Skip to content

Vedi anche i due siti:
• ‘Testitrahus’: sito di politica, di cultura e di resistenza all’idiozia [www.testitrahus.it]
• ‘Comminus eminus’: sito di sapere, e non “dei saperi”! [www.webalice.it/claudiusdubitatius]

Comunicazione e identitarismo straccione

C’è chi sostiene che non si può parlare di Curno, se non si è iniziati alla “curnensità”

L. Belingardi, bersagliere volon

Luigi Belingardi, bersagliere volontario garibaldino nella campagna del 1866, del II battaglione dei Bersaglieri (o “carabinieri”) milanesi, bisnonno di Aristide: vedi § 7 di questo articolo (la foto è tratta dalla rivista Bergomum [1928], VII, 3, p. 84).

…………………………………………………………………………………………………………………………

.

1. Premessa

C’è un tale, malmostoso e iracondo – e non è difficile per i lettori di Nusquamia capire chi sia quel desso – il quale non ha mai digerito che Gandolfi divenisse sindaco di Curno in seguito a un sofferto compromesso tra Pdl e Lega. Quando fu designato capolista della scombiccherata coalizione, Gandolfi ebbe il grave torto di nemmeno interpellarlo: un affronto, per uno che da sempre aspira a un ruolo istituzionale; uno che si è messo in testa, e pesta i piedi, come un bambino prepotente e antipatico, di prog[g]ettare tutto il prog[g]ettabile e insieme pretende di spezzare il pane mistico del “nuovo che avanza” davanti a villici ammirati e a bocca aperta (adesso è fissato con la banda larga, l’“eccellenza” e i certificati Erasmus/Orgasmus); uno che – addirittura! e sono mentule acide! – contende a Bepi el memorioso il ruolo di depositario della memoria storica del paesello; come se non bastasse, conosceva Angelo da ragazzo, quando lui, sottovalutato uomo della Provvidenza, si professava membro della fazione dei “prasini” politici, cioè dei verdi, ma poi sarebbe planato sulla sponda occupata dal politico territoriale Pedretti, verde anche lui, ma di un’altra tonalità, politicamente agli antipodi (beh, “verde” è anche il Libro verde di Gheddafi). Già, lui, l’agrimensore malmostoso, condivise con il Pedretti, agrimensore e politico territoriale, la velleità provinciale di dotare Curno di un inutile Bibliomostro che avrebbe dovuto suscitare l’invidia del mondo e in particolare di Bergamo. Sì, sì: i paesani sono più bravi dei cittadini! Mah!
Per giunta Gandolfi, dovendo preparare il piano di comunicazione della campagna elettorale, pensò di rivolgersi all’amico Aristide, che il malmostoso ancora non conosceva. Il risentimento per Gandolfi si accrebbe, mentre cominciava a prendere corpo un sentimento d’invidia per il misterioso collaboratore, la cui campagna di comunicazione non solo era elegante nella grafica e nell’eloquio, in contraddizione con la beceraggine della destra e con lo sciacquettismo delle maestrine della similsinistra, ma si rivelò efficace.

.

2. Una comunicazione efficace ma non volgare

La comunicazione di Gandolfi, tollerata, ma indigesta a parte degli stessi compagni di squadra, considerata irridente e politicamente scorretta dalle maestrine similprogressiste, aveva il torto di non concedere niente alla volgarità. Suonava come tacito rimprovero a tutto quel che avevano sempre fatto, parimenti destrorsi e similsinistri, e che avrebbero continuato a fare, essendo sprovvisti di ésprit de finesse, di senso critico, d’ironia. I fatti dimostrarono che la volgarità non era necessaria (tanto per intenderci, sono volgari anche i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia, è volgare spacciare paura e odio per raccattare voti, come fa Salvini). Caratteristica fondamentale di tale comunicazione è la sobrietà: quella vera, però, fatta di onestà, eleganza e “parresia”, e non d’ipocrisia e mal riposta superbia, quale sarebbe stata la sobrietà serrana.
La sobrietà, i ragionamenti pacati rassicurarono l’elettore moderato, che voleva soltanto il buongoverno, mica i megaprogetti dell’amministrazione similprogressista precedente, pervasa (si era ancora al tempo delle vacche grasse) da libido aedificandi, come scrive Tacito di Nerone. Insomma se i leghisti volevano votare il  Pedretti, presente in lista, padronissimi di farlo: si accomodino. Ma i modi, le parole, gli stilemi, gli slogan del Pedretti erano banditi. Ma il malmostoso del quale si diceva questo non lo sopportava proprio: ohibò, ma qui si va contro la prassi!

…………………………………………………………………………………………………………………………

L'ipocirisia della anime belle

Una pagina del sito di qualità (mica i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia per Vivere Curno!) creato in occasione della campagna elettorale di Gandolfi. Già il suo titolo – I valori sì, ma non quelli bollati dei dottori della legge –  preannuncia (siamo nel 2007) il tormentone di disprezzo per la mistica delle cacate carte, che sarà uno dei capisaldi dell’impegno politico di Nusquamia. Per condannare l’ipocrisia delle damazze della similsinistra, spesso e volentieri cattoprogressiste, quell’ipocrisia che la dott.ssa Serra vorrà far passare per “sobrietà”, l’articolo rammenta le parole del Vangelo (Matteo, XXIII, 6-7; 23; 27-28) laddove Gesù inveisce («Vae vobis…») contro coloro che «amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità».
Altre pagine del sito erano dedicate alla cattiva coscienza della cosiddetta sinistra, alla sua libido aedificandi (prima della crisi), ai suoi ridicoli tic linguistici: ce n’era abbastanza per mandare in bestia le damazze di città e le sciacquette di paese operanti a Curno, che avevano dato a intendere ai villici di essere “le mejo fiche der bigonzo”. Parallelamente nel cuore del malmostoso ex collaboratore del Pedretti al risentimento per Gandolfi si aggiungeva un sordo rancore per l’ancora misterioso collaboratore del neo-sindaco, motivato fondamentalmente da invidia. Anche lui, infatti, aveva dato da bere ai villici di essere, nonostante la dimensione agrimensurale, tenuta però segreta, “er mejo fico der bigonzo”; ma al confronto quel che lui aveva fatto non era che una vecchia mutanda slabbrata.

…………………………………………………………………………………………………………………………

.

3. Gandolfi candidato sindaco: la campagna elettorale

Ma procediamo con ordine. Nel 2007, a ridosso delle imminenti elezioni amministrative, Pdl e Lega nord, i due partiti “di destra” (in realtà la Lega nord era ancora una “costola del movimento operaio”, come disse D’Alema), pensavano di aver buone possibilità di vincere le elezioni, se uniti. Ma si disputavano – e non c’è da meravigliarsi – il diritto di scegliere il candidato sindaco. Come abbiamo accennato sopra, saltò fuori il nome di Gandolfi, una specie di papa straniero, che avrebbe consentito una tregua tra le due fazioni, che avrebbero sistemato i conti dopo la vittoria, qualora avessero vinto. Si noti che la frattura non passava soltanto tra Lega e Forza Italia (non ancora Pdl), ma attraversava la stessa Forza Italia, divisa in due tronconi: pagnoncelliani e saffiotiani.
Nella campagna elettorale còmpito di Gandolfi (il cui nome pare fosse stato fatto da Maini) era metterci la faccia: poi, in un modo o nell’altro, i politici indigeni avrebbero trovato il modo di dare al neosindaco, ignaro della merda e del sangue della politichetta curnense, tutte le dritte di cui avrebbe avuto bisogno.

Il piano di comunicazione – Quando Aristide ricevette da Gandolfi la proposta di dirigere la campagna di comunicazione, mise subito le mani avanti: avrebbe potuto accettare, a condizione di non ricevere indicazioni del tipo “mi-piace-non-mi-piace” da parte dei politici indigeni, che non avevano né titoli né qualità per esprimersi in materia. Poiché quando la merda siede sullo scranno (un proverbio che conosceva da piccolo, per bocca della nonna)…, a dover sentire il parere di questo o di quello, il rischio è di rodersi il fegato e produrre qualcosa di un livello appena superiore a quello della comunicazione di Vivere Curno (la comunicazione dei desperados, da un punto di vista tecnico, è stata molto migliore, non foss’altro perché hanno deciso di assoldare uno che si premurò di studiare attentamente i contenuti e i modi della comunicazione di Aristide, un simil-Aristide, insomma, un po’ meglio dello scassato Quantile arruolato da Locatelli cinque anni fa, per la campagna elettorale del 2012).
Aristide, che a quel tempo ancora votava per la Lega, visto che la sinistra (cosiddetta) aveva gettato la bandiera rossa in un fosso, volle essere rassicurato sulla temperie politica del paesello:
– Non è per caso che dovrei lavorare per biechi razzisti, o sfruttatori della classe operaia?
– Ma no, – rispose Gandolfi – sono solo gruppi di potere, “famiglie contro famiglie” che, alla bisogna, trovano sempre un punto di equilibrio, non senza essersi prodotti in buzzurre e scomposte sceneggiate: come nell’Haka, la danza di guerra degl’indigeni Maori, o, per rimanere in casa nostra, come al mercato delle vacche del buon tempo antico.

…………………………………………………………………………………………………………………………

I politici indigeni curnensi in campagna elettorale fanno un gran baccano, quando si tratta di conquistare il potere. Poi solitamente scompaiono: vedi il Laboratorio delle idee promosso da Locatelli nel 2012, chiuso immediatamente dopo la disfatta elettorale, o l’Obiettivo Curno, che vivacchia, anche perché hanno perso per strada il simil-Aristide che gli dava una mano. La recente campagna elettorale (2017) della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense è stata particolarmente virulenta: agitarono lo spettro dell’Islam e denunciarono la “colata di cemento” che si sarebbe rovesciata su Curno per via della sciagurata variante del Pgt voluta dai serrani e sussunta dai crurali. Ma la campagna contro l’erezione della “nuova” Maxi moschea (peraltro nemmeno contrastata dalla dott.ssa Serra, per ragioni tutte sue, delle quali ci sfugge la nobiltà) fu un miserabile pretesto d’accattonaggio dei voti. L’alzata di scudi contro la colata di cemento fu una sceneggiata. 

…………………………………………………………………………………………………………………………

Quel che in fin dei conti spinse Aristide ad accettare la proposta fu la notizia che il gruppone della cosiddetta sinistra era egemonizzato da due femministe. Due femministe, delle quali una era tremendamente radical-chic: meglio, molto meglio che un invito a nozze! Fu questo l’argomento che levò di mezzo ogni esitazione: per combattere ci vuole un ideale, ma ci vuole anche un nemico, non generico, ma ben connotato. Ebbene, l’ideale era quello di sempre, una visione umanistica della società, per la quale Aristide si era sempre battuto; il nemico era anch’esso una vecchia conoscenza, la stupidità, fin dai tempi di Bouvard et Pécuchet di Flaubert, e prima ancora; la stupidità che recentemente, ma ormai da diversi decenni, porta il mantello dell’ipocrisia politicamente corretta. Che cosa si potrebbe chiedere di meglio?
La campagna elettorale fu efficace, come si è detto, i politici indigeni del PdL e il Pedretti della Lega nord incassarono i vantaggi della vittoria, quindi stesero le reti per impedire che Gandolfi desse seguito ai contenuti di quella campagna e portarono le sciabole dagli arrotini, perché fossero ben affilate in vista delle lotte intestine.

.

4. I primi due anni dell’Amministrazione Gandolfi

A questo punto Aristide, per due anni buoni, praticamente si disinteressò della politica di Curno: a dir la verità, un po’ disgustato della piega che prendevano gli eventi. Era il periodo in cui imperversava nella giunta gandulfiana la zarina curnense (della fazione pagnoncel-formigoniana del Pdl): un esempio deteriore dei guai che può combinare un “ggiovane” in politica, quando parimenti manchi di qualità politiche, e abbia un alto concetto di sé; un po’ come si sarebbe visto in seguito con Cavagna il Giovane, che credeva di essere Bismarck; e come gli aziendalsimilprogressisti rischiano di sperimentare, se non trovano il modo di dare una calmata a MarcoBattaglia. Insomma, pare che la zarina comandasse a bacchetta, soprattutto i consiglieri targati PdL: guai a coloro che non si attenessero alla linea dettata da “lui” perché in caso di disobbedienza, avrebbero potuto essere sculacciati, tutti, compreso l’anziano Maini. Sì, sì, facciamo così! Lui lo vuole! “Deus volt!”.
Ogni tanto, è vero, Gandolfi chiedeva ad Aristide un parere sulle cose più disparate che gli capitavano sul tavolo: oscene proposte di servizi bislacchi al Comune che avrebbero dato “visibilità” agli amministratori (avevano il coraggio di scrivere così, i malnati venditori di fumo), “animatori” che si proponevano per divertenti e istruttivi spettacolini ai bambini delle scuole, proposte di adesione a inculanti iniziative istituzionali, anche queste con possibili sbocchi di visibilità assessorile, ma con finanziamento regionale ecc. Potete immaginare quali fossero le risposte vergate da Aristide. Ricordo però che una di queste iniziative passò, nonostante il pollice verso: era caldeggiata dal segretario comunale, aveva un inconcludente sapore ambientalistico, prevedeva il coinvolgimento delle scuole (poveri bambini, oggetto di pelose attenzioni in stile Minculpop!) e l’incarico a un architetto; si sarebbe conclusa con un convegnetto inutile nel quale prese la parola la zarina curnense (del Pdl, come si è visto).
Qualche volta Gandolfi chiedeva ad Aristide di dare un’occhiata agli scritti dei suoi consiglieri o assessori: a titolo di amicizia, Aristide correggeva gli svarioni grammaticali, o metteva in evidenza l’enormità di certi passaggi logici. Ricordo che una volta mi mandò il testo di un volantino, a proposito di un tiglio che qualcuno aveva reciso o che si voleva che fosse stroncato. Risposi a Gandolfi che la parte melensamente “culturale” del testo era copiata di sana pianta, virgole comprese, da Wikipedia: era la storia di Filemone e Bauci, quale si legge nelle Metamorfosi di Ovidio, trasformati in una quercia e un tiglio (appunto), uniti per il tronco; non ricordo, e forse non seppi mai, il seguito di questo episodio penoso d’improvvido ipercinetismo assessorile.
Aristide, cioè la persona fisica che in seguito avrebbe assunto lo pseudonimo di Aristide, si limitò a un esercizio di comunicazione neutra, avendo ricevuto l’incarico – previo un passaggio di presentazione in sede di Consiglio comunale – di redigere la rivista del Comune, che avrebbe preso il nome di 24035 Curno, Bg.  Ne uscirono due numeri, rispettivamente nell’ottobre 2008 e nell’ottobre 2009.

…………………………………………………………………………………………………………………………

24035Curno, BG_n.2_copert.

Il secondo numero della rivista 24035 Curno Bg (ottobre 2009): può essere sfogliata in formato pdf facendo clic sull’immagine. Come si vede, un prodotto di qualità, del quale tutto si può dire tranne che sia un giornale di marketta, come sono solitamente gli organi delle amministrazioni comunali (salvo forse qualche eccezione, a noi peraltro ignota): cioè, passerella di visibilità per gli assessorucoli e organo di sfacciata propaganda della maggioranza al potere, all’insegna del “tutto va bene, madama la marchesa”. Per il varo dell’iniziativa il segretario comunale d’allora, Annalisa Di Piazza, postulò all’ingenuo e non ancora scafato Angelo Gandolfi, costretto a fidarsi, la necessità di un Ufficio di staff, perfettamente inutile, come spiegato nell’articolo di Testitrahus Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno. Aristide, che pure fu posto a capo dell’Ufficio di Staff, di fatto non lavorò mai per l’Ufficio di Staff, per via della connotazione mostruosamente burocratica dell’Ufficio stesso. Peraltro in nome di quest’ufficio ci fu il tentativo d’innesco di “cattive pratiche” burocratiche: per esempio, si postulava che còmpito dell’Ufficio di staff fosse «fare acquisire a un gruppo di lavoro di giovani curnensi una «maggiore competenza e dimestichezza con le tematiche della collaborazione istituzionale». Come? Boh! Ma è importante agitare il pastone nel truogolo dei porci burocratici.

…………………………………………………………………………………………………………………………

La controversia pedrettesca – Poco dopo l’uscita del secondo numero di 24035 Curno, Bg, il Pedretti si produsse nella sua famosa ispezione della c.d. moschea in modalità di provocazione, bloccata in extremis da Gandolfi. Ed è a questo punto, e soltanto adesso, che nasce lo pseudonimo di Aristide: adesso che Aristide prende pubblicamente una posizione politica, se si vuole chiamare “politica” una posizione in difesa dell’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Era successo a Curno qualcosa di estremamente grave, in generale, sul piano etico-politico; in particolare, su scala locale, il paese non ancora “bello da vivere” rischiava di subire le conseguenze di una bravata che avrebbe, sì, dato visibilità al Pedretti in vista delle prossime elezioni regionali, ma che avrebbe potuto innescare una guerra di religione (qualora il piano d’ispezione fosse stato attuato, un funzionario di sesso femminile avrebbe dovuto interrompere la preghiera collettiva degl’islamici, il venerdì a mezzogiorno).
Il tentativo del Pedretti portò alla sua defenestrazione, cioè gli furono levate la carica di vicesindaco e le deleghe assessorili. Ma il Pedretti era un politico “territoriale” molto potente, perciò fu trattato dalla stampa anglorobicosassone con tutti i riguardi, fra l’altro in combutta con i similprogressisti che si macchiarono di un’indifferenza etica che ha dell’incredibile. Gandolfi venne a dir poco massacrato dalla stampa anglorobicosassone. Una giornalista dell’Eco di Bergamo, fra l’altro “de sinistra” e figlia di un personaggio di spicco della sinistra bergamasca, era presente a Curno in Aula consiliare il 29 dicembre 2009, quando Gandolfi lesse la dichiarazione sottoscritta da un pubblico ufficiale, che inchiodava il Pedretti alle sue responsabilità, ma i lettori del giornale non ne seppero niente, né allora, né mai. Per saperne di più, riguardo a questo oscuro e triste episodio della politichetta curnense, si veda quanto abbiamo scritto su Testitrahus:

Qui comincia l’avventura…

Scuola di giornalismo, 1: La tecnica del tramezzino

Scuola di giornalismo, 2: Eloquenza della notizia negata

Se per la dott.ssa Serra fu facile non accorgersi della gravità dell’accaduto e, anzi, da quel momento cominciò ad accarezzare l’idea di sfruttare il risentimento del Pedretti per far cadere l’Amministrazione Gandolfi, a costo di aderire a un piano di eversione pilotato dal Pedretti, come di fatto poi avvenne, per Aristide non era possibile tacere. Era una questione di principio, perlomeno per uno come lui che mai fu sporcaccione, e che da ragazzo, così diverso dai giovani conformisti del Pd curnense, fu assetato di nobili ideali (si veda Il principio superiore).
Perciò pur consapevole del rischio che lo pseudonimo fosse scoperto, e del cattivo uso che si sarebbe fatto della scoperta, per rompere l’accerchiamento della stampa anglorobicosassone, Aristide cominciò  a scrivere con questo pseudonimo in calce alle notizie di Bergamo news e sul diario dell’Udc: avveniva sul finire del 2009, dopo la tentata provocazione del Pedretti.
Il diario dell’Udc, in particolare, era una tribuna aperta a tutti i lettori; il gestore per parte sua era ben felice di ricevere i contributi di tutti, perché ne guadagnava in visibilità all’interno del partito. In seguito però fu un po’ meno felice, perché nel frattempo il Pedretti aveva denunciato Aristide (ma dovrà rincasare con le pive nel sacco: vedi Aristide prosciolto in udienza preliminare, Pedretti condannato al pagamento delle spese processuali); era evidente inoltre che il Pedretti, potente politico territoriale, non gradiva la presenza di Aristide nel “blog” dell’Udc, che era divisa in due tronconi: il gestore del diario apparteneva al troncone filopedrettesco. Così, dopo qualche tentennamento, il diario dell’Udc chiuse definitivamente i battenti nell’ottobre 2010: si veda Blog Udc chiuso per davvero.

