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• ‘Testitrahus’: sito di politica, di cultura e di resistenza all’idiozia [www.testitrahus.it]
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Chiamarlo ius culturae è una baggianata

Togliere l’acqua al pesce populista va bene, meglio se in buon latino

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Elettromotrice A1_310 kW_1929
Genova, stazione ferroviaria di Piazza Manin, capolinea della linea ferroviaria a scartamento ridotto Genova-Casella. Vediamo nella foto il locomotore a trazione elettrica e, sullo sfondo, il cimitero monumentale di Staglieno. L’elettromotrice, la cui costruzione risale al 1929, è azionata da quattro motori elettrici a corrente continua (alimentazione a 2400 V) in grado di sviluppare una “potenza oraria” complessiva di 360 kW. La potenza oraria è la potenza massima che può essere impegnata per non più di un’ora di seguito, dopo di che si avrebbe surriscaldamento dei motori. Il tracciato ferroviario è lungo 24 km, attraversa 13 gallerie e si sviluppa spesso a mezza costa fra le montagne che dividono le valli solcate dai torrenti Bisagno, Polcevera e Scrivia; la pendenza massima è del 45% in aderenza naturale, cioè senza cremagliera. Si parte a quota 93 m s.l.m. a Genova e si arriva a 410 m s.l.m. al capolinea di Casella. Le elettromotrici storiche tuttora in servizio sono due, altre sono di costruzione più recente (anni ’90).

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Questa domenica mi trovavo a Genova, alla stazione di Piazza Manin, dov’è il capolinea della linea ferrata Genova-Casella. In attesa del trenino che fa la spola tra Genova e l’Appennino, mi trastullavo con il ficòfono (cosiddetto smartphone), cercando ragguagli su certe affermazioni di Minniti a favore dello ius soli, temperato da elementi di cosiddetto ius culturae. Avevo letto i titoli sul giornale e pensavo, considerato il ruolo di Minniti nel contenimento dell’immigrazione, che la sua fosse una mossa “paracula”, ma intelligente.
In sostanza, Minniti non ci sta a passare per un uomo di destra e questa sua mossa a favore dello ius soli è finalizzata, precisamente, a un riposizionamento della sua immagine. D’altra parte nel corso di altre esternazioni, a latere, Minniti si è detto consapevole della necessità di sottoporre a sorveglianza i campi di raccolta dei profughi in Libia, lasciando intendere di aver comunque messo in azione i levismi della diplomazia segreta. Vedremo. Il Minniti-pensiero è riassunto in questa sua recente dichiarazione:

Il mio profondo convincimento è che lo ius soli, che più correttamente andrebbe chiamato ius soli e ius culturae perchè prevede la conclusione di un ciclo scolastico, va separato dalle politiche migratorie: non c’entra con le politiche migratorie, ma riguarda persone che sono nate in Italia, figlie di persone che hanno regolare permesso di soggiorno.

Leggendo sul ficòfono gli ultimi lanci di agenzia mi confermavo nell’idea che Minniti ambisce a svolgere un ruolo analogo a quello di Pecchioli al tempo delle Brigate rosse. Allora si trattava di togliere l’acqua al pesce terrorista e Pecchioli, ministro-ombra degl’Interni nel PCI, ebbe un ruolo decisivo nella sconfitta del nemico di allora, collaborando con il Ministro degl’Interni del governo, l’esecrato Cossiga. Oggi si tratta di togliere l’acqua al pesce populista e Minniti agisce in conseguenza incurante dell’esecrazione, in base al principio che il meglio è nemico del bene. In pratica, lascia intendere che quel che avviene oggi in Libia è una schifezza, ma che sta pensando a porvi rimedio.
In realtà, come dimostrano certe sue esternazioni, Minniti non è del tutto incurante della maschera (pirandelliana) che gli hanno attribuito. Procedendo nel trastullo ficofonico sono così capitato su un articolo dell’agenzia Adnkronos, Lo ius soli spiegato in cinque punti (vedi), che riassume la questione dei tre diritti ai quali, secondo varie opinioni, si può e si deve fare riferimento per l’attribuzione della cittadinanza italiana (ius soli, ius sanguinis e cosiddetto ius culturae). Ecco come sono definiti i tre diritti:

Ius soli, ius sanguinis e ius culturae: facciamo chiarezzaIus soli, dal latino ‘diritto del suolo’ è un’espressione giuridica che intende l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul territorio di un dato Paese, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Lo ius sanguinis (‘diritto del sangue’), indica invece la trasmissione della cittadinanza dal genitore alla prole (ad esempio, il figlio di un italiano è italiano). Lo ius culturae, invece, prevede che può ottenere la cittadinanza il minore straniero, nato in Italia o entrato nel nostro Paese entro il 12esimo anno di età, purché abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli di studio o seguito percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali per conseguire una qualifica professionale. Tra le novità legate allo ius culturae rientra il merito: è necessario che il ciclo delle scuole primarie sia superato con successo. Chi viene bocciato alle elementari dovrà aspettare per chiedere la cittadinanza.

Così stando le cose, proviamo a ragionare. Queste dovrebbero essere le conclusioni: a) parlare di ius culturae è una baggianata se per “cultura” s’intende, come intende Minniti, come è spiegato qui sopra e, in generale, come intendono tutti nel dibattito in corso questi giorni, il compimento di un ciclo scolastico; b) volendo esprimere in latino il diritto alla cittadinanza che procede dal compimento di un ciclo scolastico si dovrebbe parlare, piuttosto, di ius institutionis. Infatti:

a) Se nell’espressione ius culturae quel genitivo latino designasse ciò che in italiano chiamiamo cultura, si aprirebbero le porte alle interpretazioni più disastrose, le quali, nella fattispecie, si tradurrebbero in nuovi cazzeggi di “politica politicante”. Infatti, che cos’è la cultura? Gl’identitaristi, incuranti della contraddizione in termini (ne abbiamo già parlato: la cultura è di tutti ed è per definizione meticcia) sfodererebbero la loro ridicola cultura identitaria; i copropapirologi, gli agrimensori male acculturati, gl’idolatri del “metodo” (quale che sia, pur di non pensare) e tutta la mala genìa dei burocrati pretenderebbero che la cultura sia una questione di congruenza con certe cacate leggi e prescrizioni normative; i talebani del politicamente corretto direbbero che cultura è ciò che si evince dallo sciroppamento degli scritti della malefica Martha Nussbaum (Pc Diva, cioè “vestale del politicamente corretto” secondo la definizione di Camille Paglia).
Se invece si stabilisce che il diritto di cittadinanza è condizionato dal compimento di un ciclo scolastico, la questione è definita in termini obiettivi (quale che sia il giudizio che vogliamo dare della scuola italiana) e i margini di manovra cazzeggiante sono convenientemente contenuti. Oltre tutto, la sciura Valeria, cioè il ministro (“il ministro”, non “la ministra”, con buona pace del boldrinamente corretto) Fedeli, un giorno o l’altro dovrà togliere il disturbo e la scuola italiana, sia pure faticosamente, potrebbe tornare ad essere una cosa seria, com’era prima della Fedeli, della Gelmini, della Moratti, di Berlinguer, per non parlare di Misàsi.

b) Se consultiamo un buon dizionario latino, come il glorioso di Georges-Calonghi, o come l’ottimo Lewis and Short, alla voce cultura, vedremo che in latino per cultura si intende la coltivazione o anche, tout court, l’agricoltura, e che solo metaforicamente e in un contesto che ne chiarisca il senso, può assumere un significato equivalente a quello della cultura com’è intesa in italiano; per esempio, troviamo cultura animi in Cicerone, in un contesto dove si parla, appunto, di un “animo coltivato”, come diciamo anche in italiano, ed è una metafora.
Se vogliamo esprimere il concetto di cultura in latino dovremo parlare invece di doctrina (in italiano un uomo di cultura è un uomo “dotto”) o di eruditio (quella dell’uomo “erudito”), o ancora, purché sia chiaro nel contesto, semplicemente, di litterae (quella dell’uomo “letterato”).

Ma, come si è visto nel precedente punto a), Minniti quando parla di ius culturae non esprime il concetto di cultura, ma quello di compimento di un ciclo scolastico. C’è anche chi parla del compimento di un ciclo di formazione, e non c’è chi non veda l’insidia del business dei corsi di formazione truffaldini, affidati alle cooperative e alle “imprese sociali” degli amici degli amici. Perciò speriamo che si parli, e si tratti, correttamente, di “formazione scolastica”, proprio come quella che si richiede ai cittadini italiani, per i quali la scuola è d’obbligo.
Insomma questa “cultura” del cosiddetto ius culturae in latino non si dirà cultura ma praeceptio, o institutio. Meglio la seconda, credo, come è chiarito ai commi C e D del dizionario Lewis and Short, alla voce “institutio”.

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Institutio

Il dizionario Lewis and Short è consultabile in rete (fare clic sull’immagine). Gli esempi dei commi C e D illustrano il significato della parola ‘institutio’ nell’accezione della locuzione ’ius institutionis’, che si pone in analogia alle altre due, consacrate dall’uso, ‘ ius soli’ e ‘ius sanguinis’.

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Dunque, per esprimere correttamente quel che impropriamente vien detto ius culturae, non di ius culturae si dovrebbe parlare, ma di ius institutionis. In questa locuzione “institutionis” svolge la stessa funzione di “soli” in ius soli e di “sanguinis” in ius sanguinis: sono tutti genitivi soggettivi, come quando in italiano diciamo “l’amore del padre”, intendendo l’amore che il padre porta per il figlio, e non l’amore del figlio per il padre (la differenza si capisce nel contesto). Cioè è l’istruzione (institutio) che conferisce il diritto di cittadinanza. In altre parole ancora, qui non si tratta del diritto all’istruzione (in latino, sarebbe un genitivo oggettivo), così come con l’espressione ius soli non s’intende il diritto al possesso del suolo, ma è il suolo nel quale si è nati che conferisce il diritto di cittadinanza.

 

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Erasmo a Oria, Stendhal a Oggiono

Erasmo vendicato dall’impostura dell’Erasmus/Orgasmus

Non è la prima volta che in questo diario denunciamo l’impostura dell’Erasmus/Orgasmus posta al servizio di un’idea dell’Europa che fa a pugni con gl’intendimenti di Altiero Spinelli, padre nobile dell’Europa, oggi caduta nelle mani di miserabili eurocrati. La mistica dell’Erasmus/Orgasmus, agitata dai giovanottini ambiziosetti del Pd, coccolata dai poteri forti, proiettata in una missione di omologazione dei consumi e dei costumi, è un insulto nei confronti di Erasmo da Rotterdam, umanista e libero pensatore, che incarna tutto ciò che è agli antipodi del conformismo eurocratico che ignora il lascito di Erasmo ma si impadronisce del suo nome.
Demistificare tale impostura è doveroso, vendicare Erasmo da Rotterdam è sacrosanto.

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Erasmo a Oria

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Erasmo in Valsoda

In alto a sinistra, il lago di Lugano visto dal terrazzino della villa Fogazzaro-Roi a Oria in Valsolda, che fu della madre del Fogazzaro e che nel romanzo Piccolo mondo antico era la casa dello zio Piero. Molti ambienti della villa, per volontà testamentaria dell’erede (marchese Giuseppe Roi, pronipote dello scrittore), che ne ha fatto dono al Fai, sono conservati proprio come descritti nel libro del Fogazzaro, che qui trascorreva le vacanze. Per esempio: «Franco non era conservatore che in religione e in arte; per le mura domestiche era un radicale ardente, immaginava sempre trasformazioni di pareti, di soffitti, di pavimenti, di arredi. […] Così, tra l’uno e l’altra, disposero la sala per la conversazione, la lettura e la musica, la loggia per il giuoco, la terrazza per il caffè e per le contemplazioni poetiche. […] Franco […] disegnò e alzò sopra la terrazza un aereo contesto di sottili aste e bastoncini di ferro che figuravan tre archi sormontati da una cupolina, vi mandò su due passiflore eleganti che vi aprivan qua e là i loro grandi occhi celesti e ricadevano da ogni parte in festoni e vilucchi. Un tavoluccio rotondo e alcune sedie di ferro servivano per il caffè e per la contemplazione».

In alto a destra, l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Il titolo originale è Μωρίας Εγκώμιον, idest Stulticiae laus.

Qui sotto, due pagine dell’edizione dell’Elogio della follia (Rizzoli, Milano 1989) portata a Oria, come si vede qui sopra: l’aspetto ondulato e le macchie sono il ricordo di una precedente trasferta al lago d’Oggiono, com’è spiegato di seguito. A sinistra, il testo latino che, per via del rimpicciolimento fotografico, risulta come fosse composto in corpo 8; a destra, la traduzione italiana, composta in corpo 11.

Erasmo_Elogio della f.

Due settimane fa ho portato Erasmo da Rotterdam in Valsolda, a 600 m dal confine svizzero: cioè, ho portato il suo Elogio della follia, che era un po’ di tempo che non tiravo giù dallo scaffale della biblioteca. E c’è una ragione: nella mia edizione si è fatto riferimento, per il testo latino, al testo stampato dalle Belles Lettres: fin qui niente di male, anzi, tutto bene. Però l’editore milanese ha ritenuto conveniente non ricomporre il testo, ma riprenderlo fotograficamente dall’edizione francese. Capisco che così abbia evitato di incorrere in errori di trascrizione, e anche questo è un bene; il guaio però è che, per posizionare le immagini dell’edizione francese su una pagina di dimensione (orizzontale) inferiore, i caratteri risultano rimpiccioliti: praticamente, in corpo 8. Forse si dava per scontato che i lettori non leggessero il testo latino. Vent’anni fa non avevo difficoltà a leggerlo; ultimamente, invece, da qualche anno, confesso, se i caratteri sono minuscoli la vista mi si affatica. Però giusto un mese addietro mi sono provvisto di occhiali idonei, così quel che ultimamente ero costretto a leggere in rete, adesso finalmente posso leggerlo su carta, eventualmente anche sub divo, cioè all’aria aperta. Proprio come un tempo, quando questa edizione dell’Elogio della follia era un mio prezioso compagno di viaggio.
Era dunque una bella giornata e, dopo aver sbrigato alcune faccende libresche, decisi che sarebbe valsa la pena tornare in Valsolda. Ma perché la Valsolda? Per me quello è un luogo magico, come Varigotti, per esempio, il borgo ligure al quale è dedicata una pagina di Nusquamia (vedi Via dai miasmi della politichetta), come Varenna e Montevecchia in Lombardia, o come Fontaine-de-Vaucluse in Provenza; o anche come Itaca, dove però sono stato una sola volta, e dove credo di non tornare mai, perché non voglio sciupare il ricordo. Luoghi magici per me, un po’ come per Corto Maltese, a Venezia, la Corte sconta detta arcana, o il Ponte delle Marevege. Ecco, Oria è un luogo legato alle memorie di quel mondo antico, dove l’amor proprio, l’onore e la generosità contano (o contavano) qualcosa, dove ancora oggi puoi dimenticarti per poco, solo per poco, della bestialità che alberga in uomini che, mille volte peggiori del Pasotti austriacante e conformista, servo dei potenti, di quel mondo antico, pretendono oggi di essere progressisti e addirittura civili. Della suggestione del luogo e delle memorie Fogazzariane ho già parlato in un precedente articolo (vedi Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro) al quale rimando il lettore intelligente di Nusquamia (per la differenza tra “il lettore intelligente” e “l’intelligente lettore” si veda nella pagina precedente: I lettori intelligenti di Nusquamia).
Disponendo degli occhiali idonei, potevo portare l’Elogio della follia nel luogo incantato, in ricordo di altre piacevoli sortite. Quando vado in un bel posto, porto sempre un libro, ma dev’essere un libro che conosco bene, un libro del novero dei preferiti. Così, tra l’altro, favorisco il meccanismo di associazione mnemonica: quale luogo è più adatto della Valsolda per tale esercizio di sinestesia estetica e intellettuale? Con tutto il rispetto per Trezzo sull’Adda, il paese che pretende di essere città nel quale adesso vivo, e con tutto che non sia un paese brutto come Curno, il borgo sgarrupato di Bergamo che pretende di essere «bello da vivere», volete mettere Oria di Valsolda con Trezzo d’Adda? Il paragone mi sembra improponibile.
Le pagine di quest’Elogio della follia che ho portato con me ad Oria, meta di un itinerario culturale fogazzariano, sciupate come si vede nella foto, in realtà a me non paiono rovinate, ma in qualche modo stocasticamente ornate, in quanto evocatrici di un altro itinerario culturale, questa volta stendhaliano, quando non erano ancora macchiate, all’inizio.

