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Il tedio, il viaggio, la riflessione

7 novembre 2019

 

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Sono stato assente da questo diario per qualche tempo, e non saprei darmene una ragione, forse il tedio. È vero che dovevo terminare un lavoro che da un lato mi assorbiva, dall’altro m’imponeva frequenti spostamenti, peraltro a breve distanza (evito di fornire dettagli, per non dare esca alle cattiverie del gatto padano, vecchia zabetta malefica; si veda il Vocabolario milanese-italiano del Cherubini, IV, p. 83 [Milano. 1843], alla voce ‘sabetta’). Ma a un certo punto il lavoro fu terminato, tant’è che profittai di due belle giornate per fare qualche passeggiata in luoghi conosciuti e cari, come quello che vediamo nella foto qui sopra (anche qui, evito di fornire particolari).
Pur rinfrancato e rinvigorito da quelle passeggiate, la voglia di scrivere non si mostrava. E se non ho voglia, non scrivo: ci mancherebbe. Che l’inerzia, questa inerzia, sia veramente frutto di tedio? E poi, quale tedio? Incombente, strisciante o — Dio non voglia — devastante? Mi è anche venuto il dubbio che potrei aver bisogno di nuovi petulanti agrimensori da punire, nuovi personaggi ambiziosetti da includere nel serraglio di Nusquamia, per demistificarne le deliranti pulsioni. Ma no, speriamo proprio di no: non è bello. Meglio forse, in casi come questi, intraprendere un viaggio, pur nella consapevolezza, come scrive Orazio, che

caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.

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Filosofia della passeggiata

In attesa che la vena di scritturale reziario riaffiori copiosa, spendo qualche parola su che cosa intendo per passeggiare. Vuol dire fondamentalmente dare ossigeno al pensiero, lasciare che la mente divaghi senza costrizioni, nonché, eventualmente, ruotare intorno a qualche pensiero, purché ne valga la pena. Insomma, come credo di aver ricordato in almeno un’altra pagina di questo diario, mi sforzo d’imitare Diderot, l’autore del Nipote di Rameau. Cioè, passeggiando lungo l’alzaia dell’Adda, o della Martesana, o nella penisola disegnata da un’ansa del fiume (dove c’era un villaggio celtico: sia detto senza compiacimento zoccolante e mongoidentitario), o a Montevecchia, o a Varenna, o in Liguria, come i bellimbusti posano (o posavano, in altri tempi) gli occhi ora su questa, ora su quella donnina allegra, così dirigo il pensiero ora su questa idea, ora su quell’idea. E le idee sono le mie puttane. Per la precisione Diderot, saggio filosofo illuminista, scriveva:

Che faccia bello o brutto tempo, è mia abitudine andare, verso le cinque di sera, a passeggio nei giardini del Palazzo reale: sono colui che si vede sempre solo, pensoso, sulla panca d’Argenson. M’intrattengo con me stesso di politica, di amore, di cose d’arte o di filosofia; abbandono lo spirito alle più libere divagazioni; lo lascio padrone di seguire la prima idea saggia o folle che si presenti, allo stesso modo che si vedono, nel viale di Foy, i nostri giovanotti dissoluti seguire i passi di una cortigiana dall’aria svagata, dal viso ridente, l’occhio vivace, il naso all’insù, lasciar questa per un’altra, attaccandole tutte senza impegnarsi con nessuna. I miei pensieri sono le mie puttane.

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Divagazione su Jean-Jacques Rousseau – Ci sarebbe un altro esempio, a proposito del nesso tra passeggiata e pensiero: le Fantasticherie del passeggiatore solitario scritte da Jean-Jacques Rousseau. Il testo è sicuramente interessante, anzi confesso che da giovane subivo il fascino del filosofo ginevrino, anche leggendo queste pagine. Del quale filosofo sciroppai, tra l’altro, tutto il Contratto sociale, le Lettere di botanica (sfogliate, con le doverose cautele del caso, alla Biblioteca di Brera in una preziosa edizione settecentesca con stampe acquerellate a mano), parte dell’Emilio e delle Confessioni: ma oggi, con il senno del poi, e non soltanto per quanto ha scritto Karl Popper, il quale considera la filosofia politica di Jean-Jacques Rousseau un paradigma del pensiero totalitario, tenendo conto anche della mistica roussoviana messa in campo dai grilleschi (vedi la famigerata piattaforma Rousseau), non mi sento di consigliare la lettura di questo autore, che potrebbe ancora suscitare entusiasmo nelle anime candide; l’entusiasmo è sempre pericoloso, specie se non si è culturalmente attrezzati.
In età adulta avrei poi letto, sempre di Rousseau, il Saggio sull’origine delle lingue e devo ammettere che in questo filosofo c’è del genio, anche quando elabora teorie senza riscontro che oggi diremmo scientifico: anzi, proprio per questo. Un po’ come Giambattista Vico con il quale, precisamente su questo argomento, Rousseau converge singolarmente: eppure è probabile che Rousseau, il quale scrisse quel suo saggio dieci anni dopo la morte di Vico, non conoscesse la Scienza nuova del tormentato filosofo napoletano: si veda Vico e Rousseau filosofi del linguaggio.

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È bello e proficuo, in particolare, andare per sentieri contornati da un paesaggio ameno, qualche volta esplorare tracce sconosciute, altre volte tornare a distanza di anni sui propri passi, e mettere in relazione pensieri nuovi con pensieri vecchi. Ed è bello perdersi: ma con juicio, direi, soprattutto adesso che le giornate si fanno più corte e sarebbe spiacevole perdersi per davvero sul calare della sera. Ma la “zingarata”, come dicevano gli “amici miei” del film di Comencini ha innegabilmente il suo fascino: l’andare senza meta, o con meta variabile, è perfettamente compatibile con lo spirito di indeterminazione, che per noi razionalisti, curiosi di indagare le sfaccettature della realtà, oltre che strumento di conoscenza e segnacolo di buona educazione, è quasi una religione laica. La “religione” dell’indeterminazione è la giusta risposta alla prevalenza del cretino aziendalista e al pensiero unico politicamente corretto, che pretende di classificare e imbrigliare la complessità dell’uomo e delle sue opere, giudicando a lotti, anziché caso per caso, come discernimento vorrebbe. O non è vero che siamo saggi, quando siamo saggi, perché sappiamo distinguere?
Ma per girovagare senza meta e senza correre soverchio rischio, come si diceva, occorre avere per le mani una mappa, che oggi sarà, per ragioni di praticità, una mappa elettronica. Nello spirito di questo diario, non intendiamo entrare in dettagli troppo tecnici, sia perché non è questa la sede, sia soprattutto perché è nostra ferma convinzione che l’aspetto tecnico non debba prevalere su considerazioni che vogliono essere a misura d’uomo. Parlo dell’uomo vero, e non di quella caricatura d’uomo, praticamente una scimmia, che è il nuovo selvaggio del XXI secolo, appassionato di gingillini elettronici, schierato fideisticamente senza se e senza ma per il nuovo che avanza: purché sia nuovo. Il selvaggio del ventunesimo secolo, appassionato di gingilli tecnologici, dei quali tra l’altro capisce poco o niente, è assimilabile al Bongo Bongo delle foreste dell’Africa equatoriale, quello che si entusiasmava per la sveglia, tanto da portarla al collo: perlomeno così piaceva pensare ai cittadini “civili” delle potenze coloniali.

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Sussidi tecnici per il passeggiatore moderno

Ma senza godere, perché chi gode dei gingillini elettronici è un buzzurro

1. Proiezione di una traccia GPS su Google Maps – Ciò doverosamente premesso, diciamo che le mappe di Google Maps, da sole, non sono l’ideale per le zingarate delle quali si è detto, fondamentalmente per la buona ragione che non riportano la maggior parte dei sentieri che potrebbero interessarci. E non è soltanto una questione di scala, il fatto è che i sentieri non sono proprio segnalati. Supponiamo per esempio di voler fare una passeggiata verso la Basilica di San Pietro al Monte, con partenza da Civate, sul lago di Annone.

Ci hanno detto che c’è un sentiero, un po’ ripido nell’ultimo tratto, ma a ben vedere di tutto riposo, questo:

S. Pietro al Monte_1.png

Se però guardiamo Google Maps, il sentiero non è segnato:

S. Pietro al Monte_2.png

Inutile ingrandire l’immagine e, rimanendo sempre su Google Maps, eventualmente passare a un altro tipo di presentazione dei dati cartografici (in modalità di mappa, invece che satellitare): il sentiero non è proprio tracciato. Ma il sentiero c’è, non soltanto perché così ci è stato detto, ma perché andando a consultare le carte di OpenStreetMap il sentiero è indicato (si veda la legenda a destra) come “percorso pedonale”:

Sentiero San Pietro al Monte

Facendo clic sull’immagine possiamo vedere in un’altra finestra del computer la carta di OpenStreetMap recante il sentiero da seguire per arrivare alla Basilica di San Pietro al Monte. OpenStreetMap può essere considerato l’equivalente cartografico di Wikipedia, nel senso che è un progetto collaborativo realizzato con il libero contributo di una comunità accreditata presso i gestori del sito, liberamente consultabile. Nell’immagine qui sopra al sentiero evidenziato su OpenStreetMap abbiamo sovrapposto  alcuni pallini rossi, per maggiore evidenza.

Vuol dire allora che dovremo rinunciare a Google Maps e tenere sotto gli occhi la carta di OpenStreetMap, di tanto in tanto dando un’occhiata anche alla bussola? Certo, si potrebbe fare così, ma, a dire il vero, la carta di OpenStreetMap si legge bene a casa, su computer, mentre all’aria aperta, soprattutto sotto il sole, la lettura nella migliore delle ipotesi è penosa, talvolta anche impossibile. Invece se avessimo il sentiero tracciato su Google Maps, e potessimo avere riscontro immediato della nostra posizione grazie al sistema di posizionamento satellitare GPS, sarebbe tutto più facile.
Ebbene, disporre del tracciato del sentiero per San Pietro al Monte è possibile, ed è alla portata di tutti, senza nessuna spesa: basta andare al sito “Ecco Lecco” e, nella pagina dedicata alla Basilica, fare clic sulla stampigliatura “Download GPS”. Otteniamo un documento che porta un nome con suffisso “gpx”: indica il formato di interscambio dei tracciati GPS. Tale documento – la traccia GPS – contiene tutte le informazioni necessarie per la proiezione su Google Maps del sentiero da Civate a San Pietro al Monte. La procedura da seguire per importare la traccia in Google Maps, e poterla conseguentemente richiamare nella sezione “I miei luoghi” di Google Maps, è descritta nel documento pdf riportato nell’Appendice 1 (al punto 1), in fondo a quest’articolo.
Avendo dunque caricato sul ficòfono (smartphone) o sulla tavoletta elettronica (tablet) il programma My Maps, potremo recarci a Civate in automobile: arrivati a destinazione, appena messo piede a terra, richiamiamo sul nostro gingillino elettronico il tracciato proiettato su Google Maps. Qui comincia la nostra passeggiata “in sicurezza”, considerato che abbiamo la possibilità di verificare, di tanto in tanto, la nostra posizione sul sentiero; basta fare clic sul simboletto di “bersaglio collineato”, quello che vediamo nella foto qui sotto.

La mia posizione.jpg
Facendo clic sul pulsante contornato di rosso controlliamo la nostra posizione
rispetto al sentiero.

Benissimo, dirà qualcuno: abbiamo visto il sentiero che porta alla Basilica di San Pietro al Monte, giusto perché la traccia GPS è reperibile in rete. Ma negli altri casi, come mi devo comportare? La risposta si articola in tre punti:

a) intanto, non bisogna disperare, perché la rete abbonda di tracciati GPS, e con un po’ di fortuna potremo trovare proprio quello che c’interessa;
b) se frequentiamo una certa area d’Italia (per esempio, la Toscana), o abbiamo interessi specifici (per esempio, la Via Francigena), possiamo acquistare in libreria una guida che ci accredita – mediante un codice alfanumerico, diverso per ogni singolo libro – a scaricare, da un sito associato alla guida, le tracce GPS di un certo numero di sentieri. Le quali tracce andranno trasferite nella pagina personalizzata di Google Maps nel modo che abbiamo accennato a proposito del sentiero per la Basilica di San Pietro al Monte;
c) se proprio non troviamo la traccia GPS pronta per l’uso, e ci piace il fai-da-te, possiamo ingegnarci a creare la traccia da noi, nel modo presentato qui di seguito.

2. Tracciamento su computer di un itinerario GPS – Esiste un ottimo sito – si chiama GPSies (vedi) – dove troviamo praticamente tutti i sentieri che potrebbero interessarci. Il sito fa riferimento alla cartografia di OpenStreetMap che, come abbiamo visto, è molto accurata. Una volta individuato il sentiero, il sito GPSies (che si pronuncia come in inglese gypsies, cioè “vagabondi”, ma letteralmente gypsy significa”zingaro” e deriva da Egyptian, perché si pensava che gli zingari provenissero dall’Egitto), il sito consente di ottenere automaticamente la traccia GPS da importare in Google Maps, nel modo spiegato al punto 2 dell’Appendice 1 di questo articolo.
Immaginiamo per esempio di voler andare a vedere il Rogolone, un rovere secolare, imponente, con un fusto la cui circonferenza misura otto metri, una delle piante monumentali d’Italia. È posto a metà dell’istmo che separa il Lago di Como dal lago di Lugano. Per andarci, si fa tappa a Menaggio, quindi si prende per un tratto la strada per Porlezza, quella stessa che fece Mussolini il 26 aprile 1945 quando, partito da Como e teoricamente diretto in Valtellina, cercò di seminare i tedeschi che teoricamente dovevano proteggerlo, e svoltò a ovest, diretto in Svizzera. Si fermò alla caserma di Cardàno, una frazione del Comune di Gràndola ed Uniti, dove fu raggiunto dai tedeschi e blandamente esortato a riprendere la strada lungo la sponda occidentale del lago di Como. Andiamo ordunque anche noi al Comune di Gràndola ed Uniti, e parcheggiamo l’automobile nella frazione di Codogna, vicino alla Villa Camozzi: il sentiero comincia proprio lì. Oddio, il sentiero è talmente semplice che non ci sarebbe bisogno della mappa GPS; infatti ci siamo andati senza. Ma questo è solo un esempio, e vuol essere un esempio semplice. Arrivati alla meta vedremo il Rogolone:

Rogolone-837x560

L’esercitazione comincia aprendo sul computer la finestra del sito GPSies ; scriviamo nella finestra di ricerca “Rogolone” (è più facile cominciare di qui), facciamo clic con il puntatore del topo (mouse) sul punto di arrivo (il Rogolone, segnato sulla carta OpenStreetMap), e continuiamo a fare clic all’indietro, in punti successivi del sentiero, fino al punto di partenza. Procedendo come spiegato nell’Appendice 1, al punto 2, otterremo la traccia GPS, perfettamente conformata secondo le sinuosità del sentiero fedelmente tracciato su OpenStreetMap.

GPSies_preparazione

Tracciamento per punti della mappa GPS lungo il sentiero che connette il Rogolone al Comune di Gràndola ed Uniti. Se i punti di partenza e di arrivo sono stati identificati senza tema di sbaglio, basta fare due clic: otterremo il tracciato GPS combaciante perfettamente con il sentiero della mappa.

Importeremo quindi la traccia GPS in Google Maps, nel modo che abbiamo detto nel caso delle tracce “catturate” in rete. Nel nostro dispositivo portatile, nel quale avremo caricato l’applicazione My Maps, otterremo una visualizzazione come questa:

Sentiero per il Rogolone proiettato su Google maps.png

Il sentiero per il Rogolone proiettato su Google Maps.

3. Proiezione di una traccia GPS su OruxMaps – Se però la proiezione della traccia del sentiero su Google Maps non ci soddisfa, per la ragione che abbiamo lamentato, che cioè Google Maps non è un sistema di rappresentazione cartografico abbastanza accurato per chi va per sentieri, possiamo installare sul nostro ficòfono, o sulla tavoletta elettronica, il programma OruxMaps. Potremo vedere così il tracciato del nostro sentiero ben nitido, proiettato su OpenStreetMap, con ricchezza di dettagli: non solo, ma anche in questo caso potremo fare il punto della nostra posizione, proprio come su Google Maps, come abbiamo visto sopra.
Un aspetto non trascurabile è che con OruxMaps possiamo richiamare non soltanto la cartografia di OpenStreetMap (che abbraccia tutto l’orbe), ma anche carte settoriali equivalenti (“mappe vettoriali”), non meno dettagliate. Io per esempio ho caricato sulla mia tavoletta la carta di tutta l’Italia, una carta ancora più dettagliata della Liguria e un’altra della Lombardia. Nell’Appendice 1, al punto 3, è indicato come possiamo procurare (gratuitamente) queste carte. Il vantaggio di usare carte residenti nella memoria del nostro dispositivo, invece che richiamate dalla rete, è evidente, se si pensa al risparmio energetico che, quando si è fuori casa, è un fattore da tenere sotto controllo. Insomma, la batteria del sistema portatile (ficòfono o tavoletta) dura di più.

Orux foto del Tablet.jpg

Foto dello schermo della tavoletta (tablet) – Qui sopra, il sentiero per il Rogolone proiettato su una mappa ricavata da OpenStreetMap e visualizzata mediante l’applicazione OruxMaps, caricata su tavoletta elettronica. In basso, visualizzato ancora su tavoletta mediante OruxMaps, l’inizio del sentiero dal ponte sull’Adda di Trezzo (moderno: quello antico è stato distrutto nel 1416 dal Carmagnola) al ponte medievale di Brembate. Il simbolo contornato di rosso, indicante la posizione del “passeggiatore”, si sposta con lui via via che procede lungo il sentiero.

OruxMAps_dettaglio.jpg

Le tracce GPS dei sentieri vanno caricate sulla tavoletta elettronica (o sul ficòfono) come suggerito al punto 3 dell’Appendice 1, citata: dovranno essere del formato kml/kmz. Se invece sono del formato gpx, che è il formato (quasi) universale d’interscambio delle tracce GPS, importeremo la traccia su Google maps nel modo visto sopra, e spiegato al punto 1 dell’Appendice 1, quindi provvederemo e esportarla com’è spiegato al punto 4 dell’Appendice 1.
Se invece vogliamo trasferire su OruxMaps un tracciato che fa parte delle “Mie mappe” di Google Maps, si procederà ancora com’è spiegato al punto 4 dell’Appendice 1.

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Appendice 1: istruzioni per l’uso

Per non appesantire l’articolo di dettagli tecnici che ne avrebbero impedito, più che facilitato, la lettura, si sono raccolte in questa Appendice le istruzioni sulle procedure da seguire per caricare i tracciati dei sentieri su Google Maps e su OruxMaps, per convertire le tracce GPS, per creare una traccia GPS aderente ai sentieri indicati nelle carte di OpenStreetMap. Il testo e le figure di questa Appendice sono presentati in un documento di formato pdf visualizzabile (e scaricabile) facendo clic sull’immagine sottostante.

Istruzioni

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Appendice 2 : le lettere botaniche di Rousseau

Scrivevo all’inizio dell’articolo di una preziosa edizione delle lettere di botanica di Jean-Jacques Rousseau che avevo avuto per le mani alla Biblioteca di Brera, qualche decina di anni fa (per la verità, molte decine). Le illustrazioni del libro, stampato nel 1789, sono dei “rami”, come si dice, cioè stampe ottenute per contatto con una lastra di rame, opportunamente inchiostrata; quindi le incisioni sono state colorate a mano. Se la cosa è saltata agli occhi dei bibliotecari, come spero, i due tomi non dovrebbero essere più dati in lettura, perché le bellissime planches, se appena sfiorate da mano improvvida, potrebbero perdere il colore. Forse è questa la ragione per cui ho cercato tali lettere roussoviane nel catalogo in rete della Braidense, e non le ho trovate.
Le lettere botaniche di Rousseau sono particolarmente apprezzabili nella seconda edizione, quella parigina del 1789, appunto, per i tipi di Claude Poinçot: sono raccolte nei volumi V e VI della monumentale pubblicazione dell’Opera omnia di questo prolifico autore, comprendente 38 volumi in octavo: vedi Lettres élémentaires sur la botanique, tome I e Lettres élémentaires sur la botanique, tome II. La prima edizione a stampa di queste lettere, indirizzate a M.me Delessert negli anni dal 1771 al 1774, è quella ginevrina: vedi Collection complète des oeuvres de J.J. Rousseau, tome XIV (e XV). L’edizione parigina è decisamente più elegante: si veda Un monument à la gloire de Rousseau. In questa edizione le lettere botaniche (voll. V e VI) sono completate dal vol. XXXVIII, che non è scritto da Rousseau, ma è stato commissionato dai curatori dell’Opera omnia a completamento e ornamento delle lettere medesime: contiene le tavole colorate a mano e s’intitola Recueil de plantes coloriées pour servir à l’intelligence des Lettres élémentaires sur la botanique. Facendo clic qui vediamo la riproduzione di un esemplare assai malandato (i colori sono ossidati o irrimediabilmente rovinati), leggibile su Google libri. Seguendo però le istruzioni della didascalia qui sotto è possibile sfogliare la riproduzione di un altro esemplare, ottimamente conservato.
Speriamo che siano conservate in buone condizioni anche le lettere botaniche che a suo tempo lessi alla Biblioteca di Brera, nei cui due tomi si trovavano rilegati insieme i fogli dei volumi V e VI dell’edizione parigina, intercalati  con le tavole del volume XXXVIII. Proprio come nell’esemplare (peraltro venduto) che ho trovato nel catalogo di una libreria antiquaria: si veda la scheda bibliografica.

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I due tomi dell’edizione del 1789 delle lettere di botanica di Jean-Jacques Rousseau (Lettres élémentaires sur la botanique), comprendente 44 tavole colorate a mano. A sinistra, vediamo il dorso del secondo tomo, staccato (l’illustrazione è tratta dal catalogo di una libreria antiquaria). In basso, una delle tavole raccolte nel libro dal titolo Recueil de plantes coloriées pour servir à l’intelligence des Lettres élémentaires sur la botanique de J.-J. Rousseau [1789]. Per sfogliare il libro in rete fare clic qui.