.

5. Impegno politico contro l’ipocrisia similprogressista

La denuncia del Pedretti fu subito strombazzata dal compiacente Bergamo news, così lo pseudonimo di Aristide fu associato alla persona fisica che curava la stesura di 24035 Curno, Bg. Pedrettisti e similprogressisti ebbero fremiti paralleli di contenuto orgasmo.
Ad Aristide lo strombazzamento da principio dispiacque, poi ci ripensò, non essendo egli determinato in quella maniera trucibalda che tanto piace a Curno, che rende le persone prigioniere dei propri capricci e ne fa degli esseri insopportabili e maleducati. Ebbene – pensò – quelle trombe pedrettesche e anglorobicosassoni che dovevano annunciare la sua condanna a morte potevano essere le trombe della liberazione. Finalmente si sarebbe potuto dire pane al pane e vino al vino.
Dopo l’agnizione, Aristide aprì un giornale dedicato alle imprese del Pedretti che condizionava pesantemente la vita del paesello. Poiché nel blog, cosiddetto, dell’Udc il politico territoriale aveva scritto che Aristide non aveva palle, ipotizzando per converso che il politico ne fosse ampiamente fornito, tanto da doverle trascinare per terra, come si legge nei comici romani dell’ariete nel periodo della monta (perciò detto aries testitrahus, “ariete trascinatore di palle”),  in onore del Pedretti il giornale s’intitolò Testitrahus. Qui fu pubblicata la Pedretteide, un classico della fustigazione della politichetta curnense.

…………………………………………………………………………………………………………………………

Copertina_Pedrett

Per leggere la Pedretteide, fare clic sull’immagine.

…………………………………………………………………………………………………………………………

Fu proprio la giornalista antigandulfiana e “de sinistra” a informare Aristide della denuncia, che gli sarebbe stata notificata dagli organi competenti mesi dopo. Lei domandò: Ma come, non ne sa niente? Quindi: Come si sente? Risposi, come del resto usa in questi casi: Tranquillo. Avvertii un imbarazzo nella voce anglorobicosassone: che la giornalista, in un sussulto di dignità, si fosse sentita usata dal Pedretti, ai fini di una sua vendetta personale? Non lo so; so soltanto che s’interruppe, e che mi chiese il numero del telefono cellulare, con la promessa che mi avrebbe richiamato. Dalla giornalista antigandulfiana non ricevetti più alcuna telefonata; in compenso uno o due giorni dopo, la notizia dell’identità di Aristide, con in più spiattellato l’indirizzo del suo domicilio, apparve su Bergamo news, diretto da Cesare Zapperi, coetaneo del Pedretti e principe dei giornalisti anglorobicosassoni, allora.

La mozione della vendetta – Seguì in sede di Consiglio comunale curnense la “mozione della vendetta”, presentata dal Pedretti ed entusiasticamente appoggiata dai similsinistri curnensi che allora si chiamavano “Insieme per cambiare Curno”, non ancora “Vivere Curno”. Con tale mozione chiedevano la chiusura dell’Ufficio di Staff, al quale, come si è visto, la Di Piazza aveva vincolato la realizzazione della rivista. La mozione non passò, ma Aristide ritenne opportuno cessare la collaborazione: cosa facilissima, perché aveva avuto l’accortezza di siglare un accordo per cui sarebbe stato pagato, di volta in volta, a fronte di presentazione di una fattura relativa al prodotto realizzato. Le fatture furono due.
Varrà la pena ribadire che Aristide non percepiva alcun appannaggio fisso, contrariamente a quanto sostenuto dai soliti disinformatori (lo scrivevano in calce agli articoli curnensi di Bergamo news, a suo tempo; lo scrive adesso, oltre che allora, con vari pseudonimi, il malmostoso del quale si diceva). I disinformatori mentivano sapendo di mentire, tanto più che era scritto tutto, nero su bianco, nell’articolo Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno pubblicato il 19 febbraio 2011, dove Aristide afferma: «Se veramente l’avessi svolto [scilicet, l’incarico di responsabile globale della comunicazione dell’amministrazione comunale], considerando la qualità non eccelsa della comunicazione corrente del Comune di Curno, se ne dedurrebbe che sono un  buono a nulla, o un disgraziato. Insomma, qui ne va del mio onore». Dunque, nessun appannaggio fisso, e nessun proseguimento della collaborazione all’ideazione, alla stesura dei testi e all’impaginazione della rivista (di qualità, senza punti esclamativi e senza spudorate markette) 24035 Curno, Bg.
Aristide preferì ritirarsi, motu proprio, pur potendo continuare, a norma di cacata carta (la mozione di vendetta non era passata) e pur potendo sostenere, e dimostrare, che mai quale direttore della rivista aveva messo becco nella politica. Semmai, ma da privato cittadino, e sotto pseudonimo (a differenza, per esempio, di certi giudici che prendono pubblicamente posizioni politiche, nemmeno sotto pseudonimo) si era limitato a spendersi in favore dei Diritti dell’Uomo, in nome di un principio superiore. Francamente, non so quanti fra i copropapirologi, similprogressisti e non, così puntigliosi nell’applicazione della legge, quando gli torna comodo, si sarebbero ritirati in buon ordine, pur potendo evitare il coitus interruptus. Aristide preferì spuntare un’arma, ancorché impropria, che avrebbe potuto essere usata contro Gandolfi.

S’inizia la stagione dell’impegno politico – In compenso però, non collaborando più alla rivista, Aristide inaugurò una stagione entusiasmante d’impegno politico diretto. A questo punto non c’era più ragione di astenersi dal denunciare l’evasione etica e l’ipocrisia dei similprogressisti che perdevano via via ogni pudore e non esitavano a fare le mosse più riprovevoli per astio antigandulfiano e spianare la strada alla tirannide della dott.ssa Serra. Basti considerare l’episodio vergognoso della mordacchia imposta a Gandolfi a norma di cacata carta, quando, per togliergli la parola, i similprogressisti, insieme con i pedrettoleghisti e con metà della quinta colonna del Pdl (Locatelli doveva ancora uscire allo scoperto) abbandonarono l’Aula consiliare, decretando forzosamente la fine della seduta. La cronaca dell’esecrabile episodio si trova in La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male.
Altro che mozione della vendetta! A questo punto si dispiega la vendetta di Aristide, ma nel senso buono della parola latina vindicta (“animadversio pro delicto corrigendi causa facta”; la vendetta cattiva si chiama ultio), in base al brocardo: Iniuriam facias, nisi vindices. Insomma, signori similprogressisti (oggi, ancora peggio: aziendalsimilprogressisti): ve la siete cercata voi e, come dice il proverbio, chi è causa del proprio mal, pianga se stesso.
S’inizia così, nel 2010, una nuova fase di stretta collaborazione con Gandolfi, che viene attaccato dai nemici interni e da quelli esterni. La maggioranza nel frattempo s’incrina, la  festa cervisiaria è alle porte (non solo la quinta colonna, ma la stessa componente formigoniana del Pdl trama contro Gandolfi): ma Gandolfi, da abile scacchista, gioca sulle loro divisioni e tira avanti; anzi, darà il meglio di sé, riuscendo a realizzare il buongoverno nonostante la maggioranza scombiccherata. Aristide gli dà una mano sul piano della comunicazione, questa volta, sì, onestamente faziosa; e si divertirà un mondo. Il Pedretti schiuma di rabbia, dice che Gandolfi tratta i suoi consiglieri come burattini e, in parte, ha ragione. D’altra parte, forse che non se lo meritano?
Il resto è storia nota, perlomeno ai lettori di Nusquamia, che nel 2012 prosegue in forma più spigliata l’esperienza di Testitrahus. Continuare a scrivere su un organo intitolato al Pedretti (testitrahus, appunto), non aveva più senso ora che lo sapevamo avviato sul viale del tramonto, come scrivemmo in questo articolo all’indomani delle elezioni amministrative del 2012:

…………………………………………………………………………………………………………………………

Viale del tramonto_9 maggio 2012

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

…………………………………………………………………………………………………………………………

.

6. Parlare di Curno, alla faccia della mistica curnense

Tutto quello che si è scritto dovrebbe dimostrare che, se c’è uno che può parlare della politichetta di Curno con conoscenza di causa, questi è proprio Aristide. Conosco la politichetta, ne conosco i retroscena, sia quelli dei quali ho parlato, e che si possono dire, sia quelli dei quali non ho parlato e dei quali è meglio non dire, o perché a ben vedere non si ha certezza di certi fatterelli, o perché non sarebbe conveniente parlarne, perché investono aspetti di vita privata (non costituisce invece delitto di lesa maestà assessorile, o d’altro tipo, l’analisi del quadro motivazionale dei politici indigeni, che ci è stata utilissima).
Conosco inoltre la psicologia dei politici indigeni come il loro confessore, anzi meglio: perché c’è da scommettere che al confessore raccontano delle balle, mentre io, con l’esperienza, ho imparato ad estrarre la verità dalle balle, o anche dal non detto. Del resto la psicologia dei politici indigeni è brutalmente semplice, come quella di certi personaggi primordiali analizzati da Prosper Merimée.
Bene, nonostante questo patrimonio di conoscenza sento ogni tanto qualcuno negarmi il diritto di occuparmi di Curno, in assenza dei seguenti requisiti:

a) iniziazione alla mistica curnense;
b) residenza a Curno;
c) ius sanguinis.

Parlare del requisito a) è difficile, perché la mistica curnense, come tutte le mistiche, è misteriosa. Nessuno ha il coraggio di evocarla apertamente, perché così confesserebbe di essere lui stesso un iniziato, ma così facendo si tradirebbe, cioè tradirebbe l’esistenza di tale loggia segreta, frequentata fondamentalmente da buzzurri che credono di essere boni cives, anzi optimates.
Quanto al requisito b) quello di residenza curnense, esso fu evocato, circa cinque anni fa, dallo scassatissimo Quantile, assoldato da Locatelli in funzione di anti-Aristide (a proposito, che fine ha fatto? è sempre finian-futurista, nonostante la saga dei Tulliano’s? sempre così ambizioso, sempre così “ggiovane”, anche adesso che è un po’ meno giovane?). Il Quantile, per esempio, trovava molto disdicevole che Gandolfi prendesse contatto con possibili candidati di lista «geograficamente lontani da Curno». Parimenti il requisito di residenza era invocato dal Pedretti, in funzione antiaristidea, come pure dal mitico Tarcisio, factotum del Pedretti, il quale scriveva sul “blog” del’Udc tutto in maiuscolo, perciò venne chiamato il “maiuscolettatore”: Tarcisio invitava Aristide a rimanere a Trezzo sull’Adda e, dato che c’era, a buttarsi dal ponte. Ma quello che più di tutti si mostrava scandalizzato della lontananza geografica di un Aristide, che pure osava parlare di Curno era il malmostoso di cui sopra.
Ma ecco una novità, riguardo al requisito c). Non sapendo più a che santo appigliarsi, il malmostoso invoca la discriminazione etnica (che costò a Umberto Bossi un supplemento di condanna, oltre a quella per vilipendio del Capo dello Stato, ma Napolitano avrebbe fatto bene a dire: signor giudice, lasci perdere, il Bossi è un poveretto e io lo perdono, senza contare che è stato il Pedretti a mettergli quelle parole in bocca). Scrive infatti il malmostoso in una pagina del suo diario:

«Il custode delLa Latrina di Nusquamia l’ing. C.P. [cioè, Aristide] da Trezzo sull’Adda (cosa c’entra con Curno? forse c’ha un amante segreto?), lui d’origini sardagnole, uno che ha fatto il classico dai preti…».

Insomma, le origini di Aristide pare che non siano quelle giuste, quanto meno per parlare di Curno (ma gratta gratta, forse nemmeno per parlare d’altro). Beh, mi sia consentito osservare che quest’ansia identitaria:

a) è fondamentalmente fascista, come mi sono sforzato di dimostrare in alcuni dei numerosi scritti dedicati alla demistificazione dell’identitarismo, dei quali è riportato l’elenco nell’articolo Appunti di astronomia padana;
b) è indice di uno stato di sofferta incertezza riguardo all’onestà della propria madre, all’oscurità delle proprie origini, alla possibilità di tare familiari.

Psicologia dell’identitarista Hitler – Quello di Hitler è un ottimo esempio. Era figlio di Klara Pölzl che il padre aveva assunto come domestica, ed era al terzo matrimonio. Già questo, forse, non piaceva al gracile e sensibile ragazzino ambiziosetto. Per giunta il padre, Alois Hitler, non si chiamava così, ma Alois Schicklgruber, cioè portava il nome della madre, una contadina non sposata. Solo a 39 anni Alois, il padre di Adolf, con il concorso di testimoni che non sappiamo quanto fossero onesti in quell’ambiente contadinesco, riuscì a farsi attribuire il nome di quello che egli pretendeva essere il suo padre biologico, morto ormai da vent’anni, quindi impossibilitato a dire la sua, che però non si chiamava nemmeno Hitler, ma Hiedler. Come se non bastasse, Alois, che corse sempre la cavallina extraconiugale durante i suoi tre matrimoni, ed era padre di figli illegittimi, era sempre all’osteria, anzi per fortuna morì presto: all’osteria, appunto. Il guaio è che ben presto morì anche la madre, quando Adolf aveva 18 anni, e fu per lui un dolore devastante. Hitler si sentiva una merda, ed era nato a Braunau, che era in Austria ma che nel passato aveva appartenuto alla Baviera. E allora che cosa fa il giovane Hitler? S’inventa tutta una mistica dell’identità germanica, che cancellasse l’incertezza della sua identità e la vergogna per un ambiente familiare che lui sentiva come immorale.

Psicologia del mongoidentitarista padano – Naturalmente perché poi uno sviluppi una simile ossessiva ansia identitaria, non è necessario che la madre sia veramente una puttana, per esempio, o che esistano ragioni obiettive per vergognarsi degli antenati. Alle volte, uno è colto dal sospetto che la madre sia stata poco virtuosa un certo giorno, che per una coppa di champagne avesse perso l’onore (pare che nell’Ottocento si dicesse così) e che lui sia il figlio del peccato: e invece non è successo niente di tutto questo. Un altro invece è stato trascurato dalla mamma, e allora la nostalgia per una mamma, una mamma vera, una mamma più grande e finalmente benevola, lo spinge ad essere un identitarista esagitato. Ma, a voler passare in rassegna tutti i complessi d’inferiorità e d’altro tipo per cui si diventa identitaristi, non si finirebbe più. È difficile d’altra parte generalizzare, perché ogni identitarista, in mancanza di solidi fondamenti culturali (che impediscono per esempio, di dire certe cazzate sulle radici celtiche dei padani, come se ne sono sentite a josa) ha le sue ubbìe, le sue fobie, i suoi fantasmi, i suoi complessi d’inferiorità, le sue incertezze.
Naturalmente, non bisogna confondere l’identitarista psicotico e troglodita con lo studioso della cultura locale, purché la sua mente non sia troppo localmente angusta: condivido la repulsione di Merimée, già citato, per certi fanatici cultori di storia locale (l’argomento è toccato nel racconto La Vénus d’Ille).  A scanso di equivoci si veda tutto il bene che ho scritto della lingua provenzale e del poeta Mistral in Il provenzale, una lingua nobile e sepolta, riportata alla luce dal poeta Mistral.

.

7. Risposta al malmostoso

Meraviglia per esempio la presa di posizione identitarista del malmostoso summenzionato, tanto più che mi dicono che proviene da una famiglia di onesti lavoratori. Va bene, è la pecora nera, ma perché tutta questa cattiveria, perché questo identitarismo esasperato, solitamente assente nelle persone equilibrate? Si avverte in lui la volontà di essere altro da quello che è, di essere di più, di dare una lezione a coloro che sono felici e che hanno le cose che lui non ha. Per quanto impietosito dai suoi problemi, che non conosco, e che quand’anche conoscessi, riterrei sconveniente trattare in questa sede, ritengo doveroso dare una lezione al malmostoso presentandogli mio bisnonno, che era bergamasco, garibaldino e un uomo di pregio, come forse si capisce (anche) osservando la foto all’inizio di questo articolo.
Il libro di Ottone Brentari, Il secondo battaglione Bersaglieri volontari di Garibaldi nella campagna del 1866, Tip. Agnelli, Milano 1908, al cap. IX, “Ruolo nominativo del Secondo battaglione”, p. 305, lo registra tra i bersaglieri della quarta compagnia: «Belingardi Luigi di Francesco, bersagliere della quarta compagnia, arruolato dopo il 1° luglio 1866. 17 anni. Vive a Bergamo».
In realtà nonna Teresita raccontava, insieme con alcuni aneddoti gustosi, il particolare che nonno Luigi era fuggito di casa e che aveva allora 16 anni. Ma i conti potrebbero tornare pensando che fosse fuggito prima del 1° luglio, ed essersi iscritto (o essere stato iscritto) al secondo battaglione soltanto in seguito, al termine dell’addestramento che – così leggiamo in alcuni documenti – avveniva a Milano, presso la Società del tiro a segno (perciò si chiamavano “bersaglieri”), in previsione della guerra con l’Austria. Oppure nonno Luigi potrebbe avere mentito sull’età al momento dell’arruolamento.
Ancora qualche particolare, prima di arrivare alla conclusione: si sa che il secondo battaglione dei bersaglieri partì da Bergamo per Desenzano il 21 giugno e che a Portese ricevette la visita di Garibaldi. Ci fu qualche sosta e qualche ripiegamento, che non val la pena raccontare; basti ricordare che le quattro compagnie il 1° luglio erano riunite a Lovere, che lasciarono alle 17 per arrivare a mezzanotte a Breno, in Val Camonica. Se nonno Luigi era con loro a Lovere, allora combatté anche lui a Vezza d’Oglio, il 4 luglio, dove i garibaldini fallirono il tentativo di contrastare le truppe austriache discese dal Tonale. Muoiono a Vezza, tra gli altri, il comandante del secondo battaglione, maggiore Castellini e il capitano della quarta compagnia (quella di nonno Luigi), Antonio Frigerio. Ecco il monumento ai caduti garibaldini, che dovettero fare i conti con i Kaiserjäger comandati dallo svizzero (sì, svizzero) Ulysses von Albertini: come dire soldati professionisti contro intellettuali. Tali erano i garibaldini: studenti, professori, medici, ingegneri, avvocati non cazzeggiatori, uomini di studio e di lettere.

…………………………………………………………………………………………………………………………

Vezza sull'Oglio

Monumento ai caduti garibaldini a Vezza d’Oglio, in Val Camonica, 20 km a ovest del Passo del Tonale.

