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Malaparte inviato di guerra in Ucraìna: il vento nero e gli ebrei crocifissi nel Donec’k

Un racconto del tempo quando gl’italiani erano belligeranti in Ucraìna

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Nel romanzo ‘La pelle’, pubblicato nel 1949, Curzio Malaparte, ufficiale di collegamento con il comando alleato, descrive il degrado materiale e morale dell’Italia sconfitta, da Napoli, che nel 1944 costituisce un’anticipazione della Saigon degli anni ’70, a Roma, a Firenze, fino a Milano il 9 aprile 1945, il giorno di Piazzale Loreto. Il capitolo ‘Il vento nero’, per cui ‘La pelle’ fu messa all’Indice dei libri proibiti, contiene una digressione sulla voce del “vento nero”, che Malaparte sentì la prima volta nel 1941 in Ucraìna, dov’era stato corrispondente di guerra.
Qui sotto, un’inquadratura del film ‘La pelle’ (1981) che Liliana Cavani ha tratto liberamente dal libro: Curzio Malaparte e la principessa Consuelo Caracciolo a cena sulla terrazza della villa Malaparte a Capri. Facendo clic sull’immagine vediamo il provino del film, che s’inizia nella piazzetta di Capri e termina con uno scorcio d’interno della villa.

Abbiamo visto in un articolo della pagina precedente[1] che il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) fu costituito nel luglio 1941. Quindi, con l’approssimarsi dell’inverno (il primo dei due inverni della campagna di Russia), in previsione di una nuova offensiva nella primavera del 1942, fu messa in stato d’allerta l’8ª Armata italiana, che già esisteva, fin dalla Prima guerra mondiale, e che per l’occasione prese il nome di Armata Italiana in Russia (ARMIR), comprendente due corpi d’armata. Nella carta qui sotto vediamo le manovre dei corpi di spedizione italiani nel periodo che va dall’estate del 1941 a quella successiva.

(Fare clic sull’immagine per vederla ingrandita.) Il villaggio di Kostjantynivka, dove si trovava Malaparte al tempo dell’episodio del “vento nero” dell’Ucraìna, è indicato con un circoletto rosso. La città di Stalino (oggi Donec’k, capitale dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donec’k), il cui nome è sottolineato, rappresenta il punto dove il CSIR si attestò (insieme con i germanici), prima dell’inverno del 1941.

Curzio Malaparte (1898-1957) fu una delle intelligenze scomode del Novecento: colto e sfrontato, interpretò personaggi diversi, in diversi momenti della sua vita intensa, ma anche simultaneamente, in felice (per lui) contraddizione. Fu tuttavia tenacemente fedele a se stesso, al suo essere “arcitaliano” o, come afferma Giordano Bruno Guerri nel documento che presentiamo qui sotto, “nazionalpopolare”.[2]

Come per D’Annunzio, anche per Malaparte non conta la realtà delle cose, ma quella della parola, con la quale entrambi sognano di plasmare il mondo reale, come per forza d’incantamento. Inutile chiedere a Malaparte se quel ch’egli scrive sia vero; lui risponderebbe: «Non è importante che sia vero, è importante che sia arte».[3] Anche se D’Annunzio, con l’impresa fiumana, raggiunse l’obiettivo demiurgico con più fortuna di Malaparte, è innegabile che i due avessero parecchi tratti in comune: l’estetismo, il gusto per il lusso, l’arditismo bellico, l’amore per i cani, la voluttà di épater le bourgeois, l’essere stati entrambi autori (anche) in lingua francese; né andrà trascurato che furono entrambi allievi del Collegio Cicognini di Prato, nel quale ebbero un’educazione classica di prim’ordine. In una cosa tuttavia differivano, anzi erano agli antipodi: Malaparte era un uomo bellissimo e vanitoso, D’Annunzio era vanitoso ma di aspetto meschino. Peraltro Malaparte, più giovane, mostrava di disprezzare colui che fuori di dubbio l’aveva preceduto sulla strada del dandismo.[4]
In un articolo scritto da Giampiero Mughini per il Foglio leggiamo:[5]

Durante la sua vita Malaparte era stato tutto e il contrario di tutto. Da giovanissimo era stato un volontario della Prima Guerra Mondiale [a 16 anni, inquadrato nella Legione garibaldina: N.d.Ar.], su cui pubblicherà un libro dal titolo scandalizzante, “Viva Caporetto”, immediatamente sequestrato e che lui ripubblicherà a sue spese con un nuovo titolo, “La rivolta dei santi maledetti”. C’era anche lui tra quelli che marciarono su Roma nell’ottobre del 1922, e del resto in una lettera a Piero Gobetti (un antifascista integrale che gli era amico) si autodefiniva “un fascista nato”.

Malaparte fu, tra l’altro, direttore della Stampa, dal 1929, ma non per molto tempo: fuor di dubbio era bravo, e anche fascista, sì, ma “frondista”, dunque ingombrante; lasciò la direzione nel 1931. Poi fu arrestato, nel 1933, su richiesta di Italo Balbo, perché accusato di aver messo in giro la voce che il trasvolatore e futuro governatore della Libia intendesse fare la scarpe a Mussolini. Dopo un mese trascorso in una fetida cella a Regina Coeli, fu condannato a cinque anni di confino all’isola di Lipari.

Malaparte davanti alla Chiesa dell’Annunziata a Lipari, la cui scalinata, a forma di trapezio isoscele con il lato corto in basso, fu presa a modello per la rampa di accesso alla terrazza della villa caprese.

Due anni dopo gli fu concesso, per intercessione di Galeazzo Ciano,[6] di trasformare il confino sull’isola in soggiorno obbligato, a Forte dei Marmi, dove acquistò una villa vicino alla Capannina e condusse vita sfarzosa (era uno scrittore di successo, non gli mancavano le risorse economiche) ed ebbe una relazione con Virginia Bourbon, vedova di Edoardo Agnelli, osteggiata dal senatore capostipite, il quale temeva che lo scandalo potesse influire negativamente sulle buone relazioni della Fiat con il regime.
Tornato all’antico mestiere di giornalista, grazie ai buoni uffici dell’amico Galeazzo Ciano, fu inviato del Corriere della Sera nell’Africa Orientale Italiana. Dopo la dichiarazione di guerra del giugno 1940, «consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia» (così si espresse Mussolini davanti a una folla oceanica e in visibilio, accalcata davanti a Palazzo Venezia), Malaparte è mobilitato, assegnato al 5º Reggimento alpini col grado di capitano, ed inviato al fronte alpino; quindi, in seguito ad accordi intervenuti tra il Ministero della Guerra e il Minculpop, è indirizzato al fronte greco, da dove comincia a inviare le sue corrispondenze di guerra, stampate sul Corriere della Sera. Poi si sposta in Bulgaria, Croazia, Ungheria, infine in Bessarabia (Moldavia) ed Ucraìna, sempre come corrispondente di guerra, questa volta al seguito di una divisione dell’11ª Armata tedesca, fino al dicembre 1941. Eccone una:

Pare però che il comando tedesco non fosse molto contento di Malaparte, che «avrebbe assunto negli scritti un atteggiamento contrario al nazional-socialismo ed avrebbe, tra l’altro, lodato l’efficienza e l’organizzazione dell’esercito russo»;[7] perciò, dopo la pausa natalizia del 1941 trascorsa a Roma, Malaparte seguirà le operazioni di lontano. Il 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, si trova in Finlandia e di qui raggiunge l’Italia, dove viene arrestato per ordine del governo Badoglio (in quanto fascista) e soggiorna per breve tempo a Regina Coeli, dove già era stato, prima del confino a Lipari. Chiede, ed ottiene, di essere detenuto nella stessa cella del quarto braccio. Liberato, si ritira a Capri, dove aveva acquistato uno scoglio e vi aveva fatto costruire una villa singolare, un capolavoro di architettura razionalista, dove Jean-Luc Godard ambienterà parte del film Il disprezzo (1963), con Brigitte Bardot e Michel Piccoli.

Vista aerea della villa di Curzio Malaparte a Capri, dove Jean-Luc Godard ha girato alcune scene del film ‘Il disprezzo’, interpretato da Michel Piccoli e Brigitte Bardot: le vediamo facendo clic sull’immagine qui sotto. Sulla villa e la gestazione del suo progetto si veda Curzio Malaparte: “Casa come me”.

Nel novembre 1943, quand’era a Capri, Malaparte è arrestato di nuovo, questa volta su indicazione del controspionaggio americano (CIC, Counter Intelligence Corps): si vuole veder chiaro sul ruolo che ebbe in Grecia in collaborazione col conte Ciano, ma è rilasciato una settimana dopo. Da questo momento comincia la sua collaborazione con il comando alleato.


La Pelle (che in origine doveva intitolarsi La peste: il titolo fu cambiato perché nel frattempo era uscito con lo stesso titolo il romanzo di Albert Camus) può essere considerato un centone di corrispondenze di guerra, questa volta dal fronte interno, quello di un’Italia vinta, umiliata, martoriata. Il libro comprende dodici capitoli: sono le tappe dell’itinerario compiuto da Malaparte, vinto tra i vincitori, con il grado di capitano del Corpo Italiano di Liberazione, nel ruolo di ufficiale di collegamento con il comando alleato. Gli è vicino il colonnello Jack Hamilton (che dobbiamo identificare nel colonnello Henry H. Cumming, al quale il libro è dedicato) con il quale s’intende perfettamente: «Ed io mi misi a recitare a bassa voce, in greco, i versi dell’Iliade, nei quali Achille sorge dallo Scamandro “simile al luttuoso astro d’autunno chiamato Orione”. E quando tacqui, Jack seguitò, guardando la luna sorgere sui monti del Lazio, e scandiva gli esametri omerici nel modo cantante della sua Virginia University».
Un certo pomeriggio Malaparte in compagnia dell’amico Jack assiste al rito pagano della “figliata”, perché Jack «si sentiva in dovere non trascurare nessuna occasione di conoscere quella misteriosa Europa, che gli americani erano venuti a liberare». La “figliata” – leggiamo nella Pelle – è «la famosa cerimonia sacra che si celebra ogni anno, segretamente, a Torre del Greco, e alla quale convengono, da ogni parte d’Europa, i più alti sacerdoti della misteriosa religione degli Uraniani: ma non m’era mai riuscito di assistere a quell’arcano rito. La celebrazione di quell’antichissima cerimonia (il culto asiatico della religione uraniana è stato introdotto in Europa dalla Persia poco prima di Cristo, e già durante il regno di Tiberio la cerimonia della figliata era celebrata nella stessa Roma in molti templi segreti, di cui il più antico nella Suburra) era stata sospesa durante la guerra: ed ora era la prima volta, dopo la liberazione, che quel misterioso rito tornava in onore».[8]
Dev’essere stato uno spettacolo forte, impressionante, perfino per uno come Malaparte. Il quale deve aver dormito male quella notte, fin da principio, tant’è che si sveglia, madido di sudore, si affaccia alla finestra, e riconosce, o gli pare di riconoscere – con Malaparte niente è mai certo – la voce triste del “vento nero”. L’aveva sentita quand’era inviato di guerra in Ucraìna. Ecco dunque aprirsi un altro quadro, un’altra corrispondenza dal mondo dell’orrore, che solitamente in questo libro è il mondo delle macerie d’Italia (non sempre, però). E poiché abbiamo imparato che nel racconto di Malaparte non c’è da aspettarsi continuità spaziotemporale, o un nesso logico cogente, non ci rimane che leggere queste pagine controverse, e pensare che l’orrore dell’Ucraìna riguarda anche l’Italia: la pietà dei vincitori per i vinti, cioè la solidarietà, serve a ben poco, come a niente servì la solidarietà di Malaparte per gli ebrei crocifissi dai tedeschi: anzi fu una sua colpa, come quella dei cristiani in Ucraìna, nei confronti degli ebrei. La solidarietà non restituisce la vita ai morti, né dignità agli offesi, e non riscatta dal meritato disprezzo i vincitori. La pietà, quella vera, è la pietà che i vinti hanno per se stessi, «l’antica, meravigliosa pietà del popolo napoletano. Esso non aveva soltanto pietà degli altri: ma di se stesso». Del resto «Cristo esige dagli uomini la pietà, non la solidarietà. La solidarietà non è un sentimento cristiano». E non sai se Malaparte stia giocando con le parole, o se abbia un concetto della pietà così sottile, così difficile, da non poter essere spiegato. Nel capitolo sul vento nero, un ebreo nudo, le braccia aperte in croce, «le mani inchiodate a due grossi rami che si partono dal tronco dell’albero» rimprovera Malaparte con queste parole: «Che pietà è la vostra? che vuoi che ne facciamo della vostra pietà? Ci sputiamo sopra, alla vostra pietà». Nell’unico suo film, Il Cristo proibito, Malaparte torna sull’argomento e, in un gioco di paradossi nel quale si sente l’eco di suggestioni dostoevskijane, fa dire a un suo personaggio: «Un Cristo solo non basta», ci vuole un’imitazione perenne.

Ecco le pagine sul “vento nero”:

Il vento nero

dalla Pelle, di Curzio Malaparte

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Il vento nero cominciò a soffiare verso l’alba, e io mi destai, madido di sudore. Avevo riconosciuto nel sonno la sua voce triste, la sua voce nera. M’affacciai alla finestra, cercai sui muri, sui tetti, sul lastrico della strada, nelle foglie degli albe­ri, nel cielo su Posillipo, i segni della sua presenza. Come uo­mo cieco, che cammina a tentoni, accarezzando l’aria e sfio­rando gli oggetti con le mani protese, così fa il vento nero: che è cieco; e non vede dove va, e ora tocca quel muro, ora quel ramo, ora quel viso umano, e ora la riva ora il monte, lasciando nell’aria e sulle cose la nera impronta della sua lie­ve carezza.
Non era la prima volta che udivo la voce del vento nero, e subito la riconobbi. Mi destai, madido di sudore, e affaccia­tomi alla finestra scrutai le case, il mare, il cielo, le nuvole alte sul mare.
La prima volta che udii la sua voce ero in Ucraina, nell’e­state del 1941. Mi trovavo nelle terre cosacche del Dnieper, e una sera i vecchi cosacchi del villaggio di Costantinovka, seduti a fumar la pipa sulla soglia delle case, mi dissero: «Guarda il vento nero, laggiù». Il giorno moriva, il sole affon­dava nella terra, là in fondo all’orizzonte. L’ultimo bagliore del sole toccava, roseo e trasparente, i più alti rami delle bianche betulle, e fu in quell’ora triste, in cui il giorno muo­re, che io vidi per la prima volta il vento nero.
Era come un’ombra nera, come l’ombra di un cavallo nero, che errava incerta qua e là per la steppa, e ora si avvici­nava cauta al villaggio, ora si allontanava spaurita. Qualcosa come l’ala di un uccello notturno sfiorava gli alberi, i cavalli, i cani, sparsi intorno al villaggio, che subito prendevano un colore oscuro, si tingevan di notte. Le voci degli uomini e degli animali parevano pezzi di carta nera, che volavan nel­l’aria rosea del tramonto.
Me ne andai verso il fiume, e l’acqua era densa e oscura. Alzai gli occhi alla chioma di un albero, e le foglie eran luci­de e nere. Raccolsi una pietra, e nella mia mano la pietra era nera e pesante, impenetrabile allo sguardo, come un grumo di notte. Le ragazze che tornavano dai campi verso le lunghe e basse tettoie del kolkhoz avevano gli occhi neri e lucenti, le loro risa libere e fresche si alzavan nell’aria come neri uc­celli. Eppure il giorno era ancora chiaro. Quegli alberi, quel­le voci, quegli animali, quegli uomini, già così neri nel gior­no ancora chiaro, mi riempivano di un sottile orrore.
I vecchi cosacchi dal viso rugoso, dal gran ciuffo avvolto al sommo del cranio rasato, dissero: «È il vento nero, il ciorni vetier» e scuotevan la testa, guardando il vento nero vagare incerto qua e là per la steppa come un cavallo spaurito. Io dissi: «Forse è l’ombra della sera, che tinge di nero quel ven­to». I vecchi cosacchi scuotevan la testa, dicendo: «No, non è l’ombra della sera che tinge il vento. È il ciorni vetier che tinge di nero tutto quello che tocca». E m’insegnarono a ri­conoscere la voce del vento nero, e il suo odore, il suo sapo­re. Prendevano in braccio un agnello, soffiavano nella nera lana, e la radice del vello appariva bianca. Prendevano un uccellino nella mano, soffiavano nelle nere, soffici piume, e la radice delle piume appariva tinta di giallo, di rosso, di az­zurro. Soffiavano sull’intonaco di una casa, e sotto la nera peluria lasciatavi dalla carezza del vento traspariva il biancor della calce. Affondavano le dita nella nera criniera di un ca­vallo, e fra le dita il pelo baio riappariva. I cani neri che ruz­zavano nella piazzetta del villaggio, ogni volta che passavano dietro una palizzata o dietro un muro, al riparo dal vento, si accendevano di quel colore fulvo che è il colore dei cani co­sacchi, e subito si spegnevano non appena si rituffavan nel vento. Un vecchio disseppellì con le unghie una pietra bian­ca affondata nel terriccio, la raccolse nel palmo della mano, la gettò nel fiume del vento: pareva una stella spenta, una nera stella che affondasse nella chiara corrente del giorno. Imparai così a riconoscere il vento nero dall’odore, che è l’o­dore dell’erba secca, dal sapore amaro, amaro e forte come il sapore delle foglie d’alloro, e dalla voce, che è meravigliosa­mente triste, piena di una profonda notte.
Il giorno dopo, andavo a Dorogò, a tre ore da Costantinovka. Era già tardi, e il mio cavallo era stanco. Andavo a Dorogò a visitare quel famoso kolkhoz, dove si allevavano i migliori cavalli di tutta l’Ucraina. Ero partito da Costantinovka verso le cinque del pomeriggio, e contavo di giungere a Dorogò prima di notte. Ma le recenti piogge avevano mu­tato la pista in un fosso pieno di fango e travolto i ponti sui fiumiciattoli, assai frequenti in quella regione, costringendo­mi a risalire o a scendere lungo la riva in cerca di un guado. Ed ero ancora lontano da Dorogò quando il sole affondò nel­la terra con un tonfo sordo, là in fondo all’orizzonte. Il sole, nella steppa, tramonta all’improvviso, cade nell’erba come un sasso, col tonfo di una pietra che urta la terra. Appena la­sciata Costantinovka m’ero accompagnato per un lungo trat­to con un gruppo di cavalieri ungheresi che andavano a Stalino. Cavalcavano fumando lunghe pipe, e ogni tanto si fer­mavano parlando fra loro. Avevano voci morbide e cantanti. Credevo si consultassero sulla strada da prendere, ma a un certo punto il sergente che li comandava mi domandò in te­desco se volevo vendere il mio cavallo. Era un cavallo cosac­co, conosceva ogni odore, ogni sapore, ogni voce della step­pa. «È il mio amico» risposi «io non vendo gli amici.» Il ser­gente ungherese mi guardò sorridendo: «È un bel cavallo» disse «ma non vi deve esser costato molto denaro. Potete dir­mi dove lo avete rubato?». Sapevo come si risponde ai ladri di cavalli, e risposi: «Sì, è un bel cavallo, corre come il vento per tutto il giorno, senza stancarsi: ma ha la lebbra». Lo guar­davo in faccia, e ridevo. «Ha la lebbra?» disse il sergente. «Non mi credi?» dissi «se non mi credi, toccalo, e vedrai che ti darà la lebbra.» E accarezzando il fianco del cavallo con la punta del piede me ne andai lentamente senza voltarmi in­dietro. Li udii ridere e gridare per un bel pezzo, insultando­mi: poi con la coda dell’occhio vidi che avevano obliquato verso il fiume, e galoppavano serrati in gruppo, agitando le braccia. Dopo qualche miglio incontrai alcuni cavalieri ro­meni che andavano razziando, e portavano, gettate attraver­so la sella, mucchi di vestaglie di seta e di pelli di montone, rubate certo in qualche villaggio tartaro. Mi domandarono dove andassi. «A Dorogò» risposi. Avrebbero voluto accom­pagnarmi, dissero, fino a Dorogò, per difendermi nel caso di qualche brutto incontro, la steppa, aggiunsero, essendo corsa da bande di predoni ungheresi, ma avevano i cavalli stanchi. Mi augurarono buon viaggio, e si allontanarono voltandosi indietro ogni tanto a salutarmi con la mano.
Era già quasi notte quando scorsi lontano, davanti a me, un bagliore di fuochi. Era certo il villaggio di Dorogò. A un tratto riconobbi l’odore del vento, e il cuore mi gelò. Mi guardai le mani: erano nere, secche, quasi carbonizzate. E neri erano gli alberi radi, sparsi qua e là per la steppa, nere le pietre, nera la terra: ma l’aria era ancora chiara, e pareva d’argento. L’ultimo fuoco del giorno moriva nel cielo dietro di me, e i selvaggi cavalli della notte mi correvano incontro di galoppo dall’estremo orizzonte d’oriente, sollevando nere nubi di polvere.
Sentivo sul mio viso passar la nera carezza del vento, la ne­ra notte del vento empirmi la bocca. Un silenzio denso e vi­scido come un’acqua melmosa stagnava sulla steppa. Mi cur­vai sul collo del cavallo, gli parlai nell’orecchio a voce bassa. Il cavallo ascoltava le mie parole nitrendo dolcemente, e volgeva verso di me il grande occhio obliquo, quel suo gran­de occhio scuro, pieno di una pazzia malinconica e casta. Era ormai già scesa la notte, i fuochi del villaggio di Dorogò era­no ormai vicini, quando, all’improvviso, udii voci umane passare alte sul mio capo.
Alzai gli occhi: e mi parve che una doppia fila di alberi fiancheggiassero in quel punto la strada, curvando i rami sul­la mia testa. Ma non vedevo i tronchi, né i rami, né le fo­glie, avvertivo soltanto la presenza di alberi intorno a me, una presenza strana, qualcosa di forte nella nera notte, qual­cosa di vivo murato nel nero muro della notte. Trattenni il cavallo, tesi l’orecchio. Udii veramente parlare sul mio capo, voci umane passar nell’aria nera, alte sulla mia testa. «Wer da?» gridai «chi va là?»
Davanti a me, laggiù, in fondo all’orizzonte, un lieve chia­rore roseo si diffondeva nel cielo. Le voci passavano alte sul­la mia testa, erano proprio parole umane, parole tedesche, russe, ebraiche. Le voci erano forti, che si parlavan tra loro, ma un po’ stridule: talvolta dure, talvolta fredde e fragili co­me il vento, e spesso si rompevano in fondo alle parole con quel tintinnio del vetro che urta in una pietra. Allora gridai di nuovo: «Wer da? chi va là?».
«Chi sei? che vuoi? chi è? chi è?» risposero alcune voci, correndo alte sulla mia testa.
Il labbro dell’orizzonte era roseo e trasparente come il gu­scio di un uovo, pareva proprio che un uovo, là in fondo al­l’orizzonte, uscisse lentamente fuori del grembo della terra.
«Sono un uomo, sono un cristiano» dissi.
Un riso stridulo corse nel cielo nero, si perdé lontano nella notte. E una voce, più delle altre forte, gridò: «Ah, sei un cristiano, tu?». Io risposi: «Sì, sono un cristiano». Una risata di scherno accolse le mie parole, e alto correndo sulla mia testa si allontanò, andò a spegnersi a poco a poco laggiù nel­la notte.
«E non ti vergogni d’esser cristiano?» gridò la voce.
Io tacevo. Curvo sul collo del cavallo, il viso affondato nella criniera, tacevo.
«Perché non rispondi?» gridò la voce.
Io tacevo, guardando l’orizzonte schiarire a poco a poco. Un dorato lume, simile alla trasparenza di un guscio d’uovo, si spandeva lentamente nel cielo. Era proprio un uovo che nasceva laggiù, che spuntava a poco a poco di sotterra, che sorgeva lentamente dalla profonda e nera tomba della terra.
«Perché taci?» gridò la voce.
Ed io sentii alto sulla mia testa un fruscio, come di rami agitati dal vento, un mormorio, come di foglie nel vento, e un riso rabbioso, e parole dure, correr nel cielo nero, qualcosa, come un’ala, sfiorarmi il viso. Erano certo uccelli, erano grandi uccelli neri, forse eran corvi, che destati dal sonno spiccavano il volo, fuggivano remigando con le grasse ali ne­re. «Chi siete?» gridai «per l’amor di Dio, rispondetemi!» Il chiaror della luna si diffondeva nel cielo. Era proprio un uo­vo che nasceva laggiù dal grembo della notte, era proprio un uovo che nasceva dal grembo della terra, che si levava lenta­mente all’orizzonte. A poco a poco vidi gli alberi che fian­cheggiavano la strada uscir dalla notte, stagliarsi contro il cielo dorato, e nere ombre muoversi là in alto, fra i rami.

Un grido di orrore mi si ruppe nella gola. Erano uomini crocifissi. Erano uomini inchiodati ai tronchi degli alberi, le braccia aperte in croce, i piedi congiunti, fissati al tronco da lunghi chiodi, o da fili di ferro attorti intorno alle caviglie. Alcuni avevano la testa abbandonata sulla spalla, altri sul petto, altri alzavano il viso a mirar la luna nascente. Molti eran vestiti del nero kaftano ebraico, molti erano nudi, e la loro carne splendeva castamente nel tepore freddo della lu­na. Simile all’uovo turgido di vita, che nei sepolcreti etru­schi di Tarquinia i morti sollevano fra due dita, simbolo di fecondità e di eternità, la luna usciva di sotterra, si librava nel cielo, bianca e fredda come un uovo: illuminando i visi barbuti, le nere occhiaie, le bocche spalancate, le membra contorte degli uomini crocifissi.
Mi sollevai sulle staffe, tesi le mani verso uno di loro, ten­tai con le unghie di strappare i chiodi che gli trafiggevano i piedi. Ma voci di sdegno si levarono intorno, e l’uomo croci­fisso urlò: «Non mi toccare, maledetto».
«Non voglio farvi del male» gridai «per l’amor di Dio, la­sciate che vi venga in aiuto!»
Una risata orribile corse d’albero in albero, di croce in cro­ce, e vidi le teste muoversi qua e là, le barbe agitarsi, le boc­che aprirsi e chiudersi: e udii lo stridore dei denti.
«Venirci in aiuto?» gridò la voce dall’alto «e perché? forse perché hai pietà di noi? perché sei un cristiano? Su, rispondi: perché sei un cristiano? E credi che questa sia una buona ra­gione? Hai pietà di noi perché sei un cristiano?» Io tacevo, e la voce riprese più forte: «Coloro che ci hanno messi in cro­ce, non sono forse cristiani come te? Son forse cani, cavalli, o topi, coloro che ci hanno inchiodati a questi alberi? Ah! ah! ah! un cristiano!».
Io curvavo la testa sul collo del cavallo, e tacevo.
«Su, rispondi! Con che diritto pretendi di venirci in aiuto? Con che diritto pretendi di aver pietà di noi?»
«Non sono stato io» gridai «non sono stato io a inchiodarvi agli alberi! Non sono stato io!»
«Lo so» disse la voce con un inesprimibile accento di dol­cezza e di odio «lo so, sono stati gli altri, sono stati tutti gli altri come te.»
In quel momento giunse di lontano un gemito, era un la­mento alto e forte. Era un pianto giovane rotto dal singhioz­zo della morte, e un mormorio pervenne fino a noi, d’albero in albero. Voci affannose gridavano: «Chi è? chi è? chi muo­re laggiù?». E altre voci lamentose rispondevano, inseguendo­si fino a noi di croce in croce: «È David, è David di Samuele, è David figlio di Samuele, è David, è David…». Con quel no­me ripetuto d’albero in albero venivano a noi un singhiozzar trattenuto, un pianto fragile e roco, e gemiti, imprecazioni, urli di dolore e di rabbia.
«Era ancora un ragazzo» disse la voce.
Allora alzai gli occhi, e illuminato dalla luna ormai alta, dal bianco e freddo riflesso di quell’uovo librato nel cielo oscuro, vidi colui che mi parlava: era un uomo nudo dal viso d’argento, scarno e barbuto. Aveva le braccia aperte in cro­ce, le mani inchiodate a due grossi rami che si partivan dal tronco dell’albero. Mi guardava fisso, con occhi scintillanti, e all’improvviso gridò: «Che pietà è la vostra? che vuoi che ne facciamo della vostra pietà? Ci sputiamo sopra, alla vostra pietà, ja napliwaiu! ja napliwaiu! ci sputo sopra! ci sputo so­pra!».
«Per l’amor di Dio» gridai «non mi cacciate via! Lasciate che vi schiodi dalle vostre croci! Non respingete la mia ma­no: è la mano di un uomo.»
Un riso cattivo si levò intorno, udivo i rami gemere sulla mia testa, un fremito orribile diffondersi per le foglie.
«Ah! ah! ah!» gridò l’uomo crocifisso «avete udito? Vuol toglierci dalla croce! E non se ne vergogna! Razza immonda di cristiani, ci torturate, ci inchiodate agli alberi, e poi veni­te a offrirci la vostra pietà! Vorreste salvarvi l’anima, eh? Avete paura dell’inferno! Ah! ah! ah!»
«Non cacciatemi via» gridai «non respingete la mia mano, per l’amor di Dio!»
«Vuoi toglierci dalla croce?» disse l’uomo crocifisso con vo­ce grave e triste «e poi? I tedeschi ci ammazzeranno come ca­ni. E anche te, ti ammazzeranno come un cane arrabbiato.»
«Ci ammazzeranno come cani» ripetei dentro di me, cur­vando la testa.
«Se vuoi aiutarci, se vuoi abbreviare i nostri tormenti… sparaci nella testa, a uno a uno. Su, perché non ci spari? per­ché non ci finisci? Se hai veramente pietà di noi, sparaci, dacci il colpo di grazia. Su, perché non ci spari? Hai forse paura che i tedeschi ti ammazzino perché hai avuto pietà di noi?» Così dicendo mi guardava fisso, e io mi sentivo trafig­gere da quei neri occhi scintillanti.
«No, no!» gridai «abbiate pietà di me, non chiedetemi que­sto, per l’amor di Dio! Non chiedetemi una cosa simile, non ho mai sparato a un uomo, non sono un assassino! non vo­glio diventare un assassino!» E sbattevo la testa, piangendo e gridando, nel collo del cavallo.
Gli uomini crocifissi tacevano, li udivo respirare, udivo un sibilo rauco stridere fra i loro denti, sentivo i loro sguardi pe­sare su me, i loro occhi di fuoco bruciarmi la faccia inondata di lacrime, traversarmi il petto.
«Se hai pietà di me, ammazzami!» gridò l’uomo crocifisso, «oh, sparami un colpo nella testa! oh, sparami nella testa, ab­bi pietà di me! Per l’amor di Dio, ammazzami, oh! ammazza­mi, per l’amor di Dio!»
Allora, tutto dolendomi e piangendo e con dolorosa fatica movendo le braccia gravate da un enorme peso, misi la ma­no al fianco, impugnai il calcio della pistola. Lentamente sollevai il gomito, trassi la pistola dalla fondina, e alzatomi sulle staffe, con la sinistra afferrando la criniera del cavallo per non scivolare di sella, tanto ero debole e stordito e oppresso dall’orrore, sollevai la pistola, la puntai in faccia al­l’uomo crocifisso: e in quell’istante lo guardai. Vidi la sua bocca nera, cavernosa, sdentata, il suo naso adunco dalle na­rici piene di grumi di sangue, la sua barba arruffata, i suoi ne­ri occhi scintillanti.
«Ah, maledetto!» gridò l’uomo crocifisso «è questa la vostra pietà? Non sapete far altro, vigliacchi? ci inchiodate agli al­beri e poi ci ammazzate con un colpo nella testa? È questa la vostra pietà, vigliacchi?» E due, tre volte, mi sputò in faccia.
Io ricaddi sulla sella, mentre un riso orribile correva d’al­bero in albero. Urtato dagli sproni, il cavallo si mosse, si av­viò al trotto: ed io a testa curva, aggrappato con le due mani al pomo della sella, passai sotto quegli uomini crocifissi, e ognuno di loro mi sputava addosso, gridando: «Vigliacco! cri­stiano maledetto!». Sentivo gli sputi flagellarmi il viso, le mani, e stringevo i denti, tutto curvo sul collo del cavallo, sotto quella pioggia di sputi.
Così giunsi a Dorogò, e caddi di sella fra le braccia di alcu­ni soldati italiani di presidio in quello sperduto villaggio del­la steppa. Erano cavalleggeri del reggimento di Lodi, e li co­mandava un sottotenente lombardo, giovanissimo, quasi un bambino. La notte mi assalì la febbre, e fino all’alba delirai, vegliato dal giovane ufficiale. Non so quel che gridai nel de­lirio, ma quando ripresi conoscenza l’ufficiale mi disse che io non avevo nessuna colpa dell’orribile sorte toccata a quegli infelici, e che anche quella mattina una pattuglia tedesca aveva fucilato un contadino sorpreso a dar da bere agli uomi­ni crocifissi. Io cominciai a gridare, «non voglio più essere un cristiano» gridavo, «ho schifo d’essere un cristiano, un male­detto cristiano!» e mi dibattevo perché mi lasciassero andare a portar da bere a quei disgraziati, ma l’ufficiale e due dei suoi soldati mi tenevano fermo nel letto. A lungo mi dibat­tei, finché svenni: quando ripresi i sensi, fui assalito da un nuovo accesso di febbre e delirai per tutto quel giorno e la notte seguente.
Il giorno dopo rimasi in letto, troppo debole per alzarmi. Guardavo attraverso i vetri della finestra il cielo bianco sulla steppa gialla, le nuvole verdi in fondo all’orizzonte, ascoltavo le voci dei contadini e dei soldati che passavano davanti alla staccionata dell’orto. Il giovane ufficiale mi disse quella sera che non potendo evitare quelle cose orribili, dovevamo cercar di dimenticarle, per non rischiare di diventar pazzi, e aggiunse che se mi fossi sentito meglio mi avrebbe il giorno seguente accompagnato a visitare il kolkhoz di Dorogò, e il famoso allevamento di cavalli. Ma lo ringraziai della sua cor­tesia, e dissi che volevo tornare al più presto a Costantinovka. Il terzo giorno mi alzai dal letto e presi congedo dal gio­vane ufficiale (mi ricordo che lo abbracciai, e che abbrac­ciandolo tremavo); benché mi sentissi privo di forze mi misi in sella, e accompagnato da due cavalleggeri partii per Costantinovka nelle prime ore del pomeriggio.
Uscimmo dal villaggio al piccolo trotto; quando imboc­cammo il viale fiancheggiato d’alberi, chiusi gli occhi, e da­to di sprone al cavallo m’inoltrai di galoppo fra le due terri­bili schiere d’uomini crocifissi. Cavalcavo tutto curvo sulla sella, a occhi chiusi, stringendo i denti. A un tratto frenai il cavallo: «Che è questo silenzio?» gridai «perché questo silen­zio?».
Avevo riconosciuto quel silenzio. Aprii gli occhi, e guar­dai. Quegli orribili Cristi pendevano inerti dalle loro croci, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, e mi guardavano fisso. Il vento nero correva qua e là per la steppa come un cavallo cieco, muoveva gli stracci che coprivano quei poveri corpi piagati e contorti, agitava le foglie degli alberi – e non il più lieve mormorio correva per le fronde. Neri corvi stavano ap­pollaiati, immoti, sulle spalle dei morti, e mi guardavano fisso.
Era un silenzio orribile. La luce era morta, l’odore dell’er­ba, il colore delle foglie, delle pietre, delle nuvole erranti nel cielo grigio, tutto era morto in fondo a quell’immenso, vuo­to, gelido silenzio. Spronai il cavallo, che s’impennò, si but­tò al galoppo. E fuggii gridando e piangendo attraverso la steppa, nel vento nero che correva qua e là nel giorno chia­ro, come un cavallo cieco.

A metà del libro Malaparte considera che «oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle»; e, ancora: «Anche le bandiere degli eserciti son fatte di pelle umana. Non ci si batte più per l’onore, per la libertà, per la giustizia. Ci si batte per la pelle, per questa schifosa pelle».
Nell’ultima pagina, Jimmy, un bravo ragazzone americano, ma senza la cultura e la sensibilità di Jack, lui che aveva voluto vedere con Malaparte, in un basso di Napoli, il miracolo di una ragazza ancora vergine, e si pagava il biglietto per constatarlo, lui che credeva che gl’italiani fossero tutti dei bastardi, e che poi si è ricreduto, ma solo in parte, suggerisce a Malaparte di lasciare l’Italia, che è un cumulo di macerie e di morti, senza speranza. Malaparte risponde che tra quei morti ci sono migliaia e migliaia di Cristi, non li può abbandonare.

«Sono stanco di vivere tra i morti, son contento di tornarmene a casa, in America, tra gli uomini vivi. Perché non vieni anche tu in America? Tu sei un uomo vivo. L’America è un paese ricco e felice».
«Lo so, Jimmy, che l’America è un paese ricco e felice. Ma non partirò, debbo restar qui. Non sono un vigliacco, Jimmy… Non posso abbandonare i miei morti, Jimmy. … Se tu sapessi che Cristo giace fra loro, fra quei poveri morti, lo abbandoneresti?»
«Non vorrai darmi a intendere» disse Jimmy «che anche Cristo ha perso la guerra».
«È una vergogna vincere la guerra» dissi a voce bassa.

Il libro si chiude con queste parole, una condanna dell’oscenità della vittoria.

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[1] Belligeranti italiani in Ucraìna, nel 1941-42 e nel 1855-56.

[2] “Intelligenze scomode del Novecento” è il titolo di due serie televisive messe in onda dalla Rai, al tempo in cui Renato Parascandolo era direttore di Rai Educational. Per la prima serie furono realizzati i seguenti documenti: Gabriele d’Annunzio; Giovanni Gentile; Filippo Tommaso Marinetti; Curzio Malaparte; Mario Sironi; Italo Balbo; Alessandro Blasetti; Ezra Pound; Carl Schmitt; Ernst Jünger; Louis-Ferdinand Céline; Yukio Mishima. Nella seconda serie: Giovanni Papini; Giuseppe Prezzolini; Ardengo Soffici; Luigi Pirandello; Guglielmo Marconi; Ottone Rosai; Renato Ricci; Berto Ricci; Giuseppe Bottai; Julius Evola; Gino Boccasile; Leo Longanesi. In rete sono attualmente fruibili soltanto pochi fra questi titoli, ed è un peccato che non siano presentati organicamente.

[3] Jack Hamilton, il colto e raffinato amico che Malaparte ebbe compagno lungo l’itinerario nell’orrore, descritto nella Pelle, dell’Italia liberata afferma, riferendosi a Kaputt, il libro precedente dello scrittore che «non ha alcuna importanza se quel che Malaparte racconta è vero, o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel ch’egli fa è arte, o no».

[4] Vedi D’Annunzio? È lo zero assoluto.

[5] Vedi Curzio Malaparte, il “maledetto toscano” che fu tutto e il contrario di tutto.

[6] Per singolare coincidenza la moglie di Galeazzo Ciano, Edda, figlia primogenita di Mussolini, sarà condannata a due anni di confino a Lipari, in base a una legge che puniva coloro che avessero «tenuto una condotta ispirata ai metodi e al malcostume del fascismo». Approda all’isola nel settembre 1945, nove mesi dopo beneficia dell’amnistia promulgata da Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia. Il film Edda Ciano e il comunista (2011) racconta la storia d’amore di Edda Ciano con un comunista del posto: figlio di un noto antifascista, ex-partigiano, laureato in economia, colto (lo chiamavano “il professore”), aveva combattuto in Francia e Grecia come tenente degli alpini, lui ch’era siciliano. Vediamo qui sotto il monumento che Leonida Bongiorno, il “comunista” di Edda, fece erigere a Lipari in ricordo di quell’amore breve ed intenso: sono i versi 55-68 del libro XII dell’Odissea nei quali Circe indica ad Ulisse la prima delle due rotte per il ritorno ad Itaca, quella che passa – così la s’interpreta – per il Canale di Sicilia (la seconda rotta passa per lo Stretto di Messina, tra Scilla e Cariddi).

[7] Vedi Curzio Malaparte e i servizi segreti americani.

[8] Nel film Napoli velata (2017) di Ferzan Özpetek il rito della “figliata dei femmenielli”, officiato da Beppe Barra, si conclude con il “parto” di un bambolotto iperdotato e con l’esortazione, da parte dell’officiante, «Baciatelo! Chest è ‘a fortuna vostra. Da domani la vostra vita cambierà da così a così», mentre il bambolotto passa di mano in mano. Invece nella Pelle il «bravo, onesto, innocente e americano Jack», mentre Ciccillo, il femmeniello, si concede ai baci del “padre” del bambolotto, disgustato lo tempesta di pugni. Il gesto è giudicato blasfemo dagli astanti: Jack e Malaparte abbandonano il campo, si precipitano all’automobile parcheggiata davanti alla casa dei pescatori dove si è svolto il rito, fanno ritorno a Napoli.

La trilogia borghese adolescenziale di Catherine Spaak

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Dopo Dolci inganni e La voglia matta (già presentati su Nusquamia), La calda vita completa la trilogia dei film interpretati da Catherine Spaak che, in particolare, hanno avuto un’importanza decisiva (a nostro avviso, benefica) nella pedagogia borghese, riguardo sia all’estetica femminile, sia al ruolo della donna nella società. Con lei infatti l’ideale femminino della maggiorata fisica cede il passo a quello tendenzialmente androgino; e con lei la verginità non è più un valore. Si tollerava, è vero, che l’illibatezza di sartine ed operaie potesse essere sciupata dagli studenti, come avviene a Fantine nei Miserabili di Victor Hugo; ma negli anni in cui il film fu girato, la verginità era ancora un valore prezioso e non barattabile, in particolare nell’educazione della fanciulla borghese.
Ma, per rendere più agevole la lettura del filo del nostro ragionamento, sarà bene tornare a parlare dei primi due film; eviteremo così faticosi rimandi alle pagine precedenti.
Intanto, diamo ad Alberto Lattuada, com’è giusto, il merito di aver plasmato questo tipo femminile, il personaggio variamente interpretato da Catherine Spaak nel primo tratto della sua carriera artistica: quello  di una fanciulla non problematica, spigliata, sincera, evocatrice di turbamenti amorosi nell’uomo adulto,[1] ironica, anche nel senso che è capace di dissimulazione. Un tipo modellato su un ideale colto e raffinato, e Lattuada è il suo demiurgo. Avviene così che gl’italiani — in particolare, e per primi, i rampolli della borghesia — comincino a coltivare un ideale femminile diverso da quello dei padri, grazie a una ragazza franco-belga, educata a Parigi in un collegio di suore e che era nipote dell’uomo politico belga Paul-Henri Spaak, uno dei padri fondatori dell’Unione europea; perciò fu designata con affetto “la reginetta del Mercato comune”.
Il cinema, come ben sapeva Mussolini, che intuì l’enorme portata della “settima arte” (o decima, se pensiamo alle nove Muse), può essere un formidabile strumento di propaganda politica in senso stretto, e, in generale, di orientamento del sentire popolare. La borghesia – anche questo va detto – guardava compiaciuta, ma non partecipava, o partecipava poco, ai riti che procuravano consenso al fascismo; non era populista, per natura e per vocazione. Più o meno, tale era ancora la borghesia degli anni ’60, quando si era borghesi per tradizione ed educazione, e i mongomanager — una sorta di parodia della classe dirigente — ancora non esistevano (c’erano nelle aziende i “direttori”: ma era un’altra cosa). Cioè, pur non essendo refrattaria al cinema (tutt’altro) sul piano dell’intrattenimento, la borghesia non si faceva “educare” dal cinema. Ci riuscì invece Catherine Spaak, il cui contributo al costume italiano, prima quello borghese, nella trilogia in questione, quindi quello popolare, nei film successivi, è stato enorme, pari soltanto a quello che darà, dieci anni più tardi, Paolo Villaggio, il più grande dei sociologi italiani, nell’interpretazione delle miserie della servitù volontaria. Forse non è un caso che Luciano Salce sia stato il regista sia del secondo film della trilogia, sia della prima serie dei film di Fantozzi. Ma vediamo i tre film.

