi ha detto che in Israele esistono addirittura gruppi di ebrei “neonazisti” (tutti immigrati dalla ex URSS) che evidentemente non hanno memoria della Shoa e non hanno capito che ai bei tempi di Hitler la loro destinazione sarebbe stata un forno crematorio.
    Manca la memoria, ed è importante invece conservarla, senza diventarne schiavi. Basta con Bella Ciao.
    Ieri a Bergamo è morto l’ex Sindaco Bruni, il Padre era presidente dei deportati. Cosa fecero lui e alcuni amici nel 1941?
    Prima di una visita del Duce a Bergamo con dei pennelli modificarono la sua effige su alcuni manifesti disegnandovi il volto di un maiale. Poco più di una ragazzata, che gli valse il carcere e la deportazione per due o tre anni, credo che uno nemmeno tornò, anche se non ne sono certo al 100%. Che nostalgia possiamo avere di quei sistemi? Non li conosciamo.
    Capire le cause del salvinismo e dell’avanzata (non elettorale, è stato un disastro) di Casa Pound si deve. Ma l’uomo forte no, grazie.

  34. Il camaleontico Conte, azzeccagarbugli degl’italiani, parla a nuora perché suocera intenda

    Come dire? Intellegenti pauca. Qui in basso, una foto vintage della suocera: può essere acquistata a un prezzo ragionevole, con tanto di certificato che ne attesta l’autenticità. Il sito Amazon propone una scelta abbastanza vasta di foto della suocera, questa che presentiamo qui sotto secondo noi è la migliore, anche perché la suocera fuma, il che è politicamente scorretto. Una foto della suocera ideale non dovrebbe mancare nelle case, tutte, degl’italiani, soprattutto dei più sfigati, come a suo tempo non mancava, per suggerimento del Regime, la foto di Elettra Marconi, figlia dell’inventore della radio, Accademico d’Italia (altri tempi: adesso all’Accademia della Crusca una certa Cecilia Robustelli, linguista femminista e amica della Boldrina, fa il buono e il cattivo tempo e prescrive che non si possa dire “vigilessa”, altrimenti… “Tutti fermi e tutti zitti, ché se vi sente la Boldrina siete tutti fritti”).


    La suocera degl’italiani: facendo clic sull’immagine si può acquistare l’originale, stampato su carta fotografica. Qui sotto, il certificato di autenticità della foto.

  35. P.S. – Non capisco perché il genero della suocera degl’italiani sia devoto di Padre Pio, avendo in famiglia una santa, che operò ben altri e durevoli (absit iniuria verbis) miracoli.

  36. Una canzone politicamente scorretta

    Viens, viens, c’est une prière
    Viens, viens, pas pour moi mon père
    Viens, viens, reviens pour ma mère
    Viens, viens, elle meurt de toi
    Viens, viens, que tout recommence
    Viens, viens, sans toi l’existence
    Viens, viens, n’est qu’un long silence
    Viens, viens, qui n’en finit pas.

    Je sais bien qu’elle est jolie cette fille
    Que pour elle tu en oublies ta famille
    Je ne suis pas venue te juger
    Mais pour te ramener
    Il parait que son amour tient ton âme
    Crois-tu que ça vaut l’amour de ta femme
    Qui a su partager ton destin
    Sans te lâcher la main.

    Viens, viens, maman en septembre
    Viens, viens, a repeint la chambre
    Viens, viens, comme avant ensemble
    Viens, viens, vous y dormirez
    Viens, viens, c’est une prière
    Viens, viens, pas pour moi mon père
    Viens, viens, reviens pour ma mère
    Viens, viens, elle meurt de toi
    Sais-tu que Jean est rentré à l’école
    Il sait déjà l’alphabet, il est drôle
    Quand il fait semblant de fumer
    C’est vraiment ton portrait

    Viens, viens, c’est une prière
    Viens, viens, tu souris mon père
    Viens, viens, tu verras ma mère
    Viens, viens, est plus belle qu’avant
    Qu’avant, qu’avant, qu’avant, qu’avant
    Viens, viens, ne dis rien mon père
    Viens, viens, embrasse moi mon père
    viens, viens, tu es beau mon père

    Ma perché politicamente scorretta? Beh, basta prestare attenzione alle parole, roba da mandare in bestia le sciacquette del Collettivo femminista Martha Nussbaum. Figuriamoci! Una figlia che va a pregare il padre, che ha scelto di vivere con una donna più giovane, perché torni a casa, dove c’è la mamma che lo aspetta e tutto torni come prima! Mi pare di sentirle, quelle del collettivo: «Inaudito! Al rogo! Basta, punto, non m’interessa!». Le colleghe sciacquette d’Oltreoceano qualche giorno fa chiedevano la testa di Camille Paglia, che abbiamo spesso menzionato in questo diario come esempio di femminista intelligente. Si veda L’attacco barbaro a Camille Paglia. Poco mancava che procedessero alla lapidazione dell’eretica (regolamento di conti «a plocade», come piace al gatto padano). Camille Paglia è colei che definì Martha Nussbaum «PC-Diva», cioè “Vestale del politicamente corretto”. Ricordo che Martha Nussbaum è idealmente patrona di Curno, da che il paese diversamente bello da vivere fu inserito dalla dott.ssa Serra nel circuito dei Comuni aderenti alla rete Lgbt-Ready, con il preciso mandato di mettere in atto «buone pratiche» Lgbt.
    A Mozzo si sta decidendo l’intitolazione dell’Auditorium, e il comitato locale per l’affermazione del politicamente corretto ha deciso che si dovrà scegliere una donna: fra queste è papabile Gaetana Agnesi, ma proprio in questa pagina abbiamo dimostrato che non è il caso di fare dell’Agnesi un’icona femminista. E se Curno intitolasse la sua nuova Biblioteca, inutile grandiosa opera pubblica, in perfetto stile Prima Repubblica, proprio a Martha Nussbaum? Obiezione: ma non sarebbe ancora più politicamente corretto intitolarla a un Lgbt? Non dico una criptochecca, dico un militante Lgbt “attivo” (in senso politico). Sarebbe la consacrazione definitiva di Curno nell’Empireo progressista fucsia-arcobaleno, come dice Fusaro. Parafrasando Dante: «Godi, Curnacchia, poi che se’ sì grande, / che per mare e per terra batti l’ali, / e per lo ‘nferno tuo nome si spande!» (Nota: “Curnacchia” per stare nell’endecasillabo.)

  37. ALGIDO permalink

    La bibliteca a Curno? Un paio di nomi li avrei. Sto leggendo un interessante libro di Giancarlo Galli, finanza Bianca. Sembra strano ma si mette in evidenza la “necesita’” di una chiesa provvista di mezzi. Per i poveri, per veicolare il proprio messaggio, perché essendo una organizzazione globale necessità impegno economico.
    [Non essendo un moralista, non sono contrario all’«impegno economico» della Chiesa, come lei dice eufemisticamente. Ma a due condizioni:
    a) Chi tiene le redini della finanza vaticana deve essere al di sopra di ogni sospetto: insomma, niente Marcinkus, niente riciclaggio di capitali, nessun rapporto con la delinquenza organizzata e con i circoli finanziari che trafficano in armi e foraggiano i dittatori e le bande armate dei paesi ricchi di risorse (abbiamo accennato al problema nell’articolo I ficòfoni (= smartphone), il coltan (un minerale), le armi, la guerra, gli stupri. Non parlo come Claudio «Aquilini» Borghi, men che meno mi faccio imbeccare dal putiniano Giulietto Chiesa, e so prendere le distanze dal giovin filosofo Diego Fusaro, che vedono l’occhio protuberante di Soros e Bildeberg perfino nella “sala da bagno”, quando dànno esito ai propri requisiti naturali. Però ragiono, con la mia testa che, almeno finora, non mi ha mai tradito. Tanto quanto basta per avere in dispetto la finanza, in generale, e soprattutto quando scivola nel mistico. Roberto Andò ha girato un film sull’argomento, ‘Le confessioni’, che purtroppo ha deragliato, credo, dall’assunto iniziale, per colpa di quel gigione che ne era l’interprete principale, l’insopportabile, supponenete e asseverativo Toni Servillo. Vedi qui sotto il provino del film.

    b) La Chiesa — e per dire le cose “papale papale”, come si dice — il papa, in particolare, farebbero bene a smettere di pretendere di essere “democratici”. Non è obbligatorio essere democratici sempre e ovunque (per esempio, in sala operatoria, in un ospedale) e, soprattutto, se si pretende di essere democratici allora si abbia il pudore di esserlo fino in fondo. Sostituire il crocifisso d’oro con uno in latta, come ha fatto papa Francesco all’inizio del pontificato, offende la nostra intelligenza.
    N.d.Ar.]

    E allora: Jacques Deuzeè de Cahors, Giovanni XXII il Papa che Regna durante il Nome della Rosa. Un papa banchiere che fece raffigurare Gesù in Croce con la sacca del danaro “si dice che in alcune versioni staccasse la mano dalla croce per toccarla la sacca, a simboleggiare la necessità non solo di avere mezzi, ma di usarli.
    [Giovanni XXII? Per carità! Un papa banchiere? Abbiamo già dato con Carlo Azeglio Ciampi, il presidente banchiere, e fortuna volle che ci fosse la signora Franca che lo controllava (alla signora Carla Ciampi deve tutto, lui che all’inizio era soltanto un promettente filologo). Senza contare che a) sono di parte ghibellina; b) mi fido del giudizio di Guglielmo di Baskerville che lo presenta come un giocoliere della cacata carta, come e meglio dell’Azzeccagarbugli degl’italiani, il genero di Ewa Aulin: «Una cosa dovrai imparare,» gli [= a Michele da Cesena: N.d.Ar.] diceva Guglielmo, «a non fidarti dei suoi [di Giovanni XXII: N.d.Ar.] giuramenti, che egli mantiene sempre alla lettera, violandoli nella sostanza». N.d.Ar.]

    Lo riabiliterei, intitolandogli con un piccolo gesto la biblioteca.
    [No, visto che la dott.ssa Serra ha voluto infeudare Curno al politicamente corretto e, in particolare, alla rete Lgbt-Ready (a proposito, che fine ha fatto?), beviamo il calice fino in fondo. Se Mozzo vuole dare valenza femminista al suo auditorium, Curno deve fare di più, deve intitolare il suo quanto meno a una criptochecca, meglio ancora a una checca dichiarata. Oppure, se si vuole gettare un po’ di fumo negli occhi, lo si chiami “Auditorium Albertine”. Sembra il nome di una donna, invece è il nome dietro il quale si cela l’autista di Marcel Proust, frequentatore di ‘maisons aux plaisirs homséxuels’, al quale è dedicato sotto traccia il libro “Albertine ritrovata”: lo lessi da giovane e non ci trovai nessun sugo. E invece c’era, ma non lo trovai, essendo ignaro di certe innocenti e invertite distrazioni, per via di un’esecrabile educazione di stampo giudaico-cristiano: “esecrabile” secondo i canoni di Vera Baboun e Martha Nussbaum. Al massimo arrivavo al Battaglione sacro dell’esercito tebano, al binomio Socrate-Alcibiade e a Brunetto Latini, che però non sono personaggi buoni per le parate dei Gay Pride. Nemmeno per Curno, dove le maestrine sanno tutto, ci spiegano tutto e ci mettono in riga, in direzione politicamente corretta. Non dimentichiamo inoltre che nelle intenzioni della dott.ssa Serra il mostruoso edificio (“mostruoso” per il velleitarismo provinciale che lo sottende) doveva diventare un faro di irradiazione del verbo politicamente corretto. N.d.Ar.]

  38. ALGIDO permalink

    Già, peccato che l’edificio (che a mio parere è architettonicamente molto interessante, forse troppo vicino alle scuole medie) non lo abbia voluto la Dott.ssa Serra che regna tra il 2012 ed il 2017.
    [Lei dice bene: quello della dott.ssa Serra fu un regno, un regime di monarchia assoluta, improntato a crudele determinazione. Non insisterò, per fair play, sul volantino che uscì dai nostri torchi (ideali) che presentava la dott.ssa Serra come la regina Maria Antonietta, quella del “Date al popolo le brioches, visto che non ha pane da mangiare”: fra l’altro, lei non disse mai una cosa del genere, era figlia di Maria Teresa d’Austria, non era la Boldrina. E morì con grande dignità, mica come Aldo Moro. Né farò menzione di clisteri di condivisione ecc. Però non posso fare a meno di ricordare che la dott.ssa Serra aveva promesso di completare la biblioteca e non la completò, ma poi, alla soglia delle elezioni, intervistata da una giornalista compiacente rivoltò la frittata e accusò Gandolfi di certe inadempienze; quindi la dott.ssa Gamba avvallò le parole della Serra; ma la dott.ssa Gamba (che è di scuola protestante, giù per li rami dell’aziendalismo, che è una degenerazione dell’etica protestante del capitalismo: in ogni caso, per la Gamba è più difficile mentire) riconobbe l’errore; invece la dott.ssa Serra (che è di scuola cattolica, per cui si pecca, ci si confessa e poi si continua a peccare) tacque.
    La dott.ssa Serra, per sua diretta ammissione nel corso di un’assemblea pubblica e la dott.ssa Gamba indirettamente, visto che ultimamente parlava di un Centro culturale (una “Casa della Cultura”, se ricordo bene) e non di una Biblioteca, sanno bene che la Biblioteca in sé e per sé non è plausibile, con questi chiari di luna. Perciò pensano a qualcosa di più grande, con possibile concorso alle spese di gestione; ma la dott.ssa Serra a suo tempo, quando aveva il vento in poppa, pensava a qualcosa di grandioso, che accompagnasse la sua ascesa politica. Poi però Hillary Clinton perse le elezioni negli Usa, e da cosa nacque cosa. In ogni caso è evidente che un’opera così grande, e i costi associati, non si giustificano se il Bibliomostro è solo una biblioteca con annesso auditorium per recite più o meno parrocchiali, riunioni di femministe ecc.
    Quanto al progetto, certo non possiamo dare la colpa della velleità provinciale dell’iniziativa ai progettisti. Hanno detto loro: fatemi qualcosa di grandioso, e loro l’hanno fatto. Come quando ci si rivolge a un bravo orafo e gli si commissiona una collana. Lui fa del suo meglio, realizza la collana. Ma un conto è se la collana viene portata da una baldracca decrepita, malferma nelle gambe, intafanata nelle vesti, orrendamente pittata nelle labbra, altro è se la collana è indossata dalla splendida Maria Elena Boschi, della quale si dirà che «nascon fiori dove cammina». L’intendimento del Bibliomostro è buzzurro, e buzzurra è la caratterizzazione di tutta l’opera.
    N.d.Ar.]

    Lo ha voluto il Sindaco Bianchi nel 1995 o 1996. Gli ispiratori (diamo i meriti) sono, credo, Il Pedretti e altri che non conosco.
    [Sì, certo: i conti tornano. Il messaggio era: «Noi non siamo quel che sembriamo, e che effettivamente siamo. Siamo “ben altro”, vogliamo rifarci l’immagine. La biblioteca è cultura, ergo noi che ne siamo i promotori siamo la cultura». Sì, buonanotte: marameo! Il problema, impostato correttamente, può riassumersi in questi termini: «Curno aveva bisogno di una nuova biblioteca?» Risposta: «Sì, forse sì: dipende». «Ma la biblioteca doveva essere una roba così grandiosa?» Risposta: «No, così è una buzzurrata».
    Bisognerebbe trovare per quell’edificio una destinazione d’uso diversa, o quanto meno complementare. Vista la vocazione politicamente corretta di Curno, potrebbe diventare una Casa della Cultura Lgbt, con annessi eventi di varia gaiezza ecc. L’importante è che non gravi sulle tasse dei cittadini.
    N.d.Ar.]

    La Dott.ssa Morelli ne ha ereditato le fondazioni e lo ha portato avanti come poteva.
    Il Sindaco Serra ha completato la scuola nuova.
    La biblioteca verrà completata ora, credo che i lavori rimasti siano in appalto e partiranno a breve.

    • ALGIDO permalink

      Resta il fatto che è un bell’edificio, dentro e fuori che fuori sia appena stata completata una intelligente riqualificazione.
      L’edificio c’è, è costato una marea di soldi e come ogni edificio va completato per frenarne il deperimento e iniziarne un uso il più possibile largo e intelligente.
      [Non v’ha dubbio che sia costato un mare di soldi. Ed è anche giusto fare le opere di manutenzione, per evitare il degrado del manufatto. Come sarebbe stato giusto trovare un modo di sbolognare il mostruoso edificio, destinandolo ad uso alternativo o complementare. La dott.ssa Serra era nelle condizioni di farlo, quando era potentissima, ammanicata con il mondo cattoprogressista e filopalestinese (vedi anche i rapporti tra Vera Baboun e l’Italcementi). Penso che adesso sia troppo tardi, anche se la recente nomina di Misiani, oggi zingarettiano, a un ruolo di responsabilità nel secondo governo Conte potrebbe riaccendere qualche speranziella nella determinata sindachessa emerita. Ma Misiani è volpino, sa che il tempo delle serran-boldrinate è finito, ed è collegato con Fiano, se non sbaglio, al quale certe aperture filopalestinesi credo non garbino, né poco né punto. Insomma, sbolognare la Megabiblioteca oggi è più difficile: non per questo si deve rinunciare. Mi sembra ovvio che, quanto più le condizioni dell’edificio sono buone, tanto più il passaggio di mano avviene a condizioni vantaggiose per il Comune di Curno, cioè per i suoi tartassati cittadini. N.d.Ar.]