…………………………………………………………………………………………………………………………

Sui libri si legge che ci fu a Bergamo un secondo arruolamento di volontari per il Secondo battaglione, il 15 luglio; e se “arruolato dopo il 1° luglio”, come si legge nel libro del Brentari, vuol dire “arruolato il 15 luglio”, allora il merito di nonno Luigi fu ancora maggiore, perché partì dopo la disfatta di Vezza, consapevole del rischio di perdere la vita, quando la vittoria di Garibaldi a Bezzecca, il 21 luglio, doveva ancora venire.
Insomma, sono il primo a dire che l’ideale di nonno Luigi, quello di un’Italia unita e redenta dal domino straniero, come si diceva, era sbagliato; con il senno del poi sappiamo com’è andata a finire: è finita che siamo divenuti schiavi dei burocrati e delle sciacquette del politicamente corretto, pedine delle manovre dei poteri forti, intrisi fino alle ossa di mafia, camorra e di ’ndrangheta, con le istituzioni che fanno acqua da tutte le parti e abbiamo perfino come ministro della Pubblica istruzione una sindacalista. Ma vivaddio era giovane, aveva degli ideali, si arruolava e rischiava la vita; non era uno sporcaccione, un giovane conformista come quelli che oggi s’iscrivono al Pd per fregare slealmente i coetanei nella struggle for life facendo parte di una lobby, contenti di una vita di merda purché con prospettive di carriera.
Un’altra cosa che mi fa orgoglioso di nonno Luigi  sono le visite che faceva ormai cinquantenne (siamo nel 1898: mia nonna, che mi avrebbe raccontato queste cose, aveva allora 11 anni) a Filippo Turati, incarcerato a Milano, dopo che la «vile sabauda marmaglia» al comando del «feroce monarchico Bava» Beccaris aveva preso a cannonate il popolo «che pan domandava», come ricorda la canzone:

Ora io non so se, nella miserabile primiera dell’identitarista padano, un bergamasco di pregio valga quanto tre contadini bergamaschi o quattro contadini valligiani, o vattelapesca. Queste sono cose che sanno, e che hanno accuratamente contabilizzato, gli spregevoli identitaristi. Cose che disprezzo, come disprezzo gl’identitaristi che, non possedendo qualità proprie, si attribuiscono con frode qualità altrui. E allora maramaldeggiano, cazzeggiano e mistificano intorno alla qualità del proprio patrimonio genetico: cioè, se uno è un cretino, o ha sviluppato una patologia criminale, dirà che però il suo sangue e lo sperma sono quelli “giusti”; così pretenderà di non essere più un cretino, o un criminale.
Insomma, il malmostoso faccia tutti i suoi conti e, se non gli dispiace, se li tenga per sé. A me non rimane che pagarlo con la sua moneta, rinnovandogli l’invito, come scrivevo nella pagina precedente di questo diario: «Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno come si tratta coi gentiluomini».
(A scanso di equivoci, e per bene interpretare queste parole, si veda quanto ho scritto in Risposta ad Algido).

Non “convivialità” delle differenze, ma coesistenza e scontro dialettico

La “convivialità delle differenze” dei cattoprogressisti non solo è una panzana, ma può esacerbare gli animi, in particolare quelli dei disperati che votano “populista”. Meglio un confronto fra i modi di sentire diversi su base laica: fa bene alla cultura, e non solo

 

…………………………………………………………………………………………………………………………………………

Maometto affrescato nella Cappella Bolognini di S. Petronio, Bologna: il profeta è rappresentato ignudo con il corpo squartato mentre un demonio l’afferra per la testa e lo lega con dei serpenti. I cattoprogressisti considerano politicamente scorretta questa rappresentazione, che vorrebbero “purgare” con qualcosa di analogo alle mutande imposte agli affreschi michelangioleschi della Cappella Sistina.

…………………………………………………………………………………………………………………………………………

 

Le pagine di cronaca, i politici (soprattutto di tendenza destrorsa),  i notisti politici, il maître à penser Saviano, l’andreottiano Di Maio (del M5S) non parlano d’altro: immigrazione, “i taxi del Mediterraneo” e, gratta gratta, l’Islam. E se non ne parlano loro, ci pensano Salvini e Meloni (oltre a Casa Pound, ovviamente). Di solito le cose che si dicono da una parte e dall’altra sono scontate; di nuovo c’è soltanto che, con ritardo di almeno due anni, è finalmente emerso l’argomento che le coste dell’Italia sono coste dell’Europa e che il problema dei profughi dovrà essere affrontato in sede europea. Finché c’è l’Europa.

 

Politicamente scorretto? No, razionale!

Sono cose che abbiamo trattato da tempo in articoli dedicati e interventi sporadici. Le abbiamo scritte quando suonavano controcorrente, mentre adesso, quale più, quale meno, hanno l’aria di essere allineate con la nuova vulgata di Renzi e di Di Maio, i quali sono molto preoccupati di un eventuale successo della destra. E hanno ragione.
I lettori di Nusquamia sanno in ogni caso che non è vero, che noi siamo tutt’altro che allineati con Renzi. Men che meno pretendiamo che Renzi si sia accorto di certe cosucce dopo che ne abbiamo scritto noi: ci mancherebbe! La motivazione di Renzi è la paura di perdere la partita, questo è chiaro. Dirò di più: certe nostre prese di posizione potrebbero apparire fin troppo moderate: in effetti, sono moderate, ma lo sono sempre state, in quanto fondate su principi razionali (vedi in particolare l’articolo Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier).
Ad ogni buon conto, riteniamo opportuno riportare, ancora una volta, una selezione di articoli di Nusquamia su profughi, immigrati e Islam. C’è chi a Curno invoca il diritto all’oblio (la dott.ssa Serra e Locatelli, per esempio), noi invece siamo orgogliosi del nostro operato e di quel che abbiamo scritto tempestivamente, quando era il momento di parlare, e non dopo. Perché a dire le cose giuste sono bravi tutti, ma dopo. Diceva il Manzoni che del senno del poi sono piene le fosse.

……………………………………………………………………………….

Profughi, immigrati, Islam su Nusquamia

• Profughi in Italia

• Ancora a proposito di immigrati

• Ancora sui nuovi esuli, cosiddetti migranti: da quando in qua la • guerra si chiama “funzione educativa”?

• Sempre a proposito di opposti paraculismi, cade a proposito un articolo di Cacciari

• Immigrati alle porte dell’Italia: ma la questione ha una dimensione europea

• Giuliano Ferrara sul Foglio: «Noi filistei pieni di amore dobbiamo pulire dove altri defecano e curare la scabbia. Stop»

• Letto sul Foglio di Giuliano Ferrara: oltre il piano B di Renzi, che lascia a desiderare, ci sarebbe anche il piano G.

• Tutelare la pace con la guerra, o con le manovre di guerra, è davvero politicamente scorretto?

• Fermare la guerra: se necessario con la minaccia della guerra, o con la guerra stessa

• La via della ragione

La via della ragione, contro il sentimentalismo e la retorichetta

• Alzare lo sguardo, dalle tenebre della torbida politichetta alla luce della ragione serena

• L’Italia, i profughi, l’Is(is) e… Renzi

• Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier

• A proposito dei profughi. L’Europa, in almeno una cosa, ha ragione

• La convivialità delle differenze: ripasso degli articoli precedenti

• I musulmani? In verità noi laici temiamo ancora di più i cattoprogressisti

• Convivialità delle differenze: un trampolino per la dott.ssa Serra, una trappola per i cittadini curnensi

• Il fondamentalismo islamico e l’Occidente

• Una poetessa protofemminista (?) esorta i re d’Europa a far la guerra ai Turchi

• Si parla ancora di una moschea a Curno

Noi non latriamo contro la cosiddetta moschea, ma la dott.ssa Serra avrebbe dovuto tenere un altro comportamento

• Lettera aperta ai politici raziocinanti e alle autorità responsabili riguardo alla raccolta delle firme sulla cosiddetta moschea di Curno

• La via della ragione: se questa è la proposta del sindaco Gori per Bergamo, siamo d’accordo con Gori

• Lettera aperta a Giorgio Gori sulla “nuova moschea di Curno”

Ancora sulla cosiddetta moschea di Curno

• Chiediamo alla dott.ssa Serra di non trascurare l’aspetto quantitativo della questione sul nuovo Centro culturale islamico

• Gli amici del popolo non speculano sull’emergenza moschea, spuntata come un fungo a fini di lucro elettorale

• La “nuova” moschea di Curno: resoconto per immagini di una speculazione politica miserabile

• Il Pd sulla diceria della Nuova moschea

……………………………………………………………………………….

 

Però, a ben pensarci, non è che a noi di Nusquamia faccia piacere essere allineati con Renzi. Non ci consola l’avere invocato per primi, in qualità d’indegni discepoli del socialismo scientifico e della tradizione illuministica impersonata da Carlo Cattaneo, l’autorità del Primo principio della Termodinamica (che è una legge di natura, non è una cacata legge). E poco importa che Renzi non abbia ancora parlato del principio di conservazione della materia e dell’energia: prima o poi lo farà, e pretenderà addirittura di essere fico, quasi quanto un gatto padano curnense quando scrive Imho (= in my honest opinion, cioè “a mio sommesso parere”), e tutti dovrebbero rimanere a bocca aperta, avendo sentito questa buzzurrata.
In ogni caso, stare, sia pure apparentemente, in compagnia del bullo fiorentino è per noi sgradevole. Perciò abbiamo pensato di scrivere qualcosa di politicamente scorretto, per mettere i puntini sulle “i” e marcare le distanze. Qualcosa che assolutamente dovrebbe dispiacere ai zuzzerelloni della “convivialità delle differenze”, alla dott.ssa Serra che è un esponente di punta delle Acli di Bergamo che si entusiasmano al solo sentire evocare tale “convivialità”, ai giovani conformisti del Pd di Curno che hanno capito l’aria che tira, che cioè «l’Islam politico cerca di scacciare gli ebrei anche da Israele, con l’aiuto dell’Unesco e dell’Europa silente», come titolava il Foglio di Giuliano Ferrara questo lunedì 17 luglio. Insomma invoco, come si vedrà, il diritto a dir male di Maometto, affermo che non bisogna muovere un dito per mettere le mutande al Maometto di san Petronio, mi compiaccio di leggere il XXVIII canto dell’Inferno di Dante che strapazza Maometto. E, tanto per recare un primo dispiacere ai “convivialisti”, riporto le parole del politologo Sartori, che oggi (toh!) comincia a piacere ai similprogressisti, specialisti nel salire sul tram in ritardo, e solo quando è (per loro) opportuno:

Ci siamo illusi di poter integrare l’Islam. Ma chi fa corrispondere legge e fede non può vivere in pace nel mondo democratico. La sinistra si rifiuta di riconoscere il problema: siamo in guerra e in guerra si prendono decisioni drastiche

Si noti che Nusquamia ha tutte le carte in regola per essere politicamente scorretta, in particolare riguardo all’Islam. Infatti (vedi l’elenco di articoli e interventi sopra citati):

• Abbiamo rivendicato il diritto degl’islamici a riunirsi a Curno in preghiera in un loro cosiddetto Centro culturale, invece che stare culo all’aria nelle strade.

• Non abbiamo esitato ad esprimere la nostra ammirazione per la grande stagione della civiltà islamica e abbiamo ricordato su Nusquamia, più di una volta, «il tempo in cui l’Islam non aveva ancora conosciuto il suo medioevo e Gherardo da Cremona, insoddisfatto del sapere del suo tempo, quello del nostro medioevo, in questa parte del mondo, partiva per il Califfato di Cordova, per apprendervi l’arabo e conoscere i tesori di sapienza che dal greco erano stati tradotti in arabo. E Gherardo li ritraduceva in latino: in particolare, traduceva l’opera astronomica di Tolomeo, che ancora oggi chiamiamo con il nome arabo di Almagesto».

• Prendo la parola in nome di un pensiero forte, razionale, che è un po’ la cifra di Nusquamia: come diceva il Cattaneo, più fisici e ingegneri, meno avvocati. Cioè basta con la retorica: anche quella di registro elevato, per non parlare della retorica da strapazzo.
Come esempio di retorica da strapazzo, si senta lo starnazzo di don Tonino Bello (credo che sia lui l’inventore della formuletta della “convivialità delle differenze”) del quale scrivevo su Nusquamia che «è un sacerdote movimentista, pochissimo tradizionale, pochissimo tomista, ma paganamente entusiastico (dal greco ἐνθουσιασμός < ἐν + θεός + οὐσία, “posseduto dall’essenza del dio”, come nei riti dionisiaci), come piace alle Acli, ai cattoprogressisti e alle cattofemministe». Sentiamo e inorridiamo:

Ma è possibile affrontare dei problemi seri e la stessa cattiveria dei curnensi (che è un problema serio) con questi toni da parrocchietta? Beh, quando la dott.ssa Serra chiamava a Curno la sindachessa di Betlemme Vera Baboun, e la presentava come una santa, lo faceva accettando un pacchetto di pubbliche relazioni confezionato dalle Acli di Bergamo, quelli delle “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, nel nome della “convivialità delle differenze”, appunto.

Le Acli di Bergamo organizzarono due anni fa un’iniezione di convivialità delle differenze di tutto rispetto. La dott.ssa Serra rispose entusiasticamente all’appello, i cittadini di Curno subirono in silenzio.

 

• Non è da trascurare, infine, che fummo in prima linea a combattere contro il tentativo d’ispezione della c.d. moschea curnense, in modalità di provocazione, architettato dal Pedretti nel 2008 (se la memoria non c’inganna). Proclamavamo con virile fermezza il rispetto per i Diritti dell’Uomo, la dott.ssa Serra taceva, era indifferente. I convivialisti latitavano. Non abbiamo la coda di paglia, perciò non abbiamo bisogno di andare nelle moschee a fare discutibile esibizione di piedi nudi, quasi come atto di sottomissione, come fece la dott.ssa Serra e come qui sotto vediamo fare da parte della dott.ssa Boldrini:

La dott.ssa Boldrini e i suoi piedi nel corso della visita della presidentessa della Camera dei Deputati alla moschea di Monte Antenne, Roma.

 

Certo, come ebbimo occasione di scrivere, «l’Islam d’oggi, quello almeno che noi conosciamo, non è l’Islam che fiorì nella stupenda città di Esfahan in Persia, non quello del califfato di Cordova dove operò l’ebreo Mosè Maimonide, che gettò un ponte tra la filosofia greca e quella cristiana, fondamentale per lo sviluppo della nostra civiltà». Sempre a Cordova operò Averroè, citato da Dante e più volte invocato come lume di sapienza da Guglielmo di Baskerville nel Nome della rosa». A Esfahan, ricordiamo, insegnava il più famoso scienziato dell’Islam, Avicenna, che non a caso Dante fa sedere nella «filosofica famiglia», insieme con Averroè (anche lui musulmano), tra i filosofi latini e greci.
L’Islam non è più tutto questo. Ma proprio di questo Islam varrebbe la pena parlare, e istituire con gl’islamici di oggi non uno scontro di civiltà, ma uno scontro dialettico. La dialettica non ha mai fatto male a nessuno, anzi. Perché non provarci, ognuno pro sua virili parte? (Per i gatti padani: la pars virilis non è il membro maschile, ma il ruolo di ciascuno, “uomo per uomo”: vedi l’avverbio lat. viritim.)
Teoricamente nel paese bello da vivere (Curno) dell’Islam dovrebbe/potrebbe occuparsi il giovane Pd-conformista MarcoBattaglia. Ma, secondo voi, sarà capace di farsi portatore di un pensiero forte – più precisamente, di un pensiero laico – con il quale tuttavia, ahilui, non si fa carriera? O non preferirà muoversi nel solco tracciato dalla dott.ssa Serra che pretese la condivisione dei cittadini di Curno del culto tributato a Vera Baboun, portavoce della lobby palestinese in Italia? Dovrebbe esser chiaro che per chi vuol fare carriera nella mongo-tecno-buro-eurocrazia europea un pizzico di polemica contro Israele, giusto q.b. (= quanto basta) non guasta, anzi, è gradito. E l’Unesco sarebbe d’accordo (oh, le istituzioni! squit, squit, squit!). È vero, i similprogressisti sono stati costretti ultimamente a prendere le difese di Emanuele Fiano, deputato Pd con delega per le Riforme, del quale è stato detto che «le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione» (un modo per dirgli che è una testa di cazzo), ma c’è da scommettere che dimenticheranno presto tutto. Torneranno quanto prima filopalestinesi. Il futuro d’altra parte, soprattutto per i giovani ambiziosetti, sulla scia di Briatore, sono gli emirati arabi. E quando ci dicono che l’agrimensore Briatore gli fa schifo, non fidiamoci: o abbiamo dimenticato l’esempio di Giovanna Melandri? Diceva che lei da Briatore mai e poi mai, poi girò la sua foto mentre ballava scatenata in un locale del Briatore in Uganda, con il labbro inferiore pendulo, per il troppo godere.

 

Il Maometto a san Petronio, Bologna

S. Petronio, la celebre basilica di Piazza Maggiore a Bologna è perennemente tenuta sotto osservazione: anzi, per essere più precisi, è militarizzata. Tre anni fa i servizi segreti del Marocco passarono ai colleghi italiani un’informativa che consentì di sventare in extremis un attacco terroristico che si proponeva di vendicare Maometto collocato all’inferno nella Cappella Bolognini. Vedi L’Isis voleva colpire San Petronio.

La Cappella Bolognini di San Petronio presenta tre pareti: in quella centrale sono raffigurate le storie di S. Petronio, nella parete destra vediamo le storie dei Re Magi, infine la parete di sinistra è a sua volta divisa in due parti: la parte superiore rappresenta il Paradiso, quella inferiore l’Inferno: ma è un Inferno perfino peggiore di quello dantesco, più grossolano, meno intellettuale. Ed è qui che si trova il Maometto politicamente scorretto: che sia lui è certo, perché sotto la sua figura leggiamo Machomet (si veda la foto in alto, all’inizio dell’articolo).

L’Inferno della Cappella Bolognini a san Petronio, Bologna. Maometto è rappresentato disteso su una rupe, a destra di Lucifero, in alto. Si veda il particolare nella foto in alto, all’inizio dei questo articolo. Ricordiamo che la pagina precedente di Nusquamia presenta all’Inferno sia la dott.ssa Serra, sia il consigliere fraudolento che ordì la manovra che accreditava quote di prestigio gandulfiano a Locatelli (che aveva l’assoluta necessità di far obliare l’episodio fedifrago). Fassi che fu così ingenuo da rimanere impigliato nella manovra di nobilitazione indebita della Ndoc, è collocato nell’Antinferno. Vito Conti, Cavagna il Vecchio e Paola Bellezza si trovano in Purgatorio.

 

Il Maometto di Dante

Nella Divina Commedia il Profeta è rappresentato come uno scismatico, perché circolava la leggenda che Maometto fosse stato dapprima cristiano e che, non essendo riuscito a diventare papa, avesse fondato una religione tutta sua, mescolando la religione di Cristo con quella di Mosè. Perciò secondo Dante Maometto non è un eretico, ma uno scismatico: si trova nella nona bolgia dell’VIII cerchio dell’Inferno, in compagnia del cugino Alì, suo genero e successore come Califfo, primo Imam della setta degli Sciiti.

 

Illustrazione di Gustave Doré per l’Inferno di Dante: Maometto rivolge la parola a Dante e Virgilio.

 

Perché sia chiara la descrizione — politicamente scorretta — che Dante ci offre di Maometto, cominciamo con la parafrasi del Canto XXVIII dell’Inferno, vv. 22-33 (la prima parte, fino a “culo”, è presa dal Sapegno):

Una botte, per aver perduto uno dei pezzi che ne formano il fondo, non appare così rotta e sfasciata come io vidi uno che appariva spaccato dal mento al culo (il Sapegno però, chissà perché, scrive “bacino”). Le budella gli pendevano in mezzo alle gambe e dalla fenditura del corpo apparivano le interiora e lo stomaco, tristo sacco che trasforma in merda il cibo che vi è ingerito. E mentre io sono tutto intento a osservarlo, Maometto mi guardò a sua volta e si aperse il petto, dicendo: “Vedi come io sono spaccato, vedi come Maometto è storpiato! Davanti a me vedi Alì che procede piangendo, spaccato nel volto, dal mento all’attaccatura dei capelli.

Leggiamo adesso direttamente i versi di Dante, dove però le parole “difficili” sono seguite sa una spiegazione fra parentesi quadre:

Già veggia [= botte], per mezzul [è la doga mediana del fondo della botte] perdere o lulla [una delle due doghe laterali], / com’io vidi un, così non si pertugia [non è così sfondata], / rotto dal mento infin dove si trulla [= si scorreggia]. / Tra le gambe pendevan le minugia [= le budella]; / la corata [= le interiora] pareva e ‘l tristo sacco [= lo stomaco] / che merda fa di quel che si trangugia. / Mentre che tutto in lui veder m’attacco, [= fisso lo sguardo] / guardommi e con le man s’aperse il petto, / dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco! [= come sono dilaniato] / Vedi come storpiato è Mäometto! / Dinanzi a me sen va piangendo Alì, / fesso [= spaccato] nel volto dal mento al ciuffetto [= all’attaccatura dei capelli].