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Stendhal a Oggiono

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Lago di OggionoLago di Annone (o di Oggiono)

Anni addietro andavo con un amico perlustrando certi luoghi della Brianza che Stendhal aveva visitato in compagnia dell’amico conte Vismara. Il resoconto del viaggio, compiuto nell’agosto 1818, si trova nel Journal di Stendhal e oggi è leggibile in traduzione italiana: Diario del viaggio in Brianza, Bellavite, Missaglia 2009. Ma al tempo delle nostre escursioni bisognava acquistare tutto il diario, cosa che il mio amico fece, ordinandolo presso la Librairie française di Milano, in via San Pietro all’orto. Quando andammo a ritirare il  Journal in un’edizione di qualche decennio prima, tre volumi in brossura, feci presente all’amico quanto avevo letto nella biografia dell’anarchico Gaetano Bresci, scritta da Arrigo Petacco: il giorno precedente l’attentato al re Umberto I, a Monza, Bresci, che dava per scontato che avrebbe perso la vita in questa sua impresa, o quanto meno la libertà, trascorse festevoli ore in un rinomato bordello che apriva i battenti in questa via, appunto.
Avendo dunque studiato i movimenti in Brianza di Stendhal e del conte Vismara, andammo sulle loro orme, e ciascuno di noi era provvisto del necessario per fissare sulla carta, con la tecnica dell’acquerello, questo o quel luogo stendhaliano. Così in diverse tappe visitammo Giussano (dove il conte Vismara ebbe l’ardire di pisciare in un’acquasantiera), passammo un’intera giornata a Inverigo e ammirammo quella sua Rotonda progettata dal Cagnola, che aveva fatto studi di giurisperito ma nella vita fu architetto (suo è, per esempio, l’Arco della pace di Milano), poi ci furono tre spedizioni ai laghi di Alserio, Pusiano e Oggiono. Trascurammo il lago di Segrino, perché a Stendhal non piacque (non piaceva neanche a C.E. Gadda: qui il padre aveva fatto costruire un villone, che l’accidioso letterato odiava). Dopo la Brianza visitammo altri luoghi stendhaliani: potevamo forse mancare Griante (che però nella Certosa di Parma Stendhal chiama Grianta), vicino a Cadenabbia?  Certo che no, visto che l’eroe stendhaliano per eccellenza, Fabrizio del Dongo, trascorse qui la fanciullezza.
Quando Stendhal prende alloggio ad Oggiono, chiede una barca per visitare il lago; gliene viene data una, sulla quale salgono una ragazza e il fratellino. Stendhal dice alla fanciulla, scherzando: «Lei è pescatrice e peccatrice» (nel diario leggiamo: « «Vous êtes pescatrice et peccatrice»). Lei risponde, in tutta franchezza: «Sì». Con queste premesse, il giorno seguente Stendhal e l’amico chiedono di nuovo la barca: questa volta c’è la peccatrice, il fratellino non c’è. Quando la barca è in mezzo al lago, i due allungano le mani; il diario non dice molto, ma fa presente che la peccatrice diceva «minc, minc!» (così è scritto) e minaccava di gettarsi nel lago. Non so se sia corretto tradurre l’espressione abbreviata «b.ée» (che sta verisimilmente per baisée) con il termine “scopata”, come mi è capitato di leggere, per cui «à grand’ peine une b.ée» sarebbe da intendere come “a mala pena una sveltina”. Tutto sta a interpretare correttamente quell’altra notazione abbreviata, dove Stendhal scrive «Elle d… deux fois». Forse quella “d” sta per dégluti? Può essere. Nel dubbio, riporto le parole della stesura originale:

Nous volons au lac, croyant être sûrs de notre fait; nous nous embarquons avec l’objet sans frères; à grand’ peine une b.ée et elle menaçait de se jeter dans le lac; minc, minc, disait-elle sans cesse. Elle d… deux fois; son air fatigué après.

Ognuno interpreti come vuole queste parole. Bisognerebbe leggere il diario per intero e, qualora non vi si trovasse niente, passare in rassegna la corrispondenza di Stendhal, e verificare se quella “d” ricorre altrove, e con quale significato deducibile dal contesto. Per il momento basti sapere che i due amici lasciano alla “peccatrice” 3 lire e 7,5 soldi, come si precisa al termine del diario, nella nota delle spese (nel resoconto, p. 350 dell’edizione segnalata, è scritto proprio così, in italiano: «à la peccatrice». Il Journal di Stendhal (tutto, e non solo quello relativo al viaggio in Brianza) può essere letto in rete, nel sito della Bibliothèque Nationale de France, basta fare clic sul nesso: Journal du voyage dans la Brianza.

Al tempo della nostra escursione a Oggiono, nel luogo dove presumibilmente si trovava la locanda di Stendhal, c’era un locale, forse era anche un albergo: si chiamava “Fattorie di Stendhal”, oggi non c’è più, cioè c’è un altro locale con vista lago, ma è rifatto da cima a fondo, come oggi usano i geometri brianzoli, troppo moderno per i miei gusti. Il caso volle che allora dietro il banco ci fosse una signora con occhi meravigliosi e un petto molto forte che sarebbe piaciuta a Stendhal; il mio amico chiese di poter essere ritratto insieme con lei, nel giardino. Preciso che non fu consumato nessun peccato.
Rimane da dire l’incidente che occorse alla mia copia dell’Elogio della follia. Il fatto è che quel libro si trovava in una valigetta nella quale riponevo i pennelli, i colori per acquerello in “godet” (cioè la scatola delle tavolette dei pigmenti da stemperare in una ciotola che prende il nome di godet, appunto) e un barattolo di vetro a imboccatura larga, contenente l’acqua necessaria per l’esecuzione della pittura acquerellata. Il barattolo era chiuso da un tappo a vite provvisto di guarnizione in gomma. Al termine di quelle cinque o sei piacevoli ore passate a Oggiono, opportunamente rifocillati e dopo aver letto il giornale, e un po’ di Erasmo, all’ombra di un salice, riponemmo le nostre cose nel bagagliaio dell’automobile e ce ne tornammo a Milano.
Quando fui tornato a casa e aprii la valigetta, mi accorsi di non aver stretto bene il coperchio del barattolo dell’acqua che, filtrando tra il bordo del vetro e la guarnizione in gomma del coperchio, aveva inzuppato le pagine del libro, che asciugai come potei con il phon per i capelli. Ma il danno era fatto, perché le pagine rimasero per sempre gibbosamente ondulate, con macchie sparse di un color di bistro slavato. Già, perché l’acqua che avevo versato limpida nel barattolo, al ritorno conteneva abbondanti tracce di tutti i colori, per via delle frequenti immersioni del pennello. E la somma dei colori è appunto un colore che prende il nome di bistro. Ma perché non avevo buttato l’acqua prima di riporre il barattolo nella valigetta? Mah, era un’abitudine: e se ci fosse venuto in mente, all’ultimo momento, di registrare con i pennelli un’altra veduta?
L’incidente a quel tempo mi dispiacque, mi diedi dello stupido perché non avevo stretto bene il coperchio del barattolo. Oggi invece ne sono contento, adesso che per via di più idonei occhiali posso rileggere quel mio Erasmo stampato in corpo 8: per essere precisi, sono orgoglioso; a questo sentimento concorrono due o tre motivi, onestissimi, s’intende, ma troppo privati per essere analizzati in un diario pubblico.

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Erasmus purus putus

Ovvero Erasmo “in purezza”, purgato della mistica euroburocratica

 

Holbein-erasmus

Ritratto di Erasmo da Rotterdam, di Holbein il Giovane .

È venuto il momento di presentare un brano di Erasmo, come ormai da qualche tempo abbiamo cominciato a fare, da quando ci siamo accorti che il suo nome è abusato per fini politici e, per così dire incarcerato, costretto nel gabbio del politicamente corretto dei conformisti corifei di un’Europa tecnoburocratica che non è l’Europa, ma la tomba dell’Europa. Che i conformisti si fregino del nome di Erasmo, che fu un campione di anticonformismo, è proprio grossa! Ma a questo abbiamo accennato – anzi, più che accennato – in alcuni precedenti interventi:

Il libero pensiero nella tradizione umanistica, prima dell’illuminismo

Un adagio di Erasmo contro gli opportunisti/conformisti del Pd

Erasmo da Rotterdam, libero pensatore, contro il cazzeggio

La Follia parla delle donne giocosamente (e poco serranamente!)

Erasmo contro la bestialità del voler risolvere le controversie con la violenza

Il brano scelto è tratto dalla dedica dell’Elogio della follia a Tommaso Moro, che dall’amico è definito “uomo per tutte le stagioni”. Attenzione, però: Erasmo non intendeva che Moro fosse disponibile a ogni compromesso, ché questo farebbe a pugni con l’etica dell’uomo politico, dell’umanista e santo della Chiesa Tommaso Moro. Al contrario, Erasmo vuol dire, come del resto si capisce bene leggendo l’epistola dedicatoria, che Moro è uomo affabile e disponibile per gli amici. Tale interpretazione è ribadita da Erasmo all’inizio del suo proverbio 286° (gli Adagia cominciarono a essere pubblicati nel 1500, ed erano ottocento; nell’edizione definitiva di Basilea, del 1536, saranno più di quattromila; l’Elogio della follia è del 1509). [*] Questa definizione di Tommaso Moro diventerà il titolo di una commedia quindi il titolo di un celebre film:

Il film Un uomo per tutte le stagioni narra di Tommaso Moro, insigne umanista, santo della Chiesa e cancelliere del re, condannato a morte per non aver riconosciuto la supremazia del re d’Inghilterra, Enrico VIII, sulla Chiesa romana. In questo spezzone il re s’intrattiene con la figlia di Tommaso Moro: sa che è una persona erudita (lo fu veramente), perciò le rivolge la parola in latino, le domanda se conosce anche il greco e conclude con l’elogio delle proprie gambe. Per leggere la trascizione del dialogo e la sua traduzione, si veda: Tommaso Moro non confondeva il papa con il Dalai Lama, la figlia parlava latino.

 

1. Superioribus diebus cum me ex Italia in Angliam recepissem, ne totum hoc tempus quo equo fuit insidendum amusois et illitteratis fabulis tereretur, malui mecum aliquoties vel de communibus studiis nostris aliquid agitare, vel amicorum, quos hic ut doctissimos ita et suavissimos reliqueram, recordatione frui. 2. Inter hos tu, mi More, vel in primis occurrebas; 3. cuius equidem absentis absens memoria non aliter frui solebam quam praesentis praesens consuetudine consueveram; 4. qua dispeream si quid umquam in vita contigit mellitius. 5. Ergo quoniam omnino aliquid agendum duxi, et id tempus ad seriam commentationem parum videbatur accommodatum, visum est Moriae Encomium ludere.
6. Quae Pallas istuc tibi misit in mentem? 7. inquies. 8. Primum admonuit me Mori cognomen tibi gentile, quod tam ad Moriae vocabulum accedit quam es ipse a re alienus; 9. es autem vel omnium suffragiis alienissimus. 10. Deinde suspicabar hunc ingenii nostri lusum tibi praecipue probatum iri, propterea quod soleas huius generis iocis, hoc est nec indoctis, [11] ni fallor, [10-segue] nec usquequaque insulsis, impendio delectari, et omnino in communi mortalium vita Democritum quendam agere. 12. Quamquam tu quidem, ut pro singulari quadam ingenii tui perspicacitate longe lateque a vulgo dissentire soles, ita pro incredibili morum suavitate facilitateque cum omnibus omnium horarum hominem agere et potes et gaudes. 13. Hanc igitur declamatiunculam non solum lubens accipies ceu μνημόσυνον tui sodalis, verum etiam tuendam suscipies, utpote tibi dicatam iamque tuam non meam.

Traduzione:

Nei giorni scorsi, quando dall’Italia mi recavo in Inghilterra, perché tutto quel tempo, nel quale dovevo stare in sella [equo insidendum], non fosse sciupato in chiacchiere [‘fabulis’, dal verbo ‘fari’, parlare] senza il conforto delle Muse e delle buone lettere, preferii ogni tanto ritornare con il pensiero [‘agitare’: letteralmente, “smuovere”] ai nostri comuni interessi di studio, o anche godere del ricordo degli amici che qui avevo lasciato, affabili, non meno che colti [ut… ita et]. Fra questi, e [‘vel’, con significato rafforzativo] tra i primi, mi venivi in mente tu, mio caro Moro; e, quand’eri assente e io ero lontano [absentis absens] traevo piacere [frui solebam] dal tuo ricordo non diversamente da come avevo l’abitudine di gioire della tua frequentazione [consuetudine] quand’ero in tua presenza [praesentis praesens]; mi venga un colpo [dispeream] se mai in vita mia mi è capitata una dolcezza maggiore [aliquid mellitius] di quella! Perciò poiché avevo stabilito [duxi] che in ogni caso avrei dovuto fare qualcosa, e quelle circostanze [id tempus] mi sembravano poco idonee a scrivere un trattato serio, mi è parso opportuno [visum est] giocare a fare un encomio [encomium ludere] della sciocca follia.
Tu mi dirai [inquies]: «Chi è quel dio che ti posto in mente codesta [istuc] brillante trovata? Pallade?». In primo luogo mi ha invogliato [monuit] il nome della tua famiglia [cognomen gentile], perché tu ti chiami Moro, ed è un nome così vicino a quello della follia [Moriae vocabulum] quanto tu ne sei distante; invero ne sei distantissimo, proprio così, per universale consenso [omnium suffragiis]. Poi avevo il sentore [suspicabar] che questo scherzo partorito dalla nostra fantasia [ingenii nostri lusum] sarebbe stato approvato da te soprattutto, da te che hai l’abitudine di trarre grandissimo [impendio] diletto da questo genere di scherzi, che non sono né rozzi [indoctis] – se non sbaglio – ma nemmeno del tutto [usquequaque] privi di mordente [insulsis], da te che in questa vita dove siamo tutti mortali fai un po’ [quendam] il Democrito. Per quanto [quamquam], tu invero [quidem], da un lato [ut] sei quello che dissente radicalmente [longe lateque dissentire soles] nei confronti dell’opinione del volgo, in virtù [pro] di un certo tuo singolare acume d’ingegno, dall’altro [ita] sei capace [potes] e ti compiacci [gaudes] di fare la parte dell’uomo [hominem agere] per tutte le stagioni [omnium horarum], in virtù [pro] della soavità dei tuoi modi e disponibilità con tutti. Non solo dunque accetterai volentieri [lubens] questa piccola orazione come un ricordo del tuo compagno di studi, ma [verum etiam] te ne farai carico [suscipies] per difenderla, perché [utpote] è dedicata a te, ed ormai è tua, non mia.

 

Analisi sintattica e note di comprensione

1. Periodo complesso, composto di sei proposizioni: a. proposizine principale (predicato verbale: malui); b., c. proposizioni dipendenti completive-oggettive, coordinate dalla congiunzione vel (predicati verbali: agitare, frui); d. proposizione dipendente temporale (predicato verbale: recepissem); e. proposizine dipendente finale (predicato verbale: tererentur); f. prop. dipendente di II grado dalla proposizione e., relativa-appositiva (predicato verbale: fuit insidendum). Due aggettivi di grado superlativo – doctissimos e suavissimos – sono resi con i corrispondenti aggettivi al grado positivo, perché nella lingua italiana, soprattutto moderna, l’uso del superlativo è talora avvertito come una stonatura. L’aggettivo amusos, nella proposizione e., è un prestito dal greco, già impiegato da Vitruvio: significa “senza le Muse”, cioè senza il conforto dell’arte.

2. Periodo di una sola proposizione (predicato verbale: occurrebas), che chiamiamo complessa perché, oltre al soggetto e al predicato verbale contiene tre complementi.

3. Periodo complesso, composto di due proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: frui solebam, dove solebam è verbo servile); b. prop. comparativa (predicato verbale consueveram), dove frui è sottinteso, come si capisce dalla simmetria dell’espressione: solebam… Si osservi il ruolo retoricamente efficace (poliptoto) dei participi congiunti absentis absens e praesentis praesens.

4. Periodo complesso ipotetico, composto di due proposizioni: a. principale, di valore ottativo-esclamativo (predicato verbale: dispeream); b. dipendente condizionale (predicato verbale contigit). La principale è l’apodosi del periodo ipotetico; la dipendente è la protasi; il periodo ipotetico è del I tipo.

5. Considerando agendum e accomodatum forme nominali del verbo (nomi verbali) risulta un periodo complesso composto di quattro proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: visum est); b. prop. dipendente completiva-soggettiva (predicato verbale: ludere): c., d. due proposizioni causali coordinate, introdotte dalla congiunzione subordinante quoniam e coordinate dalla congiunzione et (predicato verbale: duxi, videbatur).

6. Periodo di una sola proposizione, interrogativa-reale (predicato verbale misit). Si noti che Pallas (Pallade, per i Romani Minerva) è la dea della saggezza: qui è evidente il ricorso all’ironia, visto che Erasmo non della saggezza ha deciso di fare l’encomio, ma dell’insipienza. Nella traduzione l’aggettivo “brillante” traduce il significato implicito nella menzione di Pallade Atena. Si noti anche istuc, forma arcaica per istud.

7. Proposizione semplice ellittica del soggetto: s’intende che sia Tommaso Moro, al quale Erasmo dedica l’opera (predicato verbale: inquies).

8. Periodo complesso comprendente: a. proposizione principale (predicato verbale: admonuit); b. proposizione causale (predicato verbale: accedit); c. proposizione comparativa (predicato verbale: es). Moria è traslitterazione latina di μωρία, che significa “follia”.

9. Periodo comprendente una sola proposizione, complessa (predicato verbale: es). Si noti l’uso di vel con valore asseverativo.

10. Periodo complesso, comprendente quattro proposizioni: a. proposiz. principale (predicato verbale: suspicabar); b. proposiz. completiva oggettiva (predicato verbale: probatum iri); c., d. due proposizioni causali coordinate, dipendenti (di II grado) da b. (predicati verbali: soleas delectari, agere). Questo periodo include la proposizione incidentale 11.

11. ni fallor >> proposizione ellittica del soggetto, incidentale perché sintatticamente indipendente dal periodo nel quale è inserita. Democritum agere significa recitare la parte di Democrito, il filosofo al quale si attribuisce, insieme a Leucippo, la fondazione della teoria atomistica. Come gli epicurei, che infatti si rifecero a lui, Democrito sosteneva che si dovesse ridere della paura. Nella traduzione l’avverbio impendio è reso con un aggettivo, mentre l’aggettivo indefinito quendam è reso con un’espressione avverbiale (un po’).

12. Periodo complesso, comprendente: a., b. due proposizioni indipendenti coordinate (predicati verbali: agere potes e gaudes); proposizione dipendente comparativa (predicato verbale: dissentire soles). Si noti che quamquam non è congiunzione subordinante (col significato di “benché…”) che introduce una proposizione concessiva, ma è congiunzione coordinante (con il significato di “per quanto…), come a favorire la transizione a una nuova considerazione, qui espressa dalla principale. Si noti l’uso di ut… ita, ricorrente nel latino umanistico, assimilabile a quello di μέν … δέ… in greco. Si noti ancora l’uso della congiunzione pro che non introduce un complemento di vantaggio o locativo (nel significato di “davanti a”), o di scambio/sostituzione, ma di relazione.

13. Periodo composto (composto, e non complesso), perché comprende due proposizioni principali coordinate (predicati verbali: accipies, suscipies). Si noti la presenza nel periodo di due participi congiunti, con significato, rispettivamente modale (lubens equivale all’avverbio libenter) e finale (tuendam equivale a ut eam tuearis). Erasmo fu ospite di Moro in Inghilterra due volte, studiarono insieme e si perfezionarono nella lingua greca: per esempio tradussero Luciano di Samosata. Il loro fu un sodalizio culturale, perciò Erasmo si dice sodalis di Tommaso Moro.

