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Lettere dal passato…

per il presente e il futuro dei nostri popoli


Dacirio Ghizzi Ghidorzi

Per un Partito Democratico Europeo_1

 Mantova, 26 giugno 1956

Cari amici,

dopo lunghe esitazioni e discussioni siamo giunti nella determinazione di proporre la costituzione di un Partito Democratico Europeo.
Tanto in campo politico che organizzativo, l’azione federalista perde ogni giorno di più efficacia e sembra esaurirsi in vane diatribe interne; nessuno dà importanza alla nostra opera, alle nostre proposte ed alle nostre proteste. Sul piano europeo l’UEF è ormai condannata all’impotenza.
Prima della caduta della CED l’opinione pubblica cominciava a vedere in noi una forza politica nuova e nei nostri ideali la via per il rinnovamento dell’Europa e della società. Ma la crisi dell’europeismo doveva fatalmente estendersi ai vari Movimenti Federalisti, i quali avevano puntato ogni speranza sull’opera e sulla volontà dei governi.
L’unità dell’Europa implica un mutamento radicale delle attuali strutture nazionali, un mutamento rivoluzionario che non potrà mai essere attuato dalle forze politiche esistenti, proprio perché esse sono emanazione di mentalità, di esigenze, di pregiudizi, di interessi e gruppi nazionali. I Governi continueranno ancora per molto tempo a parlare di unità, senza tuttavia realizzarla concretamente. Per contro questa unità è stretta- mente in funzione del formarsi di una forza politica europea, autonoma nella sua azione, unitaria nell’organizzazione e fermamente consapevole dei suoi fini.
D’altra parte l’unità dell’Europa più che ad esigenze contingenti o ad un particolare momento della situazione internazionale, risponde ad una necessità storica per la sua sopravvivenza e per un effettivo equilibrio del mondo.
Date queste premesse, noi riteniamo che i federalisti debbano cercare nuove vie e nuovi strumenti per la loro azione, più efficaci e più consoni ad un impegno politico preciso. E’ per queste ragioni che proponiamo a tutti gli amici federalisti di farsi promotori di un Partito Europeo che dovrebbe:

1°) – costituirsi su base europea, di modo che i suoi aderenti si sentano già degli europei ed adiscano di conseguenza, considerando le attuali divisioni nazionali sia politiche che economiche, come problemi interni dell’Europa;

2°) – impostare una politica estera unitaria, diventando la voce dell’Europa nel suo complesso, mentre ora le varie e diverse politiche nazionali allontanano sempre più da una visione completa della funzione dell’Europa nel mondo. Si creerebbe così più facilmente il senso della solidarietà fra i nostri popoli come premessa alla necessaria volontà realizzatrice;

3°) – sorgere come forza nuova, di rinnovamento democratico e sociale, richiamandosi alle grandi tradizioni culturali ed ideali dell’Europa attraverso i secoli, diventandone l’espressione, l’interprete e continuatore. Si getterebbero così le basi per una alternativa agli attuali sistemi politici ed economici, ormai superati dai tempi e dall’esperienza e comunque non più conformi ad un’era in cui la energia dell’atomo ed i vertiginosi sviluppi della tecnica richiedono nuove soluzioni e nuove impostazioni programmatiche;

4°) – risvegliare e mobilitare tutte quelle forze e quei ceti sociali che avvertono queste esigenze di rinnovamento spirituale e materiale della società e che sono consapevoli che al di fuori dell’unità non può esservi una rinascita dell’Europa e della nostra società. Nella dialettica storica e sociale vi è un incessante conflitto fra chi vuol conservare gli ordinamenti esistenti e chi tende a mutarli. Questo conflitto si compone nel senso del progresso. Un partito, che sarebbe europeo per definizione, sarebbe anche per eccellenza democratico ed il vero interprete del progresso;

5°) – affrontare decisamente la lotta politica all’interno dei singoli stati, sia per orientare le soluzioni dei problemi singoli in senso europeo, sia per porre in modo politico ben chiaro il problema dell’unità sino ad ottenere una Costituente Europea.
Il Partito Democratico Europeo non dovrebbe soltanto diventare la forza politica per realizzare l’unità europea. Il giorno in cui questa meta fosse raggiunta, il partito da noi propugnato vedrebbe accresciuta la sua funzione e la sua responsabilità poiché dovrebbe difendere l’unità contro le immancabili forze centrifughe e battersi per creare una vera democrazia federale della società europea.