Infine, leggiamo Dante senza più salvagente:

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ‘l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

 

 

Finalmente si sono svegliati

Tardi e maldestramente, ma infine si sono svegliati

 

MaxiMoschea_VivereCurno

 

È più di un anno che glielo dicevamo: guardate, signori aziendalsimilprogressisti, che proprio voi che credete di essere così fichi, così ingranati con i riti della società dello spettacolo, voi amici sfegatati di Vera Baboun (gran maestro nel coglionamento della rete dei cattoprogressisti), ebbene, proprio voi così autoreferenziali e presuntuosetti, sul piano della comunicazione siete poco meno che una chiavica!
E non dicevo così per insultare, lo dicevo – anzi — con rammarico: se riguardo alla questione della cosiddetta moschea, anzi della cosiddetta maximoschea non vi date una mossa, se non rispondete a tono alla diceria della moschea innescata da quel famoso articolo (29 gennaio 2016) dell’anglorobicosassone Traìna, se insistete ad alzare il vessillo serrano dell’albagia e dell’ipocrita sobrietà, finisce che i destri della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense vi daranno filo da torcere. Titilleranno salvinescamente gl’istinti peggiori dei vostri cittadini, che di per sé non sono stinchi di santo.

 

Traina_Moschea_gen 2016

 

I saggi dell’isola di Nusquamia non possono assistere indifferenti alla prevalenza dei signori della Ndoc. Anche se almeno due con i quali abbiamo avuto occasione di conversare, sono persone civili e ragionevoli, presi singolarmente. Ma nella massa? Beh, non ci vuol molto a capire che l’uomo dà il peggio di sé proprio quando è servo di uno di questi due fattori, o di tutt’e due insieme: l’autorità dei capi (in un sistema gerarchico o carismatico) e l’autorità della massa. Può allora capitare che qualcuno senta odori strani, ma preferisca non indagare, non fare domande e non porsi domande. Mia madre, che era studentessa a Roma sotto il fascio, non si accorse che alcuni professori e colleghi dell’Università scomparivano improvvisamente, alla spicciolata, e non si videro mai più. Cioè, se n’accorse, ma doveva essere scattato qualche meccanismo che impediva di ragionarci. Dovette passare un congruo numero di anni, prima che si rendesse conto che quegli scomparsi erano ebrei: si ritiravano in punta di piedi, forse qualcuno si vergognava di non essere un borghese a tutto tondo (càpita), chi poteva riparava all’estero. Del resto, non tutti gli ebrei sono bottegai con il naso adunco: vedi Il giardino dei Finzi Contini, di Bassani. Ebbene, noi, che non siamo eticamente indifferenti, e che siamo tuttora sconcertati dell’indifferenza etica della dott.ssa Serra al tempo della tentata ispezione in modalità di provocazione architettata dal Pedretti, a danno della cosiddetta moschea e per maggiore sua gloria mediatica, non potevamo sopportare la prevalenza della Ndoc. Per una questione di principio, ma per un principio superiore, non negoziabile, dove nessun compromesso è possibile: non possiamo rinunciare alla nostra civiltà (che non è quella delle radici, anzi è sradicata, perché vuol essere libera e universale). La nostra è una sorta di religione della libertà, ma senza sacerdoti, senza oracoli, senza appecoramento. L’abbiamo spiegato, abbiamo ribadito il concetto, alla bell’e meglio, su Nusquamia: nonostante i gatti padani, nonostante i tentativi di arrembaggio, nonostante le denunce e le minacce di denuncia, nonostante l’albagia e la conventio ad excludendum. Sul principio di coerenza non ci sono margini di manovra, qui non c’è astuzia o ribalderia levantina che tenga.
Arrivo alla conclusione di un ragionamento le cui premesse sono sparse nelle numerose pagine di questo diario reziale: Salvini va fermato subito, prima che sia troppo tardi. Su scala orobica, anche Alessandro Sorte, che vuole cannibalizzare l’elettorato della Lega e che è pronto ad essere più realista del re. Su scala curnense, va fermato Cavagna il Giovane, che abbiamo già visto all’opera, quando si è pretestuosamente scagliato sui due Gandolfi, padre e figlio, facendo perno politico su una deplorevole (diciamo così) denuncia anonima.
Insomma, l’abbiamo detto e lo ribadiamo: meglio se vincono gli aziendalsimilprogressisti, che sono il male minore e con i quali, semmai, faremo i conti dopo. Sorveglieremo le smanie autoreferenziali degli ambiziosetti, non ci faremo distrarre dalle manovre diversive intese ad oscurare i passi della dott.ssa Serra per una sua definitiva consacrazione istituzionale, seguiremo il cursus honorum di Andrea Saccogna Gamba, di presidenza in presidenza (proprio come Chicco Testa), il quale nella calvinistica, ma ormai introiettata dai cattoprogressisti, struggle for life parte “dracomatronalmente” avvantaggiato.

Ma ecco che finalmente i crurali (cioè la squadra che la dott.ssa Serra ha messo insieme per la lista della quale è nominalmente titolare la dott.ssa Gamba: dal lat. crus, cruris, “gamba”) sembrano essersi svegliati. Che sia intervenuto qualcuno dal Pd provinciale di Bergamo? Forse l’on. Misiani, che è mediamente più intelligente? O, addirittura, da Roma/Milano, l’on. Fiano che certo non ha digerito gli amorosi sensi tra le due sindachesse Serra e Baboun, quando la Baboun era impegnata a coglionare mezza Italia cattoprogressista a favore della lobby palestinese?
Come che sia, gli aziendalsimilprogressisti curnensi, un po’ tardi, ma hanno reagito alla campagna di disinformazione sulla maximoschea, che rimane l’arma più micidiale della propaganda Ndoc. Quell’altra storia di cacata carta sulla variante del Pgt appassionerà Locatelli, che è un tecnoburocrate, appassionerà anche Cavagna il Giovane, perché se gli dicono “appassionati”, lui si appassiona. Ma, per come la questione è stata posta, con rilevanza assoluta della cacata carta, in assenza di una adeguata e mordace narrazione politica, non fa presa sull’elettorato.
Del resto, non fo per dire, ma proprio questo dicevo nella riunione del 28 aprile in una delle due sale civiche curnensi, quella in cui i crurali si presentavano al popolo: “Rispondete all’offensiva della Ndoc, ascoltate la popolazione, fate almeno un manifesto. O non avete visto il manifesto della Ndoc?”. La dott.ssa Serra (cattofemminista, cattoaziendalista ed exemplum imitandum di determinazione) e Pepito el memorioso (che si pretende la memoria storica della sinistra curnense: seh! bella memoria, quella del tradimento dei valori della tradizione umanitaria del socialismo, consumato a favore dell’aziendalismo incalzante!), si dissero contrari a dare una risposta. «Noi non scendiamo al livello della Ndoc», dissero in buona sostanza. Ma chi ha detto che bisogna scendere a quei livelli? Replicai che bisogna replicare con intelligenza.
È intelligente la risposta che vediamo in apertura di pagina? A ben vedere, mica tanto, anche se è meglio di niente. Ecco due errori fondamentali:

a) L’esordio è controproducente, oltre che risibile. Si legge infatti, in alto, “Per un paese in cui sia bello vivere”. Lo so, bisognava dare un contentino alla dott.ssa Serra, che ha inventato questo slogan giustamente ridicolizzato. Ma così, cari signori aziendalsimilprogressisti, vi date la zappa sui piedi.

b) È anche sbagliata la furbata di dire «Vivere Curno non vuole la Maximoschea». Sì lo so, perché poi aggiungerete: “Perché non esiste nessuna Maximoschea in cantiere”. È un’espressione truffaldina, perché assume significato diverso, secondo come viene letta, un caso tipico di “anfibolia”, come il responso di quell’oracolo: Ibis redibis non morieris in bello (ne abbiamo già parlato su Nusquamia). Il trucco sta nel significato della parola “volere”: può una persona sana di mente volere una cosa che non esiste, e, addirittura, metterla in atto? Ma figuriamoci se quelli della Ndoc, per non parlare della plebe, che non ha studiato logica o latino, sarà in grado di sciogliere il nodo o, per meglio dire, la furbata. Quelli della Ndoc avranno buon gioco a replicare, anche loro facendo i furbi: come sarebbe questa storia che la Maximoschea non c’è? Per noi c’è, eccome se c’è, ed è prevista a norma di cacata carta (per essere più efficaci, forse diranno proprio così, sdoganeranno l’espressione nusquamiense e catulliana di “cacata carta”). E voi direte, che invece non è così ecc., come in un ordinario e miserevole cazzeggio giuridico. Inoltre c’è da giurare che se sarà la dott.ssa Gamba a prendere la parola, sarà un disastro.

Posso permettermi di dare un consiglio ai signori sapientoni aziendalsimilprogressisti?

Potete ancora salvarvi, in particolare riguardo all’errore b) se questo primo vostro manifesto di reazione alla diceria della moschea sarà seguito – ma immediatamente, senza perdere un attimo di tempo — da un secondo, in cui spiegherete quell’espressione infelice, populista e improntata ad astuzia levantina (o contadina, alla maniera del gatto padano): “Vivere Curno non vuole la Maximoschea”. Se lasciate le cose come stanno, se non ponete rimedio, sarete accusati di aver usato un’astuzia pedrettesca, come quando il Pedretti sapeva che il venerdì ci sarebbe stata la preghiera degl’islamici, alle 12, e volle che si facesse un’ispezione il venerdì alle 12; ma diceva che lui non aveva ordinato l’ispezione all’ora del culto, voleva perfino che due funzionari del Comune sottoscrivessero  questa sua affermazione barrando la casellina del Sì, o quella del No.

forzature_pedretti

Con questo documento il Pedretti chiede a due funzionari de Comune una testimonianza a suo favore, in forma alquanto perentoria – al fine, dice, di evitare «inutili polemiche ed eventuali azioni giudiziarie». Tale testimonianza dovrebbe comportare una ricostruzione dei fatti a sé favorevole, riguardo alla sua richiesta d’ispezione al Centro culturale islamico, in modalità di provocazione. Il fatto risale al tempo in cui era vicesindaco e assessore alla sicurezza. Una furbata che fu smontata con inoppugnabile argomentazione logica nell’opuscolo Pedretteide, che indusse il Pedretti a denunciare Aristide, per poi non ottenere un nulla di fatto ed essere, anzi, condannato a pagare le spese processuali.

.

Ma, cari signori aziendalsimilprogressisti, le furbate levantine come questa di dire che “noi siamo contrari alla maximoschea perché non c’è nessuna maximoschea”, se non correte immediatametne ai ripari, sono controproducenti: funzionano soltanto se non sono smascherate. Quando sono smascherate, si ritorcono contro chi le usa. Guardate il Pedretti. O guardate l’Enel, che proprio questi giorni, dopo aver fatto importunare le casalinghe e i pensionati da call center truffaldini, oggi si affanna a dire che non lo farà più.
Non arriverò a propormi come copywriter in comodato d’uso, anche se — mi vergogno a dirlo — nella mia vita preterita sono stato copywriter (a mia scusante: per due anni soltanto). Non mi propongo di aiutarvi per due ragioni: la prima, che vi so troppo superbi per accettare che qualcuno sappia ragionare ed esprimersi meglio di voi; la seconda, che la solita maestrina pretenderebbe di ritoccare il testo un po’ qui e un po’ là, giusto per dire che mancava il suo tocco d’artista; insomma sarebbe l’equivalente della pisciatina di marcatura del territorio dei cani (oh! i cani! che amore!): e così rovinerebbe l’efficacia dell’impianto comunicativo. Ma a me i lavori fatti a membro di segugio (oh! i cani!) non piacciono proprio. Dunque, sbrigatevela voi, e non abbiate remore a dare un dispiacere alla dott.ssa Serra e a Pepito el memorioso. In ogni caso, già con questo manifesto, avete sconfessato, di fatto, la loro linea d’ipocrita sobrietà. Ed era ora. Dunque, sviluppate il ragionamento, esprimetelo in acconce parole e, come vi esortavo il 28 aprile, combattete con il popolo e per il popolo! Che non è quello delle conventicole cammellate, delle associazioni telecomandate e nemmeno quello fittizio del giornalismo anglorobicosassone lottizzato e passacarte.

Copropapiromachia in Aula consiliare

Curno, 8 maggio 2017

………………………………………………………………………………………………………………………………………….Annales Volusii_Catullus 36

Una pagina della preziosa edizione aldina  (di Aldo Manuzio, cioè) dei Carmi di Catullo, stampata a Venezia nel 1561. Dal carme 36 di Catullo abbiamo tratto l’espressione “cacata carta”, che usiamo correntemente in questo sito per denotare i ferali documenti tecnoburocratici.  Essi sono oggetto di culto, annusati e considerati sacri dai peggiori fra gli uomini, quelli che non sanno e credono di sapere. Per costoro non contano le cose, non contano gli uomini, non contano le idee: le cacate carte sono la bussola del loro pensare, per quel che riescono a pensare, e del loro agire. Il poeta Catullo si rivolge a Volusio, un poetastro di genere epico, per raccontargli il voto fatto da Lesbia, la sua amante. Lesbia ha promesso che se il suo Catullo metterà giudizio, e smetterà di tormentarla con la sua lingua tagliente, farà un rogo del fior fiore dei peggiori poeti. Ed è chiaro che tra i versi abbruciati ci saranno quelli dello spregevole Volusio, la cui opera è definita da Catullo “cacata carta”, cioè cacca scritta. Alla fine del carme, Catullo prega Venere di accettare il voto e invita gli annali di Volusio ad accorrere al rogo che li aspetta. Per sfogliare l’edizione aldina, fare clic sull’immagine. Questo libro fa parte della Deutsche Digitale Bibliothek e ovviamente non si trova nel ridicolo Bibliomostro.
“Copropapiromachia” significa “battaglia di cacata carta”, dal gr. κόπρος, “sterco” + πάπυρος, “carta” + -μαχία, suffisso significante “battaglia”.

………………………………………………………………………………………………………………………………………….

Premessa

Ieri 8 maggio 2017 l’Aula consiliare di Curno è stata teatro di una copropapiromachia epocale: cioè, vi si è svolta una battaglia di cacata carta da iscriversi negli annali della politichetta curnense, una sorta di giostra agrimensural-giuridica dove si sapeva in partenza chi avrebbe perso, se non altro considerando i rapporti di forza tra maggioranza e opposizione, e perciò, a nostro sommesso parere, inutile.
Tema dell’inutile giostra era la variante del Pgt per cui le minoranze unite avevano chiesto una seduta di Consiglio ad hoc, che sancisse il ritiro di certe decisioni contenute nella variante: sospensione di due delibere consiliari e di una delibera di giunta. Cosa che non è avvenuta. La convergenza delle tre minoranze rappresentate in Consiglio non era esente dal rischio di sputtanamento di Gandolfi, che però ha fatto presente per tempo la sua irriducibilità politica al blocco rappresentato dalla Ndoc-Nuova destra organizzata curnense.

Comunicato Gandolfi

.

Esercizi di riscaldamento con il Bibliomostro

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Gamba_Biblioteca_Eco di Bg

Nella foto in alto: articolo pubblicato sull’Eco di Bergamo nel quale si legge: «per quanto riguarda la biblioteca, Gamba concorda sulla necessità di completare l’opera, ma aggiunge: “Il completamento della biblioteca è stato bloccato dall’amministrazione Gandolfi”».
Nella foto in basso, articolo pubblicato su BergamoPost nel quale leggiamo, virgolettata, la seguente affermazione della dott.ssa Gamba: «ma ho una perplessità: il completamento infatti della Biblioteca è stato bloccato dall’amministrazione Gandolfi».

Gamba_biblioteca_BergamoPOst

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Prima della copropapiromachia, Gandolfi ha presentato un’interrogazione alla dott.ssa Gamba e alla dott.ssa Serra, con il seguente quesito: veramente pensano quel che la dott.ssa Gamba ha affermato in sue dichiarazioni alla stampa, e che la dott.ssa Serra ha lasciato intendere nella tele-intervista rilasciata a Sky 24? Che cioè, rispettivamente, Gandolfi abbia «bloccato» il completamento della biblioteca (dott.ssa Gamba) e che il sindaco del buon governo, pur potendo già nel 2009 procedere al collaudo della biblioteca «in tempi brevi», abbia invece fatto il sornione per ben due anni e mezzo e non abbia compiuto un atto che si presume dovuto (dott.ssa Serra)?
Ebbene, la dott.ssa Gamba ha negato di essersi espressa in questi termini e ha letto la dichiarazione rilasciata a BergamoPost. Peccato che dalla stessa lettura della dott.ssa Gamba risultasse che aveva affermato quello che proprio lei, pochi minuti prima, aveva negato di aver mai detto. Ed è vero che la dott.ssa Gamba ha fatto presente anche altre cose, riguardo al superamento del patto di stabilità, da parte dell’Amministratore Gandolfi, per un importo di  420.000 euri (scrivo di proposito “euri”, invece di euro, per dare un dispiacere alla stramaledetta eurotecnoburocrazia che ci rompe i cabassisi anche sul piano linguistico). Ma questo è un altro discorso, da discutere anche alla luce del clangore di guerra che avrebbe portato all’eversione dell’Amministrazione Gandolfi (congiura serrapedrettista, la quale non è che l’ultimo atto di una sorda guerra pilotata dall’agrimensore Pedretti con il concorso della quinta colonna del Pdl), del criterio di prudenza amministrativa ecc. Però – è una questione di logica – portare la discussione su un altro tema, sul quale eventualmente si potrebbe anche avere ragione (ma non è questo il caso), non dimostra che si avesse ragione sul tema proposto e impudicamente scantonato. Più banalmente, la manovra di spostamento e distrazione dell’argomento è solo una gherminella sofistica. Roba da gatto padano, un’astuzia contadina che non ci saremmo aspettati dalla dott.ssa Gamba. Senza contare che i ritagli di giornale smentiscono la dott.ssa Gamba.
La dott.ssa Gamba poteva ammettere, in Aula, di essersi abbandonata qualche giorno prima a eccessi polemici nell’onda della concitazione elettorale, e non l’ha fatto (spero comunque che lo farà, possibilmente senza dire: mah, io però, in verità, io intendevo che…; spero che  dica “In Aula consiliare ho negato quel che avevo affermato due volte. Chiedo scusa”). Invece la dott.ssa Serra, rispondendo a Gandolfi che le chiedeva se anche lei fosse del parere che il Bibliomostro fosse stato bloccato dalla sua Amministrazione rispose asseverativamente che la dott.ssa Gamba non aveva detto così (oh, bella! ma i due ritagli di articoli sopra riportati dimostrano il contrario). La dott.ssa Serra ammetterà di essersi sbagliata? Se la conosco bene, non lo farà.
Riportiamo infine quanto affermato (asseverativamente) dalla dott.ssa Serra nell’intervista a Sky 24:

Nel 2009 l’impresa è liquidata, e il cantiere è stato consegnato all’Amministrazione [quella di Gandolfi, il cattivone: N.d.Ar.], che dovrebbe procedere in tempi brevi al collaudo. Cosa che invece non avviene: quest’opera praticamente conclusa non viene collaudata.

.