      Quale [uso] non spetta a me dirlo, osservo solo che il comparto [lei vuol dire Nuova scuola + Maxibiblioteca? N.d.Ar.] è quasi a posto (manca la palestrina delle scuole elementari): che è bello e piace. Piacerà anche la biblioteca, ne son certo.
      Al bello non ci si abitua mai troppo, anzi, una delle piaghe dei nostri tempi e delle nuove generazioni è che non siano state educate al bello.
      [In fisica, quando si scrivono le equazioni del moto (di un punto, dell’elemento di un sistema ecc.) è importante stabilire il sistema di riferimento: infatti, le equazioni cambiano passando da un sistema di riferimento all’altro. Lo stesso vale per la bellezza: rispetto a quale riferimento estetico e, in generale, culturale? Se penso alla nuova scuola, il giudizio riferito al mio sistema estetico è negativo. Ed è anche negativo il giudizio sulla Maxibiblioteca che, da un punto di vista culturale, diventa un Bibliomostro, cioè un esempio di velleitarismo provinciale, a misura dell’Italietta degli assessorucoli e dei politici indigeni assatanati di visibilità mediatica, che inaugurano grandi e inutili opere fasciati e tricolorati, sparano indisponenti sorrisi trionfali, non poi così diversi da quelli di Salvini al Papeete con il mojto in mano, proclamano banalità. Insomma, se parliamo di cultura, domandiamoci che cosa sia la cultura e, avendo dato una risposta — si spera — degna della nostra migliore tradizione culturale (con condanna irredimibile dei solecismi aziendalisti) portiamo un po’ di rispetto per la cultura, diamine! Vero è che il mio riferimento estetico e culturale è minoritario, prevale quello del volgo, ‘ça va sans dire’; né io intendo oppormi al volgo, per carità (anche perché è pericoloso, potrebbero prenderti a “plocade”)! Mi domando però se, in campo culturale, sia proprio giusto che “uno vale uno”. Non sarebbe giusto che, come in sala operatoria, vale invece chi sa?
      Ma, per andare sul concreto, se parliamo del Bibliomostro, ci sarebbero anche quattro conti da fare: una questione di “piccioli”, alla quale il volgo non è indifferente, soprattutto se gliela spieghi bene.
      N.d.Ar.]

  39. Nuovo Cinema Nusquamia
    Col cuore in gola, con Ewa Aulin

    Questo è un film del Tinto Brass di prima maniera, autore “sperimentale”. Con la brava Ewa Aulin, suocera d’Italia, recita Jean-Louis Trintignant, ottimo attore.

    • Il corpo nella politica

      Mi trovo via di casa, scrivere su Nusquamia da ficofono non é impossibile, ma assai malagevole. Eppure, avendo visto questo intervento della garbata e mai abbastanza lodata Maria Elena Boschi, nessuna fatica parve improba, nessuna difficoltà insormontabile.
      Lunga vita alla Boschi, periscano l’invidia, la maleducazione, la crudele e solipsistica determinazione!

  40. Francesca permalink

    Io guardo con sospetto questo voler ad ogni costo fare della scuola una serva dell’azienda in alcuni casi persino fin dalle classi primarie. Così si creano lavoratori skillati e obbedienti, funzionali al mercato e basta.

    Vedi:

    “Se qualcuno dovesse chiedere a me, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: “prima di tutto, solo cose inutili, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita”.
    Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto.
    Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose (Agnes Heller)”

    [Parole sante, di valore universale. Ma che assumono rilevanza particolare in questa fase del tramonto dell’Occidente, soffocato dall’idolatria mercantile e dall’aziendalismo disumano. N.d.Ar.]

  41. ALGIDO permalink

    Non ha visto quella trasmissione lo scorso anno (credo su Sky Arte) in cui Maria Elena parlava di Piero della Francesca? un artista delle sue terre? credo in occasione di una mostra.
    Deliziosa ma un filo leziosa, certo meglio di Renzi che ci conduce a scoprire Firenze.

    • La gentilezza di Maria Elena Boschi

      No, non ho visto, e non ho sentito la Boschi che prende la parola su Piero della Francesca. Non ho dubbi tuttavia che la sua apparizione fosse all’insegna del buon gusto. Neanche un’ombra di feroce sorrisetto asseverativo, ma il sorriso della donna gentile; niente indisponente determinazione, ma il garbo che ben dispone all’ascolto. Insomma, una santa, di questi tempi.
      Nello spezzone che presento qui sopra, se prestiamo l’orecchio, sentiamo Sgarbi che dice alla Madonna di Arezzo: «Tu sai che io ti difendo sempre». Così facciamo noi, come i lettori di Nusquamia sanno; e come con Malèna faceva Renato Amoroso (vedi il film di Tornatore), che mai ne depose il culto, nonostante tutto, nonostante la fortuna avversa, mantenendo sempre la stessa posizione, perinde ac cadaver (questo era il motto dei Gesuiti, che con queste parole si dicono obbedienti ai superiori, senza batter ciglio e senza scostarsi di un palmo, come un corpo morto).
      Dica la cattoprogressista Maria Rosaria Bindi, detta Rosi, quel che vuole, hanno un bel denigrare Maria Elena Boschi gli sprovveduti i quali non vedono che la sua gloria s’accresce a misura della denigrazione dei miserabili.
      Invece ho visto qualcosa dell’illustrazione di Firenze da parte di Renzi: quel poco che ho visto era anche interessante a vedersi, ma la messinscena era una sbruffonata, l’azione scenica di Renzi insopportabile. Non ricordo sorrisetti asseverativi, ma il bullo trasudava sicurezza di sé e determinazione detestabili: come un contadino agrimensore della bassa bergamasca che conciona in un bar cinese; però, a onor del vero, Renzi si esprime in buon italiano, è più intelligente e meno cattivo. Credo che Renzi abbia grossi problemi relazionali, tutto il contrario della Boschi.

      • ALGIDO permalink

        E [Renzi] nemmeno è della Città, ma di Rignano sull’Arno.
        [Se proprio dovessi considerare i precedenti di Renzi, più che le radici a Rignano (ma poi studiò al liceo Dante di Firenze), gli rimprovererei l’essere stato scout. N.d.Ar.]

        Non credevo che ieri sarebbe stato l’ultimo giorno nel PD di Renzi. Considero l’uscita un grosso errore e una mancanza di rispetto nei confronti degli elettori PD, di quanti continuano a crederci e periodicamente si beccano una doccia fredda. E si ricomincia daccapo, un’altra volta.
        [Da quando in qua il rispetto per gli elettori è una qualità? In realtà in democrazia, e in particolare in un partito vero, non trogloditico e non carismatico (e il Pd, vivaddio non lo è, a differenza della Lega ex-Nord, che ha sfanculato il federalismo, ma i legaioli continuano a pendere dalle labbra del “Capitano”: oh, yeah!), il problema non si pone nemmeno: perché se tu veramente tradisci gli elettori, al prossimo giro elettorale paghi pegno. In realtà la mossa di Renzi potrebbe essere intelligente, pur se azzardata. Non è un caso che oggi si contenti di una quarantina di parlamentari: la campagna acquisti comincerà più tardi, quando avrà avuto piena fiducia dagli ambienti che contano. In ogni caso l’azzardo di Renzi è niente rispetto a quello di Salvini, che chiedeva pieni poteri e metteva le bombette sotto la sedia del sedicente primo ministro Conte, quello che — sempre a proposito di coerenza — aveva sistematicamente difeso le iniziative truci di Salvini, faceva il cameriere ora dell’uno vicepremier, ora dell’altro, e che trovò finalmente il coraggio di prendere posizione sulle incipienti tangenti petrolifere allegre della Lega, quelle in salsa russa, solo dopo che il babau l’ebbe sfanculato. N.d.Ar.]

        Avere una guida, una persona che detti la linea… non sarà un toccasana ma aiuta.
        [Io dico che il Pd dovrebbe, o avrebbe dovuto, essere il partito della razionalità. Invece continua ad essere quello che cerca “l’unità della sinistra”, la “coesione”, all’orizzonte non appaiono segni di elaborazione, per quanto lenta, per quanto sofferta, di una strategia di sinistra: una sinistra magari anche annacquata in senso socialdemocratico, ma sociale, almeno un po’. Zingaretti appare sotto schiaffo delle Boldrine e delle dott.sse Serra, continua a trastullarsi con gl’idoli della “coesione”, della “condivisione”, del femminismo, dei “nuovi diritti”, del “politicamente corretto”. E se al tempo del fascismo aveva senso parlare i clericofascismo (come dimenticare il cardinale gesuita, padre Tacchi Venturi, quello che definì Mussolini “uomo della provvidenza”?) oggi il clericoprogressismo è, in proporzione, più devastante, in mancanza di un contrasto efficace. Se il Pd avesse elaborato una strategia efficace e avesse trovato un bravo comunicatore, forse Renzi sarebbe rimasto, ci avrebbe pensato due volte, prima di abbandonare un partito finalmente non più disorientato. Fra l’altro, non so con quale coraggio si vorrebbe far passare Renzi per uno non-di-sinistra. Certo Renzi è un aziendalista, ma è dal tempo di Occhetto che la sinistra italiana non è più di sinistra. Né d’altra parte la Boldrina e la dott.ssa Serra possono essere considerate portatrici di valori succedanei di sinistra, a compenso di quelli gloriosi e razionali della tradizione della grande sinistra italiana, spernacchiati da Occhetto. N.d.Ar.]

        In 11 anni il PD ha avuto 4 segretari (Veltroni, Bersani, Renzi e Zingaretti) e 4 reggenti (Franceschini, Epifani e Martina); nello stesso tempo per 10 anni Curno un unico coordinatore: che non avrà fatto miracoli ma almeno ha avuto modo di costruire lentamente un tessuto un progetto; idem la lista civica di Curno.
        [Ed ecco il solito errore: la “coesione” e l’assenza di turbolenze e dissidi interni considerate come un valore. Quando invece avrebbe senso domandarsi: “coesi” per fare il bene, o per fare il male? E la tranquillità non potrebbe forse spiegarsi considerando che le persone intelligenti, le uniche che avrebbero potuto mettere in crisi i riti di una sinistra-non-sinistra, in nome dei valori autentici della sinistra, ben si guardavano dall’entrare nel Pd? A questo punto la coesione e l’assenza di turbolenza non sono più un indice di qualità, ma di demerito. N.d.Ar.]

        • Una cena che dà da pensare (a Berlusconi) e che apre prospettive a Renzi


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          È vero, Mara Carfagna ha poi telefonato a Berlusconi: gli ha spiegato che quella era soltanto una cena, e non una riunione carbonara. Vogliamo sperare che, gentile com’è, e di buona famiglia, non abbia detto a Berlusconi “Stai tranquillo”, come disse Renzi a Letta, prima di fargli le scarpe. Non sappiamo quanto peso possa avere la cena nei successivi sviluppi della politica italiana (che è interessantissima, direi appassionante, questi ultimi tempi), però niente e nessuno può impedirci di assegnarle un alto valore simbolico, tanto più che tra i convitati c’era Renato Brunetta, intelligente e pazzo: sotto questo rispetto confrontabile soltanto con Roberto Calderoli. Quelli una ne fanno e cento ne pensano.
          Dunque, la cena. Alla quale partecipa un certo numero di politici meridionali di un qualche rilievo, se è vero quel che leggiamo. Consideriamo che Renzi porta nel suo partito 40 parlamentari della sua corrente, ma ne ha un bel po’ nel governo, perché il governo non deve cadere; per giunta ha detto che il suo partito non si presenterà alle elezioni amministrative, per un anno. A meno di colpi di mano (questa volta non da parte di Renzi), sarà proprio così: sia perché Renzi ha bisogno di tempo, prima della resa definitiva dei conti con una cosiddetta sinistra che non lo sopporta e che lo accusa di non essere di sinistra, come se la cosiddetta sinistra fosse di sinistra; sia — soprattutto — perché effettivamente a Renzi della sinistra non importa niente. A lui interessa creare il partito moderato: il partito che non c’è (o non c’è più, secondo i punti di vista), mentre esiste già un ampio bacino elettorale, che potrebbe diventare ancora più ampio con una buona gestione della comunicazione. Proprio come ai tempi di Forza Italia nascente, nel 1993, quando Giuliano Urbani, professore alla Bocconi, si presentò da Berlusconi con una cartelletta in mano, e gli spiegò il mercato (elettorale). Berlusconi fu più che convinto, sappiamo com’è andata a finire. Ma Forza Italia ha esaurito la sua spinta propulsiva: Berlusconi ne è perfettamente consapevole e chissà quante volte ha maledetto quella sua pulsione di vecchio satiro per la “vergine di Casoria”, che ebbe effetto devastante più che lo scivolone con la procace nipote di Mubarak, che tanto appassionò a suo tempo la stampa politicamente corretta.
          C’è il mercato e, al posto del denaro di Berlusconi, questa volta per il nuovo partito c’è il denaro dell’economia, messo sul piatto da diversi “attori” del mercato industriale e finanziario, che non intendono rischiare di essere trascinati nel baratro dalle battute simil-economiche di Claudio «Aquilini» Borghi e dalle smargiassate di Salvini (entrambi furbi, nessuno intelligente).
          Ecco dunque che il nuovo partito di Renzi si configura come il partito del Nord: altro che Lega! Ma lui avrà l’intelligenza di non dire che è il partito del Nord, anche se lo sarà di fatto, ed eserciterà una dolce egemonia nel Sud. E Mara Carfagna? Con il suo indubbio valore simbolico, che non a caso preoccupa Berlusconi, la cena significa che il partito di Renzi, cioè il partito moderato, cannibalizzerà buona parte di Forza Italia e i ceti produttivi della Lega. Renzi l’ha detto: sarò io la risposta a Salvini, visto che il Pd non ha una strategia. In questo ha ragione.
          Insomma, chiamalo scemo. Premesso che non sono d’accordo sul voler a tutti i costi la morte della sinistra, come del resto Renzi si era prefisso fin dall’inizio, al tempo della “rottamazione”, se leggo le mosse di Renzi alla luce dell’insegnamento della Storia, maestra di vita, beh, non sarà Alessandro Magno, non sarà Cesare, non sarà Napoleone, ma c’è in lui dell’intelligenza. C’è un progetto. Zingaretti parla di progetto, ma il suo è solo un “proggetto”, con due “g”. Rimasticature di Samarcanda, la trasmissione di Santoro. L’unità della sinistra (eh già, si vede…), la società civile, il politicamente corretto… Per paura dei cattoprogressisti, delle Boldrine e delle dott.sse Serra, s’infila con i grilleschi in un’orgia di potere all’insegna dell’irrazionale, con le ragioni del cuore che prevalgono sulle ragioni della ragione, con la palla al piede di un ambientalismo (che pure sarebbe un tema da affrontare seriamente, su base scientifica) alla maniera di Pecoraro Scanio e Marina Ripa di Meana, con l’ipoteca dell’esoterismo di Casaleggio.

  42. ALGIDO permalink

    Ma i 3 consiglieri Forzisti di Curno sono ancora di FI immagino. Nessuno ha seguito Sorte, il Palafreniere di Toti a Bergamo (definizione del Foglio) immagino. O no? si parla sempre della splendida e compatta compagine di Vivere Curno che, con modi illuminati, governa il paese da 7 anni.
    [Non credo che la decisione di rovesciare il buon governo di Gandolfi macchinando la congiura serrapedrettista, quella sfociata nelle dimissioni di massa dei consiglieri, presentate a sorpresa e con la partecipazione decisiva della quinta colonna, possa passare per una mossa illuminata. Una crisi consiliare sarebbe stata cosa accettabile e dignitosa, la congiura serrapedrettista fu accettata, perché a norma di cacata carta, ma continua a pesare come un macigno nell’autostima della dott.ssa Serra, che ha un buon dichiararsi a posto con le cacate carte (in effetti lo è) ma che nella sostanza ha commesso un gesto del quale non può in coscienza dirsi orgogliosa. N.d.Ar.]

    Ma a destra? Se le mie informazioni sono corrette (e non so se sono aggiornate, nelle bacheche c’erano ancora cose del 2018 fino a qualche settimana fa) la lega è sempre in mano a Marco Belotti. Che nel frattempo è diventato Consigliere Comunale a Trescore (suo paese d’origine e residenza) in una lista che ha vinto le elezioni. A Curno la Lega non ha (non ne ha da maggio 2012 per la verità) consiglieri, pur essendo stata un importante pilastro della lista Obiettivo Curno. Ci sono però i 3 consiglieri di FI in Obiettivo Curno. FI al momento (da anni, da dopo l’uscita di scena di Ernesto Stella) è guidata ancora da Locatelli.
    Non ho notizie di movimenti da parte di Carrara (Meloni mi pare) o di esterni quali Pedretti o altri. Non è nuovissima questa modalità, il CDX a Curno quando perde per i primi 2-3 anni (a volte anche di più) resta in Sonno. Poi lavora a una squadra e fa una campagna elettorale muscolare. Si è votato a giugno 2017, 2 anni e 3 mesi, mancano circa 2 anni e 9 mesi alle prossime elezioni. Se le date dei congressi fossero confermate la Lega dovrebbe cambiare guida (mi risulta un inderogabile limite di 2 mandati) di FI non so, ma forse anche loro hanno un limite.
    Il PD si è rinnovato dopo 10 anni e mezzo lo scorso ottobre.
    E dei 5 stelle, a Curno a un certo punto facenti capo a Fassi, non ho alcuna notizia. Lei ne sa di più?