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[*] L’Adagium 286 porta il titolo Omnium horarum homo e s’inizia così: «Qui seriis pariter ac iocis esset accommodatus et quicum assidue libeat convivere, eum veteres omnium horarum hominem appellabant. Atque ita vocatum Asinium Pollionem auctor est Fabius». Cioè “Gli antichi chiamavano ‘uomo per tutte le stagioni’ colui che fosse parimenti disponibile al serio e al faceto, e del quale fosse piacevole la frequentazione. Fabio [Quintiliano] testimonia che così veniva chiamato Asinio Pollione”.

 

Un adagio di Erasmo contro gli opportunisti/conformisti del Pd

Il veltroniano “non solo questo, ma anche…” in versione curnense. È in arrivo un clistere di massa, aromatizzato con profumi massonici?

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de-libero-et-servo-arbitrio

 A cinquecento anni dall’affissione al duomo di Wittenberg delle 94 tesi di Martin Lutero, papa Francesco ha abbracciato l’arcivescovo primate della Chiesa luterana svedese, signora Antje Jackelen. Ciò avveniva il 31 ottobre 2016, appena dopo la firma della dichiarazione congiunta luterano-cattolica da parte di papa Francesco e del presidente della Federazione luterana mondiale, Munib Younan. Sorge la domanda: era proprio necessario? Ci sono nella dottrina protestante aspetti preoccupanti, sono sotto gli occhi di tutti, sono inglobati nell’etica protestante del capitalismo. Poco importa che il mondo sia scristianizzato, in pratica: i disvalori di quell’etica sono lì, postulano il ritorno alla legge della giungla. Il mondo cattolico, i paesi latini, se non fossero ormai infettati dall’aziendalismo, avrebbero il dovere di resistere, di promuovere una rinascita dell’umanesimo, anche nel nome della Buona novella, quella stessa che, di fatto, è stata ripudiata dalla Riforma protestante, che segna un ritorno alla barbarie del Vecchio testamento.
I due punti fondamentali che impedirono ad Erasmo, libero pensatore che bene conosceva i difetti della Curia, l’avidità dei pontefici, l’ignoranza dei frati, di aderire al protestantesimo, sono la questione del peccato originale e quella del libero arbitrio. Secondo Erasmo, Lutero sbagliava, perché è vero che il libero arbitrio è stato viziato dal peccato originale, ma esiste pur sempre nell’uomo un margine di libertà: se non ci fosse, dovremmo negare la giustizia e la misericordia divina. Un anno dopo, Lutero rispose ad Erasmo scrivendo un trattato sul servo arbitrio, nel quale insisteva sull’impossibilità per l’uomo di scegliere liberamente tra bene e male. A sinistra, il saggio di Erasmo da Rotterdam sul libero arbitrio, pubblicato nel 1524. Per sfogliare il libro di Erasmo, fare clic su De libero arbitrio διατριβή sive collatio per Desiderium Erasmum Roterodamum. A destra, la risposta di Lutero, sul servo arbitrio, pubblicata appenai un anno dopo. Per sfogliare il libro di Lutero, fare clic su De servo arbitrio Martini Lutheri ad D. Erasmum Roterodamum.

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Erasmo era un umanista, non un aziendalista. Era anche un demistificatore: la mistica dell’Erasmus/Orgasmus che si vuole inoculare ai curnensi destinati a diventare “sempre più europei” per favorire la carriera di un consigliere comunale, l’avrebbe fatto vomitare. Ce ne fanno fede la sua opera e la sua vita: [*] avrebbe potuto cogliere allori “istituzionali”, schierandosi con i protestanti che – almeno in questo, giustamente – si scandalizzavano dell’ipocrisia dei cattolici e del marketing delle indulgenze. Ma era un uomo d’intelletto, e capì immediatamente il pericolo del servo arbitrio difeso da Lutero: un argomento ideologicamente pericolosissimo, del quale ci siamo già occupati su Nusquamia (vedi Il papa è libero di dire e fare quel che vuole. Noi siamo liberi di dissentire. Concludevamo il nostro pezzo con queste parole:

Ebbene, Lutero e Calvino, che ci ripropongono la barbarie del Vecchio testamento, cioè il ritorno alla logica di sopraffazione, sono reazionari perché contrastano l’evoluzione dell’uomo, che non è più una scimmia antropomorfa nella giungla. La natura dell’uomo non è più quella della scimmia, noi non siamo scimmie, la giungla non ci piace, neanche la sua legge, e l’etica protestante ci fa orrore.

Insomma, tutto il contrario delle Acli di Bergamo, tutto il contrario della diaconessa dott.ssa Serra che prepara un pasticcio politicamente corretto, pretende che noi lo ingurgitiamo e che per giunta si dica che il pasticcio è buono, anzi ottimo. Alcuni degli ingredienti del pasticcio sono: cattolicesimo in salsa cattoprogressista, protestantesimo (entrambi pochissimo cristiani), molte fedi sotto lo stesso cielo (è una cosa che li fa godere, da pazzi), Vera Baboun e la buonanima (mica tanto) di Arafat, femminismo e piedi nudi nella moschea, aziendalismo ed estirpazione dei pregiudizi Lgbt.
Riuscirà l’amministrazione crurale a liberarsi del fardello serrano? Abbiamo forti dubbi in proposito; perciò non abbasseremo la guardia, finché non avremo la certezza che la dott.ssa Serra si sia veramente ritirata a vita nonnesca. Parimenti non ci faremo impressionare da certe manovre di facciata, qualora per esempio MarcoBattaglia decida di condire il pasticcio serrano con una spolveratina di europeismo massonico, per poi diluirlo con l’acqua miracolosa della casetta curnense dell’acqua, onde farne un beverone da inoculare nei cittadini, a mo’ di clistere di condivisione: un enteroclisma di massa da leccarsi i baffi, pensano gli aziendalsimilprogressisti; in realtà, da soffrire le pene dell’inferno. Così il MarcoBattaglia fa carriera, mostrando alle lobby europee che Curno non solo è Lgbt-friendly, ma anche Europe-friendly, e prendendosi il merito del lungo lavoro di sottomissione cominciato già agli albori della tirannide serrana; intanto i curnensi si buttano dalla passerella sul Brembo per dare refrigerio al culo in fiamme.
Precisamente contro il “non solo… ma anche…” prima veltroniano, poi serrano-cattoprogressista, quindi crurale-aziendalista (senza tuttavia rinnegare il cattoprogressismo e con in più una spruzzatina massonica, grazie al contributo dei giovani neoconformisti) si espresse Erasmo da Rotterdam in questo suo adagio, il 602mo, nell’ultima edizione dei suoi Adagia, quello che s’intitola “Sedere su due sedie”.

602. Duabus sedere sellis1. Duabus sedere sellis est incertarum esse partium et ancipiti fide, ambabus satisfacere velle. 2. Quo verbo nove composito ἀλλοπρόσαλλον Homerus appellat Martem, id est nunc his, nunc illis partibus faventem. 3. Macrobius in Saturnalibus cenis: Laberius mimus in senatum a Caesare lectus, cum a Cicerone ad consessum non reciperetur dicente: 4. Reciperem te, nisi anguste sederemus, nimis mordaciter respondit: 5. “Atqui solebas duabus sellis sedere!”, objiciens tanto viro lubricum fidei. 6. Sed id, quod Cicero dixit, “nisi anguste sederemus” scomma erat in Caesarem, qui in senatum passim tam multos admittebat, ut eos quattuordecim gradus capere non possent. 7. Hactenus Macrobius. 8. Est autem omnium consensu turpissimum cum utraque parte colludere. 9. At Solon legem tulit, qua punirentur hi, qui in civitatis tumultu neutri partium adhaesissent.

Note grammaticali, sintattiche e di comprensione
1. ‘incertarum esse partium et ancipiti fide’, ‘ambabus satisfacere velle’: sono due proposizioni dipendenti completive (sostantive soggettive), coordinate; nella prop. principale ‘duabus sedere sellis’ è compl. predicativo del verbo (copula) ‘est’; ‘incertarum partium’ è complemento attributivo di appartenenza. 2. ‘Nove’ è avverbio, dall’agg. ‘novus’;  ἀλλοπρόσαλλον è compl. predic. di ‘appellat’; ‘id est’ è locuzione con valore di congiunzione; ‘faventem’ è participio congiunto con ‘Martem’. 3. ‘Macrobius… cenis’: la proposizione, che finisce con i due punti, è ellittica del predicato verbale: sottintendiamo ‘refert’ (‘riferisce’). I Saturnalia sono un’opera di Macrobio in forma di dialogo tra dodici personaggi che discutono convivialmente – perciò si parla di ‘cenae’ – durante le feste di Saturno; ‘mimus’ designa sia l’attore, sia il commediografo, come in questo caso: qui è complemento appositivo; ‘lectus’: participio congiunto con Laberius; ‘in senatum… lectus’ vuol dire ‘chiamato tra i senatori’; ‘cum… reciperetur’: prop. subordinata avverbiale, causale; ‘dicente’ è participio congiunto con ‘Cicerone’. 4. ‘Reciperem te, nisi anguste sederemus’: periodo ipotetico del III tipo (‘nisi… sederemus’, prop. subord. concessiva: protasi). 5. ‘Solebas… sedere’: predicato verbale con due verbi, dove ‘solebas’ è verbo servile; ‘lubricum’ è qui sostantivo, derivato dall’agg. ‘lubricus’ (scivoloso); ‘fidei’ è compl. attributivo di qualità, come per esempio in ‘vir magni ingenii’. 6. ‘in Caesarem’: compl. di specificazione oggettiva; ‘tam… ut non possent’: la congiunzione ‘ut’, associata all’avverbio ‘tam’, regge la proposizione subordinata avverbiale consecutiva; ‘quattuordecim gradus’ è il soggetto della proposiz. consecutiva: erano quattordici gli ordini dei seggi riservati in teatro ai cavalieri, nella cavea, appena sopra i senatori, quindi un po’ più distanti dalla scena; i senatori sedevano nell’orchestra (che è uno spazio del teatro): oggi diremmo in platea; il testo di Macrobio lascia intendere un’analogia tra lo spazio del Senato e quello di un teatro. [**] 7. Proposizione ellittica del predicato verbale: possiamo intendere ‘Hactenus quod Macrobius rettulit’, cioè ‘Fin qui, quanto ci ha riferito Macrobio’. 8. ‘Omnium consensu’: complemento di limitazione; ‘cum utraque parte colludere’: proposiz. subordinata completiva, sostantiva soggettiva; ‘est… turpissimum’: predicato nominale della proposizione principale. 9. ‘At’: non sempre il valore della congiunzione ‘at’ è avversativo, talora, come in questo caso, il suo significato, all’inizio di una proposizione che introduca una nuova narrazione, è analogo al greco δέ (quest’uso è più frequente nella prosa post-augustea); ‘qua punirentur’ è una proposiz. finale (introdotta dal pron. rel. +  il congiuntivo), dunque una ‘falsa proposiz. relativa’; ‘qui… adhaesissent’: proposiz. relativa di valore attributivo (e non appositivo).

Segue la traduzione:

602. Sedere su due sedie – Sedere su due sedie significa stare non da una parte certa, ma con lealtà ambigua voler piacere ad entrambe le parti. Omero con un neologismo da lui coniato chiama Marte ‘voltafaccia’, perché il dio, appunto, favorisce ora una parte, ora l’altra. Racconta Macrobio nelle sue ‘Cene durante i Saturnali’: Laberio, il mimografo, chiamato da Cesare tra i senatori, poiché Cicerone non gli consentiva che sedesse con loro, e gli diceva «ti accoglierei, se non avessimo così poco spazio per sederci», gli rispose assai mordacemente: «Eppure tu eri solito sedere su due sedie», rinfacciando a un così grande uomo la scivolosità della sua lealtà. Ma le parole di Cicerone, «se non avessimo così poco spazio per sederci», erano una battuta contro Cesare, che indiscriminatamente introduceva in Senato così tante persone, che quattordici ordini di seggi non basterebbero ad accoglierli. Fin qui Macrobio. D’altronde, tutti concordano che è oltremodo vergognoso giocare ora con un partito, ora con l’altro. Invero Solone promosse una legge per cui si punissero coloro che, nei conflitti civili, non avessero preso partito per gli uni o per gli altri.

Mi domando se gli agitatori della mistica Erasmus/Orgasmus leggeranno queste righe e se, intuendo – forse – qualcosa dello spirito di Erasmo, del tutto per caso (serendipità? no, perché il caso qui, bene o male, è pilotato) non possano cominciare a vergognarsi della loro ostinata determinazione di fottere la concorrenza dei coetanei votati alla disoccupazione, ricorrendo al trucco congiunto della tessera del Pd e delle lobby europeiste. Le probabilità di una loro resipiscenza sono molto esigue, praticamente nulle, lo so. Quelli sono determinati, come la dott.ssa Serra, e non hanno nemmeno i freni inibitori della sindachessa emerita italo-elvetica (freni caratterizzanti e impiantati nelle coscienze dei giovani, un tempo, dalla buona educazione borghese; tuttavia, quando alla dott.ssa Serra si fosse presentata la possibilità di mettersi in mostra, in occasione di cerimonie fasciate e tricolorate, tali freni s’inceppavano, come abbiamo già fatto osservare).

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[*] Torneremo, spero, sulla vita di Erasmo. Basti qui accennare che i suoi Colloquia furono condannati dalla Facoltà teologica della Sorbona nel 1526. Non è il massimo per chi aspiri a una vita tranquilla.

[**] Qui sotto, vista assonometrica di un teatro romano. L’orchestra è lo spazio semicircolare sotto il palcoscenico. I seggi riservati ai senatori sono quelli in basso, indicati nella figura come ‘bisellia’, essendo il ‘bisellium’ un sedile a due posti. I cavalieri sedevano nella gradinata, nei primi quattordici ordini, sopra i senatori. Correggere i refusi nelle diciture: trinunal > tribunal; substractiones > substructiones; ambulacro > ambulacrum.

Teatro romano

 

Comunicazione e identitarismo straccione

C’è chi sostiene che non si può parlare di Curno, se non si è iniziati alla “curnensità”

L. Belingardi, bersagliere volon

Luigi Belingardi, bersagliere volontario garibaldino nella campagna del 1866, del II battaglione dei Bersaglieri (o “carabinieri”) milanesi, bisnonno di Aristide: vedi § 7 di questo articolo (la foto è tratta dalla rivista Bergomum [1928], VII, 3, p. 84).

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1. Premessa

C’è un tale, malmostoso e iracondo – e non è difficile per i lettori di Nusquamia capire chi sia quel desso – il quale non ha mai digerito che Gandolfi divenisse sindaco di Curno in seguito a un sofferto compromesso tra Pdl e Lega. Quando fu designato capolista della scombiccherata coalizione, Gandolfi ebbe il grave torto di nemmeno interpellarlo: un affronto, per uno che da sempre aspira a un ruolo istituzionale; uno che si è messo in testa, e pesta i piedi, come un bambino prepotente e antipatico, di prog[g]ettare tutto il prog[g]ettabile e insieme pretende di spezzare il pane mistico del “nuovo che avanza” davanti a villici ammirati e a bocca aperta (adesso è fissato con la banda larga, l’“eccellenza” e i certificati Erasmus/Orgasmus); uno che – addirittura! e sono mentule acide! – contende a Bepi el memorioso il ruolo di depositario della memoria storica del paesello; come se non bastasse, conosceva Angelo da ragazzo, quando lui, sottovalutato uomo della Provvidenza, si professava membro della fazione dei “prasini” politici, cioè dei verdi, ma poi sarebbe planato sulla sponda occupata dal politico territoriale Pedretti, verde anche lui, ma di un’altra tonalità, politicamente agli antipodi (beh, “verde” è anche il Libro verde di Gheddafi). Già, lui, l’agrimensore malmostoso, condivise con il Pedretti, agrimensore e politico territoriale, la velleità provinciale di dotare Curno di un inutile Bibliomostro che avrebbe dovuto suscitare l’invidia del mondo e in particolare di Bergamo. Sì, sì: i paesani sono più bravi dei cittadini! Mah!
Per giunta Gandolfi, dovendo preparare il piano di comunicazione della campagna elettorale, pensò di rivolgersi all’amico Aristide, che il malmostoso ancora non conosceva. Il risentimento per Gandolfi si accrebbe, mentre cominciava a prendere corpo un sentimento d’invidia per il misterioso collaboratore, la cui campagna di comunicazione non solo era elegante nella grafica e nell’eloquio, in contraddizione con la beceraggine della destra e con lo sciacquettismo delle maestrine della similsinistra, ma si rivelò efficace.

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2. Una comunicazione efficace ma non volgare

La comunicazione di Gandolfi, tollerata, ma indigesta a parte degli stessi compagni di squadra, considerata irridente e politicamente scorretta dalle maestrine similprogressiste, aveva il torto di non concedere niente alla volgarità. Suonava come tacito rimprovero a tutto quel che avevano sempre fatto, parimenti destrorsi e similsinistri, e che avrebbero continuato a fare, essendo sprovvisti di ésprit de finesse, di senso critico, d’ironia. I fatti dimostrarono che la volgarità non era necessaria (tanto per intenderci, sono volgari anche i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia, è volgare spacciare paura e odio per raccattare voti, come fa Salvini). Caratteristica fondamentale di tale comunicazione è la sobrietà: quella vera, però, fatta di onestà, eleganza e “parresia”, e non d’ipocrisia e mal riposta superbia, quale sarebbe stata la sobrietà serrana.
La sobrietà, i ragionamenti pacati rassicurarono l’elettore moderato, che voleva soltanto il buongoverno, mica i megaprogetti dell’amministrazione similprogressista precedente, pervasa (si era ancora al tempo delle vacche grasse) da libido aedificandi, come scrive Tacito di Nerone. Insomma se i leghisti volevano votare il  Pedretti, presente in lista, padronissimi di farlo: si accomodino. Ma i modi, le parole, gli stilemi, gli slogan del Pedretti erano banditi. Ma il malmostoso del quale si diceva questo non lo sopportava proprio: ohibò, ma qui si va contro la prassi!

