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La stanza di Giuseppe

e della Universitas Cornetensis Josephina

[Questa pagina raccoglie gli articoli di Giuseppe pubblicati nelle pagine correnti di Nusquamia. Nel copiare gli articoli, abbiamo assegnato titoli e sottotitoli, opportunamente numerati, per ragioni di perspicuità.  Sempre per ragioni di perspicuità i contributi sono presentati a colori alterni, blu e nero. N.d.Ar.]

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1. Il dialogo: spunti di riflessione

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Esimio Aristides de Nusquamia,

nonostante la sua presentazione internettiana strumentalmente volgare (ma la volgarità, in ebraismo, si accompagna spesso alla preghiera più appassionata), occorre dire che le domande poste dal signor Klistèr (il quale ha, evidentemente, altre finalità) nel suo commento all’articolo precedentemente pubblicato sono fondate e, direi, centrate – probabilmente per questo è stato pubblicato il suo intervento – e richiedono adeguate risposte, ancor più necessarie se, come mi è parso, da parte dei signori Jacques Deuzè de Cahors e Massimiliano esiste veramente, qua e là, un qualche apparente accenno a un tentativo di dialogo (relazione fra soggetti in grado d’intendersi).

1.1 Un  dialogo tra c.d. progressisti  e resitenti?

In particolare, nonostante la stizzita polemica nata in relazione a questo articolo, osservo che Jacques non tende comunque a imporre una sua visione totalizzante, e ciò non mi sembra in contrasto con quei “rari nantes”, rari accenni nel procelloso mare che credodi aver rilevato. Dico questo anche per rispetto nei confronti della persona Jacques, perché oggettivamente quel “vomitevole” lo accosta sotto certi aspetti al signor Klistèr. Jacques non può inopinatamente negare l’elevatezza dello stile e delle considerazioni che, in generale, caratterizzano codesto inusuale e atipico luogo internettiano, e semmai può ritenere non degne di esso le sgradite espressioni nei suoi confronti che ritenga immotivate.
Torniamo a quei ”rari nantes”: come accade in tutti i rapporti umani, alla base di qualsivoglia relazione stanno elementi costitutivi che occorre pre-chiarire, e senza dubbio le risposte alle domande del signor Klistèr fornirebbero importanti indizi in questo senso. Non che una risposta di un tipo escluda il dialogo e l’altra lo consenta, ma risposte adeguate fornirebbero un sicuro indirizzo circa la tipologia del supposto dialogo che s’intenderebbe affrontare.
A ciò precede, in ogni caso, la questione circa l’effettiva possibilità di un qualsiasi dialogo, la fase pre-dialogica, che dipende da un quadro generale di compatibilità. Affrontiamo qui, soltanto, dunque e primariamente, tale primo aspetto del problema.
Credo che innanzitutto si debba aver contezza del fatto che si versa in una situazione estremamente complessa, della quale le vicende curnensi sono soltanto una spia, pur assai utile quale pur sempre parziale laboratorio, e ciò in forza del dettagliato esame compiuto nel tempo, con profondità, dall’accademico prof. Aristides & C.

1.2 Sui diritti dell’Uomo e le opzioni politiche

Fino a qualche decennio fa era sembrato che il compimento dei processi di secolarizzazione fosse inevitabile (cfr., ad esempio, Lübbe, 1970, 2010), con la conseguenza, da un lato e prima di tutto, dell’espandersi dell’indifferenza religiosa, soprattutto nel contesto occidentale, e, dall’altro lato, dell’incardinarsi delle cosiddette religioni civili, basate sulle varie Carte dei Diritti quando non su ordinamenti giuridici costituzionali di singoli Paesi. L’illusione che princìpii e valori assoluti potessero essere scolpiti una volta per tutte, insieme al loro senso, in testi legislativi di per sé destinati a un continuo mutamento è durata lo spazio di un mattino, cioè relativamente poco: pur riconoscendone la grandissima valenza, si è ben presto dovuto prender atto che pure tali statuizioni erano derivate, da sottoporsi a un continuo vaglio generato, in ultima analisi, dall’intimo dell’uomo, aperto all’infinito, che sa pensare l’infinito, e dalla sua storia.
Per questo, negli ultimi anni, abbiamo assistito a un vero e proprio “ritorno delle religioni” (Riesebrodt, 2001). Le religioni si sono riproposte con forza sia come luoghi di elaborazione spirituale, capaci di offrire quell’orientamento complessivo e quei valori che le ideologie non sapevano più produrre, sia sotto forma di movimenti o istituzioni in grado d’incidere, come motori della storia, anche all’interno della sfera pubblica.
Questo punto di vista, chiarito anche con l’esempio portato, si pone come elemento di scriminante, costitutivo e presupposto di un possibile incontro dialogico in materia politica: la credenza personale, la cultura, anche religiosa, di una comunità, le sue tradizioni fanno parte a pieno titolo della politica, alla cui radice sta l’uomo come persona, con le sue dirette organizzazioni naturali (la famiglia, la tribù, la gens etc.), e non le strutture da lui stesso create e dalla sua volontà derivate quali mezzi di servizio.
Oggi, andando più nel dettaglio, possiamo riscontrare – tralasciandosi al momento coloro che in proprio elaborano teorie politiche più o meno eleganti e le sottopongono al vaglio dell’agorà degli studiosi della materia – nei confronti dell’ambito politico, così come per altro verso di quello religioso, e al suo stesso interno, la compresenza di almeno tre atteggiamenti, che s’intrecciano fra loro: un’indifferenza sempre più consolidata e persistente, diffusa anche e spesso fra i politicanti di professione, i quali paiono tesi, nell’assenza di idee, soprattutto al conseguimento di interessi partitici o di gruppo non incompatibili con quelli della società di riferimento, quando non alla diretta percezione di vantaggi soggettivi; la consapevolezza di poter scegliere fra una molteplicità di culti e di rituali di partito o di aggregazioni di interessi, posti tutti sullo stesso piano per assenza di idee scriminanti (una vera e propria pluralità nell’ambito delle strutture attraverso le quali soltanto pare essere oggi realisticamente ricopribile una qualunque pubblica funzione di natura politica); un modo di vivere il fenomeno politico che trova riscontro ed espressione nel contesto dei vari fondamentalismi.
La complessità della situazione attuale sta tutta, appunto e secondo me, in questo singolare intreccio. Da esso dobbiamo dunque partire se vogliamo elaborare un canovaccio di possibilità dialogica adeguato al presente.

1.3 La pluralità di offerte della struttura partitica

Cominciamo con una riflessione che riguarda il termine medio, ciò che abbiamo chiamato la pluralità di offerte nell’ambito delle strutture della “politica”, quelle che tendenzialmente sole selezionano le qualità e capacità politiche insite in ciascun membro di ogni comunità, specie allorché siano in campo interessi di un qualche rilievo. Sotto questo rispetto oggi viviamo un’esperienza che in passato solo raramente è stata fatta. Assistiamo a un’effettiva compresenza, in diverse aree del mondo, di molteplici culti e rituali politici, oltre che religiosi, con la sopravvivenza di residui d’ideologie varie. Ciò che in passato era stato separato da barriere di spazio e di tempo – che avevano fatto sì che una determinata modalità politica s’identificasse con un particolare territorio o caratterizzasse una certa epoca nella sua costruzione (vedasi l’antica Grecia, Roma, il feudalesimo, le signorie etc.) – ora spesso si trova mescolato, effettivamente o virtualmente, all’interno di uno stesso ambito. Liberismi e liberalismi, socialismi e comunismi di varia specie, autoritarismi e totalitarismi, laicismi e strutturalismi delle più varie tipologie, autonomismi e federalismi nelle più diverse coniugazioni, oligarchismi e tecnicismi, buonismi disparati, spesso riconducibili a manifestazioni come quelle del New Age, etc. etc.: tutto questo e molto altro ancora si propone alla nostra attenzione, nel contesto di un Occidente globalizzato, offrendo soluzioni differenti per le varie esigenze della nostra esistenza. È con questa situazione che qualunque discussione politica si trova anzitutto a interagire.
Più che di pluralità si parla oggi, più precisamente, di pluralismo partitico (centri di interesse afferenti la politica), più o meno accentuato, più o meno localmente esteso. Con questa espressione intendo non solo la descrizione di un fatto, ma anche la soluzione di un problema di fronte al quale questo fatto si pone. Non è in gioco, qui, unicamente la possibilità che molteplici culti e riti politici, in verità quasi sempre ormai svuotati della loro idealità, frequentemente di sola facciata e coprenti interessi diversi, coesistano nello stesso territorio, fianco a fianco, senza provocare tensioni che spesso risultano difficili da gestire. Non si verifica solo la trasformazione, anche radicale, di questi culti e comportamenti a seguito del loro interagire con le culture con cui possono entrare in contatto (vedi le contiguità mafie-politica in determinate aree del territorio dello Stato italiano, in continua e progressiva espansione). Non basta, ai nostri giorni, semplicemente prendere atto della molteplicità di offerte sul mercato politico/partitico, alle quali è in grado di accedere (senza necessariamente aderire) in special modo chi vive nel mondo occidentale e gode delle forme definite democratiche di governo che per lo più lo contraddistinguono.
Vi è, in parallelo, l’idea che questa pluralità d’interpretazioni e di modi di vivere l’appartenenza a una dimensione politica, propria della natura umana ma oggi quasi totalmente svuotata di ogni afflato ideale, sia, in generale, qualcosa di corretto e di opportuno. Ci si persuade che aver di fronte questa indistinta molteplicità di esperienze e d’interessi particolari, cui le esperienze stesse sono indissolubilmente legate, gli uni accanto agli altri, sia cosa buona. Ecco ciò che viene sostenuto dal pluralismo partitico e dei gruppi d’interesse. Ecco la soluzione che ai problemi provocati dall’esistenza di una pluralità di congregazioni e aggregazioni di interessi alcuni studiosi propongono. Altrimenti, essi dicono, se non venisse promossa questa forma di coesistenza, l’esito scontato non potrebbe che essere il conflitto: conseguenza del tentativo da parte di una determinata congrega politica di prendere il sopravvento sulle altre, con tutti i mezzi possibili. La dittatura, insomma. Quindi, fare cartello, fare trust, e non intralciare vicendevolmente le più varie “esperienze” da parte degli iscritti alla gara (gli “attori politici del territorio” come Lei, stimatissimo Aristides, li definirebbe) diventa indispensabile, essendo questo il minore dei mali. Il consociativismo, insomma, nel nome di una discutibile versione, “buonista”, della tolleranza e del realismo sociale, che lo preferisce a qualunque potere assoluto.

1.3.1 Il sistema dei partiti e i gruppi d’interesse

In effetti, anche l’esperienza politica fa i conti, oggi, con i fenomeni della globalizzazione e della localizzazione. Lo fa, appunto, nei modi di un’offerta e di una declinazione al plurale delle proprie figure, che si moltiplicano anche in relazione a problemi specifici. Per esempio, la lista Vivere Curno rappresenta la convergenza territoriale e locale dei partiti nazionali della sinistra, mentre due liste di destra raffigurano il disfacimento locale dei partiti ascritti a tale area, il PDL e la Lega Nord. Il risultato è il proliferare di “culti” partitici che convivono, là dov’è possibile, fianco a fianco l’uno con l’altro e, insieme, la trasformazione del modello predominante all’interno di una tendenza politica in qualcosa che, su di un piano locale, viene vissuto in modi differenti. Per esempio, e per uscire dal caso curnense, il socialismo globale è oggi qualcosa che va pensato nelle varie articolazioni che questa tendenza politica conosce non solamente nelle aree del mondo europeo nelle quali è da molti decenni diffusa (vedasi le differenti figure di Craxi e Mitterrand), ma anche nelle particolari modificazioni a cui è soggetta, sovente in chiave fondamentalistica, nelle zone d’immigrazione europea. E, ora, si prospetta addirittura l’idea di dar vita a partiti etnici…
Si tratta di fenomeni che in passato la storia ha già conosciuto – si pensi, in chiave culturale, all’ellenismo come estrema stagione della cultura greco-antica -, ma mai in questa misura. Ecco un primo elemento, relativo alla situazione politica del presente, con cui ci si deve confrontare allorché si voglia intraprendere un dialogo. Sono appunto questi aspetti, concernenti l’attuale assetto di pluralità dell’offerta partitica, utilizzata dagli iniziati come unica via per essere protagonisti delle vicende politiche, spesso connotata da differenze soltanto strumentali per ragioni di potere e d’interesse, e le modalità del suo articolarsi, ciò che credo dover ora brevemente approfondire, soprattutto per quanto riguarda alcune loro conseguenze.
Essi sono, nello specifico: a) l’idea che quella partitica sia una scelta che ciascuno può compiere, valutando in astratto, quasi si trovasse in un supermercato, prodotti diversi che sono a sua disposizione e sembrano utilizzabili a suo piacimento; b) la perdita, nel mondo globalizzato, di un radicamento delle esperienze politiche all’interno di un determinato contesto culturale, accompagnata però da un movimento contrario, volto al recupero e alla valorizzazione della propria identità particolare; c) l’emergere di nuovi “culti”, anche grazie all’uso delle tecnologie informatiche.
La compresenza di molteplici partiti e gruppi d’interesse, spesso non molto difformi fra loro, su di un unico territorio, quale si verifica, per esempio e specificamente in Italia, si attua secondo vari modelli e varie forme. I problemi che questa situazione comporta, sollecitando l’impianto democratico dell’organizzazione politica, riguardano anzitutto i rapporti tra sfera pubblica, strettamente regolamentata dallo Stato, e ambito privato, che sovente non ritiene di dover limitare la propria azione al proprio interno, ma vuole trovar diretta espressione e spazi a un livello pubblico, quando non addirittura su di un terreno politico. Le polemiche riguardanti le proprietà del cav. Berlusconi nel campo dei media e l’utilizzo conseguentemente fattone lo dimostrano a sufficienza, così come la presenza di partiti politici, attivi anche in alcune democrazie occidentali, che si ricollegano esplicitamente a istituzioni religiose.

1.3.2 La politica è dei cittadini e deve tornare ai cittadini

Tali problemi riguardano, però, anche i rapporti fra gli stessi partiti o gruppi d’interesse, non solo nel caso in cui questi si configurino anzitutto in forme istituzionali o pseudo tali (in Italia tutti i partiti non sono altro che associazioni non riconosciute, né più né meno che come Trasporto amico, l’associazione degli alpini, Vivere Curno etc.), ma anche per quanto concerne il modo in cui la singola persona vive questa situazione di pluralità partitica e sviluppa o cerca di sviluppare in essa la propria esperienza del “politico”. Il primo caso oggi sovente comporta un incremento del dialogo, generalmente sotterraneo e sottaciuto, fra le diverse congreghe o, qualora vi sia un forte intreccio con la presenza di una religione nell’ambito di una certa situazione politica di un determinato paese, fra l’istituzione religiosa e lo Stato di riferimento. Ciò che viene comunque sovente richiesto, all’istituzione religiosa come alle altre congreghe, è di realizzare un’alleanza sempre più forte, sul piano mediatico, allo scopo soprattutto di contrastare l’ideologia antipartitica ormai predominante.
Riguardo invece al modo in cui, nella situazione attuale, cambia la percezione dell’esperienza politica a causa della diffusa pluralità partitica che la contraddistingue, è bene segnalare l’insorgere, rispetto al passato, di una nuova domanda. Si tratta di una domanda che in precedenza veniva ignorata, appunto perché il partito di riferimento assai raramente era scelto, ma a esso si apparteneva: per tradizione familiare o comunitaria, per collocazione geografica, per ruolo sociale, per battaglie, non sempre politiche, sostenute collettivamente, etc..
La domanda oggi, invece, è: “Quale partito, fra i molti possibili?”.
E tuttavia, per affrontare tale domanda in maniera adeguata, dobbiamo essere ben consapevoli di ciò che essa comporta. Essa segnala, infatti, non solo la possibilità, sulla quale prima mi sono soffermato, di poter oggi davvero scegliere fra i vari partiti o gruppi d’interesse, ma è indice, soprattutto, di un atteggiamento ben preciso: del fatto cioè che, di fronte alla molteplicità delle proposte, ci troviamo per così dire in un atteggiamento simile a quello che abbiamo al supermercato quando, volendo comperare qualcosa, confrontiamo prodotti analoghi di marche diverse e decidiamo che cosa acquistare sulla base di un’esigenza personale, reale o indotta dalla pubblicità. Del resto, la costosissima pubblicità elettorale non è concepita forse nello stesso modo, e quello elettorale non è chiamato a propria volta “mercato”? E se mercato è, la scelta va a favorire comunque interessi “di mercato” di qualcuno. La speranza rimane quella di eleggere colui che abbia minori interessi “di mercato” personali.
Che cosa significa tutto questo? Significa che siamo noi, nel senso più pregnantemente soggettivo – almeno così pare – gli arbitri della scelta: una scelta che viene compiuta sulla base delle nostre esclusive esigenze, delle nostre esclusive aspirazioni, dei nostri esclusivi bisogni. Vuol dire, in altre parole, che la sopravvivenza di una “politica”, di una visione politica d’interesse generale, dipende, in qualche modo, proprio da noi. Si tratta, dunque, di una prospettiva in cui la politica si configura non già come un’offerta di senso, che ci precede e ci coinvolge, ma come un’iniziativa umana, troppo umana, individuale e soggettiva. Essa, la politica intendo, quindi si trova snaturata proprio in quanto politica. Al tempo stesso, poi, ciò significa anche che, se siamo in condizione di scegliere, le diverse opzioni partitiche stanno per noi tutte sullo stesso piano, indifferentemente, e almeno in un primo momento le possiamo considerare con un certo distacco. Ma se le cose stanno così, allora nessuna idea politica ci coinvolge davvero, ci appassiona: una vale l’altra, e siamo noi a decidere se vogliamo fingere di far nostra una di esse a seconda di ciò che ci conviene. Oppure, a nostro piacere, possiamo anche mescolare alcuni aspetti di questa o di quella credenza politica, come accade nelle forme sincretistiche del buonismo New Age. Insomma: ciò vuol dire che, in fondo, tutte le opzioni politiche, in realtà partitiche, ci sono indifferenti, essendo in giuoco soltanto la nostra convenienza, commisurata alla possibilità di conseguirla attraverso gli interessi convergenti, più che la credibilità, del partito o del leader che abbiamo scelto.

1.3.3 Globalizzazione e localizzazione degli interessi partitici

L’altro aspetto che si ricollega al panorama di pluralità dei partiti e dei gruppi di interesse che abbiamo davanti e che tende a creare l’oligopolio nell’ambito politico è quello che concerne un vero e proprio adattamento dei culti e riti partitici più diffusi agli ambiti geografici e culturali all’interno dei quali essi attecchiscono e si sviluppano. Qualche decennio fa si parlava, a questo proposito, di “radicamento”, cioè riuscita fusione con gli interessi prevalenti nel luogo. Ma certo un tale processo risulta problematico, nella misura in cui dimostra la necessità di tenere assieme una prospettiva politica, che fa riferimento a qualcosa di alto e nobile in assoluto, per quanto assolute possano essere le aspirazioni umane, con le differenti modalità in cui concretamente, su di un piano storico e geografico, questo “assoluto” si manifesta e viene vissuto. Vedremo fra poco come i fondamentalismi vogliono essere una soluzione di tale problema: una soluzione, peraltro, che intende eliminarlo alla radice.
Vari sono gli esempi oggi di una tale diffusione e trasformazione globale di una singola scelta partitica o di gruppo (es: il partito socialista o laburista, che dir si voglia), che introducono l’idea di un pluralismo che non solamente riguarda i partiti o i gruppi (vale a dire: fra di essi), ma che a essi è interno. Riflettiamo ancora una volta sulle diverse forme che sono assunte a livello mondiale dall’idea socialista e relativa Internazionale dei partiti che dovrebbero rappresentarla, compresi alcuni atteggiamenti riconducibili alla mentalità fondamentalistica. Sono tutti motivi che consentono di parlare in maniera nuova di un “socialismo globale”, coll’emergere di quello specifico orientamento nella diffusione del messaggio in virtù del quale il centro si sposta sempre più decisamente verso il Sud del mondo: cambiando la configurazione fino a oggi predominante e indicando un futuro molto meno eurocentrico. La mentalità eurocentrica, quando si affronta la questione delle organizzazioni politico-partitiche oggi, dev’essere comunque abbandonata, poiché prendere atto della condizione di pluralità significa anche questo. Il centro rimane la nostra tradizione al riguardo, le nostre abitudini, ma questa collocazione dev’essere integrata dall’idea di una molteplicità di poli di attrazione e di definizione dell’esperienza politico-partitica quale si è ormai costituita a livello globale, abbandono degli idealismi e sgradevoli esempi attuativi compresi. La presenza di questi poli modifica fortemente lo stesso modello di governo di ciascuna istituzione partitica, e delle stesse pubbliche istituzioni, qualunque sia il partito e lo Stato presi in esame. Non è un caso che negli Stati Uniti sia stato eletto un presidente, un democratico, keniota e probabilmente musulmano, e non è neppure un caso che sempre più, per altro verso, si parli di PD del Nord….
E quanto sopra rilevato deve valere anche per il mio argomentare. Che non può essere legato a fenomeni che si sviluppano solamente nell’Occidente (o, più localmente, in Lombardia) caratterizzato, su di un piano politico e partitico, da una ben precisa tradizione pubblicamente manifestatasi già alla metà del XVIII secolo. Perché, appunto, vi è un modo ben più ampio e articolato non solamente di considerare i vari mondi politico-partitici, ma anche d’intendere quegli stessi partiti che lo compongono, elaborando una pur parziale e riduttiva disciplina al riguardo.

1.3.4 Nuovi riti e culti partitici tecnologici

Ho già accennato al fatto che uno dei concorrenti dell’approccio politico-partitico che può essere assunto dagli esseri umani è costituito dalla mentalità tecnico-scientifica. Essa comporta l’idea che tutto, prima o poi, può essere spiegato e, perciò stesso, controllato. Sappiamo bene, però, che tale possibilità di controllo non è totalmente in possesso del singolo individuo. Anche quando facciamo uso, più o meno abilmente, di ciò che ci permette di orientare e di governare meglio i processi della nostra vita non tarda a manifestarsi, prima o poi, un senso di frustrazione e d’impotenza. Ciò accade perché noi possiamo utilizzare gli strumenti tecnologici solo adattandoci alle regole che di essi sono proprie. Più in generale, anzi, il mondo della tecnica possiede una pretesa di autonomia e una capacità di autoalimentarsi che ci fanno persuasi di essere subordinati a esso. Ecco perché, esplicitando questo sentimento di subordinazione e organizzandolo in forme di culto politico, possono nascere partiti tecnologici.
Con l’espressione “partiti tecnologici” intendo non tanto quei partiti che fanno riferimento a determinati strumenti tecnici per la loro elaborazione o per lo svolgimento dei propri riti. Questo, in realtà, è sempre avvenuto. Oggi tuttavia la mentalità tecnologica induce a ritenere, più di quanto accadeva in passato, che un programma di partito, un culto o rito dello stesso possa essere scomposto nei propri elementi costitutivi e ricomposto a proprio piacimento, e modellato sulla base delle esigenze di ciascuno. Nascono allora i cosiddetti “partiti fai da te”, come sostanzialmente avviene nei buonismi derivati dal New Age, in cui il “fai da te” consiste nell’interpretazione soggettiva data all’indirizzo partitico.
Oltre a questa forma d’interazione, però, si verifica oggi un’ulteriore modalità in cui la dimensione tecnologica incide sull’esperienza politica. Si tratta del fatto che molte strutture partitiche tradizionali si rivolgono massicciamente alle nuove tecnologie comunicative per diffondere il proprio messaggio e per consolidare il proprio spazio di potere. Questo, certo, è sempre avvenuto: soprattutto per quanto riguarda i partiti “dell’annuncio”, che si basavano sull’esercizio della capacità comunicativa per fare proselitismo e per promuovere la propria “missione” (vedi il Partito Comunista Italiano nel dopoguerra o la Lega Nord). Ciò che tuttavia cambia, oggi, è la misura di questo riferimento, e il modo in cui esso incide sul contenuto del messaggio partitico-politico e sul configurarsi del partito stesso. Emerge allora il rischio che questo contenuto e questa struttura siano modellati in base alle esigenze della società dello spettacolo, piuttosto che movendo dalla fedeltà al rapporto con una sfera politica o intesa come tale.
Tutto ciò d’altronde non basta per trasformare i partiti che fanno riferimento ai nuovi strumenti di comunicazione, e che addirittura accettano il rischio di compromettersi con essi, in partiti tecnologici propriamente detti. Essi lo diventano, invece, se ritengono di potersi sviluppare solamente attraverso l’uso delle nuove tecnologie. Di più: lo diventano nella misura in cui essi considerano le nuove tecnologie come qualcosa di sovra-umano, che, andando oltre le potenzialità del singolo, lo può “assimilare” con la propria superiorità. Una specie di “ultradarwinismo” organizzativo. Proprio per questo essi possono venir onorati anche su di un piano para-religioso.
Un esempio fra i tanti che potremmo menzionare è quello che riguarda il cyber-partito di Grillo. Non si tratta di un partito che faccia uso del web affiancando quanto offerto dalla rete ad altre forme di diffusione del messaggio. No, si tratta di riti e culti partitici che solo attraverso il web hanno ragion d’essere e possibilità di sviluppo. Essi non sono, cioè, partiti in internet, ma partiti di internet. Con quest’ultima espressione indico appunto le organizzazioni partitiche che hanno il loro ambiente, il loro spazio rituale, i loro oggetti di culto esclusivamente nella rete.
Segnalo alcuni motivi di trasformazione dell’esperienza politica di cui questi fenomeni sono testimonianza. Anzitutto, l’interazione attraverso il web rischia di cambiare lo stesso significato del termine “politica”. Se, infatti, come vedremo meglio più oltre, questo termine allude a una specifica forma di legame tra gli esseri umani, correlato alle istituzioni poste al loro comune servizio, qui è proprio un tale legame a essere radicalmente modificato. Ora esso viene a unire i netsurfers con la dimensione stessa del web. È il web che prende il posto delle istituzioni e delle modalità del loro utilizzo. L’istituzione, in altre parole, viene a coincidere con il nesso tecnologico: con la struttura, con la matrice. Ecco ciò che la web-community è chiamata politicamente ad “adorare”. Ed ecco perché la domanda circa i programmi di tale tipo di partito è priva di senso: il programma non può esistere se non generato dal web, perché altrimenti si sovrapporrebbe al web medesimo, limitandone “l’infinita” potenzialità, della quale ognuno dei netizen – i cittadini del web – si sente pienamente investito Però, riflettiamoci, internet ha le sue regole che sono poste pur da qualcuno, il quale le sa utilizzare e modificare all’occorrenza… E le regole stesse non sono parimenti alla portata di tutti gli internauti partecipi del giuoco politico in questione. O no? Mi sembra che si tratti di un grande problema.
In secondo luogo, poi, le nuove tecnologie non vengono qui considerate come un mero strumento, come qualcosa che si può semplicemente utilizzare, ma incidono nella forma stessa dell’essere politico e dell’esperienza che lo rende possibile. Più precisamente, ci accorgiamo che, trasposta in rete, l’azione politica e la politica stessa si modificano e vengono ad assumere, con i loro contenuti, un carattere virtuale. La virtualizzazione della politica è infatti il vero e proprio rischio del suo inserimento nel web. Ciò comporta la necessità di gestire la relazione fra questa dimensione virtuale e il mondo quotidiano in cui uomini e donne si trovano a vivere. Ed emerge il problema di come pensare la prospettiva di salvezza sociale che anche i partiti tecnologici, dal canto loro, intendono offrire.
In ultimo, come già accennavo, ciò che viene a essere modificato è la possibilità stessa di un’esperienza politica. Internet certamente, così come più in generale le nuove tecnologie, offre un ambiente che amplia la nostra possibilità di far esperienza. Non si tratta solo di un’estensione delle nostre capacità comunicative, ma appunto di un allargamento dei confini dell’esperienza stessa. Ma vi è una grande differenza tra l’esperienza politica che l’uomo può vivere nel quotidiano e l’esperienza virtuale che può essere fatta, ad esempio, nel web. Quest’ultima forma di esperienza, infatti, ha importanza per me solo in quanto mi coinvolge in una serie di relazioni parallele e mi spinge a restare connesso.
Ecco allora emergere una serie ben precisa di questioni. Domandiamoci: che cosa vuol dire “esperienza politica” nel web (quell’esperienza, cioè, che consente al netizen – il cittadino di internet – un’estensione dei modi del proprio essere politico)? E in che termini essa può venir regolamentata? In altre parole: questa forma di esperienza – intesa in un’accezione forte, tale cioè da dar senso alla vita reale degli esseri umani, tale da poter offrire una prospettiva di salvezza sociale e da trasformare i comportamenti quotidiani – è davvero possibile nel web? O invece, collocata soltanto in internet, la politica diventa solo un gioco: serio come tutti i giochi, per carità, ma niente affatto impegnativo, coinvolgente l’intera persona? A queste domande bisognerà dare risposta: specialmente se in futuro tali forme di attività politica prenderanno spazio ulteriore.

