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L’attacco hacker alla regione Lazio

E adesso vediamo di non farci mettere nel sacco dagli “esperti”


Questo è il messaggio con il quale gli hacker aprono un canale di comunicazione con la regione Lazio per trattare il riscatto da pagare (si ipotizzano 5 milioni di euro): a pagamento avvenuto (in bitcoin), i dati sanitari dei cittadini, oggi non più accessibili né ai cittadini, né ai funzionari, saranno di nuovo in chiaro. Attualmente non è possibile accedere ai dati di prenotazione vaccinale, ai risultati delle analisi cliniche di laboratorio ecc. Il messaggio specifica che la trattativa con i pirati dovrà svolgersi usando il browser Tor, affinché la comunicazione Internet sia anonima. E se non si paga il riscatto? C’è il rischio che informazioni riservate e personali siano pubblicate nella “rete profonda” (deep web) o nel suo sottoinsieme, non indicizzato, la “rete oscura” (dark web). D’altra parte, anche pagando, non è da escludere che i pirati non lascino comunque un virus, anche dopo aver decrittato i dati. Perciò in ogni caso si rende necessario passare a un’altra piattaforma, se non si è in grado di decrittare autonomamente, e bonificare, quella esistente. Tale operazione richiede l’intervento di un “hacker di contrasto”.

Ricordate il terremoto dell’Aquila del 2009? Ebbene, poche ore dopo il fatto, due imprenditori sono a colloquio per telefono e pregustano gli affari della ricostruzione. Uno di questi dice: «… Eh certo… io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto». Tutto documentato da un’intercettazione telefonica.
Bene, dopo l’attacco informatico alla regione laziale (e meno male che non è avvenuto ai danni della regione lombarda, altrimenti chissà quali strilli di Travaglio e Scanzi, odiatori della Lombardia!) non è azzardato pensare che qualcuno si stia fregando le mani: non tanto perché possa offrirsi di far tornare in chiaro i dati, ma perché si offrirà come super-esperto, paragnosta indispensabile, perché tutto ciò non succeda più. Si frega le mani nella speranza di portarsi a casa un bel contrattino. Come in Abruzzo, appunto, o come ai bei tempi delle mascherine comprate in Cina in sovrannumero, strapagate, taroccate e con “consulenze” d’intermediazione anch’esse strapagate.
In realtà, in alternativa al pagamento del riscatto (che Zingaretti dice essere mera «ipotesi investigativa»: sarà… si dice sempre così, anche nei sequestri di persona) c’è soltanto l’eventualità di trovare un hacker che per un prezzo inferiore al riscatto sia in grado di decrittare i dati. Qui, secondo noi, potrebbe metterci una buona parola Salvini il quale, via Savoini (vi ricordate? il fondatore dell’associazione Lombardia-Russia, quello dell’acquisto d’idrocarburi russi), potrebbe trovare un contatto con qualche hacker di area putiniana, desideroso di collaborare.
Pare che l’attacco sia stato sferrato in Russia, di qui sia rimbalzato in Austria, quindi in Germania, per poi approdare a Frosinone dove un dipendente della società Lazio Crea, al quale sono state sottratte le credenziali personali, lavorava in modalità “agile” (in linguaggio coglione: smart working), collegato al sistema regionale. Pare anche che lo sfondamento sia cominciato con l’effrazione informatica a danno della multinazionale Engineering SpA, con sede a Roma, una società che fornisce servizi informatici a gran parte dell’Amministrazione pubblica Italiana. Però a p. 8 di Repubblica in edicola il 4 agosto l’amministratore delegato di Engineering nega: cioè, dice, l’attacco c’è stato, ma «è stato respinto».
Travaglio ci va giù duro, in un editoriale di oggi 4 agosto intitolato “Cyberfaccedaculo”: mescola le carte, ingarbuglia il problema intrecciando l’acronimo Dis (siamo andati a cercare: significa Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) a dati di fatti disparati dei quali fornisce l’interpretazione travagliescamente corretta, e fin qui si capisce poco o niente; quindi semplifica, lasciando intendere che tutto questo sia successo perché a suo tempo non si è fatto come voleva Conte, e questo invece lo si capisce benissimo. Lo dice in maniera obliqua, in modalità paracula, ma lo dice: «Peggio dei cyberpirati ci sono soltanto i cyberspudorati». E “cyberspudorati” sono quelli che non vollero che si facesse come Conte voleva. Insomma, chi ha orecchie per intendere, intenda.
In un tentativo di capire a che cosa alludesse Travaglio, siamo approdati a questo articolo del Riformista per la firma di Claudia Fusani (che però — lo dico subito — è odiata da quelli del Fatto quotidiano):

Per leggere l’articolo fare clic qui.

Qui apprendiamo che Draghi, a maggio, sta lavorando per l’Agenzia di Cybersicurezza Nazionale, il cui decreto sarà firmato a giugno, e che è appena stato licenziato dal Senato: «Non un terza agenzia di intelligence, non alle dipendenze del Dis, come voleva Conte, bensì una struttura pubblica in cui si raggruppano tutte le competenze dei ministeri in materia di cyber, un luogo in cui si dovranno incrociare anche impresa pubblica, privata e università». Queste sono le parole di Enrico Borghi, responsabile della sicurezza del Pd, che Travaglio, vedovo di Conte, evidentemente non apprezza.
Conte voleva che l’Agenzia di cibersicurezza operasse nel perimetro del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) che coordina le agenzie di sicurezza italiane: un controllo della sicurezza totale coordinato con i servizi segreti. Qui si pone un problema delicato: a nostro parere, ci sono i pro e i contro. Se però rapportiamo il problema a Conte (che per fortuna non è più al potere) c’era più di una ragione per essere preoccupati. Meglio che le cose siano andate così, con buona pace di Travaglio. Non sarebbe stata un’Agenzia nata con Conte e da lui pasticciata quella che avrebbe impedito un attacco degli hacker che in tempi recenti — apprendiamo dal Riformista — hanno violato L’Agenzia Europea per il farmaco, alcuni ospedali tedeschi, l’amministrazione pubblica belga, il Ministero per lo sviluppo economico italiano, la rete degli oleodotti statunitensi. D’altra parte il virus informatico — che nel momento in cui scriviamo continua a girare nei computer e nella rete dedicata della Regione Lazio — ha infettato il sistema regionale apportando danni gravissimi, come sappiamo, ma anche la Erg, che però ha registrato disservizi limitati, attualmente in via di risoluzione, grazie anche — dicono — «all’immediata attivazione delle proprie procedure interne in materia di cybersecurity». Volendo ragionare, si dovrebbe fare una valutazione probabilistica, allineando gli argomenti in un ragionamento bayesiano, come non ci stanchiamo di ripetere. Ma Travaglio non ha questa volontà, non si pone il problema: per lui i fatti hanno poca importanza, sono tutt’al più dei pretesti, quel che conta è l’interpretazione.
I sevizi segreti sono il punto dolente di Conte, cioè uno dei tanti, ma quello forse più dolente e più misterioso. Come abbiamo scritto in diversi articoli di questo diario, Conte si affaccia alla ribalta politica figurando nella lista dei ministri presentata da Di Maio a Mattarella in forma irrituale, quando addirittura minacciò il presidente della Repubblica di impeachment, se non si fosse fatto come voleva lui. Poi lo stesso Di Maio propose Conte come Presidente del Consiglio, perché governasse con i leghisti. Ma quella lista — si dice — era stata stesa con la consulenza della Link Campus University, specializzata in “intelligence”, cioè in spionaggio. E di quell’Università, fucina di formazione per i tecnoburocrati meridionali, è collaboratore il prof. Alpa, mentore di Conte all’Università di Firenze, e pochi anni orsono ne fu professore, e consigliere d’amministrazione, il maltese Joseph Mifsud, implicato nel Russiagate, percettore di rimborsi allegri, manco fosse un assessore sgarruppato della Regione lombarda: si veda Russiagate, indagine sul prof Mifsud: “Spese folli, cene da 1.300 euro a carico dell’Università”. E poi c’è quel rapporto di Conte con Trump che non ci scompiffera più che tanto, tant’è che i dietrologi affermano che il passaggio da Conte a Draghi in Italia fosse un passo ormai di fatto obbligato, dopo che alla presidenza degli Usa salì Biden. Insomma adesso che Conte se la deve vedere con Di Maio (è in corso fra i due un braccio di ferro, anche se ciascuno per parte sua nega), adesso che è oggetto di concupiscenza esclusiva da parte di Travaglio (che vorrebbe spodestare Casalino), insomma da quando appare quel che è, un Azzeccagarbugli moroteo, e niente di più, siamo tutti più tranquilli.
Non siamo invece tranquilli quando leggiamo in rete, sempre a proposito degli attacchi di pirateria informatica, che «la ricerca di “hacker buoni” riguarda tutto il territorio italiano e coinvolge tantissimi atenei: dalla Link Campus University di Roma al Politecnico di Milano, dall’Università Ca’ Foscari di Venezia all’Università degli Studi di Palermo e molte altre ancora». Ecco, ancora la Link Campus University (vedi anche Cybersecurity). Però per fortuna, come dicevamo, adesso c’è Draghi, Conte non c’è più.

Vedi anche, in fondo a questa pagina, l’articolo L’attacco hacker alla regione Lazio: com’è andata a finire?

L’“Amaro Murgia”, antidoto contro l’amaritudine di Michela Murgia

Segue la storia dell’inventore, Gennaro Murgia

Una delle tante lezioni impartite da Michela Murgia ai maschietti italiani “testosteronici” (così direbbe la sua amica Teodolinda Gruber [1]), all’insegna della banalità e del politicamente corretto. Per ascoltarla (e soffrire, se proprio si vuole) si faccia clic sull’immagine.

Di Michela Murgia, purtroppo, abbiamo dovuto occuparci spesso. Impossibile sfuggirle, perché costei non si lascia sfuggire occasione per impartirci la sua lezioncina di femminista militante: ospite assidua nella trasmissione televisiva governata con pugno di ferro dalla femminista Dietlinde Gruber, detta Lilli, scrive di cose femministe sulla Stampa (gruppo editoriale Gedi) e sul settimanale L’espresso (ancora del gruppo Gedi) in una rubrica che s’intitola “L’antitaliana”, avendo la pretesa di confrontarsi con Giorgio Bocca che nello stesso settimanale era titolare di una rubrica intitolata “L’antitaliano”. Chiaro che la Murgia è libera di dire quel che vuole, ma anche noi, finché non sarà stato istituito il Tribunale speciale per la repressione dei delitti contro il politicamente corretto, ci sentiamo liberi di osservare: a) la presenza invasiva di Michela Murgia in tutti gli spazi, e perfino negl’interstizi del dibattito politico-culturale; b) l’assunzione manu militari di un ruolo istituzionale, dal quale sarà difficile rimuoverla; tutt’al più, in caso di sua defezione, il suo posto sarà occupato da un successore che riscuota la fiducia della lobby politicamente corretta (così funziona il mondo: si veda la presa di potere all’Accademia della Crusca della linguista femminista Cecilia Robustelli).

La banalità del politicamente corretto – Ora, senza arrivare a dire delle femministe quel che Montanelli diceva – pare – dei moralisti («Conosco vari mascalzoni che non sono moralisti, ma non conosco un moralista che non sia un mascalzone»), ponendo “femminista” al posto di “moralista” e “sciocchino” al posto di “mascalzone”, noi ammettiamo che in linea di principio una femminista possa fare analisi intelligenti e condivisibili. Per esempio, Camille Paglia, femminista storica americana, è capace di una riflessione acuta della società moderna, il che le consente di affermare che una come Martha Nussbaum, molto gettonata nell’ambiente accademico, quello che civetta con la cancel culture, in fondo non è che una «vestale del politicamente corretto» (“PC diva”, in inglese). Consideriamo invece l’analisi del fascismo svolta da Michela Murgia: la troviamo nel libro Istruzioni per diventare fascisti. Questo suo libro è un disastro, infarcito di banalità, con tanto di “fascistometro”, un questionario alle cui domande (chiuse) il povero e mite Massimo Gramellini rispose, e scoprì di essere lui stesso un fascista! Si veda l’articolo Un’operazione di marketing per vendere due “prodotti”: il libro e il politicamente corretto.

Il “fascistometro” di Michela Murgia, riprodotto nel settimanale l’Espresso.

Tutte pazze per il linguaggio neutro – L’ultima sparata della Murgia, in ordine di tempo, al momento in cui scriviamo l’articolo, riguarda l’uso del simbolo fonetico “ə” (una “e” rovesciata) che prende il nome di schwa (tutti dicono ormai così, ma in italiano sarebbe meglio dire “scevà”). Michela Murgia usa questo simbolo in un articolo pubblicato sull’Espresso, riprodotto qui sotto, nel numero in edicola il 6 giugno 2021.

Per leggere l’articolo in formato pdf (e soffrire) fare clic sull’immagine.

Perché Murgia usa lo scevà? L’obiettivo è quello di un linguaggio neutro che politico-correttamente «rappresenti tutte le identità di genere (uomo, donna, persona “non binaria”) e tutta la variabilità biologica dei corpi (femmina, maschio, intersex) che sono presenti sul territorio». Così – ohibò! – vuole l’Osservatorio dei media a tema transgender, non-binary e gender creative, previa imposizione dei concetti, fumosi ma imprescindibili (anatema su chi si ribella!), di «persona non binaria» e «gender creative».
Se il linguaggio è oscuro, è chiaro invece dove il discorso voglia andare a parare. Il giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo sull’Espresso, la Murgia – sempre lei – scrive sul quotidiano torinese La Stampa un articolo intitolato Quel razzismo sistemico che fa vergognare le vittime, impreziosito da un tripudio di “e” rovesciate. Si affaccia il pensiero che, appartenendo La Stampa al gruppo editoriale Gedi, come pure l’Espresso, la Murgia faccia qui il bello e il cattivo tempo, proprio come la Gruber fa la zarina al gruppo Cairo (in parole povere. il Corriere della Sera e La 7). A questo punto l’ipotesi di occupazione degli organi d’informazione da parte della lobby politicamente corretta non parrà del tutto balzana. Prenderla in considerazione non dovrebbe essere considerato un peccato.
Ma veniamo allo schwa, anzi allo scevà. Come lo si pronuncia? Senza entrare in dettagli di fonetica linguistica, segnaliamo che questo suono è presente nei dialetti italiani meridionali (in napoletano, per esempio, “il vetro” si pronuncia “o ˈbːriːtɘ”), in francese (“fəˈnɛːtr” è la pronuncia di “fenêtre”) e, spessissimo, in inglese, come mostra questo esempio:

Nella parola “controller” lo scevà è presente due volte, sia nella pronuncia britannica (altoparlantino rosso) sia in quella americana (altoparlantino blu). Per sentirle, fare clic sull’immagine.

Ora, nessuno mette in discussione lo scevà nel napoletano, nel francese, nell’inglese e, naturalmente, nell’ebraico: infatti “scevà” è una parola ebraica, che possiamo tradurre “insignificante”. Ma se introduciamo lo scevà nella lingua italiana, quale effetto produciamo? Ebbene, sentiamolo, nel contesto dell’articolo pubblicato sulla Stampa che si diceva, letto da una giornalista di Radio Radicale:

La baggianata dell’uso dello scevà nella lingua italiana non è – beninteso – farina del sacco di Michela Murgia; viene dalla sociolinguista femminista Vera Gheno, ma alla Murgia non è sembrato vero di appropriarsene, ovviamente per impartirci l’ennesima sua lezioncina. Lei è fatta così, le piace giocare all’“O famo strano”, come nel film Viaggi di nozze di Verdone, ma al rovescio: al posto di Verdone ci siamo noi, che non siamo burini (prima inversione), invece di Claudia Gerini c’è lei, Michela Murgia (seconda inversione) e invece di godere, ovviamente, si soffre (terza inversione).
La stessa Cecilia Robustelli, la linguista femminista che si diceva, colei che operando con destrezza un colpo di mano all’Accademia della Crusca riuscì a prescrivere, a norma di cacata carta politicamente corretta, la femminilizzazione dei nomi (e così la Crusca è sputtanata chissà per quanti anni avvenire), sentita l’alzata d’ingegno murgiana non ha potuto fare a meno di scrivere un articolo dal titolo Lo schwa? Una toppa peggiore del buco. Paolo Flores d’Arcais, uomo di inossidabile fede progressista, giudica l’introduzione dello scevà nella grafia della lingua italiana (per non parlare della pronuncia) una «ennesima idiozia spacciata per progressista»: si veda L’articolo che volevo scrivere ma che era già stato scritto. Vera Gheno, più furba della Murgia, vista la mala parata, dopo aver gettato il sasso, nasconde la manetta (come si dice a Napoli) e scrive: Lo schwa è un esperimento. E sperimentare con la lingua non è vietato. Già, e noi abbiamo scritto in fronte “Giocondo”. Come se non si sapesse che la religione del politicamente corretto si articola oggi in un sistema di divieti per diventare, domani, un sistema di precetti, come nella peggiore delle distopie.

La ricerca di un antidoto contro una determinazione bestiale – La caratteristica forse più indigesta delle vestali del politicamente corretto come la Boldrina, Teodolinda Gruber e Michela Murgia è l’assertività e, implicitamente, la pretesa di trasformare in legge le loro mattane. È noto che la malefica determinazione, cioè il parlare assertivamente e l’agire imperiosamente, è considerata una virtù in casa femminista; sappiamo anche che per i manager ruspanti la determinazione è la droga che dà loro la forza di prestare infame opera servile senza batter ciglio, senza mai interrogarsi sul significato e le conseguenze del loro operato. [2] Ce n’è abbastanza perché noi si tenga in dispetto questa benedetta parola: la determinazione è l’anticamera della maleducazione nelle donne, il portale del disonore per gli uomini.
Ebbene, siamo sconcertati dall’assertività di Michela Murgia, insopportabilmente pesante, coltivata su un terreno arido, nemmeno fecondato da un letame culturalmente plausibile. Il sottotesto delle sue parole, sempre scontate, evoca la minaccia di un rogo purificatore nel quale le nostre carni dovrebbero bruciare senza nemmeno il conforto dei semi di finocchio che un tempo – così almeno si dice – non si negavano agli Lgbt condannati dai tribunali della Sacra inquisizione. Tutte le volte che c’imbattiamo nella Murgia – presso Teodolinda Gruber, nel settimanale L’Espresso, nel quotidiano La Stampa, su YouTube (la “fruizione” della Murgia ci è proposta dall’algoritmo, mica l’andiamo a cercare) – per scacciare il ricordo angoscioso della sua immagine e delle sue parole, per riprenderci dal pugno nello stomaco sferrato dalla sua determinazione, facciamo ricorso a opportuni antidoti: per esempio, come sanno i lettori di questo diario, proponiamo una canzone dell’armena Elena da Erevan, o della nordamericana Lucy Thomas, o anche della colombiana-irlandese Katie James: la loro grazia, il garbo della loro voce, la luce dei loro occhi, in altre parole la loro mite e gentile femminilità, ci ristorano dell’offesa recataci dalla pochissimo gentile Michela Murgia. Sentiamo per esempio Elena da Erevan:

Per vedere e sentire la bella Elena da Erevan (e godere), fare clic sull’immagine.

Per potenziare l’azione di contrasto ed espulsione del veleno inoculato dalla Murgia, non guasterà, infine, assumere una congrua dose di un liquore robusto: suggerirei in prima battuta un Calvados, il distillato di sidro apprezzato dal commissario Maigret, ma, ancor meglio, in base al principio del “chiodo scaccia chiodo”, [3] farà alla bisogna un amaro, di quelli molto forti. Tra gli amari, direi che il migliore è l’Amaro Sardo della premiata Distilleria comm. Gennaro Murgia. È un rimedio perfetto, sia sotto il profilo del gusto, sia per la funzione di ammazza-Murgia, che in questo caso è di tipo quadratico, con progressione parabolica: [4] come amaro, e come Murgia. Si dirà allora, non senza fondamento, che “Murgia scaccia Murgia”.

Bene. Occupiamoci a questo punto della storia dell’inventore dell’Amaro Murgia: una figura un tempo leggendaria, fin troppo. Potrebbe essere una storia a sé stante, da trattare in un’altra pagina di Nusquamia, ma l’occasione di mettere in relazione il veleno di Michela Murgia con un amaro facente funzione di antidoto, e che porti il nome della Michela è troppo ghiotta.

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Storia di Gennaro Murgia

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Gennaro Murgia (1861-1935)

Gennaro Murgia era figlio di un cozzone di cavalli (per cui vedi la novella di Andreuccio da Perugia: Decameron, II, 5), che sarebbe l’equivalente, al giorno d’oggi, del proprietario di un autosalone; era chimico farmacista, intraprendente, alto e di bell’aspetto. Non era povero, ma il matrimonio con la figlia di un notaio di Villacidro, un paese collinare del Sud della Sardegna, gli diede il capitale per avviare un’attività industriale, come vedremo, di tutto rispetto. Ebbe in dote numerosi terreni e una corbula [5] colma di marenghi d’oro. In seguito, quando sarebbe diventato un printzipale, cioè uno dei maggiorenti del luogo, anzi, su meri [6] mannu, cioè “il gran padrone”, si sarebbe vantato, esagerando, di guadagnare in un sol giorno con l’“industria” quanto ricavava dai terreni, che non erano pochi, in un anno.
Arrivò a Villacidro per impiantarvi una farmacia, subito dopo la laurea, che è del 1882: trafficò, naturalmente, con gl’infusi idroalcolici medicinali e con distillati varî, per approdare infine ai liquori, come usavano fare i farmacisti del tempo, chi più, chi meno. Ma allora a Villacidro ci si curava con le erbe (oltre tutto, pare che le ricette della tradizione fossero efficaci), [7] praticamente tutti, tranne le famiglie dei notabili: insomma, la potecaria rendeva ben poco. Affiancò allora alla farmacia un laboratorio per l’analisi dei minerali che si estraevano nelle miniere dei dintorni. Mantenne però la farmacia, almeno fino al 1893, e forse anche dopo: ma questa è la data di una relazione ufficiale, attestante l’esistenza di una «bella farmacia provveduta di ogni scorta di medicinali». Gennaro Murgia in quella farmacia stava ben poco, preso com’era dal sogno d’iniziative all’insegna delle magnifiche sorti e progressive della Chimica, che era allora la regina delle scienze, una scienza molto tedesca [8] e con un penchant massonico.
Dopo gli esperimenti sui distillati, che lo convinsero dell’opportunità di avviare una produzione su scala industriale, Gennaro Murgia impiantò una fabbrica di saponificazione dei grassi usando come base, per la reazione con gli acidi grassi, la soda Solvay (carbonato di sodio), quindi, parallelo all’impianto di saponificazione, costruì un secondo impianto di separazione della glicerina, per uso industriale (cioè, bellico); infine, diversificò il capitale e divenne socio fondatore della Società Elettrica Sarda, della quale fu anche amministratore (si sentiva portato all’elettricità, oltre che alla chimica, essendo stato allievo, all’Università, del fisico pisano Antonio Pacinotti, inventore della dinamo). Ma l’impresa elettrica è di trent’anni posteriore alla prima e forse più importante, l’installazione di un grande impianto di distillazione a vapore: perciò, per accogliere le torri di distillazione, fu costruito l’edificio a pianta quadrata che vediamo nella foto qui sotto, dietro il lavatoio, accanto al “lambicco”; così era chiamato – per sineddoche – l’edificio dedicato alla produzione dei distillati, quindi anche dei liquori. Di là dal lambicco si trovava l’impianto per la fabbricazione del sapone.

Il Lavatoio pubblico (1893) di Villacidro, che nel romanzo Paese d’ombre di Giuseppe Dessì si vuole costruito per volere di Angelo Uras, protagonista della narrazione (foto GiselAnto).

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Ma perché costruire, di punto in bianco, un grande impianto di distillazione? La risposta sta tutta in una parola: la fillossera, che è un afide, venuto in Europa dall’America, [9] esiziale per le piante che infetta. Fece la sua apparizione in Francia nel 1863, e fu una catastrofe, perché le viti europee, a differenza di quelle americane, sono inermi contro gli attacchi di quest’insetto patogeno, il “pidocchio delle piante” Phylloxera vastatrix . In poco tempo vanno distrutti più di un milione di ettari di terreno coltivato a vite; la produzione francese di vino, che era 80 milioni di ettolitri l’anno, passa a circa 25 milioni nel 1887. In Lombardia compare più tardi, nel 1879 (in Valmadrera, Lecco) e di qui, apparentemente, si propaga a tutta l’Italia, come il Covid-19. [10] La Sardegna, per definizione isolata, ne è indenne, almeno inizialmente; e quando la fillossera fa la sua apparizione, i viticultori non sono presi alla sprovvista, ormai si conosce il rimedio, consistente nell’innestare le viti europee su radici di vitigno americano, più resistente.
Ed ecco l’intuizione di Gennaro Murgia: avrebbe prodotto lui il Cognac che i francesi non erano più in grado di produrre. Così si spiega l’etichetta “francese” qui sotto, che è del 1889. Mentre gl’inglesi, per parte loro, quelli ch’erano abituati a bere il cognac d’Oltremanica, cominciarono a importare da oltre il vallo di Adriano l’whisky scozzese, che divenne una bevanda d’obbligo anche per i palati fini, i francesi fecero arrivare il cognac dalla Sardegna.

Il Cognac (che oggi, a norma di legge, se non è autoctono, dovrebbe chiamarsi brandy) era ottenuto mediante un impianto di distillazione “continua” del succo fermentato di vini bianchi, [11] che Gennaro Murgia cominciò a comprare in tutta la Sardegna, perché i suoi vigneti non erano sufficienti a far fronte alla domanda. L’invecchiamento del distillato avveniva in botti di rovere, in un magazzino ventilato, non lontano dalla distilleria, a sinistra del Lavatoio, al di qua del torrente Fluminera che vi scorre davanti (oggi intombato).
L’impianto di distillazione per Gennaro Murgia, chimico e “necessariamente” filotedesco, non poteva essere che di produzione germanica. Già, ma come installarlo? Non bastava comprare e trasportare, occorreva provvedere al montaggio delle parti, e a Villacidro non c’erano maestranze specializzate. Perciò si recò in Germania, dove si fece spiegare per filo e per segno l’assemblaggio dei componenti; come lingua di comunicazione usava il latino, grazie ai buoni uffici di un sacerdote del posto, che traduceva dal latino in tedesco e viceversa. Quindi, tornato in Sardegna, trasformò qualcuno dei suoi contadini in operaio specializzato, sotto la sua direzione. Del resto non gli dispiaceva presentarsi come “uomo del fare”, tanto che quando, più tardi, fu insignito del titolo di commendatore, avvertito dell’avvicinarsi della delegazione che gli recava la commenda, procurò di farsi trovare in abiti di lavoro, operaio tra gli operai. E quando – siamo ormai agl’inizi del Novecento – prendeva il treno per recarsi a Cagliari (su una linea ferroviaria a scartamento ridotto, con cambio di treno a Isili) non mancava di fare un giro in terza classe, dove riceveva gli omaggi del popolo minuto.
Consapevole della possibilità di una progressiva contrazione del mercato di esportazione in Francia, quando la fillossera fosse stata debellata, Gennaro Murgia preparò un’alternativa nel mercato interno, continuando a produrre acquavite, ovviamente, e continuando a produrre i cordiali e gli stomatici di farmacia, ma anche avviando una produzione di liquori “di conversazione” prodotti con l’alcool della sua distilleria, aromatizzato secondo il gusto del tempo.

Tra i liquori della nuova linea di produzione, accanto all’Alkermes, al Curaçao, alla Chartreuse (oggi questi nomi, tutelati da brevetto, non sarebbero utilizzabili) primeggiano nelle vendite il ‘Villacidro giallo’, il ‘Villacidro bianco’ e l’‘Amaro sardo’. In particolare il Villacidro giallo, un liquore di forte gradazione alcolica, che dallo zafferano – lo si coltiva a San Gavino, a dieci chilometri di distanza – ricava l’aroma (almeno in parte, perché l’anice finisce con il prevalere) e il colore, ebbe grandissimo successo, tanto che in seguito, nella prima metà del Novecento, erano in commercio diverse imitazioni, con lo stesso nome! Ma poiché il nome del liquore coincide con un toponimo, non ci fu modo di proteggerlo dalla concorrenza: bastava mettere in circolazione il prodotto contraffatto con il nome di “Villacidro”, senza aggiungere “giallo” o “bianco”, e il gioco è fatto. Ai tempi dell’emigrazione dei lavoratori italiani, prima del fascismo e dopo, la valigia dell’emigrante sardo, quasi sempre, conteneva una bottiglia di Villacidro giallo, quello vero.

Per il popolino doveva essere complicato capire che un uomo intraprendente e intelligente, per giunta uno straniero, provvisto di adeguate conoscenze tecniche, potesse mettere in piedi un’attività redditizia. Quella sua ricchezza doveva essere frutto di stregoneria: insomma le donnette del diciannovesimo secolo, le cui conoscenze si riducevano ai dogmi della superstizione popolare (da alcuni zuzzerelloni identitaristi gabbata per cultura delle radici), ragionavano, se questo si può dire “ragionare”, come i complottisti del nostro secolo: semplificano i termini del problema che non capiscono e s’inventano una spiegazione a misura del loro assai limitato orizzonte culturale.

Due romanzi di Giuseppe Dessì – Il disertore (1962) e Paese d’ombre (1972) – nei quali i personaggi, rispettivamente, del commendator Alessandro Comina e del dott. Michele Tropea sono ispirati alla figura di Gennaro Murgia.

Lo scrittore Giuseppe Dessì ha raccolto la leggenda cresciuta sulla figura di Gennaro Murgia e l’ha trascritta nel romanzo Paese d’ombre: il “paese d’ombre” è Villacidro, che nel romanzo prende il nome di Norbio, mentre Gennaro Murgia è Michele Tropea, e la sua acquavite è presentata come l’Acqua Tropeana.

Michele Tropea, dopo essersi sistemato nel retro della farmacia, si ripulì, comprò la stoffa per un vestito, un paio di camicie nuove, un paio di scarpe, e fece una visita di dovere a tutti i maggiorenti. Questo non era nelle usanze ma lusingò coloro che le ricevettero, come Antioco Cadoni il vecchio, il professor Todde, il senatore, e gli altri “ricchi”. Claudina, la servetta del farmacista, aveva l’ordine di chiedere se la visita era gradita e quale sarebbe stato il giorno più opportuno e l’ora, e consegnava al tempo stesso un biglietto da visita, cosa del tutto sconosciuta a Norbio, con su scritto in caratteri a stampa il nome per esteso e i titoli accademici: Michele Tropea, dottore in Legge e in Chimica. Farmacista. Perché il farmacista fosse anche laureato in Legge nessuno riuscì mai a capirlo.
Tra le persone a cui fece visita c’erano le usuraie Attilia Pontilla e Potenzia Moro; furono anche le sole, specialmente Potenzia, con le quali egli strinse rapporti di amicizia. Incurante delle chiacchiere che questo fatto non mancò di suscitare, Michele aveva preso a frequentare la casa di Potenzia con regolarità. Aveva uno scopo preciso: conoscere l’antica ricetta per fabbricare la fortissima acquavite che tutti, a Norbio, chiamavano e chiamano filuferru, e farsi dare un prestito. Inoltre lei, a dispetto della sua etá e dei suoi liberi costumi, era ancora una donna piacente. A vederla, grande e grossa com’era, veniva fatto di chiedersi quale uomo potesse desiderare di avere con lei rapporti amorosi; ma la gente diceva che nell’intimità si trasformasse, e diventasse bellissima e insaziabile.
Fu durante una di queste visite, dopo essersi scolato mezza bottiglia di acquavite, di colpo, senza che niente lasciasse prevedere quel che stava per accadere, abbracciò la donna e la baciò sulla bocca. Potenzia reagì respingendolo vigorosamente: si alzò in piedi e lottando lanciò contro il muro, con una pedata, il tavolino con vassoio, caraffa, bicchieri e lucerna. Per un poco restarono avvinghiati, scrollandosi. Erano della stessa statura e dello stesso peso. Michele non sapeva che la donna era così forte; eppure era proprio questo che lo eccitava e gliela faceva desiderare. Decise che doveva vincere lui. Riprese fiato, si concentrò, la sentì ansimare, poi strinse forte piegandola all’indietro e dandole al tempo stesso lo sgambetto. Crollarono assieme sul giaciglio di frasche e di pelli a ridosso del muro. La donna ruggiva e scalciava, resistendogli con tutte le forze, ma dopo un poco si abbandonò con un lungo gemito. Si amarono al buio, e, nel buio, parve avverarsi il miracolo di cui Michele aveva sentito parlare e di cui aveva riso: l’anziana gigantessa, nell’atto d’amore, riacquistava la bellezza di una donna giovane e bella. Michele ne fu spaventato sentendosi tra le braccia la tenera creatura, quando essa, quasi rispondendo magicamente al suo segreto desiderio, ricominciò a lottare sotto di lui. Così fu sancito tra loro il patto che li tenne uniti fino alla morte. Ebbe il prestito e poco dopo cominciò a fabbricare, con i permessi della legge, la famosa Acqua Tropeana, che fece conoscere in tutto il mondo il suo nome e quello di Norbio; diede lavoro a molti, e col lavoro di molti e la propria astuzia si arricchì.