‘Dolci inganni’ (1960), di Alberto Lattuada

Qui sopra: Francesca, protagonista dei ‘Dolci inganni’, manifesta al risveglio il turbamento di un sogno erotico, consumato con un architetto amico del padre. In basso: Enrico, incaricato del restauro di una villa fuori città, spiega a Francesca la tecnica di rimozione a strappo di un affresco. Per vedere il film, fare clic sull’una o l’altra delle due immagini.

Catherine Spaak ha quindici anni quando gira Dolci inganni, con il consenso e sotto la tutela del padre, uno sceneggiatore amico del regista Alberto Lattuada, un grande del cinema italiano, oggi quasi ignorato per pregiudizio politicamente corretto. Il film racconta la storia di Francesca, un’adolescente della buona borghesia romana, che fa un sogno erotico, e ne trae le conseguenze: sceglierà lei l’uomo con il quale per primo farà quella cosa, che comunque va fatta (così dirà lei stessa, alla fine del film). Nel sogno immagina di trovarsi in compagnia non già di un coetaneo, ma di Enrico, un architetto amico del padre (casualmente, Lattuada è un architetto). Si alza e, invece di andare a scuola, va a trovare l’architetto, che conosce fin da piccola, nel suo bell’appartamento in Piazza d’Aracoeli con vista sulla ‘cordonata’ di Michelangelo al Campidoglio; gli racconta il sogno, a modo suo. Sia pure in ritardo, va poi al liceo (femminile, all’Eur), quindi si reca presso un’amica; esce con la madre dell’amica, una svampita del generone romano, che la lascia a casa di una principessa, in un palazzo di Via delle Quattro fontane. Francesca non aspetta di essere accompagnata a casa dal gigolo della principessa, torna da sola. Per strada prende la decisione: andrà a trovare Enrico, che le aveva detto che sarebbe andato a Marino, in una villa della quale cura il restauro. I genitori non sono a casa, il fratello di Francesca deve andare a Frascati da certi amici; chiede allora al fratello di portarla con sé, e a metà strada lo convince a fare un salto a Marino. Vanno dall’architetto. Enrico e Francesca si recano in paese per fare la spesa, sulla strada lei gli dice il suo amore. Al ritorno, il fratello non c’è, i due fanno all’amore. Lui accenna a un futuro insieme con Francesca, lei si distacca. Poi gli chiede di essere riaccompagnata a casa: «Ti prego, non insistere.  Non vorrei ti preoccupassi per me. Tutt’oggi ho cercato qualcosa, pensavo che poi tutto sarebbe stato chiaro, e ora mi sento un po’ perduta. È così. Sono stata sincera con me stessa, sincera anche con te». Enrico non capisce, ma non sa che cosa obiettare; la riaccompagna a casa. Tutto è avvenuto nell’arco di un giorno.

È già grasso che cola se, in nome della cancel culture, questo film non è ancora stato condannato al rogo;[2] in ogni caso nessuno oggi oserebbe proporre, finanziare e mettere in cantiere un film come questo, perché la censura politicamente corretta è preventiva. Quella democristiana nei confronti dei Dolci inganni dimostrò di essere intelligente: si accontentò di circa dieci minuti di sforbiciata dei dialoghi e, soprattutto, del taglio della scena iniziale, quella del risveglio, la più pericolosa. Cioè la censura, se non altro, aveva capito il film; quella talebanica di oggi non capisce e condanna, preventivamente. La pellicola restò mutilata per tre anni di seguito (ma era diventata «un aborto», così disse Lattuada), poi fu liberata, ormai fuori tempo massimo, sotto il profilo del successo commerciale. Ma non fu condannata al rogo.

‘La voglia matta’ (1962), di Luciano Salce

Qui sopra, Francesca e l’ing. Berlinghieri, protagonisti della ‘Voglia matta’, abbracciati e commossi sulle note della canzone ‘Sassi’, cantata da Gino Paoli (vedi al tempo 1 : 05). In basso, la spiaggia di Sabaudia girata con effetto notte: Francesca e l’ingegnere sono festeggiati dalla banda di adolescenti pariolini al suono della samba ‘Brigitte Bardot’ (vedi al tempo 1 : 36). Per vedere il film, fare clic sull’una o l’altra delle due immagini.

I film migliori di Catherine Spaak – e non solo questi tre “borghesi” – appartengono al filone della ragazza per cui l’amore è una possibilità, non ancorata alla prospettiva di un’espansione, un amore proteico e in fuga. Se qualcuno pretende di afferrarlo, lei ne decreta l’evanescenza con un risolino disarmante, come vediamo nella Voglia matta, per la regia di Luciano Salce. In questo film colui che gode delle attenzioni della Spaak, ma non capisce niente e perciò s’illude, è Ugo Tognazzi, nella parte di un patetico ingegnere di mezza età, molto sicuro di sé, precisino, depositario di certezze immarcescibili. Lavora a Milano presso un’azienda di laminati plastici, ma scende spesso a Roma, dove ha l’amante, che ha sistemato in un appartamento («Così ho anche fatto un piccolo investimento», dice). Ha il culto dell’efficienza e per poter dar sempre il meglio di sé, ed evitare i colpi di sonno quando è alla guida dell’auto, fa uso di simpamina. La sua forma mentis è pre-berlusconiana: «Mai mettere la donna sul piano del sentimento: sempre sul piano orizzontale», così raccomanda a un suo dipendente. Crede di essere un drago con le donne.
Questo film è in continuità evidente con il precedente: stessa protagonista, stesso personaggio di estrazione borghese, stesso penchant da parte di lei per gli uomini maturi. La fanciulla si chiama Francesca, proprio come nei Dolci inganni; dunque è la stessa Francesca, tre anni dopo. Però diverso è l’impianto del film, diverso il genere: drammatico quello di Lattuada, commedia all’italiana questo di Salce, il quale ha fatto benissimo a mantenere la precedente caratterizzazione di Francesca, facendola però più spigliata, estroversa; ma la cosa è comprensibilissima, perché la prima Francesca intanto è cresciuta, avrà fatto altre esperienze.
Sul piano dell’invenzione dei personaggi, Salce ha preferito lavorare soprattutto su quello dell’ingegnere nordico (di sangue romagnolo, ci tiene a precisare lui stesso), molto diverso dal dignitoso architetto romano del film precedente. C’è poi la banda dei pariolini ai quali Francesca si accompagna, la cui descrizione è pesantuccia, perché sono tutti scemi, ignoranti come capre ed infantili: un po’ eccessivo, ma entrano bene nel copione di una commedia, e tanto basta (uno, addirittura, ascolta sul registratore a nastro l’inno dei nazisti e i discorsi di Hitler, senza capirne le parole, ma gli piace l’intonazione, dice). Questi ragazzotti e le loro amichette ci fanno capire che Francesca, con la sua indeterminazione e la sua ironia, è l’unica persona intelligente della combriccola, compreso l’ingegnere, naturalmente, che lei stuzzica e prende in giro, poi si fa perdonare e lo stuzzica ancora; e conclude: «Come sei stupido, Tonino». Quindi: «Mi annoio… Anche io sono stufa di questi ragazzi. Tutti uguali, tutti insipidi, tutti lisci. Viva la faccia di un uomo vero come te, con la barba nera, dura». E gli tira un altro scherzo.
L’incontro dell’ingegnere con la banda dei ragazzi avviene sulla strada per Sabaudia: una delle due auto dei ragazzi è rimasta a secco di benzina, forse tutt’e due: si rende necessario un travaso di carburante, al quale l’ingegnere acconsente di buon grado, provocato dal sorriso e dalle parole di Francesca. Si separano, teoricamente non dovrebbero più rivedersi, invece s’incontrano a una stazione di rifornimento lungo la via Sabaudia, a S. Felice Circeo, dove i ragazzi si sono ristorati e l’ingegnere deve far benzina.
L’ingegnere fa inciampare uno dei ragazzi, che batte la testa, lo carica sull’auto, per portarlo all’ospedale; ed è il ragazzo dolorante che dà le indicazioni stradali all’ingegnere, finché gli dice di fermarsi, davanti alle dune del lungomare di Sabaudia. Il ragazzo fa un salto fuori dell’automobile, vispo come un grillo: un altro scherzo a danno del “matusa”, che lo insegue in auto fra le dune, fino a insabbiarsi davanti a un capanno dove la banda trascorre le vacanze; in questo momento fanno il bagno, tutti, tranne Francesca. Il ragazzo cerca scampo tra i compagni, si tuffa; così l’ingegnere si trova di fronte a Francesca, sorridente e provocante, come al solito. Lo invita ad entrare; da quel momento il sempre meno compassato uomo del nord passerà tutta la giornata, fino a notte, in compagnia dei ragazzi, e di Francesca. Quando accenna ad andarsene, lei lo trattiene, a più riprese; lui poco per volta, nonostante gli sberleffi, si mette in competizione con i ragazzi, ne assume il linguaggio. Passando da uno scherzo a una moina, e a un nuovo scherzo, beve per darsi un tono, poi si appisola, dietro una tenda. Francesca lo va a cercare, lo sveglia:
– Pensavo a tutte le cose carine che mi hai detto poco fa… Su, fammi una dichiarazione. Ho avuto sempre delle proposte, anche spinte, ma una dichiarazione, mai.
L’ingegnere si schermisce, ma solo per poco; poi:
– Potrei dirti che da qualche ora io sono completamente cambiato, che da quando sono qui con te e con quei matti, i laminati plastici per me contano molto meno. Anzi, non m’interessano affatto; perché, vedi, per me tu ormai sei diventata come una malattia, un’ossessione. Io ho una voglia matta di te, Francesca. E ho anche capito che l’amore può arrivare improvvisamente, come una mazzata. Credimi, le vie del cuore sono infinite, ed è perciò che ti chiedo di starmi vicino, Francesca. Io ho bisogno di te.
A questo punto la tenda, che aveva dato all’ingegnere l’illusione di essere solo in casa con Francesca, viene tirata di lato, tra gli schiamazzi e il ludibrio dei ragazzi. La giornata prosegue tra altri scherzi subiti dall’ingegnere, pur di stare vicino a Francesca, finché non decide, in un sussulto di orgoglio, di fare a botte con il capo dei giovani, interpretato da un Gianni Garko palestratissimo. Per puro caso ha la meglio. A questo punto l’ingegner Berlinghieri, disfatto nel fisico, sanguinante, ma con il morale ringalluzzito, prende l’iniziativa, vuole fare il bagno notturno, nudo, con Francesca. Arrivato alla battigia, crolla, tra le braccia e i baci di Francesca. I due sono raggiunti e festeggiati dalla banda, al suono della samba “Brigitte Bardot”; è la penultima scena del film, girata da Salce con effetto notte: una tecnica di ripresa per cui si gira di giorno, per ottenere un’impressione nitida della pellicola, ma con un filtro giallo posizionato di fronte all’obiettivo, così da far apparire nero il cielo. Una scena bellissima, con il profilo del Promontorio del Circeo sullo sfondo.
Poi l’ingegnere dorme, beato. Si sveglierà il mattino, sotto un cielo grigio, quando i ragazzi sono già partiti. È stato lasciato solo, e insalutato. Non gli rimane che far ritorno all’azienda, a Milano, in corso Lodi. In auto, sofferente nel fisico e nel morale, fa il sostenuto con se stesso dicendosi: «Ma sì, un’avventura come tante altre». Ma per chi? Per l’ingegnere, o per Francesca?

La calda vita (1963), di Florestano Vancini

La casa sulla duna nel film ‘La calda vita’. Facendo clic sull’immagine qui sopra è possibile vedere uno spezzone del film (l’audio originale è sovrimpresso da una colonna sonora generica). Invece facendo clic sull’immagine inferiore si apre una finestra sulla pagina del sito di Prime video dedicata a questo film, che può essere visto gratuitamente, se si è abbonati al servizio Prime di Amazon.

La calda vita è il film che Florestano Vancini ha tratto dal libro omonimo di Pier Antonio Quarantotti Gambini, ambientato nella penisola istriana, nel 1939; il film invece è ambientato a Capo Carbonara, in Sardegna, a metà degli anni ’60. Il titolo è tratto da un verso del poeta Umberto Saba.[3]
Sergia è il personaggio principale del film, in continuazione con la Francesca dei due film precedenti (anche qui ironica fanciulla in fiore, annoiata, di estrazione borghese, compiaciuta suscitatrice di pulsioni erotiche nel maschio adulto), come parimenti le dune della spiaggia di Porto Giunco a Capo Carbonara sono in continuazione con quelle di Sabaudia, e la casa tra le macchie di lentisco e i ginepri ricorda da presso, un po’ in meglio, il capanno di Sabaudia.
Sergia ha una sorella, Liù, che frequenta il giro dei riccastri fatui e gaudenti di Cagliari, presso i quali si è fatta la fama di una ragazza facile. Non ci sono prove, ma due coetanei di Sergia, Max e Fredy, pensano che la sorella minore sia altrettanto facile. Perciò la invitano a fare una gita nella barca a motore di Fredy, che dei due è il ragazzo ricco. Meta della gita è un’isola nei dintorni (in realtà vediamo Capo Carbonara, come si è detto), ed è stabilito che entrambi si godano[4] Sergia, prima l’uno, poi l’altro. Andranno nella casa dello zio di Fredy, così millantano. In realtà quella è una casa adocchiata in precedenza, solitamente disabitata. Mentre Sergia prende il sole, uno sale sul tetto, forza un abbaino, apre la casa dall’interno. Arriva Sergia la quale dapprima dice che quella non è una villa, le sembra anzi la capanna dello zio Tom. Poi, considerata la vista che si gode dal piano superiore, comunica ai ragazzi che lei intende fermarsi, tanto più che il padre, professore di liceo, è fuori casa, per gli esami d’ottobre. Loro facciano quel che vogliono; naturalmente, resteranno. Nessuno dei due amici le piace, però tra i due preferisce Fredy, più carino, più educato, e parecchio impacciato. Anzi, un po’ lo stuzzica, con moderazione. L’altro, Max, è nevrotico, forse non è colpa sua, perché è orfano, ma non sa che cosa significa essere generosi, è un groviglio d’invidia, soprattutto sociale, ed egocentrismo; poiché Fredy sembra godere delle preferenze di Sergia, gli dice, da solo a solo, che sa bene che la sua presenza è di troppo. Però i patti sono patti, perciò invita Fredy a far presto, a salire da Sergia, poi si mette alla porta, per origliare. Sergia dice a Fredy che aveva capito benissimo l’intenzione di stare con lei, ma non arriva a sospettare che fosse previsto lo scambio. Poi: «È meglio stare così, o no?». I due dormono accanto, buoni buoni, “come nelle baite di montagna”, dice lei. E gli domanda: «Tu non credi che io sia una ragazza facile?». Max sale sul tetto, per tenere sotto controllo i due dall’abbaino; ma non c’è niente da vedere, e intanto rimedia un acquazzone. Nessuno lo chiama a salire da Sergia, naturalmente.
Fredy di buon mattino va a far pesca subacquea, Max sale da Sergia: «Con lui sì e con me no?», e le dice del patto; lei non ci crede. Max esce di casa, fuori di sé. Quando vede Fredy ritornare dalla pesca, cerca di colpirlo con la fiocina del fucile subacqueo, poi si getta a terra, piange. Mentre questo avviene, Sergia, che non si è fatta impressionare dalle parole di Max, si trova dall’altra parte dell’isola, a prendere il sole. Si tuffa, subito dopo vede sott’acqua uno squaletto, che la induce a rifugiarsi su uno scoglio, aspettando di essere salvata. Si avvicina un motoscafo, Sergia viene issata e vestita di una tuta (prendeva il sole nuda); parlando con il salvatore, viene a sapere che ha frequentato in passato la sorella e il suo giro di fatui gaudenti, ed è anche il padrone della casa occupata dalla combriccola. Il suo nome è Guido, ed è commissario di bordo nei transatlantici. La ragazza gli piace, ma essendo un gentiluomo o, meglio, un uomo d’altri tempi, esplora il terreno. Sergia dice che sì, ha dormito con Fredy, fianco a fianco, tutto qui. «Hai dormito con lui» dice Guido «e vorresti farmi credere che sei… Ma lo sei veramente?». Risponde Sergia, mentendo: «No».
Fredy e Max, riconciliati, vedono Sergia arrivare con Guido che, naturalmente, non è zio di Fredy. I due si scusano per l’intrusione, sono subito perdonati. Guido li invita ad entrare, è paterno con Max, capisce il suo problema, lo invita a non pensare che il mondo intero ce l’abbia con lui. Guido, sull’imbrunire, recita Cardarelli: «Distesa estate, stagione dei densi climi…».[5] Guido e Sergia si piacciono, cercano di non darlo a vedere: però Fredy capisce, Sergia allora gli si avvicina, come per rassicurarlo. Max è a letto con la febbre, per via della pioggia presa sul tetto.
La notte, Fredy dorme, Max è al buio con gli occhi aperti, Guido è sulla spiaggia: vede la luce della cameretta di sopra accesa, rientra, sale da Sergia, la bacia, lei lo accoglie tra le sue braccia. Quando, dopo qualche tempo, lei improvvisamente diventa pensierosa, con la stessa espressione di Francesca nei Dolci inganni, dopo l’amore con l’architetto, Guido le domanda seriamente ed onestamente preoccupato: «Perché oggi non mi hai detto che eri… così? Perché non mi hai detto la verità?». La risposta è «Non lo so. È tanto importante essere come ero prima?».
Scendendo a piano terreno Guido vede Max, che non ha perso l’abitudine di spiare, torvo negli occhi: «Sono sempre tra i piedi, io. Ma se me ne andassi farei un piacere a tutti». Max in effetti scompare, la barca a motore di Fredy non è più all’ancora, nel porticciolo. Fredy dà immediatamente la colpa a Guido: dice che si vede benissimo che ha passato la notte con Sergia, basta guardarli in faccia, tutti e due. Fanno il giro dell’isola sul motoscafo di Guido, vedono la barca a motore alla deriva, poi il corpo di Max su una piattaforma alla base di un’alta scogliera, dalla quale si è precipitato.
Guido e Sergia non si vedranno più, fino al giorno del matrimonio di Liù, la sorella, che si è sistemata con uno dei riccastri gaudenti. È venuto il momento di un chiarimento, forse qualcosa di più, così spera Guido. Vanno al bastione di Saint Remy, Sergia dice di aver sostenuto l’esame d’interprete, forse partirà e aggiunge: «Chissà poi chi ha sbagliato quei due giorni, se io, o Fredy o tu. No, non voglio davvero rimproverarti di niente; ma tu non mi hai dato il tempo di volerti bene». Guido, come l’architetto nei Dolci inganni, come l’ingegnere nella Voglia matta, pensa a un futuro con l’adolescente: «Voglio sposarti, Sergia». La risposta è “no”. Sergia partirà per Bruxelles.

All’inizio di carriera Catherine Spaak è invariabilmente interpellata dai registi (e dalla produzione cinematografica) per svolgere il ruolo della ragazza spigliata, senza fisime e falsi pudori, ma tutt’altro che docile. La ricordiamo nel Sorpasso (1963) di Dino Risi, splendida nel ruolo della figlia dello sbruffone – peraltro bravissimo – Gassman; nella Noia (1963) di Damiano Damiani, film tratto dall’omonimo romanzo di Moravia, anche qui nel ruolo di una fanciulla dolce ma indifferente al turbine di sentimenti che la sua dolcezza può indurre in un uomo. Ma in questi film – bellissimi – la caratterizzazione non è borghese. Anzi, nella Parmigiana (ancora del 1963), di Antonio Pietrangeli, sarà una puttanella di provincia: un tema che lo stesso regista riprenderà, ma con un finale tragico, in Io la conoscevo bene (1965), con Stefania Sandrelli (a differenza del personaggio interpretato dalla Spaak, questo della Sandrelli «prende le scuffie», per gli uomini). E sarà ancora evocatrice di ferale pulsione amorosa nel ruolo di Matelda nell’Armata Brancaleone (1966), di Mario Monicelli. Girerà altri film, non più come adolescente, ovviamente, meno belli; alcuni decisamente brutti. Si riscatterà nel 1988, cominciando a condurre, per più di un decennio, Harem, un programma televisivo di rara eleganza ed intelligenza, oggi godibile su Raiplay (vedi Harem).
L’ideale di bellezza femminile fu da Catherine Spaak liberato dall’ipoteca di una maternità senza problemi, tradizionalmente garantita da fianchi larghi e seno prosperoso: lei decretò il tramonto della maggiorata fisica, lei anticipò la rivoluzione della pillola (che ancora non esisteva), per cui l’amore non ha come sbocco probabile il matrimonio e la maternità. Soprattutto, il tipo impersonato da Catherine Spaak perfezionò la rivoluzione del sentimento amoroso avviata, secondo Ugo Foscolo, da Petrarca, il quale

… amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste.

Se, come scrive Platone nel Simposio, esistono due tipi di amore – quello sublime, al quale presiede Venere urania, cioè, celeste; e quello volgare, al quale presiede Venere pandemia, cioè di tutto il popolo – Petrarca infranse il dogma per cui l’amore sublime possa esistere soltanto tra un adulto e un ragazzo impubere. La donna, grazie a Petrarca, poteva finalmente suscitare l’amore celeste.
Ma il Petrarca era poeta cristiano, non poteva ergersi a difensore di un amore fuggitivo, come quello greco:[6] l’amore, come si dice, era per sempre, e tale fu codificato (anche se raramente praticato) per secoli. Per completare la rivoluzione iniziata dal Petrarca, cioè per dare alla donna, in maniera perfetta, il ruolo che aveva l’adolescente greco nell’amore posto sotto l’egida della Venere celeste, occorreva liberare l’amore dall’ipoteca dell’eternità. Ed è quello, precisamente, che fece il tipo di fanciulla interpretato da Catherine Spaak nell’immaginario cinematografico, dapprima, quindi nell’immaginario degl’italiani.

Chissà come le femministe, principalmente quelle della setta Nussbaumiana, potrebbero accogliere questo ragionamento.


[1] Tuttavia parlare di “lolitismo” in proposito, come pure è stato fatto, è riduttivo, perché l’analogia tra Dolci inganni e Lolita di Nabokov si riduce all’unico elemento della giovane età della fanciulla in rapporto a quella dell’amante; come del resto l’analogia è impropria con riferimento al Ginocchio di Claire, il film di Eric Rohmer al quale accenna la canzone di Clio: «… des filles brunes et bouclées qui préfèrent les hommes plus âgés» (Eric Rohmer est mort: val la pena ascoltarla).

[2] Com’è noto, i talebani del politicamente corretto prevedono la distruzione dei manufatti ritenuti offensivi della loro sensibilità: vedi la decapitazione della statua di Colombo nella pur civilissima Boston; o l’abbattimento della statua di Colombo – sempre lui – nella capitale dell’Ohio, che si chiama Columbus, e che porta il nome del navigatore.

[3] «Non sono quella che un tempo tu amavi, la calda vita?» (U. Saba, Il canzoniere).

[4] Sentiamo quest’espressione nella Cena delle beffe, dove il truce Neri (interpretato da Amedeo Nazzari) dice al vindice Giannetto (interpretato da Osvaldo Valenti) che gli aveva usurpato il possesso della bella cortigiana Ginevra: «Tu l’hai goduta! Tu me l’hai goduta! Maledetto!». Vedi il film, al min. 36:35.

[5] Vedi Poeti d’oggi (1900-1925), Vallecchi, Firenze 1925, p. 599.

[6] Si tenga presente che l’amore tra l’adolescente (ἐρώμενος) e l’uomo adulto (ἐραστής) era necessariamente transitorio, se non altro perché aveva termine con l’ingresso nell’età adulta dell’adolescente, che da ἐρώμενος sarebbe divenuto, a sua volta, ἐραστής.

Fiumelatte: riprenderà la sua attività il giorno dell’Annunciazione?

Il Fiumelatte è un corso d’acqua attivo nel periodo tra il 25 marzo, il giorno dell’Annunciazione, e il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario, perciò è anche detto “il fiume delle due Madonne”. L’acqua che scorre nel suo alveo nasce, in questo periodo, da una grotta poco distante dal centro del Comune di Varenna, tuttavia per il rimanente periodo dell’anno, cioè in autunno e d’inverno, il fiume è in secca. È una conseguenza del fatto, come vedremo, che la sua sorgente è intermittente. Sennonché l’inverno 2021-22 è stato molto avaro di piogge, e di neve: c’è quindi da aspettarsi che il periodo di secca si prolunghi oltre il 25 marzo (2022), chissà per quanto tempo ancora. Verificheremo e riferiremo.
Si dice anche che Fiumelatte sia il fiume più breve d’Italia, ma non è vero: il primato infatti spetta all’Aril che nasce nel territorio di Malcesine, in provincia di Verona, e si butta sul Lago di Garda dopo un percorso di appena 175 m. Il Fiumelatte invece percorre ben 250 metri, prima di sfociare – nella sua stagione, s’intende – sul lago di Como, così precipitosamente che è tutto spumeggiante come latte in bollore, ed è questa la ragione del suo nome. Una visione dall’alto, quella che un tempo si diceva “a volo d’uccello”, registrata da un drone, ci permette di farci un’idea del fiume, sempre che sia corretto chiamarlo fiume, visto che il corso d’acqua non è permanente. Le immagini che vediamo qui sotto sono riprese dal drone di Carmine Galloni, che è un professionista delle riprese aeree (riprese realizzate in 4K, dove “4K” significa “4000 pixel”: indica l’approssimazione della risoluzione orizzontale).

Leonardo da Vinci scrive del Fiumelatte in un appunto steso a Bellagio su una carta raccolta nel foglio 214 del Codice Atlantico:

«Abbellagio. A rischontro abbellagio chasstello [di fronte al castello di Bellagio] è ilfiumelaccio [Fiumelatte], elquale cade daalto più che braccja 100 dalla vena donde nascie a piombo nellago, choninjistinabile strepido erromore [con inestimabile strepito e rumore]. Questa vena versa solamente agosto essettembre».[1]

Particolare di un foglio (214 r-e) del Codice Atlantico (da Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Riprodotto e pubblicato dalla Regia Accademia dei Lincei – Tavole, Hoepli, Milano 1897): immagine rovesciata, per facilitarne la lettura. A metà foglio troviamo menzione del Fiumelatte. Per ottenere un’immagine ingrandita su un’altra scheda, fare clic qui.

Quando scrisse l’appunto che leggiamo nel Codice Atlantico, Leonardo era a Bellagio, ospite del marchese Stanga, nominato da Ludovico il Moro feudatario del borgo. Dobbiamo immaginare che mettesse insieme, come gli capitava sovente, il dovere di consulente “di bello ingegno”, al servizio del Duca di Milano, con la curiosità di scienziato. Fra l’altro, era incaricato di visitare i territori del Ducato, in particolare di esaminarne le fortificazioni, le miniere e le officine del ferro e del rame; inoltre doveva «sopraintendere ai fiumi, ai navigli [cioè alle imbarcazioni], alle muzze [cioè ai canali di irrigazione], ai fossi, alle bocche pubbliche e private» e a tante altre cose ancora.
La villa del marchese Stanga si trovava di fronte al castello di Bellagio, prospiciente alla sorgente del Fiumelatte, sulla sponda opposta, vicino a un baluardo costruito dagli Sforza al tempo delle guerre con la Repubblica veneziana. Ma se Leonardo parla del Fiumelatte nei termini che leggiamo nel Codice Atlantico, è ragionevole pensare che ne avesse già visitato la sorgente: più che altro, da scienziato e libero pensatore. In precedenza infatti si era interessato alla sorgente intermittente di Torno, presso Como, da lui stesso indicata come “fonte pliniana” (vedi le sue notazioni sia nel Codice Atlantico, sia nel Codice Leicester[2]). La sorgente del Fiumelatte destava la sua curiosità perché di caratteristiche analoghe, con la differenza però che l’intermittenza della fonte pliniana per eccellenza, quella descritta dai due Plinii, oggi inglobata nella cosiddetta Villa Pliniana a Torno,[3] sul ramo occidentale del Lago di Como, è un’intermittenza oraria; laddove l’intermittenza del Fiumelatte, sul ramo orientale, è stagionale.
Ecco come il Fiumelatte doveva apparire a Leonardo dal castello di Bellagio (a parte le nuove costruzioni, s’intende):

Vista del borgo di Fiumelatte dal castello di Bellagio. Il solco che vediamo al centro della foto indica l’alveo del Fiumelatte, la cui foce di trova in corrispondenza del ponte stradale a due fornici. Qui sotto, l’ultimo tratto del corso del Fiumelatte, tra due case (foto a sinistra) poste sul ciglio della strada, attraversata la quale il fiume si getta nel lago (foto a destra). Le foto sono scattate il 24 marzo, nel tempo in cui il letto del fiume, la cui sorgente – come si è visto – è intermittente, è asciutto.

Osserviamo per inciso che nel Codice Atlantico numerose sono le testimonianze della conoscenza e degli studi leonardeschi riguardo a parecchi aspetti del territorio lariano e delle sue propaggini, fino in Val Chiavenna e in Valtellina (si veda Itinerari leonardeschi lariani). Tra l’altro, Leonardo studiò la possibilità di realizzare un naviglio che corresse parallelamente a un tratto del medio corso dell’Adda: così sarebbe stata possibile la navigazione dal lago di Como alla Darsena di Milano (si veda Il Naviglio di Paderno. Cenni storici).[4]
Per capire il carattere intermittente del Fiumelatte osserviamo il disegno qui sotto, tracciato dal naturalista Ernesto Capocci, che illustra il “meccanismo a sifone”, valido per tutte le sorgenti intermittenti (Ernesto Capocci, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, era stato incaricato di bonificare l’Agro di Venafro, periodicamente impaludato dall’acqua di una sorgente intermittente stagionale, come quella di Fiumelatte). In generale, le sorgenti intermittenti sono tali, perché scaricano l’acqua da una cavità sotterranea (“cavità carsica”), collegata con la bocca della sorgente  indicata nel disegno con la lettera D, mediante un condotto B-C-D conformato come un sifone, con un gomito cioè posto a quota superiore rispetto al livello dell’acqua del serbatoio: l’acqua si riversa alla fonte allorché il sifone è “innescato”, e ciò avviene quando il livello del serbatoio supera la quota del gomito; l’acqua continua a defluire finché tale livello è superiore alla quota della bocca D.

Meccanismo a sifone di una sorgente intermittente stagionale (tratta dalla memoria di Ernesto Capocci, ‘Sulla sorgente intermittente di Triverno nell’agro venafrano’, p. 316 degli Atti del Reale istituto d’Incoraggiamento alle Scienze naturali di Napoli, VIII, Tipografia del Ministero dell’Interno, Napoli 1855).

Nelle foto qui sotto, scattate il  20 febbraio 2022, vediamo la bocca della sorgente (in questo caso, l’uscita di una grotta) e il greto del fiume nel periodo di siccità. La grotta, visitata in parte dagli speleologi, si dirama in un insieme di gallerie, su diversi livelli, collegate con un sistema carsico che comincia nell’anfiteatro montuoso di Moncodeno, sul versante nord della Grigna settentrionale, a una decina di chilometri di distanza. Dobbiamo pensare che una o più di queste gallerie presentino una conformazione a gomito, con convessità rivolta verso l’alto, la cui estremità “pesca” in un bacino sotterraneo posto a un’altezza tale che il suo fondo si trovi a un livello inferiore alla sorgente, mentre la sommità si trova a un livello superiore (si veda ancora, indicativamente, il disegno). Il serbatoio, o il sistema di serbatoi, non è stato esplorato, e probabilmente non lo sarà mai, dunque non ne conosciamo la conformazione; ma si ha la certezza del collegamento con il sistema carsico della Grigna settentrionale grazie a un esperimento. Un gruppo di speleologi nel 1989 si è calato nell’abisso ‘W le donne’ (si chiama proprio così!), per versare una sostanza tracciante – sono stati immessi 2,4 kg di fluoresceina sodica –, su un corso d’acqua imponente, a 1200 metri di profondità: tracce del liquido sono state rilevate dopo qualche minuto nel Fiumelatte.

Si noti che a poche centinaia di metri dal Fiumelatte scorre un ruscello, la cui portata d’acqua è assai inferiore a quella del Fiumelatte (nel periodo di attività), ma è permanente. Non possiamo escludere, in linea di principio, che l’acqua provenga, anche in questo caso, da un serbatoio sotterraneo che raccoglie l’acqua infiltratasi nelle fenditure della roccia. Ma, essendo il deflusso d’acqua permanente, dobbiamo escludere la presenza di una struttura geologica “a sifone”.

La foce del Fiumelatte e quella del ruscello qui sopra indicato distano appena qualche centinaio di metri. Eppure, con tutto che d’estate il Fiumelatte sia molto più copioso del ruscello, il 20 febbraio e il 24 marzo il letto del Fiumelatte era asciutto, come è documentato dalle foto precedenti, mentre il ruscello non conosce pausa, come mostra la foto qui sotto, scattata il 20 febbraio.

Dopo aver visitato la sorgente del Fiumelatte il 20 febbraio e il 24 marzo, quando ancora non versa acqua, come di norma, torneremo sul posto ad aprile, per verificare se, nonostante l’inverno praticamente senza pioggia, e con pochissima neve, la sorgente tornerà ad essere attiva, almeno un po’. È una passeggiata piacevole, lungo un tratto del Sentiero del viandante, partendo da Varenna, in prossimità del cimitero.

Un tratto del Sentiero del viandante, in prossimità della sorgente del Fiumelatte: sullo sfondo, il borgo di Varenna. In basso, uno scorcio della passeggiata, tornando a Varenna.

Per ottenere un’immagine ingrandita, su un’altra scheda, fare clic qui.

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[1] La trascrizione “diplomatica”, cioè fedele al manoscritto, è riportata in Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Riprodotto e pubblicato dalla Regia Accademia dei Lincei. Trascrizione diplomatica e critica di Giovanni Piumati – Testo, Hoepli, Milano 1894-1904 (vedi).

[2] Codice Leicester, foglio 11, verso: «Come i’ molti lochi si trovano vene d’acqua che sei ore crescano e sei calano: ed io per me n’ho veduto una in sul lago di Como, detta fonte Priniana, la quale fa il predetto crescere e diminuire, in modo che quando versa, macina più mulini, e quando manca, cala sì, ch’egli è come guardare l’acqua ‘n un profondo pozzo».

[3] Edificata dal conte Anguissola nel 1573, era all’inizio una villa fortificata, fu quindi a più riprese rinnovata ed ebbe diversi proprietari, finché fu acquistata nel 1840 dal principe Emilio Barbiano di Belgiojoso, che vi condusse vita ritirata e “scandalosa” con l’amante, figlia del Principe di Wagran. Si veda la scheda nel sito dei Beni culturali della Regione lombarda: La Pliniana – complesso: si veda anche, in questa stessa pagina, La sorgente della Villa Pliniana di Torno.

[4] A Vaprio d’Adda Leonardo era ospite di Gerolamo Melzi, capitano della milizia milanese; il figlio Francesco sarebbe divenuto suo discepolo e pupillo. L’interesse di Leonardo per la navigazione dell’Adda è documentato dal foglio 911 del Codice Atlantico, ma non si hanno notizie che consentano di affermare che avesse ricevuto un incarico specifico.
Il collegamento tra il lago di Como e Milano per via d’acqua, da Lecco a Trezzo lungo l’Adda e di qui a Milano lungo il naviglio della Martesana, che già esisteva al tempo di Leonardo, sarà possibile solo nel 1777, al tempo di Maria Teresa d’Austria, con la costruzione del Naviglio di Paderno.

Il “problema di Delo”, cioè la duplicazione del cubo

Testimonianze sul ruolo di Platone nella soluzione di uno dei tre “problemi impossibili” dell’antichità

La riga e il compasso con i quali tracciamo le figure fondamentali della geometria, le linee rette e i cerchi, erano per i matematici greci gli unici strumenti ammessi, perché una costruzione geometrica potesse definirsi “valida”: con l’avvertenza inoltre – e non è cosa di poco conto – che la riga non sia graduata. Per esempio, con la riga e il compasso possiamo costruire la perpendicolare a una retta, dividere un segmento in un numero qualsiasi di parti uguali, possiamo costruire un quadrato, un triangolo isoscele, un esagono ecc. Ovviamente i Greci conoscevano altri strumenti, utili per la risoluzione di problemi pratici. Ma la geometria non era una disciplina pratica, per i Greci, era un’arte che non tollerava contaminazioni “meccaniche”. Osserviamo inoltre che al tempo dei Greci parecchi problemi che oggi risolviamo con metodo algebrico erano risolti con metodo geometrico.
Può sembrare a noi moderni incredibile, eppure gli antichi geometri (nel senso antico e nobile del termine, non quello di agrimensore) furono in grado di risolvere i problemi della geometria con la sola riga e il compasso: tutti, tranne tre, che vanno sotto il nome dei tre “problemi impossibili” dell’antichità. Essi sono quello della duplicazione del cubo, della trisezione di un angolo e della quadratura del cerchio.
Nel seguito di questo articolo ci occupiamo del primo problema, del quale Platone avrebbe fornito una soluzione che, se è quella che ci ha tramandato il matematico bizantino Eutocio, è tuttavia in contrasto non solo con il postulato di una dimostrazione rigorosa rispettosa del canone della riga e del compasso, ma con gli stessi fondamenti dell’ideologia platonica.
Duplicare un cubo, ovviamente, non significa giustapporre due cubi o costruire un cubo il cui spigolo sia il doppio di quello di un cubo dato: significa costruire un cubo il cui volume sia il doppio del cubo di partenza, come vediamo in questo disegno di Leonardo, che affronta la questione con metodo algebrico.

Nel Codice atlantico (f. 161 r) Leonardo disegna due cubi, l’uno di volume doppio rispetto all’altro e scrive che gli spigoli dei due cubi dovranno essere in rapporto di poco superiore a 5/4. Leggiamo infatti: «Se cubicamente multiplicherai la linea IE e ’l simile farai colla linea AE, tu ti troverai avere composti due cubi de’ quali la quantità dell’uno sia dupla alla quantità dell’altro. Cioè il cubo ABCDEFGH sarà doppio al cubo IKLMENOP. Se la linia IE fussi 4, la linea AE sarebbe 5 e oltre al di questo una certa minuzia indicibile, la quale con comodità si fa e con difficultà si dice».
Leonardo vuol dire che, se il cubo piccolo ha uno spigolo che misura 4 unità e quello grande, di volume doppio, ha uno spigolo che misura 5, elevando al cubo la misura dello spigolo piccolo si ottiene 64, mentre elevando al cubo quella dello spigolo grande si ottiene 125, che è un po’ meno del doppio di 64, cioè di 128. Perché il cubo grande abbia volume doppio del piccolo, il rapporto tra i due spigoli,  dunque, non dovrebbe essere 5/4 = 1,25, ma un po’ superiore («una minuzia indicibile») cioè la radice cubica di 3, pari a 1,26 ca.

Per amore di completezza aggiungiamo che Leonardo affrontò il problema anche con metodo geometrico: ne vediamo la soluzione in un altro foglio del Codice Atlantico, e in un foglio del Codice Foster. È una soluzione (approssimata) ottenuta facendo ricorso a una costruzione geometrica semplificata, ripresa da quella con la quale Apollonio di Perga (262-190 a.C.) escogitò una soluzione esatta, ancorché non praticabile secondo i canoni della geometria con riga e compasso “in purezza”.
Ma torniamo ai Greci e vediamo come il problema sia stato impostato, nei termini più generali, e rigorosi, dal matematico Ippocrate di Chio (470-410 a.C.), e come Eratostene abbia trovato una soluzione approssimata, mediante la costruzione del “mesolabio”.

 

1. Definizione del problema secondo Ippocrate di Chio e soluzione di Eratostene

Nel commento di Eutocio (V-VI sec. d.C.) all’opera di Archimede Sulla sfera e il cilindro[1] leggiamo questa lettera di Eratostene (276 a.C. – 194 a.C.) a Tolomeo III, faraone egizio, dove il matematico di Cirene illustra il suo metodo (strumentale) per risolvere il “problema di Delo” cioè la duplicazione del cubo:

᾿Ως ᾿Ερατοσθένης.
Βασιλεῖ Πτολεμαίῳ ᾿Ερατοσθένης χαίρειν.

[…] ἐζητεῖτο δὲ καὶ παρά τοῖς γεωμέτραις, τίνα ἄν τις τρόπον τὸ δοθέν στερεὸν διαμένον ἐν τῷ αυτῷ σχήματι διπλασιάσειεν. καὶ ἐκαλεῖτο τὸ τοιοῦτον πρόβλημα κύβου διπλασιασμός· ὑποθέμενοι γάρ κύβον ἐζήτουν τοῦτον διπλασιάσαι. πάντων δὲ διαπoρoύντων επὶ πολὺν χρόνον πρῶτος ῾Ιπποκράτης ὁ Χῖος ᾿επενόησεν, ὅτι, ἐὰν εὑρεθῇ δύο εὐθειών γραμμῶν, ὧν ἡ μείζων τῆς ἐλάσσονός έστι διπλασία, δύο μέσας ἀνάλογον λαβεῖν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ, διπλασιασθήσεται ὁ κύβος, ὥστε τὸ απόρημα αὐτού εἰς ἕτερον οὐκ ἔλασσον απόρημα κατέστρεφεν. μετὰ χρόνον δὲ τινὰς φασιν Δηλίους επιβαλλομένους κατὰ χρησμὸν διπλασιάσαι τινὰ τῶν βωμῶν ἐμπεσεῖν εἰς τὸ αυτὸ απόρημα. διαπεμψαμένους δὲ τοὺς παρὰ τῷ Πλάτωνι ἐν ᾿Ακαδημίᾳ γεωμέτρας άξιοῦν αὑτοῖς ἐυρεῖν τὸ ζητούμενον. τῶν δε φιλοπόνως ἐπιδιδόντων ἑαυτούς καὶ ζητούντων δύο τῶν δοθεισῶν δύο μέσας λαβεῖν ᾿Αρχύτας μὲν ῾ο Ταραντῖνος λέγεται διὰ τῶν ἡμικυλίνδρων εὑρηκέναι, Εὔδοξος δὲ διὰ τῶν καλουμένων καμπύλων γραμμῶν. συμβέβηκε δὲ πᾶσιν αὐτοῖς ἀποδεικτικώς γεγραφέναι, χειρουργήσαι δὲ καὶ εἰς χρεῖαν πεσεῖν μὴ δύνασθαι πλὴν επὶ βραχὺ τι τοῦ Μενέχμου καὶ ταῦτα δυσχερῶς. ἐπινενόηται δέ τις ὑφ’ ἡμῶν ὀργανική λῆψις ῥαδία, δι’ ἧς εὑρήσομεν δύο τῶν δοθεισῶν οὐ μόνον δύο μέσας, ἀλλ’ ὅσας ἄν τις ἐπιτάξῃ.