    • Consigli non richiesti e, immagino, a qualcuno non graditi

      La gestione da parte di Locatelli dell’opposizione cosiddetta di Centrodestra in seno al Consiglio comunale di Curno, “portata avanti” in nome di Sorte nel segno della cannibalizzazione della Lega (che, non avendo mai affrontato il tema spinoso dell’impedrettamento locale, ha pagato scotto), ma senza intelligenza politica, e senza un progetto che fosse autenticamente alternativo (il Locatelli spesso lamentava la mancanza di “condivisione” da parte della giunta serrano-crurale: orrore! condivisione con chi, e perché?) finisce con l’esaurisi di questo giro amministrativo. È fin troppo facile prevedere che nel 2022 Locatelli non sarà più il referente del Centrodestra di Curno che, per ferrea determinazione di Sorte, volle diventare Destra tout court (“Sorte, l’uomo forte” diceva lo slogan e in effetti Sorte è uomo di “determinazione” mandibolare). A poco gioveranno a Locatelli le capriole di Toti, al quale potrebbe pensare di trasferirsi, essendo Toti sempre indeciso se fare la spalla di Salvini, strappare lo scettro a Berlusconi o costituire il partito dei moderati. A questo peraltro sta pensando con maggiore scaltrezza e con relazioni economico-finanziarie di tutto rispetto, il Renzi redivivo, o se più piace, il Renzi misirizzi (honni soit qui mal y pense: il misirizzi è quel pupazzetto con dentro i pallini di piombo, che sta sempre in piedi). Quanto a Cavagna il Giovane, aveva ambizioni enormi, che potrebbe sfogare passando alla Lega; ma non dimentichiamo che fu sfanculato da MarcoBelotti il quale, mentre alla guida del Comune c’era ancora la determinatissima sindachessa oggi emerita dott.ssa Serra, comunicò al Consiglio comunale che il virgulto (allora “tenero virgulto”, come piaceva dire a Walter Chiari) non era autorizzato a prendere parola in nome della Lega. Poi ci fu il contro-sfanculamento, e questa è cosa nota.
      Come che sia, è opinione prevalente negli stessi ambienti forzisti che, se si fosse trovata una candidatura alternativa a quella di Locatelli (escludendo ovviamente la Carrara, che ambiva parecchio), il Centrodestra avrebbe già vinto nel 2017. Anche se il volgo ha torto, purtroppo le sue mormorazioni hanno peso; perciò – possiamo affermare – è assai verisimile che la Lega, maggioritaria anche a Curno, purché si scrolli di dosso l’eredità del Pedretti, non rinnovi la sua fiducia a Locatelli. Sempre sul piano delle cose probabili, la Lega potrebbe trovare assai conveniente presentarsi da sola, piuttosto che rispondere in solido, oltre che delle proprie colpe politiche, anche di quelle degli altri.
      Uscendo dalla logica delle famiglie e degli attori del territorio, perlomeno quelli tradizionali, che con questi chiari di luna hanno le unghie spuntate, la Lega avrebbe tutto l’interesse di rientrare nell’agone curnense, compiendo uno scarto che troncasse sul nascere recriminazioni antipedrettiste e rimuovesse ricordi imbarazzanti, politicamente. Avrebbe l’interesse di affidare a mani capaci e salviniane la guida dell’universo destrorso curnense. Già, ma a chi? A Marcobelotti no, per via delle cacatissime leggi di alternanza degl’incarichi; senza contare che MarcoBelotti commise l’errore di non prendere le distanze dal Pedretti, quando sarebbe stato opportuno farlo, eventualmente con una politica dei piccoli passi, e intelligentemente. Cioè è vero che il conte zio (Roberto Calderoli, per i nuovi lettori di Nusquamia) non gradiva la sconfessione del Pedretti, ma chi dice che le sue parole andassero d’accordo con il suo pensiero? Bisognava interpretarle. In altri termini, Marcobelotti doveva essere più audace, correndo certi rischi: non facendolo, ha perso la partita e, più ancora, ha decretato l’irrilevanza della Lega in seno al c.d. Centrodestra di Curno, in seno alla presente amministrazione, guidata dalla dott.ssa Gamba con il placet della dott.ssa Serra.
      Ritengo che un modo vantaggioso e praticabile per la Lega, onde uscire dalla presente impasse, sarebbe affidare la regia della strategia elettorale a un personaggio esistente a Curno (dunque non sarebbe necessario cercare un papa straniero), uno che non è stato mai pedrettista, anzi uno del quale tutto si può dire, tranne che avesse mai chinato il capo davanti al potente politico territoriale curnense, quello del Pedretti, cioè; uno che è stato federalista con Bossi e che oggi è sovranista con Salvini; uno che intrattiene ottimi rapporti con gli ambienti curiali bergamaschi, il che non guasta, in rapporto alle note aderenze dei serrani al mondo delle Acli; uno che sa trattare con le forze economiche bergamasche, quelle stesse che al tempo in cui si doveva scegliere tra Bersani e Renzi, optarono per Renzi, ma che oggi non avranno difficoltà a passare dalla parte di Salvini, se l’aria tira da quella parte. Poiché sospettiamo che il miglior candidato in pectore alla guida della Lega curnense non abbia piacere di apparire in pubblico, ma che la sua vocazione sia quella di agire sotto traccia, intendiamo rispettare la sua volontà di non apparire, e lo chiameremo l’Uomo invisibile. Ma, esprimendo un giudizio di pura arte politica, prescindendo quindi dai contenuti ideologici e dal nativo nostro ribrezzo per Salvini, opiniamo che l’Uomo invisibile sia la figura più idonea a dettare le strategie leghiste curnensi, quelle che eventualmente altri porteranno a compimento.
      La Carrara, di fede fasciofemminista, cercherà di essere lei il rappresentante plenipotenziario del Centrodestra, ma ancora un volta mancherà il bersaglio: fra l’altro, non credo che la fasciofemminista goda del favore della Meloni. Si dice che il partito dei poponi non avesse dato alla Carrara l’onore del suo simbolo, ma chissà se è vero. In ogni caso la Poponi sogna l’abbraccio con Salvini che però pensa in grande e sogna (o sognava) l’abbraccio con Marine Le Pen (mentre altri si accontenterebbero di abbracciare Marion Le Pen: scrivo ciò di proposito, con l’intento provocatorio di suscitare l’indignazione dei politicamente corretti).

      Marion Le Pen.

      Quanto al Pedretti, credo che sia evidente l’impossibilità per lui di giocare un ruolo politico in prima persona, però potrebbe aver voglia di farsi sentire per interposta persona, se la trova; in alternativa, potrebbe svolgere un ruolo di king maker. Tanto più che potrebbe operare in tandem con un suo antico compagno di strada, il gatto padano, titolare di dossier che, nelle sue intenzioni, dovrebbero far tremare il Palazzo curnense, un po’ come i dossier di Pecorelli, ma su scala ridotta, molto ridotta: il quale gatto, pur rimproverando al Pedretti di non aver seguito i suoi consigli in tutto e per tutto, non ha mai rotto i ponti con il discepolo renitente. Vedi anche il suo ruolo di consulente giuridico, soprattutto nella gestione del secondo procedimento giudiziario a mio carico su denunzia del Pedretti, come a suo tempo abbiamo dimostrato; ma i consigli non ebbero effetto, come sappiamo, e sia il Pedretti sia il gatto fecero ritorno a casa con le pive nel sacco.
      I grilleschi? Persero la loro occasione d’oro nel corso dell’ultima tornata elettorale. Anche qui, si dice che i grilleschi fossero stati male consigliati da due teste di ponte, una Pd-ina e una pedrettista. In altre parole, i grilleschi avrebbero preso informazioni dalle persone sbagliate. Ma io credo che i grilleschi siano maestri nel farsi male da soli, anche quando hanno il vento che soffia in poppa. In pratica, al tempo della candidatura di Fassi, il loro atteggiamento fu svogliato, mandarono avanti persone onestissime – per carità! – ma carenti d’intelligenza politica (“intelligente” dal lat. intellegere). Avrebbero dovuto raccogliere l’eredità di Gandolfi, informarsi, approfondire. Non avvenne niente di questo. Fassi a sua volta commise l’errore di entrare in un gruppuscolo di causidici e agrimensori che volevano fare una guerra di retroguardia all’amministrazione serrana, con particolare riferimento alla variante del Pgt, una guerra di cacata carta che non era altro che una rielaborazione di cacate carte presenti nei dossier del gatto padano. Il risultato di quella mossa fu miserrimo: vinsero i causidici di parte serrana, Locatelli minacciò azioni legali, non se ne fece niente. In seguito si sarebbe limitato a piatire “condivisione” (a proposito: si dice “piatire” e non “pietire”).
      Anche il Pd, come abbiamo scritto sovente, farebbe bene a scrollarsi l’eredità serrana. Ma credo che al Pd di Bergamo siano perfettamente consapevoli di questa opportunità. Molto opportunamente Max Conti si è tirato fuori dalla direzione della sezione locale, lui che è stato efficace mediatore della congiura serrapedrettista; e che oltre tutto non ebbe nessun riconoscimento da parte della dott.ssa Serra, nessuna parola di apprezzamento. La linea della dott.ssa Serra – molto cattolica, molto gesuitica – era quella di negare, negare tutto, anche l’evidenza: lei non aveva rapporti col Pedretti, poche storie; e per il resto, punto, basta, non m’interessa!
      Io non so se veramente, dopo Max Conti, si fosse pensato di affidare la strategia del Pd curnense a MarcoBattaglia, anzi ne dubito. Ma suscitava divertita perplessità il modo con cui MarcoBattaglia si accreditava: la mistica dell’Erasmus, la laurea alla Cattolica in Scienze politiche che diventava una cosa straordinaria, e lui che avrebbe rivoltato Curno come un calzino, facendola diventare un borgo europeo.

      Marcobattaglia agl’inizi della sua resistibile ascesa.

      Credo che al Pd di Bergamo, se hanno senno, provvederanno diversamente. Una cosa ottima sarebbe mettere il Pd curnense sotto l’egida di Gori, anziché di Misiani. Credo che avremo modo di approfondire l’argomento.

      • ALGIDO permalink

        Scrive non conoscendo le dinamiche interne alla organizzazione: Gori esercita una forte influenza sul PD Cittadino, anche su quello provinciale, ma molto meno.
        Misiani era vicino al coordinatore precedente a Curno, anche amico, ma ora suppongo che sarà molto impegnato su Roma.
        [Ma io non dicevo che di fatto Gori piloterà il Pd di Curno. Sostenevo che sarebbe auspicabile che ciò avvenisse, all’insegna del pragmatismo e del buon governo. Dirò di più: i gravosi incarichi cui Misiani dovrà far fronte determineranno verisimilmente un venir meno della sua influenza a Curno e soprattutto dell’influenza serrana. Liberato dall’ipoteca serrana, il Pd di Curno potrebbe affrontare un nuovo percorso, non dico di sinistra sociale, ma razionale: almeno quello. Bepi el memorioso potrebbe esserne il notaio, certo non il nocchiero. Non dimentichiamo che le iniziative politicamente corrette della dott.ssa Serra si dispiegavano sotto l’ombrello coordinatore di Misiani; con l’eccezione — credo, e voglio sperare — della gestione dell’intrigante sindachessa betlemita Vera Baboun in modalità di madonna pellegrina: quella ha l’aria di essere un’iniziativa tutta serrana, concordata con le Acli di Bergamo, alle quali è dolce farsi mettere nel sacco dalla propaganda palestinese. Misiani è sicuramente una persona onesta, ma c’è qualcosa che non mi torna nel suo essere insieme bocconiano e politicamente corretto. Ricorrendo a un’immagine cara a Eugenio Scalfari, direi che l’essere bocconiani e politicamente corretti è mostruoso, è un ircocervo (peraltro lo stesso Scalfari è un ircocervo, lui che rivendica l’eredità del Partito d’Azione e ambisce ad essere consigliere del Papa per la realizzazione di un irenismo universale ma pochissimo cristiano. N.d.Ar.]

        Il Bepi nuovo coordinatore, è un traghettatore, del resto ha 79 anni, finirà il suo mandato a 83 anni.
        che forse è l’età della pensione.
        [Sì, in ogni caso meglio Pepito el memorioso che l’ambiziosissimo MarcoBattaglia. Andrea Saccogna-Gamba potrebbe dargli una mano, se volesse, per una svolta del Pd locale in senso razionale e meno cattoprogressista. Eventualmente dando un dispiacere alla mamma, che però potrebbe essere orgogliosa di un figlio che dà “il la”, da Curno, a tutto il Pd provinciale. Cioè, ancora una volta, Curno potrebbe essere un laboratorio politico: almeno questo, a compensazione della sua bruttezza. N.d.Ar.]

        qualche nuovo soggetto emergerà, spero, non so chi e non ho elementi per capirlo.
        Sull’accantonamento del Locatelli invece andrei cauto. Non mi risulta che abbia seguito il Toti (soggetto assai sopravvalutato, diventato governatore della Liguria solo per una serie di fortuite circostanze e scelte sbagliate nelle candidature fatte da Renzi), manca di carisma e di allure. Non credo che a Bergamo possa essere troppo attrattivo.
        [Sì, penso anch’io che tutto sommato a Toti sia andata male. Ma non dimentichiamo i selfie a raffica di Locatelli e Cavagna il Giovane accanto a Toti. Che facciamo? Ritocchiamo le foto e facciamo scomparire Toti, come usava nell’Unione sovietica quando un capo cadeva in disgrazia. Locatelli potrebbe rinunciare a una presenza in prima fila, sulle orme di Stella, definitivamente eclissato dopo tanto schettineggiare. Attenzione comunque alle mosse di Cavagna il Giovane, ché l’ambizione è tanta, le aspettative dei suoi cari, pure. Il gatto padano sarebbe deliziato di poterlo “consigliare”, forte dei suoi dossier pecorelliani. N.d.Ar.]

        Il non averlo seguito [il non aver seguito Toti] potrebbe dare al Locatelli un grado di visibilità maggiore.
        [Una visibilità senza voti. Mentre i voti per la Lega potrebbero essere tanti, solo che la Lega avesse l’accortezza di affidarsi all’Uomo invisibile, che cancellerebbe ipso facto l’incombenza del ricordo pedrettista. A questo punto, a maggior ragione, per il Pd sarebbe conveniente liberarsi dell’eredità serrana. Assisteremmo allora a una battaglia politica in grazia di Dio, dove finalmente i pettegolezzi, le insinuazioni, le calunnie con il punto interrogativo basati sui dossier del gatto padano sarebbero irrilevanti, perché la battaglia sarebbe sulle cose da fare a partire dall’esistente, con uomini nuovi e non compromessi. N.d.Ar.]

        Sempre che Forza Italia in 2 anni e 9 mesi ancora ci sia, che non sia residuale. A marzo 2018 era al 14,5% e sembrava poco. ormai nessun sondaggio la dà oltre il 7,5%, stabilmente sotto alla Meloni. Vedremo.
        [Infatti. Vedremo anche se il governo Conte invece di mostrarsi soddisfatto dell’averla fatta in barba a Salvini, avrà operato efficacemente per disinnescarlo. Cioè rimuovendo le cause del consenso a Salvini. Il concetto, per usare un’espressione di Virgilio, è che occorre ‘rerum cognoscere causas’. Occorre più razionalità, meno tatticismo, meno irenismo, minor ricerca dell’unità delle sinistre’, migliore elaborazione teorica, piena aderenza al principio di realtà, che non è una cosa volgare come contare i “mi piace” del popolo ingannato. Non ho nessuna fiducia nell’avvocato del popolo genero di Ewa Aulin. Zingaretti è deludente: dovrebbe mettere su un frontisterio di “teste d’uovo”, come fece Kennedy, valorizzare Minniti e isolare ogni possibile sparata in senso boldrinesco. Sarà capace? N.d.Ar.]

        • ALGIDO permalink

          Zingaretti io lo valuto positivamente: il PD (e in genere la sinistra) è allergico a un capo troppo carismatico e positivo.
          [Beh, ma nel caso di Renzi tale allergia proprio non s’avvertiva, quando il Pd veleggiava oltre il 40% di consensi. Una vera opposizione al ruolo carismatico di Renzi, che non fosse solo mormorazione e malpancismo, si fece sentire soltanto al tempo del referendum. Divenne apparente ed esplicita solo dopo il fallimento della proposta renzista di riforma costituzionale. Molti di coloro che oggi prendono le distanze da Renzi a quel tempo erano renzisti, pronti a scalare la muraglia del giglio magico.
          Zagrebelsky fu implacabile, ma almeno lui era ‘nobili loco natus’, era competente, serio e coerente. Facevano pena invece le sciacquette che, per darsi un tono, si sforzavano di ripetere gli argomenti di Zagrebelsky: così — pensavano — sarebbero salite di rango culturale e sociale. Ed è vero che i “costituzionalisti” di Renzi non erano all’altezza dei padri fondatori della Repubblica, o anche dei parlamentari della primissima Repubblica. Togliatti prendeva i voti dei trinariciuti, ma era un intellettuale finissimo, ebbe il genio di fondare il settimanale culturale “Rinascita”. Piero Ingrao sarà anche criticabile come poeta, ma vinceva i littoriali, ai tempi che furono, come anche li vinceva Aldo Moro, che pure non si sarebbe dimostrato un cuor di leone. Giancarlo Pajetta faceva il truce, ma era tutto il contrario, come si legge nelle testimonianze di Miriam Mafai, anche lei donna di tempra intellettuale eccezionale, la quale rivendicava il diritto di non dirsi femminista. Saragat, l’autore della massonica scissione di Palazzo Barberini, fu il fondatore del Psdi, finito com’è finito, ma era un anglofilo di finissima cultura. Ecc. ecc.
          Detto questo, non v’ha dubbio che i parlamentari di oggi o non hanno studiato latino e greco, o l’hanno studiato male, o l’hanno dimenticato. Però questa non era una buona ragione perché le cose stessero come stanno. Il disegno di Zagrebelsky, che lui ne fosse consapevole o no, era un disegno conservatore. Dissero che se la riforma costituzionale di Renzi non fosse passata, ci avrebbero pensato loro a farne una con i fiocchi. Qualcuno ha visto le proposte di questa riforma, scritta dalla “gente bene”? Di fatto, la riforma costituzionale di Renzi avrebbe vinto quel che in fisica si chiama “l’attrito di primo distacco”. Ma il partito dei giudici era contrario, erano contrarie le lobby delle persone che contano e fu contraria la quinta colonna del Pd, quella che si sentiva e di fatto era esclusa dal circolo del giglio magico, che alzò pretestuosamente la voce, in nome sei sacri valori della Costituzione, in realtà pro domo sua. Poiché sono sempre stato del parere che in politica occorra talora, purtroppo, sporcarsi le mani — naturalmente, senza godere –, votai a favore del referendum renzista.
          Riassumendo: l’opposizione al ruolo carismatico di Renzi, per come si è manifestata, torna a disdoro di chi l’ha praticata in modalità così poco nobile. Occorreva prendere posizione contro Renzi fin dall’inizio.
          N.d.Ar.]

          Zingaretti ha saputo gestire bene il dopo Conte 1. Anzi, ha dato il là alla spallata, con quella mozione TAV che in tanti giudicavano inutile e velleitaria e che invece ha dato il là al crollo del Conte Salvini.
          Non sono sicuro che abbia gabbato Salvini facendogli credere di voler andare al voto. Forse lo voleva fare (e le successive mosse di Renzi, uscito dal PD dopo aver incassato ministri e sottosegretari fa capire quali fossero i timori e quanto fossero fondati) ma alla fine ha gestito bene la cosa.
          Prudentemente ha scelto di gestirla con un profilo sfumato. E ha scelto non dico una soluzione ottimale, ma di percorrere la strada del male minore.
          [Se lei attribuisce a Mattarella uno “spirito fiorentino”, mi permetto di rocordarle che fiorentino è Renzi (e lui, naturalmente, non ha mancato di ricordarci compiaciuto che è stato un po’ “machiavellico”). N.d.Ar.]

