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Il “problema di Delo”, cioè la duplicazione del cubo

18 febbraio 2022

Testimonianze sul ruolo di Platone nella soluzione di uno dei tre “problemi impossibili” dell’antichità

La riga e il compasso con i quali tracciamo le figure fondamentali della geometria, le linee rette e i cerchi, erano per i matematici greci gli unici strumenti ammessi, perché una costruzione geometrica potesse definirsi “valida”: con l’avvertenza inoltre – e non è cosa di poco conto – che la riga non sia graduata. Per esempio, con la riga e il compasso possiamo costruire la perpendicolare a una retta, dividere un segmento in un numero qualsiasi di parti uguali, possiamo costruire un quadrato, un triangolo isoscele, un esagono ecc. Ovviamente i Greci conoscevano altri strumenti, utili per la risoluzione di problemi pratici. Ma la geometria non era una disciplina pratica, per i Greci, era un’arte che non tollerava contaminazioni “meccaniche”. Osserviamo inoltre che al tempo dei Greci parecchi problemi che oggi risolviamo con metodo algebrico erano risolti con metodo geometrico.
Può sembrare a noi moderni incredibile, eppure gli antichi geometri (nel senso antico e nobile del termine, non quello di agrimensore) furono in grado di risolvere i problemi della geometria con la sola riga e il compasso: tutti, tranne tre, che vanno sotto il nome dei tre “problemi impossibili” dell’antichità. Essi sono quello della duplicazione del cubo, della trisezione di un angolo e della quadratura del cerchio.
Nel seguito di questo articolo ci occupiamo del primo problema, del quale Platone avrebbe fornito una soluzione che, se è quella che ci ha tramandato il matematico bizantino Eutocio, è tuttavia in contrasto non solo con il postulato di una dimostrazione rigorosa rispettosa del canone della riga e del compasso, ma con gli stessi fondamenti dell’ideologia platonica.
Duplicare un cubo, ovviamente, non significa giustapporre due cubi o costruire un cubo il cui spigolo sia il doppio di quello di un cubo dato: significa costruire un cubo il cui volume sia il doppio del cubo di partenza, come vediamo in questo disegno di Leonardo, che affronta la questione con metodo algebrico.

Nel Codice atlantico (f. 161 r) Leonardo disegna due cubi, l’uno di volume doppio rispetto all’altro e scrive che gli spigoli dei due cubi dovranno essere in rapporto di poco superiore a 5/4. Leggiamo infatti: «Se cubicamente multiplicherai la linea IE e ’l simile farai colla linea AE, tu ti troverai avere composti due cubi de’ quali la quantità dell’uno sia dupla alla quantità dell’altro. Cioè il cubo ABCDEFGH sarà doppio al cubo IKLMENOP. Se la linia IE fussi 4, la linea AE sarebbe 5 e oltre al di questo una certa minuzia indicibile, la quale con comodità si fa e con difficultà si dice».
Leonardo vuol dire che, se il cubo piccolo ha uno spigolo che misura 4 unità e quello grande, di volume doppio, ha uno spigolo che misura 5, elevando al cubo la misura dello spigolo piccolo si ottiene 64, mentre elevando al cubo quella dello spigolo grande si ottiene 125, che è un po’ meno del doppio di 64, cioè di 128. Perché il cubo grande abbia volume doppio del piccolo, il rapporto tra i due spigoli,  dunque, non dovrebbe essere 5/4 = 1,25, ma un po’ superiore («una minuzia indicibile») cioè la radice cubica di 3, pari a 1,26 ca.

Per amore di completezza aggiungiamo che Leonardo affrontò il problema anche con metodo geometrico: ne vediamo la soluzione in un altro foglio del Codice Atlantico, e in un foglio del Codice Foster. È una soluzione (approssimata) ottenuta facendo ricorso a una costruzione geometrica semplificata, ripresa da quella con la quale Apollonio di Perga (262-190 a.C.) escogitò una soluzione esatta, ancorché non praticabile secondo i canoni della geometria con riga e compasso “in purezza”.
Ma torniamo ai Greci e vediamo come il problema sia stato impostato, nei termini più generali, e rigorosi, dal matematico Ippocrate di Chio (470-410 a.C.), e come Eratostene abbia trovato una soluzione approssimata, mediante la costruzione del “mesolabio”.

 

1. Definizione del problema secondo Ippocrate di Chio e soluzione di Eratostene

Nel commento di Eutocio (V-VI sec. d.C.) all’opera di Archimede Sulla sfera e il cilindro[1] leggiamo questa lettera di Eratostene (276 a.C. – 194 a.C.) a Tolomeo III, faraone egizio, dove il matematico di Cirene illustra il suo metodo (strumentale) per risolvere il “problema di Delo” cioè la duplicazione del cubo:

᾿Ως ᾿Ερατοσθένης.
Βασιλεῖ Πτολεμαίῳ ᾿Ερατοσθένης χαίρειν.

[…] ἐζητεῖτο δὲ καὶ παρά τοῖς γεωμέτραις, τίνα ἄν τις τρόπον τὸ δοθέν στερεὸν διαμένον ἐν τῷ αυτῷ σχήματι διπλασιάσειεν. καὶ ἐκαλεῖτο τὸ τοιοῦτον πρόβλημα κύβου διπλασιασμός· ὑποθέμενοι γάρ κύβον ἐζήτουν τοῦτον διπλασιάσαι. πάντων δὲ διαπoρoύντων επὶ πολὺν χρόνον πρῶτος ῾Ιπποκράτης ὁ Χῖος ᾿επενόησεν, ὅτι, ἐὰν εὑρεθῇ δύο εὐθειών γραμμῶν, ὧν ἡ μείζων τῆς ἐλάσσονός έστι διπλασία, δύο μέσας ἀνάλογον λαβεῖν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ, διπλασιασθήσεται ὁ κύβος, ὥστε τὸ απόρημα αὐτού εἰς ἕτερον οὐκ ἔλασσον απόρημα κατέστρεφεν. μετὰ χρόνον δὲ τινὰς φασιν Δηλίους επιβαλλομένους κατὰ χρησμὸν διπλασιάσαι τινὰ τῶν βωμῶν ἐμπεσεῖν εἰς τὸ αυτὸ απόρημα. διαπεμψαμένους δὲ τοὺς παρὰ τῷ Πλάτωνι ἐν ᾿Ακαδημίᾳ γεωμέτρας άξιοῦν αὑτοῖς ἐυρεῖν τὸ ζητούμενον. τῶν δε φιλοπόνως ἐπιδιδόντων ἑαυτούς καὶ ζητούντων δύο τῶν δοθεισῶν δύο μέσας λαβεῖν ᾿Αρχύτας μὲν ῾ο Ταραντῖνος λέγεται διὰ τῶν ἡμικυλίνδρων εὑρηκέναι, Εὔδοξος δὲ διὰ τῶν καλουμένων καμπύλων γραμμῶν. συμβέβηκε δὲ πᾶσιν αὐτοῖς ἀποδεικτικώς γεγραφέναι, χειρουργήσαι δὲ καὶ εἰς χρεῖαν πεσεῖν μὴ δύνασθαι πλὴν επὶ βραχὺ τι τοῦ Μενέχμου καὶ ταῦτα δυσχερῶς. ἐπινενόηται δέ τις ὑφ’ ἡμῶν ὀργανική λῆψις ῥαδία, δι’ ἧς εὑρήσομεν δύο τῶν δοθεισῶν οὐ μόνον δύο μέσας, ἀλλ’ ὅσας ἄν τις ἐπιτάξῃ.

Cioè:

[Soluzione del problema] secondo Eratostene.
Eratostene a Tolomeo, salute.

[…] Tra i geometri fu agitata la questione in qual modo si potesse duplicare una data figura solida qualunque, conservandone l’aspetto. Era questo il problema cosiddetto della duplicazione del cubo: si trattava, assegnato un cubo, di raddoppiarlo. Esitarono tutti a lungo, finché per primo Ippocrate da Chio trovò che la duplicazione del cubo si ottiene se, dati due segmenti rettilinei, dei quali il maggiore sia doppio del minore, se ne trovano altri due che siano medi proporzionali, in proporzione continua; ma così tradusse una difficoltà in un’altra, non minore. Si narra che in seguito i Delii, per indicazione dell’oracolo, si sforzassero di duplicare un certo altare, imbattendosi nella medesima difficoltà. Incaricarono allora alcuni ambasciatori di andare a chiedere ai geometri che facevano parte dell’Accademia di Platone di trovare una soluzione a questo loro problema. Si dice che il problema fosse affrontato con ogni cura, nell’intento di trovare quei due segmenti medi proporzionali e che Archita[2] di Taranto vi riuscisse ricorrendo a un semicilindro, ed Eudosso, [3] per parte sua, facendo intervenire certe linee curve. E avvenne che tutti arrivassero a formulare dimostrazioni accurate, ma non riuscirono a trovare soluzioni praticabili e rispondenti alla bisogna, a parte forse Menecmo,[4] un po’ tortuosamente. Noi, per parte nostra, abbiamo trovato un metodo idoneo, strumentale, per cui tra due segmenti assegnati siamo in grado di considerare due segmenti medi proporzionali, e non solo di quei due, ma di quanti se ne vogliano porre.

In questa lettera Platone è presentato come direttore dell’Accademia, da lui fondata nel 387 a.C., nella quale si coltivavano le scienze matematiche, com’è noto, ma non come solutore del problema di Delo. Vi leggiamo invece come Eratostene abbia affrontato il problema, mediante il suo “mesolabio”, ma soprattutto abbiamo notizia della geniale intuizione di Ippocrate di Chio, che costituirà la base teorica sulla quale lavoreranno tutti coloro che nell’antichità si cimentarono nel problema della duplicazione del cubo. Afferma in sostanza Ippocrate che il problema sarà risolto se si sarà trovato il modo, come vedremo tra poco, d’inserire due segmenti medi proporzionali tra due segmenti di lunghezza, rispettivamente, a e 2a.
Il mesolabio di Eratostene può essere considerato una sorta di regolo calcolatore per la determinazione di due segmenti x, y, medi proporzionali tra due segmenti dati, a e b (dove b non è necessariamente uguale a 2a), mediante un filo teso sopra tre pannelli graduati e scorrevoli.
Qui sotto vediamo una ricostruzione del mesolabio, presso il Museo di Storia Naturale e della Strumentazione Scientifica dell’Università di Modena e Reggio Emilia: facendo clic sull’immagine è possibile visualizzare una spiegazione del suo funzionamento.

Il contributo di Ippocrate di Chio (470-410 a.C.) – Ippocrate di Chio (da non confondere con l’altro Ippocrate, il medico, che era di un’altra isola dell’Egeo, Coo) imposta il problema affermando che, volendo duplicare un cubo che abbia spigolo a, occorre pensare a un cubo il cui spigolo x sia maggiore  di a secondo una relazione che, espressa in forma algebrica, noi moderni scriviamo così:

Il problema di Delo a questo punto si pone in questi termini: “Come calcolare la radice cubica di un numero, ovvero, poiché i Greci ragionavano in termini geometrici, come determinare il segmento che abbia misura x?”. Ippocrate dice che questo problema, a sua volta, si risolve trovando due medi proporzionali tra a e 2a, tali che:

a : x = x : y = y : 2a

Infatti consideriamo separatamente l’eguaglianza dei primi due rapporti e quella del primo e del terzo, si ha

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2. Risposta di Platone, secondo Plutarco

Anche Plutarco (46 ca. – 125 ca.) fa intervenire Platone nel “problema di Delo”: nel Dèmone di Socrate, un dialogo conviviale che si sarebbe tenuto in occasione dell’anniversario della nascita di Platone, uno dei convitati ricorda che i Delii si erano rivolti a Platone, in quanto esperto di geometria, per risolvere il problema della duplicazione del cubo. Tuttavia Platone, secondo Plutarco, non risolve il problema, ma illustra il significato della singolare richiesta dell’oracolo, quella che abbiamo letto nella lettera di Eratostene, precisando che il dio aveva inteso esortare i Delii e tutti i Greci allo studio delle matematiche, per la loro benefica influenza nell’educazione della mente. Leggiamo nel Dèmone di Socrate (vedi Περί τοῦ Σωκράτους δαιμονίου, 579 b-c):

῾Ημῖν ἀπ᾽ Αἰγύπτου περὶ Καρίαν Δηλίων τινὲς ἀπήντησαν, δεόμενοι Πλάτωνος ὡς γεωμετρικοῦ λῦσαι χρησμὸν αὐτοῖς ἄτοπον ὑπὸ τοῦ θεοῦ προβεβλημένον. ἦν δὲ χρησμὸς, Δηλίοις καὶ τοῖς ἄλλοις Ἕλλησι παῦλαν τῶν παρόντων κακῶν ἔσεσθαι διπλασιάσασι τὸν ἐν Δήλῳ βωμόν. οὔτε δὲ τὴν διάνοιαν ἐκεῖνοι συμβάλλειν δυνάμενοι καὶ περὶ τὴν τοῦ βωμοῦ κατασκευὴν γελοῖα πάσχοντες, ἑκάστης γὰρ τῶν τεσσάρων πλευρῶν διπλασιαζομένης, ἔλαθον τῇ αὐξήσει τόπον στερεὸν ὀκταπλάσιον ἀπεργασάμενοι, δι᾽ ἀπειρίαν ἀναλογίας ἣ τῷ μήκει διπλάσιον παρέχεταἰ, Πλάτωνα τῆς ἀπορίας ἐπεκαλοῦντο βοηθόν. ὁ δὲ τοῦ Αἰγυπτίου μνησθεὶς προσπαίζειν ἔφη τὸν θεὸν Ἕλλησιν ὀλιγωροῦσι παιδείας, οἷον ἐφυβρίζοντα τὴν ἀμαθίαν ἡμῶν καὶ κελεύοντα γεωμετρίας ἅπτεσθαι μὴ παρέργως. οὐ γάρ τοι φαύλης οὐδ᾽ ἀμβλὺ διανοίας ὁρώσης, ἄκρως δὲ τὰς γραμμὰς ἠσκημένης ἔργον εἶναι δυεῖν μέσων ἀνάλογον λῆψιν, μόνῃ διπλασιάζεται σχῆμα κυβικοῦ σώματος ἐκ πάσης ὁμοίως αὐξόμενον διαστάσεως. τοῦτο μὲν οὖν Εὔδοξον αὐτοῖς τὸν Κνίδιον ἢ τὸν Κυζικηνὸν Ἑλίκωνα συντελέσειν: μὴ τοῦτο δ᾽ οἴεσθαι χρῆναι ποθεῖν τὸν θεὸν.

Cioè:

Giunti dall’Egitto in Caria, ci vennero incontro alcuni abitanti di Delo, i quali chiedevano che Platone, in quanto esperto in geometria, spiegasse loro uno strano responso pronunciato dal dio. Ai Delii ed a agli altri Greci l’oracolo prediceva la fine delle presenti sciagure, se avessero costruito un altare di volume doppio rispetto a quello esistente a Delo. Non riuscendo a comprendere l’intenzione del dio e rendendosi ridicoli con la costruzione dell’altare, poiché raddoppiavano ciascuno dei quattro lati, ottennero senza accorgersene un solido otto volte più grande, per ignoranza del rapporto che produce la duplicazione in lunghezza. Dunque chiedevano che Platone li aiutasse a superare tale difficoltà. Ricordandosi dell’Egiziano,[5] egli rispose che il dio quasi deridendo la nostra ignoranza si prendeva gioco dei Greci che non si davano cura dell’istruzione e li esortava a dedicarsi seriamente allo studio della geometria. Disse che occorreva un’intelligenza non certo limitata e dalla vista corta, bensì esperta a fondo nella geometria per trovare l’elemento proporzionale fra due grandezze, il solo mezzo che raddoppia il volume di un corpo cubico con un uguale incremento su ogni dimensione. Aggiunse che questo calcolo avrebbero potuto farlo Eudosso di Cnido oppure Elicone di Cizico: comunque non dovevano credere che il dio volesse questo.