Cioè:

[Soluzione del problema] secondo Eratostene.
Eratostene a Tolomeo, salute.

[…] Tra i geometri fu agitata la questione in qual modo si potesse duplicare una data figura solida qualunque, conservandone l’aspetto. Era questo il problema cosiddetto della duplicazione del cubo: si trattava, assegnato un cubo, di raddoppiarlo. Esitarono tutti a lungo, finché per primo Ippocrate da Chio trovò che la duplicazione del cubo si ottiene se, dati due segmenti rettilinei, dei quali il maggiore sia doppio del minore, se ne trovano altri due che siano medi proporzionali, in proporzione continua; ma così tradusse una difficoltà in un’altra, non minore. Si narra che in seguito i Delii, per indicazione dell’oracolo, si sforzassero di duplicare un certo altare, imbattendosi nella medesima difficoltà. Incaricarono allora alcuni ambasciatori di andare a chiedere ai geometri che facevano parte dell’Accademia di Platone di trovare una soluzione a questo loro problema. Si dice che il problema fosse affrontato con ogni cura, nell’intento di trovare quei due segmenti medi proporzionali e che Archita[2] di Taranto vi riuscisse ricorrendo a un semicilindro, ed Eudosso, [3] per parte sua, facendo intervenire certe linee curve. E avvenne che tutti arrivassero a formulare dimostrazioni accurate, ma non riuscirono a trovare soluzioni praticabili e rispondenti alla bisogna, a parte forse Menecmo,[4] un po’ tortuosamente. Noi, per parte nostra, abbiamo trovato un metodo idoneo, strumentale, per cui tra due segmenti assegnati siamo in grado di considerare due segmenti medi proporzionali, e non solo di quei due, ma di quanti se ne vogliano porre.

In questa lettera Platone è presentato come direttore dell’Accademia, da lui fondata nel 387 a.C., nella quale si coltivavano le scienze matematiche, com’è noto, ma non come solutore del problema di Delo. Vi leggiamo invece come Eratostene abbia affrontato il problema, mediante il suo “mesolabio”, ma soprattutto abbiamo notizia della geniale intuizione di Ippocrate di Chio, che costituirà la base teorica sulla quale lavoreranno tutti coloro che nell’antichità si cimentarono nel problema della duplicazione del cubo. Afferma in sostanza Ippocrate che il problema sarà risolto se si sarà trovato il modo, come vedremo tra poco, d’inserire due segmenti medi proporzionali tra due segmenti di lunghezza, rispettivamente, a e 2a.
Il mesolabio di Eratostene può essere considerato una sorta di regolo calcolatore per la determinazione di due segmenti x, y, medi proporzionali tra due segmenti dati, a e b (dove b non è necessariamente uguale a 2a), mediante un filo teso sopra tre pannelli graduati e scorrevoli.
Qui sotto vediamo una ricostruzione del mesolabio, presso il Museo di Storia Naturale e della Strumentazione Scientifica dell’Università di Modena e Reggio Emilia: facendo clic sull’immagine è possibile visualizzare una spiegazione del suo funzionamento.

Il contributo di Ippocrate di Chio (470-410 a.C.) – Ippocrate di Chio (da non confondere con l’altro Ippocrate, il medico, che era di un’altra isola dell’Egeo, Coo) imposta il problema affermando che, volendo duplicare un cubo che abbia spigolo a, occorre pensare a un cubo il cui spigolo x sia maggiore  di a secondo una relazione che, espressa in forma algebrica, noi moderni scriviamo così:

Il problema di Delo a questo punto si pone in questi termini: “Come calcolare la radice cubica di un numero, ovvero, poiché i Greci ragionavano in termini geometrici, come determinare il segmento che abbia misura x?”. Ippocrate dice che questo problema, a sua volta, si risolve trovando due medi proporzionali tra a e 2a, tali che:

a : x = x : y = y : 2a

Infatti consideriamo separatamente l’eguaglianza dei primi due rapporti e quella del primo e del terzo, si ha

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2. Risposta di Platone, secondo Plutarco

Anche Plutarco (46 ca. – 125 ca.) fa intervenire Platone nel “problema di Delo”: nel Dèmone di Socrate, un dialogo conviviale che si sarebbe tenuto in occasione dell’anniversario della nascita di Platone, uno dei convitati ricorda che i Delii si erano rivolti a Platone, in quanto esperto di geometria, per risolvere il problema della duplicazione del cubo. Tuttavia Platone, secondo Plutarco, non risolve il problema, ma illustra il significato della singolare richiesta dell’oracolo, quella che abbiamo letto nella lettera di Eratostene, precisando che il dio aveva inteso esortare i Delii e tutti i Greci allo studio delle matematiche, per la loro benefica influenza nell’educazione della mente. Leggiamo nel Dèmone di Socrate (vedi Περί τοῦ Σωκράτους δαιμονίου, 579 b-c):

῾Ημῖν ἀπ᾽ Αἰγύπτου περὶ Καρίαν Δηλίων τινὲς ἀπήντησαν, δεόμενοι Πλάτωνος ὡς γεωμετρικοῦ λῦσαι χρησμὸν αὐτοῖς ἄτοπον ὑπὸ τοῦ θεοῦ προβεβλημένον. ἦν δὲ χρησμὸς, Δηλίοις καὶ τοῖς ἄλλοις Ἕλλησι παῦλαν τῶν παρόντων κακῶν ἔσεσθαι διπλασιάσασι τὸν ἐν Δήλῳ βωμόν. οὔτε δὲ τὴν διάνοιαν ἐκεῖνοι συμβάλλειν δυνάμενοι καὶ περὶ τὴν τοῦ βωμοῦ κατασκευὴν γελοῖα πάσχοντες, ἑκάστης γὰρ τῶν τεσσάρων πλευρῶν διπλασιαζομένης, ἔλαθον τῇ αὐξήσει τόπον στερεὸν ὀκταπλάσιον ἀπεργασάμενοι, δι᾽ ἀπειρίαν ἀναλογίας ἣ τῷ μήκει διπλάσιον παρέχεταἰ, Πλάτωνα τῆς ἀπορίας ἐπεκαλοῦντο βοηθόν. ὁ δὲ τοῦ Αἰγυπτίου μνησθεὶς προσπαίζειν ἔφη τὸν θεὸν Ἕλλησιν ὀλιγωροῦσι παιδείας, οἷον ἐφυβρίζοντα τὴν ἀμαθίαν ἡμῶν καὶ κελεύοντα γεωμετρίας ἅπτεσθαι μὴ παρέργως. οὐ γάρ τοι φαύλης οὐδ᾽ ἀμβλὺ διανοίας ὁρώσης, ἄκρως δὲ τὰς γραμμὰς ἠσκημένης ἔργον εἶναι δυεῖν μέσων ἀνάλογον λῆψιν, μόνῃ διπλασιάζεται σχῆμα κυβικοῦ σώματος ἐκ πάσης ὁμοίως αὐξόμενον διαστάσεως. τοῦτο μὲν οὖν Εὔδοξον αὐτοῖς τὸν Κνίδιον ἢ τὸν Κυζικηνὸν Ἑλίκωνα συντελέσειν: μὴ τοῦτο δ᾽ οἴεσθαι χρῆναι ποθεῖν τὸν θεὸν.

Cioè:

Giunti dall’Egitto in Caria, ci vennero incontro alcuni abitanti di Delo, i quali chiedevano che Platone, in quanto esperto in geometria, spiegasse loro uno strano responso pronunciato dal dio. Ai Delii ed a agli altri Greci l’oracolo prediceva la fine delle presenti sciagure, se avessero costruito un altare di volume doppio rispetto a quello esistente a Delo. Non riuscendo a comprendere l’intenzione del dio e rendendosi ridicoli con la costruzione dell’altare, poiché raddoppiavano ciascuno dei quattro lati, ottennero senza accorgersene un solido otto volte più grande, per ignoranza del rapporto che produce la duplicazione in lunghezza. Dunque chiedevano che Platone li aiutasse a superare tale difficoltà. Ricordandosi dell’Egiziano,[5] egli rispose che il dio quasi deridendo la nostra ignoranza si prendeva gioco dei Greci che non si davano cura dell’istruzione e li esortava a dedicarsi seriamente allo studio della geometria. Disse che occorreva un’intelligenza non certo limitata e dalla vista corta, bensì esperta a fondo nella geometria per trovare l’elemento proporzionale fra due grandezze, il solo mezzo che raddoppia il volume di un corpo cubico con un uguale incremento su ogni dimensione. Aggiunse che questo calcolo avrebbero potuto farlo Eudosso di Cnido oppure Elicone di Cizico: comunque non dovevano credere che il dio volesse questo.

Dunque Platone è presentato da Plutarco come esperto di geometria, ma non come colui che trova la soluzione del problema; inoltre, sempre stando a Plutarco, che ne scrive nelle Dispute conviviali, Platone insiste sulla necessità che la geometria non si contamini con la meccanica, cioè con la costruzione di strumenti idonei a risolvere problemi geometrici, che vanno piuttosto affrontati con l’evocazione di modelli mentali. Si veda Plutarco, Quaestiones convivales VIII, ii, 718ef:

Εὐθὺς ὑπολαβὼν ὁ Τυνδάρης ‘οἴει γάρ’ εἶπεν, ‘ὦ Διογενιανέ, τῶν περιττῶν τι καὶ δυσθεωρήτων αἰνίττεσθαι τὸν λόγον, οὐχ ὅπερ αὐτὸς εἴρηκε καὶ γέγραφεν πολλάκις, ὑμνῶν γεωμετρίαν ὡς ἀποσπῶσαν ἡμᾶς προσισχομένους τῇ αἰσθήσει καὶ ἀποστρέφουσαν ἐπὶ τὴν νοητὴν καὶ ἀίδιον φύσιν, ἧς θέα τέλος ἐστὶ φιλοσοφίας οἷον ἐποπτεία τελετῆς; […] Πᾶσι μὲν οὖν τοῖς καλουμένοις μαθήμασιν, ὥσπερ ἀστραβέσι καὶ λείοις κατόπτροις, ἐμφαίνεται τῆς τῶν νοητῶν ἀληθείας ἴχνη καὶ εἴδωλα· μάλιστα δὲ γεωμετρία κατὰ τὸν Φιλόλαον ἀρχὴ καὶ μητρόπολις οὖσα τῶν ἄλλων ἐπανάγει καὶ στρέφει τὴν διάνοιαν, οἷον ἐκκαθαιρομένην καὶ ἀπολυομένην ἀτρέμα τῆς αἰσθήσεως. διὸ καὶ Πλάτων αὐτὸς ἐμέμψατο τοὺς περὶ Εὔδοξον καὶ Ἀρχύταν καὶ Μέναιχμον εἰς ὀργανικὰς καὶ μηχανικὰς κατασκευὰς τὸν τοῦ στερεοῦ διπλασιασμὸν ἀπάγειν ἐπιχειροῦντας, ὥσπερ πειρωμένους δίχα λόγου δύο μέσας ἀνάλογον, ᾗ παρείκοι, λαβεῖν· ἀπόλλυσθαι γὰρ οὕτω καὶ διαφθείρεσθαι τὸ γεωμετρίας ἀγαθὸν αὖθις ἐπὶ τὰ αἰσθητὰ παλινδρομούσης καὶ μὴ φερομένης ἄνω μηδ’ ἀντιλαμβανομένης τῶν ἀιδίων καὶ ἀσωμάτων εἰκόνων, πρὸς αἷσπερ ὢν ὁ θεὸς ἀεὶ θεός ἐστιν.

Cioè:

Tindare soggiunse immediatamente: «Forse tu credi, o Diogeniano, che questa frase di Platone[6] accenni misteriosamente a qualcosa di prodigioso e oscuro, e non a quello che lui disse e scrisse spesso, quando loda la geometria perché ci distoglie dalle cose sensibili, e ci applica alla natura puramente intellegibile ed eterna, la cui contemplazione è lo scopo della filosofia, come l’epoptia[7] è il fine dell’iniziazione ai sacri misteri? […] Tutte le conoscenze matematiche sono come specchi piani e levigati: riflettono nelle nostre anime i contorni e le immagini delle verità delle cose intellegibili. Ma è soprattutto la geometria quella che, essendo secondo Filolao madre e signora di tutte le conoscenze matematiche, suscita e indirizza il pensiero, purificandolo e distogliendolo insensibilmente dalla vista delle cose sensibili. Perciò lo stesso Platone biasimava coloro che, seguendo l’esempio di Eudosso, Archita e Menecmo pretendono di ridurre la duplicazione di un solido a una procedura strumentale e meccanica, come a voler trovare due medi proporzionali  di un rapporto, facendo a meno del ragionamento.[8] Diceva che così perisce e si guasta tutto ciò che la geometria ha di meglio, facendola retrocedere, invece di innalzarla, senza che possa cogliere quelle immagini eterne ed incorporee alle quali il dio è sempre rivolto, e perciò egli è, appunto, divino».

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3. Teone di Smirne conferma il resoconto di Plutarco

Teone di Smirne (70 ca. – 135 ca.) scrisse un trattato conosciuto come Expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium,[9] inteso a facilitare la lettura dei numerosi riferimenti matematici sparsi nell’opera di Platone. Sul problema di Delo non dice molto, anche perché Platone non vi accenna nella sua opera: riporta tuttavia quanto abbiamo già letto nella lettera di Eratostene a Tolomeo, aggiungendo la ragione per cui i Delii volessero duplicare il cubo, quella stessa esplicitata da Plutarco, suo contemporaneo, come abbiamo visto sopra. La concordanza non desta meraviglia, essendo la fonte di Teone e Plutarco lo stesso Eratostene che circa quattro secoli prima aveva scritto il Platonico, opera per noi perduta, ma non per loro, che si ritiene fosse una sorta di commento filosofico-matematico del Timeo di Platone. Perciò, anche secondo Teone di Smirne, Platone non ha risolto il problema di Delo, ma ha interpretato le parole dell’oracolo come monito perché i Greci si applicassero allo studio delle matematiche.

Ἐρατοσθένης μὲν γὰρ ἐν τῷ ἐπιγραφομένῳ Πλατωνικῷ φησιν ὅτι, Δηλίοις τοῦ θεοῦ χρήσαντος ἐπὶ ἀπαλλαγῇ λοιμοῦ βωμὸν τοῦ ὄντος διπλασίονα κατα|σκευάσαι, πολλὴν ἀρχιτέκτοσιν ἐμπεσεῖν ἀπορίαν ζη|τοῦσιν ὅπως χρὴ στερεὸν στερεοῦ γενέσθαι διπλάσιον, ἀφικέσθαι τε πευσομένους περὶ τούτου Πλάτωνος. τὸν δὲ φάναι αὐτοῖς, ὡς ἄρα οὐ διπλασίου βωμοῦ ὁ θεὸς δεόμενος τοῦτο Δηλίοις ἐμαντεύσατο, προφέ- ρων δὲ καὶ ὀνειδίζων τοῖς Ἕλλησιν ἀμελοῦσι μαθημάτων καὶ γεω|μετρί- ας ὠλιγωρηκόσιν.
ἀκολούθως δὲ τῇ τοῦ Πυθίου παραινέσει πολλὰ καὶ αὐτὸς διέξεισιν ὑπὲρ τοῦ ἐν τοῖς μαθήμασι χρησίμου.

Cioè:

Eratostene, nella sua opera intitolata Platonico, afferma che quando il dio vaticinò ai Delii che per liberarsi dalla peste avrebbero dovuto costruire un altare doppio rispetto a quello già esistente, i progettisti si imbatterono in grandi difficoltà nel cercare in che modo si produce un solido doppio rispetto a un altro, e si recarono perciò da Platone per chiedergli consiglio su questo. Egli rispose loro che il dio non aveva vaticinato in tal modo ai Delii poiché aveva necessità di un altare di dimensioni doppie, ma per sanzionare e richiamare i Greci poiché trascuravano le matematiche e non si curavano della geometria.
In conformità con il monito di Apollo Pizio anche lo stesso Platone tratta spesso del valore delle matematiche.[10]

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4. Platone solutore del problema, secondo Eutocio

Eutocio, come abbiamo visto, non solo ci ha tramandato la lettera di Eratostene a Tolomeo, ma ci presenta la soluzione che Platone avrebbe dato al problema di Delo: ce ne dà conto ancora nel suo commento al trattato di Archimede Sulla sfera e il cilindro.[11] Per la precisione, Eutocio non dice nemmeno che Platone abbia risolto il problema di Delo, ma che ha trovato il modo d’individuare due segmenti medi proporzionali tra due segmenti dati. Il che equivale, in termini algebrici, come abbiamo visto, a trovare la radice cubica di 2. Platone è citato nell’intestazione del problema, e qui soltanto, dopo di che non si fa più parola del filosofo ateniese, perlomeno a questo riguardo. Ecco l’intestazione:

Ως Πλάτων.
Δύο δοθεισῶν εὐθειῶν δύο μέσας ἀνάλογον εὑρείν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ.

Cioè

[Soluzione del problema] secondo Platone.
Date due linee rette[12] trovare due medie proporzionali in proporzione continua.

Segue la descrizione di un telaio regolabile, e del modo di utilizzarlo, dopo aver disposto ortogonalmente i due segmenti dei quali si vogliano trovare due medi proporzionali. Il telaio è regolabile in quanto il listello superiore può essere posto a diverse distanze da quello inferiore, come vediamo nella figura:

Per spiegare come si applichi lo strumento e quale sia il suo principio di funzionamento, ricordiamo il punto di partenza: Dati due segmenti a e b, trovare due segmenti x ed y medi proporzionali in proporzione continua, tali cioè che:

a : x = x : y = y : 2a

Qui di seguito, invece di riportare l’originale greco che, anche tradotto, richiederebbe alle nostre deboli menti uno sforzo eccessivo, ne presentiamo una riformulazione in termini a noi più familiari.
Cominciamo dunque con il disporre i due segmenti a e b = 2a così da formare un angolo retto; quindi tracciamo due linee che ne siano il prolungamento, come mostrato in figura. Poi si prenda un telaietto il cui listello superiore possa essere abbassato rispetto a quello inferiore  e disponiamolo in modo che il bordo interno del listello inferiore sia a contatto con il punto C.

Adesso ruotiamo il telaietto, mantenendo il contatto in C sottoponiamolo a traslazione e abbassiamone il listello superiore quanto basta, procedendo per tentativi, in modo che l’angolo interno inferiore sinistro cada sul prolungamento del segmento a e che il bordo interno del listello mobile passi per il punto A.

I due angoli interni a sinistra del telaietto regolabile individuano i segmenti x e y medi proporzionali tra a e b, come vediamo nella figura qui sotto. Il segmento x costituisce la soluzione del problema.

Infatti, considerando il triangolo rettangolo ADE, vediamo che il segmento x è l’altezza relativa all’ipotenusa: pertanto x, per il secondo teorema di Euclide,[13] risulta medio proporzionale tra le proiezioni dei cateti sull’ipotenusa, a e y, cioè:

a : x = x : y

Analogamente, nel triangolo rettangolo DEC il segmento y è l’altezza relativa all’ipotenusa, pertanto y risulta medio proporzionale tra le proiezioni dei cateti sull’ipotenusa, x e 2a, cioè:

x : y = y : 2a

Combinando le due espressioni qui sopra otteniamo:

a : x = y : 2a

Avendo determinato, con il telaio regolabile, x e y, tali da rispettare la relazione qui sopra, abbiamo realizzato la condizione necessaria e sufficiente perché

x3 = 2a3

Cioè, si è trovata una soluzione al problema di Delo: Eutocio qui non ne fa menzione, ma noi sappiamo che questa è la soluzione.

Qui si pone il dubbio: è mai possibile che Platone abbia escogitato un metodo per risolvere un problema geometrico che preveda l’uso del telaio di Eutocio? Un telaietto che debba essere posizionato per successivi tentativi di traslazione, rotazione e abbassamento del listello superiore appare poco “platonico”.
Il dubbio è legittimo, e non solo per quello che ci dice Plutarco. Nella Repubblica leggiamo dell’importanza delle matematiche nell’educazione della mente dei filosofi che dovranno dirigere lo Stato, perché si abituino a distogliere lo sguardo dalle cose sensibili e a cogliere l’intellegibile. Il pensiero dei matematici, d’altra parte, è – anzi, deve essere – astratto dalle cose materiali, quelle che cadono sotto i sensi, essendo inteso all’intellegibile, che solo può essere “visto” dalla mente. Vedi Repubblica, VI, 510 d:

[…] οὐκοῦν καὶ ὅτι τοῖς ὁρωμένοις εἴδεσι προσχρῶνται καὶ τοὺς λόγους περὶ αὐτῶν ποιοῦνται, οὐ περὶ τούτων διανοούμενοι, ἀλλ᾽ ἐκείνων πέρι οἷς ταῦτα ἔοικε, τοῦ τετραγώνου αὐτοῦ ἕνεκα τοὺς λόγους ποιούμενοι καὶ διαμέτρου αὐτῆς, ἀλλ᾽ οὐ ταύτης ἣν γράφουσιν […]  τούτοις μὲν ὡς εἰκόσιν αὖ χρώμενοι, ζητοῦντες δὲ αὐτὰ ἐκεῖνα ἰδεῖν ἃ οὐκ ἂν ἄλλως ἴδοι τις ἢ τῇ διανοίᾳ.

Cioé

[Tu sai] dunque che [i matematici] fanno ricorso a figure visibili e ne discorrono, eppure non pensano a queste, ma a quelle di cui queste sono copia; ragionano sul quadrato in sé e sulla diagonale in sé, non su quella che disegnano; […] ricorrono, certo, a queste immagini, ma ciò che essi ricercano veramente è la visione di quelle realtà che possono essere viste soltanto dalla mente.

Scrive Gino Loria in un trattato dell’inizio del secolo trascorso, ricco d’informazioni, dimostrazioni matematiche e di cultura, sempre attuale:[14]

Questa soluzione è semplice e non manca di eleganza; essa non è che un’applicazione del teorema “La perpendicolare condotta dal vertice dell’angolo retto di un triangolo rettangolo sull’ipotenusa è media proporzionale tra i segmenti dell’ipotenusa stessa”, teorema che, come sappiamo già, era già noto ad Archita. Nulla si oppone dunque ad ammettere che quella soluzione sia dovuta a Platone; però essa è meccanica, onde sembrerebbe impossibile attribuirla a colui che biasimava chi risolveva con mezzi meccanici i problemi geometrici perché così le prerogative della geometria vengono oscurate e tolte, [essendo] essa ricondotta allo stato pratico, invece di fare come obietti di essa le figure eterne ed incorporee; perciò taluno ritiene apocrifa la soluzione di Platone e trova una conferma di tale congettura nel fatto che il solo Eutocio ne tenga parola, mentre, ad esempio, Eratostene non ne parli affatto nell’epistola storica relativa al problema di Delo. Si può, tuttavia, conciliare il biasimo con la soluzione di Platone, vuoi ammettendo che egli, per screditare le soluzioni meccaniche abbia dimostrato col fatto quanto fosse facile immaginarne [una], vuoi supponendo che Platone siasi limitato a ridurre il problema della costruzione delle due medie fra le rette a, b[15] all’inserzione tra i prolungamenti di queste rette di una retta DE che riesca perpendicolare alle AD e CE.

In altre parole – questo sembra dire Loria, insigne matematico ed accademico Linceo – è come se Platone avesse detto “La soluzione del problema è data da una retta DE che riesca perpendicolare alle rette AD e CE”; poi qualche altro “vile meccanico” avrà inventato il telaio con listello regolabile, e il modo di impiegarlo. Dunque Platone non avrebbe dato la soluzione del problema di Delo, non si è espresso sulla lunghezza dello spigolo del cubo raddoppiato, non ha calcolato niente, si è limitato a dare un’indicazione di metodo. Come Ippocrate di Chio aveva aperto la strada ai matematici successivi, indicando che la soluzione del problema consiste nell’individuare due medi proporzionali tra i segmenti a e 2a, così Platone ha fatto sapere – o avrebbe fatto sapere – ai matematici che il problema della duplicazione del cubo, da Ipparco riformulato nel problema dell’individuazione di due segmenti medi proporzionali tra lo spigolo del cubo dato e un segmento di misura doppia di quello spigolo, può essere a sua volta riformulato individuando il segmento DE. Ma l’individuazione di tale segmento, come sappiamo con il senno del poi, non è possibile rispettando il canone della geometria dimostrata con riga e compasso. In ogni caso, sia Ippocrate di Chio, sia Platone, hanno ragionato “platonicamente”, come si conviene a matematici puri, interessati a cogliere le figure “intellegibili”, contemplabili dalla mente, senza curarsi delle figure “sensibili”, cioè percettibili dai sensi.

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5. Il mito di Platone matematico, secondo Bessarione

Il cardinale Bessarione (1403-1472), umanista bizantino, quand’ancora è arcivescovo ortodosso di Nicea discute in Italia l’unione delle due Chiese, la cattolica e l’ortodossa, così da por fine allo Scisma d’Oriente. In effetti al concilio di Firenze, nel 1439, è proclamata l’unione tra la Chiesa greca e qualla latina. Terminata la sua missione, Bessarione rientra a Bisanzio, ma nel 1440 fa ritorno in Italia, essendo nominato cardinale della Chiesa unificata da Eugenio IV. L’unione delle due Chiese dura però pochi anni, fino alla presa di Costantinopoli (1453): Bessarione rimane in Italia, cardinale della Chiesa cattolica, dove contribuisce a diffondere lo studio del greco e della filosofia platonica.
Bessarione scrisse, tra l’altro, un’opera in difesa del platonismo, contro le tesi di Giorgio di Trebisonda, favorevoli a una convergenza del cristianesimo nell’aristotelismo. L’opera,  intitolata In calumniatorem Platonis, fu scritta in greco, ma ebbe ampia circolazione nella traduzione latina, divisa in quattro libri: a questa facciamo riferimento nel presentare il punto di vista di Bessarione su Platone matematico. In particolare, nel cap. 8 del libro I, Bessarione si propone di dimostrare che Platone fu cultore esimio delle discipline matematiche:

Equidem ita a maioribus nostris traditum accepi Platonem non minus quadripartitam hanc mathematicarum disciplinarum rationem quam aliam quamvis philosophiae partem suis discipulis explicare solitum fuisse ac vestibulo scholae eius hoc epigramma inscriptum extitisse: «Nemo huc geometriae expers introeat».

Cioè:

Ed invero sappiamo dai nostri predecessori che Platone era solito spiegare ai suoi discepoli tale teoria quadripartita delle discipline matematiche non meno di qualsiasi altra parte della filosofia; e sappiamo che all’ingresso della sua scuola si trovava l’iscrizione: «Nessuno entri ignaro di geometria».

In quest’opera manifestamente apologetica Bessarione non si perita di raccogliere tutti gl’indizi e tutte le testimonianze favorevoli alla sua tesi, che cioè tutto quello che c’è di buono in Aristotele si trova già in Platone, che gli fu maestro, e che l’insegnamento di Platone converge meravigliosamente con quello della Chiesa. E per dimostrare l’eccellenza di Platone delle discipline matematiche riprende la notizia che sul frontone dell’Accademia platonica sarebbe stato scritto:

Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω

cioè «Nessuno entri ignaro di geometria». Queste parole sono citate variamente, cioè con qualche variante, in epoca moderna: tra gli altri, da Erasmo, nell’Adagio “2260 – Ἀγεωμέτρητος οὐδεὶς εἰσίτω”; e dall’editore di Copernico, nel talloncino di presentazione dell’edizione di Norimberga (1543) del trattato De revolutionibus orbium coelestium libri VI;[16] tuttavia le testimonianze di epoca antica non sono anteriori al IV sec. d.C. Anzi, “la” testimonianza, quella di Sopatro di Apamea, un retore messo a morte da Costantino I, vissuto dunque circa settecento anni dopo Platone. Scrive infatti in uno scolio a un testo di Publio Elio Aristide:[17]

Ἐπεγέγραπτο ἔμπροσθεν τῆς διατριβῆς τοῦ Πλάτωνος ὅτι ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω· ἀντὶ τοῦ ἄνισος καὶ ἄδικος. ἡ γὰρ γεωμετρία τὴν ἰσότητα καὶ τὴν δικαιοσύνην ζητεῖ.

Cioè

Era scritto nel frontone della scuola di Platone ‘Nessuno entri, che non sappia di geometria’ come per dire ‘se non ha nozione di eguaglianza, di giustizia’: perché la geometria è ricerca dell’eguaglianza e della giustizia.

Dunque secondo questa testimonianza l’iscrizione avrebbe il significato di un monito alla virtù filosofica della giusta misura,[18] come del resto è riportato anche da Bessarione, che però preferisce interpretare l’iscrizione come un monito allo studio della geometria:

Quod imprimis significare videtur eum a sacello philosophiae arcendum esse, qui geometriae disciplina non sit institutus, quamquam illud quoque possit denotare neminem esse intromittendum, qui virtutem ex geometrica mediocritate quaesitam non sit consecutus.

Cioè

Il che in primo luogo sembra voler dire che dal santuario della filosofia va tenuto lontano chi non sia stato istruito nella geometria, per quanto potrebbe anche indicare che nessuno dev’essere ammesso, che non abbia conseguito la virtù che procede dalla giusta misura geometrica.

Naturalmente non manca in Bessarione il riferimento al ruolo di Platone nella soluzione del problema di Delo:

Quamobrem Athenienses, cum aliquandiu ancipites consilii fuissent, ad extremum Platonem adiisse, quem norant mathematicarum rerum esse peritissimum. Consultum igitur Platonem, quid sibi Apollinis oraculum vellet, ita respondisse. Probro dare Atheniensibus Deum, quod Geometriae disciplinam contemnerent. Post haec, ita duplicari cubum, discipulis suis ostendisse. Si duabus lineis rectis, duae mediae rectae proportionales invenirentur. Duabus enim unam mediam proportionalem inveniri compertum iam erat. Sed duabus reperiri posse proportionales, adhuc erat ignotum. Platonem itaque, id primum comperisse, et quod nunc in libris Archimedis legitur, illius esse inventum.

Cioè:

Perciò gli Ateniesi, dopo esser stati alquanto dubbiosi sul da farsi, si recarono finalmente da Platone, che sapevano essere un grande conoscitore delle discipline matematiche. Platone adunque, richiesto del significato dell’oracolo di Apollo, rispose che il dio rimproverava gli Ateniesi di non tenere da conto la disciplina geometrica. Dopo di ciò mostrò ai suoi discepoli che il cubo si duplica trovando, dati due segmenti rettilinei, due segmenti medi proporzionali. Già si sapeva come trovare il segmento medio proporzionale tra due segmenti dati; ma ancora non si sapeva come trovare due medi proporzionali a due dati segmenti. Fu dunque Platone colui che per primo trovò la soluzione: quella che oggi leggiamo nei libri di Archimede è una scoperta di Platone.

Bessarione mette insieme le due versioni del coinvolgimento di Platone nel problema di Delo sopra considerate: sia quella per cui il filosofo ateniese non portò a soluzione il problema, ma si limitò a spiegare la richiesta dell’oracolo come un monito allo studio delle matematiche, sia quella – riportata da Eutocio – per cui Platone sviluppò il calcolo per la determinazione dello spigolo di un cubo di volume doppio. Infine assegna a Platone un merito che non è suo, quello di avere indicato la possibilità di tradurre il problema della duplicazione del cubo nel problema di trovare due segmenti medi proporzionali tra due segmenti dati: ma, come abbiamo visto, il merito di questa intuizione dev’essere attribuito a Ippocrate di Chio.

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[1] Il testo greco e la traduzione latina a fronte della lettera di Eratostene sono riportati in Archimedis opera omnia cum commentariis Eutocii, ed. Heiberg, III, Lipsiae 1881, pp. 102-106.

[2] Archita di Taranto (428-360 a.C.) è un filosofo pitagorico, che Platone conobbe nel suo soggiorno a Taranto, nel corso del primo viaggio a Siracusa, presso il tiranno Dionigi I. La soluzione proposta da Archita è ingegnosa, tanto più in quanto pensata senza ricorso alle coordinate cartesiane: il segmento x è dato dall’intersezione di un cilindro, un cono e un toro (una superficie chiusa a forma di ciambella).

[3] Eudosso di Cnido (408-355 ca. a.C.), discepolo di Platone e di Archita: non conosciamo la soluzione del problema da lui proposta.

[4] Menecmo (380 a.C. ca. – 320 a.C. ca.), amico di Platone, forse discepolo di Eudosso: la soluzione del problema da lui proposta – anch’essa trasmessaci da Eutocio – è data dall’intersezione di una parabola con un’iperbole.

[5] Il sacerdote Conufi, al quale Platone avrebbe chiesto, nel corso del suo viaggio in Egitto, d’interpretare un’iscrizione misteriosa trovata in un villaggio presso Tebe, colpito da una dura carestia. Il sacerdote rispose che quella tavoletta risaliva al tempo del regno di Proteo e che conteneva l’esortazione del dio ai Greci perché vivessero in pace fra loro e rivaleggiassero semmai nella sapienza e nella giustizia. Vedi La tavoletta di Alcmena e la sagacia di Agesilao.

[6] «Il Dio sempre geometrizza».

[7] ᾿Εποπτεία, il massimo grado d’iniziazione ai misteri eleusini.

[8] Il testo greco presenta qualche difficoltà d’interpretazione, che può essere appianata, ma solo in parte, leggendo ἀνάλογον invece di ἀνὰ λόγον (Madvigius), dove ἀνάλογον è avverbio: “in proporzione”. Vedi la lettera di Eratostene, qui sopra citata: «δύο μέσας ἀνάλογον λαβεῖν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ».

[9] Titolo originale: Τὰ κατὰ τὸ μαϑηματικὸν χρήσιμα εἰς τὴν Πλάτωνος ανάγνωσιν.

[10] Trascrizione e traduzione da: Teone di Smirne, Expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium, trad. e cura di F.M. Petrucci, Academia Verlag, Sankt Augustin 2012).

[11] Cfr. Archimedis opera omnia cum commentariis Eutocii, cit., pp. 66-70.

[12] Noi oggi diciamo “segmenti”.

[13] Così diciamo noi moderni. Ma si tenga presente che Euclide viene dopo Platone e che, in ogni caso, questo teorema era già noto ad Archita di Taranto, contemporaneo di Platone.

[14] Gino Loria, Le scienze esatte nell’antica Grecia, Hoepli, Milano 1914.

[15] Abbiamo modificato le notazioni del testo originale, perché sia immediato il riferimento alla costruzione geometrica presentata nelle figure precedenti.

[16] Si veda il frontespizio della prima edizione (1543) dell’opera di Copernico: Nicolai Copernici Torinensis De revolutionibus orbium coelestium libri VI.

[17] Si veda Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω. Une inscription légendaire.

[18] Questa è anche l’interpretazione di Erasmo da Rotterdam.

Un film di Alberto Lattuada, un libro di Piero Chiara: viaggio da Luino ad Esino Lario

Un fermo-immagine del film Venga a prendere il caffè da noi, tratto dal romanzo di Piero Chiara La spartizione: vediamo il protagonista del film, il ragionier Emerenziano Paronzini, impiegato dell’amministrazione pubblica, in navigazione sul lago Maggiore mentre gusta alcune pagine della Fisiologia del piacere di Paolo Mantegazza.
Per vedere il film (in versione integrale) fare clic sull’immagine.

Abbiamo già avuto modo di presentare questo film di Alberto Lattuada, in una precedente pagina di Nusquamia, insieme con altri due suoi film – Dolci inganni e Così come sei – che quell’intelligentona di Michela Murgia metterebbe senza indugio all’indice, e che proprio per questo meritano di essere visti: si veda Tre film di Lattuada. Nel frattempo il film Venga a prendere il caffè da noi era scomparso dalla piattaforma YouTube, alla quale facevamo riferimento; ma – questa è la notizia buona – da circa un mese è nuovamente fruibile. Nessuna meraviglia: la stessa sorte ha subito, più di una volta, Todo modo, il bellissimo film che Elio Petri ha tratto dall’omonimo racconto di Leonardo Sciascia[1].
Il film Venga a prendere il caffè da noi è la trasposizione cinematografica del romanzo La spartizione di Piero Chiara, il quale non solo ha contribuito in prima persona alla stesura della sceneggiatura, ma vi impersona un ruolo minore, quello di un ragioniere squalliduccio: qualcosa di più che un “cammeo”, come si dice. Il film, come del resto il libro dal quale è tratto, è ambientato a Luino, sul Lago Maggiore, teatro di quasi tutti i libri di Piero Chiara («il solo luogo nel quale riesco ad ambientare le mie invenzioni»: così scrive nella prefazione della Spartizione).
Val la pena far presente a chi non lo conoscesse che Piero Chiara fu scrittore popolare, di successo (diciamolo pure), ma sarebbe sbagliato classificare i suoi racconti come letteratura d’evasione. Le sue storie di provincia, come quelle di Simenon (per cui Parigi raramente è il teatro dell’azione) ci invitano a riflettere sui moventi delle azioni, sui condizionamenti sociali, sulle insopprimibili pulsioni individuali. Insomma, se tributiamo affetto ed ammirazione ad Andrea Camilleri, Piero Chiara — si sappia — è degno di non minore stima.

In Svizzera la memoria di Piero Chiara continua ad essere coltivata con affetto. Vediamo qui sopra un fotogramma tratto dal documentario realizzato dalla Radiotelevisione della Svizzera italiana in occasione del centenario della nascita (1913) di Piero Chiara: Piero Chiara: laghi, luoghi e storie di frontiera. Il documentario (fare clic sull’immagine per vederlo) presenta un insieme di testimonianze e interviste: tra l’altro, ad Alberto Lattuada, regista del film tratto dalla Spartizione, e ad Andrea Vitali, che può considerarsi l’erede di Piero Chiara, essendo le sue storie ambientate sul lago, a Bellano per la precisione (ramo di Lecco del Lago di Como).
Qui sotto, Il lago secondo Piero Chiara, documentario diffuso l’anno scorso dalla rete Rai 5, alla ricerca dei luoghi delle storie scritte da Piero Chiara (per vederlo, fare clic sull’immagine).

Vero è che Chiara non faceva parte della schiera dei letterati che un tempo si dicevano “impegnati” (ebbe qualche screzio con il fascismo ma politicamente, se abbiamo capito bene, passava per essere un liberale, nel senso antico del termine, nel senso cioè di “Partito Liberale Italiano”, e non nel senso moderno di “liberal”, kennedyano-progressista): non per questo dovremmo ignorare, o addirittura negare, l’abilità con cui lo scrittore di Luino cesella i suoi racconti, la capacità di notomizzare i personaggi lacustri (largamente ispirati a personaggi veri) nei loro moventi e nelle pieghe del loro animo, l’ironia, il garbo e, infine, cosa che non guasta, la prosa limpida e l’italiano sempre sorvegliato. Nel descrivere le situazioni e i caratteri dei personaggi, Chiara ha la felicità espressiva propria degli “affabulatori” così spesso citati da Dario Fo, il quale è anche lui un laghée, cioè un uomo di lago, nato e cresciuto sulle sponde del Lago Maggiore, a qualche ventina di chilometri da Luino.
Consideriamo in particolare, anche in rapporto al tema che svolgiamo in questa pagina, un episodio descritto nella Spartizione, dove si riferisce di una tabella dei “casi riservati” che ogni bravo confessore dovrebbe conoscere a memoria ma che, ad ogni buon conto, si trovava un tempo affissa all’interno dei confessionali. (I casi riservati sono certi peccati per cui il confessore, essendone venuto a conoscenza, doveva interrompere la somministrazione del sacramento, fino a quando non avesse consultato il suo arcivescovo: eventualmente, la Chiesa avrebbe posto rimedio alle conseguenze del peccato, con discrezione). Ebbene, Chiara presenta la casistica in latino, osando quel che a nessuno scrittore popolare sarebbe oggi permesso (con l’eccezione di Camilleri: vedi per esempio La mossa del cavallo). Ma Chiara sa come fare, e fa digerire il latino anche a chi non lo sa.
Il film di Lattuada non presenta la tabella, ma tutto il contesto è descritto con cura e singolare fedeltà al romanzo, come nella trasposizione televisiva delle storie del commissario Montalbano. Del resto, la scrittura di Chiara – qui vediamo un’altra analogia con Camilleri – procede come la sceneggiatura di un film, impreziosita ovviamente di accorgimenti letterari. Quando uscì nelle sale La stanza del vescovo, che Dino Risi trasse da un suo romanzo, Chiara non ebbe difficoltà ad affermare, in un’intervista, che il protagonista del romanzo, Temistocle Mario Orimbelli, era stato da lui plasmato pensando al carattere rappresentato da Tognazzi in parecchi suoi film: astuto, ma non intelligente, materiale, godereccio. Cioè scrivendo il libro pensava al film, che infatti sarà interpretato da Tognazzi.

Episodio al minuto 48:45 del film Venga a prendere il caffè da noi: Tarsilla introduce Paolino in un ambiente del convento adibito a deposito di materiali. A sinistra vediamo il confessionale alla cui parete interna è affisso il decreto di Carlo Borromeo.

Nella pagina che esaminiamo si racconta quel che succede dopo che Tarsilla, una delle tre sorelle Tettamanzi, decide di dar campo di manovra a Paolino, «un fannullone che stava tutto il giorno seduto davanti alla porta del suo negozio di oggetti casalinghi e pareva aspettasse solo il rientro di Tarsilla per contemplarle il didietro e in particolare le gambe». Tarsilla ha 38 anni, è consapevole della bellezza delle proprie gambe, che compensano egregiamente una poco armoniosa disposizione dei tratti del volto; ma, soprattutto, Tarsilla sente impellente la necessità di dare refrigerio alle proprie scalmane. Paolino, per parte sua, ha un disegno preciso, quello di trarre profitto dagli ardori di Tarsilla per ingravidarla e, grazie a un matrimonio riparatore, rappezzare le proprie disastrate finanze e sistemarsi, una buona volta.
Tarsilla, diventata responsabile della biblioteca parrocchiale, aveva trovato la chiave di una porta, fino ad allora sempre chiusa, che mette in comunicazione la biblioteca con il giardino del convento sconsacrato che ospita la biblioteca; nel muro del giardino c’è una porta, sprangata dall’interno, che dà accesso a un vicoletto poco frequentato. L’appuntamento con Paolino è alle tre del pomeriggio, davanti a quell’ingresso non più praticato, che si aprirà soltanto per Paolino.