La copropapiromachia

……………………………………………………………………………………………………………………………………..

copropapirologia-pre-elettorale_gatto-padano

Qui sopra, una pagina del diario del gatto padano che, annusando le cacate carte (cosa nella quale è indubbiamente maestro), ha fatto venire l’acquolina in bocca agli esponenti della Ndoc. Le osservazioni del gatto saranno poi sviluppate e ampliate in un documento di 13 pagine, frutto del lavoro di indagine sulle delibere consiliari e di giunta, da parte del tecnico-politico Locatelli (della Ndoc) e del tecnico-politico Fassi (degli Amici di Beppe Grillo 3.0), con la collaborazione di uno studio di avvocati. La copropapiromachia della quale l’Aula consiliare di Curno è stata teatro l’8 maggio 2017 si svolgeva intorno ai punti controversi posti in evidenza nei 13 fogli scritti fittamente, letti da Angelo Gandolfi e commentati, via via che la lettura procedeva, da Vito Conti e Perlita Serra. Angelo Gandolfi infatti, allarmato dai rilievi fatti all’amministrazione Serra nel milieu della Ndoc, aveva insieme con gli altri due rappresentanti della minoranza consiliare, presentato la richiesta di una seduta di Consiglio ad hoc. Al termine della lettura di Gandolfi, la dott.ssa Serra ha letto le contro-deduzioni del suo avvocato di parte. In questa sorta di processo, che si è concluso con una votazione che respingeva gli addebiti mossi all’Amministrazione Serra, mancava il giudice.

……………………………………………………………………………………………………………………………………..

 

La copropapiromachia s’inizia dunque con la lettura della pizza tecnogiuridica depositata in Comune, in vista del dibattito consiliare, e preparata da Locatelli, Fassi e dagli avvocati del pool antiserrano. Da questo ponderoso documento emerge una nutrita serie di punti controversi che hanno suscitato perplessità nelle minoranze, sia quelle di destra (Ndoc in purezza più fasciofemminista), sia quella in alto (Gandolfi). Perciò, come abbiamo anticipato, è stata richiesta una seduta di Consiglio ad hoc, che è stata accordata, onde esaminare e chiarire qui punti e ritirare la variante del Pgt, almeno in parte.
Via via che Gandolfi leggeva (per non far fare brutta figura ai proponenti), l’arch. Conti faceva le sue osservazioni; spesso interveniva anche la dott.ssa Serra, che appariva molto preparata, di là dalle aspettative di chi scrive, che però non ha difficoltà a riconoscere di essersi sbagliato. Entrambi fecero valere il proprio punto di vista con argomenti propri, talora anche facendo riferimento al parere del loro avvocato di parte.
A nostro avviso la controversia è stata impostata male, perché la pizza agrimensural-giuridica doveva essere integrata da un documento, e quello, e quello soltanto, avrebbe dovuto essere letto in Aula consiliare. Un documento che fosse non soltanto più agile e più comprensibile, ma soprattutto impostato politicamente. In assenza di tale documento, Gandolfi (che in spirito di amicizia e per fare un piacere a Fassi e agli avvocati che hanno collaborato alla stesura delle 13 pagine si è fatto carico della sua lettura, anziché demandarla a Cavagna il Giovane) è stato costretto a leggere la pizza tecno-giuridica. Peccato che né Gandolfi né, tampoco, Cavagna il Giovane fossero tecnici del mestiere, come invece lo è l’arch. Conti; parimenti nessuno dei due è esperto di giure, cioè di diritto. Perciò la controversia si è svolta come una sorta di processo, ma un prcesso anomalo, cioè senza giudice e in assenza dell’avvocato di parte Ndoc e senza che l’avvocato di parte Ndoc avesse preparato una memoria di taglio politico da leggere in Aula consiliare. Dunque, a nostro parere, tutta la questione è stata impostata male.
Gandolfi si è salvato con l’ironia e con alcune acute osservazioni che facevano riferimento alla sua sua passata esperienza amministrativa; ma quando, su richiesta dell’arch. Conti, si è trattato di entrare nel merito di certe affermazioni nel contesto agrimensural-giuridico, Gandolfi si è giustamente detto incompetente ed ha chiesto (inutilmente) che si sentissero i due tecnici presenti in aula, co-estensori della pizza tecnogiuridica: Fassi e Locatelli. Almeno loro, se proprio non si potevano sentire gli avvocati di parte, che pure avevano dato il “la” all’impostazione della controversia — anche questo va detto — che nei 13 fogli era affrontata in termini giuridici, ma con un’arrière pensée politica. La dott.ssa Serra ha negato che i due tecnici avessero facoltà di parola e, a norma di cacata carta, aveva ragione lei, visto che la richiesta era stata presentata da tre consiglieri, di cui due nella fattispecie erano seduti al tavolo del Consiglio, i quali, a rigore, sono da considerarsi compos sui, cioè capaci di intendere e volere. Questo dimostra, ancora una volta, l’opportunità, mancata, di un documento politico da leggere o interpretare in Aula, ma comunque un documento parallelo a quello agrimensural-giuridico.
Alla fine della lettura delle deduzioni racchiuse nel ponderoso documento, e della presentazione delle contro-deduzioni da parte di Conti e Serra, sempre la dott.ssa Serra ha letto le osservazioni dell’avvocato di parte, consulente del Comune: il quale, avendo raggruppato in diversi acconci capitoli i numerosi punti contestati dalle minoranze, a sua volta contestava tutte le deduzioni contenute nella pizza tecnoagrimensural-giuridica, capitolo per capitolo. Infine, come era del tutto prevedibile, e indipendentemente dal fondamento dei rilievi mossi all’Amministrazione Serra, la mozione è stata bocciata, con un rapporto tra maggioranza e minoranza pari a 7 : 2. Intanto si era arrivati, pesanti e dolenti, fino alle tre del mattino, o quasi.
Insomma, è avvenuto che Cavagna il Giovane e le truppe della Ndoc presenti in aula tra il pubblico, tornassero a casa con le pive nel sacco; la stessa sorte sarebbe toccata a Gandolfi, se non avesse avuto l’accortezza di trattare l’argomento con onesta dissimulazione. La fasciofemminista, per parte sua, era assente, come si sarà capito dalla lettura delle righe precedenti.

.

In Aula consiliare il discorso doveva essere politico. Il cazzeggio giuridico doveva essere tenuto alla porta

Le pive nel sacco della Ndoc e, in parte, del povero Gandolfi, tirato per la giacchetta, non dimostrano tuttavia un bel niente. Non dimostrano cioè l’assenza di criticità – chiamiamole così – nella variante del Pgt proposta dai serrani. Dati i rapporti di forza e data la disparità di competenze – da una parte l’arch. Conti e la dott.ssa Serra, dall’altra Gandolfi e Cavagna il Giovane –, date anche le regole del gioco, l’Aula consiliare non era il luogo adatto per sviscerare una controversia tecnogiuridica. In Aula consiliare si deve fare politica, eventualmente a partire anche da dati di natura tecnogiuridica, ma mai facendosi prendere la mano. Il giure dev’essere ancella della politica, e non viceversa: la politica, cioè, che fa da cameriera del giure. In fondo, non è la prevalenza del cazzeggio tecnoburocratico forse quello che abbiamo sempre rimproverato a Cavagna il Giovane? Invece di far politica, che forse il tenero virgulto non sa fare proprio, nonostante tutta la sua determinazione, Cavagna il Giovane si è sempre fatto promotore di gran svolazzo di cacate carte, nella convinzione che quello fosse il suo dovere, come quando pretese di paralizzare l’Amministrazione con la richiesta di un numero incredibile di certificati tecnici riguardo alla sicurezza della beneamata scuola nuova di via Carlinga. Ma non è così che si fa politica.
Dunque il difetto della controversia sulla variante del Pgt alla quale abbiamo mestamente assistito stava proprio nel metodo. Meglio sarebbe stato, a nostro sommesso parere:

  1.  chiedere, sì, un dibattito consiliare, avendo depositato la pizza tecnogiuridica in Comune, e avendo opportunamente posto in allarme la maggioranza (all’insegna dell’“accà nisciun’ è fesso”): infatti la dott.ssa Serra aveva in mano il parere dell’avvocato; conseguentemente, dando all’Amministrazione la possibilità di correggere la rotta di navigazione (nella buona politica si agisce in favore del popolo e non per mettere l’avversario con il culo per terra);
  2. fare in Consiglio un discorso politico, con riferimento all’esistenza della summenzionata pizza tecno-burocratica, ma senza entrare nel merito degli arzigògoli giuridici, evitando di trovarsi nella condizione di dover scantonare, dal momento che l’impostazione è politica.

Paradossalmente, fra le cose dette da Cavagna il Giovane in maniera concitata, querimoniosa e non sempre comprensibile, una di quelle si prestava benissimo a costituire  l’esordio di un acconcio discorso politico. A un certo punto disse, sia pure con il tono sbagliato: «Ma voi avete fatto una campagna elettorale in bicicletta!».
Ecco allora la possibile scaletta di un discorso politico efficace, quello che avrebbe dovuto essere preparato con riferimento specifico, anche se non petulante, agli arzigògoli giuridici; un discorso che soltanto gli esperti del giure potevano preparare, e che Gandolfi avrebbe potuto interpretare con lo stesso impegno con cui ha letto la pizza tecno-giuridica di 13 pagine:

  1. Esordio: qui occorrerà disporre benevolmente l’uditorio ad ascoltare il seguito del discorso, al quale si potrebbe dare un’impostazione ecologista, visto che i serrani si sono presentati, nella scorsa campagna elettorale come nella presente, attrezzati di gadget colore arancione, e considerato che non ci hanno fatto grazia dei luoghi comuni della retorica che in linguaggio coglione viene detta “green”, cioè verde. Anche se poi i fatti contraddicono alle parole.
  2. Narrazione: qui converrà raccontare in breve la storia del passaggio dal piano regolatore al concetto di piano di governo del territorio, con brevi cenni alla gherminellea linguistica. Breve storia del Pgt di Gandolfi e dell’elaborazione a tappe forzate della variante del Pgt nell’ultima parte del regno della Serra. Mettere in luce l’inutilità delle commissioni edilizie, che tutt’al più potrebbero essere una camera di compensazione degli interessi degli attori del territorio, ma che non sono state nemmeno questo. In ogni caso, l’istituzione di organismi burocratici rigidamente controllati e lottizzati non costituisce la realizzazione dell’ideale di isonomia, cioè di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
  3. Divisione: qui bisognerà mettere in luce, senza ricorrere al linguaggio agrimensuralgiuridico, ma facendo riferimento ai paragrafi della pizza tecnogiuridica (che all’uopo saranno stati numerati) i punti controversi: se sono tre, se ne mettano in luce tre; se sono quattro, dovranno essere messi in luce, ordinatamente, quattro punti; ma senza svolazzi e senza cazzeggio giuridico. In ogni caso, la collaborazione dei tecnici e dei giuristi all’elaborazione di questa terza parte del discorso è indispensabile. Ovviamente, si dovrà esercitare un’opportuna azione di freno, perché l’aspetto giuridico non prevalga su quello politico.
  4. Trattazione (Confirmatio, Refutatio): nella prima parte della trattazione occorrerà esporre l’idea di piano di governo del territorio che era auspicabile, e che ancora lo è; nella seconda parte della trattazione si dovrà mostrare come le deliberazioni dei serrani siano in contraddizione non soltanto con l’idea auspicabile di Pgt, ma con gli stessi presupposti e i valori dei quali essi si dicono portatori. Anche qui, è necessaria la collaborazione dei tecnici agrimensurali e giuridici.
  5. Perorazione: qui occorrerà riprendere le premesse esposte nell’esordio e concludere in un crescendo di considerazioni sarcastiche sulle magnifiche sorti e progressive promesse dai serrani a petto di una ben più modesta realtà. In particolare, mettere brevemente in luce che lorsignori non sono progressisti ma, tutt’al più, aziendalsimilprogressisti. Le ultime parole saranno dedicate a Vera Baboun, che costituisce la prova provata che gli aziendalsimilprogressisti non hanno in mente il popolo di Curno, ma una loro collocazione ideale nell’empireo di OltreCurno.

.

L’interpretazione politica

Ma allora a che cosa è servito l’“evento” protrattosi ieri fino a tarda notte? L’interpretazione non può essere che politica. Gandolfi e, a maggior ragione, Fassi sono stati attirati in una manovra che, a prezzo di un possibile sputtanamento dei medesimi, portasse acqua, apparentemente, al mulino della Ndoc; in realtà, a un progetto di egemonia destrorsa in ambito curnense (della quale non so quanto lo stesso Marcobelotti sia al corrente: immagino che, al solito, sia stato scavalcato), in vista delle prossime elezioni politiche nazionali, regionali ed europee.
Ma c’è di più. Mentre, per sua fortuna, come abbiamo detto, Gandolfi si è a suo tempo sganciato dalla manovra avvolgente, Fassi vi è rimasto invischiato, come testimonia quella sua intervista a BergamoPost nella quale manifesta un punto di vista convergente con quello della Ndoc (No alla cosiddetta moschea, in forza della legge regionale bobomaronita).

Moschea_Fassi_cacata carta

L’aspetto più ambizioso della manovra politica di “cattura” di Gandolfi e Fassi – qui viene il bello – consisteva in un tentativo di “internazionalizzare”, per così dire, il caso della moschea curnense, portando tutta la questione sul piano tecnogiuridico. Il che avrebbe consentito di fare della moschea di Curno una sorta di case history, come si dice in linguaggio coglione, cioè un caso paradigmatico estensibile a tutto il territorio nazionale, in tutti i Comuni dove la Lega nord intendesse contrastare l’esistenza dei centri culturali islamici. Questo, insomma, non sarebbe che uno dei tanti casi in cui i cittadini di Curno sono usati per il conseguimento di altri fini, per conquistare posizioni strategiche, o ritenute tali, OltreCurno (come dimenticare in proposito la visita fatta a Curno dalla Madonna pellegrina Vera Baboun?).
Riassumendo, quello cui abbiamo assistito ieri è stato l’esito di una manovra dalla quale Gandolfi ha preso le distanze, per sua fortuna, per tempo, con quelle sue dichiarazioni pubbliche, delle quali si è detto sopra. Ma la macchina era già avviata, dunque per salvarsi dallo sputtanamento Gandolfi ha dovuto far ricorso a tutte le sue risorse di intelligenza e ironia. Lo sputtanamento – ripeto – sarebbe stato quello di una sua convergenza con la Ndoc, tenendo anche conto che spesso in politica più importante dei fatti risulta la narrazione che si riesce a imbastire.
A parte l’esito politico della votazione del Consiglio di ieri, scontata per tutti, e a parte il fallimento della manovra politica di coinvolgimento di Gandolfi nelle strategie arcane e oltrecurnensi della destra, della quale si diceva, non dimentichiamo tuttavia che la pizza tecnoburocratica di 13 pagine esiste. Dio non voglia che faccia venire l’acquolina in bocca agli avvocati e che i cittadini di Curno debbano pagarne le particelle. Perciò invitiamo gli aziendalsimilprogressisti a non crogiolarsi sugli allori di una fin troppo facile vittoria e a usare, nei limiti dell’alto concetto che hanno di sé, del criterio di prudenza.

.

Obiezione e contro-obiezione

Qualcuno potrebbe obiettare: «Ma come, Aristide, se tu credi in quello che dici, e se tu sei così bravo da poter scrivere – almeno, in parte – il discorso che occorreva fare in Aula consiliare e che i consulenti tecnogiuridici di Gandolfi, dandosi la zappa sui piedi, non hanno voluto fare, non hanno saputo fare o non hanno pensato di fare, perché non ci hai pensato tu? Perché non sei andato a sentire i consulenti tecnici, perché non li hai costretti ad esprimersi chiaramente, e politicamente in maniera efficace? Non potevi applicare il metodo maieutico e cavare loro dai denti quel che si doveva dire? Quel discorso potevi scriverlo tu. O, quanto meno, avresti potuto sviluppare in maniera un poco più estesa quella scaletta in cinque punti che ci hai presentato».
La contro-obiezione è quanto mai semplice: tutta la manovra, della quale quelle 13 cartelle scritte fittamente rappresentano un punto di approdo, è nata in ambito Ndoc. E Aristide non collabora con la Ndoc. Poiché fra loro non c’è più il Pedretti, posso anche parlare con i singoli; di almeno uno degli avvocati che hanno lavorato per la Ndoc posso considerarmi amico, se lui lo consente. Ma non potrò mai collaborare alla realizzazione di un’affermazione della Ndoc che farebbe di Curno la tessera di un mosaico esecrabile ad egemonia salvinista. I barbari veri salvarono, più di una volta, la civiltà italica. Questi barbari, invece, con il loro macchiettistico Claudio Borghi Aquilini, al posto di un più che dignitoso Brenno, non fanno che accelerare l’ineluttabile declino dell’Occidente, al quale già hanno contribuito, in gran copia e impietosamente, aziendalismo, sciacquettismo politicamente corretto e femminismo.

La determinazione, morbo devastante della similsinistra curnense

Quando l’impegno politico non è sostanziato da generosa passione politica, ma da ansia di carriera, grande è il pericolo che incombe sulla comunità dei cittadini

……………………………………………………………………………………………………………………………………

MArcobattaglia_Giovane europeista

Qui sopra, il “ggiovane” e determinatissimo Marcobattaglia, in una foto promozionale, mentre sbandiera il vessillo europeo; quanto a determinazione, fa da pendent “de sinistra” (significa: apparentemente di sinistra, ma soprattutto in carriera) al non meno determinato Cavagna il Giovane dello schieramento destrorso curnense. Sotto, manifestazione dei “fasci” di Casa Pound contro l’Europa, culminante con lo strappo del vessillo europeo. Chissà se conosceremo mai il pensiero di Cavagna il Giovane, il Bismarck di Curno, sulle intemperanze antieuropeiste dei “fasci” e, in generale, dei fascioleghisti. E chissà se Marcobattaglia sarà mai capace di esprimere una critica non paracula degli aspetti di eurocrazia e criminalità finanziaria che si sono insignoriti dell’Europa e hanno sputtanato l’ideale europeista di Altiero Spinelli.

……………………………………………………………………………………………………………………………………

La presentazione dei candidati similprogressisti

Il giorno 28 aprile, in una delle due sale civiche di Curno, la formazione dei candidati alle elezioni amministrative curnensi aderenti alla lista pseudo-civica ‘Vivere Curno’ (sono i nuovi viveur) si è presentata ai cittadini che volessero farne la conoscenza “di persona pirsonalmente”, come direbbe Catarella (quello della serie televisiva dedicata al commissario Montalbano). La sala era piena, compresi numerosi parenti e amici; era piccola, ci saranno state più di cinquanta persone. Devono aver scelto di proposito una sala piccola: così mi disse qualcuno, maliziosamente, perché la fotografia d’insieme faccia il suo effetto
Il livello di preparazione dei candidati consiglieri è apparso buono, abbastanza buono, soprattutto in relazione a quello presumibile dei componenti della lista concorrente, anch’essa pseudo-civica. Per il momento si può solo affermare che tra i candidati “destri” saranno presenti Cavagna il Giovane e qualcuno dello sparuto drappello degl’iscritti al circolo curnense della Lega nord, che crediamo di conoscere. Se però, oltre a costoro, troveremo candidati fisici, studiosi dei modelli dinamici dei sistemi socioeconomici, matematici e filosofi della scienza, siamo pronti a rimangiarci tutte le nostre riserve sull’idoneità della Ndoc prendere le redini del Comune di Curno. Ricordo che martedì scorso ci è stato presentato il candidato sindaco, già assessore del sindaco del buon governo Gandolfi; ma lo stesso Locatelli, ricordiamo, fu protagonista del disarcionamento del “suo” sindaco, al tempo della congiura serrapedrettista. Niente invece si sa degli altri componenti della lista della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense. Dunque sospendiamo il giudizio e aspettiamo che anche i “destri” della Ndoc, di recente confluiti sotto l’egida locatelliana di Obiettivo Curno, si sottopongano alla prova-finestra, come hanno fatto i concorrenti similprogressisti.

.