Dunque Platone è presentato da Plutarco come esperto di geometria, ma non come colui che trova la soluzione del problema; inoltre, sempre stando a Plutarco, che ne scrive nelle Dispute conviviali, Platone insiste sulla necessità che la geometria non si contamini con la meccanica, cioè con la costruzione di strumenti idonei a risolvere problemi geometrici, che vanno piuttosto affrontati con l’evocazione di modelli mentali. Si veda Plutarco, Quaestiones convivales VIII, ii, 718ef:

Εὐθὺς ὑπολαβὼν ὁ Τυνδάρης ‘οἴει γάρ’ εἶπεν, ‘ὦ Διογενιανέ, τῶν περιττῶν τι καὶ δυσθεωρήτων αἰνίττεσθαι τὸν λόγον, οὐχ ὅπερ αὐτὸς εἴρηκε καὶ γέγραφεν πολλάκις, ὑμνῶν γεωμετρίαν ὡς ἀποσπῶσαν ἡμᾶς προσισχομένους τῇ αἰσθήσει καὶ ἀποστρέφουσαν ἐπὶ τὴν νοητὴν καὶ ἀίδιον φύσιν, ἧς θέα τέλος ἐστὶ φιλοσοφίας οἷον ἐποπτεία τελετῆς; […] Πᾶσι μὲν οὖν τοῖς καλουμένοις μαθήμασιν, ὥσπερ ἀστραβέσι καὶ λείοις κατόπτροις, ἐμφαίνεται τῆς τῶν νοητῶν ἀληθείας ἴχνη καὶ εἴδωλα· μάλιστα δὲ γεωμετρία κατὰ τὸν Φιλόλαον ἀρχὴ καὶ μητρόπολις οὖσα τῶν ἄλλων ἐπανάγει καὶ στρέφει τὴν διάνοιαν, οἷον ἐκκαθαιρομένην καὶ ἀπολυομένην ἀτρέμα τῆς αἰσθήσεως. διὸ καὶ Πλάτων αὐτὸς ἐμέμψατο τοὺς περὶ Εὔδοξον καὶ Ἀρχύταν καὶ Μέναιχμον εἰς ὀργανικὰς καὶ μηχανικὰς κατασκευὰς τὸν τοῦ στερεοῦ διπλασιασμὸν ἀπάγειν ἐπιχειροῦντας, ὥσπερ πειρωμένους δίχα λόγου δύο μέσας ἀνάλογον, ᾗ παρείκοι, λαβεῖν· ἀπόλλυσθαι γὰρ οὕτω καὶ διαφθείρεσθαι τὸ γεωμετρίας ἀγαθὸν αὖθις ἐπὶ τὰ αἰσθητὰ παλινδρομούσης καὶ μὴ φερομένης ἄνω μηδ’ ἀντιλαμβανομένης τῶν ἀιδίων καὶ ἀσωμάτων εἰκόνων, πρὸς αἷσπερ ὢν ὁ θεὸς ἀεὶ θεός ἐστιν.

Cioè:

Tindare soggiunse immediatamente: «Forse tu credi, o Diogeniano, che questa frase di Platone[6] accenni misteriosamente a qualcosa di prodigioso e oscuro, e non a quello che lui disse e scrisse spesso, quando loda la geometria perché ci distoglie dalle cose sensibili, e ci applica alla natura puramente intellegibile ed eterna, la cui contemplazione è lo scopo della filosofia, come l’epoptia[7] è il fine dell’iniziazione ai sacri misteri? […] Tutte le conoscenze matematiche sono come specchi piani e levigati: riflettono nelle nostre anime i contorni e le immagini delle verità delle cose intellegibili. Ma è soprattutto la geometria quella che, essendo secondo Filolao madre e signora di tutte le conoscenze matematiche, suscita e indirizza il pensiero, purificandolo e distogliendolo insensibilmente dalla vista delle cose sensibili. Perciò lo stesso Platone biasimava coloro che, seguendo l’esempio di Eudosso, Archita e Menecmo pretendono di ridurre la duplicazione di un solido a una procedura strumentale e meccanica, come a voler trovare due medi proporzionali  di un rapporto, facendo a meno del ragionamento.[8] Diceva che così perisce e si guasta tutto ciò che la geometria ha di meglio, facendola retrocedere, invece di innalzarla, senza che possa cogliere quelle immagini eterne ed incorporee alle quali il dio è sempre rivolto, e perciò egli è, appunto, divino».

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3. Teone di Smirne conferma il resoconto di Plutarco

Teone di Smirne (70 ca. – 135 ca.) scrisse un trattato conosciuto come Expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium,[9] inteso a facilitare la lettura dei numerosi riferimenti matematici sparsi nell’opera di Platone. Sul problema di Delo non dice molto, anche perché Platone non vi accenna nella sua opera: riporta tuttavia quanto abbiamo già letto nella lettera di Eratostene a Tolomeo, aggiungendo la ragione per cui i Delii volessero duplicare il cubo, quella stessa esplicitata da Plutarco, suo contemporaneo, come abbiamo visto sopra. La concordanza non desta meraviglia, essendo la fonte di Teone e Plutarco lo stesso Eratostene che circa quattro secoli prima aveva scritto il Platonico, opera per noi perduta, ma non per loro, che si ritiene fosse una sorta di commento filosofico-matematico del Timeo di Platone. Perciò, anche secondo Teone di Smirne, Platone non ha risolto il problema di Delo, ma ha interpretato le parole dell’oracolo come monito perché i Greci si applicassero allo studio delle matematiche.

Ἐρατοσθένης μὲν γὰρ ἐν τῷ ἐπιγραφομένῳ Πλατωνικῷ φησιν ὅτι, Δηλίοις τοῦ θεοῦ χρήσαντος ἐπὶ ἀπαλλαγῇ λοιμοῦ βωμὸν τοῦ ὄντος διπλασίονα κατα|σκευάσαι, πολλὴν ἀρχιτέκτοσιν ἐμπεσεῖν ἀπορίαν ζη|τοῦσιν ὅπως χρὴ στερεὸν στερεοῦ γενέσθαι διπλάσιον, ἀφικέσθαι τε πευσομένους περὶ τούτου Πλάτωνος. τὸν δὲ φάναι αὐτοῖς, ὡς ἄρα οὐ διπλασίου βωμοῦ ὁ θεὸς δεόμενος τοῦτο Δηλίοις ἐμαντεύσατο, προφέ- ρων δὲ καὶ ὀνειδίζων τοῖς Ἕλλησιν ἀμελοῦσι μαθημάτων καὶ γεω|μετρί- ας ὠλιγωρηκόσιν.
ἀκολούθως δὲ τῇ τοῦ Πυθίου παραινέσει πολλὰ καὶ αὐτὸς διέξεισιν ὑπὲρ τοῦ ἐν τοῖς μαθήμασι χρησίμου.

Cioè:

Eratostene, nella sua opera intitolata Platonico, afferma che quando il dio vaticinò ai Delii che per liberarsi dalla peste avrebbero dovuto costruire un altare doppio rispetto a quello già esistente, i progettisti si imbatterono in grandi difficoltà nel cercare in che modo si produce un solido doppio rispetto a un altro, e si recarono perciò da Platone per chiedergli consiglio su questo. Egli rispose loro che il dio non aveva vaticinato in tal modo ai Delii poiché aveva necessità di un altare di dimensioni doppie, ma per sanzionare e richiamare i Greci poiché trascuravano le matematiche e non si curavano della geometria.
In conformità con il monito di Apollo Pizio anche lo stesso Platone tratta spesso del valore delle matematiche.[10]

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4. Platone solutore del problema, secondo Eutocio

Eutocio, come abbiamo visto, non solo ci ha tramandato la lettera di Eratostene a Tolomeo, ma ci presenta la soluzione che Platone avrebbe dato al problema di Delo: ce ne dà conto ancora nel suo commento al trattato di Archimede Sulla sfera e il cilindro.[11] Per la precisione, Eutocio non dice nemmeno che Platone abbia risolto il problema di Delo, ma che ha trovato il modo d’individuare due segmenti medi proporzionali tra due segmenti dati. Il che equivale, in termini algebrici, come abbiamo visto, a trovare la radice cubica di 2. Platone è citato nell’intestazione del problema, e qui soltanto, dopo di che non si fa più parola del filosofo ateniese, perlomeno a questo riguardo. Ecco l’intestazione:

Ως Πλάτων.
Δύο δοθεισῶν εὐθειῶν δύο μέσας ἀνάλογον εὑρείν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ.

Cioè

[Soluzione del problema] secondo Platone.
Date due linee rette[12] trovare due medie proporzionali in proporzione continua.

Segue la descrizione di un telaio regolabile, e del modo di utilizzarlo, dopo aver disposto ortogonalmente i due segmenti dei quali si vogliano trovare due medi proporzionali. Il telaio è regolabile in quanto il listello superiore può essere posto a diverse distanze da quello inferiore, come vediamo nella figura:

Per spiegare come si applichi lo strumento e quale sia il suo principio di funzionamento, ricordiamo il punto di partenza: Dati due segmenti a e b, trovare due segmenti x ed y medi proporzionali in proporzione continua, tali cioè che:

a : x = x : y = y : 2a

Qui di seguito, invece di riportare l’originale greco che, anche tradotto, richiederebbe alle nostre deboli menti uno sforzo eccessivo, ne presentiamo una riformulazione in termini a noi più familiari.
Cominciamo dunque con il disporre i due segmenti a e b = 2a così da formare un angolo retto; quindi tracciamo due linee che ne siano il prolungamento, come mostrato in figura. Poi si prenda un telaietto il cui listello superiore possa essere abbassato rispetto a quello inferiore  e disponiamolo in modo che il bordo interno del listello inferiore sia a contatto con il punto C.

Adesso ruotiamo il telaietto, mantenendo il contatto in C sottoponiamolo a traslazione e abbassiamone il listello superiore quanto basta, procedendo per tentativi, in modo che l’angolo interno inferiore sinistro cada sul prolungamento del segmento a e che il bordo interno del listello mobile passi per il punto A.

I due angoli interni a sinistra del telaietto regolabile individuano i segmenti x e y medi proporzionali tra a e b, come vediamo nella figura qui sotto. Il segmento x costituisce la soluzione del problema.

Infatti, considerando il triangolo rettangolo ADE, vediamo che il segmento x è l’altezza relativa all’ipotenusa: pertanto x, per il secondo teorema di Euclide,[13] risulta medio proporzionale tra le proiezioni dei cateti sull’ipotenusa, a e y, cioè:

a : x = x : y

Analogamente, nel triangolo rettangolo DEC il segmento y è l’altezza relativa all’ipotenusa, pertanto y risulta medio proporzionale tra le proiezioni dei cateti sull’ipotenusa, x e 2a, cioè:

x : y = y : 2a

Combinando le due espressioni qui sopra otteniamo:

a : x = y : 2a

Avendo determinato, con il telaio regolabile, x e y, tali da rispettare la relazione qui sopra, abbiamo realizzato la condizione necessaria e sufficiente perché

x3 = 2a3

Cioè, si è trovata una soluzione al problema di Delo: Eutocio qui non ne fa menzione, ma noi sappiamo che questa è la soluzione.

Qui si pone il dubbio: è mai possibile che Platone abbia escogitato un metodo per risolvere un problema geometrico che preveda l’uso del telaio di Eutocio? Un telaietto che debba essere posizionato per successivi tentativi di traslazione, rotazione e abbassamento del listello superiore appare poco “platonico”.
Il dubbio è legittimo, e non solo per quello che ci dice Plutarco. Nella Repubblica leggiamo dell’importanza delle matematiche nell’educazione della mente dei filosofi che dovranno dirigere lo Stato, perché si abituino a distogliere lo sguardo dalle cose sensibili e a cogliere l’intellegibile. Il pensiero dei matematici, d’altra parte, è – anzi, deve essere – astratto dalle cose materiali, quelle che cadono sotto i sensi, essendo inteso all’intellegibile, che solo può essere “visto” dalla mente. Vedi Repubblica, VI, 510 d:

[…] οὐκοῦν καὶ ὅτι τοῖς ὁρωμένοις εἴδεσι προσχρῶνται καὶ τοὺς λόγους περὶ αὐτῶν ποιοῦνται, οὐ περὶ τούτων διανοούμενοι, ἀλλ᾽ ἐκείνων πέρι οἷς ταῦτα ἔοικε, τοῦ τετραγώνου αὐτοῦ ἕνεκα τοὺς λόγους ποιούμενοι καὶ διαμέτρου αὐτῆς, ἀλλ᾽ οὐ ταύτης ἣν γράφουσιν […]  τούτοις μὲν ὡς εἰκόσιν αὖ χρώμενοι, ζητοῦντες δὲ αὐτὰ ἐκεῖνα ἰδεῖν ἃ οὐκ ἂν ἄλλως ἴδοι τις ἢ τῇ διανοίᾳ.

Cioé

[Tu sai] dunque che [i matematici] fanno ricorso a figure visibili e ne discorrono, eppure non pensano a queste, ma a quelle di cui queste sono copia; ragionano sul quadrato in sé e sulla diagonale in sé, non su quella che disegnano; […] ricorrono, certo, a queste immagini, ma ciò che essi ricercano veramente è la visione di quelle realtà che possono essere viste soltanto dalla mente.

Scrive Gino Loria in un trattato dell’inizio del secolo trascorso, ricco d’informazioni, dimostrazioni matematiche e di cultura, sempre attuale:[14]

Questa soluzione è semplice e non manca di eleganza; essa non è che un’applicazione del teorema “La perpendicolare condotta dal vertice dell’angolo retto di un triangolo rettangolo sull’ipotenusa è media proporzionale tra i segmenti dell’ipotenusa stessa”, teorema che, come sappiamo già, era già noto ad Archita. Nulla si oppone dunque ad ammettere che quella soluzione sia dovuta a Platone; però essa è meccanica, onde sembrerebbe impossibile attribuirla a colui che biasimava chi risolveva con mezzi meccanici i problemi geometrici perché così le prerogative della geometria vengono oscurate e tolte, [essendo] essa ricondotta allo stato pratico, invece di fare come obietti di essa le figure eterne ed incorporee; perciò taluno ritiene apocrifa la soluzione di Platone e trova una conferma di tale congettura nel fatto che il solo Eutocio ne tenga parola, mentre, ad esempio, Eratostene non ne parli affatto nell’epistola storica relativa al problema di Delo. Si può, tuttavia, conciliare il biasimo con la soluzione di Platone, vuoi ammettendo che egli, per screditare le soluzioni meccaniche abbia dimostrato col fatto quanto fosse facile immaginarne [una], vuoi supponendo che Platone siasi limitato a ridurre il problema della costruzione delle due medie fra le rette a, b[15] all’inserzione tra i prolungamenti di queste rette di una retta DE che riesca perpendicolare alle AD e CE.

In altre parole – questo sembra dire Loria, insigne matematico ed accademico Linceo – è come se Platone avesse detto “La soluzione del problema è data da una retta DE che riesca perpendicolare alle rette AD e CE”; poi qualche altro “vile meccanico” avrà inventato il telaio con listello regolabile, e il modo di impiegarlo. Dunque Platone non avrebbe dato la soluzione del problema di Delo, non si è espresso sulla lunghezza dello spigolo del cubo raddoppiato, non ha calcolato niente, si è limitato a dare un’indicazione di metodo. Come Ippocrate di Chio aveva aperto la strada ai matematici successivi, indicando che la soluzione del problema consiste nell’individuare due medi proporzionali tra i segmenti a e 2a, così Platone ha fatto sapere – o avrebbe fatto sapere – ai matematici che il problema della duplicazione del cubo, da Ipparco riformulato nel problema dell’individuazione di due segmenti medi proporzionali tra lo spigolo del cubo dato e un segmento di misura doppia di quello spigolo, può essere a sua volta riformulato individuando il segmento DE. Ma l’individuazione di tale segmento, come sappiamo con il senno del poi, non è possibile rispettando il canone della geometria dimostrata con riga e compasso. In ogni caso, sia Ippocrate di Chio, sia Platone, hanno ragionato “platonicamente”, come si conviene a matematici puri, interessati a cogliere le figure “intellegibili”, contemplabili dalla mente, senza curarsi delle figure “sensibili”, cioè percettibili dai sensi.