La biblioteca apriva alle quattro, ma Tarsilla da qualche giorno ci andava alle due e mezza e si chiudeva dentro per lavorare indisturbata al riordino delle carte e dei libri di Don Basilio. Paolino sarebbe entrato e uscito dal giardino senza neppure apparire in piazza S. Orsola.
Il giorno dopo, alle tre, prese la grossa chiave, aprì la porta e entrò nel convento. Uscita nel giardino andò a smuovere la stanga che bloccava la porta. Paolino era già là che aspettava.
[…] Entrarono anche nella cappella abbandonata, uno stanzone rettangolare dov’era rimasto l’altare sguarnito e un grande confessionale. Era un mobile enorme, tutto di legno scolpito e sovraccarico di colonnine tortili, di angeli svolazzanti inclusi per una coscia negli spigoli, di finti drappi anch’essi scolpiti con le pieghe e le frange di legno ricamate dai tarli. […] Paolino entrò al posto del prete, si sedette e vide una tabella appesa davanti ai suoi occhi. Tirò la tenda per aver luce, ma non gli bastava per leggerla. La staccò allora dal gancio e andò vicino alla finestra. Lessero insieme:

«Casuum reservatorum in Diocesi Mediolanensi
Ex decreto archiepiscopali
30 decembris 1916
I. perjurium in judicio utriusque fori.
II. Injuriosa et gravis percussio parentum.
III. Prostitutio filiae vel uxoris vel pupillae.
IV. Incestus in primo gradu consanguinitatis et affinitatis».

Tarsilla sapeva poco di latino, ma spiegò alla meglio che si trattava di grossi peccati per i quali non poteva essere accordata l’assoluzione, e che la tabella era appesa in tutti i confessionali per decreto delle autorità ecclesiastiche, quindi anche in quelli dei conventi benché non ce ne fosse bisogno, in quanto quei peccati nei conventi non si potevano commettere, ma solo fuori, nelle famiglie o fra la gente.
Paolino non mostrò interesse. Era curioso d’altro, e rientrato nel confessionale fece mettere in ginocchio Tarsilla alla piccola grata.
“Confessami che sei in calore” le soffiò dai buchi.
E uscito subito fuori con un gran svolazzo della tendina che mandò polvere a nubi, balzò sopra Tarsilla che era rimasta in ginocchio, incerta di aver udito bene. Se la trascinò dentro il mobile dov’erano rimasti alcuni vecchi cuscini e la fece sedere sulle sue ginocchia.

Quando lessi questa pagina, qualche anno fa, mi venne in mente di aver già letto quella tabella, nel corso di una giornata trascorsa, molto tempo prima, esplorando le bellezze di un tratto del lago di Como, a Varenna e dintorni. Avevo letto quello stesso decreto, affisso all’interno di un altro confessionale che si trova – perlomeno, allora si trovava – addossato alla controfacciata della chiesa parrocchiale di Esino Lario, che incombe su Varenna a circa 700 m sopra il livello del lago. Poiché le due copie del medesimo decreto si trovano l’una sul Lago Maggiore, l’altra sul lago di Como, per me che leggevo il libro di Chiara e che avevo il ricordo della chiesa di Esino, era come se i due luoghi fossero connessi da un filo, passante per la Svizzera. Mettendo insieme i due ricordi, mi viene in mente, adesso, un viaggio ideale: varchiamo la frontiera dietro Luino e, seguendo il profilo del lago di Lugano, giunti a metà del percorso, poco prima di Oria, che è il primo paese che s’incontra in Italia, attraversiamo la frontiera, quindi proseguiamo fino a Menaggio; imbarchiamo l’auto sul traghetto che porta a Varenna, e saliamo fino ad Esino Lario. Farò come l’Ariosto, il quale diceva: se non viaggio nella realtà, posso però viaggiare con Ptolomeo, cioè consultando le carte geografiche, lasciando che fantasia e memorie facciano il resto.

Chiesa di san Vittore a Esino Lario (760 ab., 960 m s.l.m.): ai lati del portale, i busti in bassorilievo di Pio XI e dell’abate Stoppani.

Giunti ad Esino, poco distante dal centro dell’abitato, troviamo la parrocchiale; vediamo che la sua facciata reca, ad altezza d’uomo, il bassorilievo di Antonio Stoppani; sotto, una lapide ricorda l’importanza di quella sua pubblicazione del 1860, Les Pétrifications d’Ésino, con la quale comincia la «fortuna geologica e turistica d’Esino».[2] Davanti al ritratto in bronzo del principe dei geologi italiani, chissà, forse anche perché assai simile a quello dei ricordi d’infanzia, simile cioè al tondo che figurava nell’etichetta del formaggio ‘Bel paese’, stabilii allora che Esino è un posto bellissimo. Ma lo è anche per altre ragioni, che ho scritto in una precedente pagina di Nusquamia al capitolo “Il caso di Esino Lario”, nell’articolo Profughi in Italia.

Per leggere Il bel paese di Antonio Stoppani, fare clic sull’immagine.

A parte questa notazione deplorevolmente simil-proustiana, confesso di essere un grande ammiratore di Antonio Stoppani e delle sue conversazioni sulle bellezze naturali dell’Italia, raccolte nel libro Il bel paese (1876), immancabilmente presente, all’inizio del secolo scorso, nella biblioteca delle famiglie borghesi, nella scaffalatura delle canoniche e negli armadietti dei maestri e delle maestre d’Italia, il più letto dopo I promessi sposi (1840, se consideriamo la seconda edizione riveduta) del Manzoni e il Cuore (1886) di De Amicis. In questo libro di Stoppani si rimarginava la frattura tra l’Italia risorgimentale, liberale e massonica, e l’Italia cattolica, quella del cattolicesimo compassionevole e solidale, non ancora mediatico, al tempo in cui i preti sapevano di latino, e il cattolicesimo era diverso da quello che conosciamo oggi (spesso, tra l’altro, poco cristiano). Del Bel paese posseggo un’edizione (la quarta) del 1883, che più di una volta mi ha suggerito mete di piacevoli esplorazioni, senza mai deludermi. L’ho comprata a Lecco, naturalmente, nella libreria Cattaneo.
Simmetricamente, dall’altra parte del portale della chiesa, c’è il bassorilievo di Pio XI, anche lui, come Stoppani, alpinista provetto: per entrambi Esino Lario era la base logistica di escursioni al gruppo delle Grigne.
Entrato nella chiesa, vidi che faceva bella figura di sé un bel confessionale, all’antica, in legno intagliato, senza aria condizionata, lucette, pulsantiera elettronica e ammennicoli vari, come quelli che tanto piacciono a certi pretini, più o meno simoniaci, paladini del “nuovo che avanza”. Non ho resistito alla tentazione di guardare l’interno, dove era affisso il decreto che in seguito avrei trovato descritto in quella pagina di Piero Chiara:

«Tabella casuum reservatorum in Diocesi Mediolanensi
ex decreto archiepiscopali
30 Decembris 1916

1. Perjurium in judicio utriusque fori.

2. Injuriosa et gravis percussio parentum.

3. Prostitutio filiae vel uxoris vel pupillae.

4. Incestus in primo gradu consanguinitatis et affinitatis.

Nihil obstat quominus imprimatur.

Mediolani die 5 Aprilis 1917

IMPRIMATVR
In Curia Archiep. Mediolani, die 5 Aprilis 1917.

Sono le parole che abbiamo letto nel libro di Chiara, a parte l’assenza del soggetto della prima frase e del “Nihil obstat” finale: ma questi sono dettagli inessenziali. Possiamo tradurre così: “Tabella dei casi riservati alla Diocesi di Milano, per decreto arcivescovile del 30 dicembre 1916: 1. Giuramento falso in giudizio, nel foro ecclesiastico o in quello civile / 2. Percosse ai genitori gravi e oltraggiose / 3. Prostituzione della figlia o della moglie o di una minorenne / 4. Incesto con parenti di primo grado, consanguinei o acquisiti / Nulla osta a che si stampi. Milano, 5 aprile 1917 / Si stampi / Nella Curia dell’Arcivescovado di Milano, 5 aprile 1917”.
Quando visitai Esino ancora non esistevano gli smartphone ma avevo con me una macchina fotografica compatta, tascabile, come alternativa alla macchina fotografica penzolante sulla pancia, alla maniera dei turisti giapponesi: cosa che ritenevo e tuttora ritengo disdicevole. Era una Kodak Instamatic 60 che montava un mini-rullino di formato cosiddetto “110”: i negativi avevano le dimensioni di 13 mm x 17 mm. Già allora ero consapevole della qualità scadente delle stampe ottenute da un rullino di quel formato, ma ancora non sapevo che perlopiù avrebbero perso il colore, con il passare degli anni. Comunque, sempre meglio che andare in giro bardato come un giapponese. Scattai dunque una foto a Stoppani, una al confessionale, e una al decreto, dentro il confessionale.
Ho cercato le foto di Esino nell’armadio contenente le scatole dei ricordi, qui sotto presento tutto quel che ho trovato; la foto della tabella non c’è: scattata in assenza di flash, doveva essere così brutta, che ritenni opportuno cestinarla, dopo averne trascritto il testo sul foglietto che ho trovato pinzato con un fermaglio alla foto del confessionale. Mi domando se il confessionale sia ancora al suo posto, a distanza di vent’anni (spero di sì), e, soprattutto, se quel decreto si trovi ancora dov’era, e non sia stato invece strappato da qualche prete solerte, uno di quelli che non sanno di latino e di latino non vogliono saperne.

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A questo punto il viaggio ideale che dicevo potrebbe finire qui. Ma poiché ci siamo spostati dal Lago Maggiore a quello di Como, in relazione a un romanzo – La spartizione – e al film che ne è tratto – Venga a prendere il caffè da noi –, grande è la tentazione di proseguire il viaggio verso un terzo lago, il Lago di Ceresio, o Lago di Lugano che dir si voglia, per parlare di un altro romanzo, parimenti ambientato sul lago, Piccolo mondo antico, scritto da Antonio Fogazzaro, e del film che Mario Soldati ne ha ricavato, nel 1941. Sono due capolavori. Portiamoci allora ad Oria, ai piedi della Valsolda, ai confini con la Svizzera (più o meno come Luino). Per arrivare ad Oria da Esino Lario facciamo all’inverso un tratto del viaggio compiuto precedentemente, da Luino ad Esino; ma è un percorso molto più breve, tra l’altro bellissimo a farsi, non solo idealmente: da Esino a Varenna, dove ci imbarchiamo sul traghetto, per approdare a Menaggio, e di qui proseguire al confine con la Svizzera.[3]
Dobbiamo però precisare che un confronto di Piero Chiara con Antonio Fogazzaro è improponibile, l’analogia essendo circoscritta all’ambientazione lacustre delle loro opere. Diversa è l’indole dei due scrittori, diverso quello che un tempo si chiamava l’”impegno”, di vita, prima ancora che sociale, diversa anche l’importanza (gli estimatori di Piero Chiara, quorum ego, non se n’avranno a male). L’importanza del Piccolo mondo antico di Fogazzaro è enorme, sia nel panorama delle lettere italiane, sia nella maturazione di parecchi intellettuali, per cui quel libro fu un romanzo di formazione. Nell’improvvida astrazione del conte Franco Maironi, protagonista del Piccolo mondo antico, c’è qualcosa di eroico, come nella goffaggine del principe Myškin nell’Idiota di Dostoevskij. I moventi della sua azione sono ideali, laddove le azioni che agitano i personaggi di Chiara sono istinti primordiali.

Massimo Serato e Alida Valli nella scena finale del film: Luisa, che dopo la morte di Ombretta era scivolata in un’apatia che sconfina con la follia, raggiunge il marito che dall’Isola Bella, sul Lago Maggiore, si accinge a partire per la guerra contro l’Austria.
Per vedere il film, in versione integrale, fare clic sull’immagine.

Si noti che la scena finale del film di Soldati è ambientata all’Isola Bella, sul Lago Maggiore: così, si direbbe, il cerchio si chiude; siamo partiti dal Lago Maggiore, ci siamo spostati sul ramo di Lecco del Lago di Como, di qui siamo partiti per il lago di Lugano, torniamo infine al Lago Maggiore.
L’interpretazione di Alida Valli è meravigliosa, la tristezza che leggiamo nei suoi occhi, bellissimi, purtroppo è una tristezza reale: lei, che era “la fidanzatina d’Italia” era fidanzata per davvero, con un pilota d’aereo, che conosceva dall’età di 14 anni; il pilota, comasco come comasca di adozione[4] era Alida Valli, morì nel 1941 nel corso di un duello in volo con un aereo inglese. Il 1941 è l’anno in cui si girò il film, al quale Alida Valli prese parte con la morte nel cuore.

Di Oria ho già scritto nell’articolo Erasmo ad Oria, Stendhal ad Oggiono e, soprattutto, nel capitoletto “Viaggio in Valsolda”, all’interno dell’articolo Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro. Si veda anche Piccolo mondo antico, di Mario Soldati, dove si pone il dilemma: Regno Padano o Italia?

oooOooo


[1] Del film non esiste Dvd, si è perfino favoleggiato che il negativo sia andato perduto nel corso di un incendio a Cinecittà (forse è bruciato davvero, ma intenzionalmente). Ma a suo tempo, prima del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, il film era passato in televisione, e da molti fu registrato su VHS. Le copie che, con vicende alterne, abbiamo visto su You Tube, derivano da quelle registrazioni. Attualmente Todo modo è nuovamente irreperibile su You Tube (noi però a suo tempo, consapevoli dell’aria che tira, ne abbiamo registrato una copia). Ma perché questo ostracismo? Perché nella versione cinematografica del racconto, il mammasantissima democristiano assume i lineamenti di Aldo Moro, interpretato dal bravissimo Gian Maria Volonté, in chiave tutt’altro che agiografica. La rappresentazione di un Aldo Moro mellifluo, prono al cinismo del potere, è oggi considerata politicamente scorretta.

[2] L’opera, consultabile in rete, contiene la descrizione dei depositi fossiliferi di Esino, datati al triassico superiore.

[3] Questo è anche l’itinerario che Mussolini si era proposto di fare, il 26 aprile 1943, e che fece solo in parte, perché si fermò al Comune di Gràndola e Uniti, dove aveva sede una caserma della milizia confinaria, alloggiata in un albergo requisito; qui fu raggiunto dalla Petacci, ma anche dalla scorta tedesca, che inutilmente aveva cercato di seminare, e che aveva l’ordine di portarlo in Germania. Tornato a Menaggio, proseguì il viaggio con una colonna di soldati della contraerea tedesca in ritirata, lungo la Via Regina, fino a Dongo. Il resto è storia nota.

[4] Figlia di un’istriana e di un trentino, Alida Valli si era trasferita a Como quando al padre fu assegnata la cattedra di filosofia al Liceo scientifico Giovio.

Le “due culture” e l’invidia degli intellettuali non più egemoni, “per colpa” del Covid

Piergiorgio Odifreddi fondamentalmente ha ragione, ma sbaglia nel criticare il liceo ideato da Gentile e sbaglia nell’attribuire la patente di “umanista” a chi non ne è degno

Qui sopra, conferenza circolare (diffusa via YouTube: vedi qui), promossa dalla “Commissione Dubbio e Precauzione” per iniziativa di quattro intellettuali,  il giurista Ugo Mattei, il filosofo Massimo Cacciari, il filosofo Giorgio Agamben e il massmediologo Carlo Freccero, i quali si dichiarano scettici sulla gestione della pandemia Covid, in particolare sull’obbligatorietà della certificazione cosiddetta Green pass. Per leggere l’articolo pubblicato sul Fatto quotidiano, fare clic sull’immagine. Oltre a Ugo Matteri e a Carlo Freccero, alla conferenza hanno preso parte, tra gli altri, l’ex vicequestore Nunzia Schilirò (sospesa perché contraria al Green Pass, risulterà infettata dal morbo essa stessa) e la virologa “determinata” dell’Ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo: Massimo Cacciari, che avrebbe dovuto prendere la parola, non è intervenuto, come pure è venuto a mancare l’intervento (previsto) dello psichiatra Alessandro Meluzzi, che dovrebbe essere una colonna della neonata Commissione, primate metropolita e arcivescovo di una Chiesa ortodossa (non riconosciuta) e in quanto tale «Sua Beatitudine Alessandro I».
In basso, l’articolo pubblicato da Piergiorgio Odifreddi sulla Stampa il 7 dicembre 2021, a p. 27: per leggere l’articolo, riportato integralmente nel diario reziale di Odifreddi, fare clic sull’immagine.

Riassumendo, si è costituita la “Commissione Dubbio e Precauzione”, «una commissione permanente con l’obiettivo di tutelare la libertà e i diritti umani, una riflessione per mezzo degli strumenti di dubbio e precauzione». Posta la questione in questi termini, sembrerebbe un’iniziativa di stampo illuminista; invece, in pratica, rischia di essere tutto il contrario, di diventare cioè il megafono dell’invidia di professori impropriamente chiamati “umanisti” (così dice anche il logico matematico Piergiorgio Odifreddi, come vedremo) ai quali non garba che le azioni politiche possano basarsi su considerazioni “scientifiche” che esulano dal loro campo di competenze.
Alla prima conferenza promossa dalla Commissione permanente hanno partecipato anche professori di discipline “scientifiche”, ma rigorosamente “alternativi”, in qualità di portatori d’acqua. L’egemonia è esercitata dai “letterati” e, in ogni caso, nessuno scienziato positivista  – diciamo così, per semplificare – cioè alunno della scienza non ideologizzato,  ha preso la parola.
Scriveva Odifreddi, in un articolo pubblicato sulla Stampa il 9 settembre (vedi Barbero e i prof aiutano i No Vax),: «Non è un caso che Agamben e Cacciari, prima, e Barbero, poi, siano umanisti che hanno della verità un concetto relativo, filosofico nel primo caso e storico nel secondo. Ai quali dà fastidio, consciamente o no, che qualcuno possa rivendicare non solo l’esistenza di verità scientifiche di ben altro tenore, ma addirittura basare su di esse le azioni politiche». Diceva bene Odifreddi, allora, ma sbagliava annoverando tra gli “umanisti”, indistintamente, «gli storici, i giuristi, gli psicologi, gli assistenti sociali, i musicisti, i designer ecc.». Così, infatti, s’introduce una classificazione che assegna la patente di “umanista”, indistintamente, a tutti coloro che non praticano le matematiche né tampoco alcuna disciplina afferente al vasto campo della “filosofia naturale” (intendendo per “filosofia naturale” le scienze sperimentali e falsificabili in senso popperiano).  
Naturalmente, niente impedisce che un sociologo – un sociologo serio, come Vilfredo Pareto (sia però detto en passant: il migliore dei sociologi era ingegnere ferroviario e matematico), tanto per intenderci – possa dirsi “umanista”: ma se è tale, lo sarà a titolo personale, come spesso furono umanisti i medici, fino almeno alla soglia del secolo scorso, come fu umanista Quintino Sella, professore di mineralogia, studioso di matematica, fondatore del Club alpino e, in qualità di “umanista” (umanista vero, non come intende la “filosofa” Martha Nussbaum) curatore in edizione critica del Codex Astensis.

A sinistra, il Codex Astensis detto Malabayla, codice miniato che registra le vicende della città di Asti dalla fondazione al momento in cui fu redatto, al tempo di Gian Galeazzo Visconti. Fu trovato da Quintino Sella nell’archivio di corte dell’imperatore Francesco Giuseppe, al tempo in cui era ambasciatore in Austria. A destra, Teoria e pratica del regolo calcolatore, un agile trattato scritto da Quintino Sella che diede un impulso fondamentale alla diffusione di questo (allora) innovativo strumento di calcolo.

Lo so, si fa prima a fare distinzione tra “professori delle materie umanistiche” e “professori delle materie scientifiche” (proprio come si diceva alla facoltà di Architettura di Milano, in tempi più o meno “formidabili”), ma, così facendo, chiamando “umanisti” i professori delle improbabili Scienze della comunicazione, si finisce per cadere nel pasticcio delle “humanities”, che, con buona pace della “filosofa” summenzionata, poco o punto hanno che fare con l’umanesimo.
In un secondo articolo appena pubblicato sulla Stampa, il 7 dicembre, Odifreddi ribadisce la posizione del suo scritto precedente: i professori accademici, titolari dell’insegnamento di discipline non matematiche e non sperimentali soffrono di un complesso di superiorità, che li spinge a far combutta per organizzare la difesa di antichi privilegi. Temono di perdere l’egemonia, perciò lanciano l’anatema contro gli “scientifici” che, con il pretesto dell’emergenza da coronavirus, accamperebbero il diritto a un’egemonia sulla politica. Se prima Odifreddi attribuiva ai “letterati” il sentimento d’invidia, adesso mette a fuoco un altro sentimento, quello della vergogna, dalla quale nasce un desiderio di rivalsa, o di vendetta (Iniuriam facias, nisi vindices: così recita un antico brocardo). Infatti – scrive Odifreddi – «per dirla con il ministro Cingolani, tutti questi luminari conoscono perfettamente le date e i fatti delle Guerre puniche, e sono ferrati in filosofia e diritto. Eppure, per loro come per tanti altri, un’ottima cultura umanistica si è rivelata inutile e insufficiente per l’interpretazione del mondo moderno». Di questo si vergognano e, per cancellare la vergogna, si coalizzano contro la paventata egemonia della scienza, da loro ritenuta insopportabile.

Vignetta pubblicata su Repubblica dell’11 dicembre 2021, con riferimento alla conferenza della Commissione “Dubbio e precauzione”, promossa dagli esponenti di fascia alta del movimento contrario all’imposizione della certificazione vaccinale, cosiddetta Green pass. Abbiamo presentato una possibile motivazione degli esponenti di fascia bassa in I “No Green Pass” vorrebbero che la scienza fosse una religione.

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A dire il vero, Odifreddi non è l’unico a pensare che le decisioni importanti per il bene del paese debbano essere prese su base scientifica. Carlo Cattaneo, laureato in giurisprudenza, che aveva studiato i teorici del socialismo “utopistico” d’Oltralpe, quando disse che per il progresso morale e civile della Nazione occorrevano più fisici e ingegneri e meno avvocati, parafrasava Saint-Simon. Gaetano Salvemini, professore di Storia, meridionalista, ben conosceva il male inferto dagli avvocaticchi all’Italia, e al Meridione d’Italia in particolare, e scrisse in proposito pagine gustose. Questa d’altra parte è stata la posizione del vecchio e nobile socialismo scientifico e umanitario, al quale aderirono fior di letterati e filosofi dell’Ottocento, e che in parte il Partito comunista italiano fece propria. Com’è noto, il marxismo voleva essere una disciplina scientifica, tant’è che Karl Marx intendeva dedicare la sua opera, Il capitale, a Charles Darwin, l’autore dell’Origine della specie, e gliene chiese formalmente il permesso, che però fu negato. E non ci fu letterato, storico, filosofo o avvocato aderente al vecchio Partito comunista italiano il quale pensasse che la trasformazione dell’Italia dovesse avvenire per iniziativa degli avvocati, o degli storici. Semmai, dovevano tutti insieme convergere su un progetto scientifico, nell’accezione più ampia di questo termine. Ma la trasformazione dell’Italia in senso progressista non poteva prescindere, già in fase di progettazione, dalle necessarie competenze nell’ambito delle scienze matematiche e sperimentali.
In generale, tanto per intenderci, non è ammissibile che il politico pretenda di essere il cervello autonomo del processo decisionale e che, sentiti i giuristi, impartisca direttive ai fisici, agl’ingegneri, ai matematici, ai geologi ecc., in qualità di esecutori delle sue geniali direttive. O che il politico si nasconda dietro il paravento di pareri opportunamente “interpretati” di commissioni tecnico-scientifiche insediate ad hoc (e allora nasce l’impostura : «L’ha detto la Scienza!»).
In particolare, se pensiamo alla complessità della società nel nostro tempo, al sistema d’interconnessioni tra i suoi blocchi funzionali – e al pericolo stesso (oltre che ai vantaggi, naturalmente) rappresentato da tali interconnessioni, se non sono tenute sotto controllo – non c’è chi non veda la necessità, oggi che si può, e oggi come non mai, di ricorrere a modelli di simulazione matematica che consentano di prevedere le conseguenze di questa o quella iniziativa del processo decisionale, valutando tutte le possibili interazioni tra le componenti del sistema. È una strada obbligata, purtroppo, o per fortuna: dipende da chi sta nella “stanza dei bottoni”, come diceva Pietro Nenni.
Dunque il controllo democratico del processo decisionale – ché di questo si tratta – non è pensabile in termini di populistica rivolta “luddista” contro la scienza, men che meno di superciliosa egemonia di giuristi alla maniera di Rodotà: il controllo democratico sarà còmpito di sinceri democratici che siano in grado di comprendere la complessità del sistema. E questa non è roba per avvocati con l’immaginetta di padre Pio nel portafoglio, perché con loro non si cava un ragno dal buco. Questo è compito per uomini che siano in grado di relazionarsi con matematici, fisici, ingegneri, biologi, geologi, epidemiologi ecc., non macchiettistici, non “alternativi”, ma seri, con l’apporto di tutta la cultura possibile, ma anche stabilendo una volta per tutte la prevalenza della razionalità sul sentimentalismo, sul velleitarismo, sul misticismo. Come Einstein gettò fuori dalle finestre dei laboratori di fisica il concetto di etere, inteso come supporto di propagazione delle onde elettromagnetiche, così, quando si parla di politica, dobbiamo sbarazzarci delle pastoie del moralismo e della ricorrente tentazione di invocare lo Stato etico (una certa sinistra-non-sinistra in questo punto converge pericolosamente con il fascismo).

Diagramma di flusso per lo studio su modello delle relazioni tra capitale, risorse, consumi e inquinamento, le cui interazioni sono analizzate con i metodi della dinamica dei sistemi, tenendo conto cioè dei fattori d’influenza fra le grandezze caratteristiche e degli anelli di retroazione tra le unità di sistema. Il modello fu approntato nel lontano 1972 da Forrester, Meadows et al., per il Club di Roma. Nacque in ambito capitalistico (Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, era responsabile della Fiat Argentina) e — per dirla tutta — fu fallimentare, nel senso che le sue previsioni si rivelarono errate. Ma non è sbagliato lo sforzo di governare la complessità del sistema valorizzando la conoscenza scientifica, in una prospettiva razionale e ricorrendo alle potenzialità di calcolo degli elaboratori elettronici, oggi enormemente superiori a quelle di quarant’anni fa.

Quando dunque afferma che le decisioni vitali per il benessere materiale dei cittadini devono essere prese su base scientifica, Odifreddi dice bene. Quanto al benessere spirituale dei cittadini, a nostro avviso è auspicabile che lo Stato si limiti a fornire gli strumenti per il suo incremento: i quali, a ben vedere, sono essi stessi materiali (per esempio, quando si tratta di deliberare laicamente a sostegno dell’Istruzione pubblica), senza mai dare indicazioni di orientamento, come a suo tempo pretendevano la Boldrina, presidente della Camera, alleata con la sciura Valeria, ministro dell’Istruzione, con la scusa che i ragazzi devono essere educati a riconoscere le cosiddette, da loro, fake news: altrimenti si cade nella trappola dello Stato etico, del pensiero unico.

Ancora, Odifreddi dice bene quando afferma:

Eppure, basterebbe guardarsi attorno nel mondo, per accorgersi che la separazione delle materie umanistiche da quelle tecnico-scientifiche è un assurdo che fa male e non rende giustizia a nessuno dei due campi, e non fa che perpetuare l’atteggiamento di superiorità che i classicisti manifestano nei confronti della scienza e della tecnica. Paradossalmente, sono proprio gli umanisti a crogiolarsi nella loro ignoranza dell’altra metà della cultura, convinti che se non si conoscono le date delle Guerre Puniche o gli aoristi si è degli incolti, ma ignari del fatto che lo si è altrettanto, o più, se non si conoscono la legge di gravitazione di Newton o la tavola periodica degli elementi.

Questa è anche la posizione di C.P. Snow, il quale, in un celebre saggio risalente al 1959, Le due culture e la rivoluzione scientifica, riferiva di «persone molto istruite» che lamentano l’ignoranza degli scienziati:

In un paio di occasioni, ho ceduto alle provocazioni e ho chiesto alla compagnia quanti di loro fossero in grado di descrivere la Seconda legge della termodinamica. La loro risposta è stata fredda e negativa. Eppure, la mia domanda non era nient’altro che l’equivalente scientifico di «Avete mai letto un’opera di Shakespeare?».

Meno bene, a nostro avviso, dice Odifreddi quando dopo aver considerato le pretese degli accademici “letterati” (diciamo così, forse è meglio di “umanisti”) sente il polso del comune sentire, oggi, in Italia, quello per cui «ancora troppi sono coloro che credono di poter affrontare il presente e il futuro di un mondo tecnologico continuando a (non) educare i giovani nella maniera che piaceva a Mussolini un secolo fa». Insomma, la colpa sarebbe della «famigerata riforma Gentile», quella per cui «le materie scientifiche erano e sono relegate al ruolo di “utili idiozie”» (vedi ancora l’articolo sulla Stampa del 7 dicembre).
In realtà la riforma Gentile prevede due licei, il liceo classico e quello scientifico, che davano (allora) possibilità quasi esclusiva di accesso generalizzato all’Università. [1] I licei erano pensati come fucina per la formazione della classe dirigente. Nel liceo scientifico l’insegnamento delle materie “scientifiche” è previsto al massimo livello, accanto all’insegnamento del latino (quest’ultimo essendo considerato necessario per la formazione dello spirito critico che si richiede a chi debba svolgere nella società un ruolo di responsabilità). Dunque, per idealista che fosse, Gentile non precluse l’insegnamento della matematica, della fisica e della chimica e non risulta che, a differenza di Benedetto Croce, abbia mai bollato queste discipline come pseudoscienze. [2] Anzi, sulla necessità di un’«educazione alla mentalità scientifica» Gentile scrisse parole di significato incontrovertibile, nella sua introduzione alla raccolta di lettere e prose del Galilei, da lui curata ed annotata (Galileo Galilei, Frammenti e lettere, con introduzione e note di Giovanni Gentile, Giusti, Livorno 1917, p. XXVI):

Ho creduto che una scelta di frammenti, sottratti alle discussioni tecniche dei problemi speciali a cui Galileo attese, e annotati con speciale riguardo alla struttura e storia delle idee che vi sono formulate o adombrate, potesse riuscire di una singolare efficacia per l’educazione di quella mentalità, che si desidera in ogni studioso moderno, anzi d’ogni persona colta, che deve pur possedere nella sua caratteristica e affinare al possibile quel senso scientifico della realtà, che non occorre nemmeno alla vita che alla scienza.

E se Gentile volle che chimici, fisici e ingegneri laureati sapessero di latino, fece benissimo: per un insieme di ragioni che attengono alla formazione dello spirito critico e della stessa mentalità scientifica, come leggiamo in questa testimonianza di Luca Cavalli Sforza, genetista, studioso dell’evoluzione umana e del rapporto tra genetica e linguistica (vedi Studiando, studiando):

Una sociologia trita, spesso ridotta alla scienza dell’ ovvio, alla conferma di quello che già tutti sanno, o una psicologia che può risultare di estrema ingenuità per ragazzi smaliziati, sono controproducenti.
[…] Ho capito che se ho imparato veramente a ragionare e risolvere problemi difficili nel corso del ginnasio e liceo è stato grazie all’ esperienza di traduzione dal latino. La traduzione in genere è ancora un’arte molto difficile. […] Posso dire che, fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’importante: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gl’inglesi chiamano l’inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere.

Dunque la “buona scuola”, la vera buona scuola, non è quella della sciura Valeria Fedeli, [3] sindacalista di Treviglio «ministra» (così le piaceva essere chiamata, con declinazione al femminile del sostantivo epicèno “ministro”) della Pubblica istruzione durante il governo Gentiloni. La vera buona scuola è quella della riforma Gentile: peccato che poco per volta, a cominciare dal dopoguerra, e poi in crescendo ai nostri giorni, la scuola gentiliana sia stata sfregiata, con tutti i pretesti possibili. Sarà bene osservare che gl’istituti d’istruzione secondaria superiore per i quali non è previsto lo studio del latino, o il latino è confinato in posizione ancillare, oggi denominati “licei”, non sono in realtà licei, ma un’impostura, perlomeno per quel che riguarda la denominazione.
Detto questo, consentiamo del tutto con Piergiorgio Odifreddi il quale conclude amaramente il suo articolo con questa domanda, che retoricamente ha il significato di una constatazione, con riferimento alla conferenza indetta dalla “Commissione permanente Dubbio e Precauzione”:

E, soprattutto, quanti dei professori sul palco del Carignano, e del pubblico che li andrà a sentire nel parterre, non si vergognano di non aver idea di come agisca e si diffonda un virus, o di come funzionano i vaccini, ma ciò nonostante pretendono di dire la loro su come si debba affrontare una pandemia?

In realtà i professori “letterati” (con l’apporto di professori “scientifici”, ma “alternativi”, come abbiamo visto) non parleranno dal palco del teatro Carignano di Torino, ma dall’International University College (c’è stata in proposito una smentita del Teatro Stabile di Torino: probabilmente la sede della manifestazione è stata cambiata all’ultimo momento); per il resto, però, il prof. Odifreddi (non meno “professore” dei “letterati” e degli “scienziati alternativi”) ha perfettamente ragione.
Ha ragione Odifreddi, hanno torto i “letterati”. Per esempio, in un precedente articolo abbiamo mostrato come Cacciari abbia fatto uno scivolone, a proposito dell’efficacia dei vaccini anti-Covid-19 accampando l’argomento “50/117”, mutuato dalla narrazione antivaccinista: «In Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose».

L’argomento “50/117” accampato da Cacciari per dimostrare l’estrema inefficacia dei vaccini contiene diverse fallacie logiche, annidate l’una nell’altra, come dimostra questo articolo (per leggerlo, fare clic sull’immagine).

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Certo, Cacciari ha precisato di non aver niente che fare con gli antivaccinisti. Però sarebbe opportuno – scrivevamo – che prendesse le distanze da questo argomento: oltre che per l’argomento in sé, per stabilire il principio della prevalenza della razionalità scientifica sul “pregiudizio di conferma”. Resosi conto dell’errore – così voglio credere –, Cacciari ha recentemente riformulato l’argomento. Infatti, il 1° dicembre 2011, intervistato da Teodolinda Gruber ha affermato che «Il 50% delle persone anziane in terapia intensiva è stato vaccinato due volte». «Dunque» — dice il filosofo — «il vaccino non è efficace come voi dite, e invece di puntare tutto sul vaccino, dovreste mettere a punto un “piano B”». Eppure, anche ammesso che le cifre riportate rispecchino la realtà, anche riformulato così, l’argomento risulta fallace, per le ragioni che sono esposte in Anche il professor Cacciari è tenuto al rispetto della logica.
Ed è singolare che il prof. Cacciari abbia affermato, più di una volta «Non m’intendo di virus, ma m’intendo di logica»; tra l’altro, è vero che s’intende di logica, però dovrebbe riconoscere che anche a lui può capitare quel che, secondo Orazio, accadeva talora ad Omero: Quandoque bonus dormitat Homerus. Infatti, sia al tempo del manifesto firmato congiuntamente con Agamben nel luglio 2021, sia recentemente, presso Teodolinda, Cacciari ha peccato, appunto, in fatto di logica.

Al minuto 0:46 del filmato presentato qui sopra (fare clic sull’immagine) Cacciari afferma «Non m’intendo di virus, ma m’intendo di logica».

Al minuto 1:54 del filmato presentato qui sotto (fare clic sull’immagine) afferma che «Il 50% delle persone anziane in terapia intensiva è stato vaccinato due volte»: ma questo — osserviamo — non dimostra che il vaccino sia efficace soltanto nella misura del 50%. Facendo bene i conti e, nel calcolo delle percentuali, ponendo al denominatore i numeri giusti, risulta che nell’ultimo mese «il tasso di terapie intensive nei non vaccinati in Italia è a 6,7 per centomila, mentre nei vaccinati da meno di 6 mesi è allo 0,54 per centomila», ossia 12 volte più basso». [4]

Eppure noi sappiamo che Cacciari è persona di grande levatura intellettuale, una mente aperta e vivace, con un’esperienza invidiabile del mondo: esperienza anche politica, fin da quando negli anni ’80 del secolo scorso, entro il gruppo di Laboratorio politico, la rivista bimestrale pubblicata da Einaudi, promossa dall’operaista Mario Tronti con la collaborazione di Cacciari, appunto, di Asor Rosa e di alcune intelligenze critiche del tempo, si fece «promotore di una riflessione che contribuisse a un salto di qualità del discorso della sinistra». Ci domandiamo allora come sia possibile che Cacciari offenda la sua stessa intelligenza; proprio perché ha ragione, quando paventa l’avverarsi di una distopia basata sul controllo tecnocratico delle conoscenze, fa male, anzi malissimo, a regalare il suo prestigio ai zuzzerelloni anti-Green pass, al giurista barricadiero Mattei, al massmediologo ispirato Freccero, a Sua Beatitudine Meluzzi: e chissà che quella sua assenza dalla conferenza di Torino non si dovesse a qualche suo dubbio sulla stessa “Commissione Dubbio e Precauzione”, che cioè il suo fosse un raffreddore strategico (speriamo di sì). Quando invoca il primato della razionalità e dello spirito critico sulla prassi dell’esistente e sull’universo concentrazionario delle ideés reçues, siamo perfettamente d’accordo. Semmai ci domandiamo come mai tutta questa attenzione di Cacciari (proprio di lui mi meraviglio, non degli altri) si appunti sulla gestione dell’emergenza sotto il governo Draghi, mentre ben poco di critiche analoghe è emerso al tempo della gestione dell’emergenza da parte della Trimurti borbonica di Conte-Casalino-Arcuri.
Anche a non considerare tutto quel che c’è di oscuro nell’ascesa di Conte alla ribalta della politica (tra l’altro, Conte potrebbe essere lui stesso all’oscuro delle manovre incentrate sulla sua persona, tale è la pochezza dell’uomo, combinata con la sua ambizione), perché Cacciari solo adesso è così acre? C’è una regia dietro gli anti-Green pass? È vero, i compagni di strada attuali di Cacciari lavorano parecchio di fantasia, accampano verità tutte da dimostrare, eppure la loro strategia talora è anche intelligente, il che farebbe pensare a manovre putiniane, o a velleità ludiche di una sezione deviata dei servizi segreti (un po’ come nel film I tre giorni del condor), eventualmente con lo zampino del professore maltese Joseph Mifsud (scomparso dalla scena dopo il Russiagate), quello della Link Campus University, che fu il think tank, si dice, del Movimento pentastrale al tempo del primo governo Conte. Ma non abbiamo le prove, queste da parte nostra sono solo ipotesi, tutte da verificare: non siamo come i no-Vax, non siamo come i no-Green pass, e non siamo come Pasolini il quale diceva «Io non ho le prove, ma io so». [5] In ogni caso, non intendiamo attribuire a Cacciari le mattane dei suoi compagni di strada. Ma ci preoccupa vederlo in quella compagnia, così distratto. Quello spirito critico che, giustamente, Cacciari chiede che sia esercitato nel giudicare la gestione attuale dell’emergenza (che non è senza pecche, ovviamente: basti pensare alla mancanza di un piano per i trasporti) meriterebbe di essere esercitato in primis sui suoi compagni di strada: in particolare, Cacciari dovrebbe controllare i dati che costoro dànno per certi e, soprattutto, dovrebbe controllare i passaggi logici dei loro ragionamenti.
Non ho intenzione di maramaldeggiare su alcuni dati presentati da Cacciari, manifestamente cervellotici: in Giappone – così disse quando fu ospite televisivo di Bianca Belinguer – il Covid sarebbe stato sconfitto, nonostante la popolazione immunizzata sia solo il 20% del totale (è una bufala); esisterebbe – dice – un «premio Nobel», più volte citato, anche ultimamente, quand’era ospite della Berlinguer, un certo Melòn, testimone eccellente a dimostrazione dell’inefficacia dei vaccini (altra bufala: si trovò poi che, effettivamente, esiste un ricercatore, rispondente al nome di Robert Malone, assai scettico sull’efficacia dei vaccini: ma si chiama Malone, non Melòn; e, soprattutto, non è un premio Nobel).
Poiché riconosciamo che Cacciari ha ragione nel paventare una nuova forma di cesarismo tecnocratico nel rispetto formale (a norma di “cacata carta”) delle strutture e delle procedure democratiche, possiamo chiudere anche noi un occhio, se talvolta dormicchia, nel modo che Orazio attribuiva ad Omero, gli perdoniamo perfino certi granchi e scivoloni; ma siamo esterrefatti quando sentiamo le opinioni di alcuni suoi compagni di strada, e ci rammarichiamo nel constatare che proprio lui, il Cacciari che tanto ammirammo, e ammiriamo, ha abbassato la guardia. A scanso di equivoci, questo è il Cacciari che ci piace:

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[1] Con l’eccezione dei ragionieri che potevano accedere a Economia e Commercio, dei periti agrari che potevano accedere alla Facoltà di Agraria, dei maestri che potevano accedere al Magistero. Per l’accesso ad alcune facoltà univeristarie era anche previsto un sistema d’esami integrativi.

[2] È di Croce, e non di Gentile il seguente delirio: «Le scienze naturali e le discipline matematiche, di buona grazia, hanno ceduto alla filosofia il privilegio della verità, ed esse rassegnatamente, o addirittura sorridendo, confessano che i loro concetti sono concetti di comodo e di pratica utilità, che non hanno niente da vedere con la meditazione del vero» (B. Croce, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici). Ci fu invece convergenza di vedute tra Giovanni Gentile e Federigo Enriques (il quale – ironia della sorte – sarà in seguito privato dell’insegnamento in quanto ebreo) che rivendicava il valore della logica matematica come collante di un sapere unitario e attribuisce valore formativo allo studio della storia della scienza.

[3] Per dirla tutta, la “buona scuola” è infelice espressione coniata al tempo del governo Renzi dal ministro Stefania Giannini, di poi sussunta, quindi difesa a spada tratta, con passione, con determinazione, con le unghie e con i denti, dal suo successore Valeria Fedeli: si veda Fedeli al suo successore: non stravolga la Buona Scuola, prosegua le nostre modifiche di qualità.

[4] Iss, Epidemia Covid-19, bollettino del 24 novembre 2021

[5] Vedi Cos’è questo golpe? Io so.

I “saraceni” di Varigotti

Due angoli del borgo “saraceno” di Varigotti: la piazza Cappello da prete e la via del Capo, sulle quali si affacciano, rispettivamente, il bistrot Stravento e il bar Lilo. Del primo bar ci siamo occupati in una pagina precedente di questo diario, a proposito della pretesa linguistica di un agrimensore subacculturato;[1] del secondo bar ci occuperemo in questo articolo, a proposito della presunta origine saracena di Varigotti.
In basso, il borgo “saraceno” visto dal lato che si affaccia al mare.