Il racconto di Giuseppe Dessì, ovviamente, ha una sua autonomia, ed è giusto che sia così, e il suo libro è bellissimo, scritto in una lingua limpida, in un registro colto ma senza iattanza, attraversato da una sollecitudine morale, da una consapevolezza civile, da un’ansia di giustizia mai urlate, e perciò stesso tanto più pregevoli. Dunque non intendiamo rivendicare la realtà storica di Gennaro Murgia rispetto alla finzione di Michele Tropea; semplicemente sarà interessante soffermarci – questo, sì – su qualche passaggio della leggenda che, senza essere vera, ha tuttavia più di un punto di contatto con la realtà.

Diciamo intanto che, se Michele Tropea è presentato «dottore in Legge e in Chimica», c’è una ragione: infatti il suo modello, Gennaro Murgia, teneva in pessima considerazione i causidici, quelli che in questo diario chiamiamo solitamente “cazzeggiatori giuridici”. La sua attività comportava che dovesse di tanto in tanto frequentarli, ma non si fidava, perciò sulla sua scrivania erano sempre a portata di mano i codici di procedura civile e penale, e si teneva informato sulle novità di quel mondo di spudorata impostura. Qualcuno, avendolo sentito parlare come se veramente fosse pratico di giure, avrà detto ch’era dottore in Legge, la voce si sparse e alimentò la leggenda.
Quanto all’origine diabolica della sua fortuna, bisognerà dire che Villacidro era notoriamente un paese di streghe, contro le quali poco poteva lo stesso san Sisinnio, protettore del popolo contro i loro subdoli malefici. Le streghe infatti, che qui prendono il nome di cogas (dal lat. coqua, per via degl’intrugli che fan cuocere) sono abili nel comparire e nello sparire, nel mimetizzarsi, nel prendere le forme di un animaletto, vere maestre di dissimulazione. Quando san Sisinnio si dimostrava impotente, le donne si difendevano con la magia, rivolgendosi ad altre donne, streghe esse stesse, anche se a metà servizio. Della difficoltà di far desistere certe donnette del popolino dal professare arti stregonesche – per lucro, ovviamente – testimonia una relazione (1744) indirizzata alla Santa Sede dall’arcivescovo di Cagliari mons. Raulo Costanzo Falletti dei Marchesi di Barolo, il quale confessa l’inanità degli sforzi suoi e dei suoi predecessori (prima cioè del passaggio del Regno di Sardegna dalla Spagna ai duchi di Savoia) e informa di aver provveduto a istituire a Villacidro una delegazione della Congregazione dell’Oratorio di san Filippo Neri, affidata a sacerdoti secolari che, facendosi benvolere dal popolo e con la forza della persuasione, sappiano finalmente sradicare la superstizione. [12]
Infine, per quanto riguarda il capitale, anche se di famiglia tutt’altro che povera, è vero però che Gennaro Murgia fece un ottimo matrimonio, con la figlia di un notaio divenuto ricco proprietario terriero: la circolazione monetaria era allora minima e , se qualcuno aveva bisogno di un notaio, poteva pagare con moneta sonante, o cedendo una parte della sua proprietà. Ma per fare un ottimo matrimonio, com’è noto, occorre una certa capacità di seduzione, quella che secondo la leggenda Gennaro Murgia avrebbe esercitato su una strega, ma che sarà più ragionevole pensare indirizzata alla famiglia della sposa, più che alla sposa stessa (a quei tempi funzionava così).

Il futuro suocero, il notaio Francesco Curreli, a metà degli anni ’50 dell’Ottocento aveva seguito il Corso notarile della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari, quindi il Corso di Grammatica e Belle Lettere della Facoltà di Filosofia ed Arti. Ne uscì notaio svogliato e professore entusiasta di latino e greco. Cioè, la professione di notaio gli dava di che vivere, assai bene, ma era esercitata con fastidio: e se qualcuno, come capitava allora, bussava di notte alla porta del notaio per un caso che richiedesse la stesura urgente di un testamento, la persona che scendeva a piano terra per sentire la richiesta era la moglie; e nella tasca del grembiule aveva una pistola, carica. Lui sarebbe sceso soltanto in caso di comprovata necessità. Invece, quando si trattava di tenere un corso di lettere classiche al Seminario diocesano di Ales [13] non esitava ad affrontare i disagi di un viaggio che richiedeva quasi un’intera giornata a cavallo. Non ne abbiamo la certezza, ma è assai probabile che Gennaro Murgia, questo giovanottone aitante e intraprendente, dovesse piacere al notaio Curreli per la legge di attrazione degli opposti. Uno così dava una sicurezza che al notaio faceva difetto: quanto l’uno era schivo e a suo agio nella lettura delle Pandette e degli autori classici, tanto l’altro era pervaso dal sacro dèmone dell’impresa industriale, una sorta di Gian Gabriele Borkman insulare. Per usare un’espressione ormai trita, si direbbe che l’incontro del notaio umanista con il chimico positivista suggellasse una tregua dello scontro tra le due culture, fermo restando il sospetto che Gennaro Murgia continuava ad avere per gli avvocati. Annetta Curreli, la moglie, era piccola di statura e sempre più piccola divenne con il passare degli anni: quando morì, più che centenaria, era diventata piccolissima. Si schermiva, arrivando a dirsi meravigliata, e grata, di quel matrimonio, quasi che non meritasse quell’uomo così imponente; e così dicendo, e dissimulando, dimostrava la propria intelligenza, perché in verità lei in quel matrimonio aveva un ruolo essenziale; era una matriarca, e non c’era decisione importante che Gennaro Murgia prendesse, senza avere prima consultato la moglie. La portava con sé quando doveva trattare un affare importante, e il piano d’azione era sempre lo stesso: sentiva le proposte dei suoi interlocutori, quindi prometteva una risposta per l’indomani. Tornava in albergo, la sera discuteva la questione con la moglie, insieme maturavano una decisione, quella che sarebbe stata presentata il giorno successivo. Consapevole del suo ruolo nel “dominio” familiare e della solidità del matrimonio, Annetta Curreli perdonava le scappatelle extraconiugali del marito, che mai comunque venne meno ai doveri maritali, testimoniati dalla nascita di sei figli, tre maschi e tre femmine, nati a congrua distanza l’uno dall’altro. Perdonava, tanto più ch’egli era così bello.

Francesco Murgia (Studio fotografico F.lli Solza, Bergamo).

Bello era anche il figlio Francesco, tant’è che a Villacidro per stimare in positivo la bellezza di qualcuno, si ricorreva al paragone, «Bellu cumment’ a Chicchinu Murgia», cioè “Bello come Franceschino Murgia”. La cosa in sé non doveva dispiacere al padre, che però avrebbe preferito un figlio che gli somigliasse di più, meno simile al nonno notaio: cioè più spavaldo, meno contemplativo, meno “poeta” (come anche si dice, talora, con una vena di sprezzatura). Per esempio, Gennaro Murgia aveva una passione incontenibile per la caccia e, in qualità di “meri mannu”, organizzava ogni anno, a sue spese, una grande battuta di caccia al cinghiale: era una festa pagana, che impegnava le donne in preparativi che duravano giorni, quindi le vettovaglie erano caricate su carri trainati dai buoi fin dove si poteva, su in montagna – il Monti Mannu –, dove i cacciatori si accampavano, predisponevano le poste, e dimoravano diversi giorni per celebrare il virile rito venatorio, molto testosteronico, così perlomeno direbbero Teodolinda Gruber e Michela Murgia. Ma a Francesco la caccia non piaceva; un giorno tuttavia, volendo fare cosa grata al babbo, lo accompagnò in montagna, e aveva anche lui il suo fucile. Prese la mira contro un cervo, disgrazia volle che lo colpisse; il cervo si piegò sulle zampe anteriori, e morendo guardava intensamente Francesco, e lacrimava, così che quelle lacrime furono interpretate come di attonito dolore, e muto rimprovero. Quello fu uno dei pochi giorni in cui Francesco accondiscendesse di andare a caccia, e fu anche l’ultimo giorno.
In vista di una diversificazione delle sue attività, Gennaro Murgia scelse per Francesco una scuola tecnica a quel tempo d’avanguardia, nello spirito della riforma dell’ordinamento scolastico che porta il nome del milanese Gabrio Casati; anzi, andava oltre lo stesso dettato della legge Casati. Questa scuola tecnica, la più “prussiana” d’Italia, era il Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II di Bergamo, caratterizzato dalla presenza delle specializzazioni di meccanica e chimica. Non dimentichiamo che, in quanto chimico, Gennaro Murgia era assolutamente filotedesco. Francesco si trasferì a Bergamo, iscritto alla sezione di chimica [14] e, quando, terminati gli studi, scrisse al padre della sua intenzione d’impalmare una fanciulla bergamasca, gli fu risposto che prima avrebbe dovuto ottemperare agli obblighi di leva, e che solo dopo si sarebbe fatta formale richiesta di fidanzamento. Così usava fare, e così si fece.

Quando venne il momento d’impegnarsi nell’ultima sua avventura, contribuendo all’elettrificazione della Sardegna, Gennaro Murgia delegò le attività industriali a Francesco, in particolare la distilleria e la fabbrica di sapone. Era infatti diventato, dal 1911, socio fondatore (con il capitale versato) e amministratore della Società Elettrica Sarda, che ebbe vita fino al 1962, anno della nazionalizzazione dell’energia elettrica. I terreni sarebbero stati amministrati, in seguito, dal figlio più piccolo, Giuseppe, appena avesse terminato gli studi di agraria.

Poi venne la guerra. Furono quelli anni terribili per molti, per quasi tutti gli italiani; per Gennaro Murgia il 1915 fu l’anno in cui perse il figlio Erminio, sul Carso, nel corso di un attacco contro le linee austriache in località Bosco Cappuccio, [15] dove si trovava una postazione austriaca particolarmente munita, che i soldati chiamavano “trincerone”. Per avere un’idea dell’inferno delle battaglie dell’Isonzo – la prima fu combattuta nell’estate del 1915, la 12ª e ultima, terminata con la disfatta di Caporetto, nell’ottobre-novembre del 1917 – ascoltiamo Fuoco e mitragliatrici e vediamo le immagini di questo spezzone video:

La canzone Fuoco e mitragliatrici, raccolta dal musicologo Roberto Leidy dalla viva voce di reduci della Prima guerra mondiale, è cantata da Sandra Mantovani: faceva parte della raccolta del ‘Nuovo canzoniere Italiano’ messa in scena nel 1966 con la regia di Dario Fo. Laddove sentiamo “Monte Cappuccio” dobbiamo intendere “Bosco Cappuccio”; invece di “trincea di raggi” dobbiamo intendere la “Trincea dei razzi”, che fu conquistata dal 152º reggimento della brigata Sassari con un attacco alla baionetta. I fanti erano al comando del maggiore Francesco Dessì Fulgheri, padre dello scrittore Giuseppe Dessì.

Gennaro Murgia ricevette la comunicazione che il figlio, sergente Erminio Murgia, era dato per disperso. Ma “disperso” è un termine troppo vago: qualcuno si è dato pena di cercarlo, perché almeno si desse degna sepoltura alle sue ossa? Figuriamoci! Gennaro Murgia non era uno che potesse dirsi contento di un’espressione burocratica, per giunta formulata da militari, dei quali aveva pessima opinione, come degli avvocati. Perciò decise di fare ricerche in proprio, partì per il fronte, interrogò i commilitoni del figlio, quelli sopravvissuti. Già, perché in quell’inferno le perdite italiane furono enormi: nella sola quarta battaglia dell’Isonzo i caduti furono 6.287, 30.382 i feriti, 4.896 i dispersi. Venne così a sapere che il figlio era stato ferito e che quando lo trasportavano in barella in un posto riparato, una bomba cadde sul ferito e sui barellieri. Si rese conto, sul posto, che l’identificazione dei caduti era impossibile e tornò a casa solo con il suo dolore.
Da quel momento il fastidio di Gennaro Murgia per la retorica patriottarda e le parole alate di D’Annunzio divenne implacabile. Poi vennero i fascisti, la cui retorica era una brutta copia di quella dannunziana, così i loro discorsi roboanti confluirono con le parole alate di D’Annunzio e i sentimentalismi patriottici in un disprezzo comune, nemmeno tanto celato. In verità chi elogiava la bella morte si guardava bene dal morire, semmai si preparava la strada per fare la vita bella, alla faccia dei morti e di chi, come Gennaro Murgia, aveva perso il figlio. Se qualcuno di quegli esaltati o qualcuna di quelle maestrine che avevano il sacro fuoco patriottico sotto le sottane, avesse usato il nome del figlio per riempirsene la bocca, per fare della retorica, guai a loro! È quello che leggiamo nel romanzo di Giuseppe Dessì, Il disertore, dove si parla – siamo agli albori del fascismo – dell’iniziativa di costituire un Comitato per l’erezione del monumento ai caduti del paese. Il promotore dell’iniziativa, Roberto Manca di Tharros, «capitano di complemento, decorato, ferito, anzi invalido con pensione, volontario fiumano» è modellato, almeno in parte, sulla figura del padre di Giuseppe Dessì, Francesco Dessì Fulgheri, maggiore durante la Prima guerra mondiale, decorato per aver espugnato «con ammirevole slancio» il trinceramento nemico detto dei “Razzi”. Insomma, nel romanzo, come nella vita, non correva buon sangue tra questi due printzipales di Villacidro, che però nel libro prende il nome di Cuadu, mentre Gennaro Murgia è presentato come il commendator Alessandro Comina, ed Erminio Murgia, il figlio disperso, diventa Benigno Comina. Scrive dunque Giuseppe Dessì:

Certo che allora contavano molto di più i Comina che i Manca. I marchesi Manca di Tharros erano stati potenti in passato, ma le cose erano cambiate. […] I Comina invece già prima della guerra avevan dato un altro giro ai loro affari. Avevano impiantato una fabbrica di sapone, una conceria, una distilleria, due mulini da grano; e i grossi profitti di guerra erano stati messi a frutto vantaggiosamente. In guerra loro non c’erano andati. O meglio c’era andato il più giovane dei figli di Alessandro, Benigno, volontario come Roberto, a dispetto del padre, ed era caduto a Doberdò, in una delle prime azioni. Nel cimitero di Cuadu c’era il suo monumento sepolcrale con la fotografia: una tomba vuota, perché la salma non era stata mai ritrovata. Questo figlio morto, di cui non parlava mai, e che nessuno, nemmeno quelli di casa, osavano ricordargli, conferiva al vecchio Alessandro Comina, insieme alle sue ricchezze decuplicate, un’autorità incontrastata.
Quando, un giorno (avevano portato da poco a Roma, giù dal Carso, la salma del Milite Ignoto, e Roberto Manca aveva fatto parte della scorta d’onore), Roberto aveva fatto la proposta di costituire un Comitato per l’erezione del monumento ai caduti di Cuadu, e si era rivolto proprio a lui, padre di un caduto, per un doveroso riguardo, il commendatore aveva sbattuto la stecca del giornale sulla tavola urlando qualcosa d’incomprensibile, e se n’era andato. Ci fu un silenzio molto imbarazzante per tutti. La vecchia ruggine tra i Manca e i Comina poteva diventare un dissidio aperto e insanabile. Poteva anche succedere qualcosa di peggio, là, sul momento: perché tra le parole incomprensibili che il commendatore aveva urlato in faccia a Roberto, tutti ne avevano udito chiaramente una: “fesso”.

Dal Disertore di Giuseppe Dessì è stato tratto nel 1983 un bel film, per la regia di Giuliana Berlinguer, dove Mariangela, la protagonista, è interpretata da Irene Papas e Alessandro Comina è interpretato da Piero Nuti, straordinariamente somigliante al modello, Gennaro Murgia.

Nel brano qui sopra riportato si accenna ai «grossi profitti di guerra» realizzati da Alessandro Comina. Non siamo in grado di valutare quanto grossi fossero i profitti di Gennaro Murgia, ma sarà bene precisare che l’impianto di deglicerinazione dei grassi per l’ottenimento della glicerina, con la quale si sarebbe fabbricata la nitroglicerina, fu installato da Gennaro Murgia per evitare di perdere anche l’altro figlio, Francesco, che era stato richiamato come Tenente di Sussistenza, per il momento di stanza ad Alghero, benché già sposato e padre. Francesco progettò e costruì l’impianto, una fabbrica di guerra, e ne fu il direttore; con questo era esonerato dal continuare a prestare servizio militare.
Gennaro Murgia si vide invece risparmiata l’accusa di avere sfruttato il lavoro di un prigioniero di guerra austriaco. Vuol dire che le donnette si erano distratte? Assegnatogli forse come risarcimento del figlio perso in guerra, era questi un uomo semplice, bravissimo come falegname, che si rese utile nelle numerose attività dell’imprenditore; si affezionò talmente al nuovo ambiente, così diverso dal suo, che quando venne il momento, finita la guerra, di lasciare Villacidro per tornare in patria, aveva i lucciconi agli occhi. Non è da escludere che Gennaro Murgia lo trattasse bene in quanto segretamente filotedesco.
Nel dopoguerra, com’è noto, la situazione in Italia era incandescente. A Torino c’era l’occupazione delle fabbriche, che distolse Antonio Gramsci dagli studi di filologia per i quali aveva ricevuto una borsa di studio universitario. In Sardegna ci furono gli scioperi nelle miniere, [16] anche intorno a Villacidro; come scrive Dessì, venne il momento in cui «anche per Cuadu [cioè, per Villacidro] cominciò una nuova era: a fascibus receptis, come disse monsignor Tarcisio Pau». Nel Disertore leggiamo che vennero a Cuadu i minatori del Sulcis: portavano le fusciacche rosse alla vita, o il fiore all’occhiello, cantavano l’Inno dei lavoratori e Bandiera rossa e un giorno ruppero a sassate i vetri del Circolo di lettura. Poi un giorno venne da Iglesias un oratore socialista: «pareva che, senza nominarlo, ce l’avesse proprio con il commendator Comina, il quale se ne stava appoggiato al suo bastone sulla porta del Circolo: e infatti la gente mormorava e si voltava a guardarlo». A questo punto le cose cambiano. Se da principio i printzipales, anche loro, avevano prestato orecchio alla suggestione di un separatismo promotore di sviluppo e di una rinascita della Sardegna, [17] adesso cambiarono registro: «il commendatore si adattò a vedersi davanti le dannunziane teste di morto, le camicie nere, i fez, i pugnali e le bombe a mano, tutte cose che, fino a poco tempo prima, lo facevano uscire dai gangheri». Scrive ancora Dessì:

Ed era inutile parlare di separatismo e di commercio con la Francia e con la Spagna, se nemmeno a Cuadu, una cittadina sperduta ai piedi del monte Linas, si poteva vivere in pace. Il commendator Comina, pensando a quel che stava succedendo nel Continente, si era sentito un freddo nella schiena, e si era di nuovo sentito solidale con i confratelli, con i magnati del Nord che non erano rimasti, vivaddio!, con le mani in mano. Come lui la pensavano tutti quelli che, anche a Cuadu, avevano qualcosa da difendere. Così i signori si erano stretti attorno ad altri simboli, ad altre bandiere; e il commendatore per primo (dato che nessuno avrebbe osato farlo, se non lo faceva lui) aveva di nuovo parlato del monumento.

Cioè, nel romanzo il commendator Comina sente l’aria che tira, fa buon viso a cattivo gioco e si dice d’accordo perché si eriga quel monumento che da principio aveva visto come il fumo negli occhi. Ed è giusto che il romanzo abbia questo sviluppo e lo scrittore componga la sua opera nella più totale libertà d’invenzione ed espressione: altrimenti che romanzo sarebbe? Passando dal comm. Comina al suo modello, il comm. Murgia ricevette un giorno una delegazione di fascisti che lo misero al corrente del disappunto per le posizioni da lui notoriamente professate nel Circolo di lettura e altrove. Lui era una persona importante e lui doveva dare l’esempio. Se avesse continuato a mantenere quelle arie di libero pensatore, ne avrebbe patito le conseguenze, tanto per cominciare sul piano degli interessi economici; a maggior ragione, in quanto non c’era vecchio liberale giolittiano che ormai non avesse aderito al “nuovo che avanza” (come si direbbe oggi) rappresentato dal fascismo. In soldoni, si chiedeva a Gennaro Murgia d’indossare la camicia nera, almeno in certe occasioni ufficiali: dovevano vederlo tutti. Il vecchio leone provò a tergiversare, perché a mettersi alla mercè di quei mascalzoni, non ci pensava proprio; in ogni caso, il timone doveva rimanere in mano sua. Ma sapeva anche – come osserva Dessì – da quale direzione spirasse il vento, e quale fosse la sua forza; perciò, attenendosi al principio del “A brigante, brigante e mezzo”, stabilì di trattare, ma le carte buone dovevano rimanere in mano sua. L’accordo fu trovato, sulla base che lui avrebbe indossato – sì! – la camicia nera, ma podestà del paese sarebbe stato il figlio Francesco. Il quale aveva sposato la figlia di un garibaldino ed era di sentimenti nobili e patriottici, quelli che normalmente infastidivano il padre, ma che ora potevano venire utili. Francesco non solo era un figlio obbediente, era anche un uomo astratto e sentimentale, amava ingenuamente questo suo paese, e ne divenne il podestà. Inoltre il pensiero del fratello morto sul Carso lo induceva – o forse è il caso di dire che lo costringeva – a fare qualcosa di patriottico. [18]

Può sembrare strana, oggi, questa transizione da Garibaldi, che fu un rivoluzionario di professione, a Mussolini. Ma, semplificando un po’ (la questione meriterebbe un approfondimento in altra sede), bisognerà considerare che: a) lo stesso Garibaldi, che fu un cospiratore repubblicano e rivoluzionario di professione, gettò lo sconcerto tra i suoi compagni della spedizione dei Mille, quando di punto in bianco estrasse dal cappello il motto “Italia e Vittorio Emanuele”, che comunque fu per lo più accettato; [19] b) che anche Mussolini fu rivoluzionario di professione. Anzi, il fascismo pretese di essere in continuità con gl’ideali garibaldini; per parte loro le camicie rosse, quelle superstiti, non si ribellarono, come mostra (anche) questo foglio di propaganda.

I superstiti dei Mille nel 1923: tavola fuori testo allegata a un fascicolo della Scena illustrata, rivista culturale fiorentina. Per vederne un ingrandimento, fare clic sull’immagine. Il cartiglio a sinistra riporta vuote parole di Ricciotti Garibaldi sul concetto di sovranità, [20] oggi tornato prepotentemente di moda. E pensare che Ricciotti Garibaldi in gioventù fu fervente combattente repubblicano, molto vicino alle posizioni anarchiche di Bakunin; dopo una vita dedicata alle gesta rivoluzionarie, nel dopoguerra appoggiò le imprese dei legionari fiumani (fin qui passi, perché quella di Fiume fu una «gran festa della Rivoluzione») e aderì al fascismo. Morì nel 1924.

Quando, in occasione di una qualche pubblica manifestazione (oggi li chiamano “eventi”) venne per Gennaro Murgia il momento d’indossare la camicia nera, grande era l’apprensione in famiglia. Lo videro scendere per le scale, illuminate da un lucernario, scuro in volto. Nessuno osò proferire parola. Gli servirono la colazione in sala da pranzo, lo videro che spezzava il pane (il moddizosu, un pane soffice) con gesti stizzosi, e ne gettava rabbioso i pezzi nella ciotola del caffelatte. Nel silenzio si sentivano i tonfi del pane e si vedevano gli schizzi del latte. Poi uscì, e fece quel che doveva fare.
Per parte sua il figlio Francesco svolse la funzione di amministratore pubblico con rigore e onestà, coadiuvato da un bravo segretario comunale, quando i segretari comunali erano di nomina prefettizia, ed erano – almeno teoricamente – servitori dello Stato, stavano nei ranghi e non si permettevano di giocare in proprio, a fini di privata carriera istituzionale, o d’altro. [21] Non soltanto Francesco Murgia non si arricchì, ma profuse del suo per ammodernare il paese, come quando promosse la costruzione dello stadio per le manifestazioni sportive. Ma in questi suoi empiti di liberalità era, fortunatamente, moderato dalla moglie, che in breve tempo divenne avveduta amministratrice della res familiaris. [22]

La decadenza di Gennaro Murgia cominciò, lenta ma inesorabile, dal momento in cui si vide costretto a indossare la camicia nera. Un giorno – ma questo avvenne poco prima che morisse, quando ormai aveva lasciato Villacidro per ritirarsi nella casa di Cagliari – una sua nipote lo vide attraverso lo spiraglio di una porta semichiusa: aveva in mano, all’altezza degli occhi, la bottiglia di un suo liquore che ne recava la fotografia, e diceva in lacrime: «Gennaro Murgia… Tu sì, una volta…». Morirà nel 1935 in una clinica toscana.

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[1] Dietlinde Gruber, detta Lilli. Dietlinde in italiano si traduce Teodolinda.

[2] Si veda il Discorso sulla servitù volontaria, di Étienne de la Boétie.

[3] Erasmo riporta l’espressione greca e latina di questo proverbio: «Ἥλῳ τὸν ἧλον ἐκκρούειν, id est ‘Clavum clavo pellere’» (Adagia, 104).

[4] Il grafico associato a una funzione quadratica è una parabola.

[5] In latino, e in sardo, corbula è un cestino, piatto, senza manici, ottenuto intrecciando vimini oppure, in Sardegna soprattutto, foglie di giunco o asfodelo.

[6] “Meri” deriva dal lat. majorem (“maggiore”), ma non direttamente: arriva in Sardegna veicolato dal francese parlato dai piemontesi. Com’è noto, nel 1720 Vittorio Amedeo II, «la volpe savoiarda», divenne re di Sardegna, quando la classe dirigente piemontese era francofona. “Meri” deriva dunque dal francese maire che, prima di prendere il significato attuale di “sindaco”, significava “maestro di palazzo”, “notabile”. In sardo, “meri” si diceva sia in senso di rispetto, sia nel significato di “proprietario”, “padrone”.

[7] Ancora negli anni ’60 un direttore di banca milanese, sofferente di emorroidi, venuto a Villacidro per la stagione della caccia, avendo saputo nella famiglia della quale era ospite che il loro mezzadro era a conoscenza di un rimedio efficacissimo, chiese che l’uomo fosse convocato in gran segreto, perché l’argomento era delicato. Il rimedio erboristico gli diede il sollievo che i prodotti di farmacia gli avevano finora negato.

[8] Il laboratorio di chimica di Justus von Liebig, padre della chimica organica, «divenne la capitale della chimica mondiale, sottraendo prestigio e autorità alle più celebri scuole di Gay-Lussac a Parigi, di Berzelius a Stoccolma, e di Davy a Londra» (M. Beretta, Storia materiale della scienza, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 303).

[9] La fillossera venne in Europa a bordo delle navi a vapore, che coprivano la tratta fra le due sponde dell’Atlantico in un tempo molto più breve dei bastimenti a vela, tale da garantire la sopravvivenza dell’insetto. La prima navigazione transatlantica a vapore è quella (1819) del bastimento americano Savannah, a propulsione mista, vela e vapore.

[10] Però a quel tempo non era al potere un equivalente della “Trimurti borbonica” (Conte, Casalino, Arcuri), perciò a nessuno venne in mente che si dovesse cogliere l’occasione propizia per “spezzare le reni” alla Lombardia (preciso, a scanso di equivoci, che sono un illuminista, non sono leghista: N.d.Ar.).

[11] Distillati di vino sono, tipicamente, il Cognac, l’Armagnac e il brandy, appunto.

[12] «Conscias praterea reddo Eminentias Vestras quod, ad extirpandum in loco Villa Sidro meae Dioecesis abusum superstitionum et sortilegiorum <quae?> practizari identidem consueverunt, praesertim ab aliquibus mulieribus infimae plebis artem sagarum lucri causa secreto profitentibus, proprium duxi meae pastoralis sollicitudinis curare erectionem Congregationis Sancti Philippi Nerii in dicto loco de Villa Sidro, quae Congregatio quamprimum, Deo dante, erigetur a nonnullis sacerdotibus secularibus huius civitatis saluti animarum deditis et ad predicandum, iuxta institutum dictae Congregationis idoneis, dictoque populo valde acceptis. Hinc spero eventurum, ut dictus abusus superstitionum (quem mei antecessores cum toto rigore iustitiae abolere non valuerunt, nec ego ipse) paulatim eradicetur per dictos sacros operarios et eorum socios…» (da Villacidro paese delle streghe).

[13] Villacidro nella seconda metà del Settecento divenne sede estiva dell’arcivescovo di Ales, che aveva acquistato il palazzo del Marchese di Villacidro, Antonio Brondo y de Castelvì, condannato a morte e alla confisca dei beni per aver partecipato nel 1668 a una congiura contro il viceré don Emanuele Gomez de los Cobos, marchese di Camarassa. La storia di questo episodio è riportata per sommi capi in questo diario, nell’articolo «Perpetua nota d’infamia» per un traditore.

[14] «Nel quadro dell’offerta formativa tecnica statale, la sezione industriale di Bergamo rappresentava un’esperienza unica in Italia, in quanto era il solo Istituto (siamo nel 1885) alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione che fosse organizzato su cinque anni di corso e gestito secondo i caratteri di una scuola-officina: il che costituiva l’attuazione dell’idea di scuola integrale, tanto cara ai fautori delle tesi industrialistiche, sempre più in voga in quegli anni» (Esperia, n. 96, 2016, p. 6). La legge Casati è del 1859, dunque è una legge del Regno di Sardegna; quindi la legge viene estesa a tutto il Regno d’Italia, nel 1861: introduce l’obbligo scolastico e, di fatto, rompe il monopolio dell’istruzione scolastica detenuto dagli ecclesiastici. Anche l’istruzione secondaria classica (titolo III della legge Casati) è ispirata al modello prussiano: se ne è parlato in questo diario, nell’articolo L’ideologia della grammatica.

[15] Il 151° Reggimento di fanteria “Sassari”, al quale Erminio Murgia apparteneva, sarà in seguito spostato dal Carso all’Altopiano di Asiago, ed è questa — forse — la ragione per cui nella Banca dati dei caduti e dispersi della Prima guerra mondiale, oggi in rete, tratta da una pubblicazione a stampa del primo dopoguerra, si legge «disperso il 28 agosto 1916 sul monte Zebio in combattimento». Le memorie di famiglia Murgia parlano di Bosco Cappuccio (seconda battaglia dell’Isonzo). Si tratterebbe di un errore di associazione dei nomi dei caduti a quelli delle battaglie, registrati nello schedario militare.