          Se ci avessero detto, a fine luglio, con Salvini che volava verso il 38% dei consensi, un PD fuori dai giochi, che a settembre saremmo stati al governo con 8 ministri, che avremmo messo Gentiloni a fare il Commissario Europeo (e in un ruolo non marginale e dopo aver incassato Sassoli come presidente del parlamento) chi ci avrebbe creduto o scommesso? Nessuno. Ma così è andata.
          [In effetti Gentiloni non è di Maio, ha un profilo di tutto rispetto. Ma perché ha acettato che Ministro dell’Istruzione nel suo governo fosse la sciura Valeria Fedeli di Treviglio? Questo è imperdonabile. N.d.Ar.]

          Vedremo come andranno le elezioni regionali, se andassero bene mi sa che anche dentro la Lega si dovranno fare delle domande. A quanto so qualche movimento è iniziato, Giorgetti(autonomo da Salvini) e Garavaglia (modesto e pro Salvini) lavoreranno a alla ricostituzione di una “gabina” di regia, da tempo archiviata per una gestione autoritaria e monocratica.
          [A maggior ragione a Curno la Lega farebbe bene ad affidarsi all’Uomo invisibile, che ha una prospettiva nazionale e internazionale. N.d.Ar.]
          Personaggi improbabili grotteschi e pericolosi dovrebbero venire marginalizzati (Borghezio è già fuori, Borghi e Bagnai in naftalina), L’abbraccio inquietante con le destre estreme (propiziato da Borghezio, Speroni e Savoini) non so che futuro avrà.
          La Meloni ha approfittato dello sbandamento e smazzato bene le carte. Sta puntando più ai temi economici rispetto a quelli della immigrazione (con flussi molto ridotti già dai tempi di Minniti e uno zero ottenuto sui rimpatri da Salvini).
          In Libia del resto la Guerra Civile si sta incancrenendo, e questo è un problema molto serio, Haftar attacca ma forse non ha le risorse per vincere, il Legittimo Governo è poco più di un governatore di Tripoli.
          La Meloni secondo me non ha fretta di votare, sino a che continua a succhiare voti a Berlusconi e a Salvini credo che le convenga aspettare e lavorare ai fianchi. E con la coscienza tranquilla. Non è Lei ad aver fatto il governo con i 5 stelle, non ha fatto cadere il conte 1, non ha chiesto (alcuni dicono implorato) di tornare allo stesso schema gialloverde dopo un rimpasto e ha organizzato la manifestazione in autonomia (Salvini si è accodato obtorto collo).
          Insomma vedremo, ma Zingaretti ha agito bene, e se non appare un condottiero illuminato tanto meglio.
          [Sono d’accordo sul fatto che è meglio non apparire “condottiero illuminato”, in tempi di populismo. Ma bisognerebbe essere proprio questo, un condottiero illuminato, per individuare correttamente le cause del successo del populismo, rimuoverle con coraggio (lasciando che le Boldrine e le dott.sse Serre, le gerarchie clericoprogressiste dell’Avvenire, il partito del politicamente corretto ecc. storcano il naso e minaccino rappresaglie) e atterrare definitivamente il populismo, in nome della ragione. L’operazione, neanche tanto sotto traccia, dovrebbe essere quella di fare del M5S il partito dell’irrazionalità, della sensibilità a fantomatiche “vibrazioni”, delle cattive poesie; e della Lega il partito dell’odio e dei complessi d’inferiorità “in purezza”. Il Pd dovrebbe diventare il partito della razionalità. Sulla razionalità hanno puntato Renzi e Calenda (quest’ultimo, ho appreso di recente, è nipote del regista Comencini, torna a suo onore). N.d.Ar.]

          • ALGIDO permalink

            Non lo sapeva che è figlio di Cristina Comencini?
            [No, soprattutto mi commuove — adesso che lo so — che sia nipote del grande Luigi Comencini. N.d.Ar.]

            In effetti anche nel PD ho notato che lo sanno in pochi, segno che Calenda si è fatto da sé. L’uscita di Calenda spiace a moltissimi nel PD, a quasi tutti. Ma una cosa è imperdonabile, era già la terza volta (e credo che fosse nel partito da meno di 2 anni) che minacciava di fondare un partito se si fosse trovato in disaccordo. Ha sbagliato e moltissimo, anche perché con Renzi fuori i suoi spazi si riducono quasi a zero.
            [Ho idea che continueremo a sentir parlare di Calenda, in un modo o nell’altro. Potrei non essere d’accordo con lui politicamente, anzi non lo sono. Ma in epoca di populismo, siamo costretti a tenere gli occhi aperti, perché buzzurri e burini non s’impossessino delle leve di comando: Calenda è sempre meglio di un buzzurro o di un burino. Loro fanno come le femministe e, in generale, le donne in carriera, che una volta arrivate a posizioni di potere, costituiscono in feudo trasmissibile soltanto ad altre consorelle. Curno docet. N.d.Ar.]

            Quanto a Renzi… le posso garantire che anche subito dopo il 40% una frangia (pochi i voti, di più i dirigenti) di scontenti c’era. Sia perché Renzi ha fatto pulizia circondandosi solo di fedelissimi (grave errore) che per il suo intestardirsi (in alcuni casi ha fatto bene) su alcuni temi. Alla fine uscendo ha dato involontariamente ragione a queste frange.
            [Veramente Renzi è uscito perché fu ripagato pan per focaccia: in pratica, la ‘conventio ad excludedum’ che lui aveva applicato agli altri, fu poi applicata a lui, di fatto. N.d.Ar.]

            Poi ha commesso un errore, ha imposto una sua candidata in Liguria, contro il parere del partito ligure (e a sentire gli amici che ho in liguria una persona che non piaceva a nessuno) ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum su di sé.
            [Questo fu effettivamente un errore, oltre tutto evitabile. Sarebbe curioso sapere che cosa pensano in proposito i suoi mentori d’inizio carriera, quelli della Mc Kinsey. N.d.Ar.]

            Ha piazzato famigli ovunque, anche nelle controllate, fino alla candidatura della Boschi a Bolzano per pararle il delicato culetto.
            [Delicato e delizioso. Che nessuno parli male della Boschi! Honni soit qui mal y pense. N.d.Ar.]

            Ma prima ha fatto di peggio, il congresso con il ticket con Martina (una follia) e già girando nelle convention nei circoli si capiva benissimo che l’aria era già mutata. E molto. Tutto questo non lo ha capito e alla fine anche lui se n’è andato dal campetto con il pallone sotto braccio.
            [Non è detto. L’uomo è tenace, e piace ai poteri forti e rampanti. N.d.Ar.]

  43. I femministi e le femministe di Mozzo hanno marcato il territorio, cioè l’auditorium
    Dopo aver scritto un bando sgrammaticato, riescono a sbagliare anche quando commissionano la targa

    Ci siamo, hanno intitolato l’Auditorium di Mozzo, proprio come volevano loro, i femministi e le femministe mozzarde, in modo da marcare il territorio, come usa dire in sede di etologia e sociobiologia: come quando, per esempio, un cane urina contro un albero e contro i manufatti e lancia agli altri cani il messaggio “Attenzione, questo territorio è mio: cane avvisato, cane mezzo salvato”. Ma hanno fatto tutto nel rispetto delle cacate carte, sembrava una cosa democratica: come dire, vuoi riso in bianco, riso con il sugo, insalata di riso, o riso alla maniera cantonese? Ma sempre riso è. Hanno dunque indetto un bando sgrammaticato, del quale abbiamo parlato nell’articolo A Mozzo un concorso d’idee pilotate, di scuola boldrinesco-serrana, a seguito del quale, per fortuna, non è saltato fuori il nome di Maria Gaetana Agnesi: una santa donna che non avrebbe meritato di essere strumentalizzata in chiave femminista.
    Invece l’auditorium è stato intitolato ad Anna Maria Mozzoni, «attivista diritti delle donne», così hanno scritto. Ancora una volta i nostri agent prop femministi sono stati sgrammaticati, perché in buon italiano si direbbe “attivisti dei diritti delle donne”. Se si lascia la seconda preposizione articolata, “delle”, non si vede perché debba cadere la prima, “dei”. Ah, già, ma così è più aziendale! In inglese non ci sarebbe! Ma va là! Per fortuna non l’hanno scritto in inglese, perché avrebbero introdotto, quasi certamente, un ulteriore svarione. Come i renzisti, quando non vollero parlare di un “Decreto del lavoro”, sembrava troppo poco, e vollero dire Jobs Act. E si coprirono di ridicolo, perché in inglese nei nomi composti (“compound names”) il primo nome non si flette. Per esempio, si dice bookshop (o book shop), e non booksshop (o books shop): dunque Job Act e non Jobs act. Vero è che in America esisteva un Jobs Act, ma Jobs era un acronimo, che niente ha che fare con la realtà italiana.
    Per lo svarione epigrafico dei femministi di Curno non c’è scusa che tenga, compresa quella, prevedibile, “non c’era spazio”. Vadano a vedere le epigrafi commissionate da persone in grazia di Dio (epigrafi latine comprese) e vedano un po’ come si risolvono i problemi di spazio, A titolo di esempio presentiamo l’iscrizione apposta al basamento della colonna infame, leggibile al Museo del Castello sforzesco, scritta in un latino meraviglioso, la qual cosa fece incazzare il Foscolo, e giustamente, perché infami non furono i due cittadini milanesi condannati a morte, ma i giudici che li condannarono.

    In ogni caso questa Anna Maria Mozzoni non dev’essere confusa con la micidiale Giulia Maria Mozzoni, presidentessa del Fai, proprietaria di una tenuta agricola lungo il Ticino, a suo tempo padrona implacabile del Corriere della Sera, e perciò soprannominata da Montanelli “la zarina”. A lei fa riferimento Crozza, quando la tira in ballo con il nome, di poco mutato, di Giulia Sofia:

  44. ALGIDO permalink

    Montezemolo: come il prezzemolo sempre tra i co…ni
    Ha fatto dell’amicizia con il Figlio di Susanna Agnelli (con cui condivideva giovanili corse rally) il passepartout per entrare in confidenza con Gianni Agnelli e costruire le sue fortune.
    [Pare che ci sia di peggio, che l’entrare in confidenza, a sentire Romiti. Fu una manovra avvolgente a fine di business. Non insisto, perché non sembra il caso. N.d.Ar.]

    Ci ha messo anche una feroce determinazione, amicizie e parentele importanti (ad esempio il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, cugino del padre mi pare). Sembrava sulla via dell’esilio quando lui e un altro manager sul finire degli anni 70 vennero puniti (l’altro licenziato) perché dietro lauto compenso organizzavano incontri con Gianni Agnelli.
    [Pare che fosse un business vero e proprio. Vedi Montezemolo: chi era costui?. N.d.Ar.]

    E’ stato tra quelli che hanno promosso la guerra a De Benedetti cacciato dopo 100 giorni da FIAT (ma l’Ingegnere ci ha messo del suo rastrellando anche tramite Gnomi di Zurigo e comunità ebraiche piemontesi quasi il 24% delle azioni FIAT, quando la famiglia Agnelli era circa al 26%).
    [Beh, se ha pizzicato De Benedetti, che giocava sporco, non aveva tutti i torti. N.d.Ar.]

    Ma insomma un Manager di successo, con l’allure dell’uomo di mondo. Successo? Insomma tra i soci di ITALO (che ha solo perso soldi) Presidente di Alitalia (idem con patate) e mille altri dossier e CDA. Forse solo in Ferrari ha lasciato una traccia positiva.
    [Beh, sotto questo rispetto peggiore ancora di Montezemolo è il bergamasco-capalbiese Chicco Testa, che ha la vocazione istituzional-presidenziale. Aveva cominciato come talebano ecologista, e ha fatto carriera proprio in quanto eco-talebano, passando al Consiglio di amministrazione dell’Enel, poi ha spiccato il volo, finché è divenuto difensore a oltranza del nucleare. La dott.ssa Gamba sogna per il pargolo, Andrea Saccogna-Gamba, una carriera analoga. N.d.Ar.]

    Vuole entrare in Politica? mah. non se ne sente il bisogno. La sua parabola a me ricorda quella di Cardella, una sorta di Zelig trasformista morto (forse, qualcuno lo mette in dubbio) nel 2011 in Nicaragua portandosi con se segreti che spaziano dal traffico d’armi all’omicidio Rostagno alle truffe dela comunità Saman. Grande amico di Craxi (cui deve appoggi e protezioni). Sempre pieno di soldi, sempre sulla cresta dell’onda, sempre inseguito dalla giustizia ma sempre caduto in piedi.
    [Ricordo questo figuro, ne abbiamo parlato su Nusquamia, a più riprese, nella pagina dedicata a Lilli Carati: Sit tibi terra levis, Lilith. A proposito: non dimenticate di rivedere il film, nella pagina citata, e se la cosa non garba ai moralisti, tanto meglio. N.d.Ar.]

    Sono diversissimi, ma è anche di personaggi come loro che è piena la storia d’Italia.
    Di quella contemporanea per lo meno. Personaggi che di un carisma personale, della ambizione smisurata (e niente altro) hanno fatto la leva per fare fortuna. E che sono solo delle palle al piede [per il popolo che lavora, immagino: N.d.Ar.] che vivono con soldi non loro.
    [Però su un punto Luca Cordero di Montezemolo è degno del nostro rispetto, quando decise di accompagnarsi a Edwige Fenech, della cui arte qui vediamo un saggio. Altro che Vera Baboun presentata dalla dott.ssa Serra a quegli sciocchini dei curnensi, in veste di Madonna pellegrina! Edwige Fenech è stata per molti anni una donna straordinaria, bella e intelligente. Una santa. N.d.Ar.]

    • ALGIDO permalink

      Già, ma una volta invecchiata l’ha mollata. E invece secondo me più frolla la Edvige e più piace.
      [Non saprei, non ho presenti immagini recenti della Edwige Fenech. Preferisco ricordarla quando era nel fiore della sua santità. N.d.A.]

  45. Francesca B.B. permalink

    Su di lui e sulle sue azioni, come spesso accaduto alla schiera degli umanisti iperattivi, circolano storielle e leggende. Come quella che lo vuole odiatore di Marziale in favore del sublime Catullo, al quale “sacrificava” i libri dell’altro mondandoli col fuoco. Ma Andrea Navagero fu soprattutto un curioso che non si stancò mai di apprendere e far propri saperi antichi e nuove scoperte, specialmente quelle relative all’universo naturale e ai nuovi mondi che erano ancora tutti da scoprire. Per “Ritratti Veneziani” su Il Gazzettino​ oggi tocca a lui, ritratto da Matteo Bergamelli​ direttamente da un dipinto di Raffaello Sanzio:

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/venezia/ritratti_veneziani_andrea_navagero-4752552.html?fbclid=IwAR2ldB5_5QrOne20Jn7bRTqk8kSjrc4gO5kzNzWxTF7PFeRPzG-IQpjgbzg

    [Val la pena leggere l’articolo qui sopra citato sul Navagèro, o Naugerius (questo era il suo nome latinizzato). Grazie per la segnalazione. N.d.Ar.]

  46. Il gatto padano non imparerà mai, è refrattario

    Proprio così, il gatto padano è refrattario. Quante volte gli abbiamo detto che lo stravento in italiano non è quello che intende lui e che una pista pedociclabile non è una pista ciclopedonale ma tutt’al più una pista per bambini ciclisti! Ma lui insiste, è cocciuto come un asino… sardagnolo. Gli abbiamo anche insegnato che per dire “naturalmente”, nel senso di “ovviamente”, non si può dire, in latino, ‘naturaliter’ che significa “secondo natura, per innata propensione ecc”. Per esempio, si dice ‘Seneca philosophus naturaliter Christianus habendus est’, cioè “Il filosofo Seneca deve essere considerato cristiano, per sua propensione naturale.
    Sarò breve perché la nave sulla quale mi trovo sta per partire, il campo e.m. potrebbe venire a mancare. Ebbene nel n. 1102 del suo diario, il gatto scrive: “Potete portare cibarie casalinghe e naturaliter… condividerle”. Uno strafalcione, aggravato dal fatto che il gatto era stato diffidato dal voler fare il fico usando paroline latine orecchiate leggendo la Repubblica (lui è allievo dei maestri di Repubblica, così ebbe la spudoratezza di scrivere). In latino quel che ha scritto il gatto si direbbe: “Licet domesticas dapes secum ferre, easque, ut patet, ceteris communicare”. In questo caso, “naturalmente” si traduce abbastanza bene con la locuzione avverbiale ‘ut patet’ (= manifestamente, come piaceva dire al mio professore giansenista di Scienza delle Costruzioni). Ma in altri casi si dirà videlicet, scilicet, nempe, e perfino naturaliter. Ma bisogna scegliere caso per caso, e non a cazzo. Consigliamo al gatto padano di rinunciare a fare il fico per dedicarsi anima e corpo al suo specifico, cioè alle cacate carte.
    Fine, perché la nave è partita.

    • Il gatto padano è stato ammaestrato, ammonito e ripreso più volte: ma continua a scivolare nello stesso errore
      Redigere, redigere: si dice “redigere” e non “redarre”, cazzo!


      Nel numero 1103 del suo diario il gatto padano scrive un articolo sulla lottizzazione del viale Lungobrembo (un tema da lui vissuto sentimentalmente), se la prende con il sindaco dott.ssa Luisa Gamba (che però, per essere politicamente e boldrinamente corretto, chiama “sindaca”) e scivola ancora una volta nell’errore di scrivere “redarre” invece che “redigere”, come si dice in buon italiano.