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51 commenti
  1. Un’edizione illustrata ottocentesca delle lettere botaniche di Jean-Jacques Rousseau

    Nell’articolo con cui s’apre questa pagina di Nusquamia abbiamo scritto delle tavole che furono pubblicate nel volume XXXVIII dell’edizione parigina delle opere di Jean-Jacques Rousseau [1789], l’ultimo della serie, ad illustrazione delle lettere botaniche, pubblicate nei volumi V e VI. Abbiamo anche visto che in certe rilegature le tavole sono intercalate tra le lettere medesime.
    Ma queste non sono le uniche tavole destinate a illustrare le lettere botaniche roussoviane; sono le prime e anche, a nostro sommesso parere, le migliori. Ma non le uniche.
    Ecco infatti che di lì a poco e comunque nel secolo successivo, nel 1805 vede la luce una nuova edizione delle lettere che Rousseau scrisse a Mme Delessert (che a lui piace chiamare “cugina”), corredata anch’essa di tavole a colori, ma diverse: sia perché diverso è il pittore, sia perché qui i colori non sono riportati a mano su un’incisione monocroma, ma sono stampati (il frontespizio del libro, infatti, specifica “soixante-cinq planches imprimées en couleurs”). Dopo le prime stampe calcografiche a colori, nel 1725, per opera di Jacob Christoph Le Blon, e dopo l’invenzione della litografia, nel 1796, per opera di Johan Aloysius Senefelder, l’arte della stampa a colori compie progressi rapidissimi, con il contributo determinante di Jacques Gautier d’Agoty, del quale sono giustamente famose le tavole anatomiche: fu lui probabilmente a introdurre la quadricromia per conferire nitore alle stampe (che, secondo la teoria dei colori di Newton, e di fatto, possono ottenersi per sovrapposizione di tre soli colori). Ancora non era stato messo a punto il procedimento di cromolitografia – diciamo così – moderno, che è del 1836, ma già nel 1805 vede la luce questo esemplare della Botanique de J.J. Rousseau, comprendente le lettere botaniche e, alla fine, a cominciare da p. 125, le tavole a colori, stampate in quadricromia con la tecnica dell’acquaforte a fondo puntinato (mezzatinta) messa a punto da Pierre-Joseph Redouté, pittore e botanico.
    A questa edizione del 1805, che fu considerata un capolavoro, fece seguito nel 1822 una ristampa: il testo è stato ricomposto, mentre le tavole hanno l’aria di provenire dalle stesse matrici.


    Per sfogliare il libro, fare clic sull’immagine.

    Sull’arte e la fortuna di Redouté si veda Redouté’s Fabulous Flowers.

  2. C’è poesia e poesia

    Credo di avere scritto, più di una volta, il mio fastidio per la poesia, che quasi sempre, e non solo oggi, è cialtrona: ah, i bei pensierini, e i sentimenti delicati! Scrive “poesie” gente che per lo più non ha niente da dire ma imbratta la carta di banalità, andando a capo però, perché nella poesia si va a capo; e, quel che è peggio, pretendono di essere ascoltati e di passare per brave persone. Sporcaccioni!
    Umberto Bossi, poveretto, dopo aver festeggiato la laurea in medicina tre volte di seguito (così si legge nelle sue biografie: ma sarà vero?) cominciò una nuova vita come poeta dialettale, e questo della poesia dialettale è uno dei generi più micidiali.

    Ma c’è anche la buona poesia: di solito è quella che dovete andare a cercare, mentre quella che pretendono d’imporvi è cattiva poesia. Esempi di buona e ottima poesia si trovano nei componimenti dei lirici greci, come in questo Notturno di Alcmane, che sentiamo recitato dal soldato semplice Farina nel film Mediterraneo:

    εὕδουσι δ’ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
    πρώονές τε καὶ χαράδραι
    φῦλά τ’ ἑρπέτ’ ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα
    θῆρές τ’ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν
    καὶ κνώδαλ’ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·
    εὕδουσι δ’ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.

    Dormono le cime dei monti e le vallate intorno
    i declivi e i burroni;
    dormono i rettili, quanti nella specie la nera terra alleva,
    le fiere di selva, le varie forme di api,
    i mostri nel fondo cupo del mare;
    dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.

    Ma venendo a tempi più recenti, c’è anche poesia in questa canzone di Brassens: qui le parole non sono sue (sono di Antoine Pol, scritte quand’era capitano di artiglieria nella Prima guerra mondiale), neanche la musica, per dire la verità. Ma fu lui a scoprire questa poesia, stampata in un libriccino acquistato in una bancarella, quand’era un ragazzo, e Parigi era occupata dai tedeschi. Già allora voleva trovare una melodia che si confacesse alle parole, finché, non essendo mai soddisfatto, chiese la collaborazione di un amico. Sentiamo Les passants in questo bellissimo video realizzato da Alain Resnais, il regista di Hiroshima mon amour, dell’Estate scorsa a Marienbad e di Mon oncle d’Amérique.

    Je veux dédier ce poème
    A toutes les femmes qu’on aime
    Pendant quelques instants secrets
    A celles qu’on connaît à peine
    Qu’un destin différent entraîne
    Et qu’on ne retrouve jamais

    A celle qu’on voit apparaître
    Une seconde à sa fenêtre
    Et qui, preste, s’évanouit
    Mais dont la svelte silhouette
    Est si gracieuse et fluette
    Qu’on en demeure épanoui

    A la compagne de voyage
    Dont les yeux, charmant paysage
    Font paraître court le chemin
    Qu’on est seul, peut-être, à comprendre
    Et qu’on laisse pourtant descendre
    Sans avoir effleuré sa main

    A celles qui sont déjà prises
    Et qui, vivant des heures grises
    Près d’un être trop différent
    Vous ont, inutile folie,
    Laissé voir la mélancolie
    D’un avenir désespérant

    Chères images aperçues
    Espérances d’un jour déçues
    Vous serez dans l’oubli demain
    Pour peu que le bonheur survienne
    Il est rare qu’on se souvienne
    Des épisodes du chemin

    Mais si l’on a manqué sa vie
    On songe avec un peu d’envie
    A tous ces bonheurs entrevus
    Aux baisers qu’on n’osa pas prendre
    Aux coeurs qui doivent vous attendre
    Aux yeux qu’on n’a jamais revus

    Alors, aux soirs de lassitude
    Tout en peuplant sa solitude
    Des fantômes du souvenir
    On pleure les lèvres absentes
    De toutes ces belles passantes
    Que l’on n’a pas su retenir.

    Bella, bellissima anche l’interpretazione di Fabrizio De André (che va ascoltato “in purezza”, senza Dori Ghezzi cioè, e prescindendo dalle apparizioni mediatiche di certi congiunti amministratori della memoria del caro estinto, triste bava di eredità di molte persone famose):

  3. Valentina permalink

    IIa Effe:

    A Milano aprirà il Museo della Filosofia: sarà il primo al mondo

    [Confesso che la presentazione dell’iniziativa suscita un po’ di diffidenza: lo stile della comunicazione è markettaro, una versione aggiornata dell’antico “Venghino signori, venghino!”.
    Ho provato a informarmi e finora ho trovato questo “soffietto” pubblicitario, pubblicato sul giornale Repubblica:

    C’è una felpa grigia appesa a una parete. “Appartiene a un serial killer. La indosseresti se ti garantiamo che è stata lavata e sterilizzata nel modo più accurato?”. Su un tavolo, una lettiera di un gatto piena di sabbia. E di cioccolatini. “Li assaggeresti con la paletta se ti assicuriamo che la lettiera non è mai stata usata. E che tutti gli ingredienti sono di qualità certificata e garantita?”.
    Benvenuti nel primissimo museo della filosofia dell’Università Statale. Un inedito assoluto che apre oggi ufficialmente al pubblico in via Festa del Perdono. L’esposizione tanto attesa nasce un po’ come una scommessa per portare i visitatori a ragionare in maniera filosofica attraverso simulazioni, esperimenti mentali, paradossi. Come le quattro prove sul “paradosso della finzione”, che sono solo alcune delle prove da sperimentare in prima persona dentro alle due stanze del museo, che vogliono essere solo l’inizio di un’esposizione ben più grande da far nascere in futuro.

    Penso che non andrò a vedere questo Museo della filosofia, ancorché unico al mondo. N.d.Ar.]

  4. Antonius permalink

    Noto che, di tanto in tanto, Nusquamia tocca, ciclicamente, il Lario e, in particolare, il tema di Dongo: mi chiedo pertanto se l’Aristide di Nusquamia non sia in realtà un erede di Aristide Tabasso (con tanto di messaggi criptati).

    • Gli ultimi giorni di Mussolini

      Non sapevo fino a qualche istante fa dell’esistenza di Aristide Tabasso: ringrazio Antonius per la segnalazione, che potrebbe venire utile in seguito. Trovo in rete che Aristide Tabasso sarebbe un agente segreto al servizio del governo provvisorio italiano, al tempo in cui ancora si doveva decidere se lo Stato italiano, uscito malconcio dalla guerra, sarebbe stato ancora una monarchia o una repubblica. A quel tempo Umberto II di Savoia era Luogotenente del Regno (in seguito, e per un mese soltanto, sarebbe stato Re d’Italia: perciò fu detto “Re di maggio”).
      Ebbene, Aristide Tabasso sarebbe venuto in possesso di parte delle due borse che Mussolini portava con sé quando, il 25 aprile 1945, dopo il fallito tentativo di mediazione con i partigiani che avrebbe dovuto essere presieduto dal cardinale Ildefonso Schuster, presso l’arcivescovado di Milano, l’ex duce lasciò la prefettura di corso Monforte e si recò a Como, per poi ripartire di primissimo mattino e incappare nei pressi di Dongo nel posto di blocco della Brigata Garibaldi, dopo il tentativo, anch’esso fallito, di espatriare in Svizzera, del quale si è detto nell’articolo che apre questa pagina.
      Aristide Tabasso, in particolare, venuto in possesso delle carte ricattatorie di Mussolini, che avevano per oggetto la documentazione dell’omosessualità di Umberto II, le avrebbe consegnate all’interessato: avvenne nel 1946, al tempo della Luogotenenza del Regno. È vero o non è vero? Diciamo che è verisimile, così come erano verisimili, e molto ben fatti, i falsi diari di Mussolini che finirono nelle mani di dell’Utri e che furono pubblicati nel 2011. Verisimili, ma non veri.
      Non nego che l’argomento degli ultimi giorni di Mussolini mi abbia sempre appassionato, fin da quando, ancora negli anni ’80, leggevo dei due partigiani Urbano Lazzaro (nome di battaglia: Bill), vice commissario politico, e Pier Luigi Bellini delle Stelle (nome di battaglia: Pedro), comandante della 52ª brigata Garibaldi, i quali disputavano tra loro due diverse verità. Io tendevo a dar credito a Pedro, perché avevo capito che era un uomo d’onore (per “Pedro” intendo Pier Luigi Bellini delle Stelle, appunto).
      Però, a dire la verità, prove definitive non ci sono mai state e credo che non salteranno fuori mai. Di vero c’è la morte misteriosa di Luigi Canali (nome di battaglia: “Capitano Neri”), e della staffetta partigiana Giuseppina Tuissi (nome di battaglia: “Gianna”), entrambi colpevoli di sapere troppo, morti di fuoco amico, e non per sbaglio. Così com’è vero che subito dopo la fine della guerra Churchill si fiondò in Italia sul Lago di Como, contornato dagli uomini dei servizi segreti inglesi, per ricuperare e pagare parte dell’incartamento di Mussolini contenuto nelle due borse che si dicevano: erano interessati alle lettere — 30 di Mussolini a Churchill, e 30 di Churchill a Mussolini — scambiate tra i due statisti sia prima della guerra, sia durante la guerra. Mussolini le portava con sé per dimostrare – probabilmente – che lui era responsabile della guerra solo fino a un certo punto. Sperava infatti di finire nelle mani degli americani, di essere processato e se non proprio assolto, prosciolto in parte. C’è anche la teoria che gli americani fossero perfettamente consapevoli della prossima guerra fredda con il blocco sovietico, e che intendessero salvare in ogni caso Mussolini, come si era stabilito nell’Armistizio di Cassibìle (prov. di Siracusa), che sanciva la resa incondizionata del Regno d’Italia). Infatti Mussolini avrebbe potuto tornar comodo per arginare le pretese egemoniche del blocco sovietico: un po’ come von Braun nella corsa per la conquista dello spazio (la fabbrica di Peenemunde, dove videro la luce le V1 e le V2, era diretta dalle SS e lo stesso von Braun ne faceva parte: suo malgrado, disse poi; in ogni caso, fu promosso tre volte da Goering, proprio come SS). Invece gl’inglesi avrebbero preferito Mussolini morto, e i loro servizi segreti si sarebbero adoprati in tal senso. Ma vai a sapere quale sia la verità.
      È probabile che Churchill e i servizi segreti inglesi abbiano fatto la fortuna di parecchie persone, perché di quell’incartamento Churchill-Mussolini esistevano parecchie copie: in parte fatte eseguire dallo stesso Mussolini il giorno che pernottò a Como, in parte dagli stessi partigiani.
      Agli ultimi giorni di Mussolini e alla possibilità che a piazzale Loreto pendesse non il vero Mussolini ma un suo sosia, Umberto Eco dedicò il suo ultimo libro, Numero zero.

  5. Francesca permalink

    La vedete la differenza, che garbo, che gentilezza d’animo:

    [Confesso, ascoltando questa testimonianza, all’inizio, di aver provato come un senso di pena. La voce di Mastroianni è affaticata, non appare quel bel vecchio che ci aspetteremmo di vedere, e che meritava di essere. Poi però, andando avanti nell’ascolto, e prestando orecchio al significato delle parole, ormai dimentico della forma, ho riconosciuto il grande Matroianni che abbiamo sempre amato. Quello di ‘Una giornata pariticolare’, quello della ‘Dolce vita’, e di prima ancora. Anche quello di certi film minori, come ‘Mogliamante’, girato con Laura Antonelli. Quello, stupendo, dei ‘Compagni’ di Monicelli, film che abbiamo presentato in versione integrale su queste pagine, e quello delle ‘Notti bianche’ di Visconti, del quale ci siamo occupati recentemente. E quello di un film maledetto come ‘La città delle donne’, di Fellini (maledetto perché ostracizzato dalle femministe), girato dopo il celebre ‘8 ½’, sempre di Fellini.
    Quando nello spezzone presentato qui sopra Mastroianni dice della differenza di trattamento subita, a Roma e Napoli, da parte di chi, incontrandolo per strada, prendeva atto della sua decrepitezza corporale, ci siamo quasi entusiasmati, proprio noi che siamo ideologicamente contrari all’entusiasmo (serve per rendere di più sul lavoro, per aizzare le folle bercianti, per convincersi di aver ragione, perché l’entusiasmo per il “bene” impedisce che affiori il dubbio, per cui il “bene” potrebbe essere foriero di “male”: quanti mali non hanno origine dall’entusiasmo!). Ci siamo entusiasmati, quasi, perché noi siamo appassionati dell’uomo, cioè dell’uomo vero, quello che è superiore a qualunque tentativo di definizione, con attribuzione di qualità che andrebbero analizzate criticamente, con discernimento (come abbiamo ricordato anche recentemente, discernere, cioè separare i singoli casi, è cosa giusta e santa). Basti pensare agli uomini che dicono di essere “buoni”, che proprio perché ci tengono a dirsi buoni sono spesso delle carogne, o alle donnette “progressiste”, le quali pensano che essere progressiste significhi apparire progressiste (quanto al resto: punto! basta! non m’interessa!) e non, per esempio, sforzarsi di mettere in atto quanto scrive San Paolo (anche lui ostracizzato dalle femministe) nella ‘Prima lettera ai Corinzi’ (13, 3-7: ne abbiamo parlato a proposito del Film blu di Kieślowski: vedi)
    .

    La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

    Secondo voi, una progressista come la Boldrina potrà mai riconoscersi in queste parole?
    Concludo ricordando un film di Mastroianni, l’ultimo, dove interpreta la parte di Pereira, un vecchio che, fino al momento in cui conosce Monteiro Rossi, era soltanto un vecchio e che come uomo non era mai stato granché: non era una carogna, per carità, ma un po’ egoista, con una buona cultura ma un orizzonte limitato, come ce n’è parecchi. Poi conosce Monteiro Rossi, un giovane innamorato della vita, ma pronto a morire, come un eroe stendhaliano. Infatti morirà massacrato dalla polizia segreta di Salazar. A questo punto Pereira diventa un bel vecchio, e un vero uomo. Si veda lo spezzone qui sotto. Il film è tratto da un romanzo breve di Tabucchi, ‘Sostiene Pereira’, il più bel romanzo del Novecento, così dice Diego Fusaro il quale, quando depone l’ambizione di fare il bardo dei populisti, dice anche bene, e non solo sotto il profilo della forma. Si veda il secondo spezzone riprodotto qui sotto.
    N.d.Ar.]

  6. Sepolcri inbiancati permalink

    [Copio e incollo:

    Come racconta il Guardian, sulla nuova piattaforma Disney+ lanciata il 12 novembre – che in sole 24 ore ha raccolto 10 milioni di utenti -, tutti i film d’animazione, proposti nella loro versione originale, sono preceduti da un avviso che recita: «Questo programma è presentato come originariamente creato. Può contenere rappresentazioni culturali obsolete».
    … Potrebbero essere considerati oggi offensivi i gatti siamesi di ‘Lilly e il vagabondo’, che nella versione originale parlano con uno smaccato accento orientale.
    Preoccupazioni che hanno costretto la Disney a rivedere e modificare queste scene nel momento in cui sono stati proposti i remake nelle sale.

    Capito? Il problema è sempre quello: anche la produzione della Dismey, come il povero Zingaretti, ha paura d’incorrere nelle ire della Boldrina e di Asia Argento. I contenuti dei cartoni animati realizzati in epoche in cui ancora la Boldrina e Asia Argento non esistevano, devono essere sottoposti al visto di censura e modificati quanto basta per assumere una veste politicamente corretta, Se presentati in originale, devono essere preceduti da un avviso che ne denuncia il carattere «culturalmente obsoleto». Alè!
    In basso, l’articolo originale sul ‘Guardian’ N.d.Ar.]

    https://nusquamia.files.wordpress.com/2019/11/guardian_walt-disney.png

  7. Giovane età permalink

    [La notizia delle disavventure di Lara Comi ci ha addolorati. Al tempo della tirannide serrana, con tanto di sorrisetti asseverativi a raffica da parte della dott.ssa Serra, i quali per noi razionalisti avevano il significato di ceffoni gratuiti e comunque non meritati (“ceffoni”: uso di proposito quest’espressione cara al gatto padano, che invitava la sindachessa allora in carica, non ancora emerita, a procedere a vie di fatto — ceffoni e manrovesci — nei confronti di Aristide e Gandolfi) pensavo che il sorriso di Lara Comi potesse essere un’alternativa. Ci siamo sbagliati: i sorrisi di Lara Comi non sono un’alternativa ai sorrisetti asseverativi della dott.ssa Serra. Quando si sbaglia, è buona regola ammettere l’errore. Gli altri facciano come vogliono (per esempio il gatto padano, che insiste a parlare di piste “pedociclabili”, nonostante il nostro buon ammaestramento: “pedo” è un termine prefisso, usato in buon italiano per significare “bambino”). Ma noi siamo fatti così: non persistiamo nell’errore, anzi chiediamo scusa per averlo commesso. N.d.Ar.]

  8. La bellezza di Venezia, il Mose


    Un (cosiddetto) blogger russo ha voluto in questo filmato associare la bellezza di Monica Bellucci (nel film ‘L’appartamento’) a quella di Venezia.

    Anche a Venezia, per l’acqua alta, come a Genova, per il cedimento degli stralli del ponte (ma adesso si parla anche di un cassone dell’impalcato che, anzi, sarebbe l’evento che ha scatenato tutto quel che ne è seguito) è successo quel che non doveva succedere. Ragionando con organi impropri, non deputati al ragionamento, nel caso di Genova si volle dare tutta la colpa, a caldo, senza uno straccio di prova, alla famiglia Benetton in prima battuta, in seconda battuta all’ing. Morandi buonanima, che era il progettista del bel viadotto sul torrente Polcevera. John Stuart Mill scrisse un trattato di logica, dove si dànno principi e indicazioni molto ragionevoli sulla ricerca delle cause, che possono essere — si badi bene — concomitanti: in concreto, l’avidità dei Benetton non assolve l’incuria e il servilismo dei mongomanager. In questi casi è decente e doveroso prescindere da considerazioni moralistiche e furbate elettorali (ricordate i pentastrali, quelli di “Onesta! Onestà!”?) In particolare, nel caso di Genova, quanto meno, dovevano essere prese in considerazione le responsabilità degli organi deputati ai controlli, compresi e in primis quelli ministeriali. Ma sono cose che abbiamo scritto, fin da principio, e a caldo. Perché è a caldo, soprattutto a caldo, che bisogna ragionare: il che significa osservare, distinguere, formulare delle ipotesi, ragionare sulle ipotesi, sperimentare, accostare i nuovi dati sperimentali a quelli osservativi precedenti, ricontrollare tutti i passi del ragionamento, per poi affinare le ipotesi o anche formularne di nuove ecc. Cose che Di Maio e Salvini neanche si sognano di fare. Loro guardano i “like”. Cose che il povero Zingaretti forse potrebbe capire, se qualcuno gliele spiegasse e se lui si liberasse del terrore di recar dispiacere alla Boldrina, ai cattoprogressisti ecc.
    Nel caso di Venezia, non sarò io a dire tutto il bene possibile del Mose. Ma posso ragionare, in base a quello che ho osservato negli anni passati. So per certo che il Mose non solo era considerato un progetto sbagliato (cosa che posso anche accettare, se non altro come ipotesi euristica), ma anche che era osteggiato, in mancanza di un serio progetto alternativo (questo invece non va bene), e quel ch’è più grave, si pretendeva che non entrasse mai in funzione, quando le opere erano ormai quasi terminate. Anni fa andai per i sentieri delle barene della laguna, con degli amici: una piacevole scampagnata in bicicletta, conclusasi con una visita guidata per conoscerne la natura, la flora, l’avifauna ecc. La ragazza che ci faceva da guida sosteneva che il Mose non doveva entrare in esercizio, sarebbe stato “gravissimo” (in linguaggio serrano!) se ciò fosse avvenuto, perché ne avrebbe sofferto la nidificazione di non so quale uccello. Veniva voglia di dirle che gli uomini sono più importanti degli uccelli, ma sarebbe stato inutile. E poi era anche carina, perciò mi tacqui.
    Che poi il Mose sia stata una mangiatoia immane, nessuno lo nega. Ma prendiamo atto di due cose:
    a) spesso le anime belle, quelle che a tutti costi vogliono certe cose, e ne negano altre, in base a considerazioni sentimentali, finiscono con il fare gl’interessi di personaggi pochissimo sentimentali: in questo caso, di coloro che, se l’attuazione del progetto veniva rimandato, avevano tutto da guadagnare, perché si sarebbero poi dovuto “ungere” ulteriormente (come diceva un politico del “paese bello da vivere”, in provincia di Bergamo), pagare nuove consulenze ecc.
    b) il meglio è nemico del bene: nel senso che se si impedisce che si faccia qualcosa che magari non sarà perfetto, ma che in questo momento è l’unica cosa che si può fare, o comunque si è in grado di fare, con il pretesto che si potrebbe far meglio, finisce che non si fa né il bene né il meglio.
    Oggi sono in molti quelli che dicono che è uno scandalo che il Mose, costato fra l’altro una barca di soldi, giaccia inerte davanti alle tre bocche di porto della laguna veneziana. Ma non pochi di costoro, direi la maggior parte, tacevano quando invece bisognava parlare, e dire cose ragionevoli, quelle che dicono adesso: parlano oggi come fossero verginelle, come se non sapessimo dell’esistenza di ottime cliniche specializzate nella ricostituzione dell’imene lacerato.
    Riguardo al “meglio, che è nemico del bene”, penso che Machiavelli sarebbe d’accordo. Si veda la figura qui sotto, che si riferisce a certe parole scritte dal segretario fiorentino all’amico Francesco Vettori, in un altro contesto, è vero: quello erotico.