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L'ipocirisia della anime belle

Una pagina del sito di qualità (mica i punti esclamativi della comunicazione di MarcoBattaglia per Vivere Curno!) creato in occasione della campagna elettorale di Gandolfi. Già il suo titolo – I valori sì, ma non quelli bollati dei dottori della legge –  preannuncia (siamo nel 2007) il tormentone di disprezzo per la mistica delle cacate carte, che sarà uno dei capisaldi dell’impegno politico di Nusquamia. Per condannare l’ipocrisia delle damazze della similsinistra, spesso e volentieri cattoprogressiste, quell’ipocrisia che la dott.ssa Serra vorrà far passare per “sobrietà”, l’articolo rammenta le parole del Vangelo (Matteo, XXIII, 6-7; 23; 27-28) laddove Gesù inveisce («Vae vobis…») contro coloro che «amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità».
Altre pagine del sito erano dedicate alla cattiva coscienza della cosiddetta sinistra, alla sua libido aedificandi (prima della crisi), ai suoi ridicoli tic linguistici: ce n’era abbastanza per mandare in bestia le damazze di città e le sciacquette di paese operanti a Curno, che avevano dato a intendere ai villici di essere “le mejo fiche der bigonzo”. Parallelamente nel cuore del malmostoso ex collaboratore del Pedretti al risentimento per Gandolfi si aggiungeva un sordo rancore per l’ancora misterioso collaboratore del neo-sindaco, motivato fondamentalmente da invidia. Anche lui, infatti, aveva dato da bere ai villici di essere, nonostante la dimensione agrimensurale, tenuta però segreta, “er mejo fico der bigonzo”; ma al confronto quel che lui aveva fatto non era che una vecchia mutanda slabbrata.

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3. Gandolfi candidato sindaco: la campagna elettorale

Ma procediamo con ordine. Nel 2007, a ridosso delle imminenti elezioni amministrative, Pdl e Lega nord, i due partiti “di destra” (in realtà la Lega nord era ancora una “costola del movimento operaio”, come disse D’Alema), pensavano di aver buone possibilità di vincere le elezioni, se uniti. Ma si disputavano – e non c’è da meravigliarsi – il diritto di scegliere il candidato sindaco. Come abbiamo accennato sopra, saltò fuori il nome di Gandolfi, una specie di papa straniero, che avrebbe consentito una tregua tra le due fazioni, che avrebbero sistemato i conti dopo la vittoria, qualora avessero vinto. Si noti che la frattura non passava soltanto tra Lega e Forza Italia (non ancora Pdl), ma attraversava la stessa Forza Italia, divisa in due tronconi: pagnoncelliani e saffiotiani.
Nella campagna elettorale còmpito di Gandolfi (il cui nome pare fosse stato fatto da Maini) era metterci la faccia: poi, in un modo o nell’altro, i politici indigeni avrebbero trovato il modo di dare al neosindaco, ignaro della merda e del sangue della politichetta curnense, tutte le dritte di cui avrebbe avuto bisogno.

Il piano di comunicazione – Quando Aristide ricevette da Gandolfi la proposta di dirigere la campagna di comunicazione, mise subito le mani avanti: avrebbe potuto accettare, a condizione di non ricevere indicazioni del tipo “mi-piace-non-mi-piace” da parte dei politici indigeni, che non avevano né titoli né qualità per esprimersi in materia. Poiché quando la merda siede sullo scranno (un proverbio che conosceva da piccolo, per bocca della nonna)…, a dover sentire il parere di questo o di quello, il rischio è di rodersi il fegato e produrre qualcosa di un livello appena superiore a quello della comunicazione di Vivere Curno (la comunicazione dei desperados, da un punto di vista tecnico, è stata molto migliore, non foss’altro perché hanno deciso di assoldare uno che si premurò di studiare attentamente i contenuti e i modi della comunicazione di Aristide, un simil-Aristide, insomma, un po’ meglio dello scassato Quantile arruolato da Locatelli cinque anni fa, per la campagna elettorale del 2012).
Aristide, che a quel tempo ancora votava per la Lega, visto che la sinistra (cosiddetta) aveva gettato la bandiera rossa in un fosso, volle essere rassicurato sulla temperie politica del paesello:
– Non è per caso che dovrei lavorare per biechi razzisti, o sfruttatori della classe operaia?
– Ma no, – rispose Gandolfi – sono solo gruppi di potere, “famiglie contro famiglie” che, alla bisogna, trovano sempre un punto di equilibrio, non senza essersi prodotti in buzzurre e scomposte sceneggiate: come nell’Haka, la danza di guerra degl’indigeni Maori, o, per rimanere in casa nostra, come al mercato delle vacche del buon tempo antico.

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I politici indigeni curnensi in campagna elettorale fanno un gran baccano, quando si tratta di conquistare il potere. Poi solitamente scompaiono: vedi il Laboratorio delle idee promosso da Locatelli nel 2012, chiuso immediatamente dopo la disfatta elettorale, o l’Obiettivo Curno, che vivacchia, anche perché hanno perso per strada il simil-Aristide che gli dava una mano. La recente campagna elettorale (2017) della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense è stata particolarmente virulenta: agitarono lo spettro dell’Islam e denunciarono la “colata di cemento” che si sarebbe rovesciata su Curno per via della sciagurata variante del Pgt voluta dai serrani e sussunta dai crurali. Ma la campagna contro l’erezione della “nuova” Maxi moschea (peraltro nemmeno contrastata dalla dott.ssa Serra, per ragioni tutte sue, delle quali ci sfugge la nobiltà) fu un miserabile pretesto d’accattonaggio dei voti. L’alzata di scudi contro la colata di cemento fu una sceneggiata. 

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Quel che in fin dei conti spinse Aristide ad accettare la proposta fu la notizia che il gruppone della cosiddetta sinistra era egemonizzato da due femministe. Due femministe, delle quali una era tremendamente radical-chic: meglio, molto meglio che un invito a nozze! Fu questo l’argomento che levò di mezzo ogni esitazione: per combattere ci vuole un ideale, ma ci vuole anche un nemico, non generico, ma ben connotato. Ebbene, l’ideale era quello di sempre, una visione umanistica della società, per la quale Aristide si era sempre battuto; il nemico era anch’esso una vecchia conoscenza, la stupidità, fin dai tempi di Bouvard et Pécuchet di Flaubert, e prima ancora; la stupidità che recentemente, ma ormai da diversi decenni, porta il mantello dell’ipocrisia politicamente corretta. Che cosa si potrebbe chiedere di meglio?
La campagna elettorale fu efficace, come si è detto, i politici indigeni del PdL e il Pedretti della Lega nord incassarono i vantaggi della vittoria, quindi stesero le reti per impedire che Gandolfi desse seguito ai contenuti di quella campagna e portarono le sciabole dagli arrotini, perché fossero ben affilate in vista delle lotte intestine.

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4. I primi due anni dell’Amministrazione Gandolfi

A questo punto Aristide, per due anni buoni, praticamente si disinteressò della politica di Curno: a dir la verità, un po’ disgustato della piega che prendevano gli eventi. Era il periodo in cui imperversava nella giunta gandulfiana la zarina curnense (della fazione pagnoncel-formigoniana del Pdl): un esempio deteriore dei guai che può combinare un “ggiovane” in politica, quando parimenti manchi di qualità politiche, e abbia un alto concetto di sé; un po’ come si sarebbe visto in seguito con Cavagna il Giovane, che credeva di essere Bismarck; e come gli aziendalsimilprogressisti rischiano di sperimentare, se non trovano il modo di dare una calmata a MarcoBattaglia. Insomma, pare che la zarina comandasse a bacchetta, soprattutto i consiglieri targati PdL: guai a coloro che non si attenessero alla linea dettata da “lui” perché in caso di disobbedienza, avrebbero potuto essere sculacciati, tutti, compreso l’anziano Maini. Sì, sì, facciamo così! Lui lo vuole! “Deus volt!”.
Ogni tanto, è vero, Gandolfi chiedeva ad Aristide un parere sulle cose più disparate che gli capitavano sul tavolo: oscene proposte di servizi bislacchi al Comune che avrebbero dato “visibilità” agli amministratori (avevano il coraggio di scrivere così, i malnati venditori di fumo), “animatori” che si proponevano per divertenti e istruttivi spettacolini ai bambini delle scuole, proposte di adesione a inculanti iniziative istituzionali, anche queste con possibili sbocchi di visibilità assessorile, ma con finanziamento regionale ecc. Potete immaginare quali fossero le risposte vergate da Aristide. Ricordo però che una di queste iniziative passò, nonostante il pollice verso: era caldeggiata dal segretario comunale, aveva un inconcludente sapore ambientalistico, prevedeva il coinvolgimento delle scuole (poveri bambini, oggetto di pelose attenzioni in stile Minculpop!) e l’incarico a un architetto; si sarebbe conclusa con un convegnetto inutile nel quale prese la parola la zarina curnense (del Pdl, come si è visto).
Qualche volta Gandolfi chiedeva ad Aristide di dare un’occhiata agli scritti dei suoi consiglieri o assessori: a titolo di amicizia, Aristide correggeva gli svarioni grammaticali, o metteva in evidenza l’enormità di certi passaggi logici. Ricordo che una volta mi mandò il testo di un volantino, a proposito di un tiglio che qualcuno aveva reciso o che si voleva che fosse stroncato. Risposi a Gandolfi che la parte melensamente “culturale” del testo era copiata di sana pianta, virgole comprese, da Wikipedia: era la storia di Filemone e Bauci, quale si legge nelle Metamorfosi di Ovidio, trasformati in una quercia e un tiglio (appunto), uniti per il tronco; non ricordo, e forse non seppi mai, il seguito di questo episodio penoso d’improvvido ipercinetismo assessorile.
Aristide, cioè la persona fisica che in seguito avrebbe assunto lo pseudonimo di Aristide, si limitò a un esercizio di comunicazione neutra, avendo ricevuto l’incarico – previo un passaggio di presentazione in sede di Consiglio comunale – di redigere la rivista del Comune, che avrebbe preso il nome di 24035 Curno, Bg.  Ne uscirono due numeri, rispettivamente nell’ottobre 2008 e nell’ottobre 2009.

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24035Curno, BG_n.2_copert.

Il secondo numero della rivista 24035 Curno Bg (ottobre 2009): può essere sfogliata in formato pdf facendo clic sull’immagine. Come si vede, un prodotto di qualità, del quale tutto si può dire tranne che sia un giornale di marketta, come sono solitamente gli organi delle amministrazioni comunali (salvo forse qualche eccezione, a noi peraltro ignota): cioè, passerella di visibilità per gli assessorucoli e organo di sfacciata propaganda della maggioranza al potere, all’insegna del “tutto va bene, madama la marchesa”. Per il varo dell’iniziativa il segretario comunale d’allora, Annalisa Di Piazza, postulò all’ingenuo e non ancora scafato Angelo Gandolfi, costretto a fidarsi, la necessità di un Ufficio di staff, perfettamente inutile, come spiegato nell’articolo di Testitrahus Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno. Aristide, che pure fu posto a capo dell’Ufficio di Staff, di fatto non lavorò mai per l’Ufficio di Staff, per via della connotazione mostruosamente burocratica dell’Ufficio stesso. Peraltro in nome di quest’ufficio ci fu il tentativo d’innesco di “cattive pratiche” burocratiche: per esempio, si postulava che còmpito dell’Ufficio di staff fosse «fare acquisire a un gruppo di lavoro di giovani curnensi una «maggiore competenza e dimestichezza con le tematiche della collaborazione istituzionale». Come? Boh! Ma è importante agitare il pastone nel truogolo dei porci burocratici.

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La controversia pedrettesca – Poco dopo l’uscita del secondo numero di 24035 Curno, Bg, il Pedretti si produsse nella sua famosa ispezione della c.d. moschea in modalità di provocazione, bloccata in extremis da Gandolfi. Ed è a questo punto, e soltanto adesso, che nasce lo pseudonimo di Aristide: adesso che Aristide prende pubblicamente una posizione politica, se si vuole chiamare “politica” una posizione in difesa dell’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Era successo a Curno qualcosa di estremamente grave, in generale, sul piano etico-politico; in particolare, su scala locale, il paese non ancora “bello da vivere” rischiava di subire le conseguenze di una bravata che avrebbe, sì, dato visibilità al Pedretti in vista delle prossime elezioni regionali, ma che avrebbe potuto innescare una guerra di religione (qualora il piano d’ispezione fosse stato attuato, un funzionario di sesso femminile avrebbe dovuto interrompere la preghiera collettiva degl’islamici, il venerdì a mezzogiorno).
Il tentativo del Pedretti portò alla sua defenestrazione, cioè gli furono levate la carica di vicesindaco e le deleghe assessorili. Ma il Pedretti era un politico “territoriale” molto potente, perciò fu trattato dalla stampa anglorobicosassone con tutti i riguardi, fra l’altro in combutta con i similprogressisti che si macchiarono di un’indifferenza etica che ha dell’incredibile. Gandolfi venne a dir poco massacrato dalla stampa anglorobicosassone. Una giornalista dell’Eco di Bergamo, fra l’altro “de sinistra” e figlia di un personaggio di spicco della sinistra bergamasca, era presente a Curno in Aula consiliare il 29 dicembre 2009, quando Gandolfi lesse la dichiarazione sottoscritta da un pubblico ufficiale, che inchiodava il Pedretti alle sue responsabilità, ma i lettori del giornale non ne seppero niente, né allora, né mai. Per saperne di più, riguardo a questo oscuro e triste episodio della politichetta curnense, si veda quanto abbiamo scritto su Testitrahus:

Qui comincia l’avventura…

Scuola di giornalismo, 1: La tecnica del tramezzino

Scuola di giornalismo, 2: Eloquenza della notizia negata

Se per la dott.ssa Serra fu facile non accorgersi della gravità dell’accaduto e, anzi, da quel momento cominciò ad accarezzare l’idea di sfruttare il risentimento del Pedretti per far cadere l’Amministrazione Gandolfi, a costo di aderire a un piano di eversione pilotato dal Pedretti, come di fatto poi avvenne, per Aristide non era possibile tacere. Era una questione di principio, perlomeno per uno come lui che mai fu sporcaccione, e che da ragazzo, così diverso dai giovani conformisti del Pd curnense, fu assetato di nobili ideali (si veda Il principio superiore).
Perciò pur consapevole del rischio che lo pseudonimo fosse scoperto, e del cattivo uso che si sarebbe fatto della scoperta, per rompere l’accerchiamento della stampa anglorobicosassone, Aristide cominciò  a scrivere con questo pseudonimo in calce alle notizie di Bergamo news e sul diario dell’Udc: avveniva sul finire del 2009, dopo la tentata provocazione del Pedretti.
Il diario dell’Udc, in particolare, era una tribuna aperta a tutti i lettori; il gestore per parte sua era ben felice di ricevere i contributi di tutti, perché ne guadagnava in visibilità all’interno del partito. In seguito però fu un po’ meno felice, perché nel frattempo il Pedretti aveva denunciato Aristide (ma dovrà rincasare con le pive nel sacco: vedi Aristide prosciolto in udienza preliminare, Pedretti condannato al pagamento delle spese processuali); era evidente inoltre che il Pedretti, potente politico territoriale, non gradiva la presenza di Aristide nel “blog” dell’Udc, che era divisa in due tronconi: il gestore del diario apparteneva al troncone filopedrettesco. Così, dopo qualche tentennamento, il diario dell’Udc chiuse definitivamente i battenti nell’ottobre 2010: si veda Blog Udc chiuso per davvero.

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5. Impegno politico contro l’ipocrisia similprogressista

La denuncia del Pedretti fu subito strombazzata dal compiacente Bergamo news, così lo pseudonimo di Aristide fu associato alla persona fisica che curava la stesura di 24035 Curno, Bg. Pedrettisti e similprogressisti ebbero fremiti paralleli di contenuto orgasmo.
Ad Aristide lo strombazzamento da principio dispiacque, poi ci ripensò, non essendo egli determinato in quella maniera trucibalda che tanto piace a Curno, che rende le persone prigioniere dei propri capricci e ne fa degli esseri insopportabili e maleducati. Ebbene – pensò – quelle trombe pedrettesche e anglorobicosassoni che dovevano annunciare la sua condanna a morte potevano essere le trombe della liberazione. Finalmente si sarebbe potuto dire pane al pane e vino al vino.
Dopo l’agnizione, Aristide aprì un giornale dedicato alle imprese del Pedretti che condizionava pesantemente la vita del paesello. Poiché nel blog, cosiddetto, dell’Udc il politico territoriale aveva scritto che Aristide non aveva palle, ipotizzando per converso che il politico ne fosse ampiamente fornito, tanto da doverle trascinare per terra, come si legge nei comici romani dell’ariete nel periodo della monta (perciò detto aries testitrahus, “ariete trascinatore di palle”),  in onore del Pedretti il giornale s’intitolò Testitrahus. Qui fu pubblicata la Pedretteide, un classico della fustigazione della politichetta curnense.

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Copertina_Pedrett

Per leggere la Pedretteide, fare clic sull’immagine.

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Fu proprio la giornalista antigandulfiana e “de sinistra” a informare Aristide della denuncia, che gli sarebbe stata notificata dagli organi competenti mesi dopo. Lei domandò: Ma come, non ne sa niente? Quindi: Come si sente? Risposi, come del resto usa in questi casi: Tranquillo. Avvertii un imbarazzo nella voce anglorobicosassone: che la giornalista, in un sussulto di dignità, si fosse sentita usata dal Pedretti, ai fini di una sua vendetta personale? Non lo so; so soltanto che s’interruppe, e che mi chiese il numero del telefono cellulare, con la promessa che mi avrebbe richiamato. Dalla giornalista antigandulfiana non ricevetti più alcuna telefonata; in compenso uno o due giorni dopo, la notizia dell’identità di Aristide, con in più spiattellato l’indirizzo del suo domicilio, apparve su Bergamo news, diretto da Cesare Zapperi, coetaneo del Pedretti e principe dei giornalisti anglorobicosassoni, allora.