[16] Al riguardo può essere interessante confrontare l’ambiente politico e umano di Villacidro, com’è descritto nel Disertore (datato agli anni ’20) con quello di Carbonia registrato nel Figlio di Bakunìn (anni ’30 e successivi), romanzo scritto nel 1991 da Sergio Atzeni per Sellerio. Anche da questo libro è stato tratto un film.

[17] Nel 1921 Emilio Lussu aveva fondato il Partito Sardo d’Azione, con un programma politico orientato a una soluzione autonomista e federalista della “questione sarda”. Anche lui faceva parte del 151° reggimento di fanteria della Brigata Sassari, fu decorato e promosso al grado di capitano.

[18] Nella Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda si avverte l’ombra del senso di colpa che tormentava lo scrittore per la morte del fratello Enrico, precipitato nel 1918 mentre pilotava un aereo da guerra.

[19] Racconta Giuseppe Bandi, che fu aiutante di campo di Garibaldi, in un suo resoconto dell’impresa garibaldina scritto in vivace lingua toscana, che ai mazziniani «parve duro il dover risicare la pelle sotto l’ombra della bandiera reale, e dover surrogare al motto: “Dio e Popolo”, l’altro motto garibaldesco: “Italia e Vittorio Emanuele”» (G. Bandi, I Mille da Genova a Capua).

[20] «La spedizione dei Mille fu una di quelle più perfette manifestazioni di quella sovranità che il popolo italiano ha saputo mantenere intatta attraverso i tanti secoli che esso lottò per la propria rigenerazione».

[21] Al tempo in cui presidente della Repubblica era Giorgio Napolitano, il segretario comunale di Stezzano (Bergamo) guadagnava più dello stesso presidente della Repubblica. Si veda Al segretario comunale 247 mila euro.

[22] Quando Teresita Belingardi lasciò Bergamo e venne in Sardegna per sposare Francesco Murgia, incurante delle lacrime delle sorelle Anita e Rosita (in famiglia avevano tutti nomi garibaldini), per un congruo periodo di tempo tutte le sere si recava a casa dei suoceri, almeno un’ora, perché conversando e opportunamente ripassando le cose dette, apprendesse la lingua sarda e potesse al meglio svolgere la funzione di “massaia” (nel senso di “amministratore”, come si legge in Boccaccio nella novella di Federigo degli Alberighi). Del resto sia Teresita, sia la suocera Annetta erano maestre diplomate, sapevano come s’insegna e come si apprende.

Love: un film di Gaspar Noé di genere porno-sentimentale

‘Love’, film del 2015 del regista Gaspar Noé, interpretato da Aomi Muyock (un nome d’arte: lei non è giapponese ma svizzera: la vediamo a destra nella foto qui sotto), dalla danese Klara Kristin (al centro) e dall’americano Karl Glusman. Per vedere il provino del film si faccia clic sul nesso:
Love

Love è un film presentato a Cannes nel 2015, realizzato dal regista franco-argentino Gaspar Noé, lo stesso del film Irréversible (anch’esso presentato a Cannes, nel 2002). Entrambi i film hanno fatto discutere parecchio, per la rappresentazione di scene di sesso, rispettivamente, esplicito e violento. Quello del 2002 viene di frequente ricordato per una lunga scena di stupro, consumato nel budello della metropolitana di Parigi, ai danni di una Monica Bellucci, a nostro avviso, interprete straordinaria. Questo del 2015 comincia con una scena di sesso esplicito, effettivamente consumato dagli attori, con effusione del seme artisticamente documentata: non è che l’esordio di una narrazione costellata da atti sessuali, espliciti, reali e reciproci tra i due personaggi principali (rispondono ai nomi di Murphy ed Electra), ma anche non reciproci, con il concorso di persone terze; ed è un film che fondamentalmente potrebbe definirsi sentimentale, se non vi aleggiasse il sentimento di morte, e un po’ di violenza: giusto quanto basta, perché è pur sempre un film di Noé.

Il racconto è semplice a dirsi, è la storia dell’amore tra Murphy ed Electra, un amore che – come del resto spesso – comincia bene e finisce male: i due concordano nell’assunto che non dev’esserci separazione tra sentimento e sesso, nello stesso tempo vanno alla ricerca di nuove frontiere, il che li spinge a far uso di droghe ed aprirsi a sperimentare situazioni sempre più pericolose con la partecipazione di estranei al loro rapporto, che comunque pretende di essere meraviglioso ed esclusivo, nonostante gli apporti esterni.

Presentata linearmente, la storia potrebbe risultare noiosa, perciò la narrazione procede per flashback: si parte dall’angoscia di Murphy che ha perso ogni contatto con Electra, sa che potrebbe togliersi la vita da un momento all’altro (lo sa perché la conosce, e non solo perché riceve una telefonata dalla madre di lei) e si strugge del desiderio di averla ancora accanto a sé; quindi, procedendo a ritroso, il film mostra  episodi di vita passata, opportunamente dislocati e rimescolati.

Poiché siamo a Parigi, e assistiamo all’amore di un americano con una francese, è naturale pensare all’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, e in effetti alcuni punti di contatto formali, ma solo formali, ci sarebbero. E non solo riguardo alla nazionalità dei due personaggi principali e all’intreccio di amore e morte; alcune inquadrature sono simili, anche alcune situazioni. Si considerino per esempio queste due inquadrature:

‘Ultimo tango a Parigi’, di Bernardo Bertolucci (1972) e ‘Love’ di Gaspar Noé (2015): entrambe le storie sono ambientate a Parigi; in entrambe le storie lui è americano, lei è francese; in entrambe le storie il personaggio maschile non accetta la fine dell’amore: nel primo film Paul (Marlon Brando) viene ucciso da Jeanne (Maria Schneider), nel secondo film Electra è sull’orlo del suicidio, ed è molto probabile che ciò avvenga per davvero.

Rimane il fatto tuttavia che il film di Bertolucci è un capolavoro, un film dove la scena di sesso è un’appendice che potrebbe tranquillamente essere tagliata, senza perciò togliere niente alla sua perfezione: il sesso rispondeva a un certo gusto di Bertolucci (riscontrabile in parecchi altri suoi film), oltre che alla speranza – che in parte, a conti fatti, si vedrà mal riposta – di essere specchietto per le allodole, cioè per attrarre il grande pubblico. Un po’ come la storia dell’omosessualità di Turing che nel film A Beautiful mind assume un ruolo indebitamente centrale, nell’economia della narrazione, e consuma ben venti minuti del film, intesi furbescamente alla conquista dell’Oscar (ma, anche in questo caso, la speranza fu mal riposta). Invece se dal film Love togli il sesso, praticamente non rimane niente, e non solo perché le scene di sesso occupano buoni due quinti di tutto il filmato.

Anche Love, come l’Ultimo tango a Parigi  ci presenta immagini del métro aérien, cioè di quel tratto di metropolitana che si sviluppa sopra la superficie del tessuto urbano, invece che in sotterraneo: quel grande appartamento nel quale Jeanne e Paul consumano il loro breve amore si trova in una ipotetica rue Jules Verne (in realtà la rue de l’Alboni), prospiciente il métro aérien, in continuazione con il boulevard de Grenelle; ma anche per andare all’appartamento di Electra bisogna passare da quelle parti.

In alto, Paul e Jeanne sul Boulevard de Grenelle, sotto il métro aérien. In basso, Murphy accompagna Electra a casa, in un momento in cui il loro amore mostra in rapida progressione i sintomi di crisi, dopo la frequentazione di un locale per scambisti e un incontro a tre con un transessuale.

Insomma, non saranno questi dettagli a rendere plausibile un confronto tra i due film. Quanto meno, è improponibile un confronto a titolo di pari dignità. Il lettore può vedere il film Love sulla piattaforma Netfix, o acquistando il Dvd; l’Ultimo tango a Parigi può essere visto (gratuitamente) sulla piattaforma di Raiplay:

Questa è l’ultima inquadratura di Parigi che si offre alla vista di Paul, dal balcone della casa di Jeanne, al termine di un inseguimento che lei non ha potuto impedire. Paul si reca di forza nella casa della donna, lei per difendersi estrae da un cassetto una pistola, quella del padre colonnello dell’esercito francese: preme il grilletto, Paul barcolla e prima di morire chiede alla donna che ha amato, e dalla quale dopo l’ultimo tango è respinto, come si chiami. Lei risponde: Jeanne. Per vedere il film in versione integrale, fare clic sul nesso qui sotto.

Collegamento per vedere il film

Anche quella della Signora della porta accanto (1981), il bel film di Truffaut, è la storia di un amore folle, all’insegna del “Né con te, né senza di te”: si conclude con l’ultimo amplesso, dolce, liberatorio e appassionato tra i due  amanti, interpretati da Gérard Depardieu e Fanny Ardant, al termine del quale lei estrae la pistola, uccide lui, quindi uccide se stessa.

Scena finale del film ‘La signora della porta accanto’, di Truffaut. Per vedere il film in versione integrale, fare clic sul nesso qui sotto.

Collegamento per vedere il film

Ma, anche in questo caso, appare azzardato apparentare il film di Truffaut con Love, di Gaspar Noé: ben altra è l‘opera di scavo nella psicologia dei personaggi, altro l’intreccio, altro il livello espressivo della sceneggiatura, altra la caratura degl’interpreti. Gérard Depardieu e Fanny Ardant sono due tra i più bravi attori del cinema francese del tempo,  mentre le due interpreti di Love, con tutto il rispetto, sono due modelle prestate al cinema, e Karl Glusman è inespressivo, legnoso: anche qui, sia detto con tutto il rispetto per il suo sforzo prestazionale, ché non è facile fare del sesso al cinema, se non si è professionisti del settore porno. La sceneggiatura di Love, come abbiamo accennato, è alquanto scarna; pare, se è vero quel che se ne è scritto, che stesse tutta in sette paginette, perché il regista si è affidato parecchio all’improvvisazione degli attori. E non solo nelle scene di sesso: si ha l’impressione che recitassero, ameno in parte, un po’ della loro vita reale, del loro ambiente. Si vedano per esempio le interviste rilasciate dall’interprete di Electra (Incontriamo Aomi Muyock e, soprattutto, ‘Love’, Aomi Muyock: «Quando mi dicevano brutta»): a ben vedere, facendo la tara del detto e del non detto, considerato che la ticinese Aomi Muyock, con studi al liceo artistico di Varese, è una furbetta, e prescindendo, ovviamente, dagli eccessi di droga e sesso pericoloso del film, l’ambiente e i riferimenti culturali del personaggio non sono agli antipodi di quelli dell’interprete. E dove la sceneggiatura finalmente si fa sentire, non si può fare a meno di rilevare una certa sciatteria. Per esempio, almeno due volte, se la memoria non c’inganna, i personaggi consentono nel dirsi «dobbiamo provare a proteggerci a vicenda »: lo dicono appena emersi da una situazione pericolosa, nella quale si sono immersi volontariamente e con voluttà, e l’uno spingeva l’altro ad andare oltre. Ma sono davvero necessarie tutte queste parole? Il cinema – Hitchcock e Truffaut sono maestri in questo – sa esprimere le situazioni e i moti del sentimento con mezzi più sottili, più convincenti. E la scomparsa di lei, con la quale il film s’inizia e ha termine, e lei lo abbandona disgustata dal fatto che lui abbia ingravidato la ragazzina danese con la quale triadicamente si erano giaciuti, preceduta da uno scivolamento nelle mani di poco affidabili spacciatori di droga, poteva forse avere uno svolgimento meno banale e un precedente diverso dell’annuncio «Se il nostro rapporto dovesse rompersi, probabilmente scomparirei».

Lo scivolamento nell’abisso dell’autodistruzione, passo dopo passo, alla ricerca d’imprese sempre più pericolose in corso di esplorazione di nuove frontiere sessuali, è meno banale, e meglio argomentato, nel film L’odore del sangue, anch’esso interpretato dalla brava Fanny Ardant – come nella Donna della porta accanto –, in coppia con Michele Placido, poco convincente nel ruolo di un intellettuale tormentato che spinge la moglie a osare di più, a cominciare dalle pratiche di coppia aperta, passando per i locali di scambisti, finché lei si innamora di un ragazzo ignorante e violento e per amore di lui acconsente a prostituirsi. Però non direi che questo film di Mario Martone – che pure diede ottima prova di sé nel film Morte di un matematico napoletano – sia un capolavoro: ma è tratto da un romanzo postumo di Goffredo Parise, e questo spiega – se non altro – la qualità della sceneggiatura.

Le locandine dell’Odore del sangue e di Love sono curiosamente simili, ma forse è frutto del caso e di sbadataggine.

Parlando del film Love abbiamo evocato altri film egualmente giocati sul rapporto tra eros e morte: l’Ultimo tango a Parigi, La signora della porta accanto,  e L’odore del sangue, e i primi due sono dei capolavori, senza sesso esplicito; il terzo non è precisamente un capolavoro, ma c’è una fellatio esplicita.

Ma se veramente si vuol vedere un film di erotismo sublime, con una bella sceneggiatura, un’ottima regia e interpreti eccezionali, eccone uno, girato nel 1981 per la regia di Jacque Rivette, interpretato da Michel Piccoli ed Emmanuelle Béart, ispirato a un racconto di Balzac: s’intitola La belle noiseuse. Qui non c’è sesso esplicito, la morte non la fa da padrona, ma c’è la bellezza di Emmanuelle Béart, e non è mai banale.

Il film ‘La belle noiseuse’, tratto dal racconto di Balzac ‘Il capolavoro sconosciuto’, è un film sul processo di creazione artistica e la nascita di un capolavoro; ed è esso stesso un capolavoro. Per vedere il film in edizione integrale, fare clic sul nesso qui sotto.
Collegamento per vedere il film.
P.S. – Ahimé, a distanza di un mese ritorno su questo collegamento, vedo che non è più operante. A suo tempo ho scaricato il film, spero che qualcuno dei vecchi lettori l’abbia fatto. Mi dispiace per i nuovi. È veramente un bel film ed Emmanuelle Béart è assolutamente bella: la visione del film Un cuore in inverno, girato più o meno in quel torno di tempo, dimostra la verità dell’affermazione.

Un’iscrizione sul pavimento di S. Miniato al Monte

Perché chiamare magico quel che non si capisce? E perché forzare il latino a orecchio, a fini di mistificazione esoterica?

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1. L’occasione di quest’articolo

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Il quarto episodio della serie televisiva ‘Pezzi unici’ (per vederlo, fare clic sull’immagine) s’inizia con un’inquadratura del sito su cui sorge la basilica di San Miniato al Monte, che però non è identificata come tale. Carlo, giovane mercante d’arte fiorentino, nella finzione del racconto ne possiede le chiavi. Apre la porta e vi fa entrare Jess, una ragazza che sta completando l’apprendistato di artigiano del legno nella bottega del cognato di Carlo. Jess racconta a Carlo quel che il suo precedente educatore le diceva a proposito di una scritta misteriosa incastonata nel pavimento della navata principale, subito dopo l’ingresso: «Lorenzo ci aveva parlato di quest’iscrizione. Diceva che la Chiesa è costruita secondo la legge delle stelle, quindi è magica». Una voce fuori campo comincia a scandire le parole latine, subito sovrastata dalle parole di Jess: «Questo spazio è sacro: il tempo e la morte perdono il loro potere».

Avendo visto (su Raiplay, a distanza di un anno dalla prima trasmissione via etere) quest’episodio dei Pezzi unici, anzi prima ancora che finisse, ho fermato la riproduzione per leggere la scritta “magica” intarsiata nel pavimento. Ho cercato in rete una foto che la mostrasse per intero e ben leggibile, ma non l’ho trovata. Allora ho “catturato” due fotogrammi dell’episodio:

li ho registrati in un programma di grafica e ho ruotato il secondo fotogramma in modo da allineare la prima e la seconda parte della scritta, quindi li ho sovrapposti:

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2. L’interpretazione esoterica dell’iscrizione

Come si vede, l’iscrizione è ad intarsio: le singole lettere sono in marmo nero inserite a incastro entro una lastra di marmo bianco (un blocco unico, così leggiamo scritto da diverse parti). Eccone la trascrizione:


Per leggere meglio (in particolare le lineette di abbreviatura), fare clic sull’immagine.

Sì, ma che significa? Ho inserito nella finestrella di Google ora un gruppo di parole di questa trascrizione, ora un altro: sono capitato in un’infinità di articoli dedicati al messaggio esoterico di tutto san Miniato e di questa scritta in particolare. E le traduzioni sono le più fantasiose. Per esempio:

a) Nella rivista reziale Elle che, se fosse a stampa, sarebbe tipicamente una rivista in carta patinata, all’interno di un articolo intitolato 10 curiosità e misteri che forse non sai sulla basilica di San Miniato a Firenze leggiamo questa traduzione: «Imprimendo la regola celeste davanti a queste valve, indicando le misure e controllandone la rispondenza, Giuseppe fece realizzare quest’opera. Dunque prego Cristo di prendervi per sempre dimora. In questo spazio sacro il tempo e la morte perdono il loro potere. 1207». Ma nel testo latino non troviamo traccia della “regola celeste”, che in questa traduzione allude ai rapporti armonici dell’Universo (secondo la dottrina di Pitagora), più semplicemente il numen divinum (qui “caeleste”) è la volontà divina; e le lineette sopra la “m” e la “e” dell’ultima parola significano la presenza di un suono nasale omesso per mancanza di spazio: dunque mentem, o anche montem, ma non mortem.

b) Nel libro Misteri, crimini e storie insolite di Firenze si suggerisce che le parole della scritta che si protende “magica” vadano lette su due colonne, e questo è giusto (perciò nella nostra trascrizione abbiamo separato le parole più di quanto non appaia nell’originale). Il resto però è pura fantasia. Eccone uno stralcio:

Osservando con attenzione, si può vedere come le ultime due parole di ciascuna riga, messe le une di seguito alle altre, compongano una frase a sé stante e indipendente dal testo che le precede: «1207. Retinent de tempore et morte”. Il che, tradotto dal latino, significa: “[queste cose] preservando dal tempo e dalla morte». Come ha notato l’architetto Renzo Manetti, la lastra marmorea è costituita da un unico blocco ed è quindi evidente che non possa trattarsi di un’aggiunta successiva. Così sembrerebbe che tali parole siano state disposte in questo modo proprio per renderne più difficile la lettura, come se si fosse voluto nasconderle agli occhi dei visitatori disattenti. Volendo provare ad approfondire la questione, occorre constatare come un palese richiamo alle parole della lapide, che si riferiscono appunto a qualcosa che è in grado di spezzare le catene del tempo e della morte, sia presente già sulla facciata della chiesa dove, al di sopra della porta centrale campeggia inscritta in un ottagono l’immagine del Graal.

Qui non si capisce donde sia spuntato quell’«et» nella trascrizione «Retinent de tempore et morte». Nell’iscrizione pavimentale «et» non c’è. Quanto a morte, vedi il punto precedente.

c) In una pubblicazione destinata ai ragazzi di una scuola secondaria di Firenze (si veda Basilica di San Miniato al Monte)[1] leggiamo che la «traduzione dell’iscrizione non è semplice perché in realtà le iscrizioni sono due: la prima composta dalle tre righe fino al punto e virgola e la seconda con le due parole dopo il punto e virgola. In linea di massima dice: “Imprimendo la regola celeste davanti a queste valve, indicando le misure e controllandone la rispondenza, Giuseppe fece realizzare quest’opera. Dunque prego Cristo di prendervi per sempre dimora. / 1207. In questo spazio sacro il tempo e la morte perdono il loro potere”». Questa è un’interpretazione ancora più libera di quanto si visto ai punti precedenti, senza rispondenza con il testo latino.

d) Negli Atti dell’XI Convegno della Società Italiana di Archeoastronomia troviamo la trascrizione della traduzione proposta da Guerrieri e Manetti in un libro pubblicato nel 2007 (Dieci secoli per la Basilica di San Miniato al Monte): «Davanti a queste porte per grazia del Dio celeste ciò fece fare Giuseppe, pertanto prego Cristo che sempre viva in lui. 1207: questi versi che precedono salvano dal tempo e dalla morte». Qui è omessa la traduzione di metricus et iudex; «per grazia del Dio celeste» ha riscontro nel testo latino; non hanno riscontro invece la congiunzione “e” e la parola “morte”, come abbiamo visto ai punti precedenti.

e) Veniamo infine a Renzo Manetti che è architetto, studioso di storia dell’architettura, esperto di simbologia ed autore non soltanto del libro citato al punto precedente ma anche di un romanzo intitolato Il segreto di San Miniato (Polistampa, Firenze 2006). Abbiamo ragione di credere che quest’opera letteraria, appunto, sia la fonte primaria della stragrande maggioranza degli articoli dedicati al messaggio esoterico di San Miniato al Monte. Non abbiamo sotto gli occhi il romanzo, ma apprendiamo dal Gramigni che «Manetti (2007) interpreta la parola metricus non come verseggiatore, ma come colui che ha stabilito le misure dell’opera, mentre iudex come colui che ha verificato la corretta esecuzione del lavoro».[2] E il romanzo, di un anno precedente, con tutta evidenza riporta quest’interpretazione. Tuttavia in un’intervista radiofonica fruibile in rete (si veda qui in fondo l’Approfondimento esoterico) Manetti, qui parlando da studioso, propone una traduzione dell’iscrizione la cui prima parte è attendibile (ancorché con grado di attendibilità minore: si vedano le conclusioni al punto 5 di questo articolo): «Qui di fronte ai battenti per grazia del cielo, poeta e giudice, tutto questo fece fondare Giuseppe». Non è attendibile invece la traduzione della seconda parte: «Queste cose preservano dal potere della morte e dallo scorrere del tempo». Ed è chiaro che qui si fa riferimento alla trascrizione della colonna di destra, che abbiamo visto precedentemente al punto b): «1207. Retinent de tempore et morte»: ne abbiamo conferma leggendo la recensione in Antiqua_Il Libro per le Feste. Così come è chiaro che l’arcano esoterico fa perno precisamente su questa traduzione della seconda parte dell’iscrizione (nel colonnino di destra, come abbiamo visto).

Riassumendo: indipendentemente dal fatto che si possa dare al verbo condere un altro significato (non esiste una prova dirimente, a favore dell’uno o dell’altro significato), la prima parte della traduzione è plausibile.  Non lo è invece la seconda parte, che presuppone la trascrizione di un «et», come abbiamo visto, che non non figura nella scritta pavimentale; inoltre è assai probabile, come vedremo, che l’ultima parola, espressa con tre lettere sormontate da due lineette di breviatura, debba essere interpretata come “mentem” .

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3. Primi passi di demistificazione

Non siamo ancora arrivati a dare un’interpretazione plausibile della scritta pavimentale di San Miniato al Monte, ma abbiamo raccolto elementi sufficienti per dichiarare implausibili le varie interpretazioni in chiave esoterica, perlopiù derivate, con l’aggiunta di qualche svolazzo, dal lavoro del Manetti: il quale, tra l’altro, non è responsabile di tutto quel che di strampalato si legge in rete a proposito di San Miniato.
Abbiamo anche scoperto la fonte delle parole di Jess nella serie televisiva Pezzi unici, sempre quella. Lei dice infatti «Questo spazio è sacro: il tempo e la morte perdono il loro potere», proprio come il Manetti. Ebbene, se pure un’interpretazione esoterica della basilica di San Miniato al Monte è destituita di fondamento, non per questo ce la sentiamo di puntare il dito accusatore contro Cinzia Th Torrini, la brava regista e sceneggiatrice della serie televisiva che, senza albagia autoriale, ha realizzato un assai pregevole prodotto nazional-popolare: pregevole per la fattura, per l’interpretazione di Sergio Castellitto e degli attori giovani, pregevole per il messaggio sommessamente nascosto tra le righe, contro il darwinismo sociale. Dirò di più: nel contesto del racconto, l’esoterismo sta benissimo. Sta meno bene quando in altra sede, che si vorrebbe meno fantasiosa, forza l’interpretazione del testo latino.
Vediamo adesso se sia possibile formulare un’interpretazione plausibile, non esoterica. In effetti non è facile: tra l’altro c’è una preposizione – ante – che sembra reggere il dativo, o l’ablativo; la parola metricus è suscettibile di diverse interpretazioni.

1. Per aggirare la difficoltà d’interpretare correttamente la prima proposizione, si è dapprima pensato che la “e” di ante fosse un dittongo implicito: antae, invece di ante. Come se fosse scritto Hic valvis antae sunt, cioè “Qui sono le ‘ante’ dei battenti”. Ma la scritta si trova abbastanza all’interno, oltre il portone d’ingresso, come si vede nel quarto episodio dei Pezzi unici (vedi sopra). E poi, che significa? Non ha senso ipotizzare degli elementi strutturali come le antae, quelle – per intenderci – di un templum in antis. Scartata quest’ipotesi, accettiamo che la preposizione ante possa reggere l’ablativo, come del resto è riportato nel Du Cange, Glossarium mediæ et infimæ latinitatis: «Ante nonnunquam legitur cum ablativo apud Scriptores sequioris ævi». Perciò tradurremo “Qui davanti ai battenti della porta”, o, più semplicemente, “Qui davanti alla porta”.

2. Il verbo condere può significare sia “fondare”, riferito a una città o a una costruzione, sia “comporre”, riferito a una composizione poetica.

3. Per quanto riguarda la parla metricus, il suo significato può essere cercato in associazione a quel che s’intende con il verbo condere e il pronome hoc: agli esoterici piace pensare che Giuseppe (Joseph) fosse un architetto che abbia fatto fondare (fecit condere) questo tempio (hoc) così da inglobare le misure del cielo, un po’ come le piramidi: perciò l’architetto sarebbe metricus. Le parole di Jess nella serie televisiva Pezzi unici riflettono quest’interpretazione: «La Chiesa è costruita secondo la legge delle stelle». Però Aulo Gellio usa metricus – una parola che non ha riscontro negli autori dell’età aurea – per dire “versificatore”; e allora quel Giuseppe sarebbe il versificatore e giudice che avrebbe fatto comporre (questo è un significato abbastanza comune di condere: vedi condere carmen) i versi che leggiamo (hoc).

4. Riguardo all’ultima parola dell’iscrizione (MTE, sormontata da due lineole di breviatura), proprio perché associata a retinent, dovrà essere letta mentem, dove mens ha il significato di “memoria”: vedi le espressioni mente tenere; venit in mentem ecc.
A riprova di questa lettura dell’iscrizione, si consideri che la prima parte consta di tre esametri leonini, cioè con rima al mezzo tra il primo emistichio, che termina in cesura, e il secondo; e che il secondo esametro leonino è imperfetto, con un’assonanza tra iudex e Ioseph, al posto della rima; ma anche la seconda parte è un esametro leonino, se esplicitiamo a parole la cifra MCCVII: «Mille ducenti septem . retinent de tempore mentem»: qui la rima septem/mentem è perfetta, in compenso è imperfetto il primo dattilo del secondo emistichio, «retinent de», perché la sillaba “nent” è lunga, quando invece dovrebbe essere breve. Ma, se ammettiamo un’imperfezione nel secondo esametro, possiamo ammetterla anche nel quarto.

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4. Un soccorso dalla “rete”

Ci conforta a interpretare metricus come “verseggiatore” quanto si legge a p. 156 di un pregevole libro, per fortuna reperibile in rete, scritto da Tommaso Gramigni: Iscrizioni medievali nel territorio fiorentino fino al XIII secolo. Ci siamo arrivati dopo numerosi tentativi di ricupero di notizie storiche, invariabilmente approdati ad avventuristici e inutili articoli esoterici, quando finalmente abbiamo inserito nella finestrella di ricerca via Google la parola metricus.
Il libro non riporta la traduzione dell’iscrizione ma fornisce queste indicazioni:

Del Giuseppe menzionato nell’iscrizione non abbiamo notizia, anche se è evidente, dagli appellativi metricus e iudex, che si doveva trattare di un personaggio di spicco della comunità monastica. Potrebbe corrispondere allo Ioseph iudex et notarius Ottonis Imperatoris, rogatario di due documenti del fondo Diplomatico di Firenze […], oppure allo Ioseph abbas attestato in carte di San Miniato al Monte dal 1214 fino agli anni 20 del Duecento.

Deve qui intendersi “giudice” non colui che presiede a un giudizio in tribunale, ma colui che esercita una qualche carica politica o amministrativa di rilievo. Si veda quanto abbiamo scritto delle giudichesse Eleonora d’Arborea ed Elena di Gallura in “Il sindaco”, “la sindaco”, “la sindaca” o “la sindachessa”?

Altre indicazioni utili desumibili dal libro del Gramigni ai fini di una traduzione non fantasiosa sono le seguenti:

L’iscrizione è costituita da tre esametri leonini; il secondo esametro presenta una semplice assonanza in luogo della rima. La rima Christum/istum è estremamente comune in contesti poetici medievali, con una decina di attestazioni in Poetria Nova (PN). Il testo è chiuso dalla datazione formulata in modo sintetico con la semplice indicazione dell’anno. Il verbo retinent si riferisce forse ai versi stessi. Manetti (2007) interpreta la parola metricus non come verseggiatore, ma come colui che ha stabilito le misure dell’opera, mentre iudex come colui che ha verificato la corretta esecuzione del lavoro.

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5. Per un’interpretazione non mistica e non mistificata

Alla luce di tutte queste considerazioni, proponiamo con spirito illuministico (alieno dall’esoterismo) e holmesiano (da Sherlock Holmes, per via dell’indagine condotta con metodo abduttivo: si veda in questo sito La logica di Guglielmo da Baskerville) due ipotesi di traduzione. La prima appare assai più probabile, la seconda, nella sua prima parte, si accosta alla traduzione proposta dall’arch. Manetti (arbitraria tuttavia nella seconda parte). Entrambe richiedono una verifica alla luce di circostanze probanti ancora da acquisire:

Prima interpretazione – Giuseppe versificatore e giudice per concessione della volontà divina fece comporre questi (versi) qui davanti alla porta. Chiedo pertanto a Cristo di vivere sempre in lui. – MCCVII: (queste lettere) serbano memoria del tempo.

Cioè qui si ipotizza che ci fosse un Giuseppe, uomo assai potente (iudex) e versificatore (metricus) il quale, proprio in quanto amante dei versi, avrebbe chiesto a qualcun altro di comporre (fecit condere) in versi questa scritta commemorativa.

Seconda interpretazione – Giuseppe versificatore e giudice per concessione della volontà divina fece fondare questo (tempio) qui davanti alla porta. Chiedo pertanto a Cristo di vivere sempre in esso (cioè, nel tempio). – MCCVII: (queste lettere) serbano memoria del tempo.

Questa seconda interpretazione, per quanto aderente al testo latino, ci pare meno probabile, perché non si capisce quello che si vuol commemorare: Giuseppe che sta in piedi avanti a quella che sarebbe stata la porta della Basilica e che da questa posizione impartisce l’ordine della fondazione?
In entrambe le interpretazioni per “memoria del tempo” si dovrà intendere l’anno di completamento della costruzione.

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6. La serie televisiva Pezzi unici

Pezzi unici_dodici episodi

Per vedere (su Raiplay, piattaforma gratuita) la serie televisiva ‘Pezzi unici’, fare clic sull’immagine.

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7. Approfondimento esoterico

Per ascoltare il racconto, fare clic sull’immagine.