      Ci siamo: il gatto padano torna a commettere un errore che per lui è sistematico. Scrive “redarre”, un verbo che in italiano non esiste, ma che lui fa derivare dal participio passato “redatto”, un po’ come si potrebbe pensare che avvenga per il verbo “trarre”, il cui participio passato è “tratto”. Niente di più sbagliato. Infatti:
      • il verbo italiano “trarre” deriva dal verbo latino trăho, [*] il cui paradigma è trăho, trăhis, traxi, tractum, trăhĕre; il participio passato italiano di “trarre” deriva dal supino tractum di trăho, mentre l’infinito “trarre” deriva dal’infinito del verbo latino trăhĕre, ed è giusto così: “trarre”, appunto.
      • il verbo italiano “redigere” deriva dal verbo latino rĕdĭgo il cui paradigma è rĕdĭgo, ĭgis, ēgi, actum, ĭgĕre; il participio passato italiano di redigere è redatto, dal supino latino redactum, mentre l’infinito “redigere” deriva dall’infinito rĕdĭgĕre; l’infinito del verbo italiano deriva dall’infinito del verbo latino, e non dal supino del verbo latino, dunque “redarre” è sbagliato. Si veda anche quanto si è scritto nell’articolo Asino chi scrive “redarre”: si dice “redigere”.
      Sull’argomento siamo tornati anche nell’articolo Quando Toscanini s’incazza, ma non c’è stato verso di dirozzare il gatto padano. Insiste, cocciuto e refrattario a ogni buon ammestramento. Se potesse, ucciderebbe il grillo parlante; non potendolo, si accontenta di chiamare a raccolta i buzzurri perché si proceda a lapidazione (“a plocade”) dell’infame che vorrebbe Curno leggermente più civile; si schiera a fianco del denunciatore Pedretti, essendo i due agrimensori parimenti indignati che su questo nobile diario si sia scritto che la Commissione edilizia non è un ente mistico, ma l’anticamera degli attori del territorio (ma non è un reato il dirlo), scrive inoltre, sornione, che procurerà i mandarini da portarmi in carcere, ma poi i mandarini se li è mangiati lui. Càpita.
      Non non c’è niente da fare. Lui continua a scrivere “redarre”. Eppure in almeno un caso, corresse lo strafalcione. Vogliamo sperare che lo faccia anche questa volta. Se invece risponderà a questa noterella con la solita infilata di pettegolezzi, notizie false eventualmente anche non calunniose (lui spera che gli corregga il tiro, e invece no, vediamo dove va a parare), insinuazioni e calunnie formulate in forma dubitativa o interrogativa (il principio è calomniez, calomniez, il en restera toujours quelque chose) non saremo certo noi a meravigliarci.
      Qualcuno potrebbe dire: ma perché te la prendi con quel povero gatto, è solo un agrimensore: perché lo tormenti? potresti lasciar correre. Certo, lascerei correre, non fosse che ha questa smania di apparire fico costi quel che costi, che potrebbe costar cara al paese diversamente bello da vivere, un po’ come Toninelli per l’Italia, qualora riuscisse a entrare nel giro grande (in caso di vittoria della Lega). Ed è questa smania, precisamente, che spinge il gatto alla ricerca di acronimi e paroline difficili, mal orecchiate leggendo la Repubblica, pour épater le bourgeois, si direbbe, in realtà pour épater le vilain. Già, perché vorrebbe essere un operatore culturale istituzionalmente accettato e riconosciuto. Ed è precisamente questo quel che assolutamente non deve avvenire. Lui usa i dossier per far paura, ma con il sogno di ricevere una patente culturale. Questo sogno potrebbe avverarsi qualora dovessero vincere i legaioli; anzi l’ideale sarebbe che la Lega accettasse che Cavagna il Giovane facesse il salto della quaglia nel suo seno salvinista, così il gatto se lo giostrerebbe alla grande: non mancano i precedenti. Senza parlare del sodalizio con il Pedretti. Anche per questo sarebbe auspicabile che la strategia della Lega a Curno fosse nelle mani dell’Uomo invisibile, che ha una sua caratura culturale e certo non si farebbe imbeccare dal gatto padano.

      …………………………………………
      [*] Nel vocabolario italiano si indicizza l’infinito del verbo, in quello latino la prima persona singolare dell’indicativo.

      • La ballerina di Siviglia: un lenitivo (o un fastidio?) per chi non ama Nusquamia
        Mentre per chi ama Nusquamia è onesto piacere

        (Chissà come la prende il gatto padano: attendiamo reazione rabbiosa).

  47. I grilleschi e i salvineschi sono vasi vuoti, ma fanno molto rumore

    Il presidente della Regione campana, Vincenzo De Luca, fu ottimo sindaco a Salerno, a Napoli fu nemico di Bassolino (quello che baciava la teca del sangue di san Gennaro), quindi fu presidente della Regione Campana. Professore emerito di filosofia, è uomo arguto e facondo, di trascinante oratoria napoletana, lucano di nascita come Orazio, che fu pungente poeta romano (vero è che Orazio era in dubbio se la sua Venosa dovesse considarsi più lucana, o più apula, cioè pugliese). Ha il gusto per la battuta, talora si lancia nell’invettiva (perciò è stato denunciato da Travaglio, e condannato), è insofferente della burocrazia e del rito bizantino di osservanza delle leggi (qualcuno dirà che è insofferente anche della sostanza delle leggi), perciò naviga tra prescrizioni, assoluzioni e qualche condanna. Ma è un uomo intelligente, che alterna battute infelici al cospetto dei suoi elettori (famosa quella sulla frittura di pesce come strumento di convinzione e superamento degli ostacoli politici) a discorsi ineccepibili sotto il profilo del contenuto, della chiarezza espositiva e della proprietà di linguaggio. Come quello che sentiamo nel video qui sopra, del quale trascriviamo un brano che si conclude con una citazione latina azzeccata e pertinente al discorso; in questo caso, dopo aver stigmatizzato l’incapacità e la follia dei leghisti e dei grilleschi, in particolare di questi ultimi, conclude che sono delle teste vuote assimilabili ai vasi vuoti del proverbio latino, che fanno molto rumore proprio perché vuoti. Ecco un brano del suo discorso:

    Mi auguro che questo passaggio politico di questi giorni rappresenti simbolicamente, ma anche politicamente, la conclusione di un’intera stagione del nostro paese: un decennio fatto di volgarità, di diffusione della violenza del linguaggio, di banalizzazione dei problemi. Per dieci anni abbiamo visto confondere il concetto di casta con quello di élite e di competenza. Ma un paese non va avanti e non si governa senza élite e senza competenze. In dieci anni il paese è stato narcotizzato, dovendo ascoltare quest’imbecillità dell’uno vale uno; a parlare dei vaccini erano i saltimbanchi, anziché i medici e gli scienziati. Abbiamo aspettato che dovessero morire dei bambini, morire di morbillo e tetano, perché qualcuno tornasse a mettere i piedi per terra. Si è inverato in Italia l’antico detto latino: Vasa [*] inania multum strepunt. Abbiamo avuto dieci anni di chiassosa vacuità.

    Vincenzo De Luca ha parlato a braccio, si sente nel suo eloquio l’eco del liceo di purissima e nobile discendenza gentiliana, si avverte che la scuola italiana fu un tempo eccellente, prima che qualche sciagurato aziendalista si riempisse la bocca parlando di “eccellenza”, oltre tutto a sproposito, come quando il gatto padano dice naturaliter, e fa uno sfondone. De Luca usa il latino, correttamente e con stretta pertinenza al tema trattato, mica per fare il fico. Altri tempi, altra scuola, altri uomini. Come quando Antonio Martino, economista della scuola di Chicago, quella di Milton Friedman (sono tutt’altro che su posizioni liberiste, ma non posso non avvertire l’abisso che separa Antonio Martino da un Claudio «Aquilini» Borghi), a un dibattito televisivo, disse a un suo interlocutore Rem acu tetigisti! E intendeva dire che l’altro aveva colto nel segno. Questa non è una frasetta, di quelle facili facili, leggiucchiata su Repubblica, e ripetuta a vanvera. Questa frase, affiorata alle labbra di Martino in tutta naturalezza, significava che aveva dimestichezza col latino: vera, non millantata. Come dovrebbe averla una classe dirigente degna di questo nome. Altrimenti sono come i vasi che diceva De Luca: vasa inania quae multum strepunt.

    …………………………………………
    [*] “Vasa”, come dice correttamente De Luca, e non “vasi”, come si legge nel titolo del filmato presentato su You Tube.

  48. Antonietta permalink

    Vedi:


    Fare clic sull’immagine per leggere una copia ingrandita della pagina del ‘Tempo’.

    • Empatia a Capalbio
      Consiglio alle signore del politicamente corretto: per non fare ingrassare (ulteriormente) Salvini, anziché demonizzare la fonte, conviene ragionare

      Rispondo al contributo precedente.
      D’accordo, quel che leggiamo nasce da una provocazione del giornale Il Tempo, che è una testata di destra. Però l’essere il Tempo una testata di destra non cancella il fatto. La cosiddetta sinistra delle Boldrine e delle dott.sse Serra è responsabile, la prima responsabile, dell’avanzata di Salvini proprio perché minimizzava. Per esempio, se qualcuno affermava che bisognerebbe aprire gli occhi, perché in Italia, fra l’altro, c’è anche il business dell’immigrato, eccole subito a sopire e troncare, troncare e sopire l’ipotesi del fatto (invece di stroncare il fatto, qualora fosse accertato, e in più di un’occasione il fatto è stato dimostrato, anche se non sempre l’accoglienza è solo business, come dicono, e Salvini lascia che si dica).
      Oppure, a seguito dell’inchiesta Angeli e Demòni (a proposito, si pronuncia “demòni” e non “démoni”) scoppia il caso Bibbiano ed ecco ancora le maestre e i maestri del politicamente corretto improvvisarsi Azzeccagarbugli, minimizzare, dire che non è dappertutto così ecc. Certo, non è dappertutto così, ma avviene — lo sappiamo tutti — che l’istituzione sia invasiva, soprattutto se gode della copertura del politicamente corretto. Come è successo più di una volta in Lombardia, quando assistenti sociali e altri soggetti istituzionali si adoperarono per la condanna di padri innocenti (due casi per tutti: il professore sbattuto in carcere perché accusato di aver abusato della figlia portata la pronto soccorso, perché sanguinava all’ano; l’altro padre che fu finalmente posto in libertà, dopo anni di detenzione, perché la figlia, divenuta maggiorenne, confessò di essersi inventata lo stupro continuato e aggravato). Anche in questo caso la risposta giusta al fatto, in via di accertamento e sempre più certo, sarebbe stata quella di una ricerca immediata della verità, di una sua verifica, o falsificazione, e di condanna di certe irregolarità, che furono manifeste fin dall’inizio. Si preferì dire che quella era una speculazione di Salvini e Di Maio (sì, anche di Di Maio), ma loro speculavano proprio perché la similsinistra tentennava.
      In questo caso, il fatto è che a Capalbio non si è assistito a episodi di generosità. Poi si potrà dire che però, magari, quei bagnanti indifferenti non sono proprio l’élite (che so io, Alberto Asor Rosa, Petruccioli, Chicco Testa e Barbara Palombelli, che però è anche una santa). Potrebbero essere impiegati di banca e sfigatissimi mongo-manager che frequentano l’Ultima spiaggia, per poterlo raccontare a qualcuno più sfigato di loro. Potrebbe essere: questo è già l’inizio di un ragionamento. Ma non si può dire, come sarebbe tentata di dire la Boldrina: ah! ma Il Tempo è un giornale di destra, mi fa schifo, io mi rifiuto, punto, basta non m’interessa!
      La regola d’oro — non mi stancherò mai di ripeterlo — è sempre quella: ragionare, prima di tutto, caso per caso, e distinguere. Siate uomini, non riducetevi al livello del gatto padano. Per ben giudicare bisogna separare: non è un caso che in greco il verbo κρίνω (pr. krìno; di qui deriva la parola “critica” passando dal verbo al sostantivo: κριτική (τέχνη) è, appunto, l’arte del giudicare)


      Fare clic sull’immagine per leggere sul dizionario Liddel-Scott la definizione di κρίνω.

      Come ulteriore spunto di riflessione, si veda anche questo servizio dell’emittente La 7, che dovrebbe suscitare minore sospetto nelle signore politicamente corrette, considerato che La 7 è in odore di similsinistra (come un tempo si diceva “è in odore di santità”).

  49. Controsoggetto permalink

    Vedi:

    • Un confronto tra Lou von Salomé e Sibilla Aleramo

      Immagino che il film del quale qui sopra vediamo il provino appartenga al genere biopic (film biografico), con un occhio di riguardo per il femminismo. Lou von Salomé è generalmente presentata come “icona femminista” e “protofemminista”. La prima definizione è senz’altro giusta, sulla seconda ci sarebbe da discutere. Per quello che ne so, Lou von Salomé aveva troppo carattere, troppa intelligenza e troppa cultura per potersi intruppare in un movimento di massa, quale vuol essere, e di fatto è, il femminismo, con la sua piatta vocazione istituzionale, à la Boldrina (à la…, cioè alla maniera di…).
      Lou von Salomé amò parecchio, in senso quantitativo; quanto alla qualità, il discorso sarebbe lungo, bisognerebbe intendersi sulle varietà e le qualità dell’amore, ed è un discorso che rimandiamo, se mai, ad altra occasione, chiamando in soccorso Truffaut. Nella foto qui sotto la vediamo impegnata nel triangolo amoroso / Lou von Salomé / Paul Rée / Friedrich Nietzsche nel quale lei svolge il ruolo di dominatrice: i due uomini sono aggiogati al carro, lei ha la frusta in mano. Ma sarebbe sbagliato interpretare questo triangolo alla luce del libertinismo settecentesco, quale fu invece, perlomeno se consideriamo la fonte ispiratrice, quello descritto da Truffaut in Jules et Jim. Quello di Lou von Salomé è un triangolo immerso nelle brume settentrionali, più intellettuale che voluttuoso.
      Fu parimenti protofemminista Sibilla Aleramo, che all’anagrafe faceva Faccio (e la terribile Adele Faccio, ne era nipote: scomparve dalla scena dopo una dolorosa vicenda familiare, che rispettiamo; ma non rispettiamo il male che Adele Faccio fece alla società italiana, intorno agli anni ’70, anni di piombo, per non dire di peggio). Sibilla Aleramo scopava parecchio. Quasimodo, il poeta che tradusse i lirici greci e che, avendo studiato da agrimensore, se non altro ebbe il buon gusto di apprendere il greco, raccontava di essere stato invitato dall’Aleramo: preso da lei per mano e accompagnato nel suo talamo, vide che le lenzuola erano cosparse di petali di rosa; lui, che era siculo e aveva i baffi, levò i petali e fece il suo dovere di maschio, o quello che lui riteneva essere il suo dovere. È una delle tante cose di cattivo gusto delle quali si vantava.
      Sibilla Aleramo invece per qualche tempo militò nel movimento femminista allo stato nascente. Poi si rese conto che non faceva per lei; eppure le femministe d’inizio del Novecento erano un po’ meglio della sciura Valeria di Treviglio: erano di estrazione alto-borghese e colte. Ma da un certo punto in poi Sibilla Aleramo giudicò il movimento femminista «superato».
      Il provino di questo film su Lou von Salomé strizza l’occhio al pubblico femminista di fascia bassa (ma si può dire che esiste un femminismo di fascia alta? forse è di fascia alta quello di Asia Argento e della Boldrina?), gronda di luoghi comuni. Date queste premesse, è un film che possiamo tranquillamente fare a meno di vedere. Teorricamente, lo so, il trailer potrebbe essere una cacata e il film bellissimo. Ma le probabilità sono basse, e non intendiamo giocarci tre ore della nostra vita facendo un impiego sbagliato del nostro tempo.


      Il triangolo Paul Rée, Friedrich Nietzsche e Lou von Salomé.

  50. Per l’Uomo invisibile è venuto il momento di dispiegare la sua strategia nello scacchiere curnense, padano, italico
    Nel paese (diversamente) bello da vivere le elezioni amministrative sono vicine