La mozione della vendetta – Seguì in sede di Consiglio comunale curnense la “mozione della vendetta”, presentata dal Pedretti ed entusiasticamente appoggiata dai similsinistri curnensi che allora si chiamavano “Insieme per cambiare Curno”, non ancora “Vivere Curno”. Con tale mozione chiedevano la chiusura dell’Ufficio di Staff, al quale, come si è visto, la Di Piazza aveva vincolato la realizzazione della rivista. La mozione non passò, ma Aristide ritenne opportuno cessare la collaborazione: cosa facilissima, perché aveva avuto l’accortezza di siglare un accordo per cui sarebbe stato pagato, di volta in volta, a fronte di presentazione di una fattura relativa al prodotto realizzato. Le fatture furono due.
Varrà la pena ribadire che Aristide non percepiva alcun appannaggio fisso, contrariamente a quanto sostenuto dai soliti disinformatori (lo scrivevano in calce agli articoli curnensi di Bergamo news, a suo tempo; lo scrive adesso, oltre che allora, con vari pseudonimi, il malmostoso del quale si diceva). I disinformatori mentivano sapendo di mentire, tanto più che era scritto tutto, nero su bianco, nell’articolo Ufficio di staff e comunicazione nel Comune di Curno pubblicato il 19 febbraio 2011, dove Aristide afferma: «Se veramente l’avessi svolto [scilicet, l’incarico di responsabile globale della comunicazione dell’amministrazione comunale], considerando la qualità non eccelsa della comunicazione corrente del Comune di Curno, se ne dedurrebbe che sono un  buono a nulla, o un disgraziato. Insomma, qui ne va del mio onore». Dunque, nessun appannaggio fisso, e nessun proseguimento della collaborazione all’ideazione, alla stesura dei testi e all’impaginazione della rivista (di qualità, senza punti esclamativi e senza spudorate markette) 24035 Curno, Bg.
Aristide preferì ritirarsi, motu proprio, pur potendo continuare, a norma di cacata carta (la mozione di vendetta non era passata) e pur potendo sostenere, e dimostrare, che mai quale direttore della rivista aveva messo becco nella politica. Semmai, ma da privato cittadino, e sotto pseudonimo (a differenza, per esempio, di certi giudici che prendono pubblicamente posizioni politiche, nemmeno sotto pseudonimo) si era limitato a spendersi in favore dei Diritti dell’Uomo, in nome di un principio superiore. Francamente, non so quanti fra i copropapirologi, similprogressisti e non, così puntigliosi nell’applicazione della legge, quando gli torna comodo, si sarebbero ritirati in buon ordine, pur potendo evitare il coitus interruptus. Aristide preferì spuntare un’arma, ancorché impropria, che avrebbe potuto essere usata contro Gandolfi.

S’inizia la stagione dell’impegno politico – In compenso però, non collaborando più alla rivista, Aristide inaugurò una stagione entusiasmante d’impegno politico diretto. A questo punto non c’era più ragione di astenersi dal denunciare l’evasione etica e l’ipocrisia dei similprogressisti che perdevano via via ogni pudore e non esitavano a fare le mosse più riprovevoli per astio antigandulfiano e spianare la strada alla tirannide della dott.ssa Serra. Basti considerare l’episodio vergognoso della mordacchia imposta a Gandolfi a norma di cacata carta, quando, per togliergli la parola, i similprogressisti, insieme con i pedrettoleghisti e con metà della quinta colonna del Pdl (Locatelli doveva ancora uscire allo scoperto) abbandonarono l’Aula consiliare, decretando forzosamente la fine della seduta. La cronaca dell’esecrabile episodio si trova in La mordacchia, l’indifferenza etica e la banalità del male.
Altro che mozione della vendetta! A questo punto si dispiega la vendetta di Aristide, ma nel senso buono della parola latina vindicta (“animadversio pro delicto corrigendi causa facta”; la vendetta cattiva si chiama ultio), in base al brocardo: Iniuriam facias, nisi vindices. Insomma, signori similprogressisti (oggi, ancora peggio: aziendalsimilprogressisti): ve la siete cercata voi e, come dice il proverbio, chi è causa del proprio mal, pianga se stesso.
S’inizia così, nel 2010, una nuova fase di stretta collaborazione con Gandolfi, che viene attaccato dai nemici interni e da quelli esterni. La maggioranza nel frattempo s’incrina, la  festa cervisiaria è alle porte (non solo la quinta colonna, ma la stessa componente formigoniana del Pdl trama contro Gandolfi): ma Gandolfi, da abile scacchista, gioca sulle loro divisioni e tira avanti; anzi, darà il meglio di sé, riuscendo a realizzare il buongoverno nonostante la maggioranza scombiccherata. Aristide gli dà una mano sul piano della comunicazione, questa volta, sì, onestamente faziosa; e si divertirà un mondo. Il Pedretti schiuma di rabbia, dice che Gandolfi tratta i suoi consiglieri come burattini e, in parte, ha ragione. D’altra parte, forse che non se lo meritano?
Il resto è storia nota, perlomeno ai lettori di Nusquamia, che nel 2012 prosegue in forma più spigliata l’esperienza di Testitrahus. Continuare a scrivere su un organo intitolato al Pedretti (testitrahus, appunto), non aveva più senso ora che lo sapevamo avviato sul viale del tramonto, come scrivemmo in questo articolo all’indomani delle elezioni amministrative del 2012:

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Viale del tramonto_9 maggio 2012

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

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6. Parlare di Curno, alla faccia della mistica curnense

Tutto quello che si è scritto dovrebbe dimostrare che, se c’è uno che può parlare della politichetta di Curno con conoscenza di causa, questi è proprio Aristide. Conosco la politichetta, ne conosco i retroscena, sia quelli dei quali ho parlato, e che si possono dire, sia quelli dei quali non ho parlato e dei quali è meglio non dire, o perché a ben vedere non si ha certezza di certi fatterelli, o perché non sarebbe conveniente parlarne, perché investono aspetti di vita privata (non costituisce invece delitto di lesa maestà assessorile, o d’altro tipo, l’analisi del quadro motivazionale dei politici indigeni, che ci è stata utilissima).
Conosco inoltre la psicologia dei politici indigeni come il loro confessore, anzi meglio: perché c’è da scommettere che al confessore raccontano delle balle, mentre io, con l’esperienza, ho imparato ad estrarre la verità dalle balle, o anche dal non detto. Del resto la psicologia dei politici indigeni è brutalmente semplice, come quella di certi personaggi primordiali analizzati da Prosper Merimée.
Bene, nonostante questo patrimonio di conoscenza sento ogni tanto qualcuno negarmi il diritto di occuparmi di Curno, in assenza dei seguenti requisiti:

a) iniziazione alla mistica curnense;
b) residenza a Curno;
c) ius sanguinis.

Parlare del requisito a) è difficile, perché la mistica curnense, come tutte le mistiche, è misteriosa. Nessuno ha il coraggio di evocarla apertamente, perché così confesserebbe di essere lui stesso un iniziato, ma così facendo si tradirebbe, cioè tradirebbe l’esistenza di tale loggia segreta, frequentata fondamentalmente da buzzurri che credono di essere boni cives, anzi optimates.
Quanto al requisito b) quello di residenza curnense, esso fu evocato, circa cinque anni fa, dallo scassatissimo Quantile, assoldato da Locatelli in funzione di anti-Aristide (a proposito, che fine ha fatto? è sempre finian-futurista, nonostante la saga dei Tulliano’s? sempre così ambizioso, sempre così “ggiovane”, anche adesso che è un po’ meno giovane?). Il Quantile, per esempio, trovava molto disdicevole che Gandolfi prendesse contatto con possibili candidati di lista «geograficamente lontani da Curno». Parimenti il requisito di residenza era invocato dal Pedretti, in funzione antiaristidea, come pure dal mitico Tarcisio, factotum del Pedretti, il quale scriveva sul “blog” del’Udc tutto in maiuscolo, perciò venne chiamato il “maiuscolettatore”: Tarcisio invitava Aristide a rimanere a Trezzo sull’Adda e, dato che c’era, a buttarsi dal ponte. Ma quello che più di tutti si mostrava scandalizzato della lontananza geografica di un Aristide, che pure osava parlare di Curno era il malmostoso di cui sopra.
Ma ecco una novità, riguardo al requisito c). Non sapendo più a che santo appigliarsi, il malmostoso invoca la discriminazione etnica (che costò a Umberto Bossi un supplemento di condanna, oltre a quella per vilipendio del Capo dello Stato, ma Napolitano avrebbe fatto bene a dire: signor giudice, lasci perdere, il Bossi è un poveretto e io lo perdono, senza contare che è stato il Pedretti a mettergli quelle parole in bocca). Scrive infatti il malmostoso in una pagina del suo diario:

«Il custode delLa Latrina di Nusquamia l’ing. C.P. [cioè, Aristide] da Trezzo sull’Adda (cosa c’entra con Curno? forse c’ha un amante segreto?), lui d’origini sardagnole, uno che ha fatto il classico dai preti…».

Insomma, le origini di Aristide pare che non siano quelle giuste, quanto meno per parlare di Curno (ma gratta gratta, forse nemmeno per parlare d’altro). Beh, mi sia consentito osservare che quest’ansia identitaria:

a) è fondamentalmente fascista, come mi sono sforzato di dimostrare in alcuni dei numerosi scritti dedicati alla demistificazione dell’identitarismo, dei quali è riportato l’elenco nell’articolo Appunti di astronomia padana;
b) è indice di uno stato di sofferta incertezza riguardo all’onestà della propria madre, all’oscurità delle proprie origini, alla possibilità di tare familiari.

Psicologia dell’identitarista Hitler – Quello di Hitler è un ottimo esempio. Era figlio di Klara Pölzl che il padre aveva assunto come domestica, ed era al terzo matrimonio. Già questo, forse, non piaceva al gracile e sensibile ragazzino ambiziosetto. Per giunta il padre, Alois Hitler, non si chiamava così, ma Alois Schicklgruber, cioè portava il nome della madre, una contadina non sposata. Solo a 39 anni Alois, il padre di Adolf, con il concorso di testimoni che non sappiamo quanto fossero onesti in quell’ambiente contadinesco, riuscì a farsi attribuire il nome di quello che egli pretendeva essere il suo padre biologico, morto ormai da vent’anni, quindi impossibilitato a dire la sua, che però non si chiamava nemmeno Hitler, ma Hiedler. Come se non bastasse, Alois, che corse sempre la cavallina extraconiugale durante i suoi tre matrimoni, ed era padre di figli illegittimi, era sempre all’osteria, anzi per fortuna morì presto: all’osteria, appunto. Il guaio è che ben presto morì anche la madre, quando Adolf aveva 18 anni, e fu per lui un dolore devastante. Hitler si sentiva una merda, ed era nato a Braunau, che era in Austria ma che nel passato aveva appartenuto alla Baviera. E allora che cosa fa il giovane Hitler? S’inventa tutta una mistica dell’identità germanica, che cancellasse l’incertezza della sua identità e la vergogna per un ambiente familiare che lui sentiva come immorale.

Psicologia del mongoidentitarista padano – Naturalmente perché poi uno sviluppi una simile ossessiva ansia identitaria, non è necessario che la madre sia veramente una puttana, per esempio, o che esistano ragioni obiettive per vergognarsi degli antenati. Alle volte, uno è colto dal sospetto che la madre sia stata poco virtuosa un certo giorno, che per una coppa di champagne avesse perso l’onore (pare che nell’Ottocento si dicesse così) e che lui sia il figlio del peccato: e invece non è successo niente di tutto questo. Un altro invece è stato trascurato dalla mamma, e allora la nostalgia per una mamma, una mamma vera, una mamma più grande e finalmente benevola, lo spinge ad essere un identitarista esagitato. Ma, a voler passare in rassegna tutti i complessi d’inferiorità e d’altro tipo per cui si diventa identitaristi, non si finirebbe più. È difficile d’altra parte generalizzare, perché ogni identitarista, in mancanza di solidi fondamenti culturali (che impediscono per esempio, di dire certe cazzate sulle radici celtiche dei padani, come se ne sono sentite a josa) ha le sue ubbìe, le sue fobie, i suoi fantasmi, i suoi complessi d’inferiorità, le sue incertezze.
Naturalmente, non bisogna confondere l’identitarista psicotico e troglodita con lo studioso della cultura locale, purché la sua mente non sia troppo localmente angusta: condivido la repulsione di Merimée, già citato, per certi fanatici cultori di storia locale (l’argomento è toccato nel racconto La Vénus d’Ille).  A scanso di equivoci si veda tutto il bene che ho scritto della lingua provenzale e del poeta Mistral in Il provenzale, una lingua nobile e sepolta, riportata alla luce dal poeta Mistral.

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7. Risposta al malmostoso

Meraviglia per esempio la presa di posizione identitarista del malmostoso summenzionato, tanto più che mi dicono che proviene da una famiglia di onesti lavoratori. Va bene, è la pecora nera, ma perché tutta questa cattiveria, perché questo identitarismo esasperato, solitamente assente nelle persone equilibrate? Si avverte in lui la volontà di essere altro da quello che è, di essere di più, di dare una lezione a coloro che sono felici e che hanno le cose che lui non ha. Per quanto impietosito dai suoi problemi, che non conosco, e che quand’anche conoscessi, riterrei sconveniente trattare in questa sede, ritengo doveroso dare una lezione al malmostoso presentandogli mio bisnonno, che era bergamasco, garibaldino e un uomo di pregio, come forse si capisce (anche) osservando la foto all’inizio di questo articolo.
Il libro di Ottone Brentari, Il secondo battaglione Bersaglieri volontari di Garibaldi nella campagna del 1866, Tip. Agnelli, Milano 1908, al cap. IX, “Ruolo nominativo del Secondo battaglione”, p. 305, lo registra tra i bersaglieri della quarta compagnia: «Belingardi Luigi di Francesco, bersagliere della quarta compagnia, arruolato dopo il 1° luglio 1866. 17 anni. Vive a Bergamo».
In realtà nonna Teresita raccontava, insieme con alcuni aneddoti gustosi, il particolare che nonno Luigi era fuggito di casa e che aveva allora 16 anni. Ma i conti potrebbero tornare pensando che fosse fuggito prima del 1° luglio, ed essersi iscritto (o essere stato iscritto) al secondo battaglione soltanto in seguito, al termine dell’addestramento che – così leggiamo in alcuni documenti – avveniva a Milano, presso la Società del tiro a segno (perciò si chiamavano “bersaglieri”), in previsione della guerra con l’Austria. Oppure nonno Luigi potrebbe avere mentito sull’età al momento dell’arruolamento.
Ancora qualche particolare, prima di arrivare alla conclusione: si sa che il secondo battaglione dei bersaglieri partì da Bergamo per Desenzano il 21 giugno e che a Portese ricevette la visita di Garibaldi. Ci fu qualche sosta e qualche ripiegamento, che non val la pena raccontare; basti ricordare che le quattro compagnie il 1° luglio erano riunite a Lovere, che lasciarono alle 17 per arrivare a mezzanotte a Breno, in Val Camonica. Se nonno Luigi era con loro a Lovere, allora combatté anche lui a Vezza d’Oglio, il 4 luglio, dove i garibaldini fallirono il tentativo di contrastare le truppe austriache discese dal Tonale. Muoiono a Vezza, tra gli altri, il comandante del secondo battaglione, maggiore Castellini e il capitano della quarta compagnia (quella di nonno Luigi), Antonio Frigerio. Ecco il monumento ai caduti garibaldini, che dovettero fare i conti con i Kaiserjäger comandati dallo svizzero (sì, svizzero) Ulysses von Albertini: come dire soldati professionisti contro intellettuali. Tali erano i garibaldini: studenti, professori, medici, ingegneri, avvocati non cazzeggiatori, uomini di studio e di lettere.

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Vezza sull'Oglio

Monumento ai caduti garibaldini a Vezza d’Oglio, in Val Camonica, 20 km a ovest del Passo del Tonale.

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Sui libri si legge che ci fu a Bergamo un secondo arruolamento di volontari per il Secondo battaglione, il 15 luglio; e se “arruolato dopo il 1° luglio”, come si legge nel libro del Brentari, vuol dire “arruolato il 15 luglio”, allora il merito di nonno Luigi fu ancora maggiore, perché partì dopo la disfatta di Vezza, consapevole del rischio di perdere la vita, quando la vittoria di Garibaldi a Bezzecca, il 21 luglio, doveva ancora venire.
Insomma, sono il primo a dire che l’ideale di nonno Luigi, quello di un’Italia unita e redenta dal domino straniero, come si diceva, era sbagliato; con il senno del poi sappiamo com’è andata a finire: è finita che siamo divenuti schiavi dei burocrati e delle sciacquette del politicamente corretto, pedine delle manovre dei poteri forti, intrisi fino alle ossa di mafia, camorra e di ’ndrangheta, con le istituzioni che fanno acqua da tutte le parti e abbiamo perfino come ministro della Pubblica istruzione una sindacalista. Ma vivaddio era giovane, aveva degli ideali, si arruolava e rischiava la vita; non era uno sporcaccione, un giovane conformista come quelli che oggi s’iscrivono al Pd per fregare slealmente i coetanei nella struggle for life facendo parte di una lobby, contenti di una vita di merda purché con prospettive di carriera.
Un’altra cosa che mi fa orgoglioso di nonno Luigi  sono le visite che faceva ormai cinquantenne (siamo nel 1898: mia nonna, che mi avrebbe raccontato queste cose, aveva allora 11 anni) a Filippo Turati, incarcerato a Milano, dopo che la «vile sabauda marmaglia» al comando del «feroce monarchico Bava» Beccaris aveva preso a cannonate il popolo «che pan domandava», come ricorda la canzone:

Ora io non so se, nella miserabile primiera dell’identitarista padano, un bergamasco di pregio valga quanto tre contadini bergamaschi o quattro contadini valligiani, o vattelapesca. Queste sono cose che sanno, e che hanno accuratamente contabilizzato, gli spregevoli identitaristi. Cose che disprezzo, come disprezzo gl’identitaristi che, non possedendo qualità proprie, si attribuiscono con frode qualità altrui. E allora maramaldeggiano, cazzeggiano e mistificano intorno alla qualità del proprio patrimonio genetico: cioè, se uno è un cretino, o ha sviluppato una patologia criminale, dirà che però il suo sangue e lo sperma sono quelli “giusti”; così pretenderà di non essere più un cretino, o un criminale.
Insomma, il malmostoso faccia tutti i suoi conti e, se non gli dispiace, se li tenga per sé. A me non rimane che pagarlo con la sua moneta, rinnovandogli l’invito, come scrivevo nella pagina precedente di questo diario: «Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno come si tratta coi gentiluomini».
(A scanso di equivoci, e per bene interpretare queste parole, si veda quanto ho scritto in Risposta ad Algido).