    Queste parole del Machiavelli si riferiscono non all’azione politica, ma a quella erotica, a proposito dell’opportunità di cogliere il fiore delle belle fanciulle (l’amico Francesco Vettori gli aveva scritto di essersi giaciuto con una certa Costanza, fanciulla leggiadra e di non specchiata virtù; lui ne aveva goduto, e parecchio, ma poi si era pentito, pensando che era sposato e aveva due figlie da maritare).

    • Giuliana permalink

      Stanno in piedi solo i ponti dei Romani e quelli costruiti dal 1923 al 1945.

      [Già, e quando c’è un terremoto di norma le case antiche stanno in piedi, o quanto meno sono quelle più dignitose nella malasorte. Parlo dell’Italia e non del Giappone. Perché presso i “musi gialli” (così venivano chiamati i giapponesi in certi film patriottici americani degli anni Cinquanta) vale il principio di responsabilità personale, come del resto in Italia quando la guida delle aziende era affidata a rigorosi ingegneri, con il senso dell’onore. Come per esempio gli ingegneri navali che a Trieste si presentavano al varo della nave con la pistola in tasca. Se la nave si fosse inclinata, l’ingegnere si sarebbe bruciate le cervella. Adesso invece ci sono i mongomanager, ai quali nei corsi di formazione (oh, yeah!) viene insegnato ad essere determinati e figli di puttana. Se il mongomanager ha un atteggiamento inculante e fa guadagnare l’azienda, allora e solo allora è considerato un bravo mongomanager. Troppo comodo dire che i cattivi sono i Benetton o il Consiglio di amministrazione della Società Autostrade. La verità è che è marcio tutto il sistema mongomanageriale. Così come dei crimini nazisti non sono responsabili in esclusiva le SS, ma responsabili sono anche coloro che sapevano, e preferivano non farsi domande scomode. I mongomanager, servi dei padroni, sono peggiori dei padroni. Sì, ma provate a farlo capire a Di Maio. N.d.Ar.]

  9. Casalino non è un’aquila. Ma perché dimenticare Claudio «Aquilini» Borghi?
    Sì, quello che crede di essere un’aquila, però…

    In questo delizioso intervento di Crozza/De Luca (siamo indecisi se sia meglio l’imitazione o l’originale: comunque non dimentichiamo che De Luca è un politico laureato in filosofia, come Bersani, e che nessuno dei due si è laureato con una tesi sulla “filosofa” — oh, yeah! — Martha Nussbaum) apprendiamo che il depilatissimo Luca Casalino non è un’aquila. E chi dice di no? Ma perché dimenticare quell’altra aquila della politica italiana, il Claudio «Aquilini» Borghi, colui che Myrta Merlino presentava come il futuro «ministro in pectore» del constituendo governo Salvini/Di Maio, del quale il povero Conte (oggi promosso “statista”, manco fosse Cavagna il Giovane curnense) era, ad esser buoni, il classico vaso di coccio tra due vasi di ferro? Quello che che nella Lega stava sulle scatole a Giorgetti, il quale sarà anche figlio ’e ’ntrocchia, ma almeno è intelligente? Quello che, quando prendeva la parola in un talk show, faceva schizzare lo spread alle stelle?
    Beh, pare che adesso Claudio A. Borghi sia stato scaricato da Salvini il quale, seguendo le direttive dei suoi “consigliori” putiniani, quelli di San Pietroburgo, i burattinai della “bestia”, si sta dando un nuovo assetto: giacca e cravatta, niente più mojito con contorno di troje di lap dance, e — soprattutto — niente più latrati antieuropeisti e niente più uscita dall’euro, sic et simpliciter, senza se e senza ma, come voleva il nostro genio ragiunatt-economista. E allora, povero Claudio «Aquilini» Borghi? Beh, lui è stato scaricato da Salvini, dice che non è vero, le cose non stanno così, del resto lui non ha mai detto quello che dice in questo filmato:

    Ha ragione lui, come sempre. Anzi, anche lui, come certi similprogressisti di nostra conoscenza, aveva ragione anche quando aveva torto. Sentiamolo in questa recente intervista a Massimo Giannini, al min. 10 : 32,

    Vi è piaciuto? Visto, com’è asseverativo? Mamma mia! Dirò, ad uso degli abitanti del «paese bello da vivere», che Claudio «Aquilini» Borghi è asseverativo come la dott.ssa Serra, determinato come Cavagna il Giovane e oracolare come il gatto padano. Alla larga!

    • Marcella permalink

      [Questo articolo riflette certamente la visione del mondo di Scalfari, ampiamente confermata dalla galleria di personaggi proposti come riferimenti positivi, se non proprio come esempi da imitare. Eppure, appare reticente, rispetto al sentire profondo del giornalista, imprenditore e, ultimamente, poeta. Personalmente, leverei dalla galleria di personaggi esemplari uomini come Romano Prodi, spesso definito in queste pagine come “vecchia baldracca democristiana”, e Carlo Azeglio Ciampi, un uomo sopravvalutato e che fra l’altro senza la moglie, la signora Franca, non sarebbe stato quello che poi è stato, un’icona del potere finanziario.
      Eugenio Scalfari in questo periodo è molto impegnato — anche con una certa intelligenza, lo riconosco — a creare di se stesso un’immagine mitica da consegnare ai posteri, ed è abbastanza scontato che voglia valorizzare perfino la parte peggiore di se stesso, quella che lo induceva a entusiasmarsi per la Banca d’Italia, per Ciriaco de Mita, per Romano Prodi e per Carlo De Benedetti (con il quale tuttavia recentemente si è consumata una rottura).
      Dicevamo che Scalfari qui appare reticente. Infatti in altre occasioni, scrivendo la domenica sulle colonne del giornale da lui fondato — la Repubblica — Scalfari è stato più esplicito, e diceva bene. Scriveva dunque Scalfari che il progresso morale e civile della nazione ha bisogno delle élite: e questo sia detto con buona pace di quei poveretti dei grilleschi, notoriamente ‘minus habentes’, sul piano intellettivo e culturale. Senza contare che la parola cultura è troppo vaga da un lato, d’altro canto la cultura, di per sé, non sopporta definizioni a norma di cacata carta. Anche la definizione di élite è suscettibile di varie interpretazioni, è vero: ma per tagliare la testa al toro viene naturale fare riferimento alla civiltà occidentale. Questo è un modo operativo di definire il concetto di élite: stiamo parlando dei nostri uomini politici, della nostra cultura e delle élite che dovrebbero tenere le redini del governo, in Italia e in Europa. Perciò spero che i cinesi non se n’abbiano a male e non vadano a lamentarsi con Di Maio e con Grillo, con i quali sono ultimamente in ottimi rapporti.
      Dunque nella nostra prospettiva occidentale possiamo dire che le élite, alle cui mani si possono affidare le redini del governo con la fiducia (che comunque non dovrà essere incondizionata) che non combinino catastrofi, devono essere innervate non a parole, ma nei fatti — e anche l’avere studiato è un fatto — nella migliore tradizione della civiltà occidentale, che è erede della civiltà greco-latina, è stata addolcita dalla predicazione della Buona novella (il Vangelo, non il Vecchio Testamento, che gronda nefandezze) ed ha acuito il proprio ingegno con la Nuova scienza di Galileo. Il liceo gentiliano — parlo del liceo gentiliano in purezza, e non di certe patacche che oggi prendono il nome di liceo — fu costituito appunto con l’intendimento di essere la fucina della futura classe dirigente.
      In parole povere, per chi non capisce o fa finta di non capire, a nostro parere — credo anche a parere dello Scalfari migliore — uomini come Salvini e Di Maio, palloni gonfiati come Uòlter Veltroni, cazzeggiatori giuridici come il nostro attuale Presidente del Consiglio, tanto per fare qualche esempio, mai e poi mai dovrebbero accedere alla stanza dei bottoni: chi per una ragione, chi per l’altra, sulla quale non ci attardiamo, ma che comunque è facile intuire. In scala minore, gli assessorucoli alla cultura dovrebbero levarsi dalla zucca l’idea di potere loro “gestire” la cultura, perché la cultura ha tutto da guadagnare se i personaggi mediocri non se ne occupano.
      Per non parlare di quel paese sgarruppato alle porte di Bergamo (si chiama Curno), che la sindachessa emerita pretendeva di trasformare in «un paese in cui fosse bello vivere» (perciò lo sgarruppato paese è oggi deriso come “Paese bello da vivere”): ebbene, qui bisognerebbe diffidare il gatto padano [*] dall’impicciarsi di cultura (che costui con mente agrimensurale vorrebbe definire a norma di cacata carta), nella malaugurata — ma probabile — ipotesi in cui lo scassatissimo, intellettualmente sprovveduto e culturalmente deprivato fronte della destra arrivasse a dare le carte in Municipio.
      N.d.Ar.]

      …………………………………………
      [*] Nota per i nuovi lettori: il gatto padano è attualmente la bestia più ragguardevole dello zoo di Nusquamia. Stupratore della lingua italiana, teorico della delazione, copropapirologo, tenutario di un dossier pecorelliano che intende far pesare in occasione delle prossime elezioni amministrative nel “paese bello da vivere”.

  10. Partito permalink

    [Io non so se veramente possiamo assimilare il caso di Filippo Penati a quello di Enzo Tortora. Tortora era del tutto innocente e il “caso Tortora” è la vergogna della giustizia italiana, purtroppo non l’unica; ma il caso tanto più grida vendetta, perché il giudice che ha sbagliato nel giudizio, prendendo per buone le rivelazioni di “pentiti” di camorra, senza uno straccio di riscontro verisimile, e lo fece con un accanimento che grida vendetta, ha avuto i benefici della carriera. Penati forse non era “del tutto” innocente, ma è naturale che sia così per un uomo politico della sua importanza. Per parte nostra, lasciamo ai grilleschi la voluttà di latrare «Onestà, onestà!», dicendosi “scandolezzati” della pagliuzza nell’occhio del nemico, senza avvedersi della trave nel proprio occhio (né mancano i riscontri oggettivi di questa affermazione; ma ‘glissons’…). Noi, che siamo laici e provvisti di discernimento, ragioniamo diversamente, caso per caso, e pesando i singoli casi. Diciamo pure che “ragioniamo”, tout court; quelli sragionano, o ragionano con organi impropri, cioè non ragionano, eppure pretendono di essere “migliori”. Sono miserabili.
    Dunque non sappiamo se Penati fosse “del tutto” innocente. Ma sappiamo per certo che, se il caso di Enzo Tortora è la vergogna della giustizia italiana, quello di Penati è la vergogna del Pd. Sì di quel Pd che è esito di una degenerazione, l’ultima sigla della sfilza Pci-Pds-Ds-Pd, approdato alla buffoneria di Zingaretti. Costui ha accettato, senza nemmeno dire un “bah” di timido dissenso, le sevizie dei grilleschi, dei cattoprogressisti, della Boldrina, perfino di quel pallone gonfiato, il Conte bifronte, ultimamente promosso al rango di “statista”, solo perché dopo aver accettato gli sputazzi di Salvini si è finalmente deterso il visino con la pochette a quattro punte, e ha detto: signori, ma il Presidente del Consiglio sono io! Sì, Zingaretti ha accettato le proposte più indecenti, è stato umiliato, bistrattato, preso a pesci in faccia, poi improvvisamente si è ricordato che è un essere umano (non un tronista, non un toy boy) ha alzato i toni, ha detto che vuole ‘jus soli’ e ‘jus culturae’ (per chi sappia di latino, un obbrobrio linguistico, come per chi sappia un po’ d’inglese la locuzione similprogressista “Jobs act” è roba degna quasi del “Tibet free” di pedrettesca memoria), si è messo a urlare contro i renzisti, addirittura! Già, come se bastasse un urlacchio per farci fessi.
    Perché il caso Penati è la vergogna del Pd? Perché questo partito che adesso rimprovera a Renzi l’aziendalismo, è macchiato dal peccato originale di Occhetto (peccato aziendalista e di deriva verso le bùbbole della c.d. “società civile), che fondò il Pds e che osa ancora oggi apparire in pubblico, in veste di saggio. Boh! Occhetto fu il responsabile della svolta aziendalista del Pci, che lui volle sottolineare cambiandone il nome da Pci a Pds, e mettendo in castigo, nel simbolo del partito, la falce e il martello, sotto il peso della quercia similprogressista: già, “il nuovo che avanza”. Occhetto, quello che era innamorato pazzo di De Benedetti, per il quale tutta la similsinistra stravedeva: l’imprenditore illuminato, quello che “ci” ha comprato il giornale la Repubblica, la faccia buona del capitalismo (quella cattiva era Berlusconi). La falce e il martello che Occhetto volle penalizzata sarebbero divenuti sempre più piccoli, per poi scomparire del tutto, com’era prevedibile.
    Anche Penati fu un aziendalista, gli piaceva vestire con abiti di buon taglio, soprattutto moderno, mica come i vecchi notabili del Pci che amavano il doppiopetto (compreso il regale Napolitano che — lo ricordo ai più giovani — era un “migliorista”). Ma Penati non era peggiore dei colleghi aziendalisti, anzi era migliore, perché non era ipocrita, o quanto meno non era un sepolcro imbiancato dei più fetidi. Fu pizzicato dalla magistratura, e non escluderei che ci sia stato lo zampino di un delatore di partito, ma in fondo la cosa è inessenziale. È invece importante sottolineare che Penati faceva ombra ad alcuni concorrenti, per i quali la sua incriminazione fu come manna piovuta dal cielo. Penati ricevette un trattamento moralistico di tutto tondo. Come Enzo Tortora è morto di cancro, forse psicosomatico. Pare che la cosiddetta “character assassination” comporti l’indebolimento delle difese immunitarie.
    N.d.Ar.]

    • La pochette a quattro punte dello statista (!) Conte

      Avrei qualche dubbio su Giuseppe Conte “statista”. Questo suo fazzoletto a quattro punte farà furori — immagino — tra i rampolli mongomanageriali della borghesia meridionale che seguono i corsi di perfezionamento (oh, yeah!) della Link Campus University (quella di Elisabetta Trenta, quella di Joseph Mifsud, il professore maltese “scomparso” e collegato al Russiagate di Trump, quella dei Sevizi segreti, quella della lista dei ministri che Di Maio voleva presentare a Mattarella [*]) forse anche tra qualche buzzurro settentrionale.
      A noi di Conte non piace proprio niente, è la personificazione di quel tipo d’italiano per cui ci vergogniamo di essere italiani. Ci è grato invece il ricordo della suocera Ewa Aulin. Lui, il Conte ambiziosetto, avrà detto che, non potendo raggiungere la placida fichitudine della madre giovinetta e reincarnata (che comunque oggi è una bella signora), però si accompagna alla figlia. Padre Pio non ha sicuramente niente da dire in contrario.

      ……………………………………………..
      [*] Di Maio pretese d’imporre al presidente Mattarella la lista dei “suoi” ministri prima che fossero indette regolari consultazioni: oltre che uno sgarbo istituzionale, una dimostrazione dell’infimo livello politico-culturale di Di Maio. In particolare, l’ex bibitaro propose due ministri titolari d’insegnamento presso la Link Campus University: Paola Giannetakis (agl’Interni) ed Elisabetta Trenta (alla Difesa). Agl’Interni andò invece Salvini, mentre alla Difesa andò la Trenta, purtroppo. Si veda la Lista dei Ministri presentata da Di Maio e Link Campus, l’università in cui Luigi Di Maio studia il potere tra boiardi e 007. La Link Campus University, presieduta dall’ex Dc Vincenzo Scotti, già Ministro degl’Interni «viene istituita nel 1999 a Roma come filiazione in Italia dell’Università di Malta e nel settembre 2011 viene riconosciuta quale Università non statale dell’Ordinamento Universitario Italiano» (così si legge nel sito). È legata a frange dei Servizi segreti e funge da incubatore per una certa borghesia meridionale rampante.

  11. Romana permalink

    Il video è in lingua francese, francamente anche io ho avuto qualche difficoltà nell’interpretazione di alcuni passaggi:

    [In questo discorso, a più riprese, il predicato (per la precisione: la copula del predicato nominale) delle proposizioni di Deleuze andrebbe sostituito con il predicato verbale (comprensivo del verbo servile) “deve essere”, o “può essere”. Deleuze come filosofo non è aristotelico, non è galileiano, non è illuminista. Fin qui non ci sarebbe niente di male. IL male sta nella circostanza che le sue argomentazioni procedono come se Aristotele, Galileo, il razionalismo illuminista non fossero mai esistiti. N.d.Ar.]

    • Pertini non era “buono” come si disse. Da vecchio fu narcisista. Ma da giovane fu un uomo vero
      In ogni caso, parlava un ottimo italiano


      Pertini giovane e insurrezionale, non ancora vecchio e istituzionale; e un po’ trombone.

      Da vecchio Pertini fu un po’ — anzi, parecchio — narcisista, fino a diventare bizzoso, stizzoso e pretenzioso. Arrivò a chiedere a Tommaso Giglio, direttore dell’Europeo, la testa di Massimo Fini, il giornalista che si era permesso di criticare la mistica che si costruiva intorno al “presidente buono”.
      Ma da giovane Pertini fu veramente un eroe: quando lui, giovanissimo, era in galera in qualità di antifascista, la madre scese dal paesino di Stella, sull’Appennino ligure (anche Pertini è appenninico, come il buon Bersani) per parlare con gli avvocati socialisti e inoltrare a Mussolini domanda di grazia per il figlio, che però rifiutò la grazia e, prima della grazia, sconfessò la domanda. Era animoso, il giovane Pertini, e non gliene facciamo un colpa: quando il referendum monarchia/repubblica era alle porte, onde evitare preventivamente che Umberto di Savoia, luogotenente del Regno, si facesse venire per la testa idee balzane (Umberto avrebbe potuto, forse, far leva sulla fedeltà dei Carabinieri e innescare una nuova guerra civile) non esitò a intimidire il già timido e delicato Umberto. Trascrivo da Andrea Gandolfo, Sandro Pertini. Dalla Liberazione alla solidarietà nazionale, Aracne, Roma 2013, p. 14:

      Ai primi di maggio del ’45, in occasione dell’arrivo a Milano del luogotenente Umberto , che avrebbe dovuto assistere ad una sfilata di reparti del Corpo Volontari della Libertà, Pertini, d’accordo con il prefetto Lombardi e il direttivo della CLNAI, si pronunciò contro la visita del Principe. Il 4 maggio, la sera prima della parata, si rese protagonista di una bella clamorosa azione dimostrativa contro Umberto, che si trovava a villa Crespi in via De Amicis. Accompagnato da un gruppo di partigiani di una brigata Matteotti, Pertini si recò a villa Crespi a bordo di un autocarro, facendo sparare alcune raffiche di mitra verso le finestre dell’edificio dove il luogotenente e il suo seguito stavano cenando. Appena sentiti gli spari, tutti i presenti all’interno della villa, intimoriti, chiusero immediatamente le luci. Dopo questo episodio il Principe rinunciò a partecipare alla sfilata programmata per il giorno dopo.

      Insomma, invito i lettori, ancora una volta, a “discernere”, cioè a ragionare caso per caso. Ci sono cose ottime in Pertini (la schiena diritta quand’era giovane: mica si era iscritto al Partito socialista per sistemarsi, come certi giovanottini di nostra conoscenza si sono iscritti al Pd; forse, oggi, alcuni pensano perfino d’iscriversi alle “sardine” o al futuro partito di Greta); altre ci piacciono di meno (questa intimidazione a Umberto era proprio necessaria? o non potrebbe aver sortito l’effetto opposto?); altre poi ci disgustano (il narcisismo). Ciò premesso, non esitiamo ad affermare che Pertini parlava un ottimo italiano; anche quando parlava retoricamente, nel suo discorso c’era un dignità che Di Maio, Salvini, Conte ecc. sognano. Si sente in Pertini il buon liceo d’antan; ma il merito è fondamentalmente suo. Anche quel trombone di Scalfaro, altra vecchia baldracca democristiana, parlava come un libro stampato, il suo italiano si caratterizzava per un uso spinto dell’ipotassi che non tutti possono permettersi senza cadere nel ridicolo (un uso impossibile per Di Maio, per Salvini o per un gatto padano) ed era formalmente corretto. Però non c’era dignità nel suo parlare; anzi, era indecoroso, faceva vomitare.