1.4 I fondamentalismi politico-partitici

Apparentemente opposta alla situazione sopra illustrata si presenta oggi un’altra esperienza: quella che trova espressione nei vari fondamentalismi politici/partitici. Sembra, infatti, che i fondamentalismi nascano proprio per contrastare non solo l’indifferenza per la politica (leggi: per i partiti), della quale parlerò fra breve, ma anche quell’attitudine che sorge all’interno del supermercato dei partiti e dei gruppi d’interesse su cui mi sono appena soffermato. Sembra, in altre parole, che solo la concezione fondamentalistica dell’esperienza politica e partitica sia in grado di dare un’effettiva risposta alla pluralità dell’offerta e insieme al disinteresse che, da molti versanti, si manifesta nei confronti dei mondi dei politicanti, permettendo di recuperare il modo vero e corretto di accedere alla politica. Ma è solo un’impressione.
Parlo anzitutto di “fondamentalismi”, al plurale. Non esiste infatti, all’interno dell’ambito politico, solo un fondamentalismo: può, infatti, essere riscontrata una tendenza fondamentalistica all’interno di ogni ambito politico e dei partiti. In altre parole, possiamo dire che l’attitudine fondamentalistica, con la sua capacità di enfatizzare e di portare alle estreme conseguenze determinati aspetti dell’esperienza, risulta una possibilità che caratterizza la politica in generale. In questa prospettiva, tale attitudine viene a configurarsi come una deriva che possono prendere le idee politiche, assumendo forme rigide e unilaterali, e le strutture che dovrebbero esserne al servizio, e che caratterizza un modo specifico di vivere il rapporto tra l’essere umano e la sfera politica.
C’è però un’altra accezione dell’aggettivo “fondamentalistico” che desidero mettere in evidenza. Essa risulta da un’ulteriore estensione dell’idea del fondamentalismo, come attitudine e come mentalità, che viene a interessare anche ambiti non strettamente politici. Vi è, infatti, una deriva fondamentalistica che è presente in certe concezioni laiche – o, meglio, “laiciste” – della vita quotidiana, sovente non meno rigide e unilaterali di quelle che fanno riferimento al legame col “politico” strettamente inteso. Possiamo pensare a certe forme di ateismo o a espressioni di esclusione e d’intolleranza giustificate da un’ideologia personale sostanzialmente totalitaria.
Da questo punto di vista, e più in generale, verrebbe allora da dire che fondamentalistiche possono essere considerate quelle posizioni che rifiutano o svalutano il confronto produttivo con tutti coloro che la pensano in maniera diversa, dal momento che chi le adotta ritiene di essere già in possesso della verità e non abbisogna, quindi, di operare un tale confronto. Il fondamentalista, infatti, non sente la necessità di dialogare, di dialogare davvero. In sintesi, come vedremo meglio fra poco, la mentalità fondamentalistica si ricollega a una concezione parziale e ristretta della propria identità e costituisce una sorta di patologia che viene a colpire l’attitudine relazionale degli esseri umani, fino a giungere alla negazione “dell’altro” come persona, in ultima analisi, alla negazione delle fonti stesse della propria esistenza, delle sue ragioni, in insanabile contraddizione.
In sostanza, per tornare al caso del “laboratorio Curno”, proprio questo tipo generale di fondamentalismo mi sembra abbia rimproverato il sindaco Gandolfi all’attuale sindaco pro-tempore: troppi “non m’interessa”, “io e lei non ci capiamo”, troppe valutazioni e decisioni “da manager” rispetto a situazioni squisitamente tecniche, troppo aprioristico metodo aziendale nella gestione comunale, in cui cuore, cervello e tecnica debbono, invece, operare insieme. Anche il silenzio e la disinformazione appartengono alla categoria, con un surplus di egoismo che giunge a sfiorare l’egotismo: in questo, per quanto volgare, la virulenza del signor Klistèr ha un suo significato. Si potrebbe obiettare, secondo vetusti e inaccettabili schemi, che in tali modalità si è proceduto per non diffondere ansie e preoccupazioni fra i cittadini in un momento tanto delicato. Una versione curnense del celeberrimo “a fin di bene”. Non ha prospettiva un’impostazione del genere, perché da un lato genera confusione e dall’altro, a carte scoperchiate, sfiducia, ostilità preconcetta. Salvo, appunto, approvare una concezione del potere non come servizio ma in modo fondamentalistico, cioè totalitario, come potere fine a se stesso. Anche su questo piano squisitamente pratico, addirittura di atteggiamento, si deve sviluppare, chiarendosi, l’eventuale intento di dialogo dei signori Massimiliano e Jacques.

1.4.1 Vari tipi di fondamentalismo

Ma quali fenomeni indica più concretamente, e questa volta con particolare riferimento agli ambiti politici, la parola “fondamentalismo”? Per rispondere a una tale domanda potrei far riferimento a diverse analisi che, su questo tema, hanno condotto sociologi, psicologi, storici filosofi o teorici della politica. Fra le varie tipologie proposte per classificare i fondamentalismi politici ne scelgo però una che risulta, a mio avviso, sufficientemente duttile per cogliere la molteplicità di articolazioni del fenomeno a livello mondiale (la globalizzazione implica una sempre più alta frequenza di interazioni fra il globale e il locale): identifico due tipologie di fondamentalismo: a) quella «legalistico-letteralistica» e b) quella «carismatico-utopistica». La prima, potremmo dire, guarda al passato. La fonte alla quale essa si riferisce per dare un senso alla propria vita è un testo sacro, intendo di sacralità strettamente umana, ritenuto in senso letterale “parola dell’umanità”, quale, ad esempio, fu inteso “Il Capitale” di Karl Marx. In quanto tale, questo tipo di testo non può essere interpretato, ma solamente accolto. A ciò che esso esprime sotto forma di precetti e di modelli di comportamento si deve infatti ubbidienza. Qui il passato grava sul presente e costringe ad accoglierlo. Il cittadino, insomma, è, in ogni caso, letteralmente un sottomesso. E’ una posizione che ricorda e, in un certo senso, giustifica l’assorbimento islamico nel volere di Allah di tutte le regole attinenti la convivenza civile, pur con le dovute distinzioni. E’, però, una posizione che deve far riflettere.
La seconda tipologia, invece, rimanda a un compimento per così dire escatologico, a una finalità che darà salvezza solo ai “veri” cittadini del mondo. Essa, dunque, guarda al futuro. E di questo compimento è data garanzia, nel presente, da parte di una guida che è chiamata ad annunciarlo e, in virtù del suo carisma, a farsene testimone presso la comunità. Ci si apre dunque a una dimensione ulteriore: ma tale apertura è possibile solo se ci si affida, nel presente, alla mediazione di una figura che è assimilabile a quella del profeta. Comunismo, nazismo, laicismo ne sono un esempio storico, ma anche il berlusconismo, a ben vedere….
In realtà, come si può evincere anche dagli stessi esempi portati, questi due tipi di fondamentalismo non s’incontrano quasi mai in una forma pura, ma s’intrecciano fra loro e con le tradizioni di ordine politico sulle quali s’innestano. Di fronte a essi, d’altra parte, un’indagine appena un poco appropriata, diversamente da quella compiuta dalla sociologia, è chiamata non semplicemente a un’opera di descrizione, ma alla ricerca di un perché, all’identificazione di un motivo. Alla base del fondamentalismo c’è lo stesso atteggiamento che viene suscitato da un certo modo di rapportarsi all’odierno contesto di pluralità delle offerte partitiche. Mi riferisco, di nuovo, all’imporsi, crescente nella nostra epoca, di un sentimento d’indifferenza. Anche nei confronti della dimensione politica, parallelamente, sotto questo aspetto, a quella religiosa.
Non deve sorprendere questa tesi: la tesi per cui alla base dei vari fondamentalismi vi sarebbe un atteggiamento d’indifferenza. Si tratta, infatti, di un’indifferenza che si manifesta non già, come abbiamo visto in precedenza, nei confronti delle varie esperienze politiche e di strutturazione politica – tutte poste sullo stesso piano nell’odierno supermercato delle offerte politiche -, bensì tanto rispetto a coloro che risultano estranei, “infedeli”, e che dunque senza particolari problemi possono essere combattuti e annientati, quanto riguardo ai precetti che vengono imposti agli esseri umani e, in ultima analisi, nei confronti di quella stessa Dea Ragione che li rivela. Infatti, se ciò che conta è solamente l’obbedienza, l’adesione alla lettera del testo umanamente sacro o alle parole della guida spirituale, tutto il resto diventa assolutamente irrilevante: la comprensione di questo testo e di queste parole, la possibilità di un rapporto autentico con altre culture e altri assetti politici, il senso stesso dell’approcciarsi dell’umanità alle norme o, più specificamente, alla Dea.
Tutto ciò viene riassorbito, invece, in una dimensione d’indifferenza. Anche per il fondamentalista, infatti, – chiamato unicamente a sottoporsi senza domande a ciò che esternamente gli viene imposto – l’unica cosa importante è ubbidire: ubbidire ciecamente. Questo introduce certamente una distinzione fra ciò che va fatto e ciò che non va fatto, ma – in quanto non dà il perché, non fornisce il senso di queste azioni – finisce per appiattire ogni cosa su uno stesso piano, su un’unica dimensione. Potremmo anzi dire che, senza l’indicazione del suo senso, anche l’offerta partitica, che pure dovrebbe essere offerta di senso, appare insensata. Ecco, in ultima analisi, la prospettiva d’indifferenza che s’annuncia nei fondamentalismi.

1.4.2 La genesi della mentalità fondamentalistica

Ma come nascono i fondamentalismi? O meglio: come nasce quella mentalità che produce tali esiti? Quale ne è la genesi e (posto che si possa usare qui tale espressione) la logica?
Una risposta a queste domande può anzitutto essere favorita dalla semplice osservazione che nei differenti contesti politici, anche in quelli che possiedono indubitabilmente aspetti comuni – per esempio la condivisione di alcuni testi “sacri”, come la “Carta dei diritti umani”, il riferimento a una particolare immagine del “sacro” umanamente inteso, la richiesta in vari mondi politici di un comportamento analogo, come quello dettato dal rispetto della dignità umana e delle personali credenze religiose -, possono tuttavia essere individuati e sperimentati modi diversi di vivere, nel concreto, proprio tali aspetti. Ciascuno di essi, negli ambiti politici di riferimento, è tendenzialmente considerato il migliore, spesso l’unico valido, spesso l’unico legittimo, l’unico da perseguire da parte del cittadino. Ciò significa che uno specifico approccio da parte dell’uomo in sé politico, che una sua particolare esperienza di tale sacralità sono assunti o percepiti come tendenzialmente validi in assoluto, e considerati normativi per tutti gli esseri umani. Ogni altra esperienza, dunque, ogni ulteriore approccio rischiano di essere esclusi e condannati. A meno che non prenda il sopravvento un’altra idea di politica.
Alla base di questa concezione vi è più precisamente una serie di passaggi che permettono il suo formarsi e che vale la pena di mettere in chiaro. Indichiamoli schematicamente.

a) A una particolare prospettiva politica viene attribuito un valore universale (es: il sistema democratico, da esportare ovunque).

b) Ma questo valore universale può essere variamente concepito. Nel caso dell’approccio fondamentalistico esso viene inteso dall’uomo politico, anche grazie all’uso di opportune strategie di rassicurazione e di conferma, in modo da dimenticare il carattere particolare, concreto, della prospettiva politica che è da lui condivisa e che, legittimamente, egli ritiene possa essere condivisa anche da altri (es: la profezia comunista).

c) Così questa stessa prospettiva, che s’incarna nell’esperienza concreta e particolare dell’uomo politico, finisce per perdere un tale specifico riferimento e si trasforma immediatamente in qualcosa di astratto, di assoluto.

d) Una tale visione politica astratta, assoluta, richiede poi di essere consolidata nella sua identità. Viene stabilito che cosa costituisce la sua retta dottrina – l’”ortodossia” – e che cosa, invece, dev’essere escluso, se non condannato, come a essa non rispondente.

e) Di conseguenza, la relazione con coloro che non rientrano nell’ambito di una visione politica così intesa, stabilita nella sua identità e definita nella sua ortodossia, può configurarsi solamente in termini di assimilazione, oppure di distruzione.

Questa, insomma, è la dinamica che conduce al formarsi dei fondamentalismi. Questa è la genesi di tale mentalità. Da un punto di vista generale la mentalità fondamentalistica si configura allora come una patologia del pensare, nella quale un assunto particolare, contingente, circoscritto viene immediatamente considerato valido per tutti, necessario, assoluto. Chi è affetto da un modo di pensare fondamentalistico non è in grado di collocarsi in un determinato contesto e, dunque, non è capace di considerare i contesti degli altri, prima ancora di non volerlo. E tutto ciò provoca, evidentemente, una correlata patologia nel modo in cui l’essere umano si rapporta a sé e si considera nella propria identità.
Sul piano più specifico dei fondamentalismi politici un tale fenomeno – di là dalle spiegazioni che di esso possono fornire le scienze umane – si configura come una degenerazione insita nell’esperienza politica e, in particolare, in quella che contraddistingue le cosiddette società democratiche. Si tratta di una tentazione da cui ogni visione politica si deve guardare, ma con cui devono fare i conti oggi in special modo gli Stati Uniti d’America. Ciò accade nella misura in cui, nella prospettiva dell’affermazione di un unico metodo politico valido, viene offerta una particolare interpretazione – che appunto non viene riconosciuta come tale – dell’universalità e verità di questo approccio. E da ciò appunto consegue, com’è stato anche di recente sottolineato con forza e con una certa unilateralità, la necessità di estromettere, anche con violenza, da un ambito preventivamente definito tutto ciò che non è riconducibile al rapporto unico che l’essere umano può instaurare con quel sacro insieme di precetti, considerato anch’esso come unico, in quanto “il più avanzato”.
In sintesi, allora, su di un piano politico, la logica del fondamentalismo è quella per cui una particolare visione politica viene ad essere considerata, in modo immediato, come valida universalmente, cioè come l’unica ed esclusiva (nel dato momento storico) possibilità d’interpretare la relazione che unisce l’uomo al mondo, agli altri uomini. La sua genesi dipende da una particolare comprensione, unilaterale, di forme di relazione che possono essere nominate utilizzando i concetti di “identità” e di “universalità”. Ne risulta un’attenzione privilegiata per quegli aspetti che, nel rapporto fra le strutture politiche, differenziano ed escludono, piuttosto che per gli elementi che uniscono e collegano. Ne consegue la legittimazione della violenza contro il diverso.

1.4.3 Problemi d’identità

Sembra dunque che la questione della “violenza della Dea Ragione” possa essere risolta attraverso un’interpretazione della violenza dell’uomo. E questa violenza umana può certamente essere spiegata individuando la sua genesi. Tutto ciò, come abbiamo visto, si ricollega a una particolare concezione dell’identità e a uno specifico modo d’intendere la relazione tra il sé e l’altro (cfr. Schwartz, 1997).
Ma – domandiamoci – la nozione di “identità” dev’essere per forza intesa secondo la mentalità fondamentalistica? Che cosa indica, più precisamente, questo termine? Si tratta di un fenomeno da intendere in una maniera univoca e unilaterale?
In effetti, le cose non stanno così. Vi sono, infatti, tre modi di concepire ciò che chiamiamo “identità”. Vi sono tre tipologie che possono essere distinte. Possiamo parlare di una identità chiusa (o, con un’immagine, di un’identità “muro”); di un’identità riflessa (ossia di un’identità “specchio”) e, infine, di un’identità aperta.
L’identità “muro” è quella che considera l’altro semplicemente come ciò che dev’essere negato. Essa implica un’affermazione di sé che è esclusiva ed escludente. Ci dev’essere un muro tra me e l’altro a garanzia di tale esclusione. È questo il modo in cui la questione dell’identità è vissuta dalla mentalità fondamentalistica.
L’immagine dello specchio, invece, ci mette davanti a un’altra idea d’identità: meno violenta ma altrettanto egemonica. In questo modello l’altro è considerato solo in funzione della mia affermazione, della conferma della mia identità. La sua funzione, cioè, è solo quella di rispecchiare le mie posizioni: che io so fin dall’inizio essere valide, e che dunque non possono essere veramente discusse. L’altro, da questo punto di vista, è solo uno sparring partner, destinato a soccombere (vedi i vari “buonismi”).
L’identità aperta, infine, è quella in cui la mia identità è stabilita dal mio rapporto con gli altri. Solo se la mia identità si realizza in questa relazione, essa è, appunto, un’identità aperta: aperta a quanto di nuovo può accadere in questa relazione; aperta a sempre nuove relazioni. Agli altri non mi chiudo; negli altri, semplicemente, non mi specchio. Invece, rapportandomi a loro, modifico la mia percezione di me stesso e comprendo chi sono. L’identità, dunque, non è qualcosa di statico, ma un processo in divenire.
Il problema della mentalità fondamentalistica è che in essa tutte queste distinzioni vengono appiattite. Così come, al suo interno, sono confuse particolarità e universalità, storicità e assolutezza. Tutto ciò, lo abbiamo visto, conduce, sia nella tipologia del fondamentalismo legalistico-letteralistico che in quella del fondamentalismo carismatico-utopistico, a una serie di pratiche che presuppongono l’indifferenza e che producono l’annullamento delle differenze. Ma allora, appunto, che cosa significa questa condizione d’indifferenza quale sfondo complessivo in cui vivono oggi tanto gli esseri umani che fanno un’opzione di tipo politico/partitico, quanto coloro che non contemplano tale esito? E soprattutto come può essere pensata, nello specifico, l’indifferenza politica?

1.5 Spleen e indifferenza

Capita, a volte, di sentirsi un po’ depressi. Si perde interesse per le cose, viene meno la voglia di fare. Quando questo stato d’animo prende il sopravvento e copre d’un velo grigio ogni esperienza, allora la depressione diventa una scomoda compagna, con la quale può essere necessario convivere. Si tratta di una variante di quel «vuoto abisso» del nulla nel quale – come dice Hegel nell’Introduzione alla “Fenomenologia dello spirito” (1998, p. 52) – finisce per essere gettato tutto ciò che si presenta come nuovo. È lo spleen di Baudelaire (1984).
Si tratta di una disfunzione, forse, di una malattia? Se così fosse, la si potrebbe intendere come qualcosa di fisiologico. E dunque trattarla con farmaci specifici. È quasi una moda, oggi. In realtà, forse, un altro approccio può esserci più utile a capire la questione: non solo a governare tecnicamente tali processi, non solo a controllare i segnali di questo disagio. Che cosa si manifesta, infatti, quando insorge questo stato d’animo? Che cosa si mostra in esso, propriamente, da una prospettiva filosofica, se si vuole? Emerge, in generale, la persuasione che nessuna cosa ha più importanza delle altre. Nulla ha valore, tutto appare uguale, uniforme, intercambiabile. Ma non in positivo. Non dunque perché tutte le cose – ogni cosa singolarmente presa – sono belle e tali da offrirsi alla vita nella loro pienezza.
Questa sarebbe semmai l’esperienza della gioia: una condizione in cui tutto ha valore, tutto è ricco e genera ricchezza, e in quanto tale mi contagia, mi prende. Ciò avviene soprattutto in certi istanti privilegiati, che vorremmo arrestare per sempre. Invece, quando siamo depressi, accade proprio il contrario. Certo: anche nella depressione tutto è uguale. Ma nel senso che, davvero, ogni cosa appare nella sua nullità. E in quanto tale, appunto, mi risulta indifferente e m’attira in una dimensione d’indifferenza sempre più radicale. Non solo riguardo al presente, ma anche nei confronti del futuro.
Tutto è nulla. Perciò tutto è indifferente. Allo stesso modo in cui è indifferente dire che tutto è tutto. Come accade invece nell’esperienza della gioia. Dunque alla fine gli estremi si toccano. “Essere” e “nulla”, da questo punto di vista, sono lo stesso. È sempre Hegel a farlo vedere, se vogliamo richiamarci ancora al suo pensiero, all’inizio della “Scienza della logica” (Hegel, 2008).
Torniamo, però, nuovamente alle situazioni che possiamo vivere. Oggi infatti, l’esperienza di una concezione indifferente e indifferenziata delle cose risulta oltremodo diffusa. Oggi viviamo in quella che, in senso generale, può essere chiamata l’epoca dell’indifferenza. Lo avvertiamo non solo da un punto di vista psicologico: quello dal quale siamo partiti. Lo vediamo soprattutto nei vari modi in cui un atteggiamento indifferente può venire a imporsi: su di un piano etico (il disinteresse per ogni cosa, che impedisce di trovare criteri di orientamento che guidino le scelte); su di un piano politico (nelle forme che può assumere oggi il qualunquismo); su di un piano religioso. La vera morte di Dio, infatti, non consiste nella semplice negazione dell’esistenza di un tale essere, ma nel fatto che il riferimento a una dimensione ulteriore non è più qualcosa di scontato: dato che possiamo vivere – e di fatto viviamo, come diceva Bonhoeffer seppure con altra intenzione – etsi Deus non daretur, «come se Dio non esistesse».
Vale dunque la pena soffermarsi su questo tema dell’indifferenza. Forse perché – ecco la mia tesi – con esso si esprime nella maniera più chiara la condizione in cui viviamo nel nostro presente. A cominciare, per quel che qui stiamo discutendo, dal modo in cui, nella mentalità comune, ci si rapporta alla dimensione politica. E tenendo conto delle diverse forme che dell’indifferenza politica sono proprie.

1.5.1 Forme dell’indifferenza politica

L’indifferenza specificamente politica si coniuga, infatti, in molti modi. Tre, soprattutto, sono quelli, fra loro correlati, in cui a mio avviso tale fenomeno può venire a configurarsi. Anzitutto, esso si presenta, immediatamente, come indifferenza di fronte all’alternativa fra un’opzione politico-partitica e un’opzione che non fa affatto riferimento a prospettive derivanti da una visione politica, comunque questa venga intesa. Non si tratta più, qui, di opporsi alla Dea Ragione e alla sua rivelazione (o addirittura a qualcosa che proveniva più o meno direttamente da Dio), come avveniva nelle forme classiche dell’anarchismo, di recente comunque rivendicate e riproposte. Si tratta, piuttosto, di non prendere in considerazione neppure queste possibilità alternative: perché proprio nei loro confronti pare ormai essersi verificata una caduta d’interesse.
In un’altra sua forma, poi, tale atteggiamento di disinteresse e di distacco si manifesta come indifferenza fra le diverse e possibili opzioni partitiche, variamente determinate, che oggi ci vengono offerte: predomina, anzi, la convinzione che al supermercato delle opzioni politiche del mondo contemporaneo, almeno nelle forme che esse hanno assunto in Occidente, si possa scegliere fra prodotti politici che stanno tutti sullo stesso piano e che, comunque, possiedono tutti una loro validità. Abbiamo visto precedentemente, più nel dettaglio, in che modo l’indifferenza si coniuga, in questo caso, con l’arbitrio di una scelta sovente dettata solo da curiosità, oppure da interessi strettamente egoistici.
Infine, l’indifferenza politica può indicare quell’atteggiamento che – di fronte alle prescrizioni e ai valori proposti, in un ordine ben preciso, all’interno di una particolare visione – non accoglie affatto tali prescrizioni e valori in maniera incondizionata, non ne riconosce la disposizione gerarchica, ma li pone tutti sullo stesso piano, li considera modificabili a proprio piacimento e ritiene di poterli adattare, in maniera flessibile, alle situazioni concrete che di volta in volta si presentano alla coscienza individuale. In definitiva, perciò, il giudice ultimo che deve decidere della legittimità di quest’applicazione dei principi incondizionati alla vita sociale quotidiana è, ancora una volta, solo l’individuo. È chi può trarre benefici dalla benevola flessibilità che lui stesso ha introdotto e benevolmente si concede.
Se, dunque, ci atteniamo a queste varie tipologie, incontriamo un’indifferenza che si configura in una triplice accezione: quella che riguarda il collegamento fra il “politico” e il “non-politico”; quella che interviene nelle relazioni fra le differenti visioni politiche o partitiche; quella che caratterizza, infine, i rapporti fra gli stessi valori che, pure, dovrebbero essere accettati da chi riconosce di appartenere a una particolare visione politica. E le conseguenze dei tre modi in cui l’indifferenza politca oggi si presenta sono, a ben vedere, del tutto analoghe. Nel primo caso, si rischia di perdere la specificità dell’atteggiamento politico in generale, favorendo in tal modo la confusione, ad esempio, fra il pensare e l’agire che sono propri del cittadino partecipe della vita sociale e quelli che contraddistinguono piuttosto chi tale non è. Nel secondo caso, si rischia invece di perdere la specificità di un determinato atteggiamento politico rispetto ad altri, favorendo in tal modo l’insorgenza di forme instabili di sincretismo tra visioni politiche e culture che risultano ben diverse tra loro. Nel terzo caso, infine, si rischia di perdere la specificità che caratterizza l’atteggiamento individuale all’interno di un determinato contesto socio-politico, favorendo in tal modo un’indebita omologazione tra cittadini che intendono in modi differenti, e magari contrastanti fra loro, i dettami enunciati da una medesima visione politica (ricordiamoci dei rivoluzionari del ’68, che usavano tutti gli stessi termini marxisti pur intendendo finalità e valutazioni spesso inconciliabili).

1.5.2 L’indifferenza in generale

Ma anche precisando le cose in questo modo rischiamo di restare alla superficie del problema. “Indifferenza”, infatti, è in sé un termine equivoco. Ma lo è non solo per quanto ho fin qui detto, bensì anche in un senso ulteriore e più profondo. Il concetto di “indifferenza” ha, infatti, due significati: può indicare sia una mancanza di distinzioni, sia un’assenza d’interesse. L’atteggiamento d’indifferenza contiene in sé, in altri termini, sia l’indistinzione che il disinteresse. In ciò è simile a quel sentimento di pienezza, a quella gioia a cui mi riferivo poco sopra.
Si tratta, nel primo caso, dell’indifferenza che è in qualcosa, dentro qualcosa, nel secondo, dell’indifferenza che si sviluppa rispetto a qualcosa. Se predomina l’indistinzione, tutto risulta omologato, mescolato, confuso. Se ha il sopravvento il disinteresse, ogni cosa che può attirare l’attenzione finisce per essere, alla fine, ritenuta vana. E dunque viene meno ogni predilezione, ogni ordine, ogni gerarchia fra ciò che si presenta al nostro sguardo.
In entrambe le accezioni, comunque, il risultato è l’annullamento di un rapporto. Il rapporto in questione, infatti, subisce l’annullamento perché viene negato che vi possa essere una qualche diversità fra i termini che potrebbero entrare in rapporto. Perciò tutto risulta indistinto. E, di fronte all’indistinto, non c’è nulla che mi possa attrarre, nulla che susciti il mio interesse. Io non sono più coinvolto, motivato. Tutto, perciò, mi appare privo di senso. È proprio in questo annullamento che emerge il tratto nichilistico del fenomeno dell’indifferenza. Proviamo ad applicare questa osservazione alla comunità curnense…

1.5.3 Indifferenza e nichilismo

Il termine “nichilismo”, introdotto dallo scrittore tedesco Jean Paul tra Settecento e Ottocento (cfr. Jean Paul, 1997), è diventato con Nietzsche parola di moda. Ma in proposito dobbiamo intenderci. Come dicevo, il nichilismo occidentale non è solamente la condizione nella quale i vecchi valori vengono meno, si afferma la “morte di Dio” e ci si può porre alla ricerca di nuovi valori. La situazione è ben più complessa. È la possibilità che ogni valore sia destinato, prima o poi, a venire meno, ciò che caratterizza lo spirito disincantato della nostra epoca. Nonostante il ritorno delle religioni. Nonostante il risorgere dei fondamentalismi.
Ciò si verifica perché, al fondo anche delle opzioni che vengono assunte, magari in maniera intransigente e violenta, vi è la persuasione che nulla, in effetti, ha senso alcuno. Nulla è in grado più di motivarci. A nulla si può ormai prestare fede. E’ questo “nichilismo del senso” ciò che si presenta oggi al nostro sguardo, ben oltre il grido di Zarathustra (cfr. Nietzsche, 2010). È questo il modo in cui s’annuncia la malattia dell’indifferenza.
Porre il problema del senso, insomma, è qualcosa che sembra non avere più senso. Ma che cosa vuol dire, qui, “senso”? In che modo possiamo comprendere questo fenomeno? C’è da dire, anzitutto, che “senso” non è sinonimo di “spiegazione”. Il senso, rispetto a qualcosa, mi dà la motivazione, non già il motivo, cioè appunto la causa, come invece fa la spiegazione. Il senso mi propone un orientamento preliminare, un punto di riferimento in base al quale regolare il mio agire e il mio pensare. E tale riferimento non è affatto spiegabile. Ne è una riprova il fatto che, anche una volta che uno stato di cose risulta pienamente spiegato, possiamo ancora interrogarci sul suo “perché”.
Il senso, così, risulta qualcosa che viene accolto preliminarmente da chi lo intende assumere. E solo così esso è in grado di guidare il nostro pensiero e la nostra azione. Non bisogna, dunque, confondere la logica del senso con quella della spiegazione. Il senso rimanda a un orizzonte che risulta irriducibile a ciò che, a partire da esso, viene compreso e motivato. La spiegazione, invece, individua la responsabilità di un evento ponendola allo stesso livello di questo evento, dal momento che, in un legame di tipo causale, sussiste sempre una relazione di prossimità tra esplicante ed esplicato. Il senso apre, per dir così, una dinamica verticale: ciò che dà senso si colloca in una dimensione ulteriore rispetto a quella che lo riceve. La spiegazione, invece, fa rimanere sullo stesso piano colui che cerca e ciò che gli viene offerto come risposta: vincola tutto allo stesso orizzonte, condanna a non fuoriuscire dalla dimensione del finito.
Di conseguenza il problema, nei confronti dell’indifferenza, è quello di recuperare la motivazione: di recuperarla di fronte al nichilismo, rispetto alla persuasione che tutto sia nulla. Non si tratta, come si vede, di qualcosa che può essere trattato come una semplice depressione. La depressione è semmai un modo specifico, psicologicamente connotato, in cui il fenomeno dell’indifferenza, considerato in tutta la sua complessità, può venire a manifestarsi. L’indifferenza, invece, si ricollega in generale al problema del senso. È il modo in cui la perdita di senso può essere sperimentata. Di più. E’ la dimensione in cui può imporsi anche il disinteresse nei confronti di questa stessa esperienza.
Come uscire, allora, da tale situazione? Anzitutto: possiamo davvero uscirne? C’interessa effettivamente farlo? Queste domande riguardano sia l’ambito politico, sia quello religioso che la sfera filosofica. I mondi politici sono, infatti, insieme a quelli religiosi, i luoghi all’interno dei quali con grande forza, anzitutto, sono stati proposti motivazioni e orizzonti di senso per l’agire e il pensare degli esseri umani. Le visioni politiche si sono configurate, nelle loro varie manifestazioni, come contrapposizioni e parziali risposte al problema del male nelle relazioni sociali e come modi per governare questa stessa esperienza. E il male, nelle sue varie articolazioni, è forse il modo più evidente in cui può emergere lo sfondo d’insensatezza in cui ci possiamo collocare.
L’indagine filosofica, dal canto suo, si è messa fin dalle origini in competizione con l’approccio religioso e con quello politico per trovare risposte alternative alle stesse domande. Lo ha fatto scegliendo, piuttosto che la via della narrazione, la strada del discorso argomentato. Lo ha fatto, per un verso, avendo coscienza che la sua iniziativa era puramente umana, e che dunque il contesto di relazioni che potevano venir messe in opera era pur sempre instaurato da una riflessione a partire da cui un senso veniva posto; per altro verso, facendo leva sull’ambiguità dell’atteggiamento d’indifferenza, dal momento che – come ho già accennato – esso si ritrova sia al fondo dell’esito nichilistico, sia nell’esperienza della gioia più piena.
In ogni caso, visioni politiche e religiose e filosofie sono accomunate dal medesimo impegno a favore del senso. Anche se non di rado il fallimento degli sforzi filosofici in tale direzione ha condotto alcuni pensatori a ripiegarsi su di un’attitudine scettica. Ma, se le cose stanno così, la stessa storia della riflessione filosofica può essere esaminata, proprio nel suo confronto con i mondi politici, a partire da tale prospettiva.