Non “convivialità” delle differenze, ma coesistenza e scontro dialettico

La “convivialità delle differenze” dei cattoprogressisti non solo è una panzana, ma può esacerbare gli animi, in particolare quelli dei disperati che votano “populista”. Meglio un confronto fra i modi di sentire diversi su base laica: fa bene alla cultura, e non solo

 

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Maometto affrescato nella Cappella Bolognini di S. Petronio, Bologna: il profeta è rappresentato ignudo con il corpo squartato mentre un demonio l’afferra per la testa e lo lega con dei serpenti. I cattoprogressisti considerano politicamente scorretta questa rappresentazione, che vorrebbero “purgare” con qualcosa di analogo alle mutande imposte agli affreschi michelangioleschi della Cappella Sistina.

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Le pagine di cronaca, i politici (soprattutto di tendenza destrorsa),  i notisti politici, il maître à penser Saviano, l’andreottiano Di Maio (del M5S) non parlano d’altro: immigrazione, “i taxi del Mediterraneo” e, gratta gratta, l’Islam. E se non ne parlano loro, ci pensano Salvini e Meloni (oltre a Casa Pound, ovviamente). Di solito le cose che si dicono da una parte e dall’altra sono scontate; di nuovo c’è soltanto che, con ritardo di almeno due anni, è finalmente emerso l’argomento che le coste dell’Italia sono coste dell’Europa e che il problema dei profughi dovrà essere affrontato in sede europea. Finché c’è l’Europa.

 

Politicamente scorretto? No, razionale!

Sono cose che abbiamo trattato da tempo in articoli dedicati e interventi sporadici. Le abbiamo scritte quando suonavano controcorrente, mentre adesso, quale più, quale meno, hanno l’aria di essere allineate con la nuova vulgata di Renzi e di Di Maio, i quali sono molto preoccupati di un eventuale successo della destra. E hanno ragione.
I lettori di Nusquamia sanno in ogni caso che non è vero, che noi siamo tutt’altro che allineati con Renzi. Men che meno pretendiamo che Renzi si sia accorto di certe cosucce dopo che ne abbiamo scritto noi: ci mancherebbe! La motivazione di Renzi è la paura di perdere la partita, questo è chiaro. Dirò di più: certe nostre prese di posizione potrebbero apparire fin troppo moderate: in effetti, sono moderate, ma lo sono sempre state, in quanto fondate su principi razionali (vedi in particolare l’articolo Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier).
Ad ogni buon conto, riteniamo opportuno riportare, ancora una volta, una selezione di articoli di Nusquamia su profughi, immigrati e Islam. C’è chi a Curno invoca il diritto all’oblio (la dott.ssa Serra e Locatelli, per esempio), noi invece siamo orgogliosi del nostro operato e di quel che abbiamo scritto tempestivamente, quando era il momento di parlare, e non dopo. Perché a dire le cose giuste sono bravi tutti, ma dopo. Diceva il Manzoni che del senno del poi sono piene le fosse.

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Profughi, immigrati, Islam su Nusquamia

• Profughi in Italia

• Ancora a proposito di immigrati

• Ancora sui nuovi esuli, cosiddetti migranti: da quando in qua la • guerra si chiama “funzione educativa”?

• Sempre a proposito di opposti paraculismi, cade a proposito un articolo di Cacciari

• Immigrati alle porte dell’Italia: ma la questione ha una dimensione europea

• Giuliano Ferrara sul Foglio: «Noi filistei pieni di amore dobbiamo pulire dove altri defecano e curare la scabbia. Stop»

• Letto sul Foglio di Giuliano Ferrara: oltre il piano B di Renzi, che lascia a desiderare, ci sarebbe anche il piano G.

• Tutelare la pace con la guerra, o con le manovre di guerra, è davvero politicamente scorretto?

• Fermare la guerra: se necessario con la minaccia della guerra, o con la guerra stessa

• La via della ragione

La via della ragione, contro il sentimentalismo e la retorichetta

• Alzare lo sguardo, dalle tenebre della torbida politichetta alla luce della ragione serena

• L’Italia, i profughi, l’Is(is) e… Renzi

• Goro, Gorino e il principio di Le Châtelier

• A proposito dei profughi. L’Europa, in almeno una cosa, ha ragione

• La convivialità delle differenze: ripasso degli articoli precedenti

• I musulmani? In verità noi laici temiamo ancora di più i cattoprogressisti

• Convivialità delle differenze: un trampolino per la dott.ssa Serra, una trappola per i cittadini curnensi

• Il fondamentalismo islamico e l’Occidente

• Una poetessa protofemminista (?) esorta i re d’Europa a far la guerra ai Turchi

• Si parla ancora di una moschea a Curno

Noi non latriamo contro la cosiddetta moschea, ma la dott.ssa Serra avrebbe dovuto tenere un altro comportamento

• Lettera aperta ai politici raziocinanti e alle autorità responsabili riguardo alla raccolta delle firme sulla cosiddetta moschea di Curno

• La via della ragione: se questa è la proposta del sindaco Gori per Bergamo, siamo d’accordo con Gori

• Lettera aperta a Giorgio Gori sulla “nuova moschea di Curno”

Ancora sulla cosiddetta moschea di Curno

• Chiediamo alla dott.ssa Serra di non trascurare l’aspetto quantitativo della questione sul nuovo Centro culturale islamico

• Gli amici del popolo non speculano sull’emergenza moschea, spuntata come un fungo a fini di lucro elettorale

• La “nuova” moschea di Curno: resoconto per immagini di una speculazione politica miserabile

• Il Pd sulla diceria della Nuova moschea

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Però, a ben pensarci, non è che a noi di Nusquamia faccia piacere essere allineati con Renzi. Non ci consola l’avere invocato per primi, in qualità d’indegni discepoli del socialismo scientifico e della tradizione illuministica impersonata da Carlo Cattaneo, l’autorità del Primo principio della Termodinamica (che è una legge di natura, non è una cacata legge). E poco importa che Renzi non abbia ancora parlato del principio di conservazione della materia e dell’energia: prima o poi lo farà, e pretenderà addirittura di essere fico, quasi quanto un gatto padano curnense quando scrive Imho (= in my honest opinion, cioè “a mio sommesso parere”), e tutti dovrebbero rimanere a bocca aperta, avendo sentito questa buzzurrata.
In ogni caso, stare, sia pure apparentemente, in compagnia del bullo fiorentino è per noi sgradevole. Perciò abbiamo pensato di scrivere qualcosa di politicamente scorretto, per mettere i puntini sulle “i” e marcare le distanze. Qualcosa che assolutamente dovrebbe dispiacere ai zuzzerelloni della “convivialità delle differenze”, alla dott.ssa Serra che è un esponente di punta delle Acli di Bergamo che si entusiasmano al solo sentire evocare tale “convivialità”, ai giovani conformisti del Pd di Curno che hanno capito l’aria che tira, che cioè «l’Islam politico cerca di scacciare gli ebrei anche da Israele, con l’aiuto dell’Unesco e dell’Europa silente», come titolava il Foglio di Giuliano Ferrara questo lunedì 17 luglio. Insomma invoco, come si vedrà, il diritto a dir male di Maometto, affermo che non bisogna muovere un dito per mettere le mutande al Maometto di san Petronio, mi compiaccio di leggere il XXVIII canto dell’Inferno di Dante che strapazza Maometto. E, tanto per recare un primo dispiacere ai “convivialisti”, riporto le parole del politologo Sartori, che oggi (toh!) comincia a piacere ai similprogressisti, specialisti nel salire sul tram in ritardo, e solo quando è (per loro) opportuno:

Ci siamo illusi di poter integrare l’Islam. Ma chi fa corrispondere legge e fede non può vivere in pace nel mondo democratico. La sinistra si rifiuta di riconoscere il problema: siamo in guerra e in guerra si prendono decisioni drastiche

Si noti che Nusquamia ha tutte le carte in regola per essere politicamente scorretta, in particolare riguardo all’Islam. Infatti (vedi l’elenco di articoli e interventi sopra citati):

• Abbiamo rivendicato il diritto degl’islamici a riunirsi a Curno in preghiera in un loro cosiddetto Centro culturale, invece che stare culo all’aria nelle strade.

• Non abbiamo esitato ad esprimere la nostra ammirazione per la grande stagione della civiltà islamica e abbiamo ricordato su Nusquamia, più di una volta, «il tempo in cui l’Islam non aveva ancora conosciuto il suo medioevo e Gherardo da Cremona, insoddisfatto del sapere del suo tempo, quello del nostro medioevo, in questa parte del mondo, partiva per il Califfato di Cordova, per apprendervi l’arabo e conoscere i tesori di sapienza che dal greco erano stati tradotti in arabo. E Gherardo li ritraduceva in latino: in particolare, traduceva l’opera astronomica di Tolomeo, che ancora oggi chiamiamo con il nome arabo di Almagesto».

• Prendo la parola in nome di un pensiero forte, razionale, che è un po’ la cifra di Nusquamia: come diceva il Cattaneo, più fisici e ingegneri, meno avvocati. Cioè basta con la retorica: anche quella di registro elevato, per non parlare della retorica da strapazzo.
Come esempio di retorica da strapazzo, si senta lo starnazzo di don Tonino Bello (credo che sia lui l’inventore della formuletta della “convivialità delle differenze”) del quale scrivevo su Nusquamia che «è un sacerdote movimentista, pochissimo tradizionale, pochissimo tomista, ma paganamente entusiastico (dal greco ἐνθουσιασμός < ἐν + θεός + οὐσία, “posseduto dall’essenza del dio”, come nei riti dionisiaci), come piace alle Acli, ai cattoprogressisti e alle cattofemministe». Sentiamo e inorridiamo:

Ma è possibile affrontare dei problemi seri e la stessa cattiveria dei curnensi (che è un problema serio) con questi toni da parrocchietta? Beh, quando la dott.ssa Serra chiamava a Curno la sindachessa di Betlemme Vera Baboun, e la presentava come una santa, lo faceva accettando un pacchetto di pubbliche relazioni confezionato dalle Acli di Bergamo, quelli delle “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, nel nome della “convivialità delle differenze”, appunto.

Le Acli di Bergamo organizzarono due anni fa un’iniezione di convivialità delle differenze di tutto rispetto. La dott.ssa Serra rispose entusiasticamente all’appello, i cittadini di Curno subirono in silenzio.

 

• Non è da trascurare, infine, che fummo in prima linea a combattere contro il tentativo d’ispezione della c.d. moschea curnense, in modalità di provocazione, architettato dal Pedretti nel 2008 (se la memoria non c’inganna). Proclamavamo con virile fermezza il rispetto per i Diritti dell’Uomo, la dott.ssa Serra taceva, era indifferente. I convivialisti latitavano. Non abbiamo la coda di paglia, perciò non abbiamo bisogno di andare nelle moschee a fare discutibile esibizione di piedi nudi, quasi come atto di sottomissione, come fece la dott.ssa Serra e come qui sotto vediamo fare da parte della dott.ssa Boldrini:

La dott.ssa Boldrini e i suoi piedi nel corso della visita della presidentessa della Camera dei Deputati alla moschea di Monte Antenne, Roma.

 

Certo, come ebbimo occasione di scrivere, «l’Islam d’oggi, quello almeno che noi conosciamo, non è l’Islam che fiorì nella stupenda città di Esfahan in Persia, non quello del califfato di Cordova dove operò l’ebreo Mosè Maimonide, che gettò un ponte tra la filosofia greca e quella cristiana, fondamentale per lo sviluppo della nostra civiltà». Sempre a Cordova operò Averroè, citato da Dante e più volte invocato come lume di sapienza da Guglielmo di Baskerville nel Nome della rosa». A Esfahan, ricordiamo, insegnava il più famoso scienziato dell’Islam, Avicenna, che non a caso Dante fa sedere nella «filosofica famiglia», insieme con Averroè (anche lui musulmano), tra i filosofi latini e greci.
L’Islam non è più tutto questo. Ma proprio di questo Islam varrebbe la pena parlare, e istituire con gl’islamici di oggi non uno scontro di civiltà, ma uno scontro dialettico. La dialettica non ha mai fatto male a nessuno, anzi. Perché non provarci, ognuno pro sua virili parte? (Per i gatti padani: la pars virilis non è il membro maschile, ma il ruolo di ciascuno, “uomo per uomo”: vedi l’avverbio lat. viritim.)
Teoricamente nel paese bello da vivere (Curno) dell’Islam dovrebbe/potrebbe occuparsi il giovane Pd-conformista MarcoBattaglia. Ma, secondo voi, sarà capace di farsi portatore di un pensiero forte – più precisamente, di un pensiero laico – con il quale tuttavia, ahilui, non si fa carriera? O non preferirà muoversi nel solco tracciato dalla dott.ssa Serra che pretese la condivisione dei cittadini di Curno del culto tributato a Vera Baboun, portavoce della lobby palestinese in Italia? Dovrebbe esser chiaro che per chi vuol fare carriera nella mongo-tecno-buro-eurocrazia europea un pizzico di polemica contro Israele, giusto q.b. (= quanto basta) non guasta, anzi, è gradito. E l’Unesco sarebbe d’accordo (oh, le istituzioni! squit, squit, squit!). È vero, i similprogressisti sono stati costretti ultimamente a prendere le difese di Emanuele Fiano, deputato Pd con delega per le Riforme, del quale è stato detto che «le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione» (un modo per dirgli che è una testa di cazzo), ma c’è da scommettere che dimenticheranno presto tutto. Torneranno quanto prima filopalestinesi. Il futuro d’altra parte, soprattutto per i giovani ambiziosetti, sulla scia di Briatore, sono gli emirati arabi. E quando ci dicono che l’agrimensore Briatore gli fa schifo, non fidiamoci: o abbiamo dimenticato l’esempio di Giovanna Melandri? Diceva che lei da Briatore mai e poi mai, poi girò la sua foto mentre ballava scatenata in un locale del Briatore in Uganda, con il labbro inferiore pendulo, per il troppo godere.

 

Il Maometto a san Petronio, Bologna

S. Petronio, la celebre basilica di Piazza Maggiore a Bologna è perennemente tenuta sotto osservazione: anzi, per essere più precisi, è militarizzata. Tre anni fa i servizi segreti del Marocco passarono ai colleghi italiani un’informativa che consentì di sventare in extremis un attacco terroristico che si proponeva di vendicare Maometto collocato all’inferno nella Cappella Bolognini. Vedi L’Isis voleva colpire San Petronio.

La Cappella Bolognini di San Petronio presenta tre pareti: in quella centrale sono raffigurate le storie di S. Petronio, nella parete destra vediamo le storie dei Re Magi, infine la parete di sinistra è a sua volta divisa in due parti: la parte superiore rappresenta il Paradiso, quella inferiore l’Inferno: ma è un Inferno perfino peggiore di quello dantesco, più grossolano, meno intellettuale. Ed è qui che si trova il Maometto politicamente scorretto: che sia lui è certo, perché sotto la sua figura leggiamo Machomet (si veda la foto in alto, all’inizio dell’articolo).

L’Inferno della Cappella Bolognini a san Petronio, Bologna. Maometto è rappresentato disteso su una rupe, a destra di Lucifero, in alto. Si veda il particolare nella foto in alto, all’inizio dei questo articolo. Ricordiamo che la pagina precedente di Nusquamia presenta all’Inferno sia la dott.ssa Serra, sia il consigliere fraudolento che ordì la manovra che accreditava quote di prestigio gandulfiano a Locatelli (che aveva l’assoluta necessità di far obliare l’episodio fedifrago). Fassi che fu così ingenuo da rimanere impigliato nella manovra di nobilitazione indebita della Ndoc, è collocato nell’Antinferno. Vito Conti, Cavagna il Vecchio e Paola Bellezza si trovano in Purgatorio.

 

Il Maometto di Dante

Nella Divina Commedia il Profeta è rappresentato come uno scismatico, perché circolava la leggenda che Maometto fosse stato dapprima cristiano e che, non essendo riuscito a diventare papa, avesse fondato una religione tutta sua, mescolando la religione di Cristo con quella di Mosè. Perciò secondo Dante Maometto non è un eretico, ma uno scismatico: si trova nella nona bolgia dell’VIII cerchio dell’Inferno, in compagnia del cugino Alì, suo genero e successore come Califfo, primo Imam della setta degli Sciiti.

 

Illustrazione di Gustave Doré per l’Inferno di Dante: Maometto rivolge la parola a Dante e Virgilio.

 

Perché sia chiara la descrizione — politicamente scorretta — che Dante ci offre di Maometto, cominciamo con la parafrasi del Canto XXVIII dell’Inferno, vv. 22-33 (la prima parte, fino a “culo”, è presa dal Sapegno):

Una botte, per aver perduto uno dei pezzi che ne formano il fondo, non appare così rotta e sfasciata come io vidi uno che appariva spaccato dal mento al culo (il Sapegno però, chissà perché, scrive “bacino”). Le budella gli pendevano in mezzo alle gambe e dalla fenditura del corpo apparivano le interiora e lo stomaco, tristo sacco che trasforma in merda il cibo che vi è ingerito. E mentre io sono tutto intento a osservarlo, Maometto mi guardò a sua volta e si aperse il petto, dicendo: “Vedi come io sono spaccato, vedi come Maometto è storpiato! Davanti a me vedi Alì che procede piangendo, spaccato nel volto, dal mento all’attaccatura dei capelli.

Leggiamo adesso direttamente i versi di Dante, dove però le parole “difficili” sono seguite sa una spiegazione fra parentesi quadre:

Già veggia [= botte], per mezzul [è la doga mediana del fondo della botte] perdere o lulla [una delle due doghe laterali], / com’io vidi un, così non si pertugia [non è così sfondata], / rotto dal mento infin dove si trulla [= si scorreggia]. / Tra le gambe pendevan le minugia [= le budella]; / la corata [= le interiora] pareva e ‘l tristo sacco [= lo stomaco] / che merda fa di quel che si trangugia. / Mentre che tutto in lui veder m’attacco, [= fisso lo sguardo] / guardommi e con le man s’aperse il petto, / dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco! [= come sono dilaniato] / Vedi come storpiato è Mäometto! / Dinanzi a me sen va piangendo Alì, / fesso [= spaccato] nel volto dal mento al ciuffetto [= all’attaccatura dei capelli].