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5. Il mito di Platone matematico, secondo Bessarione

Il cardinale Bessarione (1403-1472), umanista bizantino, quand’ancora è arcivescovo ortodosso di Nicea discute in Italia l’unione delle due Chiese, la cattolica e l’ortodossa, così da por fine allo Scisma d’Oriente. In effetti al concilio di Firenze, nel 1439, è proclamata l’unione tra la Chiesa greca e qualla latina. Terminata la sua missione, Bessarione rientra a Bisanzio, ma nel 1440 fa ritorno in Italia, essendo nominato cardinale della Chiesa unificata da Eugenio IV. L’unione delle due Chiese dura però pochi anni, fino alla presa di Costantinopoli (1453): Bessarione rimane in Italia, cardinale della Chiesa cattolica, dove contribuisce a diffondere lo studio del greco e della filosofia platonica.
Bessarione scrisse, tra l’altro, un’opera in difesa del platonismo, contro le tesi di Giorgio di Trebisonda, favorevoli a una convergenza del cristianesimo nell’aristotelismo. L’opera,  intitolata In calumniatorem Platonis, fu scritta in greco, ma ebbe ampia circolazione nella traduzione latina, divisa in quattro libri: a questa facciamo riferimento nel presentare il punto di vista di Bessarione su Platone matematico. In particolare, nel cap. 8 del libro I, Bessarione si propone di dimostrare che Platone fu cultore esimio delle discipline matematiche:

Equidem ita a maioribus nostris traditum accepi Platonem non minus quadripartitam hanc mathematicarum disciplinarum rationem quam aliam quamvis philosophiae partem suis discipulis explicare solitum fuisse ac vestibulo scholae eius hoc epigramma inscriptum extitisse: «Nemo huc geometriae expers introeat».

Cioè:

Ed invero sappiamo dai nostri predecessori che Platone era solito spiegare ai suoi discepoli tale teoria quadripartita delle discipline matematiche non meno di qualsiasi altra parte della filosofia; e sappiamo che all’ingresso della sua scuola si trovava l’iscrizione: «Nessuno entri ignaro di geometria».

In quest’opera manifestamente apologetica Bessarione non si perita di raccogliere tutti gl’indizi e tutte le testimonianze favorevoli alla sua tesi, che cioè tutto quello che c’è di buono in Aristotele si trova già in Platone, che gli fu maestro, e che l’insegnamento di Platone converge meravigliosamente con quello della Chiesa. E per dimostrare l’eccellenza di Platone delle discipline matematiche riprende la notizia che sul frontone dell’Accademia platonica sarebbe stato scritto:

Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω

cioè «Nessuno entri ignaro di geometria». Queste parole sono citate variamente, cioè con qualche variante, in epoca moderna: tra gli altri, da Erasmo, nell’Adagio “2260 – Ἀγεωμέτρητος οὐδεὶς εἰσίτω”; e dall’editore di Copernico, nel talloncino di presentazione dell’edizione di Norimberga (1543) del trattato De revolutionibus orbium coelestium libri VI;[16] tuttavia le testimonianze di epoca antica non sono anteriori al IV sec. d.C. Anzi, “la” testimonianza, quella di Sopatro di Apamea, un retore messo a morte da Costantino I, vissuto dunque circa settecento anni dopo Platone. Scrive infatti in uno scolio a un testo di Publio Elio Aristide:[17]

Ἐπεγέγραπτο ἔμπροσθεν τῆς διατριβῆς τοῦ Πλάτωνος ὅτι ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω· ἀντὶ τοῦ ἄνισος καὶ ἄδικος. ἡ γὰρ γεωμετρία τὴν ἰσότητα καὶ τὴν δικαιοσύνην ζητεῖ.

Cioè

Era scritto nel frontone della scuola di Platone ‘Nessuno entri, che non sappia di geometria’ come per dire ‘se non ha nozione di eguaglianza, di giustizia’: perché la geometria è ricerca dell’eguaglianza e della giustizia.

Dunque secondo questa testimonianza l’iscrizione avrebbe il significato di un monito alla virtù filosofica della giusta misura,[18] come del resto è riportato anche da Bessarione, che però preferisce interpretare l’iscrizione come un monito allo studio della geometria:

Quod imprimis significare videtur eum a sacello philosophiae arcendum esse, qui geometriae disciplina non sit institutus, quamquam illud quoque possit denotare neminem esse intromittendum, qui virtutem ex geometrica mediocritate quaesitam non sit consecutus.

Cioè

Il che in primo luogo sembra voler dire che dal santuario della filosofia va tenuto lontano chi non sia stato istruito nella geometria, per quanto potrebbe anche indicare che nessuno dev’essere ammesso, che non abbia conseguito la virtù che procede dalla giusta misura geometrica.

Naturalmente non manca in Bessarione il riferimento al ruolo di Platone nella soluzione del problema di Delo:

Quamobrem Athenienses, cum aliquandiu ancipites consilii fuissent, ad extremum Platonem adiisse, quem norant mathematicarum rerum esse peritissimum. Consultum igitur Platonem, quid sibi Apollinis oraculum vellet, ita respondisse. Probro dare Atheniensibus Deum, quod Geometriae disciplinam contemnerent. Post haec, ita duplicari cubum, discipulis suis ostendisse. Si duabus lineis rectis, duae mediae rectae proportionales invenirentur. Duabus enim unam mediam proportionalem inveniri compertum iam erat. Sed duabus reperiri posse proportionales, adhuc erat ignotum. Platonem itaque, id primum comperisse, et quod nunc in libris Archimedis legitur, illius esse inventum.

Cioè:

Perciò gli Ateniesi, dopo esser stati alquanto dubbiosi sul da farsi, si recarono finalmente da Platone, che sapevano essere un grande conoscitore delle discipline matematiche. Platone adunque, richiesto del significato dell’oracolo di Apollo, rispose che il dio rimproverava gli Ateniesi di non tenere da conto la disciplina geometrica. Dopo di ciò mostrò ai suoi discepoli che il cubo si duplica trovando, dati due segmenti rettilinei, due segmenti medi proporzionali. Già si sapeva come trovare il segmento medio proporzionale tra due segmenti dati; ma ancora non si sapeva come trovare due medi proporzionali a due dati segmenti. Fu dunque Platone colui che per primo trovò la soluzione: quella che oggi leggiamo nei libri di Archimede è una scoperta di Platone.

Bessarione mette insieme le due versioni del coinvolgimento di Platone nel problema di Delo sopra considerate: sia quella per cui il filosofo ateniese non portò a soluzione il problema, ma si limitò a spiegare la richiesta dell’oracolo come un monito allo studio delle matematiche, sia quella – riportata da Eutocio – per cui Platone sviluppò il calcolo per la determinazione dello spigolo di un cubo di volume doppio. Infine assegna a Platone un merito che non è suo, quello di avere indicato la possibilità di tradurre il problema della duplicazione del cubo nel problema di trovare due segmenti medi proporzionali tra due segmenti dati: ma, come abbiamo visto, il merito di questa intuizione dev’essere attribuito a Ippocrate di Chio.

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[1] Il testo greco e la traduzione latina a fronte della lettera di Eratostene sono riportati in Archimedis opera omnia cum commentariis Eutocii, ed. Heiberg, III, Lipsiae 1881, pp. 102-106.

[2] Archita di Taranto (428-360 a.C.) è un filosofo pitagorico, che Platone conobbe nel suo soggiorno a Taranto, nel corso del primo viaggio a Siracusa, presso il tiranno Dionigi I. La soluzione proposta da Archita è ingegnosa, tanto più in quanto pensata senza ricorso alle coordinate cartesiane: il segmento x è dato dall’intersezione di un cilindro, un cono e un toro (una superficie chiusa a forma di ciambella).

[3] Eudosso di Cnido (408-355 ca. a.C.), discepolo di Platone e di Archita: non conosciamo la soluzione del problema da lui proposta.

[4] Menecmo (380 a.C. ca. – 320 a.C. ca.), amico di Platone, forse discepolo di Eudosso: la soluzione del problema da lui proposta – anch’essa trasmessaci da Eutocio – è data dall’intersezione di una parabola con un’iperbole.

[5] Il sacerdote Conufi, al quale Platone avrebbe chiesto, nel corso del suo viaggio in Egitto, d’interpretare un’iscrizione misteriosa trovata in un villaggio presso Tebe, colpito da una dura carestia. Il sacerdote rispose che quella tavoletta risaliva al tempo del regno di Proteo e che conteneva l’esortazione del dio ai Greci perché vivessero in pace fra loro e rivaleggiassero semmai nella sapienza e nella giustizia. Vedi La tavoletta di Alcmena e la sagacia di Agesilao.

[6] «Il Dio sempre geometrizza».

[7] ᾿Εποπτεία, il massimo grado d’iniziazione ai misteri eleusini.

[8] Il testo greco presenta qualche difficoltà d’interpretazione, che può essere appianata, ma solo in parte, leggendo ἀνάλογον invece di ἀνὰ λόγον (Madvigius), dove ἀνάλογον è avverbio: “in proporzione”. Vedi la lettera di Eratostene, qui sopra citata: «δύο μέσας ἀνάλογον λαβεῖν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ».

[9] Titolo originale: Τὰ κατὰ τὸ μαϑηματικὸν χρήσιμα εἰς τὴν Πλάτωνος ανάγνωσιν.

[10] Trascrizione e traduzione da: Teone di Smirne, Expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium, trad. e cura di F.M. Petrucci, Academia Verlag, Sankt Augustin 2012).

[11] Cfr. Archimedis opera omnia cum commentariis Eutocii, cit., pp. 66-70.

[12] Noi oggi diciamo “segmenti”.

[13] Così diciamo noi moderni. Ma si tenga presente che Euclide viene dopo Platone e che, in ogni caso, questo teorema era già noto ad Archita di Taranto, contemporaneo di Platone.

[14] Gino Loria, Le scienze esatte nell’antica Grecia, Hoepli, Milano 1914.

[15] Abbiamo modificato le notazioni del testo originale, perché sia immediato il riferimento alla costruzione geometrica presentata nelle figure precedenti.

[16] Si veda il frontespizio della prima edizione (1543) dell’opera di Copernico: Nicolai Copernici Torinensis De revolutionibus orbium coelestium libri VI.

[17] Si veda Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω. Une inscription légendaire.

[18] Questa è anche l’interpretazione di Erasmo da Rotterdam.

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44 commenti
  1. Dopo Urania, Tersicore
    Cioè, dopo la geometria, il canto che dà gioia

    Chi ha letto, anche solo a volo d’uccello, il lungo articolo qui sopra ha diritto a una pausa di ricreazione dello spirito affaticato. Niente ci è parso più idoneo di questo concerto di Elena di Erevan, tenuto a Varna, in Bulgaria. Elena ci dà gioia, lei è Tersicore. Sarebbe tuttavia sciocco negare che le orchestrali che vediamo dietro Elena, con la loro aria di casalinghe acciaccate, siano poco gioiose: avranno le loro ragioni, non sappiamo, e ci dispiace per loro. La loro mestizia tuttavia è sovrastata dalla gioia di Elena. Cancelliamo dunque le orchestrali, concentriamoci su Elena, dispensatrice di gioia.
    È una ragazza armena, trasferitasi con i genitori in Russia, quand’era piccola e l’Armenia era una delle Repubbliche socialiste sovietiche; qui ha compiuto gli studi, adesso è di nuovo in patria, quasi sempre. Si presenta sulle scene come ‘Elena di Erevan’, dal nome della sua città, ricca di cultura e storia, capitale della Repubblica armena (Erevan, non Yerevan, che è la trascrizione della trascrizione russa). È bella, è brava e, soprattutto, è una donna gentile, come facilmente intuisce chiunque non sia di sentimento ottuso: basta osservarla, coglierne l’espressione, ascoltarla. È esattamente l’opposto della “donna determinata”, tristemente rappresentata dalla Boldrina, da Teodolinda Gruber, da Michela Murgia, giusto per fare qualche nome . La donna determinata, infatti, è cattiva, feroce; tutto può essere tranne che gentile; e se usa qualche gentilezza di circostanza, la sua faccia è quella dell’ipocrita. Non sa sorridere, oppure il suo è un sorrisetto forzato, asseverativo, di compiacimento per la propria determinazione, certo non sorride a voi. Elena no, Elena è bella, timida e generosa, non fa la faccia feroce, suo sorriso è sincero, lei vuole che siate felici.
    Elena canta volentieri le canzoni di Aznavour, anche in questo concerto in cui, per nostra fortuna, la sua grazia produce, come per incantamento, l’evanescenza delle dimesse orchestrali di Varna. Anche Aznavour è armeno, lui che in ricordo del genocidio del nobile popolo degli Armeni, perpetrato dall’Impero ottomano, ha composto ‘Ils Sont Tombés’. Sentiamo questo inno nell’interpretazione della bella Elena, sullo sfondo del Mausoleo dei caduti di Erevan:

    Come ricordavamo in una precedente pagina di Nusquamia, tra il 1915 e il 1916, per iniziativa di ufficiali turchi nazionalisti (i “giovani turchi”: e meno male che loro erano i progressisti!) cominciò la deportazione di 1.200.000 armeni, su una popolazione stimata di 1.800.000. Erano una comunità cristiana, accusata di connivenza con il nemico russo, al tempo della Prima guerra mondiale. Si calcola che il numero delle vittime, commemorato ogni anno il 24 aprile, data d’inizio dello sterminio, sfiori la cifra di un milione e mezzo. Alla deportazione e allo sterminio contribuirono ufficiali tedeschi (Germania e Turchia erano alleati contro il comune nemico russo).
    Il genocidio degli Armeni servì di modello per quello successivo, perpetrato dai nazisti sugli ebrei, in vista di una “Soluzione finale”. Di qui cominciò la diaspora degli armeni, come quella degli ebrei nei tempi remoti, e recenti. Tra gli armeni che riuscirono a fuggire c’era la famiglia di Charles Aznavour (il suo vero nome era Aznavourian).

  2. Però a Varna c’è anche la dolce Elis Dubaz

    Non facciamoci ingannare dalle casalinghe tristi di Varna che abbiamo visto nel concerto precedente, guardiamoci dal generalizzare: anche a Varna si coltiva la bellezza, come dappertutto, del resto; ma bisogna saperla cercare, e capire. Allora può capitare d’incontrare Elis Dubaz che canta ‘La vita bella’.

    Nota – Càpita che il video non sia sincronizzato con l’audio, ed è un peccato. Per porre rimedio all’inconveniente, ascoltare il brano direttamente su You Tube.

  3. Nuovo Cinema Nusquamia
    ‘Giordano Bruno’ (1973), di Giuliano Montaldo

    Qualche giorno fa ricorreva il centenario della morte di Giordano Bruno: dichiarato eretico dal Tribunale della Santa Inquisizione, fu consegnato al braccio secolare (il governatore di Roma) e arso vivo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio del 1600. Una settimana prima dell’esecuzione, come vediamo nel film, rivolge ai giudici queste parole: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam», cioè “Voi forse pronunciate questa sentenza con più paura di me che l’ascolto”.
    È interessante ascoltare il regista del film, Giuliano Montaldo, intervistato da Steve della Casa, che è un intenditore di cinema serio e misurato: non è uno di quei critici che, prima di ammannirci le loro banalità politicamente corrette, ci parlano di “impianto diegetico del film”, e così pensano di redimere le proprie carenze culturali. Ecco l’intervista:


    Per ascoltare la descrizione del film con Steve della Casa che intervista il regista Giuliano Montaldo, fare clic sull’immagine.