1.6 Conclusione

Tutto qui. Pochi, scarni concetti-base per un proficuo dibattito. Li si valuti insieme, se si vuole, disaggregandoli o accorpandoli, corredandoli con esempi magari tratti dal laboratorio curnense.
Se Massimiliano e Jacques diranno che si tratta di cose risapute, fini a se stesse, per di più esposte in modo prolisso e “vomitevole”, vorrà dire che, in realtà, non c’è alcuna intenzione dialogica, come erroneamente e invano ho sperato. Può darsi il caso che altri, invece, ne intravvedano la possibilità o l’opportunità.
Se a nessuno potrà interessare il commento sopra esteso, beh!, vorrà dire che mi sono esercitato per alcune ore nell’intuizione, nell’immaginazione, nella logica e nella dettatura, non senza aver prima pensato a ciò che chiedevo fosse scritto.
Inoltre, mi scuso con lei, paziente Aristides de Nusquamia, per l’inconsueta “vastatio” dello spazio internettiano e, come sempre, La

Ossequio.

Giuseppe

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2. Cristo fu il primo socialista?

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Esimio Aristides de Nusquamia,

affermare come fatto certo (“alla luce anche del fatto”) che “Cristo fu il primo socialista” è chiaramente una provocazione, perché, tutt’al più, si potrà affermare che alcuni principi e valori cristiani hanno comunque informato di sé la dottrina socialista, la quale forse, senza di essi, non avrebbe avuto probabilmente sufficiente sostanza, amalgama e resistenza nelle sue strutture profetiche, utopicamente spacciate per politiche. A mio avviso, infatti, quella socialista è, in realtà una religione pratico-utopica, a termine, che ha acquisito immensi meriti in un certo periodo storico, soprattutto per l’attuazione di esemplare rigore etico, spesso di matrice profondamente cristiana, che di essa è stata data dai socialisti del tempo, senza peraltro che tali comportamenti rientrassero di per sé nell’ambito teorico, cui erano strutturalmente esterni. La profezia socialista in sè non si è mai verificata e mai potrà verificarsi in politica, proprio perché profezia sostanzialmente “religiosa”, di una religione materialista e addirittura predeterminata storicisticamente, che può incidere con grande valenza, come ha inciso, sulla politica, ma che non può e non potrà mai ad essa sostituirsi.

In tal senso, dunque, non capisco i cosiddetti cattocomunisti o cattolici “di sinistra”, laddove intendono in qualche modo interpretare l’applicazione evangelica mediante le parole di Marx o dei suoi epigoni, senza cioè rendersi conto che, operando in tal modo, stanno costruendosi per sincretismo una “religione fai da te” che svaluta oggettivamente il Cristianesimo, al cui centro sta il Figlio di Dio fatto uomo. In tal modo, infatti, scambiando la profezia marxiana per una scientifica teoria politica, vanno in realtà nella direzione di cercar di realizzare concretamente non il Verbo, cui dicono di credere, ma, seppur in piccola e sterile parte, il “vero” sogno di Marx, cioè quello profetico-religioso, al cui fondo sta l’imposizione di un pensiero unico di matrice socio-economica, cui, per tale derivazione, viene fallacemente e contraddittoriamente appioppata la definizione di “scientifico”.
Così procedendo, però, il Cristianesimo diventa qualcosa di complementare, da richiudersi nel privato, senza dimensione pubblica, essendo in tale campo sostituito, quasi come un parassita, dalla soggettiva religione pratica pseudo-marxiana o marxista, che dir si voglia, secondo i riti e i culti personali o di gruppo.
In tale ottica, le adunanze del Consiglio Comunale di Curno possono essere interpretate come vere e proprie cerimonie religiose, di una sacralità materiale o laicista, manifestazioni del culto per la religione pratica professata, la quale ha il vantaggio di non avere un oggetto determinato o determinabile (“vivere bene”: e chi vorrebbe vivere male?) e di concretizzarsi nei riti stessi, autoreferenziali, come avviene per tutti i “pensieri unici”. Infatti, è attraverso tali riti che raggiunge le proprie finalità concrete (ricordiamoci che lo stesso K. Marx alterò spessissimo i dati per “dimostrare” l’esattezza delle proprie visioni), poiché in tal modo può (ciò che deve) permettersi di assumere o rifiutare al proprio interno le azioni e i comportamenti che vuole e che sceglie o che rifiuta, attribuendosi a posteriori, dunque, il grado di purezza e perfezione voluti. Per questo, dopo aver confezionato a dovere la cerimonia, il rito e il culto, non può di per sé consentire che, in seguito, la pseudo-scientificità della religione praticata e offerta al popolo venga posta in continuo e martellante dubbio. Esimio Aristides, non può meravigliarsi, a tal punto, che per Lei anàtema sit
Si può comprendere, però anche, sotto altra prospettiva “la rivendicazione del socialismo di Cristo, chiaramente percepibile nelle parole della canzone ‘La zolfara’, di Fausto Amodei”, come il tentativo sostanziale, magari condotto in perfetta buona fede, di smontare e smungere la trascendenza del comando cristiano in una profezia storicistica che, come tale, è soggettivamente modificabile e fruibile a proprio esclusivo uso e consumo.

Ossequio

Giuseppe

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Risposta semiseria di Aristide

Caro Giuseppe,

sapevo che non le sarebbe sfuggita quella mia affermazione, buttata lì con studiata nonchalance (se mi perdona l’ossimoro): “Cristo fu il primo socialista”. Dunque, era una provocazione o non era una provocazione? La risposta è: sì e no.

Prima ipotesi: è una provocazione – È una provocazione, sicuramente, perché conosco i miei polli. Sono traditori del nobile ideale di progresso, sono aziendalisti, ma non hanno nemmeno il coraggio di dirsi aziendalisti. Pretendono di essere anime belle, ed è questo, precisamente, ciò che trovo insopportabile. Ammettiamo invece che qualcuno mi dicesse: “Io sono a favore dell’arricchimento come ideale di vita; non ho niente da dire contro l’usura; se le multinazionali uccidono non è affar mio; se il Pedretti pensa di fare il sodomita mettendo in gioco il deretano dei curnensi, vuol dire che lui è furbo e che gli altri sono fessi, perché non sanno crearsi le occasioni di successo nella vita”. Ebbene, eviterei accuratamente di frequentare uno che dica simili mostruosità, ma costui, con la sua scellerata sincerità, mi toglierebbe ogni possibilità di replica.
Invece i nostri cosiddetti progressisti agiscono come se pensassero nella maniera sopra ipotizzata, pretendendo però di pensare tutto l’opposto. Pretendono, con tutto il loro egoismo, con la loro stramaledetta “determinazione”, con il loro cinismo, con la loro volontà di potenza che li induce a stringere alleanza con il Pedretti, con la loro albagìa, con la loro sobrietà farisaica, con il loro istinto di sopraffazione e propensione all’induzione coatta dei cittadini a “condivisione” delle proprie pensate, pretendono di essere buoni cristiani!

Seconda ipotesi: non è una provocazione – Lei scrive: «Quella socialista è, in realtà una religione pratico-utopica, a termine, che ha acquisito immensi meriti in un certo periodo storico, soprattutto per l’attuazione di esemplare rigore etico, spesso di matrice profondamente cristiana».
Qui sta il punto della questione: la matrice cristiana degli apostoli del socialismo. Ce ne sono stati, in Italia e nel mondo, più di quanto non si creda. Non tutti si professarono cristiani, è vero, non tutti furono rivoluzionari: esiste anche, per esempio, il filone scientista, rappresentato dal medico Basarov in Padri figli di Ivan Turgenev, o da quell’altro medico, del quale non ricordo il nome, nello Zio Vanja di Anton Čechov. Ma come negare che il “nichilista” Basarov fosse intriso di spirito cristiano?
Gesù Cristo pur ammonendoci del fatto che non è venuto su questa terra per fare la rivoluzione sociale, o per sovvertire lo Stato, quante volte non ha preso le distanze da codesta auri sacra fames, dalla forsennata voracità di ricchezze (che hanno tutti, anche il pitocco), dalla miserabile volontà di fare sfoggio di Suv più che buzzurri, dalla meschina soddisfazione di schiacciare il prossimo facendo uso del potere? Se è vero che Gesù Cristo non fu socialista in senso pieno e proprio, ancor più vero è che Gesù Cristo non fu aziendalista, quale che sia il modo in cui si vuol considerare l’aziendalista, anche il più benevolo. Al limite, l’aziendalista faccia pure l’aziendalista, e fino a un certo punto. Ma guai a lui se intona le laudi dell’aziendalismo!
Inutile ricordare il “date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”, inutile ricordare la cacciata dei mercanti dal Tempio, inutile ricordare l’atteggiamento di severa condanna tenuto dalla Chiesa nei confronti dell’usura.
Mi piace però chiudere questa riflessione affrettata, forse anche sgangherata, con queste parole che trascrivo da un libro che acquistai il giorno del mio compleanno, quando compivo 21 anni (una volta segnavo la data di acquisto dei libri, adesso non lo faccio più: a che servirebbe?). Si tratta del libro Uscita di sicurezza, scritto da Ignazio Silone:

Quella sera del novembre milanese, volendo spiegare ai miei amici perché, all’età di 18 anni, in guerra, mentre ero ancora studente liceale, avessi aderito al socialismo zimmerwaldiano, dovetti, di gradino in gradino, risalire con la memoria alla prima adolescenza e menzionare perfino qualche episodio dell’infanzia, per ritrovarvi le più lontane origini della mia rivolta che, più tardi, assumendo forma e portata politica, doveva necessariamente rivelarsi estremista. Non è vanteria. A 18 anni, e in tempo di guerra, difficilmente si entra in un movimento rivoluzionario perseguitato dal governo, per motivi futili o d’opportunità. […] Erano ancora i tempi in cui il dichiararsi socialista o comunista equivaleva a gettarsi allo sbaraglio, rompere con i propri parenti e amici, non trovare impiego […] Nell’intimo della coscienza tutto venne messo in discussione, tutto diventò un problema. Fu nel momento della rottura che sentii quanto fosse fossi legato a Cristo in tutte le fibre dell’essere.

Sono perfettamente d’accordo con quanto lei scrive nel resto del commento: «Le adunanze del Consiglio Comunale di Curno possono essere interpretate come vere e proprie cerimonie religiose, di una sacralità materiale […] la quale ha il vantaggio di non avere un oggetto determinato o determinabile (“Vivere bene”: e chi vorrebbe vivere male?) e di concretizzarsi nei riti stessi, autoreferenziali, come avviene per tutti i “pensieri unici”».

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3. Sui diritti umani

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Bellissimo e piacevole, nonché stimolante, il confronto che si è aperto. Vediamo di proseguire, allora. Come giustamente rilevato dal Segretario generale dell’ONU nella sua relazione per l’apertura della sessione delle Nazioni Unite attualmente in corso a New York (A/66/749, 1), l’umanità deve affrontare una situazione piena di sfide e difficoltà, in ambito generale come in ambito locale, nonché nei singoli settori di attività. Da una parte, vi è un sempre sorprendente e rapido progresso scientifico, così come un maggior accesso per molti all’istruzione e al benessere economico e la comparsa sulla scena di nuovi “attori” e potenze mondiali. Dall’altro lato, il mondo è in una crisi finanziaria, forse meglio, una guerra finanziaria che sta peggiorando alcune emergenze umanitarie e ambientali e che non sembra ancora essere finita, anzi, può anche annunciare nuovi e pericolosi conflitti armati. E se ciò vale per la scena mondiale, purtroppo tale difficoltà di rapporti, nella sostanza, si estende anche al “piccolo”, e financo all’ambito più privato.
In tale contesto, la diffusione effettiva dello stato di diritto ai diversi livelli e con ogni mezzo diventa un compito particolarmente urgente per una governance del mondo come dei singoli stati, nazioni e popoli, giusta, equa ed efficace. Facendo eco il preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in cui si afferma che, “E ‘essenziale […] che i diritti umani siano protetti da norme di diritto”, si può affermare come principio fondamentale che tutte le persone fisiche, le istituzioni pubbliche e private, gli stati e le organizzazioni internazionali devono essere soggetti alla legge, la quale, a sua volta, deve essere giusta ed equa. Vi è, dunque, un nesso inscindibile tra lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, onde, per governare legittimamente, le norme costituzionali in materia di attività legislativa, il controllo giurisdizionale delle leggi e del potere esecutivo sono necessarie, come anche la trasparenza negli atti di governo, a qualsivoglia livello, e l’esistenza di un’opinione pubblica capace di esprimersi liberamente. A seguito di questa tendenza generale, consegue l’applicazione della regola di diritto per quanto riguarda tutte le sfere della vita sociale.

3.1 Oltre il rispetto formale per le procedure

Ciò, tuttavia, non è sufficiente: vi è la necessità di andare di là da una fissazione semplice su procedure atte a garantire l’origine democratica di norme e di un consenso di base da parte delle singole comunità, fino alla comunità internazionale, al fine di portare a concreto compimento e rendere efficaci i principi sostanziali della giustizia, sanciti dallo stesso preambolo della Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Qui dobbiamo anzitutto elencare: l’inalienabile dignità e il valore di ogni persona umana, prima di qualsiasi legge o consenso sociale, l’uguaglianza dei diritti delle persone, delle loro formazioni naturali e dei popoli, e il rispetto per i negozi, le convenzioni, gli atti e, su su fino ai trattati e alle altre fonti del diritto internazionale, indipendentemente dalle eventuali successioni gestionali.
Il rispetto formale di per sé non è sufficiente a garantire un efficace stato locale, regionale, nazionale ed internazionale del diritto. Solo andando al di là di tale fissazione le istituzioni possono evitare di essere manipolate o costrette a interferire nella vita dei singoli cittadini.
La crescente complessità della vita quotidiana determina anche e purtroppo, quasi sempre evitabilmente, una proliferazione di norme e procedure, suscettibili a loro volta di più applicazioni e interpretazioni, anche fino al punto di contraddirsi a vicenda e mettendo la certezza del diritto stesso in pericolo. Tale risultato svuota lo stato di diritto di qualsiasi consistenza pratica. La frammentazione della fenomenologia giuridica a volte, poi, diventa uno specchio e un sintomo di visioni antropologiche parziali o eccessivamente analitiche, che rendono più debole e meno certo il concetto unitario e integrale della persona. Il disordine giuridico da un lato, e la riduzione antropologica sul compromesso dall’altro svuotano il fine ultimo ed essenziale di tutto il diritto: quello di promuovere e garantire la dignità della persona umana.

3.2 Ma che cos’è lo stato di diritto?

In caso di mancanza di criteri oggettivi come base e guida per l’attività legislativa e amministrativa, l’affermazione dello stato di diritto è ridotta a una tautologia sterile, a una semplice “regola delle regole” (cfr Benedetto XVI, Discorso al Bundestag, 22 Settembre, 2011), e la creazione di nuove leggi e norme, anche se prodotta da impianti che possono essere descritti come democratici, può facilmente diventare espressione della volontà di pochi. Al fine di evitare tali deviazioni pericolose, lo stato di diritto deve essere basato, a ogni livello, su una visione unitaria e integrale dell’uomo, che consenta di apprezzare la complessità e la ricchezza del come le persone si relazionano tra loro, concedendo certezza e stabilità ai rapporti giuridici creati all’interno delle singole comunità, sempre tendendo a formare un insieme, complesso e armonico, di regole e istituzioni. Vale per Bruxelles, vale per Roma, vale per Curno.
Lo stato di diritto è poi messo a rischio quando è esposto a una mentalità legalistica, con una adesione formale e acritica a leggi e regolamenti, in un atteggiamento che può anche paradossalmente degenerare in un mezzo di abuso della stessa dignità umana e dei diritti delle persone, un abuso comunitario e politico, come è accaduto durante i regimi totalitari del ventesimo secolo.
Inoltre, nello stato di diritto, il concetto di legge e di norma dovrebbe essere inteso come “giustizia” – ciò che è giusto, ciò che è una cosa giusta, un elemento che è proprio e inalienabile alla natura di ogni essere umano e dei gruppi sociali fondamentali, come la famiglia e lo Stato. Come, altrimenti, ciò che è “giusto”, o una “cosa giusta”, deve essere inteso? Per quanto riguarda le molte questioni di fondo di natura antropologica, oggi non pare più evidente ciò che è giusto, ciò cui può essere data la forza della legge. La questione di come riconoscere ciò che è veramente giusto, e quindi di servire la giustizia, di quando le leggi sono coerenti con la loro stessa intima funzione, non è mai stato facile, e oggi, in considerazione della vasta estensione della nostra conoscenza e della nostra capacità, è diventato ancora più difficile (ibid.). I risultati e le dichiarazioni in materia di diritti umani, in particolare quelli sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ci offrono importanti punti di riferimento in quella direzione, ma non sono di per sé sufficienti, a meno che non vengano letti nello spirito con cui essi sono stati formulati e nel loro contesto storico.
Infatti, il preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni Unite, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sono il risultato di un lungo processo giuridico e politico, che ha avuto inizio con l’incontro tra il ragionamento teorico e filosofico della cultura greca e il ragionamento giuridico e pratico dei Romani, a cui sono stati aggiunti altri elementi, quali la sapienza giudaico-cristiana, le leggi di altri popoli europei, il diritto canonico e i suoi sviluppi, il diritto medievale e rinascimentale, l’opera di filosofi, studiosi e sapienti ebrei, arabi e cristiani e, infine, il contributo del pensiero dei Lumi e gli stessi sviluppi politici intervenuti a causa delle rivoluzioni del 18° secolo. Così è stato creato uno statuto dei diritti fondamentali dell’uomo, riconoscibile anche da culture non europee e non-mediterranee, che, dopo le guerre tragiche del ventesimo secolo, è stato adottato dalla comunità internazionale come un punto di riferimento fondamentale per il riconoscimento giuridico della legittimità di qualsiasi attività giuridica e politica. E ‘solo alla luce di questo complesso edificio, ricco e intricato, che è allo stesso tempo storico, giuridico, teoretico e filosofico, che i diritti inviolabili e inalienabili della persona umana possono e debbono essere apprezzati come l’essenza della legge, delle norme, e al quale le regole devono fare riferimento.

3.3 Il diritto alla professione di fede

Nel secondo comma del preambolo della Carta delle Nazioni Unite è sottolineata la necessità di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo”. La parola “fede”, di solito, indica il trascendente, qualcosa che non dipende da sentimenti, concessioni, riconoscimenti o accordi. Essa può tuttavia essere afferrata dal ragionamento filosofico, un processo in cui ci interroghiamo sul senso dell’esistenza umana e dell’universo e di ciò che offre una base vera e solida per lo stato di diritto, nella misura in cui siamo in grado di cogliere l’esistenza della natura umana: essa è anteriore e superiore a tutte le teorie sociali e le costruzioni alle quali l’individuo e le comunità devono ubbidire, le quali non possono e non devono manipolarli a piacimento. L’uomo non è in grado da solo di auto-creare la sua libertà. L’uomo non si crea da sé. La tensione verso la libertà è un moto dell’intelletto e della volontà, in cui la volontà stessa soddisfa tale tensione soltanto se è giustamente ordinata, se rispetta la natura propria dell’uomo, l’ascolta e l’accetta per quello che essa è, come si conviene a un essere che non si è creato da solo. In questo modo, e non in un altro, la libertà umana si coniuga col vero, essa stessa diventa vera (ibid.). Ed è solo così che si può parlare veramente di uno stato di diritto. Invece, come spiegato in precedenza, il ragionamento positivista esclude e non è in grado di cogliere qualcosa che vada al di là di ciò che è funzionale, e può al massimo dare alla luce la “regola delle regole”, un sistema di norme e di procedure costruite solo su ragioni pragmatiche e utilitaristiche, nella sostanza, una tautologia che, nella misura in cui è priva di valori permanenti, è suscettibile di manipolazione. D’altra parte, la fede nella dignità trascendente della persona umana, o meglio il riconoscimento della sua trascendenza, diventa la chiave fondamentale e indispensabile per comprendere i diritti codificati nei documenti fondativi delle stesse Nazioni Unite, e una guida sicura per la loro efficace promozione e cura.
È ben noto che, a livello locale come a quello internazionale, ci sono gruppi d’interesse presenti, che, per mezzo di procedure formalmente legittime, incidono sulle politiche degli stati, degli enti e delle istituzioni in genere al fine di ottenere interpretazioni multiple e multilaterali che non solo non possono servire il bene comune, ma che, in base all’apparenza della loro legittimità, sono in realtà un abuso delle norme e delle stesse raccomandazioni internazionali, come si è visto nella recente crisi finanziaria.
Allo stesso modo, il tentativo di promuovere, in nome della democrazia, una visione materialistica della persona umana unita a una visione meccanicistica e utilitaristica del diritto, è elemento di disgregazione delle stesse formazioni naturali dell’uomo, quindi, di frattura dell’individuo stesso, come è anche ben noto. E ‘qui che, nonostante il principio apparente di diritto, la volontà dei potenti, di coloro che detengono il potere, prevale su quella dei più deboli, coloro che il potere non l’hanno: sono i poveri del Vangelo, compresi per esempio coloro, come si è visto nella crisi finanziaria, che sono privati del diritto di informazione al momento giusto.
Al contrario, il valore trascendente della dignità umana offre una base sicura per lo stato di diritto, perché corrisponde alla verità sull’uomo come creatura del fare di Dio, e nello stesso tempo permette allo stato di diritto di perseguire il suo vero scopo, vale a dire, la promozione del bene comune. Queste conclusioni portano secondo me alla premessa inevitabile che il diritto alla vita di ogni essere umano – in ogni momento della vita stessa e in tutte le fasi di sviluppo biologico, dal concepimento fino alla morte naturale – deve essere considerato e protetto come un valore assoluto e inalienabile, premessa prima per l’esistenza di qualsiasi Stato e di qualsiasi sociale raggruppamento, indipendente da qualsiasi riconoscimento ufficiale.

3.4 I diritti e la dignità umana

A questa base dello stato di diritto dovrebbero essere aggiunte tutte le altre componenti dei diritti umani, senza distinzione, come previsto dal principio di indivisibilità, secondo il quale “la promozione integrale di tutte le categorie dei diritti umani è la vera garanzia del pieno rispetto di ogni diritto individuale “(Giovanni Paolo II, Giornata Mondiale della Pace 1999, 3). Questo è un principio che a sua volta è legato alla universalità, e rende così possibile affermare che la promozione integrale di tutti gli uomini, senza eccezione di tempo né luogo, è la vera garanzia del pieno rispetto per tutti.
Tutti gli altri diritti umani fondamentali sono evidentemente connessi alla dignità umana, come lo è la norma di base, e quindi lo stato di diritto in tale senso si indirizza e si dovrebbe sempre indirizzare, comprendendo, per esempio, il diritto di un padre e una madre, il diritto di stabilire e crescere una famiglia, il diritto di crescere e di essere educati in una famiglia naturale, il diritto dei genitori di educare i propri figli, il diritto al lavoro e alla redistribuzione equa della ricchezza prodotta, il diritto alla cultura, alla libertà di pensiero e alla libertà di coscienza.
Tra questi diritti vi è anche la libertà di religione: la risposta ai grandi interrogativi della nostra esistenza, la dimensione religiosa dell’uomo, la capacità di aprirsi al trascendente, da solo o con gli altri, è una parte essenziale di ogni persona e in una certa misura è identificabile con la sua stessa libertà. Il “diritto di cercare la verità in materia religiosa” (Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae, 3), senza coercizione e in piena libertà di coscienza, non deve essere trattato dagli Stati e dalle rispettive istituzioni con sospetto o come qualcosa di esclusivamente da consentire o tollerare. Al contrario, la garanzia di tale libertà, oltre al suo uso effettivo, è una cerniera inalienabile dello stato di diritto, per il credente e per il non credente. Per altre osservazioni inerenti, rinvio a un commento (lunghetto) precedente.

Giuseppe

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4. L’Italia, sorvegliata speciale?

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Esimio Aristides de Nusquamia,

Negli interventi precedenti (il primo, correlato ad altro articolo, probabilmente è stato pochissimo letto perché un po’ lunghetto – adesso separo, anche nel tempo, gli scritti) che Lei ha avuto la compiacenza di pubblicare ho cercato di esplicitare un discorso teorico-applicativo, tenendo sempre presente l’essenziale rapporto religione-politica.

A questo punto, credo sia interessante proporre quanto scritto da Sandro Magister, vaticanista da me molto stimato, e questo conta assai poco, ma altrettanto stimato da Sua Santità Benedetto XVI, il quale riprende indirettamente, fra gli altri, alcuni concetti da me espressi in altra sede.

4.1 I cattolici d’Italia

È l’unico paese, in Europa occidentale, che resiste alla corsa verso la legalizzazione delle famiglie omosessuali, dell’eutanasia, dell’eugenetica.
È l’unico paese in cui la Chiesa cattolica è ancora una Chiesa di popolo.
Curiosamente, però, quest’ultima realtà non è affatto condivisa né amata da una parte importante degli stessi cattolici italiani.
Sono quei cattolici che il sociologo e politico Arturo Parisi ha definito i “figli primogeniti” della Chiesa e guardano con sussiego escludente a quei tanti, tantissimi cattolici “irregolari” che magari vanno poco a messa e si discostano dai precetti, ma si sentono pur sempre appartenenti alla fede cattolica.
È una frattura che il professor Pietro De Marco ha descritto e analizzato ancora più a fondo, in più occasioni.
Sul terreno politico, tale frattura si esprime in almeno quattro tipologie.

1. La prima è quella dei cattolici che provengono dal grande partito che per decenni ha governato l’Italia, la Democrazia Cristiana, e da quella organizzazione di Chiesa che ne preparò i leader, l’Azione Cattolica.
Oggi che la DC non c’è più e l’AC è l’ombra di quello che fu in passato, questi cattolici hanno il loro piccolo partito di riferimento nell’Unione di Centro presieduta da Pierferdinando Casini, che è anche presidente dell’Internazionale Democratico Cristiana. Oppure sono accasati nel principale partito della sinistra, il Partito Democratico.