Infine, leggiamo Dante senza più salvagente:

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ‘l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

 

 

Finalmente si sono svegliati

Tardi e maldestramente, ma infine si sono svegliati

 

MaxiMoschea_VivereCurno

 

È più di un anno che glielo dicevamo: guardate, signori aziendalsimilprogressisti, che proprio voi che credete di essere così fichi, così ingranati con i riti della società dello spettacolo, voi amici sfegatati di Vera Baboun (gran maestro nel coglionamento della rete dei cattoprogressisti), ebbene, proprio voi così autoreferenziali e presuntuosetti, sul piano della comunicazione siete poco meno che una chiavica!
E non dicevo così per insultare, lo dicevo – anzi — con rammarico: se riguardo alla questione della cosiddetta moschea, anzi della cosiddetta maximoschea non vi date una mossa, se non rispondete a tono alla diceria della moschea innescata da quel famoso articolo (29 gennaio 2016) dell’anglorobicosassone Traìna, se insistete ad alzare il vessillo serrano dell’albagia e dell’ipocrita sobrietà, finisce che i destri della Ndoc-Nuova destra organizzata curnense vi daranno filo da torcere. Titilleranno salvinescamente gl’istinti peggiori dei vostri cittadini, che di per sé non sono stinchi di santo.

 

Traina_Moschea_gen 2016

 

I saggi dell’isola di Nusquamia non possono assistere indifferenti alla prevalenza dei signori della Ndoc. Anche se almeno due con i quali abbiamo avuto occasione di conversare, sono persone civili e ragionevoli, presi singolarmente. Ma nella massa? Beh, non ci vuol molto a capire che l’uomo dà il peggio di sé proprio quando è servo di uno di questi due fattori, o di tutt’e due insieme: l’autorità dei capi (in un sistema gerarchico o carismatico) e l’autorità della massa. Può allora capitare che qualcuno senta odori strani, ma preferisca non indagare, non fare domande e non porsi domande. Mia madre, che era studentessa a Roma sotto il fascio, non si accorse che alcuni professori e colleghi dell’Università scomparivano improvvisamente, alla spicciolata, e non si videro mai più. Cioè, se n’accorse, ma doveva essere scattato qualche meccanismo che impediva di ragionarci. Dovette passare un congruo numero di anni, prima che si rendesse conto che quegli scomparsi erano ebrei: si ritiravano in punta di piedi, forse qualcuno si vergognava di non essere un borghese a tutto tondo (càpita), chi poteva riparava all’estero. Del resto, non tutti gli ebrei sono bottegai con il naso adunco: vedi Il giardino dei Finzi Contini, di Bassani. Ebbene, noi, che non siamo eticamente indifferenti, e che siamo tuttora sconcertati dell’indifferenza etica della dott.ssa Serra al tempo della tentata ispezione in modalità di provocazione architettata dal Pedretti, a danno della cosiddetta moschea e per maggiore sua gloria mediatica, non potevamo sopportare la prevalenza della Ndoc. Per una questione di principio, ma per un principio superiore, non negoziabile, dove nessun compromesso è possibile: non possiamo rinunciare alla nostra civiltà (che non è quella delle radici, anzi è sradicata, perché vuol essere libera e universale). La nostra è una sorta di religione della libertà, ma senza sacerdoti, senza oracoli, senza appecoramento. L’abbiamo spiegato, abbiamo ribadito il concetto, alla bell’e meglio, su Nusquamia: nonostante i gatti padani, nonostante i tentativi di arrembaggio, nonostante le denunce e le minacce di denuncia, nonostante l’albagia e la conventio ad excludendum. Sul principio di coerenza non ci sono margini di manovra, qui non c’è astuzia o ribalderia levantina che tenga.
Arrivo alla conclusione di un ragionamento le cui premesse sono sparse nelle numerose pagine di questo diario reziale: Salvini va fermato subito, prima che sia troppo tardi. Su scala orobica, anche Alessandro Sorte, che vuole cannibalizzare l’elettorato della Lega e che è pronto ad essere più realista del re. Su scala curnense, va fermato Cavagna il Giovane, che abbiamo già visto all’opera, quando si è pretestuosamente scagliato sui due Gandolfi, padre e figlio, facendo perno politico su una deplorevole (diciamo così) denuncia anonima.
Insomma, l’abbiamo detto e lo ribadiamo: meglio se vincono gli aziendalsimilprogressisti, che sono il male minore e con i quali, semmai, faremo i conti dopo. Sorveglieremo le smanie autoreferenziali degli ambiziosetti, non ci faremo distrarre dalle manovre diversive intese ad oscurare i passi della dott.ssa Serra per una sua definitiva consacrazione istituzionale, seguiremo il cursus honorum di Andrea Saccogna Gamba, di presidenza in presidenza (proprio come Chicco Testa), il quale nella calvinistica, ma ormai introiettata dai cattoprogressisti, struggle for life parte “dracomatronalmente” avvantaggiato.

Ma ecco che finalmente i crurali (cioè la squadra che la dott.ssa Serra ha messo insieme per la lista della quale è nominalmente titolare la dott.ssa Gamba: dal lat. crus, cruris, “gamba”) sembrano essersi svegliati. Che sia intervenuto qualcuno dal Pd provinciale di Bergamo? Forse l’on. Misiani, che è mediamente più intelligente? O, addirittura, da Roma/Milano, l’on. Fiano che certo non ha digerito gli amorosi sensi tra le due sindachesse Serra e Baboun, quando la Baboun era impegnata a coglionare mezza Italia cattoprogressista a favore della lobby palestinese?
Come che sia, gli aziendalsimilprogressisti curnensi, un po’ tardi, ma hanno reagito alla campagna di disinformazione sulla maximoschea, che rimane l’arma più micidiale della propaganda Ndoc. Quell’altra storia di cacata carta sulla variante del Pgt appassionerà Locatelli, che è un tecnoburocrate, appassionerà anche Cavagna il Giovane, perché se gli dicono “appassionati”, lui si appassiona. Ma, per come la questione è stata posta, con rilevanza assoluta della cacata carta, in assenza di una adeguata e mordace narrazione politica, non fa presa sull’elettorato.
Del resto, non fo per dire, ma proprio questo dicevo nella riunione del 28 aprile in una delle due sale civiche curnensi, quella in cui i crurali si presentavano al popolo: “Rispondete all’offensiva della Ndoc, ascoltate la popolazione, fate almeno un manifesto. O non avete visto il manifesto della Ndoc?”. La dott.ssa Serra (cattofemminista, cattoaziendalista ed exemplum imitandum di determinazione) e Pepito el memorioso (che si pretende la memoria storica della sinistra curnense: seh! bella memoria, quella del tradimento dei valori della tradizione umanitaria del socialismo, consumato a favore dell’aziendalismo incalzante!), si dissero contrari a dare una risposta. «Noi non scendiamo al livello della Ndoc», dissero in buona sostanza. Ma chi ha detto che bisogna scendere a quei livelli? Replicai che bisogna replicare con intelligenza.
È intelligente la risposta che vediamo in apertura di pagina? A ben vedere, mica tanto, anche se è meglio di niente. Ecco due errori fondamentali:

a) L’esordio è controproducente, oltre che risibile. Si legge infatti, in alto, “Per un paese in cui sia bello vivere”. Lo so, bisognava dare un contentino alla dott.ssa Serra, che ha inventato questo slogan giustamente ridicolizzato. Ma così, cari signori aziendalsimilprogressisti, vi date la zappa sui piedi.

b) È anche sbagliata la furbata di dire «Vivere Curno non vuole la Maximoschea». Sì lo so, perché poi aggiungerete: “Perché non esiste nessuna Maximoschea in cantiere”. È un’espressione truffaldina, perché assume significato diverso, secondo come viene letta, un caso tipico di “anfibolia”, come il responso di quell’oracolo: Ibis redibis non morieris in bello (ne abbiamo già parlato su Nusquamia). Il trucco sta nel significato della parola “volere”: può una persona sana di mente volere una cosa che non esiste, e, addirittura, metterla in atto? Ma figuriamoci se quelli della Ndoc, per non parlare della plebe, che non ha studiato logica o latino, sarà in grado di sciogliere il nodo o, per meglio dire, la furbata. Quelli della Ndoc avranno buon gioco a replicare, anche loro facendo i furbi: come sarebbe questa storia che la Maximoschea non c’è? Per noi c’è, eccome se c’è, ed è prevista a norma di cacata carta (per essere più efficaci, forse diranno proprio così, sdoganeranno l’espressione nusquamiense e catulliana di “cacata carta”). E voi direte, che invece non è così ecc., come in un ordinario e miserevole cazzeggio giuridico. Inoltre c’è da giurare che se sarà la dott.ssa Gamba a prendere la parola, sarà un disastro.

Posso permettermi di dare un consiglio ai signori sapientoni aziendalsimilprogressisti?

Potete ancora salvarvi, in particolare riguardo all’errore b) se questo primo vostro manifesto di reazione alla diceria della moschea sarà seguito – ma immediatamente, senza perdere un attimo di tempo — da un secondo, in cui spiegherete quell’espressione infelice, populista e improntata ad astuzia levantina (o contadina, alla maniera del gatto padano): “Vivere Curno non vuole la Maximoschea”. Se lasciate le cose come stanno, se non ponete rimedio, sarete accusati di aver usato un’astuzia pedrettesca, come quando il Pedretti sapeva che il venerdì ci sarebbe stata la preghiera degl’islamici, alle 12, e volle che si facesse un’ispezione il venerdì alle 12; ma diceva che lui non aveva ordinato l’ispezione all’ora del culto, voleva perfino che due funzionari del Comune sottoscrivessero  questa sua affermazione barrando la casellina del Sì, o quella del No.

forzature_pedretti

Con questo documento il Pedretti chiede a due funzionari de Comune una testimonianza a suo favore, in forma alquanto perentoria – al fine, dice, di evitare «inutili polemiche ed eventuali azioni giudiziarie». Tale testimonianza dovrebbe comportare una ricostruzione dei fatti a sé favorevole, riguardo alla sua richiesta d’ispezione al Centro culturale islamico, in modalità di provocazione. Il fatto risale al tempo in cui era vicesindaco e assessore alla sicurezza. Una furbata che fu smontata con inoppugnabile argomentazione logica nell’opuscolo Pedretteide, che indusse il Pedretti a denunciare Aristide, per poi non ottenere un nulla di fatto ed essere, anzi, condannato a pagare le spese processuali.

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Ma, cari signori aziendalsimilprogressisti, le furbate levantine come questa di dire che “noi siamo contrari alla maximoschea perché non c’è nessuna maximoschea”, se non correte immediatametne ai ripari, sono controproducenti: funzionano soltanto se non sono smascherate. Quando sono smascherate, si ritorcono contro chi le usa. Guardate il Pedretti. O guardate l’Enel, che proprio questi giorni, dopo aver fatto importunare le casalinghe e i pensionati da call center truffaldini, oggi si affanna a dire che non lo farà più.
Non arriverò a propormi come copywriter in comodato d’uso, anche se — mi vergogno a dirlo — nella mia vita preterita sono stato copywriter (a mia scusante: per due anni soltanto). Non mi propongo di aiutarvi per due ragioni: la prima, che vi so troppo superbi per accettare che qualcuno sappia ragionare ed esprimersi meglio di voi; la seconda, che la solita maestrina pretenderebbe di ritoccare il testo un po’ qui e un po’ là, giusto per dire che mancava il suo tocco d’artista; insomma sarebbe l’equivalente della pisciatina di marcatura del territorio dei cani (oh! i cani! che amore!): e così rovinerebbe l’efficacia dell’impianto comunicativo. Ma a me i lavori fatti a membro di segugio (oh! i cani!) non piacciono proprio. Dunque, sbrigatevela voi, e non abbiate remore a dare un dispiacere alla dott.ssa Serra e a Pepito el memorioso. In ogni caso, già con questo manifesto, avete sconfessato, di fatto, la loro linea d’ipocrita sobrietà. Ed era ora. Dunque, sviluppate il ragionamento, esprimetelo in acconce parole e, come vi esortavo il 28 aprile, combattete con il popolo e per il popolo! Che non è quello delle conventicole cammellate, delle associazioni telecomandate e nemmeno quello fittizio del giornalismo anglorobicosassone lottizzato e passacarte.

Copropapiromachia in Aula consiliare

Curno, 8 maggio 2017

………………………………………………………………………………………………………………………………………….Annales Volusii_Catullus 36

Una pagina della preziosa edizione aldina  (di Aldo Manuzio, cioè) dei Carmi di Catullo, stampata a Venezia nel 1561. Dal carme 36 di Catullo abbiamo tratto l’espressione “cacata carta”, che usiamo correntemente in questo sito per denotare i ferali documenti tecnoburocratici.  Essi sono oggetto di culto, annusati e considerati sacri dai peggiori fra gli uomini, quelli che non sanno e credono di sapere. Per costoro non contano le cose, non contano gli uomini, non contano le idee: le cacate carte sono la bussola del loro pensare, per quel che riescono a pensare, e del loro agire. Il poeta Catullo si rivolge a Volusio, un poetastro di genere epico, per raccontargli il voto fatto da Lesbia, la sua amante. Lesbia ha promesso che se il suo Catullo metterà giudizio, e smetterà di tormentarla con la sua lingua tagliente, farà un rogo del fior fiore dei peggiori poeti. Ed è chiaro che tra i versi abbruciati ci saranno quelli dello spregevole Volusio, la cui opera è definita da Catullo “cacata carta”, cioè cacca scritta. Alla fine del carme, Catullo prega Venere di accettare il voto e invita gli annali di Volusio ad accorrere al rogo che li aspetta. Per sfogliare l’edizione aldina, fare clic sull’immagine. Questo libro fa parte della Deutsche Digitale Bibliothek e ovviamente non si trova nel ridicolo Bibliomostro.
“Copropapiromachia” significa “battaglia di cacata carta”, dal gr. κόπρος, “sterco” + πάπυρος, “carta” + -μαχία, suffisso significante “battaglia”.

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Premessa

Ieri 8 maggio 2017 l’Aula consiliare di Curno è stata teatro di una copropapiromachia epocale: cioè, vi si è svolta una battaglia di cacata carta da iscriversi negli annali della politichetta curnense, una sorta di giostra agrimensural-giuridica dove si sapeva in partenza chi avrebbe perso, se non altro considerando i rapporti di forza tra maggioranza e opposizione, e perciò, a nostro sommesso parere, inutile.
Tema dell’inutile giostra era la variante del Pgt per cui le minoranze unite avevano chiesto una seduta di Consiglio ad hoc, che sancisse il ritiro di certe decisioni contenute nella variante: sospensione di due delibere consiliari e di una delibera di giunta. Cosa che non è avvenuta. La convergenza delle tre minoranze rappresentate in Consiglio non era esente dal rischio di sputtanamento di Gandolfi, che però ha fatto presente per tempo la sua irriducibilità politica al blocco rappresentato dalla Ndoc-Nuova destra organizzata curnense.

Comunicato Gandolfi

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Esercizi di riscaldamento con il Bibliomostro

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Gamba_Biblioteca_Eco di Bg

Nella foto in alto: articolo pubblicato sull’Eco di Bergamo nel quale si legge: «per quanto riguarda la biblioteca, Gamba concorda sulla necessità di completare l’opera, ma aggiunge: “Il completamento della biblioteca è stato bloccato dall’amministrazione Gandolfi”».
Nella foto in basso, articolo pubblicato su BergamoPost nel quale leggiamo, virgolettata, la seguente affermazione della dott.ssa Gamba: «ma ho una perplessità: il completamento infatti della Biblioteca è stato bloccato dall’amministrazione Gandolfi».

Gamba_biblioteca_BergamoPOst

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Prima della copropapiromachia, Gandolfi ha presentato un’interrogazione alla dott.ssa Gamba e alla dott.ssa Serra, con il seguente quesito: veramente pensano quel che la dott.ssa Gamba ha affermato in sue dichiarazioni alla stampa, e che la dott.ssa Serra ha lasciato intendere nella tele-intervista rilasciata a Sky 24? Che cioè, rispettivamente, Gandolfi abbia «bloccato» il completamento della biblioteca (dott.ssa Gamba) e che il sindaco del buon governo, pur potendo già nel 2009 procedere al collaudo della biblioteca «in tempi brevi», abbia invece fatto il sornione per ben due anni e mezzo e non abbia compiuto un atto che si presume dovuto (dott.ssa Serra)?
Ebbene, la dott.ssa Gamba ha negato di essersi espressa in questi termini e ha letto la dichiarazione rilasciata a BergamoPost. Peccato che dalla stessa lettura della dott.ssa Gamba risultasse che aveva affermato quello che proprio lei, pochi minuti prima, aveva negato di aver mai detto. Ed è vero che la dott.ssa Gamba ha fatto presente anche altre cose, riguardo al superamento del patto di stabilità, da parte dell’Amministratore Gandolfi, per un importo di  420.000 euri (scrivo di proposito “euri”, invece di euro, per dare un dispiacere alla stramaledetta eurotecnoburocrazia che ci rompe i cabassisi anche sul piano linguistico). Ma questo è un altro discorso, da discutere anche alla luce del clangore di guerra che avrebbe portato all’eversione dell’Amministrazione Gandolfi (congiura serrapedrettista, la quale non è che l’ultimo atto di una sorda guerra pilotata dall’agrimensore Pedretti con il concorso della quinta colonna del Pdl), del criterio di prudenza amministrativa ecc. Però – è una questione di logica – portare la discussione su un altro tema, sul quale eventualmente si potrebbe anche avere ragione (ma non è questo il caso), non dimostra che si avesse ragione sul tema proposto e impudicamente scantonato. Più banalmente, la manovra di spostamento e distrazione dell’argomento è solo una gherminella sofistica. Roba da gatto padano, un’astuzia contadina che non ci saremmo aspettati dalla dott.ssa Gamba. Senza contare che i ritagli di giornale smentiscono la dott.ssa Gamba.
La dott.ssa Gamba poteva ammettere, in Aula, di essersi abbandonata qualche giorno prima a eccessi polemici nell’onda della concitazione elettorale, e non l’ha fatto (spero comunque che lo farà, possibilmente senza dire: mah, io però, in verità, io intendevo che…; spero che  dica “In Aula consiliare ho negato quel che avevo affermato due volte. Chiedo scusa”). Invece la dott.ssa Serra, rispondendo a Gandolfi che le chiedeva se anche lei fosse del parere che il Bibliomostro fosse stato bloccato dalla sua Amministrazione rispose asseverativamente che la dott.ssa Gamba non aveva detto così (oh, bella! ma i due ritagli di articoli sopra riportati dimostrano il contrario). La dott.ssa Serra ammetterà di essersi sbagliata? Se la conosco bene, non lo farà.
Riportiamo infine quanto affermato (asseverativamente) dalla dott.ssa Serra nell’intervista a Sky 24:

Nel 2009 l’impresa è liquidata, e il cantiere è stato consegnato all’Amministrazione [quella di Gandolfi, il cattivone: N.d.Ar.], che dovrebbe procedere in tempi brevi al collaudo. Cosa che invece non avviene: quest’opera praticamente conclusa non viene collaudata.