    C’è un passo dell’intervista, memorabile, che ci fa capire con veloce caratterizzazione quale attore fosse Gian Maria Volonté. Montaldo comincia con il raccontare come Gian Maria Volonté si fosse identificato nel personaggio di Giordano Bruno al punto di volersi esprimere, di là dalle intenzioni del regista, con un forte accento nolano, che gli stessi nolani, quando in seguito avrebbero visto il film, trovarono ineccepibile. Quindi racconta: «Eravamo a Tarquinia per girare la scena del rogo, perché non potevamo girarla nel posto reale, a Roma, a Campo de’ Fiori: non potevamo levare la statua e i negozi. Io e mia moglie la notte prima che si girasse la scena, eravamo in albergo. Non avevamo forse chiuso bene la porta. Nella notte, sentiamo aprire la porta. Entra Gian Maria Volonté che urla: “Come fate a dormire? Come fate? Domani c’è il rogo, mi bruciano vivo e voi dormite!”. Io dico “Ma qualcuno deve dormire”. E lui si è buttato vicino a me nel letto, io l’ho carezzato un po’ e lui si è placato. E si è messo a dormire! Il giorno successivo, quando avanzava con la mordacchia alla bocca, circondato dagl’incappucciati che lo accompagnavano al rogo, devo dire che fu una scena emozionante».

    Per approfondire, almeno in parte, il pensiero di Giordano Bruno, sentiamo questa conferenza di Carlo Sini:


    Per sentire la conferenza, fare clic sull’immagine.

  4. Follie della mistica politicamente corretta
    San Paolo è politicamente scorretto, d’accordo. Ma veramente citare le sue parole su Twitter è un reato?


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    La notizia è che l’ex ministro degl’Interni finlandese, la deputata Päivi Räsänen, denunciata per aver pubblicato nel 2019 su Twitter un “incitamento all’odio”, è ufficialmente sotto inchiesta. Quale tipo di odio? Quello contro la comunità Lgbtq, perché il ‘cinguettio’ manifestava dissenso dalla partecipazione della Chiesa luterana a una manifestazione di orgoglio gaio (“Gay Pride”).
    Qualcuno penserà che la deputata finlandese – medico, luterana lei stessa e moglie di un pastore della Chiesa evangelica luterana – abbia invocato populisticamente una contro-manifestazione in stile grillesco, all’insegna del “Vaffa”, o anche abbia auspicato un populistico lancio di monetine su qualche personalità pubblica sculettante. In effetti queste sarebbero manifestazioni d’incitamento all’odio, come del resto “etnicamente discriminanti” [*], e riconducibili ad odio, furono le espressioni di Umberto Bossi contro il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano (ancorché Bossi avesse ricevuto l’imbeccata di un cattivo consigliere, e non si capisce perché il suo avvocato non abbia presentato tale attenuante):

    Ma la deputata finlandese non ha fatto niente di tutto questo, non ha indetto – ripetiamo – una fatwa grillesca all’insegna del “vaffanculo”, non ha incitato la plebe (detta anche la “ggente”) al lancio moralistico di monetine, non si è nemmeno pronunciata in senso etnicamente discriminante. No, lei si è limitata a dire che a suo parere la Chiesa luterana non è coerente con l’insegnamento cristiano, e ha spiegato perché, citando un passo di una lettera di San Paolo ai Romani.
    Riassumendo, la malcapitata ha intitolato un suo contributo (“post”, in linguaggio coglione) ponendo il seguente quesito:

    In che modo la fondazione dottrinale della Chiesa, la Bibbia, può essere compatibile con la celebrazione vergognosa e peccaminosa dell’orgoglio gay?

    Segue il brano della Lettera di San Paolo ai Romani (I, 24-27):

    Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti, le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento.

    D’accordo, San Paolo ha scritto una lettera politicamente scorretta, laddove parla di «rapporti contro natura» e li condanna; una lettera che la Boldrina, Teodolinda Gruber e Michela Murgia non approverebbero. Ma questo basta perché si apra un fascicolo a carico della sventurata finlandese? È accusata di descrivere l’omosessualità come un «disturbo dello sviluppo psicosessuale» e di etichettare gli omosessuali come «disfunzionali». Secondo il procuratore, le osservazioni della deputata costituiscono un «un affronto all’eguaglianza e dignità degli omosessuali». Veramente ha senso accusarla di “crimine d’odio”, sottoporla a processo (entrambe le cose sono avvenute) ed eventualmente condannarla a una multa di 13.000 euro (speriamo che non avvenga)? In fondo, che cosa ha fatto, se non cogliere una contraddizione logica e citare, per argomentare il proprio punto di vista, un brano di Paolo di Tarso, l’“apostolo dei Gentili”, colui che cristianizzò i pagani greci e romani?
    Giudichi il lettore intelligente di Nusquamia (al solito, facendo distinzione tra la funzione attributiva e quella predicativa dell’aggettivo “intelligente”), soprattutto alla luce di una risorgenza del decreto di legge Zan. Scriveva l’Avvenire il 15 luglio 2021, quando si ebbe notizia della delazione a carico della deputata: «Dunque, per delle manifestazioni del pensiero prive di legame con la violenza e non lesive della dignità di alcuna persona, in virtù di una normativa simile a quella prevista nel ddl Zan, una deputata finlandese è sotto accusa. È vero, potrà essere assolta. Ma passeranno anni, perderà tempo prezioso e soldi. Il processo, poi, insegnavano i classici, già di suo è una pena».

    Sarebbe interessante conoscere in proposito il punto di vista della “Papessa di Bergamo” che, in quanto cattoprogressista e tessitrice di una vasta rete di relazioni, potrebbe ambire ad esercitare l’egemonia sull’eteròclita genìa dei cattoprogressisti, perlopiù cattolici non credenti, prendendo il posto di fratel Enzo Bianchi, che papa Francesco ha rimosso dalla Comunità monastica di Bose. [**]

    ……………………………………………..
    [*] Il 18 giugno 2015 il sostituto procuratore di Bergamo chiese la condanna di Umberto Bossi a un anno e sei mesi di reclusione per «offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica, con l’aggravante della discriminazione etnica, nonché vilipendio alle istituzioni». Dopo la condanna in primo grado a diciotto mesi, l’11 gennaio 2017 la Corte d’Appello di Brescia ha concesso a Bossi uno sconto: dodici mesi invece di diciotto.

    [**] Si veda Enzo Bianchi, ecco il decreto con cui è stato allontanato dalla Comunità di Bose.

  5. Ucraina e Russia: l’Europa non fa una bella figura, come di solito
    Ipocriti, oltre che vigliacchi

    Nessuno nega che l’Europa abbia i suoi interessi, e che non ci convenga allinearci con gli Stati uniti d’America: per loro è facile far la voce grossa con Putin, considerato che sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico sono autosufficienti. Noi in Europa, no; e men che meno siamo autosufficienti noi italiani.
    Ma allora diciamolo: abbiamo paura di morire di freddo e abbiamo paura di essere strangolati economicamente (se aumentano i costi dell’energia, il sistema industriale italiano va fuori mercato). Così stando le cose, non ce la sentiamo di decretare nuove sanzioni a carico della Russia, considerato, fra l’altro, che l’embargo del 2014 (al tempo in cui la Russia si riprese la Crimea), tuttora in vigore, ha danneggiato l’Italia più che la Russia. Perciò, con tante scuse per gli ucraini, dovendo (e volendo) far buon viso a cattivo gioco, non ce la sentiamo di contrastare Putin, né a viso aperto, e nemmeno copertamente. Si sa che Putin non è scemo, non conviene irritarlo. Se avessimo il coraggio di fare un discorso economicistico, invece di girare intorno al problema con miseri arzigògoli, non saremmo certo degli eroi, ma almeno non saremmo ipocriti. Fra l’altro — lo diciamo per chi ha poca dimestichezza con la logica — l’essere vicini al popolo ucraino (da non confondersi con le frange estremiste che pretendono di rappresentarlo), non significa che noi si pensi che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe la cosa migliore. Tutto il contrario.
    Invece che cosa fa l’Europa, con l’eccezione dell’Inghilterra che, a parte le cacate carte della Brexit, è pur sempre una nazione nobilissima dell’Europa? L’Europa cazzeggia, scopre che gli ucraini nella loro storia sono stati antisemiti. Così abbiamo trovato la scusa per lavarcene le mani. Ma come, forse che gli europei occidentali non sono stati antisemiti? Ma, soprattutto, abbiamo dato un’occhiata alla storia dell’Ucraina? A inquadrare il problema ci aiuta un bell’articolo di Francesco M. Cataluccio, pubblicato ieri 22 febbraio 2022 sul Foglio: possiamo leggerlo oggi, trascritto nel sito ‘Gariwo. La foresta dei giusti’.


    L’articolo può essere letto, trascritto nel sito Gariwo, facendo clic sull’immagine.

    Può anche essere utile sentire questa presentazione dell’incombenza di una guerra tra Russia e Ucraina, di Alessandro Barbero:

    Barbero mette in luce come l’identità russa, e il nome stesso di “Russia” nascano proprio in Ucraina: ecco allora che il discorso di Putin, il quale con argomenti storico-identitari vuole l’Ucraina pertinenza territoriale della Russia, può essere rovesciato. Cioè si può sostenere che la Russia dovrebbe semmai sentirsi, semmai, in debito nei confronti dell’Ucraina, e non in credito. Del resto nel 1954 l’allora segretario del PCUS, Nikita Chruščëv — ci ricorda Cataluccio — «per festeggiare degnamente il trecentesimo anniversario» della conclusione della guerra russo-polacca, vinta dai russi con il contributo determinante dei contadini ucraini contro la Confederazione polacco-lituana, «regalò all’Ucraina la penisola di Crimea che, nel 2014, i russi si sono ripresa».

    Si veda infine, sempre per la penna di Francesco M. Cataluccio: Breve storia dell’Ucraina, aggiornata fino a un momento fa.

  6. Salvini Putinofilo, ma non è l’unico…


    Fare clic sull’immagine per leggere il comunicato di Salvini, che qui vediamo indossare una maglietta con la fotografia di Putin.
    In basso Matteo Salvini, al tempo ministro dell’Interno, nega di aver invitato Gianluca Savoini negli incontri e nelle cene fra rappresentati italiani e russi, semntito da video e foto. Savoini è il fondatore dell’Associazione “culturale” Lombardia-Russia.

    Scriveva dunque Salvini:

    Qui Strasburgo, 25 novembre 2015.
    È appena intervenuto il Presidente Mattarella, che ha detto che chiudere e controllare le frontiere europee non serve. No, certo, facciamo entrare altri milioni di immigrati… Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin!

    Ma non è l’unico filoputiniano. Si è pronunciato in senso filoputiniano Diego Fusaro, pur essendo meno rincoglionito di Giulietto Chiesa buonanima; ma il buon Diego si è messo in testa di poter diventare l’Antonio Gramsci dei populisti del XXI secolo: auguri!. Filoputiniano è Di Battista che dice: «La Russia non sta invadendo l’Ucraina. Poi, per carità, tutto può accadere, ma credo che Putin (e non solo) tutto voglia fuorché una guerra» (letto sull’Huffington Post del 23.02.2022). Giuseppe Conte sarebbe anche lui filoputiniano, ma tentenna, al solito. Scrive il Corriere della Sera del 24.02.2022, p. 8 che «nel vecchio mondo di riferimento del centrodestra berlusconiano, anche quelli che non sono esattamente fan di Salvini condividono per una volta la sua impostazione» e cita Carlo Rossella, il brillante e mondano giornalista (ex PCI), berlusconiano a tutto tondo: «Le sanzioni non le trovo giuste. Anzi, sono esagerate, controproducenti, folli». Quindi ripota le parole di Simone Battistoni, presidente del Sindacato balneari della regione Emilia-Romagna: «Per la Romagna i turisti provenienti dalla Russia valgono il 10% degli stranieri che scelgono le nostre spiagge per un soggiorno. Il contesto ci preoccupa, tanto più considerato che la clientela russa nell’epoca pre-pandemia cresceva con tassi superiori al 12%. Per l’anno in corso c’era, insomma, una buona aspettativa».
    Insomma, l’aspetto economico è rilevante, sarebbe sciocco ignorarlo, non è tabù, non è politicamente scorretto. È invece ignobile volerlo sublimare, cazzeggiando e inventandosi belle parole e nobili ragioni per cui dovremmo simpatizzare per Putin.

  7. Un “meme” per rispondere a Putin, secondo il quale «l’Ucraina è un’invenzione di Lenin»
    Kiev era civile, quando Mosca era selvatica

    Scrive il Corriere della Sera (per leggere l’articolo per intero, fare clic sull’immagine):

    Il meme è stato creato e postato dall’Ambasciata statunitense a Kiev e mostra la storia della capitale ucraina paragonata a quella della capitale russa, Mosca. Nel dettaglio, il periodo storico preso in considerazione è quello che va dal 996 al 1108. Petr quanto riguarda Kiev, vengono mostrati alcuni degli edifici che hanno contribuito alla creazione del centro urbano oltre mille anni fa: la chiesa Desyatynna (in italiano chiesa delle Decime o della Dormizione della Vergine di Kiev), costruita su ordine del gran principe Vladimir il Grande tra il 989 e il 996. La cattedrale di Santa Sofia, chiesa ortodossa e primo sito ucraino ad essere inserito tra i patrimoni dell’umanità dell’Unisco, inaugurata nel 1011. Poi il monastero di Vydubychi, istituito tra il 1070 e il 1077 dal gran principe Vsevolod. Infine il Monastero dorato di San Michele, edificato sulla cima di una collina che domina il quartiere dei mercanti nel 1108, distrutto in epoca sovietica e poi ricostruito dopo l’indipendenza dell’Ucraina. E a Mosca? L’immagine è molto chiara: mentre a Kiev già sorgevano incredibili edifici dove oggi sorge la capitale ucraina la natura faceva ancora da padrona. Mosca era ancora soltanto una folta foresta.

    Va detto però che da quel tempo molta acqua è passata sotto i ponti. La civiltà russa è degna del massimo rispetto, è innegabile. Senza contare — forse questo è l’aspetto che più interessa Putin — che sono molto bravi nelle tecniche di cyberattacco:

    • Chi di cyberattacco colpisce, di contro-cyberattacco potrebbe morire


      Fare clic sull’immagine per ascoltare il videomessaggio del movimento degli hacker (nome in codice: “Anonymous”).

      Copio e incollo dal Corriere della Sera che cita l’agenzia di stampa LaPresse:

      Con un lungo video-messaggio, il movimento di hacker internazionali sfida apertamente il presidente Vladimir Putin dopo l’invasione delle truppe russe in Ucraina. “Questo è un messaggio a Vladimir Putin da Anonymous. Mister Putin, l’invasione in corso dell’Ucraina ha mostrato come il suo regime non abbia alcun rispetto per i diritti umani, né per il principio di autodeterminazione dei vostri vicini”, esordisce Anonymous. “Negli ultimi giorni è iniziata una invasione su larga scala, quartieri civili sono stati bombardati e persone innocenti sono state uccise. I rifugiati stanno scappando dalle violenze e al popolo ucraino è stato imposto il reclutamento dalle autorità di Kiev. La situazione è ovunque terribile e lei ne è l’artefice. Anonymous ha dichiarato una cyber guerra al suo regime aggressivo, mettendo offline numerosi siti governativi nei giorni scorsi. I siti web oscurati, però, sono solo l’inizio. Presto conoscerà la furia degli hacker di tutto il mondo. Questa è una guerra che lei non può vincere, a prescindere da quanto potente pensi di essere. Noi siamo Anonymous. Siamo una legione”.

