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I “Modi” di Giulio Romano, le incisioni di Marcantonio Raimondi e le posizioni dell’Aretino

Esempi di riproducibilità dell’opera d’arte nell’era digitale


Marcantonio Raimondi contribuì a diffondere l’arte di Albrecht Dürer traendo dalle sue xilografie (incisioni su legno) pregevoli calcografie (incisioni su rame), di qualità dai più giudicata superiore all’originale. Anche l’arte di Raffaello cominciò ad essere conosciuta in tutta Europa grazie alle incisioni che il Raimondi realizzava avendo come modello i disegni preparatori degli affreschi. Rivestono importanza, tra l’altro, perché consentono di apprezzare i ripensamenti dell’artista in corso d’opera (per esempio nell’affresco del Parnaso) rispetto al progetto originale.
Il video presenta l’opera del Raimondi, ma per eccesso. In realtà nella sezione d’incisioni erotiche (si veda al min. 4 : 31) le figure sono per la lo più quelle dell’Arétin d’Augustin Carrache ou recueil de postures érotiques, del quale si dice in fondo a questo articolo, pubblicato nel 1798, e comunque dovute a un incisore francese.
Qui sotto, il Parnaso di Raffaello come appare nell’incisione del Raimondi, della quale furono stampate numerose copie (questa che vediamo è conservata alla Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli di Milano). L’affresco di Raffaello si trova nella Stanza della Segnatura, quella stessa della Scuola di Atene, sempre del Raffaello, nel Palazzo apostolico al Vaticano.


Stanza della Segnatura, affrescata da Raffaello: a sinistra, il Parnaso; a destra, la Scuola di Atene.


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Marcantonio Raimondi nel 1524 realizzò sedici calcografie che ispirarono altrettanti Sonetti lussuriosi (1525) al poligrafo Pietro Aretino, del quale l’umanista comasco Paolo Giovio scrisse il seguente scherzoso epitaffio:

Qui giace l’Aretin, poeta Tosco,
che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo,
scusandosi col dir: «Non lo conosco»!

A sua volta il Raimondi trasse le incisioni dai disegni di Giulio Romano, allievo e collaboratore di Raffaello: vi sono presentate sedici figure d’amore –  figurae o schemata Veneris , come si diceva un tempo: oggi, banalmente, “posizioni” – ovvero sedici “modi” di fare all’amore: infatti quelle incisioni, che ebbero rapida e fortunata circolazione in tutta Europa, erano conosciute come i Modi di Giulio Romano. L’aver consentito all’amico Marcantonio Raimondi di trarne le incisioni, che sarebbero state contemplate da persone di rango non principesco, e che non godevano della protezione dei principi, procurò qualche noia a Giulio Romano e il carcere all’incisore. Al momento della pubblicazione dei rami infatti, nel 1524, lo stesso Giulio Romano rischiò il carcere (così scrive il Vasari); riuscì a evitarlo, ma, ad ogni buon conto, pensò bene di lasciare Roma, per recarsi a Mantova dai Gonzaga, dove trascorrerà il resto della sua vita. A Mantova Giulio Romano sarà l’architetto del Palazzo del Te e il pittore delle sue sale, decorate con cicli di affreschi meravigliosi: sono famose, per esempio, la Sala dei cavalli e la Sala di Amore e Psiche.

L’unica delle sedici incisioni del Raimondi pervenutaci, tra quelle relative ai Modi di Giulio Romano: si trova all’Enfer du Cabinet des Dessins et des Estampes de la Bibliothèque Nationale de France (Reserve AG2). I disegni di Giulio Romano, invece, sono andati tutti perduti.

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Quando,  l’Aretino ebbe visto i Modi incisi da Marcantonio Raimondi, fu preso da sùbito entusiasmo, tanto da comporre un sonetto lussurioso per ognuna delle figure d’amore illustrate. In seguito, verso la metà degli anni ‘30, le incisioni furono stampate insieme con i sonetti, gli uni specchiandosi in quelle, e viceversa. Le incisioni non sono però quelle di Raimondi: sono di formato minore, perché il libro è stampato in 8°, meno accurate, ma pur sempre a quelle ispirate. Il libro dei Sonetti lussuriosi così illustrati fu immediatamente sequestrato, come in precedenza erano state sequestrati e distrutti i Modi tratti da Giulio Romano.
Leggiamo in Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi, ed. critica e commento di Danilo Romei, Lulu, Raleigh 2019, p. 25: «quest’edizione [curata dall’Aretino, N.d.A.] noi non la possediamo. Di tutta la produzione a stampa del Cinquecento noi possediamo appena un esemplare: acefalo, anepigrafo, mutilo, senza note tipografiche. […] Per convenzione si chiama T (esemplare Toscanini)». Il volumetto infatti, probabilmente stampato intorno al 1550, «era stato in possesso di Walter Toscanini, figlio del grande direttore d’orchestra, che gestiva una libreria antiquaria a Milano […] Nel 2006 fu battuto da Christie’s di Parigi per 325.000 euri e acquistato da un anonimo collezionista ginevrino».