2. La seconda tipologia è quella dei cattolici che si autodefiniscono “adulti”. Provengono anch’essi dal ceppo della DC e dell’Azione Cattolica. Ma rivendicano più dei primi la loro autonomia di giudizio nel campo politico, rispetto ai dettami della gerarchia della Chiesa.
Due loro esponenti di spicco sono l’ex presidente del consiglio ed ex presidente della Commissione europea Romano Prodi e la presidente del PD Rosi Bindi. Nel 2005, nei referendum sulla fecondazione assistita, disobbedirono pubblicamente all’indicazione di non andare a votare, data dalla conferenza episcopale italiana presieduta dal cardinale Camillo Ruini. Indicazione rivelatasi vincente.

3. La terza tipologia è quella di chi fa attività politica e appartiene ai movimenti e alle organizzazioni che compongono in Italia la galassia cattolica: associazioni di lavoratori, gruppi di volontariato; ma anche Comunione e Liberazione, Opus Dei, Sant’Egidio, focolarini, carismatici, neocatecumenali.
Nel linguaggio politico corrente, tutte insieme queste tre tipologie identificano in forma praticamente esclusiva il cattolico che si impegna nella vita pubblica.
È a questi cattolici, non ad altri, che si pensa generalmente in Italia, quando il papa o i vescovi invocano l’avvento di “una nuova generazione di politici cattolici”.
Sono i leader di queste organizzazioni che si danno da fare, con discorsi, convegni, manifesti, per dar corpo al “ritorno dei cattolici in politica”. Nel presupposto di rimediare a una avvenuta loro estromissione, o riduzione al silenzio, in quest’ultimo caso – si lamenta – per colpa della gerarchia ecclesiastica che si sarebbe messa a far politica in proprio.
Il limite di queste tre tipologie sommate è che esse rappresentano una frazione molto ristretta della popolazione cattolica italiana. Con un passato di scadente comprensione e tutela dei capisaldi dell’antropologia – vita, famiglia, scuola – più sottoposti ad attacco. Con una base elettorale anch’essa modesta.
L’elettorato delle grandi cifre, infatti, quello che realmente pesa, è ad esse estraneo.

4. Ma è proprio qui la quarta tipologia. Essa è composta dalle decine di milioni di cattolici “anonimi” che in Italia non appartengono ad alcuna associazione confessionale; che magari non vanno in parrocchia ma frequentano i santuari; che hanno una pratica religiosa differenziata, dall’assidua alla intermittente, eppure iscrivono in massa i figli all’ora di religione; che hanno riserve più o meno grandi rispetto alla Chiesa (in quanto struttura – n.d.r.) eppure devolvono a suo sostegno l’otto per mille del gettito fiscale; che anche quando disubbidiscono all’uno o all’altro precetto morale ritengono che il papa e i vescovi facciano bene a predicare cose alte ed esigenti, non importa se impopolari.

 

4.2 I cattolici in politica

Tra i “figli primogeniti” delle prime tre tipologie e quelli “irregolari” di quest’ultima c’è anche una distanza di orientamento politico. Mentre i primi si collocano al centro e a sinistra, gli altri pendono più a destra.
Non è un caso che i governi di destra presieduti da Silvio Berlusconi siano stati anche quelli che più sono andati incontro alle attese della gerarchia della Chiesa in difesa della vita “dal concepimento alla morte naturale”.
Nei governi Berlusconi i cattolici non erano affatto assenti, né inattivi. Ma erano, appunto, quasi tutti estranei alle filiere sopra descritte. Come il ministro del welfare Maurizio Sacconi, di matrice socialista, o la sottosegretaria alla sanità Eugenia Roccella e il capogruppo Gaetano Quagliariello, entrambi cresciuti politicamente nel partito radicale.
Cattolici del quarto tipo – e non solo dei primi tre – sono presenti anche nell’attuale governo “tecnico” presieduto da Mario Monti (nella foto), lui stesso un cattolico “tout court”.
E così ve ne sono in altri organi dello Stato, nel corpo diplomatico e tra i dirigenti della Banca d’Italia. Era quest’ultimo il caso, ad esempio, di Anna Maria Tarantola, vicedirettore generale, da pochi mesi nominata presidente della Radiotelevisione italiana.
Per non dire dell’alto numero di cattolici presenti nelle amministrazioni locali. È a questi cattolici senza etichetta che più guarda la gerarchia della Chiesa.
A Benedetto XVI e al cardinale Angelo Bagnasco poco interessa un “rassemblement” dei soli cattolici “virtuosi”, al centro dello schieramento, come vagheggiato dal segretario dell’UDC Casini e da altri leader di organizzazioni cattoliche.
Tanto meno pensano di delegare ad essi quel ruolo di guida del popolo cristiano, anche nel campo politico, che la gerarchia cattolica ritiene proprio e costitutivo.
In Italia il papa e i vescovi non vogliono una Chiesa di pochi eletti, ma di popolo.
Sull’argomento di questa nota il cardinale Bagnasco, presidente della conferenza episcopale italiana, ha detto recentemente parole molto chiare, in un’ampia intervista al settimanale “Tempi” del 19 settembre:
“I laici cattolici non sono soltanto quelli che appartengono a movimenti, associazioni e gruppi ecclesiali. Ci sono tanti altri credenti che – pur senza particolari appartenenze – vivono la propria fede facendo riferimento alla parrocchia. Sono quelli che credono e praticano, costruendo la testimonianza del Vangelo all’interno dei diversi ambienti di vita: famiglia, lavoro, città. Se osserviamo la realtà italiana da questo punto di vista, notiamo che dai livelli periferici ai livelli nazionali, di cattolici nella società e nella politica ce ne sono tanti, anche se ce ne vorrebbero ancora di più. Essi costituiscono una presenza significativa che deve crescere in competenza perché si ha bisogno di uno sguardo d’insieme, facendo perno sulla visione antropologica della dottrina sociale della Chiesa. In essa, – come è noto a tutti – l’etica della vita è il fondamento, e l’etica sociale il coerente sviluppo di una società a dimensione umana. […] Proprio in questo orizzonte, vorrei rilanciare anche una felice provocazione del papa: ‘Ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte’”.
E nella prolusione al consiglio permanente della CEI del 24 settembre, ha nuovamente insistito su quest’ultimo punto:

Da tempo parliamo di una nuova generazione di politici cristianamente ispirati; chiediamoci se ci siamo adeguatamente preoccupati di sostenerne la vita spirituale. […] Non dimentichiamo che i cattolici che hanno lasciato traccia, e di cui spesso si evoca il nome, erano anzitutto dei credenti di prim’ordine, con una forte presa soprannaturale.

Quanto alla tipologia dei cattolici “adulti”, Benedetto XVI ha detto contro di loro una parola definitiva nell’omelia dei vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo del 2009:

La parola ‘fede adulta’ negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo si intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede ‘fai da te’, quindi. E lo si presenta come ‘coraggio’ di esprimersi contro il magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo schema del mondo contemporaneo.
È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una ‘fede adulta’. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo.
Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.
La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo.

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Questa nota, qui leggermente ampliata e arricchita di rimandi a fonti e documenti, è uscita su L’Espresso n. 40 del 2012, in edicola dal 28 settembre, nella pagina d’opinione dal titolo “Settimo cielo” affidata a Sandro Magister.

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5. Dialogo o monologo?

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Esimio Aristides de Nusquamia,

è stato per Lei facile comprendere da chi proviene la richiesta di dialogo, questa volta esplicita e che soddisfa in parte anche i miei desideri al riguardo.
Rilevo, innanzitutto, che non c’è accenno alcuno alle questioni che, sparse qua e là, ho posto al possibile interlocutore quale presupposto di dialogo. Ciò non toglie, malgrado la fuga al riguardo, che vada apprezzata la sua volontà di disquisire.
Per parte mia accetto, comunque, di iniziare la discussione sulla base dei dati offerti dall’interlocutore Ciemme.

5.1 Contingenza economica, tagli di spesa, spreco delle risorse pubbliche

Egli afferma che i soldi pubblici non sarebbero stati “buttati” ma tutto sarebbe da ricondurre a “tagli” di spesa. Il concetto non quadra: quando si parla (erroneamente, da parte della Contessa) di soldi “buttati” significa far riferimento a spese inutili e sbagliate, che in vero non risultano in modo appena apprezzabile. Quando si parla di tagli, si fa riferimento a riduzione dei servizi offerti dal Comune perché mancano le relative disponibilità finanziarie. Questioni completamente diverse fra loro, non intercambiabili.
Peraltro, nessuno su questo diario ha mai affermato che i tagli siano derivati da spese pazze, quando, invece, i numerosissimi intervenuti hanno accentrato la loro attenzione sulla cattiva gestione delle risorse comunali esistenti, chiedendosi, a latere, come abbia fatto il sindaco Gandolfi, nella sostanziale invarianza delle norme, nel pieno di una crisi economica mostruosa come quella che stiamo soffrendo, non solo a recuperare otto milioni e mezzo di debiti ereditati dalla precedente Amministrazione ma anche a mandare avanti cantieri lasciati a mezzo e trovare le risorse per effettuare qualche opera significativa. Evidentemente, lo ha fatto agendo da oculato amministratore, senza paraocchi ideologici.

5.2 La buona amministrazione e la questione immobiliare

Non è, dunque, questione di “soldi buttati”, concetto sviante, ma, come Lei, Aristides, ha osservato, di capacità amministrativa. Lo dimostrano inconfutabilmente i dati del bilancio a suo tempo approvato e quelli della previsione di bilancio per l’anno corrente.
Su questi dati certi vorrei richiamare l’attenzione di Ciemme, che, per cominciare, dovrebbe rispondere alla domanda, più volte posta in questo diario, se l’amministrazione del sindaco Gandolfi sia stata o meno una buona amministrazione, in tale ultimo caso contrariamente a quello che le opposizioni hanno sempre affermato, agendo pesantemente e, secondo me, irresponsabilmente al riguardo.
Ciemme, poi, afferma che la situazione è drammatica, e gli do pienamente ragione, partecipando di cuore al dolore di coloro che, anche a Curno, hanno perso o stanno perdendo o rischiano di perdere il lavoro. Questa è la vera emergenza sociale, vale a dire l’impoverimento, senza barriere e speranze concrete, delle nostre comunità. Emergenza che è anche etica, morale, religiosa, di pensiero (mi riallaccio a miei precedenti interventi, ovviamente).
Tuttavia, osservo, la situazione era drammatica anche nel quinquennio gandulfiano, anche per la totale mancanza di conoscenza del fenomeno bellico-finanziario in atto, e non sto a disquisire sulla maggiore o minore drammaticità, perché sarebbe fuori luogo. Infatti, se per la precedente quinquennale drammaticità si sono reperite strategie virtuose, chiedo quali siano quelle dell’attuale amministrazione per affrontare la drammaticità in atto, visto, per di più, che si era partiti da un bilancio reso sanissimo. L’aumento di tasse a fronte di servizi e contributi che non avranno esito? I tagli o le entrate una tantum? Pannicelli caldi per curare un tumore, anzi, a mio avviso, medicine eutanasiche su un corpo ancora risanabile. In ogni caso, mi sembra fuori discussione che si tratti di un procedere giorno per giorno, sperando che quello successivo non sia quello del crac.
Il tirare la cinghia è conseguenza di stati di fatto e di scelte, e non rimedio!

Quanto al settore immobiliare, credo di saperne qualcosina.
E’ probabilmente vero quel che Ciemme afferma, anche se si potrebbero fare alcune distinzioni.
Un conto è il mercato, altro conto sono i diritti che l’imprenditore del settore ha acquisito e intende mantenere.
Supponiamo pure che il mercato sia attualmente azzerato, ma non lo sarà per sempre, e che i veri “proprietari” degli immobili siano le banche. Queste faranno di tutto per rientrare dei propri crediti nei confronti degli imprenditori, non c’è dubbio, ma non perderanno mai quei diritti che consentono loro i rientri richiesti, salvo che l’intero sistema bancario salti per aria. Sbaglio? Non credo.

Per quanto riguarda i Comuni, dunque, vi è strategicamente da prevedere un minor consumo dei suoli, e questo era stato l’intendimento dell’Amministrazione Gandolfi, equilibrando i conti indipendentemente dalle entrate straordinarie, obiettivo che era stato finalmente raggiunto.

Aristides de Nusquamia se la prende con l’aziendalismo d’accatto: secondo me ha ragione, perché sarebbe bastato analizzare al fondo, con umiltà e intelligenza, i risultati conseguiti dall’Amministrazione Gandolfi, riconoscendoli, per capire come procedere. Un aiuto non sarebbe certamente mancato.
Si è, invece, voluto seguire regole aziendaliste ritenute di per sé “vere”, e ci si è schiantati contro un muro: non è forse fondamentalismo, questo? E va combattuto o no? (Rimando ancora una volta ai miei scritti precedenti).
Ciemme ci ricorda che gli attuali amministratori si sono insediati, in pratica, alla fine di maggio, quattro mesi incluso agosto e aggiunge che, con tutte le difficoltà delle persone che lavoravano col Gandolfi, dopo un anno si sentì dire che si era ancora a studiare la situazione.
Appunto! Il Gandolfi capì la gravità della situazione e cercò prima di tutto di munirsi di adeguata strategia, risultata vincente; costoro, invece, si sono affidati alla loro “verità”, e hanno vistosamente toppato.
Concludo: i tratti personali della dott. Serra non devono entrare in gioco. E’ stata eletta alla carica che occupa e da Lei esigo “soltanto” onestà, impegno e buon senso, col dovuto rispetto per chi si assume una tale responsabilità, specie di questi tempi. Esigo, dunque, che vengano anche analizzate equamente le osservazioni della parte che a essa politicamente si oppone, valutandole e ad esse rispondendo puntualmente, come sempre ha fatto il Gandolfi. Nient’altro.

Quanto alle riunioni aperte sul PGT, assemblee, porte aperte ai cittadini avrei un poco di maggior cautela: lo si può fare, ma nel rispetto delle regole anche formali, ciò che non è facile avvenga. Rifletterei su un diverso tipo di organizzazione, per non incorrere in gravi “turbolenze”.

E’ superbia intellettuale, questa? Non so, ma non direi, anche soltanto per l’apertura al dialogo su basi diverse da quelle originariamente poste e che sono tuttora riscontrabili su questo diario.
Saluto con piacere Ciemme e, per quanto riguarda Aristides de Nusquamia,

Ossequio.

Giuseppe

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6. Il cristianesimo è sempre nuovo

Esimio Aristides de Nusquamia,

vorrei riportare su queste pagine (virtuali, ma pur sempre pagine sono) un estratto del commento di Salvatore Mazza, pubblicato su “Avvenire”, riferito al discorso tenuto da Sua Santità Benedetto XVI al piccolo gruppo dei sessantanove partecipanti al Concilio Vaticano II arrivati a Roma per l’apertura dell’Anno della Fede, convocato nei 50 anni dall’apertura di quell’assise.
Ritengo sia cosa utile, non solo e prima di tutti per me stesso, ma anche per i sempre più numerosi lettori di Nusquamia, direi quasi necessaria per un’umile riflessione da parte mia e loro, una luce nel buio di questi tristi momenti che ci deve condurre e alla quale tendere.

Il grandissimo Pontefice che attualmente guida la Chiesa Cattolica ha affermato con forza che il messaggio cristiano «non deve essere abbassato» a ciò «che piace all’opinione pubblica». Immutabile nel tempo, esso, piuttosto, deve fecondare la quotidianità dell’uomo. Per questo, «esattamente come fecero i padri conciliari, dobbiamo portare l’oggi che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dobbiamo portare l’oggi del nostro tempo nell’oggi di Dio».
Il Papa ha sottolineato come sia l’attualità che vive l’uomo a dover essere ricondotta ogni volta all’eternità di Dio. «Sono tanti i ricordi – ha detto il Pontefice rivolgendosi ai presenti – che affiorano alla nostra mente e che ognuno ha ben impressi nel cuore di quel periodo così vivace, ricco e fecondo che è stato il Concilio; non voglio, però, dilungarmi troppo, ma vorrei ricordare solamente come una parola, lanciata dal beato bergamasco Giovanni XXIII quasi in modo programmatico, ritornava continuamente nei lavori conciliari: la parola “aggiornamento”».
Mezzo secolo dopo dall’apertura di quella solenne assise, ha proseguito il Papa, «qualcuno si domanderà se quell’espressione non sia stata, forse fin dall’inizio, non del tutto felice. Penso che sulla scelta delle parole si potrebbe discutere per ore e si troverebbero pareri continuamente discordanti, ma sono convinto – ha affermato – che l’intuizione che il beato Giovanni XXIII compendiò con questa parola sia stata e sia tuttora esatta».
Il cristianesimo infatti, per Benedetto XVI, «non deve essere considerato come “qualcosa del passato”, né deve essere vissuto con lo sguardo perennemente rivolto “all’indietro”, perché Gesù Cristo è ieri, oggi e per l’eternità». Ciò perché il cristianesimo, ha continuato a spiegare, «è segnato dalla presenza del Dio eterno, che è entrato nel tempo ed è presente a ogni tempo, perché ogni tempo sgorga dalla sua potenza creatrice, dal suo eterno “oggi”». Ed è allora per questo, ha aggiunto papa Ratzinger, che «il cristianesimo è sempre nuovo. Non lo dobbiamo mai vedere come un albero pienamente sviluppatosi dal granellino di senape evangelico: è un albero in perenne aurora, sempre giovane».
Da qui sgorga un’ulteriore riflessione, e cioè che «questa attualità, questo aggiornamento non significa rottura con la tradizione, ma ne esprime la continua vitalità; non significa – ha insistito il papa – ridurre la fede, abbassandola alla moda dei tempi, al metro di ciò che ci piace, a ciò che piace all’opinione pubblica, ma è il contrario: esattamente come fecero i padri conciliari, dobbiamo portare l’oggi che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dobbiamo portare l’oggi del nostro tempo nell’oggi di Dio».
«Il Concilio – ha concluso – è stato un tempo di grazia in cui lo Spirito Santo ci ha insegnato che la Chiesa, nel suo cammino nella storia, deve sempre parlare all’uomo contemporaneo, ma questo può avvenire solo per la forza di coloro che hanno radici profonde in Dio, si lasciano guidare da Lui e vivono con purezza la propria fede; non viene da chi si adegua al momento che passa, da chi sceglie il cammino più comodo. Santità è far entrare l’oggi eterno di Dio nell’oggi della nostra vita».

È chiara l’applicabilità del messaggio anche alla situazione locale?

Ossequio.

Giuseppe

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Risposta di Aristide

Egregio professore ,

il suo intervento verte sull’attualità del cristianesimo, cosa sulla quale non nutro alcun dubbio, anche dal mio punto di vista laico (ma non laicistico).
La sua lettura è stata per me una sorta di massaggio cerebrale, che mi ha indotto a raccogliere alcune osservazioni sparse chissà dove, che non mi sono dato pena di cercare, perché è anche bello visitare le stanze del “Palazzo della memoria”, come scrive sant’Agostino nelle sue Confessioni (libro VIII).

Per un cristianesimo senza inciucio

Accolgo con entusiasmo l’indicazione del pontefice Benedetto XVI per cui i principi del cristianesimo siano da considerarsi inderogabili, non passibili di patteggiamento o inciucio: il messaggio cristiano «non deve essere abbassato» a ciò «che piace all’opinione pubblica».
Il cristianesimo, infatti, si chiama così perché il suo riferimento è la Buona novella di Cristo, cioè il Vangelo: o si è cristiani o non si è cristiani. Il che non significa che sia obbligatorio essere cristiani. Questo non lo dico soltanto io: lo affermano gli stessi cristiani, che hanno rispetto per le altre religioni, a differenza dei fondamentalisti islamici. Se un uomo si proclama non cristiano, io rispetterò la sua posizione, tanto più che non sono un uomo di fede, anche se “innamorato” del Vangelo. Se costui è una persona degna, non mancherò di esprimergli la mia ammirazione. Non capisco invece perché uno pretenda di essere un cristiano con patto in deroga, rompendo cioè il patto che Cristo volle istituire nel mondo: se costui è cristiano, si riconosca in quel patto, senza se e senza ma.
Nella mia prospettiva laica penso che qualunque principio non debba essere mai abbassato alle esigenze di compiacimento all’opinione pubblica: non soltanto il messaggio cristiano, ma qualunque principio primo. Per esempio, aveva ragione Galileo a non transigere in materia cosmografica (semplifico un po’ il discorso per non divagare), come oggi la stessa Chiesa riconosce. Proprio di recente ho letto alcune pagine di Galileo, dove cita Sant’Agostino. A me pare (e non soltanto a me, lo dice anche la Chiesa) che Galileo fosse miglior cristiano di coloro che condannarono Galileo in nome del cristianesimo (tra l’altro Cristo non si espresse mai a favore di un sistema cosmografico piuttosto che di un altro; a dir la verità neanche la Bibbia, perlomeno non direttamente).
Ecco dunque, Egregio professore, nella mia prospettiva, «l’applicabilità del messaggio anche alla situazione locale», alla situazione cioè di quel borgo di Bergamo che prende il nome di Curno, al quale lei fa riferimento (scrivo così per i lettori di Nusquamia che non conoscano questo sciagurato paese).
Sia chiaro, una volta per tutte, che i principi primi sono inderogabili (come ho sostenuto in un articolo di Testitrahus: Il principio superiore). Tra i principi primi ci sono quelli della “morale naturale” alla quale fa riferimento la dottrina del giusnaturalismo, che comincia a svilupparsi intorno al pensiero di Socrate, e sulla quale si è espresso Benedetto XVI, più di una volta: proprio la morale naturale che troviamo meravigliosamente inglobata nel Vangelo. Per questo, e non a torto, si parla di civiltà greco-romano-cristiana.

Per dirla schietta: alla luce della morale naturale e di quella cristiana che la comprende, non c’è niente di più detestabile dell’indifferenza etica e del cinismo del quale danno prova gli aziendalisti curnensi con foglia di fico progressista.

Progressisti decadenti che si dicono cattolici

Purtroppo, ci sono alcuni signori cosiddetti progressisti, i quali si appropriano del prestigio della Chiesa a sostegno delle proprie opinioni, anche rispettabili, ma rigorosamente personali (vi ricordate di padre Sorge, quello che invariabilmente si faceva fotografare con contorno di agenti di polizia, in posa con mitraglietta alla mano, per significare l’impegno antimafia del gesuita-guru di Leoluca Orlando Cascio?). In alternativa, pretendono che il pontefice debba adeguarsi al “mondo che cambia”, sempre se fa loro comodo (per esempio, riguardo al matrimonio tra persone gaie).
Sono gli stessi pseudoprogressisti i quali, senza accorgersene (concedo loro il beneficio della buona fede), hanno minato alla base l’edificio della civiltà occidentale, le cui fondamenta sono greco-romane e i muri portanti sono di genuina tradizione cristiana. Più che dei progressisti di scuola marxista – che avranno tutti i difetti di questo mondo, ma sono stati, fin che hanno avuto vita, particolarmente attenti a non spappolare il tessuto familiare e sociale – parlo dei neo-progressisti in salsa di società civile, quelli giovani-giovani (un tempo), quelli che nella seconda metà del secolo trascorso si sono compiaciuti di tutte le mattane possibili.
Molti ex sessantottini fanno finta, oggi, di aver dimenticato, molti hanno effettivamente dimenticato perché rincoglioniti, ma io ricordo tutto, con memoria elefantina: ricordo la discussione in una casa di viale Montenero, Milano, dove un’architetta sosteneva che i figli non devono essere educati dai genitori, ma dagli insegnanti e solo dagli insegnanti (che a quel tempo erano rigorosamente pascolati dai cosiddetti progressisti); ricordo “l’utero è mio e lo gestisco io”; ancora mi par di sentire nelle narici l’odore pungente degli incensi e degli spinelli che impregnava certi ambienti pubblici e privati; ricordo i fichetti del marketing dell’Olivetti, che calavano da Ivrea a Milano per fiondarsi la sera nel mitico (si fa per dire) locale Macondo, quello che stampava il “buono per uno spinello”; ricordo il parroco della Chiesa di San Lorenzo, Milano, due volte picchiato a sangue perché nella sua parrocchia tenevano riunione i ragazzi di don Giussani, prima che Comunione e liberazione facesse l’opzione mercatista che oggi ben conosciamo; ricordo i ragazzotti cattocomunisti con le loro orribili e puzzolenti calzature espadrillas: insomma, ricordo tutto.
Risultato: tutta una generazione di bambini infelici, perché le mamme partecipavano ai collettivi (famoso quello tenuto a Roma da Dacia Maraini, dal quale Moravia traeva spunto per certi suoi insulsi articoletti di terza pagina sul Corriere della Sera, dove lo scrittore decaduto raccontava in prima persona, al femminile, quel che aveva sentito origliando i discorsi femministi, all’uscio del collettivo, forse guardando i riti tribadici dal buco della serratura). Poiché le mamme partecipavano ai collettivi, non avevano tempo di cambiar i pannolini dei bambini che mai ne videro il bel sorriso, così importante perché un bambino cresca felice, come osserva Virgilio nella seconda egloga. Quei bambini crebbero dunque infelici: sarebbero divenuti adulti disadattati, costretti a cercare nel marketing la loro nuova religione.
Ebbene, nella prospettiva umanistica, non meno che nella prospettiva cristiana (fra l’altro, spesso coincidenti: basti pensare a Enea Silvio Piccolomini, che come pontefice prese il nome di Pio II), queste erano mattane e, peggio che mattane, erano cariche di tritolo poste alla base dell’edificio della nostra civiltà. Guai però a dirglielo: si inalberavano come bisce. Tanto più che non si accorgevano del male che facevano. Ripeto: erano in buona fede, oltretutto. Così come sono in buona fede i talebani.
Va bene, è andata così. Certo non farò qui il discorso che, se avessero dato ascolto a me, o se si fosse sentito questo o quello, allora ben altra piega avrebbero preso le cose e vivremmo nel migliore dei mondi possibili. Chi è così sciocco da pensare che un’idea giusta possa imprimere una svolta al corso degli eventi? Non fatemi la lezioncina: so benissimo che i controfattuali non cambiano il corso della storia futura, men che meno possono cambiare la storia passata.
Però, signori che non ne avete imboccata una, signori che siete responsabili di tante brutture, non invocate il diritto all’oblio. Gli errori vanno additati, impietosamente analizzati, disprezzati ed esecrati. Non facciamo così, forse, con i campi di sterminio nazisti? In ogni caso: non esiste il diritto di sbagliare. Esiste il dovere di non sbagliare.

Voltaire: «Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo»

Riguardo ai contenuti dottrinali della religione cristiana, non credo che si senta granché bisogno del mio parere. Di solito non me ne immischio. Osservo però – questo sì – che la religione ha ormai perso la funzione di oppio dei popoli. Per essere precisi, la religione è stata usata come oppio, spesso, ma il sentimento del sacro è autentico, probabilmente innato: se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, così affermava il deista Voltaire. Altre sono le droghe dell’Occidente, oggi. Una di queste è l’aziendalismo che per meglio sopire o, nel caso, inferocire le coscienze (“facite ‘a faccia feroce!”) si è inventato le sue regole d’ingaggio, le ha raccolte in un libriccino buono per i piccoli manager triccheballacche e pretende che quelle quattro palle intellettualmente indecorose abbiano la dignità delle proposizioni della Summa di san Tommaso.
A proposito dell’affermazione di Voltaire, ben nota, per cui «Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo», citavo su Testitrahus, all’interno dell’articolo Berlusconeide. Cinque scenari per il dopo bunga bunga? questo saggio riportato nel sito del Whitman College, nella pagina Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer.  Apprendiamo che la frase si trova in una “epistola” in versi indirizzata nel 1768 da Voltaire all’autore anonimo di un libello intitolato Tractatus de tribus impostoribus: il testo originale può essere letto facendo clic sul collegamento ipertestuale, si trova nella sterminata biblioteca di Google libri. Il libro è stato di recente ristampato con il titolo Trattato dei tre impostori. Mosé, Gesù, Maometto, con prefazione di Piergiorgio Odifreddi (della quale, per antico pregiudizio, io farei volentieri a meno). Trascrivo dalla recessione nel sito Amazon (probabilmente è Odifreddi che parla): «Un pamphlet pungente, che vuol dimostrare la natura prettamente politica dei tre grandi monoteismi, e dei tre profeti che fondarono le religioni, qui considerati come veri e propri impostori dediti alla gloria personale e al controllo dei popoli».
Però Voltaire non è d’accordo con l’autore del Trattato dei tre impostori, non foss’altro che per il fatto che l’idea dell’esistenza di Dio è utile per mantenere l’ordine sociale (ordine, non oppressione). Ecco dunque un nemico della Chiesa cattolica che però si erge a difensore della religione. Del resto, non è la prima volta, ne sarà l’ultima: in un libretto veramente aureo scritto anonimamente nel 1771, intitolato Lettres de Memmius à Cicéron, Voltaire immagina che un ammiraglio russo abbia trovato nella Biblioteca vaticana alcune lettere indirizzate da Memmio a Cicerone, in relazione alle tre sole lettere indirizzate da Cicerone a Memmio (Ad familiares, XIII, 1-3). Ebbene, il Memmio di Voltaire non è per niente seguace di Lucrezio: in particolare, abbandona l’epicureismo per la filosofia neo accademica. Perciò il “falso” escogitato da Voltaire esordisce con queste parole: «Questa volta entrerò subito in argomento, affermando, malgrado Lucrezio, ed Epicuro, non che ci sono gli dèi, ma che esiste un solo Dio: […] La terra, gli astri, le piante, gli animali, tutte le cose mi rivelano l’esistenza di un’intelligenza creatrice». Quindi il Memmio di Voltaire, dopo aver provato che esiste in natura una potenza intelligente, si domanda se tale potenza intelligente possa essere separata dalla totalità del mondo. Confuta l’ateismo, ne esamina le cause e affronta un problema assai dibattuto nel Settecento: come possa essere che Dio sia infinito e abbia tuttavia tollerato il male. Il Memmio di Voltaire conclude così: «Senza dubbio preferisco adorare [Dio] limitato anziché malvagio». Seguono altri argomenti, che non è il caso che io enumeri, salvo il capitoletto che tratta dei doveri dell’uomo, qualunque sia la scuola di pensiero cui si aderisce. Sostiene Voltaire che «tutte le scuole di pensiero sono differenti tra loro, ma la morale è per tutte la stessa»: veniamo così al concetto di morale naturale dalla quale abbiamo preso le mosse. L’operetta di Voltaire è stata ristampata per i tipi di Sellerio con il titolo Lettere di Memmio a Cicerone (1994), per fortuna con la prefazione di Luciano Canfora, non di Piergiorgio Odifreddi.

