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Per un umanesimo senza aggettivi

… e senza pretesa di fichitudine modernista

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Homo sum

Una pagina dell’Heautontimorumenos (“Il punitore di se stesso”) di Terenzio, recante la celebre affermazione «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», “Sono un uomo, e niente di ciò che è umano ritengo che mi sia estraneo”. 

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Nella precedente pagina di Nusquamia è possibile leggere il “commento” laconico di un lettore: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Heautontimorumenos, v. 77)». Tutto qui. E tutto giusto. Nell’edizione da me consultata la citazione, come si vede nll’immagine qui sopra, sarebbe “I, 1, 25”, infatti i versi sono numerati progressivamente all’inizio di ogni scena, atto dopo atto. Poiché siamo alla scena prima dell’atto primo e il prologo comprende 52 versi, i conti tornano.
Scrivendo «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», come si legge nella commedia di Terenzio, il lettore di Nusquamia mi invita – immagino – a parlare dell’umanesimo e, implicitamente, a parlarne in stile nusquamiense. Ecco dunque alcune considerazioni preliminari che mi dànno il destro per mettere le mani avanti e prendere posizioni poi su due minacce che incombono su quel che resta oggi dell’umanesimo, o su quel che potrebbe restare.

a) L’“umanesimo”, inteso come movimento letterario e speculativo, in effetti viene talora compendiato facendo ricorso all’espressione Homo sum…, che in realtà nella commedia di Terenzio ha tutt’altro significato (quel che, con parola greca, si dice filantropia, cioè amore per l’uomo), ma poco importa.
Meglio allora prendere le mosse dall’accezione che si attribuisce all’“umanesimo” del Quattrocento, conforme a quanto scrive Pico della Mirandola nel trattatatello Oratio de hominis dignitate, che è considerato il manifesto dell’Umanesimo, quella per cui l’uomo è libero artefice e costruttore di se stesso, libero dunque di «degenerare verso i bruti o di rigenerarsi fino all’altezza delle cose divine». La libertà dell’uomo si realizza nella ricerca del vero, che non può prescindere dal lascito di sapienza degli antichi, letti e studiati direttamente.

b) Da un “umanesimo” così inteso nasce l’interesse e il gusto per la riscoperta degli autori classici – latini e greci – già cominciata con il Petrarca, ma che nel Quattrocento diventa quel che oggi si direbbe un “movimento” di reazione alla filosofia scolastica, in aperta polemica con una concezione sterile della cultura (in primo luogo, la cultura delle arti del Trivio). I classici furono dissepolti, amati e imitati all’insegna dell’espressione ciceroniana degli Studia humanitatis, parimenti la lingua latina si spogliò dei barbarismi per tornare al nitore della migliore tradizione. Cominciò di lì quella gara dei moderni con gli antichi che caratterizzò il Quattrocento e il Cinquecento, e che indusse Leon Battista Alberti a scrivere un trattato di architettura in dieci libri, proprio come Vitruvio, ma in un latino molto migliore di quello di Vitruvio. E con tutt’altro intendimento. Ma non era soltanto un interesse linguistico, l’interesse era anche filosofico, ancora una volta in polemica con la Scolastica e, soprattutto in Italia, con un occhio di riguardo all’arte del buon governo.

c) La pulsione anticonformista dell’Umanesimo è testimoniata esemplarmente dall’Elogio della follia di Erasmo, che appunta il suo sarcasmo sui grammatici paludati, i poeti e i retori, sui teologi che si perdono in dispute inutili, sui monaci ignoranti, sui cortigiani e sui pontefici di Santa Romana Chiesa che si dimenticano di essere cristiani (in evidente polemica con Giulio II, il papa-condottiero). Questo ci dovrebbe rendere guardinghi nei confronti dei tentativi d’imbalsamare l’umanesimo in un sistema definito da leggi che, per quanto buone, gli andrebbero comunque strette. Insomma, l’umanesimo non può e non deve essere “istituzionale”.

d) La rivoluzione scientifica dell’Età moderna, come l’Umanesimo, ma con una certa latenza temporale, rivendica anch’essa la libertà di ricerca, mette in discussione il sapere paludato, in questo caso quello delle arti del Quadrivio: quale migliore testimone, a questo proposito, di Galileo? Non a caso si chiama “rivoluzione”. Non a caso ancora oggi il progresso scientifico procede – come sostiene l’epistemologo Thomas Kuhn – rovesciando continuamente i paradigmi istituzionali.
Insomma, l’umanesimo nacque libertario, contro il sopruso istituzionale, così anche la scienza. Ed è importante che l’umanesimo e la scienza conservino la loro indole libertaria, altrimenti non si potrà più parlare di umanesimo, né di scienza.

e) Si parla di umanesimo anche in relazione al socialismo, in particolare al movimento che caratterizzò il primo socialismo, quello scientifico di Saint-Simon ecc., inglobato nel pensiero di Cattaneo e sostrato di buona parte del socialismo italiano dell’Ottocento, che fu libertario e positivista (gli “apostoli del socialismo”). Il socialismo scientifico torna ad essere di attualità oggi, come sistema di lotta al populismo e al cazzeggio giuridico, nonché soluzione dei problemi posti dalla complessità del sistema sociopolitico ed economico.

f) In stile nusquamiense, varrà infine la pena ricordare che una ricorrenza significativa della parola “umanista” nella lingua italiana (una delle prime, pare) si trova in una satira dell’Ariosto (Satira VI), dedicata ai professori pedofili: «Senza quel vizio son pochi umanisti / che fe’ a Dio forza, non che persüase, / di far Gomorra e i suoi vicini tristi. […] Ride il volgo, se sente un ch’abbia vena / di poesia, e poi dice: “È gran periglio / a dormir seco e volgierli la schiena”»; cioè: “Pochi sono gli umanisti che non abbiano il vizio della sodomia, per cui Dio fu costretto e persuaso a punire Gomorra e i suoi vicini. […] Il popolo se la ride, se sente che uno di costoro ha voglia di far poesia e commenta: ‘Si corre gran pericolo a dormire con uno di tali poeti, e a volgergli la schiena’“.

 

La quinta colonna dell’Umanesimo

Purtroppo l’Umanesimo o, meglio, quel che avanza della tradizione umanistica in questo travagliato paese, già umiliato da decenni di spadroneggiamento delle sciacquette in campo culturale, dall’avere avuto ministri della pubblica istruzione personaggi del calibro della Moratti, della Gelmini e della sciura Valeria, tutta gente che a buon diritto può essere classificata tra i nemici esterni, è funestato da una quinta colonna, anzi due, composte rispettivamente da:

i) titolari di competenze vere e soprattutto fasulle (laurea in c.d. scienze della comunicazione ecc.) che pretendono di essere “umanisti”, tanto per darsi un tono;

ii) operatori del settore umanistico che per essere fichi e “sc-scientifici”, per noia, per accedere ai finanziamenti di regime e per simili inconfessabili ragioni, si buttano a corpo morto sui grafici di Excel, sulle slàid di PowerPoint, sui lessici frequenziali, sulla grammatica generativa ecc.

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Quinta colonna del primo tipo

Sulla quinta colonna del primo tipo abbiamo già scritto su Nusquamia. Per esempio, riguardo alle c.d. Scienze della comunicazione: «Che cos’ha che fare la Facoltà di Scienze della Comunicazione con il filone di studi e gl’interessi che caratterizzano la tradizione umanistica? Ho avuto la fortuna di conoscere da giovane Pio Baldelli che insegnava Sociologia del Cinema e che fu uno dei primi a interessarsi alla “comunicazione”, come oggi la s’intende. Eppure mai ho percepito che lui, che aveva solide basi culturali, pretendesse di essere un umanista, o che la sua sociologia fosse una disciplina umanistica». E aggiungevo: «Lasciamo che negli Stati Uniti si parli delle “humanities”, come del gruppo di discipline non inscrittibili nell’ambito scientifico e tecnico-scientifico. Molti di coloro che parlano di “humanities” non sanno che cosa sia l’umanesimo; altri, come Martha Nussbaum, lo sanno, o lo saprebbero, però piace loro farsi belli del prestigio culturale dell’umanesimo onde chiedere che, ope legis, parte dei finanziamenti assegnati alle Facoltà tecnico-scientifiche, vada anche ai loro dipartimenti. È una questione sindacale tutta loro. […] Diciamo soltanto: giù le mani dall’Umanesimo!». Comunque, che cos’ha che fare con l’umanesimo un sociologo di regime, o un aziendalista, che non abbiano mai studiato latino?
Anche di Martha Nussbaum ci siamo occupati, e della sua impostura, quando cita spudoratamente il Simposio di Platone e il saggio di  Kenneth Dover, che è un libro serio (Greek Homosexuality), per portare acqua al suo mulino dove si pestano rimasticature politicamente corrette, per legittimare e dare autorevolezza “culturale” a esigenze e “diritti” moderni che il mondo antico disconosceva del tutto. Si veda il capitolo “L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento”, nella precedente pagina di Nusquamia, Politicamente scorretto, ma con stile. In breve, quando la Nussbaum non usa la cultura classica (l’umanesimo) come fuoco di copertura per nobilitare una sua causa contingente, oltre tutto facendo un uso improprio del principio di autorità, scambia le ‘humanities’ con l’umanesimo. Che non sono l’umanesimo, talvolta ne sono la negazione.

Nussbaum, Non per solo profitto

Il titolo di questo libro, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, promette bene perché esprime disprezzo per le ragioni del profitto e si pronuncia, apparentemente, a favore dell’umanesimo. Ma è un titolo ingannevole, sia perché l’umanesimo non sono le ‘humanities’ (e di queste parla l’autrice: arti e letteratura), sia perché il libro sviluppa la tesi che le ‘humanities’ concorrano all’innovazione e allo sviluppo degli affari: il che sarà anche vero, ma non è entusiasmante, per chi sia interessato all’umanesimo. Dunque, basta intendersi e non bluffare sui termini. Quando la Nussbaum sostiene che l’educazione “socratica” e l’addestramento al pensiero critico renderebbe migliori gli uomini, anche nel mondo degli affari, non ha torto. Però: a) non dice niente di nuovo, e l’argomento è a doppio taglio; b) cade nuovamente in contraddizione, quando chiama le sue ‘humanities’ in soccorso di una repressione dei modelli di virilità rei di alimentare il narcisismo infantile, e quando propone un’accurata selezione di opere narrative da proporre in sede educativa. La Nussbaum è una femminista militante ed è stata definita da Camille Paglia, femminista intelligente, «vestale del politicamente corretto».

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Quinta colonna del secondo tipo

Di questa seconda schiera di nemici interni, per il momento meno pericolosi – ma non è una buona ragione per abbassare la guardia – fanno parte coloro che, pur laureati in discipline che a buon diritto si dicono umanistiche, smaniano per apparire “sc-scientifici”, proprio come il piano di scasso e furto all’interno di una banca, nei Soliti ignoti: così diceva Vittorio Gassman, che era balbuziente. Oddio, un conto è il rigore scientifico, del quale la misura non è mai abbastanza. Come dimenticare a tal proposito i meriti della filologia, quella migliore, la filologia di Lorenzo Valla il quale grazie a un’analisi rigorosa del testo riuscì a dimostrare la falsità della donazione di Costantino, che costituì il nucleo iniziale del patrimonio della Chiesa? Tutt’altra cosa però è il cazzeggio sc-scientifico. Naturalmente esiste tutta una varietà di sfumature intermedie, fermo restando che ai nostri giorni il numero di imposture presentate in forma scientifica è in crescita esponenziale. Non è un caso che gli aziendalisti pretendano di essere “scientifici” improvvisandosi proiezionisti di squallide slàid di PowerPoint. Ma veniamo a un caso concreto.

Pronomi

Dettaglio di un libro di testo, una sintassi latina con esercizi di ricapitolazione. Il libro è moderno e pregevole, sotto molti aspetti; purtroppo in questa pagina sono presenti tre frasi latine intraducibili, perché contenenti tre refusi. Escludiamo che la colpa sia degli autori (ci mancherebbe): gli errori sono invece attribuibili ai criteri di produzione del libro, considerato un “prodotto” da “gestire” con criteri manageriali. E i risultati si vedono.

Parliamo allora della grammatica generativa (o linguistica generativa), che ha i suoi meriti, nessuno li mette in discussione. Semmai varrà la pena discutere se sia proprio necessaria nell’insegnamento del latino, che nei licei classici e scientifici è stato finora insegnato con il metodo grammaticale-razionalista [*]. Peraltro, dopo la soppressione, di antica data, dell’insegnamento del latino nelle scuole medie e la diminuzione del numero di ore dedicate al latino nei licei scientifici, si è posto il problema di trovare nuove strade per la didattica del latino: nonostante le resistenze iniziali della burocrazia scolastica, l’apprendimento induttivo (quello dello Shenker Institute, per intenderci, che fu già della Berlitz school, insomma quello dell’insegnamento delle lingue moderne), meno “scientifico”, ma più efficace, e soprattutto più rapido, appare una scelta ragionevole, oltre che obbligata. A maggior ragione non si sente la necessità d’introdurre elementi di grammatica generativa e valenziale, che pure hanno un loro oggettivo interesse, intese come sono al compimento di un progetto ambizioso, quello di definire le regole che permettono di passare dal pensiero alle parole.
Ma improntare l’insegnamento del latino (e del greco) alle nuove teorie grammaticali appare quanto meno azzardato. E, se qualcuno lo fa, tanto per cominciare, dev’essere uno che conosce il latino (e il greco) benissimo: non sono ammessi esperimenti in corpore vili, soprattutto da parte di professori vili; tanto più che gli studenti tutto sono, o dovrebbero essere, tranne che “vili” e che, come diceva Cristo, maxima debetur pueris reverentia.
Conferenze lette nel corso di convegni più o meno utili (ma che “fanno punti” ai fini della carriera) e pubblicazioni (idem c.s.) sulla nuova linguistica in rapporto all’insegnamento del latino ce n’è finché si vuole, troppe; e, immancabilmente, vi si legge l’auspicio che le nuove teorie grammaticali siano inglobate nei programmi scolastici. Ma non esistono libri di testo per le scuole basati sulla grammatica generativa o valenziale  (per fortuna, si direbbe).
Ci fu un tentativo, peraltro molto parziale, d’introdurre la grammatica generativa nel libro di testo Ghiselli-Concialini, Il libro di latino, stampato nel 1985, poi riveduto e ristampato nel 2009 (Il nuovo libro di latino), quindi non se n’è più sentito parlare.
Tuttavia nei libri di testo recenti, anche in quelli buoni, non manca qualche strizzatina d’occhio alla linguistica di moda. In particolare, adesso che la linguistica generativa-trasformazionale ha registrato un fallimento significativo nel campo della traduzione automatica assistita da calcolatore, fondata su un modello deterministico-chomskiano, oggi si fa un gran parlare della linguistica valenziale. Ma, nella prospettiva della didattica del latino, se non è zuppa, è pan bagnato: un po’ come la teoria degl’insiemi insegnata ai bambini delle elementari. La teoria degli insiemi di per sé va benissimo, ma l’insegnamento della matematica ai bambini con una dose eccessiva di teoria degli insiemi si è rivelato disastroso, tanto più che, in pratica, è insegnata in maniera bestiale (si veda in proposito quanto scrive il matematico Giorgio Israel sulle castronerie matematiche connesse).
Perché allora questi inutili cenni alla linguistica moderna che fanno capolino in libri di testo anche buoni? Per moda, tutto qui. Perché la casa editrice vuol mostrare che il suo libro di testo è un libro “fico” e perché il professore che adotta il libro “fico” apparirà lui stesso “fico”.
In generale, non darei la colpa agli autori, i quali, se sono autori di libri seri, non hanno bisogno di apparire “fichi”: tuttavia devono stare al gioco delle richieste esplicite e implicite delle case editrici. Tanto più che oggi il libro di testo, più che prodotto di lavoro intellettuale, frutto di passione, esperienza e studio, è considerato un prodotto industriale. I funzionari della casa editrice (spesso, galline editoriali che si prendono cura dei soli aspetti formali a norma di cacata carta) fanno pressione per avere il “prodotto”, insistono perché sia accattivante e alla moda, perché insomma abbia successo, a prescindere. E si dimenticano che un libro di testo dev’essere oggetto di una cura tutta particolare, perché non faccia del male agli studenti.
Ecco come si rovina un libro di testo, quello del quale qui sopra abbiamo fotografato alcune righe, che tra l’altro mostra di essere stato concepito da menti sottili, ricco com’è di osservazioni intelligenti (non dirò quale sia questo libro: noi non siamo gatti padani [**]). Ed è quello stesso libro di testo che in due occasioni fa ricorso al termine di “attante”, del quale veniamo a conoscenza improvvisamente e altrettanto improvvisamente scompare. Per la verità l’autore specifica che per “attante” deve intendersi un complemento obbligatorio, richiesto dal predicato, come il complemento oggetto che segue obbligatoriamente alcuni verbi: quando dico “Il maestro loda…”, devo dire chi in questo caso è lodato, per esempio Marco. Dunque si dirà che “Marco” svolge qui la funzione di “attante”. Ma era necessario introdurre il concetto (moderno) di attante? Direi di no; però “fa fico”, si capisce. Ripeto, non accuso l’autore, capisco tutto e penso di non avere il diritto di chiedere a tutti quello che invece chiedo a me (che sono un resistente e che, per esempio, ho deciso di morire senza mai subire la costrizione di mangiare sushi).
Invece mi sembra giusto accusare, non l’autore, ma la casa editrice che non ha messo in campo le risorse necessarie per correggere i refusi (perché di questo si tratta, e non d’altro: errori di composizione/trascrizione). Banalmente, bisognava mettere in campo uno o più correttori di bozze e, se la casa editrice non ne disponeva (oggi è la regola), doveva dare all’autore la possibilità di farsi carico autorevolmente della riuscita del libro. Ma ecco che cosa succede a voler considerare il libro non un prodotto culturale, ma industriale: un prodotto “fico”, con tanto di menzione degli “attanti”, e per il resto chissenefrega. Sfogliandolo a caso, saltano all’occhio, in una stessa pagina, tre refusi che rendono intraducibili tre frasi proposte allo studente come esercizio. Le riporto qui sotto, con l’indicazione della correzione che andrebbe fatta:

• Cuius aures clausae veritatis (>> veritati) sunt, ut ab amico verum audire nequeat, huius salus desperanda est.