Alla mostra Pietro Aretino e l’arte del Rinascimento sono state presentate quattro pagine di una pubblicazione dei Sonetti lussuriosi (le vediamo qui sotto), tratte dall’Edizione Nazionale delle Opere di Pietro Aretino (P. Aretino, Poesie varie, Salerno Editrice, Roma 1992): ebbene, sono quelle  dell’edizione pirata — diciamo così — della quale si è detto.


Quattro pagine tratte da un’edizione pirata, cinquecentesca, dei Sonetti lussuriosi dell’Aretino illustrati con incisioni eseguite ad imitazione di quelle realizzate da Marcantonio Raimondi, che a loro volta costituivano una trasposizione su rame dei Modi (o figure d’amore) di Giulio Romano. Con riferimento all’edizione veneziana (1556) dei Sonetti lussuriosi, quelli presentati qui sopra sono i sonetti 3 e 4; in basso, i sonetti 8 e 7.


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Riassumendo, nell’ “inferno” delle biblioteche, dove si conservavano, protetti da occhi indiscreti, i libri libertini o comunque posti all’Indice, non si è trovata traccia dell’edizione curata dall’Aretino; dell’edizione pirata, peraltro mutila, avanza un esemplare unico. (A proposito: che non sia il caso di costituire un inferno, anche nelle nostre biblioteche, per conservarvi i libri e i Dvd dei film ostracizzati dai camerieri del politicamente corretto e dalle femministe?).
A questo punto, non ci rimane (vedi sotto) che leggere i Sonetti lussuriosi, dei quali presentiamo l’edizione veneziana del 1556, l’anno stesso della morte del “flagello dei principi”, l’anno immediatamente precedente a quello in cui tutta l’opera dell’Aretino fu messa all’indice, come si dice, cioè fu inclusa nell’Index librorum prohibitorum. Osserviamo che secondo il Romei quest’edizione sarebbe un falso settecentesco, laddove un altro studioso dell’Aretino, il ticinese Fiorenzo Bernasconi, osserva: «Si tratta di un’edizione rarissima, della cui esistenza si è spesso dubitato» (Appunti per l’edizione critica dei “Sonettti lussuriosi” dell’Aretino, in “Italica”, LIX, 4, p. 277). Ma il libro è stato identificato, conservato nella Biblioteca Nazionale austriaca (Österreichische Nationalbibliothek, Wien), ed è consultabile in rete, anche da questo sito (facendo clic sull’immagine immediatamente qui sotto). Echi di questa polemica si trovano in  “I Sonetti lussuriosi” di Pietro Aretino come in uno specchio. Manca però una spiegazione convincente delle ragioni che porterebbero a giudicare l’edizione veneziana un falso (analisi chimiche della carta e dell’inchiostro, analisi formale alla luce dei precetti e della storia dell’arte tipografica ecc.).

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Sonetto di presentazione dei sedici Sonetti lussuriosi ispirati all’Aretino dalla visione dei Modi di Giulio Romano. Il sonetto è del tipo cosiddetto caudato, perché al sonetto tradizionale, composto di due quartine e due terzine in versi endecasillabi, fa seguito una terzina costituita da un verso settenario in rima con l’ultimo verso della terzina precedente e un distico di endecasillabi a rima baciata. Questo che vediamo sopra è il sonetto stampato nell’edizione veneziana (1556), che può essere sfogliata facendo clic sull’immagine.
In basso, lo stesso sonetto quale si legge nell’edizione critica curata dal Romei, anch’essa sfogliabile facendo clic sull’immagine. Questo è il sonetto proemiale, seguito dai sedici sonetti “ispirati” dai Modi, più un sonetto di chiusura. I sonetti dell’edizione veneziana che non fanno parte della raccolta dei 16 + 2 Sonetti lussuriosi dell’edizione critica, per quanto piacevoli a leggersi, sono da considerarsi spuri.