Varigotti è una frazione di Finale Ligure. Ancora agl’inizi del secolo scorso era un villaggio di pescatori, oggi è un villaggio di seconde case appartenenti per lo più ad esponenti della borghesia milanese e torinese. Per una felice combinazione degli astri, la borghesia che frequenta Varigotti è di qualità superiore rispetto allo standard che oggi va per la maggiore: non si avverte la presenza molesta di alcun rappresentante di preservativi et simil., niente aziendalisti con la faccia feroce o villani rifatti, niente donne cattive e determinate; tutti parlano perlopiù a voce bassa, non si sentono trilli di telefonino petulanti e suonerie indecenti,[2] i figli sono educati, le mammine sono amorevoli, le donne anziane non si vestono così da apparire versicolori come pappagalli, alcune parlano un italiano impeccabile.
Quelle che furono case di pescatori, di fronte all’arenile, richiamano nella loro semplicità e nei colori pastello simili abitazioni nel Sud dell’Italia e nei paesi lambiti dal Mar Mediterraneo; questa è verisimilmente la ragione per cui si è diffusa l’opinione che il villaggio di Varigotti fosse di origine arabo-saracena. Mentre però l’insediamento arabo a Frassineto, nella Costa azzurra, è fuori discussione, mentre l’origine saracena della Rabatana di Tursi, in provincia di Matera, è testimoniata perfino nel dialetto del posto, non esiste alcun reperto archeologico o testimonianza scritta attendibile riguardo all’origine saracena di Varigotti. Tuttavia l’antico borgo di Varigotti prospiciente il mare prende il nome di “borgo saraceno” e il golfo a nord di Punta Crena è indicato nelle carte come “Baia dei Saraceni”. Niente impedisce che li chiamiamo così anche noi, senza guardare troppo per il sottile; se poi da un falso storico nasce una piacevole leggenda, come quella della Notte del Saraceno, della quale parleremo, non possiamo che rallegrarcene. Intanto vediamo la topografia di Varigotti nella mappa qui sotto, che possiamo ingrandire come indicato in didascalia.

Facendo clic sull’immagine si visualizzerà un suo ingrandimento.

È invece testimoniato da fonti storiche e reperti archeologici come proprio dietro Punta Crena approdassero le navi dei bizantini, che di fronte al porto costruirono un presidio fortificato. Dunque il primo nucleo abitato di Varigotti, che le fonti indicano come Civitas Varicottis, stava da questa parte, di fronte alla Baia dei Saraceni. Ma il re longobardo Rotari nel VII secolo distrusse il centro abitato (altro che i Saraceni!), che sarebbe risorto nel X sec., quando Varigotti, insieme con Noli, entrò a far parte del Marchesato di Finale, un feudo assegnato dall’imperatore Ottone ad Aleramo del Monferrato (Marca aleramica). Quando nel  XII sec. titolare del Marchesato fu Enrico II del Carretto, il porto di Varigotti tornò ad avere un ruolo strategico; parallelamente aumentava la sua popolazione, che si insediò ad ovest di Punta Crena, dove si trova l’attuale abitato.
Nella lotta per l’egemonia su questo tratto della costa ligure, nel XIV sec. la Repubblica di Genova ebbe la meglio sul Marchesato di Finale: ecco allora che Varigotti insieme con Noli entra a far parte del dominio di Genova. Il porto di Varigotti perse, ovviamente, importanza strategica: addirittura, sarebbe stato interrato dai genovesi (ma la notizia non è sicura).
Nel 1602 il Marchesato di Finale passò al sistema imperiale spagnolo, costituendone un importante sbocco marittimo: era di fatto «la puerta a la mar» del Ducato di Milano che, dopo la Pace di Cateau-Cambrésis, fu soggetto ai sovrani spagnoli. Dopo la guerra di successione al trono di Spagna, Finale fu ceduto nel 1713 a Genova, e Varigotti ne seguì la sorte, cioè tornò nel dominio di Genova. Con l’avvento di Napoleone, nel 1797 Varigotti divenne parte della Repubblica ligure; poi vennero i Savoia, quindi l’Italia.

L’antico porto di Varigotti si trovava in questo angolo della Baia dei Saraceni.

Nel XII sec. i monaci cistercensi dell’abbazia di Lerino (una delle isole di fronte a Cannes) fondarono la chiesa di San Lorenzo, prospiciente Punta Crena: San Lorenzo Vecchia (cosiddetta perché giù, appena un po’ dietro la via Aurelia, sorge la nuova chiesa di San Lorenzo) fu la chiesa parrocchiale di Varigotti fino al 1586, nonostante la distanza dall’abitato.

Chiesa di San Lorenzo vecchia, sovrastante la Baia dei Saraceni.
In basso, targa collocata nel sagrato di San Lorenzo vecchia, che riporta le parole con cui Don Luigi Giussani ricorda che il movimento di Comunione e liberazione, nacque proprio qui, a Varigotti. Leggendo la prosa involuta di Don Giussani[3] il pensiero corre a Roberto Formigoni, già Presidente della Regione lombarda e Memor Domini in quell’associazione: ci si domanda se il parlare oscuro e profetico non abbia in sé il germe del male.

L’antica chiesa di San Lorenzo, volendo, è anche la penultima tappa di un itinerario da Noli a Varigotti che ho pudore di descrivere con aggettivi abusati nelle guide turistiche. La cosa migliore è dare un’occhiata al breve filmato pubblicato su YouTube, presentato qui sotto.

Facendo clic sull’immagine qui sopra si attiva la riproduzione di un filmato YouTube che presenta alcuni scorci del “Sentiero del pellegrino”, tra Noli e Varigotti. Il sentiero si sviluppa in altura per un po’ meno di 7 km; il ritorno, seguendo le frastagliature della costa, lungo l’Aurelia, è lungo un po’ meno di 5 km.
Facendo clic sull’immagine qui sotto, si apre una nuova finestra che presenta il sentiero proiettato su Google Maps: agendo sulla rotellina del mouse è possibile esaminarne i dettagli.

Il sentiero è segnalato, ma può succedere che il vento e le piogge abbiano inclinato o anche fatto cadere qualche segnalazione, per cui non sarà male procurarsi una mappa GPS, da visualizzare su smartphone.[4] Ricordavo in un precedente articolo, cinque anni fa, di avere incontrato proprio in questo sentiero «una signora “determinata”, con un’espressione preoccupantemente luterana» la quale mi chiese un’indicazione, non senza essersi lamentata in questi termini: «Qui non è come in Trentino, dove trovi cartelli dappertutto che ti dicono a quale km di strada ti trovi, quanto manca alla meta ecc.». Anche a noi capitò, volendo fare una diversione verso l’Antro dei falsari, d’imbatterci in un cartello che indicava una direzione sbagliata, perché schiodato, ma poco prima una signora bella, educata ed “indeterminata” ci aveva indicato la direzione giusta.

Ma torniamo ai “saraceni” di Varigotti. Avevo scritto[5] che per me questo è un luogo beato, come per il Corto maltese di Hugo Pratt potevano essere, a Venezia, il Calle dell’Amor degli amici, il Ponte delle Marevegie o il Calle dei Marrani a San Geremia in Ghetto. Ricordavo anche che al ‘Varicottis bar’, lungo la via Aurelia, «non molti anni fa le pareti erano tappezzate con le riproduzioni di una storia a fumetti apparsa dapprima su Topolino, quindi uscita in album: s’intitolava Paperino e la notte del Saraceno. Se ricordo bene, opportunamente rimpicciolite, le pagine della storia c’erano tutte, leggibili con un po’ di pazienza e un buon paio di occhiali». E quella storia era scritta in latino!
Ebbene, rispetto al tempo in cui fu scritto quell’articolo, ci sono due novità. La prima è che una parte di quelle tavole disneyane, e latinissime, è ricomparsa in un bar del “borgo saraceno” di Varigotti, come vediamo nell’immagine qui sotto.

Le tavole iniziali della storia Donaldus anas et nox Saraceni, esposte al bar Lilo di Varigotti.

La seconda novità è che adesso tutta la storia, opportunamente “digitalizzata” (o “numerizzata”, come dicono i cugini francesi) può essere consultata tra i documenti dell’immensa biblioteca digitale Internet Archive, nella splendida, impeccabile traduzione di Josephus Mir, grandissimo latinista spagnolo.

Facendo clic sull’immagine qui sopra si richiama su un’altra finestra del computer la trascrizione digitale della storia ideata da Marco Rota, milanese, uno dei grandi fumettisti disneyani.
Qui sotto, un esempio dell’ottimo latino che Josephus Mir ha prestato a Zio Paperone, Paperino e uno dei suoi nipotini: le espressioni non sono artificiose, sono proprio quelle che risulterebbero familiari all’orecchio di un antico romano.

Com’è noto, quasi tutte le storie che leggevamo da ragazzi su Topolino non erano confezionate in America, ma a Milano. Gli autori disneyani furono tanti: in America il migliore fu Carl Barks; in Italia il milanese Marco Rota fu un eccellente ideatore e disegnatore di storie disneyane e per una quindicina d’anni ne fu direttore artistico. Fu lui, che frequentava Varigotti soprattutto nel periodo invernale (sono d’accordo, questo è il periodo migliore) a inventare la storia della notte del Saraceno. Altre utili notizie sulla genesi della storia possono leggersi nella pagina d’Internet Paperino Saraceno, tratte dalla postfazione all’edizione italiana ristampata da Mondadori nel 1983 in un album della serie “Topolino più”.
Provo a riassumere la trama della storia riprendendo quanto ho scritto in quel precedente articolo:

Tutto comincia a Paperopoli, quando Paperino si accorge che dentro l’impugnatura di una vecchia scimitarra, la cui lama è spezzata — una scimitarra che intendeva usare per una festa mascherata — si trova una mappa contenente l’indicazione di un tesoro. Sarebbe stato nascosto a Varigotti da un pirata saraceno, così pare di capire. Paperino si fa finanziare la caccia al tesoro dallo zio Paperone e, detto fatto, insieme con i tre nipoti Qui Quo Qua e con lo stesso zio Paperone, parte per l’Europa. Arrivano a Genova, quindi proseguono in auto (una Topolino!) lungo l’attuale via Aurelia, fino a Varigotti. Dove poi scopriranno che il tesoro al quale accennava il pirata non era fatto di dobloni e preziosi, ma era una vezzosa fanciulla incontrata a Varigotti: si era nascosta in una cantina per stare insieme con i nonni che non avevano gambe per fuggire. Nasce nel pirata l’amore per la fanciulla, tanto che decide di cambiare vita. I paperi conosceranno il resto della storia, come per magia (che scatta quando il frammento della scimitarra che Paperino trova a Varigotti si ricongiunge all’altra metà, portata dall’America): il testo originario scritto nella mappa, molto più lungo di quel che mostrava il frammento trovato nell’impugnatura della scimitarra, altro non era che una lode commossa della bellezza e della bontà della fanciulla incontrata a Varigotti. Dunque a Varigotti c’era un tesoro, è vero, ma il tesoro era la fanciulla.

Leggendo la postfazione dell’edizione italiana di questa storia apprendiamo che Marco Rota si è divertito a introdurre tra i personaggi marginali qualche suo conoscente, e li ha fatti parlare in milanese! Infatti guardando attentamente la stessa edizione latina, pubblicata, sempre nel 1983, per i tipi dell’European Language Institute di Lamberto Pigini, troviamo che alcuni fumetti recano caratteri apparentemente arabi. In realtà sono caratteri latini camuffati come arabi e le parole sono milanesi, come per esempio in questa vignetta:

Leggendo attentamente i caratteri “arabi” del fumetto intravediamo le parole milanesi «El Roumanela l’è tirà de matt!». Così Marco Rota, l’autore dell’album, intende far sapere – a pochi intimi – che un suo collega della Mondadori, tale Romano Peirano (El Roumanela) è un tirchio pazzesco, proprio come Paperone.

La postfazione che si diceva, contenente tra l’altro la soluzione di altri enigmi arabo-milanesi, come pure l’intera storia in italiano, possono essere lette recandosi alla pagina d’Internet Paperino e la notte del Saraceno; ma voglio sperare che gli happy few (così amava dire Stendhal[6]), coloro che possono leggere il latino, preferiscano la storia di Donaldus anas a quella di Paperino.[7]
Quanto a Varigotti, che importa se tutta questa storia dei saraceni – e non solo, ovviamente, la storia di Donaldus anas – non ha riscontro storico? A Varigotti per via della sua bellezza si perdona tutto, anche quando sbaglia, proprio come a Maria Elena Boschi. Qualche giorno fa, un sabato di metà ottobre, ho lasciato Varigotti conservando nella memoria questa immagine di un carugio del borgo cosiddetto saraceno e, sullo sfondo, la vista del “mare verticale” sormontato dal cielo.


[1] Trattasi del “Gatto padano” (per cui vedi qui), rampante ancorché decrepito personaggio folcloristico della bassa bergamasca, il quale fece il diavolo a quattro per imporre all’amministrazione di un paese, di per sé sgarrupato, la parola “stravento” nel significato di pioggia battente, inclinata per la forza del vento. Così infatti dicono gli agrimensori padani. L’insegna del bistrot Stravento, recante una galea con la velatura gonfia di vento, mostra il significato autentico della parola.

[2] Un modo spiccio per classificare di primo acchito le persone consiste nel valutare il tono della voce (quello asseverativo è l’anticamera della maleducazione), osservare il cane che tengono al guinzaglio, prestare orecchio alla suoneria dello smartphone.

[3] «Eravamo in quindici quando dicevo che la nostra comunità è il segno reale, anche se contingente, provvisorio, risibile, ma grande, per cui Cristo diventa oggetto di un’esperienza presente. Da quindici che eravamo, l’ultimo anno d’insegnamento al liceo, allo stesso raduno diventammo circa trecento. Ma non importa il numero. La comunità, dilatata senza confine, è il mistero di questa identità per cui, e in cui, veramente io posso dire con timore, tremore e amore a Cristo: «Tu». Questa scoperta è stata un passo preciso in un certo raduno tenuto davanti al mare, su una torre, a Varigotti».

[4] Sull’uso delle mappe GPS si veda quanto è scritto nell’articolo Il tedio, il viaggio, la riflessione, in particolare dell’Appendice 1.

[5] Passeggiate in Liguria.

[6] Con queste parole, in inglese, Stendhal conclude il suo capolavoro, La Certosa di Parma.

[7] Oppure – e questo può essere veramente un esercizio utile – si confronti la versione latina con l’originale italiano per capire quale sia l’arte del tradurre, che non si limita a un uso rispettoso del dizionario e della grammatica, ma si preoccupa di trasferire in un’altra lingua l’espressione originale in modo che, recata nella nuova lingua, non sembri tradotta, cioè possa essere scambiata per un’espressione originale.

Cacciari, il vaccino e il ragionar bayesiano

Dialogo sui tunnel mentali e l’analfabetismo statistico

Incisione di Cornelis Cornelisz, detto Cornelis van Haarlem: illustra il mito della caverna descritto nel libro vii della Repubblica di Platone. Gli uomini di qua dal muro sono il volgo che vive nelle tenebre e non fa niente per uscirne (in realtà, secondo Platone, sono incatenati). Perciò non vede le statue che sono posate sul muro, ne vede soltanto le ombre (sulla destra, in alto), e pensa che le ombre siano la realtà. I sapienti, invece, vivono nella luce e vedono le statue per quel che sono; anzi, i migliori fra loro usciranno dalla grotta, per scoprire altre cose, fuori dell’antro. In basso, al centro, vediamo un saggio che si sforza di spiegare al volgo la verità: ascoltato con diffidenza, il suo discorso suscita ostilità. [1]
L’intestazione dell’incisione reca una citazione del Vangelo di S. Giovanni («Lux venit in mundum et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem»): è chiaro l’intendimento d’interpretare il mito della caverna in chiave cristiana.

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1. Premessa

[Il dialogo si svolge al tavolino di un bar, a fine estate 2021, nella piazza di una città italiana.]

Candido – Ah, ma allora sei tornato! Era un po’ che non ti si vedeva.

Eulogio – Per la verità sono sempre stato qui; il fatto è che, quando il sole picchia, divento gufo, nel senso che sono prevalentemente notturno. Ma tu come stai? Sei sempre convinto che la storia del vaccino sia una montatura delle SIM, cioè dello Stato imperialista delle multinazionali, come si leggeva un tempo nei comunicati delle Brigate rosse?

Candido – Non è proprio così, ma è vero che sono fortemente dubbioso, confortato nelle mie opinioni da Massimo Cacciari, del quale so che hai grande considerazione.

Eulogio – Non dico di no. Questa volta però Cacciari ha fatto uno scivolone pazzesco, almeno per quanto riguarda una parte della sua polemica. Se hai un po’ di tempo, posso dimostrartelo. Ho con me la tavoletta elettronica nella quale ho registrato la bozza di un articolo che sto preparando sull’argomento.

[La cameriera chiede ad Eulogio se debba portargli “il solito”; ricevuta risposta affermativa, si rivolge a Candido, il quale dice che prenderebbe volentieri qualcosa di vegano, se c’è, quindi ripiega su un cappuccino con latte di soia.]

Candido – Quale sarebbe questo scivolone di Cacciari?

2. Sofismi logici, illusioni cognitive

Eulogio – Nel manifesto pubblicato il 20 luglio nel sito dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici, firmato congiuntamente da Cacciari e Agamben, si legge:

La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate». E come potrebbe essere altrimenti? Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto. [2]

Candido – Proprio così: l’ho letto anch’io. Forse che non è vero?

Eulogio – Cacciari fa riferimento a un rapporto inglese in cui si legge che su 117 casi di decesso per CoVid-19_δ, 50 riguardano persone che avevano ricevuto una doppia dose di vaccino. Questo è vero. Ma è falso che l’argomento “50/117” dimostri l’inefficacia del vaccino o, quantomeno, possa suscitare forti perplessità sulla sua efficacia.

Candido – Cioè?

Eulogio – I dati del rapporto vanno letti nel contesto, che tra l’altro non è nemmeno citato.

Candido – Tu invece hai identificato quel contesto?

Eulogio – Certo. È una pubblicazione del Servizio sanitario inglese che porta la data del 25 giugno 2021, contenente un’analisi dei decessi imputabili alla versione Delta del CoVid-19. [3] Ebbene, andando alla fonte dell’informazione, e senza niente trascurare di ciò che è significativo ai fini di formulazione di un giudizio sull’efficacia del vaccino, scopriamo che:
a) Tutti i 50 deceduti doppiamente vaccinati avevano un’età superiore ai 50 anni. E tra gli 8 deceduti di età inferiore ai 50 anni, 6 non sono stati vaccinati, due hanno ricevuto una sola dose di vaccino. Dunque, dalla casistica presa in esame nel rapporto inglese, risulta che tra i vaccinati sono deceduti soltanto gli anziani.
b) Quei 50 deceduti fanno parte di un sottoinsieme, quello dei vaccinati ricoverati in ospedale, che incide sul totale dei ricoverati (vaccinati e non vaccinati) per meno del 9%. Dunque in ospedale finiscono soprattutto coloro che non sono stati vaccinati.

Candido – Che cosa concludiamo?

Eulogio – Già un primo esame dei dati ci fa capire che il vaccino è efficace, se non altro perché la probabilità di finire in ospedale per i vaccinati è assai minore. Quindi la considerazione che la totalità dei deceduti risulta di età superiore ai 50 anni, dovrebbe indurci a ragionare sul significato di quel rapporto “50/117”. Avrebbe dovuto indurre lorsignori alla ricerca delle cause: il «rerum cognoscere causas» che appassionò i Greci, al quale il filosofo John Stuart Mill dedicò un’opera fondamentale. [4] Di fatto, quest’apparente aporia può essere risolta facilmente, se si ragiona. Invece ai tuoi amici non è sembrato vero di poter gridare “Al lupo! Al lupo!”. Insomma, si sono cacciati, perlomeno quelli tra loro che sono in buona fede, in un tunnel mentale, per usare un’espressione cara a Massimo Piattelli Palmarini: [5] sono vittime di un’illusione cognitiva.

Candido – Illusione cognitiva?

Eulogio – Sì, per la mente che si sforza di ragionare, l’illusione cognitiva è l’analogo dell’illusione ottica per l’occhio che si sforza di vedere. Però, attenzione: avviene, più spesso di quanto si pensi, che l’occhio veda ciò che vuol vedere, come in questo video. Se ti concentri, puoi vedere la ballerina ruotare in senso orario, o antiorario, a comando.

Candido – È vero! Se voglio che la ballerina giri in senso orario, ebbene, io vedo questa “realtà”. Oppure vedo il contrario, se voglio il contrario.

Eulogio – Così avviene per la mente, che talora è vittima dell’illusione cognitiva, altre volte è essa stessa artefice dell’illusione, perché ha un suo tornaconto. Si parla in tal caso di “pregiudizio di conferma”, come quando statistiche apparentemente convincenti, se in accordo con la nostra tesi, sono accettate acriticamente, senza andare troppo per il sottile. [6] È quello che accade agli antivaccinisti, i quali, se non sono imbroglioni che sbagliano scientemente, sbagliano inconsapevolmente, pur prendendo le mosse da dati veri; ma arrivano a conclusioni sbagliate. L’errore sta nel ragionamento, anzi nello sragionare.

Candido – Dunque si tratta di un errore logico. Ma com’è possibile che Cacciari vi sia incorso?

Eulogio – Escludo che Cacciari abbia avuto per le mani quel rapporto inglese. Sta di fatto che gli antivaccinisti (et simil.), cosiddetti “no-vax”, si sono avventati su alcuni numeretti contenuti a p. 14 del documento inglese: li hanno masticati e rimasticati, se li sono trasmessi di bocca in bocca, di Facebook in Facebook, e di qui sono approdati ai giornali. Cacciari ne è venuto a conoscenza, e ingenuamente ha inserito questi pochi dati decontestualizzati all’interno di un’argomentazione intesa a dimostrare l’incertezza di una “Scienza” che in realtà non è scienza certa. Ma se la scienza non è certa – così dice Cacciari –, l’obbligo di certificazione verde, il cosiddetto Green pass, attestante l’avvenuta vaccinazione, è un sopruso. Tale obbligo – afferma – è pretestuoso, finalizzato alla realizzazione di un controllo centrale sui cittadini, in stile “Grande fratello”, degno della peggiore distopia totalitaria. Insomma, assistiamo – dice – a una «deriva anti-democratica intollerabile» che «contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica».

Candido – Ma io ricordo di averti sentito fare un discorso simile. Parlavi della vecchia burocrazia, [7] composta prevalentemente di funzionari appassionati di “cazzeggio giuridico”, come dici tu; i quali ultimamente, con l’aiuto della “malefica” (sono sempre parole tue) Link Campus University, [8] adesso abbandonano la casacca giuridica per indossare quella tecno-burocratica, ponendo la nuova mistica informatica al posto di quella giuridica, peraltro non completamente dismessa, semmai aggiornata.

Eulogio – Certo: così avviene che il cittadino è oggi più vessato di prima, e sempre dai soliti noti, ancorché camuffati: ancora una volta, tutto cambia perché niente cambi. Sì, non rinnego quanto ho sempre affermato riguardo al “latinorum” dei tecnoburocrati. Dirò di più: Cacciari ha fondamentalmente ragione, quando paventa la possibilità di una deriva antidemocratica in relazione ad un uso spregiudicato di strumenti che pretendono di essere “neutri”, e che invece sono utilizzati per puntellare il blocco sociale che, dalla “stanza dei bottoni” (come diceva Nenni) manovra il potere. Ma ha torto nell’introdurre l’argomento “50/117” in Inghilterra, come pure quell’altro dei decessi in Israele, nonostante la massiccia campagna di vaccinazione. Tutto qui.

3. Le fallacie che portano gli antivaccinisti nel tunnel mentale

Candido – Puoi mostrarmi il tunnel mentale nel quale si sono infilati i “miei amici” antivaccinisti?

Eulogio – La dimostrazione più bella, più pulita, e anche la più micidiale per gli antivaccinisti, è quella matematica, basata sul teorema di Bayes. Però sfoderare ex abrupto il teorema di Bayes non è buona strategia di comunicazione. Servirebbe soltanto a far scappare a gambe levate gl’interlocutori. Anche te, immagino.

Candido – Ci puoi contare. In fatto di matematica, mi sento alquanto arrugginito.

Eulogio – Però l’hai studiata al liceo. Quando verrà il momento, introdurrò un po’ di matematica, semplicissima: tanto per intenderci, niente derivate e niente integrali. Semmai la difficoltà del ragionamento bayesiano è logica. Per questo propongo che si proceda per gradi.

Candido – Vuol dire che, se ti fa piacere, farò come lo schiavo di Menone che apprende da Socrate come si possa duplicare la superficie di un quadrato. [9]

Eulogio – Con la differenza che tu non sei uno schiavo e che, soprattutto, io non sono Socrate. Ma vediamo, dati alla mano, se avevo ragione quando ti mettevo in guardia sulla faciloneria degli antivaccinisti.

3.1 Prima fallacia di composizione

Eulogio – Cominciamo considerando uno stralcio della tabella dalla quale gli antivaccinisti hanno estratto l’argomento del “50/117”:

Tab. 1 – Casistica inglese relativa a CoVid-19_δ: deceduti classificati per età e vaccinazione [10]

Candido – Vedo che hai messo in evidenza due numeretti, 50 e 117…

Eulogio – Nonché la casella che mostra chiaramente che i 50 deceduti hanno un’età superiore ai 50 anni.

Candido – La cosa come si spiega?

Eulogio – Il fatto è che, non soltanto il vaccino non è perfetto, ma il tasso di letalità del morbo, il SARS-CoV-2, che è dello 0,1% fra i trentenni (ricoverati), raggiunge il 10% tra le persone che hanno più di 80 anni.[11] Gli antivaccinisti avrebbero dovuto separare i casi, invece li hanno mescolati. Così facendo, sono venuti meno a un precetto fondamentale del metodo scientifico, che impone al “filosofo” impegnato nella ricerca delle cause di considerare non soltanto le circostanze favorevoli alla tesi da dimostrare, ma anche quelle contrarie.[12] Insomma bisogna distinguere (“discernere”) tra i casi favorevoli e quelli contrari, laddove lorsignori hanno preferito comporre, senza curarsi di ragionare sulle cause della discrepanza che abbiamo visto.

Candido – Dunque gli antivaccinisti, dei quali mi rinfacci di essere l’amico, non sono filosofi e, soprattutto, hanno mancato di discernimento?

Eulogio – Sì, e non potevi dir meglio. Ma questo è niente, a petto dell’errore di omissione commesso nel non considerare la rilevanza statistica di coloro che affluiscono all’ospedale, proprio nel caso inglese da loro sbandierato.

3.2 Seconda fallacia di composizione

Eulogio – Sempre in quel documento inglese è possibile leggere le cifre della Tab.2 che adesso ti mostro. Considera in particolare la cifra che ho contornato con un rettangolo rosso e la somma delle cifre che ho contornato di verde.

Tab. 2 – Casistica inglese relativa a CoVid-19_δ: infetti vaccinati e non vaccinati [13]

Eulogio – Guardando questa tabella, osservi qualcosa di particolare?

Candido – Beh, qui vedo e “tocco con mano”, quello che mi avevi anticipato: risultano ricoverati con procedura d’urgenza («emergency care») soprattutto i non vaccinati e coloro che hanno ricevuto una sola dose di vaccino.

Eulogio – E i vaccinati con doppia dose sono circa il 9% del totale, anzi un po’ meno. Allora, il vaccino è utile o non è utile?

Candido – La casistica dimostra che è utile, perlomeno per quanto riguarda il rischio di ospedalizzazione. Rimane il mistero di quel rapporto “50/117”, che riguarda i decessi.

Eulogio – E a quello arriveremo, non dubitare. Rimane assodato che gli antivaccinisti non hanno voluto considerare questi dati, che pure sono presenti nel documento da loro sbandierato, pur di potere dir male del vaccino. Non li hanno considerati o perché non sanno ragionare, o perché volevano vincere con l’inganno. È vero però che, una volta approdati all’ospedale, quei vaccinati hanno una probabilità di andare incontro alla morte non dissimile da quella dei non-vaccinati. Questo dovevano indagare, e certo sarebbero arrivati alla conclusione, se soltanto avessero considerato che proprio in quella statistica inglese i 50 vaccinati deceduti risultavano più che cinquantenni.

Candido – Insomma, anche non considerando coloro che sono in malafede, gli antivaccinisti sbagliano comunque, per via del “pregiudizio di conferma” che si diceva.

Eulogio – Proprio così.

3.3 La “fallacia del procuratore” incrociata con l’errore di campionamento

Candido – Com’è possibile che commettano questo errore?

Eulogio – Tecnicamente si dice che sono incorsi nella “fallacia del condizionale trasposto”: ciò avviene quando nell’inferenza si scambia la probabilità condizionata pertinente con la sua conversa: cioè P(A|B) al posto di P(B|A), o viceversa.

Candido – Non ci capisco niente.

Eulogio – Non hai tutti i torti. Ma puoi facilmente afferrare il concetto pensando che la fallacia del condizionale trasposto prende anche il nome di “fallacia del procuratore”, [14] dove per procuratore s’intende il rappresentante della pubblica accusa. È tipicamente la fallacia per cui la probabilità di una prova indiziaria (evidenza E) rispetto all’ipotesi di colpevolezza (ipotesi H), che chiameremo P(E|H), cioè – come si dice – la “probabilità di E, dato H”, viene scambiata con la probabilità di colpevolezza, data quell’evidenza, che chiameremo P(H|E), cioè “probabilità di H, dato E”. Perciò l’ufficiale francese Dreyfus fu condannato, perché nell’Ambasciata di Germania la donna delle pulizie (che lavorava per il controspionaggio) trovò un appunto che, secondo l’impianto dell’accusa, avrebbe testimoniato l’attività di spionaggio di Dreyfus, a favore del nemico germanico. Bertillon, direttore del Laboratorio di analisi della prefettura, dimostrò che quel rapporto (agli atti del processo indicato come bordereau) poteva essere stato scritto proprio da Dreyfus, con grafia contraffatta ma comunque riconducibile a quella dell’ufficiale francese. [15] Ma, a ben vedere, Bertillon dimostrò non già la probabilità di colpevolezza, dato l’indizio, cioè P(H|E), ma la probabilità conversa, cioè la probabilità che quell’indizio dimostrasse la colpevolezza, cioè P(E|H). Durante il processo di revisione, il matematico Poincaré non negò l’evidenza E, ma dimostrò che si era invertito il rapporto di condizionamento: si era considerata P(E|H), invece di P(H|E).

Candido – L’esempio è buono, ma siamo proprio obbligati a introdurre queste notazioni, P(H|E) e P(E|H)?

Eulogio – Servono, contrariamente alle apparenze, per semplificare il discorso, tanto più che dovremo approdare alla formula di Bayes, che fa ricorso proprio a questi simboli.

Candido – Ti sento spesso parlare di Bayes.

Eulogio – Mi riferisco al canonico Thomas Bayes, che nel Settecento studiò il meccanismo della probabilità condizionata; a lui si deve il teorema importantissimo con il quale necessariamente deve fare i conti chi, avendo accarezzato un’ipotesi su un insieme H, e disponendo di dati statistici (E) su un campione dell’insieme H, voglia arrivare a stabilire la probabilità di quell’ipotesi alla luce dei dati statistici, P(H|E).

Candido – Esempio?

Eulogio – Pensa a un medico il quale fa l’ipotesi che un suo paziente abbia una certa malattia, ordina delle analisi e riceve un responso positivo, secondo il quale il suo paziente sarebbe affetto da quella malattia. In realtà il responso si caratterizza per una certa probabilità: cioè, se il paziente ha veramente quella malattia, il responso è positivo nel tot per cento dei casi; malauguratamente l’esame può risultare positivo anche in assenza di patologia, in un altro tot per cento dei casi. Qual è allora la probabilità che il paziente abbia la malattia ipotizzata, tenendo conto delle informazioni disponibili, cioè del responso delle analisi, che sappiamo essere soltanto probabile, e della probabilità (cosiddetta “probabilità a priori”) della malattia stessa? [16]

Candido – Più o meno ci sono. Ma, tornando alla formuletta magica dei “50/117” contro la quale muoviamo guerra?

Eulogio – Gli antivaccinisti pretendono che quella formuletta dimostri che la probabilità che i vaccinati muoiano non sia così diversa dalla probabilità che caratterizza i non vaccinati: proprio per questo il vaccino non sarebbe efficace. Ma sbagliano, perché, mentre il documento inglese fornisce loro la probabilità P(V|D) loro pensano di avere per le mani P(D|V); o, quanto meno, questo vorrebbero che pensasse il popolo bue. Qui sta la fallacia del condizionale trasposto, o “fallacia del procuratore”. Chiarisco immediatamente il significato dei simboli:
P(V|D) è la notazione (si legge “probabilità di V, dato D”) che designa la probabilità di trovare, nell’insieme di coloro che sono deceduti (D), un sottoinsieme di vaccinati (V). Un incremento di questo parametro, via via che procede la campagna di vaccinazione, non significa che il vaccino sia progressivamente meno efficace, o addirittura, come pure qualcuno ha detto, causa della malattia. Dimostrerò questa affermazione con argomenti logici e matematici.
P(D|V) è la notazione (si legge “probabilità di D, dato V”) con cui indichiamo la probabilità di trovare nell’insieme di coloro che sono stati vaccinati un sottoinsieme di deceduti (“D”).

Candido – Da come procede la conversazione, direi che vuoi convincermi per gradi.

Eulogio – Infatti, non ho intenzione di épater le bourgeois. Insomma gli antivaccinisti hanno incrociato due errori:
a) pensavano che quel “50/117” rappresentasse P(D|V);
b) hanno commesso un errore di selezione dei dati da campionare. Molto semplicemente, bisognava considerare tutta la popolazione dei vaccinati, e non soltanto i vaccinati che sono stati ricoverati. Questo errore è quello che sopra abbiamo indicato come “seconda fallacia di campionamento”.

3.4 Fallacia di conclusione irrilevante

Candido – Torniamo al mistero del rapporto “50/117”, perché qui mi sembra che stia il busillis.

Eulogio – Ecco, sappiamo, da quello stesso rapporto inglese, che il vaccino ha una sua utilità, una grande utilità, dimostrata dal fatto che finiscono in ospedale soprattutto i non vaccinati. E dobbiamo fare i conti con un dato, quello dei “50/117” che gli antivaccinisti non sanno spiegarsi; non gl’interessa d’indagare le cause che portano a quei due numeretti, ciononostante si precipitano ad affermare che il vaccino non serve, facendo leva su un dato che essi stessi, in primis, non hanno capito. A noi invece interessa capire.

Candido – Sappiamo che il tasso di mortalità negli anziani – l’hai detto tu prima – è molto maggiore che nei giovani.

Eulogio – Sì, è vero. Ma c’è ancora un altro errore nel ragionamento degli antivaccinisti, che potrebbe essere la chiave di volta di questa prima parte del nostro ragionamento, che è tutta basata sulla logica. Mettendo sul tavolo la carta dei “50/117”, incorrono nella fallacia di conclusione irrilevante (designata nella logica medievale come ignoratio elenchi). Cioè se tu sei un mio avversario, e pensi che io sia un po’ tonto, mi dici qualcosa che è vero, e siccome io sono costretto a dire che quello è vero, secondo te mi avresti dimostrato la tesi. E invece hai soltanto scantonato e, se io non sono cascato nel tuo tranello, siamo al punto di prima.

Candido – Ricordo che mi avevi parlato di questa fallacia, tipica dei talk-show; così mi dicevi.

Eulogio – O della lite coniugale, se preferisci. Ammesso che tradire il marito con il maestro di sci sia cosa riprovevole, immaginiamo un marito che dica «Lo so, ho le prove! Tu mi hai tradito con il maestro di sci». La fedifraga risponde: «Sì, ma tu ti sei dimenticato dell’anniversario del nostro matrimonio». Ed è vero che il marito non si è ricordato dell’anniversario: ma che c’entra?

Candido – Ho capito perfettamente, e adesso ti domando: potevano gli antivaccinisti evitare d’incorrere in quest’errore?

Eulogio – Bastava leggere quel che su quest’argomento avevano scritto due statistici britannici, membri della Royal Statistical Society, che si prefigge di dare agli statistici strumenti idonei a una comunicazione efficace; l’articolo, pubblicato sul Guardian, s’intitola “Perché la maggior parte dei deceduti per Covid sono vaccinati”. [17] Possiamo riassumere il loro argomento in due punti, partendo dal presupposto che, al momento della pubblicazione dell’articolo, la stragrande maggioranza degli anziani era ormai vaccinata:
a) Il vaccino, anche se offre una protezione del 95% contro l’eventualità di morte, e ne riduce la probabilità a un ventesimo di quella che si manifesterebbe nei contagiati non-vaccinati, non è perfetto.
b) Coloro che hanno contratto l’infezione nonostante il vaccino corrono un rischio di morte strettamente correlato all’età, con aumento esponenziale, con il progredire dell’età. Questo significa che una persona di 80 anni vaccinata con doppia dose rischia fondamentalmente quanto una di 50 anni, non vaccinata (che comunque rischia).

Candido – Va bene, questo l’ho capito. E così mi spiego perché ci siano tanti deceduti tra coloro che sono simultaneamente ‘vaccinati doppi’ e anziani.

Eulogio – Ti dirò di più: via via che la campagna di vaccinazione progredisce, avremo sempre meno decessi per Covid-19 – questo lo capisci benissimo – ma il rapporto dei decessi registrati tra i vaccinati e quelli dei non vaccinati è destinato ad aumentare: altro che 50/117! Mi sai spiegare perché?

Candido – Beh, sì. Il vaccino non è perfetto, ma resta il fatto che grazie al vaccino il contagio rallenta; crolla dunque il numero degl’infettati. A questo punto s’infettano soltanto coloro che versano in condizioni di salute precaria, per cui purtroppo la barriera del vaccino non è stata efficace, e la maggior parte dei decessi si manifesta proprio tra i vaccinati.

Eulogio – Bravissimo! Come vedi, abbiamo trovato una spiegazione: è una spiegazione logica. In seguito vedremo una dimostrazione matematica dell’irrilevanza del rapporto “50/117” baldanzosamente sbandierato dagli antivaccinisti.

4. La nozione di probabilità condizionata

Eulogio – Per sviscerare l’aspetto logico-matematico della controversia suscitata dagli antivaccinisti, dobbiamo entrare nel merito delle sottigliezze del ragionamento probabilistico. Perciò dobbiamo essere sicuri di aver ben capito la nozione di probabilità condizionata, fondamentale per capire il teorema di Bayes, che costituisce il nostro punto di approdo. Insomma, si rende necessario un breve ripasso; anzi, cominciamo dalla definizione classica di probabilità: quella per cui la probabilità è calcolata dividendo il numero di “casi favorevoli” per il numero di “casi possibili”.

Candido – Beh, sì: questo lo so; o, quanto meno, credo di saperlo; ma, nel dubbio, potresti farmi qualche esempio?

Eulogio – Per esempio, immaginiamo di voler calcolare la probabilità che una carta, estratta da un mazzo di carte da gioco napoletane, sia di bastoni. Per calcolare tale probabilità, consideriamo che in tutto disponiamo di 40 carte, e che le carte di bastoni sono 10: i casi possibili sono 40, quelli favorevoli sono 10. Dunque la probabilità di estrarre dal mazzo una carta di bastoni è 10/40 = 25%.

Ma se ti chiedo quale sia la probabilità che la carta estratta sia una figura (fante, regina o re), sapendo che quella è una carta di bastoni, tu che cosa mi rispondi? Ecco un caso di probabilità condizionata. So che la carta, estratta da un mazzo di 40, è di bastoni e voglio calcolare la probabilità che sia una figura.

Candido – Scusa, ma come faccio a sapere che è di bastoni? Io estraggo una carta che, appena fuori del mazzo, è coperta; poi la volto e verifico che sia una figura. Come posso essere sicuro, prima di voltarla, che quella è una carta di bastoni?

Eulogio – Immagina di calcolare la probabilità in astratto. Oppure, se vuoi rimanere nel concreto, immagina che di fronte a te ci sia un “informatore” il quale, mentre tu estrai la carta, dà una sbirciatina, e, prima ancora che tu l’abbia voltata, ti dice “bastoni”.

Candido – Ah, va bene. In questo caso non devo calcolare la probabilità su 40 carte, ma su 10, le carte di bastoni.

Eulogio – Proprio così, quando parliamo di probabilità condizionata, dobbiamo fare riferimento al concetto di “sottoinsieme”. Dunque, qual è la probabilità di estrarre da un mazzo di 40 carte napoletane una carta che sia una figura, nell’ipotesi che quella sia una carta di bastoni?

Candido – Semplice: le carte di bastoni sono 10 e in questo sottoinsieme le figure sono tre; abbiamo 10 casi possibili e 3 casi favorevoli; dunque la probabilità è di 3/10.

Eulogio – Perfetto. Se indichiamo le carte di bastoni con la lettera “B” e le figure con la lettera “F”, diremo che la probabilità condizionata è P(F|B) = 3/10.

Candido – Mi compiaccio con me stesso. Non solo ho capito il concetto di probabilità condizionata, ma questo modo strano di esprimersi, con la barretta verticale, ormai non mi mette più soggezione.

Eulogio – Ottimo. Vedrai che avremo il nostro tornaconto in seguito, ai fini di un ragionamento più spedito. Consideriamo adesso un mazzo di carte da gioco milanesi che, come quelle francesi, presentano due semi rossi e due semi neri.

Eulogio – Calcoliamo adesso la probabilità che da un mazzo di carte milanesi esca una carta recante una figura, nell’ipotesi che quella carta sia di un seme rosso. Usando la nostra ormai abituale notazione simbolica, ci domandiamo quale sia la probabilità P(F|R).

Candido – Per prima cosa devo considerare l’insieme di riferimento.

Eulogio – Bravissimo! Per prima cosa si considera l’insieme che condiziona la scelta dei casi favorevoli.

Candido – Dunque: le carte di seme rosso sono 20, dieci cuori e dieci quadri; questi sono i casi possibili del mio sottoinsieme. Le figure sono 6: tre per ciascun seme; i casi favorevoli sono dunque 6. Quindi la probabilità condizionata è P(F|R) = 6/20 = 3/10 = 30%.

Eulogio – Benissimo. Adesso proviamo a calcolare l’inverso: cioè immaginiamo di sapere che la carta che sarà estratta rappresenti una figura e ci domandiamo quale sia la probabilità che quella carta sia caratterizzata da un seme rosso. Cioè, calcoliamo P(R|F).

Candido – Comincio con il considerare l’insieme dei casi possibili: abbiamo tre figure per ogni seme, dunque i casi possibili sono 3 x 4 = 12. Considerando che il numero di figure dei denari e dei cuori insieme sono 3 x 2 = 6, diremo che i casi favorevoli sono 6. Dunque la probabilità che cerchiamo è P(R|F) = 6/12 = 1/2 = 50%.

Eulogio – Adesso confronta le due probabilità appena calcolate.

Candido – Ah, ci sono! Questo esempio dimostra che non dobbiamo commettere l’errore d’invertire i termini della probabilità condizionata.