  8. Il giornalista putiniano Giulietto Chiesa (buonanima) imbocca il piffero magico, ed è più bravo di Putin

    Questo video è di due anni fa. Ma il lettore di Nusquamia provvisto di senno avrà ampia materia per riflettere sulla politica (peraltro intelligente) di Putin, leggendo questo articolo di Nusquamia, anch’esso di due anni fa. Si veda in particolare l’Oratio Taurica, che ha per argomento la Crimea. Giulietto Chiesa non lo dice, lui che si è dato il còmpito di gettare fumo negli occhi, o, nella migliore delle ipotesi, di essere per Putin quel che Margherita Sarfatti fu per Mussolini; eppure Putin vuol essere veramente l’erede dell’Impero romano d’Oriente. Mosca dovrebbe diventare la terza Roma, e lui sarà il difensore della Cristianità, non più trascinata nel gorgo immanentista dei protestanti crudelmente veterotestamentari e dei cattolici ormai non più cristiani (quelli, soprattutto, che partecipano alla marcia della pace di Assisi calzando eleganti sandali, simil-francescani, firmati da Fendi).


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

  9. Yulia Tmoshenko, ucraìna, fu protagonista della c.d.”rivoluzione arancione”: da principio piaceva alle femministe, poi però…


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Yulia Tmoshenko, donna “determinata” (e bella), da principio piaceva parecchio, a casa nostra. Le damazze similprogressiste, quando l’astro della Timoshenko fulgeva, non esitarono ad allargarsi, dissero “È una di noi, è una di noi!”. E quando, non più paghe di esercitare un’azione di lobbying nelle istituzioni che contano, uscirono allo scoperto e scesero nell’agone politico, scelsero il colore arancione, come colore istituzionale.
    Poi però le stesse femministe che si erano inebriate per la Timoshenko al tempo degli allori, la abbandonarono quando cadde in disgrazia, dissero che era una serva di Putin (per altri invece è una “fascistoide” e una “quinta colonna dell’Occidente”). Alle elezioni presidenziali del 2019 la Timoshenko è ancora sulla breccia, si è classificata terza dopo l’attuale presidente Volodymyr Zelenskyj.
    Qui sotto, un esempio di emulazione del colore arancione lanciato dalla Timoshenko, e adottato come colore istituzionale per la campagna delle elezioni amministrative in un paese della provincia di Bergamo, nel 2012.

  10. Politicamente scorretto
    Nel sito di ‘Repubblica’ una notizia manda in visibilio la comunità gaia

    Questa notizia è apparsa nel sito del quotidiano ‘Repubblica’ il giorno 26 febbraio 2022. Contiene una promessa che per qualche tempo — troppo poco — ha mandato in visibilio la comunità gaia, che si apprestava a portarsi in zona di guerra, a costo di mettere in pericolo la propria vita. Ma si trattava di un refuso, che è stato subito emendato. La pagina, senza più il refuso e la sua gaia promessa, può essere letta facendo clic sull’immagine.

  11. Politicamente corretto
    Una sanzione demoralizzante per la Russia

    Scrive il sito di approfondimento politico TPI:

    Scende in campo anche Pornhub contro la Russia, dopo la scelta di invadere l’Ucraina. Tra le dure sanzioni che la comunità sta infliggendo a Putin per spingerlo a desistere da questa guerra, ce n’è una assai particolare. La nota piattaforma a luci rosse Pornhub infatti ha deciso di boicottare la Russia e di vietare l’accesso al sito agli utenti che vengono geo-localizzati nel Paese degli zar.
    […] Gli utenti russi che hanno tentato di visitare Pornhub sono stati bloccati da un messaggio che diceva loro che il contenuto è stato interrotto. […] Al posto dei contenuti pornografici, gli utenti russi che provano ad accedere su Pornhub visualizzano un messaggio di sostegno verso l’Ucraina, con tanto di bandiera gialloblu del Paese invaso da Putin.

  12. L’ambasciata russa si compiace di un articolo pubblicato sul Fatto quotidiano

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    L’articolo di Barbara Spinelli è stato presentato nel sito dell’Ambasciata russa in Italia con questo titolo: Un’analisi delle ragioni del conflitto. Da leggere. La sua trascrizione può essere letta nel sito della ex deputata al Parlamento europeo: Una guerra nata dalle troppe bugie.
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    Barbara Spinelli è una persona educata, è figlia di Altiero Spinelli e non merita di essere messa sullo stesso piano della Boldrina, di Teodolinda Gruber e di Michela Murgia. Però è politicamente improvvida, e non è la prima volta che fa la figura della mosca cocchiera, alla guida — oltre tutto — di un cocchio che non è il suo, e dal quale scenderebbe, se appena considerasse un po’ meno ingenuamente la natura e le motivazioni dei compagni di viaggio.
    Era proprio necessario questo suo ultimo articolo pubblicato dal Fatto quotidiano il 28 febbraio, che sembra scritto dal giornalista putiniano (buonanima) Giulietto Chiesa, anche se meno truce, non subdolamente minàce [Non dovete far adirare Putin, altrimenti lui scatena la terza guerra mondiale, e se lui fa la guerra, sappiate che la colpa è vostra], più educato?
    Ciò premesso, non intendo ritrattare il giudizio espresso su Nusquamia sei anni fa, dopo che la vidi in un’intervista televisiva pilotata da Mentana, contrapposta a Matteo Salvini:

    Devo dire che alcuni articoli di Barbara Spinelli che leggevo sulla Stampa non mi entusiasmavano, mi sembrava che esprimesse con nobili parole, più che altro, pensieri scontati, di apparato. [… Eppure avendola vista in televisione, mi pare che rappresenti] uno di quei rari casi in cui una persona che avevi imparato a conoscere negli scritti, vista e sentita di persona, ti induce a migliorare il giudizio che avevi su di lei. Ho molto apprezzato la sua umanità, tutto il contrario della donna aggressiva, determinata, in carriera, aziendalista.

    Dico solo che Barbara Spinelli dovrebbe essere più riflessiva. Si può anche dire “Sono contrario all’invasione dell’Ucraina, ma…”: tutto sta a vedere quel che segue, dopo quel “ma”. Ed è chiaro che l’Occidente ha commesso parecchi errori. Ma quelli di Putin come li chiamiamo? Sono errori, o che cosa? Siamo sicuri che sarebbe bastato non irritarlo perché desistesse dal suo progetto di egemonia? Veramente l’unico modo di rispondere agli errori dell’Occidente sarebbe quello che vediamo, l’invasione dell’Ucraina? Questo lasciava ad intendere il putiniano Giulietto Chiesa (tra l’altro, nel blog che teneva proprio nel sito del Fatto quotidiano, tuttora consultabile in rete). Ma Barbara Spinelli, invece?

  13. Il pacifismo di Salvini: qualcuno dice che è un’impostura

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    Salvini si è raccolto in preghiera davanti alla tomba di S. Francesco e ha pregato per la pace: con i frati, così ha dichiarato a un telecronista. I suoi piedi non erano inquadrati e la domanda è legittima: che portasse ai piedi, anche lui, i sandali simil-francescani delle damazze cattoprogressiste e, in generale, dei simil-progressisti? Quelli buoni però, quelli della tenuta d’ordinanza dei professionisti delle manifestazioni arcobaleno: sandali simil-francescani Birkenstock con suola anatomica, un “must” (come si dice in linguaggio coglione) delle fiaccolate ed àgapi cattoprogressiste.

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    Sì, avete letto bene. Un lancio d’agenzia (per leggerlo, fare clic sull’immagine superiore) c’informa che Salvini ha pregato per la pace in Ucraina sulla tomba di san Francesco. Quindi ci ha ammonito: «Bisogna usare la diplomazia, l’ascolto, la ragione, il cuore e la preghiera. Qualcuno parla con leggerezza di attacchi, di guerre e di nucleare… attenzione. E’ un momento in cui bisogna essere assolutamente cauti, prudenti e uniti».
    Si sarebbe tentati di dire si è un’impostura inaudita. Ma, a ben pensarci, ora che non siamo più «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori», com’è scritto nel Palazzo della Civiltà italiana all’EUR, ora che siamo un popolo di avvocati, l’impostura è all’ordine del giorno.
    Ma vediamo che cosa Mattia Feltri scrive il 1° marzo sulla Stampa:

    Matteo Salvini, per il quale contro gli immigrati «i confini ci sono e vanno difesi anche con le armi», per il quale «l’Isis è equiparabile al nazismo e quindi lo si combatte con le armi, sennò che cosa facciamo: gli mandiamo la Boldrini a dialogare?», per il quale «in Siria e in Libia serve l’intervento militare e chi dice di no è un senza palle: con i taglia gole bisogna intervenire militarmente e massicciamente» […] dice che per aiutare l’Ucraina invasa dai carrarmati di Vladimir Putin non servono le armi ma la via del Santo Padre: confronto, dialogo e una preghiera rivolta al cuore immacolato di Maria.

    Ma perché Salvini dice così, perché fa così? Il Foglio del 1° marzo osserva che per Salvini l’argomento “Putin” è tabù: «non si parla di Vladimir Putin, non si fanno accenni agli accordi con Russia unita, il partito dello zar: acqua passata. […] Lo “storico accordo a Mosca fra Lega e Russia Unita di Putin, rappresentato dal responsabile esteri, Sergey Zheleznyak 6 marzo 2017 è ancora valido? Sarà rinnovato in automatico in assenza di una disdetta? Esiste questa rinuncia? Salvini minimizza, dice che “non c’è alcun rapporto e quindi non c’è nulla da rinnovare”». Quindi maliziosamente ci offre una spiegazione del comportamento di Salvini:

    La reazione russa contro i “traditori” sa essere implacabile e violenta. Basti pensare alla parole riservate dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov all’omologo Luigi Di Maio («La diplomazia è stata inventata proprio per risolvere situazioni di conflitto e di tensione, non per fare viaggi a vuoto in giro per le nazioni o per assaggiare piatti esotici a ricevimenti di gala»). Se Salvini venisse attaccato per il suo cambio di posizione, anche la peggiore della calunnie potrebbe sembrare verosimile visti i rapporti pregressi (che vanno al di là dei protocolli d’intesa, ma affondano nell’iconografia, nella tshirt con la faccia dei Putin, i viaggi a Mosca, le dichiarazioni roboanti). C’è dunque questo calcolo politico alla base della “prudenza” nello sposare l’ azione del governo e nel non voler mai citare sui social network della Bestia (seguita da bot russi) la parola Putin condannando il Cremlino?

  14. L'antimoralista permalink

    L’ultimatum a Gergiev del sindaco Sala

    Ma sarà una cosa giusta che i sindaci rompano l’anima a uno dei più grandi artisti e direttori d’orchestra dei nostri tempi?

    Vedi:

    Fare clic sull’immagine per leggere l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera.

    [No, direi proprio che non è giusto. Direi che questo ultimatum posto dal sindaco di Milano Sala (“O fai autocritica, oppure ti caccio”) è un esempio meschino, uno dei tanti, di moralismo populista; serve soltanto a Sala, giusto per dimostrare che lui, lui sì, è dalla parte dei giusti. Lo dico senza acrimonia nei confronti di Sala, che tutto sommato si è dimostrato un sindaco migliore di quanto io stesso mi aspettassi. E, naturalmente, dico così pur non essendo in sintonia con il sentire putiniano del direttore d’orchestra che ha subito la gogna dell’ultimatum.
    Un conto sono le sanzioni che pongono un freno agli scambi culturali con la Russia, che potrebbero essere un segnale di solidarietà con il popolo ucraino e uno stimolo per gli intellettuali di quel grande paese europeo che è la Russia. Altro però è pretendere che un artista faccia un atto di abiura. Un artista, un fisico, un medico rimangono tali, indipendentemente dal fatto che siano nazisti, putiniani o puttanieri. Da un artista ci aspettiamo espressioni artistiche valide, da un fisico formule matematiche rispondenti alla natura delle cose e da un medico interventi chirurgici salvifici. Le opinioni personali non contano.
    Mi dispiace per Sala, ma questo ultimatum è roba per sciacquette moraliste, roba da gatto padano (uno che interveniva in questo diario nella prima fase di vita di Nusquamia, finché non ne fu scacciato per manifesta indegnità morale: si veda Gatto padano). L’uomo laico non ha bisogno di liste di proscrizione per giudicare, per separare il bene dal male (sempre che si sappia che cosa sia il bene e che cosa sia il male), o per capire se la chimica di Lavoisier costituisce un progresso per la civiltà dell’uomo. Dico così perché Lavoisier fu messo a morte in quanto nemico della Rivoluzione francese.
    – N.d.A.]

  15. Travaglio due volte vedovo: di Giuseppe Conte e di Giulietto Chiesa

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    Qui sopra, un cinguettìo di Gianni Riotta il quale afferma di preferire la Barbara Spinelli che conosceva al tempo in cui erano colleghi alla Stampa. In basso, la reazione risentita del Fatto quotidiano.

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    Il Fatto quotidiano non accetta critiche, accusa chi non è d’accordo con la linea di Travaglio di essere intollerante: talebano, addirittura! Ma perché accusare Calenda, Fittipaldi, Riotta e Cerasa di essere giornalisti “mainstream”? Perché associare i loro nomi a una volontà di linciaggio, manifestamente inesistente, e suscitare nelle tricoteuse (come diceva Cossiga) “de sinistra” un’onda d’odio populista? Se costoro hanno sbagliato nei loro giudizi, non dovrebbe bastare mettere in evidenza, facendo buon uso di spirito di osservazione e logica, i loro errori?[*] La colpa dei giornalisti dei quali sono riprodotti i cinguettii, in stile “Wanted”, come nei film Western, è di aver trovato l’articolo di Barbara Spinelli parziale, in senso putiniano, in un contesto, quello del Fatto quotidiano, che è assai di parte. Ma allora bisognava dimostrare che Barbara Spinelli non è assolutamente di parte, e che il Fatto quotidiano è lontano le mille miglia dalle tesi sostenute dal putiniano Giulietto Chiesa buonanima, del quale il Fatto ospitava il blog, ma a mero titolo di cortesia.
    In ogni caso — è vero — l’Occidente ha commesso errori non da poco, ma questo non comporta che si debba assumere una posizione appiattita sulla narrazione di Giulietto Chiesa, buonanima (si dia un’occhiata al video pubblicato qui sopra). Cioè perché vedere gli errori dell’Occidente e con mille accorgimenti (e scuse) evitare di mettere sull’altro piatto della bilancia gli “errori” di Putin?
    Ripeto (vedi articoletto sopra), Barbara Spinelli è una persona educata e gentile, per quel che ne sappiamo, resta però che quell’articolo del Fatto quotidiano poteva, nel contesto del Fatto quotidiano, essere concepito da una vedova di Giulietto Chiesa, una delle tante: una vedova educata e gentile, d’accordo, mica una Teodolinda Gruber, che è collega della Spinelli due volte, come giornalista e come parlamentare europeo emerito; ma pur sempre vedova tenace nella custodia della memoria del caro estinto. Il quale, come Barbara Spinelli e come Gianni Riotta, fu anche lui giornalista della Stampa, prima però di diventare putiniano. Diventò putiniano in età avanzata, e fu per lui una botta di gioventù. Come le zie dei sessantottini, che ringiovanirono scoprendosi di punto in bianco “rivoluzionarie”, a costo di scoprire troppo tardi di avere ospitato tra le loro lenzuola, magari, un terrorista. Ma ne valse la pena: tutto sommato le capisco.

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    [*] Per esempio, attingendo proprio dagli articoli che la Spinelli ha scritto per questa testata, e argomentando opportunamente; vedi Autore: Barbara Spinelli.

  16. Ninna nanna ucraina

    Si dice abbia ispirato Summertime di Gershwin, ed è assai probabile che così sia stato, per davvero.

  17. Nuovo cinema Nusquamia: un film con Amedeo Nazzari, l’attore con il testosterone buono
    ‘L’ultimo amante’, di Mario Mattòli (1955)


    Questo è un rifacimento di un precedente film girato nel 1942 dallo stesso Mattòli, con il titolo ‘Stasera niente di nuovo’, interpretato da Carlo Ninchi ed Alida Valli. Il ruolo precedentemente interpretato da Carlo Ninchi è qui svolto da Amedeo Nazzari, quello di Alida Valli da May Britt, attrice svedese che lavorò per qualche tempo in Italia, prima di trasferirsi negli Stati Uniti d’America. Il secondo film, girato con maggiore dovizia di mezzi, è più accurato nella caratterizzazione dei ruoli, presenta gustosi scorci di vita milanese, con qualche incursione nel vernacolo, ed è tecnicamente superiore: il primo film si segnala soprattutto per la la recitazione di Alida Valli (che proprio in questo film canta ‘Ma l’amore no’).