• Est sapientis, quidquid boni (>> homini) accidere possit, id praemeditari ferendum modice esse, si evenerit.

• Caesar, quae gravissimae (>> gravissime) adflictae erant naves, earum materia atque aere ad reliquas reficiendas utebatur.

 

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[*] Il metodo del grammaticalismo razionalista, di stampo cartesiano, fu inaugurato dalla Grammaire générale et raisonnée di Port Royal, in opposizione a quello in uso nelle scuole gesuitiche, che aveva come riferimento la Institutio grammatica dell’Álvares, come prescritto nella Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu. Il metodo di Port Royal, detto anche funzionalista, perché considera le modalità con cui la mente connette le parole, fu quindi perfezionato dalla scuola tedesca, il cui testo più fortunato fu la Grammatica della lingua latina dello Schultz, pubblicato in Germania a metà Ottocento, che in Italia continuò ad essere stampato, in traduzione, fino al 1926.

Schultz

L’altro libro di riferimento, anch’esso tradotto e adottato nelle scuole italiane, fu la Grammatica del Madvig.

Al filone tedesco sono riconducibili, come per gemmazione, i libri per lo studio del latino stampati successivamente in Italia, compreso il glorioso Tantucci, che presenta «un giusto contemperamento tra le esigenze scientifiche e le esigenze didattiche».

Tantucci

 [**] “Gatto padano” è un personaggio a suo modo famoso, che pretenderebbe di seminare il terrore tra gli abitanti di Curno, facendosi forte della sua terribile e iettatrice scienza copropapirologica. Curno è un paese sgarruppato alle porte di Bergamo, promosso allo status di “bello da vivere” al tempo della sindachessa emerita dott.ssa Serra, e che oggi si fregia della medaglia di “Comune virtuoso” per il suo “stile di vita”; inoltre vi si frigge il pollo con la ricetta segreta del colonnello Sanders.

 

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Politicamente scorretto, ma con stile

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GAy pride a Pompei
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Il ricatto morale: «Non ti piacciono le pagliacciate? Allora sei omofobo»

Ecco un’ennesima pagliacciata in arrivo, alla quale la similsinistra, che ha perso per strada i valori del socialismo umanitario, ma ha raccattato le panzane del liberismo aziendalistico e le bùbbole del politicamente corretto, non vorrà far mancare la propria simpatia. Come quando il sindaco panormita Leoluca Orlando (Orlando-Cascio, come diceva Cossiga, con riferimento al padre di Leoluca, l’avv. Orlando Cascio, gran democristiano e uomo di panza) voluttuosamente indossò un boa fucsia, del colore che tanto piace ai culetti allegri (così si sarebbe espresso Aldo Moro nella ricostruzione di Elio Petri, nel film Todo Modo, e Aldo Moro era interpretato da Giammaria Volonté). [*]

Qui sopra, Leoluca Orlando-Cascio presenzia a una festa del’orgoglio sodomitico. La foto risale a qualche anno fa, quando madrina del neo-baccanale era la Cucinotta (ancora prima era stata madrina Ambra Angiolini). Qui sotto, una sequenza del film Todo Modo, un film “maledetto”, del quale finalmente è oggi possibile acquistare il Dvd. Se parliamo di Aldo Moro in questa pagina, è per stabilire un’analogia: il giudizio su Aldo Moro come quello sulla questione sodomitica sono protetti da un muro di gomma, tale che, se non sei allineato con la vulgata politicamente corretta, sei immediatamente ostracizzato. A rigore, sempre che si voglia ragionare e non fare della retorica, il fatto che Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista. Questo era anche il parere del Pci, di tutto il Pci, di Ugo La Malfa e di Eugenio Scalfari. Oggi però c’è chi pretende di ricostruire la storia, tanto che alcuni sprovveduti sono convinti che Bettino Craxi, in quanto “cattivo, fosse poco meno che il mandante morale dell’assassinio di Moro, insieme con Cossiga, naturalmente (in realtà Craxi fu il principale fautore della trattativa con le Brigate rosse). Sempre secondo costoro chi oggi nega la grandezza politica e morale di Aldo Moro sarebbe un cattivo soggetto, degno di anatema politicamente corretto.

Ovviamente, non possiamo passare sotto silenzio le intemperanze di Forza Nuova, una formazione di estrema destra che proclama «Sappiate che se venite a froceggiare fuori del Santuario vi pigliamo a calci sulle gengive»; si veda sull’Huffington Post Forza Nuova minaccia il Gay Pride a Pompei: “È come l’eruzione del Vesuvio, li prenderemo a calci”. Ma come la circostanza che Aldo Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista, così le spregevoli rodomontate della destra non ci fanno deflettere un ette dal nostro giudizio: queste manifestazioni del gay pride (cioè, di orgoglio sodomitico) sono delle pagliacciate. Evito per il momento di pubblicare le foto delle precedenti manifestazioni, con maschi orrendamente pittati e sculettanti, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa; preferisco ragionare di fino.

 

Tentativo disperato di far ragionare le sciacquette del politicamente corretto

Lo so, a voler condannare le buffonate inscenate in occasione delle giornate dell’orgoglio sodomitico, si corre il rischio di essere marchiati a fuoco come “omofobi”. È un ricatto di facile e vile effetto, perché chi prende posizione contro la banalità similprogressista si espone ipso facto a ritorsione politicamente corretta, che magari non ci sarà, ma intanto meglio non farsi notare: se mi faccio la fama di omofobo non mi invitano più negli ambienti che contano e che potrebbero influenzare la mia carriera. Il conformismo è vile. Sentiamo al riguardo il giovine filosofo Diego Fusaro il quale argomenta che la categoria dell’omofobia è usata come grimaldello per aprire le porte alla persecuzione del pensiero non allineato: chi non accetta il pensiero unico sul tema del cosiddetto “gender” è equiparato a chi vorrebbe la morte dei sodomiti (come invece vuole il Vecchio testamento, che tanto piace ai cattoprogressisti, tanto da preferirlo al Vangelo).

Ricordavo nella pagina precedente, a proposito della smania boldrinesca di femminilizzare i nomi grammaticalmente di genere comune, come in altri tempi gli accademici che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo furono soltanto dodici: ebbene, simile viltà si registra oggi, nei confronti del “politicamente corretto”, soprattutto fra gli intellettuali che rischiano di essere emarginati (niente più interviste, consulenze, scatti di carriera ecc.), quando non apparissero allineati. Quando Cecilia Robustelli, linguista femminista, si è imposta di prepotenza all’Accademia della Crusca, e ha emanato motu proprio le norme di linguaggio politicamente corretto care alla Boldrina, forse che gli accademici hanno trovato il coraggio di opporsi? Naturalmente no, ed è la storia che si ripete.
Su scala ridotta geograficamente e intellettualmente minima, avvenne così che nel paese sgarruppato ma con la pretesa di essere bello da vivere, cioè a Curno, individui squalificati volessero farci passare per nemici delle donne, favorevoli alla violenza sulle donne. Accadeva l’anno scorso. Questa è proprio bella: i sicòfobi che pretendono di mettere sotto accusa i sicòfili. Molto semplicemente, mi espressi contro la violenza, contro tutta la violenza, quella sulle donne, ma anche quella esercitata dalle donne. E portai qualche esempio, simile a quello ricordato nella pagina precedente: si veda Londra: un branco di “bulle” picchia e uccide una studentessa italo-egiziana. Era tutto chiaro, ma con logica tutta curnense qualcuno volle fare la Boldrina di turno, e affermò, con rozza opera di disinformazione, che noi mettevamo sullo stesso piano il fem[m]inicidio [**] e qualche graffio e qualche spoliazione bancaria (logica miserabile, buona tutt’al più per le zuffe al mercato delle vacche). In un ennesimo, e forse vano, tentativo si ammaestramento di certe crape dure, faccio presente che il seguente ragionamento è scorretto:
– Hitler amava i cani.
– Dunque tutti coloro che amano i cani sono dei criminali.
In altre parole, se provo ribbrezzo per le piazzate sguaiate, di volta in volta compiaciutamente sottoproletarie o compuntamente impiegatizie, secondo necessità, organizzate in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrò essere posto sullo stesso piano di un fascista mascellare o – peggio – di un fascioleghista del nostro tempo.
È invece corretto il seguente ragionamento:
– Tizio dice di essere buono perché ama i cani.
– Questa non è una dimostrazione. Infatti Hitler amava teneramente il suo cane, ma era un criminale.
Dunque se uno si mostra favorevole alla giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrà essere considerato un campione di progressismo. Anzi, a dirla tutta, il progressismo non c’entra niente.
So per esperienza che a Curno, paese dove, alle porte di Bergamo, si friggono i polli con la ricetta del colonello Sanders, non tutti sono in grado di cogliere la differenza tra ragionamento corretto e ragionamento fallace. Ma almeno ho fatto il mio dovere, ho provato a civilizzarli.
Conclusione, noi disprezziamo la destra, ma né la Boldrina né la dott.ssa Serra né tampoco il gatto padano (uno spettro che si aggira per Curno) hanno titolo per metterci la mordacchia e impedirci di dire il nostro disgusto per le pagliacciate del gay pride.

 

L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento

Insomma i custodi del politicamente corretto la smettano di accusare di omofobia chi non è allineato nella concezione di un’omosessualità “democratica”, istituzionale e sindacalizzata. Con noi non funziona, sia perché non siamo vili e non temiamo la calunnia dei detrattori, sia perché abbiamo mille argomenti per confutare lo sgangherato ragionamento di chi ci prova. Avendo goduto del privilegio – iniquo: ma i privilegi sono tali per definizione – di aver atteso a studi classici, cosa che avveniva nel passato millennio, e godendo, nel presente millennio, del triste privilegio dell’età, posso dire di essere edotto della diversa concezione dell’eros nel mondo classico, e posso testimoniare che né io né alcuno di coloro cui toccò la fortuna di fare quegli studi, mai ebbe parole di disprezzo per Oreste e Pilade, o per Achille e Patroclo; e nemmeno avremmo imbastito discorsi bacchettoni se al liceo ci avessero fatto leggere la seconda bucolica di Virgilio, quella del pastore Coridone che si strugge per il bell’Alessi, che era l’amàsio del proprietario del gregge (ma Coridone, pare, è Virgilio stesso, che si struggeva d’amore per un giovane schiavo di Mecenate):

O crudelis Alexi, nihil mea carmina curas?
nil nostri miserere? mori me denique cogis?

cioè:

O Alessi crudele, non t’importa niente di quel ch’io canto?
Non hai pietà di me, nessuna? Mi costringi dunque a morire?

Vero è che noi siamo stati educati nella tradizione cristiano-giudaica che aborre dall’idea del seme versato in vas indebitum, e che nella Bibbia si leggono parole di fuoco contro i sodomiti. Per esempio, nel Levitico (20, 13): «Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro». Sono parole da non prendere sotto gamba, almeno per un cattolico: quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo” che gravitano intorno alle Acli, queste cose le sanno benissimo, ma per salvare capra e cavoli, cioè per potersi dire cattoprogressisti, fanno finta di niente; ed è pura ipocrisia.

De actibus turpibus

Facendo clic sull’immagine si accede alla lettura del trattato di sant’Alfonso Maria de’ Liguori al riguardo della sodomia (che, secondo la dottrina della Chiesa, comprende tutte le varietà di atti impuri commessi in ambito Lgbt, ma non solo: per esempio, anche l’irrumatio , cioè l’atto compiuto da chi riceve una fellatio, cambia specie, se praticata in bocca maschile o femminile; e se praticata in bocca femminile può essere perfetta o imperfetta).

La crudeltà della severa tradizione cristiano-giudaica, manifestamente sessuofobica, è tuttavia contrastata dalla concezione greco-romana, per cui il sesso era qualcosa che valeva la pena gustare, ma non era un’ossessione: questa potrebbe (o poteva) essere una ragione in più per accostarsi ai classici. Del resto è noto che il fanatismo è largamente frutto d’ignoranza. Traducendo il Simposio di Platone abbiamo capito il discorso di Diotima sulla Venere celeste (o Afrodite urania) e la Venere volgare (o Afrodite pandemia). Ma non ci è mai passato per l’anticamera del cervello che i personaggi dell’antichità eventualmente caratterizzati da propensione omoerotica meritassero di essere picchiati a sangue, come minaccia Forza Nuova in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei il prossimo giugno, o che soltanto li si dovesse prendere a sassate, come nell’infelice paese di Curno pare che voglia fare il gatto padano, a carico di chi non lo prende sul serio, specie i sardagnoli.
Né ci spaventa l’ipotesi che Dante possa aver avuto qualche cedimento per quello che in seguito si sarebbe chiamato il “mal fiorentino”: per esempio, in quanto allievo di Brunetto Latini, che dal divino poeta è collocato tra i sodomiti (Inferno, XV). Suggerirei comunque una certa cautela: nessuno nega l’interesse di Dante per la magia delle parole (l’“incantamento”), ma di qui a farne un sodomita ce ne corre (stante l’acclarato nesso, comprovato su base statistica, tra esoterismo e sodomia). Per non parlare dell’amicizia che legò il poeta al giovane Carlo Martello, del quale si fa parola nell’ottavo canto del Paradiso, in occasione del suo soggiorno a Firenze, un’amicizia che si pretende avesse una coloritura omosessuale, ma non c’è uno straccio di prova, e neanche un indizio (questo è Carlo Martello d’Angiò, non è il Carlo Martello cantato da Fabrizio De André, quello della battaglia di Poitiers, che sarà spennato da una puttana).
Bene, tutto ciò premesso – insisto – trovo disgustose le giornate dell’orgoglio sodomitico, per mille ragioni, ma principalmente per il gusto plebeo e per il proposito deliberato di lacerare l’istituzione che fra tutte è oggi quella più assoggettata a un’azione di demolizione programmata, cioè la famiglia; gli organizzatori delle pagliacciate sodomitiche hanno inoltre il progetto, nemmeno tanto nascosto, di sindacalizzare la sodomia e la pretesa di occupare tutte le roccheforti istituzionali, per poi gettare olio bollente su chi non è omologato. Neanche su questi punti del loro programma politico siamo d’accordo.
Nel Simposio di Platone, l’amore socratico, come poi si sarebbe detto, era un rapporto pedagogico, libero e consenziente, non regolato a norma di cacata carta, tra un adulto e un adolescente, e non c’è dubbio che quella fosse pederastia, a voler chiamare le cose col loro nome: ma era improntata a massimo decoro, anche questo va detto. Perciò i portavoce dei sodomiti d’oggidì che vorrebbero spacciarci il rapporto tra l’ἐρώμενος (erômenos) e l’ἐραστής (erastês) nell’antica Grecia come un rapporto fra due Lgbt del tempo nostro decadente sono soltanto degl’impostori. E Alessandro Cecchi Paone che ebbe la spudoratezza, in quanto gaio, di paragonarsi ad Alessandro Magno, il quale ebbe per amante Efestione, difficilmente, agli occhi degli antichi, potrebbe essere considerato un fedele dell’Amore celeste. L’omosessualità degli antichi era tendenzialmente nobile, quella delle feste dell’orgoglio sodomitico è plebea, con un occhio di riguardo alla pensione di reversibilità.
L’omosessualità della élite greca aveva una componente virile che gli sculettanti Lgbt della giornata dell’orgoglio sodomitico non riuscirebbero nemmeno a concepire. Ne è una testimonianza, il battaglione sacro dell’esercito tebano, formato da 150 coppie di soldati scelti: ciascuna coppia era formata da un amante adulto (ἐραστής) e un giovane amato (ἐρώμενος) «poiché gli amanti,» – scrive Plutarco – «per paura di apparire meschini agli occhi dei propri amati, e gli amati per lo stesso motivo, affronteranno volentieri il pericolo per soccorrersi a vicenda».

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Il Leone di Cheronea, posto a guardia della fossa comune nella quale sono sepolti gli eroi del battaglione sacro tebano, caduti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.). Qui si scontrarono l’esercito delle città di Tebe e Atene e quello di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. La battaglia si concluse a favore dei macedoni. Il ritrovamento del monumento, del quale si sapeva l’esistenza, perché descritto da Pausania nella sua Periegesi della Grecia, è del 1914.

 

Catullo contro l’omosessualità plebea e istituzionale

Esisteva tuttavia presso gli antichi anche un’omosessualità volgare (quella spregevole, che nel Simposio è classificata all’insegna dell’Afrodite pandemia), ma era esecrata da tutti, in primis da coloro che praticavano l’amore celeste (presieduto da Afrodite urania), del quale la donna non era ritenuta degna. Bisognerà aspettare i trovatori, e poi il dolce stil nuovo, quindi il Petrarca, perché la donna diventi partecipe di un progetto di amore celeste.
Come testimonianza del disprezzo degli antichi nei confronti dell’omosessualità volgare (rapportata all’oggi, quella sindacalizzata e di basso profilo rappresentata dall’associazionismo Lgbt) sarà sufficiente ricordare questo carme di Catullo (metro: distici elegiaci):

LXXX
Quid dicam, Gelli, quare rosea ista labella         1
hiberna fiant candidiora nive,
mane domo cum exis et cum te octava quiete
e molli longo suscitat hora die?
Nescio quid certe est: an vere fama susurrat     5
grandia te medii tenta vorare viri?
Sic certe est: clamant Victoris rupta miselli
ilia, et emulso labra notata sero.

Cioè:

Che cosa dovrò dire, o Gellio? Perché questi tuoi labbruzzi di rosa
diventano più bianchi della neve in inverno,
quando esci di casa il mattino, oppure quando dal languido riposo
ti alzi alle otto [= alle due del pomeriggio] di una lunga giornata?
Certamente qui c’è un non so che: o forse è vero quel che si mormora in giro,
che sei un divoratore di quei grandi e turgidi cosi che si trovano a metà del maschio?
Certamente è così: lo dicono a gran voce l’inguine stremato del povero Vittore,
e le tue labbra segnate dal siero che hai succhiato.