  12. Annalisa permalink

    Nasce il 28 novembre 1898 a Perth, John Wishart, matematico e statistico scozzese.
    Noto per aver formulato, per la prima volta, nel 1928 una distribuzione generalizzata del momento del prodotto, denominata distribuzione Wishart in suo onore, durante la seconda guerra mondiale fu capitano nel Corpo dei servizi segreti.
    Ma quello che mi ha incuriosito, leggendo la sua biografia, è stata la sua morte!
    Wishart, ad Acapulco come rappresentante dell’Organizzazione per l’ alimentazione e l’agricoltura e in missione per istituire un centro di ricerca, annegò a 57 anni dopo aver subito un ictus mentre nuotava nel mare di Revolcadero Beach.
    Forse è stato davvero un incidente o forse no, sta di fatto che andando a curiosare ho trovato un sito in cui sono elencate tutte le morti celebri avvenute ad Acapulco.
    Si scoprono così nomi come Johnny Weissmuller, il primo Tarzan del cinema, o il calciatore Federico Crescentini, al nono posto troviamo proprio John Wishart e tanti altri.
    Personaggi famosi che morirono ad Acapulco
    https://www.ranker.com/list/notable-people-who-died-in-acapulco/reference

    Biografia
    https://en.wikipedia.org/wiki/John_Wishart_(statistician)

    [Prima di pensare a cose strane riguardo alla morte di personaggi celebri ad Acapulco, come per esempio la “maledizione” di Acapulco, campi magnetici malefici e portatori di sfiga professionisti ecc., mi porrei alcune domande sul regime delle correnti e dei venti. Mi domanderei anche quale sia ad Acapulco la proporzione tra bagnanti celebri e bagnanti proletari o impiegati. Un’ispezione sul luogo (che personalmente non mi attrae) potrebbe suggerire ulteriori indagini. N.d.Ar.]

  13. Strumia, apprezzato fisico delle particelle elementari, scienziato dissidente sul piano del politicamente corretto, è stato espulso dal Cern
    Ha commesso l’errore (il crimine?) di affermare che la parità delle opportunità (sacrosanta) non comporta la parità di rappresentanza; anzi, la seconda intoduce gravi e perniciose distorsioni nella prima


    L’articolo dell’Huffington Post presenta nel titolo, tra virgolette, una frase che il fisico Alessandro Strumia non ha mai detto. Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    L’articolo dell’Huffington Post presenta un titolo scorretto, poi però all’interno leggiamo correttamente quanto è scritto nel cartello 17 della conferenza del prof. Alessandro Strumia, tenuta il settembre 2018 al convegno High Energy Theory and Gender organizzato al Cern di Ginevra: «La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini, non si entra per invito».
    Per infelice che sia questa frase, ma soprattutto ingenua, a meno che non si ragioni come il gatto padano, o come il Pedretti (che denunciò Aristide perché si sentiva paragonato a Mengele: ma fece un passaggio logico indebito, e perse la causa) dovrebbe essere evidente che ce ne passa tra l’affermare che i padri della fisica sono uomini come Galileo e Newton e il dire che soltanto gli uomini possono occuparsi di fisica o che gli uomini hanno maggiori attitudini per la fisica. Insomma l’Huffington Post e tutta la stampa politicamente corretta hanno fatto un passaggio logico indebito: come il Pedretti. Si veda nella nostra Pedretteide, a p. 62, il capitoletto “Approfondimento sull’argomento a contrario (e sul dott. Mengele)”.
    A scanso di equivoci, vediamo quanto proiettava sullo schermo il prof. Strumia (la “slàid” # 17, come si dice in linguaggio coglione, cioè il cartello 17):

    Ecco, si è considerato un cartello ingenuo (ingenuo, perché quando ci si esprime su temi scottanti bisogna sempre pensare alla possibilità d’interpretazione malevola: al posto del prof. Strumia avrei adottato qualche contromisura preventiva), se ne è forzato il significato e si è montato il caso. Ma il prof. Strumia voleva solo dimostrare che le bùbbole femministe non hanno fondamento e che semmai, talora (diciamo “talora”, a voler essere buoni), «nella fisica sono gli uomini ad essere discriminati, tanto da finire spesso scavalcati nella carriera da colleghe con meno meriti» (citato dall’Huffington Post).
    Nel suo sito il prof. Strumia ha pubblicato tutti i cartelli proiettati nella conferenza eretica, compreso il 17°, recante altresì l’interpretazione corretta:


    Per leggere i cartelli della presentazione eretica del prof. Strumia, fare clic sull’immagine.

    Bisogna dire che l’inglese del prof. Strumia tende al pedestre, e che nemmeno il suo italiano appare eccelso. Strumia è pisano, come Galileo, ma si è dimenticato di far propria la lezione dell’illustre concittadino: nella polemica con un nemico che non guarda tanto per il sottile, la costruzione del discorso e la sua elocuzione sono importanti. Infatti Galileo, il quale aveva che fare con avversari intelligentissimi, i gesuiti (come dimenticare il padre Lotario Sarsi che lo scienziato stracciò nel suo Saggiatore?), teneva in gran conto tra i suoi libri la Rhetorica ad Herennium. Insomma, a brigante, brigante e mezzo: volete farmi la festa con il cazzeggio retorico? Ed io studio la retorica, saprò sconfiggervi con le vostre armi, visto che non siete in grado d’intdere che «la natura è scritta in cifra matematica».
    Ecco dunque che nel cartello italiano corrispondente a quello inglese, infelice ed ingenuo, Strumia precisa quello che avrebbe dovuto far presente immediatamente, a addirittura esagera, perché c’è un inciso inutile, a mo’ di captatio benevolentiae (quando ricorda che ci fu un tempo in cui l’istruzione era negata alle donne, cosa che lui mai ha negato: né lui, né alcuna persona ragionevole, tanto più in ambito scientifico):

    Versione estesa aggiunta: storicamente la fisica moderna è stata inventata da Galileo, Newton ed altri uomini, in epoche in cui l’accesso specialmente delle donne all’istruzione era difficile: uomini iniziarono a costruire le necessarie istituzioni sviluppando una cultura basata su onestà e meritocrazia: nessuno ha accesso privilegiato su invito, ma chiunque può farsi avanti e venire apprezzato dopo aver mostrato cosa sa fare.

    Ma che cosa veramente voleva dimostrare il prof. Strumia? Niente di più di quel che mostrano i suoi cartelli, che peraltro non sono un capolavoro di tecnica di comunicazione efficace: siamo ai livelli delle Gamba-slàid, alle quali – i lettori affezionati di questo diario ricorderanno – abbiamo accennato più volte, criticandole più che sul piano della qualità (anche su quello, a dire il vero), su quello della mistica aziendalista. In sintesi, come spiega Strumia nel suo diario:

    Semplificando, i dati mostrano che le persone capaci di fare bene ricerca vengono riconosciute indipendentemente dal loro genere. La letteratura scientifica in materia trova risultati simili.
    […] E allora perché certi media e certi convegni raccontano invece che ci sono sessismo e discriminazioni ovunque? Perché questa è la narrativa imposta da una politica (nota in America come “politica delle identità”), che dipinge alcuni gruppi come vittime per conquistare il loro voto. In Nord America questa ideologia ha portato a divisioni ed all’intolleranza del “politically correct”. Per esempio, io sono a favore delle pari opportunità nel senso che «la persona più qualificata deve avere il lavoro» indipendentemente dal suo sesso, razza, religione, orientamento politico, ecc. Ma la frase virgolettata è oggi considerata micro-aggressione nelle Università in California. Dietro a slogan come “diversità, inclusione, eguaglianza” può così celarsi una ideologia politica che non vuole le pari opportunità ma i pari esiti, secondo cui bisognerebbe discriminare rendendo più uguali degli altri quei gruppi che questa politica elegge a vittime.
    […] Pur sapendo quanto è pericoloso presentare dati in contrasto con questa narrativa ho scelto di seguire l’etica della scienza: ho presentato i dati e concluso il talk predicendo che mi sarebbe costato caro. Purtroppo, la predizione era giusta.

    Sì, il prof. Strumia è stato buon profeta. Per aver spiegato che non bisogna confondere la parità delle opportunità con la parità di rappresentanza è stato cacciato dal Cern. In altri tempi l’avrebbero condannato al rogo.

    Per finire, presento questa esposizione dello status quaestionis, per opera di un giovane studente di Scienze (cosiddette) della comunicazione.

    Ottima la ricostruzione dei fatti, anche se non concordo in tutto e per tutto con il commento. In particolare, poiché capisco dove il giovane voglia andare a parare, prendo le distanze dalla condanna del “marxismo culturale”. Ricordo che il Carducci parlò del «manzonismo degli stenterelli», facendo differenza tra il Manzoni e certi scialbi e talora supponenti imitatori. Analogamente, penso che sarebbe stato più appropriato parlare di marxismo degli stenterelli. Proprio così: stenterelli come i giovanottini ambiziosetti di estrazione sottoproletaria o figli inurbati di contadini ricchi (i kulaki orobici) che frequentavano un notaio che a Bergamo faceva parte del gruppo del Manifesto; ma lo facevano più che altro per entrare in una casa borghese, per arrivismo sociale, mica perché fossero marxisti.
    Però riconosco – tenendo fede all’impegno di ragionare, sempre, e caso per caso: l’impegno al discernimento che caratterizza questo diario – che lo studente qui sopra è bravo a comunicare, molto più bravo di Strumia.

  14. Garibaldi eroe dei due mondi e di molte fedi
    Ma non sono le “molte fedi sotto uno stesso cielo” dei cattoprogressisti delle Acli

    Ho visto finalmente per intero il film ‘1860’ girato da Blasetti nel 1934, qualche anno dopo il cinquantenario della morte di Garibaldi, dedicato all’impresa garibaldina di conquista della Sicilia. Ne sono rimasto ammirato. È fuor di dubbio un film di propaganda fascista, anche adesso che, nella versione del dopoguerra, quella che vediamo qui sopra, è stato scorciato del finale, parecchio culilinctorio nei confronti del regime. È noto d’altra parte che si pretendeva allora, durante il ventennio, che le camicie nere fossero eredi naturali delle camicie rosse; ed è chiaramente un’impostura, se appena si pensa che Garibaldi era massone e socialista. Ma Garibaldi, come ci ricorda lo storico Barbèro fu un’icona non soltanto del fascismo, ma della sinistra italiana, quella vera del dopoguerra (e che vera sinistra rimase fino all’avvento sventurato del proto-aziendalista Occhetto), come mostra l’immagine qui sotto.


    Manifesto del Fronte democratico popolare (PCI, PSI e altri partiti minori) fondato nel 1947: sarà sconfitto 1l 18 aprile 1948 dalla coalizione egemonizzata dalla Democrazia Cristiana. Il manifesto è politicamente scorretto perché rappresenta il maschio come un lavoratore e la femmina come fattrice di eredi del maschio. Del resto la sinistra, la sinistra vera, è per definizione politicamente scorretta, da sempre, e programmaticamente.

    Il film di Blasetti fu dunque un film di propaganda, ma è un capolavoro, riconosciuto da buona parte della critica come il capostipite del cinema neorealista italiano. Un capolavoro forse non proprio come l’Alessandro Nevskij di Ėjzenštejn, che fu un film di propaganda stalinista, ma comunque un capolavoro. Un film che va assaporato nell’insieme e nei dettagli, per l’abilità con cui le singole scene, pur staccate, conchiuse e alternate sono poi accostate, lasciando alla mente dello spettatore il còmpito di raccordarle: un po’ come i colori in un quadro di Cézanne. Il paesaggio rurale è di grande efficacia ai fini della caratterizzazione ideologica della narrazione, gli attori di estrazione popolare sono convincenti (non lo erano invece, proprio per niente, in un altro film, girato nel 1971, ambientato anch’esso in Sicilia al tempo dell’avanzata di Garibaldi: Bronte, cronaca di un massacro, per la regia di Florestano VAncini). La mescolanza caotica dei dialetti, lombardo, siciliano, toscano, piemontese, genovese, è voluta e in fondo ha poca importanza che non proprio tutto sia intelligibile: il messaggio, chiarissimo, è che, nonostante le differenze linguistiche, “Qui si fa l’Italia”, come dice Garibaldi, e la sua voce è fuori campo. Anzi, praticamente Garibaldi non si vede quasi, perché prima ancora che uno stratega è il motore primo della Storia. Ed è l’antesignano di Mussolini.

    Il monumento ad Anita Garibaldi sul Gianicolo fu inaugurato precisamente in occasione della ricorrenza della morte di Garibaldi, il cinquantenario, nel 1931. Come sottolinea Mussolini nel discorso d’inaugurazione (tra l’altro, stranamente, qui Mussolini non parla a braccio, ma legge un papiro: o sono solo degli appunti? Non sembra) Anita è rappresentata insieme come guerrigliera, perché nella mano destra ha la pistola con il colpo in canna, e come madre, perché con il braccio siinistro tiene stretto a sé il figlio Menotti. Dovrebbe essere un momento della guerra contro l’Impero del Brasile, nella quale Garibaldi fece — anche — il corsaro: e anche questa è cosa nota.
    In questo monumento equestre, dunque, lo scultore si preoccupa si sottolineare in positivo il ruolo di madre della seconda moglie di Garibaldi, che ebbe tre mogli e un’infinità di amanti: e anche questo è politicamente scorretto. Non so, la questione della valorizzazione del ruolo materno di Anita andrebbe sottoposta all’attenzione della Boldrina, notoriamente sempre all’erta appena si sfiorano temi “di genere” (oh, yeah!): da sempre, anche prima che stringesse amicizia con Asia Argento, ai tempi del #MeToo, movimento di rivendicazione femminista ormai ampiamente sputtanato dalla stessa Asia Argento, che ne fu promotrice.
    A questo punto viene naturale ricordare che la Boldrina intendeva estirpare il cosiddetto “Obelisco Mussolini”. Ne abbiamo parlato in:
    Vecchi e nuovi conigli mediatici della Boldrina
    La pergamena sepolta sotto l’Obelisco “Mussolini”

    Ecco, ci viene in mente che potremmo richiamare l’attenzione della Boldrina sul monumento equestre di Anita Garibaldi, e potremmo anche farle sentire il discorso pronunciato da Mussolini in occasione dell’inaugurazione. Quindi vediamo come reagisce. Mamma mia!
    Se però si è fatta intelligente, potrebbe tenere a freno l’indignazione: conviene a lei, e conviene a tutti, perché ha già fatto male abbastanza con le sue sfuriate, con il ditino alzato, con i sorrisetti asseverativi accompagnati da sculettamento (quando guarda l’uditorio un po’ a destra e un po’ a sinistra, come s’insegna nei corsi per mongomanager). Non dimentichiamo che in America Trump ha vinto le elezioni presidenziali grazie a Hillary Clinton, la donna più antipatica d’America e probabilmente del mondo; che Salvini potrebbe arrivare in Italia, veramente, ai «pieni poteri» evocati nel mese di agosto, grazie anche alla sedimentazione nell’elettorato del ricordo della tirannide — de facto — boldrinesca; e che a Curno, “paese bello da vivere”, la vittoria della destra alle prossime elezioni amministrative è resa altamente probabile dall’incombenza di una continuazione dell’egemonia serrana. Per vincere, la cosiddetta sinistra dovrebbe prendere le distanze dalla linea serrano-crurale: ma dovrebbe farlo subito, mica un mese prima del voto.

  15. Laura Boldrina e Sardina. E se invece ragionassimo? Dietro le sardine non c’è Vladimir Lenin, e nemmeno Daniel Cohn-Bendit


    Messaggio entusiastico lanciato in rete dalla Boldrina.

    La Boldrina si entusiasma per le sardine autoconvocate in piazza del Duomo a Milano: entusiasmo scontato, e che cos’altro, semmai, da parte sua? Mah, per carità, guai a chi dice male delle sardine, che sarebbero i grillini di ieri senza gli errori simil-andreottiani di oggi (sì, ma uno intelligente come Andreotti Di Maio se lo sogna), e che potrebbero tornare utili come sottomarca di una similsinistra fallimentare. Utili, perché in nome delle sardine si potrebbe fare un tentativo disperato di coglionare l’elettorato: come dire, dargli un’alternativa populista a Salvini. Ma noi, che siamo contrari a Salvini proprio perché populista, sosteniamo che l’alternativa a Salvini non è il populismo (vedi i ridicoli tentativi di Di Maio che si candida ad essere il braccio armato per l’esecuzione del Giudizio di Dio sulla società Autostrade, su Atlantia e su Benetton: una “vendetta” barbarica), ma il cammino verso la ragione. Vasto programma, dirà qualcuno. Certo, vasto programma, che però può essere facilitato dal contributo di comunicatori efficaci: bisognerebbe stabilire un’alleanza tra dialettica e retorica, la buona retorica: quella di Quintiliano, per esempio, mica la retorica dei tromboni. In altre parole, invece di contare i “mi piace”, bisognerebbe cercare la cultura, dove ancora sopravvive, e valorizzarla. E contrastare efficacemente la bestia salviniana non con le geremiadi, ma con un lavoro intelligente di demistificazione dell’impostura messa in atto dai consulenti putiniani della Lega. Uno che ha capito queste cose, forse anche perché essendo di buona famiglia — come ha ricordato recentemente in un’intervista a Libero, mi sembra — non ha bisogno di essere populista, è Rutelli, rimpianto sindaco di Roma, soprattutto se si pensa alla Raggi.
    Ma le sardine — lo dico a prezzo di essere redarguito dai benpensanti similprogressisti che disapprovano con la boccuccia atteggiata a culo di gallina — non ci convincono. Recitano un copione vecchio, quello dei “ggiovani” che sono la speranza del futuro, e fin qui passi (anche il fascismo, a dire il vero: ricordate “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”?). Giovanottini ambiziosetti, reduci da una scuola sgarruppata, parlano come se avessero la verità in tasca, manco fossero Cohn-Bendit alla Sorbona nel maggio 1968:

    Siamo ancora all’uno-vale-uno, e, ancora una volta, alla mistica dei numeri. Alla quale mistica rispondiamo dapprima con un esempio: che cosa sono i 25.000 in piazza a Milano a fronte dei 500.000 che nel 1864 accolsero Garibaldi in visita a Londra (con gran sconcerto della Regina Vittoria)? Poi rispondiamo con un principio che teniamo per fermo, in qualunque occasione: le verità non si votano a maggioranza. Questo vale per Salvini e Di Maio, ma vale anche per le sardine. La verità va invece ricercata, caso per caso, e strumento della ricerca non è il conteggio dei like, ma l’osservazione scientifica dei dati, guidata dalla ragione; segue il ragionamento, basato sui dati raccolti, e non sulle speranze, e svolto nel rispetto delle regole del ragionamento (insomma, niente entusiasmo, niente cazzeggio).
    Rutelli — nessuno si meravigli — queste cose le ha capite benissimo. Detto in soldoni, si tratta di analizzare le ragioni del successo di Salvini. Una di queste, forse la principale, è la paura degl’immigrati. Ecco, di qui non si scappa; bisogna prendere il toro per le corna. Bisogna dunque vedere dove Salvini sbaglia, dove è servo di Putin che vorrebbe destabalizzare l’Europa per poi stabilirvi la propria egemonia, ma bisogna anche vedere dove invece ha ragione: meglio, quali appigli, ai quali aggrappa la sua predicazione, siano reali, non esorcizzabili con frasette boldrinesche (o savianesche), come quando si dice che «immigrati sono una risorsa». Qui bisogna ragionare: considerare quali immigrati costituiscano effettivamente una risorsa (come ben sanno le stalle del bresciano e le fabbriche del Veneto, della Lombardia, dell’Emilia), quali costituiscono l’esercito industriale di riserva — sottopagato e senza diritti — per la raccolta dei pomodori (per esempio), quali siano l’esercito industriale di riserva per la delinquenza organizzata. Abbiamo scritto più di una volta che l’Italia non può permettersi il lusso di contrastare il Primo principio della Termodinamica, nemmeno per fare dispetto a Salvini: tale principio è una legge di natura, e con la natura bisogna fare i conti, come sostengono i seguaci di Greta (che poi però partono per la tangente, e sono i primi a dimenticare, come diceva Galileo, che la natura è scritta in cifra matematica). Dunque, se è vero che non è mai troppo tardi (ma sarà vero?), cominciamo a discernere, analizziamo e ragioniamo. La gherminella di questo governo provvisorio in funzione anti-Salvini non può durare a lungo, la speranza di una riscossa elettorale all’insegna delle sardine è foriera di catastrofe. Bisogna tornare alla ragione, sempre che ci sia stata un’epoca in cui la ragione aveva un qualche peso. In ogni caso, mai come oggi, in Italia, la ragione è stata calpestata, sistematicamente.

    • Gianluca da Novara permalink

      Non c’è nessuno che sa odiare di più, come chi di sinistra dichiara la lotta contro l’odio (vedi sardine contro Salvini).

      [Probabilmente lei fa riferimento a qualche fatto specifico che ignoro, al momento. Ho già espresso la mia perplessità sulle speranze riposte da un certa ‘sinistra’ che le Sardine possano essere una panacea — o un purgante, se preferisce — nei confronti di Salvini. Vedo giovanottini ambiziosetti tra le Sardine, parecchia retorica di lega scadente, non vedo un progetto, non vedo un ‘phrontisterion’ d’intellettuali che posano assumerne la guida: come ai tempi della Rivoluzione francese, quando le lavandaie marciarono su Versailles, ma dietro le lavandaie c’erano gl’intellettuali, i ‘philosophes’, pronti a intervenire; o come nella rivoluzione russa, quando Lenin si recò in patria, in vagone piombato, per prenderne la guida; o come nel maggio francese, quando Daniel Cohn Bendit prese la guida del “movimento”: ed era una testa di tutto rispetto. N.d.Ar.]