Nel 2007, per il ciclo La Storia in giallo, il terzo programma radiofonico della Rai ha messo in onda un racconto intitolato Il mistero di San Miniato, tratto dal romanzo Il segreto di San Miniato, scritto dall’arch. Renzo Manetti. Nel racconto si ipotizza che lo Joseph dell’iscrizione pavimentale sella quale si è detto sopra sarebbe un Joseph Mordecai, giudeo di Firenze, figlio di un alchimista ucciso dal canonico di Santa Reparata, uomo crudele e potente, che voleva impadronirsi del segreto della pietra filosofale. Il piccolo Joseph si salva, viene battezzato, da grande a Gerusalemme sarà cavaliere del Tempio, fino a quando la città sarà espugnata dal feroce Saladino. Joseph torna in Europa, a San Miniato prosegue la ricerca della pietra filosofale incominciata dal padre; nella ricerca è incoraggiato dal maestro, il monaco Arduino che vede in lui un predestinato. Finalmente la pietra filosofale si materializza nel fornello alchemico, ed essa non è altro che il sacro Graal. Prima di morire, Joseph fa intagliare la scritta che vediamo ancor oggi sul pavimento di San Miniato al Monte. E il sacro Graal ancora si trova a San Miniato, «celato, ma accessibile a tutti coloro che sapranno rendere il loro spirito degno di conoscerlo». Al termine del racconto Antonella Ferrara, curatrice del programma, intervista Renzo Manetti.

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[1] A parte la traduzione fantasiosa dell’iscrizione, questa pubblicazione ha il pregio della sintesi e della chiarezza.

[2] Vedi T. Gramigni, Iscrizioni medievali (2012), p. 157. «Manetti (2007)» è il contributo di Renzo Manetti (“Simboli e geometria sacra nella basilica di San Miniato al Monte a Firenze”) al libro Dieci secoli per la Basilica di San Miniato al Monte, a c. di F. Guerrieri, R. Manetti (2007).

Un piccolo passo (forse) per l’Italietta, un gigantesco balzo in avanti per la Lombardia e l’Italia che lavora

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Il lancio dell’agenzia Ansa che il 26 gennaio 2021 annuncia le dimissioni di Giuseppe Conte dalla carica di Presidente del consiglio dei Ministri della Repubblica italiana: «Giuseppe Conte, in mezz’ora di colloquio al Quirinale con il Presidente della Repubblica, ha rassegnato le dimissioni: una crisi al buio dopo più di un mese di tensioni fortissime».

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Disse Neil Armstrong il 21 luglio 1969 scendendo dalla scaletta del modulo lunare (LEM) e posando il piede sulla Luna: «That’s one small step for a man, one giant leap for mankind», cioè “Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”. Analogamente possiamo dire che il disarcionamento dell’avvocato di Volturara Appula, tale Giuseppe Conte, devoto di padre Pio, colui che nutriva la pretesa d’imporsi agl’italiani come reincarnazione di Aldo Moro, sarà anche un piccolo passo per l’Italietta trasformista (noi tuttavia speriamo che sia qualcosa di più che un piccolo passo), ma è un gigantesco balzo in avanti per la Lombardia e l’Italia che lavora. La speranza è che insieme con Giuseppe Conte scompaiano dall’orizzonte politico gli altri due elementi della Trimurti borbonica che ha afflitto gl’italiani ed umiliato la loro intelligenza: intendiamo Casalino ed Arcuri.
Ma più ancora, poiché sperare non è un reato, vogliamo esagerare e facciamo voti perché insieme con tutta la Trimurti borbonica siano ridimensionate le pretese egemoniche dei minus habentes, così ben rappresentati dai grilleschi. «Vasto programma», come disse de Gaulle leggendo su un muro di Parigi la scritta «Mort aux cons», cioè “Morte ai coglioni”: è vero, ridimensionare la prevalenza del cretino, del presuntuoso, dell’ambizioso non è cosa da poco. Il programma è vasto, anzi in Italia vastissimo. Ma, nella prospettiva della Lombardia, liberarsi di Conte e di quegli altri due sarebbe un balzo in avanti enorme. Non dimentichiamo che la Lombardia, come si è documentato nella pagina precedente, è stata fatto oggetto di una campagna di demonizzazione senza precedenti da parte del “partito di Conte”, e non soltanto per invidia. Il gioco, prendendo le mosse dalla disgrazia che ha funestato quei poveri pirla in Val Seriana e poi a Bergamo, di giorno in giorno si è fatto più pesante; profittando della minore intelligenza del cosiddetto governatore Fontana, si è puntato al commissariamento della Lombardia, quindi di tutta l’Italia che lavora; e i commissari sarebbero stati emanazione di una lobby di incapaci. Questo era il sogno dei neo-borbonici egemonizzati dalle cosiddette “teste d’uovo” della discussa e discutibile Link Campus University, di origine maltese, quindi approdata a Roma per i buoni uffici di Vincenzo Scotti, suo presidente, già Ministro dell’Interno con Andreotti. La Link Campus University è specializzata in “Intelligence & Security”, presenta nel suo sito disponibilità di borse di studio INPS e ha, in generale, forte vocazione istituzionale. È cara a Di Maio che vi tiene conferenze (e i congiuntivi?): quello stesso Di Maio che, quando il primo governo Conte era in procinto di decollare, si presentò da Mattarella, senza “inutili” consultazioni preliminari, con una lista di candidati ministri, vergata — appunto — da docenti della Link Campus University. Ma, soprattutto, còmpito precipuo della Link Campus University è dare una formazione adeguata, e tecnocratica, ai figli della piccola e media borghesia meridionale. Della Link Campus University fu professore e azionista Joseph Mifsud, ufficialmente scomparso, ma anche reperibile, per chi segua la pista giusta. Se qualcuno è bravo, provi a trovare il bandolo della matassa cominciando a leggere questi due articoli, e facendo opportuna tara: Russiagate. Dentro la Link University: “Mifsud era un millantatore. Non siamo un covo di spie” e Il Link di Mifsud è con la Russia.

Un doveroso sentimento di gratitudine nei confronti di Renzi

Del disarcionamento dell’avvocato moroteo (Conte è pugliese come Moro, ma non è uno statista come Moro, per quanto discutibile), della conseguente oblitterazione della Trimurti borbonica e dell’ottundimento delle pretese dei minus habentes che conclamavano il famigerato “uno vale uno”, dobbiamo ringraziare Matteo Renzi. Il quale, accomunato a quella santa donna che risponde al nome di Maria Elena Boschi, è stato – come del resto per altri motivi la Lombardia – demonizzato ai limiti dell’assurdo, un po’ da tutti, ma soprattutto dal solito “partito di Conte”. Perciò non è senza meraviglia che abbiamo letto l’articolo del lacaniano Massimo Recalcati che presentiamo qui sotto.


Articolo di Massimo Recalcati, psicanalista di scuola lacaniana, pubblicato sulla Stampa dell’8 febbraio 2021. Fare clic sull’immagine per visualizzarne l’ingrandimento su un’altra scheda.

Ora, a dire il vero, a noi Lacan non piace, ma troviamo che Recalcati abbia riassunto bene il punto di vista di chi è restio ad appecorarsi al passaparola del momento. In questo caso, secondo i capricci d’improvvisati maîtres à penser, le analisi e le proposte di Matteo Renzi sono tabù, guai a prenderle in considerazione: anatema! Perché? L’uomo politico di Rignano – dicono – ha come movente l’invidia (per Conte) rinfocolata da ambizione ed esasperata da uno stato psicotico preoccupante. Ammettendo anche che ciò sia vero, non vedo perché non dovrei prendere in considerazione l’ipotesi che Giuseppe Conte non sia l’uomo della Provvidenza, anche perché questa è la mia ipotesi, prima ancora che l’ipotesi di Renzi. Semmai lorsignori provino a dimostrare che Conte è veramente, o è stato, l’uomo della Provvidenza. Non riuscendo a dimostrare il teorema, hanno preteso di farcelo digerire come un assioma, una pappetta da “condividere”: e chi non “condivide”, peste lo colga! Vedi la pervicacia con cui Travaglio, fino alla “mossa del cavallo” di Mattarella, che ha incaricato Draghi di esplorare la possibilità di formare un governo di salvezza nazionale, ha battuto sempre sullo stesso chiodo: la crisi del governo innescata da Renzi sarebbe «la più demenziale e delinquenziale del mondo». Ed è così che uno come Zingaretti, che fino a una settimana fa affermava apoditticamente “O Conte, o morte” si è trovato da un giorno all’altro a dover affermare che un governo guidato da Draghi non può non essere il migliore dei governi possibili.
Scrive dunque Massimo Recalcati, da psicanalista, in risposta a coloro che nella demonizzazione di Renzi hanno pigiato l’acceleratore su una sua patologia paranoica e anticomitale:

Non senza nascondere un certo compiacimento, Massimo D’Alema aveva riconosciuto, nei giorni precedenti la crisi di governo, in Conte il politico più popolare in Italia e in Renzi il più impopolare. D’Alema si è fatto interprete di un coro che, soprattutto nei giorni precedenti la caduta di Conte, è apparso unanime e rabbioso: Renzi sarebbe vittima patologica del suo Ego, irresponsabile a generare una crisi di governo al buio in un tempo di emergenza sanitaria ed economica, abbagliato dalla necessità solo tattica di recuperare visibilità politica, indifferente alle conseguenze collettive dei suoi scellerati passaggi all’atto.
Quando i giudizi si compattano in modo così conformistico contro qualcuno, uno psicoanalista, abituato a diffidare da ogni forma di pensiero unico, non può non interessarsene.
[…] Aveva allora davvero torto Italia Viva a porre le critiche nei confronti del governo Conte? […] Davvero la crisi che ha innescato la nomina di Draghi è stata avvertita come incomprensibile da parte degli italiani, come si è sentito ripetutamente dire in ogni occasione? Davvero è stata una pura manovra di palazzo? Non poteva esserci una giusta istanza in quelle critiche grazie alla quale abbiamo oggi l’occasione di avere un presidente del Consiglio che non potrà più essere rappresentato da Casalino per evidente incompatibilità estetica ed etica?
[…] Sarebbe invece dovuto essere proprio il Pd a sollevare la crisi assumendosi la responsabilità di dare al Paese una nuova speranza. Non è questo storicamente il suo compito? In molti dei suoi militanti condividevano le tesi critiche di Renzi senza avere il coraggio politico di assumerle pubblicamente. Nel nome dell’emergenza, ovviamente. Ma non è l’emergenza a imporre sempre cambiamenti drastici?

Ecco, direi che l’analisi è impeccabile, e non è nemmeno lacaniana; molto semplicemente è un’analisi razionale, come dovrebbe essere qualunque analisi degna di essere presa in considerazione. Questo sia detto con buona pace dell’house organ del partito di Conte, il Fatto quotidiano, che nel numero in edicola il 9 febbraio, a p. 5, lamenta che Recalcati, in quanto psicanalista, non abbia dato «una bella ripassata a Renzi», il quale dovrebbe essere invitato «a meditare e a fare esercizi col diaframma in qualche casale toscano»; e invece Recalcati se la prende con quelli del partito di Conte, presentati come «malati di mente, “conformisti” che pensano che Renzi sia “un corsaro”, “una canaglia”, insomma “un poco di buono”: praticamente il 90% degli italiani». E qui non c’è chi non veda acquattato, ma mica tanto, l’argomento fallace cosiddetto ad baculum: stai attento a quello che dici, o Recalcati, perché tu così vai contro l’opinione del 90% degli italiani, contro la “ggente”. Qualcuno dovrebbe ricordare al Fatto quotidiano che, in generale, le verità non si votano a maggioranza. Sempre che sia (o fosse) vero quel che qualche tempo fa ha affermato D’Alema, il quale lamentava che uno come Renzi, con appena il 2% di seguito elettorale, levasse la voce contro uno come Conte che vantava un 60% di popolarità, secondo i sondaggi di Pagnoncelli. Così dicendo, cavalcando la tigre populista, senza nemmeno crederci più che tanto, D’Alema offendeva non soltanto la nostra, ma la sua stessa intelligenza, che in altre occasioni non abbiamo avuto difficoltà a riconoscergli.
A questo punto, poiché la madre degli idioti è sempre incinta, mi par già di sentire un figlio di così prolifica madre affermare: “Già, tu parli così perché sei un renzista sfegatato”. Niente affatto, qui non difendo Renzi, semplicemente prendo posizione contro la formulazione di giudizi, politici e non politici, su base umorale invece che su base razionale. Non abbiamo mancato di criticare sia Renzi, sia i suoi ispiratori e “formatori” della McKinsey, nonché le sue stramaledette e aziendalistiche “slàid” al tempo in cui parecchi militanti del Pd tradivano Bersani per salire sul carro del vincitore. Non mi dilungo sull’argomento, mi limito a presentare un esempio:

Articolo pubblicato su Nusquamia il 6 marzo 2014. La foto presenta il testo distribuito da solerti maestrine ai poveri bambini di una scuola di Siracusa (costretti a “condividere”), in occasione di una visita “mussoliniana” di Renzi. Per leggere l’articolo fare clic sull’immagine.

Il governo Draghi sarà in ogni caso meglio del governo Conte

Nel momento in cui scriviamo non conosciamo la formazione del nuovo governo Draghi. Auspichiamo, ovviamente, di non vedere più attribuite poltrone ministeriali a personaggi come Toninelli, o come l’Azzolina, e nemmeno all’“andreottiano” Di Maio e al neo-europeista Salvini; nel caso in cui Draghi debba imbarcare questi ultimi due, costretto dal principio di realtà, che almeno siano opportunamente imbragati, messi nella condizione di non nuocere, e obbligati a studiare! Ci teniamo in ogni caso a mettere in luce, sempre ad uso dei figli della prolifica madre che si diceva, che siamo contrari al dominio dell’economia e della finanza sulla politica; più ancora in particolare, pur riconoscendo che la Banca d’Italia è una delle pochissime istituzioni meritocratiche sopravvissute allo squasso dell’Italia, affermiamo di non nutrire alcuna simpatia per la mistica della Banca d’Italia, come abbiamo sottolineato più di una volta, quando ci siamo occupati di Carlo Azeglio Ciampi (che Iddio lo perdoni!).
Dunque, una volta tanto possiamo dirci d’accordo con la compagnia di giro che costituisce il partito di Conte, che ironizza sulla “genuflessione mediatica” nei confronti di Draghi (così si espresse il descamisado Alessandro Di Battista); come pure sorridiamo benevolmente all’ironia di Marco Travaglio che ci descrive un Mario Draghi «inondato dalla saliva dei laudatores “a prescindere”: non ha ancora detto una parola, ma già fa miracoli con la sola forza del pensiero: tipo San Francesco che ammansisce il lupo sovranista)». Ciò premesso, la supponenza di Giuseppe Conte fu talmente insopportabile, l’incompetenza di gran parte dei suoi uomini (con la felice eccezione di Gualtieri e di Sileri, e forse di qualcun altro) fu così perniciosa, i danni recati a piene mani dalla Trimurti borbonica così ingenti, che non ci vuol molto a preconizzare che il governo Draghi saprà far meglio e di più del governo Conte.
Ma sul futuro di questo governo cediamo volentieri la parola alla Madonna di Arezzo, sulla quale Travaglio e Scanzi hanno gettato palate di fango. Quest’ultimo in particolare, giusto per non farci mancare niente, volle informarci di essere un podofilo appassionato, cioè un amante dei piedi (da πούς, ποδός, “piede” + suff. -ϕιλος, “-filo”): ebbene, in quanto podofilo di chiara fama, Scanzi non esita a giudicare brutta Maria Elena Boschi, in quanto non provveduta di piedi di suo gradimento (nota: Andrea Scanzi è di Arezzo, anche lui; ciò vorrà dir qualcosa?).


Facendo clic sull’immagine è possibile sentire il punto di vista di Maria Elena Boschi, «Faconda sì, che di sua bocca usciéno / più che mel dolci d’eloquenza i rivi».

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La Trimurti borbonica

Grande è il sentimento di liberazione che proviamo nella prospettiva non soltanto auspicabile, ma probabile, che, trascinati dalla caduta dell’avvocato degl’italiani, scompaiano dall’orizzonte politico gli altri due componenti della Trimurti borbonica, Rocco Casalino e Domenico Arcuri. Del primo abbiamo detto ampiamente nelle pagine precedenti di questo giornale reziale; sappiamo bene quanto sia pericoloso parlarne male, per quanto male egli agisca, perché il solito figlio di tanta prolifica madre, in nome della ben nota lobby, non mancherebbe di accusarci di essere omofobi. E qui siamo alle solite: se io dico male di qualcuno che è omofilo, considerandone l’operato indipendentemente dalla sua omofilia, non per questo io dovrò essere considerato omofobo; ma vallo a spiegare a certe testoline. Si veda quanto abbiamo scritto in proposito nell’articolo Abbozzo di un’analisi motivazionale di Casalino. Tuttavia non possiamo passare sotto silenzio l’ultimo capolavoro di Casalino: la regia della messinscena del discorso di Giuseppe Conte che annuncia la candidatura ad assumere le redini del M5S e, ancor più, della sinistra italiana. Bum! Passato qualche giorno, però già si parla di una candidatura dell’avvocato nel collegio elettorale di Siena. E così il Pd continua a farsi del male.

Il banchetto da “carciofaro” di Giuseppe Conte a Piazza Colonna: al posto dei carciofi, una selva di microfoni, con prospettiva su Montecitorio e Palazzo Chigi (negata a parole, presente nei fatti). Il tutto avviene con l’abile regia di Casalino (vedi qui sotto).

Quanto a Domenico Arcuri, rimandiamo il lettore alla pagina precedente, dove abbiamo accennato, pur senza entrare in dettagli che si presterebbero a cazzeggio giuridico, ad alcune delle prodezze di questo Mandrake: il quale, ironia della sorte, sarà posto in non cale da uno il cui cognome è in assonanza con Mandrake (Draghi, pl. di “drago”, in inglese drake). Ma, anche qui, non possiamo passare sotto silenzio un articolo pubblicato sul quotidiano Domani, che ha creato un certo scalpore, se non altro perché questo quotidiano, di area simil-progressista, è di proprietà dell’ing. Carlo De Benedetti: dunque l’articolo antipatizzante per Arcuri avrà un qualche peso nelle relazioni industriali.

L’inchiesta sull’«ultimo bluff» di Arcuri pubblicata sul quotidiano Domani l’8 febbraio 2021.

Scrive il quotidiano Domani che i padiglioni a forma di primula promessi da Arcuri servono poco a fare vaccini e molto all’immagine di Arcuri e dell’architetto Boeri: «I padiglioni con la primula non hanno mai avuto lo scopo di vaccinare le persone: sono le statue equestri che l’architetto engagé ha regalato al commissario, un incontro tra due sistemi di potere che si spalleggiano, proponendo una versione colta e fighetta del metodo Casalino». Peccato però che le regioni italiane – scrive ancora Domani – vogliano dosi di vaccino, non primule.
Ma ancora più eloquente (e preoccupante, per noi cittadini) è l’inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, della quale si è detto nella pagina precedente:


Per aprire la pagina “Dataroom” di Milena Gabanelli fare clic sull’immagine.

 

Soddisfazioni

Da ultimo, penso che dovremmo dare atto a Renzi di averci regalato tre grandi soddisfazioni.

Prima soddisfazione – Ricordate il tempo in cui Beppe Grillo proclamò che avrebbe aperto il parlamento come una scatoletta di tonno? Avvenne nel febbraio 2013, 8 anni fa. Ecco il proclama:

Bene. Non soltanto i grilleschi non hanno aperto un bel niente, ma adesso sono loro che patiscono l’apertura a mo’ di scatoletta di tonno. Casaleggio nicchia, non si fa vedere; Travaglio vorrebbe prendere il posto di Casalino nella direzione delle strategie di comunicazione, forse nella stessa cabina di regia, con potere di condizionare lo stesso capo carismatico del “movimento” bislacco, cioè Grillo; il quale doveva convocare gli iscritti su quella baggianata che prende il nome di piattaforma Rousseau, poi però ci ha ripensato – questa è la notizia dell’ultim’ora, la sera del 9 febbraio – perché ha paura che il cosiddetto “movimento” (altra impostura: il M5S è un partito come gli altri e peggio degli altri) si spacchi, appunto.

Seconda soddisfazione – Vi ricordate di Claudio «Aquilini» Borghi? È quello che veniva intervistato in televisione, due volte la settimana, dalla moglie di Arcuri (Myrta Merlino, moglie emerita di Domenico Arcuri), presentato come «ministro in pectore dell’Economia» al tempo in cui si doveva ancora decidere la squadra dei ministri del costituendo governo, il Conte I, nato dall’ibridazione della Lega con i grilleschi. Era il babau dell’Europa, quello che doveva portare l’Italia fuori dall’euro e che avrebbe risolto tutti i problemi dell’Italia stampando moneta a schiovere. Era quello che tutte le volte che prendeva la parola, lo spread si impennava, e gli italiani pagavano. Quello che anni fa si presentava nel suo profilo twitter con questa immagine:

Ma adesso, il biglietto da diecimila lire non gli basta più, ne ha messo uno da centomila: vedere qui per credere. Bene, adesso Borghi fa un passo indietro. Avanza Giorgetti, che infatti vediamo sempre più spesso a fianco di Salvini, in rappresentanza dei ceti produttivi del Nord; Borghi arretra, c’è addirittura chi spera che di lui non si senta più parlare.
Bene, questo stesso Claudio Borghi (per parte di madre, anche «Aquilini»: gli Aquilini di Carate Urio, dice lui con sussiego) è quello stesso che adesso si allinea con Draghi e, ciurlando nel manico, in modalità di agrimensore subacculturato della provincia bergamasca, afferma che è Draghi ad essere cambiato, ad essersi migliorato. Ma il punto è che il nostro ambiziosetto leghista sparava ad alzo zero contro l’Europa, adesso invece si schiera con l’europeista Draghi. Accà nisciun’ è fesso. Vedi:

Terza soddisfazione – Abbiamo visto nella pagina precedente che Concita De Gregorio ha definito Zingaretti un “ologramma”, e che lui non l’ha presa bene: si veda La sinistra italiana (cosiddetta) è tenuta sotto schiaffo dai cattoprogressisti. E Zingaretti è un mollaccione. Così scriveva Concita su Repubblica il 30 gennaio; ma c’è un articolo sul medesimo giornale, datato 5 febbraio, p. 27, dove Zingaretti non è nominato, ma dove si mette a fuoco un altro punto dolente dell’ultima fase di gestione del Pd, sotto Zingaretti, appunto: la totale sottomissione del partito alle mode del momento e ai capricci dei pentastrali. Già il titolo è significativo: «Governare e sapere non sono alternativi». Ed è un articolo che fa giustizia della deriva populista del Pd.

Foto della classe III B (1965) al liceo Massimo di Roma (nel liceo classico gentiliano “in purezza”, non ancora sfregiato dalle “ministre”, la classe terza è l’ultima del corso di studi, visto che le prime due classi prendevano il nome di IV e V ginnasio). Draghi è il primo in piedi, in alto, a sinistra.

L’articolo può essere letto in rete (fare clic sull’immagine qui sopra), mi limito perciò a porre in evidenza due brani significativi:

Non occorre aver fatto il Massimo per guidare una comunità, ma aiuta. Perché quel che aiuta sono il rigore, il metodo, il senso di responsabilità e il rispetto per l’altro che la scuola insegna. Il maestro Manzi, in televisione, ha emancipato dall’analfabetismo il Paese. La scuola nostra pubblica è stata per decenni un esempio nel mondo. Italiana era Maria Montessori.
[…] Perché la questione, poi, è questa. Governare e sapere non sono alternativi. Tecnici e politici non sono specie che nascono diverse in natura. La democrazia dell’incompetenza è la più colossale bufala dell’epoca del vaffa. Per governare bisogna sapere, per sapere bisogna studiare. Si può fare politica anche se si è dotati, preparati, avvezzi alle regole e educati al rispetto. Davvero, si può.

La frase più bella dell’articolo è forse questa: «Si può fare politica anche se si è dotati, preparati, avvezzi alle regole e educati al rispetto». Una miscela di ironia e amarezza, forse anche di rassegnazione. Perché Concita sa di essere una bella donna, fanée quanto basta ed interessante, e porta i tacchi molto alti, ma non è una stupida, non s’illude di essere “ggiovane”. Lei non può fare una rivoluzione, è un lusso che non può permettersi, neanche nel Pd. Ma i giovani, se non sono certi giovanottini ambiziosetti di nostra conoscenza (purtroppo), assatanati di carriera e visibilità mediatica, loro sì, loro potrebbero fare la rivoluzione. Anzi, è un loro dovere fare la rivoluzione. Una rivoluzione – lasciatemelo dire con parole mie – contro la prevalenza del cretino, per la razionalità, per il socialismo scientifico.

Due film di Eric Rohmer, ovvero la filosofia come pretesto

Jeanne, professoressa di filosofia in un liceo della banlieu parigina, nel film Racconto di primavera (il liceo è intitolato a Jacques Brel): per vedere il film, fare clic sull’immagine. 

Il film di Eric Rohmer La mia notte con Maud è del 1969 ed è famoso per il suo “impegno” (una parola a quel tempo assai più pregnante di oggi) sul fronte della filosofia di Pascal. Il protagonista del racconto protesta inutilmente la sua avversione nei confronti di Pascal, essendo in realtà egli stesso un giansenista, magré soi, nella sua adesione a un principio inderogabile nella sfera sentimentale. Non desta meraviglia pertanto che un altro filosofo, Kant, sia chiamato in causa nel Racconto di primavera (1990).  In entrambi i film, che maldestramente potrebbero dirsi “film di parole”, la filosofia è strumento e contenitore di argomenti che portano altrove, ai i temi che attraversano pressoché tutta l’opera di Rohmer: per esempio, l’incombenza del caso che arricchisce la vita dell’uomo, la “moralità” del libertinaggio, l’attrattiva che una donna giovane può esercitare sull’uomo maturo (e viceversa), il triangolo amoroso.

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1. Racconto di primavera (1990)

Nel film Racconto di primavera il filosofo Kant, campione del razionalismo post-illuministico, chiaro e rigoroso nell’espressione, nella vita privata così ordinato e metodico che gli abitanti di Königsberg – la città prussiana dalla quale mai si allontanò (oggi Kaliningrad, Russia) – regolavano l’orologio al suo passaggio, assolve a una duplice funzione.
Intanto è la pietra di paragone che ci conforta nell’impressione che ci siamo fatti di Jeanne, la protagonista del film, una professoressa di filosofia che non ama mettere in piazza i propri sentimenti. Jeanne odia il disordine, ma vive con un uomo che, essendo un matematico, è “naturalmente” disordinato, così almeno dice lei. Quando lui si assenta per ragioni di lavoro, il disordine dell’appartamento, che solitamente Jeanne tollera per l’amore che gli porta, diventa improvvisamente insopportabile. Va ospite allora da Natacha, un’amica appena conosciuta, che è il contrario di lei: è insicura, da bambina ha vissuto male la separazione dei genitori. Vive con con il padre in una bella casa borghese di Parigi; in realtà lui non c’è mai, un po’ perché è via spesso per lavoro (è un funzionario del Ministero della Cultura) e un po’ perché, quando ritorna, si trattiene da Ève, la sua ultima fidanzata, che ha l’età di Natacha, che a sua volta ha per fidanzato uno che ha l’età del padre. Natacha si aggrappa istintivamente a Jeanne, pur conoscendola appena; il fatto è che Jeanne rappresenta, probabilmente, ciò che lei vorrebbe essere: una persona calma, razionale, una che sa tenere a freno i sentimenti. Jeanne accetta l’invito di Natacha di passare da lei la settimana, per fatalismo, ma soprattutto perché il disordine dell’appartamento dove convive con il matematico, adesso che non è riempito dalla sua presenza, è un fortissimo deterrente.
Un sabato mattina, quando Natacha è al Conservatorio, il padre si presenta nell’appartamento per prendere una valigia e poi subito scomparire. Rincasando, Natasha è contenta di sapere che Jeanne ha conosciuto il padre, del quale dice tutto il bene possibile. Anzi, non fa mistero del suo desiderio che l’amica possa prendere il posto di Ève nel cuore del padre. Sa che il padre avrebbe bisogno di Jeanne, proprio come lei stessa. Insiste per sapere che cosa Jeanne pensi del padre; Jeanne, con modi garbati, ammette che il padre possa essere un uomo interessante.
Il giovedì successivo Igor, il padre di Natacha, torna nell’appartamento per riporre la valigia: Natacha lo invita a pranzare con loro. Quando arriva una telefonata di Ève, accetta a malincuore d’invitare anche lei .
A tavola, la conversazione comincia con le domande di rito: tu che lavoro fai? Ève domanda a Jeanne se non preferirebbe lasciare l’insegnamento della filosofia per fare come lei, che si occupa di organizzare mostre, lavora per la stampa e per la televisione. Jeanne risponde che in quel genere di attività, anche ai livelli più elevati, si deve sempre rispondere a qualcuno. Lei invece nella sua classe è padrone assoluto, e l’insegnamento le dà grandi soddisfazioni. Ève, che dovrebbe conseguire la laurea in filosofia, anche lei, compatibilmente con i propri impegni di lavoro, non può fare a meno di vedere in Jeanne una rivale; è un’aziendalista, è vero, ma non è stupida e si accorge subito dell’attenzione che Jeanne, di là dalle sue intenzioni, suscita in Igor. Inoltre Ève ha un conto in sospeso con Natacha; così, quando nella conversazione si arriva al termine “trascendentale”, poiché Natacha ne fraintende il significato, coglie la palla al balzo per dimostrare a Igor che la sua Natacha è una stupida, e che lei non è da meno di Jeanne. La conversazione filosofica è un pretesto per un gioco che potrebbe diventare un gioco al massacro, se Jeanne e Igor non avessero l’accortezza di stemperarlo, ognuno avendo le sue buone ragioni: Igor per negare l’evidenza dei suoi sentimenti, Jeanne perché, superiore com’è a ogni deriva irrazionale, non è capace di subdolo retropensiero.
È chiaro che, nell’economia del film, le parole spese sul tema della conoscenza in Kant non sono intese a illustrare la teoria kantiana, ma assolvono alla funzione di mascherare e trasfigurare le situazioni e gli affetti in gioco, come spesso avviene nei film di Rohmer.