Ma ecco precisamente le parole di Voltaire nella sua epistola all’autore del libro sui Tre impostori:

De lézards et de rats mon logis est rempli;
Mais l’ architecte existe, et quiconque le nie
Sous le manteau du sage est atteint de manie.
Consulte Zoroastre, et Minos, et Solon,
Et le martyr Socrate, et le grand Cicéron:
Ils ont adoré tous un maître, un juge, un père.
Ce système sublime à l’homme est nécessaire.
C’est le sacré lien de la société,
Le premier fondement de la sainte équité,
Le frein du scélérat, l’espérance du juste.

Si les cieux, dépouillés de son empreinte auguste,
Pouvaient cesser jamais de le manifester,
Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer.
Que le sage l’annonce, et que les rois le craignent.
Rois, si vous m’opprimez, si vos grandeurs dédaignent
Les pleurs de l’innocent que vous faites couler,
Mon vengeur est au ciel: apprenez à trembler.
Tel est au moins le fruit d’une utile croyance.

Capito? L’uomo ha bisogno di Dio. La religione costituisce un vincolo sacro per la società, è il fondamento di una giustizia da considerare sacra, nel senso che sarebbe esecrabile la rottura della giustizia. La religione costituisce un freno al crimine e una speranza di giustizia. Perciò quand’anche Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Se non altro, grazie alla religione, i potenti solitamente insensibili alle lacrime degli innocenti, avrebbero almeno paura del giudizio divino.

Anche da questo punto di vista noi troviamo detestabile l’aziendalismo, che pretende di liberare gli uomini dalla paura della giustizia divina, per renderli schiavi del feticcio delle merci, miserabili travet e monager dal comportamento prevedibile, aggressivi come i topini in gabbia descritti nei libri di sociobiologia, schiavi coglioni di un malinteso ideale di prevaricazione “darwiniana” (si veda in proposito il Discorso sulla servitù volontaria, di Étienne de La Boétie). Guai a voi, aziendalisti!

Giuseppe

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7. La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica

Esimio Aristides de Nusquamia,

affrontiamo di petto l’argomento: che diritto hanno i cittadini di partecipare effettivamente alla vita politica, detenuta fin nei minimi gangli dai partiti? In linea teorica (ma anche pratica), nessuno, perché i partiti sono associazioni non riconosciute, ai cui organi spetta ammettere o rifiutare la rispettiva partecipazione del cittadino stesso. Questo è il nocciolo del problema. Ad esso sono dedicati profondi e negletti studi, certamente non in linea con interessi para-mafiosi o mafiosi.

Ossequio.

Giuseppe

Risposta di Aristide

Bella domanda. Il punto è se noi si possa in qualche modo obbligare i partiti, che sono associazioni di diritto private, a rappresentare in maniera efficace e senza tralignare, la volontà dei cittadini che intendono rappresentare, e che dicono di rappresentare.
Mi sembra che ci siano due strade per affrontare il problema, la prima delle quali non porta da nessuna parte, mentre la seconda è praticabile (ma che si giunga alla meta, oppure ci si perda, non dipende dalla strada ma dalla volontà e dalle forze di chi si mette in viaggio).

1. Prima strada: per cacatas chartas, cioè a norma di legge.

2. Seconda strada: πολιτικῶς, cioè per via politica.


1. Se intendiamo risolvere il problema per cacatas chartas, perdiamo il nostro tempo, per due ragioni:

1.1 Non possiamo obbligare i partiti ad essere democratici, per la semplice ragione che se noi stessi siamo veri democratici non abbiamo paura di chi non è democratico. Ma – soprattutto –, in base a quale legge potremmo obbligare un partito a essere “democratico”? Un partito è democratico se vuole, se non vuole essere democratico è padronissimo di non esserlo.

1.2 Quand’anche noi volessimo obbligare un partito a essere democratico ed esistesse una legge che potesse imporre questa stortura, con quali strumenti (concettuali) potremmo mai determinare il grado di “democraticità”? E dopo, ammesso per assurdo che sia possibile determinae la “democraticità” (cosa che non dispiacerebbe ad alcuni “giuristi” che conosciamo), che fare? Una norma di imposizione coatta di “democraticità” si presterebbe facilmente ad abusi sanzionatori degni della peggiore delle distopie. (Gatto padano non hai capito, lo so: non ce n’importa niente: sciò! Chiediamo pazienza, invece, ai cittadini bennati. Un conto è fare propaganda, dire “Negher föra da i ball”, come quel tal Prosperini, altro è ragionare con i buoni cittadini che vogliono lasciarsi alle spalle la miseria della poltichetta). Insomma il pericolo è che, nel nome della democrazia, si calpestino i diritti fondamentali dell’uomo (del resto, non sarebbe la prima volta).


2. Non rimane allora che percorrere la seconda strada. Cioè garantire il «diritto dei cittadini di partecipare effettivamente alla vita politica» per via politica. Poiché però la natura degli uomini è quella che è, a mio modo di vedere non è sufficiente dire che occorre agire politicamente, perché così si dice tutto e niente. C’è il rischio che le cose rimangano tutte e sempre come prima. Invece noi vogliamo cambiare le cose. Sarò esplicito, forse anche brutale, considerata anche la natura del mezzo con cui mi esprimo. Dirò allora papale papale che occorre costringere gli uomini politici a rappresentare efficacemente la volontà dei cittadini, costringerli a consentire che i cittadini «partecipino effettivamente alla vita politica» (senza confondere la facoltà di espressione con l’obbligo di condivisione). Se non arriveremo a mettere gli uomini politici spalle al muro, loro continueranno a fare quello che vogliono, perseguendo l’interesse personale, facendosi prendere dalle ubbìe del momento e sempre e comunque praticando la tattica del minimo sforzo, evitando qualsiasi tipo di grana.
Poiché stiamo parlando del dominio pedrettesco e dell’inerzia del Maroni, inutile menare il can per l’aia. Io dico che dobbiamo costringere Maroni a fare qualcosa. Maroni, naturalmente, come già Invernizzi, preferirà evitare di affrontare il problema, anche adesso che il Pedretti non è più così potente come la prima. Anzi, io sostengo che oggi come oggi il Pedretti è potente soltanto perché a qualcuno fa comodo accreditargli una potenza che non ha più.
Ma come possiamo costringere Maroni a fare qualcosa? Semplice, pavlovianamente. Gli uomini politici, dunque lo stesso Maroni, rispondono a logiche comportamentali che non sono così dissimili da quelle stabilite dallo scienziato Pavlov nell’ambito canino. I cani fanno certe cose, o non le fanno, in base a un meccanismo di premi e di punizioni. Inutile che mi attardi su quest’esempio: sarà sufficiente dire che l’uomo politico è premiato dai voti ed è punito dalla penuria dei voti.
Dunque sarebbe sbagliato andare da Maroni e raccontargli quanto è cattivo il Pedretti. Mi sono fatto l’idea che all’Maroni non importa un fico secco della sofferenza dei militanti leghisti nella bergamasca, altrimenti sarebbe già intervenuto. Però sono sicuro che a Maroni interessa il bacino elettorale bergamasco, eccome se gli interessa! Dunque facciamo sapere a Maroni che siamo incazzatissimi, facciamogli sapere che esigiamo un suo intervento forte e chiaro, di immediata portata strutturale e di alto valore simbolico.
Se riusciremo a far arrivare a Maroni questo messaggio – ed è qui che entra in gioco la politica, la nostra capacità di agire politicamente – ebbene, sono sicuro che Maroni interverrà.

Piccola digressione – Proprio lunedì scorso ho avuto un’ennesima riprova della bontà del metodo pavloviano. Avevo ricevuto una cartella esattoriale di 384 euro. Per farla breve, senza raccontarvi tutta la rava e la fava, sapete come è andata a finire? Sono andato all’Ufficio delle entrate con una richiesta di versamento in mano, ne sono uscito con un bonus di 830 euro, che sconterò il 16 novembre, quando verserò l’imposta sul valore aggiunto (Iva). Sempre per farla breve, vi dirò che io all’Ufficio delle entrate sono molto rispettato. Sono rispettato perché mi sono fatto rispettare, pavlovianamente. Ormai mi conoscono tutti, sanno che io non vado dai commercialisti e che mi difendo da solo. Hanno anche imparato che non c’è barba di impiegato con diritti sindacali che possa spuntarla su un eroe senza diritti sindacali, che sappia ragionare, soprattutto quando è incazzato.
Se volete sapere perché, vi rimando a questo articolo sul mio sito culturale Comminus eminus:
La pretesa tributaria dell’Ufficio delle entrate rintuzzata con le armi della logica.

Riassumendo: dobbiamo mostrare a Maroni che siamo incazzatissimi, dobbiamo agire tenendo a mente i nessi pavloviani di causa ed effetto, perché scatti in Maroni quel meccanismo di autoconservazione e di appetenza elettorale che caratterizza qualunque uomo politico.


Replica di Giuseppe

Esimio Aristides de Nusquamia,

la logica, come sempre non Le difetta: seconda via? Certo. Ma in linea generale è insufficiente. Secondo me, la base teorica da cui partire sta nel riconoscimento, di valenza costituzionale, che i partiti non sono l’unica formazione sociale atta ad esercitare i poteri, doveri e responsabilità della politica. I partiti non debbono più ignorare l’esistenza di gruppi più o meno locali che rappresentano anche minute realtà, ai quali essi non possono sopperire, cercando in qualche modo di “generalizzarli”, così annacquandoli da un lato e “localizzando” se stessi dall’altro. La para-mafiosità delle strutture partitiche attuali sono dimostrazione del fenomeno. Per altro verso, la CSU in Baviera piuttosto che la SVP nel Sud-Tirolo sono un parziale indicatore di tale esgenza. E’ questa relazione che va sviluppata e interagita, con intensità sempre maggiore di reciproci rapporti, che per funzionare debbono rimanere distinti, in ovvietà teoretica.

Ossequio.


Risposta di Aristide alla replica di Giuseppe

Lei scrive: «I partiti non sono l’unica formazione sociale atta ad esercitare i poteri, doveri e responsabilità della politica». Su questo punto sono perfettamente d’accordo. Come pure sull’amara sua constatazione che, ove mai i partiti si occupassero di altre “realtà”, in particolare di associazioni e movimenti che potessero avere una valenza politica, lo fanno pretestuosamente, per egemonizzarli o neutralizzarli.
Se la soluzione del problema politico di partecipazione dei cittadini non può che essere politica, si pone il problema della passione politica (mi consenta però questa precisazione, purtroppo necessaria: parlo di “partecipazione libertaria”, non di partecipazione coatta o manipolata). Nella passione politica quel che conta, e che ha ogni diritto di contare, sono gli interessi dei cittadini. Dunque, la passione politica richiede che sia disinteressato colui che intende agire politicamente. Quando dico “disinteressato” (mi scuso per questa nuova precisazione, purtroppo necessaria, anch’essa) intendo “disinteressato” per quanto riguarda l’auri sacra fames, cioè il gusto per le palanche, ma anche per quanto riguarda la libido imperandi, cioè la pulsione irrefrenabile per il potere.
Ora, i «gruppi più o meno locali che rappresentano anche minute realtà», come scrive lei, talora fanno difetto, talora sono inutili, altre volte ancora non rispondono a quella caratteristica di disinteresse alla quale ho accennato.

1. Direi che il problema principale è la mancanza di “partecipazione”, in senso nobile, libertario e non appecorato, proprio riguardo alla discussione dei problemi fondamentali, che talora sono difficili, è vero, altre volte però sono più facili di quel che si direbbe: se paiono difficili, è soltanto perché sono mistificati. Ricordo che a suo tempo lo “zombie con i baffi” (così Cossiga chiamava Occhetto) parlava di una “sinistra dei club”. Beh, lui diceva così perché sognava di egemonizzare la galassia dei club, che nei suoi sogni, sarebebro sorti di lì a poco, magari per suo impulso e per impulso della neomoglie sbaciucchiata a Capalbio. Però, a ben pensarci, quello che ci manca è proprio una galassia di circoli, di circoli seri e disinteressati, voglio dire, che trattino dei massimi sistemi, se vogliono, senza però trascurare le realtà locali, dove “locale” non va inteso in senso soltanto geografico. Questi sono i gruppi che fanno difetto, che dovrebbero ancora sorgere.

2. Ci sono poi i gruppi inutili, perlomeno sotto il profilo politico: per esempio, le brigate enogastronomiche o i circoli della bocciofila. Naturalmente, io ho il massimo rispetto per le brigate enogastronomiche e per gli amanti del gioco delle bocce. Però non vedo perché i politici debbano occuparsene: anzi, la cosa mi indigna. Così come mi indignano certi articoli di enogastronomia su giornali che si vantano di essere anglorobicosassoni: sappiamo tutti che quegli articoli sono markette, un insulto all’intelligenza dei lettori, per non dire altro. Secondo me queste associazioni o sono libere associazioni, oppure è meglio che non esistano. Perché se non sono libere, vuol dire che possono fare del male ai cittadini liberi.

3. Infine, ci sono i gruppi di interesse, interessati o comunque non disinteressati. Se i gruppi di interesse si presentano come tali e si pagano la pubblicità e le stramaledette pubbliche relazioni senza far markette occulte sui giornali, per esempio, non ho niente da dire in contrario. L’importante è che i gruppi di interesse non pretendano di avere una valenza politica. I gruppi interessati invece sono quelli che si costituiscono per mungere denaro pubblico: di solito il trucco è quello di sposare una causa nobile e universale, per poi intascare palanche non tanto nobili, da convogliare su conti correnti particolari. Tra i gruppi “non disinteressati” porrei certi gruppi cosiddetti di “volontariato” i quali, se è vero che sono egemonizzati dai partiti, tuttavia spesso non sognano altro che di essere egemonizzati. Possono essere un trampolino di lancio per una carriera politica locale, per soddisfare qualche piccola ambizione ecc.

Riassumendo, in pochissime parole: si ha bisogno di una rete di circoli di discussione politica disinteressata. Ora, da un lato è vero che i cittadini sono disamorati, e che se essi non intendono occuparsi di politica in maniera disinteressata, ne hanno tutto il diritto: noi non possiamo farci niente. Non dimentichiamo però che talora qualche voce fuori dal coro ci sarebbe. Che poi si senta, è un altro paio di maniche: spesso, non perdiamo molto, se non la sentiamo. Ci sono molti buontemponi in giro, ne siamo perfettamente consapevoli. Altre volte, però, il soffocamento di una voce fuori dal coro è il sintomo di un grave difetto della nostra democrazia, sempre che si chiami democrazia un sistema di potere che è ostaggio dei partiti e dei gruppi d’interesse.
Sappiamo anche come va a finire: se quella voce libera può far gioco a qualcuno (non necessariamente ai partiti: anzi, non bisogna esagerare il ruolo dei partiti) si farà di tutto per ricondurla alla ragione. Ci sono diverse strade:

a) La prima, se quella voce può far gioco, opportunamente ridimensionata, consiste nel titillare questa o quella debolezza dell’emittente di quella voce (la debolezza principale, di solito, è l’ambizione.

b) Se invece quella voce fuori dal coro dà veramente fastidio, si cerca di sopprimerla, per esempio con le denunce o con la minaccia di denunce.

c) Se proprio non la si può sopprimere (né con l’eliminazione fisica del portavoce, né con le minacce), si cercherà di creare il vuoto intorno: cosa non difficile nel villaggio globale della comunicazione. Da questo punto di vista l’esperienza di Grillo è molto interessante. Non ho fiducia nel “pacchetto politico” messo in piedi da Grillo, ma trovo molto interessante l’esperimento di rottura dell’accerchiamento o la congiura del silenzio mediatico, da parte dei detentori del potere, in senso lato.

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8. Che fare? Dalle rive del Giordano, ecco le tre risposte del Battista

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
III Domenica di Avvento, 16 dicembre 2012

Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo di questa Domenica di Avvento presenta nuovamente la figura di Giovanni Battista, e lo ritrae mentre parla alla gente che si reca da lui al fiume Giordano per farsi battezzare. Poiché Giovanni, con parole sferzanti, esorta tutti a prepararsi alla venuta del Messia, alcuni gli domandano: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10.12.14). Questi dialoghi sono molto interessanti e si rivelano di grande attualità.
La prima risposta è rivolta alla folla in generale. Il Battista dice: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (v. 11). Qui possiamo vedere un criterio di giustizia, animato dalla carità. La giustizia chiede di superare lo squilibrio tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario; la carità spinge ad essere attento all’altro e ad andare incontro al suo bisogno, invece di trovare giustificazioni per difendere i propri interessi. Giustizia e carità non si oppongono, ma sono entrambe necessarie e si completano a vicenda. «L’amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta», perché «sempre ci saranno situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo« (Enc. Deus caritas est, 28).
E poi vediamo la seconda risposta, che è diretta ad alcuni «pubblicani», cioè esattori delle tasse per conto dei Romani. Già per questo i pubblicani erano disprezzati, e anche perché spesso approfittavano della loro posizione per rubare. Ad essi il Battista non dice di cambiare mestiere, ma di non esigere nulla di più di quanto è stato fissato (cfr v. 13). Il profeta, a nome di Dio, non chiede gesti eccezionali, ma anzitutto il compimento onesto del proprio dovere. Il primo passo verso la vita eterna è sempre l’osservanza dei comandamenti; in questo caso il settimo: «Non rubare» (cfr Es 20,15).
La terza risposta riguarda i soldati, un’altra categoria dotata di un certo potere, e quindi tentata di abusarne. Ai soldati Giovanni dice: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe» (v. 14). Anche qui, la conversione comincia dall’onestà e dal rispetto degli altri: un’indicazione che vale per tutti, specialmente per chi ha maggiori responsabilità.

Considerando nell’insieme questi dialoghi, colpisce la grande concretezza delle parole di Giovanni: dal momento che Dio ci giudicherà secondo le nostre opere, è lì, nei comportamenti, che bisogna dimostrare di seguire la sua volontà. E proprio per questo le indicazioni del Battista sono sempre attuali: anche nel nostro mondo così complesso, le cose andrebbero molto meglio se ciascuno osservasse queste regole di condotta. Preghiamo allora il Signore, per intercessione di Maria Santissima, affinché ci aiuti a prepararci al Natale portando buoni frutti di conversione (cfr. Lc 3,8).

Giuseppe

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9. Natale 2012 • Intervista a Mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo

Piazza Vecchia è deserta di primo mattino. La neve scricchiola sotto le scarpe, pinnacoli di fumo, lampi da Bruegel il Vecchio. Piazza Vecchia è deserta ma popolata di volti, anonimi e noti: Maddalena e Luca (studenti), Francesco Nullo, Torquato Tasso, totem per Bergamo Capitale della cultura. C’è anche Giacomo Manzù col cappello di paglia.
Persone e fantasmi al centro di una sfida. Una squadra. Dopo gli anni dell’individualismo e dell’uomo solo al comando è il segnale di qualcosa che cambia. «Bene, è un processo positivo che va nella direzione del valore irriducibile di ogni persona. L’uomo non è mai il mezzo, è il fine». Quegli uomini e quelle donne che rappresentano il passato e il futuro della città, il loro stare insieme per un nobile obiettivo dentro la piazza eterna, sono una metafora cara al vescovo Francesco Beschi.

La crisi sta incrinando l’individualismo di stile americano, alla John Wayne, per rilanciare il valore della comunità. Ne coglie i segnali?
«L’individualismo è stato un processo di reazione profonda a quei fenomeni di spersonalizzazione dell’uomo che hanno caratterizzato il nostro passato, anche in forme molto drammatiche nel Novecento. La razza, la classe. La centralità della persona è una conquista relativamente nuova, ma negli ultimi vent’anni si è andati oltre. Paradossalmente si è arrivati a valorizzare relazioni strumentali dal consumo immediato per la realizzazione di “me stesso”. Ed ecco l’individualismo esasperato. Credo che la stagione di crisi sia il frutto dell’estremizzazione di questa visione».

Il percorso per uscirne sembra individuabile. La paura porta le persone ad aggregarsi, ma la paura è un cattivo collante.
«È necessario tornare al valore di un legame che non diminuisca la libertà dell’uomo, ma la restituisca al suo significato più profondo. Il problema è che stiamo ancora vivendo dentro l’orizzonte individualista descritto sopra. Abbiamo bisogno di solidarietà vera. Non solo quella istituzionale che proviene da tanti soggetti e dalla comunità cristiana. Abbiamo bisogno di rompere i gusci nei quali ci siamo rinchiusi e finalmente tornare a vedere i volti delle persone».

Dopo anni di benessere, l’attitudine al sacrificio è diminuita. E il «rimboccarsi le maniche» sembra una frase fuori dal tempo. Mio nonno lavorava in fabbrica alla Falck e alla fine del turno in fonderia faceva sette chilometri in bicicletta per occuparsi della vigna e delle galline. Diceva: è quello che voi chiamate hobby.
«Mio nonno ferroviere si “rilassava” facendo il contadino e mio nonno contadino facendo il falegname. Rispetto a quei tempi è cambiata l’aria che respiriamo, e non solo perché è più inquinata. L’insieme della vita si è arricchito non solo di beni, ma è aumentata la complessità del vivere. Ora dobbiamo fare i conti con maggiori fragilità, maggiori solitudini che non appaiono, ma nelle quali molte persone si ritrovano. Oggi non è possibile semplificare la complessità del vivere con operazioni magiche. Dobbiamo farlo con relazioni consolidate e significative dentro le quali la persona possa abitare e anche riposare».

Si parla molto di giovani senza rendersi conto che il loro futuro coincide col futuro della nostra società. Saremo capaci di coinvolgerli e di farci trainare da loro o finiranno per fare i maggiordomi agli ingegneri indiani?
«Anche qui a Bergamo, ai nostri ragazzi dobbiamo dire più spesso che gli vogliamo bene e che siamo disposti a sacrificare noi stessi per loro. Per loro dobbiamo essere pronti a fare dei passi indietro, a lasciare loro spazi, a creare condizioni perché possano occuparli, superando le legittime paure. Dobbiamo avere reale fiducia in loro, nonostante i loro sbagli. Non è semplice, perché in questi anni abbiamo pensato a noi stessi. E ai nostri figli ci siamo limitati a fare dei regali».

Bergamo, Città Alta, la sua vita da pastore. Le ho sentito dire: «Quando oltrepasso l’Oglio tornando da Brescia mi sento a casa». Si possono amare due città diverse?
«Sono profondamente legato alla città in cui sono nato e cresciuto. Poi ho imparato a conoscere e a volere bene al territorio vastissimo che è la provincia di Brescia. Se la parola non fosse eccessiva, mi sono sentito incarnato in quella terra. Mi sono sempre ritenuto un provinciale legato a quegli orizzonti, mai mi sarei immaginato di partire. Mi piace viaggiare, ma mi piace tornare a casa. Poi un giorno sono partito per una chiamata. Ho fatto pochissima strada, ma proprio non conoscevo Bergamo; com’è vero che non si conoscono i vicini di casa. Sono rimasto sorpreso e assolutamente coinvolto da un’accoglienza che è difficile descrivere. Cordialità, stima, vicinanza, fiducia, riconoscimento per un servizio. Sono stato messo nella condizione migliore che si potesse immaginare per conoscere questa comunità. Ora colgo l’essenza di un legame enorme e quando varco l’Oglio mi sento a casa».

Monsignor Beschi, lei ha affascinato i bergamaschi con la presenza e con la parola, valori in ribasso nel mondo multimediale.
«La diocesi crede nella multimedialità, abbiamo inaugurato un sito web di ultima generazione. Ma l’ufficio prevede l’esercizio della parola. Mi ci ritrovo, anche perché se sbaglio una parola posso rimediare. Mi sono diplomato al Conservatorio con due Capricci di Paganini, una scalata impervia per un amante del violino. La musica è più crudele della parola: una nota sbagliata è sbagliata per sempre».

Lombardia, molto più di una regione geografica. È la patria di un cattolicesimo speciale, austero e pregno di valori, dal Manzoni al cardinal Martini. Eppure sotto il cielo di Lombardia la politica ha abbassato la guardia, gli scandali avvelenano i pozzi. Felicità è il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me, diceva Kant. Ci siamo persi qualche puntata?
«Il cattolicesimo lombardo ha una storia che arriva da molto lontano e un’originalità rispetto al cattolicesimo italiano ed europeo. Qui la fede è generata da valori capaci di dare forma a realtà concrete: la considerazione delle persone, l’importanza della famiglia, la capacità di assumersi responsabilità in prima persona, imprese di solidarietà alte, imprese economiche evolute. Tutto alimentato da un humus che ha nella visione cristiana l’elemento fondamentale. Detto questo, è mio dovere distinguere le vicende personali da alcuni fenomeni profondamente preoccupanti che hanno segnato la vita pubblica, i cui riflessi avvertiamo anche a Bergamo. Molto importante è discernere le responsabilità personali, differenziandole da autentiche derive che il potere politico – ma non solo – ha assecondato, cavalcato, giustificato».

Ora siamo alla resa dei conti e il cittadino ha dato il responso più definitivo. Condanna.
«Il potere che alimenta se stesso inevitabilmente determina le condizioni della sua fine. Così è avvenuto sempre nella storia, accadde così anche alla Democrazia cristiana. Ma tengo a sottolineare che noi abbiamo il dovere di salvaguardare la persona nella sua integrità, nella sua possibilità di riscatto. Anche se i suoi errori non devono essere giustificati, né diventare pretesto per giustificare altri errori».

La parola dell’anno è crisi. Come si percepisce in Bolivia, dove la diocesi ha festeggiato 50 anni di missione e dove i parametri della vita sono molto diversi che da noi?
«I fili che legano Bergamo alla Bolivia sono numerosi e consistenti. È importante la presenza di tanti boliviani in città, in provincia e nelle nostre parrocchie. Della Bolivia parliamo molto noi, ma nel mondo se ne parla molto meno. La Chiesa di Bergamo ama la Bolivia, che purtroppo è fra i Paesi più poveri dell’America del Sud. Una povertà di mezzi, ma una grande ricchezza nell’umanità, nella capacità di guardare l’orizzonte da altitudini che stordiscono. Sempre con il sorriso».

Il 2013 sarà l’anno di Papa Giovanni. Una riscoperta, il ritorno a casa di un Papa che per primo seppe parlare al cuore della gente comune.
«Papa Giovanni è una figura con una capacità di comunicare impressionante. E cosa comunica? Una speranza più forte di tutte le prove che la Storia ci riserva. Ci comunica la necessità di coltivare il valore della pace e anche una bontà reale, capace di trasformare le cose e non solo di addolcirle. L’icona del Papa buono è efficacissima perché in termini semplici lo rappresenta. A Roma è ogni volta uno stupore vedere attorno alla sua tomba una folla di fedeli, nessun Papa ha un’audience simile. E i padri, davanti alle spoglie, raccontano ai figli chi fosse quell’uomo, figlio di questa terra, capace a distanza di mezzo secolo di colpire un’immaginazione spirituale di cui tanto abbiamo bisogno. Ma non dobbiamo sottovalutare l’icona del Papa del Concilio: lui lo apre, Paolo VI lo chiude. Un dono alla Chiesa e al mondo».

L’invito per Benedetto XVI è partito. In giugno arriva il Papa a Bergamo?
«L’invito e il nostro interessamento sono molto sentiti e rispettosi. Per il 2013 il Papa non ha programmato alcun viaggio, se non quello a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della Gioventù. Ho assicurato il Vaticano che, in qualsiasi momento decidesse di venire, noi saremmo pronti ad accoglierlo».