Note 1. labellum, dim. di labrum; 2. candidiora nive: le labbra sono bianche più della neve per lo sperma succhiato; 3-4. costruisci: cum octava hora longo die te suscitat quiete e molli (= e molli quiete: anastrofe); longo die: per indicare le giornate estive; 6. medius vir: significa quel che nel maschio si trova a metà altezza; 7. miselli: Vittore è sfinito, tale è stata la voracità di Gellio; 8. notata: le labbra di Gellio portano il segno del “siero”, cioè dello sperma.

L’amore che Catullo porta per la sua Lesbia (pare che fosse in realtà Clodia, sorella di Clodio, nemico giurato di Cicerone) è autentico, ed è fonte di gioia intensa e rabbioso cruccio; invece il sesso, il sesso senza amore, è giocoso, tanto più quando sia consumato su un giovinetto e di sorpresa, come leggiamo in questo carme (metro: endecasillabi faleci):

LVI
O rem ridiculam, Cato, et iocosam         1
Dignamque auribus et tuo cachinno!
Ride, quicquid amas, Cato, Catullum:
Res est ridicula et nimis iocosa.
Deprendi modo pupulum puellae          5
Trusantem; hunc ego, si placet Dionae,
Protelo rigida mea cecidi.

Cioè:

O Catone, che cosa buffa, e divertente,
degna di essere ascoltata e della tua risata!
Ridi, o Catone, del tuo Catullo, se lo ami un po’:
è una cosa buffa, e troppo divertente.
Poco fa ho colto sul fatto il ragazzino mio
che trapanava una fanciulla: io allora, e la cosa non dispiacerà a Venere,
mi dispongo dietro e lo trafiggo col mio rigido arnese.

Note: 2. dignam auribus: degna delle orecchie, cioè degna di essere ascoltata; 3. Ride… Catullum: uso transitivo del verbo rideo; quicquid (= quidquid) amas: proposizione limitativa introdotta da un pronome, con valore avverbiale (sta per quatenus, quantum): per quanto tu lo ami; 5. pupulum: designa un ragazzino ancora imberbe; truso è frequentativo di trudo, “spingere”, quindi: “spingere forte”; 6. Dione (o Diona) sarebbe la madre di Venere, ma viene invocata, e non solo da Catullo, al posto della figlia; 7. protelo: è l’ablativo di protelum, che indica un allineamento di buoi per il tiro di un carro, o dell’aratro; qui con significato avverbiale: Catullo intende dire che si mette in fila subito dopo il ragazzo che è sopra la fanciulla; rigida mea: è sottinteso mentula.

 

Il battaglione sacro tebano nell’impresa fiumana

Bisognerebbe infine far presente ai fascioleghisti che manifestano truculenta intolleranza nei confronti dell’omosessualità, e che vorrebbero picchiare a sangue gli scalcagnati omosessuali dell’associazionismo Lgbt in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei (citta mariana), che farebbero bene a informarsi. Questa, a ben vedere, è una guerra tra sottoproletari della cultura: sono sottoproletari (o, tutt’al più impiegati con diritti sindacali, incarogniti nella rivendicazione di “nuovi diritti” riguardo alla sfera sessuale) gli esemplari sculettanti della gaiezza oscena e caciarona, quella dell’orgoglio sodomitico; parimenti sottoproletari sono i seminatori di paura e odio, reduci dal raccolto elettorale di quella sciagurata semina, il 4 marzo. Se si informassero, i fascioleghisti saprebbero che l’omosessualità – quando non è quella plebea che si diceva – è in realtà, per antichissima tradizione, una prerogativa della destra. Non lo dice soltanto il diario I pensieri di una vecchia checca (vedi), dove si legge: «Eh, sì! Il vero omosessuale non può che essere di Destra. Storicamente. Eticamente. Moralmente. Filosoficamente. Politicamente. Inequivocabilmente. Assolutamente di Destra». No, basta informarsi, e oggi che esiste la mitica e mistica rete, informarsi è facile, non informarsi e pretendere di sapere, ignorando scientemente quel che è sotto gli occhi di tutti, è una colpa.
Mi limiterò a riportare l’esempio dell’impresa fiumana di D’Annunzio la cui Reggenza realizzò, come scrissi in un’altra pagina di Nusquamia, gli ideali sociali, culturali, eroici e di immaginazione al potere dei quali il ’68 seppe soltanto parlare. Il seguito del ’68 fu enormemente inferiore alle aspettative, quando non degenerò in furore copropapirologico. Scrive dell’impresa fiumana Leone Kochnitzky, nella Quinta stagione o i centauri di Fiume (Zanichelli, Bologna 1922): «Sul ritmo delle fanfare marziali si vedevano turbinare, in scapigliati allacciamenti, soldati, marinai, donne, cittadini, ritrovanti la triplice diversità delle coppie primitive che Aristofane vantò» (il riferimento è al discorso di Aristofane nel Simposio di Platone, che presenta il mito dell’androgino, come possibile spiegazione dell’esistenza dei diversi orientamenti sessuali). E Mario Carli, in Trillirì (Edizioni futuriste di “Poesia” della Società editoriale Porta, Piacenza 1922) scrive: «[…] dal colonnello in cerca di avventure femminili al pederasta in cerca di avventure maschili […] un po’ di tutto è venuto a te, divina Fiume».

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Guido Keller, naturista, nudista, esoterico, bisessuale, cocainomane, fondò la Brigata “La Disperata”, la guardia del corpo del Comandante d’Annunzio a Fiume.

A Fiume il tenente d’aviazione Guido Keller, milanese, discendente di un’antica famiglia svizzera, fu l’incarnazione perfetta dell’omosessuale di destra. Come nell’antica Grecia, praticava un’omosessualità non esclusiva, e in ogni caso con il presupposto che il legame omoerotico sancisse un desiderio di perfezione virile. Perciò fondò la brigata “La Disperata”, sull’esempio del battaglione sacro dell’esercito tebano. E D’Annunzio un giorno – scrive Giovanni Comisso, che fu legionario fiumano e membro della Brigata di Keller – «vide gli arditi che se ne andavano a due a due presi per mano verso la collina e li indicò dicendo: “Guardate i miei soldati, se ne vanno a coppie come i soldati di Pericle”». Così leggiamo nell’autobiografia di Comisso, Le mie stagioni, che presenta ampi squarci di rievocazione della vicenda fiumana.
Scrive quindi riguardo a Comisso Claudia Salaris nel suo libro Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (il Mulino, Bologna 2002, p. 185): «Ma è soprattutto ne Il porto dell’amore, romanzo autobiografico ambientato a Fiume tra la primavera del 1920 e il “Natale di sangue” dello stesso anno, [***] che Comisso riesce a rappresentare l’affettività e la fisicità dell’amicizia maschile, tanto che esso, pur se dice e non dice, appena appena, sfuma, allude, dissimula e svia, può essere visto anche come libro della sensibilità omosessuale. Tutta la produzione di Comisso del resto è pervasa da una nota di sensualità; l’omosessualità che connota la sua biografia è costantemente presente nelle opere, pur se spesso velata da reticenze e occultamenti. Goffredo Parise, che sarà uno dei suoi più cari amici, preferirà parlare di pansessualità». Beh, come Guido Keller. Il quale, come D’Annunzio, odiava il borghese e antieroico Giolitti. Perciò dopo il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) che aveva sancito la fine dell’impresa fiumana, due giorni dopo, Keller a bordo del suo biplano fece rotta per Roma: qui, dopo avere lanciato una rosa bianca sul Vaticano con dedica a «frate Francesco», il santo amato da D’Annunzio, e sette rose rosse sul Quirinale in dono «alla regina e al popolo d’Italia», scaricò un pitale smaltato con dentro un mazzo di carote e rape su Montecitorio, in aperto dissenso con il Parlamento italiano che aveva firmato il Trattato.
Quid plura? Smetteremo di sentire banalità a proposito della festa dell’orgoglio sodomitico? Soprattutto, si potrà dire finalmente che è una schifezza, senza essere tacciati di omofobia da maestrine invasate, giornalisti culilinctori, impiegati del catasto che sperano di essere accolti nei salotti che contano facendo professione di correttezza politica? Ho paura proprio di no. Ma era nostro dovere, se non redimerli, metterli nelle condizioni di ragionare.
Di solito si dice dalle stalle alle stelle. Qui faremo il contrario, andiamo dalle stelle alle stalle: dopo aver parlato di Platone, Aristofane, Catullo, Virgilio, Comisso e D’Annunzio, chiudiamo questo articolo con la foto di un momento di ordinaria mostruosità, in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico celebrata a Madrid nel 2013.

Gaypride

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[*] In occasione del quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo, con annessa strage di poliziotti e con l’epilogo che sappiamo, siamo stati investiti da un profluvio di discorsi di apparato. Non ho letto un articolo – dico uno – che non dicesse cose che già si sapessero, ed erano condite di commenti pochissimo intelligenti. Non una parola per esempio su Corrado Simioni, che si era inventato la copertura dell’Istituto per l’insegnamento delle lingue Hypérion, quindi assecondando la sua antica inclinazione cattolica sarebbe stato vicepresidente della Fondazione Abbé Pierre e in quanto tale fu ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II, infine fece perdere le sue tracce facendosi buddista. A capo di una manica di disperati, Corrado Simioni era ritenuto il “grande vecchio” delle Brigate rosse (dove le persone intelligenti erano solamente tre: Corrado Simioni, appunto, Roberto Senzani, criminologo, ed Enrico Fenzi, oggi il più grande esperto di Petrarca). Fra tutte le banalità che si sono dette su Aldo Moro, quella ricorrente, sempre e immancabilmente, è che fosse un grande statista. Noi ci rifiutiamo di unirci al coro conformista, ruffiano e politicamente corretto.

[**] Se si crea un neologismo su base latina, si dovrà evere rispetto per la natura di quella lingua. Poiché in latino si dice femina, con una “m”, si dirà in italiano “feminicidio”, e non “femminicidio”. Del resto in inglese di dice feminicide, in spagnolo feminicidio o femicidio, in francese féminicide. In quei paesi fortunati, evidentemente, i ragionieri e gli agrimensori non hanno voce in capitolo, fuori del loro ambito naturale, che è quello delle cacate carte.

[***] L’impresa fiumana cominciò il 12 settembre 1919 e terminò – appunto – con il “Natale di sangue”, quando la città di Fiume fu accerchiata dal Regio esercito e D’Annunzio ricevette l’ultimatum; al rifiuto del Vate, la popolazione ebbe 48 ore di tempo per lasciare la città; poi cominciò l’assedio (che sarà condannato da Antonio Gramsci).

 

La mossa del cavallo

Un romanzo di Camilleri alla TV, questa volta senza Montalbano

La mossa del cavallo

Facendo clic sull’immagine è possibile vedere lo sceneggiato su Ray play, ancora per una settimana a partire dal 27.02.2018). forse anche più.

La mossa del cavallo è l’ultimo sceneggiato della TV (ma lo “sceneggiato” oggi in linguaggio coglione è chiamato “fiction”) tratto da un romanzo di Andrea Camilleri. Ma non c’è Montalbano, anche se il protagonista di questo racconto è ancora il bravo Michele Riondino, che ha interpretato il giovane Montalbano.
Riondino veste i panni di un ispettore delle finanze calato dal Nord in Sicilia per verificare certe anomali, l’evasione della tassa del macinato dovuta dai proprietari dei mulini.
I fatti narrati sono realmente avvenuti, nella Sicilia da poco inglobata nel Regno d’Italia (in forza del referendum, al quale presero parte 500.000 aventi diritto, e quasi tutti votarono per il “Sì”, cioè a favore del nuovo re Vittorio Emanuele II). Camilleri però ambienta la storia a Vigata e il protagonista, che nella realtà era milanese, qui è un oriundo siciliano, trasferitosi con la famiglia a Genova, quand’era ancora bambino. Perciò all’inizio lo sentiamo uscire in esclamazioni genovesi, e parla italiano con accento genovese. Finché viene incastrato in una brutta storia: lo si fa passare per l’assassino del prete, ed è un modo per sbarazzarsi di uno che aveva capito troppo, cose che non avrebbe dovuto capire. Finisce in carcere, torna con il pensiero ai fatti ai quali ha assistito, pensa a una strategia per uscire dall’incastro.
Ecco allora la “mossa del cavallo”: l’ispettore da genovese che era, torna ad essere siciliano: parla siciliano, pensa siciliano. Così arriva a ragionare di fino e, grazie all’aiuto di un magistrato onesto, è infine discolpato. Camilleri ci ricorda che il giudice Falcone interrogava i suoi indagati immancabilmente in siciliano.
Dopo aver visto lo sceneggiato (in linguaggio coglione: fiction) ho sùbito acquistato il libro, in formato elettronico (costa meno, non si perde tempo a ordinarlo, e la ricerca dei vocaboli all’interno del libro è più veloce e sicura) ed è così che, a maggior ragione, ho potuto apprezzare la qualità della trasposizione televisiva. Per esempio, nella caratterizzazione del prete, quello che verrà ucciso. Questi è un prete di malaffare, avido e lubrico. Eccolo, nelle parole di Camilleri:

Soprattutto, patre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi [= uccellini], delle picorelle, degli àrboli, delle arbe [= albe] e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Criatore.

Infatti una vedova di conturbante bellezza, ma squattrinata, profitta della debolezza carnale del prete per dirottare nella sua dispensa generi di prima necessità, ma anche per farsi fare costosi regali. Se il prete vuole guardarla, più o meno nuda, o toccare e financo baciare, sarà necessario pagare:

Fino a quel momento, la taliata [= guardata] di una minna [= tetta] nuda gli era costata cento grammi di cafè bono; la taliata di tutt’e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata [= bacio] senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli; una vasata con la lingua e le due minne nude, tre tazzine di porcellana e relative sottotazze; una passata di mano a lèggio a lèggio [= con tocco leggero] sopra le minne nude, un cucchiarino di vero argento; una vasata per ogni capezzolo, un rotolo di tela matapollo [= madapolam, tessuto di cotone indiano leggero] finissima per fare camicie.

La vedova è interpretata da Ester Pantano che in una videointervista pubblicata su Raiplay, tutta accollata e senza orpelli, ha l’aria di voler sembrare poco più che una casalinga, una di quelle che si rincoglioniscono a vedere la Tv del pomeriggio. Ma sa essere “fimmina piccante” (così diceva Tiberio Murgia nei Soliti ignoti [*]), questo lo si capisce, se appena si sa guardare fra le righe, e lo sceneggiato dimostra il suo talento.

Nella stesura della sceneggiatura, in particolare, si apprezza che padre Carnazza (un nome che la dice lunga) reciti una preghiera storpiandone il latino. Questo dettaglio di caratterizzazione della grossolanità del prete si trova soltanto nella sceneggiatura, nel libro non c’è. Tanto più dunque è gradito, perché dimostra rispetto e considerazione per il pubblico che ha ancora orecchio per il latino, quasi un omaggio, al quale da tempo non siamo più abituati. Infatti chi sa di latino dispone di un motivo di sorriso e sprezzatura in più, ed è per lui che si è usato questo accorgimento. Proprio come nella vecchia televisione, democristiana ma intelligente, di Bernabei,  che invece di livellare la comunicazione al basso, intendeva educare le masse e si guardava dall’offendere l’intelligenza del pubblico più raffinato. In questo caso, si è introdotta una notazione espressiva, quasi un elemento di complicità apprezzabile pressoché solo da chi ha una mente aperta, oggi più che mai, anche perché sa di latino; una lingua per lunga tradizione non identitaria, non settoriale, ma universale (perciò, tra l’altro, tenuta in gran dispetto da mongoidentitari, aziendalisti e operatori dell’impostura nei vari settori merceologici e ideologici). Ecco la preghiera storpiata (tra parentesi, le parole originali):

Domine Deus omnipoten [omnipotens], chi [qui] per Immaculatam Generilicem [Genetricem] Filii tuam [tui] omnia no [nos] habere voluisti, da nobis, tantae Matris auxilio, praesentis tempòris [témporis] specula [pericula] devitare, ut vitam consequarum [consequamur] aeternam. Per endam [eundem] Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum chi [qui] tecum…

Così stando le cose, penso che la visione dello sceneggiato sia da classificarsi assolutamente sconsigliabile per il gatto padano, per tre buone ragioni che il lettore intelligente e frequentatatore abituale di Nusquamia comprenderà facilmente.

Per un approfondimento storico-politico, si veda questa presentazione di Camilleri e, in particolare, si porga orecchio a quanto afferma a proposito della repressione del brigantaggio in Sicilia. A suo tempo presentammo il film di Pasquale Squitieri Li chiamarono briganti, sulla repressione del brigantaggio in Campania, e sulla figura del resistente brigante Carmine Crocco.

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[*] Ecco il Tiberio Murgia-pensiero, espresso in questi termini nel capolavoro di Monicelli: «Fimmena piccante, pigghiala per amante; / fimmena cuciniera, pigghiala per mugliera». Ci piace ricordarlo, in quanto politicamente scorretto in senso lato e, oggi in particolare, boldrinamente e serranamente scorretto. Sarebbe anche felinamente scorretto: spero però che il gatto padano stia al suo posto, tra le amatissime (da lui) sue cacate carte traguardate con occhio agrimensurale, e non voglia mettersi sullo stesso piano della dott.ssa Serra che, non foss’altro che per la sua educazione borghese, è qualche spanna più in alto: tra l’altro, a differenza del gatto e della zia Boldrina, si esprime correttamente in italiano. A proposito, perché la dott.ssa Serra non corregge i compitini di MarcoBattaglia (per chi non lo conoscesse: l’araldo di “Vivere Curno”, titolare della mistica similgiovanile dell’Erasmus/Orgasmus)? Bisognerebbe spianare tutta quell’enfasi che mette nei suoi scritti, quel gorgoglio di autocompiacimento, quei punti esclamativi.