  16. Conte è “il più grande statista morente”, M5S guarda alla Lega e forse si spacca, Borghi cazzeggia (come al solito)

    Scrive oggi, mercoledì 4 dicembre 2019, il Corriere della Sera: «In Aula, lo sguardo di Luigi Di Maio non incrocia mai quello di Giuseppe Conte. Più spesso finisce per dirigersi verso il leghista Garavaglia, che fu viceministro dell’Economia. Occhiate d’intesa, forse di nostalgia, che fanno il paio con i capannelli del giorno dopo a Montecitorio, dove gruppuscoli di 5 Stelle dispersi confabulano con deputati leghisti, nella parte degli adescatori. Il più attivo è Giancarlo Giorgetti: «Ha ragione Di Maio, per una volta che è coerente, perché gli date contro?».
    Sempre oggi, Claudio Cerasa, direttore del Foglio, afferma che «Il governo del male minore […] offre ogni giorno un valido motivo per essere considerato un male non del tutto minore rispetto al male maggiore scongiurato quest’estate all’epoca della politica del Papeete», e assomiglia la situazione di questo Giuseppe Conte bifronte, improbabile “avvocato degl’italiani” a quella di Prodi, vecchia baldracca democristiana buona per tutte le stagioni. Il governo Conte bis, come il secondo governo Prodi nel 2007, porta con sé un peccato originale che è «il riflesso dei guai della maggioranza di cui il premier in fondo è solo lo specchio». Tanto che Bertinotti, se facesse parte di questo governo, potrebbe dire di Conte quel che disse di Prodi, ieri: «Come vedo Prodi? Con tutto il rispetto, di lui mi viene da dire quello che Flaiano disse di Cardarelli: “È il più grande poeta morente”. Visse ancora alcuni anni. Ma gli ultimi furono terribili».
    Sempre nel Foglio odierno vediamo questa vignetta di Makkox dedicata all’ineffabile Claudio «Aquilini» Borghi, della cui incosciente pericolosità ci occupiamo da tempo. Anzi, è un nostro vanto averla capita per tempo, e averla segnalata ai lettori intelligenti di Nusquamia, quando ancora il fenomeno Borghi non si era manifestato in tutta la sua potenza di sfiga: c’è stato un tempo — ricordo — in cui Borghi apriva bocca e lo spread saliva alle stelle. E Giorgetti, insieme a Calderoli una delle poche persone intelligenti della Lega, era molto preoccupato. Ma Borghi non lo fa apposta, gli piace fare il fico, conta sul plauso dei coglioni, convinti che l’aquilotto sia un economista.

    La vignetta si riferisce a questa esternazione di Claudio «Aquilini» Borghi:

    Ora, è facile che l’italiano populista medio sia portato a dire: ecco, Borghi ha ragione! Dirà così o chi per natura è coglione, oppure pur non essendolo per nascita, manca tuttavia della capacità di discernimento, quella che si apprendeva nel buon liceo gentiliano d’una volta, o anche con l’esercizio di un lavoro artigianale intelligente (che non è come stare dietro lo schermo di un PC a gestire procedure: gl’impiegati sono tutti a rischio di essere o diventare stronzi). Ed è così che Borghi spopola nei talk show.
    Ma se uno appena appena ragiona si domanderà: ma è possibile che la prova che Salvini fosse contrario al MES (spieghiamo l’acronimo: Meccanismo Europeo di Stabilità) sia un messaggio inviato a un suo gruppo WhatsApp? E il Parlamento? Sappiamo bene che si vorrebbe che non conti un fico secco: va bene, però almeno salviamo le apparenze! Dovremmo inoltre bere la panzana raccontata da Borghi, per cui Salvini avrebbe fatto cadere il primo governo Conte in quanto contrario al Mes? Suvvia, e perché allora non l’ha detto subito, come si dice contrario adesso, e mena colpi di clava all’impazzata per dire che non ne sapeva niente (e invece sapeva)? Via, ma proprio il fatto che i cani da guardia leghisti continuino ad arrampicarsi sugli specchi per trovare una ragione plausibile al gesto salvinesco di agosto ci fa pensare che ci sia invece una ragione implausibile. Discutendo in birreria, dissi che quella storia dei finanziamenti in fieri alla Lega, via Salvoini, in forma di tangenti su forniture di petrolio, insomma quella fuga d’intercettazioni di trattative tangentare nell’albergo moscovita poteva essere un segnale di Putin, per ricordare a Salvini chi ha in mano il pallino della destabilizzazione dell’Europa. Un interlocutore disse: «Ma come! Tu dici “probabile”! È sicuro!». Replicai che non abbiamo le prove. Ma sarebbe interessante indagare, per trovare le cause, quali che esse siano, putiniane o meno.
    Il fatto però è che, in questo caso, poiché Salvini e Borghi vogliono proprio aver ragione, a tutti i costi, almeno presso i minus habentes, non rimane loro che mentire in forma di cazzeggio. Cazzeggiano come gli avvocati “paglietta”. Ha buon gioco allora l’altro avvocato, Giuseppe Conte, per il quale non nutriamo alcuna simpatia, anzi sentiamo per lui naturale avversione, a replicare che «sulla riforma del Meccanismo europeo di Stabilità e sulle altre proposte della Commissione europea in merito al completamento dell’Unione economica e monetaria, fin dall’avvio della mia prima esperienza di governo, il Parlamento italiano è stato sempre e costantemente tenuto aggiornato». Non soltanto Conte sostiene di aver informato costantemente il Parlamento, ma pare che sia proprio vero. Si veda per esempio il documento reperibile nel sito del Senato della Repubblica: Vertice euro del 21 giugno 2019.

    Chi ha voglia e talento può leggere l’informativa urgente di Giuseppe Conte al Parlamento, dove ben tre volte sono citati sia Bagnai sia Borghi:

    Ora,
    • vero è che non ci piacciono i rampolli ambiziosetti della borghesia meridionale (Conte è uno di questi), che non hanno problemi a professarsi devoti di Padre Pio, gonfiano i curriculum di meriti che potranno lasciare a bocca aperta il gatto padano, ma lasciano indifferenti noi razionalisti politecnici e antiburocratici (abbiamo a suo tempo pubblicato l’incredibile curriculum di Sebastiano Purcaro, già segretario comunale di Trezzo sull’Adda, poi Segretario della Provincia di Bergamo, attualmente Segretario generale della Città metropoltana di Milano: ricordate?), eventualmente con un piede nella chiacchieratissima Link Campus University (l’Università privata che piace a Di Maio, quella del ministro emerito della Difesa Trenta, quella del maltese Mifsud);
    • vero è che non siamo aprioristici difensori dei prodotti della tecnoburocrazia europea, a difesa dei quali sono invece graniticamente schierati personaggi come il MarcoBattaglia, ambizioso “giovane virgulto” del Pd, colui (ricordate?) che voleva rendere più europeo il “paese bello da vivere”;
    • tutto ciò premesso, proprio in quanto razionalisti, siamo schifati dalla leggerezza, per non dire impudenza, con la quale temi importanti e gravidi di conseguenze per gl’italiani sono trattati da Matteo Salvini, «Giggino» Di Maio, Claudio «Aquilini» Borghi: ovviamente nei limiti dell’indignazione che un razionalista può permettersi, che non è certo l’indignazione serrana; il razionalista si attiene all’oraziano nil admirari, dunque l’indignazione sarà contenuta, senza mai sfociare nel moralismo a norma di cacata carta o nell’isteria, e nemmeno nel sorrisetto asseverativo.

    Ricordo infine che il senatore a vita Mario Monti ha commentato l’ultima sparata di Borghi, ospite della trasmissione di La 7 Omnibus, in questi termini: «È gravissimo: un reato grave che comporta la deliberata diffusione di notizie false per speculare sui mercati».

  17. Bossi graziato da Mattarella
    Fu condannato per aver dato del terrone a Napolitano. Ma non disse proprio così. E fu difeso male in Tribunale

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    Umberto Bossi è stato graziato dall’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella; era stato condannato in quanto reo di aver dato del terrone al Presidente emerito, Giorgio Napolitano. Ma veramente gli diede del terrone, o piuttosto non si prestò a un gioco delle parti, e lui era soltanto una delle due parti?
    Ora, non saremo noi a parlare di un errore giudiziario, come nel caso del povero Enzo Tortora, condannato a dieci anni di carcere e finalmente assolto dopo sette mesi di reclusione. Bossi non può essere paragonato a Tortora, sia per la difformità giuridica dei loro casi, sia per una questione d’irriducibilità culturale (Tortora parlava un italiano perfetto, teneva sul comodino l’Histoire de ma vie di Giacomo Casanova — le sue celebri Memorie –, era una persona colta e educatissima, ai limiti del “fighetto”). Però non è vero che Bossi dicesse “Napolitano è un terrone”. Basta vedere questo filmato, tratto dal telegiornale de La 7. In particolare, si osservi attentamente e si ascolti bene a partire dal min. 2 : 22:

    Di fatto assistiamo a uno spettacolino, prodotto sul palco della Bèrghem Frecc, in stile Cric e Croc. Bossi avvia il giochino delle parti dicendo “Nomen omen”, con chiaro riferimento alla napolitudine di Napolitano; il Pedretti suggerisce al Bossi l’ipotesi che Napolitano sia “terùn”; Bossi risponde, rivolgendosi al Pedretti: “Ah! Non sapevo che fosse terùn”. Ma il condannato sarà Bossi (18 mesi di carcerazione), non per aver detto quello che ha detto, ma per aver detto che Napolitano è un terrone, che non è la stessa cosa. Secondo noi c’è una differenza, e poiché questa differenza non è stata messa in luce in sede di dibattimento processuale, riteniamo che Bossi sia stato condannato anche perché è stato difeso male. Nel corso del dibattimento si disse, è vero, a mo’ di attenuante, che Bossi aveva raccolto mormorazioni che salivano dal pubblico. Ma era un’attenuante debole, che oltre tutto non rispondeva al vero. La verità è quella che vediamo nel filmato qui sopra: la mormorazione nasce sul palco, e il mormoratore è perfettamente identificabile. Questo del resto è quello che scrivevo quattro anni fa, vox clamantis in deserto: (si veda La Lega nord si aspetta che il Pedretti si faccia coraggio e alleggerisca la posizione processuale di Umberto Bossi)

    La battutaccia sulla terronità di Napolitano è stata fatta dal Pedretti, Bossi l’ha semplicemente ripresa in forma dubitativamente ironica: «Ah! Non sapevo che fosse un terùn». Cioè, Bossi non si è dissociato dalla battuta del Pedretti, anzi, visto che teneva lui il microfono in mano, si è prestato a farsene strumento di amplificazione: questo è vero, verissimo, ed è documentato. Ma la battuta è uscita in prima istanza dalla bocca del Pedretti. E anche questo è vero, ed è documentato.

    Direi che siamo di fronte a un classico esempio di difformità della verità processuale rispetto alla verità effettuale. Vedano altri, più bravi di me, come ciò sia potuto accadere. Però, per favore, non venitemi a dire: «Punto! Basta! Non m’interessa!». Chi lo dicesse tradisce la propria cattiva coscienza e si rende più spregevole perfino del cazzeggiatore giuridico, per così dire, “classico” (quello che pur distorcendo il fatto, e cazzeggiando ad libitum, tuttavia non lo nega).

  18. «Tu hai le pupp’a pera»: omaggio a Francesco Nuti

    Nella pagina precedente abbiamo detto bene della trasmissione Maledetti amici miei (si veda Grande e politicamente scorretto Alessandro Haber). A distanza di qualche tempo confermiamo il giudizio e ne diciamo meglio. Questo infatti non è il solito “prodotto” di rimbecillimento di massa: anzi, qui la Rai ha sfornato un programma d’intrattenimento di alta qualità, ai livelli di Quelli della notte. Anche meglio, direi, perché qui non c’è venatura di populismo (di questi tempi, l’assenza di populismo è qualità rara, di gran pregio). Finalmente qualcosa che non ha il significato di un cazzotto in bocca sferrato dal buzzurro di turno contro i cittadini residuali dotati d’intelligenza e cultura. Le puntate del programma sono visibili, ancora non so per quanto tempo, su Raiplay: vedi Maledetti amici miei.
    In particolare, lunedì scorso Giovanni Veronesi ha reso omaggio a Francesco Nuti, l’amico malandato (ma proprio qui si vede l’amicizia: amicus certus in re incerta cernitur), con la serenata che ascoltiamo nel video qui sopra, cantata con il fratello e la figlia, dolcissima, del comico toscano, sotto le finestre della clinica romana dove l’amico passa insensibilmente, forse, i suoi giorni e le sue notti.
    Qui sotto, le Pupp’a pera interpretate da Nuti, con quella sua faccia così, meravigliosa, nel film Madonna che silenzio c’è stasera:

    • Alessandro Haber canta Paolo Conte

      Sempre nella puntata di lunedì scorso, nella trasmissione Maledetti amici miei, Haber ha intonato la canzone di Paolo Conte Con te non ci sto più, con questa sua bellissima voce strascicata. L’ha intonata, poi però per esigenze di copione, tutto è andato in puttana: Haber deve fare la parte dell’amico “vecchio”, con un bellissimo passato, ma nel presente sull’orlo del rincoglionimento (accettando questo ruolo dimostra grande spirito, ed è bravissimo). Però Haber questa canzone l’ha incisa per davvero.
      Questa stessa canzone è il pezzo forte della colonna musicale del film Arrivederci, amore, ciao (il titolo coincide con un verso della canzone), cantata da Caterina Caselli. Ma l’interpretazione di Haber è più espressiva e rende giustizia alla bellezza del testo. Il film è interpretato da Alessio Boni, nella parte di un terrorista, da Michele Placido, nella parte di un poliziotto stronzo (finalmente un’interpretazione efficace dell’attore nonché — ahinoi — regista presuntuosetto) e Isabella Ferrari nella parte, che le diventerà abituale — anzi forse tutto comincia da questo film — della “vecchia che scopa” (vedi Caos calmo, La grande bellezza ecc.).

  19. Sempre peggio permalink

    Date un assegno di mantenimento a Woody Allen, è diventato un problema.

    [Non capisco. Il riferimento è all’ultimo film di Woody Allen (‘Un giorno di pioggia a New York’)? Su questo film nutro un forte pregiudizio positivo, come pure sull’ultimo film di Roman Polanski, dedicato all’affaire Dreyfus. Sono entrambi proiettati nelle sale cinematografiche, proprio di questi giorni. Nessuno dei due, a quanto pare, piace alle femministe del #Me Too (capitanate dalla valorosa Asia Argento, la molestatrice/molestata), dunque non dovrebbero piacere nemmeno alla Boldrina (che si era recata a New York con Asia Argento, alle Nazioni Unite, per far sentire la voce del #Me Too), e nemmeno, se tanto mi dà tanto, alla “determinata” Lella Costa, che ha appena ricevuto l’Ambrogino d’oro (e se lo tenga: Lella Costa fa parte della compagnia di giro “Molte fedi sotto uno stesso cielo”): «…e ho detto tutto», come diceva Totò.
    I moralisti da tanto al chilo confondono l’opera con la vita dell’artista. Alla stessa stregua dovremmo giudicare una schifezza i quadri di Caravaggio che fu assassino e pedofilo. Mi rifiuto di ragionare a questi livelli infimi, perché non sarebbe un ragionare. Merda!
    Nutro invece un forte pregiudizio negativo su ‘Il Traditore’ di Bellocchio, che però mi sacrificherò a vedere. Dicono tutti che Muccino sia bravo, e non lo metto in dubbio. Questo è un film scritto per la borghesia “de sinistra”, per quelli (“quelle”, in particolare)che ne hanno combinate di tutti i colori, hanno calpestato e continuano a calpestare la morale naturale, ma poi si entusiasmano per la figura di Buscetta (a suo tempo divenuta un’icona, anche per merito del discutibile giornalista Enzo Biagi), perché Buscetta sarebbe — dicono — un assassino, certo, ma anche “un uomo d’onore”. Che è tutto dire, se affermato da coloro che dell’onore hanno fatto strame. Perché dicono così? Perché la borghesia “de sinistra” pretende di riabilitarsi senza muovere un dito, senza uno straccio di autocritica: ma è un’impostura. Il film di Bellocchio è stato «festeggiato» — così scrivono i giornali — a Cannes, ma non è stato premiato; è stato oggetto di «manifestazioni di entusiasmo» (dicono) al 57° New York Film Festival, ma non è stato premiato; al Torino Film Festival, conclusosi qualche giorno fa, era candidato a due o tre riconoscimenti, e le pubbliche relazioni dicevano che «è un film da non perdere», ma non è stato premiato; è candidato a rappresentare l’Italia nell’assegnazione prossima ventura degli Oscar: speriamo che non sia premiato.
    Bellocchio — apprendo dai giornali — ha girato moltissimo materiale, perché in origine ‘Il traditore’ doveva essere una serie televisiva, come ‘La piovra’, interpretata da Placido, che ebbe grandissimo successo quando le damazze borghesi ‘de sinistra’ impazzivano per una narrazione della mafia che tacitava la loro cattiva coscienza, e impazzivano soprattutto per Placido, che da quel momento in poi si mise in testa di essere “impegnato” e perfino un intellettuale. Sì, ‘Il traditore’ doveva essere una serie di successo, poi però qualcuno ha detto che non si vedevano all’orizzonte abbastanza “like”. Bellocchio, che ha tradito se stesso, quell’artista meraviglioso che fu al tempo dei ‘Pugni in tasca’, adesso va pazzo per i “like”, è diventato un artista per damazze, che non ha voluto deludere. Perciò, anche se il taglio di un film (le inquadrature, principalmente) è diverso da quello di una serie televisiva, ha sforbiciato e montato il materiale per farne il suo ‘Traditore’, ora alla compulsiva ricerca di riconoscimenti istituzionali.
    Sarà un sacrificio vedere questo film, ma prima o poi lo vedrò. Per il momento posso solo dire “Non l’ho visto, e non mi piace”. Ma perché Bellocchio non si decide finalmente a girare un film su se stesso, tutto su se se tesso? Lascio al lettore sagace indovinare quale potrebbe essere il titolo di questo film.
    N.d.Ar.]

    • ‘Un giorno di pioggia a New York’: provino-recensione

      [Una volta si diceva così: “provino”, mica trailer. Ed era molto meglio: sì ma vallo a spiegare a quei mentecatti del “nuovo che avanza”, ai buzzurri, ai culturalmente deprivati. N.d.Ar.]

    • Due mondi a confronto
      Meglio un soliloquio ansiogeno, gravido di “determinazione”, condito di sorrisetti asseverativi, o una garbata, pacata, educata conversazione?

      Qui sopra, Lella Costa, della quale si diceva sopra, di recente insignita dell’Ambrogino d’oro. Sotto, Monica Bellucci intervistata a proposito del film Malèna.

  20. Nani e ballerine, è il trionfo dell'italiano medio. permalink

    “Al peggio non c’è mai fine”

    Così oggi stanno le cose, i politici inseguono l’italiano medio per raccogliere il consenso e Salvini, o il suo staff, sono al momento i migliori in questa gara di buzzurraggine imperante.

    La lega salviniana ha una forte trazione statalista che tanto fa presa sull’elettorato del sud, difatti la presenza di esponenti meridionali, non certo di primo pelo, è in netto aumento nelle file del partito.
    Se confermati i sondaggi, alle prossime elezioni Salvini riempirà liste e seggi, e successivamente le poltrone in parlamento, di personaggi che faranno rimpiangere perfino Razzi, l’amico del viaggio in Corea del nord.
    Domanda: in un partito di questo livello, con gente come Borghi a capo della commissione finanze, si può ipotizzare un rientro, diretto o indiretto, del quasi rimpianto Pedretti?

    Pedretti ci sapeva fare, nei modi e nello stile ha perfino anticipato Salvini stesso.
    Salvini in fondo a ben vedere è un Pedretti al cubo.

    • Salvini il fedifrago in salsa curnense

      È ormai da un bel po’ che mi son fatto un dovere di non meravigliarmi di niente, mai. Non me l’ha detto il medico, capisco da solo che se mi meravigliassi mi farei del male. Proprio per questo alle volte immagino scenari catastrofici per la Lombardia, l’Italia e l’Europa, così da non trovarmi impreparato. Anzi quando vedo, per esempio, che ancora non è stata varata una legge per cui se un uomo ingravida una donna, sarà poi costretto a “condividere” la gravidanza a metà, e che se poi ottiene per sorteggio la seconda parte della gravidanza, dovrà essere lui a partorire il nascituro, dall’ano (grazie ai progressi della medicina), beh, tiro un sospiro di sollievo, per lo spazio di un minuto divento ottimista e mi dico che forse riuscirò a morire senza vedere questa e altre simili sconcezze.


      “Lady Papeete”, moglie di Massimo Casanova titolare dello stabilimento di Milano Marittima dove Salvini si esibiva quest’estate: da ministro dell’Interno!

      Dunque, se Salvini intende candidare Lady Papeete, di che ci meravigliamo? Ci è andata bene (meglio: è andata bene a coloro che continuano a giurare sulle parole di Salvini, risultando sputtanati per tre quarti, invece che per intero: ne conosciamo qualcuno, al quale va il nostro affettuoso saluto), che il piùcchefedifrago “capitano” della Lega non più nord, ma Lega levantina, non abbia candidato il travestito turco Efe Bal, con il quale ci fu una bollente stagione di amorosi sensi (vedi sotto).

      Quanto al Pedretti, sono d’accordo con lei: fu un precursore. Anche in questo Curno si è dimostrato, più che bello da vivere, un paese-cavia. Secondo me la Lega potrebbe fare il primo passo e riprenderlo con sé. Il Pedretti ci starebbe: o non ha visto i frequenti richiami al Conte-zio, in attesa della chiamata risolutrice, quella che gli darà accesso a un selfie a due come al buon tempo antico, entrambi in bermuda con i peli delle gambe ignude al vento?

  21. A proposito di prescrizione

    Scrive oggi, martedì 10 dicembre 2019, Mattia Feltri sulla Stampa:

    Signor presidente della Camera, onorevole Roberto Fico, lei ieri si è augurato che il Parlamento abolisca al più presto la prescrizione poiché ne beneficiano i ricchi, i quali possono permettersi avvocati in gamba, padroni di ogni cavillo buono a trascinare il processo all’estinzione.
    Una sciocchezza del genere è indegna della sua carica, signor presidente, siccome di 129 mila processi prescritti nel 2017 […] quasi centomila si sono prescritti prima ancora di arrivare in tribunale; quindi erano fascicoli rimasti lì a far polvere.
    […] Ma se è tanto sconcertato dalla capacità [da parte degli avvocati cazzeggiatori: N.d.Ar.] di piegare i codici a proprio vantaggio, signor Presidente, ed è tanto preoccupato della sorte dei poveri cristi, mi premuro di fornirle i numeri degl’innocenti finiti in carcere (solo quelli intanto risarciti dallo Stato, ma sono molti di più): dal 1992 al 2218, oltre 27.000. Più di 1000 all’anno. Tre al giorno. Uno ogni otto ore.