    Del colesterolo si dice che ci sia quello buono, oltre che quello cattivo: che si possa dire qualcosa di simile del testosterone, inviso (contraddittoriamente, come vedremo) alle femministe? Ebbene, Amedeo Nazzari è l’uomo con il testosterone buono, ammesso che esista un testosterone cattivo.
    Come sappiamo, questo ormone è demonizzato dalla giornalista determinata Dietlinde (cioè, Teodolinda) Gruber, detta Lilli, la quale ha scritto un libro che porta il titolo: Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone. Ma l’ambiziosa giornalista similprogressista la mette giù facile, in realtà molto ci sarebbe da dire: abbiamo già affrontato l’argomento, in parte, in alcune pagine precedenti di questo diario. Forse vale la pena aggiungere che anche le donne producono testosterone, ancorché in misura inferiore a quella dei maschi. Ma è un divario che va colmandosi via via col tempo, per due ragioni: la prima, perché nei maschi, perlomeno qui in Occidente, la produzione di testosterone va progressivamente diminuendo, per colpa dell’inquinamento e del femminismo, in base al principio di Le Châtelier, detto anche principio dell’equilibrio chimico mobile: in pratica, il maschio cerca un equilibrio chimico che comporti una minimizzazione della sua sofferenza. La seconda ragione per cui il divario tra produzione di testosterone nel maschio e nella femmina, qui in Occidente, va progressivamente assottigliandosi, risiede nel fatto che le stesse donne che esprimono condanna irredimibile a carico del povero maschio testosteronico, vogliono essere testosteroniche – e, in prospettiva, iperclitoridee – e a questo fine assumono esse stesse testosterone «per via intramuscolare/sottocutanea o per via transdermica», come leggo in una rivista femminile; infatti (copio e incollo) il testosterone «è noto come ormone della personalità. Pertanto, può dare alla donna una sensazione di motivazione, assertività, un senso di potere e una sensazione di benessere». Inoltre «ha effetti anti-invecchiamento e supporta il corretto funzionamento cognitivo».
    In funzione di contrasto all’offensiva di guerra al testosterone maschile, decretata da Teodolinda Gruber, è assai consigliabile la visione dei film – praticamente tutti – interpretati da Amedeo Nazzari, dove egli interpreta, con poche eccezioni, la parte dell’uomo forte e gentile. Spesso è l’eroe pronto a perdere i benefici effimeri di una vita disonorevole, impegnato a vincere una battaglia che segni il trionfo dell’onore sulla mediocrità dei vili: il film più rappresentativo a questo riguardo è probabilmente Luciano Serra pilota, visionabile su You tube (purtroppo la qualità dell’audio e del video lasciano parecchio a desiderare). Ma anche dove il personaggio è fragile, proprio come in questo film di Mattòli, che presenta Nazzari nel ruolo di un uomo devastato dall’alcool, assistiamo al risveglio della parte nobile e vigorosa dell’animo, sedimentata ma non cancellata. I personaggi interpretati da Nazzari si caratterizzano dunque per magnanimità, siano essi borghesi o banditi, rappresentanti del bel mondo o reietti; ma la nobiltà d’animo non può non esserci, evidente fin da principio, o latente; per marginale ch’essa sia, assisteremo al suo trionfo, cioè all’affermarsi del valore testosteronico: così direbbe Teodolinda; ma noi preferiamo parlare di una virile nobiltà d’animo.

  18. La paranoia di Putin e i putiniani d’Italia


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    Com’è noto, Vladimir Putin prende a pretesto dell’invasione dell’Ucraina l’intendimento di “denazificarla”. Però, guarda caso, l’Ucraina è un paese che ha come presidente un ebreo designato a questa carica con il 73% delle preferenze, ed è un paese che riceve l’approvazione incondizionata di Israele (che si propone come mediatore di pace), uno Stato che ben si guarderebbe dal prendere le parti dei nazisti.
    D’altra parte la narrazione delle vedove e degli orfani di Giulietto Chiesa lascia il tempo che trova: sia perché Putin è un personaggio tutt’altro che pacifico, e lo dimostrano non solo i fatti recenti di Ucraina, ma il suo recente passato (vedi i bombardamenti della Siria); sia perché il Rasputin di Putin, il filosofo Alexandr Dugin, già co-fondatore del partito nazionalbolscevico, è ben ingranato nella mistica esoterica, panslavista e nazista, come dimostra l’articolo di Nusquamia presentato qui sopra. Dunque Putin farebbe bene a denazificare se stesso, a cominciare dalla struttura di relazioni internazionali, da lui fortemente voluta, delle quali Dugin è un tassello fondamentale.
    Sarà anche interessante scoprire con Formigli come Giulietto Chiesa sette anni fa avesse enunciato un piano di aggressione dell’Ucraina che già esisteva nella mente di Putin. Formigli presenta Giulietto Chiesa come «uno degli uomini più vicini al modo di pensare di Putin, uno che addirittura in questo passaggio sembra quasi interpretare Putin, sembra un ventriloquo di Putin». E conclude: «Qui c’è già tutta la paranoia di Putin».


    Giulietto Chiesa nel 2015 prefigura la paranoia di Putin e — dice Formigli — «enuncia un piano che già nel 2015 esisteva nella mente di Putin»: si veda al tempo 1 : 14 : 47 ss. della trasmissione ‘Piazza pulita’ del 3 marzo 2022, fruibile facendo doppio clic sull’immagine.

  19. Sul Mar Nero, in Ucraina, con la bandura ucraina e una fisarmonica italiana


    Per attivare il video, fare clic sull’immagine.

    Il duo che esegue questo brano musicale si compone della vezzosa Tatiana Mazur e del fisarmonicista Serhii Shamrai. I quali, volendo darsi un nome collettivo, hanno stabilito di chiamarsi B&B Project. La prima B sta per “bandura”, uno strumento popolare ucraino, che è una via di mezzo tra una cetra e un liuto; la seconda B sta per “Button accordeon”, cioè fisarmonica a tasti, che, nel caso di specie (come piaceva dire a Di Pietro), è di fabbricazione marchigiana. Sia detto con il dovuto garbo, senza enfasi da avvocaticchio “paglietta”, e senza sbracamento di miserabile comunicazione “social”: è bello vedere accomunati, in questi giorni terribili, uno strumento musicale ucraìno ed uno italiano.

    Questo video è realizzato nella regione delle scogliere di Cherson, sul Mar Nero, vicino alla foce del fiume Dnepr: qui le sue acque, incontrandosi con quelle si una altro fiume, costituiscono un unico estuario che termina nel Mar Nero. Qui sorgeva l’antica colonia di Olbia Pontica (Ὀλβία Ποντική), fondata dai Greci di Mileto.
    Le scogliere si trovano a 50 km da Cherson, la prima città occupata dall’esercito russo nella guerra contro l’Ucraina. Ma Putin non vuole che si parli di guerra, tanto che se qualcuno nei confini del suo impero dice guerra, invece di “operazione militare speciale”, come vuole lui, rischia fino a 15 anni di galera: vedi Carcere per chi parla di guerra, così Putin nega la verità ai russi.

    È interessante anche sapere che la città di Cherson si chiama così per volontà dell’imperatrice Caterina II di Russia, che meditava un suo “progetto greco” per ricostituire l’impero bizantino, con capitale Costantinopoli, mentre i rimanenti territori europei in mano all’Impero ottomano sarebbero stati assegnati parte all’Impero russo e parte alla monarchia asburgica. Ai fini di questo progetto, stabilì che lungo il fiume Dnepr dovesse nascere una città — Cherson, appunto — in prossimità delle progettate operazioni di guerra, che fosse un importante scalo portuale e ospitasse imponenti cantieri navali. Ma perché chiamarla Cherson? Perché il nome di una città nata per realizzare il “progetto greco” doveva essere greco, e Χερσών (Chersòn) era il nome greco-bizantino di una fiorente colonia greca in Crimea (in epoca classica, il nome era Χερσόνησος, che significa “penisola”). Dell’antica città, in Crimea, ormai non restavano che le rovine; oggi peraltro gli scavi archeologici di Chersonesus Taurica (così la chiamarono i Romani) sono classificati — dall’Unesco — Patrimonio dell’umanità.
    Aggiungiamo che il “progetto greco” di Caterina di Russia doveva piacere poco alle altre due grandi potenze, come diciamo oggi, cioè alla Francia e alla Gran Bretagna, tanto che le opposte brame imperiali sfociarono circa un secolo dopo, nella guerra di Crimea, con la quale il Regno di Sardegna pose le basi per insignorirsi dell’Italia, alleato contro la Santa Russia con quei satanassi dell’Impero ottomano (oltre che con l’Impero francese e quello inglese).

  20. La missione polacca di Salvini, in modalità d’impostura pacifista, non è apprezzata
    Il crollo di Salvini è imminente. Bisogna pensare a un partito per la soluzione della questione settentrionale, sulla scia dell’illuminismo lombardo, alieno dalla mistica (celtica ecc.), castigatore della burocrazia e del cazzeggio giuridico


    Fare clic sull’immagine, per leggere l’articolo.

    In Polonia, al confine con l’Ucraina, Salvini viene invitato a esprimere una parola di condanna nei confronti di Putin. Ma lui non condanna un bel niente perché adesso è pacifista: dice. Poiché nessuno lo prende in parola, non gli rimane che allontanarsi con le pive nel sacco, e la coda fra le gambe.
    Ma dove ha sbagliato? Secondo noi, ha sbagliato nel non indossare i calzari francescani. Sì, gli mancavano i sandali, quelli che mostrano le dita bitorzolute, magari non proprio quelli delle damazze radical-chic, quelli economici degli sfigati al seguito delle note processioni e fiaccolate populiste (vi ricordate i “bei” tempi di Santoro e Orlando Cascio?) sarebbero andati benissimo. Insomma, calzato di sandali, Salvini avrebbe potuto toccare il cuore dei cattoprogressisti, almeno quelli. Voi direte che però fa freddo, in questa stagione, e da quelle parti. Beh, qual è il problema? Poteva portarsi qualche bottiglia di mojito, e frizionarsi i piedi con quel prezioso liquore.

    Bisogna ammettere che il giornalista putiniano Giulietto Chiesa, se non altro, ha le idee chiare. E non è un traditore: lui non ha tradito Putin, mai, finché è stato in vita, e certo non lo tradirebbe adesso. In questo video di due anni fa, trasmesso dal canale di “informazione libera” Pandora TV, Giulietto Chiesa annuncia le prossime mosse di Putin, perlomeno quelle iniziali, i primi passi di un progetto di “denazificazione”: così dicono, Putin e Giulietto Chiesa.

    Matteo Salvini, invece, prima ha tradito l’Italia settentrionale, adesso tradisce Putin; e lo fa senza nemmeno rivendicare il ‘beau geste’, nel quadro di una discutibile — forse — estetica del tradimento. Sarebbe stato più dignitoso. Invece si è cacciato in un culo di sacco e si preclude perfino la speranza di poter risorgere. Pronunciando un autodafé, nel suo piccolo, e soprattutto nei suoi sogni, avrebbe potuto nutrire la speranza di passare alla Storia, quasi come Mussolini che da socialista diventa fascista. E con questa speranza avrebbe potuto darsi pace. Invece continua ad agitarsi, mulina a vuoto, cerca di cogliere l’attimo fuggente mediatico, come un qualsiasi politico territoriale della provincia di Bergamo. Altro che Mussolini!

  21. A quando il Gran Consiglio di Giorgetti, Zaia e Fedriga per la destituzione di Salvini?
    Il sindaco polacco pubblica una rassegna di ‘meme’ dedicati a Salvini


    Fare clic sulla foto per leggere la notizia sulla testata in linea ‘Open’.
    Per entrare nel sito del sindaco Wojciech Bakun e leggere i commenti di plauso all’iniziativa del sindaco (molti sono in italiano) fare clic
    qui .

    Abbiamo scritto qui sopra che Salvini «cerca di cogliere l’attimo fuggente mediatico, come un qualsiasi politico territoriale della provincia di Bergamo». Il riferimento non è casuale: come gli antichi lettori di questo diario ricorderanno, ci fu un politico territoriale della provincia di Bergamo che — con agrimensurale improntitudine, e avendo per consigliere un agrimensore scornacchiato che s’impancava ad esperto del giure — ci denunciò, ma uscì dal Tribunale con le pive nel sacco (si veda Pedretteide. Parte II).
    Ebbene, quel politico territoriale si era offeso, tra le altre cose, perché gli avevamo dato la baia in una circostanza analoga a quella di Salvini. Anni fa la Cina aveva scatenato una sanguinosa repressione nel Tibet e il politico territoriale colse la palla al balzo per farsi notare, tanto più che era agosto, e la cronaca politica languiva: al balcone del Municipio del quale era vicesindaco espose uno striscione recante la scritta ‘Tibet free’. Secondo lui, significava “Tibet libero”; non si rendeva conto che lo striscione proclamava proprio il contrario, cioè “Liberi dal Tibet”, come se il Tibet avesse mire espansionistiche nella bergamasca. Ebbe, come sperava, il suo bravo riscontro mediatico: intervistato da una giornalista ignorante, che non si era accorta dello svarione, il politico gongolava e si schermiva insieme, diceva che il suo era solo un piccolo segnale per ricordare il dramma del popolo tibetano; volle anche che si sapesse che lui in una simile occasione non disdegnava la lingua inglese, lui, proprio lui che celebrava i matrimoni civili in lingua padana.
    Quando ci denunciò, il politico territoriale era molto potente, era consigliere regionale in Lombardia e altre cose ancora. Venne però il momento in cui il suo astro cominciò a declinare: il partito, per via di certi rimborsi da lui allegramente percepiti, lo mise da parte, sia pure con il maggior garbo possibile. Offeso, ma tenace — anzi, pertinace — e deciso a non mollare l’osso, il politico territoriale intensificò le sue apparizioni mediatiche. Non passava mese che non tirasse fuori dal cappello a cilindro un nuovo coniglio mediatico. Armeggiava, arrancava, tampinava questo e quello, ma senza risultato. La parola d’ordine nel partito era: non parliamone più, altrimenti finiamo tutti nei guai; infatti mi rimproverarono perché io mi divertivo a seguirne le prodezze. In ogni caso, com’è e come non è, il politico territoriale scivolò nell’oblio.

    Ecco, noi auguriamo a Salvini, e a tutto il popolo italiano, un analogo scivolamento nell’oblio (altra analogia: si senta come Salvini biascica l’inglese). Ormai Salvini è arrivato al punto che, quanto più si agita, tanto più si fa del male.

  22. Maria Elena Boschi: parole di saggezza in antitesi al cinismo dei “neopacifisti”


    Per sentire le parole garbate e sagge di Maria Elena Boschi, fare clic sull’immagine.

  23. ‘Bella ciao’, tradotta, diventa l’inno della resistenza ucraìna


    Per sentire l’inno fare clic sull’immagine.