Siamo certi che tutti gli amici federalisti comprenderanno lo spirito della nostra proposta e ci vorranno esporre le loro obiezioni e le loro riserve e confortarci con il loro incoraggiamento.

.


Dacirio Ghizzi Ghidorzi

Per un Partito Democratico Europeo_2

Mantova, 17 novembre 1956

Cari amici,
il favore con cui è stata accolta la nostra proposta per un Partito Democratico Europeo, ci spinge a tornare sull’argomento per meglio precisare alcuni aspetti.

1°) Forza europea
Presupposto fondamentale della nostra proposta è che per fare l’Europa occorre una forza europea. Dopo le esperienze degli ultimi anni non possono più esservi dubbi sulla natura e sulle possibilità dell’europeismo ufficiale, che non sa uscire dagli schemi di una vaga solidarietà fra gli Stati dell’Europa Occidentale. Più che constatare questo fatto, a noi interessa porre in evidenza che sarebbe illusorio credere che possa essere diversamente. Le forze politiche oggi esistenti in Europa sono infatti l’espressione di una struttura economico – sociale che si è formata, rafforzata e modellata in un quadro nazionale, all’ombra della protezione dello Stato e con manifestazioni, caratteri ed intensità diverse a seconda dei Paesi.
Da tali forze non potremo mai avere un’Europa unita. Esse avvertono la impotenza ed il graduale declino di un’Europa divisa, ma non riusciranno mai ad unirla. Intravedono la strada da seguire, ma non sono in grado di percorrerla perché inchiodate ad una realtà diversa, superata ma di cui esse stesse sono il frutto. Operare su queste forze — e tale dovrebbe essere una politica di movimento — significherebbe continuare a riporre le nostre speranze su forze che si annullano fra loro e comunque incapaci di esprimere l’Europa nel suo complesso.

2°) Forza nuova
La vita così dei singoli come dei popoli non è statica, ma dinamica e tende per legge naturale al progresso. Ogni tempo ed ogni situazione hanno sempre generato nuove energie e nuove forze in ogni campo, anche in quello politico. Non può essere altrimenti per l’Europa
Può darsi che l’Europa unita resti solo un ideale. In tal caso il suo equilibrio verrà determinato dall’esterno. Ma, se l’Europa, sia pure fra immense difficoltà, continuerà nel processo integrativo, man mano che questo processo si svilupperà, sorgerà anche una forza politica nuova, che sarà il nuovo animo, la sintesi di un grande evento storico, un moto di rinnovamento che comprenderà e fonderà in se stesso parecchi di quegli elementi che oggi sembrano inconciliabili e che ci dividono sul piano nazionale.
Del resto noi vogliamo un’Europa nuova, un’Europa che il mondo, nonostante ogni apparenza, attende per il suo equilibrio e per il suo progresso.
Non si può inoltre ritenere che i termini della lotta politica nell’Europa di domani — sia nella fase di formazione che ad unificazione avvenuta — siano gli stessi che oggi caratterizzano la vita dei singoli Paesi.
I principii suesposti sono interdipendenti, nel senso che una forza europea deve essere una forza nuova, che abbia come obiettivo non solo la costituzione di organi federali, ma anche la formazione di una vera società federale, attraverso un profondo rinnovamento politico ed economico – sociale.
Una forza europea non può poi essere insensibile od indifferente nei confronti dei problemi interni e della evoluzione politica e sociale dei vari Paesi. Attualmente i nostri Governi sono, se pur non in senso federalista, tendenzialmente europeisti.
Ma sino a quando ciò avverrà ?
L’argomento ci porterebbe troppo lontano. A noi preme solo di ribadire che anche sul piano interno dei singoli Stati, è necessario che la impostazione e la soluzione dei vari problemi avvengano con una visione europea.
Tutto ci porta a concludere che la strada dei federalisti non è tanto quella della opposizione o della resistenza allo Stato Nazionale, quanto quella dell’azione. Solo così il federalismo potrà uscire dalle secche di un astratto intellettualismo e potrà finalmente parlare un linguaggio più concreto e comprensibile a tutti i ceti sociali.