    Non intendo aggiungere parole a queste considerazioni di Mattia Feltri (che, sia detto per inciso, è schierato su posizioni autenticamente progressiste, cioè non simil-progressiste, alla maniera della Clintona, della Boldrina, della dott.ssa Serra e di Lella Costa: lo dico per sbarrare la strada al gaglioffo di turno che, per sviare il discorso, vorrà ricordarci che Mattia è figlio di Vittorio Feltri): troppe parole potrebbero annacquare il messaggio e far velo alla sua pregnanza.
    A latere, come si dice, delle parole che abbiamo letto, e non per commentarle, mi domando come un opinionista della qualità di Peter Gomez, un giornalista che rispetto (c’è in lui un tratto di nobiltà che non riesco a cogliere in Marco Travaglio e in Andrea Scanzi, per non parlare dei populisti-giustizialisti di risulta), possa prescindere da considerazioni come quelle di Mattia Feltri, che certamente gli sono pervenute alle orecchie.
    Sempre a latere, e riprendendo uno dei leitmotiv di questo diario reziale, mi domando se veramente non si possa far niente contro l’inveterata abitudine di certi avvocati al cazzeggio spudorato. Fra le tante commissioni inutili che s’insediano alle Camere, mi domando se non sia il caso di istituirne una sul cazzeggio dei causidici. Non mi sfugge tuttavia – metto le mani avanti – il pericolo che la commissione cazzeggi sul cazzeggio.

    • Doctor Gandalf ad Parnassum permalink

      Critica della critica critica, Jenny von Westphalen

      [‘La sacra famiglia’, ovvero la ‘Critica della critica critica’ è opera scritta a quattro mani da Karl Marx e Friedrich Engels. Jenny von Westphalen è la moglie di Karl Marx.
      Immagino che il titolo dell’opera faccia riferimento a quanto scrivevo, riguardo alla triste possibilità che alle Camere s’insediasse una commissione sul cazzeggio giuridico che poi di fatto cazzeggerebbe sul cazzeggio.
      Osserviamo, ‘en passant’, che quello del cazzeggio giuridico è uno dei mali principali del’Italia. La commissione sul cazzeggio dovrebbe quantificare il danno che ogni anno l’Italia subisce per via delle iniziative di cazzeggio giuridico sollecitato dagli avvocati: sia per fare soldi, sia per il gusto di fare i burattinai dell’Italia. L’importo del cazzeggio giuridico, che impoverisce gl’italiani e li priva del sonno, è probabilmente equiparabile a una “finanziaria”, come di dice. Gli avvocati cazzeggiatori con il loro triste corteo di agrimensori cazzeggiatori, sono nemici del popolo.
      N.d.Ar.]

  22. Aggiornamento sulla miseria felino-curnense

    È vero, quando mi càpita di dover denotare un qualche episodio o un modo di fare come sordido, buzzurro e bestialmente cattivo, mi vien fatto di citare qualche esempio in relazione diretta o indiretta con il gatto padano. Lo faccio per rendere immediata la comunicazione, essendo il gatto padano uno degli esponenti più in vista dello zoo di Nusquamia, sulla scia di una tradizione che risale ad Esopo, pervenuta a noi via Fedro e La Fontaine. Le favole degli animali ci aiutano a comprendere le virtù e soprattutto i vizi degli uomini.
    Ma il gatto padano non ama di essere portato ad esempio, e lo capisco. Perciò di tanto in tanto si vendica dedicando all’autore di questo nobile diario qualche pezzo del suo diario ignobile. L’ultimo è stato riportato nel numero 1139, quindi replicato nel numero 1142, sotto l’intestazione che qui sotto riportiamo, e che di per sé ci offre un’idea del livello socioculturale del gatto.

    Quando poi la rabbia è davvero incontenibile, costui firma pezzulli in tono di avvertimento, come questo:

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    Non intendiamo polemizzare con il gatto in forma di precisazione, cosa che a lui farebbe molto piacere, per non dare alla vecchia zabetta malefica modo di aggiustare il tiro della narrazione. L’abbiamo fatto in qualche caso sporadico, laddove le sue calunnie con punto interrogativo o le sue insinuazioni avessero potuto dare adito a una denunzia (verisimilmente anonima) che comunque costituisce una grossa seccatura. Ha un bel dire il gatto che «chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere, se contro gli scrivono lettere o denunce anonime» (vedi numero 1065 del diario felino). Lui è perfettamente consapevole della cattiveria di una denuncia anonima tant’è che un giorno, a proposito delle denunce del Pedretti (denunce palesi, ma che comunque costituirono una grossa seccatura, ancorché andassero a mal partito, per il Pedretti) scrisse compiaciuto: «Allora, Aristide, ci vuoi dire quanti soldini ti è venuta a costare quella denuncia? Quante migliaia di euro?». Non dimentichiamo che il gatto fu consulente giuridico del Pedretti nel corso della seconda denuncia, e che, proprio in relazione a quella, mi ammoniva a non essere così sicuro del fatto mio perché, secondo lui, e forse proprio grazie a lui, il Pedretti si sarebbe nel frattempo fatto «più furbo». Con il senno del poi, diremo che quella del gatto fu una consulenza per il Pedretti sfigata.
    Insomma, il gatto vuol essere veramente terribile sul piano delle cacate carte; ne siamo consapevoli e non per questo ci facciamo intimidire. Come del resto abbiamo continuato a scrivere senza farci intimidire dalla fatwa delle “plocade”. In ogni caso, non abbiamo intenzione di “dialogare”, come pure a lui piacerebbe, con il rappresentante di uno stadio arretrato dell’evoluzione dell’uomo sapiens sapiens nel cammino della civiltà. Siamo persone educate, abbiamo avuto la fortuna di ricevere un’istruzione di buon livello, abbiamo un animo non ignobile e ne siamo moderatamente orgogliosi. Non abbiamo pertanto intenzione di scendere ai livelli di un contadino kulak il cui cervello è devastato da un tumore, quello del delirio di potenza agrimensurale. Ma, anche rimanendo nei confini dell’Italia (i kulaki sono, o furono, i contadini ricchi in Russia) non mancarono da noi — né mancheranno, temo — gli esempi di volontà di potenza contadinesca, o simil-contadinesca: si veda Il padrone sono me!, di Alfredo Panzini.
    Senza dunque dialogare con il gatto padano, che sarebbe degradante per me come per qualsiasi persona bennata (giudichi il lettore se valga la pena dialogare con un essere di tal fatta, leggendo il suo Curriculum vitae), ma a beneficio del lettore intelligente di Nusquamia, dirò tuttavia che per avventura il gatto padano potrebbe anche avere ragione, in qualche caso circoscritto. Per esempio, quando si parla delle scor[r]egge delle mucche: avevo scritto su questo diario un articolo a commento di un intervento di un parlamentare europeo riguardo al buco dell’ozono e alla responsabilità delle mucche. In quell’articolo riportavo un dato sbagliato, che mi affrettai a correggere, proprio grazie al gatto padano (ma lui scrive come se quell’errore fosse ancora presente nel nostro nobile diario). Scrivevo infatti :

    Ciò premesso, e venendo al gatto padano, egli osserva giustamente che le mucche non sono responsabili del 37 % delle emissioni alle quali si attribuisce il riscaldamento globale della Terra, contrariamente a quanto si legge nell’articolo da me citato: «Cattle and other ruminants are significant producers of the greenhouse gas methane – contributing 37 per cent of the methane emissions resulting from human activity». Più correttamente si dirà che «le fermentazioni enteriche rappresentano la più grande fonte di produzione di metano, contribuendo circa al 40% del totale delle emissioni nel settore zootecnico» (così si legge nella summenzionata tesi di laurea), e che le mucche, con il loro metano, sono responsabili di gran parte di quel contributo.

    È tutto spiegato nell’articolo di Nusquamia Contro le scoregge e i rutti delle mucche, un rimedio basato sull’aglio, alternativo alla manipolazione genetica della mucca.

    Non siamo infallibili e, se qualche volta sbagliamo, riconosciamo l’errore. Infatti abbiamo corretto l’articolo di Nusquamia Contro il riscaldamento globale, la selezione di una nuova razza di vacche così che il nostro nobile diario non riportasse dati inesatti.

    Questo avevamo da dire, perché il lettore intelligente di Nusquamia avesse sotto gli occhi un esempio della differenza che corre tra un gentiluomo e un contadino kulak pervaso da improvvido delirio di potenza.
    Non ci risulta che il gatto padano abbia mai chiesto scusa per le innumerevoli calunnie, con e senza punto interrogativo, per le insinuazioni malevole, per i falsi puntualmente documentati nel suo Curriculum vitae.

  23. Svelato il mistero del gatto padano

    Ha fatto tutto lui. Il gatto non nega di essere un contadino (contadino kulak, aggiungiamo noi, ché l’appartenenza di classe permane anche quando eventualmente si sia dilapidato il patrimonio: cosa che non sappiamo e non c’interessa); non nega di essere stato allevatore di bovini; né tampoco nega di essere agrimensore (nell’accezione recente del termine, per cui l’agrimensore opera di concerto con un avvocato cazzeggiatore giuridico, onde viene naturale all’agrimensore appassionarsi al cazzeggio. Dunque non è apparentabile all'”agrimensore K” del romanzo Il castello di Kafka.
    Ma ecco che il gatto tira fuori dalla manica, di punto in bianco, due carte di tutto rispetto: possiede un secondo diploma, oltre quello di agrimensore; detiene inoltre «una laurea arrivata fuori tempo massimo». Ciumbia!
    Si veda quanto pubblica nel numero 1070 del suo diario reziale:

    Ah, ecco, così si spiega tutto. In particolare, così si spiega perché vorrebbe che borse di studio assegnate agli studenti meritevoli di Curno li portassero a studiare, non già all’UniBg (così lui chiama con malcelato disprezzo l’Università di Bergamo), che lui giudica poco idonea a menti curnensi, ma in un prestigiosa università bostoniana, dove si è verisimilmente laureato lui! Ecco perché tratta dall’alto in basso le dott.sse Serra e Gamba: non per la loro deriva cattoprogressista, cattoaziendalista, ma per una questione di prestigio accademico! L’UniBg — dice lui — non figura ai primi posti nelle classifiche delle Università italiane, a norma di cacata carta. Figuriamoci nel mondo. Tutti dovrebbero avere la possibilità di studiare in Atenei d’eccellenza: proprio come lui, il gatto padano.

    Mah…

  24. Annalisa permalink

    Forse noi dovremmo augurarci che vi finiscano alcuni studenti e alcuni genitori (nella spazzatura):

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    [Attenzione, non basta dire che il politico è “laureato”. C’è laurea e laurea. Per esempio, c’è a Roma una Università privata (cattolica, credo) che accetta gl’impiegati della pubblica amministrazione da tuta Italia (Bergamo compresa) e abbuona loro un considerevole numero di esami, perché loro avrebbero ben meritato della materie passate in cavalleria, lavorando. Io sarei pronto a scommettere che questi impiegati — con l’aggravante di essere impiegati pubblici — in vita loro hanno lavorato ben poco, verisimilmente impegnati in strategie di carriera delle quali la laurea è soltanto una tappa.
    Poi ci sono gli agrimensori che seguono un corso di aggiornamento al Politecnico di Milano, dopodiché si spacciano per laureati, o comunque per discepoli del Politecnico. Parlo per esperienza personale, perché in un condominio, che non dico, c’era un condòmino-agrimensore che spingeva per l’adozione di certe soluzioni di coibentazione (con probabile stecca del fornitore all’agrimensore) e diceva che quella era la soluzione migliore, perché l’aveva appresa al Politecnico di Milano. Cioè faceva un uso miserabile del principio di autorità, pur non essendo lui un’autorità, soprattutto pur non essendo affidabile. Ma usava il prestigio del Politecnico di Milano.
    Ma anche nel paese bello da vivere non mancano alcuni esempi significativi. C’era una volta un’assessora (lo dico boldrinescamente), ambiziosissima, che fece apporre all’ingresso del suo ufficio la targa «dott.ssa…». Non era laureata; però, a “dimostrazione” (seh…) che invece era tale, s’iscrisse a un corso tenuto presso una sezione distaccata dell’Univerisità di Bergamo, a Treviglio. Quel corso era aperto a diplomati e laureati della Pubblica amministrazione. Lei vi entrò come diplomata: poi però, quando ebbe il diplomino, lo fece circolare via posta elettronica, lasciando intendere che fosse il diploma di un corso ‘post lauream’. È probabile che non dicesse esplicitamente ‘post lauream’, ma contava su un certo effetto di trascinamento dei significati.
    Sempre nel paese bello da vivere, l’ultima è che il gatto padano, che si accinge a far pesare nella politichetta curnense il carico dei suoi dossier pecorelliani, con i quali conta di assumere i pieni poteri per interposta persona (è da escludere che possa candidarsi), sarebbe — dice — laureato. E la sua sarebbe una laurea di ben altro prestigio di quella dell’Università di Bergamo (lui la chiama UniBg), della quale ornarono il capo la dott.ssa Serra e la dott.ssa Gamba. Che il gatto sia laureato al prestigioso MIT – Massachussetts Institute of Technology di Boston?


    Gattolaureato.

    Già, ma c’è laurea e laurea, dicevamo. E ci sono lauree tarocche. E in ogni caso non ci facciamo impressionare dalle cacate carte. N.d.Ar.]

  25. Sandra permalink

    Un bell’articolo. Come ormai se ne leggono pochi.
    A me Renzi non ha mai suscitato antipatia, ma solo tanta delusione. Lo votai come Sindaco credendo in una rivoluzione Fiorentina e invece ci ha lasciato nelle mani di Nardella.

    [Di questo articolo [fare clic sull’immagine per leggerlo] condivido soprattutto l’osservazione che Renzi ha le sue brave responsabilità nell’innesco del populismo, che dopo lui è cresciuto a dismisura. Quell’espressione, “la rottamazione”, a carico di Bersani & Co, era odiosa, eppure piaceva tanto: agl’italiani e ai giornalisti. Forse non a tutti, che però mancarono il loro dovere di analizzare dove Bersani non fosse del tutto all’altezza dei problemi del paese (non lo era), ma avevano perso per strada, forse per sempre, il principio che a un uomo politico si chiede una dirittura morale, come quella di questo macigno appenninico, che nessun pacchetto di slàid preparati dalla McKinsey potrà sostituire. Molti hanno dimenticato o fanno finta di dimenticare. Noi ricordiamo.
    Per il resto l’articolo mi sembra scontato, scritto di malavoglia, un modesto contributo alla caccia grossa al nuovo “cinghialone”. Sono d’accordo con quel che scrive Travaglio, quando afferma che una donazione alla fondazione legata a un partito è regolare se non c’è contropartita, altrimenti è una tangente. Ma perché soltanto le fondazioni di Renzi? Le fondazioni bancarie e quelle più cervellotiche, non sono altrettanto degne di discussione? Conosco l’antifona: ma qui c’è notizia di reato, la magistratura deve procedere. Infatti, penso che la magistratura debba procedere. QUello che è sbagliato è che non proceda il discorso politico.
    N.d.Ar.]

  26. L’ultima carognata del gatto padano

    Il gatto padano aveva preannunziato la sua strategia nel numero 1142 del suo diario. Scriveva infatti del sottoscritto: «Da qualche settimana latitava un po’ dalla latrina e le beghine indigene mormoravano fosse stato vittima (chissà perché) di un pestaggio familiare, e invece eccolo risorto che svirgola sulla Latrina».
    Questa storia del «pestaggio familiare» forse non diceva niente al lettore distratto, ma diceva qualcosa a me e, forse, a chi conosce il gatto padano e sa quanto sia carogna. Era infatti un avvertimento, indirizzato al sottoscritto: non calpestarmi i piedi, perché io non ci metto niente a tirare fuori dai miei dossier qualcosa che ti potrebbe recare gran dispiacere.
    L’avvertimento era la risposta del gatto che non gradiva che il suo nome fosse associato a quanto di sordido possa concepirsi, e farsi, nel “paese bello da vivere”. Questa era la mia colpa, antica e presente: avevo appena parlato, per esempio, di «sottoproletari o figli inurbati di contadini ricchi (i kulaki orobici) che frequentavano un notaio che a Bergamo faceva parte del gruppo del Manifesto; ma lo facevano più che altro per entrare in una casa borghese, per arrivismo sociale, mica perché fossero marxisti», e altre cose simili che lui non deve aver gradito.
    Ma ecco che nel numero 1145 del suo diario, il gatto torna sull’argomento, essendo stato pizzicato sulla sbruffonata della «laurea tardiva». Scrive dunque il gatto, attingendo alle fiches del suo malefico dossier:

    Insomma, un secondo avvertimento: “Aristide guarda che io ho per le mani un argomento per te molto doloroso, e tu lo sai: come vedi, ti tengo in pugno. E, tutte le volte che mi dài noia, te la faccio pagare”.
    Dunque io sarei sotto schiaffo, ridotto nell’angolo, costretto a subire l’iniziativa della vecchia zabetta malefica: vero, se taccio. Se invece non ho paura del ricatto, per quanto odioso esso sia, il gatto apparirà per quello che è, come l’abbiamo ampiamente descritto in questo suo curriculum vitae: solo che questa sua ultima prodezza di tutte mi sembra la più ignobile.


    Fare clic sull’immagine per leggere, opportunamente classificate, alcune prodezze, bassezze, slealtà, insinuazioni calunniose, conati di delazione da parte del gatto padano.

    Ma io ho sempre tenuto per fermo che se qualche bandito ti ricatta e confida nel tuo silenzio, motivato dal dolore, sei perdente in partenza, perché lui aumenterà la dose, aggiungendo alla narrazione dettagli inverosimili, e tutti a tuo sfavore, se non reagisci tempestivamente. Bisogna rompere il circolo del ricatto, perciò parlo. Narrerò la cosa in breve, per sommi capi e senza niente concedere al gusto morboso di questo essere abietto, il gatto, che ride soltanto delle disgrazie altrui.
    Dunque io ho un figlio che si trovava, e si trova ancora, un una casa di cura a 250 km di distanza da casa mia, affetto da una grave sintomatologia di disturbo bipolare. Però un giorno di quasi tre anni fa fugge dalla casa di cura, prende il treno, quindi la metropolitana e un autobus di collegamento Gessate-Trezzo. Dentro una sacca nera ha una mazza da muratore, con la quale mi distrugge la casa: sanitari, specchiere, marmi, computer, oggetti d’antiquariato. Io sono vivo per miracolo, essendo riuscito a infilarmi per la tromba delle scale, e fuggire. Non entro in ulteriori particolari, perché vorrei evitare che il gatto godesse oltre misura. E lo diffido dal formulare domande, del tipo: «Aristide ci deve ancora spiegare…». No, non devo spiegare un bel niente, certo non devo consegnarmi nelle mani di un essere abietto.

    Per completare il quadro – lo dico nel caso in cui il gatto sia in possesso anche di questa seconda notizia, sempre buona per farmi del male – dirò che il fratello minore di questo figlio che doveva distruggermi la casa – e la distrusse, in parte – affetto anche lui da morbo bipolare, vent’anni prima si era tolto la vita ricorrendo alla “morte dolce”. La cosa ti fa godere, gatto? Ebbene, allora sii maledetto: gaglioffo, sordido contadino kulak.
    Entrambi questi figli furono affidati alla madre con sentenza di separazione invocata in nome dei sacri principi femministi, che allora imperversavano ben più temibili di adesso. Per incredibile che possa sembrare, la sentenza di separazione durò quindici minuti, incoraggiata dal giudice: «Ma certo: due professionisti!». I figli avevano quattro e cinque anni, videro i sorci verdi. Resistettero per qualche tempo, poi la loro psiche cominciò a vacillare. Cercavo di mettere delle toppe, facevamo delle gite, svolgevamo i compiti insieme, pagavo quel che c’era da pagare, poi la situazione cominciò a precipitare, per entrambi. Si contendevano l’affetto esclusivo della mamma, che minacciava di abbandonarli (un po’ com nel romanzo di John Steibeck La valle dell’Eden: solo che nel libro la mamma era una puttana e non una femminista); qualche volta prendevo ora l’uno, ora l’altro, a casa mia, ma sentivano questa decisione, voluta dalla mamma che non ce la faceva a governarli insieme, come una reclusione, perché avevano “segnato” quel territorio del quale ognuno voleva l’esclusiva. Non intendo aggiungere altri particolari, perché doloroso è il ricordo.

    E adesso godi, gatto padano! Merdaccia!
    Però, come vedi, il ricatto non ha funzionato. Non con me.

    • Al mercato delle vacche

      Il gatto padano (numero 1147 del suo diario) azzarda una risposta a quanto ho scritto qui sopra: al solito, parlando d’altro. Non ho intenzione d’intavolare un nobile dialogo (catto-irenico-giovanneo?) con un simile gaglioffo, ma se dovessi discutere con un mio pari, cercherei di metterlo sulla buona strada: vedi, tu stai spostando l’asse del problema, introduci nuovi (più o meno cacati) vincoli alla questione in essere, ma qui è d’uopo rammentare il rasoio di Occam, “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”, se si è in buona fede; ovvero, in caso di malafede, ed è il caso presente, si parlerà di “ignoratio elenchi”. Ma poiché il gatto padano è malamente acculturato, colmo di complessi d’inferiorità, conti da regolare con il mondo intero, e invidie, sarà sufficiente dire che fa come al mercato delle vacche. Si potrebbe dimostrare tutto per filo e per segno, come feci con il giudice al tempo della prima denunzia del Pedretti, ricorrendo alle leggi della logica (si veda alle pp. 62-67 della nostra Pedretteide il paragrafo Approfondimento sull’argomento a contrario; e sul dott. Mengele). Sì, ma parlavo a un mio pari. Sarà giusto che tratti allo stesso modo, con la logica aristotelica e i diagrammi di Venn, un contadino kulak? Direi proprio di no.
      Ipocrita e patetico è il giudizio del gatto su quanto racconta di aver udito dalle «pie donne del bar», condito di «coloriture e semplificazioni paesane» e «raccontato con freddezza e senza cuore». Abbiamo visto con quanto calore e cuore lui invece, vecchia zabetta malefica, abbia scritto quello che dice di aver udito al bar: perché l’ha fatto? per dovere di cronaca? O non piuttosto per ricattarmi? Ma io ho parlato, gli ho rotto il giochino. E adesso lui dice che non dovevo parlare. O che dovevo sentire il suo parere agrimensural-giuridico, prima di parlarne.