C’è un tema di attualità che attraversa l’Italia e rischia di rinfocolare l’anticlericalismo: l’Imu sui beni della Chiesa. Come, quando e a quale prezzo?
«Il criterio al quale mi ispiro è semplice: noi dobbiamo esercitare le attività commerciali nel modo più trasparente, sia sotto il profilo legale, sia sotto quello morale. E la Chiesa deve risponderne nel modo in cui ne rispondono gli altri soggetti. Diverso il discorso per la Chiesa presente con attività educative, sociali, caratteristiche del mondo ecclesiale, che non possono essere riportate a questi criteri. Non lo dico nel nome di un privilegio, ma nel nome di quella edificazione di Stato che la Costituzione ha prospettato. La Carta prevede il ruolo per lo Stato, per il mercato e prevede un riconoscimento per corpi intermedi come la famiglia e le libere aggregazioni che non tendono a guadagni e profitti, ma rappresentano il patrimonio più prezioso di una nazione. Negando tutto ciò viene meno il riconoscimento non solo delle opere della Chiesa, ma di quella realtà fatta di associazioni e fondazioni che sono una ricchezza enorme per la vita del Paese».

Bergamo è una città multietnica e multiculturale, dalle tante sfaccettature. E non tutte mostrano il volto della fede. C’è spazio per il dialogo?
«Oggi più di ieri la società bergamasca non si riconosce tutta nella Chiesa. E questa è una ricchezza, che si concretizza proprio nel dialogo fra ispirazioni ed esperienze diverse. Dico che la Chiesa deve porsi al servizio di questo dialogo».

Siamo dentro un Natale meno consumistico, forse più intimo. Monsignore, è possibile che nelle curve più aspre della crisi si possa vedere l’uomo che rinasce?
«Mi auguro che non sia un Natale rassegnato, che i bergamaschi non intendano subire ciò che sta accadendo. La sofferenza di molti – e penso a coloro che hanno perso il lavoro – può sfociare in grandi solitudini. Ma c’è altrettanto spazio per incontri inaspettati. Dio che diventa uomo è il segno sorprendente di questa possibilità di incontro. Credo che sia importante oggi andare alla grotta della nostra intelligenza, del nostro cuore; andare lì dove sono le sorgenti della nostra esistenza, che spesso dimentichiamo perché ci sembra che l’acqua arrivi in automatico. In questa grotta, nel giorno di Natale, viviamo la meraviglia di un Dio che sta tutto dalla parte degli uomini. E in questo c’è la possibilità di ogni ricominciamento».

Uscendo, nell’anticamera dell’appartamento del vescovo, noto su una mensola un cero non ancora acceso. Davanti c’è un libro dal titolo «Amen, paesaggi dello spirito». È aperto su una frase di Ernest Renan: «La storia intera risulta essere incomprensibile senza Gesù Cristo». Nel nostro piccolo, mentre le scarpe scricchiolano di nuovo sulla neve gelata, abbiamo una certezza: anche quella di Bergamo.

Giorgio Gandola

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10. Natale 2012 – L’omelia del papa nella notte di Natale di Benedetto XVI

“Se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta…”. Buon Natale a tutti!
“Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero”.

Cari fratelli e sorelle!
Sempre di nuovo la bellezza di questo Vangelo tocca il nostro cuore – una bellezza che è splendore della verità. Sempre di nuovo ci commuove il fatto che Dio si fa bambino, affinché noi possiamo amarlo, affinché osiamo amarlo, e, come bambino, si mette fiduciosamente nelle nostre mani. Dio dice quasi: So che il mio splendore ti spaventa, che di fronte alla mia grandezza tu cerchi di affermare te stesso. Ebbene, vengo dunque a te come bambino, perché tu possa accogliermi ed amarmi.
Sempre di nuovo mi tocca anche la parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. Ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la santa famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1, 11).
Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?
Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per lui. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’”ipotesi Dio”. Non c’è posto per lui. Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente “riempiti” di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio. E per questo non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri.
A partire dalla semplice parola circa il posto mancante nell’alloggio possiamo renderci conto di quanto ci sia necessaria l’esortazione di san Paolo: “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare!” (Rm 12, 2). Paolo parla del rinnovamento, del dischiudere il nostro intelletto (“nous”); parla, in generale, del modo in cui vediamo il mondo e noi stessi. La conversione di cui abbiamo bisogno deve giungere veramente fino alle profondità del nostro rapporto con la realtà. Preghiamo il Signore affinché diventiamo vigili verso la sua presenza, affinché sentiamo come egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere. Preghiamolo affinché nel nostro intimo si crei uno spazio per lui. E affinché in questo modo possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo.
C’è ancora una seconda parola nel racconto di Natale sulla quale vorrei riflettere insieme a voi: l’inno di lode che gli angeli intonano dopo il messaggio circa il neonato Salvatore: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento”.
Dio è glorioso. Dio è luce pura, splendore della verità e dell’amore. Egli è buono. È il vero bene, il bene per eccellenza. Gli angeli che lo circondano trasmettono in primo luogo semplicemente la gioia per la percezione della gloria di Dio. Il loro canto è un’irradiazione della gioia che li riempie. Nelle loro parole sentiamo, per così dire, qualcosa dei suoni melodiosi del cielo. Là non è sottesa alcuna domanda sullo scopo, c’è semplicemente il dato di essere colmi della felicità proveniente dalla percezione del puro splendore della verità e dell’amore di Dio. Da questa gioia vogliamo lasciarci toccare: esiste la verità. Esiste la pura bontà. Esiste la luce pura. Dio è buono ed egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori.
Con la gloria di Dio nel più alto dei cieli è in relazione la pace sulla terra tra gli uomini. Dove non si dà gloria a Dio, dove egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace. Oggi, però, diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità.
È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il “no” a Dio ristabilirebbe la pace. Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole.
Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile. Nella notte santa, Dio stesso si è fatto uomo, come aveva annunciato il profeta Isaia: il bambino qui nato è “Emmanuele”, Dio con noi (cfr. Is 7, 14). E nel corso di tutti questi secoli davvero non ci sono stati soltanto casi di uso indebito della religione, ma dalla fede in quel Dio che si è fatto uomo sono venute sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare.
Così Cristo è la nostra pace e ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (cfr. Ef 2, 14.17). Come non dovremmo noi pregarlo in quest’ora: Sì, Signore, annuncia a noi anche oggi la pace, ai lontani e ai vicini. Fa’ che anche oggi le spade siano forgiate in falci (cfr. Is 2, 4), che al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti. Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l’assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto. Aiutaci a diventare uomini “del tuo compiacimento” – uomini secondo la tua immagine e così uomini di pace.
Appena gli angeli si furono allontanati, i pastori dicevano l’un l’altro: Orsù, passiamo di là, a Betlemme e vediamo questa parola che è accaduta per noi (cfr. Lc 2, 15). I pastori si affrettavano nel loro cammino verso Betlemme, ci dice l’evangelista (cfr. 2, 16). Una santa curiosità li spingeva a vedere in una mangiatoia questo bambino, del quale l’angelo aveva detto che era il Salvatore, il Cristo, il Signore. La grande gioia, di cui l’angelo aveva pure parlato, aveva toccato il loro cuore e metteva loro le ali.
Andiamo di là, a Betlemme, dice la liturgia della Chiesa oggi a noi. “Transeamus”, traduce la Bibbia latina: “attraversare”, andare di là, osare il passo che va oltre, la “traversata”, con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale, al di là, verso quel Dio che, da parte sua, è venuto di qua, verso di noi. Vogliamo pregare il Signore, perché ci doni la capacità di oltrepassare i nostri limiti, il nostro mondo; perché ci aiuti a incontrarlo, specialmente nel momento in cui egli stesso, nella santissima eucaristia, si pone nelle nostre mani e nel nostro cuore.
Andiamo di là, a Betlemme: con queste parole che, insieme con i pastori, ci diciamo l’un l’altro, non dobbiamo pensare soltanto alla grande traversata verso il Dio vivente, ma anche alla città concreta di Betlemme, a tutti i luoghi in cui il Signore ha vissuto, operato e sofferto. Preghiamo in quest’ora per le persone che oggi lì vivono e soffrono. Preghiamo perché lì ci sia pace. Preghiamo perché israeliani e palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà. Preghiamo anche per i paesi circostanti, per il Libano, per la Siria, per l’Iraq e così via: affinché lì si affermi la pace. Che i cristiani in quei paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro paesi nella pace di Dio.
I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto? Preghiamolo affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi, e andiamo quindi con gioia di là, a Betlemme – verso il Signore che anche oggi viene nuovamente verso di noi. Amen.

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11. Natale 2012 – Messaggio urbi et orbi del Santo Padre Benedetto XVI

«Veritas de terra orta est!» – «La verità è germogliata dalla terra!» (Sal 85,12).

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero, buon Natale a tutti voi e alle vostre famiglie!
Il mio augurio natalizio, in quest’Anno della fede, lo esprimo con queste parole, tratte da un Salmo: «La verità è germogliata dalla terra». Nel testo del Salmo, in realtà, le troviamo al futuro: «La verità germoglierà dalla terra»: è un annuncio, una promessa, accompagnata da altre espressioni, che nell’insieme suonano così: «Amore e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno. / Verità germoglierà dalla terra / e giustizia si affaccerà dal cielo. / Certo, il Signore donerà il suo bene / e la nostra terra darà il suo frutto; / giustizia camminerà davanti a lui: / i suoi passi tracceranno il cammino» (Sal 85,11-14).
Oggi questa parola profetica si è compiuta! In Gesù, nato a Betlemme da Maria Vergine, realmente l’amore e la verità si incontrano, la giustizia e la pace si sono baciate; la verità è germogliata dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo. Sant’Agostino spiega con felice concisione: «Che cos’è la verità? Il Figlio di Dio. Che cos’è la terra? La carne. Domàndati da dove è nato Cristo, e vedi perché la verità è germogliata dalla terra … la verità è nata da Maria Vergine» (En. in Ps. 84,13). E in un discorso di Natale afferma: «Con questa festa che ricorre ogni anno celebriamo dunque il giorno in cui si adempì la profezia: “La verità è sorta dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo”. La Verità che è nel seno del Padre è sorta dalla terra perché fosse anche nel seno di una madre. La Verità che regge il mondo intero è sorta dalla terra perché fosse sorretta da mani di donna … La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo» (Sermones, 185, 1).
«Se crediamo». Ecco la potenza della fede! Dio ha fatto tutto, ha fatto l’impossibile: si è fatto carne. La sua onnipotenza d’amore ha realizzato ciò che va al di là dell’umana comprensione: l’Infinito si è fatto bambino, è entrato nell’umanità. Eppure, questo stesso Dio non può entrare nel mio cuore se non apro io la porta. Porta fidei! La porta della fede! Potremmo rimanere spaventati, davanti a questa nostra onnipotenza alla rovescia. Questo potere dell’uomo di chiudersi a Dio può farci paura. Ma ecco la realtà che scaccia questo pensiero tenebroso, la speranza che vince la paura: la verità è germogliata! Dio è nato! «La terra ha dato il suo frutto» (Sal 67,7). Sì, c’è una terra buona, una terra sana, libera da ogni egoismo e da ogni chiusura. C’è nel mondo una terra che Dio ha preparato per venire ad abitare in mezzo a noi. Una dimora per la sua presenza nel mondo. Questa terra esiste, e anche oggi, nel 2012, da questa terra è germogliata la verità! Perciò c’è speranza nel mondo, una speranza affidabile, anche nei momenti e nelle situazioni più difficili. La verità è germogliata portando amore, giustizia e pace.
Sì, la pace germogli per la popolazione siriana, profondamente ferita e divisa da un conflitto che non risparmia neanche gli inermi e miete vittime innocenti. Ancora una volta faccio appello perché cessi lo spargimento di sangue, si facilitino i soccorsi ai profughi e agli sfollati e, tramite il dialogo, si persegua una soluzione politica al conflitto.
La pace germogli nella Terra dove è nato il Redentore, ed Egli doni a Israeliani e Palestinesi il coraggio di porre fine a troppi anni di lotte e di divisioni, e di intraprendere con decisione il cammino del negoziato.
Nei Paesi del Nord Africa, che attraversano una profonda transizione alla ricerca di un nuovo futuro – in particolare in Egitto, terra amata e benedetta dall’infanzia di Gesù – i cittadini costruiscano insieme società basate sulla giustizia, il rispetto della libertà e della dignità di ogni persona.
La pace germogli nel vasto Continente asiatico. Gesù Bambino guardi con benevolenza ai numerosi Popoli che abitano quelle terre e, in modo speciale, quanti credono in Lui. Il Re della Pace rivolga inoltre il suo sguardo ai nuovi Dirigenti della Repubblica Popolare Cinese per l’alto compito che li attende. Auspico che esso valorizzi l’apporto delle religioni, nel rispetto di ciascuna, così che queste possano contribuire alla costruzione di una società solidale, a beneficio di quel nobile Popolo e del mondo intero.
Il Natale di Cristo favorisca il ritorno della pace nel Mali e della concordia in Nigeria, dove efferati attentati terroristici continuano a mietere vittime, in particolare tra i Cristiani. Il Redentore rechi aiuto e conforto ai profughi dell’Est della Repubblica Democratica del Congo e doni pace al Kenya, dove sanguinosi attentati hanno colpito la popolazione civile e i luoghi di culto.
Gesù Bambino benedica i numerosissimi fedeli che Lo celebrano in America Latina. Accresca le loro virtù umane e cristiane, sostenga quanti sono costretti ad emigrare dalle loro famiglie e dalla loro terra, rafforzi i Governanti nell’impegno per lo sviluppo e nella lotta alla criminalità.
Cari fratelli e sorelle! Amore e verità, giustizia e pace si sono incontrate, si sono incarnate nell’uomo nato a Betlemme da Maria. Quell’uomo è il Figlio di Dio, è Dio apparso nella storia. La sua nascita è un germoglio di vita nuova per tutta l’umanità. Possa ogni terra diventare una terra buona, che accoglie e germoglia l’amore, la verità, la giustizia e la pace. Buon Natale a tutti!

Per chi conosca la lingua tedesca e ami leggere il messaggio nella versione redatta dal Papa:

» Veritas de terra orta est! « – » Die Wahrheit ist aus der Erde hervorgesproßt! « (Ps 85 [84],12 Vg).

Liebe Brüder und Schwestern aus Rom und der ganzen Welt, frohe Weihnachten euch allen und euren Familien!
Meinen Weihnachtsglückwunsch drücke ich in diesem Jahr des Glaubens mit den Psalmworten aus: » Die Wahrheit ist aus der Erde hervorgesproßt. « Im Text des Psalms finden wir sie allerdings im Futur: » Die Wahrheit wird aus der Erde hervorsprossen « – eine Ankündigung, eine Verheißung, die von anderen Aussagen begleitet wird, die im ganzen so lauten: » Liebe und Wahrheit werden einander begegnen; / Gerechtigkeit und Friede einander küssen. / Die Wahrheit wird aus der Erde hervorsprossen / Gerechtigkeit vom Himmel herniederblicken. / Der Herr wird gewiß seinen Segen spenden / und unser Land wird seinen Ertrag geben. / Gerechtigkeit wird vor ihm hergehen: / Seine Schritte werden den Weg vorzeichnen « (Ps 85 [84], 11-14).
Heute hat sich dieses prophetische Wort erfüllt! In Jesus, der in Bethlehem aus der Jungfrau Maria geboren wurde, sind wirklich Liebe und Wahrheit einander begegnet, haben sich Gerechtigkeit und Friede geküßt. Die Wahrheit ist aus der Erde hervorgesproßt, und die Gerechtigkeit hat vom Himmel herniedergeblickt. Mit knappen, treffenden Worten kommentiert der heilige Augustinus: » Was ist die Wahrheit? Der Sohn Gottes. Was ist die Erde? Das Fleisch. Frage dich, woraus Christus geboren ist, und du siehst, warum die Wahrheit aus der Erde hervorgesproßt ist … die Wahrheit ist aus der Jungfrau Maria geboren « (En. in Ps. 84,13). Und in einer Ansprache der Weihnachten sagt er: » Mit diesem Fest, das jedes Jahr wiederkehrt, feiern wir also den Tag, an dem sich die Prophetie erfüllte: „Die Wahrheit ist aus der Erde hervorgesproßt, und die Gerechtigkeit hat vom Himmel herniedergeblickt“. Die Wahrheit, die im Schoß des Vaters ruht, ist aus der Erde hervorgesproßt, damit sie auch im Schoß einer Mutter ruhe. Die Wahrheit, welche die ganze Welt trägt, ist aus der Erde hervorgesproßt, damit diese von den Händen einer Frau getragen werde … Die Wahrheit, die zu fassen der Himmel nicht ausreicht, ist aus der Erde hervorgesproßt, um in eine Krippe gelegt zu werden. Zu wessen Nutzen hat ein so großer Gott sich so erniedrigt? Sicher nicht zu seinem eigenen, sondern zu unserem großen Nutzen, wenn wir glauben« (Sermones, 185,1).
» Wenn wir glauben. « Da sieht man die Kraft des Glaubens! Gott hat alles getan, hat das Unmögliche getan: Er ist Mensch geworden. Seine Allmacht der Liebe hat verwirklicht, was menschliches Verstehen übersteigt: Der Unendliche ist ein Kind geworden, ist in die Menschheit eingetreten. Und doch kann ebendieser Gott nicht in mein Herz eintreten, wenn nicht ich die Türe öffne. Porta fidei! Die Tür des Glaubens! Wir könnten vor dieser unserer umgekehrten Allmacht erschrecken. Diese Macht des Menschen, sich Gott zu verschließen, kann uns angst machen. Doch da ist die Wirklichkeit, die diesen dunklen Gedanken vertreibt, die Hoffnung, welche die Angst besiegt: Die Wahrheit ist hervorgesproßt! Gott ist geboren! » Das Land gab seinen Ertrag « (Ps 67,7). Ja, es gibt eine gute, gesunde „Erde“, frei von jedem Egoismus und jedem Sich-Verschließen. Es gibt auf der Welt eine Erde, die Gott vorbereitet hat, um zu kommen und in unserer Mitte Wohnung zu nehmen. Eine Wohnung für seine Gegenwart in der Welt. Diese Erde existiert, und auch heute, im Jahr 2012, ist aus dieser Erde die Wahrheit hervorgesproßt! Darum gibt es Hoffnung in der Welt, eine zuverlässige Hoffnung, auch in den schwierigsten Momenten und Situationen. Die Wahrheit ist hervorgesproßt und trägt Liebe, Gerechtigkeit und Frieden.
Ja, möge der Frieden hervorsprossen für die Bevölkerung Syriens, die zutiefst verletzt und geteilt ist durch einen Konflikt, der nicht einmal die Wehrlosen verschont und unschuldige Opfer hinwegrafft. Noch einmal rufe ich dazu auf, das Blutvergießen zu beenden, die Hilfeleistungen für die Flüchtlinge und die Evakuierten zu erleichtern und auf dem Weg des Dialogs eine politische Lösung für den Konflikt zu verfolgen.
Möge der Frieden in dem Land hervorsprossen, in dem der Erlöser geboren wurde; Er gebe Israelis und Palästinensern den Mut, allzu vielen Jahren der Kämpfe und Spaltungen ein Ende zu setzen und mit Entschiedenheit den Verhandlungsweg einzuschlagen.
Mögen in den Ländern Nordafrikas, die auf der Suche nach einer neuen Zukunft einen tiefgreifenden Umbruch erleben – im besonderen in Ägypten, diesem geschätzten und durch die Kindheit Jesu gesegneten Land – die Bürger gemeinsam Gesellschaftsformen aufbauen, die auf die Gerechtigkeit und auf die Achtung der Freiheit und der Würde jedes Menschen gegründet sind.
Der Friede sprosse auch im weiten asiatischen Kontinent hervor. Möge das Jesuskind die zahlreichen Völker, die in jenen Ländern wohnen – und in besonderer Weise jene, die an Christus glauben – mit Wohlwollen betrachten. Der König des Friedens richte ferner seinen Blick auf die neuen Führungspersönlichkeiten der Volksrepublik China, für die hohe Aufgabe, die sie erwartet. Es ist mein Wunsch, daß der Beitrag der Religionen – in der Achtung einer jeden gegenüber – so zur Geltung gebracht werde, daß diese beim Aufbau einer solidarischen Gesellschaft mitwirken können, zum Wohl jenes edlen Volkes und der ganzen Welt.
Das Geburtsfest Christi begünstige die Wiederkehr des Friedens in Mali und der Eintracht in Nigeria, wo grausame terroristische Attentate weiter Opfer fordern, besonders unter den Christen. Möge der Erlöser den Flüchtlingen aus dem Osten der Demokratischen Republik Kongo Hilfe und Trost bringen. Er möge Kenia Frieden schenken, wo blutige Attentate die Zivilbevölkerung und die Gotteshäuser getroffen haben.
Das Jesuskind segne all die vielen Gläubigen, die in Lateinamerika sein Fest begehen. Es lasse ihre menschlichen und christlichen Tugenden wachsen, biete denen, die gezwungen sind, ihre Familien und ihr Land zu verlassen, Halt und stärke die Regierenden in ihrem Einsatz für die Entwicklung sowie im Kampf gegen die Kriminalität.
Liebe Brüder und Schwestern! Liebe und Wahrheit, Gerechtigkeit und Friede sind einander begegnet, haben in dem Menschen, der in Bethlehem aus Maria geboren wurde, Fleisch angenommen. Jener Mensch ist der Sohn Gottes – Gott, der in der Geschichte erschienen ist. Seine Geburt ist ein Sproß neuen Lebens für die gesamte Menschheit. Möge jedes Land eine gute „Erde“ werden, welche die Liebe, die Wahrheit, die Gerechtigkeit und den Frieden aufnimmt und zum Sprießen bringt. Allen wünsche ich ein frohes Weihnachtsfest!

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12BENEDETTO XVI, Udienza generale (13 febbraio 2013, Aula Paolo VI)

 

Riporto di seguito la catechesi odierna svolta da Sua Santità Benedetto XVI nell’aula Paolo VI, in Vaticano, assai significativa per le possibili spiegazioni che contiene rispetto alla decisione da Lui presa di rimettere nelle mani del Signore il ministero ricevuto il 19 aprile 2005, che fu per noi giorno di gioia incontenibile, così come di grazia e ammirazione sono i giorni del presente.

Cari fratelli e sorelle,
oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.
Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sé la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?
Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.
Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.
Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da farsi monaco.
Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.
La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.
Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.
In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.


 (Contributo inviatoci da Kamella Scemì)

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13. Benedetto XVI, Omelia di Mercoledì delle Ceneri nella Basilica Vaticana (13 febbraio 2013

 

Mercoledì delle Ceneri, inizio del periodo quaresimale, del nuovo cammino quaresimale per l’anno 2013, che verrà probabilmente concluso sotto la guida di un altro Papa. In una Basilica di San Pietro colorata di viola virante al blu (viola = penitenza; – penitentiagite!, direbbe un frequentatore di questi “loci” interreziali) dai paramenti dei numerosissimi vescovi e cardinali presenti, Benedetto XVI presiede il rigoroso rito dell’imposizione delle ceneri, accompagnato dai solenni recitativi in gregoriano e cinque-seicenteschi intonati dalla Schola cantorum della Cappella Sistina.
Severità e solennità dell’insieme, in un silenzio ancora choccato dalla notizia della rinuncia ratzingeriana al ministero petrino. Sua Santità parla già al passato, salutando e ringraziando i fedeli della Diocesi di Roma, della quale è pastore. E’ già da un’altra parte, è già su quella strada di convinta spiritualità lungo la quale avrebbe voluto condurre la Chiesa tutta, sconfiggendo il leviatano che s’annida nei sacri palazzi, in quei luoghi molto più di potere che di preghiera che stanno a poca distanza dall’appartamento che ha abitato per quasi otto anni, e che ora “finalmente” abbandona per sempre.
Il brano evangelico che viene proclamato parla del comportamento che il vero fedele deve tenere allorché prega e si presenta al tempio, ed è il seguito logico del brano che descrive le tentazioni del demonio nei confronti dl Gesù, proclamato in mattinata: sotto traccia sta il problema del male nella Chiesa e della sua necessaria ed urgente nonché vera espiazione.
Si comincia a capire il senso del momento scelto dal papa per ritirarsi nel silenzio orante: l’inizio della quaresima, il periodo della penitenza e della riconciliazione col Signore, il periodo in cui superbia, invidia e vanagloria vanno bandite. Il periodo in cui si deve prendere coscienza delle colpe commesse, singolarmente e collettivamente, delle loro coseguenze, di frequente tragiche, e dei rimedi, anche dolorosi, da attivare con efficacia.
Questo è un momento di svolta, come si usa banalmente dire, nella Storia della Chiesa, un momento di assunzione di responsabilità enormi, perché o si va verso il cielo, degnamente accompagnando la nuova fase di civiltà che sta rapidamente aprendosi, oppure si affonda la Chiesa per chissà quanto tempo nella melma della burocrazia dei riti e dei servizi, quella che tanto piace ai nostalgici di criminali ideologie novecentesche, loro derivati o similari.
Benedetto XVI è palesemente sereno; appare sollevato, quasi felice. Sembra pregustare il tempo prezioso e pieno che trascorrerà seduto alla sua vecchia scrivania, togliendo con voluttà dai tanti barattoli di matite di ogni colore e sfumatura che si sarà allineato davanti la matita giusta per quel momento e per l’argomento che starà trattando. E magari me ne regalerà ancora una… Grande padre Joseph! Guida di una vita! Imprevedibile e capace delle più diverse prospettive. Buono ma determinatissimo nel difendere la Sua Chiesa. Guarda di sottecchi, mentre pronuncia il suo indirizzo di commiato, il cardinal Bertone, che gli è affezionato (e che sente scricchiolare la seggiolina), e si commuove, commuovendo un po’ tutti, fedeli compresi. E se ne esce sul trespolo mobile, sorridente come sempre.

Riporto qui di seguito il testo dell’OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI letta nel corso della SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI, liturgia tenutasi nella Basilica Vaticana il Mercoledì delle Ceneri, 13 febbraio 2013:

Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo un nuovo cammino quaresimale, un cammino che si snoda per quaranta giorni e ci conduce alla gioia della Pasqua del Signore, alla vittoria della Vita sulla morte. Seguendo l’antichissima tradizione romana delle stationes quaresimali, ci siamo radunati oggi per la Celebrazione dell’Eucaristia. Tale tradizione prevede che la prima statio abbia luogo nella Basilica di Santa Sabina sul colle Aventino. Le circostanze hanno suggerito di radunarsi nella Basilica Vaticana. Siamo numerosi intorno alla Tomba dell’Apostolo Pietro anche a chiedere la sua intercessione per il cammino della Chiesa in questo particolare momento, rinnovando la nostra fede nel Pastore Supremo, Cristo Signore. Per me è un’occasione propizia per ringraziare tutti, specialmente i fedeli della Diocesi di Roma, mentre mi accingo a concludere il ministero petrino, e per chiedere un particolare ricordo nella preghiera.

Le Letture che sono state proclamate ci offrono spunti che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a far diventare atteggiamenti e comportamenti concreti in questa Quaresima. La Chiesa ci ripropone, anzitutto, il forte richiamo che il profeta Gioele rivolge al popolo di Israele: «Così dice il Signore: ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (2,12). Va sottolineata l’espressione «con tutto il cuore», che significa dal centro dei nostri pensieri e sentimenti, dalle radici delle nostre decisioni, scelte e azioni, con un gesto di totale e radicale libertà. Ma è possibile questo ritorno a Dio? Sì, perché c’è una forza che non risiede nel nostro cuore, ma che si sprigiona dal cuore stesso di Dio. E’ la forza della sua misericordia. Dice ancora il profeta: «Ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male» (v.13). Il ritorno al Signore è possibile come ‘grazia’, perché è opera di Dio e frutto della fede che noi riponiamo nella sua misericordia. Questo ritornare a Dio diventa realtà concreta nella nostra vita solo quando la grazia del Signore penetra nell’intimo e lo scuote donandoci la forza di «lacerare il cuore». E’ ancora il profeta a far risuonare da parte di Dio queste parole: «Laceratevi il cuore e non le vesti» (v.13). In effetti, anche ai nostri giorni, molti sono pronti a “stracciarsi le vesti” di fronte a scandali e ingiustizie – naturalmente commessi da altri –, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio “cuore”, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta.

Quel «ritornate a me con tutto il cuore», poi, è un richiamo che coinvolge non solo il singolo, ma la comunità. Abbiamo ascoltato sempre nella prima Lettura: «Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra. Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (vv.15-16). La dimensione comunitaria è un elemento essenziale nella fede e nella vita cristiana. Cristo è venuto «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (cfr Gv 11,52). Il “Noi” della Chiesa è la comunità in cui Gesù ci riunisce insieme (cfr Gv 12,32): la fede è necessariamente ecclesiale. E questo è importante ricordarlo e viverlo in questo Tempo della Quaresima: ognuno sia consapevole che il cammino penitenziale non lo affronta da solo, ma insieme con tanti fratelli e sorelle, nella Chiesa.