    Sì, lo so: gli operatori (o “attori”) della politichetta diranno che non è il caso di parlare delle prossime elezioni amministrative, considerato che, salvo imprevisti, mancano due anni abbondanti. Dicono così perché vogliono essere loro a dare inizio alle danze, quando avranno sistemato tutte le loro cosucce. È il loro interesse, ma non il nostro, che ci adoperiamo per il conseguimento se non proprio del bene, del meno peggio. Dunque, se avvertiamo movimenti palesi o indizi di manovre che nelle intenzioni di lorsignori dovrebbero essere blindate, tutelate dall’analisi politica, noi invece li registriamo, li sottoponiamo all’attenzione dei lettori, e ragioniamo.
    In questo caso, il segnale che val la pena registrare, pur senza sopravvalutarlo — perché certi segnali sono talora lanciati proprio perché svaniscano come segni e assumano sostanza fattuale — è il ritorno di fiamma nella relazione tra il Pedretti e la Lega, da lui a suo tempo abbandonata. E la Lega non fece una piega. Testimonia tale ritorno di fiamma il filmato inserito tre settimane fa dal Pedretti nella sua bacheca di Facebook, e accompagnato dalla stampigliatura, come vediamo qui sopra, “Roberto Pedretti era in diretta”. Dunque il Pedretti era alla festa della Lega, a Pontida. Ma più ancora del filmato (dopo tutto, il Pedretti avrebbe potuto essere lì per caso), è significativa nel suo diario, da qualche tempo a questa parte, la messe di collegamenti a eventi che hanno per protagonista il conte zio, cioè Roberto Calderoli; sempre nella bacheca Facebook del Pedretti troviamo riscontro puntuale delle dichiarazioni del medesimo e degli articoli di giornale a lui dedicati; né mancano, sempre più frequenti, i richiami all’attività politica della di lui moglie Gianna Gancia.
    Attenti, però: non risulta che il conte zio, o la Gancia, siano attualmente in stretto rapporto col Pedretti: non confondiamo i segni con i fatti; osserviamo e ragioniamo. Per il momento i segni che abbiamo registrato indicano solo che, qualora il Pedretti non sia effettivamente tornato in rapporto con il Calderoli e non abbia stabilito, eventualmente, una connessione politica con la Gancia, vorrebbe tuttavia rapportarsi a loro. Sono soltanto segni. Come dice Adso da Melk, al termine del Nome della rosa: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus».
    Poiché l’interesse del Pedretti per Curno non è mai scemato, questi segni potrebbero significare che il Pedretti ha voglia di fare il king maker, in caso di vittoria della destra alle prossime amministrative di Curno o, quanto meno, d’intercettare tale vittoria. Tuttavia è da escludere che entri nell’agone politico in prima persona, come abbiamo già scritto, perché lì dalle parti della sinistra (similsinistra, in realtà), se appena hanno un po’ di sale in zucca, coglierebbero la palla al balzo per affermare: «voi della Lega siete quelli di sempre, come possono i cittadini fidarsi di voi?». Cioè, uno schieramento aperto del Pedretti in favore della Lega, a Curno, favorirebbe non già la Lega, ma la (cosiddetta) sinistra. Dunque il Pedretti dovrebbe contentarsi di agire sotto traccia, per poi presentare a Salvini le ragioni che lo spinsero ad abbandonare la Lega (tutta colpa di Maroni), impreziosite dalle credenziali di chi, dietro le quinte, ha contribuito efficacemente all’affermazione del partito già federalista, oggi sovranista.
    Ripartire dunque da Curno, questo è l’intendimento del Pedretti. In caso di vittoria della Lega e mettendo a segno due o tre mosse concordate con il conte zio (purché il conte zio sia d’accordo), il Pedretti potrebbe tornare dall’esilio. Ma è tutto da vedere, così com’è da vedere se il gatto padano troverà conveniente mettere i suoi dossier a disposizione del Pedretti, per attuare quelle due o tre mosse che abbiamo detto. Chiaro che il gatto preferisca non sbottonarsi e, francamente, non possiamo dargli torto.
    Certo è che anche a Curno la Lega, sull’onda dei fasti dello sciagurato movimento populista, potrebbe fare il pieno di voti, soprattutto se la similsinistra commetterà l’errore di presentarsi in continuità con la linea serrano-crurale. La Lega, per parte sua, ha la necessità di presentarsi salvinesca in purezza, il che non esclude la possibilità di un intronamento del corpo elettorale, all’insegna del “tutto cambia, purché niente cambi”. Questa volta non c’è Sorte che tenga, il mercato elettorale della Lega non è più carne per i cannibali.
    Ed è qui che l’Uomo invisibile potrebbe dispiegare la sua strategia: lui che sempre ha affermato, oracolarmente, cioè senza dimostrazione, che Salvini non è quel che sembra, che Salvini ha una strategia (e sarebbe tale strategia, oltre che segreta, intelligentissima), faccia finalmente il suo gioco, cioè il gioco di Salvini e il gioco suo insieme, dispiegando hic et nunc una strategia curnense. Se i segnali del Pedretti non sono smentiti dalla Lega, qualora il Pd si desse a Curno una guida intelligente, che denunciasse la presenza del fantasma del Pedretti per le vie di Curno (vedi l’incipit del Capitale di Karl Marx: «Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo»), la Lega a Curno si troverebbe ancora una volta alle corde. E a poco varrebbe l’intervento del gatto padano a fianco del Pedretti (entrambi, il Pedretti e il gatto, opererebbero dalle retrovie, utilizzando al meglio le nuove tecnologie delle quali sono appassionati cultori), che trasformerebbe la competizione per l’egemonia nel paese bello da vivere (si fa per dire) in uno scontro copropapirologico. Senza contare che di tutto si sente il bisogno, tranne che di questa sciagura. Se invece l’Uomo invisibile, l’amico federalista di Umberto Bossi, lo stratega oggi convertito al sovranismo di Salvini (che, a suo dire, non è la negazione del federalismo, nonostante le apparenze) prende le redini della situazione, tutto cambia. E costringe il Pd a darsi una guida intelligente, intelligente al quadrato, con evidente vantaggio per la comunità curnense che, in virtù del fatto che finalmente si torna a fare politica, viene sottratta alle pastoie del politicamente corretto, alle cacate carte, al ricatto elettorale delle associazioni.
    Dunque l’Uomo invisibile presti ascolto al grido di dolore che si leva dai vicoli del paese, dalle villette con i nanetti di gesso nel giardino, dalle malefiche sciure Rusine. Sia generoso, indossi il laticlavio (o non ricorda Cicerone? «Cedant arma togae!»), rinunci all’idea di un condizionamento esterno della compagine della destra curnense: la politica gesuitica dei “buoni consigli” ai governanti e ai candidati al governo del paese ha fatto il suo tempo. S’impegni in prima persona. Si presenti a Salvini, lui che non fu mai pedrettista, mostri al “comandante” il pericolo di un coinvolgimento della Lega nella querelle pedrettista, sia lui il salvatore di Curno, in vista di un suo ruolo decisivo a fianco di Salvini — eventualmente, ancora da dietro le quinte, se questo è il suo talento — alla guida dell’Italia sovranista e populista. Seh, altro che il Web filosofo di Salvini, tale Luca Morisi!

  51. ALGIDO permalink

    L’Uomo Invisibile… chi era costui?

    [Risposta Se lui non vuole apparire, non sarò io a trascinarlo per forza sul palcoscenico della politica. Dico politica, e non politichetta, perché avrebbe le carte in regola, se volesse, per fare politica. Peccato però che il suo piacere sia limitarsi a suggerire dal boccascena. Invece, per il bene di Curno, dovrebbe impegnarsi, anche dietro le quinte, se vuole, ma impegnarsi. A proposito della sua vocazione di suggeritore, al tempo delle primarie nel Pd, per esempio, voleva convincermi ad appoggiare Renzi, contro Bersani, solo perché la dott.ssa Serra è, o era, bersaniana. Ma io, come ricorderanno i lettori di Nusquamia, pur non ritenendo Bersani la migliore delle risposte possibili ai travagli della similsinistra, ne apprezzavo la dirittura morale e la continuità, ancorché sofferta, con la sinistra storica; Renzi era allora — spero che qualcuno se ne ricordi — l’uomo del “nuovo che avanza”, quello che si esprime per slàid, un uomo McKinsey. Inoltre non mi prestavo a fare gl’interessi di certa borghesia-non-borghesia bergamasca, che vedeva la possibilità di migliori affari con Renzi, piuttosto che con Bersani.
    Lei forse ricorderà che più di una volta mi sono espresso sulle virtù appenniniche di Bersani. Ebbene, posso rivelare a questo punto che lo facevo in polemica e ironica contrapposizione all’Uomo invisibile, il quale si professava federalista, ma su base irrazional-sentimentale, sconfinando spesso nella mistica alpina e facendo un gran parlare delle virtù delle popolazioni alpine. Che poi sarebbero quelle che Augusto dall’alto del promontorio della Turbie (prende il nome dal ‘Tropaeum Augusti’), sopra Monaco, si vantava di aver sottomesse. Oggi l’Uomo invisibile è sovranista ma, secondo lui, Salvini è intelligentissimo e ha una sua strategia per cui, sarà anche sovranista, ma non può essere chiamato fedifrago: cosa sulla quale nutro forti dubbi, in base al principio di non-contraddizione. Di più non posso dire.
    All’Uomo invisibile, che a quel tempo era assiduo su Nusquamia, è stato idealmente dedicato l’articolo La Padania non esiste, come pure molti dei commenti a seguire, dove sostengo che ha senso perseguire il federalismo su base razionale, e non sentimentale. Col sentimento non si va da nessuna parte, tutt’al più ci si gasa, con l’aiuto di qualche grappa, si sparano quattro palle, si fa il gioco di orridi poeti dialettali. Tale era e tale rimane il mio punto di vista.
    N.d.Ar.]


    Il monumento di La Turbie (Trofeo di Augusto), come si legge nell’iscrizione del plinto, è dedicato dal popolo e dal senato romano ad Augusto «QVOD EIVS DVCTV AVSPICIISQVE GENTES ALPINAE OMNES QVAE A MARI SVPERO AD INFERVM PERTINEBANT SVB IMPERIVM PR SVNT REDACTAE» (“perché con la sua guida e con i suoi auspici tutti i popoli alpini dall’Adriatico al Mediterraneo sono stati sottomessi all’autorità del popolo romano”). Seguono i nomi dei quarantacinque popoli alpini sottomessi: «GENTES ALPINAE DEVICTAE TRVMPLINI CAMVNNI VENNONETES VENOSTES ISARCI…». I nomi degli abitanti delle tre valli più importanti della Lombardia sono incisi ai primi tre posti dell’elenco.

    • Algido permalink

      Vedremo se resterà invisibile, o si degnerà di svelarsi.
      Perché non lo porta a intervenire sul Diario, così vediamo di che pasta è fatto.

      [Ci fu un tempo in cui interveniva spesso, utilizzando vari pseudonimi. Alcuni interventi, soprattutto da principio, erano di carattere dottrinale, alternati, sempre più spesso col passare del tempo, con contributi di carattere buffonesco e di dissenso nei confronti della linea di Nusquamia: ma il dissenso andava letto fra le righe, le sue erano più che altro provocazioni. Un certo numero di tali provocazioni, e le relative risposte, furono poi levate dalle pagine ordinarie di Nusquamia e trasferite al Salotto di nonna Speranza. Come che sia la navicella di Nusquamia, come scrivevo allora, respinse i tentativi di arrembaggio e dirottamento (tra questi si segnalavano i conati del gatto padano) e proseguì per la sua rotta.
      L’Uomo invisibile dava per scontato che i vertici della Lega, prima con Maroni, poi con Salvini, avrebbero “raddrizzato” — diciamo così — la sezione curnense della Lega, diceva che era soltanto questione di tempo, non dubitava che si sarebbe arrivati al ‘redde rationem’. Ma il tempo trascorreva, senza che mai niente succedesse. Noi incalzavamo la Lega (e, indirettamente,e benevolmente, l’Uomo invisibile) con i nostri “tormentoni”: si veda Tormentone_6. Neanche il sabato i bobomaroniti hanno fatto il loro dovere. Che però — per piacere! — non diano tutta la colpa a Calderoli. Infine pubblicammo il “grafico della speranza”, che presentava l’affievolirsi della speranza che le cose prendessero la piega che l’Uomo invisibile aveva preconizzato: si veda Non fo per dire, ma a noi Salvini non l’ha mai contata giusta. Ovviamente, questo grafico non piacque all’Uomo invisibile il quale era nel frattempo pervenuto alla piena consapevolezza, ancorché mai professata, che la Lega, ancora Lega nord (non fedifraga, per lo meno non ancora nel nome) non avrebbe fatto niente. Ma perché la Lega, a Curno impotente, non venisse molestata dai nostri “scherzucci di dozzina” (vedi il Giusti in ‘Sant’Ambrogio’: «Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina…»), teorizzò che non si dovesse più parlare del Pedretti. Perché? Non ci fu mai una dimostrazione, quello era un articolo di fede. Sappiamo poi com’è andata. Piuttosto che prendere di petto il Pedretti, la Lega preferì logorarlo, non assegnandogli più incarichi (per esempio, non viene ricandidato al Consiglio regionale lombardo, in occasione delle elezioni del 2013), praticò la politica del muro di gomma. Tutta la Lega, senza eccezione, finché il Pedretti annunciò a dicembre 2015 il suo abbandono: si veda Pedretti lascia la Lega: «Non sono una mela marcia».
      Essendo state le facoltà divinatorie dell’Uomo invisibile poste in dubbio da noi, sempre più recisamente, e smentite dai fatti, di fatto si consumò un allontanamento, quindi una rottura con Nusquamia, peraltro in termini civili, come si conviene tra persone che hanno studiato latino e greco. Ma proprio perché l’Uomo invisibile è una persona civile, ed è tuttavia convinto che Salvini possa essere il dottore dei mali dell’Italia, di qui discende l’opportunità, direi quasi il dovere, di impegnarsi concretamente, a cominciare da Curno. Che, fra l’altro, è un laboratorio politico: e da cosa nasce cosa. Conosciamo bene l’indole dell’Uomo invisibile, che vorrebbe essere il consigliere del Principe, senza apparire. Infatti non gli chiediamo di apparire, non più che tanto. Gli chiediamo soltanto di elaborare una strategia per la Lega di Curno, perché il livello dello scontro in occasione delle prossime elezioni amministrative non sia, al solito, infimo.
      N.d.Ar.]

  52. Renzi, che è machiavellico, potrebbe insignorirsi del mercato elettorale dei moderati

    Diego Fusaro si era presentato candidato sindaco a Gioia Tauro ed è stato turbotrombato, come anche si è detto, con riferimento al suo tormentone sul “turbocapitalismo” e con una punta di sarcasmo. Inoltre è stato deluso nelle speranze che improvvidamente aveva riposte su grilleschi e salvineschi: possiamo considerare tramontata — speriamo per sempre — la sua speranza di essere l’Antonio Gramsci del populismo italiano del XXI secolo. Sulle speranze di Fusaro si veda Fenomenologia di Fusaro, intellettuale disorganico perfetto per Lega e M5s.
    Mi diceva una settimana fa un ex collega di Fusaro all’Università San Raffaele (quella dove amava metter piede, talvolta, anche la miliardaria Veronica Berlusconi, tanto per gradire) che il maestro di Fusaro, Costanzo Preve, intellettuale — lui sì — disorganico ed anti-istituzionale, schivo e rigoroso rappresentante di una sinistra non fedifraga, rimproverava all’allievo una certa avventatezza e la contraddittorietà del personaggio pubblico nel quale s’imbozzolava. È quello che pensiamo da sempre, da quando seguiamo le esternazioni del giovin filosofo. Sulla contraddittorietà del personaggio vedi per esempio quanto scrivevamo qualche tempo fa: Diego Fusaro invita i giovani ad essere un po’ meno sporcaccioni (in senso etico).
    L’essere stato trombato nella competizione elettorale e lo svanire della speranza di essere il Gramsci del populismo non può che fare del bene a Fusaro, che possiede doti innate e cultura acquisita. Nel video che presentiamo qui sopra dice cose largamente condivisibili, per esempio a proposito delle prospettive che si aprono per Renzi, con buona pace di chi irride all’esiguità del suo seguito elettorale, hic et nunc, quale è oggi rilevato dai sondaggi. È il solito errore metodologico, quello di estrapolare dati di previsione su un soggetto (un soggetto politico, in questo caso) nel momento in cui il soggetto dispone di un’anima (anima nel senso di “spirito vitale”: anima qua vivimus, animus quo sentimus. Mente è giusto estrapolare previsioni sul Pd, se Zingaretti, essere ectoplasmatico e apparentemente senz’anima, persevera nella linea di ricerca dell’unità fra le correnti, senza uno straccio di analisi della società italiana, che non sia un’analisi elettorale, il caso di Renzi, che è un soggetto vitale, non può essere sottoposto allo stesso trattamento.
    Ricordo un intervento del prof. Mario Silvestri, ingegnere, scienziato e scrittore, al Circolo della Stampa di Milano, quando venne presentato il libro sui Limiti dello sviluppo, recante le previsioni sul futuro del pianeta elaborate dal Club di Roma. Sosteneva il prof. Silvestri — e i fatti gli avrebbero dato ragione — che le estrapolazioni catastrofiche del Club di Roma non avevano fondamento, perché non tenevano conto della capacità dell’uomo di costruire sistemi servocontrollati. In altre parole ancora, non si teneva conto dell’intelligenza dell’uomo. Ragionando in questo modo — diceva — se a fine Ottocento si fosse considerata la massa di sterco presente a Londra nelle strade, dovuta al trasporto delle merci e degli uomini su mezzi a trazione animale, e se si fosse estrapolato acriticamente questo dato, si sarebbe arrivati alla conclusione che quelle strade a fine Novecento sarebbero state impraticabili, perché intasate di sterco. Cosa che, come sappiamo, non è avvenuta, perché il motore a combustione interna, che già esisteva nell’Ottocento, avrebbe avuto uno sviluppo di applicazioni allora incredibili, creando altri inconvenienti, certo, ma non quello preconizzato dagli estrapolatori acritici.

  53. Ivana permalink

    Razionalisti:


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    • Quelle realizzazioni del fascismo, che in realtà sono realizzazioni di uomini competenti, colti e intelligenti, ai quali si diede la possibilità di lavorare
      Oggi invece le persone competenti, colte e intelligenti sono costrette a “condividere”, e accettare obtorto collo che “Uno vale uno”


      L’edificio razionalista del Terragni illustrato in una pagina dei Beni culturali della Regione lombarda. Per leggere la scheda, fare clic sull’immagine.

      Viene quasi da piangere — un misto di commozione e di rabbia — se si pensa a quante cose meravigliose furono fatte nell’epoca che prende il nome dal Ventennio fascista. E delle quali, fra l’altro, sarebbe sbagliato dare l’intero merito al fascismo. Il merito principale dovrebbe andare alla classe dirigente che l’Itlia aveva, e che era dirigente per davvero, e pertanto non aveva bisogno di ubriacarsi con le fumisterie manageriali, con gli stramaledetti corsi di formazione, con l’impostura dell'”eccellenza”, oltretutto misurata con parametri buoni per ragionieri e agrimensori, in base a criteri “operativistici” che gli uomini di cultura e ragionevoli disprezzano. Semmai il fascismo ebbe il merito di avere sani complessi d’inferiorità nei confronti della classe dirigente e della borghesia (esisteva ancora una borghesia, mica la non-borghesia che ne ha preso il posto, quasi completamente), date le sue origini agrarie e violente. Perciò, salvo eccezioni dapprima e, in seguito, l’impatto devastante delle leggi razziali, per cui, fra l’altro, si mise fuori gioco la borghesia “giudea”, il fascismo cercò sempre un compromesso con chi sapeva di fatto. Il riconoscimento del merito era fondamentale, se non altro perché il regime facesse bella figura. Mio nonno era direttore di miniera (non un mongomanager), ma non portava il distintivo fascista all’occhiello (lo chiamavano “il pollo”); poiché sapeva il fatto suo, mica lo sostituirono con un cretino, andarono a trovarlo ed ebbero un “chiarimento”, diciamo così: mio nonno disse che non s’interessava di politica, né in un senso, né in un altro, gli concessero di non portare il pollo all’occhiello ma in cambio gli chiesero che i rapporti di miniera fossero un po’ più fumosi, molto tecnici, in modo che non si capisse a prima vista che i minerali “autarchici” non erano di qualità poi così eccelsa come voleva la propaganda di regime. Di fatto, il fascismo cooptò la classe dirigente e la borghesia, pur esercitando all’occorrenza pressioni indebite (era indebita anche quella del “pollo” esercitata su mio nonno). Gli addetti alla propaganda, l’equivalente dei nostri assessorucoli alla cultura, si occupavano delle buffonate, l’alta cultura e la competenza degli addetti a mansioni di responsabilità erano salve. Anzi, con la riforma Gentile della scuola (che in seguito da Bottai sarebbe stata rimproverata di essere troppo “borghese”) il fascismo potenziò la classe dirigente italiana: niente Toninelli insomma, niente sciure Valerie Fedeli ecc.