Chiamarlo ius culturae è una baggianata

Togliere l’acqua al pesce populista va bene, meglio se in buon latino

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Elettromotrice A1_310 kW_1929
Genova, stazione ferroviaria di Piazza Manin, capolinea della linea ferroviaria a scartamento ridotto Genova-Casella. Vediamo nella foto il locomotore a trazione elettrica e, sullo sfondo, il cimitero monumentale di Staglieno. L’elettromotrice, la cui costruzione risale al 1929, è azionata da quattro motori elettrici a corrente continua (alimentazione a 2400 V) in grado di sviluppare una “potenza oraria” complessiva di 360 kW. La potenza oraria è la potenza massima che può essere impegnata per non più di un’ora di seguito, dopo di che si avrebbe surriscaldamento dei motori. Il tracciato ferroviario è lungo 24 km, attraversa 13 gallerie e si sviluppa spesso a mezza costa fra le montagne che dividono le valli solcate dai torrenti Bisagno, Polcevera e Scrivia; la pendenza massima è del 45% in aderenza naturale, cioè senza cremagliera. Si parte a quota 93 m s.l.m. a Genova e si arriva a 410 m s.l.m. al capolinea di Casella. Le elettromotrici storiche tuttora in servizio sono due, altre sono di costruzione più recente (anni ’90).

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Questa domenica mi trovavo a Genova, alla stazione di Piazza Manin, dov’è il capolinea della linea ferrata Genova-Casella. In attesa del trenino che fa la spola tra Genova e l’Appennino, mi trastullavo con il ficòfono (cosiddetto smartphone), cercando ragguagli su certe affermazioni di Minniti a favore dello ius soli, temperato da elementi di cosiddetto ius culturae. Avevo letto i titoli sul giornale e pensavo, considerato il ruolo di Minniti nel contenimento dell’immigrazione, che la sua fosse una mossa “paracula”, ma intelligente.
In sostanza, Minniti non ci sta a passare per un uomo di destra e questa sua mossa a favore dello ius soli è finalizzata, precisamente, a un riposizionamento della sua immagine. D’altra parte nel corso di altre esternazioni, a latere, Minniti si è detto consapevole della necessità di sottoporre a sorveglianza i campi di raccolta dei profughi in Libia, lasciando intendere di aver comunque messo in azione i levismi della diplomazia segreta. Vedremo. Il Minniti-pensiero è riassunto in questa sua recente dichiarazione:

Il mio profondo convincimento è che lo ius soli, che più correttamente andrebbe chiamato ius soli e ius culturae perchè prevede la conclusione di un ciclo scolastico, va separato dalle politiche migratorie: non c’entra con le politiche migratorie, ma riguarda persone che sono nate in Italia, figlie di persone che hanno regolare permesso di soggiorno.

Leggendo sul ficòfono gli ultimi lanci di agenzia mi confermavo nell’idea che Minniti ambisce a svolgere un ruolo analogo a quello di Pecchioli al tempo delle Brigate rosse. Allora si trattava di togliere l’acqua al pesce terrorista e Pecchioli, ministro-ombra degl’Interni nel PCI, ebbe un ruolo decisivo nella sconfitta del nemico di allora, collaborando con il Ministro degl’Interni del governo, l’esecrato Cossiga. Oggi si tratta di togliere l’acqua al pesce populista e Minniti agisce in conseguenza incurante dell’esecrazione, in base al principio che il meglio è nemico del bene. In pratica, lascia intendere che quel che avviene oggi in Libia è una schifezza, ma che sta pensando a porvi rimedio.
In realtà, come dimostrano certe sue esternazioni, Minniti non è del tutto incurante della maschera (pirandelliana) che gli hanno attribuito. Procedendo nel trastullo ficofonico sono così capitato su un articolo dell’agenzia Adnkronos, Lo ius soli spiegato in cinque punti (vedi), che riassume la questione dei tre diritti ai quali, secondo varie opinioni, si può e si deve fare riferimento per l’attribuzione della cittadinanza italiana (ius soli, ius sanguinis e cosiddetto ius culturae). Ecco come sono definiti i tre diritti:

Ius soli, ius sanguinis e ius culturae: facciamo chiarezzaIus soli, dal latino ‘diritto del suolo’ è un’espressione giuridica che intende l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul territorio di un dato Paese, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Lo ius sanguinis (‘diritto del sangue’), indica invece la trasmissione della cittadinanza dal genitore alla prole (ad esempio, il figlio di un italiano è italiano). Lo ius culturae, invece, prevede che può ottenere la cittadinanza il minore straniero, nato in Italia o entrato nel nostro Paese entro il 12esimo anno di età, purché abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli di studio o seguito percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali per conseguire una qualifica professionale. Tra le novità legate allo ius culturae rientra il merito: è necessario che il ciclo delle scuole primarie sia superato con successo. Chi viene bocciato alle elementari dovrà aspettare per chiedere la cittadinanza.

Così stando le cose, proviamo a ragionare. Queste dovrebbero essere le conclusioni: a) parlare di ius culturae è una baggianata se per “cultura” s’intende, come intende Minniti, come è spiegato qui sopra e, in generale, come intendono tutti nel dibattito in corso questi giorni, il compimento di un ciclo scolastico; b) volendo esprimere in latino il diritto alla cittadinanza che procede dal compimento di un ciclo scolastico si dovrebbe parlare, piuttosto, di ius institutionis. Infatti:

a) Se nell’espressione ius culturae quel genitivo latino designasse ciò che in italiano chiamiamo cultura, si aprirebbero le porte alle interpretazioni più disastrose, le quali, nella fattispecie, si tradurrebbero in nuovi cazzeggi di “politica politicante”. Infatti, che cos’è la cultura? Gl’identitaristi, incuranti della contraddizione in termini (ne abbiamo già parlato: la cultura è di tutti ed è per definizione meticcia) sfodererebbero la loro ridicola cultura identitaria; i copropapirologi, gli agrimensori male acculturati, gl’idolatri del “metodo” (quale che sia, pur di non pensare) e tutta la mala genìa dei burocrati pretenderebbero che la cultura sia una questione di congruenza con certe cacate leggi e prescrizioni normative; i talebani del politicamente corretto direbbero che cultura è ciò che si evince dallo sciroppamento degli scritti della malefica Martha Nussbaum (Pc Diva, cioè “vestale del politicamente corretto” secondo la definizione di Camille Paglia).
Se invece si stabilisce che il diritto di cittadinanza è condizionato dal compimento di un ciclo scolastico, la questione è definita in termini obiettivi (quale che sia il giudizio che vogliamo dare della scuola italiana) e i margini di manovra cazzeggiante sono convenientemente contenuti. Oltre tutto, la sciura Valeria, cioè il ministro (“il ministro”, non “la ministra”, con buona pace del boldrinamente corretto) Fedeli, un giorno o l’altro dovrà togliere il disturbo e la scuola italiana, sia pure faticosamente, potrebbe tornare ad essere una cosa seria, com’era prima della Fedeli, della Gelmini, della Moratti, di Berlinguer, per non parlare di Misàsi.

b) Se consultiamo un buon dizionario latino, come il glorioso di Georges-Calonghi, o come l’ottimo Lewis and Short, alla voce cultura, vedremo che in latino per cultura si intende la coltivazione o anche, tout court, l’agricoltura, e che solo metaforicamente e in un contesto che ne chiarisca il senso, può assumere un significato equivalente a quello della cultura com’è intesa in italiano; per esempio, troviamo cultura animi in Cicerone, in un contesto dove si parla, appunto, di un “animo coltivato”, come diciamo anche in italiano, ed è una metafora.
Se vogliamo esprimere il concetto di cultura in latino dovremo parlare invece di doctrina (in italiano un uomo di cultura è un uomo “dotto”) o di eruditio (quella dell’uomo “erudito”), o ancora, purché sia chiaro nel contesto, semplicemente, di litterae (quella dell’uomo “letterato”).

Ma, come si è visto nel precedente punto a), Minniti quando parla di ius culturae non esprime il concetto di cultura, ma quello di compimento di un ciclo scolastico. C’è anche chi parla del compimento di un ciclo di formazione, e non c’è chi non veda l’insidia del business dei corsi di formazione truffaldini, affidati alle cooperative e alle “imprese sociali” degli amici degli amici. Perciò speriamo che si parli, e si tratti, correttamente, di “formazione scolastica”, proprio come quella che si richiede ai cittadini italiani, per i quali la scuola è d’obbligo.
Insomma questa “cultura” del cosiddetto ius culturae in latino non si dirà cultura ma praeceptio, o institutio. Meglio la seconda, credo, come è chiarito ai commi C e D del dizionario Lewis and Short, alla voce “institutio”.

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Institutio

Il dizionario Lewis and Short è consultabile in rete (fare clic sull’immagine). Gli esempi dei commi C e D illustrano il significato della parola ‘institutio’ nell’accezione della locuzione ’ius institutionis’, che si pone in analogia alle altre due, consacrate dall’uso, ‘ ius soli’ e ‘ius sanguinis’.

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Dunque, per esprimere correttamente quel che impropriamente vien detto ius culturae, non di ius culturae si dovrebbe parlare, ma di ius institutionis. In questa locuzione “institutionis” svolge la stessa funzione di “soli” in ius soli e di “sanguinis” in ius sanguinis: sono tutti genitivi soggettivi, come quando in italiano diciamo “l’amore del padre”, intendendo l’amore che il padre porta per il figlio, e non l’amore del figlio per il padre (la differenza si capisce nel contesto). Cioè è l’istruzione (institutio) che conferisce il diritto di cittadinanza. In altre parole ancora, qui non si tratta del diritto all’istruzione (in latino, sarebbe un genitivo oggettivo), così come con l’espressione ius soli non s’intende il diritto al possesso del suolo, ma è il suolo nel quale si è nati che conferisce il diritto di cittadinanza.

 

Erasmo a Oria, Stendhal a Oggiono

Erasmo vendicato dall’impostura dell’Erasmus/Orgasmus

Non è la prima volta che in questo diario denunciamo l’impostura dell’Erasmus/Orgasmus posta al servizio di un’idea dell’Europa che fa a pugni con gl’intendimenti di Altiero Spinelli, padre nobile dell’Europa, oggi caduta nelle mani di miserabili eurocrati. La mistica dell’Erasmus/Orgasmus, agitata dai giovanottini ambiziosetti del Pd, coccolata dai poteri forti, proiettata in una missione di omologazione dei consumi e dei costumi, è un insulto nei confronti di Erasmo da Rotterdam, umanista e libero pensatore, che incarna tutto ciò che è agli antipodi del conformismo eurocratico che ignora il lascito di Erasmo ma si impadronisce del suo nome.
Demistificare tale impostura è doveroso, vendicare Erasmo da Rotterdam è sacrosanto.

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Erasmo a Oria

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Erasmo in Valsoda

In alto a sinistra, il lago di Lugano visto dal terrazzino della villa Fogazzaro-Roi a Oria in Valsolda, che fu della madre del Fogazzaro e che nel romanzo Piccolo mondo antico era la casa dello zio Piero. Molti ambienti della villa, per volontà testamentaria dell’erede (marchese Giuseppe Roi, pronipote dello scrittore), che ne ha fatto dono al Fai, sono conservati proprio come descritti nel libro del Fogazzaro, che qui trascorreva le vacanze. Per esempio: «Franco non era conservatore che in religione e in arte; per le mura domestiche era un radicale ardente, immaginava sempre trasformazioni di pareti, di soffitti, di pavimenti, di arredi. […] Così, tra l’uno e l’altra, disposero la sala per la conversazione, la lettura e la musica, la loggia per il giuoco, la terrazza per il caffè e per le contemplazioni poetiche. […] Franco […] disegnò e alzò sopra la terrazza un aereo contesto di sottili aste e bastoncini di ferro che figuravan tre archi sormontati da una cupolina, vi mandò su due passiflore eleganti che vi aprivan qua e là i loro grandi occhi celesti e ricadevano da ogni parte in festoni e vilucchi. Un tavoluccio rotondo e alcune sedie di ferro servivano per il caffè e per la contemplazione».

In alto a destra, l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Il titolo originale è Μωρίας Εγκώμιον, idest Stulticiae laus.

Qui sotto, due pagine dell’edizione dell’Elogio della follia (Rizzoli, Milano 1989) portata a Oria, come si vede qui sopra: l’aspetto ondulato e le macchie sono il ricordo di una precedente trasferta al lago d’Oggiono, com’è spiegato di seguito. A sinistra, il testo latino che, per via del rimpicciolimento fotografico, risulta come fosse composto in corpo 8; a destra, la traduzione italiana, composta in corpo 11.

Erasmo_Elogio della f.

Due settimane fa ho portato Erasmo da Rotterdam in Valsolda, a 600 m dal confine svizzero: cioè, ho portato il suo Elogio della follia, che era un po’ di tempo che non tiravo giù dallo scaffale della biblioteca. E c’è una ragione: nella mia edizione si è fatto riferimento, per il testo latino, al testo stampato dalle Belles Lettres: fin qui niente di male, anzi, tutto bene. Però l’editore milanese ha ritenuto conveniente non ricomporre il testo, ma riprenderlo fotograficamente dall’edizione francese. Capisco che così abbia evitato di incorrere in errori di trascrizione, e anche questo è un bene; il guaio però è che, per posizionare le immagini dell’edizione francese su una pagina di dimensione (orizzontale) inferiore, i caratteri risultano rimpiccioliti: praticamente, in corpo 8. Forse si dava per scontato che i lettori non leggessero il testo latino. Vent’anni fa non avevo difficoltà a leggerlo; ultimamente, invece, da qualche anno, confesso, se i caratteri sono minuscoli la vista mi si affatica. Però giusto un mese addietro mi sono provvisto di occhiali idonei, così quel che ultimamente ero costretto a leggere in rete, adesso finalmente posso leggerlo su carta, eventualmente anche sub divo, cioè all’aria aperta. Proprio come un tempo, quando questa edizione dell’Elogio della follia era un mio prezioso compagno di viaggio.
Era dunque una bella giornata e, dopo aver sbrigato alcune faccende libresche, decisi che sarebbe valsa la pena tornare in Valsolda. Ma perché la Valsolda? Per me quello è un luogo magico, come Varigotti, per esempio, il borgo ligure al quale è dedicata una pagina di Nusquamia (vedi Via dai miasmi della politichetta), come Varenna e Montevecchia in Lombardia, o come Fontaine-de-Vaucluse in Provenza; o anche come Itaca, dove però sono stato una sola volta, e dove credo di non tornare mai, perché non voglio sciupare il ricordo. Luoghi magici per me, un po’ come per Corto Maltese, a Venezia, la Corte sconta detta arcana, o il Ponte delle Marevege. Ecco, Oria è un luogo legato alle memorie di quel mondo antico, dove l’amor proprio, l’onore e la generosità contano (o contavano) qualcosa, dove ancora oggi puoi dimenticarti per poco, solo per poco, della bestialità che alberga in uomini che, mille volte peggiori del Pasotti austriacante e conformista, servo dei potenti, di quel mondo antico, pretendono oggi di essere progressisti e addirittura civili. Della suggestione del luogo e delle memorie Fogazzariane ho già parlato in un precedente articolo (vedi Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro) al quale rimando il lettore intelligente di Nusquamia (per la differenza tra “il lettore intelligente” e “l’intelligente lettore” si veda nella pagina precedente: I lettori intelligenti di Nusquamia).
Disponendo degli occhiali idonei, potevo portare l’Elogio della follia nel luogo incantato, in ricordo di altre piacevoli sortite. Quando vado in un bel posto, porto sempre un libro, ma dev’essere un libro che conosco bene, un libro del novero dei preferiti. Così, tra l’altro, favorisco il meccanismo di associazione mnemonica: quale luogo è più adatto della Valsolda per tale esercizio di sinestesia estetica e intellettuale? Con tutto il rispetto per Trezzo sull’Adda, il paese che pretende di essere città nel quale adesso vivo, e con tutto che non sia un paese brutto come Curno, il borgo sgarrupato di Bergamo che pretende di essere «bello da vivere», volete mettere Oria di Valsolda con Trezzo d’Adda? Il paragone mi sembra improponibile.
Le pagine di quest’Elogio della follia che ho portato con me ad Oria, meta di un itinerario culturale fogazzariano, sciupate come si vede nella foto, in realtà a me non paiono rovinate, ma in qualche modo stocasticamente ornate, in quanto evocatrici di un altro itinerario culturale, questa volta stendhaliano, quando non erano ancora macchiate, all’inizio.

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Stendhal a Oggiono

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Lago di OggionoLago di Annone (o di Oggiono)

Anni addietro andavo con un amico perlustrando certi luoghi della Brianza che Stendhal aveva visitato in compagnia dell’amico conte Vismara. Il resoconto del viaggio, compiuto nell’agosto 1818, si trova nel Journal di Stendhal e oggi è leggibile in traduzione italiana: Diario del viaggio in Brianza, Bellavite, Missaglia 2009. Ma al tempo delle nostre escursioni bisognava acquistare tutto il diario, cosa che il mio amico fece, ordinandolo presso la Librairie française di Milano, in via San Pietro all’orto. Quando andammo a ritirare il  Journal in un’edizione di qualche decennio prima, tre volumi in brossura, feci presente all’amico quanto avevo letto nella biografia dell’anarchico Gaetano Bresci, scritta da Arrigo Petacco: il giorno precedente l’attentato al re Umberto I, a Monza, Bresci, che dava per scontato che avrebbe perso la vita in questa sua impresa, o quanto meno la libertà, trascorse festevoli ore in un rinomato bordello che apriva i battenti in questa via, appunto.
Avendo dunque studiato i movimenti in Brianza di Stendhal e del conte Vismara, andammo sulle loro orme, e ciascuno di noi era provvisto del necessario per fissare sulla carta, con la tecnica dell’acquerello, questo o quel luogo stendhaliano. Così in diverse tappe visitammo Giussano (dove il conte Vismara ebbe l’ardire di pisciare in un’acquasantiera), passammo un’intera giornata a Inverigo e ammirammo quella sua Rotonda progettata dal Cagnola, che aveva fatto studi di giurisperito ma nella vita fu architetto (suo è, per esempio, l’Arco della pace di Milano), poi ci furono tre spedizioni ai laghi di Alserio, Pusiano e Oggiono. Trascurammo il lago di Segrino, perché a Stendhal non piacque (non piaceva neanche a C.E. Gadda: qui il padre aveva fatto costruire un villone, che l’accidioso letterato odiava). Dopo la Brianza visitammo altri luoghi stendhaliani: potevamo forse mancare Griante (che però nella Certosa di Parma Stendhal chiama Grianta), vicino a Cadenabbia?  Certo che no, visto che l’eroe stendhaliano per eccellenza, Fabrizio del Dongo, trascorse qui la fanciullezza.
Quando Stendhal prende alloggio ad Oggiono, chiede una barca per visitare il lago; gliene viene data una, sulla quale salgono una ragazza e il fratellino. Stendhal dice alla fanciulla, scherzando: «Lei è pescatrice e peccatrice» (nel diario leggiamo: « «Vous êtes pescatrice et peccatrice»). Lei risponde, in tutta franchezza: «Sì». Con queste premesse, il giorno seguente Stendhal e l’amico chiedono di nuovo la barca: questa volta c’è la peccatrice, il fratellino non c’è. Quando la barca è in mezzo al lago, i due allungano le mani; il diario non dice molto, ma fa presente che la peccatrice diceva «minc, minc!» (così è scritto) e minaccava di gettarsi nel lago. Non so se sia corretto tradurre l’espressione abbreviata «b.ée» (che sta verisimilmente per baisée) con il termine “scopata”, come mi è capitato di leggere, per cui «à grand’ peine une b.ée» sarebbe da intendere come “a mala pena una sveltina”. Tutto sta a interpretare correttamente quell’altra notazione abbreviata, dove Stendhal scrive «Elle d… deux fois». Forse quella “d” sta per dégluti? Può essere. Nel dubbio, riporto le parole della stesura originale:

Nous volons au lac, croyant être sûrs de notre fait; nous nous embarquons avec l’objet sans frères; à grand’ peine une b.ée et elle menaçait de se jeter dans le lac; minc, minc, disait-elle sans cesse. Elle d… deux fois; son air fatigué après.