.


Dacirio Ghizzi Ghidorzi

Per un Partito Democratico Europeo_3

Mantova, 30 marzo 1957

Cari amici,
del federalismo si ha spesso una concezione astratta e formale. Di conseguenza si crede che la funzione dei federalisti sia transitoria, destinata cioè ad esaurirsi col conseguimento dell’unità, ed eminentemente intellettuale, di opinione o di pressione psicologica.
A nostro avviso, invece, il federalismo deve essere inteso come forza nuova ed autonoma, capace, senza rinnegare i valori e le conquiste del passato, di offrire un nuovo ideale ai popoli d’Europa e di costituire una alternativa alle correnti politiche tradizionali.

Europa, fatto nuovo
L’Europa unita, infatti, non sarebbe una semplice somma di Stati, ma un fatto sotto ogni aspetto nuovo, che avrebbe ripercussioni incalcolabili e che porrebbe problemi essenzialmente nuovi ed in gran parte imprevedibili.
Ad un fenomeno così profondamente rivoluzionario e di portata storica è errato credere di poter estendere semplicisticamente schemi derivati dalle realtà nazionali e da queste prodotti. Inoltre, l’Europa come unità politica non esiste ancora ed è presumibile che la sua formazione sarà lenta, difficile e contrastata da molte forze interne ed esterne. In questo processo, gradualmente ma necessariamente i problemi dominanti diverranno quelli dell’unità ed il principio federativo assurgerà a valore fondamentale e prevalente rispetto alle categorie che hanno dato vita e forma alle attuali forze politiche nazionali.

Interessi nazionali ed europei
Si può quindi ritenere che la dinamica dell’unificazione porterà ad una caratterizzazione delle forze politiche sulla base dei conflitti fra interessi nazionali ed interessi europei e federali, sia in campo economico – sociale che politico.
Ogni partito nazionale è la risultanza di interessi e di forze che in quel partito trovano la loro espressione e il loro equilibrio fin tanto che si rimane sul piano e nell’ambito nazionale. Proiettati su piano europeo, questi interessi e queste forze sono eterogenei e divergenti. Da ciò le contraddizioni dei partiti nazionali nei confronti dei problemi di fondo dell’unificazione e la necessità di un partito europeo, democratico e federalista, come premessa alla rottura dei vecchi equilibri e come strumento di lotta per la formazione ed il consolidamento di un nuovo equilibrio europeo.
Non dobbiamo tuttavia dimenticare o sottovalutare l’importanza dei primi passi. E’ da essi che si sprigionano gli impulsi per il superamento del passato.
Un’opposizione preconcetta contro ogni iniziativa — oggi sono di attualità il Mercato Comune e l’Euratom — non ha perciò senso(*).
La funzione dei federalisti è una funzione positiva e concreta, non negativa ed astratta, politica e non puramente intellettuale, autonoma e non fiancheggiatrice di altre forze, rivoluzionaria negli scopi ma democratica nel metodo.
Un Partito europeo deve avere naturalmente un suo programma che non può consistere soltanto nel proporre nuove formule istituzionali.
Sinora il nostro intento è stato quello di dimostrare la necessarietà di un partito europeo come emanazione federalista. Cercheremo in seguito di spiegare perché un tale partito sarebbe l’espressione delle esigenze di rinnovamento della società europea.

—————————————————-
(*) Proprio in quei giorni nasceva la CEE (Comunità Economica Europea) il cui trattato istitutivo era stato firmato a Roma il 25 marzo 1957 e sarebbe entrato in vigore il 1° gennaio 1958.