      • Viene da piangere, di commozione e di rabbia, se si va al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano e si visitano le sale antiche.

      • Viene da piangere, di commozione e di rabbia, quando si sfogliano le annate degli anni Trenta della rivista Sapere, che non era scritta, come Focus, per gli entusiasti del “nuovo che avanza”, ma era indirizzata fondamentalmente agli studenti dell’ottimo liceo scientifico di allora: abbiamo accennato a questa rivista nell’articolo Lo Yoga spiegato da Giuseppe Tucci, sommo antropologo (niente sciacquetto-esoterismo, dunque)

      • Viene da piangere, di commozione e di rabbia, se si pensa a quel capolavoro indiscusso di architettura razionalista che è l’ex Casa del Fascio a Como (oggi “Palazzo Terragni): ne abbiamo parlato nell’articolo Maledetti architetti? Che dire allora degli agrimensori che credono di essere architetti?

      • Viene da piangere, di commozione e di rabbia, se si pensa a quel capolavoro che è Sabaudia, realizzata in 253 giorni, elogiata in un famoso documentario dallo stesso Pasolini (sì, proprio lui): si veda La bellezza metafisica di Sabaudia.
      Viene inoltre da piangere — in questo caso di sola commozione — se si pensa che sulle dune di Sabaudia è stato girato il film La voglia matta, interpretato da una strepitosa Catherine Spaak, giovinetta e ancora non esoterica. Si veda l’articolo Elogio della fichitudine: La voglia matta, di Luciano Salce, con Catherine Spaak.

      • Viene da piangere, di commozione e di rabbia, se si pone mente al senso della proporzione: per il comune rurale di Tresigallo si pensò a qualcosa di acconciamente rurale, e fu un capolavoro: vi abbiamo accennato nell’articolo Una mostra un po’ paracula, ma interessante. Invece a Curno, paese sgarruppato, si permette che persone culturalmente squalificate pensino di edificare una Biblioteca mostruosa, perché il pavone agrimensurale possa far la ruota. Vengono in mente quei versi di Orazio, che non traduco, perché sarei anche un po’ incazzato, pensando a queste sbruffonate:
      Humano capiti cervicem pictor equinam
      iungere si velit, et varias inducere plumas
      undique collatis membris, ut turpiter atrum
      desinat in piscem mulier formosa superne,
      spectatum admissi, risum teneatis, amici?

      • Ecc.

  54. Una buona notizia: Greta Thunberg non è stata insignita del Premio Nobel per la pace

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    Greta Thunberg posa, di verde vestita, per la fotografa olandese Hellen van Meene vicino al parlamento di Stoccolma. Questa immagine è stata publicata la settimana scorsa dal settimanale del Corriere della Sera, verisimilmente in vista del mancato premio Nobel.
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    Sappiamo fin troppo bene di non poterci permettere il lusso di esprimere critiche sul fenomeno mediatico “Greta Thunberg”. Non ce lo possiamo permettere perché la madre delle sciacquette politicamente corrette è sempre incinta. Ci limitiamo a dire che non ci piacciono i fenomeni mediatici e tutto il sottobosco che vi cresce intorno, sopra e sotto (mode, sponsorizzazioni, eventi ecc.), dunque con ci va a sangue Greta Thunberg come fenomeno mediatico; ma soprattutto non ci va che un fenomeno serio come il futuro del pianeta, che dovrebbe essere affrontato dagli scienziati che usano la ragione sia monopolizzato, travisato e strumentalizzato dai sentimenti di coloro che non ragionano ma sentono le “vibrazioni”. Questo è tutto.
    Spero però di poter segnalare senza subire oltraggi, insinuazioni malevole e calunnie di vario genere (asseverative, dubitative, interrogative ecc.) quello che ne hanno detto altri che, a differenza di me, non sono in odore di eresia politicamente scorretta. Ecco dunque che cosa scriveva Massimo Cacciari il 1° ottobre:

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    In precedenza, sul Fatto quotidiano, il 24 marzo 2019:
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    Lascerei perdere invece queste esternazioni del prof. Antonino Zichichi, che contengono una “zichicata” delle solite e che, pur dicendo a tratti cose giuste, fa confusione in altre, svilendo un dibattito dove ognuno deve fare il proprio mestiere, senza invasioni di campo:

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    Sostiene infatti il professore emerito: «Per risolvere i problemi climatologici è necessario studiare la Matematica delle equazioni differenziali non lineari e gli esperimenti da fare affinché questa Matematica corrisponda alla realtà». Fin qui ha ragione. Poi però aggiunge: «Altrimenti, si parla di clima senza affrontare i problemi legati al clima. È come se volessimo realizzare le invenzioni tecnologiche per avere la Televisione ignorando l’esistenza dell’Elettrodinamica quantistica, una delle più grandi conquiste della Ragione». Qui invece c’è qualcosa che non funziona. Quando a Roma avevano corso negli anni Quaranta le prime emissioni televisive sperimentali, sicuramente chi di dovere mise in conto le equazioni di Maxwell; escluderei però che si fosse fatto ricorso all’Elettrodinamica quantistica, le cui prime formulazioni risalivano a poco meno di un ventennio prima, vero, ma della quale si poteva fare tranquillamente a meno. Sarebbe come dire che i russi per lanciare il loro primo Sputnik avessero dovuto tenere conto della teoria della relatività di Einstein (ristretta o allargata): no, a quel tempo, per la risoluzione di quei problemi, la fisica newtoniana bastava, e avanzava.

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    Malena Ernman, madre di Greta Thunberg.
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    • Anche questa potrebbe essere una buona notizia: niente Oscar per Marco Bellocchio, che dice di essere anarchico, ma ambisce

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      Dichiara dunque Marco Bellocchio:

      Sono contento di questa candidatura e devo ringraziare la commissione che l’ha decisa. Gli altri film erano altrettanto degni, ma è andata così. È una possibilità, una chiave per entrare nella grande gara – ha commentato a caldo il regista – Non mi faccio illusioni, ma farò tutto il possibile per aiutare Il traditore in questo lungo cammino. Pur da vecchio anarchico pacifista e non violento, sento come un onore e una responsabilità rappresentare l’Italia in questa sfida.

      Eh no, questo è troppo. Afferma di essere un vecchio anarchico (in effetti lo fu, adesso è “istituzionale”) però sente come un onore e una responsabilità l’essere candidato all’Oscar e — udite, udite! — si dice pronto a scendere in campo per raccogliere la “sfida”! Manco fosse un paladino di re Carlo!
      Non ho visto il film di Bellocchio su Buscetta e non dico che sia un brutto film, dico soltanto che Buscetta piaceva molto al “partito dei giudici”, Enzo Biagi ne parlava come fosse un eroe, e invece era un assassino. Ma aiutò — questo è vero — i giudici a capire molte cose del mondo malavitoso e a compiere arresti eccellenti. I giudici fecero benissimo a usare Buscetta ed è una fortuna per tutti noi che Buscetta fosse un collaboratore di giustizia. Ma di qui a farne un eroe come il bandito Carmine Crocco ce ne passa: vediamo Crocco nel film di Squitieri Li chiamavano briganti.
      Buscetta era parimenti ammirato — lo ricordo bene — dalle donnette che non perdevano una puntata della serie televisiva La piovra, le quali pensavano che Michele Placido fosse un grande attore (lui adesso pensa di essere un grande intellettuale) e opinavano che i mali dell’Italia potessero risolversi non politicamente, ma per intervento salvifico dei giudici, con una spruzzatina di società civile. E poi dicono del populismo di Salvini e Di Maio! Ma il nuovo populismo italiano nasce di lì, dall’antipolitica di Leoluca Orlando (che fondò un nuovo partito, ma lui preferiva chiamarlo “nuovo soggetto politico”), da Samarcanda, dalla “ggente” della quale favoleggiavano l’ex democristiano Leoluca Orlando, figlio del noto avvocato Orlando Cascio, Chiara Ingrao e Michele Santoro, oltre che Sandro Curzi, che però era simpatico, almeno questo.
      Tornando a Bellocchio, secondo me uno può essere istituzionale, ma allora non deve pretendere di essere anarchico. Mi sta bene perfino che uno si faccia papa, ma allora deve fare il papa, senza dimenticarsi della dimensione del sacro, per cui prende il nome di “pontefice”, che era una funzione investita di sacralità già al tempo dei Romani. Perciò avrei qualcosa da dire anche su papa Francesco, per non parlare dei sacerdoti scatenati, agitati dalla libidine del “nuovo che avanza”, quelli che vogliono diventare operatori sociali, ma a fianco dei “ggiovani”, mica con le vecchie beghine. Mi viene in mente don Gallo, il prete di strada di Genova, che faceva l’elogio del preservativo: non dico di no, ma deve essere proprio un sacerdote a farne l’elogio? Ma non ho niente contro gli operatori sociali, ovviamente. Insomma, è una questione di coerenza.
      Senza contare che Bellocchio non mi sembrava tanto anarchico quando era succube del guru psicanalista, Massimo Fagioli, sul quale ho scritto poche righe in Grazie, zia di Salvatore Samperi. Fra l’altro, non è obbligatorio essere anarchici, ci mancherebbe. De Sica fu un regista istituzionale, anche in Ladri di biciclette, anche in Miracolo a Milano, ma fu un grande regista. E uno come Pietro Germi, che non godeva di buona fama negli ambienti vicini al Pci (si proclamava socialdemocratico: dunque tendenzialmente istituzionale) ci ha dato ottimi esempi di analisi e critica sociale, non-istituzionali: vedi per esempio In nome della legge (seh, altro che La piovra!), Il cammino della speranza, Il ferroviere, Anni difficili.
      Di Bellocchio ho apprezzato moltissimo, al tempo dei tempi, I pugni in tasca, poi Sbatti il mostro in prima pagina. Ma un film come Il diavolo in corpo fu una delusione tremenda, con un titolo eccessivo (lo stesso del capolavoro di Claude Autant-Lara!) e un pompino di troppo.

      Questo film di Bellocchio candidato all’Oscar piace al mondo radical chic, sia perché Buscetta, mafioso “borghese”, da quelle parti piace, sia perché Bellocchio non ha fatto niente per contraddire a quell’immagine, anzi ci ha ricamato sopra. Questo è perlomeno quanto ho capito leggendo le recensioni (tutte favorevoli, figurati! c’è un fuoco si sbarramento formidabile intorno a questo film, come ai tempi della Grande bellezza; del quale
      solo a un anno di distanza dall’uscita finalmente si sentì azzardare che potesse essere una cacata pazzesca). Senza arrivare a dire qualcosa di simile a quel che affermava talora Ceronetti («Questo libro non l’ho letto, e non mi piace»), il fatto che il film piaccia al demi-monde similprogressista costituisce una buona ragione per non andarlo a vedere. Sì, sono fazioso: perché, è proibito?

  55. Il Cavicchia permalink

    Prima Effe: Charlotte Casiraghi

    Vedi:

    • Principessa, “filosofa” e santa

      A noi la parola “filosofa” non piace, preferiamo filosofo, per la nota questione sui sostantivi epiceni che secondo noi tali devono rimanere, con buona pace della Boldrina e della sua amica linguista femminista-istituzionale Cecilia Robustelli. Piacque tuttavia usare questo termine per contrapposizione a quell’altra “filosofa”, la malefica Martha Nussbaum che al tempo della tirannide serrana pareva che dovesse di punto in bianco diventare la nuova patrona di Curno (grazie anche alle entrature della dott.ssa Serra negli ambienti cattoprogressisti).
      Charlotte Casiraghi non ciurla nel manico e non mente come la Nussbaum, vestale del politicamente corretto (a proposito, per esempio, delle “humanities” che lei confonde con l’umanesimo, e a proposito dell’amore pederastico greco, detto anche amor socratico, che lei confonde — mente sapendo di mentire — con l’amore tra omosessuali di età anche provetta, stabilizzato dall’unione civile, con contorno di “nuovi diritti” e pulsione istituzionale). È innegabile che la nostra Carlotta sfrutti il marchio di nascita, come per esempio in casa De André (Dori Ghezzi, figlio e nipote) si usa il marchio di famiglia per occupare la pista del circo mediatico, ma lei lo fa con garbo, sommessamente, con dolce sorriso che lascia spazio al dubbio filosofico, e non grintosamente asseverativo. Non è falsa, dunque (come la Nussbaum), non è determinata, non è cattiva. Con questi chiari di luna, praticamente è una santa.


      Qualora il Bibliomostro non dovesse più gravare sul gobbo dei cittadini di Curno e divenisse, come del resto era nei voti della dott.ssa Serra, un tempio del politicamente corretto, la strada che conduce al tempio potrebbe essere ribattezzata nel modo suggerito qui sopra. Non siamo contrari a che l’edificio velleitario diventi un tempio del politicamente corretto, purché le spese di gestione siano a carico della potente lobby Lgbt. Se pagano loro, ne facciano quel che vogliono. Anzi, l’ex Bibliomostro, destinato a tale nuovo uso, potrebbe rivitalizzare l’economia di Curno: potrebbero sorgere alberghi, saune, palestre, negozi Lgbt-friendly, servizi di collegamento con l’aeroporto di Orio al Serio ecc.

  56. Francesca permalink

    Poco fa ho riletto Dumas padre con il conte di Montecristo.. Mille volte diverso da anni fa e anche così moderno nella morale e nei caratteri delle persone. Ma sa che alla fine il comportamento di Mercedes mi ha molto infastidito.

    [La vendetta del conte riguardava il giudice assatanato di carriera e i delatori che l’avevano fatto marcire per 18 anni nel carcere d’If. Mercedes era fedifraga, ma non delatrice (con buona pace del gatto padano, i delatori sono i più schifosi, perché commettono il male, ma non se ne assumono la responsabilità). Ma Mercedes era nel frattempo divenuta la moglie di un delatore: il conte, nella sua gran generosità, salva la vita al figlio che lei ebbe dal delatore, anzi ne divenne amico. E quando il figlio scopre di avere per padre un delatore, lascia la Francia per costruirsi una nuova vita nelle guerre d’Africa. Il conte ben si guarda dal vivere la vecchiaia accanto a Mercedes, per quanto pentita (fra l’altro, rifiutò l’eredità del delatore). No, compiuta la vendetta, anzi le vendette, parte con la giovane e bellissima Haydée, che fu sua schiava, lasciando a Mercedes l’uso della sua modesta casa nella vecchia Marsiglia, quella dove era vissuto con il buon padre, al tempo in cui lui era soltanto Edmnd Dantés, marinaio, non ancora conte. In quello che doveva essere il domicilio coniugale, Mercedes trascorrerà quel che le resta della vita, affranta e pentita, trepida per la sorte del figlio.
    Il conte sapeva che c’erano due Mercedes, la bellissima fanciulla che un tempo viveva nel quartiere catalano di Marsiglia, e la damazza parigina moglie del delatore, dopo. L’immagine della prima Mercedes rimase indelebile, quella della seconda doveva essere cancellata.
    Stupendo Dumas: fra l’altro, era meticcio; per la precisione, creolo. I mongoidentitari ne prendano nota. N.d.Ar.]

  57. Questo, vivaddio, è un Prodi che piace

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    Per sentire l’intervista, fare clic sull’immagine.
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    I politicamente corretti hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Sentiamo per esempio Telmo Pievani, un habitué delle assise cattoprogressiste di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, promosse da quei burloni delle Acli di Bergamo:

    Se chiudete gli occhi, cioè se non guardate le immagini della dichiarazione di Pievani (Excusatio non petita, accusatio manifesta) vi sembrerà di sentire il non rimpianto ex ministro Toninelli.

  58. Il metodo felino


    Prospetto delle fonti abusate dal gatto padano per redigere nel n. 1111 del suo diario l’articolo ‘Turchia: un paese Nato che invade un paese terzo e l’Europa cincischia’. Le aree ombreggiate in quest’immagine corrispondono a brani che sono stati dal gatto copiati e incollati, senza mai citare la fonte.

    Nella pagina dedicata al Curriculum vitae recentioris del gatto padano, abbiamo già esaminato, al punto 3., il vizietto del gatto di copiare, incollare e mai citare la fonte. Non intendo girare il coltello in piaghe antiche, passo a illustrare l’articolo pubblicato nel n. 1111 del suo diario, con il titolo ‘Turchia: un paese Nato che invade un paese terzo e l’Europa cincischia’. Poiché l’italiano all’interno dei singoli periodi filava, ma tra un periodo e l’altro mancavano certi nessi logici, non mi fu difficile capire che si trattava di un ennesimo lavoro di copia&incolla.
    Niente di male — si dirà — in linea di principio: sì, purché si indichi con precisione quali sono i brani copiati (perciò esistono, per esempio, le virgolette cosiddette a caporale, in inglese ‘quotation marks’; oppure si ricorre a opportuni accorgimenti grafici) e si citi la fonte. Quelli indicati nella figura soprastante sono i brani che ho potuto individuare come copiati&incollati, senz’ombra di dubbio.
    Fra l’altro, si capisce subito quando il gatto copia & incolla spudoratamente. Intanto quando nel testo la sintassi tiene ed è decente, è evidente che quella non è farina del suo sacco; in secondo luogo, se il gatto copia non si ha traccia di alcuni strafalcioni che lo caratterizzano inequivocabilmente: ‘redarre’ per ‘redigere’ ecc.; in terzo luogo nei testi copiati non c’è presenza di acronimi, paroloni ‘pour épater le vilain’ per lo più usati a sproposito (come quando scrive ‘naturaliter’, o dice “ossimoro”, senza aver ben capito cosa sia, ma fa fico dirlo, e lui lo dice), espressioni con cui si fa un figurone al mercato delle vacche, un po’ meno fra persone evolute [*]; in quarto luogo non troviamo traccia delle espressioni care al gatto come “schiaffoni”, “fa finta di non capire…”, “ci deve ancora spiegare…”, “la dott.ssa Gamba non ha contezza di…” ecc.
    Nella fattispecie, il gatto ha copiato senza citare la fonte da:
    1 Business insider
    2. Il fatto quotidiano
    3. Panorama 5 feb. 2018
    4. Adn Kronos
    5. Panorama 10 ott. 2019
    6. Linkiesta

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    [*] Cioè nei testi copiati non si ha traccia di quel minestrone di acronimi (ci fu un tempo in cui il gatto imperversava con IMHO = in my honest opinion, cioè “a mio sommesso parere”: era il segno di un suo velleitario riscatto dalla condizione di agrimensore male acculturato), trucibalde espressioni contadinesche (gli schiaffoni, le plocade ecc.) e modi affettati e ridicoli, quelli che nelle sue intenzioni dovrebbero promuoverlo nell’empireo della “Bergamo bene”, ma sono modi che il padre di Natalia Ginzburg chiamerebbe “negrigure” (vedi il Lessico familiare di Natalia Ginzburg).