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La copropapiromachia

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copropapirologia-pre-elettorale_gatto-padano

Qui sopra, una pagina del diario del gatto padano che, annusando le cacate carte (cosa nella quale è indubbiamente maestro), ha fatto venire l’acquolina in bocca agli esponenti della Ndoc. Le osservazioni del gatto saranno poi sviluppate e ampliate in un documento di 13 pagine, frutto del lavoro di indagine sulle delibere consiliari e di giunta, da parte del tecnico-politico Locatelli (della Ndoc) e del tecnico-politico Fassi (degli Amici di Beppe Grillo 3.0), con la collaborazione di uno studio di avvocati. La copropapiromachia della quale l’Aula consiliare di Curno è stata teatro l’8 maggio 2017 si svolgeva intorno ai punti controversi posti in evidenza nei 13 fogli scritti fittamente, letti da Angelo Gandolfi e commentati, via via che la lettura procedeva, da Vito Conti e Perlita Serra. Angelo Gandolfi infatti, allarmato dai rilievi fatti all’amministrazione Serra nel milieu della Ndoc, aveva insieme con gli altri due rappresentanti della minoranza consiliare, presentato la richiesta di una seduta di Consiglio ad hoc. Al termine della lettura di Gandolfi, la dott.ssa Serra ha letto le contro-deduzioni del suo avvocato di parte. In questa sorta di processo, che si è concluso con una votazione che respingeva gli addebiti mossi all’Amministrazione Serra, mancava il giudice.

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La copropapiromachia s’inizia dunque con la lettura della pizza tecnogiuridica depositata in Comune, in vista del dibattito consiliare, e preparata da Locatelli, Fassi e dagli avvocati del pool antiserrano. Da questo ponderoso documento emerge una nutrita serie di punti controversi che hanno suscitato perplessità nelle minoranze, sia quelle di destra (Ndoc in purezza più fasciofemminista), sia quella in alto (Gandolfi). Perciò, come abbiamo anticipato, è stata richiesta una seduta di Consiglio ad hoc, che è stata accordata, onde esaminare e chiarire qui punti e ritirare la variante del Pgt, almeno in parte.
Via via che Gandolfi leggeva (per non far fare brutta figura ai proponenti), l’arch. Conti faceva le sue osservazioni; spesso interveniva anche la dott.ssa Serra, che appariva molto preparata, di là dalle aspettative di chi scrive, che però non ha difficoltà a riconoscere di essersi sbagliato. Entrambi fecero valere il proprio punto di vista con argomenti propri, talora anche facendo riferimento al parere del loro avvocato di parte.
A nostro avviso la controversia è stata impostata male, perché la pizza agrimensural-giuridica doveva essere integrata da un documento, e quello, e quello soltanto, avrebbe dovuto essere letto in Aula consiliare. Un documento che fosse non soltanto più agile e più comprensibile, ma soprattutto impostato politicamente. In assenza di tale documento, Gandolfi (che in spirito di amicizia e per fare un piacere a Fassi e agli avvocati che hanno collaborato alla stesura delle 13 pagine si è fatto carico della sua lettura, anziché demandarla a Cavagna il Giovane) è stato costretto a leggere la pizza tecno-giuridica. Peccato che né Gandolfi né, tampoco, Cavagna il Giovane fossero tecnici del mestiere, come invece lo è l’arch. Conti; parimenti nessuno dei due è esperto di giure, cioè di diritto. Perciò la controversia si è svolta come una sorta di processo, ma un prcesso anomalo, cioè senza giudice e in assenza dell’avvocato di parte Ndoc e senza che l’avvocato di parte Ndoc avesse preparato una memoria di taglio politico da leggere in Aula consiliare. Dunque, a nostro parere, tutta la questione è stata impostata male.
Gandolfi si è salvato con l’ironia e con alcune acute osservazioni che facevano riferimento alla sua sua passata esperienza amministrativa; ma quando, su richiesta dell’arch. Conti, si è trattato di entrare nel merito di certe affermazioni nel contesto agrimensural-giuridico, Gandolfi si è giustamente detto incompetente ed ha chiesto (inutilmente) che si sentissero i due tecnici presenti in aula, co-estensori della pizza tecnogiuridica: Fassi e Locatelli. Almeno loro, se proprio non si potevano sentire gli avvocati di parte, che pure avevano dato il “la” all’impostazione della controversia — anche questo va detto — che nei 13 fogli era affrontata in termini giuridici, ma con un’arrière pensée politica. La dott.ssa Serra ha negato che i due tecnici avessero facoltà di parola e, a norma di cacata carta, aveva ragione lei, visto che la richiesta era stata presentata da tre consiglieri, di cui due nella fattispecie erano seduti al tavolo del Consiglio, i quali, a rigore, sono da considerarsi compos sui, cioè capaci di intendere e volere. Questo dimostra, ancora una volta, l’opportunità, mancata, di un documento politico da leggere o interpretare in Aula, ma comunque un documento parallelo a quello agrimensural-giuridico.
Alla fine della lettura delle deduzioni racchiuse nel ponderoso documento, e della presentazione delle contro-deduzioni da parte di Conti e Serra, sempre la dott.ssa Serra ha letto le osservazioni dell’avvocato di parte, consulente del Comune: il quale, avendo raggruppato in diversi acconci capitoli i numerosi punti contestati dalle minoranze, a sua volta contestava tutte le deduzioni contenute nella pizza tecnoagrimensural-giuridica, capitolo per capitolo. Infine, come era del tutto prevedibile, e indipendentemente dal fondamento dei rilievi mossi all’Amministrazione Serra, la mozione è stata bocciata, con un rapporto tra maggioranza e minoranza pari a 7 : 2. Intanto si era arrivati, pesanti e dolenti, fino alle tre del mattino, o quasi.
Insomma, è avvenuto che Cavagna il Giovane e le truppe della Ndoc presenti in aula tra il pubblico, tornassero a casa con le pive nel sacco; la stessa sorte sarebbe toccata a Gandolfi, se non avesse avuto l’accortezza di trattare l’argomento con onesta dissimulazione. La fasciofemminista, per parte sua, era assente, come si sarà capito dalla lettura delle righe precedenti.

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In Aula consiliare il discorso doveva essere politico. Il cazzeggio giuridico doveva essere tenuto alla porta

Le pive nel sacco della Ndoc e, in parte, del povero Gandolfi, tirato per la giacchetta, non dimostrano tuttavia un bel niente. Non dimostrano cioè l’assenza di criticità – chiamiamole così – nella variante del Pgt proposta dai serrani. Dati i rapporti di forza e data la disparità di competenze – da una parte l’arch. Conti e la dott.ssa Serra, dall’altra Gandolfi e Cavagna il Giovane –, date anche le regole del gioco, l’Aula consiliare non era il luogo adatto per sviscerare una controversia tecnogiuridica. In Aula consiliare si deve fare politica, eventualmente a partire anche da dati di natura tecnogiuridica, ma mai facendosi prendere la mano. Il giure dev’essere ancella della politica, e non viceversa: la politica, cioè, che fa da cameriera del giure. In fondo, non è la prevalenza del cazzeggio tecnoburocratico forse quello che abbiamo sempre rimproverato a Cavagna il Giovane? Invece di far politica, che forse il tenero virgulto non sa fare proprio, nonostante tutta la sua determinazione, Cavagna il Giovane si è sempre fatto promotore di gran svolazzo di cacate carte, nella convinzione che quello fosse il suo dovere, come quando pretese di paralizzare l’Amministrazione con la richiesta di un numero incredibile di certificati tecnici riguardo alla sicurezza della beneamata scuola nuova di via Carlinga. Ma non è così che si fa politica.
Dunque il difetto della controversia sulla variante del Pgt alla quale abbiamo mestamente assistito stava proprio nel metodo. Meglio sarebbe stato, a nostro sommesso parere:

  1.  chiedere, sì, un dibattito consiliare, avendo depositato la pizza tecnogiuridica in Comune, e avendo opportunamente posto in allarme la maggioranza (all’insegna dell’“accà nisciun’ è fesso”): infatti la dott.ssa Serra aveva in mano il parere dell’avvocato; conseguentemente, dando all’Amministrazione la possibilità di correggere la rotta di navigazione (nella buona politica si agisce in favore del popolo e non per mettere l’avversario con il culo per terra);
  2. fare in Consiglio un discorso politico, con riferimento all’esistenza della summenzionata pizza tecno-burocratica, ma senza entrare nel merito degli arzigògoli giuridici, evitando di trovarsi nella condizione di dover scantonare, dal momento che l’impostazione è politica.

Paradossalmente, fra le cose dette da Cavagna il Giovane in maniera concitata, querimoniosa e non sempre comprensibile, una di quelle si prestava benissimo a costituire  l’esordio di un acconcio discorso politico. A un certo punto disse, sia pure con il tono sbagliato: «Ma voi avete fatto una campagna elettorale in bicicletta!».
Ecco allora la possibile scaletta di un discorso politico efficace, quello che avrebbe dovuto essere preparato con riferimento specifico, anche se non petulante, agli arzigògoli giuridici; un discorso che soltanto gli esperti del giure potevano preparare, e che Gandolfi avrebbe potuto interpretare con lo stesso impegno con cui ha letto la pizza tecno-giuridica di 13 pagine:

  1. Esordio: qui occorrerà disporre benevolmente l’uditorio ad ascoltare il seguito del discorso, al quale si potrebbe dare un’impostazione ecologista, visto che i serrani si sono presentati, nella scorsa campagna elettorale come nella presente, attrezzati di gadget colore arancione, e considerato che non ci hanno fatto grazia dei luoghi comuni della retorica che in linguaggio coglione viene detta “green”, cioè verde. Anche se poi i fatti contraddicono alle parole.
  2. Narrazione: qui converrà raccontare in breve la storia del passaggio dal piano regolatore al concetto di piano di governo del territorio, con brevi cenni alla gherminellea linguistica. Breve storia del Pgt di Gandolfi e dell’elaborazione a tappe forzate della variante del Pgt nell’ultima parte del regno della Serra. Mettere in luce l’inutilità delle commissioni edilizie, che tutt’al più potrebbero essere una camera di compensazione degli interessi degli attori del territorio, ma che non sono state nemmeno questo. In ogni caso, l’istituzione di organismi burocratici rigidamente controllati e lottizzati non costituisce la realizzazione dell’ideale di isonomia, cioè di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
  3. Divisione: qui bisognerà mettere in luce, senza ricorrere al linguaggio agrimensuralgiuridico, ma facendo riferimento ai paragrafi della pizza tecnogiuridica (che all’uopo saranno stati numerati) i punti controversi: se sono tre, se ne mettano in luce tre; se sono quattro, dovranno essere messi in luce, ordinatamente, quattro punti; ma senza svolazzi e senza cazzeggio giuridico. In ogni caso, la collaborazione dei tecnici e dei giuristi all’elaborazione di questa terza parte del discorso è indispensabile. Ovviamente, si dovrà esercitare un’opportuna azione di freno, perché l’aspetto giuridico non prevalga su quello politico.
  4. Trattazione (Confirmatio, Refutatio): nella prima parte della trattazione occorrerà esporre l’idea di piano di governo del territorio che era auspicabile, e che ancora lo è; nella seconda parte della trattazione si dovrà mostrare come le deliberazioni dei serrani siano in contraddizione non soltanto con l’idea auspicabile di Pgt, ma con gli stessi presupposti e i valori dei quali essi si dicono portatori. Anche qui, è necessaria la collaborazione dei tecnici agrimensurali e giuridici.
  5. Perorazione: qui occorrerà riprendere le premesse esposte nell’esordio e concludere in un crescendo di considerazioni sarcastiche sulle magnifiche sorti e progressive promesse dai serrani a petto di una ben più modesta realtà. In particolare, mettere brevemente in luce che lorsignori non sono progressisti ma, tutt’al più, aziendalsimilprogressisti. Le ultime parole saranno dedicate a Vera Baboun, che costituisce la prova provata che gli aziendalsimilprogressisti non hanno in mente il popolo di Curno, ma una loro collocazione ideale nell’empireo di OltreCurno.

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L’interpretazione politica

Ma allora a che cosa è servito l’“evento” protrattosi ieri fino a tarda notte? L’interpretazione non può essere che politica. Gandolfi e, a maggior ragione, Fassi sono stati attirati in una manovra che, a prezzo di un possibile sputtanamento dei medesimi, portasse acqua, apparentemente, al mulino della Ndoc; in realtà, a un progetto di egemonia destrorsa in ambito curnense (della quale non so quanto lo stesso Marcobelotti sia al corrente: immagino che, al solito, sia stato scavalcato), in vista delle prossime elezioni politiche nazionali, regionali ed europee.
Ma c’è di più. Mentre, per sua fortuna, come abbiamo detto, Gandolfi si è a suo tempo sganciato dalla manovra avvolgente, Fassi vi è rimasto invischiato, come testimonia quella sua intervista a BergamoPost nella quale manifesta un punto di vista convergente con quello della Ndoc (No alla cosiddetta moschea, in forza della legge regionale bobomaronita).

Moschea_Fassi_cacata carta

L’aspetto più ambizioso della manovra politica di “cattura” di Gandolfi e Fassi – qui viene il bello – consisteva in un tentativo di “internazionalizzare”, per così dire, il caso della moschea curnense, portando tutta la questione sul piano tecnogiuridico. Il che avrebbe consentito di fare della moschea di Curno una sorta di case history, come si dice in linguaggio coglione, cioè un caso paradigmatico estensibile a tutto il territorio nazionale, in tutti i Comuni dove la Lega nord intendesse contrastare l’esistenza dei centri culturali islamici. Questo, insomma, non sarebbe che uno dei tanti casi in cui i cittadini di Curno sono usati per il conseguimento di altri fini, per conquistare posizioni strategiche, o ritenute tali, OltreCurno (come dimenticare in proposito la visita fatta a Curno dalla Madonna pellegrina Vera Baboun?).
Riassumendo, quello cui abbiamo assistito ieri è stato l’esito di una manovra dalla quale Gandolfi ha preso le distanze, per sua fortuna, per tempo, con quelle sue dichiarazioni pubbliche, delle quali si è detto sopra. Ma la macchina era già avviata, dunque per salvarsi dallo sputtanamento Gandolfi ha dovuto far ricorso a tutte le sue risorse di intelligenza e ironia. Lo sputtanamento – ripeto – sarebbe stato quello di una sua convergenza con la Ndoc, tenendo anche conto che spesso in politica più importante dei fatti risulta la narrazione che si riesce a imbastire.
A parte l’esito politico della votazione del Consiglio di ieri, scontata per tutti, e a parte il fallimento della manovra politica di coinvolgimento di Gandolfi nelle strategie arcane e oltrecurnensi della destra, della quale si diceva, non dimentichiamo tuttavia che la pizza tecnoburocratica di 13 pagine esiste. Dio non voglia che faccia venire l’acquolina in bocca agli avvocati e che i cittadini di Curno debbano pagarne le particelle. Perciò invitiamo gli aziendalsimilprogressisti a non crogiolarsi sugli allori di una fin troppo facile vittoria e a usare, nei limiti dell’alto concetto che hanno di sé, del criterio di prudenza.

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Obiezione e contro-obiezione

Qualcuno potrebbe obiettare: «Ma come, Aristide, se tu credi in quello che dici, e se tu sei così bravo da poter scrivere – almeno, in parte – il discorso che occorreva fare in Aula consiliare e che i consulenti tecnogiuridici di Gandolfi, dandosi la zappa sui piedi, non hanno voluto fare, non hanno saputo fare o non hanno pensato di fare, perché non ci hai pensato tu? Perché non sei andato a sentire i consulenti tecnici, perché non li hai costretti ad esprimersi chiaramente, e politicamente in maniera efficace? Non potevi applicare il metodo maieutico e cavare loro dai denti quel che si doveva dire? Quel discorso potevi scriverlo tu. O, quanto meno, avresti potuto sviluppare in maniera un poco più estesa quella scaletta in cinque punti che ci hai presentato».
La contro-obiezione è quanto mai semplice: tutta la manovra, della quale quelle 13 cartelle scritte fittamente rappresentano un punto di approdo, è nata in ambito Ndoc. E Aristide non collabora con la Ndoc. Poiché fra loro non c’è più il Pedretti, posso anche parlare con i singoli; di almeno uno degli avvocati che hanno lavorato per la Ndoc posso considerarmi amico, se lui lo consente. Ma non potrò mai collaborare alla realizzazione di un’affermazione della Ndoc che farebbe di Curno la tessera di un mosaico esecrabile ad egemonia salvinista. I barbari veri salvarono, più di una volta, la civiltà italica. Questi barbari, invece, con il loro macchiettistico Claudio Borghi Aquilini, al posto di un più che dignitoso Brenno, non fanno che accelerare l’ineluttabile declino dell’Occidente, al quale già hanno contribuito, in gran copia e impietosamente, aziendalismo, sciacquettismo politicamente corretto e femminismo.