Ecco il dialogo, solo apparentemente filosofico:

Dialogo su Kant

ÈVE [rivolta a Jeanne]- Anch’io voglio laurearmi in filosofia. Ma la mia filosofia la tengo per me. Non ho voglia di condividerla con persone che se ne fregano della mia filosofia, come pure di quella di Platone o di Spinoza.
JEANNE – Ma è qui che ti sbagli. È quello che credevo anch’io, ma non è così. I miei alunni non appartengono a una classe intellettuale. Insegno in periferia, in un quartiere operaio. Eppure la filosofia riesce spesso ad appassionarli.
ÈVE -Tutti?
JEANNE – Un numero più che sufficiente. E, comunque, più di tutte le altre materie. È strano, ma per loro è quasi una questione d’amor proprio. Un brutto voto in filosofia è una vera tragedia.
IGOR – Davvero?
JEANNE – Sì, è come se venisse messa in dubbio la loro capacità di pensare. Si vantano di andar male in matematica, ma non in filosofia. E ognuno pensa che la sua filosofia sia migliore di quella degli altri.
IGOR – Quindi vedono il tuo lavoro come un condizionamento.
JEANNE – Bisogna dimostrargli che la tua filosofia, la filosofia che insegni, serve per completare e arricchire la loro, non per sostituirla. È difficile, ma appassionante. E non approvo quelli che per renderla più accettabile si servono di stupidaggini, come i luoghi comuni dei giornali, la psicanalisi o le scienze sociali. No, io l’affronto di petto, fino in fondo, e loro ne sono incuriositi.
ÈVE –  Voi dire che tu gli parli di metafisica?
JEANNE – Non esattamente. Perché, secondo me, loro sui grandi interrogativi come Dio, l’Universo, la libertà, hanno già delle risposte. Ingenue, ma comunque risposte. No, io parlo di filosofia trascendentale.
IGOR – Trascendentale?
ÈVE – [rivolta a Igor] Sì, Kant. [rivolta a Jeanne] Gli fai leggere Kant?
JEANNE – No, non faccio riferimento ai pensatori. Non subito, almeno. Cerco di suscitare una riflessione che porta al pensiero in quanto tale, al puro atto del pensare. Uso la parola trascendentale in senso ampio.
ÈVE – Che comprende anche il senso husserliano?
JEANNE – Sì, certo.
ÈVE – [rivolta a Natacha] E, secondo te…
NATACHA – Cosa?
ÈVE – [sempre rivolta a Natacha] Che significa trascendentale?
NATACHA – Mah… È evidente. Una filosofia che si pone alla sommità, che oltrepassa tutti i punti di vista, che li trascende.
ÈVE – No, non è proprio così. Tu confondi trascendentale con trascendente, come fanno quasi tutti
NATACHA – A me non sembra un disonore. E questo non mi ha impedito…
ÈVE – Di prendere 60 alla maturità? Lo so, io invece ho preso solo 42. Ma non ti offendere. Volevo solo dimostrare a Jeanne che quello che s’impara a scuola non è sempre esatto.
NATACHA – E chi si offende? Vado a prendere i piatti.
JEANNE – Scusate se ho usato un gergo tecnico. Avrei potuto dirlo in un altro modo.
IGOR – Il linguaggio ha poca importanza. Quindi i tuoi studenti ti seguono.
JEANNE – Non solo mi seguono, ma mi precedono.
ÈVE – Ti precedono?
JEANNE – Sì, per esempio l’altro giorno mi ero impegnata con cinque o sei di loro in un piccolo dialogo maieutico, tipo Teeteto: “Scienza e sensazione”, “Sentiamo con gli occhi o attraverso gli occhi?”. Beh io non volevo spingermi troppo lontano. Ma alla fine, non so come, ci siamo trovati a discutere sulla possibilità del giudizio sintetico a priori, come nella Critica della ragion pura.
IGOR – [rivolto a Jeanne] Dicevi che i tuoi studenti…
ÈVE – S’interessano alla possibilità del giudizio sintetico a priori
JEANNE – Sì, è vero
IGOR – Ah!
ÈVE – [rivolta a Igor] Ma tu sai che cosa è un giudizio sintetico a priori?
IGOR – Se lo sapevo, l’ho dimenticato. E tu?
ÈVE – Un giudizio sintetico a priori è un giudizio che, pur essendo a priori, non è analitico. O, per essere più precisi – scusate il gergo – è un giudizio nel quale il predicato non è contenuto nel soggetto.
IGOR -Per esempio?
ÈVE – Per esempio, prendiamo Kant. “Tutti i corpi sono estesi” è un giudizio analitico, mentre “Tutti i corpi sono pesanti” è un giudizio sintetico, ma a posteriori, perché la nozione di pesantezza non è contenuta nel soggetto, ma è portata dall’esperienza.
IGOR – E un giudizio sintetico a priori?
ÈVE – Ehm… “Tutti i corpi…”. Che cosa dice Kant?
JEANNE – In Kant l’esempio è “Tutto ciò che succede ha una causa”. Ma citiamo i giudizi matematici. Per esempio se “La linea retta è la distanza più breve tra due punti”, non lo deduco dal concetto di retta, né tantomeno dall’esperienza.
IGOR – Sì, perché lo spazio è una forma a priori della sensibilità.
ÈVE – Bravo! Vedi che non hai dimenticato? [rivolta a Natacha] E tu l’hai studiato, a scuola?
NATACHA – No, te l’ho detto, forse ne hanno parlato, ma io ero distratta o assente. Ma ho preso 60 alla maturità.
IGOR – Natacha…

Un altro passaggio assai interessante del film – si trova a circa un quarto dalla fine (1h : 20 min. dall’inizio) – è quello in cui Igor, rimasto solo con Jeanne nella casa di campagna (non è da escludere che Natacha li abbia lasciati soli di proposito), le pone tre domande, una di seguito all’altra: Posso sedermi vicino a te? Posso tenerti la mano? Posso baciarti? Per tre volte si sente rispondere “Sì”, poi improvvisamente Jeanne si alza. A Igor, che l’invita a tornargli accanto, risponde “No”. Ragionando in modo distaccato con Igor spiega di aver risposto “Sì” non perché fosse colpita dalle domande, ma dal fatto che lui domandasse. Dice di aver reagito alle domande per onestà nei confronti della logica, o forse – ammette – contro Natacha che aveva complottato per lasciarli soli. Igor ammette di aver bisogno di Jeanne, perché è sempre vissuto con donne disturbate, prima la moglie, poi le sue molte amiche, e la stessa Natacha. Ma Jeanne è irremovibile: come direbbe Pirandello, ha ormai “girato la corda civile”.

L’ultima scena del film mostra Jeanne di ritorno nell’appartamento orrendamente disordinato: sembra contrariata, poi i tratti del volto si distendono; raccoglie i vestiti sparsi qui e là, la giornata è bella (siamo all’inizio della primavera), lei è felice.

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1.1 Appendice gentiliana

Facendo clic sull’immagine si aprono le pp. 236-239 del vol. II del Nuovo sommario di filosofia per i licei classici di E. Paolo Lamanna, ordinario di Storia della Filosofia nell’Università di Firenze (Le Monnier, Firenze, 1961). Fu ininterrottamente, per parecchi decenni, il manuale di riferimento per lo studio della filosofia nel liceo gentiliano.

Le considerazioni di Jeanne sul giudizio analitico, necessariamente a priori, e sul giudizio sintetico a priori hanno riscontro nelle pagine del celebre manuale del Lamanna, composto al tempo in cui la filosofia era studiata nel suo sviluppo storico. Si noti la coincidenza degli esempi di “corpo esteso” (per illustrare il giudizio analitico a priori) e “corpo pesante” (per il giudizio sintetico a posteriori) portati da Jeanne e da E. Paolo Lamanna.

2. La mia notte con Maud (1969)

In questo film ben due capitoli vertono intorno a Pascal: nel primo si discute della convenienza di scommettere sull’esistenza di Dio, argomentata dal filosofo e scienziato francese in termini matematici, nel secondo del suo rigorismo di marca giansenista, per cui la buona tavola non merita attenzione e il matrimonio non costituirebbe un traguardo per una vita compiutamente cristiana. Ma soprattutto, come vedremo, lo spirito di Pascal incombe sulla scelta di vita di Jean-Louis, il protagonista del racconto. Il film, il quarto di un ciclo di sei “racconti morali” (Six contes moraux) girati tra il 1961 e il 1972, è ambientato a Clermont-Ferrand, dove Pascal nacque e visse la prima parte della sua breve vita (morì a 39 anni).
La storia comincia in chiesa, una domenica mattina: Jean-Louis, cattolico praticante con un passato libertino e con una residua pulsazione al libertinaggio, intravede una ragazza che partecipa alla celebrazione della messa recitando le orazioni con convinzione velata di tristezza. All’uscita, lei inforca un Velosolex, lui sale sull’automobile, la segue, poi la perde di vista. Quindi vediamo Jean-Louis a casa, intento a leggere un libro di matematica, aperto su una pagina dedicata al calcolo combinatorio. Il giorno seguente, all’uscita dal lavoro, il caso vuole che veda di nuovo la ragazza gentile e cattolica; lei è ancora sul Velosolex, lui è ancora al volante dell’automobile e ancora una volta la perde di vista. Però «quel giorno, lunedì 21 dicembre, ebbi l’idea improvvisa e definitiva che Françoise sarebbe diventata mia moglie». Quindi entra in una libreria, osserva la copertina di un libro di matematica, ancora sul calcolo combinatorio, apre il libro, lo chiude subito. Entra in una seconda libreria, prende il libro dei Pensieri di Pascal; leggiamo anche noi quel che legge Jean-Louis: il libro è aperto alla pagina relativa alla scommessa sull’esistenza di Dio. Il giorno successivo, o due giorni dopo, finito il lavoro si reca in un bar dove il caso vuole che incontri un amico d’infanzia poi perso di vista dopo l’università. Infatti Jean-Louis, laureato in ingegneria, ha lavorato all’estero, in Cile e in Canada, ed è tornato da pochissimo tempo: lavora alla Michelin che ha sede, appunto, a Clermont-Ferrand. L’amico Vidal è professore di filosofia all’Università, è marxista ed è anche lui un libertino; quando incontra Jean-Louis, non a caso, è in compagnia di una studentessa, che però accomiata per trattenersi a conversare con il vecchio amico.

Prima conversazione su Pascal

Nella saletta superiore del bar i due amici hanno una lunga conversazione sulla famosa scommessa filosofica di Pascal: conviene scommettere sulla possibilità dell’esistenza di Dio, per quanto remota sia la probabilità di tale esistenza, perché in caso di successo la vincita della scommessa ha un valore inestimabile. Questo è l’argomento di Pascal, che l’amico Vidal, essendo ateo, non applica a Dio, ma alla sua visione del mondo.
Il discorso su Pascal comincia da una considerazione di Jean-Louis sull’aleatorietà del loro incontro. Era altamente improbabile che s’incontrassero in quel bar, però «se le nostre traiettorie consuete non si incontrano, è nell’inconsueto che si possono intersecare». Il caso, cioè l’indeterminazione, continua ad avere un posto importante nella vita di Jean-Louis; ed è così d’altra parte in tutti, o quasi, i film di Rohmer, basti pensare al Raggio verde (1986).

Fare clic sull’immagine per seguire la prima conversazione su Pascal.

VIDAL – La sua teoria della scommessa fa di Pascal uno scienziato moderno dove il matematico e il filosofo sono tutt’uno.
JEAN-LOUIS – Sono molto deluso […]. Pascal non si accorda con il mio cattolicesimo d’oggi. E proprio perché sono un cristiano insorgo contro il suo rigorismo.
VIDAL – È come comunista che trovo la teoria della scommessa attuale. In fondo dubito profondamente che la storia abbia un senso […] e mi trovo nella situazione pascaliana. Ipotesi A: vita sociale e azione politica sono prive di senso. Ipotesi B: la storia ha un senso. Non sono certo che l’ipotesi B abbia più probabilità di essere vera della A. Dirò, anzi, che ne ha di meno. Supponiamo che l’ipotesi B ne abbia solo il 10% e l’ipotesi A il 90%. Ciò nonostante, io non posso non puntare sull’ipotesi B. Perché l’ipotesi che la storia abbia un senso è l’unica che mi permette di vivere.
JEAN-LOUIS – È la cosiddetta “speranza matematica”, il rapporto tra utile e probabilità. Le probabilità possono essere scarse, ma il guadagno è infinito.

2.1 La speranza matematica – L’espressione “speranza matematica” usata da Jean-Louis ha un significato preciso nel gioco d’azzardo (non a caso si parla di “scommessa” riguardo all’esistenza di Dio). Nasce da un quesito posto da Antoine Gombaud, cavaliere de Méré, sia a Blaise Pascal, sia a Pierre Fermat: «È più facile ottenere almeno un 6 lanciando quattro volte un dado o ottenere almeno un 12 lanciando 24 volte due dadi?». Il calcolo delle probabilità nasce di qui e da allora è progredito parecchio, oltre il recinto del gioco di azzardo: basti pensare alle applicazioni del calcolo al processo decisionale, con metodo bayesiano. La speranza matematica, o valore atteso, o, meglio ancora, il “valore del vantaggio previsto” è determinato dal «prodotto del “premio” o della “penalità” per la probabilità di ottenere il premio, o di dover pagare la penalità» (Massimo Piattelli Palmarini, L’illusione del sapere, Mondadori, Milano 1993 p. 60), e «il concetto che sta alla base del calcolo del valore del vantaggio previsto è che un premio di 1000 lire che ha una probabilità del 50% di essere vinto, “vale” 500 lire. […] Se giochiamo a dadi (per semplicità supponiamo che ci sia un solo dado) e la posta è di 6000 lire, il prezzo equo è 1000 lire (una sola faccia su sei vince)».

2.2 I Pensieri di Pascal – La formulazione originale della scommessa sull’esistenza di Dio si trova in Pensées, X, 1: vedi l’edizione curata da Havet, ancor oggi di riferimento per la numerazione dei frammenti del pensiero di Pascal (Penseées de Pascal, Delagrave, Paris 1883, p. 170), consultabile facendo clic sull’immagine qui sotto. Il manoscritto originale può essere visionato nell’ottimo sito Les Pensées de Blaise Pascal.

Fare clic sull’immagine per leggere le parole di Pascal sulla scommessa riguardo all’esistenza di Dio. Per la traduzione italiana (da B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino, 1967, pp. 65-71), vedi Pascal, la scommessa.

Seconda conversazione su Pascal

I due amici si vedono ancora, vanno a un concerto, Jean-Louis invita Vidal alla messa di Natale, Vidal invita Jean-Louis a finire la serata da Maud, dopo la messa, tanto più che lei è impegnata con la figlia piccola fino allo scoccare della mezzanotte. Durante la messa Jean-Louis si distrae dalla celebrazione del rito per cercare con gli occhi la ragazza gentile, ma non la trova.
L’appuntamento con Maud è rimandato al giorno dopo, questa volta a cena. Maud è una donna bella, brillante, divorziata, di professione pediatra, libertina (anche lei), interessante. Jean-Louis ormai ha come pensiero dominante la ragazza gentile, si lascia sfuggire qualche indizio. Vidal, che conosce l’amico e soprattutto è un buon filosofo, mettendo insieme i fili della conversazione, capisce che Jean-Louis è posseduto dall’idea del matrimonio, e che è innamorato. Maud è curiosa, chiede inutilmente le confidenze di Jean-Louis.

Questo spezzone contiene la seconda conversazione su Pascal: per vederlo, fare clic sull’immagine.

VIDAL – [rivolto a Maud, della quale ha appena fatto sapere a Jean-Louis che appartiene a una delle più rispettabili famiglie di liberi pensatori del centro della Francia] Capisco che si possa essere atei, lo sono anch’io. Ma c’è qualcosa di affascinante nel cristianesimo che non posso non riconoscere.
MAUD – Guarda che sono impermeabile alla dialettica.
VIDAL – È questo che fa la forza di Pascal. [rivolto ancora a Maud] L’hai letto, Pascal?
MAUD – Sì, “La doppia natura dell’uomo”, “I due infiniti” eccetera eccetera.
VIDAL – Il naso di Cleopatra…
MAUD – Comunque non è uno dei miei autori.
VIDAL – Va bene. Mi trovo da solo solo contro due.
MAUD – [a Jean-Louis] Perché, lei non ha letto Pascal? Vedi?
JEAN-LOUIS – Letto? Sì…
VIDAL – Lui lo detesta, perché Pascal è la sua cattiva coscienza, perché lo smaschera. Smaschera il falso cristiano.
MAUD – È vero?
VIDAL – È il gesuitismo in persona.
MAUD – Lascia che si difenda, no?
JEAN-LOUIS – Ma no: io ho detto che non amo Pascal perché ha una concezione del cristianesimo molto particolare; che del resto è stata condannata dalla Chiesa.
VIDAL – Pascal non è stato condannato, non i pensieri.
JEAN-LOUIS – Ma il giansenismo, sì! E poi Pascal non è un santo.
MAUD – Ben detto!
JEAN-LOUIS – E poi io dico…
MAUD – Ma non interromperlo!
VIDAL – Ma non lo interrompo…
MAUD – Sta zitto e basta! Allora… Diceva?
JEAN-LOUIS – Niente. No: io penso che ci sia un altro modo di concepire il cristianesimo. Ho un grande rispetto per lo scienziato Pascal, ma è proprio per questo che mi urta, il fatto che condanni la scienza.
VIDAL – Ma non la condanna.
JEAN-LOUIS – Alla fine della sua vita, sì.
VIDAL – Non è esattamente una condanna, e comunque non è esplicita.
JEAN-LOUIS – No, mi sono espresso male. Facciamo un esempio…
[…]
JEAN-LOUIS – Quest’ottimo Chanturgue, per esempio […] Pascal deve averlo certo bevuto, visto che era di qui. Ma capirei anche che se ne fosse privato. Io sono abbastanza favorevole alle privazioni, sono contro la soppressione della Quaresima. No: è che quando lo beveva, lo faceva distrattamente. Poiché era malato, doveva seguire una dieta e nutrirsi solo di cose molto buone. Invece non sapeva mai quel che aveva mangiato.
VIDAL – Sì, è sua sorella Gilberte che lo racconta. Mai che avesse detto una volta «Quant’è buono!».
JEAN-LOUIS – Io invece lo dico: “Quant’è buono!”.
MAUD – Benissimo!
JEAN-LOUIS – Non apprezzare ciò che è buono è un male. Cristianamente parlando, è un male.
MAUD – Verissimo.
VIDAL – Per quanto, il tuo argomento mi sembra un poco modesto.
JEAN-LOUIS – Ma niente affatto! Lo ritengo fondamentale. E ci sono altre due cose che mi hanno urtato abbastanza in Pascal. Dice per esempio che il matrimonio è la concezione più bassa della cristianità.
MAUD – Anche io trovo che il matrimonio è una condizione indegna. Ma evidentemente non per le medesime ragioni.
VIDAL – Però Pascal è nel giusto. Tu forse hai voglia di sposarti, come me del resto, ma ciò non impedisce che nell’ordine dei sacramenti il matrimonio sia al di sotto del sacerdozio.
JEAN-LOUIS – Pensavo proprio a questo l’altro giorno, quand’eravamo alla messa di mezzanotte. Davanti a me c’era una ragazza…
VIDAL – Ho capito, dovrò andare a messa se voglio trovare una ragazza.
MAUD – Saranno più chic che alla sede del partito.
VIDAL – Il tuo vocabolario tradisce la tua natura piccolo borghese.
MAUD – Piccolo borghese, esattamente. Allora… Questa bella ragazza?
JEAN-LOUIS – Io non ho detto che era bella. Però lo era! Almeno per me.

Nel seguito del film Vidal, con la scusa di dover far ritorno a casa quanto prima, dove dice di aver dimenticato le finestre aperte, lascia Jean-Louis solo con Maud, la quale mette in atto un tentativo di seduzione. Jean-Louis resiste, sta per cedere, poi si ritrae. Il suo comportamento è coerente con quanto aveva teorizzato nella conversazione, quando si disse contrario alle avventure occasionali, che forse avrebbe accettato nel passato; ma adesso è cambiato.

Jean-Louis, Vidal e Maud si sono dati appuntamento, già dalla sera prima, per una passeggiata in montagna, per il giorno di Santo Stefano. Poco prima dell’appuntamento Jean-Louis si reca in un bar, ordina un caffè, ma ecco che dietro i vetri vede passare la ragazza gentile in sella al suo Velosolex. Nonostante l’aria gelida, non si cura di raccogliere il cappotto, che rimane posato sulla sedia del bar, si precipita all’inseguimento della ragazza che per fortuna parcheggia il Velosolex in una piazza lì vicino. Jean-Louis le si avvicina, si stropiccia le mani per il freddo e le rivolge la parola con fare apologetico:

JEAN-LOUIS – Lo so che dovrei trovare un pretesto, ma i pretesti sono sempre idioti. Che cosa devo fare per conoscerla?
LA RAGAZZA GENTILE – Lei ha l’aria di saperlo meglio di me.
[…]
JEAN-LOUIS – Di solito non vengo meno ai miei principi. Ma devo dire che quando mi succede, ne vale veramente la pena.
LA RAGAZZA GENTILE  – Lei non sembra affatto l’uomo che si affida al caso.
JEAN-LOUIS – E invece è il caso che domina la mia vita.

Insomma, il discorso cade ancora una volta sul caso. Jean-Louis cerca di strapparle un appuntamento. Lei si limita a dire «Forse, vedremo». Il ghiaccio in ogni caso è rotto, Jean-Louis sa di aver fatto una buona impressione; sa anche che, male che vada, incontrerà ancora la ragazza gentile, che lo saluta con un invitante «Arrivederci», e potrà rinnovare l’invito. La incontrerà in chiesa, naturalmente. Segue la gita in montagna. Vidal, che si è presentato in compagnia di una ragazza bionda, probabilmente una studentessa, lascia Jean-Louis e Maud ancora una volta soli. Jean-Louis questa volta bacia Maud, ma precisa che quello è un bacio amicale. Accompagna Maud a casa, l’aiuta ai fornelli, non vuole ferirne l’orgoglio, anzi è galante con lei e soggiunge «Grazie a te ho fatto un passo nel cammino della santità. Le donne hanno sempre contribuito al mio progresso morale». Nell’accomiatarsi, poiché Maud insiste a conoscere il segreto di Jean-Louis, ammette finalmente di avere qualcosa in vista, cioè una ragazza. Ammette che la ragazza è bionda (Vidal aveva detto che a lui piacciono le bionde), ma non aggiunge altro. Maud capisce che quella ragazza, oltre che bionda, è cattolica.

Uscito dalla casa di Maud, Jean-Louis passa per la piazza dove la ragazza gentile aveva parcheggiato il Velosolex, la vede mentre si mette in sella, arresta l’automobile e le va incontro:

JEAN-LOUIS – Vede? Stamattina parlavamo del caso…
LA RAGAZZA GENTILE – Mi ha riconosciuta con questo buio?
JEAN-LOUIS – Mi sarei fermato anche con solo dieci probabilità su cento che fosse lei.
LA RAGAZZA GENTILE – Ebbene, come vede, sono io.
JEAN-LOUIS – Torna a casa in motorino?
LA RAGAZZA GENTILE – Sì, ho perduto l’autobus.
JEAN-LOUIS – Allora l’accompagno. È troppo pericoloso. Venga. E poi è sulla mia strada.

Il film procede linearmente verso l’epilogo, Jean-Louis con la ragazza gentile è aperto, non deve più nascondersi, non è più “gesuitico”, come direbbe l’amico Vidal. Sono appena giunti in prossimità del pensionato dove la ragazza, studentessa di biologia, alloggia, quando l’automobile rimane bloccata, a causa del fondo ghiacciato. Siamo sotto Natale, gli studenti sono in vacanza, Jean-Louis potrà dormire nel pensionato. Rispetta la ragazza, naturalmente, parlano del più e del meno, poi tocca il punto cruciale:

JEAN-LOUIS – Le secca se le parlo della mia fortuna?
LA RAGAZZA GENTILE – No, e poi in realtà non ne parla.
JEAN-LOUIS – Sì, sì. Mi piace approfittare del caso. Ma la fortuna ce l’ho soltanto per le cause buone. Se volessi commettere un delitto, sono certo che non avrei successo.
LA RAGAZZA GENTILE – Così non ha problemi di coscienza.
JEAN-LOUIS – No, pochissimi. Lei ne ha molti?
LA RAGAZZA GENTILE – Beh, sì. Vede, per me è il contrario. Il successo mi pare sempre un po’ sospetto.
JEAN-LOUIS – È quello che si chiama peccare contro la speranza. È molto grave. Lei non crede alla grazia? Non parlo necessariamente delle cose materiali.

Adesso finalmente Jean-Louis conosce il nome della ragazza gentile, si chiama Françoise. La vigilia dell’anno nuovo i due entrano in una libreria, poi salgono su una collinetta che domina la città innevata. Lei è felice dell’amore che Jean-Louis le ha confessato, ma è combattuta. A lui che le dice che è come se l’avesse conosciuta da sempre, lei risponde che alle volte ci si sbaglia. Gli confessa di aver avuto un amante, un uomo sposato, adesso è tutto finito, ma la cosa è durata fino a poco tempo innanzi. Cioè, non è la brava ragazza cattolica che lui pensa. Jean-Louis non la giudica per questo; anzi, come per pareggiare le colpe, afferma di essere stato con una “ragazza”, proprio la sera prima in cui conobbe Françoise. Lei dice: «Non parliamone mai più, ti prego».

Le ultime inquadrature del film mostrano Jean-Louis e Françoise su un sentiero in discesa che porta a una spiaggia, probabilmente sull’Atlantico. Françoise tiene per mano il figlio. C’è una donna che viene in senso opposto, Françoise rimane indietro. Il caso vuole che Jean-Louis e Maud s’incontrino, cinque anni dopo quella notte. Non c’è bisogno di presentare Françoise a Maud, perché – dice Maud – si conoscono da diversi anni, perlomeno di vista. Françoise appare turbata, si allontana con il bambino. Maud: «Dunque era lei. Avrei dovuto pensarci».
Tornando da Françoise, Jean-Louis comincia a dirle che, il giorno in cui l’ha conosciuta, tornava dalla casa di Maud. Stava anche per dirle che però non era successo niente, poi però si ferma, perché capisce, di colpo, che «l’imbarazzo di Françoise non dipendeva da quello che lei apprendeva di me, ma da quanto indovinava che io apprendevo di lei, e che in realtà io scoprivo in quel momento, e solo in quel momento. E così dissi il contrario della verità: “Sì, fu la mia ultima scappatella. Strano che mi sia capitato di incontrarla proprio qui”». Françoise è rinfrancata, sorride: «Davvero, è piuttosto curioso. Comunque è roba passata, lontana. Avevamo detto di non parlarne più». «Sì, è vero, non ha nessuna importanza», dice Jean-Louis. «Facciamo il bagno?». La cosa della quale non si sarebbe più parlato è che Françoise era stata l’amante del marito di Maud.

Così, con uno stratagemma “gesuitico”, Jean-Louis salva la situazione. Ma lui, perlomeno nella scelta di vita che doveva concludersi con il matrimonio, fu tutt’altro che gesuitico, anzi fu giansenista: aveva creduto fin dal principio nei segni a lui e soltanto a lui destinati, quando decise che quella ragazza gentile sarebbe stata sua moglie e fu pascaliano, e conseguentemente giansenista, nel guardarsi bene dal “peccare contro la speranza”. Quel Jean-Louis, ingegnere razionalista e cartesiano che disapprova il ripudio della scienza da parte di Pascal, dopo la sua conversione, quello stesso che conversando prima con Vidal, poi con Maud si dice “urtato” dal rigorismo giansenista, in realtà incorpora il significato della scommessa pascaliana nella scelta della donna della sua vita. Probabilmente aveva ragione Vidal che lo accusava scherzosamente di essere in realtà un giansenista, ma anche un gesuita. La contraddizione non è nella definizione dell’uomo, ma nell’uomo stesso.


Françoise, la ragazza gentile della scommessa pascaliana di Jean-Louis.

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2.3 Vita di Blaise Pascal

Fare clic sull’immagine per vedere il film per la televisione realizzato nel 1971 da Roberto Rossellini.

I “Modi” di Giulio Romano, le incisioni di Marcantonio Raimondi e le posizioni dell’Aretino

Esempi di riproducibilità dell’opera d’arte nell’era digitale


Marcantonio Raimondi contribuì a diffondere l’arte di Albrecht Dürer traendo dalle sue xilografie (incisioni su legno) pregevoli calcografie (incisioni su rame), di qualità dai più giudicata superiore all’originale. Anche l’arte di Raffaello cominciò ad essere conosciuta in tutta Europa grazie alle incisioni che il Raimondi realizzava avendo come modello i disegni preparatori degli affreschi. Rivestono importanza, tra l’altro, perché consentono di apprezzare i ripensamenti dell’artista in corso d’opera (per esempio nell’affresco del Parnaso) rispetto al progetto originale.
Il video presenta l’opera del Raimondi, ma per eccesso. In realtà nella sezione d’incisioni erotiche (si veda al min. 4 : 31) le figure sono per la lo più quelle dell’Arétin d’Augustin Carrache ou recueil de postures érotiques, del quale si dice in fondo a questo articolo, pubblicato nel 1798, e comunque dovute a un incisore francese.
Qui sotto, il Parnaso di Raffaello come appare nell’incisione del Raimondi, della quale furono stampate numerose copie (questa che vediamo è conservata alla Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli di Milano). L’affresco di Raffaello si trova nella Stanza della Segnatura, quella stessa della Scuola di Atene, sempre del Raffaello, nel Palazzo apostolico al Vaticano.


Stanza della Segnatura, affrescata da Raffaello: a sinistra, il Parnaso; a destra, la Scuola di Atene.


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Marcantonio Raimondi nel 1524 realizzò sedici calcografie che ispirarono altrettanti Sonetti lussuriosi (1525) al poligrafo Pietro Aretino, del quale l’umanista comasco Paolo Giovio scrisse il seguente scherzoso epitaffio:

Qui giace l’Aretin, poeta Tosco,
che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo,
scusandosi col dir: «Non lo conosco»!

A sua volta il Raimondi trasse le incisioni dai disegni di Giulio Romano, allievo e collaboratore di Raffaello: vi sono presentate sedici figure d’amore –  figurae o schemata Veneris , come si diceva un tempo: oggi, banalmente, “posizioni” – ovvero sedici “modi” di fare all’amore: infatti quelle incisioni, che ebbero rapida e fortunata circolazione in tutta Europa, erano conosciute come i Modi di Giulio Romano. L’aver consentito all’amico Marcantonio Raimondi di trarne le incisioni, che sarebbero state contemplate da persone di rango non principesco, e che non godevano della protezione dei principi, procurò qualche noia a Giulio Romano e il carcere all’incisore. Al momento della pubblicazione dei rami infatti, nel 1524, lo stesso Giulio Romano rischiò il carcere (così scrive il Vasari); riuscì a evitarlo, ma, ad ogni buon conto, pensò bene di lasciare Roma, per recarsi a Mantova dai Gonzaga, dove trascorrerà il resto della sua vita. A Mantova Giulio Romano sarà l’architetto del Palazzo del Te e il pittore delle sue sale, decorate con cicli di affreschi meravigliosi: sono famose, per esempio, la Sala dei cavalli e la Sala di Amore e Psiche.

L’unica delle sedici incisioni del Raimondi pervenutaci, tra quelle relative ai Modi di Giulio Romano: si trova all’Enfer du Cabinet des Dessins et des Estampes de la Bibliothèque Nationale de France (Reserve AG2). I disegni di Giulio Romano, invece, sono andati tutti perduti.

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Quando,  l’Aretino ebbe visto i Modi incisi da Marcantonio Raimondi, fu preso da sùbito entusiasmo, tanto da comporre un sonetto lussurioso per ognuna delle figure d’amore illustrate. In seguito, verso la metà degli anni ‘30, le incisioni furono stampate insieme con i sonetti, gli uni specchiandosi in quelle, e viceversa. Le incisioni non sono però quelle di Raimondi: sono di formato minore, perché il libro è stampato in 8°, meno accurate, ma pur sempre a quelle ispirate. Il libro dei Sonetti lussuriosi così illustrati fu immediatamente sequestrato, come in precedenza erano state sequestrati e distrutti i Modi tratti da Giulio Romano.
Leggiamo in Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi, ed. critica e commento di Danilo Romei, Lulu, Raleigh 2019, p. 25: «quest’edizione [curata dall’Aretino, N.d.A.] noi non la possediamo. Di tutta la produzione a stampa del Cinquecento noi possediamo appena un esemplare: acefalo, anepigrafo, mutilo, senza note tipografiche. […] Per convenzione si chiama T (esemplare Toscanini)». Il volumetto infatti, probabilmente stampato intorno al 1550, «era stato in possesso di Walter Toscanini, figlio del grande direttore d’orchestra, che gestiva una libreria antiquaria a Milano […] Nel 2006 fu battuto da Christie’s di Parigi per 325.000 euri e acquistato da un anonimo collezionista ginevrino».

Alla mostra Pietro Aretino e l’arte del Rinascimento sono state presentate quattro pagine di una pubblicazione dei Sonetti lussuriosi (le vediamo qui sotto), tratte dall’Edizione Nazionale delle Opere di Pietro Aretino (P. Aretino, Poesie varie, Salerno Editrice, Roma 1992): ebbene, sono quelle  dell’edizione pirata — diciamo così — della quale si è detto.


Quattro pagine tratte da un’edizione pirata, cinquecentesca, dei Sonetti lussuriosi dell’Aretino illustrati con incisioni eseguite ad imitazione di quelle realizzate da Marcantonio Raimondi, che a loro volta costituivano una trasposizione su rame dei Modi (o figure d’amore) di Giulio Romano. Con riferimento all’edizione veneziana (1556) dei Sonetti lussuriosi, quelli presentati qui sopra sono i sonetti 3 e 4; in basso, i sonetti 8 e 7.