Efferatezza della determinazione in politica

Dato atto ai candidati similprogressisti di un livello di preparazione verisimilmente superiore a quello dei concorrenti, non possiamo passare sotto silenzio la “determinazione” che aleggiava nella sala civica, via via che costoro si presentavano. Non tutti, a dire la verità: l’assessore in carica Maria Raimonda Rizzo ci è parsa gentile (gentilezza e determinazione non vanno d’accordo), come pure il consigliere in carica Paola Bellezza, con la quale pure siamo stati in polemica per via del suo femminismo nussbaumiano. Parlando in generale, l’impressione era che dalle menti dei candidati – di alcuni dei giovani, in particolare – si fosse materializzato un ectoplasma, e che gli ectoplasmi, conglutinandosi, avessero assunto le forme di un lugubre uccello che, sbattendo pesantemente le ali, andava avanti e indietro, da una parete all’altra della sala, sopra le teste dell’uditorio. Come se i giovani fossero stati indottrinati dalla dott.ssa Serra che, proprio a causa dei suoi eccessi di determinazione, sortì il bel risultato di scavare un fossato intorno a sé, isolandosi dal popolo con il quale comunicava soltanto con la mediazione degli “attori del territorio” del secondo tipo, cioè quelli della catena associazionistica, deputata alla trasmissione del consenso elettorale. Però, se non ci fa difetto l’intuito che spesse volte ci ha confortato nell’analizzare correttamente la politichetta curnense, questi giovani sono determinati di per sé, indipendentemente dall’indottrinamento della dott.ssa Serra, che semmai si sarà compiaciuta di aver scorto in loro come un riflesso di se stessa.
Abbiamo udito, nel corso della presentazione del programma, cose buone e meno buone; alcune anche sgradevoli: quelle, in particolare, ripescate dal magazzino del politicamente corretto, come quando si è parlato di parità di genere, di cultura (già, quale cultura?) che diventa ancella d’iniziative movimentistiche (in linguaggio coglione: “social”), europeismo entusiasticamente acritico ecc.
Va bene, ma di che meravigliarci? Sappiamo che di buone intenzioni sono lastricate le strade del mondo. Sappiamo anche – e non è la prima volta che lo scriviamo – che i programmi elettorali sono mero esercizio di copropapirologia, cioè, per dirla con il poeta latino Catullo, stesure di “cacate carte”: contano infatti le persone, le loro attitudini, la loro preparazione e, soprattutto, le cose che hanno fatto e quelle che sono in grado di fare.
Dei candidati anziani sappiamo che cosa hanno fatto; sappiamo anche che, a parte Vito Conti che disponeva di spazi di agibilità propria, quel che i candidati anziani hanno fatto, tutto, è stato operato sotto lo sguardo severo della dott.ssa Serra, seduta sul suo trono regale: sappiamo, cioè, che sono responsabili soltanto in parte delle loro azioni, e ci domandiamo che cosa sappiano fare senza la tutela della dott.ssa Serra, ammesso che essa venga meno. Potrebbe venir meno, in effetti, qualora la dott.ssa Serra, dopo essere stata eletta nel Consiglio comunale, impartisca la sua benedizione agli ex colleghi di avventura curnense e spicchi il volo per ricoprire importanti cariche istituzionali OltreCurno.
I “ggiovani” ci preoccupano di più. A dir la verità sono approdato all’aula civica in ritardo e non li ho sentiti tutti. Ma Gandolfi, che era presente fin dall’inizio, mi ha riferito che erano “determinati”, anche quelli che non ho sentito. Del resto, non c’è di che meravigliarsi. In questa società (che è una società di merda) la determinazione è per i giovani un obbligo imprescindibile (il che, detto in linguaggio coglione, sarebbe un “must”). Non fu così per la mia generazione, educata ai valori cristiani: i quali, in realtà, come abbiamo scritto altrove in questo diario, non sono altro che la proiezione sul piano religioso della morale naturale, della quale molto disputarono i filosofi pre-illuministi e illuministi. Se dico “valori cristiani”, parlo del Vangelo, ovviamente, e non del barbarico Antico testamento. Non solo: prima della riforma dell’ordinamento scolastico, si studiava latino già nelle scuole medie, perciò, traducendo alcuni brani, per esempio, di Eutropio e Valerio Massimo, fummo parimenti educati alle virtù romane, che non a caso confluirono nella teologia cristiana. Come avemmo  modo di scrivere nell’articolo L’amministrazione prudente e l’ipercinetismo assessorile, pubblicato a p. 12 della rivista “24035 Curno,Bg” le virtù che Platone aveva postulate come necessarie per il conseguimento del bene individuale, non meno che collettivo, e che Cicerone aveva espresso in elegante formulazione latina, divennero la virtù cardinali della dottrina cattolica: esse sono la prudenza, la giustizia, la prudenza e la temperanza.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

Tiziano, Prudenza

Allegoria della prudenza, di Tiziano: doveva essere l’emblema della sua officina di pittura. Vi sono rappresentati lo stesso Tiziano (al centro), il figlio Orazio, a destra, e un suo parente, Marco: erano i suoi eredi, ai quali Tiziano raccomandava di raccogliere l’eredità della  “bottega”, senza mai venir meno alla virtù cardinale della prudenza, illustrata nella parte inferiore del quadro. La virtù della prudenza si compone infatti di tre parti, rappresentate dal lupo, dal leone e dal cane, in relazione con il tempo: l’uomo “prudente” sa valorizzare l’esperienza passata, capisce il presente ed è consapevole delle conseguenze del suo operato nel futuro. Per ulteriori spiegazioni riguardo ai simboli e al contesto culturale, si veda l’articolo citato sopra.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

In generale e con tutte le possibili eccezioni, oggi i giovani escono da una scuola di merda, sono stati educati in un contesto familiare devastato dalla predicazione femminista, hanno sotto gli occhi l’esempio di sacerdoti ai quali i sacri riti fanno schifo e preferiscono impegnarsi nel cosiddetto sociale, sono bombardati senza pietà da messaggi consumistici ed aizzati da cattive maestre come Maria De Filippi, detta «la sanguinaria», madrina di esecrabili piccoli mostri. Soprattutto, i giovani hanno ben poche probabilità di trovare lavoro, se non sono figli delle persone giuste e se non hanno fatto le amicizie giuste, magari giocando al  calcetto, come dice giustamente il ministro Poletti, o facendosi soci di questo o quel circolo influente, o quasi (anche i boy scout possono essere un buon inizio). Dunque non dobbiamo meravigliarci se molti giovani oggi, molto più che quarant’anni fa, [*] sono propensi a praticare una feroce “determinazione”. Basti pensare al caso del povero Regeni, dottorando all’Università di Cambridge, che per sottrarsi allo spettro della disoccupazione, si era buttato in una missione pericolosa, lavorando più o meno inconsapevolmente per i servizi segreti britannici, per essere poi torturato e ucciso. [**]
Ma Regeni era uno che aveva dei talenti, che non è proprio un’attenuante della determinazione, però… Senza contare che si potrebbe anche essere determinati con una certa dose di gentilezza esteriore, se non proprio interiore, in fondo si tratterebbe soltanto di rispettare le forme. Per esempio, la signora rumena che si è presentata con i colleghi viveur nella veste di candidata consigliere nella prossima amministrazione di Curno appariva determinata, ma gentile.
Ma perché essere determinati, quando l’assenza di determinazione è la porta di accesso a una pienezza di vita, alla capacità di porsi in relazione con gli uomini, perlomeno con i migliori, e apprendere da loro tutto quello che si può apprendere e dunque vivere non una sola vita, ma tante vite, quante sono quelle delle persone che sapremo ascoltare e con cui sapremo parlare disinteressatamente? Chi è determinato, come i piccoli mostri della Maria De Filippi, pensa soltanto a se stesso e al modo di sfruttare gli altri per conseguire i propri traguardi. E dopo che avrà conseguito quel traguardo, per conseguirne ancora un altro. E poi perché? Fondamentalmente, perché lo vuole l’azienda (il mongomanager determinato non avrà scrupoli a mettere in atto tutti i mezzi, leali e sleali, pur di aumentare il fatturato o la produttività); ma, soprattutto, perché si è malati di egotismo che infatti viene insegnato, e imposto, nei micidiali corsi di aggiornamento aziendale. Tanto che, se un mongomanager si accorge di non essere abbastanza determinato, o di non esserlo abbastanza, come l’azienda vorrebbe che lui fosse, ricorre alla cocaina.
Siamo rimasti impressionati, in particolare, dalla determinazione di Marcobattaglia, al quale abbiamo già dedicato un precedente articoletto di Nusquamia: si veda «Un taglio internazionale all’Amministrazione di Curno»: “Cala Trichetto, cala Trinchetto!”.
Si badi bene: la nostra è una critica politica, perché siamo del parere che partiti politici responsabili abbiano il dovere di frenare la determinazione dei loro esponenti. Soltanto in una concezione aziendalistica del partito (questo, ahimè, è il caso del Pd renzista) la determinazione è vista di buon occhio. In altri tempi, quando il Partito comunista era una roba seria, la determinazione era bandita, bollata con il marchio infamante di “individualismo piccolo borghese”. Ebbene, ascoltando Marcobattaglia e osservandone il linguaggio del corpo, abbiamo avuto conferma della prima impressione che ci eravamo formata ascoltando e leggendo le cose che dice di sé. Andando inoltre a spulciare la rete, si trova che Marcobattaglia, come e più della dott.ssa Serra, piacciono i riconoscimenti ufficiali, gli piace introdursi negli ambienti che contano, gli piacciono le bandiere, gli piace apparire. A differenza della dott.ssa Serra la quale, come ho scritto più di una volta, talora si salva grazie alla sua educazione borghese, Marcobattaglia è presente nei cosiddetti “social media”, con fotografie a iosa che dovrebbero segnare la sua lunga marcia verso l’agognato successo. Ci aspettiamo di vederlo un giorno ritratto in posa da vincitore, come una volta i cacciatori con il piede posato sulla preda abbattuta. Non è necessario uno speciale acume d’intelletto per capire che Marcobattaglia è determinato a diventare deputato europeo. Per lui l’Europa è quel simbolo in nome del quale lui vincerà la sua “struggle for life”, nella cornice del darwinismo sociale teorizzato da Herbert Spencer. Marcobattaglia non metterà mai sotto accusa l’egoismo dell’Europa che fa finta di ignorare che l’Italia è parte dell’Europa e che i suoi confini sono confini dell’Europa. Marcobattaglia non muoverà un dito contro la criminalità della finanza paludata che si pretende europea. Marcobattaglia non chiederà la repressione del potere degli eurocrati. [***] Non lo farà, perché dovrebbe mettersi contro quei circoli e quelle istituzioni che lui vuole scalare. Inoltre, secondo lui, i cittadini di Curno devono assolutamente contribuire al coronamento della sua ambizione. Marcobattaglia, infine, se ne impipa di riflettere sulle conseguenze nefaste della determinazione, tanto più se quella determinazione è aziendalistica, sottoprodotto piccolo borghese, degno dei commessi viaggiatori d’un tempo, dell’etica protestante del capitalismo, la peggiore.
Se non fosse così determinato, proporremo a Marcobattaglia un percorsso di resipiecenza: per esempio, vedendo Mon oncle d’Amérique, un film di Alain Resnais. Ma ho paura che sarebbe troppo tardi. Il film è un apologo sulle pulsioni animali dell’uomo, sulle sue rappresentazioni, sulle costrizioni sociali e i meccanismi di mistificazione/razionalizzazione che servono ad accettare la costrizione che ti è stata imposta dall’azienda, da Maria De Filippi, dal politicamente corretto ecc. No, Marcobattaglia non ha tempo per queste cose, perché lui è “ggiovane” e la carriera viene prima di tutto. Il dubbio frena la tua carriera, la determinazione è un Viagra per la carriera, e dal Viagra ci si aspettano miracoli.

…………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Senza determinazione si vive meglio

mon_oncle_d27amc3a9rique_movie

Per vedere il film, fare clic sull’immagine della locandina. Naturalmente, apprezzare il film non ci obbliga ad aderire alla tesi dei tre cervelli formulata dal prof. Laborit, che sottende un po’ tutta la narrazione; in ogni caso, Laborit è uno scienziato (ha sintetizzato i primi psicofarmaci), non è un mistico. Ma vedere questo film aiuta a riflettere sulle relazioni umane coatte, sul tormento di una vita mal vissuta perché dedicata al conseguimento di obiettivi che non sono nemmeno nostri, come anche ne scrisse Seneca, tanti secoli fa, ma che ci sono stati inculcati, come vediamo in un altro film, Inception. Ne consigliamo la visione ai nostri lettori perché, si parva licet… interrogarsi sul libero arbitrio dell’uomo, per come il problema è qui posto, è un po’ come, in filosofia, leggere Platone: non siamo obbligati a credere nell’esistenza del mondo delle idee, o a pensare che i suoi miti siano una spiegazione della realtà delle cose e dell’uomo, né siamo obbligati ad aderire alla sua concezione autoritaria dello Stato. Ma la lettura di Platone aiuta a capire, e a capirci.

…………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Pure determinato, anche se a livelli non formidabili, dei quali cioè non necessariamente si deve avere paura, è apparso nella serata del 28 aprile il figlio della dottoressa Luisa Gamba. Era il moderatore della serata, chiamava la mamma “Luisa”, tout court, e si dava da fare per imporre la propria regia al dibattito che sarebbe seguito. Nessuno gli dava ascolto, ma non fa niente: è così che si comincia, passin passino, per diventare un giorno, forse, ricchi e famosi.

 ♣ ♣ ♣

Dibattito

I similprogressisti saranno capaci di articolare una comunicazione efficace tale da dissipare la diceria della Maximoschea e tranquillizzare il popolo?

Dopo che i candidati ebbero presentato se stessi, le proprie competenze e l’apporto che intenderebbero offrire alla giunta comunale guidata dalla dott.ssa Gamba, in caso di vittoria, si fece la domanda di prammatica, se cioè qualcuno volesse prendere la parola per domande e rilievi di vario tipo.
Ci fu un intervento, seguito da risposta. Poi pareva che non ci fossero altre domande e che si dovesse tornare a casa. Chiesi la parola per osservare quel che ho detto sopra, che cioè la squadra mi pareva di buon livello: questo – aggiunsi – è un bene, perché essere competenti e, possibilmente, intelligenti, è per un amministratore perfino più importante che essere onesti. Con un amministratore disonesto ma intelligente si può ragionare, invece uno onesto ma cretino è uno con il quale è impossibile ragionare, e può essere causa di danni immani. Come conclusione affermai di aver sentito parole buone e meno buone, proprio come l’operato della dott.ssa Serra questi cinque anni. Ma una cosa non lasciava presagire niente di buono: la determinazione che caratterizzava il modo di rapportarsi ai cittadini, in continuità con la determinazione della dott.ssa Serra. Conseguenza nefasta di tale determinazione è l’incapacità di rapportarsi al popolo, di percepirne i bisogni, le angosce, le paure. Così si scivola nell’autoreferenzialità.
La dott.ssa Gamba replicò che per rispondermi doveva farmi a sua volta due domande. Formulò la prima, alla quale seguì un lungo dibattito e non ci fu tempo per la seconda, o forse se ne dimenticò. La prima domanda era quella di portare qualche esempio che illustrasse l’incapacità di ascolto da parte dell’amministrazione serrana.
Portai l’esempio della mancanza di una comunicazione efficace a proposito della diceria della moschea, che cominciò a circolare a Curno, con un articolo del gennaio 2016 sull’Eco di Bergamo. L’articolo fu seguito da una manovra di attacco della Ndoc che via via sarebbe divenuto sempre più incalzante. La risposta della dott.ssa Serra non avrebbe potuto essere peggiore: in un’intervista che ebbe modo di far pubblicare sempre sull’Eco di Bergamo, volle come una campionessa di progressismo in salsa di società civile, laddove sarebbe stato ragionevole e politicamente opportuno sviluppare un’argomentazione che prendesse spunto dalla percezione del popolo, giusta o sbagliata che fosse. [****]
A questo punto, o forse anche poco prima, si levarono vivaci proteste provenienti dal gruppetto che attorniava Pepito el memorioso, la ben nota cosiddetta “memoria storica” del Pci-Pds-Ds-Pd di Curno, ex segretario della sezione, già titolare del bar che poi sarebbe stato “il bar dei cinesi”. La rumorosa esternazione di sdegno fu sedata dalla dott.ssa Serra, dalla dott.ssa Gamba e dell’arch. Vito Conti.
[Il fatto è che finora il tema della Maximoschea non era stato nemmeno sfiorato: eppure proprio su questo argomento i similprogressisti, se non si dànno una mossa, rischiano di perdere le elezioni. Non parlare dell’argomento a me pare masochistico: ma neanche questo deve meravigliarci, perché tutto lo schieramento che fu di sinistra è oggi in Italia – e non solo – pervaso da irrazionale ma irresistibile ‘cupio dissolvi’. Penso che lo scandalo della vecchia guardia che attorniava Pepito consistesse in questo: l’aver evocato un tema che, secondo loro, non doveva essere posto sul tappeto, perché così si sarebbe guastata la festa. N.d.Ar.]

……………………………………………………………………………………………………………………………

referendum-lega-nord

Immagine della c.d. Maximoschea di Curno, come proposta all’immaginario dei poveri curnensi dalla propaganda della Ndc-Nuova destra organizzata curnense. Si veda la pagina Facebook Stop moschea a Curno – Gazebata raccolta firme, firmata dalla “Lega Nord Cüren”. La dott.ssa Gamba nel corso del dibattito, quando finalmente si è affrontato l’argomento della moschea, ha fatto presente l’assurdità della richiesta di un referendum, che continua ad essere ruvidamente reclamato dalla Ndoc. Costoro hanno provato a raccogliere le firme, all’inizio del 2016, perché il Comune indicesse il referendum, ma non sono riusciti a raccoglierne abbastanza. Dunque, perché mai l’Amministrazione sarebbe tenuta a indire un referendum, che pure è previsto a norma di Statuto, ma solo se il numero di firme apposte dai richiedenti ha superato una soglia? Soglia che, evidentemente, non è stata superata. Additare l’Amministrazione come inadempiente al riguardo è dunque un’assurdità.

……………………………………………………………………………………………………………………………

Continuai affermando che in mancanza di una risposta adeguata, se si fosse permesso che il seme dell’odio e della paura attecchisca a Curno, lo sciagurato paese sarebbe scivolato in una situazione assimilabile a quella del paesino tedesco del quale si narra nel film Il nastro bianco, dove tutti, tutti si facevano i fatti propri e intanto il paese assumeva una connotazione pre-nazista, prima ancora che esistesse il nazismo. Conclusi esortando i similprogressisti a combattere.
A questo punto, nel corso delle varie repliche, non si parlò che della moschea, per buoni tre quarti d’ora. Il che significa che i viveur sono consapevoli dell’importanza del problema, anche se fra loro (non tutti) si era manifestata la propensione alla sua rimozione.
Vito Conti sedò gli animi nuovamente concitati e disse che avevo ragione; poi si corresse: avevo “quasi ragione”. E promise che si sarebbe battuto per una comunicazione efficace. Anche la candidata rumena affermò che il problema della comunicazione esisteva. La dott.ssa Serra disse che lei non poteva mettersi sullo stesso piano della Ndoc, e che fare di più andava di la dalle sue possibilità.
[Nessuno in realtà aveva chiesto alla dott.ssa Serra di esprimersi nella maniera sgangherata della Ndoc. Quello di cui si sente bisogno è una comunicazione con il popolo, non con Cavagna il Giovane; tale comunicazione dev’essere efficace ed intelligente, questo è quello che ho detto. N.d.Ar.]
A questo punto intervenne Pepito el memorioso, con tono enfatico di capopopolo, come ai tempi del vecchio glorioso Pci, del quale però lui stesso, sull’esempio di Occhetto, gettò la bandiera rossa nel fosso. Facendo la voce grossa Pepito pretendeva di far passare la sua linea, quella cioè per cui della moschea non si sarebbe dovuto proprio parlare, considerato che questo punto non era all’ordine del giorno, e che la discussione doveva essere sul buon operato della passata amministrazione e sulle radiose speranze che, in continuità con quell’amministrazione, l’eccellenza dei candidati di Vivere Curno ci autorizzava a nutrire. L’enfasi del memorioso sarebbe stata degna di miglior causa; senza contare che, francamente, è difficile accettare lezioni da sinistra (dico così perché si rivolgeva a me), da parte di uno che ha consegnato agli aziendalsimilprogressisti la gloriosa tradizione umanitaria del movimento operaio italiano, raccolta nel dopoguerra dal Pci, pur con alti e bassi. Mi limitai a replicare, in sei parole: «Così rischiate di perdere le elezioni». Sentii che qualcuno del pubblico diceva: «Ebbene, vuol dire che le perderemo». Ecco, questo ci dà una misura della follia e del cupio dissolvi degli eredi scombiccherati di quella che fu la sinistra italiana: caparbi, irrazionali, innamorati di se stessi e dimentichi del popolo.
Chiese la parola a questo punto un rappresentante della comunità islamica che attualmente si riunisce nel seminterrato, quello famoso dell’ispezione abortita del Pedretti. Espresse la volontà di collaborare con la popolazione di Curno. La dott.ssa Serra, finalmente non più aziendalmente asseverativa, ma umana in un consesso di uomini non più trattati come dipendenti, ma come depositari della dignità dell’uomo, ha ricordato con voce commossa l’inizio del suo mandato, quando raccolse la speranza della comunità islamica di essere posta al riparo da iniziative bellicose. A dir la verità, alla necessità di liberare Curno dal Pedretti ci avevano pensato il Gandolfi e – pro mea virili parte – chi scrive. A quel tempo, invece, la dott.ssa Serra si era mostrata eticamente indifferente.
Mentre il figlio della dott.ssa Gamba dava segni evidenti di nervosismo e ormai da qualche tempo manifestava l’intenzione di chiudere la serata, la madre prese nuovamente la parola per dire che anche lei non aveva intenzione di dare risposte che la obbligassero a scendere al livello della Ndoc. Io che mi trovavo di fronte a lei mi permisi di dire ancora tre parole: «No, risposte intelligenti!». E questo è tutto.