Ognuno interpreti come vuole queste parole. Bisognerebbe leggere il diario per intero e, qualora non vi si trovasse niente, passare in rassegna la corrispondenza di Stendhal, e verificare se quella “d” ricorre altrove, e con quale significato deducibile dal contesto. Per il momento basti sapere che i due amici lasciano alla “peccatrice” 3 lire e 7,5 soldi, come si precisa al termine del diario, nella nota delle spese (nel resoconto, p. 350 dell’edizione segnalata, è scritto proprio così, in italiano: «à la peccatrice». Il Journal di Stendhal (tutto, e non solo quello relativo al viaggio in Brianza) può essere letto in rete, nel sito della Bibliothèque Nationale de France, basta fare clic sul nesso: Journal du voyage dans la Brianza.

Al tempo della nostra escursione a Oggiono, nel luogo dove presumibilmente si trovava la locanda di Stendhal, c’era un locale, forse era anche un albergo: si chiamava “Fattorie di Stendhal”, oggi non c’è più, cioè c’è un altro locale con vista lago, ma è rifatto da cima a fondo, come oggi usano i geometri brianzoli, troppo moderno per i miei gusti. Il caso volle che allora dietro il banco ci fosse una signora con occhi meravigliosi e un petto molto forte che sarebbe piaciuta a Stendhal; il mio amico chiese di poter essere ritratto insieme con lei, nel giardino. Preciso che non fu consumato nessun peccato.
Rimane da dire l’incidente che occorse alla mia copia dell’Elogio della follia. Il fatto è che quel libro si trovava in una valigetta nella quale riponevo i pennelli, i colori per acquerello in “godet” (cioè la scatola delle tavolette dei pigmenti da stemperare in una ciotola che prende il nome di godet, appunto) e un barattolo di vetro a imboccatura larga, contenente l’acqua necessaria per l’esecuzione della pittura acquerellata. Il barattolo era chiuso da un tappo a vite provvisto di guarnizione in gomma. Al termine di quelle cinque o sei piacevoli ore passate a Oggiono, opportunamente rifocillati e dopo aver letto il giornale, e un po’ di Erasmo, all’ombra di un salice, riponemmo le nostre cose nel bagagliaio dell’automobile e ce ne tornammo a Milano.
Quando fui tornato a casa e aprii la valigetta, mi accorsi di non aver stretto bene il coperchio del barattolo dell’acqua che, filtrando tra il bordo del vetro e la guarnizione in gomma del coperchio, aveva inzuppato le pagine del libro, che asciugai come potei con il phon per i capelli. Ma il danno era fatto, perché le pagine rimasero per sempre gibbosamente ondulate, con macchie sparse di un color di bistro slavato. Già, perché l’acqua che avevo versato limpida nel barattolo, al ritorno conteneva abbondanti tracce di tutti i colori, per via delle frequenti immersioni del pennello. E la somma dei colori è appunto un colore che prende il nome di bistro. Ma perché non avevo buttato l’acqua prima di riporre il barattolo nella valigetta? Mah, era un’abitudine: e se ci fosse venuto in mente, all’ultimo momento, di registrare con i pennelli un’altra veduta?
L’incidente a quel tempo mi dispiacque, mi diedi dello stupido perché non avevo stretto bene il coperchio del barattolo. Oggi invece ne sono contento, adesso che per via di più idonei occhiali posso rileggere quel mio Erasmo stampato in corpo 8: per essere precisi, sono orgoglioso; a questo sentimento concorrono due o tre motivi, onestissimi, s’intende, ma troppo privati per essere analizzati in un diario pubblico.

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Erasmus purus putus

Ovvero Erasmo “in purezza”, purgato della mistica euroburocratica

 

Holbein-erasmus

Ritratto di Erasmo da Rotterdam, di Holbein il Giovane .

È venuto il momento di presentare un brano di Erasmo, come ormai da qualche tempo abbiamo cominciato a fare, da quando ci siamo accorti che il suo nome è abusato per fini politici e, per così dire incarcerato, costretto nel gabbio del politicamente corretto dei conformisti corifei di un’Europa tecnoburocratica che non è l’Europa, ma la tomba dell’Europa. Che i conformisti si fregino del nome di Erasmo, che fu un campione di anticonformismo, è proprio grossa! Ma a questo abbiamo accennato – anzi, più che accennato – in alcuni precedenti interventi:

Il libero pensiero nella tradizione umanistica, prima dell’illuminismo

Un adagio di Erasmo contro gli opportunisti/conformisti del Pd

Erasmo da Rotterdam, libero pensatore, contro il cazzeggio

La Follia parla delle donne giocosamente (e poco serranamente!)

Erasmo contro la bestialità del voler risolvere le controversie con la violenza

Il brano scelto è tratto dalla dedica dell’Elogio della follia a Tommaso Moro, che dall’amico è definito “uomo per tutte le stagioni”. Attenzione, però: Erasmo non intendeva che Moro fosse disponibile a ogni compromesso, ché questo farebbe a pugni con l’etica dell’uomo politico, dell’umanista e santo della Chiesa Tommaso Moro. Al contrario, Erasmo vuol dire, come del resto si capisce bene leggendo l’epistola dedicatoria, che Moro è uomo affabile e disponibile per gli amici. Tale interpretazione è ribadita da Erasmo all’inizio del suo proverbio 286° (gli Adagia cominciarono a essere pubblicati nel 1500, ed erano ottocento; nell’edizione definitiva di Basilea, del 1536, saranno più di quattromila; l’Elogio della follia è del 1509). [*] Questa definizione di Tommaso Moro diventerà il titolo di una commedia quindi il titolo di un celebre film:

Il film Un uomo per tutte le stagioni narra di Tommaso Moro, insigne umanista, santo della Chiesa e cancelliere del re, condannato a morte per non aver riconosciuto la supremazia del re d’Inghilterra, Enrico VIII, sulla Chiesa romana. In questo spezzone il re s’intrattiene con la figlia di Tommaso Moro: sa che è una persona erudita (lo fu veramente), perciò le rivolge la parola in latino, le domanda se conosce anche il greco e conclude con l’elogio delle proprie gambe. Per leggere la trascizione del dialogo e la sua traduzione, si veda: Tommaso Moro non confondeva il papa con il Dalai Lama, la figlia parlava latino.

 

1. Superioribus diebus cum me ex Italia in Angliam recepissem, ne totum hoc tempus quo equo fuit insidendum amusois et illitteratis fabulis tereretur, malui mecum aliquoties vel de communibus studiis nostris aliquid agitare, vel amicorum, quos hic ut doctissimos ita et suavissimos reliqueram, recordatione frui. 2. Inter hos tu, mi More, vel in primis occurrebas; 3. cuius equidem absentis absens memoria non aliter frui solebam quam praesentis praesens consuetudine consueveram; 4. qua dispeream si quid umquam in vita contigit mellitius. 5. Ergo quoniam omnino aliquid agendum duxi, et id tempus ad seriam commentationem parum videbatur accommodatum, visum est Moriae Encomium ludere.
6. Quae Pallas istuc tibi misit in mentem? 7. inquies. 8. Primum admonuit me Mori cognomen tibi gentile, quod tam ad Moriae vocabulum accedit quam es ipse a re alienus; 9. es autem vel omnium suffragiis alienissimus. 10. Deinde suspicabar hunc ingenii nostri lusum tibi praecipue probatum iri, propterea quod soleas huius generis iocis, hoc est nec indoctis, [11] ni fallor, [10-segue] nec usquequaque insulsis, impendio delectari, et omnino in communi mortalium vita Democritum quendam agere. 12. Quamquam tu quidem, ut pro singulari quadam ingenii tui perspicacitate longe lateque a vulgo dissentire soles, ita pro incredibili morum suavitate facilitateque cum omnibus omnium horarum hominem agere et potes et gaudes. 13. Hanc igitur declamatiunculam non solum lubens accipies ceu μνημόσυνον tui sodalis, verum etiam tuendam suscipies, utpote tibi dicatam iamque tuam non meam.

Traduzione:

Nei giorni scorsi, quando dall’Italia mi recavo in Inghilterra, perché tutto quel tempo, nel quale dovevo stare in sella [equo insidendum], non fosse sciupato in chiacchiere [‘fabulis’, dal verbo ‘fari’, parlare] senza il conforto delle Muse e delle buone lettere, preferii ogni tanto ritornare con il pensiero [‘agitare’: letteralmente, “smuovere”] ai nostri comuni interessi di studio, o anche godere del ricordo degli amici che qui avevo lasciato, affabili, non meno che colti [ut… ita et]. Fra questi, e [‘vel’, con significato rafforzativo] tra i primi, mi venivi in mente tu, mio caro Moro; e, quand’eri assente e io ero lontano [absentis absens] traevo piacere [frui solebam] dal tuo ricordo non diversamente da come avevo l’abitudine di gioire della tua frequentazione [consuetudine] quand’ero in tua presenza [praesentis praesens]; mi venga un colpo [dispeream] se mai in vita mia mi è capitata una dolcezza maggiore [aliquid mellitius] di quella! Perciò poiché avevo stabilito [duxi] che in ogni caso avrei dovuto fare qualcosa, e quelle circostanze [id tempus] mi sembravano poco idonee a scrivere un trattato serio, mi è parso opportuno [visum est] giocare a fare un encomio [encomium ludere] della sciocca follia.
Tu mi dirai [inquies]: «Chi è quel dio che ti posto in mente codesta [istuc] brillante trovata? Pallade?». In primo luogo mi ha invogliato [monuit] il nome della tua famiglia [cognomen gentile], perché tu ti chiami Moro, ed è un nome così vicino a quello della follia [Moriae vocabulum] quanto tu ne sei distante; invero ne sei distantissimo, proprio così, per universale consenso [omnium suffragiis]. Poi avevo il sentore [suspicabar] che questo scherzo partorito dalla nostra fantasia [ingenii nostri lusum] sarebbe stato approvato da te soprattutto, da te che hai l’abitudine di trarre grandissimo [impendio] diletto da questo genere di scherzi, che non sono né rozzi [indoctis] – se non sbaglio – ma nemmeno del tutto [usquequaque] privi di mordente [insulsis], da te che in questa vita dove siamo tutti mortali fai un po’ [quendam] il Democrito. Per quanto [quamquam], tu invero [quidem], da un lato [ut] sei quello che dissente radicalmente [longe lateque dissentire soles] nei confronti dell’opinione del volgo, in virtù [pro] di un certo tuo singolare acume d’ingegno, dall’altro [ita] sei capace [potes] e ti compiacci [gaudes] di fare la parte dell’uomo [hominem agere] per tutte le stagioni [omnium horarum], in virtù [pro] della soavità dei tuoi modi e disponibilità con tutti. Non solo dunque accetterai volentieri [lubens] questa piccola orazione come un ricordo del tuo compagno di studi, ma [verum etiam] te ne farai carico [suscipies] per difenderla, perché [utpote] è dedicata a te, ed ormai è tua, non mia.

 

Analisi sintattica e note di comprensione

1. Periodo complesso, composto di sei proposizioni: a. proposizine principale (predicato verbale: malui); b., c. proposizioni dipendenti completive-oggettive, coordinate dalla congiunzione vel (predicati verbali: agitare, frui); d. proposizione dipendente temporale (predicato verbale: recepissem); e. proposizine dipendente finale (predicato verbale: tererentur); f. prop. dipendente di II grado dalla proposizione e., relativa-appositiva (predicato verbale: fuit insidendum). Due aggettivi di grado superlativo – doctissimos e suavissimos – sono resi con i corrispondenti aggettivi al grado positivo, perché nella lingua italiana, soprattutto moderna, l’uso del superlativo è talora avvertito come una stonatura. L’aggettivo amusos, nella proposizione e., è un prestito dal greco, già impiegato da Vitruvio: significa “senza le Muse”, cioè senza il conforto dell’arte.

2. Periodo di una sola proposizione (predicato verbale: occurrebas), che chiamiamo complessa perché, oltre al soggetto e al predicato verbale contiene tre complementi.

3. Periodo complesso, composto di due proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: frui solebam, dove solebam è verbo servile); b. prop. comparativa (predicato verbale consueveram), dove frui è sottinteso, come si capisce dalla simmetria dell’espressione: solebam… Si osservi il ruolo retoricamente efficace (poliptoto) dei participi congiunti absentis absens e praesentis praesens.

4. Periodo complesso ipotetico, composto di due proposizioni: a. principale, di valore ottativo-esclamativo (predicato verbale: dispeream); b. dipendente condizionale (predicato verbale contigit). La principale è l’apodosi del periodo ipotetico; la dipendente è la protasi; il periodo ipotetico è del I tipo.

5. Considerando agendum e accomodatum forme nominali del verbo (nomi verbali) risulta un periodo complesso composto di quattro proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: visum est); b. prop. dipendente completiva-soggettiva (predicato verbale: ludere): c., d. due proposizioni causali coordinate, introdotte dalla congiunzione subordinante quoniam e coordinate dalla congiunzione et (predicato verbale: duxi, videbatur).

6. Periodo di una sola proposizione, interrogativa-reale (predicato verbale misit). Si noti che Pallas (Pallade, per i Romani Minerva) è la dea della saggezza: qui è evidente il ricorso all’ironia, visto che Erasmo non della saggezza ha deciso di fare l’encomio, ma dell’insipienza. Nella traduzione l’aggettivo “brillante” traduce il significato implicito nella menzione di Pallade Atena. Si noti anche istuc, forma arcaica per istud.

7. Proposizione semplice ellittica del soggetto: s’intende che sia Tommaso Moro, al quale Erasmo dedica l’opera (predicato verbale: inquies).

8. Periodo complesso comprendente: a. proposizione principale (predicato verbale: admonuit); b. proposizione causale (predicato verbale: accedit); c. proposizione comparativa (predicato verbale: es). Moria è traslitterazione latina di μωρία, che significa “follia”.

9. Periodo comprendente una sola proposizione, complessa (predicato verbale: es). Si noti l’uso di vel con valore asseverativo.

10. Periodo complesso, comprendente quattro proposizioni: a. proposiz. principale (predicato verbale: suspicabar); b. proposiz. completiva oggettiva (predicato verbale: probatum iri); c., d. due proposizioni causali coordinate, dipendenti (di II grado) da b. (predicati verbali: soleas delectari, agere). Questo periodo include la proposizione incidentale 11.

11. ni fallor >> proposizione ellittica del soggetto, incidentale perché sintatticamente indipendente dal periodo nel quale è inserita. Democritum agere significa recitare la parte di Democrito, il filosofo al quale si attribuisce, insieme a Leucippo, la fondazione della teoria atomistica. Come gli epicurei, che infatti si rifecero a lui, Democrito sosteneva che si dovesse ridere della paura. Nella traduzione l’avverbio impendio è reso con un aggettivo, mentre l’aggettivo indefinito quendam è reso con un’espressione avverbiale (un po’).

12. Periodo complesso, comprendente: a., b. due proposizioni indipendenti coordinate (predicati verbali: agere potes e gaudes); proposizione dipendente comparativa (predicato verbale: dissentire soles). Si noti che quamquam non è congiunzione subordinante (col significato di “benché…”) che introduce una proposizione concessiva, ma è congiunzione coordinante (con il significato di “per quanto…), come a favorire la transizione a una nuova considerazione, qui espressa dalla principale. Si noti l’uso di ut… ita, ricorrente nel latino umanistico, assimilabile a quello di μέν … δέ… in greco. Si noti ancora l’uso della congiunzione pro che non introduce un complemento di vantaggio o locativo (nel significato di “davanti a”), o di scambio/sostituzione, ma di relazione.

13. Periodo composto (composto, e non complesso), perché comprende due proposizioni principali coordinate (predicati verbali: accipies, suscipies). Si noti la presenza nel periodo di due participi congiunti, con significato, rispettivamente modale (lubens equivale all’avverbio libenter) e finale (tuendam equivale a ut eam tuearis). Erasmo fu ospite di Moro in Inghilterra due volte, studiarono insieme e si perfezionarono nella lingua greca: per esempio tradussero Luciano di Samosata. Il loro fu un sodalizio culturale, perciò Erasmo si dice sodalis di Tommaso Moro.

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[*] L’Adagium 286 porta il titolo Omnium horarum homo e s’inizia così: «Qui seriis pariter ac iocis esset accommodatus et quicum assidue libeat convivere, eum veteres omnium horarum hominem appellabant. Atque ita vocatum Asinium Pollionem auctor est Fabius». Cioè “Gli antichi chiamavano ‘uomo per tutte le stagioni’ colui che fosse parimenti disponibile al serio e al faceto, e del quale fosse piacevole la frequentazione. Fabio [Quintiliano] testimonia che così veniva chiamato Asinio Pollione”.