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Riassumendo, nell’ “inferno” delle biblioteche, dove si conservavano, protetti da occhi indiscreti, i libri libertini o comunque posti all’Indice, non si è trovata traccia dell’edizione curata dall’Aretino; dell’edizione pirata, peraltro mutila, avanza un esemplare unico. (A proposito: che non sia il caso di costituire un inferno, anche nelle nostre biblioteche, per conservarvi i libri e i Dvd dei film ostracizzati dai camerieri del politicamente corretto e dalle femministe?).
A questo punto, non ci rimane (vedi sotto) che leggere i Sonetti lussuriosi, dei quali presentiamo l’edizione veneziana del 1556, l’anno stesso della morte del “flagello dei principi”, l’anno immediatamente precedente a quello in cui tutta l’opera dell’Aretino fu messa all’indice, come si dice, cioè fu inclusa nell’Index librorum prohibitorum. Osserviamo che secondo il Romei quest’edizione sarebbe un falso settecentesco, laddove un altro studioso dell’Aretino, il ticinese Fiorenzo Bernasconi, osserva: «Si tratta di un’edizione rarissima, della cui esistenza si è spesso dubitato» (Appunti per l’edizione critica dei “Sonettti lussuriosi” dell’Aretino, in “Italica”, LIX, 4, p. 277). Ma il libro è stato identificato, conservato nella Biblioteca Nazionale austriaca (Österreichische Nationalbibliothek, Wien), ed è consultabile in rete, anche da questo sito (facendo clic sull’immagine immediatamente qui sotto). Echi di questa polemica si trovano in  “I Sonetti lussuriosi” di Pietro Aretino come in uno specchio. Manca però una spiegazione convincente delle ragioni che porterebbero a giudicare l’edizione veneziana un falso (analisi chimiche della carta e dell’inchiostro, analisi formale alla luce dei precetti e della storia dell’arte tipografica ecc.).

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Sonetto di presentazione dei sedici Sonetti lussuriosi ispirati all’Aretino dalla visione dei Modi di Giulio Romano. Il sonetto è del tipo cosiddetto caudato, perché al sonetto tradizionale, composto di due quartine e due terzine in versi endecasillabi, fa seguito una terzina costituita da un verso settenario in rima con l’ultimo verso della terzina precedente e un distico di endecasillabi a rima baciata. Questo che vediamo sopra è il sonetto stampato nell’edizione veneziana (1556), che può essere sfogliata facendo clic sull’immagine.
In basso, lo stesso sonetto quale si legge nell’edizione critica curata dal Romei, anch’essa sfogliabile facendo clic sull’immagine. Questo è il sonetto proemiale, seguito dai sedici sonetti “ispirati” dai Modi, più un sonetto di chiusura. I sonetti dell’edizione veneziana che non fanno parte della raccolta dei 16 + 2 Sonetti lussuriosi dell’edizione critica, per quanto piacevoli a leggersi, sono da considerarsi spuri.


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Il confronto dell’edizione veneziana con quella critica curata da Romei, stampata — anche questo è degno di nota — negli Stati Uniti d’America l’anno scorso, si presta a puntualizzazioni di carattere filologico; per esempio, nel sonetto IIII dell’edizione veneziana leggiamo «Mettemi un dito in cul, cazzo vecchione», mentre nell’edizione critica è scritto, ragionevolmente, «Mettimi un dito in cul, caro vecchione», proprio come nell’edizione pirata! Tuttavia faremmo male a prendere sul ridere tali questioni, perché ci sono filologi, soprattutto se neofiti ambiziosetti ed aspiranti stregoni, severissimi, soprattutto nelle minuzie; perciò vanno alla ricerca della pagliuzza nell’occhio del prossimo, pur di pavoneggiarsi, senza avvedersi del trave che è nel loro occhio; e, nel loro ottuso fanatismo, sono capaci di delitti efferati, contro il buon senso e contro le buone maniere.
Il clima della Controriforma non impedì che i Sonetti lussuriosi continuassero ad essere ristampati, corredati d’incisioni – per esempio, attribuite ad Agostino Carracci, fratello di Annibale, ma l’attribuzione è tutt’altro che certa – ispirate all’opera del Raimondi, per la gioia degli epicurei professi, ma ancor più per la gioia repressa dei moralisti. Come che sia, le illustrazioni dei Sonetti lussuriosi, più o meno pretestuose, ebbero circolazione ininterrotta, ovviamente limitata, come opera a sé stante, cioè separata dai sonetti dell’Aretino. Nel Settecento si pubblicarono venti illustrazioni di amori lascivi, attribuite al Carracci, stampate in un’improbabile tipografia “À la nouvelle Cythère” (in realtà, la tipografia di Pierre Didot, esponente della nota famiglia dei Didot benemeriti dell’arte tipografica), che i critici attribuiscono al bulino dell’incisore Jacques Joseph Coiny. Ma l’Aretino era ormai poco meno che un pretesto. È interessante tuttavia la cornice mitologica di presentazione delle figure di Venere, né si dura fatica ad osservare che i riferimenti alla statuaria e alla letteratura classica sono impeccabili: l’unico esempio di epoca moderna è tratto dall’Orlando furioso, con ampia citazione delle stanze del poema ariostesco dedicate agli amori di Angelica e Medoro.


Una doppia pagina dell’Arétin d’Augustin Carrache ou recueil de postures érotiques, d’après les gravures à l’eau-forte par cet artiste célèbre: il libro è conservato alla Bibliothèque Nationale de France, ed è reperibile nel sito della medesima, Gallica. Si noti, nell’antiporta del libro, la carta cioè che precede il frontespizio, la scritta, a matita, Enfer: cioè il libro faceva in origine parte dell”Inferno” di una biblioteca privata. Per sfogliarlo, si faccia clic sull’immagine.


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Di Marcantonio Raimondi rimane da dire che non poté evitare il rigore del carcere (per le incisioni dei Modi, non per i Sonetti lussuriosi, le cui figure non sono di sua mano), perché grande fu lo sdegno del pontefice Clemente VII. Al momento del sacco di Roma (1527) ad opera dei Lanzichenecchi era libero, perché in precedenza era intervenuto in favore della sua liberazione, presso il pontefice, lo stesso Aretino; poi fu di nuovo incarcerato e liberato dagli Spagnoli [1] dietro pagamento di un riscatto, infine lasciò Roma senza lasciar più traccia di sé.

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[1] I Lanzichenecchi erano mercenari tedeschi (originari principalmente delle provincie di Merano e Bolzano) al servizio del Sacro Romano Impero, che era in conflitto con il Regno di Francia, il Ducato di Ferrara e lo Stato Pontificio; furono inutilmente contrastati da Giovanni dalle bande nere, come si vede nel film di Olmi Il mestiere delle armi. Imperatore era allora Carlo V d’Asburgo, arciduca d’Austria e re di Spagna. Così si spiega la presenza degli Spagnoli a Roma.

Viaggio virtuale in Istria

Alida Valli, Laura Antonelli, la vela latina e il “parlar latino” nella lingua di Camilleri

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Senso

Figg. 1 e 2 – Qui sopra, ‘Senso’ (1951), film di Luchino Visconti tratto da una novella di Camillo Boito. La pellicola incorse nei rigori della censura, non solo per il sapore erotico di alcune scene ma soprattutto per aver toccato l’argomento dell’ottusità del comando militare: la narrazione è ambientata al tempo della cosiddetta III Guerra d’Indipendenza, nel corso della quale l’Italia subì pesanti sconfitte per terra e per mare, a parte la battaglia di Bezzecca (21 luglio 1866), vinta per merito del Corpo Volontari italiani, al comando di Giuseppe Garibaldi.
In basso, ’Passione d’amore’ (1981), film di Ettore Scola tratto da ‘Fosca’, di Igino Ugo Tarchetti. Laura Antonelli interpreta il personaggio di Clara, il primo dei «due grandi amori, diversamente sentiti, ma ugualmente fatali e formidabili»: Giorgio, il protagonista, conosce la dolcezza della prima creatura e la bruttezza del corpo, che imprigiona un animo sensibile ed egoista, della seconda.
Entrambi i film sono stati presentati in questo diario, quando però non si dava in rete la possibilità di vederli per intero (adesso basta fare clic sulle rispettive immagini, sopra e sotto): vedi Rec. a Senso e Rec. a Passione d’amore.

PAssione d'amore

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I lettori di Nusquamia non ignorano – credo – la grande considerazione in cui teniamo Alida Valli e Laura Antonelli: entrambe polesane, entrambe bellissime, entrambe con la fronte a bauletto; entrambe trascorsero gli ultimi anni della vita in strettezze economiche. Alida Valli ebbe la pensione Bacchelli, Laura Antonelli nemmeno quella, devastata nel bel sembiante d’un tempo dal botulino e dalla malattia. Proprio loro che furono donne generose, mai avare di donnesche grazie, concesse splendidamente a molti, a nessuno per calcolo: perciò non esitiamo a definirle due sante. Ma con questa differenza, Alida Valli fu generosa perlopiù con chi le meritava, Laura Antonelli con chi non le meritò (unica eccezione: Jean-Paul Belmondo), e profittò vilmente della sua santità. Per non ripetere cose già dette, rimando il lettore agli articoli:

Laura Antonelli interprete ideale per un film di Ettore Scola
Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro
Piccolo mondo antico, di Mario Soldati, dove si pone il dilemma: Regno Padano o Italia?: l’articolo reca due esempi della generosità di Alida Valli.

L’alta considerazione per queste due Muse da tempo ci faceva pensare all’opportunità di un viaggio di approfondimento, un po’ come parecchi anni fa la lettura di Colomba e delle altre novelle còrse di Prosper Merimée c’indusse a visitare la Corsica; e come, in seguito, una rilettura dell’Odissea ci fece approdare a Itaca. Ovviamente, recandoci in Istria, avremmo visitato Fiume, onde intercettare lo spirito dell’impresa fiumana, per auspicabile effetto d’induzione indiretta. La lettura dell’ottimo libro di Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (il Mulino, Bologna 2002) ci ha convinto: la “festa della rivoluzione” del “comandante” (cioè di D’Annunzio, altro che il “capitano” sbracato e con bava di mojito agli angoli della bocca!) fa impallidire il ’68, era meglio del ’68 e, a differenza del ’68, non degenerò nella feroce “mongoburocrazia“ istituzionale, con appendici politicamente corrette. Mussolini s’ispirò parecchio a D’Annunzio, s’impadronì di alcune sue invenzioni linguistiche, a cominciare dall’“Eja, eja, alalà”,[1] ma presto non fu più il rivoluzionario, il socialista massimalista di un tempo: grazie alla pazienza e all’ingegno di Margherita Sarfatti, Mussolini si diede una spolverata e divenne istituzionale; ma non riuscì mai a imbrigliare D’Annunzio, anzi lo temeva.
Prima però di partire dovrei assolutamente leggere Il porto dell’amore di Comisso, romanzo autobiografico ambientato a Fiume tra la primavera del 1920 e il “Natale di sangue” dello stesso anno. Mi faccio una colpa di non averlo ancora letto, con la sola scusante che non intendo acquistare la ristampa recente (2011) per i tipi di Longanesi, con la prefazione di Nico Naldini (per la cronaca, cugino di Pasolini). Cercavo, senza trovarla, un’edizione dignitosamente datata, per esempio quella Longanesi del 1959, o quella Mondadori del 1983, fermo restando che non posso permettermi l’edizione stampata a Treviso a spese dell’autore, che sul mercato antiquario è quotata 1.500 euri.
Ma ancora non son partito per l’Istria, né penso che lo farò quest’anno, per via del morbo – il Covid-19 – che ha fatto la fortuna politica e mediatica di alcuni, ma che ha precipitato nell’indigenza molti nostri fratelli e, nel migliore dei casi, ha prostrato e defraudato del tempo e della libertà, la cose più preziose, milioni di onesti cittadini. Non è sano partire, forse nemmeno si può; oppure, se lo fai, devi farlo sotto l’occhio di birri e delatori, in un clima per niente simpatico.

Istria

Fig. 3 – Istria: la parte superiore (una lunetta, con convessità verso il basso) appartiene alla Slovenia, compresa Capodistria. Il resto è Croazia.

Meglio dunque non mettersi in viaggio, fisicamente; possiamo però pensare a un viaggio ipotetico, questo proprio non ce lo può impedire nessuno: nemmeno la Gruber, nemmeno il potentissimo Casalino. Ariosto d’altra parte scriveva di non sentirsela di viaggiare, e che avrebbe semmai viaggiato con Ptolomeo,[2] contentandosi cioè delle descrizioni contenute nella Cosmographia di Tolomeo e delle mappe del suo tempo. Ebbene noi, grazie a Internet possiamo far qualcosa di meglio, tanto più che riguardo all’Istria Tolomeo è avaro di notizie, come vediamo nel riquadro qui sotto.

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Istria nell'Italia_di_Tolomeo

Figg. 4 e 5 – L’Istria come appare in una tavola inchiostrata e colorata su pergamena appartenente al codice manoscritto della Cosmographia (o Geographia) di Tolomeo, composto verisimilmente a Firenze nel 1467: Cosmographia Claudii Ptolemaeii Alexandrini… florentis manu Donni Nicolai Germani Presbyteri secularis descripta, Tabulisque egregie pietatis adornata ac Paulo secundo summo Pontifici, ab eodem circa Annum 1467 dedicata.[3] Per vedere un’immagine ingrandita della tavola, fare clic sull’immagine: si aprirà una nuova finestra che presenta la medesima tavola, con la possibilità di ingrandimento progressivo, agendo sulla rotellina del mouse. Leggiamo sulla tavola le indicazioni di Capodistria (Tergestum colonia), del fiume Risano (in latino, Formio), di Parenzo (Parentium) e di Pola. Utilizzando i comandi della nuova finestra sarà possibile sfogliare il secondo volume dell’opera, contenente tutte le tavole, eseguite sotto la guida di Nicolò Germano. Il testo di Tolomeo è contenuto nel primo volume dell’opera (per sfogliarlo fare clic qui), nella traduzione latina di Jacopo D’Angelo (completata nel 1406): quella stessa utilizzata nelle numerose edizioni della Cosmographia di Tolomeo, stampate nel XV secolo, e successivamente.
Qui sotto, una pagina dell’edizione a stampa del manoscritto precedente (Ulm, 1482): nella colonna a sinistra, in basso, si leggono le coordinate di alcune località istriane. Le tavole di Nicolò Germano, sono riprodotte con procedimento xilografico, una tecnica che si sposa ottimamente con l’arte tipografica di recente invenzione. Le tavole sono colorate a mano, di qualità inferiore, e semplificate. Si veda per esempio l’equivalente a stampa della tavola che presenta l’Istria, alle pp. 188-89 dell’edizione scandita al computer, sfogliabile facendo clic sull’immagine sottostante.

Istria, Tolomeo, ed. a stampa

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Preparativi per il viaggio

Primo passo: l’itinerario – Immaginiamo che la prima tappa del nostro viaggio sia Pola e scartiamo l’ipotesi di un lungo viaggio in automobile, passando per Venezia e Trieste. Nella Fig. 3 vediamo che c’è modo di raggiungerla via nave; infatti, si dànno diverse possibilità, ma se vai a cercare in rete, trovi un numero straordinario di siti che ti vogliono succhiare e “fidelizzare”, come dicono lorsignori. O sai fin da principio a quale linea di trasporto vuoi affidarti, oppure se devi considerare il ventaglio delle offerte, confrontare, decidere in conseguenza, rischi di perdere un mare di tempo. Mi hanno consigliato un sito che mette in concorrenza i diversi vettori, ho provato, ma ho l’impressione che anche quel sito abbia una sua politica di sponsorizzazione e captazione di commesse prossenetiche. Considerato che c’è un’agenzia di viaggi vicino a casa, tutto sommato converrà servirsene, confidando che l’impiegata sia ancora quella persona gentile di qualche tempo fa, non determinata, non markettara.

Secondo passo: l’albergo – Sono favorevole all’improvvisazione, a programmare il meno possibile. Però è meglio non arrivare sul posto completamente sprovveduti, perciò Internet potrà anche essere consultato, ma con juicio: sarà una carta di riserva, da giocare all’ultimo momento. La cosa migliore è arrivare per tempo sul posto, annusare l’aria, fare quattro chiacchiere, valutare il da farsi secondo criteri propri (che per le persone bennate non coincidono con quelli del decoro piccolo borghese o del cosiddetto comfort mongomanageriale).

Terzo passo: documentazione cartografica – Google Maps può andare bene come navigatore, ma la cartografia è orribile. Molto meglio – parlando sempre di mappe reziali – quella di ViaMichelin, che ci ricorda un po’ le care vecchie carte dell’Istituto Geografico De Agostini, o quelle del Touring club. Ma la cosa migliore è avere sotto gli occhi qualche carta del buon tempo antico: nel nostro caso, quello dell’Istria, con i confini magari sbagliati, e senza l’indicazione delle strade più recenti (ma è bello percorrere le strade antiche, sempre che ancora ci siano). La carta della Fig. 3 può essere un buon punto di partenza. Ma perché fermarsi a questa? Abbiamo già considerato la carta del codice tolemaico del 1467 (Fig. 4); non sarà male ragionare anche sulla carta presentata nella Fig. 6, che è del 1525, su quella della Fig. 7, che è del 1665, e su quella della Fig. 8, che è del 1885. Con questo non intendo affermare che le carte antiche siano utili, dico che è bello ragionarci, come sempre sulle cose antiche, che sono anche nobili (questo è il significato di antiquus). Non è soltanto una questione di estetica, ma anche morale, perché una carta antica ci riporta al tempo in cui esisteva ancora l’uomo, una razza in via di estinzione (come dice Henry Fonda in un film di Leone), al tempo in cui l’onore contava qualcosa, almeno per alcuni uomini, e chi era un mascalzone era se non altro costretto a fingere di non esserlo. Doveva ancora nascere l’aziendalismo che ci vorrebbe tutti determinati e mascalzoni.

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Fig. 6 – Carta dell’Istria tracciata originariamente nel 1525 da Pietro Coppo e riportata nell’Atlante dell’Ortelius del 1575. Facendo clic sull’immagine si accede a una nuova finestra che presenta la medesima tavola, con possibilità di vari ingrandimenti (agendo sulla rotellina del mouse).

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Fig. 7 – Carta dell’Istria pubblicata nell’Atlante di Joan Blaeu (1665). Fare clic sull’immagine per visualizzarne un ingrandimento (variabile, agendo sulla rotellina del mouse).

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Fig. 8 – Particolare della Carta d’Italia, stampata dall’Istituto Geografico Militare di Firenze (1885). Fare clic sull’immagine per visualizzarne un ingrandimento (variabile, agendo sulla rotellina del mouse).

 

Quarto passo: la cultura – Si ha pudore a parlare di cultura, tanto la parola è oggi sputtanata, più o meno come la professione di virologo. Il pensiero corre infatti agli assessorucoli alla cultura, o alle manifestazioni (ma a lorsignori piace dire “eventi”) culturali: personaggi e cose deprimenti. Né tampoco pretendiamo di definire la cultura, cioè d’ingabbiarla. Tagliamo corto dicendo che la cultura è quella che ognuno ha, o vorrebbe avere: esiste pertanto un’alta cultura (quella della quale parlava Marcuse, e che comunque è bene rimanga indefinita), una cultura certificata a norma di cacata carta da dichiarare nel curriculum vitae, una cultura degli assessorucoli, una cultura degli agrimensori “pedociclabili” (che i lettori di questo diario hanno imparato a conoscere), una cultura enogastronomica, una cultura femminista ecc.
Quale che sia la cultura (meglio, se non è definita) non c’è dubbio che ciascuno viaggiando rechi con sé la propria ed entri in un ambiente culturalmente caratterizzato, o caratterizzabile. Faccio grazia al lettore (e a me stesso) di considerazioni scontate sull’incontro delle culture, sul dialogo giovanneo ecc. Mi limito a dire che, nell’organizzare questo viaggio virtuale in Istria, mi sento in dovere di ripassare i film di Alida Valli, compresi quelli dell’epoca dei telefoni bianchi, quando era la “fidanzatina d’Italia”, compreso anche il melodramma giudiziario Il caso Paradine girato in America con Hitchcock, e compresi, naturalmente, Piccolo mondo antico di Soldati (al tempo follemente innamorato della Valli, senza successo) e Il terzo uomo di Carol Reed. Quanto a Laura Antonelli, penso che abbia dato il meglio di sé nel Merlo maschio di Pasquale Festa Campanile, in Malizia di Salvatore Samperi e nella Venexiana di Mauro Bolognini: come viatico per il viaggio istriano mi par sufficiente. Dell’impresa fiumana e dell’importanza di leggere Comisso ho già detto (ho appena preso al volo, in antiquariato internettiano – stentava ad apparire, ormai da un po’ –, l’edizione Longanesi del 1959 del Porto dell’amore).

Continuo a cercare notizie sull’Istria, sempre via Internet, raccogliendo le più interessanti in una cartella “dedicata” (come si dice) dei siti preferiti. Ed è così, spigolando un po’ oggi, un po’ domani, che sono approdato a un sito assai interessante che si presenta all’internauta sotto questo nome: Sito Web di Aldo e Corrado Cherini. Qui Corrado Cherini ha raccolto, con molto buon gusto e con understatement esemplare (dovrei dire ‘tapinòsi’, ma temo che non tutti sappiano che questo è il vocabolo italiano per understatement), gli scritti e i disegni del padre Aldo: alcuni pubblicati precedentemente a stampa; altri, trovati nei cassetti di scrivanie e armadi, diligentemente raccolti in buste intitolate a vari argomenti, inediti.
Il sito dei due Cherini si divide in due sezioni: la prima è dedicata alla Marina militare e mercantile, e alla marineria storica; la seconda è dedicata all’Istria, della quale Aldo Cherini parla con amore, senza mai scadere nella petulanza e nelle ampolle degli storici locali; i quali, notoriamente sono permalosi, asseverativi e intrattabili, come già osservava Merimée nella Venere d’Ille: «mi sono fatto una legge di non contraddire mai più che tanto i cultori ostinati delle antichità locali». In Aldo Cherini, che è un personaggio borghese e colto, non trovi niente dell’agitarsi scomposto del travet cultori dell’identità locale e assetati di riconoscimenti istituzionali; sempre composto e conoscitore del mondo, si difende dalla prevalenza del cretino con ironia. Per esempio, dovendo trattare delle antiche botteghe di Capodistria, che enumera con precisione e misura, tanto da farne un racconto, più che un catalogo, si capisce che la parola ‘shopping’ non gli garba; d’altra parte, con l’aria che tira, sa che la parola da usare è proprio questa; ecco allora che intitola il suo opuscolo Andar per botteghe, ovvero se l’usar inutilmente termini esotici non ci rimordesse, “shopping capodistriano” (fare clic sul nesso per sfogliare la pubblicazione). Insomma, per farla breve, se dapprima sapevamo che nel nostro viaggio in Istria, auspicabilmene non più virtuale, avremmo toccato per certo le città di Pola e di Fiume, a questo punto sentiamo la necessità di fare una puntata nello Stato della Slovenia, al quale oggi appartiene Capodistria. Aldo Cherini ci fa capire che è indispensabile: vedi anche Capodistria nei disegni di Aldo Cherini.

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Fig. 9 – Feluca armata a vela latina (disegno di Aldo Cherini).

Tre almeno sono dunque i luoghi da visitare in Istria, degli altri è questione aperta e indeterminata; del resto, Omne trinum est perfectum. A proposito di “trino”, leggiamo in un’altra pubblicazione del Cherini che la vela latina poco ha che fare con i romani, ma prende questo nome dall’espressione “vela alla trina”, cioè vela a tre (angoli). Così pensano molti esperti di marineria, ma non tutti. Per esempio, nel Vocabolario Treccani, alla voce “latino” leggiamo: «Dal sign. ant. di facile, agevole, deriva anche, con molta probabilità, il nome di vela l., che nell’attrezzatura navale designa in genere le vele da taglio triangolari inferite con il lato maggiore a un’antenna o a un cavo, di ottimo rendimento spec. con il vento al traverso». Già, perché “latino” può significare (per chi sappia di latino) “facile” e “parlar latino” vuol dire, anche, parlar chiaro, apertamente. Così è anche nel linguaggio di Camilleri. Leggiamo infatti nel Ladro onesto:

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Fig. 10 – Il “parlar latino” nel romanzo di Camilleri ‘Il ladro onesto’.

In mancanza di conferme decisive, nessuno al presente può dire per certo che “vela latina” derivi dall’espressione “alla trina”, o dall’aggettivo “latino”, inteso come “facile”.

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[1] Eja è avverbio dal greco (εἶα) passato al latino per esprimere lieta ammirazione; ἀλαλά, forma dorica per l’ionica ἀλαλή, è un grido di guerra, quale si trova, per esempio, in Pindaro. D’Annunzio introdusse l’“alalà” nel 1917, quando udì gli aviatori reduci dal bombardamento di Pola (allora in mano austriaca) esprimere gioia ricorrendo all’esclamazione barbarica “hurrà!”. Propose allora un’esclamazione più idonea, se non proprio italiana. Ma l’alalà dannunziano ha un precedente nel 1904, in un Poema conviviale del Pascoli (L’ultimo viaggio: “XVII – L’amore”: «E mise allora un alalà di guerra»).
L’eja, che D’Annunzio conosceva per gli studi classici compiuti al Collegio Cicognini di Prato, tornò suggestivamente alle orecchie del poeta nel 1882, mescolato alla parlata dei sardi. Quell’anno D’Annunzio, diciannovenne, si recò nell’isola in qualità d’inviato della rivista Capitan Fracassa, insieme con Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella. Vi si trattenne venti giorni, in Gallura conobbe il tenore Stangoni (dall’incontro nacque il nome di un coro di musica polifonica, il “Galletto di Gallura”), nel nuorese gustò il vino da lui subito ribattezzato Nepente, per suggestione omerica, nel Campidano si estasiò dei profumi e del paesaggio di Villacidro che cantò nella poesia Sa Spendula (vedi Quel viaggio in Sardegna di Gabriele D’Annunzio). E ovunque sentì ricorrere nella lingua dei sardi l’antico avverbio latino, per esprimere approvazione e compiacimento. Quanto al nepente, ne parla Omero nell’Odissea (IV, 220): Telemaco intraprende un viaggio alla ricerca del padre, si reca alla reggia di Menelao dove Elena, precedentemente rapita da Paride, è tornata col marito vittorioso. Si tiene un banchetto ed Elena offre ai commensali, tristi per l’assenza di Ulisse, del vino corretto con il “nepente”, un farmaco capace di fugare ogni dolore, ogni pena dell’animo: νηπενθές τ’ ἄχολόν τε, κακῶν ἐπίληθον ἁπάντων, cioè “un farmaco che toglie il dolore e l’ira, e porta via il ricordo di tutti i mali”.

[2] Satira III, vv. 61-63: «Questo mi basta; il resto de la terra, / senza mai pagar l’oste, andrò cercando / con Ptolomeo, sia il mondo in pace o in guerra; / e tutto il mar, senza far voti quando / lampeggi il ciel, sicuro in su le carte / verrò, più che sui legni, volteggiando». Il poeta fa presente al cugino, che gli domanda come se la passi, il suo ideale di una vita tranquilla, senza incombenze diplomatiche che non ambisce, ma dalle quali è di tanto in tanto gravato, essendo al servizio del duca Alfonso d’Este. L’Ariosto aveva dimestichezza con l’opera di Tolomeo, considerato che nel 1466 Borso d’Este, nonno di Alfonso al cui servizio si trova, aveva acquistato la Cosmographia di Tolomeo, completa delle tavole approntate da Nicolò Germano. Si tratta del cosiddetto “Atlante di Borso d’Este”, conservato alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena, e consultabile (solo le tavole, però), facendo clic qui: un esemplare simile a quello probabilmente composto a Firenze (ne vediamo una tavola nella Fig. 4). Infatti Nicolò Germano (o Germanico) operò a Padova, Ferrara e Firenze. Ed è sempre verisimilmente opera di Nicolò Germano, o quanto meno della sua scuola, la Cosmographia conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli, già appartenente alla Biblioteca Farnese, consultabile in rete qui. La parentela tra questi codici non deve meravigliare, perché Nicolò Germano fu uno dei più prolifici autori di manoscritti tolemaici: a lui e alla sua scuola se ne attribuiscono diciannove.

[3] Il codice manoscritto, proveniente dalla Bibliotheca Ordinationis Zamoscianae [cioè, di Zamość] è conservato nella Biblioteca Nazionale Polacca (Biblioteka Narodowa), Varsavia.

Scalfari (post illuminista), l’energia e Papa Bergoglio

Il fondatore di Repubblica insiste a fare con Bergoglio quel che gli riuscì (solo in parte) con De Mita

 

 

Scalfari 26.07.2020

La Repubblica del 26 luglio 2020: l’editoriale di Scalfari è riportato nella posizione dell’articolo di fondo.

 

Nell’editoriale domenicale del 26 luglio 2020, intitolato Se la debolezza del premier diventa la sua forza, Scalfari argomenta che Conte, nonostante tutta la sua presunzione (questo lo diciamo noi) conta poco in Italia e conta poco in Europa («Conte è diventato più forte in Italia e in Europa e allo stesso tempo più debole in entrambe le predette situazioni»): ma potrebbe contare di più se si decidesse a diventare un liberal-socialista, come piacerebbe a Scalfari, tenendo presente in particolare che il fattore socialista «si appoggia ad una serie di gruppi ispirati dal socialismo berlingueriano ma localizzati nelle province che vanno dalla Sicilia fino agli Abruzzi e che in qualche modo realizzarono l’unità d’Italia attraverso i Mille garibaldini». Per la verità questa concezione del socialismo da parte di Scalfari presta il fianco a più di una critica, ma lasciamo perdere. Ad essere maliziosi, si direbbe che Scalfari sogni una mossa di orgoglio meridionale, come quella vagheggiata al tempo del suo grande amore per De Mita (con il quale ci fu poi rottura, a proposito di una nomina ai vertici della Cariplo). Giorgio Bocca, che è piemontese, e che faceva parte dell’ala di sinistra di Repubblica, la quale non apprezzava la sbandata di Scalfari per l’“intellettuale della Magna Grecia”, diceva che i due si erano trovati complementari sulla base dell’essere entrambi figli del Sud d’Italia, bistrattato, incompreso, defraudato (dai piemontesi), ma anche desideroso di pareggiare i conti: De Mita irpino e cattolico, Scalfari di famiglia calabrese, di tradizione massonica.

Ciò premesso, Scalfari passa ad altro argomento. Andando a vedere le cose veramente importanti e levando gli occhi dalla palude della politichetta – dice in buona sostanza – vediamo che il problema vero, urgente e cogente, è quello climatico: «Se vogliamo prescindere dall’esame della situazione politica italiana e approfondire quella che delinea la nostra storia, almeno negli ultimi trecento anni, e che racchiudono la storia moderna della società italiana, vediamo che il tema fondamentale deriva dalle vicende climatiche». Questa lettura in chiave climatica degli ultimi trecento anni di civiltà italiana e forse occidentale è un passaggio ardito che neanche Greta Thunberg aveva pensato di fare (anche perché le mancano gli strumenti intellettuali di Scalfari che – non dimentichiamolo – fu compagno di banco di Italo Calvino al liceo di San Remo). Scrive dunque Scalfari:

Finora il problema climatico ha interessato ben poco i popoli europei e in particolare quello italiano […] Questi mutamenti del clima sono molto antichi e hanno sempre contraddistinto il pianeta Terra, la Luna, le climatiche del nostro globo e di quelli esistenti nello spazio conoscibile, quelli che la poesia classica chiamava “Pleiadi”. Gli déi erano molteplici, non esisteva un dio unico. Se si voleva andare all’inizio della creazione, si trovavano la Terra e il Cielo e quella era l’accoppiata di fondo che vedeva Eros come il figlio di quell’accoppiamento, come fu celebrato dai poeti che s’inventavano nel corso della loro vita gli déi i quali, una volta inventati, guidavano la vita e la morte dei loro inventori: “Deduke men selanna/ kai Pleiades, messai de/ nuktes par d’ertet ora”. Questa è Saffo, una delle voci più splendide della poesia dell’antica Grecia peloponnesiaca: “È tramontata la Luna e sono tramontate le Pleiadi, e la notte è al mezzo”.