    • Il gatto padano aggiunge una spirale, cioè ci mette una pezza, quindi dice il falso, ma quella pezza non lo esime dal citare le fonti, laddove egli copia & incolla (con o senza spirale aggiunta)

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      A sinistra, particolare del foglio n. 1111 del diario felino, quale apparve nel momento in cui scrivevamo l’articolo, e anche dopo, finché il gatto decise di metterci una pezza, ancorché ridicola e che comunque non lo esime dal citare le fonti: in calce all’articolo si vede il solo gattoleone; a destra, dopo aver letto il nostro articolo, il gatto padano colloca accanto al gattoleone (sarebbe il suo logo) il disegno di una spirale (significa che ha copiato).
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      Riassumendo: nell’articolo precedente fornivo un altro esempio del vizietto del gatto padano copiare & incollare senza citare la fonte. Lui dice però che, se pone in calce all’articolo accanto al gattoleone una spirale, è invece tutto regolare. E meno male che lui è un copropapirologo! Invece no: che cosa ne sa, per esempio, Bombassei del significato arcano della spirale? No, Bombassei non lo sa, dunque è indotto a pensare che il diario felino sia prodotto genuino del genio del gatto padano. Dico Bombassei a caso, o forse no, perché il gatto ha dato segni evidenti di nutrire rispetto reverenziale per Bombassei, misto a qualche speranza, credo.
      In ogni caso, Bombassei o no, le fonti vanno citate: non è una questione di cacata carta, è una questione di decenza.
      Senza contare che quella spirale è stata aggiunta dal gatto dopo la lettura del nostro articolo (v. sopra). Scrive dunque il gatto nel n. 1112: «Il pezzo [cioè l’articolo in questione: N.d.Ar.] è firmato dalla spirale blu e dalla sagome del leoncino e quindi la spirale indica che si tratta di pezzi di varia provenienza assemblati [la spirale blu non c’era nell’articolo che ho letto io, è stata aggiunta dopo; N.d.Ar.]
      Questo pezzo informativo è stato pubblicato PRIMA — si vedano i quotidiani di domenica 13 — che ne hanno dello stesso tipo e sostanzialmente dalle medesime fonti magari solo raccontate con parole proprie. [la sintassi zoppica: prima di che cosa? nell’espressione “che ne hanno dello stesso tipo”, la parola “ne” ha valore di pronome: significa (vedi Treccani) «di ciò, di questo, di quello, in funzione di complementi diversi»; ma allora “hanno lo stesso tipo” di che cosa? voleva il gatto dire che anche altri quotidiani hanno copiato, con quelle stesse parole? Lo escluderei. È questo che la sintassi zoppicante vuol farci credere? Come che sia, è indecente copiare & incollare senza citare la fonte, quand’anche altri quotidiani l’abbiano fatto, il che comunque è tutto da dimostrare: N.d.Ar]
      Naturalmente il custode delLa Latrina di Nusquamia ha volutamente omesso la foto della due firme [peccato che la firma spiraliforme sia stata aggiunta dopo: N.d.Ar.] per fare la sua solita calunnia [questa è buona: il gatto crea un falso, perché si affretta a creare la versione “gatto.1” dell’articolo che era presente in rete nella versione “gatto.0”, quindi accusa me di calunnia! O crede di disporre della macchina del tempo, come nel romanzo di H.G. Wells? E noi dovremmo credergli? Dico che ha creato un falso, perché sa bene che la mia recensione qui sopra riportata riguarda la versione “gatto.0”, mentre la versione “gatto.1” è stata creata per ciurlare nel manico (oh, astuzia contadina!); N.d.Ar.].
      Non abbiamo bisogno di mettere alcun collegamento perché a differenza delLa Latrina di Nusquamia, il nostro sito non obbliga il lettore a scaricare pubblicità pagando [‘excusatio non petita accusatio manifesta’, dicevano gli antichi; anche qui la sintassi zoppica: qual è il valore di quel gerundio “pagando”? vuol dire “mediante pagamento” (complemento di mezzo)? “a fronte di un pagamento” (complemento di modo, con sfumatura temporale)? E chi paga che cosa? N.d.Ar]».

      Il gatto dirà che il particolare del foglio n. 1111, quello senza spirale, riportato a sinistra nell’immagine qui sopra, è un mio falso, ottenuto con Photoshop o programma simile. Io dico che conosco i miei gatti e perciò scrivendo l’articolo di recensione del foglio n. 1111 avevo ritenuto opportuno conservarne una copia, quella contenente l’articolo non modificato ad hoc (dunque avevo conservato la versione “gatto.0”). Immagino che qualche lettore abbia visto l’edizione non ritoccata. In ogni caso — ritocco o non ritocco, o tarocco, ovvero con o senza spirale anticoncezionale, copiare & incollare brani interi di articoli altrui senza citare la fonte è indecente. Il gatto dica quel che vuole: ma chi può credere a uno come il gatto padano, le cui imprese sono documentate nel quadro riassuntivo del quale qui sotto riporto il nesso (fare clic sull’immagine sottostante)?


      Il vizietto di far passare per farina del proprio sacco quello che viene da mulini altrui è per il gatto padano antico, antichissimo. Una volta copiò e incollò per intero un articolo scritto da una donna, volgendolo al maschile. Alcuni esempi del vizietto sono riportati al numero 3. di questo curriculum vitae recentioris.

      • Il gatto padano potrebbe dire che la Madia ha fatto di peggio
        Già, ma chi ha detto che la spirale anticoncezionale lava il peccato, se peccato c’è stato?

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        Anche la Madia ha copiato, al momento di redigere la sua tesi di dottorato. Vogliamo dire che cosa fatta capo ha, e che copiare & incollare è un diritto acquisito? Bene, mettiamolo in coda ai cosiddetti diritti acquisiti, e ai cosiddetti nuovi diritti: tanto questa è una società di merda, prima muore, meglio è per tutti, anche per i morituri.
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        Giustamente il gatto padano potrebbe dire che Marianna Madia nella sua tesi di dottorato non si è comportata diversamente: lei ha copiato & incollato, è vero, ma le fonti erano citate in bibliografia. Bella furbata! Allora sono fessi gli studiosi seri che mettono tra virgolette le parole trascritte e non trascurano di indicare caso per caso la fonte, cioè autore, titolo, casa editrice, città e anno di pubblicazione e pagina?
        Anzi, il gatto potrebbe dire che la Madia ha fatto di peggio: non ha nemmeno messo la spirale anticoncezionale alla fine della tesi! Oddio, il gatto ha introdotto la spirale solo dopo il peccato, ma non è questo il punto. La spirale sarà anche anticoncezionale, ma non lava il peccato di una concezione che si presume mancata solo perché si è introdotta la spirale. Il fatto rimane.
        In ogni caso del peccato di appropriazione indebita, da parte della Madia, di seme abbondante sottratto a donatori ignari ho già parlato in un precedente articolo, e a quello rimando:
        La laurea della Madia c’insegna a far piazza pulita (era ora!) della mistica del “gender” femminile, delle superlauree e — speriamo presto — dei cacati attestati di frequenza dei corsi di aggiornamento.
        Semmai, a differenza di quel che pensa il gatto, che si autoassolve con la spirale, per giunta postdatata (“la spirale contraccettiva del giorno dopo” non esiste, a differenza della pillola contraccettiva del giorno dopo), va ascritto alla Madia il merito di non aver introdotto la spirale anticoncezionale, quella che laverebbe il peccato. E che comunque non lo lava.


        Esempio di spirale anticoncezionale.

    • Anche in questo caso, bisognerebbe ragionare caso per caso

      Sarei un po’ meno catastrofista, soprattutto per quanto riguarda gli archivi personali. Una volta registravo i miei lavori su dischetti (floppy disk), la cui capacità era minima. Poi vennero gli Zip drive e cominciai a conservare i nuovi lavori su Zip drive; ma pensai bene di trasferire su questo nuovo supporto di memoria (magnetico, come nei floppy disk) quanto era stato archiviato su dischetto. In alcuni Zip drive registravo i lavori su Mac (soprattutto di grafica: illustrazioni e impaginati di libri, per cui il programma d’elezione era allora PageMaker), in altri i lavori eseguiti su PC con sistema operativo Windows (soprattutto testi). Quando i Cd-Rom (supporto ottico) divennero pane informatico quotidiano, e ormai avevo rinnovato cum grano salis il parco dei computer, e per l’impaginazione ero passato all’ottimo Quark XPress (mai usato Adobe InDesign, che è una cacata pazzesca: è l’erede di PageMaker, che per numerosi aspetti era decisamente meglio), trasferii su vari Cd Rom, opportunamente classificato per argomento, quindi per data, tutto quanto si trovava su Zip drive (e, prima ancora, su floppy disk). Adesso che i computer hanno una memoria prodigiosa, conservo nel computer di riferimento un decennio buono di documenti e lavori vari, ma provvedo a salvataggi periodici su disco rigido esterno (ancora un supporto magnetico). Alcuni lavori recenti su Mac si trovano su chiavette Usb, per pigrizia, in attesa di essere trasferiti su Cd-Rom. Ho anche documenti conservati sulla “nube” (per comodità, in caso di trasferte) sulla quale non nutro fiducia illimitata, perciò di quei documenti ‘nubili’ (lat. nubilus = nubibus obductus, da non confondere con nubilis) conservo copia su disco rigido esterno.
      Quando Cd-Rom, chiavette Usb e dischi rigidi esterni cominceranno a essere spodestati da nuovi supporti di memorizzazione, provvederò, se a quel tempo sarò vivo, a un nuovo trasferimento.
      Sarei meno catastrofista anche pensando che mio cugino qualche tempo fa mi ha spedito, in formato jpeg, un’interessante collezione di fotografie fatte da mio nonno, delle quali si conservavano le lastre in un solaio. Insomma, una questione di buona volontà, e di intelligenza delle cose. Il concetto generale è che certi inconvenienti — non tutti — sono rimediabili. Credo che sia questo il caso dell’obsolescenza dei supporti di memorizzazione.
      Qui sotto, a proposito di fotografia su lastre, un manuale Hoepli proveniente dalla biblioteca di mio nonno (non il direttore di miniera, l’altro).

      • P.S. – Mi è venuta la curiosità di vedere se questo manuale Hoepli è ancora reperibile sul mercato. A me da ragazzo piaceva moltissimo, soprattutto la parte che riguardava l’ottica. E poi era pervaso di uno spirito vagamente massonico, per via della fiducia nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità, grazie alla scienza — proprio come nei romanzi di Jules Verne — che a quel tempo non mi dispiaceva.
        Sì, il libro si trova ancora sul mercato: Abe books ne vende un esemplare, che immagino in buono stato, per 350 €; e-bay offre un esemplare simile per 348 € e altri due esemplari che, a giudicare dalle foto, non sono spregevoli per 220 e 180 €, rispettivamente.

  59. Spunti per un ragionamento

  60. Grande e politicamente scorretto Alessandro Haber

    Ho visto su Raiplay tutta la prima puntata della trasmissione Maledetti amici miei e, oggi alla televisione, una parte della terza puntata. Devo dire che è una trasmissione geniale. Finalmente. Deliziosi i siparietti con Margherita Buy: è una donna bella e intelligente, purtroppo anche problematica. La problematicità nella donna, ancorché meno odiosa della determinazione, è un ingrediente che fa girare alla larga le persone che hanno senno. Ma per Margherita Buy si potrebbe fare un’eccezione, considerata la qualità della donna; fra l’altro suo nonno fu preside dell’ottimo liceo Lioy di Vicenza. Se in questo diario non scorrazzasse la malefica zabetta, il gatto padano, potrei dire del mio rapporto di affetto con questo liceo. Potrei, ma non lo farò, perché mi guarderò dal dare esca alla cattiveria del gatto, il quale sogna di trascinare nel suo inferno un po’ tutti, ma in particolare le persone a modo, istruite, educate. Lui stesso si è paragonato a un aspide, si compiace della propria cattiveria, una cattiveria compulsiva. Non c’è niente da fare.

    • Haber baciato da una santa

      • Monica Bellucci e Alida Valli a confronto

        Qui sopra, alcune sequenze del film Malèna di Tornatore. Vediamo Monica Bellucci camminare incurante degli sguardi grondanti testosterone che le si appuntano addosso (un mio amico parlava dello “sguardo spermatozoico” dei giovani degli anni ’60): vorrebbero rapirla, possederla. Similmente camminava Alida Valli nello stupendo finale del film Il terzo uomo, di Carol Reed, che vediamo qui sotto. Ma gli sguardi hanno un significato diverso: nel film Il terzo uomo il primo sguardo è quello del maggiore Calloway, che non capisce come una donna così possa rimane fedele alla memoria di Harry Lime (interpretato da Orson Welles), anche adesso che ha saputo che quegli è un criminale; troppo ingenuo, troppo inglese, questo Calloway: non sa che alle donne piacciono i delinquenti, e non poteva sapere che negli anni ’70, e in quelli a seguire, le donne “de sinistra” si sarebbero innamorate dei fascisti. L’altro sguardo è quello dell’americano Holly Martins: era venuto a Vienna per trovare l’amico Harry Lime, del quale subiva il fascino. Non voleva credere da principio a quel che il maggiore Calloway gli diceva dell’amico, poi vede le prove dei suoi delitti, e contribuisce alla sua cattura. Nella ricerca dell’amico a Vienna incontra Anna, la fidanzata di Harry, e se ne innamora: così mostra di essere oltre che ingenuo, scemo.
        In ogni caso, sia Monica Bellucci, sia Alida Valli sono due sante. Della seconda si dice che fosse stata l’amante di Mussolini, me nessuno poté mai portarne uno straccio di prova. Sappiamo però — ne abbiamo già parlato su Nusquamia — che quando i fanfaniani vollero incastrare il compositore Piero Piccioni nello scandalo Montesi, perché così si sarebbero liberati della presenza scomoda di Attilio Piccioni, potente capocorrente Dc e padre di Piero, Alida Valli in tribunale fece presente sotto giuramento che Piero, suo fidanzato, non poteva essere quella notte a Torvajanica, dal momento che si trovava a casa sua, a Ravello. Una santa.

        Seh, il gatto padano con i suoi dossier se lo sogna uno scandalo come quello Montesi.

  61. Lilli Gruber «la determinata» questa volta ha esagerato

    Dietlinde Gruber, detta Lilli, si sa, è determinata e ha grandi ambizioni politiche. Vorrebbe avere un ruolo politico europeo, coprendo il settore di mercato che fa perno sulla cosiddetta questione di genere. Sono anni che lancia inequivocabili segnali in tal senso, adesso ha scritto un libro che la accredita più che araldo, o portavoce, paladina irresistibile di una battaglia che dovrebbe finalmente sfociare nella soluzione finale. Finora si è contenuta, aspettava che la similsinistra si risollevasse, almeno un po’, dalle recenti sconfitte, per essere quindi intronizzata in forma istituzionale: fu già parlamentare europeo per il Pd, non dimentichiamolo. Ma la sinistra ormai è quello che è, Lilli si è stufata di mordere il freno, ha deciso — giustamente, credo — che non può permettersi il lusso di aspettare una rivitalizzazione della similsinistra. Dunque, prende l’iniziativa e fa la prima mossa. E perché la mossa abbia risonanza adeguata, ha pensato bene di attaccare Vittorio Feltri. Io non dico che abbia fatto male: è una questione di punti di vista. Infatti nel mercato di riferimento della Gruber la mossa può anche essere considerata felice. Ci limitiamo, per parte nostra, a riportare quanto si legge sul Fatto quotidiano, che non può essere considerato un quotidiano maschilista (vedi: Lilli Gruber su Vittorio Feltri):

    Intervenuta durante Un Giorno da Pecora su Radio RaiUno, Lilli Gruber ha parlato di molte cose, dal suo uomo ideale (“Non mingherlino, già sono piccina io…”) alla passione per il gin tonic della quale parla anche nel suo ultimo libro. E la conduttrice di Otto e Mezzo ha detto la sua anche su Vittorio Feltri:
    «Per lui io sarei così di sinistra da non usare la destra nemmeno per impugnare la forchetta? Veramente io sono mancina… a questo poveretto in andropausa grave gli dice proprio malissimo».
    Il giornalista non l’ha presa bene e ha risposto con un tweet:
    «Lilli Gruber alla radio, Un giorno da pecora, mi insulta per un articolo non scritto da me su di lei. Dice che sono affetto da andropausa grave ignorando peraltro che non si tratta patologia. Le concedo attenuanti geriatriche vista la sua età».

  62. La bellezza, la ragione, la gentilezza

    Se, come si diceva, la Carfagna dovesse approdare al partito di Renzi, qualcuno potrebbe parlare di un Partito della bellezza (e della gentilezza) allo stato nascente. La Carfagna purtroppo si è un po’ sciupata (era bellissima quando aveva per Pigmalione quel giornalista-parlamentare intelligente ma pericoloso, tale Bocchino: degno di un romanzo di Maupassant), ma continua ad essere una donna gentile, com’è gentile la Boschi. Hanno entrambe la testa sulle spalle: proprio per questo non commettono l’errore di caratterizzarsi come “determinate”: come la Clinton, come La Boldrina, come la Serra, come la Gruber. Uffa! D’altra parte, com’è noto, la determinazione è anticamera della maleducazione, ed è garanzia di antipatia.

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