 

Un adagio di Erasmo contro gli opportunisti/conformisti del Pd

Il veltroniano “non solo questo, ma anche…” in versione curnense. È in arrivo un clistere di massa, aromatizzato con profumi massonici?

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de-libero-et-servo-arbitrio

 A cinquecento anni dall’affissione al duomo di Wittenberg delle 94 tesi di Martin Lutero, papa Francesco ha abbracciato l’arcivescovo primate della Chiesa luterana svedese, signora Antje Jackelen. Ciò avveniva il 31 ottobre 2016, appena dopo la firma della dichiarazione congiunta luterano-cattolica da parte di papa Francesco e del presidente della Federazione luterana mondiale, Munib Younan. Sorge la domanda: era proprio necessario? Ci sono nella dottrina protestante aspetti preoccupanti, sono sotto gli occhi di tutti, sono inglobati nell’etica protestante del capitalismo. Poco importa che il mondo sia scristianizzato, in pratica: i disvalori di quell’etica sono lì, postulano il ritorno alla legge della giungla. Il mondo cattolico, i paesi latini, se non fossero ormai infettati dall’aziendalismo, avrebbero il dovere di resistere, di promuovere una rinascita dell’umanesimo, anche nel nome della Buona novella, quella stessa che, di fatto, è stata ripudiata dalla Riforma protestante, che segna un ritorno alla barbarie del Vecchio testamento.
I due punti fondamentali che impedirono ad Erasmo, libero pensatore che bene conosceva i difetti della Curia, l’avidità dei pontefici, l’ignoranza dei frati, di aderire al protestantesimo, sono la questione del peccato originale e quella del libero arbitrio. Secondo Erasmo, Lutero sbagliava, perché è vero che il libero arbitrio è stato viziato dal peccato originale, ma esiste pur sempre nell’uomo un margine di libertà: se non ci fosse, dovremmo negare la giustizia e la misericordia divina. Un anno dopo, Lutero rispose ad Erasmo scrivendo un trattato sul servo arbitrio, nel quale insisteva sull’impossibilità per l’uomo di scegliere liberamente tra bene e male. A sinistra, il saggio di Erasmo da Rotterdam sul libero arbitrio, pubblicato nel 1524. Per sfogliare il libro di Erasmo, fare clic su De libero arbitrio διατριβή sive collatio per Desiderium Erasmum Roterodamum. A destra, la risposta di Lutero, sul servo arbitrio, pubblicata appenai un anno dopo. Per sfogliare il libro di Lutero, fare clic su De servo arbitrio Martini Lutheri ad D. Erasmum Roterodamum.

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Erasmo era un umanista, non un aziendalista. Era anche un demistificatore: la mistica dell’Erasmus/Orgasmus che si vuole inoculare ai curnensi destinati a diventare “sempre più europei” per favorire la carriera di un consigliere comunale, l’avrebbe fatto vomitare. Ce ne fanno fede la sua opera e la sua vita: [*] avrebbe potuto cogliere allori “istituzionali”, schierandosi con i protestanti che – almeno in questo, giustamente – si scandalizzavano dell’ipocrisia dei cattolici e del marketing delle indulgenze. Ma era un uomo d’intelletto, e capì immediatamente il pericolo del servo arbitrio difeso da Lutero: un argomento ideologicamente pericolosissimo, del quale ci siamo già occupati su Nusquamia (vedi Il papa è libero di dire e fare quel che vuole. Noi siamo liberi di dissentire. Concludevamo il nostro pezzo con queste parole:

Ebbene, Lutero e Calvino, che ci ripropongono la barbarie del Vecchio testamento, cioè il ritorno alla logica di sopraffazione, sono reazionari perché contrastano l’evoluzione dell’uomo, che non è più una scimmia antropomorfa nella giungla. La natura dell’uomo non è più quella della scimmia, noi non siamo scimmie, la giungla non ci piace, neanche la sua legge, e l’etica protestante ci fa orrore.

Insomma, tutto il contrario delle Acli di Bergamo, tutto il contrario della diaconessa dott.ssa Serra che prepara un pasticcio politicamente corretto, pretende che noi lo ingurgitiamo e che per giunta si dica che il pasticcio è buono, anzi ottimo. Alcuni degli ingredienti del pasticcio sono: cattolicesimo in salsa cattoprogressista, protestantesimo (entrambi pochissimo cristiani), molte fedi sotto lo stesso cielo (è una cosa che li fa godere, da pazzi), Vera Baboun e la buonanima (mica tanto) di Arafat, femminismo e piedi nudi nella moschea, aziendalismo ed estirpazione dei pregiudizi Lgbt.
Riuscirà l’amministrazione crurale a liberarsi del fardello serrano? Abbiamo forti dubbi in proposito; perciò non abbasseremo la guardia, finché non avremo la certezza che la dott.ssa Serra si sia veramente ritirata a vita nonnesca. Parimenti non ci faremo impressionare da certe manovre di facciata, qualora per esempio MarcoBattaglia decida di condire il pasticcio serrano con una spolveratina di europeismo massonico, per poi diluirlo con l’acqua miracolosa della casetta curnense dell’acqua, onde farne un beverone da inoculare nei cittadini, a mo’ di clistere di condivisione: un enteroclisma di massa da leccarsi i baffi, pensano gli aziendalsimilprogressisti; in realtà, da soffrire le pene dell’inferno. Così il MarcoBattaglia fa carriera, mostrando alle lobby europee che Curno non solo è Lgbt-friendly, ma anche Europe-friendly, e prendendosi il merito del lungo lavoro di sottomissione cominciato già agli albori della tirannide serrana; intanto i curnensi si buttano dalla passerella sul Brembo per dare refrigerio al culo in fiamme.
Precisamente contro il “non solo… ma anche…” prima veltroniano, poi serrano-cattoprogressista, quindi crurale-aziendalista (senza tuttavia rinnegare il cattoprogressismo e con in più una spruzzatina massonica, grazie al contributo dei giovani neoconformisti) si espresse Erasmo da Rotterdam in questo suo adagio, il 602mo, nell’ultima edizione dei suoi Adagia, quello che s’intitola “Sedere su due sedie”.

602. Duabus sedere sellis1. Duabus sedere sellis est incertarum esse partium et ancipiti fide, ambabus satisfacere velle. 2. Quo verbo nove composito ἀλλοπρόσαλλον Homerus appellat Martem, id est nunc his, nunc illis partibus faventem. 3. Macrobius in Saturnalibus cenis: Laberius mimus in senatum a Caesare lectus, cum a Cicerone ad consessum non reciperetur dicente: 4. Reciperem te, nisi anguste sederemus, nimis mordaciter respondit: 5. “Atqui solebas duabus sellis sedere!”, objiciens tanto viro lubricum fidei. 6. Sed id, quod Cicero dixit, “nisi anguste sederemus” scomma erat in Caesarem, qui in senatum passim tam multos admittebat, ut eos quattuordecim gradus capere non possent. 7. Hactenus Macrobius. 8. Est autem omnium consensu turpissimum cum utraque parte colludere. 9. At Solon legem tulit, qua punirentur hi, qui in civitatis tumultu neutri partium adhaesissent.

Note grammaticali, sintattiche e di comprensione
1. ‘Duabus sedere sellis’ è proposizione sostantiva, soggettiva costruita con inf. + accusativo; ‘incertarum esse partium et ancipiti fide’, ‘ambabus satisfacere velle’: due proposizioni sostantive costruite con acc. + infinito, di valore predicativo, coordinate; ‘incertarum partium’ è complemento attributivo di appartenenza. 2. ‘Nove’ è avverbio, dall’agg. ‘novus’;  ἀλλοπρόσαλλον è compl. predic. di ‘appellat’; ‘id est’ è locuzione con valore di congiunzione; ‘faventem’ è participio congiunto con ‘Martem’. 3. ‘Macrobius… cenis’: la proposizione, che finisce con i due punti, è ellittica del predicato verbale: sottintendiamo ‘refert’ (‘riferisce’). I Saturnalia sono un’opera di Macrobio in forma di dialogo tra dodici personaggi che discutono convivialmente – perciò si parla di ‘cenae’ – durante le feste di Saturno; ‘mimus’ designa sia l’attore, sia il commediografo, come in questo caso: qui è complemento appositivo; ‘lectus’: participio congiunto con Laberius; ‘in senatum… lectus’ vuol dire ‘chiamato tra i senatori’; ‘cum… reciperetur’: prop. subordinata avverbiale, causale; ‘dicente’ è participio congiunto con ‘Cicerone’. 4. ‘Reciperem te, nisi anguste sederemus’: periodo ipotetico del III tipo (‘nisi… sederemus’, prop. subord. concessiva: protasi). 5. ‘Solebas… sedere’: predicato verbale con due verbi, dove ‘solebas’ è verbo servile; ‘lubricum’ è qui sostantivo, derivato dall’agg. ‘lubricus’ (scivoloso); ‘fidei’ è compl. attributivo di qualità, come per esempio in ‘vir magni ingenii’. 6. ‘in Caesarem’: compl. di specificazione oggettiva; ‘tam… ut non possent’: la congiunzione ‘ut’, associata all’avverbio ‘tam’, regge la proposizione subordinata avverbiale consecutiva; ‘quattuordecim gradus’ è il soggetto della proposiz. consecutiva: erano quattordici gli ordini dei seggi riservati in teatro ai cavalieri, nella cavea, appena sopra i senatori, quindi un po’ più distanti dalla scena; i senatori sedevano nell’orchestra (che è uno spazio del teatro): oggi diremmo in platea; il testo di Macrobio lascia intendere un’analogia tra lo spazio del Senato e quello di un teatro. [**] 7. Proposizione ellittica del predicato verbale: possiamo intendere ‘Hactenus quod Macrobius rettulit’, cioè ‘Fin qui, quanto ci ha riferito Macrobio’. 8. ‘Omnium consensu’: complemento di limitazione; ‘cum utraque parte colludere’: proposiz. subordinata completiva, sostantiva soggettiva; ‘est… turpissimum’: predicato nominale della proposizione principale. 9. ‘At’: non sempre il valore della congiunzione ‘at’ è avversativo, talora, come in questo caso, il suo significato, all’inizio di una proposizione che introduca una nuova narrazione, è analogo al greco δέ (quest’uso è più frequente nella prosa post-augustea); ‘qua punirentur’ è una proposiz. finale (introdotta dal pron. rel. +  il congiuntivo), dunque una ‘falsa proposiz. relativa’; ‘qui… adhaesissent’: proposiz. relativa di valore attributivo (e non appositivo).

Segue la traduzione:

602. Sedere su due sedie – Sedere su due sedie significa stare non da una parte certa, ma con lealtà ambigua voler piacere ad entrambe le parti. Omero con un neologismo da lui coniato chiama Marte ‘voltafaccia’, perché il dio, appunto, favorisce ora una parte, ora l’altra. Racconta Macrobio nelle sue ‘Cene durante i Saturnali’: Laberio, il mimografo, chiamato da Cesare tra i senatori, poiché Cicerone non gli consentiva che sedesse con loro, e gli diceva «ti accoglierei, se non avessimo così poco spazio per sederci», gli rispose assai mordacemente: «Eppure tu eri solito sedere su due sedie», rinfacciando a un così grande uomo la scivolosità della sua lealtà. Ma le parole di Cicerone, «se non avessimo così poco spazio per sederci», erano una battuta contro Cesare, che indiscriminatamente introduceva in Senato così tante persone, che quattordici ordini di seggi non basterebbero ad accoglierli. Fin qui Macrobio. D’altronde, tutti concordano che è oltremodo vergognoso giocare ora con un partito, ora con l’altro. Invero Solone promosse una legge per cui si punissero coloro che, nei conflitti civili, non avessero preso partito per gli uni o per gli altri.

Mi domando se gli agitatori della mistica Erasmus/Orgasmus leggeranno queste righe e se, intuendo – forse – qualcosa dello spirito di Erasmo, del tutto per caso (serendipità? no, perché il caso qui, bene o male, è pilotato) non possano cominciare a vergognarsi della loro ostinata determinazione di fottere la concorrenza dei coetanei votati alla disoccupazione, ricorrendo al trucco congiunto della tessera del Pd e delle lobby europeiste. Le probabilità di una loro resipiscenza sono molto esigue, praticamente nulle, lo so. Quelli sono determinati, come la dott.ssa Serra, e non hanno nemmeno i freni inibitori della sindachessa emerita italo-elvetica (freni caratterizzanti e impiantati nelle coscienze dei giovani, un tempo, dalla buona educazione borghese; tuttavia, quando alla dott.ssa Serra si fosse presentata la possibilità di mettersi in mostra, in occasione di cerimonie fasciate e tricolorate, tali freni s’inceppavano, come abbiamo già fatto osservare).

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[*] Torneremo, spero, sulla vita di Erasmo. Basti qui accennare che i suoi Colloquia furono condannati dalla Facoltà teologica della Sorbona nel 1526. Non è il massimo per chi aspiri a una vita tranquilla.

[**] Qui sotto, vista assonometrica di un teatro romano. L’orchestra è lo spazio semicircolare sotto il palcoscenico. I seggi riservati ai senatori sono quelli in basso, indicati nella figura come ‘bisellia’, essendo il ‘bisellium’ un sedile a due posti. I cavalieri sedevano nella gradinata, nei primi quattordici ordini, sopra i senatori. Correggere i refusi nelle diciture: trinunal > tribunal; substractiones > substructiones; ambulacro > ambulacrum.

Teatro romano

 

Comunicazione e identitarismo straccione

C’è chi sostiene che non si può parlare di Curno, se non si è iniziati alla “curnensità”

L. Belingardi, bersagliere volon

Luigi Belingardi, bersagliere volontario garibaldino nella campagna del 1866, del II battaglione dei Bersaglieri (o “carabinieri”) milanesi, bisnonno di Aristide: vedi § 7 di questo articolo (la foto è tratta dalla rivista Bergomum [1928], VII, 3, p. 84).

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1. Premessa

C’è un tale, malmostoso e iracondo – e non è difficile per i lettori di Nusquamia capire chi sia quel desso – il quale non ha mai digerito che Gandolfi divenisse sindaco di Curno in seguito a un sofferto compromesso tra Pdl e Lega. Quando fu designato capolista della scombiccherata coalizione, Gandolfi ebbe il grave torto di nemmeno interpellarlo: un affronto, per uno che da sempre aspira a un ruolo istituzionale; uno che si è messo in testa, e pesta i piedi, come un bambino prepotente e antipatico, di prog[g]ettare tutto il prog[g]ettabile e insieme pretende di spezzare il pane mistico del “nuovo che avanza” davanti a villici ammirati e a bocca aperta (adesso è fissato con la banda larga, l’“eccellenza” e i certificati Erasmus/Orgasmus); uno che – addirittura! e sono mentule acide! – contende a Bepi el memorioso il ruolo di depositario della memoria storica del paesello; come se non bastasse, conosceva Angelo da ragazzo, quando lui, sottovalutato uomo della Provvidenza, si professava membro della fazione dei “prasini” politici, cioè dei verdi, ma poi sarebbe planato sulla sponda occupata dal politico territoriale Pedretti, verde anche lui, ma di un’altra tonalità, politicamente agli antipodi (beh, “verde” è anche il Libro verde di Gheddafi). Già, lui, l’agrimensore malmostoso, condivise con il Pedretti, agrimensore e politico territoriale, la velleità provinciale di dotare Curno di un inutile Bibliomostro che avrebbe dovuto suscitare l’invidia del mondo e in particolare di Bergamo. Sì, sì: i paesani sono più bravi dei cittadini! Mah!
Per giunta Gandolfi, dovendo preparare il piano di comunicazione della campagna elettorale, pensò di rivolgersi all’amico Aristide, che il malmostoso ancora non conosceva. Il risentimento per Gandolfi si accrebbe, mentre cominciava a prendere corpo un sentimento d’invidia per il misterioso collaboratore, la cui campagna di comunicazione non solo era elegante nella grafica e nell’eloquio, in contraddizione con la beceraggine della destra e con lo sciacquettismo delle maestrine della similsinistra, ma si rivelò efficace.

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2. Una comunicazione efficace ma non volgare

La comunicazione di Gandolfi, tollerata, ma indigesta a parte degli stessi compagni di squadra, considerata irridente e politicamente scorretta dalle maestrine similprogressiste, aveva il torto di non concedere niente alla volgarità. Suonava come tacito rimprovero a tutto quel che avevano sempre fatto, parimenti destrorsi e similsinistri, e che avrebbero continuato a fare, essendo sprovvisti di ésprit de finesse, di senso critico, d’ironia. I fatti dimostrarono che la volgarità non era necessaria (tanto per intenderci, sono volgari anche i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia, è volgare spacciare paura e odio per raccattare voti, come fa Salvini). Caratteristica fondamentale di tale comunicazione è la sobrietà: quella vera, però, fatta di onestà, eleganza e “parresia”, e non d’ipocrisia e mal riposta superbia, quale sarebbe stata la sobrietà serrana.
La sobrietà, i ragionamenti pacati rassicurarono l’elettore moderato, che voleva soltanto il buongoverno, mica i megaprogetti dell’amministrazione similprogressista precedente, pervasa (si era ancora al tempo delle vacche grasse) da libido aedificandi, come scrive Tacito di Nerone. Insomma se i leghisti volevano votare il  Pedretti, presente in lista, padronissimi di farlo: si accomodino. Ma i modi, le parole, gli stilemi, gli slogan del Pedretti erano banditi. Ma il malmostoso del quale si diceva questo non lo sopportava proprio: ohibò, ma qui si va contro la prassi!