5 commenti
  1. A.R.R. permalink

    Non conoscevamo questa lettera del grande federalista mantovano Dacirio Ghizzi Ghidorzi, documento storico raro e probabilmente non unico, che forse il suo invidiato possessore potrà integrare con altri documenti di pari portata.
    Ciò costituirebbe un’ulteriore avanzata e caratterizzazione culturale di questo diario, un vero cenacolo di studio e azione politica.
    Son da sottolineare la stringente logica del ragionamento e la sua persin “violenta” attualità: la tragica situazione economica in cui versa la nostra Europa, l’Europa dei popoli che la abitano e la fecondano, l’Europa che ha generato un pensiero finora ineguagliato, che ha dato luogo a quella che impropriamente viene chiamata “civiltà occidentale”, derivano strettamente dal fatto di non aver provveduto per tempo ad attuare quel “mutamento radicale delle attuali strutture nazionali” di cui parla l’Autore.
    Come si può volere veramente l’unità europea, quando la si va a costruire sulla base dell’insieme di tanti Stati sovrani che tali intendono rimanere? E’ una contraddizione in termini che denota una reale e realistica incapacità e incapienza di pensiero al riguardo.
    Ben altra è la consapevolezza di Dacirio Ghizzi Ghidorzi, il quale non si nasconde che l’unità europea, per essere realizzata, necessita di “un mutamento rivoluzionario che non potrà mai essere attuato dalle forze politiche esistenti, proprio perché esse sono emanazione di mentalità, di esigenze, di pregiudizi, di interessi e gruppi nazionali”. In nuce, trapela l’impossibilità di costituire un’unione europea avendo quale dato di partenza gli ottocenteschi Stati nazionali: infatti, i loro “Governi continueranno ancora per molto tempo a parlare di unità, senza tuttavia realizzarla concretamente. Per contro questa unità è strettamente in funzione del formarsi di una forza politica europea, autonoma nella sua azione, unitaria nell’organizzazione e fermamente consapevole dei suoi fini”. Una forza politica che, necessariamente, non abbia visioni nazionalistiche ma profondamente federali nei confronti dei diversi popoli europei, i quali, nella loro diversità, compongono l’ineguagliato “modello” europeo.
    Non più, dunque, economie ristrette da superate concezioni territorial-nazionalistiche, in un’epoca in cui il fattore “tempo” ha ridotto la sua distanza tecnica rispetto al fattore “spazio” Dice Dacirio Ghizzi Ghidorzi, profeta inascoltato, che “si getterebbero così le basi per un’alternativa agli attuali sistemi politici ed economici, ormai superati dai tempi e dall’esperienza, e comunque non più conformi ad un’era in cui la energia dell’atomo ed i vertiginosi sviluppi della tecnica richiedono nuove soluzioni e nuove impostazioni programmatiche”. Forse i “professori” ora al Governo d’Italia dovrebbero riflettere sulle conseguenze applicative di tal pensiero. E forse qui sta anche la chiave esplicativa e dimostrativa dell’insufficienza delle formazioni politiche venute in essere in Italia a partire dal secondo dopoguerra, inadeguate rispetto alle esigenze già allora emerse, cadute nella mota della consequenziale decadenza da incompatibilità coi popoli che pretendevano di rappresentare e con quelli con cui credevano di potersi relazionare. E inevitabile venne il disastro nel momento delle difficoltà…

  2. Rina permalink

    Però, mi scusi, voi sarete anche dei grandi capoccioni, ma io non ho capito cosa c’entra la lettera di questo signore con due cognomi e un nome strano, di mezzo secolo fa, con una gita fatta da cinque amici in Valle Imagna un paio di mesi fa. I gitanti avranno anche riempito di significati la loro passeggiata, significati buoni per loro e che solo loro sapevano capire. Ma che quel pellegrinaggio volesse dire federalismo e addirittura rifondazione della lega (tutta, in parte, solo a Curno e Mozzo?) mi sembra come minimo improbabile, oltre che incomprensibile.