Eulogio – Proprio così! A differenza di quelle teste di rapa, gli antivaccinisti, noi non scivoliamo nella fallacia del procuratore. A “vedere” il concetto di probabilità condizionata, e a non cadere nell’errore, ci aiuta questa figura. Anzi, sai che cosa facciamo? Per entrare nel merito della vessata questione dei “50/117” consideriamo precisamente i due insiemi dei vaccinati e dei deceduti.

Candido – Ho capito: il rettangolo rappresenta l’insieme “V” di coloro che sono stati vaccinati.

Eulogio – Vaccinati e infetti.

Candido – L’ellisse invece rappresenta l’insieme “D” di coloro che sono deceduti. Ma soltanto una parte dei deceduti sono stati vaccinati.

Eulogio – Proprio così. Quelli che si trovano nell’area d’intersezione del rettangolo e dell’ellisse, indicata con la notazione V∩D. Il simbolo “∩” è il simbolo logico di “intersezione”, appunto, e il sottoinsieme V∩D prende il nome di “intersezione degli insiemi V e D”; talora si parla anche di “prodotto logico”. Nel sottoinsieme d’intersezione troviamo gli elementi che appartengono sia all’insieme “V”, sia all’insieme “D”. Secondo te, c’è differenza tra V∩D e D∩V?

Candido – No, il prodotto logico V∩D = D∩V non cambia, è sempre lo stesso: l’intersezione dei due insiemi. Però le probabilità P(V|D) e P(D|V) sono diverse…

Eulogio – … proprio come abbiamo visto prima, ragionando sulle carte milanesi: il numero di carte che rappresentassero insieme una figura e un seme rosso è sempre 6; cambia invece il numero delle carte che condiziona la scelta, che nel primo caso sono 20, nel secondo 12.

Candido – Quello che prima mi sembrava un giochino di parole, adesso mi è chiaro come il sole.

Eulogio – Insomma, dividendo l’area dell’insieme d’intersezione V∩D per l’area dell’insieme V rappresentativo dei vaccinati, otteniamo la probabilità d’individuare, tra i vaccinati, individui che siano insieme vaccinati e deceduti.

Candido – Ma noi non dobbiamo calcolare le aree.

Eulogio – No, noi lavoriamo sui numeri, ma questa figura ci serve ad aver ben presente che cosa sia la “fallacia del procuratore”.

Candido – No, noi non commetteremo questo errore. Mai e poi mai.

Eulogio – Passando dalle parole alle formule (che di qui a non molto ci verranno utili) possiamo scrivere:

Candido – Conosco il significato di P(D|V); ma che cosa vuol dire P(D|¬V)?

Eulogio – La notazione “¬V” indica l’insieme dei non-vaccinati: molto semplicemente, il simbolo “¬” è il simbolo logico di negazione.

Candido – Avrei un’obiezione da farti. Quando, ragionando sulle carte milanesi, abbiamo calcolato «la probabilità che da un mazzo di carte esca una carta recante una figura, nell’ipotesi che quella sia una carta di seme rosso», e siamo arrivati alla conclusione che P(F|R) = 6/20 = 3/10 = 30%, abbiamo contato 20 carte rosse, quelle dell’insieme condizionante, e 6 figure rosse, quelle dell’insieme intersezione. Dunque, perché nelle formule che mi hai mostrato trovo a numeratore e denominatore delle probabilità? Noi prima abbiamo messo in conto carte reali, mica carte probabili.

Eulogio – Giustissimo. Dirò di più: la tua è un’osservazione intelligente. Non siamo ancora arrivati al teorema di Bayes, ma posso anticiparti che nella vita reale, quando calcoliamo un risultato probabile, non soltanto è probabile il risultato, probabili sono anche i dati su cui operiamo. Ti ricordi l’esempio del malato e del responso dell’esame? Quel responso – positivo – è in realtà soltanto probabile; infatti la presenza della patologia è dichiarata da una macchina analitica, della quale sappiamo che, se c’è la malattia, darà un responso positivo nel 79% dei casi, in altre parole la probabilità dell’evidenza sperimentale rispetto all’ipotesi di malattia è P(E|H) = 79%; ma sappiamo anche che dobbiamo mettere in conto i falsi positivi, cioè l’esame potrebbe indicare la presenza di malattia (responso positivo), anche in assenza di quella patologia; potremmo avere, per esempio, P(E|¬H) = 10 %. Perciò serve il teorema di Bayes, per fare un ragionamento compiuto.

Candido – Dunque possiamo pensare alla probabilità P(F|R) come a un risultato probabile ottenuto da carte probabili?

Eulogio – Proprio così, e la forma del ragionamento è sempre la stessa. Le 20 carte rosse, quelle dell’insieme condizionante, possono essere probabili, e in un mazzo di 40 carte la loro probabilità è 20/40 e le 6 figure rosse, se sono probabili, hanno una probabilità pari a 6/40. Il risultato non cambia, P(F|R) è sempre uguale al 30%, come dimostra questo semplice passaggio algebrico:

Eulogio – Soddisfatto?

Candido – Beh, sì, sembra razionale.

Eulogio – È razionale. A questo punto disponiamo delle nozioni che ci verranno utili per entrare nel tempio del ragionamento bayesiano.

Candido – Addirittura! E che sarà mai, questo Bayes!

Eulogio – Lo vedremo dopo. Ma perché il passaggio non sia troppo brusco, cominciamo con il considerare un ragionamento svolto qualche tempo fa da Paolo Giordano sul Corriere della Sera.

Candido – Dici il Paolo Giordano autore del romanzo La solitudine dei numeri primi?

Eulogio – Sì, proprio lui.

5. Un modello esplicativo proposto da Paolo Giordano

Eulogio – Paolo Giordano, che prima di essere uno scrittore, e ormai anche un giornalista, è un fisico, ha affrontato il tema delle illusioni cognitive in fatto di vaccini in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 25 luglio, cinque giorni dopo il manifesto di Cacciari e Agamben. [18] L’articolo fa perfettamente al caso nostro per due ragioni: sia perché procede nel rispetto di due presupposti basilari del ragionare bayesiano, come vedremo; sia perché racchiude un appello alle persone di buon senso, perché abbandonino il “pensiero binario”, quello per cui o si dice che il vaccino funziona, o si nega che funzioni. Invece no: bisogna vedere, caso per caso, cioè secondo le fasce di età e secondo le patologie mediche, quando funziona egregiamente e quando meno.

Candido – Sono ansioso di capire quali siano i fondamenti del ragionare bayesiano.

Eulogio – Tempo al tempo. Paolo Giordano affronta il problema della saturazione dei posti letto negli ospedali, che è poi quello che ha pesato nella zonizzazione delle regioni italiane al tempo della claustrazione a suo tempo decretata da Conte e Casalino. Il ragionamento di Giordano si conclude con l’affermazione dell’efficacia del vaccino, ed è compendiato, con notevole risparmio di parole, in una tavola a tutta pagina, convenientemente illustrata.

Per visualizzare un ingrandimento della tavola illustrata, fare clic sull’immagine.

Eulogio – La tabella è divisa in tre colonne, relativa a tre scenari, per i quali s’ipotizza, rispettivamente, una vaccinazione del 50% della popolazione, del 70% e del 92%. Come vedi, su 1.000.000 di cittadini esposti al contagio, nell’ipotesi di una probabilità del 2% di contrarre il morbo, [19] e di una campagna di vaccinazione che raggiunga il 50% della popolazione, si avranno in totale 1060 ricoveri ospedalieri; questa cifra comprende sia coloro che non sono stati vaccinati, sia quelli che, pur essendo stati vaccinati, tuttavia risultano infettati; ciò avviene perché il vaccino non è perfetto (Giordano ipotizza una sua efficacia pari all’80%). [20]

Candido – Ho capito dove si vuol andare a parare: aumentando la percentuale della popolazione vaccinata, il numero totale dei ricoveri ospedalieri diminuisce. Da 1060 con una vaccinazione del 50% della popolazione, vedo che passiamo a 684, se la campagna di vaccinazione interessa il 70% dei cittadini; e il numero si riduce ancora a 270 nell’ipotesi di una vaccinazione del 92%. Così si dimostra che il vaccino è efficace. Non è vero?

Eulogio – Certo. Oggi, poiché i dati di contagiosità e di efficacia del vaccino (con l’affermarsi della variante Delta) sono variati, registriamo parallelamente una variazione delle probabilità di ricovero. Ma il fenomeno si evolve con modalità analoghe e, soprattutto, nella stessa direzione.

Candido – Non tenermi sulle spine: dimmi il segreto di un ragionamento corretto.

Eulogio – In breve:
a) Quando studio la probabilità di riscontrare un certo attributo negli elementi di un insieme dato, devo pensare che quello stesso attributo possa riscontrarsi anche in elementi che non fanno parte di quell’insieme.
b) Segue di qui la necessità di considerare tutti i casi possibili. Cioè, devo mettere in conto non soltanto il numero degli elementi che nell’insieme studiato presentino quell’attributo, ma anche il numero degli elementi degli altri insiemi (o dell’altro insieme, se gl’insiemi sono due) ai quali possa assegnarsi il medesimo attributo.

Candido – No, ti prego! Parlando così tu mi uccidi!

Eulogio – Andiamo nel concreto, e tutto ti sarà chiaro. Perlomeno, spero. Nel nostro caso, abbiamo soltanto due insiemi, quello dei vaccinati (V) e quello dei non vaccinati (¬V). Diciamo che tra i vaccinati V possono esserci dei ricoverati R. Ma qual è la probabilità che i vaccinati V possano dirsi anche R, calcolata rispetto all’insieme dei ricoverati? Cioè, qual è la probabilità condizionata P(V|R)?

Candido – Così va un po’ meglio. Quando mi parlavi di attributi, pensavo che il discorso dovesse andare a parare dalle parti della grammatica e dell’analisi logica.

Eulogio – Non ti sbagliavi granché. Considera che i Greci cominciarono a interessarsi al linguaggio e a distinguere tra soggetto e predicato in relazione all’indagine sulle leggi del pensiero. Adesso osserva bene la riga inferiore della tabella illustrata:

Per visualizzare un ingrandimento, fare clic sull’immagine.

Candido – Vedo i risultati che ho detto prima: sono quelli per cui siamo costretti a riconoscere che vaccinarsi conviene, se non altro in termini di occupazione dei posti letto negli ospedali.

Eulogio – Messa così, sembra una considerazione trucemente aziendalistica. In una prospettiva più umana, significa che avremo un decorso della malattia più benevolo e, in prospettiva, meno decessi.

Candido – Non intendevo essere aziendalista.

Eulogio – Non ne dubitavo. Però guarda, sotto il numero dei ricoverati, le percentuali dei ricoverati vaccinati. Che cosa noti?

Candido – Osservo che succede anche per i ricoverati quanto mi avevi anticipato riguardo ai decessi: che cioè, vaccinando un numero sempre maggiore di persone, diminuisce il numero totale dei ricoveri (vaccinati più non-vaccinati), ma aumenta in percentuale sul totale dei ricoverati il numero dei ricoverati vaccinati.

Eulogio – Come ce lo spieghiamo?

Candido – Se praticamente quasi tutti sono vaccinati, pochissimi avranno bisogno di essere ricoverati per terapia d’urgenza, e in fin dei conti risulteranno preponderanti tra i ricoverati proprio i vaccinati, considerato che il vaccino non è perfetto.

Eulogio – Che cosa ne deduciamo?

Candido – Che tale percentuale di vaccinati ricoverati, rispetto al totale dei ricoverati, proprio perché cresce, è un parametro di verifica di bontà del vaccino. Precisamente vuol dire che il vaccino ha chiuso le porte dell’ospedale alla stragrande maggioranza della popolazione.

Eulogio – In questo caso gli antivaccinisti potrebbero sfoderare un argomento analogo a quello dei “50/117”. Potrebbero dire: «Vedete? Con una vaccinazione del 92% i ricoverati vaccinati sono 110 su un totale di 270 ricoverati. Ma può questo argomento dei “110/270” essere utilizzato per dimostrare che il vaccino non è efficace?

Candido – Certo che no. Abbiamo visto che il vaccino è efficace, perché il numero totale dei ricoverati diminuisce via via che procede la campagna di vaccinazione. Questo è quello che conta L’argomento dei “110/270” è irrilevante ai fini della dimostrazione dell’inefficacia del vaccino. Anzi, a ben vedere, è controproducente, ai fini della stessa tesi difesa dagli antivaccinisti. [21]

Eulogio – Dunque?

Candido – Concludo dicendo che l’argomentazione di Giordano mi sembra ottima: bella, elegante, convincente. Se ti fa piacere sentirlo, sappi che ripudio le mie precedenti riserve sull’efficacia del vaccino.

Eulogio – Come razionalista sono tenuto a non manifestare gioia smodata, non sarebbe decoroso. Non posso tuttavia nasconderti che mi rallegro del convincimento che hai maturato.

Candido – Ti ringrazio per l’attestazione di stima.

Eulogio – Arrivati a questo punto, posso domandati se saresti in grado di fare tu stesso, tabellone alla mano, il ragionamento di Giordano?

Candido – Temo di no. Tra l’altro, non riesco a capire, per esempio, guardando lo Scenario 1, come dai 3.680 infetti, quelli vaccinati presentati in colore turchese, si passi ai 110 ricoverati.

Eulogio – Il risultato è corretto, anche se questo passaggio meritava una didascalia. Non è da escludere che Giordano l’avesse scritta, e che poi sia scomparsa, per esempio per ragioni di spazio. In ogni caso, il ragionamento è il seguente: se gl’infetti vaccinati sono 3.680 e gl’infetti – vaccinati o non vaccinati, ma comunque infetti – hanno il 10% di probabilità di finire in ospedale, avremo 368 individui infetti, dei quali una parte dovrà essere ospedalizzata. Ora – dice Giordano – il vaccino, che pure non è stato capace d’impedire l’infezione, è tuttavia efficace per impedire il ricovero, nel 70% dei casi. Detto in altre parole questo significa che il 30% di quei 368 individui infetti sarà ricoverato: facendo i conti, 0,3 x 368 = 110. Nello Scenario 2 e nello Scenario 3, i numeri cambiano ma il ragionamento è lo stesso.

Candido – Ci sono. Non mi hai ancora detto in che senso Giordano può essere ascritto alla scuola bayesiana.

Eulogio – Direi che Paolo Giordano, pur non nominandola, alludesse alla “filosofia” bayesiana quando scriveva, sempre in quel suo articolo sul Corriere della Sera: «Il minimo teorico pandemico prevede che abbandoniamo, una volta per tutte, il ragionamento binario, e accogliamo al suo posto quello statistico. […] Ma ragionare in termini probabilistici è più difficile. Più faticoso. E spesso ci spinge in territori dove l’intuito fallisce. Per esempio, qualche settimana fa si è diffusa la notizia che i nuovi contagiati in Israele fossero per la maggior parte vaccinati. Si è parlato di “paradosso”. La conclusione affrettata fu: “I vaccini non servono a nulla, anzi sono pericolosi”. Ma si trattava di una scarsa comprensione di cosa sia una probabilità condizionata e di come funzioni matematicamente». Altri, più brutali di Paolo Giordano, hanno parlato, senza perifrasi, di “analfabetismo statistico”. [22]

Candido – Io non so di statistica, ma non pretendo di dettar legge in questo campo.

Eulogio – Ma questo è precisamente quel che fanno quei fenomeni di Byoblu: [23] penso che tu li conosca.

6. Il teorema di Bayes

Eulogio – A questo punto, potrei presentarti il teorema di Bayes senza troppe ambagi, perché ormai ti so familiare con la nozione di probabilità condizionata. Anzi, ti dirò che il teorema di Bayes può dimostrarsi formalmente, proprio a partire dalla definizione di probabilità condizionata. Ti risparmio la dimostrazione, che si trova in qualsiasi buon libro di matematica probabilistica.

Candido – Per carità! Mi fido ciecamente di te.

Eulogio – Per curiosità, perché ti fidi di me?

Candido – Perché ti conosco, e conosco il tuo disprezzo per il triccheballacche degli avvocati “paglietta”. [24]

Eulogio – Non so se è un complimento, perché in pratica stai dicendo che non sono un buon cristiano: non sta bene disprezzare. Ma è vero. Considerato che godo della tua fiducia, e contando sulla tua benevolenza, passo a presentarti la “formula di Bayes”, così tagliamo la testa al toro:

Candido – Riconosco tre probabilità condizionate, lì dove vedo la barretta verticale; inoltre al numeratore di questa frazione leggo la probabilità dell’intersezione di due insiemi, l’insieme “H” e l’insieme “E”. Ma non so quali siano questi due insiemi.

Eulogio – Se troviamo le metafore, gli esempi e le parole adatte, forse il teorema di Bayes non è poi così difficile da capirsi. Possiamo pensare questa formula come una scorciatoia, uno strumento che ci consente d’arrivare immediatamente al risultato di un ragionamento complesso, come quello fatto da Paolo Giordano, saltandone tutti i passaggi intermedi: un po’ come il teorema di Pitagora, che ti consente di calcolare immediatamente la somma dei quadrati dei cateti di un triangolo rettangolo, senza dover ogni volta tracciare la figura e costruire i quadrati. Una buona metafora è quella per cui il teorema di Bayes può essere considerato come un “motore d’inferenza statistica”. Cioè, a partire da certi parametri desunti da una rilevazione su un campione limitato, perveniamo a certe conclusioni applicabili a tutto l’insieme che è oggetto della nostra indagine:

Candido – Ben venga allora il motore inferenziale bayesiano, se mi consente di pervenire immediatamente a risultati concreti, saltando i passaggi di un ragionamento astratto. Mi puoi fare un esempio?

Eulogio – Soddisfo alla tua fame di concretezza con un esempio aziendalistico. Ammettiamo che io sia un fabbricante di biciclette, che su un certo modello monta talora un cambio di velocità di tipo A, talaltra un altro modello, che chiamiamo B. Faccio così secondo convenienza, in base alle fluttuazioni di prezzo sul mercato. Dopo aver prodotto parecchi esemplari di quella bicicletta, cominciano ad arrivare dai clienti (i titolari dei negozi di biciclette, in particolare) alcuni riscontri negativi, sempre gli stessi, “spalmati”, come si dice, nell’arco di un anno. Il cambio di tipo A nello 0,7% dei casi dovrà essere sostituito; peggio vanno le cose per il cambio di tipo B, che presenta inconvenienti nell’1,2% dei casi. Io so di aver montato il cambio A nel 60% della produzione di quella mia bicicletta e, poiché tra l’altro sono l’importatore esclusivo di quel tipo di cambio, mi domando quale sia la percentuale di cambi di tipo A che sarà prudente tenere in magazzino per sollecitamente rispondere alle richieste di sostituzione, da parte dei miei clienti. [25] Un ragionamento statistico ingenuo direbbe che tra i cambi disponibili per pronta consegna, quelli di tipo A dovrebbero essere il 60% del totale (cambi di tipo A e cambi di tipo B). Un ragionamento qualitativo un po’ più sottile mi fa capire che la percentuale dev’essere inferiore: considerato che il cambio A è di qualità superiore, riceverò proporzionalmente un numero minore di richieste di sostituzione. Il teorema di Bayes mi dice che la percentuale di cambi di tipo A da mettere da parte, a disposizione dei clienti per eventuali sostituzioni, dev’essere del 46%. Cioè, dovrò mettere in magazzino, per eventuali sostituzioni, un numero totale di cambi pari allo (0,7 + 1,2)% della produzione, e il 46% sarà di tipo A.

Candido – L’esempio non mi dispiace, ma mi rimane ostico il significato dei simboli. Cioè, come faccio a inserire nella formula di Bayes i dati che mi hai presentato?

Eulogio – Infatti, qui sta la difficoltà: nella corretta interpretazione dei dati. Procediamo con ordine.
a) P(H) è la probabilità dell’insieme H al quale vogliamo assegnare un attributo, quello stesso attributo che sono in grado di misurare su un campione statistico. Il simbolo H sta per hypothesis, che a noi piace pensare non come una parola inglese, ma come la traslitterazione della parola greca, ὑπόθεσις.

Candido – Ma perché “ipotesi”?

Eulogio – Perché è l’insieme al quale ipoteticamente si assegna un certo attributo.

Candido – Gli attributi mi mettono in difficoltà. Dunque torniamo all’analisi logica?

Eulogio – Tutto sommato, mi pare la cosa migliore. C’è dunque qualcuno (non importa chi) il quale dice «Le biciclette che montano il cambio di tipo A sono difettose». Ma il razionalista bayesiano dice: d’accordo, ma quanto difettose, in termini probabilistici? Il razionalista bayesiano, infatti, non si contenta di sentire che Tizio è un delinquente, vuol sapere quanto sia delinquente. Qual è dunque l’insieme cui fa riferimento la proposizione «Le biciclette che montano il cambio di tipo A sono difettose», e qual è l’attributo (come si diceva un tempo: oggi si dice “predicato”) [26]?

Candido – L’insieme è quello delle biciclette che montano il cambio di tipo A, l’attributo è “difettoso”.

Eulogio – Bene. Chiamiamo “A” l’insieme delle biciclette che montano il cambio di tipo A. La probabilità P(H) si ottiene allora dividendo l’insieme A, per la somma dell’insieme A e dell’insieme B. In generale, P(H) = H/(H + ¬H).

Candido – E i parametri del nostro motore d’inferenza?

Eulogio – Ecco il primo parametro:
b) P(E/H) è la probabilità condizionata dell’attributo, dato l’insieme H; la conoscenza dell’attributo ci viene, in generale, da un esperimento o da un’indagine statistica. L’insieme degli elementi che presentano l’attributo del quale si ha evidenza è indicato con il simbolo “E”. Tale attributo si applica sia all’insieme H, sia all’insieme ¬H; in pratica, possono essere difettose sia le biciclette che montano il cambio di tipo A, ma anche quelle che montano il cambio di tipo B.

Candido – Allora il secondo parametro del motore di inferenza bayesiana, P(E|¬H), misura, appunto, tale seconda probabilità. Finalmente comincio a raccapezzarmi.

Eulogio – Sì. Questo è il significato del secondo parametro:
c) P(E|¬H) è la probabilità condizionata del medesimo attributo, dato l’insieme complementare (nel nostro esempio, l’insieme delle biciclette che montano il cambio di tipo B).

Candido – Così finalmente arriviamo al risultato del ragionamento bayesiano.

Eulogio – Proprio così:
d) P(H|E) è la probabilità condizionata dell’insieme H, dato l’attributo E del quale abbiamo determinato la ricorrenza statistica (nel nostro caso, conosciamo la probabilità che siano difettose le biciclette di tipo A, come pure le biciclette di tipo B).

 Candido – Sono un po’ frastornato, confesso. Ma capisco che il teorema di Bayes possa essere utile.

Eulogio – Altro che! Le sue applicazioni vanno dall’intelligenza artificiale, alla ricerca dei tesori, all’individuazione dei messaggi di posta elettronica cosiddetti spam, cioè spazzatura, come puoi sentire seguendo questa videolezione su YouTube, della quale ti invio il nesso, via WhatsApp. Ti consiglio di vederla, in seguito, perché l’esempio dell’uomo mite del quale ci si domanda se sia più probabilmente un bibliotecario o un agricoltore è presentato benissimo. È possibile che succeda anche a te quel che ho sperimentato io stesso, tempo fa: rivedendo alcune immagini di questa lezione video con l’occhio della mente, sono in grado di scrivere senza sforzo ed esitazione la formula di Bayes, pur non avendola mandata a memoria. Le immagini suggeriscono la formula.

Per visualizzare (ed ascoltare) quest’illustrazione animata del significato del teorema di Bayes, fare clic sull’immagine.
Il teorema di Bayes ci aiuta a uscire da un tipico tunnel cognitivo, come quando stimiamo la probabilità di riscontrare una certa caratteristica in un dato insieme, senza tener conto della circostanza che la stessa caratteristica è riscontrabile anche in elementi esterni a quell’insieme. Ma, in un ragionamento probabilistico, anche di questi elementi esterni si deve tener conto, perché concorrono a formare l’insieme dei “casi possibili”. Dunque per calcolare la probabilità che i vaccinati possano essere ricoverati d’urgenza (o, in uno stadio successivo, morire), dobbiamo tenere conto dei livelli di ospedalizzazione (o della mortalità) in entrambi gl’insiemi, vaccinati e non-vaccinati.

Candido – Ma la lezione è tenuta in inglese. E se mi sfugge qualche parola?

Eulogio – Niente di male: vedi la freccia rossa, in basso a destra, nella figura che ti ho appena mostrato?

Candido – È un fermo-immagine della lezione, credo; sì, vedo la freccia rossa.

Eulogio – Indica una piccola icona nel video di presentazione YouTube che significa “sottotitoli”. Usando il nesso che ti ho inviato, puoi evocare sul tuo computer la lezione; quindi, se vuoi vedere i sottotitoli inglesi, sarà sufficiente fare clic su quell’iconcina. E se di qualche parola ti sfugge il significato, fermi l’immagine e cerchi la parola su un vocabolario.

Candido – Così, nel caso in cui la mia mente vacilli, avrò a disposizione due esempi ai quali posso fare riferimento, quello delle biciclette e quello della lezione video.

Eulogio – Sì, meglio abbondare. Concludo ricordando quanto ha scritto Massimo Piattelli Palmarini, uno che ha inaugurato il suo cursus honorum come fisico, e che oggi è un’autorità indiscussa in fatto di Scienze cognitive. Scrive dunque nel suo libro L’illusione di sapere che «la legge di Bayes può tranquillamente essere annoverata tra le più grandi scoperte dell’intelligenza umana» ed è quella che «ci può liberare dal tunnel del ragionamento statistico ingenuo»: [27] quello per cui parecchie persone, leggendo la tabella inglese che dicevamo, credono di aver trovato la prova che il vaccino non serve.

Ma vediamo come il lavoro di Bayes, pubblicato postumo, sia stato presentato da un amico alla Royal Society: [28]

Nella premessa al suo saggio Bayes afferma che, nel meditare su questo argomento, intendeva innanzi tutto trovare un metodo per cui noi si possa esprimere un giudizio riguardo alla probabilità che un evento si manifesti in date circostanze, con il presupposto che non sappiamo niente dello stesso, ma sappiamo che, nelle stesse circostanze, è già avvenuto un certo numero di volte e che non è avvenuto in un altro certo numero di volte.

Candido – Ho capito, il teorema di Bayes è un’acquisizione geniale nel cammino della civiltà. Però, scusa, mi preoccupa un po’ l’applicazione del teorema, perché se dobbiamo introdurre valori percentuali, io che di mestiere non faccio il ragioniere, rischio di commettere errori di distrazione.

Eulogio – Neanche di questo devi preoccuparti. I calcoli saranno svolti per noi da una “calcolatrice bayesiana”, disponibile in rete, della quale ti invio il nesso.

Calcolatrice per l’esecuzione dei calcoli richiesti dall’applicazione della formula di Bayes. Introducendo i tre parametri del modello statistico – in generale, P(H), P(E|H) e P(E|¬H) – si ottengono il risultato P(H|E) e la probabilità condizionata complementare P(¬H|E).

Candido – Ah! Meno male! Ma è facile usarla?

Eulogio – Semplicissimo. È sufficiente introdurre nella calcolatrice bayesiana i simboli delle grandezze del nostro modello statistico.

7. Riformulazione sintetica del ragionamento di Paolo Giordano

Eulogio – Siamo arrivati alla penultima fase del nostro ragionamento. Un ragionamento del quale potresti dire che è prolisso, te lo concedo; ma non potrai negare che sia lineare e, a suo modo, facile, dal momento che tutti i suoi passaggi sono convenientemente spiegati. Adesso vorrei farti vedere, riprendendo la casistica studiata da Paolo Giordano, come si possano estrarre i parametri del motore inferenziale bayesiano, con il quale dimostriamo indefettibilmente l’irrilevanza di quel benedetto argomento degli antivaccinisti.

Candido – Procedi, dunque.

Eulogio – Abbiamo già visto che Paolo Giordano perviene alle sue conclusioni con un ragionamento “a tre stadi”; possiamo riassumerlo in questi termini:
a) dapprima ha considerato la probabilità d’infezione, per vaccinati e per non vaccinati;
b) quindi ha calcolato la probabilità che gl’infetti siano ricoverati in ospedale, sia quelli vaccinati, sia quelli non-vaccinati;
c) a partire da questi dati ha ricavato – anche se non ne fa menzione esplicita – due probabilità condizionate, rispettivamente P(R|V) e P(R|¬V), per il calcolo dei ricoverati vaccinati e non vaccinati. Sono gli stessi parametri che, introdotti in un motore inferenziale bayesiano, consentono di calcolare la probabilità P(V|R) e la probabilità complementare P(¬V|R): li vedi nella Tab. 3, in basso,

Candido – Ma lui dov’è andato a pescare i dati che gli hanno consentito di determinare tali parametri?

Eulogio – Dalle statistiche disponibili al momento in cui ha scritto l’articolo, immagino. Qui comunque importa il metodo: se oggi i numeri sono diversi, sarà sufficiente aggiornare la tabella.

Eulogio – Nella Tab.4, che adesso ti mostro, trovi i calcoli sviluppati in forma tabulare: come vedi, perveniamo agli stessi risultati del tabellone di Paolo Giordano. Non insisterei però, più che tanto, su questa tabella: mi limito a spiegarti com’è stata costruita, così che anche tu, o qualche persona di tua fiducia, possiate costruirne una, inserendo eventualmente altri dati.

Candido – Dobbiamo vedere tutti i calcoli, per filo e per segno?

Eulogio – No, se ti fidi, passiamo oltre. Ecco comunque lo schema di calcolo, nel caso in cui voglia tornarci sopra:
1.      Nella prima colonna ho riportato le stesse percentuali di vaccinazione considerate da Giordano.
2.      Nella seconda colonna trovi le probabilità complementari.
3.      Nella terza colonna trovi il primo parametro del modello statistico, quello stesso riportato nella riga inferiore della tabella precedente: è la probabilità d’individuare tra i vaccinati un sottoinsieme di ricoverati.
4.      Nella quarta colonna troviamo il prodotto “prima colonna per terza colonna”: otteniamo cioè la grandezza dell’insieme intersezione, P(V)·P(R|V) = P(R∩V, come abbiamo visto quando ci siamo occupati della probabilità condizionata.
5.      Nella quinta colonna passiamo dalla probabilità ai numeri assoluti, moltiplicando il valore della quarta colonna per quello dell’insieme campione, cioè per 1.000.000.
(…)   Nelle colonne successive operiamo come nelle precedenti, ragionando però sui non-vaccinati (¬V), le cui percentuali sono riportate nella colonna 2.

Candido – Mi fido ciecamente. Andiamo oltre.

Eulogio – Come vedi, via via che aumenta la percentuale di vaccinazione, diminuisce il numero totale dei ricoverati (vaccinati e non-vaccinati). Però aumenta tra i ricoverati il numero dei vaccinati e questo avviene per le ragioni che dicevamo, senza niente togliere all’efficacia del vaccino. Ma, come si diceva, l’efficacia del vaccino è dimostrata dal fatto che:

P(R|V) << P(R|¬V)

che leggiamo così: “P(R|V) è molto minore di P(R|¬V)”. Attenzione però – repetita juvant – parliamo di P(R|V) e non di P(V|R): questa seconda probabilità condizionata invece aumenta, con l’aumentare di P(V), ed è giusto che aumenti.

Candido – Credo di capire dove il tuo pensiero vuol andare a parare. In sostanza tu pensi (anzi, per essere precisi, tu vuoi che io pensi:
a)      Il dato “50/117” sbandierato dagli antivaccinisti è irrilevante ai fini della dimostrazione dell’inefficacia del vaccino;
b)      noi ci siamo interrogati sul perché di questo dato e, a differenza degli antivaccinisti che non volevano sapere, siamo arrivati a una spiegazione;
c)      in ogni caso però c’è una legge, una legge matematica, per cui, più o meno velocemente, accade inevitabilmente che, con il progredire della vaccinazione, aumentino parimenti P(R|V), nel modello prospettato da Giordano, e P(D|V) nella casistica presentata in quel rapporto inglese».

Eulogio – Complimenti: mi hai letto nel pensiero.

Candido – Non ci voleva molto. Hai esordito facendomi sapere che apprezzi il metodo maieutico come via per la persuasione razionale. E ho visto con quanta cura ti sei sempre sincerato che avessi capito i passaggi del tuo ragionamento. E quale dovizia di esempi! Dunque ben presto assisterò alla disintegrazione dell’argomento antivaccinista dei “50/117”.

Eulogio – L’hai detto. Ma, giusto come esercizio di riscaldamento, lascia che io applichi il teorema di Bayes al modello di Giordano. Determineremo P(V|R) per i tre livelli di vaccinazione considerati da Giordano: 50%, 70% e 92%. Pensiamo dunque a un motore di inferenza bayesiana i cui parametri siano quelli che abbiamo calcolato nella Tab. 3: P (R|V) = 0,012%; P(R|¬V) = 0,2%

Eulogio – Introduciamo questi valori nella calcolatrice bayesiana, che ci fornisce i seguenti risultati:

Candido – Sono gli stessi valori che abbiamo letto nel tabellone di Giordano, in fondo. [29] Scusa, ma, anche a non voler considerare che queste probabilità condizionate sono già state determinate da Giordano, potevamo ricavarle dalla nostra Tab. 4. Dunque a che ci serve il teorema di Bayes? Ah, aspetta! Ci sono! Tu volevi che prendessi dimestichezza con l’applicazione del teorema di Bayes e che non avessi più dubbi sulla sua attendibilità, in vista della tua prossima mossa.

Eulogio – Sei un ottimo psicologo. Aggiungi che, disponendo della calcolatrice bayesiana, calcolare la probabilità condizionata P(V|R) in funzione di P(V) è cosa semplicissima. Per esempio, dimmi una percentuale di vaccinazione che non figuri nella Tab. 5.

Candido – Facciamo l’80%.

Eulogio – Bene: il risultato è P(V|R) = 19,35%. Quanto tempo ho impiegato a fare questo calcolo?

Candido – Un secondo.

8. Vittoria della ragione sui garbugli degli antivaccinisti

Eulogio – Siamo arrivati al redde rationem. Riassumo i punti salienti del ragionamento finora sviluppato, elencando le fallacie degli antivaccinisti:
a) Prima fallacia di composizione: vedono nel documento inglese che i deceduti hanno un’età superiore ai 50 anni, ma con molta nonchalance preferiscono attribuire quel loro argomento “micidiale” – così perlomeno credono – ai vaccinati di tutte le età. Loro, furbetti, dicono: «50 morti di CoVid-19_δ su 117 sono vaccinati»; e chiudono qui la questione. Invece bisognava distinguere, porsi delle domande, cercare le risposte.
b)   Seconda fallacia di composizione: nel documento inglese è possibile rilevare che gli infetti di CoVid-19_δ, vaccinati e ricoverati in ospedale, sono il 9% del totale (vaccinati e non vaccinati). Ma lorsignori non tengono conto di questa molto minore affluenza dei vaccinati, pur di oscurare i benefici del vaccino.
c)   Fallacia del procuratore: hanno male interpretato quel dato, “50/117”, che indica il numero dei decessi dei vaccinati, rapportato all’insieme dei decessi fra i ricoverati sui quali si sia riscontrata la presenza del ceppo CoVid-19_δ. È il dato che tecnicamente prende il nome di probabilità condizionata P(V|D): ma loro lo interpretano al contrario, come se fosse la probabilità condizionata conversa, P(D|V). Così facendo, lasciano intendere che la metà dei vaccinati ricoverati per CoVid-19_δ, presa in carico dal servizio sanitario inglese, fosse destinata a morire! Questa – non c’è chi non lo veda – è la retorica dei mozzaorecchi, che dicono e non dicono, e così facendo muovono con destrezza l’animo dei giurati nella direzione che porta acqua al mulino della causa perorata.[30]
d)  Fallacia di campionamento. Dovevano considerare tutta la popolazione dei vaccinati, e non soltanto i vaccinati che sono stati ricoverati.
e) Fallacia di conclusione irrilevante: essendo l’efficacia del vaccino dimostrata dagli stessi dati del rapporto inglese da loro citato, gli antivaccinisti si sono avventati su quell’unico dato, il malaugurato “50/117”, che desse loro la speranza di averla vinta. Quello stesso dato che non hanno capito e non interessa loro di capire, e che forse non sono in grado di comprendere, quand’anche volessero. Eppure sul Guardian due eminenti statistici inglesi avevano spiegato tutto, o quasi: ma lorsignori preferiscono ignorare le ragioni dei sapienti e gettano quel dato in pasto al popolo bue, condito di paroline accorate.
Fin qui abbiamo esaminato la questione sotto l’aspetto puramente logico. Ma ecco l’argomento decisivo, irrefutabile ed elegante, quello che ci viene dalla razionalità bayesiana.
Anche se il documento inglese – che, ricordiamo, è dedicato allo studio delle varianti del CoVid-19 nel periodo 1° febbraio-21 giugno 2021 – non contiene i dati occorrenti per determinare con attendibile accuratezza i parametri del motore d’inferenza bayesiano, siamo comunque in grado di fornire una dimostrazione della nostra tesi. Sarà una dimostrazione formale: qui sta la sua bellezza, la sua eleganza.

Candido – Sono fritto! Proprio non se ne può fare a meno?

Eulogio – No, proprio no. Perché qui viene il bello. E tu non hai di che preoccuparti, perché affidiamo questa dimostrazione alla calcolatrice grafica compresa nel “pacchetto Windows” installato nei nostri computer; però, se vuoi, puoi scaricarne una analoga sul tuo smartphone. [31]

Candido – Mi sento un po’ meglio, ma non sono del tutto tranquillo.

Eulogio – Sforzare le meningi: questo è il prezzo che deve pagare chi ha osato sfruculiare la razionalità scientifica. Non lo dico a te, ma agli antivaccinisti.

Candido – Va bene, assisterò alla tua messa cantata. Ma tu credi di riuscire a convincere gli antivaccinisti?

Eulogio – Non mi faccio illusioni. Molti di loro si daranno alla fuga. Ma vorrei far breccia presso le persone intelligenti, come te.

Candido – Veramente, te l’ho detto, io sono già stato convinto dagli argomenti logici.

Eulogio – Ma l’argomento matematico è quello che taglia la testa al toro. Questo devi dire agli antivaccinisti di tua conoscenza.

Candido – Sarà mio dovere.

Eulogio – Dicevo, dunque, che possiamo dimostrare – grazie al teorema di Bayes – quel che ti avevo annunciato all’inizio della nostra conversazione, l’irrilevanza dell’argomento “50/117”.[32] Lo faremo, precisamente, studiando la funzione che otteniamo in uscita dal motore inferenziale bayesiano. Se vogliamo calcolare, data la probabilità P(V), la probabilità P(V|D), il motore inferenziale bayesiano sarà questo, e sarà come fare lo studio di una funzione y = f(x):

Candido – Credevo di avertelo già detto, in fatto di analisi matematica sono alquanto arrugginito.

Eulogio – Ed io ti ho detto che sarà una calcolatrice grafica a toglierci le castagne dal fuoco. Torniamo dunque alla formula di Bayes, dove poniamo V (vaccinati) al posto di H (l’insieme al quale vogliamo attribuire una caratteristica, nel nostro caso l’attributo “deceduto”), e al posto di E (l’insieme di coloro che, per evidenza sperimentale, sono caratterizzati da quell’attributo) scriviamo D:

Eulogio – Ti trovi a tuo agio con questa formula?

Candido – Beh, sì: è la formula di Bayes, personalizzata al nostro caso.

Eulogio – Bene. Facendo alcune opportune sostituzioni, possiamo vedere il motore inferenziale bayesiano come uno scatolotto nel quale introduciamo x, e otteniamo in uscita y. Dunque al posto di P(V) scriviamo x, e al posto di P(V|D) scriviamo y. Il motore inferenziale farà i calcoli in base ai parametri P(D|V) e P(D|¬V), che chiamiamo, rispettivamente, a e b. Niente in contrario?

Candido – Se si tratta di semplici sostituzioni, mi sembrano accettabili. In ogni caso, sono rassegnato a tutto.

Eulogio – Ti prego, non metterla in questi termini. Dunque, con questi nuovi simboli il nostro motore inferenziale bayesiano si presenta così:

Eulogio – Adesso scriviamo l’equazione di Bayes quale appare dopo la sostituzione dei simboli e tenendo conto del fatto che P(¬V) è complementare di P(V):

P(¬V) = 1 – P(V)

Cioè, se al posto di P(V) scriviamo x, possiamo esprimere P(¬V) come (1– x). L’equazione di Bayes si presenta così:

Candido – Ci sono. Questa è l’equazione del tipo y = f(x) che sottoporrai all’analisi della calcolatrice grafica. Però ricordati che devi assegnare dei numeri ai parametri a e b, cioè, come abbiamo visto, a P(D|V) e P(D|¬V). E qui ti voglio vedere.

Eulogio – Se è per questo, mi sento in una botte di ferro. Perché in fondo tutto quello che ho da dimostrare è che P(V|D) aumenta con il progredire della campagna di vaccinazione, sempre, indipendentemente dal valore dei parametri del motore inferenziale; perciò non desta meraviglia che P(V|D) assuma il valore del 43% con una campagna di vaccinazione sostenuta, quale è stata in Inghilterra al momento della stesura di quel rapporto; anzi, come abbiamo visto, P(V|D) tende addirittura al 100% quando ipoteticamente la vaccinazione coinvolgesse il 100% della popolazione.

Candido – Ricordo che proprio questo tu dicevi all’inizio della nostra conversazione, quando la discussione era puramente logica, non ancora matematica.

Eulogio – Siamo finalmente arrivati al punto cruciale. Dovevo dimostrare l’irrilevanza dell’argomento “50/117“, e questo ti dimostro, ora anche matematicamente, con questo grafico che presenta la risposta del motore inferenziale bayesiano, tracciata dalla calcolatrice grafica del mio computer:

Grafico della funzione y = f(x), equivalente all’equazione bayesiana sopra mostrata. In ascisse è riportata la percentuale dei vaccinati, x = P(V); in ordinate, la probabilità condizionata y = P(V|D). L’equazione è definita tra i valori x = 0 e x = 1: infatti la percentuale dei vaccinati x = P(V) può variare da 0 al 100% = 1. Corrispondentemente la y, cioè P(V|D), varia anch’essa da 0 a 1, assumendo valori via via crescenti.

Candido – Sì, la calcolatrice grafica dice che con il progredire della campagna di vaccinazione, cioè, via via che P (V) aumenta, aumenta parimenti P(V|D). Ma un antivaccinista potrebbe osservare che sei andato a cercare i valori dei parametri a e b, cioè i valori di P(D|V) e P(D|¬V) che ti facevano comodo, giusto per ottenere quel che volevi dimostrare. Insomma, potrebbe ritorcerti l’accusa di essere, a modo tuo, un mozzaorecchi, anche tu.

Eulogio – E io gli rispondo mostrandogli questi tre grafici, corrispondenti a tre analisi bayesiane eseguite con parametri del tutto diversi.