    L’dea di fare di Bella ciao l’inno della resistenza ucraìna non è sbagliata. ‘Bella ciao’ era all’inizio un canto di mondine («Il capo in piedi col suo bastone / o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao / il capo in piedi col suo bastone / e noi curve a lavorar»), poi fu il canto dei partigiani italiani, può ben diventare il canto dei partigiani ucraìni, che con ogni evidenza non sono putinian-pacifisti (come non erano hitlerian-pacifisti i partigiani italiani).
    C’è però per un verso dell’adattamento ucraìno che ci piace poco; esso dice, sempre che non sia intervenuto un errore di traduzione: «Uccideremo i boia maledetti senza pietà». Ebbene, poiché non siamo putinian-pacifisti, e pertanto dissentiamo dalle vedove e dai nipoti di Giulietto Chiesa, ci rendiamo conto che nel corso di una lotta di liberazione uccidere può essere, talora, purtroppo, una necessità: ma perché uccidere «senza pietà»? Ci viene in mente il verso di una canzone — purtroppo non ricordiamo quale, forse la cantavano gli Aggius nello spettacolo Ci ragiono e canto, per la regia di Dario Fo — dove si narra di un cacciatore che, avendo ucciso la sua preda, dice “Perdonaci, Signore, si l’avemu ammazzau”.

  24. Per informarsi e fare il callo alla disinformazione
    Due siti da tenere d’occhio mentre infuria la guerra


    Per accedere al sito di Limes. Rivista italiana di geopolitica e a quello di Sputnik Italia, fare clic sull’immagine superiore e su quella inferiore, rispettivamente.

    Limes è una rivista di geopolitica — ottima — contenente analisi e carte sulla politica estera, l’economia e l’attualità internazionale. Purtroppo non sono accessibili gratuitamente in rete — giusto l’annuncio e uno stralcio — gli articoli di approfondimento culturale pubblicati nell’edizione digitale, a pagamento.
    Ottimo, a modo suo, è anche il sito di disinformazione putiniana Sputnik Italia: sopra vediamo l’impaginazione della notizia relativa al bombardamento dell’ospedale di Mariupol. Il sito ha due edizioni internazionali (in inglese e spagnolo) e 28 edizioni regionali, contenenti cioè approfondimenti sulle singole regioni (per esempio, Germania, Francia, Armenia), nelle rispettive lingue.

  25. La disinformazione putiniana collegata con l’estrema destra e il populismo antivaccinista


    Per leggere l’articolo segnalato qui sopra (risalente a otto anni fa), pubblicato su Internazionale, fare clic sull’immagine.
    Facendo clic sull’immagine qui sotto, si può leggere un’analisi del posizionamento delle destre europee, per buona metà putiniane, pubblicata da Repubblica il 10 marzo 2022.

    Volendo approfondire le ragioni della sintonia di Putin con l’estrema destra, e con la destra, europea, dicevamo in un articolo precedente che bisognerà, prima o poi — meglio prima –, fare i conti col filosofo Alexandr Dugin, il “Rasputin di Putin” esponente di punta della mistica esoterica, panslavista e nazista. Infatti ne leggiamo fugaci accenni in vari articoli di questi giorni, i giorni della guerra d’Ucraina; penso che ne sentiremo parlare sempre più spesso. Intanto ascoltiamo questa presentazione dell’ideologia di Dugin, a cura di un estroso filosofo-comunicatore, pubblicata una settimana fa:

    A dire il vero, corre una certa differenza tra Dugin e i putinian-disinformatori di casa nostra: come, per esempio, tra Julius Evola e certi fascistelli di borgata; ma non dimentichiamo che La quarta teoria politica di Dugin, un libro di 464 pp. dovrebbe essere la Bibbia dei sovranisti, compresi quelli — leghisti — precettati da Luca Morisi, presidente dell’associazione Lombardia-Russia (quello delle orgette con la droga dello stupro, ma non ha pagato dazio, giusto perché preferiva i puttani alle puttane). Come che sia, i sovranisti giurano di aver letto il ponderoso trattato di Dugin, e di averlo capito. Ma veniamo al concreto; due anni fa avevo provato a recensire i siti di disinformazione putiniana, quanto meno i più importanti, in questo articolo:


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Questi sono i siti considerati:
    Byoblu
    Pandora di Giulietto Chiesa
    Il vaso di Pandora
    Sputnik Italia
    Radio Radio
    Vox Italia TV

    Si noterà che — con l’eccezione di Sputnik, più cauto e più intelligente — i siti putiniani sono fondamentalmente antivaccinisti, anti Green pass ecc. Rispetto a quanto si è scritto due anni fa, segnaliamo:
    — Il canale You Tube di Byoblu è stato chiuso con la seguente motivazione: «Pubblicazione di contenuti che violano le norme sulla disinformazione in ambito medico relativamente al Covid-19». Ricordiamo che la mente di Byoblu è Claudio Messora, ex musicista, casaleggiano di ferro (parliamo di Casaleggio padre, lo sciamano), già comunicatore del M5S al Senato italiano ed al Parlamento europeo.
    — Pandora non è più di Giulietto Chiesa, per avvenuto decesso del titolare animatore, ma esiste ancora, fondamentalmente nel solco dell’impostazione ecclesiale (si veda Il saluto della redazione di Pandora TV)
    — Vox Italia è espressione del movimento sovranista e populista fondato da Diego Fusaro insieme con Francesco Toscano

  26. Disinformazione putiniana
    Sua Beatitudine Alessandro I è più divertente di Travaglio


    Il video You Tube qui sopra è farina del sacco di ‘Radio Radio’, una delle sei sezioni di disinformazione putiniana citate nell’articolo precedente. Qui sotto, un profilo di Sua Beatitudine Alessandro I, arcivescovo di una Chiesa ortodossa autocefala da lui stesso creata (per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine).

    Nella Scuola dei dittatori, un libro scritto in forma di dialogo parecchi anni fa da Ignazio Silone, troviamo questa considerazione: «Se volete sapere qualcosa d’interessante sul capitalismo, leggete quel che ne hanno scritto i socialisti; sul cattolicismo, i libri dei protestanti; sulla polizia, le rivelazioni degli anarchici; e viceversa». Sono le parole di un oppositore del fascismo, emigrato in Svizzera, rivolte a due americani, Mr Doppio Vu e il professor Pickup, un ideologo inventore della “pantautologia”. I due sono venuti in Europa per raccogliere informazioni sulla tecnica del colpo di Stato, onde fare di Mr Doppio Vu il dittatore d’America.
    Il principio formulato da Tommaso il Cinico può essere riformulato in questi termini: “Se in una certa controversia ti senti distante da una delle due parti in causa, non leggerai preferibilmente quanto scrivono coloro ai quali ti senti vicino, ma soprattutto gli scritti di coloro che vorrebbero dartela a bere”.
    Per questa ragione chi si sente distante dalla disinformazione putiniana, sia quella magistralmente orchestrata dal negazionista Giulietto Chiesa (negazionista dell’attentato dell’11 settembre 2001 e complottista riguardo al Covid), sia quella veicolata, con algoritmi putiniani, dalla “Bestia” leghista di Luca Morisi, farà bene a consultare sovente, soprattutto in questi giorni, i siti putiniani presentati nell’articolo precedente. Il video — dove il conduttore, con la voce di Uòlter Veltroni, intervista Sua Beatitudine Alessandro Meluzzi — nasce infatti fra le mura del distaccamento di disinformazione putiniana ‘Radio Radio’, sopra citato.
    Meluzzi se non altro è divertente, più di Travaglio; il quale però fa bene a ricordarci la strage di Odessa e la repressione sbrigativa dei filorussi nell’Ucraina orientale. Per capire, bisogna conoscere.

  27. La filosofa e lo storico, apparentemente, discutono dell’Ucraina
    In realtà assistiamo a uno scontro metodologico: è meglio essere “determinati” e menar fendenti, o disputare analiticamente?


    Per sentire il dibattito (chiamiamolo così) fare clic sull’immagine.

    La prof.ssa Donatella Di Cesare, “filosofa”, sembra non aver dubbi: quando si discute, si discute, e allora ci s’interrompe, si fa sfoggio di determinazione, e tutto è permesso. Paolo Mieli, storico e giornalista (nel 1994 era direttore del Corriere della Sera quando il suo giornale pubblicò in anteprima esclusiva la notizia dell’avviso di garanzia che incombeva sull’ignaro Berlusconi, impegnato a Napoli nel G7) è pacioso, istituzionale, molto istituzionale. Ma da giovane fu extraparlamentare, militava in Potere operaio, insomma non è digiuno delle tecniche di sopraffazione, e pertanto non si fa mettere i piedi addosso dalla filosofa.

    • Avvocatessa (Milano) permalink

      La prof. Di Cesare è stata sicuramente meno aggressiva e ha saputo dosare bene la ragione e la dialettica

      • La “determinazione” come pratica di prepotenza e anticamera della maleducazione

        Rispondo all’obiezione qui sopra, dove si dà credito alla “filosofa” Donatella di Cesare di un uso corretto degli strumenti del ragionare, proponendo l’ascolto di tutto il dibattito, cominciato al tempo 1:04 dall’inizio della trasmissione:


        Facendo clic sull’immagine è possibile seguire l’intera puntata della trasmissione Piazzapulita, 10 marzo 2022. Il dibattito al quale partecipano Donatella di Cesare, Paolo Mieli, Alessandro Orsini, Nathalie Tocci e Mario Calabresi comincia al tempo 1:04.

        Sulla capacità dialettica della filosofa, sulla pertinenza degli argomenti e sui modi, giudichino in libertà i lettori di questo diario. Mi limito ad osservare che, poiché sono possibili – ed hanno pari diritto di cittadinanza – sensibilità diverse, la mia sensibilità mi fa apprezzare in modo particolare:
        – in campo femminile, il modo garbato di argomentare e la dolce loquela di Maria Elena Boschi
        — in campo maschile, la dialettica limpida, la mitezza e l’acume, proprio del politico “vecchio stile”, di Gianni Cuperlo.
        In generale, disprezzo la “determinazione” che accomuna le femministe in carriera, gli urlatori da talk show e i mongomanager.

  28. Opposti fanatismi, a proposito dell’Ucraina

    Mattia Feltri nel giornale La Stampa del 16 marzo scrive un editoriale dedicato ai guerrafondai da salotto e, parimenti, ai pacifisti da salotto. Esponendosi al ludibrio dei né-né [«né con la Russia, né con la Nato (né con l’Ucraina)»], il promettente figlio di Vittorio, eppur così diverso dal padre, non nasconde di essere un guerrafondaio da salotto; però non gli piace il gioco al massacro per cui i pacifisti da salotto mettono gli avversari tutti in un mucchio, per menarli più facilmente; così, a parti inverse, fanno i guerrafondai da salotto con i loro avversari. Per esempio, i guerrafondai da salotto «dedicano a Luciano Canfora gli stessi aggettivi dedicati a un Vito Petrocelli [un senatore M5S, noto putiniano e nel recente passato trasvolatore assiduo sulla rotta Roma-Mosca, per gli amici “Petrov”: N.d.Ar.], e questo offende chi li pronuncia – gli aggettivi – più di chi li riceve». Cioè, i fanatici di entrambe le parti fanno male a se stessi, più di quanto ne facciano all’avversario, perlomeno questo è il giudizio delle persone razionali. Prosegue Mattia Feltri: «Confesso: sono innamorato di Canfora. Credo di non condividere una sola sua sillaba [riguardo alla questione Ucraina e comunque] lo amo; ho letto i suoi libri quanto più ho potuto e penso allo sciagurato editore tedesco che non volle pubblicare il suo saggio sulla democrazia, perché non parlava male di Stalin. Il fatto è che a parlare male di Stalin basto io, a parlarne bene basta un qualsiasi pippotto nostalgico in caricatura, a parlarne bene con la scienza e la sapienza e la gravità di Canfora serve Canfora».

  29. Le colpe dell’Occidente: quante e quali?


    Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

    Avevamo già considerato un articolo di Francesco Cataluccio (si veda Ucraina e Russia: l’Europa non fa una bella figura, come di solito), pubblicato sul Foglio di Giuliano Ferrara. Vale la pena leggere anche questo secondo articolo, pubblicato sul Post, in particolare per conoscere l’opinione dello storico del medioevo Bronisław Geremek, uno degli intellettuali e oppositori più importanti della Polonia, divenuto poi Ministro degli esteri della Polonia nel periodo 1997-2000, che di Cataluccio fu maestro, a Varsavia, ed amico. La tesi di fondo è che la Polonia si è vista costretta ad entrare nella Nato per avere la garanzia di poter stare in Europa, per evitare di essere nuovamente “sequestrata” dall’impero russo. Infatti «A partire dal regno di Ivan il terribile nel XVI sec., la Russia è riuscita a espandersi a un ritmo medio di quaranta miglia quadrate al giorno per centinaia di anni, fino a coprire un sesto della massa terrestre» (sono le parole di David Remnick in un articolo pubblicato sul New Yorker per l’11 marzo 2022).
    Ecco, nel ragionare sulla questione ucraina e sulle cause profonde della crisi, che vanno individuate già all’indomani del crollo del sistema sovietico – qui hanno ragione i “radicali” di destra e di sinistra che hanno l’aria di essere putiniani, ma non tutti sono tali – faremmo bene a tenere da conto il punto di vista di Geremek riguardo alla sua Polonia. Geremek infatti «pensava sui tempi lunghi, argomentava sui processi profondi, e rifletteva per quanto possibile in un’ottica comparativa capace di abbracciare l’intero continente europeo».

  30. Nuovo cinema Nusquamia
    ‘Sacco e Vanzetti’ (1971), di Giuliano Montaldo


    Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

    Nella pagina precedente di Nusquamia abbiamo presentato il film Giordano Bruno, sempre per la regia di Giuliano Montaldo, girato nel 1973, un film sul potere religioso. Quest’altro film – bellissimo – che ha ancora come protagonista Gian Maria Volonté è un film sul potere giudiziario e sull’intolleranza di chi, sentendosi dalla parte della ragione, a prescindere, si sente autorizzato a commettere un’ingiustizia, pur di far prevalere quella sua “ragione” che a ben vedere, come ogni prepotenza, è la negazione della ragione stessa cioè della razionalità.
    Qui sotto, la Ballata di Sacco e Vanzetti (parte II): la musica è di Ennio Morricone, le parole sono di John Baez, tratte da una lettera di Bartolomeo Vanzetti al padre.

  31. Diego permalink

    L’epoca della evaporazione del padre, diceva Lacan.
    A Milano il politicamente corretto sempre più tragicomico; vedi:

    • Alla notizia (fare clic sull’immagine qui sopra) hanno fatto seguito precisazioni puntigliose, di parte politicamente corretta, per iniziativa di assessorucoli e maestrine. Premesso che riteniamo la festa del papà, come quella della mamma, del resto, un’iniziativa consumistica, e che sarebbe auspicabile un depotenziamento istituzionale di entrambe le feste, rimane il fatto che tutte le scuse sono buone per l’orbe politicamente corretto, quando si tratta di sfregiare la figura “fallocratica” e colpevolmente “testosteronica” (per usare il linguaggio di Teodolinda) del maschio. Loro ci provano, sempre, e, se non si registrano opposizioni di sorta, cosa fatta, capo ha. Il più delle volte i maschietti tacciono, e incassano; e la lobby politicamente corretta segna un altro punto a suo favore. Questa volta però è insorto Riccardo De Corato, assessore regionale alla sicurezza in Lombardia (immaginiamo che non abbia sentito il parere della consorte Silvia Ferretto Clementi, politicamente emerita, solitamente più aperturista in fatto di “nuovi diritti”) e assistiamo alla solita manfrina: ma no, mica ce l’avevamo col maschio, noi semplicemente avevamo quest’altro obiettivo; voi non avete capito e adesso v’insegniamo noi come dovete “correttamente” interpretare questa nostra mossa. Sì, buonanotte: accà nisciun’ è fesso.
      Quanto all’espressione di Lacan («evaporazione del padre»), non so che dire. Sono cresciuto a pane Voltaire. Amo senza riserve il “pensiero forte” illuministico: con Voltaire, amo e conosco Diderot, La Mettrie e, prima ancora, Montaigne e La Boétie, che rappresentano un passaggio fondamentale alla modernità (come leggiamo nel saggio di Eugenio Scalfari Per l’alto mare aperto). Questo pensiero forte è messo in discussione — proprio in Francia! — fra gli altri, da Lacan, Foucault, Althusser, Deleuze e Guattari. Sono autori reazionari che non ho letto, non conosco e non mi piacciono.