  3. A.R.R. permalink

    L’osservazione di Rina è pungente e in larga parte ideologica, nel senso che non si apre a interpretazione possibile alcuna che sia diversa dal proprio processo mentale, oltre al quale vi è null’altro: relativismo nichilista, nella sostanza, largamente imperante nella società odierna (Rina non si offenda: è in numerosissima compagnia. Siamo noi che la pensiamo diversamente).
    Il bandolo dell’inghippo rinesco sta nello scambio fra la gita-pellegrinaggio e il suo racconto: quel che conta è quest’ultimo, il quale dà sostanza e indirizzo interpretativo ai fatti.
    Per aprirsi alle altre culture occorre avere un profondo amore, una profonda conoscenza della propria, ciò che non può esplicarsi, oltre che in rapporti personali, che qui emergono ampiamente, anche mediante l’attenta e partecipe “esplorazione” delle zone in cui quella cultura vissuta parla ai sensi di coloro che di essa si nutrono e che contribuiscono a far evolvere. E’ il primo passo per essere protagonisti della propria civiltà, quel passo necessario che consiste nel riconoscere l’altro da sé.
    L’atteggiamento assunto dai cinque amici in pellegrinaggio è quello del rispetto, cioè il riconoscimento di una superiorità sociale attribuito a quell’insieme culturale dei quali non sono stati autori ma del quale godono, ciò che comporta la disposizione ad astenersi da atti offensivi o lesivi dello stesso: riconoscimento di una superiorità e, nello stesso tempo, limite alla propria volontà.
    Rispetto differenziale ed eguale insieme, ciò che costituisce la base dell’autonomia e del rapporto con le altre comunità. le pare poco, Rina?

  4. A.R.R. permalink

    Leggiamo con piacere questa seconda lettera di Dacirio, che già conoscevamo e della quale, a questo punto, siamo anche in grado di indicare la provenienza: il preziosissimo archivio di Innocente “Enzo” Calderoli, l’indiscusso e indiscutibile (checché ne dica qualche idiota) fondatore della Lega Lombarda nella Bergamasca, degno discendente di una stirpe che può essere annoverata fra le due-tre famiglie bergamasche da sempre autonomiste e federaliste.

    Non stupisca la volontà espressa da Dacirio Ghizzi Ghidorzi, amico del papà di Innocente, lo scienziato positivista Guido, di proporre la formazione di un Partito Democratico Europeo, che oggi apparirebbe almeno discutibile.
    Si pensi alla situazione politica del dopoguerra, quando, fatto fuori il trentino Alcide De Gasperi, membro del Parlamento Austriaco e della Dieta di Innsbruck, Amintore Fanfani da Arezzo aveva preso il potere nella D.C.e stava creando quel sistema partitico para-mafioso che, ingigantitosi come terribile cancro, oggi è davanti agli occhi di tutti. Spartizioni, interessi, affari cominciavano a far capolino fra i politici, divenuti ben presto politicanti (ricordate il tracciato assurdamente variato dell’Autostrada del Sole per toccare Arezzo?), personaggi che guardavano sempre più al vil denaro piuttosto che all’interesse del popolo. Forse, per certi aspetti, esso era più caro ai politici comunisti e socialisti che a costoro.

    Dacirio ben spiega cosa intenda significare con quella dicitura “partito”: egli intende creare una forza europea che vada al di là degli stretti e anomali confini nazionali, conscio del fatto che l’europeismo ufficiale, quello che ha poi prodotto l’attuale struttura europea, non avrebbe mai saputo uscire “dagli schemi di una vaga solidarietà fra gli Stati dell’Europa Occidentale”.
    La ragione è addirittura lapalissiana: come mai potranno creare un’Europa che sia espressione dei popoli che la abitano e vivono quelle stesse forze politiche, rimaste sostanzialmente invariate fino ad oggi, che sono “l’espressione di una struttura economico – sociale che si è formata, rafforzata e modellata in un quadro nazionale, all’ombra della protezione dello Stato e con manifestazioni, caratteri ed intensità diverse a seconda dei Paesi”?.