Per visualizzare un ingrandimento, fare clic sull’immagine. In alto a destra, accanto al rettangolo campito di rosso, la formula della curva rappresentativa dell’andamento di y = P(V|D) in funzione di x = P(V); nella formula i valori dei parametri del motore inferenziale, P(D|V) e P(D|¬V sono stimati come spiegato nella nota 33.

Eulogio – La curva rossa, in tratto pieno, è ancora quella appena considerata, rappresentativa di P(V|D) in funzione di P(V). La curva blu, punteggiata, rappresenta P(V|R), sempre in funzione di P(V), riferita alla casistica dei ricoverati, nel modello di Paolo Giordano. Infine, la curva punteggiata, in verde, è quella di una macchina analitica in un laboratorio per analisi mediche. Ti ricorderai l’esempio che ti avevo portato, quello del medico che prescrive certe analisi per un suo paziente: ebbene, la curva verde punteggiata rappresenta P(M|P) in funzione di P(M), cioè la probabilità condizionata di presenza di quella malattia, dato il responso positivo del laboratorio, in funzione della probabilità di quella malattia.

Candido – La figura con queste tre curve dimostra…

Eulogio – … dimostra che la risposta del motore inferenziale bayesiano è comunque una funzione che, per x che tende ad 1 (cioè, per P(V) che tende a 100%) assume valori crescenti, da 0 a 1 (che è come dire da 0 a 100%). Inoltre tale funzione passa per i punti di coordinate (x = 0, y = 0) e (x = 1, y = 1).

Candido – Perfetto, tanto di cappello!

Eulogio – Comunque, tanto per la cronaca, vero è che non sono stato in grado di fare un calcolo accurato dei parametri del motore inferenziale, non essendo reperibili dati espliciti (ho dovuto fare delle ipotesi, un po’ come Giordano nel suo tabellone), ma ci tengo a dire che non erano del tutto a capocchia. [33] In ogni caso – questo è quel che conta – la risposta del motore inferenziale presenta valori crescenti via via che aumenta la percentuale della popolazione vaccinata: l’obiezione degli antivaccinisti, fondata sullo scandalo dell’argomento “50/117” cade miseramente, e per sempre. La probabilità condizionata P(V|D) può essere benissimo del 43% = 50/117, può essere anche superiore e, al termine della campagna di vaccinazione, può sfiorare il 100%. Questo non dimostra che il vaccino non è efficace, anzi dimostra il contrario. Forse, se escono dal loro tunnel mentale, possono arrivare a capirlo, con un po’ di buona volontà.

9. La risposta che Cacciari non ha avuto

Candido – Tornando all’inizio della nostra conversazione, dicevi che ti dispiace che Cacciari abbia fatto quel tale scivolone.

Eulogio – Guarda che Cacciari non ha niente che fare con questa genìa di antivaccinisti “a prescindere”. Lui è contro la mistica della mascherina e del certificato verde, e qui ha ragione. Ha anche posto delle domande, alcune a dir la verità mal poste. Purtroppo però non ha avuto risposta, per quanto mal poste e – per dirla tutta – retoriche fossero le domande.

Candido – Ma ce n’è una, in particolare, che non avrebbe dovuto porre. Non è così?

Eulogio – Sì, in un articolo di replica alle critiche, pubblicato sulla Stampa il 28 luglio, lui ha posto la domanda: se il vaccino è utile, com’è che tra i 117 deceduti del rapporto inglese ben 50 avevano ricevuto la doppia dose di vaccino? Chiaramente è una domanda retorica. Ma oltre che retorica, quella domanda era mal posta. Infatti, come abbiamo visto, quel dato è del tutto irrilevante. Rimane il fatto che, per quel che ne so, non gli si è risposto nel modo giusto: «Sì, quello che tu dici è vero, ma è del tutto irrilevante. Vedi la dimostrazione». Invece vedo che non sono mancate le ramanzine, stizzite prese di distanza, talora anche insulti.

Candido – Dunque?

Eulogio – E allora qui c’è un problema di comunicazione. Il governo, o il comitato scientifico, o entrambi, avrebbero bisogno di un bravo comunicatore: giovane, preparato, intelligente. Prima c’era Casalino, che offendeva la nostra intelligenza. Adesso non so chi ci sia, ma non vedo nessun Alberto Angela al lavoro.

Candido – Già, perché non hanno pensato di ricorrere ai suoi servigi?

Eulogio – Immagino che qualcuno ci abbia pensato, ma che poi in seno al governo sia prevalsa l’opinione di non dare un dispiacere ai depositari delle pulsioni irrazionali, purtroppo prevalenti nei partiti della coalizione. Gli Angela, padre Piero e figlio Alberto, hanno fama di essere atei; forse sono soltanto agnostici, ma anche questo è considerato “grave”; senza contare che il padre di Piero, nonno di Alberto, era un medico, antifascista, esponente del Partito d’Azione e massone. In ogni caso, i furbacchioni dei partiti sono disposti a tollerare che Alberto Angela si occupi del riscaldamento globale o della Napoli sotterranea: questi sono argomenti di nicchia, Alberto Angela dica pure quello che vuole. Altro però è affidare a un “ateo” un argomento che non solo è divisivo in seno alla Lega fedifraga (un tempo Lega nord), ma destabilizzerebbe i grilleschi, facendo passare il principio del primato della ragione sul sentimento e creerebbe imbarazzo nello stesso Partito democratico che, oggi come oggi, non ne vuol sapere di ricuperare la nobile tradizione del socialismo scientifico e umanitario, ma punta tutte le sue speranze su papa Francesco. Insomma, si trattava di evitare un precedente pericoloso, anche per i governativi favorevoli alla vaccinazione: poteva affermarsi, riguardo a una questione sotto gli occhi di tutti, il precedente di un pronunciamento a favore del primato della ragione. Meglio Casalino, dunque; o, in mancanza di Casalino, meglio niente.
Tornando a Cacciari, mi è dispiaciuto leggere quell’articolo sulla Stampa dove per un verso prende le distanze dagli antivaccinisti sciamannati, ma insiste a ripropone l’argomento dei “50/117”, anche se i numeretti non sono più citati;[34] d’altra parte rincara la dose, ponendo una serie di domande alla “Scienza”, quasi alla maniera di Giuseppe D’Avanzo quando sulle colonne di Repubblica incalzava Berlusconi, come se la scienza fosse una persona, e fin qui passi, perché si tratta di un’innocente figura retorica che prende il nome di prosopopea; ma perché pensare che esista una “Scienza”, una e una sola, custode caparbio di certezze granitiche? Dove sono questi scienziati fanatici? È fanatico forse Massimo Galli? È fanatica la splendida Antonella Viola? È fanatico il bel tenebroso Matteo Bassetti? [35]

Candido – Dunque la certezza scientifica non esiste?

Eulogio – Ma quando mai! La certezza è prerogativa dei mistici e dei fanatici: con l’avvertenza che non tutti i mistici sono fanatici, ma non c’è fanatico che non sia anche un po’ mistico.

Candido – Qui sento aria di ’68: la demistificazione…

Eulogio – Fu quello l’aspetto nobile del ’68 allo stato nascente, splendidamente illuministico, non a caso promosso dai rampolli di una borghesia che aveva alle spalle studi comme il faut. Ma, soprattutto in Italia, tutto finì in burocrazia, cacate carte, ricerca spasmodica di riconoscimenti istituzionali e sinecure per gli amici degli amici.

Candido – Sento amarezza nelle tue parole.

Eulogio – Glissons, lasciamo perdere; torniamo alla scienza. Ebbene, la scienza si fa un vanto di non essere granitica. Non è un caso, d’altra parte, che l’emblema della Royal Society porti la scritta “Nullius in verba”, un’espressione del poeta Orazio, il quale, in quanto epicureo, rivendicava per sé l’indipendenza di giudizio e si rifiutava di giurare nelle parole di un maestro, quale ch’egli fosse: «Nullius addictus iurare in verba magistri, / quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes».

Emblema della Royal Society.

Candido – L’emblema poteva essere capito soltanto da chi sapesse di latino e conoscesse quei versi di Orazio. Non c’è un po’ di snobismo in questo?

Eulogio – Direi di no: la Royal Society fu fondata nel 1660, e il latino era la lingua di comunicazione degli scienziati. Le opere di Galileo venivano tradotte in latino perché avessero circolazione e fossero comprese in tutta Europa. Erano tempi in cui Galileo incrociava le armi con i “peripatetici” e i gesuiti: i quali però, se non altro, erano mediamente intelligenti. Alcuni, come il temibile Lotario Sarsi (pseudonimo di Orazio Grassi), gesuita, e Cesare Cremonini, peripatetico, professore a Padova e nemico dei gesuiti, erano intelligentissimi. E non aggiungo altro.

Candido – E il “tuo” Cacciari?

Eulogio – Sarebbe benemerita una sua presa di distanza dall’argomento “50/117”.

Stralcio del manifesto firmato da Massimo Cacciari e Giorgio Agamben a proposito del decreto sull’obbligatorietà del certificato attestante la vaccinazione contro il CoVid-19. Per leggerlo per intero, fare clic sull’immagine: vi si fa riferimento all’argomento “50/117” improvvidamente mutuato dalla narrazione antivaccinista: «In Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose». Il filosofo Cacciari nel frattempo ha precisato di non aver niente che fare con gli antivaccinisti. Sarebbe opportuno che prendesse le distanze anche da questo argomento: oltre che per l’argomento in sé, per stabilire il principio della prevalenza della razionalità scientifica sul “pregiudizio di conferma”.


Note

[1] Così leggiamo in calce all’incisione: «Maxima pars hominum caecis immersa tenebris / volvitur assidue, et studio laetatur inani: / adspice ut obiectis obtutus in haereat umbris, / ut veri simulacra omnes mirentur amentque, // et stolidi vanâ ludantur imagine rerum. / Quam pauci meliore luto, qui in lumine puro / secreti â stolidâ turbâ, ludibria cernunt / rerum umbras rectaque expendunt omnia lance: // hi positâ erroris nebulâ dignoscere possunt / vera bona, atque alios caecâ sub nocte latentes / extrahere in claram lucem conantur, at illis / nullus amor lucis, tanta est rationis egestas».

[2] Massimo Cacciari, Giorgio Agamben – A proposito del decreto sul “green pass”.

[3] SARS-CoV-2 variants of concern and variants under investigation in England – Technical briefing 17, 25 June 2021.

[4] A system of logic, ratiocinative and inductive.

[5] Vedi Massimo Piattelli Palmarini, L’illusione di sapere, Mondadori, Milano 1993, pp. 23 ss.

[6] Vedi Il Pregiudizio di conferma.

[7] In particolare, la burocrazia di fascia alta, i grands commis de l’État.

[8] Da principio era la filiale italiana di un’Università maltese. Ne è presidente Vincenzo Scotti, mammasantissima democristiano già Ministro dell’Interno con Andreotti, e Ministro degli Affari esteri con Berlusconi. La Link Campus University tiene corsi di formazione per l’Amministrazione dello Stato, è specializzata in “Intelligence”, si dice sia legata ai servizi segreti.

[9] Vedi Dialogo tra Socrate e lo schiavo di Menone.

[10] Vedi la pubblicazione del servizio sanitario inglese: SARS-CoV-2 variants of concern and variants under investigation in England – Technical briefing 17, 25 June 2021, Table 4, pp. 13-14. La tabella si riferisce ai pazienti contagiati dalla variante Delta, ospedalizzati nel periodo 1° febbraio-21 giugno 2021. I vaccinati infetti, ospedalizzati, che abbiano ricevuto una doppia dose sono 7.235; i vaccinati con una dose singola ed i non vaccinati sono 77.779.

[11] Vedi nel sito Ispi – Istituto per gli studi di politica internazionale: Vaccini, i dati che non sappiamo leggere.

[12] Così – sosteneva il filosofo inglese Francesco Bacone all’inizio del xvii secolo – avviene la liberazione dell’intelletto dagli “idoli”, ovvero dalle false immagini della realtà: una volta ipotizzata una certa relazione tra causa ed effetto, si riportano i casi favorevoli alla tesi da dimostrare nella tabula praesentiae, quelli contrari nella tabula absentiae; si riportano altresì nella tabula graduum le diverse variazioni dell’effetto, in più o in meno, rispetto all’ipotesi considerata.

[13] Vedi la pubblicazione del servizio sanitario inglese: SARS-CoV-2 variants of concern and variants under investigation in England – Technical briefing 17, cit.

[14] Dall’inglese Prosecutor’s Fallacy: vedi Epidemiology Visualized: The Prosecutor’s Fallacy, che considera tale fallacia in campo strettamente epidemiologico. Per una discussione generale della fallacia in ambito giudiziario, si vedano: Fallacia del procuratore (estratto da Note di statistica, a c. di B. Bertaccini e S. Bacci) e Probabilità e giustizia, a c. di Mathesis, Società italiana di Scienze matematiche e fisiche.

[15] Si veda l’ottimo film di Roman Polanski L’ufficiale e la spia.

[16] Vedi Teorema di Bayes e valore predittivo di un test di laboratorio, da Sito della Medicina di Laboratorio.

[17] Vedi David Spiegelhalter and Anthony Masters, Why most people who now die with Covid in England have had a vaccination. L’articolo contiene i nessi per la visualizzazione di tavole attuariali che dimostrano le affermazioni. David Spiegelhalter è autore del libro L’arte della statistica (Einaudi, 2020).

[18] Vedi Vaccini, regole e divieti: Il “minimo teorico” per capire cosa ci aspetta.

[19] Nel momento in cui scriviamo questo articolo (17 settembre 2021) in Italia si registra un tasso di positività pari all’1,6% (fonte: Lab24_Il sole 24 ore_Coronavirus in Italia, i dati e le mappe). Con questa cifra s’intende il rapporto, giorno per giorno, tra numero di casi positivi all’esame molecolare (“test del tampone”) ed il numero di esami effettuati. Il tasso di positività non va confuso con l’incidenza, che è invece il numero di casi nuovi che si sviluppano in un dato periodo, in rapporto alla popolazione: per esempio, nel momento in cui scriviamo, il tasso d’incidenza settimanale è di 54 nuovi casi positivi ogni 100.000 abitanti (fonte: Ministero della Salute_Nuovo Coronavirus). Altra cosa ancora, ovviamente, sono i dati cumulativi, quali si leggono nella “grafica” Coronavirus, la situazione nel mondo.

[20] Due mesi dopo l’articolo scritto da Giordano, quando ormai anche in Italia la variante CoVid-19_δ è prevalente, si stima che il vaccino sia efficace nella misura del 66% (questa è l’efficacia nella prevenzione del contagio; non va confusa con quella di prevenzione, onde scongiurare, nell’ordine: l’ospedalizzazione, il ricovero in terapia intensiva, il decesso).

[21] Stefano Feltri il 15 settembre 2021 nel corso di una puntata del programma televisivo Otto e mezzo si è cimentato nel difficile compito di presentare questa contro-argomentazione. Ma Teodolinda Gruber (Dietlinde Gruber, detta Lilli) spalancava gli occhi e si dimostrava adirata, probabilmente perché temeva un calo dell’indice di ascolto, mentre il giornalista ambizioso Luca Telese faceva le smorfie. Stefano Feltri forse non è stato chiarissimo, ma non possiamo negare che i talk show, quelli stessi che si prestano così bene alle trovate più o meno estemporanee della peggiore e più populista retorica, mal sopportano le sottigliezze del ragionamento probabilistico.

[22] Si veda l’articolo di Carlo Rovelli L’analfabetismo statistico non è un problema di nicchia. Durante una pandemia, può essere fatale.

[23] Byoblu è insieme un blog, una televisione (canale 262 della piattaforma digitale terrestre) ed una casa editrice; era anche un canale You tube, finché non è stato chiuso, quest’anno, con la seguente motivazione: «Pubblicazione di contenuti che violano le norme sulla disinformazione in ambito medico relativamente al Covid-19». La mente di Byoblu è Claudio Messora, ex musicista, casaleggiano di ferro (parliamo di Casaleggio padre, lo sciamano), già comunicatore del M5S al Senato italiano ed al Parlamento europeo. Byoblu si ripromette di «svelare le verità che gli altri non vi dicono». Vi allignano, fra gli altri: Claudio «Aquilini» Borghi, deputato leghista sedicente economista (ma Giorgetti non è d’accordo); Diego Fusaro, colui che vorrebbe essere l’Antonio Gramsci dei populisti; lo psichiatra ed arcivescovo della Chiesa ortodossa autocefala, Sua Beatitudine Alessandro Meluzzi; il filosofo russo, già fondatore con Limonov del partito nazibolscevico, Aleksandr Dugin; vi era di casa, naturalmente, il putiniano Giulietto Chiesa buonanima.

[24] Vedi “Il Paglietta napoletano”, Sofisti all’ombra del Vesuvio.

[25] Ovviamente, i nuovi acquisti saranno sottoposti a un rigoroso controllo di qualità, cosa che non era stata fatta precedentemente.

[26] Vedi Grammaire générale et raisonnée de Port Royal, Paris 1754, pp. 57-58.: « Le jugement que nous faisons des choses, comme quand je dis la terre est ronde, s’appelle PROPOSITION ; et ainsi toute proposition enferme nécessairement deux termes; l’un appelé sujet, qui est ce dont on affirme, comme terre; et l’autre appelé attribut, qui est ce qu’on affirme, comme ronde; et de plus la liaison entre ces deux termes, est».

[27] M. Piattelli Palmarini, L’illusione di sapere, cit., p. 114.

[28] Thomas Bayes morì nel 1761 senza aver pubblicato la sua memoria, che fu presentata alla Royal Society due anni dopo dall’amico Richard Price, preceduta da una sua introduzione. Il saggio di Bayes e la presentazione di Price sono reperibili in rete: An Essay towards solving a Problem in the Doctrine of Chances.

[29] A parte le approssimazioni di calcolo nei decimali.

[30] Si veda l’episodio Il testimone volontario nel film I mostri, per la regia di Dino Risi, dove la figura del mozzaorecchi è interpretata da uno straordinario Vittorio Gassman.

[31] Vedi, su Google Play Store, HiPER Scientific Calculator.

[32] Vedi sopra: § 3.4 Fallacia di conclusione irrilevante.

[33] Dal documento inglese si è desunta l’indicazione che i malati di CoVid-19_δ, ricoverati e vaccinati, sono il 9% del totale dei ricoverati. Da un’infografica della società di elaborazione e visualizzazione dei dati Flourish si sono ricavati i dati comparati tra vaccinati e non-vaccinati: il valore di positività al test molecolare, l’indice di ricovero ospedaliero, l’indice di terapia intensiva e l’indice di decesso in Italia, nel mese di agosto; valori che potrebbero confrontarsi con quelli inglesi nella primavera-estate di quest’anno. Manca però la separazione tra variante δ e le altre varianti, e manca l’indicazione dell’età di coloro che hanno contratto il CoVid-19_δ, che consentirebbero un affinamento del processo di estrazione dei parametri. Da un’altra infografica della società Flourish si è desunto l’indice collettivo di positività (vaccinati e non vaccinati) relativo allo stesso giorno di agosto (schermata 4 del 17 agosto).

[34] Nell’articolo propone alla “Scienza” un interrogativo formulato in questi termini: «Che in Israele e in Gran Bretagna molti dei decessi nell’ultimo periodo sono di persone che avevano già ricevuto la doppia dose è una fake news?».

[35] Piergiorgio Odifreddi ha scritto maliziosamente sulla Stampa in edicola il 9 settembre: «Non è un caso che Agamben e Cacciari, prima, e Barbero, poi, siano umanisti che hanno della verità un concetto relativo, filosofico nel primo caso e storico nel secondo. Ai quali dà fastidio, consciamente o no, che qualcuno possa rivendicare non solo l’esistenza di verità scientifiche di ben altro tenore, ma addirittura basare su di esse le azioni politiche». Fin qui, tutto bene. Poi però, quando annovera tra gli “umanisti”, indistintamente, «gli storici, i giuristi, gli psicologi, gli assistenti sociali, i musicisti, i designer ecc.», introduce una classificazione opinabile. Lo scontro c’è, non vi ha dubbio, ma è tra la cultura cosiddetta “scientifica” (più precisamente: le matematiche e la filosofia naturale, intendendo per filosofia naturale le scienze sperimentali e falsificabili) e quella delle “humanities”, che, con buona pace della “filosofa” Martha Nussbaum, il più delle volte poco o punto hanno che fare con l’umanesimo. Sarebbero umanistiche le cosiddette “Scienze della comunicazione”?

L’attacco hacker alla regione Lazio

E adesso vediamo di non farci mettere nel sacco dagli “esperti”


Questo è il messaggio con il quale gli hacker aprono un canale di comunicazione con la regione Lazio per trattare il riscatto da pagare (si ipotizzano 5 milioni di euro): a pagamento avvenuto (in bitcoin), i dati sanitari dei cittadini, oggi non più accessibili né ai cittadini, né ai funzionari, saranno di nuovo in chiaro. Attualmente non è possibile accedere ai dati di prenotazione vaccinale, ai risultati delle analisi cliniche di laboratorio ecc. Il messaggio specifica che la trattativa con i pirati dovrà svolgersi usando il browser Tor, affinché la comunicazione Internet sia anonima. E se non si paga il riscatto? C’è il rischio che informazioni riservate e personali siano pubblicate nella “rete profonda” (deep web) o nel suo sottoinsieme, non indicizzato, la “rete oscura” (dark web). D’altra parte, anche pagando, non è da escludere che i pirati non lascino comunque un virus, anche dopo aver decrittato i dati. Perciò in ogni caso si rende necessario passare a un’altra piattaforma, se non si è in grado di decrittare autonomamente, e bonificare, quella esistente. Tale operazione richiede l’intervento di un “hacker di contrasto”.

Ricordate il terremoto dell’Aquila del 2009? Ebbene, poche ore dopo il fatto, due imprenditori sono a colloquio per telefono e pregustano gli affari della ricostruzione. Uno di questi dice: «… Eh certo… io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto». Tutto documentato da un’intercettazione telefonica.
Bene, dopo l’attacco informatico alla regione laziale (e meno male che non è avvenuto ai danni della regione lombarda, altrimenti chissà quali strilli di Travaglio e Scanzi, odiatori della Lombardia!) non è azzardato pensare che qualcuno si stia fregando le mani: non tanto perché possa offrirsi di far tornare in chiaro i dati, ma perché si offrirà come super-esperto, paragnosta indispensabile, perché tutto ciò non succeda più. Si frega le mani nella speranza di portarsi a casa un bel contrattino. Come in Abruzzo, appunto, o come ai bei tempi delle mascherine comprate in Cina in sovrannumero, strapagate, taroccate e con “consulenze” d’intermediazione anch’esse strapagate.
In realtà, in alternativa al pagamento del riscatto (che Zingaretti dice essere mera «ipotesi investigativa»: sarà… si dice sempre così, anche nei sequestri di persona) c’è soltanto l’eventualità di trovare un hacker che per un prezzo inferiore al riscatto sia in grado di decrittare i dati. Qui, secondo noi, potrebbe metterci una buona parola Salvini il quale, via Savoini (vi ricordate? il fondatore dell’associazione Lombardia-Russia, quello dell’acquisto d’idrocarburi russi), potrebbe trovare un contatto con qualche hacker di area putiniana, desideroso di collaborare.
Pare che l’attacco sia stato sferrato in Russia, di qui sia rimbalzato in Austria, quindi in Germania, per poi approdare a Frosinone dove un dipendente della società Lazio Crea, al quale sono state sottratte le credenziali personali, lavorava in modalità “agile” (in linguaggio coglione: smart working), collegato al sistema regionale. Pare anche che lo sfondamento sia cominciato con l’effrazione informatica a danno della multinazionale Engineering SpA, con sede a Roma, una società che fornisce servizi informatici a gran parte dell’Amministrazione pubblica Italiana. Però a p. 8 di Repubblica in edicola il 4 agosto l’amministratore delegato di Engineering nega: cioè, dice, l’attacco c’è stato, ma «è stato respinto».
Travaglio ci va giù duro, in un editoriale di oggi 4 agosto intitolato “Cyberfaccedaculo”: mescola le carte, ingarbuglia il problema intrecciando l’acronimo Dis (siamo andati a cercare: significa Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) a dati di fatti disparati dei quali fornisce l’interpretazione travagliescamente corretta, e fin qui si capisce poco o niente; quindi semplifica, lasciando intendere che tutto questo sia successo perché a suo tempo non si è fatto come voleva Conte, e questo invece lo si capisce benissimo. Lo dice in maniera obliqua, in modalità paracula, ma lo dice: «Peggio dei cyberpirati ci sono soltanto i cyberspudorati». E “cyberspudorati” sono quelli che non vollero che si facesse come Conte voleva. Insomma, chi ha orecchie per intendere, intenda.
In un tentativo di capire a che cosa alludesse Travaglio, siamo approdati a questo articolo del Riformista per la firma di Claudia Fusani (che però — lo dico subito — è odiata da quelli del Fatto quotidiano):

Per leggere l’articolo fare clic qui.

Qui apprendiamo che Draghi, a maggio, sta lavorando per l’Agenzia di Cybersicurezza Nazionale, il cui decreto sarà firmato a giugno, e che è appena stato licenziato dal Senato: «Non un terza agenzia di intelligence, non alle dipendenze del Dis, come voleva Conte, bensì una struttura pubblica in cui si raggruppano tutte le competenze dei ministeri in materia di cyber, un luogo in cui si dovranno incrociare anche impresa pubblica, privata e università». Queste sono le parole di Enrico Borghi, responsabile della sicurezza del Pd, che Travaglio, vedovo di Conte, evidentemente non apprezza.
Conte voleva che l’Agenzia di cibersicurezza operasse nel perimetro del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) che coordina le agenzie di sicurezza italiane: un controllo della sicurezza totale coordinato con i servizi segreti. Qui si pone un problema delicato: a nostro parere, ci sono i pro e i contro. Se però rapportiamo il problema a Conte (che per fortuna non è più al potere) c’era più di una ragione per essere preoccupati. Meglio che le cose siano andate così, con buona pace di Travaglio. Non sarebbe stata un’Agenzia nata con Conte e da lui pasticciata quella che avrebbe impedito un attacco degli hacker che in tempi recenti — apprendiamo dal Riformista — hanno violato L’Agenzia Europea per il farmaco, alcuni ospedali tedeschi, l’amministrazione pubblica belga, il Ministero per lo sviluppo economico italiano, la rete degli oleodotti statunitensi. D’altra parte il virus informatico — che nel momento in cui scriviamo continua a girare nei computer e nella rete dedicata della Regione Lazio — ha infettato il sistema regionale apportando danni gravissimi, come sappiamo, ma anche la Erg, che però ha registrato disservizi limitati, attualmente in via di risoluzione, grazie anche — dicono — «all’immediata attivazione delle proprie procedure interne in materia di cybersecurity». Volendo ragionare, si dovrebbe fare una valutazione probabilistica, allineando gli argomenti in un ragionamento bayesiano, come non ci stanchiamo di ripetere. Ma Travaglio non ha questa volontà, non si pone il problema: per lui i fatti hanno poca importanza, sono tutt’al più dei pretesti, quel che conta è l’interpretazione.
I sevizi segreti sono il punto dolente di Conte, cioè uno dei tanti, ma quello forse più dolente e più misterioso. Come abbiamo scritto in diversi articoli di questo diario, Conte si affaccia alla ribalta politica figurando nella lista dei ministri presentata da Di Maio a Mattarella in forma irrituale, quando addirittura minacciò il presidente della Repubblica di impeachment, se non si fosse fatto come voleva lui. Poi lo stesso Di Maio propose Conte come Presidente del Consiglio, perché governasse con i leghisti. Ma quella lista — si dice — era stata stesa con la consulenza della Link Campus University, specializzata in “intelligence”, cioè in spionaggio. E di quell’Università, fucina di formazione per i tecnoburocrati meridionali, è collaboratore il prof. Alpa, mentore di Conte all’Università di Firenze, e pochi anni orsono ne fu professore, e consigliere d’amministrazione, il maltese Joseph Mifsud, implicato nel Russiagate, percettore di rimborsi allegri, manco fosse un assessore sgarruppato della Regione lombarda: si veda Russiagate, indagine sul prof Mifsud: “Spese folli, cene da 1.300 euro a carico dell’Università”. E poi c’è quel rapporto di Conte con Trump che non ci scompiffera più che tanto, tant’è che i dietrologi affermano che il passaggio da Conte a Draghi in Italia fosse un passo ormai di fatto obbligato, dopo che alla presidenza degli Usa salì Biden. Insomma adesso che Conte se la deve vedere con Di Maio (è in corso fra i due un braccio di ferro, anche se ciascuno per parte sua nega), adesso che è oggetto di concupiscenza esclusiva da parte di Travaglio (che vorrebbe spodestare Casalino), insomma da quando appare quel che è, un Azzeccagarbugli moroteo, e niente di più, siamo tutti più tranquilli.
Non siamo invece tranquilli quando leggiamo in rete, sempre a proposito degli attacchi di pirateria informatica, che «la ricerca di “hacker buoni” riguarda tutto il territorio italiano e coinvolge tantissimi atenei: dalla Link Campus University di Roma al Politecnico di Milano, dall’Università Ca’ Foscari di Venezia all’Università degli Studi di Palermo e molte altre ancora». Ecco, ancora la Link Campus University (vedi anche Cybersecurity). Però per fortuna, come dicevamo, adesso c’è Draghi, Conte non c’è più.

Vedi anche, in fondo a questa pagina, l’articolo L’attacco hacker alla regione Lazio: com’è andata a finire?

L’“Amaro Murgia”, antidoto contro l’amaritudine di Michela Murgia

Segue la storia dell’inventore, Gennaro Murgia

Una delle tante lezioni impartite da Michela Murgia ai maschietti italiani “testosteronici” (così direbbe la sua amica Teodolinda Gruber [1]), all’insegna della banalità e del politicamente corretto. Per ascoltarla (e soffrire, se proprio si vuole) si faccia clic sull’immagine.

Di Michela Murgia, purtroppo, abbiamo dovuto occuparci spesso. Impossibile sfuggirle, perché costei non si lascia sfuggire occasione per impartirci la sua lezioncina di femminista militante: ospite assidua nella trasmissione televisiva governata con pugno di ferro dalla femminista Dietlinde Gruber, detta Lilli, scrive di cose femministe sulla Stampa (gruppo editoriale Gedi) e sul settimanale L’espresso (ancora del gruppo Gedi) in una rubrica che s’intitola “L’antitaliana”, avendo la pretesa di confrontarsi con Giorgio Bocca che nello stesso settimanale era titolare di una rubrica intitolata “L’antitaliano”. Chiaro che la Murgia è libera di dire quel che vuole, ma anche noi, finché non sarà stato istituito il Tribunale speciale per la repressione dei delitti contro il politicamente corretto, ci sentiamo liberi di osservare: a) la presenza invasiva di Michela Murgia in tutti gli spazi, e perfino negl’interstizi del dibattito politico-culturale; b) l’assunzione manu militari di un ruolo istituzionale, dal quale sarà difficile rimuoverla; tutt’al più, in caso di sua defezione, il suo posto sarà occupato da un successore che riscuota la fiducia della lobby politicamente corretta (così funziona il mondo: si veda la presa di potere all’Accademia della Crusca della linguista femminista Cecilia Robustelli).

La banalità del politicamente corretto – Ora, senza arrivare a dire delle femministe quel che Montanelli diceva – pare – dei moralisti («Conosco vari mascalzoni che non sono moralisti, ma non conosco un moralista che non sia un mascalzone»), ponendo “femminista” al posto di “moralista” e “sciocchino” al posto di “mascalzone”, noi ammettiamo che in linea di principio una femminista possa fare analisi intelligenti e condivisibili. Per esempio, Camille Paglia, femminista storica americana, è capace di una riflessione acuta della società moderna, il che le consente di affermare che una come Martha Nussbaum, molto gettonata nell’ambiente accademico, quello che civetta con la cancel culture, in fondo non è che una «vestale del politicamente corretto» (“PC diva”, in inglese). Consideriamo invece l’analisi del fascismo svolta da Michela Murgia: la troviamo nel libro Istruzioni per diventare fascisti. Questo suo libro è un disastro, infarcito di banalità, con tanto di “fascistometro”, un questionario alle cui domande (chiuse) il povero e mite Massimo Gramellini rispose, e scoprì di essere lui stesso un fascista! Si veda l’articolo Un’operazione di marketing per vendere due “prodotti”: il libro e il politicamente corretto.

Il “fascistometro” di Michela Murgia, riprodotto nel settimanale l’Espresso.

Tutte pazze per il linguaggio neutro – L’ultima sparata della Murgia, in ordine di tempo, al momento in cui scriviamo l’articolo, riguarda l’uso del simbolo fonetico “ə” (una “e” rovesciata) che prende il nome di schwa (tutti dicono ormai così, ma in italiano sarebbe meglio dire “scevà”). Michela Murgia usa questo simbolo in un articolo pubblicato sull’Espresso, riprodotto qui sotto, nel numero in edicola il 6 giugno 2021.

Per leggere l’articolo in formato pdf (e soffrire) fare clic sull’immagine.

Perché Murgia usa lo scevà? L’obiettivo è quello di un linguaggio neutro che politico-correttamente «rappresenti tutte le identità di genere (uomo, donna, persona “non binaria”) e tutta la variabilità biologica dei corpi (femmina, maschio, intersex) che sono presenti sul territorio». Così – ohibò! – vuole l’Osservatorio dei media a tema transgender, non-binary e gender creative, previa imposizione dei concetti, fumosi ma imprescindibili (anatema su chi si ribella!), di «persona non binaria» e «gender creative».
Se il linguaggio è oscuro, è chiaro invece dove il discorso voglia andare a parare. Il giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo sull’Espresso, la Murgia – sempre lei – scrive sul quotidiano torinese La Stampa un articolo intitolato Quel razzismo sistemico che fa vergognare le vittime, impreziosito da un tripudio di “e” rovesciate. Si affaccia il pensiero che, appartenendo La Stampa al gruppo editoriale Gedi, come pure l’Espresso, la Murgia faccia qui il bello e il cattivo tempo, proprio come la Gruber fa la zarina al gruppo Cairo (in parole povere. il Corriere della Sera e La 7). A questo punto l’ipotesi di occupazione degli organi d’informazione da parte della lobby politicamente corretta non parrà del tutto balzana. Prenderla in considerazione non dovrebbe essere considerato un peccato.
Ma veniamo allo schwa, anzi allo scevà. Come lo si pronuncia? Senza entrare in dettagli di fonetica linguistica, segnaliamo che questo suono è presente nei dialetti italiani meridionali (in napoletano, per esempio, “il vetro” si pronuncia “o ˈbːriːtɘ”), in francese (“fəˈnɛːtr” è la pronuncia di “fenêtre”) e, spessissimo, in inglese, come mostra questo esempio:

Nella parola “controller” lo scevà è presente due volte, sia nella pronuncia britannica (altoparlantino rosso) sia in quella americana (altoparlantino blu). Per sentirle, fare clic sull’immagine.

Ora, nessuno mette in discussione lo scevà nel napoletano, nel francese, nell’inglese e, naturalmente, nell’ebraico: infatti “scevà” è una parola ebraica, che possiamo tradurre “insignificante”. Ma se introduciamo lo scevà nella lingua italiana, quale effetto produciamo? Ebbene, sentiamolo, nel contesto dell’articolo pubblicato sulla Stampa che si diceva, letto da una giornalista di Radio Radicale:

La baggianata dell’uso dello scevà nella lingua italiana non è – beninteso – farina del sacco di Michela Murgia; viene dalla sociolinguista femminista Vera Gheno, ma alla Murgia non è sembrato vero di appropriarsene, ovviamente per impartirci l’ennesima sua lezioncina. Lei è fatta così, le piace giocare all’“O famo strano”, come nel film Viaggi di nozze di Verdone, ma al rovescio: al posto di Verdone ci siamo noi, che non siamo burini (prima inversione), invece di Claudia Gerini c’è lei, Michela Murgia (seconda inversione) e invece di godere, ovviamente, si soffre (terza inversione).
La stessa Cecilia Robustelli, la linguista femminista che si diceva, colei che operando con destrezza un colpo di mano all’Accademia della Crusca riuscì a prescrivere, a norma di cacata carta politicamente corretta, la femminilizzazione dei nomi (e così la Crusca è sputtanata chissà per quanti anni avvenire), sentita l’alzata d’ingegno murgiana non ha potuto fare a meno di scrivere un articolo dal titolo Lo schwa? Una toppa peggiore del buco. Paolo Flores d’Arcais, uomo di inossidabile fede progressista, giudica l’introduzione dello scevà nella grafia della lingua italiana (per non parlare della pronuncia) una «ennesima idiozia spacciata per progressista»: si veda L’articolo che volevo scrivere ma che era già stato scritto. Vera Gheno, più furba della Murgia, vista la mala parata, dopo aver gettato il sasso, nasconde la manetta (come si dice a Napoli) e scrive: Lo schwa è un esperimento. E sperimentare con la lingua non è vietato. Già, e noi abbiamo scritto in fronte “Giocondo”. Come se non si sapesse che la religione del politicamente corretto si articola oggi in un sistema di divieti per diventare, domani, un sistema di precetti, come nella peggiore delle distopie.

La ricerca di un antidoto contro una determinazione bestiale – La caratteristica forse più indigesta delle vestali del politicamente corretto come la Boldrina, Teodolinda Gruber e Michela Murgia è l’assertività e, implicitamente, la pretesa di trasformare in legge le loro mattane. È noto che la malefica determinazione, cioè il parlare assertivamente e l’agire imperiosamente, è considerata una virtù in casa femminista; sappiamo anche che per i manager ruspanti la determinazione è la droga che dà loro la forza di prestare infame opera servile senza batter ciglio, senza mai interrogarsi sul significato e le conseguenze del loro operato. [2] Ce n’è abbastanza perché noi si tenga in dispetto questa benedetta parola: la determinazione è l’anticamera della maleducazione nelle donne, il portale del disonore per gli uomini.
Ebbene, siamo sconcertati dall’assertività di Michela Murgia, insopportabilmente pesante, coltivata su un terreno arido, nemmeno fecondato da un letame culturalmente plausibile. Il sottotesto delle sue parole, sempre scontate, evoca la minaccia di un rogo purificatore nel quale le nostre carni dovrebbero bruciare senza nemmeno il conforto dei semi di finocchio che un tempo – così almeno si dice – non si negavano agli Lgbt condannati dai tribunali della Sacra inquisizione. Tutte le volte che c’imbattiamo nella Murgia – presso Teodolinda Gruber, nel settimanale L’Espresso, nel quotidiano La Stampa, su YouTube (la “fruizione” della Murgia ci è proposta dall’algoritmo, mica l’andiamo a cercare) – per scacciare il ricordo angoscioso della sua immagine e delle sue parole, per riprenderci dal pugno nello stomaco sferrato dalla sua determinazione, facciamo ricorso a opportuni antidoti: per esempio, come sanno i lettori di questo diario, proponiamo una canzone dell’armena Elena da Erevan, o della nordamericana Lucy Thomas, o anche della colombiana-irlandese Katie James: la loro grazia, il garbo della loro voce, la luce dei loro occhi, in altre parole la loro mite e gentile femminilità, ci ristorano dell’offesa recataci dalla pochissimo gentile Michela Murgia. Sentiamo per esempio Elena da Erevan:

Per vedere e sentire la bella Elena da Erevan (e godere), fare clic sull’immagine.

Per potenziare l’azione di contrasto ed espulsione del veleno inoculato dalla Murgia, non guasterà, infine, assumere una congrua dose di un liquore robusto: suggerirei in prima battuta un Calvados, il distillato di sidro apprezzato dal commissario Maigret, ma, ancor meglio, in base al principio del “chiodo scaccia chiodo”, [3] farà alla bisogna un amaro, di quelli molto forti. Tra gli amari, direi che il migliore è l’Amaro Sardo della premiata Distilleria comm. Gennaro Murgia. È un rimedio perfetto, sia sotto il profilo del gusto, sia per la funzione di ammazza-Murgia, che in questo caso è di tipo quadratico, con progressione parabolica: [4] come amaro, e come Murgia. Si dirà allora, non senza fondamento, che “Murgia scaccia Murgia”.

Bene. Occupiamoci a questo punto della storia dell’inventore dell’Amaro Murgia: una figura un tempo leggendaria, fin troppo. Potrebbe essere una storia a sé stante, da trattare in un’altra pagina di Nusquamia, ma l’occasione di mettere in relazione il veleno di Michela Murgia con un amaro facente funzione di antidoto, e che porti il nome della Michela è troppo ghiotta.

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Storia di Gennaro Murgia

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Gennaro Murgia (1861-1935)

Gennaro Murgia era figlio di un cozzone di cavalli (per cui vedi la novella di Andreuccio da Perugia: Decameron, II, 5), che sarebbe l’equivalente, al giorno d’oggi, del proprietario di un autosalone; era chimico farmacista, intraprendente, alto e di bell’aspetto. Non era povero, ma il matrimonio con la figlia di un notaio di Villacidro, un paese collinare del Sud della Sardegna, gli diede il capitale per avviare un’attività industriale, come vedremo, di tutto rispetto. Ebbe in dote numerosi terreni e una corbula [5] colma di marenghi d’oro. In seguito, quando sarebbe diventato un printzipale, cioè uno dei maggiorenti del luogo, anzi, su meri [6] mannu, cioè “il gran padrone”, si sarebbe vantato, esagerando, di guadagnare in un sol giorno con l’“industria” quanto ricavava dai terreni, che non erano pochi, in un anno.
Arrivò a Villacidro per impiantarvi una farmacia, subito dopo la laurea, che è del 1882: trafficò, naturalmente, con gl’infusi idroalcolici medicinali e con distillati varî, per approdare infine ai liquori, come usavano fare i farmacisti del tempo, chi più, chi meno. Ma allora a Villacidro ci si curava con le erbe (oltre tutto, pare che le ricette della tradizione fossero efficaci), [7] praticamente tutti, tranne le famiglie dei notabili: insomma, la potecaria rendeva ben poco. Affiancò allora alla farmacia un laboratorio per l’analisi dei minerali che si estraevano nelle miniere dei dintorni. Mantenne però la farmacia, almeno fino al 1893, e forse anche dopo: ma questa è la data di una relazione ufficiale, attestante l’esistenza di una «bella farmacia provveduta di ogni scorta di medicinali». Gennaro Murgia in quella farmacia stava ben poco, preso com’era dal sogno d’iniziative all’insegna delle magnifiche sorti e progressive della Chimica, che era allora la regina delle scienze, una scienza molto tedesca [8] e con un penchant massonico.
Dopo gli esperimenti sui distillati, che lo convinsero dell’opportunità di avviare una produzione su scala industriale, Gennaro Murgia impiantò una fabbrica di saponificazione dei grassi usando come base, per la reazione con gli acidi grassi, la soda Solvay (carbonato di sodio), quindi, parallelo all’impianto di saponificazione, costruì un secondo impianto di separazione della glicerina, per uso industriale (cioè, bellico); infine, diversificò il capitale e divenne socio fondatore della Società Elettrica Sarda, della quale fu anche amministratore (si sentiva portato all’elettricità, oltre che alla chimica, essendo stato allievo, all’Università, del fisico pisano Antonio Pacinotti, inventore della dinamo). Ma l’impresa elettrica è di trent’anni posteriore alla prima e forse più importante, l’installazione di un grande impianto di distillazione a vapore: perciò, per accogliere le torri di distillazione, fu costruito l’edificio a pianta quadrata che vediamo nella foto qui sotto, dietro il lavatoio, accanto al “lambicco”; così era chiamato – per sineddoche – l’edificio dedicato alla produzione dei distillati, quindi anche dei liquori. Di là dal lambicco si trovava l’impianto per la fabbricazione del sapone.