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L'ipocirisia della anime belle

Una pagina del sito di qualità (mica i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia per Vivere Curno!) creato in occasione della campagna elettorale di Gandolfi. Già il suo titolo – I valori sì, ma non quelli bollati dei dottori della legge –  preannuncia (siamo nel 2007) il tormentone di disprezzo per la mistica delle cacate carte, che sarà uno dei capisaldi dell’impegno politico di Nusquamia. Per condannare l’ipocrisia delle damazze della similsinistra, spesso e volentieri cattoprogressiste, quell’ipocrisia che la dott.ssa Serra vorrà far passare per “sobrietà”, l’articolo rammenta le parole del Vangelo (Matteo, XXIII, 6-7; 23; 27-28) laddove Gesù inveisce («Vae vobis…») contro coloro che «amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità».
Altre pagine del sito erano dedicate alla cattiva coscienza della cosiddetta sinistra, alla sua libido aedificandi (prima della crisi), ai suoi ridicoli tic linguistici: ce n’era abbastanza per mandare in bestia le damazze di città e le sciacquette di paese operanti a Curno, che avevano dato a intendere ai villici di essere “le mejo fiche der bigonzo”. Parallelamente nel cuore del malmostoso ex collaboratore del Pedretti al risentimento per Gandolfi si aggiungeva un sordo rancore per l’ancora misterioso collaboratore del neo-sindaco, motivato fondamentalmente da invidia. Anche lui, infatti, aveva dato da bere ai villici di essere, nonostante la dimensione agrimensurale, tenuta però segreta, “er mejo fico der bigonzo”; ma al confronto quel che lui aveva fatto non era che una vecchia mutanda slabbrata.

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3. Gandolfi candidato sindaco: la campagna elettorale

Ma procediamo con ordine. Nel 2007, a ridosso delle imminenti elezioni amministrative, Pdl e Lega nord, i due partiti “di destra” (in realtà la Lega nord era ancora una “costola del movimento operaio”, come disse D’Alema), pensavano di aver buone possibilità di vincere le elezioni, se uniti. Ma si disputavano – e non c’è da meravigliarsi – il diritto di scegliere il candidato sindaco. Come abbiamo accennato sopra, saltò fuori il nome di Gandolfi, una specie di papa straniero, che avrebbe consentito una tregua tra le due fazioni, che avrebbero sistemato i conti dopo la vittoria, qualora avessero vinto. Si noti che la frattura non passava soltanto tra Lega e Forza Italia (non ancora Pdl), ma attraversava la stessa Forza Italia, divisa in due tronconi: pagnoncelliani e saffiotiani.
Nella campagna elettorale còmpito di Gandolfi (il cui nome pare fosse stato fatto da Maini) era metterci la faccia: poi, in un modo o nell’altro, i politici indigeni avrebbero trovato il modo di dare al neosindaco, ignaro della merda e del sangue della politichetta curnense, tutte le dritte di cui avrebbe avuto bisogno.

Il piano di comunicazione – Quando Aristide ricevette da Gandolfi la proposta di dirigere la campagna di comunicazione, mise subito le mani avanti: avrebbe potuto accettare, a condizione di non ricevere indicazioni del tipo “mi-piace-non-mi-piace” da parte dei politici indigeni, che non avevano né titoli né qualità per esprimersi in materia. Poiché quando la merda siede sullo scranno (un proverbio che conosceva da piccolo, per bocca della nonna)…, a dover sentire il parere di questo o di quello, il rischio è di rodersi il fegato e produrre qualcosa di un livello appena superiore a quello della comunicazione di Vivere Curno (la comunicazione dei desperados, da un punto di vista tecnico, è stata molto migliore, non foss’altro perché hanno deciso di assoldare uno che si premurò di studiare attentamente i contenuti e i modi della comunicazione di Aristide, un simil-Aristide, insomma, un po’ meglio dello scassato Quantile arruolato da Locatelli cinque anni fa, per la campagna elettorale del 2012).
Aristide, che a quel tempo ancora votava per la Lega, visto che la sinistra (cosiddetta) aveva gettato la bandiera rossa in un fosso, volle essere rassicurato sulla temperie politica del paesello:
– Non è per caso che dovrei lavorare per biechi razzisti, o sfruttatori della classe operaia?
– Ma no, – rispose Gandolfi – sono solo gruppi di potere, “famiglie contro famiglie” che, alla bisogna, trovano sempre un punto di equilibrio, non senza essersi prodotti in buzzurre e scomposte sceneggiate: come nell’Haka, la danza di guerra degl’indigeni Maori, o, per rimanere in casa nostra, come al mercato delle vacche del buon tempo antico.

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I politici indigeni curnensi in campagna elettorale fanno un gran baccano, quando si tratta di conquistare il potere. Poi solitamente scompaiono: vedi il Laboratorio delle idee promosso da Locatelli nel 2012, chiuso immediatamente dopo la disfatta elettorale, o l’Obiettivo Curno, che vivacchia, anche perché hanno perso per strada il simil-Aristide che gli dava una mano. La recente campagna elettorale (2017) della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense è stata particolarmente virulenta: agitarono lo spettro dell’Islam e denunciarono la “colata di cemento” che si sarebbe rovesciata su Curno per via della sciagurata variante del Pgt voluta dai serrani e sussunta dai crurali. Ma la campagna contro l’erezione della “nuova” Maxi moschea (peraltro nemmeno contrastata dalla dott.ssa Serra, per ragioni tutte sue, delle quali ci sfugge la nobiltà) fu un miserabile pretesto d’accattonaggio dei voti. L’alzata di scudi contro la colata di cemento fu una sceneggiata. 

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Quel che in fin dei conti spinse Aristide ad accettare la proposta fu la notizia che il gruppone della cosiddetta sinistra era egemonizzato da due femministe. Due femministe, delle quali una era tremendamente radical-chic: meglio, molto meglio che un invito a nozze! Fu questo l’argomento che levò di mezzo ogni esitazione: per combattere ci vuole un ideale, ma ci vuole anche un nemico, non generico, ma ben connotato. Ebbene, l’ideale era quello di sempre, una visione umanistica della società, per la quale Aristide si era sempre battuto; il nemico era anch’esso una vecchia conoscenza, la stupidità, fin dai tempi di Bouvard et Pécuchet di Flaubert, e prima ancora; la stupidità che recentemente, ma ormai da diversi decenni, porta il mantello dell’ipocrisia politicamente corretta. Che cosa si potrebbe chiedere di meglio?
La campagna elettorale fu efficace, come si è detto, i politici indigeni del PdL e il Pedretti della Lega nord incassarono i vantaggi della vittoria, quindi stesero le reti per impedire che Gandolfi desse seguito ai contenuti di quella campagna e portarono le sciabole dagli arrotini, perché fossero ben affilate in vista delle lotte intestine.

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4. I primi due anni dell’Amministrazione Gandolfi

A questo punto Aristide, per due anni buoni, praticamente si disinteressò della politica di Curno: a dir la verità, un po’ disgustato della piega che prendevano gli eventi. Era il periodo in cui imperversava nella giunta gandulfiana la zarina curnense (della fazione pagnoncel-formigoniana del Pdl): un esempio deteriore dei guai che può combinare un “ggiovane” in politica, quando parimenti manchi di qualità politiche, e abbia un alto concetto di sé; un po’ come si sarebbe visto in seguito con Cavagna il Giovane, che credeva di essere Bismarck; e come gli aziendalsimilprogressisti rischiano di sperimentare, se non trovano il modo di dare una calmata a MarcoBattaglia. Insomma, pare che la zarina comandasse a bacchetta, soprattutto i consiglieri targati PdL: guai a coloro che non si attenessero alla linea dettata da “lui” perché in caso di disobbedienza, avrebbero potuto essere sculacciati, tutti, compreso l’anziano Maini. Sì, sì, facciamo così! Lui lo vuole! “Deus volt!”.
Ogni tanto, è vero, Gandolfi chiedeva ad Aristide un parere sulle cose più disparate che gli capitavano sul tavolo: oscene proposte di servizi bislacchi al Comune che avrebbero dato “visibilità” agli amministratori (avevano il coraggio di scrivere così, i malnati venditori di fumo), “animatori” che si proponevano per divertenti e istruttivi spettacolini ai bambini delle scuole, proposte di adesione a inculanti iniziative istituzionali, anche queste con possibili sbocchi di visibilità assessorile, ma con finanziamento regionale ecc. Potete immaginare quali fossero le risposte vergate da Aristide. Ricordo però che una di queste iniziative passò, nonostante il pollice verso: era caldeggiata dal segretario comunale, aveva un inconcludente sapore ambientalistico, prevedeva il coinvolgimento delle scuole (poveri bambini, oggetto di pelose attenzioni in stile Minculpop!) e l’incarico a un architetto; si sarebbe conclusa con un convegnetto inutile nel quale prese la parola la zarina curnense (del Pdl, come si è visto).
Qualche volta Gandolfi chiedeva ad Aristide di dare un’occhiata agli scritti dei suoi consiglieri o assessori: a titolo di amicizia, Aristide correggeva gli svarioni grammaticali, o metteva in evidenza l’enormità di certi passaggi logici. Ricordo che una volta mi mandò il testo di un volantino, a proposito di un tiglio che qualcuno aveva reciso o che si voleva che fosse stroncato. Risposi a Gandolfi che la parte melensamente “culturale” del testo era copiata di sana pianta, virgole comprese, da Wikipedia: era la storia di Filemone e Bauci, quale si legge nelle Metamorfosi di Ovidio, trasformati in una quercia e un tiglio (appunto), uniti per il tronco; non ricordo, e forse non seppi mai, il seguito di questo episodio penoso d’improvvido ipercinetismo assessorile.
Aristide, cioè la persona fisica che in seguito avrebbe assunto lo pseudonimo di Aristide, si limitò a un esercizio di comunicazione neutra, avendo ricevuto l’incarico – previo un passaggio di presentazione in sede di Consiglio comunale – di redigere la rivista del Comune, che avrebbe preso il nome di 24035 Curno, Bg.  Ne uscirono due numeri, rispettivamente nell’ottobre 2008 e nell’ottobre 2009.

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24035Curno, BG_n.2_copert.

Il secondo numero della rivista 24035 Curno Bg (ottobre 2009): può essere sfogliata in formato pdf facendo clic sull’immagine. Come si vede, un prodotto di qualità, del quale tutto si può dire tranne che sia un giornale di marketta, come sono solitamente gli organi delle amministrazioni comunali (salvo forse qualche eccezione, a noi peraltro ignota): cioè, passerella di visibilità per gli assessorucoli e organo di sfacciata propaganda della maggioranza al potere, all’insegna del “tutto va bene, madama la marchesa”. Per il varo dell’iniziativa il segretario comunale d’allora, Annalisa Di Piazza, postulò all’ingenuo e non ancora scafato Angelo Gandolfi, costretto a fidarsi, la necessità di un Ufficio di staff, perfettamente inutile, come spiegato nell’articolo di Testitrahus Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno. Aristide, che pure fu posto a capo dell’Ufficio di Staff, di fatto non lavorò mai per l’Ufficio di Staff, per via della connotazione mostruosamente burocratica dell’Ufficio stesso. Peraltro in nome di quest’ufficio ci fu il tentativo d’innesco di “cattive pratiche” burocratiche: per esempio, si postulava che còmpito dell’Ufficio di staff fosse «fare acquisire a un gruppo di lavoro di giovani curnensi una «maggiore competenza e dimestichezza con le tematiche della collaborazione istituzionale». Come? Boh! Ma è importante agitare il pastone nel truogolo dei porci burocratici.

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La controversia pedrettesca – Poco dopo l’uscita del secondo numero di 24035 Curno, Bg, il Pedretti si produsse nella sua famosa ispezione della c.d. moschea in modalità di provocazione, bloccata in extremis da Gandolfi. Ed è a questo punto, e soltanto adesso, che nasce lo pseudonimo di Aristide: adesso che Aristide prende pubblicamente una posizione politica, se si vuole chiamare “politica” una posizione in difesa dell’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Era successo a Curno qualcosa di estremamente grave, in generale, sul piano etico-politico; in particolare, su scala locale, il paese non ancora “bello da vivere” rischiava di subire le conseguenze di una bravata che avrebbe, sì, dato visibilità al Pedretti in vista delle prossime elezioni regionali, ma che avrebbe potuto innescare una guerra di religione (qualora il piano d’ispezione fosse stato attuato, un funzionario di sesso femminile avrebbe dovuto interrompere la preghiera collettiva degl’islamici, il venerdì a mezzogiorno).
Il tentativo del Pedretti portò alla sua defenestrazione, cioè gli furono levate la carica di vicesindaco e le deleghe assessorili. Ma il Pedretti era un politico “territoriale” molto potente, perciò fu trattato dalla stampa anglorobicosassone con tutti i riguardi, fra l’altro in combutta con i similprogressisti che si macchiarono di un’indifferenza etica che ha dell’incredibile. Gandolfi venne a dir poco massacrato dalla stampa anglorobicosassone. Una giornalista dell’Eco di Bergamo, fra l’altro “de sinistra” e figlia di un personaggio di spicco della sinistra bergamasca, era presente a Curno in Aula consiliare il 29 dicembre 2009, quando Gandolfi lesse la dichiarazione sottoscritta da un pubblico ufficiale, che inchiodava il Pedretti alle sue responsabilità, ma i lettori del giornale non ne seppero niente, né allora, né mai. Per saperne di più, riguardo a questo oscuro e triste episodio della politichetta curnense, si veda quanto abbiamo scritto su Testitrahus:

Qui comincia l’avventura…

Scuola di giornalismo, 1: La tecnica del tramezzino

Scuola di giornalismo, 2: Eloquenza della notizia negata

Se per la dott.ssa Serra fu facile non accorgersi della gravità dell’accaduto e, anzi, da quel momento cominciò ad accarezzare l’idea di sfruttare il risentimento del Pedretti per far cadere l’Amministrazione Gandolfi, a costo di aderire a un piano di eversione pilotato dal Pedretti, come di fatto poi avvenne, per Aristide non era possibile tacere. Era una questione di principio, perlomeno per uno come lui che mai fu sporcaccione, e che da ragazzo, così diverso dai giovani conformisti del Pd curnense, fu assetato di nobili ideali (si veda Il principio superiore).
Perciò pur consapevole del rischio che lo pseudonimo fosse scoperto, e del cattivo uso che si sarebbe fatto della scoperta, per rompere l’accerchiamento della stampa anglorobicosassone, Aristide cominciò  a scrivere con questo pseudonimo in calce alle notizie di Bergamo news e sul diario dell’Udc: avveniva sul finire del 2009, dopo la tentata provocazione del Pedretti.
Il diario dell’Udc, in particolare, era una tribuna aperta a tutti i lettori; il gestore per parte sua era ben felice di ricevere i contributi di tutti, perché ne guadagnava in visibilità all’interno del partito. In seguito però fu un po’ meno felice, perché nel frattempo il Pedretti aveva denunciato Aristide (ma dovrà rincasare con le pive nel sacco: vedi Aristide prosciolto in udienza preliminare, Pedretti condannato al pagamento delle spese processuali); era evidente inoltre che il Pedretti, potente politico territoriale, non gradiva la presenza di Aristide nel “blog” dell’Udc, che era divisa in due tronconi: il gestore del diario apparteneva al troncone filopedrettesco. Così, dopo qualche tentennamento, il diario dell’Udc chiuse definitivamente i battenti nell’ottobre 2010: si veda Blog Udc chiuso per davvero.

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5. Impegno politico contro l’ipocrisia similprogressista

La denuncia del Pedretti fu subito strombazzata dal compiacente Bergamo news, così lo pseudonimo di Aristide fu associato alla persona fisica che curava la stesura di 24035 Curno, Bg. Pedrettisti e similprogressisti ebbero fremiti paralleli di contenuto orgasmo.
Ad Aristide lo strombazzamento da principio dispiacque, poi ci ripensò, non essendo egli determinato in quella maniera trucibalda che tanto piace a Curno, che rende le persone prigioniere dei propri capricci e ne fa degli esseri insopportabili e maleducati. Ebbene – pensò – quelle trombe pedrettesche e anglorobicosassoni che dovevano annunciare la sua condanna a morte potevano essere le trombe della liberazione. Finalmente si sarebbe potuto dire pane al pane e vino al vino.
Dopo l’agnizione, Aristide aprì un giornale dedicato alle imprese del Pedretti che condizionava pesantemente la vita del paesello. Poiché nel blog, cosiddetto, dell’Udc il politico territoriale aveva scritto che Aristide non aveva palle, ipotizzando per converso che il politico ne fosse ampiamente fornito, tanto da doverle trascinare per terra, come si legge nei comici romani dell’ariete nel periodo della monta (perciò detto aries testitrahus, “ariete trascinatore di palle”),  in onore del Pedretti il giornale s’intitolò Testitrahus. Qui fu pubblicata la Pedretteide, un classico della fustigazione della politichetta curnense.

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Copertina_Pedrett

Per leggere la Pedretteide, fare clic sull’immagine.

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Fu proprio la giornalista antigandulfiana e “de sinistra” a informare Aristide della denuncia, che gli sarebbe stata notificata dagli organi competenti mesi dopo. Lei domandò: Ma come, non ne sa niente? Quindi: Come si sente? Risposi, come del resto usa in questi casi: Tranquillo. Avvertii un imbarazzo nella voce anglorobicosassone: che la giornalista, in un sussulto di dignità, si fosse sentita usata dal Pedretti, ai fini di una sua vendetta personale? Non lo so; so soltanto che s’interruppe, e che mi chiese il numero del telefono cellulare, con la promessa che mi avrebbe richiamato. Dalla giornalista antigandulfiana non ricevetti più alcuna telefonata; in compenso uno o due giorni dopo, la notizia dell’identità di Aristide, con in più spiattellato l’indirizzo del suo domicilio, apparve su Bergamo news, diretto da Cesare Zapperi, coetaneo del Pedretti e principe dei giornalisti anglorobicosassoni, allora.