  27. Sandra permalink

    “In Inghilterra ha vinto la destra rozza e ignorante di Boris Johnson”. Questo il giudizio di Nicola Zingaretti.
    Boris Johnson è laureato in Lettere Classiche all’Università di Oxford, è un appassionato studioso di latino e greco.
    Tra le iniziative adottate quando era sindaco di Londra c’è la reintroduzione del latino nelle scuole pubbliche inglesi della Greater London.
    Lo studio del latino, secondo Boris Johnson, «è un inizio eccellente per comprendere la struttura della lingua», pertanto, sostiene il sindaco, bisogna evitare che la sua conoscenza «sia limitata soltanto a chi ha avuto il privilegio di un’educazione privata».
    Boris Johnson è profondo conoscitore della storia e della cultura di Roma, ed è autore di un importante saggio intitolato “Il sogno di Roma – La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi”, edito in Italia da Garzanti.
    Nicola Zingaretti ha il diploma di odontotecnico.
    Eleonora Tanturli

    [Cioè, se ho capito bene, Eleonora Tanturli, che è una classicista, è l’autrice del pezzo che leggiamo tra virgolette; Sandra ce l’ha girato.
    Le notizie coincidono con quanto ho letto anche altrove, cioè Boris Johnson è veramente laureato in lettere classiche all’Università di Oxford, dove non credo si consegua una laurea in lettere classiche scribacchiando un commento su uno dei tanti libri sull’erotismo antico scritti da Eva Cantarella. Anzi ne sono sicuro. Così com’è vero il resto.
    Dunque, anche se non ci piace la strategia politica di Johnson, abbiamo il dovere di analizzare le ragioni della sua vittoria e ragionare in conseguenza. Figuriamoci, ho sempre detto che bisogna analizzare le ragioni del successo di Salvini e Di Majo, pur senza arrivare all’ipocrisia di dire che “il voto va rispettato” (è un’altra cosa). A maggior ragione dovremo analizzare questo successo. Dopo aver analizzato i risultati, acquisito i necessari elementi di conoscenza e ragionato, proviamo allora a formulare un giudizio sensato. Boris Johnsono non è Salvini, non è Di Maio, non è Toninelli. E Zingaretti, che forse voleva dare un giudizio sull’elettorato di Boris Johnson, invece che sull’uomo in senso stretto, ha comunque parlato a vanvera. Provi a ragionare, se ci riesce.
    N.d.Ar.]

  28. Esprit de finesse del gatto padano: invito al suicidio

    Il gatto padano mantiene viva la tradizione delle vecchie malefiche che pretendono di dettar legge nel paesello, come quelle che fecero accompagnare Bocca di Rosa alla stazione di Sant’Ilario, colpevole di non «far l’amore per noia», né di «averlo scelto per professione: Bocca di rosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione»; così ci racconta Fabrizio De André. Ma l’altra parte della tradizione vuole che nella società contadina le vecchie malefiche fossero messe al rogo; ebbene, la zabetta malefica, cioè il gatto, profitta del fatto che la società contadina — quella società contadina — non c’è più, pertanto non si mettono più al rogo le malefiche. Si noti che “malefica è un termine tecnico: si veda il Malleus maleficarum scritto da un domenicano, per la repressione del paganesimo, cioè degli avanzi della cosiddetta civiltà contadina, e della stregoneria. In compenso il gatto vorrebbe che andasse a morte chi gli ha inceppato la macchina ricattatoria con la quale aveva già sparato i primi due colpi, come ricordato sopra. Scrive infatti (n. 1148 del diario felino):
    «Veda dottore di pensare ai casini suoi piuttosto che ai casini (pochi o nessuno) degli altri e tanto meno quelli dei Curnesi. Che sono campati benissimo mille anni prima che arrivasse lei a infettare l’aria. Fossi in lei comprerei un bella corda e m’impiccherei o mi butterei nell’Adda sotto casa».
    Ma di quali casini altrui, in particolare curnensi, mi sarei occupato? Scorrendo questa pagina di diario non è difficile individuare due argomenti che il gatto non ha gradito, immagino: quello degli arrampicatori sociali (parlavo di contadini kulaki che frequentavano un notaio bergamasco del Manifesto non perché essi stessi fossero marxisti, ma per metter piede in un ambiente borghese) e quello dei cacciatori di titoli (mi riferivo, è vero, direttamente al gatto, quando ricordavo quel che lui stesso aveva voluto farci sapere: due diplomi di scuola secondaria e una “laurea tardiva”! bum!).
    Questi pochi scherzuzzi di dozzina meritavano la minaccia di plocade, in altri tempi, o il ricatto riguardo a un episodio che il gatto riassume in questi termini (n. 1145 del diario): «la storia che qualcuno di casa sua ogni tanto gli [=ad Aristide] dia una spolverata», con nome e cognome del sottoscritto? Ignorava il gatto che quella “storia” fosse per me la spia di un segreto doloroso? Perché vi ha accennato se non per indurmi a più miti consigli, sotto il tiro della sua macchina ricattatoria? Quel segreto, che lui aveva violato e che intendeva arricchire con nuovi fronzoli di una narrazione calunniatrice, com’è suo costume, adesso non è più un segreto. E il ricatto non c’è più.

    P.S. – Visto che il gatto padano parla a nome dei curnensi, voglio sperare che esistano curnensi di diverso sentire. Ma se così non è, pazienza. Non sarà questo il dolore peggiore.

  29. Osservatore permalink

    Buonasera Aristide,
    le invio questa interessante intervista al professore Ricolfi, in merito alla pubblicazione del suo ultimo libro.
    Ricolfi ha il pregio di essere chiaro, direi quasi schietto, e senza troppi giri di parole, quando disamina la società, o meglio le molteplici società che rappresentano lo scompaginato paese in cui viviamo.

    Le auguro una buona lettura, aggiungo gli auguri per le prossime festività natalizie a lei e ai suoi lettori.

    • L’irrazionalità (di Salvini e Di Maio) e il principio di realtà vanno presi per le corna. E occorre ragionare sull’irrazionalità, tenendo conto delle condizioni al contorno (come quando si risolvono le equazioni differenziali)

      Ringrazio per la segnalazione dell’intervista, che ho letto con interesse. Condivido il suo giudizio positivo su Ricolfi, in generale, e in questo caso particolare, dove coglie tre nodi essenziali del malessere dell’Italia. Ma non sono gli unici, sono quelli che i suoi strumenti analitici e la sua scienza hanno individuato. L’Italia avrebbe bisogno che qualcuno, una mente strategica alla guida di un partito che finalmente si facesse promotore del progresso dell’Italia mettesse insieme una squadra di intellettuali-scienziati come Ricolfi ed elaborasse un modello dinamico di questo sempre più sciagurato paese. Il modello, come credo di aver scritto altre volte, non potrà essere perfetto d’acchito, anzi, proprio come si conviene a un modello dinamico, dovrebbe essere adattivo, provvisto fin nella fase embrionale di “anelli” (loop) di retroazione e controllo. Una versione moderna, aggiornata allo stato dell’arte, di quel famoso modello dinamico di Forrester, al quale abbiamo accennato in due articoli qualche tempo fa: si vedano:
      Se noi razionalisti parliamo di élite, certo non intendiamo quelle zuzzurellone. Parliamo delle intelligenze scomode
      Un modello per agire, fermo restando il primato della politica
      Nessuno chiede la luna nel pozzo: un modello non perfetto, ma perfettibile, andrà benissimo, vista anche l’urgenza del problema, purché alimentato dei dati e dei sistemi d’analisi di scienziati come Ricolfi e non di arruffapopoli populisti come Salvini e Di Maio. Zingaretti, che da questo punto di vista sembrerebbe non-pericoloso, perché non ha idee, invece è pericolosissimo, perché alimenterebbe il modello con la media pesata (secondo il peso elettorale, appunto, e secondo che facciano la voce più o meno grossa) delle esigenze rappresentate nel Pd dalle lobby (che teoricamente non esistono, ed è questo precisamente il guaio) e delle bizze della Boldrina. Eppure, a ben vedere, se il Pd non si fosse bevuto il cervello, adesso che la metastasi dell’aziendalismo occhettiano ne ha devastato la rete neuronale, il Pd avrebbe potuto essere il partito della razionalità: talmente razionale da considerare, invece di minimizzare, l’impatto dell’irrazionalità. E da avere l’umiltà di ascoltare — per discutere, s’intende — le proposte di Renzi e Calenda, che se non altro fanno sforzi per pensare. Invece Zingaretti, come Conte, fa il democristiano. Ma un vero democristiano come Andreotti oggi come oggi avrebbe capito l’aria che tira e avrebbe preso provvedimenti, magari discutibili. Ma non si sarebbe fatto cogliere impreparato.
      Un ingrediente fondamentale di quest’Italia malata, dicevamo, è l’irrazionalità, che dovrà essere contrastata con ampio ricorso alla razionalità. Mica contrapponendo irrazionalità “buona” a irrazionalità “cattiva”. E badando bene a non confondere la razionalità con il “nuovo che avanza”; così infatti fanno i vecchi tromboni politici, si camuffano, un po’ come i loro cugini, i repellenti burocrati che, grazie ai computer, rimescolano e rinnovano le cacate carte, e continuano a perpetrare il male del paese in veste, adesso, di tecnoburocrati. Altro pericolo da evitare è quello di perdere il contatto con la realtà. Consideriamo che un razionalista il quale trascuri il principio di realtà, non è più un razionalista: si comporta come lo sciagurato farmacista Monsieur Homais, descritto da Flaubert in Madame Bovary: un provinciale che concepiva pensieri grandiosi a spese dei malcapitati abitanti del paese di Yonville, faceva il mangiapreti, ma il suo essere progressista stava tutto nel voler dimostrare, costi quel che costi, di essere un progressista, sempre arrabbattandosi per apparire, fino al conseguimento dell’agognata ed istituzionale Legion d’onore, che teoricamente avrebbe dovuto disprezzare. Anticipa i due patetici personaggi dell’ultima opera di Flaubert, Bouvard et Pécuchet, salvo il fatto che i due idioti non avevano la laurea, a differenza di Monsieur Homais.
      Ebbene, consideriamo che nel Pd abbiamo parecchi Monsieur Homais, un’infinità di cazzeggiatori giuridici, e nessuno scienziato. Cioè nessun progressista che pensi al progresso, ma tanti progressisti nominali desiderosi di appuntarsi una medaglietta che di qui a non molto rinnegheranno. Sono capaci di tutto, tanto sono fatui, ambiziosi, spudorati. Se nel Pd c’è ancora uno scienziato, costui tace, perché ha paura di essere sbranato, com’è successo al povero Ignazio Marino, sacrificato sull’altare del moralismo politicamente corretto, per far posto a quella fatalona di Virginia Raggi.
      Ricolfi, che se non sbaglio è discepolo di Luciano Gallino, appartiene alla categoria dei sociologi seri, i sociologi “ingegneri”, quelli che cioè non s’improvvisano bardi dell’esistente. “Ingegnere” appunto, veniva chiamato Alberto Ronchey, che fu il miglior Ministro dei Beni culturali della Repubblica (laureato in giurisprudenza): lo dicevano “ingegnere” quasi per denigrarlo, perché non ragionava per cacate carte, ed ebbe scontri formidabili e generosi con la burocrazia ministeriale.
      Dunque per costruire un modello del sistema Italia, che tenga conto delle sfaccettature della sua condizione di decadenza e che consenta di simulare su base razionale gli effetti di opportune e non populiste manovre di correzione, pur tenendo conto (qui sta il difficile) delle pulsioni irrazionali che pervadono il paese, si ha bisogno di uomini come Ricolfi, delle cassette dei loro strumenti per ragionare, delle loro competenze, della loro cultura (da non confondere con la specializzazione), innestata su un liceo gentiliano vissuto e partecipato. La posizione dell’Italia nel Mediterraneo, dove soffiano le mire egemoniche di Russia e Turchia (fra gli altri), dove con l’avvento di Boris Johnson al timone dell’Inghilterra potrebbe aversi una reviviscenza del “Grande gioco” che vide contrapposti ai tempi di Kipling, in Oriente, l’impero britannico e quello russo, richiede una mente strategica che non può essere quella di un Salvini, appecorato a Putin, o di un Di Maio pilotato da Casaleggio o di un Conte “supportato” dalla discussa Link Campus University. Ci vuole ben altro: ci vogliono le equazioni differenziali, proprio come come nell’analizzare e — quando fosse possibile — controllare il fenomeno della deriva climatica. Altro che Greta, Salvini, Di Maio, Toninelli, Boldrina…
      Insomma occorre un phrontisterion di scienziati, occorre demandare il processo decisionale a una élite. sotto il controllo di un partito democratico quale avrebbe potuto essere il Pd. Ma questo non può avvenire con Zingaretti segretario di partito, dovrebbe essere sostituito da Cacciari. Già… Conosco il principio di realtà, so che oggi, hic et nunc non è possibile. Ma questa legislatura che vuol durare costi quel che costi, più per paura da parte dei parlamentari di tornare a casa che per paura di Salvini, è una pentola a pressione, di dimensioni immani. Diventa una cospirazione contro il popolo. Se la pentola scoppia, tutto è possibile. E, diceva Hegel, la Storia ha la sua astuzia.
      Eugenio Scalfari ha affrontato più volte il problema dell’élite, più o meno bene, e ogni tanto ci propone una lista di possibili salvatori della patria, da sinistra. Questo è quanto leggiamo sulla Repubblica di domenica 22 dicembre 2019:

      Il terreno per un resurrexit della sinistra italiana ha tutte le premesse. L’Italia potrebbe diventare un Paese di marca europea. Basta indicare anche alcune personalità di peso notevole a cominciare da Mario Draghi, Walter Veltroni, Carlo Verdelli, Marco Damilano, Paolo Gentiloni, Luigi Zanda, Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Dario Franceschini, Piero Fassino, Marco Minniti.

      Ovviamente un phrontisterion per l’elaborazione di un modello dinamico del sistema Italia non può essere composto da un numero così esiguo di persone; né a dir la verità Scalfari intendeva designare un phrontisterion come lo s’intendeva dianzi. Mancano, tanto per cominciare, i fisici, i matematici, gl’ingegneri. Ai quali aggiungerei un cazzeggiatore giuridico, almeno uno. Come diceva Piero Angela, per svelare i trucchi dei maghi non servono i fisici, ci vuole un mago. Così, per smascherare le gherminelle dei cazzeggiatori giuridici, che spesso sono anche molto abili (come il N.H. Zagrebelsky) occorre un grande cazzeggiatore giuridico, ma pentito. Si pensi al ruolo consultivo che nella Rivoluzione francese ebbero gli aristocratici e più ancora, tutti coloro che avevano studiato dai preti: senza il loro contributo di “traditori” il Primo e il Secondo Stato avrebbero continuato a succhiare il sangue del Terzo stato, non ci sarebbe stata quella svolta meravigliosa nella Storia del progresso dell’umanità (nonostante il bagno di sangue, che non ignoriamo, nonostante l’ottusità dei “rivoluzionari” senza intelletto, quelli venuti su dalla merda, così bene descritti da Anatole France in Gli dèi hanno sete; e, perché non si dia tutta la colpa alla città, a Parigi, si veda anche, per il valore esemplare della ferocia contadina, Il pirata di Conrad).

      In ogni caso, anche rimanendo nelle coordinate del discorso di Scalfari:
      — prenderei in considerazione il contributo di Mario Draghi, con l’accortezza di pretendere che le sue indicazioni economiche siano accompagnate da una scheda contenente le istruzioni per una falsificazione popperiana delle indicazioni medesime; in generale, tutte le proposte devono essere argomentate, non c’è spazio per responsi oracolari, in particolare da parte di Draghi;
      — Uòlter Veltroni: per carità! Può andar bene per una pizza dalle parti della Piramide Cestia, con amabile conversazione dove tutti diranno a turno, “Io conosco questo, io conosco quello”, anche per parlare a cazzo di cinema; bene anche per aneddoti sentimentali, ricordi d’impossibili viaggi in Africa; bene per tutto, purché non si parli di strategie politiche;
      — Carlo Verdelli: è l’attuale direttore di Repubblica, aziendalista e amerikano (sia detto con tutto il rispetto per la grande storia di un grande paese come gli Usa, ma con nessun rispetto per le multinazionali espresse dagli Usa): assolutamente da evitare;
      — Marco Damilano: è intelligente e garbato, alla ricerca di chiavi interpretative della realtà che funzionino, più che di sistemi di coglionamento del pubblico mediante una lettura ossessiva della realtà (come per esempio nelle non rimpiante intemerate antiberlusconiane di D’Avanzo); si fa perdonare l’aver cominciato con il piede sbagliato, da giovane, con la Rete del NandOrlando;
      — Paolo Gentiloni: ha intelligenza dei rapporti umani, ha esperienza, non viene dalla merda: può offrire un contributo positivo, opportunamente stimolato dai fisici, dai matematici e dagl’ingegneri del phrontisterion;
      — Luigi Zanda: è un furbetto di tre cotte, entrato nel giro buono (oddio, è figlio di Efisio Zanda Loy, capo della Polizia negli anni ’70) grazie a Cossiga, del quale fu portavoce al Ministero dell’Interno; da un certo punto in poi è divenuto “de sinistra” e di lì non si è schiodato; inaffidabile;
      — Beppe Grillo: merda!
      — Luigi Di Maio: merda!
      — Dario Franceschini: gentile, garbato, colto, può offrire un buon contributo nel suo specifico, quello delle attività culturali, purché rinunci a certe pulsioni aziendalistiche;
      — Piero Fassino: è una persona onesta, portatore di antica e ingessata moralità sabauda, ha esperienza; possiamo perdonargli l’ambizione di aver voluto insignirsi di una laurea, come se l’essere stato funzionario del Pci, ai suoi tempi e ai suoi livelli, non fosse titolo di merito ben superiore a quello di una laurea conseguita alla fine del secolo scorso: volersi laureare fu una debolezza piccolo-borghese;
      — Marco Minniti: assolutamente da valorizzare, perché è intelligente e ha un’esperienza di prim’ordine; semmai dovrebbe farsi consigliare perché non si presti a tentativi strumentali di demonizzazione (passava per un complice dei torturatori libici).

  30. Danza macabra in tipografia
    La prima illustrazione (1499) di una tipografia, circa 40 anni dopo la produzione del primo libro a stampa


    La Morte fa visita a una tipografia e porta via con sé il tipografo, il torcoliere e il libraio: tav. 19 del libro La grande tanse macabre des hommes et des femmes (Mathieu Husz, Lyon 1499). Questa è la prima illustrazione di un’officina tipografica.

    La tavola che vediamo qui sopra è la diciannovesima del libro La grande tanse macabre des hommes et des femmes, pubblicato a Lione dallo stampatore Mathieu Husz nel 1499 e posto in rete dall’Università di Princeton (fare clic sul nesso ipertestuale), che conserva una delle due copie ancora esistenti (l’altra si trova alla British Library). In realtà è la ristampa – ma del tutto particolare – di un’edizione parigina precedente (1486), prodotta da Antoine Vérard, libraio ed editore, con le incisioni di Pierre la Rouge: per la precisione le incisioni sono rifatte, cioè riprodotte tal quali, a parte qualche dettaglio. La particolarità per cui quest’edizione è famosa nel mondo degli studiosi dell’arte tipografica è che essa contiene nuove tavole (non sappiamo chi sia l’incisore dei “legni”, cioè delle xilografie) e tra queste ce n’è una dove vediamo la Morte che fa visita in una tipografia, per portar via il tipografo, il torcoliere e il libraio. Invece il garzone di bottega pare che sia risparmiato.
    Ma vediamo l’immagine in dettaglio:

    È la prima illustrazione (1499) di una tipografia, a circa 40 anni di distanza dalla produzione della famosa “Bibbia a 42 righe”, il primo libro a stampa con caratteri mobili, per opera di Johannes Gutenberg che a Magonza installò la prima stamperia, in società con Joannes Fust che fornì il capitale d’impresa; il collaboratore principale di Gutenberg era Peter Schöffer.
    Vediamo, a sinistra, il tipografo che trasferisce i caratteri dalla cassa dei caratteri alla regula compositionis, uno per uno; di qui sono a loro volta trasferiti, una fila per volta, e opportunamente “giustificati”, alla forma compositionis, che intravvediamo sotto il piatto del torchio. Vediamo anche il garzone di bottega con i due tamponi inchiostrati, che si accinge a trasferire l’inchiostro sulla parte eminente dei caratteri di stampa, quelli trasferiti nella forma, sopra la quale si stenderà il foglio (carta o pergamena) che il torcoliere premerà quanto basta (bisogna evitare che il profilo dei caratteri passi da parte a parte il foglio) perché l’inchiostro vi si trasferisca. Cioè tutto questo sta per avvenire, non fosse che la Morte prende per mano il torcoliere per indicargli che il suo posto non è più in bottega, oramai, ma nel regno dei morti. La stessa cosa avviene con il libraio, fermamente invitato (si veda il dito ammonitore) a lasciare il desco di lavoro, e per sempre.
    L’incisione porta, sopra e sotto, alcuni versi latini e, in basso, i dialoghi della Morte con il tipografo e il libraio. Dicevamo che l’edizione lionese è, in parte, una riproduzione dell’edizione parigina, che a sua volta illustrava la Danza macabra dipinta (nel 1425) sulla parete meridionale del Cimitero degl’Innocenti di Parigi. La parete fu abbattuta nel XVII secolo, il cimitero fu smantellato alla fine del XVIII secolo.
    Le scene del cimitero, come pure quelle dell’edizione parigina del libro e dell’edizione lionese illustrano in maniera drammatica l’ineluttabilità della Morte che non risparmia nessuno, papi e imperatori compresi. Neanche i tipografi, ai quali ben poco varrà l’aver stmpato le Pandette e i trattati di teologia: così volle notificarci lo stampatore lionese, e così leggiamo nei versi sotto la xilografia.
    I versi latini sopra l’incisione sono di facile interpretazione, tanto più che non sono farina del sacco dell’incisore: sono attribuiti a Bernardo di Chiaravalle (vedi la sua esortazione a Rainaldo: Carmen paraeneticum ad Rainaldum. Ecco i versi:

    Mors resecat / mors omne necat quod carne creatur
    Magnificos premit et modicos / cunctis dominatur
    .