    Da tali forze non potrà mai nascere un’Europa veramente unita in quanto coesa nelle differenze che ne costituiscono la ricchezza, poiché esse sono e rimangono “inchiodate ad una realtà diversa, superata, ma di cui esse stesse sono il frutto… forze che si annullano fra loro e comunque (sono) incapaci di esprimere l’Europa nel suo complesso”. Esattamente quello che si è poi verificato.

    Dacirio pensa a una forza politica nuova che sia “la sintesi di un grande evento storico, un moto di rinnovamento che comprenda e fonda in se stesso parecchi di quegli elementi che oggi sembrano inconciliabili e che ci dividono sul piano nazionale”. Una forza quale quella che avrebbe potuto e dovuto essere da tempo la Lega, la quale spera oggi di ridiventarlo sotto la nuova guida e gestione di Maroni e Salvini.
    Del resto, non si può nemmeno ritenere che “i termini della lotta politica nell’Europa di domani — sia nella fase di formazione che ad unificazione avvenuta — siano gli stessi che oggi caratterizzano la vita dei singoli Paesi”. Anche questo è lapalissiano, così come è assurdo, oltre che già fallito, il tentativo di estendere, mediante fusione, singoli partiti o forze di provenienza storica all’intero continente: pura follìa di matrice sovietica.
    La prospettata nuova forza europea deve avere come “obiettivo non solo la costituzione di organi federali, ma anche la formazione di una vera società federale, attraverso un profondo rinnovamento politico ed economico – sociale”. Si vede già il disegno di un’Europa nuova, non quella centralista e burocratica di oggi.
    “Tutto ci porta a concludere che la strada dei federalisti non è tanto quella della opposizione o della resistenza allo Stato Nazionale, quanto quella dell’azione. Solo così il federalismo potrà uscire dalle secche di un astratto intellettualismo e potrà finalmente parlare un linguaggio più concreto e comprensibile a tutti i ceti sociali”.
    Sante parole, purtroppo soltanto assai parzialmente attuate da Umberto Bossi.