Conclusione

Concludo con la speranza che i viveur rifondati (un po’ come Rifondazione comunista, che però in questo caso dovrebbe essere aziendalista) sappiano finalmente porsi in rapporto con la popolazione di Curno, non per indottrinarla, ma per ascoltarla e mostrare, con esempi concreti e con parole rassicuranti  come la percezione della realtà possa essere alterata dalla propaganda della Ndoc. La dott.ssa Serra non sarà d’accordo, Pepito el memorioso men che meno, ma bisognerà dire, per esempio: il problema del parcheggio il venerdì? Ebbene questa è la nostra soluzione, che abbiamo concordato con la comunità islamica. E se la soluzione non è stata ancora concordata, che si affronti il problema, diamine! Che si combatta, una buona volta!
La prospettiva che Curno cada nelle mani di un drappello di persone che ha tutta l’aria di essere incompetente e che – quel che è peggio – mette il paese al servizio del progetto di conquista del potere in Italia di Salvini e delle mire egemoniche nella bergamasca di un Alessandro Sorte, è agghiacciante.
Perciò noi che siamo avversari acerrimi del politicamente corretto e della concezione aziendalistica della politica che caratterizzarono l’amministrazione serrana e che probabilmente caratterizzeranno quella crurale (cioè, della Gamba; dal lat. crūs, ūris, “gamba”: il termine è usato in ambito medico), noi che abbiamo tuonato contro l’amministrazione serrana e che forse saremo costretti a dir male dell’amministrazione crurale, in caso di vittoria, non possiamo esimerci dal formulare questo triplice auspicio:

che grande sia il livello di astensione dei cittadini di Curno, così che sia inequivocabilmente manifesta la loro presa di distanza da una classe politica a tratti ipercinetica (questo è il caso degli aziendalsimilprogressisti) ma comunque lontana dalle esigenze del popolo; o, in alternativa, una classe politica (politica?) dimentica del popolo e semmai maggiormente interessata ai cani, salvo poi svegliarsi all’ultimo momento (è il caso della Ndoc) facendo sfoggio d’iniziative strampalate, come fece in Consiglio  Cavagna il Giovane, e impegnarsi senza ritegno per favorire nel paese la formazione di un clima di Apocalisse a fini di lucro elettorale;

che comunque dalle elezioni amministrative esca vincitore la compagine aziendalsimilprogressista, il cui più che probabile ipercinetismo autoreferenziale dovrà essere auspicabilmente marcato sia a zona, sia soprattutto a uomo (così non ci si perde in vuote parole) da cittadini volenterosi e intelligenti: speriamo, in altre parole, che, forse per uno scarto nel corso degli eventi, o per l’eterogenesi dei fini, si formi finalmente a Curno un’opinione pubblica laica, razionale, attenta agli aspetti strutturali del buon governo, più che agli arzigogoli giuridici;

che comunque non facciano parte del prossimo Consiglio comunale personaggi come Cavagna il Giovane e Marcobattaglia, la cui determinazione costituirebbe un elemento di disturbo nel conseguimento del bene comune.

………………………………………………………………..

[*] Poco meno di un mese dopo la laurea, chi scrive aveva in tasca ben tre posti di lavoro nell’industria: non proposte generiche di lavoro, ma telegrammi di assunzione, avendo superati i colloqui di assunzione, svolti alla presenza di persone competenti dell’azienda, senza l’inutile presenza di funzionari di aziende-filtro. Allora Milano era la capitale morale d’Italia, non ancora la Milano da bere, i mongomonager non esistevano (semmai l’Espresso titolava un suo articolo così: «Si scrive manager, si pronuncia monager»). Tu mandavi il curriculum vitae, le aziende ti rispondevano. Altri tempi.

[**] Si veda sull’Huffington Post Giulio Regeni usato inconsapevolmente dai servizi Usa e Uk.

[***] A differenza dei legaioli salvineschi, noi siamo europeisti, nel senso che siamo a favore di un’Europa tutta da rifondare, di concerto con le altre nazioni europee (“nazioni” nel significato latino di “popolazioni” e non di istituzioni statuali sclerotizzate). Si tratta di affermare il primato della politica, sferzare le chiappe dei mercanti, come fece Gesù nel Tempio, e studiare un modello socioeconomico su base scientifica, riducendo al minimo indispensabile l’apporto delle digressioni giuridiche; la retorica (e non solo quella del politicamente corretto) invece dovrà essere abolita del tutto.

[****] A conferma dell’assurdità della risposta serrana, anzi della  non-risposta, dopo che in una pagina di Nusquamia ebbi fatto il punto della situazione, un attento lettore scriveva: «Molto interessante la sua rassegna visibile qua sopra. Noto però con rammarico che Lei non ha menzionato la reazione dell’attuale amministrazione di fronte a tutta questa agitazione. Non vedo manifesti, non vedo volantini, non vedo articoli di giornali locali, non vedo interviste. Come può essere che tutto questo “bailamme” venga ignorato dalla dott.ssa Serra? Forse anche loro sono d’accordo sul caos attuale?».

Aziendalsimilprogressisti vs. Ndoc, e la ricerca del male minore

La dott.ssa Serra ha ragione su alcuni punti, su altri nicchia, su un punto ha decisamente torto

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

Curno_Moschea

Nel corso della trasmissione ‘Dalla vostra parte’ al min. 11:15 (fare clic sull’immagine per vedere il filmato) prende la parola MarcoBelotti: afferma che esiste una moschea abusiva e che da una moschea abusiva non può discendere una moschea legale, e questa è un’affermazione destituita di fondamento logico (al posto di un nesso necessitante si produce un nesso logico che non è un nesso, e non è neanche logico). Afferma anche che la metratura della c.d. moschea è sproporzionata al numero dei cittadini: in questo caso l’affermazione non è cervellotica in sé, ma senza il sostegno di prove (le cacate carte, il comune senso del pudore ecc.) il ragionamento, nella migliore delle ipotesi, è da considerarsi “entimematico” (gatti padani, cercate la parola sul vocabolario). Locatelli poi fa presente che non è soltanto questione di metratura, ma anche di disagi recati alla popolazione per carenza di parcheggi: questo, invece, è un argomento ben posto, sul quale l’amministrazione similprogressista non ha mai fornito risposte. Poi interviene, e il discorso precipita a livelli infimi, l’esponente di Forza Italia Artina il quale, spalleggiato da Locatelli e Marcobelotti, mentre Cavagna il Giovane continua a tacere, ma esibisce una splendida mutria (gatti padani: idem c.s.), parimenti determinata e istituzionale), afferma che la moschea non s’ha da fare, perché comporterebbe per la pacifica e stupidotta comunità di Curno il pericolo d’importazione del terrorismo. È vero invece tutto il contrario: i fedeli islamici sono meno passibili d’essere arruolati come foreign fighters o, in generale, come militanti del terrore islamico, se non sono più cani sciolti, ma si raccolgono in una struttura controllata. Abbiamo illustrato questo punto di vista in parecchie pagine di Nusquamia, le abbiamo riassunte nel paragrafo ‘Populismo scatenato a proposito della Moschea’ della precedente pagina del nostro diario: Di cani, di cacate carte e di populismo.
Qui sotto, la risposta della dott.ssa Serra all’offensiva della Ndoc, di chiara impronta fascioleghista (fare clic sull’immagine per leggerla).

serra_moschea_2017-04-121

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

Scrivo questa pagina prima che la Ndoc-Nuova destra organizzata curnense presenti, questa sera, la propria squadra di candidati all’assalto del Municipio di Curno, difeso dalla compagine aziendalsimilprogressista nominalmente capitanata dalla dott.ssa Gamba, peraltro senza troppa convinzione, perché consapevoli dei propri peccati. Ma non ho bisogno di leggere i nomi per esprimere il mio punto di vista, frutto di una decisione non tormentata, questo no, ma che non avrei mai voluto prendere. Invece di dilungarmi in un giro di parole per poi, quasi vergognandomi, presentare la decisione, andrò direttamente in medias res, come suggerisce Orazio nella sua Ars poetica. Ebbene, a mio giudizio, tra i due mali che incombono sui cittadini di Curno, il crudele e ipocrita aziendalsimilprogressismo e il feroce irresponsabile avventurismo della Ndoc, è meglio che vincano i primi.
Non ci vuol molto per capire che, se vincessero i secondi, Curno diventerebbe un porto franco per spacciatori di odio e violenza di ogni risma, una vera ghiottoneria per Salvini, in relazione alla questione della c.d. Maximoschea, gestita dalla dott.ssa Serra in maniera che peggio di così non poteva andare. Infatti, la dott.ssa Serra si è preoccupata soprattutto e quasi esclusivamente di dimostrare che lei è molto cattoprogressista, in sintonia con le Acli di Bergamo e con i zuzzerelloni della “convivialità delle differenze”. Invece di spegnere i focolai di menzogna e, a livelli più sottili, ma non meno pericolosi, di cazzeggio giuridico, la dott.ssa Serra mirava a incollare i talloncini di benemerenza similprogressista sull’albo di raccolta simil-Cirio (è una metafora, si capisce).

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

Album raccolta Cirio
Albo di raccolta delle etichette Cirio: le casalinghe comperavano le scatole dei pelati, ne staccavano le etichette, le ritagliavano e riempivano l’album. Quindi, una volta completato, l’album veniva spedito alla casa madre che premiava le casalinghe “fidelizzate” con un regalo gratificante. I politici indigeni (e non solo la Serra che, anzi, grazie alla sua educazione borghese, è un po’ meglio degli altri), invece di operare nel modo più opportuno per il bene pubblico, usano il loro potere decisionale per dare soddisfazione alle proprie ambizioni di carriera e aggiungere sempre nuove marchette all’albo di raccolta dei punti di benemerenza politica e negli ambienti che contano.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

Ciò premesso, e detto tutto il male possibile della compagine similprogressista e della stessa dott.ssa Serra (vedi i suoi eccessi di determinazione, l’albagia, la pervicace volontà d’impedire all’interlocutore di parlare, la somministrazione generalizzata di clisteri di condivisione al popolo inerme), dopo aver proclamato il fallimento dell’esperimento serrano, che voleva fare di Curno un “paese bello da vivere” (anzi, per colpa della Serra, Curno potrebbe diventare una Curno da bere, ma per la Ndoc) non possiamo esimerci dal dire che sulla diceria della moschea, nelle linee di fondo, ha ragione la dott.ssa Serra. Tutta la campagna elettorale sarà un gioco al massacro imperniato su tale diceria (mamma li turchi! arriva la Maximoschea, con il minareto e il muezzin; e gl’islamici violenteranno le suore, le nostre donne e anche i preti, come i marocchini nel film La ciociara). Una diceria conveniente a Salvini e ad Alessandro Sorte, che tutto potrà essere tranne che nell’interesse dei poveri cittadini di Curno, pasturati da Locatelli e Cavagna il Giovane, e uccellati da quei due. Perciò noi proclamiamo che il male minore sono proprio loro, i postserrani, con tutto il loro armamentario [*]  politicamente corretto.
A differenza degli “attori” della politichetta curnense, tutti impedrettati tranne Gandolfi, noi abbiamo un onore da difendere, abbiamo un principio superiore che ci obbliga a impegnarci a non lavarci le mani. Noi non siamo eticamente indifferenti, come furono la dott.ssa Serra e tutti i similprogressisti (quando non erano ancora diventati aziendalsimilprogressisti: peggio ancora), al tempo dell’ispezione alla c.d. moschea, ordinata dal Pedretti e fortunatamente abortita, in modalità di provocazione. Cinque anni di battaglie combattute generosamente a bordo della navicella di Nusquamia, che ha sempre mantenuto la sua rotta nonostante le denuncie pedrettesche, e i numerosi tentativi di dirottamento e di arrembaggio, ci autorizzano a proclamare i serrani come male minore, senza che nessuno possa pensare e, peggio ancora, dire, che consumiamo un inciucio. Ché, se dicesse questo, sarebbe un gaglioffo. Né mancheranno le rappresaglie contro chi volesse al riguardo seminare disinformazione. Gatto avvisato, gatto salvato.
Riassumendo, vediamo dove, riguardo a questo che sarà il tema portante della battaglia elettorale, la dott.ssa Serra abbia ragione, dove nicchia e dove ha torto. Riportiamo perciò alcune sue frasi, trascritte dalla risposta su Bergamo news, di cui sopra.

La dott.ssa Serra ha ragione – «Sulle paure e sulla vita della gente non si può scherzare, né si può speculare per meschini interessi elettorali. Questi sono temi che esigono rispetto e verità, prima di tutto.
Alcuni esponenti della lista “Obiettivo Curno” hanno tentato di cavalcare la paura e l’ondata di emozione seguita ai recenti attentati; vorrebbero usare il terrorismo come un’arma nella competizione elettorale. Per questo hanno diffuso una serie di menzogne, con l’obiettivo di fomentare odio e paura». Bene, qui la dott.ssa Serra ha ragione. Peccato soltanto che non sia stata chiara fin dall’inizio, come abbiamo avuto occasione di rimproverarle, più di una volta, cominciando dal gennaio 2016. Ma lei non ha mai risposto, per via della ben nota albagiache è uno dei suoi tratti caratteristici. Si vedano a titolo di esempio gli articoli:
Scandalosa Eco
Ancora sulla cosiddetta moschea di Curno

La dott.ssa Serra nicchia – Una questione sulla quale ha nicchiato, fin dall’inizio è quella del disagio dei curnensi quando il venerdì si materializzi un concorso di automobili “islamiche” nel loro bel paese. Ora, indipendentemente da quanto grande sia tale disagio, la dott.ssa Serra dovrebbe fare i conti con il disagio percepito, e c’è da star sicuri che la Ndoc farà di tutto perché la percezione sia massima, attizzerà senza scrupoli il fuoco dell’intolleranza, facendo leva sulla cattiveria e sull’ignoranza dei cittadini marginali (il successo di Trump non le ha insegnato niente?). Infatti, l’unico argomento non cervellotico di quella trasmissione populista che abbia presentato qui sopra è stato quello del Locatelli (probabilmente lui legge Nusquamia), proprio in relazione ai parcheggi. Scrivevamo ultimamente: «Le risposte finora fornite dalla dott.ssa Serra non sono state soddisfacenti. Eppure basterebbe snocciolare pochi numeri, ovviamente verificabili (non oracolari, non mistici): metratura, capienza, parcheggi disponibili in proporzione alla capienza, sistemi di repressione del parcheggio selvaggio, eventuale servizio di navetta verso altri parcheggi, a spese della comunità islamica. Del resto lo stesso problema si porrebbe per una Chiesa cattolica, se i cattolici andassero a messa. Ma la costruzione di una moschea è necessaria, perché se gl’islamici si riuniscono in un ambiente controllato e controllabile è un bene per tutti, e non solo per gl’islamici. Non ci vuole molto a capirlo». Si veda anche il nostro accorato appello alla ragionevolezza, rivolto in particolare alla dott.ssa Serra: Chiediamo alla dott.ssa Serra di non trascurare l’aspetto quantitativo della questione sul nuovo Centro culturale islamico. Ma è come se la dott.ssa Serra prendesse gusto a far incancrenire il quadro politico già gravemente compromesso (per colpa sua, della sua determinazione, della sua albagia). Poiché la Serra nicchia, non si meravigli se i cittadini si fanno prendere dal panico e se, a livelli superiori, la questione è posta in termini di cazzeggio giuridico, sul quale si veda La falsa questione della cosiddetta moschea curnense: un punto di vista laico.

La dott.ssa Serra ha torto – «Non dobbiamo fare però l’errore di sovrapporre il terrorismo alla religione islamica, religione professata da miliardi di persone in maniera pacifica e non violenta, così come è prescritto nelle loro scritture». Avete letto bene? La dott.ssa Serra sostiene, in linea con le Acli di Bergamo, che fondamentalmente la religione islamica sarebbe pacifica. Qui bisogna distinguere tra i fedeli islamici, che per la maggior parte, soprattutto quelli residenti in Italia, sono pacifici, e la religione. No, quella religione, come del resto la religione del Vecchio testamento, è tutt’altro che pacifica. Se dite che non è vero, guardate che, per quanto riguarda il Corano, vi snocciolo tutto quel che ha scritto Magdi Allan e, per quanto riguarda il Vecchio testamento, quel che ha scritto Voltaire. La religione del Corano, come quella del Vecchio testamento, è a misura delle popolazioni che vivevano in uno stato semibarbarico secoli fa. È invece pacifica la religione cristiana anche se non sempre, anzi raramente, i Cristiani furono pacifici. [**] Cristo si fece garante di una nuova alleanza con il Dio degli Ebrei e, se non si hanno le fette di prosciutto sugli occhi, sarà facile riconoscere che Cristo venne in un momento storico in cui la civiltà greca, poi greco-romana, avevano impresso un salutare guizzo di vitalità e progresso alla civiltà dell’uomo. Come ci si poteva crogiolare ancora nella barbarie e nella crudeltà del Vecchioi Testamento, dopo aver gustato, anche se solo per sentito dire, le delizie della civiltà greca? La civiltà islamica avrebbe conosciuto la sua epoca d’oro quando anch’essa, qualche secolo dopo, venne a contatto con la civiltà greca. Sullo splendore culturale del Califfato di Cordoba abbiamo scritto nel già menzionato Ancora sulla cosiddetta moschea di Curno, dove anche troviamo le parole che possono concludere questo paragrafo:

Ma non dobbiamo pensare che tutti gl’islamici pratichino le schifezze del Corano, così come non possiamo pensare che tutti i cristiani e gli ebrei pratichino le schifezze del Vecchio testamento. Voglio proprio vedere la Serra, che si dice cattolica e che frequenta le Acli, se si dice d’accordo con quanto è scritto nel libro del Levitico (20, 13) che prescrive: «Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro». Sarà anche scritto nella Bibbia, ma non credo che la dott.ssa Serra si sia mai attivata per mettere a morte un Lgbt, proprio lei che ha assoggettato i cittadini di Curno ai “suoi” precetti politicamente corretti, sottoscrivendo fra l’altro, in nome dei cittadini, l’adesione del Comune di Curno alla rete Ready, Lgbt friendly.