Il componimento di Saffo citato da Scalfari consta di quattro versi: gli ultimi due esprimono un sentimento di melanconia, in mesta ma poeticamente felice continuità con i versi precedenti: «È tramontata la luna / e sono tramontate le Pleiadi / la notte è al mezzo, il tempo passa; / io dormo sola».
Sorvoliamo sull’accenno alla Grecia peloponnesiaca (perché “peloponnesiaca”?) e vediamo d’interpretare il significato delle parole di Scalfari, alcune della quali devono essere scivolate in sede di composizione tipografica, come ci avverte l’analisi grammaticale e logica del periodo (mancano alcuni nessi). Però il senso è chiaro: Scalfari intende dire che gli antichi osservando la volta stellata – le Pleiadi per esempio, splendenti nella costellazione del Toro – avvertivano la divinità della natura, ne favoleggiavano, e il mito dava dignità divina agli oggetti celesti; e quegli stessi uomini che inventarono gli dèi, in essi si acquietarono, consapevoli che la natura stessa è Dio: Deus sive natura, come vuole Spinoza.
Dal mito che assegna sostanza divina ai corpi celesti, passando (implicitamente) per Spinoza – dunque continuando a riconoscere la divinità della natura – Scalfari perviene al problema climatico, considerando che nell’equilibrio climatico è decisiva l’importanza del Sole, uno dei corpi celesti che si dicevano; quindi introduce una riflessione energetica («Il Sole durerà ancora millenni e millenni, ma la sua sorte è segnata») e di qui, con un ulteriore passaggio non meno ardito dei precedenti, a nostro avviso, a papa Bergoglio. E così facendo, rinnova una sua antica aspirazione, quella di guidare l’attuale pontefice su posizioni spinoziane, in antitesi alla teologia del sommo pontefice emerito, papa Ratzinger. Conclude infatti il fondatore della Repubblica il suo editoriale con queste parole:

Circe, Ulisse, Omero, i popoli del Medio Oriente: questa è stata la storia della civiltà europea ma la vita del Sole è infinitamente più antica.  Incide sul clima e questo è il nuovo evento che merita d’essere attentamente esaminato. […]
Questa situazione [lo scioglimento della calotta polare settentrionale: N.d.Ar.] è ormai allo studio della scienza e della coscienza del mondo. Chi lo sta studiando con estrema attenzione è il nostro papa Francesco e naturalmente non è il solo. Il Sole durerà ancora millenni e millenni ma la sua sorte è segnata e la climatologia sta diventando o è già diventata uno degli elementi fondamentali del nostro Universo.
Noi non conosciamo l’Universo, sappiamo soltanto che esiste un Universo al di fuori della nostra capacità e possibilità di conoscerlo. Noi viviamo in un Universo parziale ed enorme, fatto di “particelle” pressoché invisibili la cui creazione ci è tuttora ignota anche se i grandi studiosi dell’Energia ne hanno acquisito notevole conoscenza. Parleremo nel prossimo futuro e finché potremo di questo tema: è il più lontano ma quello ancora più percepibile dalla mente che illumina il nostro passato e lo proietta verso un futuro.

Come è dato leggere, Scalfari promette di tornare sull’argomento («Parleremo nel prossimo futuro e finché potremo di questo tema»): immagino con questa impostazione, mettendo insieme la sua concezione deista e spinoziana della natura, il problema climatico e papa Bergoglio. Noi che siamo lettori di lunga data delle “scalfaresse”, non abbiamo motivo di meravigliarci: riaffiora l’antico tentativo di coinvolgere papa Francesco, un po’ tirandolo per la giacchetta, sul terreno di una concezione spinoziana che, se fatta propria dal papa, potrebbe diventare uno dei capisaldi di una nuova teologia. Anche se, a ben vedere, il Dio di Spinoza nulla ha che vedere con il Dio del Cristianesimo. A parte la preoccupazione per il cambiamento del clima, che peraltro può ricondursi al filone d’interesse papista inaugurato dalla seconda enciclica di Francesco, Laudato si’, riconosciamo nell’editoriale del 26 giugno 2020 lo stesso intendimento dell’editoriale del 29 marzo 2018 (che però, essendo stato pubblicato un giovedì santo, e non di domenica, a rigore non è una “scalfaressa”):

Scalfari 29.03.2018

La Repubblica del 29 marzo 2018: l’editoriale di Scalfari (Francesco: “Il segreto della Creazione è l’energia”) è riportato in posizione di spalla. Per leggere l’editoriale fare clic sull’immagine.
Lo stesso 29 marzo, però, la Santa sede ha precisato: «Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre».

Leggiamo dunque nell’editoriale di Scalfari di due anni fa, che riassumeva il recente incontro avuto con papa Francesco:

Il Creatore, cioè il Dio nell’alto dei cieli, ha creato l’universo intero e soprattutto l’energia che è lo strumento con il quale il nostro Signore ha creato la Terra, le montagne, il mare, le stelle, le galassie e le nature viventi e perfino le particelle e gli atomi e le diverse specie che la natura divina ha messo in vita. Ciascuna specie dura migliaia o forse miliardi di anni, ma poi scompare. L’energia ha fatto esplodere l’universo che di tanto in tanto si modifica. Nuove specie sostituiscono quelle che sono scomparse ed è il Dio creatore che regola questa alternanza.

Si noti che queste parole, messe in bocca a papa Francesco, sono perfettamente congruenti con la posizione spinoziana di Scalfari, quale leggiamo in un suo libro di dieci anni fa, intitolato Per l’alto mare aperto, in sintonia con la visione di Spinoza secondo la quale «Dio si identificava con la natura e in quanto natura continuava incessantemente a creare» (Einaudi, 2010). Ma Francesco ha detto veramente questo? Pare di no, se dobbiamo dar fede all’immediata smentita proveniente dalla Santa Sede: si veda l’articolo pubblicato sull’Avvenire, Papa. Nessuna intervista a Scalfari, che termina con queste parole:

Anche di questo strano mix di teoria del Big Bang e di Bibbia nulla può essere attribuito al Papa. Così come degli altri concetti espressi che toccano la politica, la cosiddetta “santità civile”, la situazione religiosa dei vari continenti (quasi una sorta di pagella del Pontefice) e quella dell’Europa. Scalfari riferisce infine che al Papa piace sentirsi chiamare ‘rivoluzionario’. Ma l’intervista non c’è stata.

Segnaliamo infine che il 2 aprile 2018 Piergiorgio Odifreddi scrisse un articolo che porta il titolo “Le fake news di Scalfari su papa Francesco”, che costò allo stesso Odifreddi il benservito da parte della Repubblica, che ospitava il suo sito: si veda Il non-senso della vita. Ma questa è un’altra questione, che qui non affrontiamo, per non uscire dal seminato: chi vuole saperne di più si rechi alla pagina qui sopra menzionata, dove è possibile leggere l’articolo di Odifreddi, il benservito dell’allora direttore della Repubblica, Mario Calabresi, e l’addio a Repubblica da parte di Odifreddi.
La nostra impressione è che Scalfari due anni fa avesse inteso giocare di sponda con il papa, profittando di una certa propensione di Francesco al plauso mediatico, come in altri tempi aveva giocato di sponda, con successo, offrendo i suoi servigi di mediatore e suggeritore a De Mita, a Craxi allo stato nascente e a Berlinguer. Ma soprattutto Scalfari fu il garante del gradimento del salotto buono della borghesia “pensante” e poco imprenditoriale italiana, nei confronti di De Mita. La cosa andò avanti per alquanto tempo, fino alla rottura, come si diceva, quando De Mita non accettò certi suggerimenti scalfariani. Adesso Scalfari vorrebbe giocare lo stesso ruolo di suggeritore nei confronti di papa Bergoglio. Ci aveva provato due anni fa, adesso ci riprova, con qualche cautela in più, che avremo modo si apprezzare tra qualche tempo, se manterrà la promessa di tornare sull’argomento.

P.S. – Nell’articolo domenicale del 26 luglio 2020 è possibile leggere una malandata traslitterazione, in caratteri latini, del carme di Saffo che va sotto il nome di Tramontata è la luna: secondo alcuni, il poema è tutto qui; secondo altri quel che abbiamo per le mani è solo un frammento. Lo riportiamo nella trascrizione reperibile in rete, con qualche commento linguistico essenziale, al seguente indirizzo: Insomnia.

δέδυκε μὲν ἀ σελάννα
καὶ Πληΐαδες, μέσαι δὲ
νύκτες, παρὰ δ’ ἔρχετ’ ὤρα,
ἔγω δὲ μόνα κατεύδω.

Appare improbabile che la sgarrupata trascrizione che leggiamo su Repubblica sia imputabile a Scalfari, così com’è improbabile che sia stato lui a scrivere il plurale di “dio”, che fa “dèi” con l’accento acuto invece che con quello grave. È invece probabile che Scalfari abbia dettato il suo articolo e che eventualmente abbia indicato a parte il brano di Saffo da pubblicare. Ebbene, nonostante i progressi della videoscrittura e della fotocomposizione, a Repubblica non sono stati in grado di rendere giustizia a Saffo, in primis, e allo stesso fondatore del loro giornale: sempre che non si sia trattato di un dispetto (come quelli della redazione del TG4 con Emilio Fede), sono incorsi in una trascrizione sgangherata, senza nemmeno gli accenti, traslitterando “υ” come “u” invece che come “y”, e interpretando “χ” come “t”.

In altri tempi, quando Scalfari era il temutissimo “Barbapapà” – colui che nella sala delle riunioni di redazione faceva echeggiare il minàce “Sei entrato nel cono d’ombra” – si sarebbero guardati dal prendere sottogamba i suoi editoriali.

Rep_29.03.2018, p 32

Pag. 32 di Repubblica del 29 marzo 2018, dove si legge l’editoriale di Scalfari: si noti il titolo, di genere “paraculo”.

 

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Si veda anche:
Il carteggio Scalfari/papa Francesco (luglio-settembre 2013)
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La logica di Guglielmo da Baskerville

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Jean-Jacques Annaud nel 1986 ha tratto un film dal libro Il nome della Rosa (1980) di Umberto Eco, avendo l’accortezza di precisare nei titoli di testa “A palimpsest of Umberto Eco’s novel”. Nella sequenza che presentiamo qui sopra Guglielmo da Baskerville è incaricato dall’abate Abbone di far luce sulla morte misteriosa del bell’Adelmo, il giovane miniaturista sfracellato ai piedi di una finestra della biblioteca dell’abbazia. Guglielmo, frate francescano, si è recato nell’abbazia in missione diplomatica, per  incontrare una delegazione papale ed esporre il punto di vista dei teologi imperiali riguardo alla controversia sulla povertà apostolica. È preceduto dalla fama del suo ingegno, del quale ha dato prova poco prima di fare ingresso nell’abbazia, quando ha indicato al cellario la direzione di fuga del cavallo dell’abate, pur non avendolo visto. D’altra parte è stato inquisitore di Santa Romana Chiesa, poi però abbandonò l’incarico per disgusto («spesso sono gli inquisitori a creare gli eretici»).
Per inquadrare la storia nel contesto storico, ricordiamo che i francescani avevano stabilito nel capitolo di Perugia del 1322 che la povertà di Cristo e degli apostoli fosse verità di fede, ma tale proposizione fu subito condannata dal papa Giovanni XXII nel 1323: gli avvenimenti del libro di Eco si svolgono nel 1327).
Annaud ebbe la felice intuizione di una ricostruzione tridimensionale della biblioteca. Infatti nell’economia del film non aveva senso che la biblioteca si sviluppasse in piano, se si trovava all’interno di una torre. Quindi si rivolse allo scenografo Dante Ferretti perché gli costruisse una biblioteca ispirata ai disegni di Escher e alle incisioni del Piranesi.[1] Il film di Annaud può essere visto per intero nel canale You tube (perlomeno, al momento in cui l’articolo è scritto: giugno 2020): fare clic sull’immagine sottostante.

Nome della rosa_biblioteca

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1. Guglielmo da Baskerville, Sherlock Holmes e Guglielmo di Occam

Guglielmo da Baskerville, come vedremo, non soltanto è abilissimo nel ragionamento abduttivo, secondo un paradigma che i logici del suo tempo ancora non avevano studiato, ma è un conoscitore profondo della logica aristotelico-medievale. Sappiamo che è amico di Guglielmo di Occam, filosofo e francescano come lui, paladino della separazione di fede e ragione, per cui sarà scomunicato da Giovanni XXII (ma la scomunica sarà revocata dal pontefice successivo). Leggendo il Nome della rosa apprendiamo che pur non concordando in tutto e per tutto su certe questioni teoriche, i due si rispettano e si amano; in ogni caso Guglielmo da Baskerville è d’accordo con l’altro Guglielmo, quando postula il principio: «Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora», come dire che nel cercare soluzione a una questione è inutile far intervenire una pluralità di agenti, o enti, se essa trova spiegazione per intervento di un numero minore di cause. È questo il celebre “rasoio di Occam”, conosciuto perlopiù nella formulazione «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem».
Alla luce di questo principio Guglielmo, incaricato di far luce sulla morte di Adelmo, dopo aver assunto le prime informazioni interrogando monaci e curiosando nello scriptorium, e dopo aver esaminato i “segni” (cosa molto importante), ritiene improbabile che Adelmo sia stato ucciso nell’Edificio dell’abbazia (così viene indicato nel libro, con la “E” maiuscola: comprende il refettorio, lo scriptorium e la biblioteca dell’abbazia). Questa è l’ipotesi dell’abate, non di Guglielmo, che propende per l’ipotesi di un suicidio.
La sua è un’ipotesi più semplice, ancora da validare, è vero, ma per niente campata in aria, perché suffragata da informazioni e indizi. Eccola: Adelmo ha confessato il proprio peccato a Jorge, e Berengario, con il quale il peccato di sodomia è stato commesso, ha capito che Adelmo si è confessato, tanto più che quando casualmente e nottetempo incontra il fraticello, nei pressi del cimitero, quello gli appare sconvolto; e poiché lui stesso è sconvolto e in preda ai rimorsi, Berengario pensa d’incontrare la larva di un morto. È lo stesso Berengario che racconta l’incontro a Guglielmo, il quale dice ad Adso: «E dal cimitero [Adelmo] si avviava, come ci ha fatto comprendere Berengario, in direzione opposta al dormitorio. Verso l’Edificio, dunque, ma anche (è possibile) verso il muro di cinta dietro gli stabbi, da dove ho dedotto debba essersi gettato nel dirupo. E si è gettato prima che sopravvenisse la tempesta, è morto ai piedi del muro, e solo dopo la frana ha portato il suo cadavere tra la torre settentrionale e quella orientale». Guglielmo propende per questa ipotesi precisamente in base al principio di economia che va sotto il nome di rasoio di Occam:

Caro Adso, non occorre moltiplicare le spiegazioni e le cause senza che se ne abbia una stretta necessità. Se Adelmo è caduto dal torrione orientale bisogna che sia penetrato in biblioteca, che qualcuno lo abbia colpito prima perché non opponesse resistenza, che abbia trovato il modo di salire con un corpo esanime sulle spalle sino alla finestra, che l’abbia aperta e abbia precipitato giù lo sciagurato. Con la mia ipotesi ci bastano invece Adelmo, la sua volontà, e una frana. Tutto si spiega utilizzando un minor numero di cause.

Insomma, Guglielmo da Baskerville, figlio del proprio tempo e amico di Guglielmo di Occam, all’occorrenza fa uso del suo rasoio. Del resto, non è un caso che porti questo nome: “da Baskerville” per ricordarci che il protagonista del Nome della rosa è un investigatore come Sherlock Holmes (infatti Il mastino dei Baskerville è il titolo di uno dei romanzi holmesiani di Conan Doyle); ma anche “Guglielmo”, per ricordarci che è un logico avveduto, come Guglielmo di Occam.

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2. Il ragionamento abduttivo

2.1 Guglielmo da Baskerville descrive Brunello, pur non avendolo visto – All’inizio del Nome della rosa, subito dopo il prologo, c’imbattiamo nell’episodio di Brunello: un saggio dell’acume di Guglielmo da Baskerville il quale, in compagnia del discepolo Adso da Melk, s’inerpica, a dorso di mulo, per un sentiero scosceso che «si snoda intorno a un monte», che immaginiamo in Liguria, diretto a un’abbazia benedettina. È «una bella mattina di novembre»: una citazione da Snoopy, il bracchetto dei fumetti, che a sua volta cita Dumas nei Tre moschettieri, dove si legge «C’était une nuit orageuse et sombre». Quand’ecco che si fa loro incontro «un manipolo di monaci e di famigli», che hanno l’aria di essere parecchio agitati. Uno di loro, nonostante la concitazione, si ferma per dare il benvenuto a Guglielmo da Baskerville, che è aspettato nell’abbazia. Guglielmo capisce che i monaci inseguivano un cavallo e dice al monaco esterrefatto:

Tanto più apprezzo la vostra cortesia in quanto per salutarmi avete interrotto l’inseguimento. Ma non temete, il cavallo è passato di qua e si è diretto per il sentiero di destra. Non potrà andar molto lontano perché, arrivato al deposito dello strame, dovrà fermarsi. È troppo intelligente per buttarsi lungo il terreno scosceso…

Il monaco domanda a Guglielmo quando avesse visto il cavallo, ottenendo questa risposta:

Non l’abbiamo visto affatto, non è vero Adso? Ma se cercate Brunello, l’animale non può che essere là dove io ho detto.

Il monaco non può fare a meno di domandargli: «Brunello? Come sapete?». Guglielmo risponde:

Suvvia, è evidente che state cercando Brunello, il cavallo preferito dall’Abate, il miglior galoppatore della vostra scuderia, nero di pelo, alto cinque piedi, dalla coda sontuosa, dallo zoccolo piccolo e rotondo ma dal galoppo assai regolare; capo minuto, orecchie sottili ma occhi grandi. È andato a destra, vi dico, e affrettatevi, in ogni caso.

In realtà, Guglielmo non ha visto Brunello, ma ha interpretato i segni del suo passaggio; la sua descrizione è così accurata non solo perché ha interpretato le «tracce con cui il mondo ci parla come un grande libro» (così dice ad Adso) ma perché conosce il contesto culturale nella cui prospettiva il cavallo è visto dai monaci. Guglielmo non ha avuto bisogno di vedere il cavallo perché ha ragionato sui segni. Perciò qualche tempo dopo risponde ad Adso che gli domanda come potesse essere a conoscenza di quel che ha appena detto al monaco:

Quasi mi vergogno a ripeterti quel che dovresti sapere. Al trivio, sulla neve ancora fresca, si disegnavano con molta chiarezza le impronte degli zoccoli di un cavallo, che puntavano verso il sentiero alla nostra sinistra. A bella e uguale distanza l’uno dall’altro, quei segni dicevano che lo zoccolo era piccolo e rotondo, e il galoppo di grande regolarità – così che ne dedussi la natura del cavallo, e il fatto che esso non correva disordinatamente come fa un animale imbizzarrito. Là dove i pini formavano come una tettoia naturale, alcuni rami erano stati spezzati di fresco giusto all’altezza di cinque piedi. Uno dei cespugli di more, là dove l’animale deve aver girato per infilare il sentiero alla sua destra, mentre fieramente scuoteva la sua bella coda, tratteneva ancora tra gli spini dei lunghi crini nerissimi… Non mi dirai infine che non sai che quel sentiero conduce al deposito dello strame, perché salendo per il tornante inferiore abbiamo visto la bava dei detriti scendere a strapiombo ai piedi del torrione orientale, bruttando la neve; e così come il trivio era disposto, il sentiero non poteva che condurre in quella direzione.

Adso soggiunge: «Sì, ma il capo piccolo, le orecchie aguzze, gli occhi grandi…».  Guglielmo chiarisce:

Non so se li abbia, ma certo i monaci lo credono fermamente. Diceva Isidoro di Siviglia che la bellezza di un cavallo esige ‘ut sit exiguum caput et siccum, prope pelle ossibus adhaerente, aures breves et argutae, oculi magni, nares patulae, erecta cervix, coma densa et cauda, ungularum soliditate fixa rotunditas’. [2] Se il cavallo di cui ho inferito il passaggio non fosse stato davvero il migliore della scuderia, non spiegheresti perché a inseguirlo non sono stati solo gli stallieri, ma si è incomodato addirittura il cellario. E un monaco che considera un cavallo eccellente, al di là delle forme naturali, non può non vederlo così come le auctoritates glielo hanno descritto, specie se è un dotto benedettino…

Ma perché Brunello? Ed ecco la risposta del maestro:

Che lo Spirito Santo ti dia più sale in zucca di quel che hai, figlio mio! Quale altro nome gli avresti dato se persino il grande Buridano, che sta per diventare rettore a Parigi, dovendo parlare di un bel cavallo, non trovò nome più naturale?

Adso si arrende e conclude: «Così era il mio maestro. Non soltanto sapeva leggere nel gran libro della natura, ma anche nel modo in cui i monaci leggevano i libri della scrittura, e pensavano attraverso di quelli».

2.2 Guglielmo spiega ad Adso il suo ragionamento – Ora si pone la domanda: per ragionare come ragiona, Guglielmo da Baskerville segue un metodo? Sì, ed è proprio di questo che intendiamo parlare, con la doverosa avvertenza, tuttavia, che il metodo di per sé non fa miracoli, anzi, richiede che colui che vi ricorre abbia mente sottile e spirito critico. Senza l’intelligenza di Guglielmo, il metodo servirebbe a ben poco: a differenza, per esempio, di una procedura aziendale, che si limita a chiedere una stolta adesione “partecipata” (come dicono lorsignori aziendalisti).
Anche il metodo sillogistico della filosofia aristotelico-medievale, richiede l’attenta e rigorosa applicazione delle regole: niente di più, ed è forse per questo che si diceva «logicus purus, asinus putus», come dire che uno che sappia solo di logica è un asino calzato e vestito. Insomma, il metodo di Guglielmo non va ipostatizzato, varrebbe ben poco senza la sua capacità d’invenzione (dal lat. invenire: qui significa “trovare i nessi”), senza la sua cultura e capacità d’osservazione, e senza l’onestà intellettuale di chi, al momento della verifica delle ipotesi “inventate”, non esisti a scartarle, quando – appunto – non siano verificate. Viene alla mente il galileiano “provando e riprovando”: infatti il metodo di Guglielmo ricorda da vicino quello della scoperta scientifica.
Ma sentiamo lo stesso Guglielmo, il quale nel quarto giorno di permanenza all’abbazia rivela al discepolo il «metodo per arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori»:

Adso, risolvere un mistero non è la stessa cosa che dedurre da principi primi. E non equivale neppure a raccogliere tanti dati particolari per poi inferirne una legge generale. Significa piuttosto trovarsi di fronte a uno, o due, o tre dati particolari che apparentemente non hanno nulla in comune, e cercare di immaginare se possano essere tanti casi di una legge generale che non conosci ancora, e che forse non è mai stata enunciata. Certo, se sai, come dice il filosofo, che l’uomo, il cavallo e il mulo sono tutti senza fiele e tutti vivono a lungo, puoi tentare di enunciare il principio per cui gli animali senza fiele vivono a lungo. Ma immagina il caso degli animali con le corna. Perché hanno le corna? Improvvisamente ti accorgi che tutti gli animali con le corna non hanno denti nella mandibola superiore. Sarebbe una bella scoperta, se non ti rendessi conto che, ahimè, ci sono animali senza denti nella mandibola superiore e che tuttavia non hanno le corna, come il cammello. Infine ti accorgi che tutti gli animali senza denti nella mandibola superiore hanno due stomaci. Bene, puoi immaginare che chi non ha denti sufficienti mastichi male e dunque abbia bisogno di due stomaci per poter digerire meglio il cibo. Ma le corna? Allora provi a immaginare una causa materiale delle corna, per cui la mancanza di denti provvede l’animale con una eccedenza di materia ossea che deve spuntare da qualche altra parte. Ma è una spiegazione sufficiente? No, perché il cammello non ha denti superiori, ha due stomaci, ma non le corna. E allora devi immaginare anche una causa finale. La materia ossea fuoriesce in corna solo negli animali che non hanno altri mezzi di difesa. Invece il cammello ha una pelle durissima e non ha bisogno delle corna. Allora la legge potrebbe essere…

Guglielmo confessa di non aver controllato dove i cammelli abbiano i denti, e quanti stomaci abbiano. In realtà gli preme sottoporre all’attenzione di Adso che

… la ricerca delle leggi esplicative, nei fatti naturali, procede in modo tortuoso. Di fronte ad alcuni fatti inspiegabili tu devi provare a immaginare molte leggi generali, di cui non vedi ancora la connessione coi fatti di cui ti occupi: e di colpo, nella connessione improvvisa di un risultato, un caso e una legge, ti si profila un ragionamento che ti pare più convincente degli altri. Provi ad applicarlo a tutti i casi simili, a usarlo per trarne previsioni, e scopri che avevi indovinato. Ma sino alla fine non saprai mai quali predicati introdurre nel tuo ragionamento e quali lasciar cadere. E così faccio ora io. Allineo tanti elementi sconnessi e fingo delle ipotesi. Ma ne devo fingere molte, e numerose sono quelle così assurde che mi vergognerei di dirtele. Vedi, nel caso del cavallo Brunello, quando vidi le tracce, io finsi molte ipotesi complementari e contraddittorie: poteva essere un cavallo in fuga, poteva essere che su quel bel cavallo l’Abate fosse sceso lungo il pendio, poteva essere che un cavallo Brunello avesse lasciato i segni sulla neve e un altro cavallo Favello, il giorno prima, i crini nel cespuglio, e che i rami fossero stati spezzati da degli uomini. Io non sapevo quale fosse l’ipotesi giusta sino a che non vidi il cellario e i servi che cercavano con ansia. Allora capii che l’ipotesi di Brunello era la sola buona, e cercai di provare se fosse vera, apostrofando i monaci come feci. Vinsi, ma avrei anche potuto perdere. Gli altri mi hanno creduto saggio perché ho vinto, ma non conoscevano i molti casi in cui sono stato stolto perché ho perso, e non sapevano che poco prima di vincere io non ero sicuro che non avessi perduto.

Adso capisce che il ragionamento del maestro non è quello sillogistico, che conosce bene, per averlo studiato, quello cioè che procede traendo una conclusione da premesse vere o comunque accettate. Nel ragionamento di Guglielmo interviene “l’invenzione”, che però non è un tirare a indovinare nel senso volgare dell’espressione, perché tutto avviene sotto il controllo della ragione: ma è pur sempre un tirare a indovinare, come però può fare una persona intelligente.

2.3 Umberto Eco spiega il metodo di Guglielmo – A questo punto della lettura del romanzo sappiamo dalle stesse parole di Guglielmo da Baskerville che il metodo che gli ha consentito di individuare Brunello non è quello deduttivo («dedurre da principi primi», come Guglielmo spiega ad Adso) né quello induttivo («raccogliere tanti dati particolari per poi inferirne una legge generale»). Noi oggi diciamo che il metodo di Guglielmo è quello “abduttivo”, anche se Guglielmo non ne fa menzione; così infatti sarà designato molto più tardi, agl’inizi del secolo scorso, da Charles Sanders Peirce, un filosofo e matematico statunitense, ma soprattutto un logico.
Di Peirce, e del metodo abduttivo, si parla diffusamente in un libro curato dallo stesso Eco e da Th. A. Sebeok: Il segno dei tre. Dupin, Holmes, Peirce (Bompiani, Milano 1983): il titolo allude a uno dei libri scritti da A.C. Doyle su Sherlock Holmes, Il segno dei quattro. Pubblicato tre anni dopo l’uscita del Nome della rosa, Il segno dei tre comprende un insieme di saggi scritti da sei semiologi, due logici, un sociologo, uno storico, un italianista e un matematico. Tutti questi contributi hanno come argomento il “paradigma indiziario”, alla luce delle riflessioni di Peirce, quale si evince dall’analisi della tecnica d’indagine di due famosi investigatori Auguste Dupin e Sherlock Holmes.
Se vogliamo inquadrare il metodo di ragionamento “abduttivo” [3] di Guglielmo di Baskerville non ci resta che aprire il libro al capitolo decimo, scritto da Umberto Eco, ma in veste di semiologo, non più di romanziere.

segno dei tre

Il capitolo, che porta il titolo: “X. Corna, zoccoli, scarpe. Alcune ipotesi su tre tipi di abduzione”, si articola in tre parti.
Nella prima parte Umberto Eco presenta il ragionamento di Aristotele sulla relazione tra incisivi e corna dei ruminanti, [4] lo stesso ragionamento che Guglielmo da Baskerville fa ad Adso. Qui il semiologo può permettersi alcuni approfondimenti che sono negati al romanziere: cita per esempio gli Analitici secondi e Le parti degli animali di Aristotele, dove s’ipotizza che «la natura devia sul capo la materia dura che forma la mascella superiore al fine di produrre le corna». Cioè il bisogno di protezione è la causa finale delle corna e la mancanza degl’incisivi è la causa sufficiente per i tre stomaci dei ruminanti. Ma è un’ipotesi da verificare, come osserva Guglielmo. E tra le ipotesi da verificare ce ne sarà una vera, sperabilmente. Questo è il succo del ragionamento di Guglielmo ad Adso (discorso del quale nel Segno dei tre non si fa menzione), dove si mette in evidenza una caratteristica fondamentale del ragionamento abduttivo: esso non pretende di arrivare a una conclusione a partire da proposizioni certe, come nel rigoroso ragionamento deduttivo, quello per esempio della geometria euclidea; non va alla ricerca di fatti per stabilire la ricorrenza di un carattere (per esempio, “Tutti i corvi sono neri”) e stabilire una legge, come nel ragionamento induttivo; no, il ragionamento abduttivo va alla ricerca di una teoria che spieghi, cioè rende necessario, un caso concreto e singolare.
Peirce porta a questo proposito l’esempio di un sacco contenente fagioli bianchi; poi, di lato, vediamo un certo numero di fagioli bianchi; dunque, per usare le parole di Peirce, abbiamo una regola (una legge) e a un risultato (cioè un’osservazione); il ragionamento abduttivo consente di formulare la teoria (“si dà il caso che…”) che i fagioli provengano da quel sacco. [5]

Abduzione_fagioli

Immagine tratta da L’abduzione di Sherlock Holmes, modificata. L’abduzione consente di stabilire una teoria che spieghi risultati di un’osservazione messi a confronto con una regola.