Il profeta, infine, si sofferma sulla preghiera dei sacerdoti, i quali, con le lacrime agli occhi, si rivolgono a Dio dicendo: «Non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”» (v.17). Questa preghiera ci fa riflettere sull’importanza della testimonianza di fede e di vita cristiana di ciascuno di noi e delle nostre comunità per manifestare il volto della Chiesa e come questo volto venga, a volte, deturpato. Penso in particolare alle colpe contro l’unità della Chiesa, alle divisioni nel corpo ecclesiale. Vivere la Quaresima in una più intensa ed evidente comunione ecclesiale, superando individualismi e rivalità, è un segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede o indifferenti.

«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Cor 6,2). Le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto risuonano anche per noi con un’urgenza che non ammette assenze o inerzie. Il termine “ora” ripetuto più volte dice che questo momento non può essere lasciato sfuggire, esso viene offerto a noi come un’occasione unica e irripetibile. E lo sguardo dell’Apostolo si concentra sulla condivisione con cui Cristo ha voluto caratterizzare la sua esistenza, assumendo tutto l’umano fino a farsi carico dello stesso peccato degli uomini. La frase di san Paolo è molto forte: Dio «lo fece peccato in nostro favore». Gesù, l’innocente, il Santo, «Colui che non aveva conosciuto peccato» (2 Cor 5,21), si fa carico del peso del peccato condividendone con l’umanità l’esito della morte, e della morte di croce. La riconciliazione che ci viene offerta ha avuto un prezzo altissimo, quello della croce innalzata sul Golgota, su cui è stato appeso il Figlio di Dio fatto uomo. In questa immersione di Dio nella sofferenza umana e nell’abisso del male sta la radice della nostra giustificazione. Il «ritornare a Dio con tutto il cuore» nel nostro cammino quaresimale passa attraverso la Croce, il seguire Cristo sulla strada che conduce al Calvario, al dono totale di sé. E’ un cammino in cui imparare ogni giorno ad uscire sempre più dal nostro egoismo e dalle nostre chiusure, per fare spazio a Dio che apre e trasforma il cuore. E san Paolo ricorda come l’annuncio della Croce risuoni a noi grazie alla predicazione della Parola, di cui l’Apostolo stesso è ambasciatore; un richiamo per noi affinché questo cammino quaresimale sia caratterizzato da un ascolto più attento e assiduo della Parola di Dio, luce che illumina i nostri passi.

Nella pagina del Vangelo di Matteo, che appartiene al cosiddetto Discorso della montagna, Gesù fa riferimento a tre pratiche fondamentali previste dalla Legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno; sono anche indicazioni tradizionali nel cammino quaresimale per rispondere all’invito di «ritornare a Dio con tutto il cuore». Ma Gesù sottolinea come sia la qualità e la verità del rapporto con Dio ciò che qualifica l’autenticità di ogni gesto religioso. Per questo Egli denuncia l’ipocrisia religiosa, il comportamento che vuole apparire, gli atteggiamenti che cercano l’applauso e l’approvazione. Il vero discepolo non serve se stesso o il “pubblico”, ma il suo Signore, nella semplicità e nella generosità: «E il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,4.6.18). La nostra testimonianza allora sarà sempre più incisiva quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto è Dio stesso, l’essere uniti a Lui, quaggiù, nel cammino della fede, e, al termine della vita, nella pace e nella luce dell’incontro faccia a faccia con Lui per sempre (cfr 1 Cor 13,12).

Cari fratelli e sorelle, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresimale. Risuoni forte in noi l’invito alla conversione, a «ritornare a Dio con tutto il cuore», accogliendo la sua grazia che ci fa uomini nuovi, con quella sorprendente novità che è partecipazione alla vita stessa di Gesù. Nessuno di noi, dunque, sia sordo a questo appello, che ci viene rivolto anche nell’austero rito, così semplice e insieme così suggestivo, dell’imposizione delle ceneri, che tra poco compiremo. Ci accompagni in questo tempo la Vergine Maria, Madre della Chiesa e modello di ogni autentico discepolo del Signore. Amen!


 (Contributo inviatoci da Karl Heinz Treetball)

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14. Benedetto XVI, Incontro con i parroci e con il clero di Roma (Aula Paolo VI, 14 febbraio 2013)

In quanto aviatore, sono in questo momento all’aeroporto di Istanbul, in attesa di riportare l’aeromobile ad Orio: sarò a cena a sera inoltrata, un po’ più tardi del solito (lo dico a Kamella, che un’occhiata qui sul sito la butta sempre, meno sui messaggi che invio dal telefonino).
Nell’attesa tenevo d’occhio il sito ufficiale vaticano, dove soltanto questa sera sono riusciti a trascrivere il discorso a braccio tenuto da Benedetto Magno ai parroci della diocesi della quale è vescovo.
Eccolo,il discorso, tenendo voi ben presente, appunto, che è stato pronunciato a braccio: pensate con Chi abbiamo a che fare!. Che Dio ce lo conservi a lungo ancora

INCONTRO CON I PARROCI E IL CLERO DI ROMA
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI, tenuto nell’Aula Paolo VI, oggi, giovedì, 14 febbraio 2013.

Eminenza (si rivolge al cardinal Vallini, suo vice in diocesi),
cari fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio!

E’ per me un dono particolare della Provvidenza che, prima di lasciare il ministero petrino, possa ancora vedere il mio clero, il clero di Roma. E’ sempre una grande gioia vedere come la Chiesa vive, come a Roma la Chiesa è vivente; ci sono Pastori che, nello spirito del Pastore supremo, guidano il gregge del Signore. E’ un clero realmente cattolico, universale, e questo risponde all’essenza della Chiesa di Roma: portare in sé l’universalità, la cattolicità di tutte le genti, di tutte le razze, di tutte le culture. Nello stesso tempo, sono molto grato al Cardinale Vicario che aiuta a risvegliare, a ritrovare le vocazioni nella stessa Roma, perché se Roma, da una parte, dev’essere la città dell’universalità, dev’essere anche una città con una propria forte e robusta fede, dalla quale nascono anche vocazioni. E sono convinto che, con l’aiuto del Signore, possiamo trovare le vocazioni che Egli stesso ci dà, guidarle, aiutarle a maturare, e così servire per il lavoro nella vigna del Signore.

Oggi avete confessato davanti alla tomba di san Pietro il Credo: nell’Anno della fede, mi sembra un atto molto opportuno, necessario forse, che il clero di Roma si riunisca sulla tomba dell’Apostolo al quale il Signore ha detto: “A te affido la mia Chiesa. Sopra di te costruisco la mia Chiesa” (cfr Mt 16,18-19). Davanti al Signore, insieme con Pietro, avete confessato: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo” (cfr Mt 16,15-16). Così cresce la Chiesa: insieme con Pietro, confessare Cristo, seguire Cristo. E facciamo questo sempre. Io sono molto grato per la vostra preghiera, che ho sentito – l’ho detto mercoledì – quasi fisicamente. Anche se adesso mi ritiro, nella preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto.

Per oggi, secondo le condizioni della mia età, non ho potuto preparare un grande, vero discorso, come ci si potrebbe aspettare; ma piuttosto penso ad una piccola chiacchierata sul Concilio Vaticano II, come io l’ho visto. Comincio con un aneddoto: io ero stato nominato nel ’59 professore all’Università di Bonn, dove studiano gli studenti, i seminaristi della diocesi di Colonia e di altre diocesi circostanti. Così, sono venuto in contatto con il Cardinale di Colonia, il Cardinale Frings. Il Cardinale Siri, di Genova – mi sembra nel ’61 – aveva organizzato una serie di conferenze di diversi Cardinali europei sul Concilio, e aveva invitato anche l’Arcivescovo di Colonia a tenere una delle conferenze, con il titolo: Il Concilio e il mondo del pensiero moderno.

Il Cardinale mi ha invitato – il più giovane dei professori – a scrivergli un progetto; il progetto gli è piaciuto e ha proposto alla gente, a Genova, il testo come io l’avevo scritto. Poco dopo, Papa Giovanni lo invita ad andare da lui e il Cardinale era pieno di timore di avere forse detto qualcosa di non corretto, di falso, e di venire citato per un rimprovero, forse anche per togliergli la porpora. Sì, quando il suo segretario lo ha vestito per l’udienza, il Cardinale ha detto: “Forse adesso porto per l’ultima volta questo abito”. Poi è entrato, Papa Giovanni gli va incontro, lo abbraccia, e dice: “Grazie, Eminenza, lei ha detto le cose che io volevo dire, ma non avevo trovato le parole”. Così, il Cardinale sapeva di essere sulla strada giusta e mi ha invitato ad andare con lui al Concilio, prima come suo esperto personale; poi, nel corso del primo periodo – mi pare nel novembre ’62 – sono stato nominato anche perito ufficiale del Concilio.

Allora, noi siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C’era un’aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa, perché la Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano già un po’ ridotte, ma ancora sufficienti. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si riduceva, che sembrava piuttosto una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento, speravamo che questa relazione si rinnovasse, cambiasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza del domani e forza dell’oggi. E sapevamo che la relazione tra la Chiesa e il periodo moderno, fin dall’inizio, era un po’ contrastante, cominciando con l’errore della Chiesa nel caso di Galileo Galilei; si pensava di correggere questo inizio sbagliato e di trovare di nuovo l’unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell’umanità, per aprire il vero progresso. Così, eravamo pieni di speranza, di entusiasmo, e anche di volontà di fare la nostra parte per questa cosa. Mi ricordo che un modello negativo era considerato il Sinodo Romano. Si disse – non so se sia vero – che avessero letto i testi preparati, nella Basilica di San Giovanni, e che i membri del Sinodo avessero acclamato, approvato applaudendo, e così si sarebbe svolto il Sinodo. I Vescovi dissero: No, non facciamo così. Noi siamo Vescovi, siamo noi stessi soggetto del Sinodo; non vogliamo soltanto approvare quanto è stato fatto, ma vogliamo essere noi il soggetto, i portatori del Concilio. Così anche il Cardinale Frings, che era famoso per la fedeltà assoluta, quasi scrupolosa, al Santo Padre, in questo caso disse: Qui siamo in altra funzione. Il Papa ci ha convocati per essere come Padri, per essere Concilio ecumenico, un soggetto che rinnovi la Chiesa. Così vogliamo assumere questo nostro ruolo.

Il primo momento, nel quale questo atteggiamento si è mostrato, è stato subito il primo giorno. Erano state previste, per questo primo giorno, le elezioni delle Commissioni ed erano state preparate, in modo – si cercava – imparziale, le liste, i nominativi; e queste liste erano da votare. Ma subito i Padri dissero: No, non vogliamo semplicemente votare liste già fatte. Siamo noi il soggetto. Allora, si sono dovute spostare le elezioni, perché i Padri stessi volevano conoscersi un po’, volevano loro stessi preparare delle liste. E così è stato fatto. I Cardinali Liénart di Lille, il Cardinale Frings di Colonia avevano pubblicamente detto: Così no. Noi vogliamo fare le nostre liste ed eleggere i nostri candidati. Non era un atto rivoluzionario, ma un atto di coscienza, di responsabilità da parte dei Padri conciliari.

Così cominciava una forte attività per conoscersi, orizzontalmente, gli uni gli altri, cosa che non era a caso. Al “Collegio dell’Anima”, dove abitavo, abbiamo avuto molte visite: il Cardinale era molto conosciuto, abbiamo visto Cardinali di tutto il mondo. Mi ricordo bene la figura alta e snella di mons. Etchegaray, che era Segretario della Conferenza Episcopale Francese, degli incontri con Cardinali, eccetera. E questo era tipico, poi, per tutto il Concilio: piccoli incontri trasversali. Così ho conosciuto grandi figure come Padre de Lubac, Daniélou, Congar, eccetera. Abbiamo conosciuto vari Vescovi; mi ricordo particolarmente del Vescovo Elchinger di Strasburgo, eccetera. E questa era già un’esperienza dell’universalità della Chiesa e della realtà concreta della Chiesa, che non riceve semplicemente imperativi dall’alto, ma insieme cresce e va avanti, sempre sotto la guida – naturalmente – del Successore di Pietro.

Tutti, come ho detto, venivano con grandi aspettative; non era mai stato realizzato un Concilio di queste dimensioni, ma non tutti sapevano come fare. I più preparati, diciamo quelli con intenzioni più definite, erano l’episcopato francese, tedesco, belga, olandese, la cosiddetta “alleanza renana”. E, nella prima parte del Concilio, erano loro che indicavano la strada; poi si è velocemente allargata l’attività e tutti sempre più hanno partecipato nella creatività del Concilio. I francesi ed i tedeschi avevano diversi interessi in comune, anche con sfumature abbastanza diverse. La prima, iniziale, semplice – apparentemente semplice – intenzione era la riforma della liturgia, che era già cominciata con Pio XII, il quale aveva già riformato la Settimana Santa; la seconda, l’ecclesiologia; la terza, la Parola di Dio, la Rivelazione; e, infine, anche l’ecumenismo. I francesi, molto più che i tedeschi, avevano ancora il problema di trattare la situazione delle relazioni tra la Chiesa e il mondo.

Cominciamo con il primo. Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia.

Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. “Operi Dei nihil praeponatur”: questa parola della Regola di san Benedetto (cfr 43,3) appare così come la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di Provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione. Adesso non vorrei entrare nei dettagli della discussione, ma vale la pena sempre tornare, oltre le attuazioni pratiche, al Concilio stesso, alla sua profondità e alle sue idee essenziali.

Ve n’erano, direi, diverse: soprattutto il Mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, e quindi della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Risurrezione. Sempre di nuovo cominciamo il nostro tempo con la Risurrezione, con l’incontro con il Risorto, e dall’incontro con il Risorto andiamo al mondo. In questo senso, è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio; interiormente dobbiamo tenere presente questo: che è l’inizio, l’inizio della Creazione, è l’inizio della ricreazione nella Chiesa, incontro con il Creatore e con Cristo Risorto. Anche questo duplice contenuto della domenica è importante: è il primo giorno, cioè festa della Creazione, noi stiamo sul fondamento della Creazione, crediamo nel Dio Creatore; e incontro con il Risorto, che rinnova la Creazione; il suo vero scopo è creare un mondo che è risposta all’amore di Dio.

Poi c’erano dei principi: l’intelligibilità, invece di essere rinchiusi in una lingua non conosciuta, non parlata, ed anche la partecipazione attiva. Purtroppo, questi principi sono stati anche male intesi. Intelligibilità non vuol dire banalità, perché i grandi testi della liturgia – anche se parlati, grazie a Dio, in lingua materna – non sono facilmente intelligibili, hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano perché cresca ed entri sempre più in profondità nel mistero e così possa comprendere. Ed anche la Parola di Dio – se penso giorno per giorno alla lettura dell’Antico Testamento, anche alla lettura delle Epistole paoline, dei Vangeli: chi potrebbe dire che capisce subito solo perché è nella propria lingua? Solo una formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità ed una partecipazione che è più di una attività esteriore, che è un entrare della persona, del mio essere, nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo.

Secondo tema: la Chiesa. Sappiamo che il Concilio Vaticano I era stato interrotto a causa della guerra tedesco-francese e così è rimasto con una unilateralità, con un frammento, perché la dottrina sul primato – che è stata definita, grazie a Dio, in quel momento storico per la Chiesa, ed è stata molto necessaria per il tempo seguente – era soltanto un elemento in un’ecclesiologia più vasta, prevista, preparata. Così era rimasto il frammento. E si poteva dire: se il frammento rimane così come è, tendiamo ad una unilateralità: la Chiesa sarebbe solo il primato. Quindi già dall’inizio c’era questa intenzione di completare l’ecclesiologia del Vaticano I, in una data da trovare, per una ecclesiologia completa. Anche qui le condizioni sembravano molto buone perché, dopo la Prima Guerra Mondiale, era rinato il senso della Chiesa in modo nuovo. Romano Guardini disse: “Nelle anime comincia a risvegliarsi la Chiesa”, e un vescovo protestante parlava del “secolo della Chiesa”. Veniva ritrovato, soprattutto, il concetto, che era previsto anche dal Vaticano I, del Corpo Mistico di Cristo. Si voleva dire e capire che la Chiesa non è un’organizzazione, qualcosa di strutturale, giuridico, istituzionale – anche questo -, ma è un organismo, una realtà vitale, che entra nella mia anima, così che io stesso, proprio con la mia anima credente, sono elemento costruttivo della Chiesa come tale. In questo senso, Pio XII aveva scritto l’Enciclica Mystici Corporis Christi, come un passo verso un completamento dell’ecclesiologia del Vaticano I.

Direi che la discussione teologica degli anni ’30-’40, anche ’20, era completamente sotto questo segno della parola “Mystici Corporis”. Fu una scoperta che ha creato tanta gioia in quel tempo ed anche in questo contesto è cresciuta la formula: Noi siamo la Chiesa, la Chiesa non è una struttura; noi stessi cristiani, insieme, siamo tutti il Corpo vivo della Chiesa. E, naturalmente, questo vale nel senso che noi, il vero “noi” dei credenti, insieme con l’”Io” di Cristo, è la Chiesa; ognuno di noi, non “un noi”, un gruppo che si dichiara Chiesa. No: questo “noi siamo Chiesa” esige proprio il mio inserimento nel grande “noi” dei credenti di tutti i tempi e luoghi. Quindi, la prima idea: completare l’ecclesiologia in modo teologico, ma proseguendo anche in modo strutturale, cioè: accanto alla successione di Pietro, alla sua funzione unica, definire meglio anche la funzione dei Vescovi, del Corpo episcopale. E, per fare questo, è stata trovata la parola “collegialità”, molto discussa, con discussioni accanite, direi, anche un po’ esagerate. Ma era la parola – forse ce ne sarebbe anche un’altra, ma serviva questa – per esprimere che i Vescovi, insieme, sono la continuazione dei Dodici, del Corpo degli Apostoli. Abbiamo detto: solo un Vescovo, quello di Roma, è successore di un determinato Apostolo, di Pietro. Tutti gli altri diventano successori degli Apostoli entrando nel Corpo che continua il Corpo degli Apostoli. Così proprio il Corpo dei Vescovi, il collegio, è la continuazione del Corpo dei Dodici, ed ha così la sua necessità, la sua funzione, i suoi diritti e doveri. Appariva a molti come una lotta per il potere, e forse qualcuno anche ha pensato al suo potere, ma sostanzialmente non si trattava di potere, ma della complementarietà dei fattori e della completezza del Corpo della Chiesa con i Vescovi, successori degli Apostoli, come elementi portanti; ed ognuno di loro è elemento portante della Chiesa, insieme con questo grande Corpo.

Questi erano, diciamo, i due elementi fondamentali e, nella ricerca di una visione teologica completa dell’ecclesiologia, nel frattempo, dopo gli anni ’40, negli anni ’50, era già nata un po’ di critica nel concetto di Corpo di Cristo: “mistico” sarebbe troppo spirituale, troppo esclusivo; era stato messo in gioco allora il concetto di “Popolo di Dio”. E il Concilio, giustamente, ha accettato questo elemento, che nei Padri è considerato come espressione della continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Nel testo del Nuovo Testamento, la parola “Laos tou Theou”, corrispondente ai testi dell’Antico Testamento, significa – mi sembra con solo due eccezioni – l’antico Popolo di Dio, gli ebrei che, tra i popoli, “goim”, del mondo, sono “il” Popolo di Dio. E gli altri, noi pagani, non siamo di per sé il Popolo di Dio, diventiamo figli di Abramo, e quindi Popolo di Dio entrando in comunione con il Cristo, che è l’unico seme di Abramo. Ed entrando in comunione con Lui, essendo uno con Lui, siamo anche noi Popolo di Dio. Cioè: il concetto “Popolo di Dio” implica continuità dei Testamenti, continuità della storia di Dio con il mondo, con gli uomini, ma implica anche l’elemento cristologico. Solo tramite la cristologia diveniamo Popolo di Dio e così si combinano i due concetti. Ed il Concilio ha deciso di creare una costruzione trinitaria dell’ecclesiologia: Popolo di Dio Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo.

Ma solo dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto, anche nel Concilio stesso, e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo, è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica. Qui diventiamo Corpo di Cristo; cioè la relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova realtà: la comunione. E dopo il Concilio è stato scoperto, direi, come il Concilio, in realtà, abbia trovato, abbia guidato a questo concetto: la comunione come concetto centrale. Direi che, filologicamente, nel Concilio esso non è ancora totalmente maturo, ma è frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa, comunione nelle diverse dimensioni: comunione con il Dio Trinitario – che è Egli stesso comunione tra Padre, Figlio e Spirito Santo -, comunione sacramentale, comunione concreta nell’episcopato e nella vita della Chiesa.

Ancora più conflittuale era il problema della Rivelazione. Qui si trattava della relazione tra Scrittura e Tradizione, e qui erano interessati soprattutto gli esegeti per una maggiore libertà; essi si sentivano un po’ – diciamo – in una situazione di inferiorità nei confronti dei protestanti, che facevano le grandi scoperte, mentre i cattolici si sentivano un po’ “handicappati” dalla necessità di sottomettersi al Magistero. Qui, quindi, era in gioco una lotta anche molto concreta: quale libertà hanno gli esegeti? Come si legge bene la Scrittura? Che cosa vuol dire Tradizione? Era una battaglia pluridimensionale che adesso non posso mostrare, ma importante è che certamente la Scrittura è la Parola di Dio e la Chiesa sta sotto la Scrittura, obbedisce alla Parola di Dio, e non sta al di sopra della Scrittura. E tuttavia, la Scrittura è Scrittura soltanto perché c’è la Chiesa viva, il suo soggetto vivo; senza il soggetto vivo della Chiesa, la Scrittura è solo un libro e apre, si apre a diverse interpretazioni e non dà un’ultima chiarezza.

Qui, la battaglia – come ho detto – era difficile, e fu decisivo un intervento di Papa Paolo VI. Questo intervento mostra tutta la delicatezza del padre, la sua responsabilità per l’andamento del Concilio, ma anche il suo grande rispetto per il Concilio. Era nata l’idea che la Scrittura è completa, vi si trova tutto; quindi non si ha bisogno della Tradizione, e perciò il Magistero non ha niente da dire. Allora, il Papa ha trasmesso al Concilio mi sembra 14 formule di una frase da inserire nel testo sulla Rivelazione e ci dava, dava ai Padri, la libertà di scegliere una delle 14 formule, ma disse: una deve essere scelta, per rendere completo il testo. Io mi ricordo, più o meno, della formula “non omnis certitudo de veritatibus fidei potest sumi ex Sacra Scriptura”, cioè la certezza della Chiesa sulla fede non nasce soltanto da un libro isolato, ma ha bisogno del soggetto Chiesa illuminato, portato dallo Spirito Santo. Solo così poi la Scrittura parla ed ha tutta la sua autorevolezza. Questa frase che abbiamo scelto nella Commissione dottrinale, una delle 14 formule, è decisiva, direi, per mostrare l’indispensabilità, la necessità della Chiesa, e così capire che cosa vuol dire Tradizione, il Corpo vivo nel quale vive dagli inizi questa Parola e dal quale riceve la sua luce, nel quale è nata. Già il fatto del Canone è un fatto ecclesiale: che questi scritti siano la Scrittura risulta dall’illuminazione della Chiesa, che ha trovato in sé questo Canone della Scrittura; ha trovato, non creato, e sempre e solo in questa comunione della Chiesa viva si può anche realmente capire, leggere la Scrittura come Parola di Dio, come Parola che ci guida nella vita e nella morte.

Come ho detto, questa era una lite abbastanza difficile, ma grazie al Papa e grazie – diciamo – alla luce dello Spirito Santo, che era presente nel Concilio, è stato creato un documento che è uno dei più belli e anche innovativi di tutto il Concilio, e che deve essere ancora molto più studiato. Perché anche oggi l’esegesi tende a leggere la Scrittura fuori dalla Chiesa, fuori dalla fede, solo nel cosiddetto spirito del metodo storico-critico, metodo importante, ma mai così da poter dare soluzioni come ultima certezza; solo se crediamo che queste non sono parole umane, ma sono parole di Dio, e solo se vive il soggetto vivo al quale ha parlato e parla Dio, possiamo interpretare bene la Sacra Scrittura. E qui – come ho detto nella prefazione del mio libro su Gesù (cfr vol. I) – c’è ancora molto da fare per arrivare ad una lettura veramente nello spirito del Concilio. Qui l’applicazione del Concilio ancora non è completa, ancora è da fare.

E, infine, l’ecumenismo. Non vorrei entrare adesso in questi problemi, ma era ovvio – soprattutto dopo le “passioni” dei cristiani nel tempo del nazismo – che i cristiani potessero trovare l’unità, almeno cercare l’unità, ma era chiaro anche che solo Dio può dare l’unità. E siamo ancora in questo cammino. Ora, con questi temi, l’”alleanza renana” – per così dire – aveva fatto il suo lavoro.

La seconda parte del Concilio è molto più ampia. Appariva, con grande urgenza, il tema: mondo di oggi, epoca moderna, e Chiesa; e con esso i temi della responsabilità per la costruzione di questo mondo, della società, responsabilità per il futuro di questo mondo e speranza escatologica, responsabilità etica del cristiano, dove trova le sue guide; e poi libertà religiosa, progresso, e relazione con le altre religioni. In questo momento, sono entrate in discussione realmente tutte le parti del Concilio, non solo l’America, gli Stati Uniti, con un forte interesse per la libertà religiosa. Nel terzo periodo questi hanno detto al Papa: Noi non possiamo tornare a casa senza avere, nel nostro bagaglio, una dichiarazione sulla libertà religiosa votata dal Concilio. Il Papa, tuttavia, ha avuto la fermezza e la decisione, la pazienza di portare il testo al quarto periodo, per trovare una maturazione ed un consenso abbastanza completi tra i Padri del Concilio. Dico: non solo gli americani sono entrati con grande forza nel gioco del Concilio, ma anche l’America Latina, sapendo bene della miseria del popolo, di un continente cattolico, e della responsabilità della fede per la situazione di questi uomini. E così anche l’Africa, l’Asia, hanno visto la necessità del dialogo interreligioso; sono cresciuti problemi che noi tedeschi – devo dire – all’inizio, non avevamo visto. Non posso adesso descrivere tutto questo. Il grande documento “Gaudium et spes” ha analizzato molto bene il problema tra escatologia cristiana e progresso mondano, tra responsabilità per la società di domani e responsabilità del cristiano davanti all’eternità, e così ha anche rinnovato l’etica cristiana, le fondamenta. Ma, diciamo inaspettatamente, è cresciuto, al di fuori di questo grande documento, un documento che rispondeva in modo più sintetico e più concreto alle sfide del tempo, e cioè la “Nostra aetate”. Dall’inizio erano presenti i nostri amici ebrei, che hanno detto, soprattutto a noi tedeschi, ma non solo a noi, che dopo gli avvenimenti tristi di questo secolo nazista, del decennio nazista, la Chiesa cattolica deve dire una parola sull’Antico Testamento, sul popolo ebraico. Hanno detto: anche se è chiaro che la Chiesa non è responsabile della Shoah, erano cristiani, in gran parte, coloro che hanno commesso quei crimini; dobbiamo approfondire e rinnovare la coscienza cristiana, anche se sappiamo bene che i veri credenti sempre hanno resistito contro queste cose. E così era chiaro che la relazione con il mondo dell’antico Popolo di Dio dovesse essere oggetto di riflessione. Si capisce anche che i Paesi arabi – i Vescovi dei Paesi arabi – non fossero felici di questa cosa: temevano un po’ una glorificazione dello Stato di Israele, che non volevano, naturalmente. Dissero: Bene, un’indicazione veramente teologica sul popolo ebraico è buona, è necessaria, ma se parlate di questo, parlate anche dell’Islam; solo così siamo in equilibrio; anche l’Islam è una grande sfida e la Chiesa deve chiarire anche la sua relazione con l’Islam. Una cosa che noi, in quel momento, non abbiamo tanto capito, un po’, ma non molto. Oggi sappiamo quanto fosse necessario.

Quando abbiamo incominciato a lavorare anche sull’Islam, ci hanno detto: Ma ci sono anche altre religioni del mondo: tutta l’Asia! Pensate al Buddismo, all’Induismo…. E così, invece di una Dichiarazione inizialmente pensata solo sull’antico Popolo di Dio, si è creato un testo sul dialogo interreligioso, anticipando quanto solo trent’anni dopo si è mostrato in tutta la sua intensità e importanza. Non posso entrare adesso in questo tema, ma se si legge il testo, si vede che è molto denso e preparato veramente da persone che conoscevano le realtà, e indica brevemente, con poche parole, l’essenziale. Così anche il fondamento di un dialogo, nella differenza, nella diversità, nella fede sull’unicità di Cristo, che è uno, e non è possibile, per un credente, pensare che le religioni siano tutte variazioni di un tema. No, c’è una realtà del Dio vivente che ha parlato, ed è un Dio, è un Dio incarnato, quindi una Parola di Dio, che è realmente Parola di Dio. Ma c’è l’esperienza religiosa, con una certa luce umana della creazione, e quindi è necessario e possibile entrare in dialogo, e così aprirsi l’uno all’altro e aprire tutti alla pace di Dio, di tutti i suoi figli, di tutta la sua famiglia.