Il Lavatoio pubblico (1893) di Villacidro, che nel romanzo Paese d’ombre di Giuseppe Dessì si vuole costruito per volere di Angelo Uras, protagonista della narrazione (foto GiselAnto).

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Ma perché costruire, di punto in bianco, un grande impianto di distillazione? La risposta sta tutta in una parola: la fillossera, che è un afide, venuto in Europa dall’America, [9] esiziale per le piante che infetta. Fece la sua apparizione in Francia nel 1863, e fu una catastrofe, perché le viti europee, a differenza di quelle americane, sono inermi contro gli attacchi di quest’insetto patogeno, il “pidocchio delle piante” Phylloxera vastatrix . In poco tempo vanno distrutti più di un milione di ettari di terreno coltivato a vite; la produzione francese di vino, che era 80 milioni di ettolitri l’anno, passa a circa 25 milioni nel 1887. In Lombardia compare più tardi, nel 1879 (in Valmadrera, Lecco) e di qui, apparentemente, si propaga a tutta l’Italia, come il Covid-19. [10] La Sardegna, per definizione isolata, ne è indenne, almeno inizialmente; e quando la fillossera fa la sua apparizione, i viticultori non sono presi alla sprovvista, ormai si conosce il rimedio, consistente nell’innestare le viti europee su radici di vitigno americano, più resistente.
Ed ecco l’intuizione di Gennaro Murgia: avrebbe prodotto lui il Cognac che i francesi non erano più in grado di produrre. Così si spiega l’etichetta “francese” qui sotto, che è del 1889. Mentre gl’inglesi, per parte loro, quelli ch’erano abituati a bere il cognac d’Oltremanica, cominciarono a importare da oltre il vallo di Adriano l’whisky scozzese, che divenne una bevanda d’obbligo anche per i palati fini, i francesi fecero arrivare il cognac dalla Sardegna.

Il Cognac (che oggi, a norma di legge, se non è autoctono, dovrebbe chiamarsi brandy) era ottenuto mediante un impianto di distillazione “continua” del succo fermentato di vini bianchi, [11] che Gennaro Murgia cominciò a comprare in tutta la Sardegna, perché i suoi vigneti non erano sufficienti a far fronte alla domanda. L’invecchiamento del distillato avveniva in botti di rovere, in un magazzino ventilato, non lontano dalla distilleria, a sinistra del Lavatoio, al di qua del torrente Fluminera che vi scorre davanti (oggi intombato).
L’impianto di distillazione per Gennaro Murgia, chimico e “necessariamente” filotedesco, non poteva essere che di produzione germanica. Già, ma come installarlo? Non bastava comprare e trasportare, occorreva provvedere al montaggio delle parti, e a Villacidro non c’erano maestranze specializzate. Perciò si recò in Germania, dove si fece spiegare per filo e per segno l’assemblaggio dei componenti; come lingua di comunicazione usava il latino, grazie ai buoni uffici di un sacerdote del posto, che traduceva dal latino in tedesco e viceversa. Quindi, tornato in Sardegna, trasformò qualcuno dei suoi contadini in operaio specializzato, sotto la sua direzione. Del resto non gli dispiaceva presentarsi come “uomo del fare”, tanto che quando, più tardi, fu insignito del titolo di commendatore, avvertito dell’avvicinarsi della delegazione che gli recava la commenda, procurò di farsi trovare in abiti di lavoro, operaio tra gli operai. E quando – siamo ormai agl’inizi del Novecento – prendeva il treno per recarsi a Cagliari (su una linea ferroviaria a scartamento ridotto, con cambio di treno a Isili) non mancava di fare un giro in terza classe, dove riceveva gli omaggi del popolo minuto.
Consapevole della possibilità di una progressiva contrazione del mercato di esportazione in Francia, quando la fillossera fosse stata debellata, Gennaro Murgia preparò un’alternativa nel mercato interno, continuando a produrre acquavite, ovviamente, e continuando a produrre i cordiali e gli stomatici di farmacia, ma anche avviando una produzione di liquori “di conversazione” prodotti con l’alcool della sua distilleria, aromatizzato secondo il gusto del tempo.

Tra i liquori della nuova linea di produzione, accanto all’Alkermes, al Curaçao, alla Chartreuse (oggi questi nomi, tutelati da brevetto, non sarebbero utilizzabili) primeggiano nelle vendite il ‘Villacidro giallo’, il ‘Villacidro bianco’ e l’‘Amaro sardo’. In particolare il Villacidro giallo, un liquore di forte gradazione alcolica, che dallo zafferano – lo si coltiva a San Gavino, a dieci chilometri di distanza – ricava l’aroma (almeno in parte, perché l’anice finisce con il prevalere) e il colore, ebbe grandissimo successo, tanto che in seguito, nella prima metà del Novecento, erano in commercio diverse imitazioni, con lo stesso nome! Ma poiché il nome del liquore coincide con un toponimo, non ci fu modo di proteggerlo dalla concorrenza: bastava mettere in circolazione il prodotto contraffatto con il nome di “Villacidro”, senza aggiungere “giallo” o “bianco”, e il gioco è fatto. Ai tempi dell’emigrazione dei lavoratori italiani, prima del fascismo e dopo, la valigia dell’emigrante sardo, quasi sempre, conteneva una bottiglia di Villacidro giallo, quello vero.

Per il popolino doveva essere complicato capire che un uomo intraprendente e intelligente, per giunta uno straniero, provvisto di adeguate conoscenze tecniche, potesse mettere in piedi un’attività redditizia. Quella sua ricchezza doveva essere frutto di stregoneria: insomma le donnette del diciannovesimo secolo, le cui conoscenze si riducevano ai dogmi della superstizione popolare (da alcuni zuzzerelloni identitaristi gabbata per cultura delle radici), ragionavano, se questo si può dire “ragionare”, come i complottisti del nostro secolo: semplificano i termini del problema che non capiscono e s’inventano una spiegazione a misura del loro assai limitato orizzonte culturale.

Due romanzi di Giuseppe Dessì – Il disertore (1962) e Paese d’ombre (1972) – nei quali i personaggi, rispettivamente, del commendator Alessandro Comina e del dott. Michele Tropea sono ispirati alla figura di Gennaro Murgia.

Lo scrittore Giuseppe Dessì ha raccolto la leggenda cresciuta sulla figura di Gennaro Murgia e l’ha trascritta nel romanzo Paese d’ombre: il “paese d’ombre” è Villacidro, che nel romanzo prende il nome di Norbio, mentre Gennaro Murgia è Michele Tropea, e la sua acquavite è presentata come l’Acqua Tropeana.

Michele Tropea, dopo essersi sistemato nel retro della farmacia, si ripulì, comprò la stoffa per un vestito, un paio di camicie nuove, un paio di scarpe, e fece una visita di dovere a tutti i maggiorenti. Questo non era nelle usanze ma lusingò coloro che le ricevettero, come Antioco Cadoni il vecchio, il professor Todde, il senatore, e gli altri “ricchi”. Claudina, la servetta del farmacista, aveva l’ordine di chiedere se la visita era gradita e quale sarebbe stato il giorno più opportuno e l’ora, e consegnava al tempo stesso un biglietto da visita, cosa del tutto sconosciuta a Norbio, con su scritto in caratteri a stampa il nome per esteso e i titoli accademici: Michele Tropea, dottore in Legge e in Chimica. Farmacista. Perché il farmacista fosse anche laureato in Legge nessuno riuscì mai a capirlo.
Tra le persone a cui fece visita c’erano le usuraie Attilia Pontilla e Potenzia Moro; furono anche le sole, specialmente Potenzia, con le quali egli strinse rapporti di amicizia. Incurante delle chiacchiere che questo fatto non mancò di suscitare, Michele aveva preso a frequentare la casa di Potenzia con regolarità. Aveva uno scopo preciso: conoscere l’antica ricetta per fabbricare la fortissima acquavite che tutti, a Norbio, chiamavano e chiamano filuferru, e farsi dare un prestito. Inoltre lei, a dispetto della sua etá e dei suoi liberi costumi, era ancora una donna piacente. A vederla, grande e grossa com’era, veniva fatto di chiedersi quale uomo potesse desiderare di avere con lei rapporti amorosi; ma la gente diceva che nell’intimità si trasformasse, e diventasse bellissima e insaziabile.
Fu durante una di queste visite, dopo essersi scolato mezza bottiglia di acquavite, di colpo, senza che niente lasciasse prevedere quel che stava per accadere, abbracciò la donna e la baciò sulla bocca. Potenzia reagì respingendolo vigorosamente: si alzò in piedi e lottando lanciò contro il muro, con una pedata, il tavolino con vassoio, caraffa, bicchieri e lucerna. Per un poco restarono avvinghiati, scrollandosi. Erano della stessa statura e dello stesso peso. Michele non sapeva che la donna era così forte; eppure era proprio questo che lo eccitava e gliela faceva desiderare. Decise che doveva vincere lui. Riprese fiato, si concentrò, la sentì ansimare, poi strinse forte piegandola all’indietro e dandole al tempo stesso lo sgambetto. Crollarono assieme sul giaciglio di frasche e di pelli a ridosso del muro. La donna ruggiva e scalciava, resistendogli con tutte le forze, ma dopo un poco si abbandonò con un lungo gemito. Si amarono al buio, e, nel buio, parve avverarsi il miracolo di cui Michele aveva sentito parlare e di cui aveva riso: l’anziana gigantessa, nell’atto d’amore, riacquistava la bellezza di una donna giovane e bella. Michele ne fu spaventato sentendosi tra le braccia la tenera creatura, quando essa, quasi rispondendo magicamente al suo segreto desiderio, ricominciò a lottare sotto di lui. Così fu sancito tra loro il patto che li tenne uniti fino alla morte. Ebbe il prestito e poco dopo cominciò a fabbricare, con i permessi della legge, la famosa Acqua Tropeana, che fece conoscere in tutto il mondo il suo nome e quello di Norbio; diede lavoro a molti, e col lavoro di molti e la propria astuzia si arricchì.

Il racconto di Giuseppe Dessì, ovviamente, ha una sua autonomia, ed è giusto che sia così, e il suo libro è bellissimo, scritto in una lingua limpida, in un registro colto ma senza iattanza, attraversato da una sollecitudine morale, da una consapevolezza civile, da un’ansia di giustizia mai urlate, e perciò stesso tanto più pregevoli. Dunque non intendiamo rivendicare la realtà storica di Gennaro Murgia rispetto alla finzione di Michele Tropea; semplicemente sarà interessante soffermarci – questo, sì – su qualche passaggio della leggenda che, senza essere vera, ha tuttavia più di un punto di contatto con la realtà.

Diciamo intanto che, se Michele Tropea è presentato «dottore in Legge e in Chimica», c’è una ragione: infatti il suo modello, Gennaro Murgia, teneva in pessima considerazione i causidici, quelli che in questo diario chiamiamo solitamente “cazzeggiatori giuridici”. La sua attività comportava che dovesse di tanto in tanto frequentarli, ma non si fidava, perciò sulla sua scrivania erano sempre a portata di mano i codici di procedura civile e penale, e si teneva informato sulle novità di quel mondo di spudorata impostura. Qualcuno, avendolo sentito parlare come se veramente fosse pratico di giure, avrà detto ch’era dottore in Legge, la voce si sparse e alimentò la leggenda.
Quanto all’origine diabolica della sua fortuna, bisognerà dire che Villacidro era notoriamente un paese di streghe, contro le quali poco poteva lo stesso san Sisinnio, protettore del popolo contro i loro subdoli malefici. Le streghe infatti, che qui prendono il nome di cogas (dal lat. coqua, per via degl’intrugli che fan cuocere) sono abili nel comparire e nello sparire, nel mimetizzarsi, nel prendere le forme di un animaletto, vere maestre di dissimulazione. Quando san Sisinnio si dimostrava impotente, le donne si difendevano con la magia, rivolgendosi ad altre donne, streghe esse stesse, anche se a metà servizio. Della difficoltà di far desistere certe donnette del popolino dal professare arti stregonesche – per lucro, ovviamente – testimonia una relazione (1744) indirizzata alla Santa Sede dall’arcivescovo di Cagliari mons. Raulo Costanzo Falletti dei Marchesi di Barolo, il quale confessa l’inanità degli sforzi suoi e dei suoi predecessori (prima cioè del passaggio del Regno di Sardegna dalla Spagna ai duchi di Savoia) e informa di aver provveduto a istituire a Villacidro una delegazione della Congregazione dell’Oratorio di san Filippo Neri, affidata a sacerdoti secolari che, facendosi benvolere dal popolo e con la forza della persuasione, sappiano finalmente sradicare la superstizione. [12]
Infine, per quanto riguarda il capitale, anche se di famiglia tutt’altro che povera, è vero però che Gennaro Murgia fece un ottimo matrimonio, con la figlia di un notaio divenuto ricco proprietario terriero: la circolazione monetaria era allora minima e , se qualcuno aveva bisogno di un notaio, poteva pagare con moneta sonante, o cedendo una parte della sua proprietà. Ma per fare un ottimo matrimonio, com’è noto, occorre una certa capacità di seduzione, quella che secondo la leggenda Gennaro Murgia avrebbe esercitato su una strega, ma che sarà più ragionevole pensare indirizzata alla famiglia della sposa, più che alla sposa stessa (a quei tempi funzionava così).

Il futuro suocero, il notaio Francesco Curreli, a metà degli anni ’50 dell’Ottocento aveva seguito il Corso notarile della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari, quindi il Corso di Grammatica e Belle Lettere della Facoltà di Filosofia ed Arti. Ne uscì notaio svogliato e professore entusiasta di latino e greco. Cioè, la professione di notaio gli dava di che vivere, assai bene, ma era esercitata con fastidio: e se qualcuno, come capitava allora, bussava di notte alla porta del notaio per un caso che richiedesse la stesura urgente di un testamento, la persona che scendeva a piano terra per sentire la richiesta era la moglie; e nella tasca del grembiule aveva una pistola, carica. Lui sarebbe sceso soltanto in caso di comprovata necessità. Invece, quando si trattava di tenere un corso di lettere classiche al Seminario diocesano di Ales [13] non esitava ad affrontare i disagi di un viaggio che richiedeva quasi un’intera giornata a cavallo. Non ne abbiamo la certezza, ma è assai probabile che Gennaro Murgia, questo giovanottone aitante e intraprendente, dovesse piacere al notaio Curreli per la legge di attrazione degli opposti. Uno così dava una sicurezza che al notaio faceva difetto: quanto l’uno era schivo e a suo agio nella lettura delle Pandette e degli autori classici, tanto l’altro era pervaso dal sacro dèmone dell’impresa industriale, una sorta di Gian Gabriele Borkman insulare. Per usare un’espressione ormai trita, si direbbe che l’incontro del notaio umanista con il chimico positivista suggellasse una tregua dello scontro tra le due culture, fermo restando il sospetto che Gennaro Murgia continuava ad avere per gli avvocati. Annetta Curreli, la moglie, era piccola di statura e sempre più piccola divenne con il passare degli anni: quando morì, più che centenaria, era diventata piccolissima. Si schermiva, arrivando a dirsi meravigliata, e grata, di quel matrimonio, quasi che non meritasse quell’uomo così imponente; e così dicendo, e dissimulando, dimostrava la propria intelligenza, perché in verità lei in quel matrimonio aveva un ruolo essenziale; era una matriarca, e non c’era decisione importante che Gennaro Murgia prendesse, senza avere prima consultato la moglie. La portava con sé quando doveva trattare un affare importante, e il piano d’azione era sempre lo stesso: sentiva le proposte dei suoi interlocutori, quindi prometteva una risposta per l’indomani. Tornava in albergo, la sera discuteva la questione con la moglie, insieme maturavano una decisione, quella che sarebbe stata presentata il giorno successivo. Consapevole del suo ruolo nel “dominio” familiare e della solidità del matrimonio, Annetta Curreli perdonava le scappatelle extraconiugali del marito, che mai comunque venne meno ai doveri maritali, testimoniati dalla nascita di sei figli, tre maschi e tre femmine, nati a congrua distanza l’uno dall’altro. Perdonava, tanto più ch’egli era così bello.

Francesco Murgia (Studio fotografico F.lli Solza, Bergamo).

Bello era anche il figlio Francesco, tant’è che a Villacidro per stimare in positivo la bellezza di qualcuno, si ricorreva al paragone, «Bellu cumment’ a Chicchinu Murgia», cioè “Bello come Franceschino Murgia”. La cosa in sé non doveva dispiacere al padre, che però avrebbe preferito un figlio che gli somigliasse di più, meno simile al nonno notaio: cioè più spavaldo, meno contemplativo, meno “poeta” (come anche si dice, talora, con una vena di sprezzatura). Per esempio, Gennaro Murgia aveva una passione incontenibile per la caccia e, in qualità di “meri mannu”, organizzava ogni anno, a sue spese, una grande battuta di caccia al cinghiale: era una festa pagana, che impegnava le donne in preparativi che duravano giorni, quindi le vettovaglie erano caricate su carri trainati dai buoi fin dove si poteva, su in montagna – il Monti Mannu –, dove i cacciatori si accampavano, predisponevano le poste, e dimoravano diversi giorni per celebrare il virile rito venatorio, molto testosteronico, così perlomeno direbbero Teodolinda Gruber e Michela Murgia. Ma a Francesco la caccia non piaceva; un giorno tuttavia, volendo fare cosa grata al babbo, lo accompagnò in montagna, e aveva anche lui il suo fucile. Prese la mira contro un cervo, disgrazia volle che lo colpisse; il cervo si piegò sulle zampe anteriori, e morendo guardava intensamente Francesco, e lacrimava, così che quelle lacrime furono interpretate come di attonito dolore, e muto rimprovero. Quello fu uno dei pochi giorni in cui Francesco accondiscendesse di andare a caccia, e fu anche l’ultimo giorno.
In vista di una diversificazione delle sue attività, Gennaro Murgia scelse per Francesco una scuola tecnica a quel tempo d’avanguardia, nello spirito della riforma dell’ordinamento scolastico che porta il nome del milanese Gabrio Casati; anzi, andava oltre lo stesso dettato della legge Casati. Questa scuola tecnica, la più “prussiana” d’Italia, era il Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II di Bergamo, caratterizzato dalla presenza delle specializzazioni di meccanica e chimica. Non dimentichiamo che, in quanto chimico, Gennaro Murgia era assolutamente filotedesco. Francesco si trasferì a Bergamo, iscritto alla sezione di chimica [14] e, quando, terminati gli studi, scrisse al padre della sua intenzione d’impalmare una fanciulla bergamasca, gli fu risposto che prima avrebbe dovuto ottemperare agli obblighi di leva, e che solo dopo si sarebbe fatta formale richiesta di fidanzamento. Così usava fare, e così si fece.

Quando venne il momento d’impegnarsi nell’ultima sua avventura, contribuendo all’elettrificazione della Sardegna, Gennaro Murgia delegò le attività industriali a Francesco, in particolare la distilleria e la fabbrica di sapone. Era infatti diventato, dal 1911, socio fondatore (con il capitale versato) e amministratore della Società Elettrica Sarda, che ebbe vita fino al 1962, anno della nazionalizzazione dell’energia elettrica. I terreni sarebbero stati amministrati, in seguito, dal figlio più piccolo, Giuseppe, appena avesse terminato gli studi di agraria.

Poi venne la guerra. Furono quelli anni terribili per molti, per quasi tutti gli italiani; per Gennaro Murgia il 1915 fu l’anno in cui perse il figlio Erminio, sul Carso, nel corso di un attacco contro le linee austriache in località Bosco Cappuccio, [15] dove si trovava una postazione austriaca particolarmente munita, che i soldati chiamavano “trincerone”. Per avere un’idea dell’inferno delle battaglie dell’Isonzo – la prima fu combattuta nell’estate del 1915, la 12ª e ultima, terminata con la disfatta di Caporetto, nell’ottobre-novembre del 1917 – ascoltiamo Fuoco e mitragliatrici e vediamo le immagini di questo spezzone video:

La canzone Fuoco e mitragliatrici, raccolta dal musicologo Roberto Leidy dalla viva voce di reduci della Prima guerra mondiale, è cantata da Sandra Mantovani: faceva parte della raccolta del ‘Nuovo canzoniere Italiano’ messa in scena nel 1966 con la regia di Dario Fo. Laddove sentiamo “Monte Cappuccio” dobbiamo intendere “Bosco Cappuccio”; invece di “trincea di raggi” dobbiamo intendere la “Trincea dei razzi”, che fu conquistata dal 152º reggimento della brigata Sassari con un attacco alla baionetta. I fanti erano al comando del maggiore Francesco Dessì Fulgheri, padre dello scrittore Giuseppe Dessì.

Gennaro Murgia ricevette la comunicazione che il figlio, sergente Erminio Murgia, era dato per disperso. Ma “disperso” è un termine troppo vago: qualcuno si è dato pena di cercarlo, perché almeno si desse degna sepoltura alle sue ossa? Figuriamoci! Gennaro Murgia non era uno che potesse dirsi contento di un’espressione burocratica, per giunta formulata da militari, dei quali aveva pessima opinione, come degli avvocati. Perciò decise di fare ricerche in proprio, partì per il fronte, interrogò i commilitoni del figlio, quelli sopravvissuti. Già, perché in quell’inferno le perdite italiane furono enormi: nella sola quarta battaglia dell’Isonzo i caduti furono 6.287, 30.382 i feriti, 4.896 i dispersi. Venne così a sapere che il figlio era stato ferito e che quando lo trasportavano in barella in un posto riparato, una bomba cadde sul ferito e sui barellieri. Si rese conto, sul posto, che l’identificazione dei caduti era impossibile e tornò a casa solo con il suo dolore.
Da quel momento il fastidio di Gennaro Murgia per la retorica patriottarda e le parole alate di D’Annunzio divenne implacabile. Poi vennero i fascisti, la cui retorica era una brutta copia di quella dannunziana, così i loro discorsi roboanti confluirono con le parole alate di D’Annunzio e i sentimentalismi patriottici in un disprezzo comune, nemmeno tanto celato. In verità chi elogiava la bella morte si guardava bene dal morire, semmai si preparava la strada per fare la vita bella, alla faccia dei morti e di chi, come Gennaro Murgia, aveva perso il figlio. Se qualcuno di quegli esaltati o qualcuna di quelle maestrine che avevano il sacro fuoco patriottico sotto le sottane, avesse usato il nome del figlio per riempirsene la bocca, per fare della retorica, guai a loro! È quello che leggiamo nel romanzo di Giuseppe Dessì, Il disertore, dove si parla – siamo agli albori del fascismo – dell’iniziativa di costituire un Comitato per l’erezione del monumento ai caduti del paese. Il promotore dell’iniziativa, Roberto Manca di Tharros, «capitano di complemento, decorato, ferito, anzi invalido con pensione, volontario fiumano» è modellato, almeno in parte, sulla figura del padre di Giuseppe Dessì, Francesco Dessì Fulgheri, maggiore durante la Prima guerra mondiale, decorato per aver espugnato «con ammirevole slancio» il trinceramento nemico detto dei “Razzi”. Insomma, nel romanzo, come nella vita, non correva buon sangue tra questi due printzipales di Villacidro, che però nel libro prende il nome di Cuadu, mentre Gennaro Murgia è presentato come il commendator Alessandro Comina, ed Erminio Murgia, il figlio disperso, diventa Benigno Comina. Scrive dunque Giuseppe Dessì:

Certo che allora contavano molto di più i Comina che i Manca. I marchesi Manca di Tharros erano stati potenti in passato, ma le cose erano cambiate. […] I Comina invece già prima della guerra avevan dato un altro giro ai loro affari. Avevano impiantato una fabbrica di sapone, una conceria, una distilleria, due mulini da grano; e i grossi profitti di guerra erano stati messi a frutto vantaggiosamente. In guerra loro non c’erano andati. O meglio c’era andato il più giovane dei figli di Alessandro, Benigno, volontario come Roberto, a dispetto del padre, ed era caduto a Doberdò, in una delle prime azioni. Nel cimitero di Cuadu c’era il suo monumento sepolcrale con la fotografia: una tomba vuota, perché la salma non era stata mai ritrovata. Questo figlio morto, di cui non parlava mai, e che nessuno, nemmeno quelli di casa, osavano ricordargli, conferiva al vecchio Alessandro Comina, insieme alle sue ricchezze decuplicate, un’autorità incontrastata.
Quando, un giorno (avevano portato da poco a Roma, giù dal Carso, la salma del Milite Ignoto, e Roberto Manca aveva fatto parte della scorta d’onore), Roberto aveva fatto la proposta di costituire un Comitato per l’erezione del monumento ai caduti di Cuadu, e si era rivolto proprio a lui, padre di un caduto, per un doveroso riguardo, il commendatore aveva sbattuto la stecca del giornale sulla tavola urlando qualcosa d’incomprensibile, e se n’era andato. Ci fu un silenzio molto imbarazzante per tutti. La vecchia ruggine tra i Manca e i Comina poteva diventare un dissidio aperto e insanabile. Poteva anche succedere qualcosa di peggio, là, sul momento: perché tra le parole incomprensibili che il commendatore aveva urlato in faccia a Roberto, tutti ne avevano udito chiaramente una: “fesso”.

Dal Disertore di Giuseppe Dessì è stato tratto nel 1983 un bel film, per la regia di Giuliana Berlinguer, dove Mariangela, la protagonista, è interpretata da Irene Papas e Alessandro Comina è interpretato da Piero Nuti, straordinariamente somigliante al modello, Gennaro Murgia.

Nel brano qui sopra riportato si accenna ai «grossi profitti di guerra» realizzati da Alessandro Comina. Non siamo in grado di valutare quanto grossi fossero i profitti di Gennaro Murgia, ma sarà bene precisare che l’impianto di deglicerinazione dei grassi per l’ottenimento della glicerina, con la quale si sarebbe fabbricata la nitroglicerina, fu installato da Gennaro Murgia per evitare di perdere anche l’altro figlio, Francesco, che era stato richiamato come Tenente di Sussistenza, per il momento di stanza ad Alghero, benché già sposato e padre. Francesco progettò e costruì l’impianto, una fabbrica di guerra, e ne fu il direttore; con questo era esonerato dal continuare a prestare servizio militare.
Gennaro Murgia si vide invece risparmiata l’accusa di avere sfruttato il lavoro di un prigioniero di guerra austriaco. Vuol dire che le donnette si erano distratte? Assegnatogli forse come risarcimento del figlio perso in guerra, era questi un uomo semplice, bravissimo come falegname, che si rese utile nelle numerose attività dell’imprenditore; si affezionò talmente al nuovo ambiente, così diverso dal suo, che quando venne il momento, finita la guerra, di lasciare Villacidro per tornare in patria, aveva i lucciconi agli occhi. Non è da escludere che Gennaro Murgia lo trattasse bene in quanto segretamente filotedesco.
Nel dopoguerra, com’è noto, la situazione in Italia era incandescente. A Torino c’era l’occupazione delle fabbriche, che distolse Antonio Gramsci dagli studi di filologia per i quali aveva ricevuto una borsa di studio universitario. In Sardegna ci furono gli scioperi nelle miniere, [16] anche intorno a Villacidro; come scrive Dessì, venne il momento in cui «anche per Cuadu [cioè, per Villacidro] cominciò una nuova era: a fascibus receptis, come disse monsignor Tarcisio Pau». Nel Disertore leggiamo che vennero a Cuadu i minatori del Sulcis: portavano le fusciacche rosse alla vita, o il fiore all’occhiello, cantavano l’Inno dei lavoratori e Bandiera rossa e un giorno ruppero a sassate i vetri del Circolo di lettura. Poi un giorno venne da Iglesias un oratore socialista: «pareva che, senza nominarlo, ce l’avesse proprio con il commendator Comina, il quale se ne stava appoggiato al suo bastone sulla porta del Circolo: e infatti la gente mormorava e si voltava a guardarlo». A questo punto le cose cambiano. Se da principio i printzipales, anche loro, avevano prestato orecchio alla suggestione di un separatismo promotore di sviluppo e di una rinascita della Sardegna, [17] adesso cambiarono registro: «il commendatore si adattò a vedersi davanti le dannunziane teste di morto, le camicie nere, i fez, i pugnali e le bombe a mano, tutte cose che, fino a poco tempo prima, lo facevano uscire dai gangheri». Scrive ancora Dessì:

Ed era inutile parlare di separatismo e di commercio con la Francia e con la Spagna, se nemmeno a Cuadu, una cittadina sperduta ai piedi del monte Linas, si poteva vivere in pace. Il commendator Comina, pensando a quel che stava succedendo nel Continente, si era sentito un freddo nella schiena, e si era di nuovo sentito solidale con i confratelli, con i magnati del Nord che non erano rimasti, vivaddio!, con le mani in mano. Come lui la pensavano tutti quelli che, anche a Cuadu, avevano qualcosa da difendere. Così i signori si erano stretti attorno ad altri simboli, ad altre bandiere; e il commendatore per primo (dato che nessuno avrebbe osato farlo, se non lo faceva lui) aveva di nuovo parlato del monumento.

Cioè, nel romanzo il commendator Comina sente l’aria che tira, fa buon viso a cattivo gioco e si dice d’accordo perché si eriga quel monumento che da principio aveva visto come il fumo negli occhi. Ed è giusto che il romanzo abbia questo sviluppo e lo scrittore componga la sua opera nella più totale libertà d’invenzione ed espressione: altrimenti che romanzo sarebbe? Passando dal comm. Comina al suo modello, il comm. Murgia ricevette un giorno una delegazione di fascisti che lo misero al corrente del disappunto per le posizioni da lui notoriamente professate nel Circolo di lettura e altrove. Lui era una persona importante e lui doveva dare l’esempio. Se avesse continuato a mantenere quelle arie di libero pensatore, ne avrebbe patito le conseguenze, tanto per cominciare sul piano degli interessi economici; a maggior ragione, in quanto non c’era vecchio liberale giolittiano che ormai non avesse aderito al “nuovo che avanza” (come si direbbe oggi) rappresentato dal fascismo. In soldoni, si chiedeva a Gennaro Murgia d’indossare la camicia nera, almeno in certe occasioni ufficiali: dovevano vederlo tutti. Il vecchio leone provò a tergiversare, perché a mettersi alla mercè di quei mascalzoni, non ci pensava proprio; in ogni caso, il timone doveva rimanere in mano sua. Ma sapeva anche – come osserva Dessì – da quale direzione spirasse il vento, e quale fosse la sua forza; perciò, attenendosi al principio del “A brigante, brigante e mezzo”, stabilì di trattare, ma le carte buone dovevano rimanere in mano sua. L’accordo fu trovato, sulla base che lui avrebbe indossato – sì! – la camicia nera, ma podestà del paese sarebbe stato il figlio Francesco. Il quale aveva sposato la figlia di un garibaldino ed era di sentimenti nobili e patriottici, quelli che normalmente infastidivano il padre, ma che ora potevano venire utili. Francesco non solo era un figlio obbediente, era anche un uomo astratto e sentimentale, amava ingenuamente questo suo paese, e ne divenne il podestà. Inoltre il pensiero del fratello morto sul Carso lo induceva – o forse è il caso di dire che lo costringeva – a fare qualcosa di patriottico. [18]

Può sembrare strana, oggi, questa transizione da Garibaldi, che fu un rivoluzionario di professione, a Mussolini. Ma, semplificando un po’ (la questione meriterebbe un approfondimento in altra sede), bisognerà considerare che: a) lo stesso Garibaldi, che fu un cospiratore repubblicano e rivoluzionario di professione, gettò lo sconcerto tra i suoi compagni della spedizione dei Mille, quando di punto in bianco estrasse dal cappello il motto “Italia e Vittorio Emanuele”, che comunque fu per lo più accettato; [19] b) che anche Mussolini fu rivoluzionario di professione. Anzi, il fascismo pretese di essere in continuità con gl’ideali garibaldini; per parte loro le camicie rosse, quelle superstiti, non si ribellarono, come mostra (anche) questo foglio di propaganda.

I superstiti dei Mille nel 1923: tavola fuori testo allegata a un fascicolo della Scena illustrata, rivista culturale fiorentina. Per vederne un ingrandimento, fare clic sull’immagine. Il cartiglio a sinistra riporta vuote parole di Ricciotti Garibaldi sul concetto di sovranità, [20] oggi tornato prepotentemente di moda. E pensare che Ricciotti Garibaldi in gioventù fu fervente combattente repubblicano, molto vicino alle posizioni anarchiche di Bakunin; dopo una vita dedicata alle gesta rivoluzionarie, nel dopoguerra appoggiò le imprese dei legionari fiumani (fin qui passi, perché quella di Fiume fu una «gran festa della Rivoluzione») e aderì al fascismo. Morì nel 1924.

Quando, in occasione di una qualche pubblica manifestazione (oggi li chiamano “eventi”) venne per Gennaro Murgia il momento d’indossare la camicia nera, grande era l’apprensione in famiglia. Lo videro scendere per le scale, illuminate da un lucernario, scuro in volto. Nessuno osò proferire parola. Gli servirono la colazione in sala da pranzo, lo videro che spezzava il pane (il moddizosu, un pane soffice) con gesti stizzosi, e ne gettava rabbioso i pezzi nella ciotola del caffelatte. Nel silenzio si sentivano i tonfi del pane e si vedevano gli schizzi del latte. Poi uscì, e fece quel che doveva fare.
Per parte sua il figlio Francesco svolse la funzione di amministratore pubblico con rigore e onestà, coadiuvato da un bravo segretario comunale, quando i segretari comunali erano di nomina prefettizia, ed erano – almeno teoricamente – servitori dello Stato, stavano nei ranghi e non si permettevano di giocare in proprio, a fini di privata carriera istituzionale, o d’altro. [21] Non soltanto Francesco Murgia non si arricchì, ma profuse del suo per ammodernare il paese, come quando promosse la costruzione dello stadio per le manifestazioni sportive. Ma in questi suoi empiti di liberalità era, fortunatamente, moderato dalla moglie, che in breve tempo divenne avveduta amministratrice della res familiaris. [22]

La decadenza di Gennaro Murgia cominciò, lenta ma inesorabile, dal momento in cui si vide costretto a indossare la camicia nera. Un giorno – ma questo avvenne poco prima che morisse, quando ormai aveva lasciato Villacidro per ritirarsi nella casa di Cagliari – una sua nipote lo vide attraverso lo spiraglio di una porta semichiusa: aveva in mano, all’altezza degli occhi, la bottiglia di un suo liquore che ne recava la fotografia, e diceva in lacrime: «Gennaro Murgia… Tu sì, una volta…». Morirà nel 1935 in una clinica toscana.

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[1] Dietlinde Gruber, detta Lilli. Dietlinde in italiano si traduce Teodolinda.

[2] Si veda il Discorso sulla servitù volontaria, di Étienne de la Boétie.

[3] Erasmo riporta l’espressione greca e latina di questo proverbio: «Ἥλῳ τὸν ἧλον ἐκκρούειν, id est ‘Clavum clavo pellere’» (Adagia, 104).

[4] Il grafico associato a una funzione quadratica è una parabola.

[5] In latino, e in sardo, corbula è un cestino, piatto, senza manici, ottenuto intrecciando vimini oppure, in Sardegna soprattutto, foglie di giunco o asfodelo.

[6] “Meri” deriva dal lat. majorem (“maggiore”), ma non direttamente: arriva in Sardegna veicolato dal francese parlato dai piemontesi. Com’è noto, nel 1720 Vittorio Amedeo II, «la volpe savoiarda», divenne re di Sardegna, quando la classe dirigente piemontese era francofona. “Meri” deriva dunque dal francese maire che, prima di prendere il significato attuale di “sindaco”, significava “maestro di palazzo”, “notabile”. In sardo, “meri” si diceva sia in senso di rispetto, sia nel significato di “proprietario”, “padrone”.

[7] Ancora negli anni ’60 un direttore di banca milanese, sofferente di emorroidi, venuto a Villacidro per la stagione della caccia, avendo saputo nella famiglia della quale era ospite che il loro mezzadro era a conoscenza di un rimedio efficacissimo, chiese che l’uomo fosse convocato in gran segreto, perché l’argomento era delicato. Il rimedio erboristico gli diede il sollievo che i prodotti di farmacia gli avevano finora negato.

[8] Il laboratorio di chimica di Justus von Liebig, padre della chimica organica, «divenne la capitale della chimica mondiale, sottraendo prestigio e autorità alle più celebri scuole di Gay-Lussac a Parigi, di Berzelius a Stoccolma, e di Davy a Londra» (M. Beretta, Storia materiale della scienza, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 303).

[9] La fillossera venne in Europa a bordo delle navi a vapore, che coprivano la tratta fra le due sponde dell’Atlantico in un tempo molto più breve dei bastimenti a vela, tale da garantire la sopravvivenza dell’insetto. La prima navigazione transatlantica a vapore è quella (1819) del bastimento americano Savannah, a propulsione mista, vela e vapore.

[10] Però a quel tempo non era al potere un equivalente della “Trimurti borbonica” (Conte, Casalino, Arcuri), perciò a nessuno venne in mente che si dovesse cogliere l’occasione propizia per “spezzare le reni” alla Lombardia (preciso, a scanso di equivoci, che sono un illuminista, non sono leghista: N.d.Ar.).

[11] Distillati di vino sono, tipicamente, il Cognac, l’Armagnac e il brandy, appunto.

[12] «Conscias praterea reddo Eminentias Vestras quod, ad extirpandum in loco Villa Sidro meae Dioecesis abusum superstitionum et sortilegiorum <quae?> practizari identidem consueverunt, praesertim ab aliquibus mulieribus infimae plebis artem sagarum lucri causa secreto profitentibus, proprium duxi meae pastoralis sollicitudinis curare erectionem Congregationis Sancti Philippi Nerii in dicto loco de Villa Sidro, quae Congregatio quamprimum, Deo dante, erigetur a nonnullis sacerdotibus secularibus huius civitatis saluti animarum deditis et ad predicandum, iuxta institutum dictae Congregationis idoneis, dictoque populo valde acceptis. Hinc spero eventurum, ut dictus abusus superstitionum (quem mei antecessores cum toto rigore iustitiae abolere non valuerunt, nec ego ipse) paulatim eradicetur per dictos sacros operarios et eorum socios…» (da Villacidro paese delle streghe).

[13] Villacidro nella seconda metà del Settecento divenne sede estiva dell’arcivescovo di Ales, che aveva acquistato il palazzo del Marchese di Villacidro, Antonio Brondo y de Castelvì, condannato a morte e alla confisca dei beni per aver partecipato nel 1668 a una congiura contro il viceré don Emanuele Gomez de los Cobos, marchese di Camarassa. La storia di questo episodio è riportata per sommi capi in questo diario, nell’articolo «Perpetua nota d’infamia» per un traditore.

[14] «Nel quadro dell’offerta formativa tecnica statale, la sezione industriale di Bergamo rappresentava un’esperienza unica in Italia, in quanto era il solo Istituto (siamo nel 1885) alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione che fosse organizzato su cinque anni di corso e gestito secondo i caratteri di una scuola-officina: il che costituiva l’attuazione dell’idea di scuola integrale, tanto cara ai fautori delle tesi industrialistiche, sempre più in voga in quegli anni» (Esperia, n. 96, 2016, p. 6). La legge Casati è del 1859, dunque è una legge del Regno di Sardegna; quindi la legge viene estesa a tutto il Regno d’Italia, nel 1861: introduce l’obbligo scolastico e, di fatto, rompe il monopolio dell’istruzione scolastica detenuto dagli ecclesiastici. Anche l’istruzione secondaria classica (titolo III della legge Casati) è ispirata al modello prussiano: se ne è parlato in questo diario, nell’articolo L’ideologia della grammatica.

[15] Il 151° Reggimento di fanteria “Sassari”, al quale Erminio Murgia apparteneva, sarà in seguito spostato dal Carso all’Altopiano di Asiago, ed è questa — forse — la ragione per cui nella Banca dati dei caduti e dispersi della Prima guerra mondiale, oggi in rete, tratta da una pubblicazione a stampa del primo dopoguerra, si legge «disperso il 28 agosto 1916 sul monte Zebio in combattimento». Le memorie di famiglia Murgia parlano di Bosco Cappuccio (seconda battaglia dell’Isonzo). Si tratterebbe di un errore di associazione dei nomi dei caduti a quelli delle battaglie, registrati nello schedario militare.

[16] Al riguardo può essere interessante confrontare l’ambiente politico e umano di Villacidro, com’è descritto nel Disertore (datato agli anni ’20) con quello di Carbonia registrato nel Figlio di Bakunìn (anni ’30 e successivi), romanzo scritto nel 1991 da Sergio Atzeni per Sellerio. Anche da questo libro è stato tratto un film.

[17] Nel 1921 Emilio Lussu aveva fondato il Partito Sardo d’Azione, con un programma politico orientato a una soluzione autonomista e federalista della “questione sarda”. Anche lui faceva parte del 151° reggimento di fanteria della Brigata Sassari, fu decorato e promosso al grado di capitano.

[18] Nella Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda si avverte l’ombra del senso di colpa che tormentava lo scrittore per la morte del fratello Enrico, precipitato nel 1918 mentre pilotava un aereo da guerra.

[19] Racconta Giuseppe Bandi, che fu aiutante di campo di Garibaldi, in un suo resoconto dell’impresa garibaldina scritto in vivace lingua toscana, che ai mazziniani «parve duro il dover risicare la pelle sotto l’ombra della bandiera reale, e dover surrogare al motto: “Dio e Popolo”, l’altro motto garibaldesco: “Italia e Vittorio Emanuele”» (G. Bandi, I Mille da Genova a Capua).

[20] «La spedizione dei Mille fu una di quelle più perfette manifestazioni di quella sovranità che il popolo italiano ha saputo mantenere intatta attraverso i tanti secoli che esso lottò per la propria rigenerazione».

[21] Al tempo in cui presidente della Repubblica era Giorgio Napolitano, il segretario comunale di Stezzano (Bergamo) guadagnava più dello stesso presidente della Repubblica. Si veda Al segretario comunale 247 mila euro.

[22] Quando Teresita Belingardi lasciò Bergamo e venne in Sardegna per sposare Francesco Murgia, incurante delle lacrime delle sorelle Anita e Rosita (in famiglia avevano tutti nomi garibaldini), per un congruo periodo di tempo tutte le sere si recava a casa dei suoceri, almeno un’ora, perché conversando e opportunamente ripassando le cose dette, apprendesse la lingua sarda e potesse al meglio svolgere la funzione di “massaia” (nel senso di “amministratore”, come si legge in Boccaccio nella novella di Federigo degli Alberighi). Del resto sia Teresita, sia la suocera Annetta erano maestre diplomate, sapevano come s’insegna e come si apprende.