La mozione della vendetta – Seguì in sede di Consiglio comunale curnense la “mozione della vendetta”, presentata dal Pedretti ed entusiasticamente appoggiata dai similsinistri curnensi che allora si chiamavano “Insieme per cambiare Curno”, non ancora “Vivere Curno”. Con tale mozione chiedevano la chiusura dell’Ufficio di Staff, al quale, come si è visto, la Di Piazza aveva vincolato la realizzazione della rivista. La mozione non passò, ma Aristide ritenne opportuno cessare la collaborazione: cosa facilissima, perché aveva avuto l’accortezza di siglare un accordo per cui sarebbe stato pagato, di volta in volta, a fronte di presentazione di una fattura relativa al prodotto realizzato. Le fatture furono due.
Varrà la pena ribadire che Aristide non percepiva alcun appannaggio fisso, contrariamente a quanto sostenuto dai soliti disinformatori (lo scrivevano in calce agli articoli curnensi di Bergamo news, a suo tempo; lo scrive adesso, oltre che allora, con vari pseudonimi, il malmostoso del quale si diceva). I disinformatori mentivano sapendo di mentire, tanto più che era scritto tutto, nero su bianco, nell’articolo Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno pubblicato il 19 febbraio 2011, dove Aristide afferma: «Se veramente l’avessi svolto [scilicet, l’incarico di responsabile globale della comunicazione dell’amministrazione comunale], considerando la qualità non eccelsa della comunicazione corrente del Comune di Curno, se ne dedurrebbe che sono un  buono a nulla, o un disgraziato. Insomma, qui ne va del mio onore». Dunque, nessun appannaggio fisso, e nessun proseguimento della collaborazione all’ideazione, alla stesura dei testi e all’impaginazione della rivista (di qualità, senza punti esclamativi e senza spudorate markette) 24035 Curno, Bg.
Aristide preferì ritirarsi, motu proprio, pur potendo continuare, a norma di cacata carta (la mozione di vendetta non era passata) e pur potendo sostenere, e dimostrare, che mai quale direttore della rivista aveva messo becco nella politica. Semmai, ma da privato cittadino, e sotto pseudonimo (a differenza, per esempio, di certi giudici che prendono pubblicamente posizioni politiche, nemmeno sotto pseudonimo) si era limitato a spendersi in favore dei Diritti dell’Uomo, in nome di un principio superiore. Francamente, non so quanti fra i copropapirologi, similprogressisti e non, così puntigliosi nell’applicazione della legge, quando gli torna comodo, si sarebbero ritirati in buon ordine, pur potendo evitare il coitus interruptus. Aristide preferì spuntare un’arma, ancorché impropria, che avrebbe potuto essere usata contro Gandolfi.

S’inizia la stagione dell’impegno politico – In compenso però, non collaborando più alla rivista, Aristide inaugurò una stagione entusiasmante d’impegno politico diretto. A questo punto non c’era più ragione di astenersi dal denunciare l’evasione etica e l’ipocrisia dei similprogressisti che perdevano via via ogni pudore e non esitavano a fare le mosse più riprovevoli per astio antigandulfiano e spianare la strada alla tirannide della dott.ssa Serra. Basti considerare l’episodio vergognoso della mordacchia imposta a Gandolfi a norma di cacata carta, quando, per togliergli la parola, i similprogressisti, insieme con i pedrettoleghisti e con metà della quinta colonna del Pdl (Locatelli doveva ancora uscire allo scoperto) abbandonarono l’Aula consiliare, decretando forzosamente la fine della seduta. La cronaca dell’esecrabile episodio si trova in La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male.
Altro che mozione della vendetta! A questo punto si dispiega la vendetta di Aristide, ma nel senso buono della parola latina vindicta (“animadversio pro delicto corrigendi causa facta”; la vendetta cattiva si chiama ultio), in base al brocardo: Iniuriam facias, nisi vindices. Insomma, signori similprogressisti (oggi, ancora peggio: aziendalsimilprogressisti): ve la siete cercata voi e, come dice il proverbio, chi è causa del proprio mal, pianga se stesso.
S’inizia così, nel 2010, una nuova fase di stretta collaborazione con Gandolfi, che viene attaccato dai nemici interni e da quelli esterni. La maggioranza nel frattempo s’incrina, la  festa cervisiaria è alle porte (non solo la quinta colonna, ma la stessa componente formigoniana del Pdl trama contro Gandolfi): ma Gandolfi, da abile scacchista, gioca sulle loro divisioni e tira avanti; anzi, darà il meglio di sé, riuscendo a realizzare il buongoverno nonostante la maggioranza scombiccherata. Aristide gli dà una mano sul piano della comunicazione, questa volta, sì, onestamente faziosa; e si divertirà un mondo. Il Pedretti schiuma di rabbia, dice che Gandolfi tratta i suoi consiglieri come burattini e, in parte, ha ragione. D’altra parte, forse che non se lo meritano?
Il resto è storia nota, perlomeno ai lettori di Nusquamia, che nel 2012 prosegue in forma più spigliata l’esperienza di Testitrahus. Continuare a scrivere su un organo intitolato al Pedretti (testitrahus, appunto), non aveva più senso ora che lo sapevamo avviato sul viale del tramonto, come scrivemmo in questo articolo all’indomani delle elezioni amministrative del 2012:

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Viale del tramonto_9 maggio 2012

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

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6. Parlare di Curno, alla faccia della mistica curnense

Tutto quello che si è scritto dovrebbe dimostrare che, se c’è uno che può parlare della politichetta di Curno con conoscenza di causa, questi è proprio Aristide. Conosco la politichetta, ne conosco i retroscena, sia quelli dei quali ho parlato, e che si possono dire, sia quelli dei quali non ho parlato e dei quali è meglio non dire, o perché a ben vedere non si ha certezza di certi fatterelli, o perché non sarebbe conveniente parlarne, perché investono aspetti di vita privata (non costituisce invece delitto di lesa maestà assessorile, o d’altro tipo, l’analisi del quadro motivazionale dei politici indigeni, che ci è stata utilissima).
Conosco inoltre la psicologia dei politici indigeni come il loro confessore, anzi meglio: perché c’è da scommettere che al confessore raccontano delle balle, mentre io, con l’esperienza, ho imparato ad estrarre la verità dalle balle, o anche dal non detto. Del resto la psicologia dei politici indigeni è brutalmente semplice, come quella di certi personaggi primordiali analizzati da Prosper Merimée.
Bene, nonostante questo patrimonio di conoscenza sento ogni tanto qualcuno negarmi il diritto di occuparmi di Curno, in assenza dei seguenti requisiti:

a) iniziazione alla mistica curnense;
b) residenza a Curno;
c) ius sanguinis.

Parlare del requisito a) è difficile, perché la mistica curnense, come tutte le mistiche, è misteriosa. Nessuno ha il coraggio di evocarla apertamente, perché così confesserebbe di essere lui stesso un iniziato, ma così facendo si tradirebbe, cioè tradirebbe l’esistenza di tale loggia segreta, frequentata fondamentalmente da buzzurri che credono di essere boni cives, anzi optimates.
Quanto al requisito b) quello di residenza curnense, esso fu evocato, circa cinque anni fa, dallo scassatissimo Quantile, assoldato da Locatelli in funzione di anti-Aristide (a proposito, che fine ha fatto? è sempre finian-futurista, nonostante la saga dei Tulliano’s? sempre così ambizioso, sempre così “ggiovane”, anche adesso che è un po’ meno giovane?). Il Quantile, per esempio, trovava molto disdicevole che Gandolfi prendesse contatto con possibili candidati di lista «geograficamente lontani da Curno». Parimenti il requisito di residenza era invocato dal Pedretti, in funzione antiaristidea, come pure dal mitico Tarcisio, factotum del Pedretti, il quale scriveva sul “blog” del’Udc tutto in maiuscolo, perciò venne chiamato il “maiuscolettatore”: Tarcisio invitava Aristide a rimanere a Trezzo sull’Adda e, dato che c’era, a buttarsi dal ponte. Ma quello che più di tutti si mostrava scandalizzato della lontananza geografica di un Aristide, che pure osava parlare di Curno era il malmostoso di cui sopra.
Ma ecco una novità, riguardo al requisito c). Non sapendo più a che santo appigliarsi, il malmostoso invoca la discriminazione etnica (che costò a Umberto Bossi un supplemento di condanna, oltre a quella per vilipendio del Capo dello Stato, ma Napolitano avrebbe fatto bene a dire: signor giudice, lasci perdere, il Bossi è un poveretto e io lo perdono, senza contare che è stato il Pedretti a mettergli quelle parole in bocca). Scrive infatti il malmostoso in una pagina del suo diario:

«Il custode delLa Latrina di Nusquamia l’ing. C.P. [cioè, Aristide] da Trezzo sull’Adda (cosa c’entra con Curno? forse c’ha un amante segreto?), lui d’origini sardagnole, uno che ha fatto il classico dai preti…».

Insomma, le origini di Aristide pare che non siano quelle giuste, quanto meno per parlare di Curno (ma gratta gratta, forse nemmeno per parlare d’altro). Beh, mi sia consentito osservare che quest’ansia identitaria:

a) è fondamentalmente fascista, come mi sono sforzato di dimostrare in alcuni dei numerosi scritti dedicati alla demistificazione dell’identitarismo, dei quali è riportato l’elenco nell’articolo Appunti di astronomia padana;
b) è indice di uno stato di sofferta incertezza riguardo all’onestà della propria madre, all’oscurità delle proprie origini, alla possibilità di tare familiari.

Psicologia dell’identitarista Hitler – Quello di Hitler è un ottimo esempio. Era figlio di Klara Pölzl che il padre aveva assunto come domestica, ed era al terzo matrimonio. Già questo, forse, non piaceva al gracile e sensibile ragazzino ambiziosetto. Per giunta il padre, Alois Hitler, non si chiamava così, ma Alois Schicklgruber, cioè portava il nome della madre, una contadina non sposata. Solo a 39 anni Alois, il padre di Adolf, con il concorso di testimoni che non sappiamo quanto fossero onesti in quell’ambiente contadinesco, riuscì a farsi attribuire il nome di quello che egli pretendeva essere il suo padre biologico, morto ormai da vent’anni, quindi impossibilitato a dire la sua, che però non si chiamava nemmeno Hitler, ma Hiedler. Come se non bastasse, Alois, che corse sempre la cavallina extraconiugale durante i suoi tre matrimoni, ed era padre di figli illegittimi, era sempre all’osteria, anzi per fortuna morì presto: all’osteria, appunto. Il guaio è che ben presto morì anche la madre, quando Adolf aveva 18 anni, e fu per lui un dolore devastante. Hitler si sentiva una merda, ed era nato a Braunau, che era in Austria ma che nel passato aveva appartenuto alla Baviera. E allora che cosa fa il giovane Hitler? S’inventa tutta una mistica dell’identità germanica, che cancellasse l’incertezza della sua identità e la vergogna per un ambiente familiare che lui sentiva come immorale.

Psicologia del mongoidentitarista padano – Naturalmente perché poi uno sviluppi una simile ossessiva ansia identitaria, non è necessario che la madre sia veramente una puttana, per esempio, o che esistano ragioni obiettive per vergognarsi degli antenati. Alle volte, uno è colto dal sospetto che la madre sia stata poco virtuosa un certo giorno, che per una coppa di champagne avesse perso l’onore (pare che nell’Ottocento si dicesse così) e che lui sia il figlio del peccato: e invece non è successo niente di tutto questo. Un altro invece è stato trascurato dalla mamma, e allora la nostalgia per una mamma, una mamma vera, una mamma più grande e finalmente benevola, lo spinge ad essere un identitarista esagitato. Ma, a voler passare in rassegna tutti i complessi d’inferiorità e d’altro tipo per cui si diventa identitaristi, non si finirebbe più. È difficile d’altra parte generalizzare, perché ogni identitarista, in mancanza di solidi fondamenti culturali (che impediscono per esempio, di dire certe cazzate sulle radici celtiche dei padani, come se ne sono sentite a josa) ha le sue ubbìe, le sue fobie, i suoi fantasmi, i suoi complessi d’inferiorità, le sue incertezze.
Naturalmente, non bisogna confondere l’identitarista psicotico e troglodita con lo studioso della cultura locale, purché la sua mente non sia troppo localmente angusta: condivido la repulsione di Merimée, già citato, per certi fanatici cultori di storia locale (l’argomento è toccato nel racconto La Vénus d’Ille).  A scanso di equivoci si veda tutto il bene che ho scritto della lingua provenzale e del poeta Mistral in Il provenzale, una lingua nobile e sepolta, riportata alla luce dal poeta Mistral.

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7. Risposta al malmostoso

Meraviglia per esempio la presa di posizione identitarista del malmostoso summenzionato, tanto più che mi dicono che proviene da una famiglia di onesti lavoratori. Va bene, è la pecora nera, ma perché tutta questa cattiveria, perché questo identitarismo esasperato, solitamente assente nelle persone equilibrate? Si avverte in lui la volontà di essere altro da quello che è, di essere di più, di dare una lezione a coloro che sono felici e che hanno le cose che lui non ha. Per quanto impietosito dai suoi problemi, che non conosco, e che quand’anche conoscessi, riterrei sconveniente trattare in questa sede, ritengo doveroso dare una lezione al malmostoso presentandogli mio bisnonno, che era bergamasco, garibaldino e un uomo di pregio, come forse si capisce (anche) osservando la foto all’inizio di questo articolo.
Il libro di Ottone Brentari, Il secondo battaglione Bersaglieri volontari di Garibaldi nella campagna del 1866, Tip. Agnelli, Milano 1908, al cap. IX, “Ruolo nominativo del Secondo battaglione”, p. 305, lo registra tra i bersaglieri della quarta compagnia: «Belingardi Luigi di Francesco, bersagliere della quarta compagnia, arruolato dopo il 1° luglio 1866. 17 anni. Vive a Bergamo».
In realtà nonna Teresita raccontava, insieme con alcuni aneddoti gustosi, il particolare che nonno Luigi era fuggito di casa e che aveva allora 16 anni. Ma i conti potrebbero tornare pensando che fosse fuggito prima del 1° luglio, ed essersi iscritto (o essere stato iscritto) al secondo battaglione soltanto in seguito, al termine dell’addestramento che – così leggiamo in alcuni documenti – avveniva a Milano, presso la Società del tiro a segno (perciò si chiamavano “bersaglieri”), in previsione della guerra con l’Austria. Oppure nonno Luigi potrebbe avere mentito sull’età al momento dell’arruolamento.
Ancora qualche particolare, prima di arrivare alla conclusione: si sa che il secondo battaglione dei bersaglieri partì da Bergamo per Desenzano il 21 giugno e che a Portese ricevette la visita di Garibaldi. Ci fu qualche sosta e qualche ripiegamento, che non val la pena raccontare; basti ricordare che le quattro compagnie il 1° luglio erano riunite a Lovere, che lasciarono alle 17 per arrivare a mezzanotte a Breno, in Val Camonica. Se nonno Luigi era con loro a Lovere, allora combatté anche lui a Vezza d’Oglio, il 4 luglio, dove i garibaldini fallirono il tentativo di contrastare le truppe austriache discese dal Tonale. Muoiono a Vezza, tra gli altri, il comandante del secondo battaglione, maggiore Castellini e il capitano della quarta compagnia (quella di nonno Luigi), Antonio Frigerio. Ecco il monumento ai caduti garibaldini, che dovettero fare i conti con i Kaiserjäger comandati dallo svizzero (sì, svizzero) Ulysses von Albertini: come dire soldati professionisti contro intellettuali. Tali erano i garibaldini: studenti, professori, medici, ingegneri, avvocati non cazzeggiatori, uomini di studio e di lettere.

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Vezza sull'Oglio

Monumento ai caduti garibaldini a Vezza d’Oglio, in Val Camonica, 20 km a ovest del Passo del Tonale.

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Sui libri si legge che ci fu a Bergamo un secondo arruolamento di volontari per il Secondo battaglione, il 15 luglio; e se “arruolato dopo il 1° luglio”, come si legge nel libro del Brentari, vuol dire “arruolato il 15 luglio”, allora il merito di nonno Luigi fu ancora maggiore, perché partì dopo la disfatta di Vezza, consapevole del rischio di perdere la vita, quando la vittoria di Garibaldi a Bezzecca, il 21 luglio, doveva ancora venire.
Insomma, sono il primo a dire che l’ideale di nonno Luigi, quello di un’Italia unita e redenta dal domino straniero, come si diceva, era sbagliato; con il senno del poi sappiamo com’è andata a finire: è finita che siamo divenuti schiavi dei burocrati e delle sciacquette del politicamente corretto, pedine delle manovre dei poteri forti, intrisi fino alle ossa di mafia, camorra e di ’ndrangheta, con le istituzioni che fanno acqua da tutte le parti e abbiamo perfino come ministro della Pubblica istruzione una sindacalista. Ma vivaddio era giovane, aveva degli ideali, si arruolava e rischiava la vita; non era uno sporcaccione, un giovane conformista come quelli che oggi s’iscrivono al Pd per fregare slealmente i coetanei nella struggle for life facendo parte di una lobby, contenti di una vita di merda purché con prospettive di carriera.
Un’altra cosa che mi fa orgoglioso di nonno Luigi  sono le visite che faceva ormai cinquantenne (siamo nel 1898: mia nonna, che mi avrebbe raccontato queste cose, aveva allora 11 anni) a Filippo Turati, incarcerato a Milano, dopo che la «vile sabauda marmaglia» al comando del «feroce monarchico Bava» Beccaris aveva preso a cannonate il popolo «che pan domandava», come ricorda la canzone:

Ora io non so se, nella miserabile primiera dell’identitarista padano, un bergamasco di pregio valga quanto tre contadini bergamaschi o quattro contadini valligiani, o vattelapesca. Queste sono cose che sanno, e che hanno accuratamente contabilizzato, gli spregevoli identitaristi. Cose che disprezzo, come disprezzo gl’identitaristi che, non possedendo qualità proprie, si attribuiscono con frode qualità altrui. E allora maramaldeggiano, cazzeggiano e mistificano intorno alla qualità del proprio patrimonio genetico: cioè, se uno è un cretino, o ha sviluppato una patologia criminale, dirà che però il suo sangue e lo sperma sono quelli “giusti”; così pretenderà di non essere più un cretino, o un criminale.
Insomma, il malmostoso faccia tutti i suoi conti e, se non gli dispiace, se li tenga per sé. A me non rimane che pagarlo con la sua moneta, rinnovandogli l’invito, come scrivevo nella pagina precedente di questo diario: «Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno come si tratta coi gentiluomini».
(A scanso di equivoci, e per bene interpretare queste parole, si veda quanto ho scritto in Risposta ad Algido).