Quindi, questi due documenti, libertà religiosa e “Nostra aetate”, connessi con “Gaudium et spes” sono una trilogia molto importante, la cui importanza si è mostrata solo nel corso dei decenni, e ancora stiamo lavorando per capire meglio questo insieme tra unicità della Rivelazione di Dio, unicità dell’unico Dio incarnato in Cristo, e la molteplicità delle religioni, con le quali cerchiamo la pace e anche il cuore aperto per la luce dello Spirito Santo, che illumina e guida a Cristo.

Vorrei adesso aggiungere ancora un terzo punto: c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via.

Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Ed è nostro compito, proprio in questo Anno della fede, cominciando da questo Anno della fede, lavorare perché il vero Concilio, con la sua forza dello Spirito Santo, si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa. Speriamo che il Signore ci aiuti. Io, ritirato con la mia preghiera, sarò sempre con voi, e insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: Vince il Signore! Grazie!

Grazie a Lei, Beatissimo Padre!
Devotamente,
Suo Karl Heinz


 (Contributo inviatoci da Karl Heinz Treetball)

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15. Ultime dalle Stanze vaticane. Ernst von Freyberg è il nuovo presidente dello Ior

Due noticine:
1) Questa mattina, 15 febbraio 2013, il Santo Padre Benedetto Magno ha ricevuto nella Sala dei Papi i membri dell’Associazione “Pro Petri Sede” del Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, che offrono aiuti economici per le necessità della Santa Sede.
Il Santo Padre ha detto nel suo discorso che l’Anno della Fede “ci invita a un’autentica conversione a nostro Signore Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. Accogliendo con la fede la rivelazione e l’amore salvifico di Dio nella nostra vita, tutta la nostra esistenza è chiamata a modellarsi sulla novità radicale introdotta nel mondo dalla Risurrezione di Cristo. La fede è una realtà viva che bisogna incessantemente scoprire e approfondire affinché essa possa accrescersi”.
La fede, ha concluso il Papa, “deve orientare lo sguardo e l’azione del cristiano, perché la fede è un nuovo criterio d’intelligenza e di azione che cambia tutta la vita dell’uomo. Come ho avuto occasione di dire nella Lettera Apostolica ‘Porta fidei’, ‘L’Anno della fede’ è un’occasione propizia per intensificare la testimonianza della carità. ‘La fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede è un sentimento alla costante mercé del dubbio. Fede e carità sono necessarie l’una all’altra, in modo che l’una permette all’altra di seguire il proprio cammino”.
2) Un comunicato emesso questa mattina informa che la Commissione Cardinalizia di Vigilanza dell’Istituto per le Opere di Religione (I.O.R.) ha provveduto alla nomina, a norma degli Statuti, del nuovo Presidente del Consiglio di Sovrintendenza nella persona dell’Avv. Ernst von Freyberg. Gli altri quattro Membri del Consiglio di Sovrintendenza mantengono il loro incarico.
“Tale decisione è il risultato di profonda valutazione e di diverse interviste che la Commissione Cardinalizia ha compiuto, sempre con il supporto del Consiglio di Sovrintendenza. Si è trattato di un percorso di alcuni mesi, meticoloso e articolato, che ha permesso di valutare numerosi profili di alto livello professionale e morale, anche con l’assistenza di un’Agenzia internazionale indipendente, leader nella selezione di alti dirigenti d’impresa”.
“Il Santo Padre che ha seguito da vicino l’intero processo di selezione e di scelta del nuovo Presidente del Consiglio di Sovrintendenza dell’I.O.R., ha espresso il Suo pieno consenso alla decisione della Commissione Cardinalizia”.

Curriculum vitae di Ernst von Freyberg: nato in Germania nel 1958.
1978-1985: Studi di diritto presso le Università di Münich e Bonn.
1986-1987 Verwaltungshochschule Speyer.
1988 ammissione all’Ordine degli Avvocati a Landgericht Ulm e secondo esame di diritto a Oberlandesgericht Stuttgart.
1988-1991: TCR Europe Limited (Bemberg Group), Three City Research Inc. (Bemberg Group), Associato.
1991-2012 Fondatore e CEO di Daiwa Corporate Advisory GmbH.
2012 fino al presente Blohm+Voss Group, Hamburg, Germania, Presidente.

L’Avvocato von Freyberg è un membro attivo del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta e corresponsabile dell’Associazione dei. pellegrinaggi a Lourdes dell’Arcidiocesi di Berlino. È fondatore e membro della Freyberg Stiftung sin dalla creazione nel 2009. La Fondazione sostiene tre organizzazioni cattoliche in Francia, Germania e Austria, la Freiligrath Schule (scuola elementare in Frankfurt) e mette a disposizione borse di studio. Il Dottor von Freyberg è un membro del Consiglio di amministrazione della Flossbach von Storch AG, una società di gestione di fondi con sede a Colonia, che ha un attivo di 8 milioni di euro. È anche membro della Direzione della Manpower GmbH, impresa di lavoro temporaneo con entrate di 600 milioni di euro e 22.000 impiegati in Germania.


  (Contributo inviatoci da Kamella Scemì)

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16. Benedetto XVI, Angelus (Piazza san Pietro, domenica 17 febbraio 2013

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Cari fratelli e sorelle!

mercoledì scorso, con il tradizionale Rito delle Ceneri, siamo entrati nella Quaresima, tempo di conversione e di penitenza in preparazione alla Pasqua. La Chiesa, che è madre e maestra, chiama tutti i suoi membri a rinnovarsi nello spirito, a ri-orientarsi decisamente verso Dio, rinnegando l’orgoglio e l’egoismo per vivere nell’amore. In questo Anno della fede la Quaresima è un tempo favorevole per riscoprire la fede in Dio come criterio-base della nostra vita e della vita della Chiesa. Ciò comporta sempre una lotta, un combattimento spirituale, perché lo spirito del male naturalmente si oppone alla nostra santificazione e cerca di farci deviare dalla via di Dio. Per questo, nella prima domenica di Quaresima, viene proclamato ogni anno il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto.

Gesù infatti, dopo aver ricevuto l’“investitura” come Messia – “Unto” di Spirito Santo – al battesimo nel Giordano, fu condotto dallo stesso Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Al momento di iniziare il suo ministero pubblico, Gesù dovette smascherare e respingere le false immagini di Messia che il tentatore gli proponeva. Ma queste tentazioni sono anche false immagini dell’uomo, che in ogni tempo insidiano la coscienza, travestendosi da proposte convenienti ed efficaci, addirittura buone. Gli evangelisti Matteo e Luca presentano tre tentazioni di Gesù, diversificandosi in parte solo per l’ordine. Il loro nucleo centrale consiste sempre nello strumentalizzare Dio per i propri interessi, dando più importanza al successo o ai beni materiali. Il tentatore è subdolo: non spinge direttamente verso il male, ma verso un falso bene, facendo credere che le vere realtà sono il potere e ciò che soddisfa i bisogni primari. In questo modo, Dio diventa secondario, si riduce a un mezzo, in definitiva diventa irreale, non conta più, svanisce. In ultima analisi, nelle tentazioni è in gioco la fede, perché è in gioco Dio. Nei momenti decisivi della vita, ma, a ben vedere, in ogni momento, siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio? L’interesse individuale oppure il vero Bene, ciò che realmente è bene?

Come ci insegnano i Padri della Chiesa, le tentazioni fanno parte della “discesa” di Gesù nella nostra condizione umana, nell’abisso del peccato e delle sue conseguenze. Una “discesa” che Gesù ha percorso sino alla fine, sino alla morte di croce e agli inferi dell’estrema lontananza da Dio. In questo modo, Egli è la mano che Dio ha teso all’uomo, alla pecorella smarrita, per riportarla in salvo. Come insegna sant’Agostino, Gesù ha preso da noi le tentazioni, per donare a noi la sua vittoria (cfr Enarr. in Psalmos, 60,3: PL 36, 724). Non abbiamo dunque paura di affrontare anche noi il combattimento contro lo spirito del male: l’importante è che lo facciamo con Lui, con Cristo, il Vincitore. E per stare con Lui rivolgiamoci alla Madre, Maria: invochiamola con fiducia filiale nell’ora della prova, e lei ci farà sentire la potente presenza del suo Figlio divino, per respingere le tentazioni con la Parola di Cristo, e così rimettere Dio al centro della nostra vita.


Dopo l’Angelus

Grazie a tutti voi!

Chers pèlerins francophones, le Carême qui vient de commencer est une invitation à donner davantage de temps à Dieu, dans la prière, la lecture de sa Parole et les sacrements. Par le jeûne nous apprendrons à ne pas négliger la véritable nourriture, spirituelle, pour résister aux tentations de l’indifférence et du laisser-aller, de l’égoïsme et de l’orgueil, de l’argent et du pouvoir. Méditons la manière dont Jésus a surmonté les tentations et demandons-lui la force de lutter contre le mal. Que ce Carême soit pour chacun le chemin d’une authentique conversion à Dieu et un temps de partage intense de notre foi en Jésus Christ ! Je vous remercie de votre prière et je vous demande de m’accompagner spirituellement durant les Exercices spirituels qui commenceront ce soir. Je vous bénis tous de grand cœur.

I greet all the English-speaking visitors and pilgrims present for today’s Angelus.  Today we contemplate Christ in the desert, fasting, praying, and being tempted.  As we begin our Lenten journey, we join him and we ask him to give us strength to fight our weaknesses.  Let me also thank you for the prayers and support you have shown me in these days.  May God bless all of you!

Von Herzen heiße ich alle deutschsprachigen Pilger willkommen. Die Lesungen und das Evangelium des heutigen Sonntags stellen uns vor Augen, daß der Mensch sich oft unwürdig und bedürftig empfindet, wenn er Gott gegenübersteht. Und er ist es ja auch. Aber der Herr kommt dem Sünder entgegen und erneuert ihn. Suchen wir immer wieder die Begegnung mit Christus, aus der wir Nahrung und Orientierung für unsere Aufgaben in der Welt schöpfen können. Ich danke euch vor allem für die zahlreichen Beweise eurer Verbundenheit und für euer Gebet in diesen für mich schwierigen Tagen. Ich bitte euch, mir und der Römischen Kurie besonders in der heute beginnenden Woche nahe zu sein, während wir unsere alljährlichen Exerzitien halten. Der Heilige Geist begleite uns alle auf unserem geistlichen Weg in der Fastenzeit.  

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular al grupo del Colegio sacerdotal argentino de Roma. En esta Cuaresma pidamos al Señor que la contemplación de los misterios de su pasión, muerte y resurrección nos ayude a seguirlo más de cerca. Al mismo tiempo, de corazón agradezco a todos su oración y afecto en estos días. Os suplico que continuéis rezando por mí y por el próximo Papa, así como por los Ejercicios espirituales, que empezaré esta tarde junto a los miembros de la Curia Romana. Llenos de fe y esperanza, encomendemos la Iglesia a la maternal protección de María Santísima. Muchas gracias.

Drodzy Polacy, serdecznie pozdrawiam was wszystkich, którzy uczestniczycie w modlitwie Anioł Pański. Dziękuję bardzo za modlitewne wsparcie i duchową bliskość w tych szczególnych dniach dla Kościoła i dla mnie. Dzisiejsza Ewangelia ukazuje nam Chrystusa, kuszonego na pustyni przez szatana. Umocnieni łaską Bożego Syna umiejmy zwyciężać zło, zerwać z grzechem, służyć tylko Bogu samemu. Waszym modlitwom polecam rekolekcje, które dzisiaj rozpoczniemy w Watykanie. Z serca wam błogosławię.

[Cari Polacchi, saluto cordialmente voi tutti che partecipate a questa preghiera dell’Angelus. Vi ringrazio tanto per il vostro orante sostegno e la vicinanza spirituale in questi giorni particolari per la Chiesa e per me. Il Vangelo di oggi ci fa contemplare Gesù tentato da satana nel deserto. Confortati dalla grazia del Figlio di Dio, cerchiamo di combattere contro il male, di rompere con il peccato, di servire Dio soltanto. Raccomando alle vostre preghiere gli Esercizi spirituali in Vaticano che inizieremo questa sera. Vi benedico di cuore.]

Un caloroso saluto infine ai pellegrini di lingua italiana. Grazie a voi! Grazie di essere venuti così numerosi! Grazie! La vostra presenza è un segno dell’affetto e della vicinanza spirituale che mi state manifestando in questi giorni. Vi sono profondamente grato! Saluto in particolare l’Amministrazione di Roma Capitale, guidata dal Sindaco, e con lui saluto e ringrazio tutti gli abitanti di questa amata Città di Roma. Saluto i fedeli della diocesi di Verona, quelli di Nettuno, di Massannunziata e della parrocchia romana di Santa Maria Janua Coeli, come pure i ragazzi di Seregno e di Brescia. A tutti auguro una buona domenica e un buon cammino di Quaresima. Questa sera inizierò la settimana di Esercizi spirituali: rimaniamo uniti nella preghiera. Buona settimana per tutti voi. Grazie!


 (Contributo inviatoci da Karl Heinz Treetball)

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17. Benedetto XVI, Conclusione degli Esercizi spirituali della Curia romana, 23 febbraio 2013

Cari Fratelli,
Cari Amici!

Alla fine di questa settimana spiritualmente così densa, rimane solo una parola: grazie! Grazie a voi per questa comunità orante in ascolto, che mi ha accompagnato in questa settimana. Grazie, soprattutto, a Lei, Eminenza, per queste “camminate” così belle nell’universo della fede, nell’universo dei Salmi. Siamo rimasti affascinati dalla ricchezza, dalla profondità, dalla bellezza di questo universo della fede e rimaniamo grati perché la Parola di Dio ci ha parlato in nuovo modo, con nuova forza.

“Arte di credere, arte di pregare” era il filo conduttore. Mi è venuto in mente il fatto che i teologi medievali hanno tradotto la parola “logos” non solo con “verbum”, ma anche con “ars”: “verbum” e “ars” sono intercambiabili. Solo nelle due insieme appare, per i teologi medievali, tutto il significato della parola “logos”. Il “Logos” non è solo una ragione matematica: il “Logos” ha un cuore, il “Logos” è anche amore. La verità è bella, verità e bellezza vanno insieme: la bellezza è il sigillo della verità.

E tuttavia Lei, partendo dai Salmi e dalla nostra esperienza di ogni giorno, ha anche fortemente sottolineato che il “molto bello” del sesto giorno – espresso dal Creatore – è permanentemente contraddetto, in questo mondo, dal male, dalla sofferenza, dalla corruzione. E sembra quasi che il maligno voglia permanentemente sporcare la creazione, per contraddire Dio e per rendere irriconoscibile la sua verità e la sua bellezza. In un mondo così marcato anche dal male, il “Logos”, la Bellezza eterna e l’“Ars” eterna, deve apparire come “caput cruentatum”. Il Figlio incarnato, il “Logos” incarnato, è coronato con una corona di spine; e tuttavia proprio così, in questa figura sofferente del Figlio di Dio, cominciamo a vedere la bellezza più profonda del nostro Creatore e Redentore; possiamo, nel silenzio della “notte oscura”, ascoltare tuttavia la Parola. Credere non è altro che, nell’oscurità del mondo, toccare la mano di Dio e così, nel silenzio, ascoltare la Parola, vedere l’Amore.

Eminenza, grazie per tutto e facciamo ancora “camminate”, ulteriormente, in questo misterioso universo della fede, per essere sempre più capaci di orare, di pregare, di annunciare, di essere testimoni della verità, che è bella, che è amore.

Alla fine, cari amici, vorrei ringraziare tutti voi, e non solo per questa settimana, ma per questi otto anni, in cui avete portato con me, con grande competenza, affetto, amore, fede, il peso del ministero petrino. Rimane in me questa gratitudine e anche se adesso finisce l’ “esteriore”, “visibile” comunione – come ha detto il Cardinale Ravasi – rimane la vicinanza spirituale, rimane una profonda comunione nella preghiera. In questa certezza andiamo avanti, sicuri della vittoria di Dio, sicuri della verità della bellezza e dell’amore.

Grazie a tutti voi


 (Contributo inviatoci da Karl Heinz Treetball)

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18. Benedetto XVI, Lettera al cardinale Gianfranco Ravasi, Predicatore degli Esercizi spirituali

Al Venerato Fratello
Cardinale GIANFRANCO RAVASI
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Desidero con tutto il cuore, Venerato Fratello, manifestarLe la mia profonda gratitudine per il servizio da Lei reso a me ed alla Curia Romana proponendo le meditazioni degli Esercizi spirituali. All’inizio della Quaresima, la settimana degli Esercizi costituisce un tempo ancora più intenso di silenzio e di preghiera, e il tema di quest’anno – appunto il dialogo tra Dio e l’uomo nella preghiera salmica – ci è stato di particolare aiuto: appena entrati, per così dire, nel deserto sulle orme di Gesù, abbiamo potuto attingere alla sorgente di acqua purissima e abbondante della Parola di Dio, che Ella ci ha guidato ad attingere dal Libro dei Salmi, il luogo biblico per eccellenza in cui la Parola si fa preghiera.

Ricco della Sua scienza e della Sua esperienza, Lei ha proposto un itinerario suggestivo attraverso il Salterio, seguendo un duplice movimento: ascendente e discendente. I Salmi infatti orientano anzitutto verso il Volto di Dio, verso il mistero in cui la mente umana naufraga, ma che la stessa Parola divina permette di cogliere secondo i diversi profili in cui Dio stesso si è rivelato. E, al tempo stesso, proprio nella luce che promana dal Volto di Dio, la preghiera salmica ci fa guardare al volto dell’uomo, per riconoscere in verità le sue gioie e i suoi dolori, le sue angosce e le sue speranze.

In questo modo, caro Signor Cardinale, la Parola di Dio, mediata dall’ars orandi antica e sempre nuova del Popolo ebraico e della Chiesa, ci ha permesso di rinnovare l’ars credendi: un’esigenza sollecitata dall’Anno della fede e resa ancora più necessaria dal particolare momento che io personalmente e la Sede Apostolica stiamo vivendo. Il Successore di Pietro e i suoi Collaboratori sono chiamati a dare alla Chiesa e al mondo una chiara testimonianza di fede, e questo è possibile soltanto grazie ad una profonda e stabile immersione nel dialogo con Dio. Ai molti che anche oggi domandano: «Chi ci farà vedere il bene?», possono rispondere quanti riflettono sul loro volto e con la loro vita la luce del volto di Dio (cfr. Sal 4,7).

Il Signore saprà, Venerato Fratello, ricompensarLa per questo impegno, che Ella ha così brillantemente assolto. Da parte mia Le assicuro il ricordo sempre riconoscente nella preghiera per la Sua persona e per il Suo servizio ecclesiale, mentre con affetto Le rinnovo la Benedizione Apostolica, estendendola volentieri a quanti Le sono cari.

Dal Vaticano, 23 febbraio 2013


 (Contributo inviatoci da Karl Heinz Treetball)

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19. Comunicato della Segreteria di Stato

La libertà del Collegio cardinalizio, al quale spetta di provvedere, a norma del diritto, all’elezione del Romano Pontefice, è sempre stata strenuamente difesa dalla Santa Sede, quale garanzia di una scelta che fosse basata su valutazioni rivolte unicamente al bene della Chiesa.
Nel corso dei secoli i cardinali hanno dovuto far fronte a molteplici forme di pressione, esercitate sui singoli elettori e sullo stesso Collegio, che avevano come fine quello di condizionarne le decisioni, piegandole a logiche di tipo politico o mondano.
Se in passato sono state le cosiddette potenze, cioè gli Stati, a cercare di far valere il proprio condizionamento nell’elezione del Papa, oggi si tenta di mettere in gioco il peso dell’opinione pubblica, spesso sulla base di valutazioni che non colgono l’aspetto tipicamente spirituale del momento che la Chiesa sta vivendo.
È deplorevole che, con l’approssimarsi del tempo in cui avrà inizio il conclave e i cardinali elettori saranno tenuti, in coscienza e davanti a Dio, ad esprimere in piena libertà la propria scelta, si moltiplichi la diffusione di notizie spesso non verificate, o non verificabili, o addirittura false, anche con grave danno di persone e istituzioni.
Mai come in questi momenti, i cattolici si concentrano su ciò che è essenziale: pregano per Papa Benedetto, pregano affinché lo Spirito Santo illumini il Collegio dei cardinali, pregano per il futuro Pontefice, fiduciosi che le sorti della barca di Pietro sono nelle mani di Dio.

L’Osservatore Romano, 24 febbraio 2013)


 (Contributo inviatoci da Karl Heinz Treetball)

 

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20. Benedetto XVI, Angelus (Piazza san Pietro, domenica 24 febbraio 2013

 

Cari fratelli e sorelle!

Grazie per il vostro affetto!

Oggi, seconda domenica di Quaresima, abbiamo un Vangelo particolarmente bello, quello della Trasfigurazione del Signore. L’evangelista Luca pone in particolare risalto il fatto che Gesù si trasfigurò mentre pregava: la sua è un’esperienza profonda di rapporto con il Padre durante una sorta di ritiro spirituale che Gesù vive su un alto monte in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli sempre presenti nei momenti della manifestazione divina del Maestro (Lc 5,10; 8,51; 9,28). Il Signore, che poco prima aveva preannunciato la sua morte e risurrezione (9,22), offre ai discepoli un anticipo della sua gloria. E anche nella Trasfigurazione, come nel battesimo, risuona la voce del Padre celeste: «Questi è il figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» (9,35). La presenza poi di Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti dell’antica Alleanza, è quanto mai significativa: tutta la storia dell’Alleanza è orientata a Lui, il Cristo, che compie un nuovo «esodo» (9,31), non verso la terra promessa come al tempo di Mosè, ma verso il Cielo. L’intervento di Pietro: «Maestro, è bello per noi essere qui» (9,33) rappresenta il tentativo impossibile di fermare tale esperienza mistica. Commenta sant’Agostino: «[Pietro]…sul monte…aveva Cristo come cibo dell’anima. Perché avrebbe dovuto scendere per tornare alle fatiche e ai dolori, mentre lassù era pieno di sentimenti di santo amore verso Dio e che gli ispiravano perciò una santa condotta?» (Discorso 78,3: PL 38,491).

Meditando questo brano del Vangelo, possiamo trarne un insegnamento molto importante. Innanzitutto, il primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo. Nella Quaresima impariamo a dare il giusto tempo alla preghiera, personale e comunitaria, che dà respiro alla nostra vita spirituale. Inoltre, la preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni, come sul Tabor avrebbe voluto fare Pietro, ma l’orazione riconduce al cammino, all’azione. «L’esistenza cristiana – ho scritto nel Messaggio per questa Quaresima – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio» (n. 3).

Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Grazie! Il Signore mi chiama a “salire sul monte”, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa.

 

Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Grazie! Ringraziamo il Signore per un po’ di sole che ci dona!

Je vous salue affectueusement, chers amis de langue française! En ce dimanche, je vous invite à poursuivre avec courage et détermination votre chemin de carême qui est un temps spirituel de conversion et de retour au Seigneur. Je vous remercie de tout cœur pour votre prière et pour l’affection que vous me manifestez en ces jours! Que Dieu vous bénisse ainsi que vos familles et vos communautés! Bon carême à tous!

I offer a warm greeting to all the English-speaking visitors present for this Angelus prayer, especially the Schola Cantorum of the London Oratory School. I thank everyone for the many expressions of gratitude, affection and closeness in prayer which I have received in these days.  As we continue our Lenten journey towards Easter, may we keep our eyes fixed on Jesus the Redeemer, whose glory was revealed on the mount of the Transfiguration.  Upon all of you I invoke God’s abundant blessings!

Ein herzliches „Grüß Gott“ sage ich allen Pilgern und Gästen deutscher Sprache. Das Wort an die Apostel im heutigen Evangelium von der Verklärung des Herrn gilt auch uns: „Dies ist mein auserwählter Sohn. Auf ihn sollt ihr hören“ (Lk 9,35). Die Fastenzeit lädt uns neu ein, auf Christus zu hören. Und ihn bitten wir, uns mit seinem Wort zu nähren und die Augen unseres Geistes zu reinigen, damit wir fähig werden, ihn zu sehen und in allen Traurigkeiten der Welt seine Herrlichkeit zu erkennen (vgl. Tagesgebet). So will der Herr uns umwandeln in das wirkliche Leben hinein, das nur er schenken kann, weil er selber es ist. Allen danke ich für die vielen Zeichen der Nähe und Zuneigung, vor allem für das Gebet, das ich in dieser Zeit besonders empfangen habe. Der Herr stärke uns alle mit seinem Wort und mit seiner Gnade.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, y a cuantos se unen a esta oración mariana a través de los medios de comunicación, agradeciendo también tantos testimonios de cercanía y oraciones que me han llegado en estos días. Jesús, nos dice el Evangelio de hoy, subió al monte a orar, y entonces se trasfiguró, se llenó de luz y de gloria. Manifestaba así quién era él verdaderamente, su íntima relación con Dios Padre. En el camino cuaresmal, la Transfiguración es una muestra esperanzadora del destino final al que lleva el misterio pascual de la pasión, muerte y resurrección de Cristo. Y también un signo de la luz que nos inunda y transforma cuando rezamos con corazón sincero. Que la Santísima Virgen María nos siga llevando de su mano hacia su divino Hijo. Muchas gracias, y feliz domingo a todos.

Queridos peregrinos de língua portuguesa que viestes rezar comigo o Angelus: obrigado pela vossa presença e todas as manifestações de afeto e solidariedade, em particular pelas orações com que me estais acompanhando nestes dias. Que o bom Deus vos cumule de todas as bênçãos.

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Dziękuję wam za pamięć i dowody bliskości, które otrzymuję od was w tych dniach, a szczególnie za modlitwy. Ewangelia dzisiejsza prowadzi nas na Górę Tabor, gdzie Chrystus odsłonił wobec uczniów blask swego Bóstwa i upewnił, że przez cierpienie i krzyż możemy dojść do chwały zmartwychwstania. Umiejmy dostrzec Jego obecność, chwałę i Bóstwo w życiu Kościoła, w kontemplacji i w codziennych zdarzeniach. Z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Vi ringrazio del ricordo e della manifestazione di benevolenza che da voi ricevo in questi giorni e in modo particolare per le preghiere. Il Vangelo di oggi ci conduce sul monte Tabor, dove Cristo ha svelato davanti i discepoli lo splendore della sua divinità e diede la certezza che attraverso la sofferenza e la croce possiamo raggiungere la risurrezione. Dobbiamo saper scorgere la Sua presenza, la Sua gloria e la Sua divinità nella vita della Chiesa, nella contemplazione e negli eventi di ogni giorno. Vi benedico di cuore.]

Rivolgo infine un cordiale saluto a voi tutti di lingua italiana. Io so che sono presenti molte diocesi, rappresentanti di parrocchie, associazioni, movimenti, istituzioni, come pure tanti giovani, anziani e famiglie. Vi ringrazio per l’affetto e per la condivisione, specialmente nella preghiera, di questo momento particolare per la mia persona e per la Chiesa. A tutti auguro una buona domenica e una buona settimana. Grazie! In preghiera siamo sempre vicini. Grazie a voi tutti!

 


 (Contributo inviatoci da Kamella Scemì)

5 commenti
  1. Gioachino permalink

    Giuseppe, tu sei sicuramente pazzo, ma c’è del vero in quel che dici. Comunque sei pazzo.

  2. Peter M. permalink

    E’ vero, è proprio pazzo, ma è lucidissimo cazzarola!

    • Infatti. Ma se Giuseppe è pazzo, mi fate un esempio di personaggio “savio” nel panorama della politica e della politichetta curnense? Per tutto l’oro del mondo mai e poi mai vorrei essere messo nel novero degli “assennati” componenti dell’ammuchiata istituzionale: insieme al Pedretti, cioè, al gatto padano doc., al simil gatto padano, agli aziendalisti, agli altezzosi e spesso ignorantucci rappresentanti del notabilato di paese che credono di essere conti e marchesi. La saggezza starebbe lì? Sarebbero saggi costoro? Ma allora viva la follia!

      • Ah, dimenticavo di citare tra gli “istituzionali” anche il Bepi, che dice di essere la “memoria storica” della sinistra curnense. Ma io mi son fatto l’idea che sia la memoria del tradimento occhettiano della classe operaia. Dopo di che, anche a Curno, si è passato il timone nelle mani degli aziendalisti. In cambio del favore, gli aziendalisti curnensi avrebbero celebrato il Bepi come “memoria storica”. Quindi, una volta intascata la collocazione nel Pantheon istituzionale curnense, il Bepi ha dipoi intascato il gruzzolo della vendita del bar ai cinesi.
        Bel colpo, ma siamo sicuri che questa storia della memoria storica l’abbiano bevuta proprio tutti? O non ci sono a Curno gli àpoti, dei quali abbiamo già parlato?

  3. Giuseppe Gioachino permalink

    L’autore degli scritti di questa curiosa stanza non si crede certo essere Ignazio Barone di Born, ma nemmeno i suddetti scritti sono altrettanto certamente nati dall’ispirazione di Giuseppe II , l’Imperatore austroungarico noto per il suo feroce anticlericalismo. E noto con piacere che il loro sapore è chiaramente di divertissement culturale…

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