  5. A.R.R. permalink

    @ terza lettera di Dacirio Ghizzi Ghidorzi

    Questa lettera, una delle più conosciute, prende di petto quel problema che il genio di Umberto Bossi seppe affrontare e parzialmente risolvere: portare i concetti-base del federalimso a livello popolare, superando quella “concezione astratta e formale” che lo teneva stretto negli angusti salotti di famiglie di tale tendenza politica, acculturate ed europeiste.
    La parola “federalismo” era pressoché sconosciuta fra la gente comune, riferita a popoli con esigenze diverse, sentita persino come una bestemmia, potenzialmente distruggitrice di una “sacra” unità d’Italia, da poco e faticosamente conseguita, dopo “epiche” lotte e secoli di divisioni.
    Anche per questo l’idea restava circoscritta, quasi segregata, e coloro che ne erano portatori, visti un po’ come snob e un po’ come mezzi matti, apparivano portatori di una funzione “transitoria, destinata cioè ad esaurirsi col conseguimento dell’unità”, e comunque “eminentemente intellettuale, di opinione o di pressione psicologica”, incapace, “senza rinnegare i valori e le conquiste del passato, di offrire un nuovo ideale ai popoli d’Europa e di costituire un’alternativa alle correnti politiche tradizionali”.
    A questo punto, a sostegno della profetica bontà delle idee di quei “matti”, giova ripetere la preveggente visione di Dacirio: un’Europa veramente unita, un’Europa dei popoli, non può essere “una semplice somma di Stati, ma un fatto sotto ogni aspetto nuovo”, con “ripercussioni incalcolabili”, fra le quali “problemi essenzialmente nuovi ed in gran parte imprevedibili”. Sembra di far la cronaca dei giorni nostri.
    Ed egli esemplifica sotto l’aspetto teoretico alcuni dei problemi che necessariamente andranno e vanno a presentarsi, quelli di chiara evidenza per tutte le persone di buona fede e volontà: “ad un fenomeno così profondamente rivoluzionario (l’unità europea – n.d.r.) e di portata storica è errato credere di poter estendere semplicisticamente schemi derivati dalle realtà nazionali e da queste prodotti”, a pena di gravissime conseguenze. Lo constatiamo nel nostro quotidiano, laddove norme, come il patto di stabilità, logico per strutture statuali sane, diventa devastante per strutture burocratizzate e corrotte come quella dello Stato italiano e dei suoi vari enti derivati.
    “Inoltre, – sempre profeticamente nota l’Autore – l’Europa come unità politica non esiste ancora ed è presumibile che la sua formazione sarà lenta, difficile e contrastata da molte forze interne ed esterne”. Oggi siamo giunti al paradosso di un’Unione europea che è soggetto burocratico, centro di interessi, ma non un soggetto politico, dotato cioè di una propria autonoma volontà. Un soggetto debole, perciò, prontamente attaccato dall’esterno mediante una vera e propria guerra finanziaria, che lo sta destabilizzando, e con esso gli Stati che lo compongono e i popoli che lo nutrono con le loro culture e attività specifiche, nonché col denaro frutto dei loro sacrifizi.
    E’ stato un errore colossale quello di deviare dalla via maestra, quella dell’unità politica, onde improvvisamente – e non più gradualmente – e necessariamente i problemi dominanti sono diventati e diventeranno sempre più quelli dell’unità europea; ed il principio federativo fin da oggi non può che assurgere a “valore fondamentale e prevalente rispetto alle categorie che hanno dato vita e forma alle attuali forze politiche nazionali” e a quelle economiche, nazionali o internazionali che siano, ma relazionate all’attuale sistema di Stati. Le quali forze, sia detto per inciso, non hanno alcuna intenzione di mollare la presa sul “malloppo” che ingiustificatamente detengono.
    “Si può, quindi, ragionevolmente ritenere che la dinamica dell’unificazione porterà ad una caratterizzazione delle forze politiche sulla base dei conflitti fra interessi nazionali ed interessi europei e federali, sia in campo economico – sociale che politico”. Le diatribe in corso fra gli Stati dell’UE lo stanno ampiamente dimostrando…
    Ogni partito nazionale, di qualunque nazione europea, è infatti portatore di interessi eterogenei e divergenti rispetto alle esigenze generali europee, come tali individuate: “da ciò le contraddizioni dei partiti nazionali nei confronti dei problemi di fondo dell’unificazione”, quella vera, dei popoli e non degli Stati.
    La funzione dei federalisti, “positiva e concreta, non negativa ed astratta, politica e non puramente intellettuale, autonoma e non fiancheggiatrice di altre forze, rivoluzionaria negli scopi ma democratica nel metodo”, ben si esplicò nei primi passi europeistici: il Mercato Comune, l’Euratom, il Trattato di Roma o Trattato CEE (vergognosamente e opportunisticamente ignorato dai burocrati europei durante le recenti celebrazioni), etc., sotto la guida di grandi figure come Adenauer, De Gasperi e Schuman, furono “primi passi” che seguirono i dettami sopra indicati.
    Poi, quasi insensibilmente, per incapacità, disinteresse o eccessivo cumulo di interessi da parte di politicanti da strapazzo, si prese a deviare, per infilarsi infine in una deriva burocratistica che è ragione principale dei disastri in corso e che ha impedito lo sviluppo armonico di quelle “esigenze di rinnovamento della società europea” che Dacirio auspicava, tenendole per indispensabili.
    Adesso, agli autonomisti-federalisti, consci della responsabilità che su loro grava, spetta il compito di riprendere quel cammino assurdamente interrotto e perduto, nuovamente indirizzando i passi della nostra Europa sui sentieri di una logica tecnico-politica che è, e si vuole che sia, foriera di pace.

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