    Nobilium tenet imperium nulli reveretur
    Tam ducibus quam principus communis habetur
    .

    Cioé :
    ¶ La morte recide e uccide tutto ciè che è fatto di carne
    Opprime chi è grandioso e chi è modesto, e ha potere su tutti.

    ¶ Esercita il suo potere sui più in vista, non ha rispetto per nessuno
    e riguarda egualmente condottieri e principi.

    Più contorti appaiono i versi sotto l’incisione

    Nunc ubi ius / ubi lex / ubi vox / ubi flos iuvenilis / hic nisi pus / nisi fex [= faex] / nisi terre [= terra?] precio vilis.

    Forse, sono da interpretare in questo modo, correggendo terre in terra:
    ¶ Ora, dove furono il Diritto e la Legge, dove risuonò la voce e splendette il fiore di gioventù, qui non sarà che pus e feccia e terra che non val nulla.

    Segue il dialogo della morte con i tipografi e il libraio:

    Le mort
    ¶ Venez danser ung tourdion [un ballo di coppia saltato] / Imprimeurs sus [= orsù], légièrement
    Venez tost, pour conclusion./ Mourir vous fault certainement
    Faictes ung sault habillement./ Presses et casses vous fault laisser
    Reculer n’y fault nullement./ A l’ouvraige on congnoist l’ouvrier.

    Les imprimeurs
    ¶ Hélas, où aurons-nous recours/ Puis que la mort nous espie ?
    Imprimé avons tous les cours/ De la saincte théologie
    Loix, décret et poèterie./ Par notre art plusieurs sont grands clers.
    Relevée en est clergie./ Les vouloirs des gens sont divers.

    Le mort
    ¶ Sus avant, vous irés après / Maistre libraire, marchez avant.
    Vous me regardez de bien près. / Laissez voz livres maintenant
    Danser vous fault, a quel galant. / Mettez ici vostre pensée.
    Comment vous reculez marchant. / Commencement n’est pas fusée [espressione proverbiale : significa che un conto è cominciare, altro finire].

    Le libraire
    ¶ Me fault-il malgré moy danser ? / Je croy que ouy, mort me presse
    Et me contrainct de me avancer. / N’est-ce pas dure destresse ?
    Mes livres il fault que je laisse/ Et ma boutique désormais
    Dont je pers toute liesse./ Tel est blecé qui n’en peult mais.

  31. Meminisse juvat: la caccia grossa al cinghialone, la “ggente”, le cacate carte

    Varrà la pena riflettere anche oggi, nel clima di populismo che finalmente si ha il coraggio di considerare per quello che è, cioè spregevole (ma un passo avanti, importantissimo, sarebbe precisare che il populismo è comunque spregevole, quale che sia il suo intendimento politico), questo episodio della caccia grossa al cinghialone, cioè a Bettino Craxi, inquadrato nel clima di allora, quando il populismo era “de sinistra”. Alcuni furbetti — pochi all’inizio, erano quelli della “società civile”, ma poi divenirono una legione — ansiosi di edificare il proprio potere sulle ceneri della Prima Repubblica, e senza guardare troppo per il sottile, fecero un gran svolazzo di cacate carte, quindi pretesero che a decidere della politica, che è una cosa nobile, fosse la “ggente”, cioè il popolaccio, che è una cosa ignobile. Già perché la “ggente”, l’avevano in pugno, loro, allora; la “ggente” li avrebbe aiutati a entrare nella stanza dei bottoni dalla quale venivano scacciati i rappresentanti dei partiti, e il populismo gli andava benissimo. “Dio lo vuole”! Deus vult! Anzi “Deus volt”, nel latino dei Crociati.
    Tale stramaledetta “ggente” era nella bocca dei grandi mandarini della borghesia di Stato, dell’impiego pubblico, del sistema d’informazione normalizzato a c.d. sinistra, fondamentalmente, che indossarono per l’occasione i paludamenti della c.d. “Società civile”. Non avevano ritegno ad agitare il populismo giustizialista più becero: parlava della “ggente” Michele Santoro, che trasferì sul palcoscenico televisivo della sua trasmissione, Samarcanda, le tecniche d’impostura e manipolazione delle assemblee studentesche; parlava della “ggente” l’opinionista politica presente in tutte le puntate di Samarcanda, Chiara Ingrao, figlia d’arte; parlava della “ggente” Leoluca Orlando Cascio, spessissimo in collegamento con Santoro, il quale aveva l’accortezza di dare la parola dapprima a Orlando Cascio, che era figlio di un notabile democristiano (un avvocato, tra l’altro) e aveva studiato dai gesuiti (e che ci sapeva fare sul piano della peggiore retorica), quindi a un suo oppositore, cioè a uno che avrebbe dovuto contrastare Orlando Cascio: ma questi era invariabilmente un personaggio intellettualmente scialbo, e comunque non addestrato all’impiego delle tecniche di sopraffazione dialettica nelle quali i gesuiti sono abilissimi (chiedere a Galileo), e che pertanto faceva la figura del cretino, grazie anche a inevitabili tentativi di diversione e castrazione del discorso da parte di Santoro, se per caso quell’oppositore, del tutto sorprendentemente, fosse stato in grado di contrastare il pretesco Orlando Cascio; parlava della “ggente” Sandro Curzi, il direttore del Tg3, che almeno era intelligente, a differenza dei quaquaraquà convocati nelle piazze da Santoro per improbabili riscontri democratici del suo copione; parlava della “ggente” una mia amica “de sinistra” che insieme con altre sue amiche della borghesia milanese cuciva gli striscioni che il giovedì sera avremmo visto nelle piazze, nel corso di manifestazioni “spontanee” immancabilmente riprese da Santoro nel corso della sua trasmissione, Samarcanda. E Santoro, ovviamente avrebbe dato la parola alla “ggente”, “spontaneamente” radunatasi per esprimere la propria ansia populista, e “casualmente” inquadrata dalle telecamere. Ma era un’impostura populista organizzata da una borghesia “de sinistra” annoiata, in cerca di nuove emozioni, come sempre, che poi nuove non erano, anzi erano prevedibili e noiosamente ripetitive. Ma le damazze, soprattutto quelle meno giovani, sentivano piacevoli brividi, pareva loro di essere vive e, soprattutto, “ggiovani”.
    Già, si dava grande importanza alle cacate carte. E non è che, a norma di cacata carta, Craxi fosse innocente. Anzi. La protervia del Partito socialista era palpabile, era dappertutto: ne so qualcosa, perché a quel tempo ero consulente di un’azienda privata che pagava il suo tributo. Però ha ragione Craxi quando dice che non è vero che i grandi gruppi industriali fossero concussi dai partiti; era vero il contrario, c’era tutto un affanno a entrare nelle grazie dei socialisti, in certi ambienti. Consideriamo un esempio risalente a qualche decennio prima dell’era craxiana, perché si capisca meglio e si veda che il problema della corruzione/concussione non è riducibile a Craxi. Consideriamo dunque una gloriosa azienda come la Magrini di Bergamo, che si trovò ad avere come committente principale l’Enel (ciò avvenne dopo la nazionalizzazione dell’energia elettrica): ebbene, quanto di fatto potrà considerarsi indipendente e per quanto tempo? Di fatto, la Magrini subì pressioni di ogni tipo, e non è detto che a qualcuno quelle pressioni riuscissero sgradite; perse vigore imprenditoriale e fu costretta a passare la mano. La stessa Enel avrebbe potuto essere una gran cosa, e queste erano le intenzioni di Lombardi, uomo onesto, comandante partigiano, socialista e ingegnere all’Edison, prima della guerra. Poi però Lombardi si disinteressò del colosso nato dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica, da lui tenacemente voluta, e fece male; l’Enel divenne un carrozzone dove fecero carriera i manager (ancora non si chiamavano così) di seconda fila, quelli che avevano fiutato il vento che tira e scodinzolavano in vista della nazionalizzazione, e furono premiati. Qui Craxi non c’entra.
    Dunque un problema c’è, ma considerarlo un problema di cacata carta è un abbaglio, come del resto dimostra il prosieguo della storia di “Mani pulite”: il cinghialone si rifugiò ad Hammamet, alcuni si suicidarono, altri andarono in galera. Ma il sistema corruttivo si è evoluto, è andato incontro a una mutazione adattandosi all’ambiente che a sua volta dopo Mani pulite aveva cambiato pelle. Il problema – questo è il nodo della questione – non è la corruzione, della quale peraltro non intendo tessere l’elogio, il problema è politico. E le testoline politicamente corrette, e ambiziosissime anche ai livelli minimi, della c.d. Società civile, di Samarcanda ecc. non erano assolutamente in grado di trovare uno sbocco politico. Erano brave, tutt’al più, ad agitare cacate carte, si eccitavano guardando il povero Brosio che per conto di Emilio Fede montava la guardia davanti al Palazzo di giustizia per documentare i minimi e miserabili dettagli di un rito ignobile, quello che doveva preparare l’avvento al potere di uomini peggiori di Craxi. Sappiamo com’è andata a finire.
    Nobile sarebbe stata invece una riflessione politica e critica nel senso che abbiamo più di una volta ricordato: “critica”, dal gr. κριτική, che è il sostantivo con il quale si designa l’arte di giudicare, ovvero separare, e deriva a sua volta dal verbo κρίνειν: “separare”, appunto. Ma quando la mente è preda di sacri furori, dell’entusiasmo populista in questo caso, può succedere che perfino coloro che hanno avuto la fortuna di studiare nel liceo gentiliano, che fu palestra di pensiero critico, smettano di pensare, giudicare, separare. Ieri, al tempo del populismo “de sinistra”, come oggi, quando gli eredi attempati di quella stagione — vediamo i sopravvissuti mescolati alle “sardine” — si scandalizzano e s’indignano per il populismo di destra.
    Per paradossale che possa sembrare, uno che aveva quella capacità e intelligenza critica che si diceva era proprio Bettino Craxi, uno che avrebbe potuto porre mano alla riforma dello Stato, necessaria ieri non meno di oggi. Ci avrebbe provato in seguito Renzi, ma Zagrebelsky e i soliti noti non vollero. Non so Renzi, ma Craxi aveva la testa per affrontare politicamente il grande tema della modernità, dei nuovi rapporti di produzione, dei bisogni (in proposito c’è un discorso mirabile di Martelli), dei rapporti tra i poteri dello Stato. Craxi aveva un pensiero, a differenza di Zingaretti, e non era Di Maio, non era Salvini, men che meno era la Boldrina. Sì, Bettino Craxi che tecnicamente – come ebbe a dire più volte Antonio Di Pietro – era un latitante (quando nel 1994, scaduta l’immunità parlamentare, gli ritirarono il passaporto, era già in Tunisia), e che fu un malfattore a norma di cacata carta aveva però, a differenza di Salvini e Di Maio, un ideale, come recita questa lapide che leggiamo a Milano in via Confalonieri:

    Hic religio / alibi ossa
    (Qui il sacro ideale / le ossa sono altrove)

    Ecco a che cosa siamo arrivati, grazie a Salvini, grazie a Di Maio, grazie a Toninelli, grazie alla Boldrina, ma anche grazie alla nullità di Zingaretti: “Arridatece er puzzone!”.

    Perché si abbia un’idea della lucidità di Bettino Craxi, trascrivo questo stralcio della sua deposizione (min. 4:31 del video qui sopra) al processo a carico di Cusani (il quale trascorrerà un certo periodo nelle carceri milanesi di San Vittore, e dimostrerà di essere un uomo, ancorché colpevole a norma di cacata carta):

    Qualcuno può credere che il ravennate Gardini, che aveva grandi interessi in Emilia o in altre località italiane, e il cui gruppo aveva grandi interessi in Unione sovietica, non abbia mai dato un contributo al Partito comunista? Sarebbe come credere che il Presidente del Senato, senatore Spadolini – faccio un esempio – essendo stato dieci anni segretario del Partito repubblicano, abbia sempre avuto un finanziamento assolutamente regolare e che le irregolarità e le illegalità siano state commesse dal vecchio La Malfa e dal giovane La Malfa. O sarebbe come credere – mi consenta, presidente, e chiudo il ragionamento – che il Presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni Ministro degli Esteri del Partito comunista e aveva rapporti con tutte le nomenclature comuniste dell’Est, a partire dall’Unione sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui tra i vari rappresentanti amministratori del Partito comunista e i paesi dell’Est. Non se n’è mai accorto! Cosa non credibile!

  32. Il razzismo in Italia, 1994


    Indro Montanelli, Serena Dandini e Beniamino Placido discutono del razzismo in Italia nella trasmissione ‘Eppur si muove’, in onda il 20 marzo 1994, e riproposta oggi da RaiPlay. Per vederla, fare clic sull’immagine.

    Si parla parecchio di razzismo, in Italia, che non è soltanto «lo snobismo dei poveri», come diceva Jean-Paul Sartre, come ci ricorda Beniamino Placido. Sempre Beniamino Placido presenta un grafico, una retta di equazione y = m·x + q, con m < 0, dove in ordinata (y) leggiamo l'intensità del razzismo, in ascissa leggiamo la distanza tra il soggetto che nutre razzismo e l'oggetto del razzismo.


    Grafico del razzismo. Fare clic sull’immagine e agire sui comandi a slitta dei parametri dell’equazione, ‘m’ e ‘q’, per visualizzare la loro influenza sulla giacitura della retta.

    A parte la piacevolezza dell’esemplificazione di Beniamino Placido e la sapidità delle osservazioni di Montanelli, che mette i puntini sulle “i” e provvede a collocare i luoghi comuni nel loro ambito di riferimento, a parte anche le petulanti e a volte stonate osservazioni della Dandini (che fa un uso immodico di banalità politicamente corrette), non sarà inutile vedere questa trasmissione riferendola alla situazione attuale e a quello che spesse volte negli articoli di questo diario abbiamo segnalato come “spaccio di paura e di odio”, per opera principalmente di Salvini con l’aiuto esterno dei pentastrali, nel corso del primo governo Conte. Il che non significa — anche su questo punto abbiamo insistito parecchio — che di quella paura e quell’odio Salvini sia la causa primaria. Premesso che la ricerca delle cause, come c’insegna il filosofo John Stuart Mill, anche nelle scienze sociali, come in sede di filosofia naturale, non è cosa alla portata di Rocco Casalino, portavoce dei due governi Conte, di tale monta di paura e odio è largamente responsabile la cosiddetta sinistra aziendalista e politicamente corretta, molto più di Salvini. Il quale cavalca i problemi, li esaspera quanto basta, e non offre soluzioni razionali: ma non è stato lui a creare i problemi. E se il Pd appecorato al M5S pensa di affidarsi agli algoritmi di Casaleggio, stiamo freschi. Per venire a capo di questi problemi occorrono scienziati veri, non traffichini markettari.

    Montanelli racconta in questo video del periodo in cui fu in carcere a San Vittore, e lo narra per difendere Mike Bongiorno da una carognata della Dandini, la quale vuol fare l’acculturata e riporta sommariamente quanto scrisse Umberto Eco in un suo saggio intitolato Fenomenologia di Mike Bongiorno. Il giudizio di Eco effettivamente era impietoso, anche se in realtà era sul personaggio pubblico di Mike Bongiorno, più che sull’uomo. Ma l’uso che la Dandini fa del principio di autorità per attaccare un uomo di Mediaset, dalla c.d. sinistra ampiamente demonizzata, lascia perplessi; tanto più che quando Montanelli ricorda che Mike Bongiorno a San Vittore faceva lo scopino, la Dandini non esita a sibilare che questo è precisamente il suo mestiere a Mediaset.
    Un aspetto invece godibile della trasmissione placidiana — questa volta pertinente all’argomento in discussione, che è il razzismo — è il ricordo della sposa etiope di Montanelli, con matrimonio contratto in regime di “madamato”. Ne abbiamo già parlato su Nusquamia, in un articolo nel quale vediamo la foto della sposa — bellissima, per bocca di Montanelli — dell’allora Comandante del XX Battaglione eritreo, quella stessa che chiunque poteva vedere nell’ufficio del giornalista e ufficiale militare, perché Montanelli riteneva di non aver niente di che vergognarsi. Si veda Montanelli, oggi icona della c.d. sinistra vs. Elvira Banotti, femminista storica.

  33. Fugit interea irreparabile tempus
    Serena Dandini 25 anni dopo: ride, ride troppo, ma non fa ridere

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    Fare clic sull’immagine per leggere la critica di Aldo Grasso pubblicata sul Corriere della sera.
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    Abbiamo visto nell’articoletto precedente Serena Dandini, quella di 25 anni fa, al tempo in cui conduceva programmi divertenti con la partecipazione di comici strepitosi come Corrado e Sabina Guzzanti e Pier Francesco Loche, giusto per fare qualche esempio. Anche lei era brava, anche se già allora rideva troppo, tanto più che in certi momenti, nel rapporto interpersonale, il riso diventava strumento di sopraffazione, considerato che era lei al quadro di comando: senza tuttavia arrivare agli sgradevoli eccessi di risata sguaiata e nevrotica dell’impareggiabile Hillary Clinton. Ma era spregiudicata, non badava per il sottile, pur di piazzare a tradimento la battuta micidiale che avrebbe impallinato il malcapitato interlocutore, e far bella figura in ambito progressista; per lei il cosiddetto fair play, il gioco onesto cioè, non esisteva, e non esiste, provvista com’è di licenza di uccidere nella conduzione del programma. Bisogna vincere, imporsi, e tutti i mezzi sono buoni: tiè, tiè, tiè. Un esempio della sua spregiudicatezza e slealtà è possibile vedere proprio nello spezzone video da noi presentato: slealtà che, al termine della trasmissione, Montanelli non mancherà di mettere garbatamente in rilievo. Per questa ragione quando fui invitato a un suo programma per testimoniare una certa realtà culturale, declinai l’invito: non mi fidavo. Niente di più facile che, potendolo fare, m’interrompesse con brutale abuso di autorità, facesse la sua battuta, piazzasse il suo micidiale sorriso e castrasse il discorso.
    Scrive Aldo Grasso, critico televisivo al Corriere della Sera:

    A volte ritornano: e Serena Dandini ritorna sempre. […] L’impressione (più di un’impressione) è che “Gli Stati Generali” sia un programma di comicità “classica”, ma da anni Ottanta: gli “ecco a voi”, le famose risate della Dandini, le imitazioni […], la tv che prende in giro sé stessa, i finti spot, la finta serie, la ricomparsa sotto altro nome di Elio e le Storie Tese […]. Poi, certo, qualche numero riesce meglio […], il resto pare irrimediabilmente vecchio, con in bocca il retrogusto del già visto anche se la gag è nuova, a cominciare da Martina Dell’Ombra nei panni della conduttrice sovranista innamorata di Salvini (se questa è satira!). Ci sono stati persino momenti imbarazzanti come il predicozzo di Dario Argento sulla paura […] e l’intervista a quella simpatica svalvolata di Jane Birkin; forse era meglio risentire “Je t’aime, moi non plus” e capire se oggi ha ancora senso.

    Ha ragione Aldo Grasso, invece dell’intervista-consacrazione-istituzionalizzazione di nonna Jane Birkin, avrebbe avuto senso una dissacrazione, partire da quella celebre canzone che doveva essere dissacrante (quanto dissacrante?), Je t’aime, moi non plus, appunto, e ragionare sugl’inizi radiosi del ’68 e sull’involuzione del dopo ’68, che in Italia — in particolare — fu micidiale, perché sfociò nel movimento del ’77 e nell’ignoranza al potere, i cui effetti nefasti si sentono ancora (lauree facili, laureati ignoranti, laureati ignoranti che non trovano di meglio che fare i professori, scuola sgarruppata e aggressione con sfregio al liceo gentiliano, decadenza morale, civile ed economica). A questo accennavamo qualche tempo fa nell’articolo Aria di ’68 dove presentavamo quella canzone, Je t’aime, moi non plus, appunto, e scrivevamo, a proposito dell’involuzione del dopo ’68 in Italia:

    […] Ma si parlava di rivoluzione per arraffare in prospettiva posti a stipendio garantito. Insomma, la rivoluzione come ascensore sociale, cioè se sei un proletario diventi piccolo borghese e se sei piccolo borghese e ci sai fare, un po’ leccando e un po’ ricattando, puoi arrivare a far parte della casta dei privilegiati che volevi abbattere.

    Non ci sembra il caso di presentare l’intervista a nonna Jane Birkin, collocata dalla Dandini, tra una risata e l’altra, nel Pantheon dei nuovi mostri istituzionali “de sinistra” («icona mondiale della femminilità e nonna felice»: così dice la Dandina): se proprio qualcuno vuol farsi del male, faccia clic sul nesso: Intervista a nonna Jane Birkin.
    D’altra parte abbiamo già presentato su Nusquamia Je t’aime, moi non plus e abbiamo esplicitato il nesso all’articolo che la presenta; poiché, come dice l’adagio latino, varietas delectat, presentiamo un brano musicale interpretato da Jane Birkin quando ancora non era nonna:

    Poi, volendo, s’apra il dibattito!

    • Doctor Gandalf ad Parnassum permalink

      Il motivo animato dalle movenze di Birkin è tratto da un preludio di Chopin. Ecco una versione tanguera:

      • Beh, a questo punto sentiamo l’originale, Preludio N. 4 in Mi minore, Op. 24, nell’esecuzione della pianista georgiana (come Stalin) Khatia Buniatishvili, sofferta e con petto anèlo:

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