  32. Lo zar e il patriarca
    Provocazione politicamente scorretta: facendo un passo indietro, la lobby gay potrebbe favorire la pace?


    Qui sopra, un momento della celebrazione della Pasqua russa, officiata da Sua Beatitudine Kirill I, patriarca di Mosca (fra l’altro, con il sottofondo di canti bellissimi). In basso, Putin venera la reliquia di san Nicola nella Cattedrale del Salvatore di Mosca. La consegna di un frammento delle reliquie di San Nicola da Bari a Mosca è stata possibile grazie ad un accordo raggiunto in occasione di un incontro tra il Patriarca Kirill I e il Papa Francesco I.

    Le parole del Patriarca di Mosca, Sua Beatitudine Kirill I, nell’omelia domenicale del 6 marzo non dànno adito a dubbi:

    Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass. E nel Donbass c’è il rifiuto, il rifiuto totale dei cosiddetti valori che oggi vengono proposti da chi rivendica il potere mondiale. Oggi esiste una prova per dimostrare la lealtà a questo potere, una specie di lasciapassare verso quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile. Sapete che cos’è questa prova? Una prova molto semplice e allo stesso tempo terribile: è il gay pride. Le richieste a molti di organizzare un gay pride sono una prova di lealtà a quel mondo molto potente; e sappiamo che quando le persone o i paesi rifiutano queste richieste, allora non possono entrare in quel mondo, ne diventano estranei. […] I gay pride sono progettati per dimostrare che il peccato è una delle variabili del comportamento umano. Ecco perché per entrare nel club di quei paesi è necessario organizzare una parata del gay pride. Non per fare una dichiarazione politica, un “siamo con te”, non per firmare accordi, ma per organizzare una parata gay. E sappiamo come le persone resistono a queste richieste e come questa resistenza viene repressa con la forza. Ciò significa che si vuole imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio, e quindi imporre con la forza alle persone la negazione di Dio e della sua verità.
    […] Ciò che sta accadendo oggi nell’ambito delle relazioni internazionali, quindi, non ha solo un significato politico. Stiamo parlando di qualcosa di diverso e molto più importante della politica. Stiamo parlando della salvezza umana, su dove finirà l’umanità, da che parte di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Creatore, a destra o a sinistra… Tutto quanto sopra indica che siamo entrati in una lotta che non ha un senso fisico, ma un significato metafisico.

    In altre parole, Sua Beatitudine Kirill I è dalla parte di Putin che combatte una guerra santa contro i «nemici esterni» che intendevano imporre ai residenti del Donbass una «parata gay». In altre parole ancora, il fondamentalismo religioso sarebbe alla base del conflitto. Sappiamo che a parere di molti, soprattutto in Italia, Zelens’kyj dovrebbe arrendersi, risparmiare ulteriori sofferenze al suo popolo e a noi il rischio di essere implicati in una guerra. Ci sia consentita una provocazione: e se invece di Zelens’kyj — o insieme con Zelens’kyj — il passo indietro fosse fatto dalla comunità gay? Si potrebbe siglare un accordo, alla presenza della “filosofa” MArtha Nussbaum, per cui la comunità gay s’impegna formalmente a non volere più forzare i valori e le tradizioni della Santa Russia.

    Qui sotto, sempre a proposito della religiosità di Putin, un articolo pubblicato su Nusquamia sette anni fa.

    • Franca F. permalink

      Siamo sull’orlo di un precipizio, ma tutti lo prendono come un gioco senza rendersi conto che è in gioco la sorte di ognuno di noi e della nostra Europa.
      Gli effetti diretti e collaterali di questa maledetta guerra sono incommensurabilmente gravi.

      Zelensky ha sopravvalutato la NATO, pensando che lo avrebbe protetto andando oltre delle “semplici”esercitazioni militari. Ha sottovalutato l’aggressività di Putin. Ora il suo paese è schiacciato tra chi lo invade e chi lo ha scaricato subito. Se non si decide a trattare, conteremo migliaia e migliaia di vite innocenti spezzate e km quadrati di polvere e macerie. Vorremmo che lui trattasse per la pace, anche a costo di una partizione del territorio perché che senso ha sperare di preservare una patria se sarà inabitata e la sua terra rasa al suolo?

      [La usa tesi è, per dirla con le parole di Vittorio Feltri, “Meglio cedere e poi andare a una trattativa onorevole piuttosto che avere una lapide al cimitero”. E Piero Sansonetti, in maniera più articolata: «Io non ho obiezioni sulle sanzioni o sui sequestri, starei solo attento a non trasformare la guerra contro Putin alla guerra contro il popolo russo. Ci sono alcuni costituzionalisti che dicono che mandare le armi non rispetta la Costituzione, altri dicono che si può. Ognuno ha le sue posizioni, sicuramente la nostra è una Costituzione pacifista che spinge a trattare prima di sparare e noi non abbiamo fatto nulla in questa direzione. Qualcosa in più sul piano diplomatico va fatta sia da parte dell’Italia che da parte dell’Europa. Ogni arma che gli diamo sono 10, 20, 30 morti. Quanti morti dobbiamo avere prima di iniziare a trattare?». Sono posizioni rispettabili: la sua, quella di Feltri e quella di Sansonetti. Non parlo della posizione di Travaglio, che si offende se gli si dà del putinista (infatti, non lo è), ma che pratica il “chiagn’ e fotti”, nel senso che per farci dimenticare la sua vicinanza, fino a meno di un mese fa, alle posizioni di Giulietto Chiesa buonanima (lui sì, putinista ad oltranza) se la prende con i “giornaloni” e con i “giornalisti con l’elemetto” e s’insospettisce se si parla di “resistenza ucraìna”.
      Ciò premesso, ritengo anche io che che si possa dissentire da Zelensky (ci mancherebbe!), ma penso che dovremmo prendere in considerazione anche questi due fattori:
      a) la volontà di resistenza del popolo ucraìno, che sembra smentire la tesi per cui Zelensky userebbe tirannicamente dei suoi concittadini come “scudo umano” per arrestare la “spedizione militare speciale” voluta da Putin per “denazificare” l’Ucraìna.
      b) l’oggettiva differenza, per Zelenski e, soprattutto, per il popolo ucraìno (che è libero di prendere posizione indipendentemente dalle nostre convenienze e convinzioni), tra l’arrivare al tavolo delle trattative con un Putin in affanno e un Putin baldanzoso. Non mi sfugge, naturalmente, che per far abbassare la cresta a Putin, il popolo ucraìno si trova costretto a versare un numero crescente di morti tra i militari e la popolazione civile. Questa è la logica della guerra, ma anche la logica della resistenza.
      N.d.Ar.]

  33. Joseph-Louis Lagrange, un matematico del gran secolo dei Lumi

    Bellissimo documentario su Joseph-Louis Lagrange, che nasce a Torino come Giuseppe Luigi Lagrangia: entrò all’Università subalpina all’età di quattordici anni, ben presto fu nominato “Maestro nelle RR Scuole matematiche d’Artiglieria”, avendo allievi più anziani di lui. Fu incoraggiato nei suoi primi passi come fecondo ricercatore matematico da D’Alembert ed Eulero; quando quest’ultimo lasciò Berlino per Pietroburgo, ne prese il posto all’Accademia delle Scienze di Berlino, dove rimase fino alla morte di Federico II di Prussia, alla vigilia della Rivoluzione francese: in questo periodo pubblicò 63 saggi matematici e il fondamentale Mécanique analytique con il quale, ponendo i fondamenti della Meccanica razionale, trasformò la meccanica in un branca dell’analisi matematica.
    In analisi matematica ne porta il nome il “teorema del valor medio” o “dell’incremento finito”, per cui il grafico di una funzione reale continua e derivabile, considerato fra due punti A e B presenta sempre almeno un punto C dove la tangente al grafico è parallela alla secante passante per A e B:


    Dimostrazione geometrica del Teorema di Lagrange mediante il grafico di un’equazione cubica:
    y(x) = x^3 + αx^2 + βx + γ
    Fare clic sull’immagine, quindi spostare con il mouse il punto indicato con la freccia rossa: s’individuano due punti C per cui il teorema di Lagrange è verificato.

    I meriti di Lagrange vanno ben oltre questo teorema: negli studi di meccanica celeste portò a soluzione (semplificata) il “problema dei tre corpi” il cui calcolo non può essere affrontato mediante le equazioni differenziali ordinarie derivanti dalle leggi del moto di Isaac Newton. A partire dal principio di D’Alembert (e del concetto di “forza d’inerzia”) e dall’estensione dinamica del principio dei lavori virtuali, Lagrange con le sue equazioni (equazioni differenziali nei “parametri lagrangiani”) mette a punto un metodo per lo studio di un qualsiasi sistema meccanico ad n gradi di libertà.

    Qui sopra vediamo un’equazione lagrangiana, dove T è l’energia cinetica, “q” e “q con il puntolino sopra” (derivata rispetto al tempo di q, secondo la notazione newtoniana) sono i “parametri lagrangiani” e Q sono le “forze generalizzate di Lagrange”. Il vantaggio principale delle equazioni lagrangiane «è il fatto che esse mantengono la stessa forma in ogni sistema di coordinate. Inoltre la formulazione lagrangiana permette di eliminare le reazioni vincolari» (C. Van der Mee, Calcolo delle variazioni ed equazioni di Eulero-Lagrange).

    Sono queste cose difficili, molto difficili: ma val la pena impegnarsi, questo non è cazzeggio giuridico. Con la costruzione del meraviglioso edificio della meccanica razionale, la “filosofia naturale” (vera filosofia, anche se non l’unica: ma vera, mica Martha Nussbaum) il secolo dei Lumi ha consegnato ai posteri una delle più luminose (appunto!) acquisizioni dell’ingegno umano. D’altra parte, come scrisse Copernico, «Mathemata mathematicis scribuntur»: il che non sarà sempre vero, ma c’è del vero in questa affermazione. Forse però ‘mathematicus’ non va inteso in senso stretto, quasi di “professionista della matematica”, ma sarà matematico, in generale — diciamo parafrasando Galileo –, colui che capisce la lingua e i caratteri nei quali è scritto il libro della natura. Come leggiamo nel Saggiatore di Galilei:

    La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’ universo), ma non si può intendere se prima non s’ impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.

  34. Questa è Odessa, oggi. E domani?
    Dio non voglia che la scalinata Potëmkin sia profanata dai miliziani ceceni, al posto dei cosacchi


    Qui sopra, una foto recente di Odessa, che presenta vestigia evidenti ancora oggi della presenza italiana: alla fine del XIX secolo vi si parlava correntemente italiano, come è documentato qui sotto.

    Odessa è anche famosa, tristemente, per la repressione ordinata dallo zar contro i cittadini che nel 1905 solidarizzavano con i marinai ribelli della Corazzata Potëmkin. La brutalità dei cosacchi al servizio dello zar è descritta nell’atto IV del celebre film di Sergej Ėjzenštejn La corazzata Potëmkin (1925):

  35. Alessia Merz, della quale ci è dolce il ricordo


    Alessia Merz interpreta la canzone ‘Amore bello’ nel corso della trasmissione ‘Non è la Rai’. La “interpreta”, nel senso che presta i suoi occhi meravigliosi, le sue movenze aggraziate a una canzone che è stata incisa da una vocalista professionista. Questo fu infatti il colpo di genio di Gianni Boncompagni, regista della trasmissione, in combutta con Irene Ghergo, autrice: mettere insieme la bellezza della voce con la bellezza dell’anima e del corpo di un’adolescente. La regola valeva per tutte le interpretazioni di quella fortunata trasmissione del secolo scorso.

    Abbiamo cominciato questa pagina con un articolo difficile (credo, forse), abbiamo trattato per lo più un tema probabilmente nemmeno così difficile, ma triste, quello della guerra di Ucraìna (mah, a volerci ragionare, nemmeno facile, se ci s’impegna a decodificare i comunicati ufficiali e le affermazioni apodittiche dei talk show), ci apprestiamo a concluderla con un documento di You Tube che sfiora argomenti di filosofia matematica.
    Come momento di svago, proponiamo la visione di un’apparizione televisiva di Alessia Merz, della quale molto si parla proprio in questi giorni, un po’ su tutti i giornali: ci sono interviste — e non sappiamo perché, ma ci sarà pure una ragione –, dove leggiamo che Alessia è una brava ragazza, una che ha saputo ritirarsi dal mondo dello spettacolo ancor giovane e promettente, e l’ha fatto spontaneamente, senza rimpianti; ora è una mamma felice, equilibrata, normale, una che aiuta i figli a fare i còmpiti di casa, tutto il contrario di una femminista feroce, “determinata” a sgomitare ai fini di una miserabile carriera, costi quel che costi, follemente felice di realizzarsi nella servitù aziendale.
    Non abbiamo mai dubitato che Alessia Merz fosse una brava ragazza: bastava vederla, e ragionare sulla sua fisionomia. Conserviamo vivido e dolce il ricordo di quando la vedemmo, vent’anni fa, in un film tratto dal romanzo di Camilleri, La voce del violino; quando qualche tempo dopo uscì in edicola la cassetta (ancora non c’erano i Dvd), non dubitammo di acquistarla, per rinnovare il piacere e la dolcezza della visione della bella, buona e gentile, non determinata, Alessia Merz. Il colore delle immagini di quella cassetta è adesso eroso dal tempo, il suono — in particolare quello del violino — a tratti è stridulo, ma la bellezza di Alessia è quella, immutabile, come un’idea platonica.
    Qui sotto, una foto tratta dalla videocassetta.

  36. Parla M.E. Boschi: buzzurri, giù il cappello!
    Putin è immorale, non umorale


    Per sentire il dolce eloquio di Maria Elena Boschi, fare clic sull’immagine.

    Noi pensiamo che in politica si debba ragionare politicamente, senza scomodare le categorie della moralità. Del resto lo sa benissimo anche Maria Elena Boschi, che è provvista di una mente agile e laica. Ma, per contrastare le fughe per la tangente di chi pretende di aver ragione, sempre, anche quando aveva torto, fa bene la Madonna di Arezzo ad affermare: «Putin è immorale, non è umorale». Del resto, questo suo giudizio non vuol essere politico.
    Noi condanniamo l’invasione dell’Ucraina non perché Putin è umorale, non perché immorale, ma perché l’invasione dell’Ucraina costituisce un precedente politicamente assai pericoloso. Anche le parole di Biden («Putin è un criminale di guerra»: vedi qui sotto) sono, a ben vedere aria fritta che potrebbe però fare del male, mentre non si vede il bene.

    Teniamo dunque i piedi ben saldi per terra (in base al principio di realtà) e diamo ossigeno al cervello (in base al principio di prevalenza della ragione sui “sentimenti”, intesi in senso lato). In un discorso politico sarà sufficiente dire che quel che sta facendo Putin è — per noi e per il popolo ucraino — politicamente esecrabile. I modi, i tempi e l’intensità del contrasto (da parte nostra) e di resistenza (da parte ucraìna) scaturiscono da considerazioni politiche non assolute, non fondate eticamente, ma razionali.

  37. Filosofia delle equazioni di Eulero-Lagrange

    Lo so, l’argomento è difficile, come si accennava in un articoletto precedente, e non è nemmeno suscettibile di una trattazione semplificata. Infatti questo video non spiega niente, ma ci mostra alcuni punti di approdo della meccanica lagrangiana, e può essere di stimolo ad affrontarne le difficoltà e intraprendere la scalata di una montagna certamente ardua ma sublime, dalla cui vetta è possibile scrutare il paesaggio armonioso della filosofia naturale. Fortunato colui che sarà arrivato in cima e di lì potrà con cognizione di causa apprezzare l’armonia della natura, della quale la meccanica lagrangiana ci dà la chiave interpretativa, disprezzare la servitù dei molti oppressi dalla religione dei falsi idoli aziendalistici ed esoterici, e farsi beffe delle contorsioni dei giocolieri del cazzeggio giuridico!

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