Infine, vorrei invitare i lettori di Nusquamia, i più pazienti, probabilmente, ma anche provvisti di idonei strumenti intellettivi e culturali, a considerare la cornice entro la quale ho maturato la convinzione che tra i due mali, quello similprogressista è il minore. Non mi dilungo in altre parole, sarà sufficiente fornire due nessi ipertestuali.

1. Il principio superiore

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

…………………………………………..
Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

2. La scelta di Sophie: perdere entrambi i figli, o uno solo

Una donna si sente dire da un ufficiale tedesco: mi piaci, vorrei andare a letto con te. Siamo ad Auschwitz: la donna che finora era stata muta, finalmente parla: dice che è polacca, non è ebrea e crede in Cristo. Visto che è polacca, l’ufficiale le propone un patto: quello di salvarsi e salvare uno dei suoi bambini, uno solo. E così lei fa. Nella concitazione sacrifica la bambina. La morale è che nella vita reale le scelte possono essere dolorose, ma non scegliere potrebbe essere peggio. Così anche noi, con la morte nel cuore, abbiamo deciso che è meglio se vincono gli aziendalsimilprogressisti. Dopo di loro, forse, la vita potrà riprendere. Invece, in caso di vittoria della Ndoc, dopo di loro, è il diluvio.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

[*] Forse a qualche agrimensore sommariamente acculturato piacerebbe parlare di paraphernalia? Potrebbe così fare il fico con gli altri agrimensori, peggio ancora di lui. Peccato che questa parola latina ci sia rimbalzata dal vocabolario inglese, con un supplemento di storpiatura operato da noi italiani; in latino significava tutt’altra cosa, certo non “armamentario ridicolo e inutile”. Dunque diffidiamo degli stronzetti del marketing che ci parlano di parahernalia: un nome che, nel contesto markettaro e aziendalistico, diventa un termine, uno dei tanti, del linguaggio coglione.

[**] Come dimenticare, per esempio, lo scempio che la folla cristiana inferocita fece di Ipazia, filosofa neoplatonica di Alessandria d’Egitto, figlia del grande matematico Teone? A capo di quei fanatici c’era addirittura il vescovo Cirillo: raccolsero sulla spiaggia le conchiglie e con quelle la scarnificarono. È stato anche girato un film su di lei, che mi sono rifiutato di vedere, perché d’impostazione femminista. Per condannare il fanatismo della plebe non ho bisogno di suggerimenti femministi.

Di cani, di cacate carte e di populismo

Se la dott.ssa Serra non trova qualcuno in gamba (ma non la dott.ssa Gamba!) che le dia una mano, le macerie di Curno finiranno nelle mani di una classe politica impreparata, rissosa e politicamente pericolosa, tale da far rimpiangere la tirannide serrana

………………………………………………………………………………………………………………….

Affissione_Moschea

Manifesti affissi a Curno il 23 marzo 2017, a cura della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense. Ultimamente si sono dati il nome di “Obiettivo Curno” (un vecchio marchio della Quinta colonna del Pdl, cioè di Corti e Locatelli): noi preferiamo continuare a chiamarla Ndoc, perché così la chiamavamo prima, quando ancora erano alla ricerca di una denominazione “condivisa” (e prima che la Lega nord s’appecorasse a Locatelli, nonostante a suo tempo Marcobelotti avesse sfanculato Cavagna il Giovane, pupillo del Locatelli). Questo manifesto è stato affisso abusivamente in uno spazio riservato alle comunicazione del Comune, quindi è stato strappato dai vigili urbani (che oggi sciacquettisticamente usa chiamare “Polizia municipale”). Male, bisognava sbarrare i manifesti con una scritta obliqua recante la dicitura “Abusivo”. Adesso Cavagna il Giovane farà il martire, secondo la nota tecnica del ‘Chiagne e fotte’.

Manifesti Cavagneschi strappati

………………………………………………………………………………………………………………….

.

1. Il falso sillogismo acchiappa-voti (ma, anche se non si conosce l’arte logica, è proprio da scemi cascarci)

curno-a-sei-zampe

Locandina (commovente) dell’Associazione Curno a sei zampe, ipersponsorizzata, come si vede dalla miriade di logo (fra questi, quello del Comune di Curno), dove è scritto a chiare lettere che «“Curno a sei zampe” è un progetto Curno oltre (FI) – Lega nord. Stupenda anche la ragione sociale: «L’integrazione del cane nella società, nel rispetto delle norme civili e morali». Dà da pensare che siano così solleciti delle norme civili e morali, nonché dell’integrazione del cane, gli eredi del Pedretti, che fu protagonista di un’ispezione pretestuosamente tecnica, in realtà una provocazione politica, sulla cosiddetta Moschea di Curno, in palese contraddizione con l’articolo 18 della Carta dei diritti dell’uomo, come abbiamo scritto a p. 55 della nostra Pedretteide e foriera di una guerra di religione della quale avrebbe fatto le spese la popolazione di Curno.

.

Ci fu un tempo in cui la Ndoc-Nuova destra organizzata curnense non aveva niente da dire politicamente (se è per questo, neanche adesso) e ancora non era capitata la manna della “Maxi moschea”, che costituirà il cardine della loro campagna elettorale alle prossime amministrative. Avevano osservato che la dott.ssa Serra aveva creato una lobby delle associazioni con la funzione di catena di trasmissione del consenso elettorale e, invece di condannare e disprezzare quest’uso dell’associazionismo, pensarono di metter su un’ennesima patetica e lobbystica associazione, tutta loro. Scrivemmo a suo tempo in questo diario che c’è poco di che andare orgogliosi. Questa iniziativa canina infatti si muove sulla falsariga pedrettesca di captazione di pacchetti di voti e apparizioni mediatiche: un coglionamento bello e buono del cittadino.
Fondamentalmente, Locatelli & Pedretti svolgono questo falso sillogismo:

a. Il cane è amico dell’uomo, dunque del cittadino.
b. Noi siamo amici del cane.
…………………………………………………………………………..
c. Pertanto noi siamo amici del cittadino.

Falso. Questo è un falso sillogismo, perché, a ben guardarlo, le due premesse (premessa maggiore e minore) mancano di un termine medio.
Ecco invece un esempio di sillogismo dove le due premesse effettivamente contengono un termine medio, lo stesso nelle due premesse:

a. Il cane è amico dell’uomo, dunque del cittadino.
b. Noi amiamo l’uomo, dunque il cittadino.
…………………………………………………………………………
c. Pertanto noi siamo cani.

Ma anche questo è un falso sillogismo, perché è vero che le due premesse contengono il termine medio (l’amare il cittadino), ma è sbagliato il sistema di costruzione del sillogismo, in quanto il termine medio “non è distribuito”, come si dice. Come pure è falso il seguente sillogismo, ben noto:

a. Socrate fischia.
b. La locomotiva fischia.
……………………………………………………………………………
c. Pertanto Socrate è una locomotiva.

La regola infranta nella costruzione del sillogismo, quella di distribuzione del medio, era dagli studiosi di logica medievali così codificata: «Aut semel aut iterum medius generaliter esto».  Questo esempio c’insegna a diffidare dei trucchetti di certi furbacchioni.
Dunque, non è vero che Pedretti e Locatelli, nonché l’appendice di Locatelli, cioè Cavagna il Giovane, siano amici del cittadino. A ben vedere, non sono amici del cittadino, e non sono amici del cane. Infatti:
1. Non sono amici del cittadino, perché c’è un’intenzione di coglionamento, con un falso sillogismo.
2. Non sono amici del cane perché si appropriano dell’immagine del cane, e ne abusano a fini elettorali.

Osserviamo infine che, adesso che sulla Ndoc è piovuta la manna della “maxi moschea”, si sono dimenticati dei cani e sguazzano nelle cacate carte, addirittura accampando la pretesa (assurda) di essere migliori del gatto padano in fatto di copropapirologia.

.

2. Svolazzo continuato e aggravato di cacate carte a proposito del Pgt e delle sue varianti

Questo è un argomento che abbiamo trattato diffusamente su Nusquamia e, francamente, non me la sento di riprendere la questione da capo. I vecchi lettori sanno bene come la pensi e quanto ritenga ignobile il degrado della politica, che sarebbe un’arte nobile, al ignobile politichetta fatta di pettegolezzi, denunce anonime e cacate carte. Chi manca di idonee basi culturali, quasi che veramente chi non ha cultura non se la possa dare o, peggio ancora, pensando di colmare le lacune con trucchi volgari (ricorso estensivo ad acronimi, espressioni del linguaggio coglione aziendalistico, pose conformiste politicamente corrette) si trova quasi costretto a tuffarsi nelle cacate carte. Va bene, costui è padronissimo di sprecare la propria vita. Ma non può pretendere di trascinare noi nel suo merdaio, noi in particolare che abbiamo tutte le carte in regola per porre la dialettica al di sopra delle cacate carte. Si veda in proposito Superiorità della dialettica sulla copropapirologia. Insomma possiamo anche capire la disperazione culturale dei tecnoburocrati, ma un conto è capire la scaturigine della loro disperazione, altro è accettare di scendere sul loro terreno.
E non è soltanto una questione estetica. È fondamentalmente una questione di sostanza: non ho parole, per esempio, per esprimere adeguatamente quanto ripugni alla coscienza e all’intelligenza di una persona politicamente educata (diciamo così) il documento sottoscritto da Cavagna il Giovane dal titolo Interrogazione per avere chiarimenti in merito all’attuale grado di sicurezza degli edifici scolastici comunali, con copia per conoscenza al Prefetto di Bergamo. Hanno perfino avuto il coraggio di pubblicarle in rete. Bene, Cavagna il Giovane, pur di avere la soddisfazione di far volare cacata carta, «chiede, con estrema sollecitudine, in riferimento ai contenuti dell’art. 18 comma 3 del D. Lgs 81/2008 e successive modifiche ed integrazioni, se gli edifici scolastici siano in possesso delle certificazioni di seguito indicate». E, se ho capito bene quand’ero presente nell’Aula consiliare, pretende di avere copia di ben 40 documenti. Tanto basta per paralizzare il Comune. La dott.ssa Serra, non del tutto fuori luogo, ha fatto presente che il procurato allarme è una cosa che non sta tanto bene. Ma – direi – non è così che si affronta la questione della sicurezza degli edifici scolastici. Perché se Cavagna il Giovane o anche un cittadino qualsiasi ha notizia di una carenza di sicurezza negli edifici scolastici riguardo a un preciso problema, a un problema vero e incombente (e non a 40 problemi insieme), si rivolge all’Ufficio tecnico. Soltanto quando abbia eventualmente maturato la convinzione che l’Ufficio tecnico traccheggia, si rivolge all’organo politico. E, ancora una volta, se costui è un amico dei cittadini, non ci imbastisce una questione politica, ma collabora perché si venga a capo della questione, tanto più se lui è un tecnoburocrate ed è in grado di suggerire alcuni provvedimenti. Se non sbaglio, la compagine della Ndoc è sotto lo stretto controllo dei tecnoburocrati.

Ma l’argomento all’ordine del giorno – anche in senso non metaforico, perché se ne parlerà oggi, nella seduta del Consiglio comunale del 23 marzo 2017 – sono il Pgt e le sue varianti. Qualcosa era nell’aria da tempo, ed è questa la ragione per cui scrivemmo nella pagina precedente di Nusquamia due articoli:

Nuova battaglia a suon di cacate carte (Pgt)

Se volete sapere dove Cavagna il Giovane e Locatelli vanno a parare, leggete il gatto padano

Noi non siamo copropapirologi, non siamo agrimensori e non siamo causidici. Perciò non entriamo nel merito delle carenze eventuali dell’operato dei similprogressisti nella stesura dei loro documenti. Ci limitiamo ad affermare due cose:

α. Siamo convinti che il miglior copropapirologo sulla piazza di Curno sia il gatto padano; dunque consiglieremmo tutti – maggioranza e opposizione – di andare a vedere che cosa ha scritto in proposito il gatto. Vale infatti il principio enunciato a chiare lettere nella pubblicità di un tempo, quando si chiamava réclame e non advertising (c’è una certa differenza: il termine francese strizzava l’occhio alla borghesia, che allora studiava francese e che tutto sommato aveva un’infarinatura culturale; il termine inglese piace oggi ai mongoaziendalisti allo sbaraglio e ai sottoproletari della cultura); il principio è il seguente: “Diffidate delle imitazioni”. Insomma, perché devo leggere Cavagna il Giovane, se il gatto padano ha già detto tutto? Proprio a proposito della variante del Pgt il gatto padano aveva scritto, in buona sostanza: io non denuncio nessuno, guardate però che qui c’è materia per denuncia. Ed è questo, se non sbaglio, il discorso che la Ndoc intende fare alla dott.ssa Serra. La quale a cacata carta risponderà con cacata carta, a cazzeggio giuridico con cazzeggio giuridico. Noi ascolteremo le parti, diffideremo – al solito – del cazzeggio tecnoburocratico e giuridico, ma contiamo di farci un’opinione. Ci rifiutiamo di farci un’opinione a scatola chiusa: questa per noi è una regola di vita, valida per le attività nobili dell’intelletto («Nullius addictus iurare in verba magistri», diceva il buon Orazio), figuriamoci per le cose che sono di pertinenza degli agrimensori, e che però potrebbero avere rilevanza sul buon governo: non abbiamo difficoltà ad ammetterlo.

β. In tema di Pgt, valgono per noi le considerazioni espresse nell’articolo Il Pgt di Gandolfi e quello della Serra. Il corollario di queste considerazioni si riassume in una domanda: Con quale coraggio Giovanni Locatelli, che bocciò in Aula consiliare il cosiddetto Ecomostro (il progetto dell’arch. Bodega che non piaceva all’agrimensore Pedretti, e a Curno gli agrimensori sono molto potenti) con la motivazione che non erano stati ascoltati gli attori del territorio (cioè, gli attori consociati), con quale coraggio Cavagna il Giovane, che è l’erede del Pedretti, pretendono che Gandolfi porti acqua al loro mulino? La differenza è evidente: Gandolfi operava per il buon governo, costoro tutto quello che fanno e dicono, lo fanno e dicono per avere un ritorno elettorale (o anche per sentirsi buoni, ed è una motivazione obiettivamente non trascurabile, ma che nella fattispecie mi trovo costretto, soggettivamente, a trascurare). Potrebbero anche avcere ragione — ripeto — sulle manchevolezze dei serrani, anche sotto l’aspetto delel cacate carte. Ma se esiste ancora qualcuno di sinistra, appena un po’, dovrà riconoscere che le pecche della dott.ssa Serra sono soprattutto da rilevarsi sotto il profilo politico. Detto in linguaggio serrano, sono pecche gravissime.

In ogni caso – e non è la prima volta che lo affermiamo – la presa di potere di Locatelli e Cavagna il Giovane dovrà essere paventata dai cittadini di Curno come peggiore della prosecuzione della tirannide serrana, anche in assenza di un ravvedimento da parte della dott.ssa Serra. E se il posto della dott.ssa Serra fosse preso dalla dott.ssa Gamba? Per il momento, lasciatemi dire: mamma mia!

.

3. Populismo scatenato a proposito della Moschea

È un argomento ampiamente dibattuto su Nusquamia, perciò mi limito a rimandare a due brevi interventi:

La moschea e la cacata carta

La paura degl’islamici

E, soprattutto, a questi articoli:

Profughi in Italia

Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier

I similprogressisti hanno tutto il potere che vogliono, ma comunicano malissimo

Lettera aperta a Giorgio Gori sulla “nuova moschea di Curno”

Questi articoli illustrano diversi aspetti della convivenza degli italiani e, in particolare, dei cittadini di Curno con gli islamici. Partono dal presupposto che i cittadini di Curno siano cattivi ed egoisti, come del resto lo stiamo diventando tutti, da che i valori cristiani, cioè i valori della morale naturale, sono stati estirpati e al loro posto sono stati innestati i valori aziendalistici. Sappiamo bene che la religione islamica vive in questi anni la sua stagione peggiore, non siamo ignari del terrorismo islamico che ancora cinque anni fa era considerato politicamente scorretto evocare. Siamo laici e diffidiamo della religione organizzata; del resto, essendo un po’ anarchici, diffidiamo di ogni tipo di organizzazione, perché l’organizzazione è nemica della libertà. Ma perché aizzare una guerra, come vorrebbero i fascioleghisti, per il momento con pretesti di cazzeggio giuridico, domani chissà, che farebbe male alla stessa plebe che sconsideratamente si facesse stritolare da una spirale d’odio nella quale, oggi come oggi, i vecchietti tremebondi e gli sbruffoni palestrati sovranisti sarebbero comunque perdenti? Perché c’è poco da fare, la nostra è una società di merda, noi siamo quelli che si preoccupano dei diritti del cane e si dimenticano dei diritti dell’uomo. Siamo perdenti, se pretendiamo di rappreesentare valori che in realtà non abbiamo. Gl’islamici invece hanno una struttura morale: non è la nostra, anzi non è quella che ci piacerebbe avere, ma hanno una struttura morale. E allora, se non abbiamo una struttura morale, se ci siamo ridotti a inseguire con la lingua penzoloni le “buone pratiche” Lgbt che la dott.ssa Serra somministra senza pietà, senza che nessuno abbia il coraggio di dire nemmeno mezzo “bah!”, se tolleriamo che nelle scuole insegnino ai ragazzi che non ci sono maschi e femmine, ma che c’è il gender, meraviglioso optional, non ci rimane che essere salvati dai “barbari”, come gl’italici furono salvati dai Longobardi. Dovremmo imparare, se non è troppo tardi, ad essere un po’ intelligenti, come fu intelligente l’Impero britannico, che non andava ad aizzare il risentimento delle minoranze/maggioranze (dipende dal punto di vista) ma procurava di formare una classe dirigente coloniale e indigena che quanto meno non fosse nemica. La differenza è che l’Islam è oggi dentro i confini dell’Italia, mentre l’India era fuori delle isole britanniche. Ma il discorso non cambia, si tratta in ogni caso di essere intelligenti. Così facevano anche i Romani, che addirittura adottavano gli dèi delle popolazioni sottomesse, e li collocavano nel Pantheon. Insomma, non esiste proprio che una persona intelligente e di ancorché mediocre cultura debba prendere lezioni da Salvini o da Cavagna il Giovane. Cose da pazzi!
Del resto, non posso fare a meno di dare un po’ di ragione agli islamici quando ci disprezzano, se noi versiamo lacrime sui cani e siamo insensibili agli uomini. Per questo stendemmo un nostro disperato e inutile appello alla ragione, consapevoli del fatto che la dott.ssa Serra ha sbagliato tutto imboccando la strada del politicamente corretto, che ha fatto innervosire i cittadini di Curno, già cattivi di per sé, rendendoli facile preda del populismo cavalcato senza ritegno dalla Ndoc. Si veda in proposito Ancora sulla cosiddetta moschea di Curno.

So anche quanto sia difficile per la dott.ssa Serra fare un bagno di umiltà. Ma in assenza di questo ho paura che le cose si mettano molto male, non dico per i similprogressisti (dei quali poco mi cale) ma per i cittadini di Curno. E questa sarà la peggiore rovina che la dott.ssa Serra avrà lasciato dietro di sé, se veramente ha intenzione di fuggire da Curno: l’aver reso i curnensi più cattivi di quanto già non fossero. Ci vorrebbe un miracolo, qualcuno che sapesse fare un discorso semplice, un discorso razionale e umano. Un discorso come quello del barbitonsore interpretato da Charlie Chaplin nel film Il grande dittatore. E il riferimento è al Vangelo di San Luca, mica alle contorsioni mentali di quelli della Convivialità delle differenze (Acli di Bergamo), che pensano sempre di far bella figura quando parlano, invece fanno incazzare la gente.