Siamo certi che la teoria sia giusta? No, ma l’abduzione, se da un lato non garantisce certezze, presenta tuttavia una strada, eventualmente più strade, da percorrere per arrivare a una teoria (meglio, a più teorie, in concorrenza tra loro), da verificare. È questo il modello di ragionamento “congetturale” al quale ha fatto ricorso Aristotele per stabilire la teoria delle corna in relazione alla mancanza d’incisivi superiori nei ruminanti (com’è riferita da Guglielmo ad Adso), quello stesso metodo che consente a Guglielmo, come abbiamo visto, di descrivere Brunello senza averlo visto; è questo, ancora, il metodo del critico d’arte che attribuisce un quadro a un certo pittore; quello del medico che nell’interpretare i sintomi segue un paradigma che prende il nome – appunto – di paradigma semeiotico, o indiziario. Ed è questo il metodo di Sherlock Holmes; non è un caso d’altra parte che il suo autore, sir Conan Doyle, abbia proiettato sull’investigatore poliziesco le straordinarie capacità diagnostiche del medico Joseph Bell, suo professore alla scuola di medicina di Edimburgo. Infine, last but not least, abduttivo è il metodo d’indagine scientifica: quello per cui Keplero calcola le posizioni del pianeta Marte secondo la teoria copernicana (orbite circolari) e, insoddisfatto dei risultati, perché in disaccordo con le osservazioni, mette in relazione le posizioni osservate con la regola di un’orbita ellittica: insomma crea la sua teoria, che sarà poi verificata (con metodo questa volta induttivo) su tutti gli altri pianeti.
Nella seconda parte del cap. X del Segno dei tre Eco presenta un caso d’interpretazione dei segni lasciati dal passaggio di un cavallo simile in tutto e per tutto a quello di Guglielmo che riconosce Brunello. Ancora una volta, in questo saggio Eco non fa menzione del Nome della rosa (non se ne parla mai, in tutto il libro); in compenso, sottopone alla nostra attenzione Zadig, un racconto filosofico di Voltaire, inteso a fustigare i pregiudizi, la superstizione e i soprusi del proprio tempo, e prudentemente ambientato nel Medio Oriente, nel XV secolo. Non diversamente aveva fatto Tommaso Moro ambientando il suo racconto in un’isola remota dell’Oceano Atlantico, l’isola di Utopia.

Zadig

In particolare nel cap. 3 si legge di Zadig, anche lui come Guglielmo filosofo, il quale, dopo aver filosoficamente ripudiato la moglie, si ritira a vita solitaria, finché un giorno viene interrogato dall’eunuco della regina se per caso avesse visto passare, nel boschetto dove passeggiava, il cane della regina. Lui precisa che si tratta di una cagna, della quale fornisce una descrizione perfetta, quindi soggiunge di non averla vista e di non aver mai saputo che la regina avesse una cagna. Poco dopo, per una sorte bizzarra del caso, il più bel cavallo della scuderia del re sfugge alle mani di un palafreniere, passando presumibilmente per il boschetto dove Zadig si trova. Ma leggiamo Voltaire:

Il gran cacciatore e tutti gli altri ufficiali gli correvano dietro con inquietudine pari a quella del primo eunuco dietro la cagna. Il gran cacciatore si rivolse a Zadig e gli domandò se avesse visto passare il cavallo del re.
«Si tratta» rispose Zadig «di un cavallo che galoppa meglio di tutti gli altri. È alto cinque piedi, con lo zoccolo piccolissimo; ha una coda lunga tre piedi e mezzo; le borchie del morso sono d’oro a ventitré carati, i ferri d’argento fino».
«Che strada ha preso? dov’è?» domandò il gran cacciatore.
«Io non l’ho affatto visto» rispose Zadig «e nemmeno ne ho mai sentito parlare».
Il gran cacciatore e il primo eunuco non dubitarono un istante che Zadig avesse rubato il cavallo del re e la cagna della regina.

Insomma, Zadig si caccia nei guai, proprio a causa della sua perspicacia.  Quando poi sia la cagna sia il cavallo saranno trovati, Zadig è scagionato dall’imputazione di furto; ma nasce una nuova accusa, quella di aver affermato di non aver visto ciò che invece aveva visto. Chiamato a discolparsi, si esprime così:

Vi giuro per Orosmand che non ho mai visto la rispettabile cagna della regina, né il cavallo sacro del re dei re. Ecco ciò che m’è capitato. Passeggiavo verso il boschetto dove poi ho incontrato il venerabile eunuco e l’illustrissimo gran cacciatore. […]
Per ciò che riguarda poi il cavallo del re dei re debbo dirvi che, passeggiando per i sentieri di quel bosco, ho scorto i segni dei ferri di un cavallo; erano tutti a uguale distanza l’uno dall’altro. Ecco un cavallo, ho pensato, che ha un galoppo perfetto. La polvere che era sugli alberi, in una stradetta che ha solo sette piedi di larghezza, era stata un po’ tolta a destra e a sinistra a tre piedi e mezzo dalla linea centrale della strada. Questo cavallo, ho detto, ha una coda lunga tre piedi e mezzo che, coi suoi movimenti a destra e a sinistra, ha spazzato la polvere. Sotto gli alberi che formavano come un pergolato alto cinque piedi ho visto le foglie cadute di fresco: ho capito che il cavallo le aveva sfiorate, e che pertanto doveva avere cinque piedi di altezza. Quanto al morso, deve essere d’oro a ventitré carati perché il cavallo ha strofinato le sue borchie contro una pietra che ho riconosciuto essere una pietra di paragone, e di cui ho fatto l’esame. Infine dai segni che i ferri hanno lasciato su alcuni ciottoli di un’altra specie ho ricavato che era ferrato con argento fino.

Bene: arrivati a questo punto, non possiamo non prendere atto – ovviamente – della linea di discendenza di Brunello dal cavallo del re mesopotamico. [6] Umberto Eco sviluppa alcune interessanti considerazioni, quando distingue tra sintomi ed indizi, utili gli uni e gli altri nella ricerca delle cause, ma diversamente probanti. Nella nostra prospettiva, che è quella di comprendere la logica di Guglielmo di Baskerville, sarà sufficiente riflettere ancora una volta che il suo è un metodo per «arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori». È un metodo che richiede capacità di osservazione, spirito critico e onestà intellettuale, tutte cose che uno se non le ha, non se le può dare, e che non si apprendono in un corso di formazione aziendale.
Nella terza parte del saggio, infine, Umberto Eco ricorda un esercizio di bravura di Sherlock Holmes, che ricostruisce il corso dei pensieri di Watson senza che il bravo medico abbia detto una sola parola. Come ha fatto? Semplicemente, osservando i mutamenti di espressione del volto dell’amico e contubernale, mettendoli in relazione con gli spostamenti degli occhi che si posano su certi oggetti, e ragionando sulle conoscenze di sfondo relative a quegli oggetti e alla psicologia di Watson. Holmes, evidentemente, ha “inventato”, ma in modo razionale. Riaffiora l’importanza dell’invenzione, ribadita più volte da Guglielmo: «cercare di immaginare se [i casi esaminati, da spiegare] possano essere tanti casi di una legge generale che non conosci ancora», quindi prendere in considerazione diverse direzioni di ragionamento, osando inventare, ancora una volta («e allora devi immaginare anche una causa finale»), infine andare oltre la stessa abduzione (Eco parla di “meta-abduzione), che, per buona che sia, deve comunque essere provata. E se non c’è tempo o modo per provarla, la si mette comunque in gioco, facendola interagire con le “condizioni al contorno” ambientali, quindi si osserva quel che succede. Dice Guglielmo: «Allora capii che l’ipotesi di Brunello era la sola buona, e cercai di provare se fosse vera, apostrofando i monaci come feci». Apostrofare i monaci significa far interagire l’ipotesi con l’ambiente. Scrive Eco: «Etimologicamente, “invenzione” è l’atto di scoprire qualcosa che già esisteva da qualche parte, e Holmes “inventa”, nel senso inteso da Michelangelo quando dice che lo scultore scopre nella pietra la statua che è già circoscritta e nascosta nella materia sotto il marmo in eccesso (“soverchio”)».
Invenzione è anche la tecnica del “saltafosso”, usata da Montalbano, il personaggio della serie poliziesca di Andrea Camilleri: il quale, quando si è fatto un’idea che metterebbe a posto le tessere del mosaico criminale, ma sa che quella è solo un’ipotesi, tutta da provare, bluffa, fa il “teatro”; sarà allora lo stesso criminale a fornirgli le tessere mancanti. Riguardo al metodo di Montalbano si veda anche Metodo d’indagine basato sul dialogo nella serie montalbaniana di Andrea Camilleri e strategia del dialogo filosofico.

2.4 Metodo deduttivo e metodo abduttivo – Occorrerà qui ribadire che il metodo abduttivo è un metodo di ricerca, non promette certezze, e non può darne. Anzi, se pretendessimo certezza dal metodo abduttivo, cadremmo nella “fallacia di affermazione del conseguente”, come vedremo alla fine di questo ragionamento. Per mettere a fuoco questo concetto, torniamo all’esempio dei fagioli proposto da Peirce. Sappiamo che nella dimostrazione sillogistico-deduttiva si parte da una regola (o una legge) e da un caso (un caso particolare osservato o comunque da nessuno contestato) per arrivare a un risultato (l’attribuzione di un predicato a un soggetto):

Regola             I fagioli di questo sacco sono bianchi
Caso                I fagioli di Giorgio sono di questo sacco
–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Risultato          Dunque i fagioli di Giorgio sono bianchi

In questo caso il soggetto sono i fagioli di Giorgio, il predicato è “bianchi”. Sappiamo anche che, nella logica tradizionale, aristotelico-medievale, un ragionamento (o inferenza) come quello qui sopra, con due premesse e una conclusione, prende il nome di sillogismo:

– la prima proposizione comprende un termine medio (“i fagioli di questo sacco”) e un termine detto estremo maggiore (“bianchi”);
– la seconda proposizione comprende un termine detto estremo minore (“i fagioli di Giorgio”) e lo stesso termine medio (“[fagioli] di questo sacco”)
– la terza proposizione è la conclusione, che mette in relazione l’estremo maggiore e l’estremo minore. In formula, chiamando M il termine medio, P l’estremo maggiore, ed S l’estremo minore, avremo:

M è P
S è M
–––––––––––––
S è P

La conclusione, come si vede, associa il predicato P al soggetto S. Possiamo avere diverse disposizioni di P, M ed S, perciò quattro sono le figure di sillogismo. Ma, ai fini del nostro ragionamento, ciò è irrilevante. Val la pena invece osservare che i sillogismi costruiti con proposizioni semplici (comprendenti unicamente un soggetto, il verbo “essere” e un predicato) [7] prendono anche il nome di sillogismi categorici, articolati cioè in tre proposizioni categoriche che, in generale, sono del tipo:

– “A”: Tutti gli S sono P (proposizione universale affermativa)
– “E”: Nessun S è P (proposizione universale negativa)
– “I”: Qualche S è P (proposizione particolare affermativa)
– “O”: Qualche S non è P (proposizione particolare negativa)

Gli enunciati categorici affermativi, rispettivamente universali e particolari, sono designati dalle lettere A e I, dal latino AdfIrmo; gli enunciati categorici negativi, rispettivamente universali e particolari, sono designati dalle lettere E ed O, dal latino nEgO.
Tornando all’esempio dei fagioli, se il problema è impostato nel modo che si è detto, non c’è dubbio che la conclusione del sillogismo sia vera, sempre che siano vere le premesse e che si siano applicate correttamente le regole del ragionamento (sì, il ragionamento è corretto).
Immaginiamo adesso un diverso problema, riguardo sempre ai fagioli, al sacco e a Giorgio, dove però la premessa minore è scambiata con il risultato: sappiamo cioè che i fagioli del sacco sono bianchi (regola), troviamo che Giorgio è in possesso di fagioli bianchi, e ci domandiamo se per caso i fagioli di Giorgio provengano da quel sacco. Vogliamo farci un’idea di come sono andate le cose, e ci domandiamo se questo sillogismo sia valido:

Regola             I fagioli di questo sacco sono bianchi
Caso                I fagioli di Giorgio sono sono bianchi
–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Risultato          Dunque i fagioli di Giorgio sono di questo sacco

Ebbene, se noi giuriamo sulla validità di tale sillogismo, prendiamo una cantonata. Il sillogismo è fallace, perché viola la regola fondamentale per cui il termine medio (“bianchi”) deve essere distribuito: [8] in entrambe le premesse, o almeno una volta, nella premessa maggiore o in quella minore. Un termine (soggetto, predicato) si dice “distribuito” quando l’insieme definito è di per sé saturato, se il termine è soggetto di una proposizione universale (“Tutti gli X”, “Nessun X”); oppure, se è predicato, quando la proposizione si riferisce in generale a tutti gli oggetti dell’insieme designato dal predicato. Per esempio, se dico “Tutti gli uomini sono mortali”, il soggetto è distribuito, ma non lo è il predicato: infatti, l’insieme dei mortali non è saturato dagli uomini, essendo mortali anche tutti gli animali che non sono uomini. Se invece dico “Qualche ateniese non è calvo”, il soggetto non è distribuito, mentre il predicato lo è (in questa proposizione si considera l’insieme di tutti coloro che sono calvi). La regola di distribuzione del medio era espressa nei trattati di logica medievale da un esametro (da mandare a memoria): Aut semel aut iterum medius generaliter esto; si veda B. Mondin, Logica, semantica e gnoseologia, EDS, Bologna 1999, p. 89.

1.5. L’abduzione secondo la logica proposizionale – Possiamo considerare il problema – Giorgio ha preso o non ha preso i fagioli bianchi da quel sacco? – da un altro punto di vista, formulando la questione non più nello schema del sillogismo categorico, ma secondo un altro tipo di sillogismo, che prende il nome di modus ponens, che è un sillogismo ipotetico misto.  Così passiamo dalla logica aristotelica “in purezza” alla logica proposizionale, che fu sviluppata dopo Aristotele dagli stoici, quindi approfondita dai logici medievali: nella logica proposizionale si considerano le relazioni di connessione tra proposizioni semplici (o enunciati atomici). Due proposizioni connesse costituiscono un periodo (o enunciato composto). Le proposizioni semplici sono connesse – così si dice oggi, nella logica formale sistematizzata da Frege nell’Ottocento – dagli operatori logici di negazione, congiunzione, disgiunzione, implicazione materiale e doppia implicazione materiale. [9] Per esempio un enunciato composto ipotetico comprende due enunciati semplici connessi dal connettivo di implicazione materiale:

P → Q

che leggiamo in questo modo: “Se la proposizione P è vera, allora è vera la proposizione Q”. Chi ha studiato in un liceo tradizionale, gentiliano, non ha difficoltà a riconoscere che l’enunciato composto ipotetico altro non è che il periodo ipotetico della sintassi latina (e greca), dove P è la protasi, Q l’apodosi.
Ebbene, anche il modus ponens è un sillogismo articolato in tre enunciati: una premessa maggiore, una premessa minore e una conclusione. Qui però, differentemente dal sillogismo aristotelico, la premessa maggiore non è una proposizione categorica, ma un periodo ipotetico; nemmeno la premessa minore è categorica, semplicemente qui si afferma la verità della protasi P; segue la conclusione: se la protasi P è vera, è vera anche l’apodosi Q.  In forma (come si dice) scriviamo: [10]

Se è vero P, allora Q
P è vero
––––––––––––––––––––––––
Dunque, Q è vero

Se però, invece di affermare il precedente  (P, o protasi del periodo ipotetico), si afferma il conseguente (Q, o apodosi del periodo ipotetico), si cade nella fallacia, appunto, di affermazione del conseguente. Ma questo è precisamente quello che avviene nel ragionamento abduttivo che corrisponde, infatti, a un sillogismo ipotetico misto, ma fallace.
Tornando al nostro problema dei fagioli, proviamo a riformularlo secondo la logica proposizionale. Ecco l’abduzione:

Regola                    Se i fagioli sono di questo sacco (P), allora sono bianchi (Q)
Caso (osservato)      I fagioli di Giorgio sono bianchi (Q)
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Risultato (teoria)     I fagioli di Giorgio sono di questo sacco (P)

Severino Dialettica

Il trattato De syllogismo hypothetico, pubblicato nell’edizione a stampa della Dialettica di Severino Boezio (carte 155r-164v): il ‘modus ponens’, nell’ambito della logica che oggi chiamiamo proposizionale, è presentato nella carta 158r, colonna 1, D. Per sfogliare il libro fare clic sull’immagine; quindi, nel sito della Biblioteca digitale europea, inserire nella finestra di ricerca “Boethius” e scegliere nella finestra dei risultati di ricerca “Dialectica” (non è l’ideale per i rimandi bibliografici di rete, ma così funziona la Biblioteca europea del Ministero dei Beni culturali).

Qui però casca l’asino, o potrebbe cascare, perché, come abbiamo rilevato, il risultato dell’abduzione non è una conseguenza logica, ma una teoria ipotetica che deve ancora essere dimostrata. L’abduzione è una strategia per arrivare a una teoria: dunque una teoria individuata ipoteticamente, non una teoria trovata perfetta e pronta per l’uso; perciò non è detto che quella teoria sia giusta. Ma bisogna pur arrivare a una teoria e il metodo abduttivo, come dice Guglielmo da Baskerville ad Adso (pur non facendo parola dell’abduzione) è «un metodo per arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori».
Marcello Tuzzi, sociologo, che è uno degli autori del libro Il segno dei tre, cit., osserva con una punta di malizia «che la stragrande maggioranza delle inferenze di Holmes non sono in grado di reggere a un esame logico. Holmes giunge a conclusioni corrette semplicemente perché glielo permette l’autore dei racconti». Però si potrebbe osservare che quando Holmes, per esempio, incastra l’assassino che ha ucciso i due quaccheri (nel primo romanzo della serie holmesiana, Uno studio in rosso), non solo ne ottiene la confessione, ma anche le prove; si potrebbe dire, se non pare irriverente, che ha applicato, sia pure in modalità british, la tecnica del “saltafosso” usata da Montalbano. Cioè Holmes ha veramente individuato una teoria giusta che spiega il primo assassinio che ha dato corso alle indagini, quindi anche il secondo, nel corso delle indagini. Holmes si comporta come se avesse le prove della sua teoria, ma poiché infine la sua teoria è giusta, interagendo con le condizioni ambientali, proprio grazie al bluff, valida empiricamente la teoria che spiega la vicenda e tutti i suoi dettagli.
Ma poi perché parlare di “bluff”? Nella ricerca della spiegazione scientifica si dirà, più elegantemente, che si formulano ipotesi euristiche, tutte da dimostrare, rigorosamente, mediante l’osservazione e l’esperimento. Carlo Ginzburg, un altro autore del libro citato, osserva che «Thomas Huxley, nel ciclo di conferenze pronunciate per diffondere le scoperte di Darwin, definì “metodo di Zadig” il procedimento [usato da Charles Darwin] che accomunava la storia, l’archeologia, la geologia, l’astronomia fisica e la paleontologia: la capacità, cioè, di fare profezie retrospettive». Il metodo di Zadig: cioè, come abbiamo visto, il metodo abduttivo.

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3. Guglielmo mette in guardia Adso dalla fallacia del medio non distribuito

Veniamo al quarto giorno di permanenza nell’abazia di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, «dove Guglielmo e Severino esaminano il cadavere di Berengario, scoprono che ha la lingua nera, cosa singolare per un annegato». Subito dopo che l’aiuto bibliotecario Berengario è stato trovato annegato nei bagni dell’abbazia, Guglielmo ordina che il corpo sia trasportato nell’ospedale, che è affidato al frate erborista Severino. Guglielmo sospetta che colui che aveva sottratto un certo libro dallo scrittoio di Venanzio sia stato proprio Berengario, e che quel libro sia in relazione con la morte di Adelmo. Nel frattempo Venanzio, giovane traduttore dal greco, era stato trovato morto, anche lui. Nel caso di Berengario, Guglielmo esclude l’ipotesi di un omicidio; dice a Severino: «Hai mai visto un assassinato che, prima di farsi annegare, si toglie gli abiti?». Quindi Severino osserva un particolare curioso: i polpastrelli di Berengario sono anneriti, come pure erano anneriti i polpastrelli di Venanzio.

Severino ora sfregava leggermente le dita del morto, ma il colore bruno non scompariva. Notai [è Adso che parla: N.d.Ar.] che si era messo un paio di guanti, che probabilmente usava quando maneggiava sostanze velenose. Annusava, ma senza trarne alcuna sensazione. «Potrei citarti molte sostanze che provocano tracce di questo tipo. Alcune letali, altre no. I miniatori hanno talora le dita sporche di polvere d’oro…».
«Adelmo faceva il miniatore» disse Guglielmo. «Immagino che di fronte al suo corpo sfracellato tu non abbia pensato a esaminargli le dita. Ma costoro potrebbero aver toccato qualcosa che era appartenuto ad Adelmo.»
«Proprio non so» disse Severino. «Due morti, entrambi con le dita nere. Cosa ne deduci?»
«Non ne deduco nulla: per le regole del sillogismo ‘nihil sequitur geminis ex particularibus unquam’, da due fatti singoli non si trae alcuna legge. Bisognerebbe conoscere prima la legge: per esempio che esiste una sostanza che annerisce le dita di chi la tocca…».
Terminai trionfante il sillogismo: «… Venanzio e Berengario hanno le dita annerite, ergo hanno toccato questa sostanza!»
«Bravo Adso» disse Guglielmo, «peccato che neppure il tuo sillogismo sia valido, perché ‘aut semel aut iterum medium generaliter esto’, e in questo sillogismo il termine medio non appare mai come generale. Segno che abbiamo scelto male la premessa maggiore. Non dovevo dire: ‘tutti coloro che toccano una certa sostanza hanno le dita nere’, perché potrebbero esserci anche persone con le dita nere e che non han toccato la sostanza. Dovevo dire: tutti coloro e solo tutti coloro che han le dita nere hanno certamente toccato una data sostanza. Venanzio e Berengario, eccetera. Col che avremmo un ‘Darii’, un ottimo terzo sillogismo di prima figura».

Il sillogismo al quale accenna Guglielmo di Baskerville è il seguente:

Tutti coloro che hanno le dita nere hanno toccato una certa sostanza.
Venanzio e Berengario hanno le dita nere.
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Dunque Venanzio e Berengario hanno toccato quella sostanza.

Abbiamo che fare con un sillogismo del tipo:

M è P
S è M
–––––––––––––
S è P

Anche in questo caso:

— “P” è il predicato della premessa maggiore (“toccante quella sostanza”);
— “M” è il termine medio, comune alle due proposizioni “avente le dita nere”;
— “S” è il soggetto della premessa minore: “Venanzio e Berengario”.

Ebbene, questo sillogismo è fallace perché:

– il termine medio, M, non è distribuito nella premessa maggiore: infatti, come dice Guglielmo, ci sono persone che hanno le dita nere, pur non avendo toccato quella sostanza: la proposizione non satura l’insieme di coloro che hanno le dita nere;
– il termine medio, M, non è distribuito nemmeno nella premessa minore, perché l’insieme degli “aventi le dita nere”, qui comprendente due soli individui, non è riferito a tutti coloro che hanno le dita nere.
Per  avere sott’occhio un quadro riassuntivo della distribuzione del soggetto e del predicato nei quattro tipi di enunciato categorico A, E, I e O definiti nel § 2.4, si consideri la seguente tabella (che riprendiamo da Strumenti per ragionare, cit., p. 19):

Enunciato
categorico

Termine soggettoTermine predicato

A

E

I

O

distribuito

distribuito

non distribuito

non distribuito

non distribuito

distribuito

non distribuito

distribuito

Per distribuire il significato del predicato della premessa maggiore, bisogna forzare il significato di tutta la proposizione, proprio come ha fatto Guglielmo: bisogna dire cioè che quella certa sostanza è l’unica causa al mondo per cui si possano avere le dita nere. Avremo così un sillogismo categorico costituito da:

– una premessa maggiore di tipo A (proposizione universale affermativa, con termine medio forzato così da essere distribuito);
– una premessa minore di tipo I (proposizione particolare affermativa con termine medio non distribuito)
– una conclusione di tipo I valida: cioè il sillogismo non è fallace. Però la premessa è falsa (le ragioni per cui le dita possono essere nere non sono riconducibili a una sola sostanza), perciò il sillogismo, pur formalmente corretto, è falso. Perché un sillogismo sia vero, dev’essere corretto alla luce della teoria sillogistica, [11] ma devono anche essere vere entrambe le premesse.

I logici medievali classificarono i sillogismi inventandosi paroline che contenessero tre vocali che denotino, rispettivamente, la proposizione categorica della premessa maggiore, della premessa minore e della conclusione. Le premesse del sillogismo considerato sono di tipo A, I e I: aggiungendo “d” ed “r”, i logici medievali dissero che un sillogismo che comprenda A, I ed I si chiamerà ‘dArII’, cioè Darii: è quello, precisamente, che Guglielmo dice ad Adso.
Analogamente, da un sillogismo costruito combinando una premessa maggiore affermativa universale (= A), con una premessa negativa particolare (= O), dalle quali si ricava una conclusione ancora negativa particolare (= O), ottennero la figura Baroco, che contiene una volta la vocale “A”, due volte la vocale “O”. Da Baroco, figura sillogistica considerata bizzarra, pare che derivi il sostantivo (e aggettivo) “barocco”, scritto con due “c”.
Abbiamo visto che, parlando con Adso, Guglielmo accenna a un sillogismo che prende il nome di Darii, un sillogismo di prima figura. Anche qui converrà far riferimento a una tabella, che mostra come, secondo la posizione del termine medio nelle due premesse sia possibile costruire quattro figure di sillogismo:

I figuraII figuraIII figuraIV figura
M è P
S è M
–––––––––––––
S è P
P è M
S è M
–––––––––––––
S è P
M è P
M è S
–––––––––––––
S è P
P è M
M è S
–––––––––––––
S è P

Si constata facilmente che il sillogismo Darii è di I figura: non c’era da dubitarne, visto che l’ha detto Guglielmo, e che Umberto Eco ha parlato per bocca di Guglielmo.
Ma quanti sono i sillogismi validi, alla luce delle otto regole sillogistiche che si son dette? Cominciamo dai sillogismi possibili; ebbene, se combiniamo tre a tre le quattro proposizioni categoriche abbiamo 4*3 = 64 modi possibili (4*3 vuol dire 4 elevato alla terza potenza). Ma, oltre alle combinazioni, hanno importanza le disposizioni; poiché 4 sono le figure di sillogismo, in totale i sillogismi possibili sono 64 ´ 4 = 256 modi diversi. Ma le otto regole sillogistiche riducono il numero di sillogismi validi a 19, tra i quali sono considerati perfetti quelli di I figura: Barbara, Celarent, Darii, Ferio; perciò Guglielmo parla di «un ‘Darii’, un ottimo terzo sillogismo di prima figura». Si veda anche La determinazione medievale dei sillogismi validi.

§

Sempre in relazione al Nome della rosa, seguirà su Nusquamia un nuovo articolo, dedicato all’enigma della biblioteca labirintica gelosamente custodito dai bibliotecari dell’Abbazia.

MODELLO 3-d

Modello della biblioteca realizzato dagli studenti della Scuola di Architettura dell’Università di Sheffield (SSoA : 2016).

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[1] Si veda Le carceri d’invenzione di Giovanni Piranesi.

[2] Vedi Isidoro, Etimologie o origini, XII, 1, 43. Questo passo ha creato qualche difficoltà agl’interpreti, che non trovano una giustificazione adeguata per ‘soliditate’. D’altra parte così è scritto nei codici; ma è verisimile che sia occorso un errore di trascrizione. Probabilmente invece di ‘ungularum soliditate fixa rotunditas’ dovremmo leggere ‘ungularum solida et fixa rotunditas’. L’ipotesi è suffragata dal fatto che qui Isidoro ha come fonte Palladio Rutilio, il quale nel trattato De agricultura, IV, 12 scrive: «Pulchritudinis partes hae sunt: ut sit exiguum caput et siccum, pelle propemodnm solis ossibus adhaerente, aures breves et argutae, oculi magni, nares patulae, et erecta cervix, coma densa, et cauda profusior, ungularum solida et fixa rotunditas». Sono quasi le stesse parole, e il confronto c’induce a credere che quel ‘soliditate’ di Isidoro debba intendersi ‘solida et’.

[3] L’abduzione intesa da Peirce, da Umberto Eco e dagli autori del libro Il segno dei tre., cit., non dev’essere confusa con l’abduzione di Aristotele, che pure è il faro di sapienza cui guarda Guglielmo da Baskerville. È Umberto Eco che nel libro da lui curato, riferendosi a Peirce, parla di abduzione, non Guglielmo da Baskerville il quale, infatti, accennando al metodo a proposito delle corna e degl’incisivi dei ruminanti, non fa parola dell’abduzione, pur introducendo un argomento tratto dagli Analitici secondi di Aristotele. In Aristotele l’abduzione, o retroduzione (ἀπαγωγή) è un metodo di risoluzione di un problema dato, mediante riduzione a un altro problema, già risolto, ovvero un ragionamento riducibile a un sillogismo (ragionamento deduttivo) la cui premessa maggiore è scientificamente certa, mentre la premessa minore è probabile, per cui la conclusione ha una probabilità uguale a quella della premessa minore. Secondo Peirce, invece, e secondo Umberto Eco, l’abduzione è un terzo modo di ragionamento, dopo quello deduttivo e quello induttivo, l’unico che porti a stabilire nuove conoscenze.

[4] L’osservazione è più che appropriata: leggiamo in un manuale del Settecento: «Tutti gli animali erbivori ruminanti non hanno denti incisori nella mandibola superiore, o anteriore; la sola estremità semicircolare della mandibola inferiore, o posteriore, è fornita di denti incisori» (Osservazioni fisico-pratiche sopra alcuni animali domestici villerecci, Comino, Padova 1779, I, pp.5-6)

[5] La semplicità dell’esempio non rende giustizia alla sottigliezza di Guglielmo da Baskerville che fa fronte a un problema ben più complesso, con un numero superiore di variabili. Ma è un esempio, appunto, che ci consente di mettere a fuoco lo schema del ragionamento.

[6] A sua volta il racconti di Zadig (1748) risulta essere il calco una novella persiana, dal titolo Viaggi e avventure dei tre principi di Serendippo, scritta a Venezia nel 1548 da tale Cristoforo Armeno. Serendip è il nome persiano di Ceylon, oggi Sri Lanka (per i Greci invece era Taprobana – Ταπροβανᾶ – e così fu chiamata dagli umanisti, per esempio da Tommaso Moro). In questa novella «si descrive la straordinaria capacità dei tre figli del re di Serendip nello scoprire cose che non cercavano. Essi, da una serie di tracce quasi impercettibili, abdussero che in un certo posto era passato un cammello cieco all’occhio sinistro, senza un dente, carico di grasso, di miele e di una donna incinta. […] Il modello di abduzione qui ripreso non fa che confermare la tesi che vede nella serendipità una disponibilità psicologica a formulare ipotesi a partire da indizi. L’unica visibile differenza tra l’abduzione trattata da Peirce e la serendipità è che nella prima il fatto sorprendente si colloca entro un progetto di ricerca, mentre nella seconda esso è incontrato “casualmente”» (G. Boniolo, P. Vidali, Filosofia della scienza, Bruno Mondadori, Milano 1999, pp. 295-96).

[7] Come abbiamo visto nell’articolo L’ideologia della grammatica, la logica aristotelica, come pure la logica di Port Royal, considera la proposizione semplice composta di tre elementi: il soggetto, il verbo (che è rigorosamente il verbo ‘essere’) e il predicato. Perciò «“Pietro legge” si trasforma in “Pietro è leggente”, dove Pietro è il soggetto; il verbo “essere” è verbo per antonomasia; […] “leggente” è l’attributo, o predicato, un termine che non può mancare in una proposizione essenziale, perché esso è ciò che si afferma, o si giudica, del soggetto».

[8] Cioè, distribuito dalla proposizione, nel senso che la proposizione si riferisce a tutti i termini della classe designata da quel termine.

[9] Vedi G. Boniolo, P. Vidali, Strumenti per ragionare, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. 7 ss.

[10] La logica proposizionale stoica sarà sistematizzata da Severino Boezio, la cui opera De hypoteticis syllogismis (tra le altre) era letta e commentata nel corso di studi del Trivio, nella parte corrispondente alla Dialettica. A proposito degli enunciati composti, introducendo il modus ponens Boezio scrive (2.2.1):  «Horum [syllogismorum] primus modus est hic veniens a prima propositione [Si est a, est b]:
Si a est, b est;
Atqui est a;
–––––––––––
Est igitur b.

[11] In particolare, devono essere rispettate otto regole, che gli antichi espressero in esametri, perché potessero essere mandate a memoria (abbiamo già visto la quarta, quella del medio distribuito). Le troviamo a p. 241 delle Lezioni di Logica e Metafisica di P. Galluppi.