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Il confronto dell’edizione veneziana con quella critica curata da Romei, stampata — anche questo è degno di nota — negli Stati Uniti d’America l’anno scorso, si presta a puntualizzazioni di carattere filologico; per esempio, nel sonetto IIII dell’edizione veneziana leggiamo «Mettemi un dito in cul, cazzo vecchione», mentre nell’edizione critica è scritto, ragionevolmente, «Mettimi un dito in cul, caro vecchione», proprio come nell’edizione pirata! Tuttavia faremmo male a prendere sul ridere tali questioni, perché ci sono filologi, soprattutto se neofiti ambiziosetti ed aspiranti stregoni, severissimi, soprattutto nelle minuzie; perciò vanno alla ricerca della pagliuzza nell’occhio del prossimo, pur di pavoneggiarsi, senza avvedersi del trave che è nel loro occhio; e, nel loro ottuso fanatismo, sono capaci di delitti efferati, contro il buon senso e contro le buone maniere.
Il clima della Controriforma non impedì che i Sonetti lussuriosi continuassero ad essere ristampati, corredati d’incisioni – per esempio, attribuite ad Agostino Carracci, fratello di Annibale, ma l’attribuzione è tutt’altro che certa – ispirate all’opera del Raimondi, per la gioia degli epicurei professi, ma ancor più per la gioia repressa dei moralisti. Come che sia, le illustrazioni dei Sonetti lussuriosi, più o meno pretestuose, ebbero circolazione ininterrotta, ovviamente limitata, come opera a sé stante, cioè separata dai sonetti dell’Aretino. Nel Settecento si pubblicarono venti illustrazioni di amori lascivi, attribuite al Carracci, stampate in un’improbabile tipografia “À la nouvelle Cythère” (in realtà, la tipografia di Pierre Didot, esponente della nota famiglia dei Didot benemeriti dell’arte tipografica), che i critici attribuiscono al bulino dell’incisore Jacques Joseph Coiny. Ma l’Aretino era ormai poco meno che un pretesto. È interessante tuttavia la cornice mitologica di presentazione delle figure di Venere, né si dura fatica ad osservare che i riferimenti alla statuaria e alla letteratura classica sono impeccabili: l’unico esempio di epoca moderna è tratto dall’Orlando furioso, con ampia citazione delle stanze del poema ariostesco dedicate agli amori di Angelica e Medoro.


Una doppia pagina dell’Arétin d’Augustin Carrache ou recueil de postures érotiques, d’après les gravures à l’eau-forte par cet artiste célèbre: il libro è conservato alla Bibliothèque Nationale de France, ed è reperibile nel sito della medesima, Gallica. Si noti, nell’antiporta del libro, la carta cioè che precede il frontespizio, la scritta, a matita, Enfer: cioè il libro faceva in origine parte dell”Inferno” di una biblioteca privata. Per sfogliarlo, si faccia clic sull’immagine.


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Di Marcantonio Raimondi rimane da dire che non poté evitare il rigore del carcere (per le incisioni dei Modi, non per i Sonetti lussuriosi, le cui figure non sono di sua mano), perché grande fu lo sdegno del pontefice Clemente VII. Al momento del sacco di Roma (1527) ad opera dei Lanzichenecchi era libero, perché in precedenza era intervenuto in favore della sua liberazione, presso il pontefice, lo stesso Aretino; poi fu di nuovo incarcerato e liberato dagli Spagnoli [1] dietro pagamento di un riscatto, infine lasciò Roma senza lasciar più traccia di sé.

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[1] I Lanzichenecchi erano mercenari tedeschi (originari principalmente delle provincie di Merano e Bolzano) al servizio del Sacro Romano Impero, che era in conflitto con il Regno di Francia, il Ducato di Ferrara e lo Stato Pontificio; furono inutilmente contrastati da Giovanni dalle bande nere, come si vede nel film di Olmi Il mestiere delle armi. Imperatore era allora Carlo V d’Asburgo, arciduca d’Austria e re di Spagna. Così si spiega la presenza degli Spagnoli a Roma.

Viaggio virtuale in Istria

Alida Valli, Laura Antonelli, la vela latina e il “parlar latino” nella lingua di Camilleri

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Senso

Figg. 1 e 2 – Qui sopra, ‘Senso’ (1951), film di Luchino Visconti tratto da una novella di Camillo Boito. La pellicola incorse nei rigori della censura, non solo per il sapore erotico di alcune scene ma soprattutto per aver toccato l’argomento dell’ottusità del comando militare: la narrazione è ambientata al tempo della cosiddetta III Guerra d’Indipendenza, nel corso della quale l’Italia subì pesanti sconfitte per terra e per mare, a parte la battaglia di Bezzecca (21 luglio 1866), vinta per merito del Corpo Volontari italiani, al comando di Giuseppe Garibaldi.
In basso, ’Passione d’amore’ (1981), film di Ettore Scola tratto da ‘Fosca’, di Igino Ugo Tarchetti. Laura Antonelli interpreta il personaggio di Clara, il primo dei «due grandi amori, diversamente sentiti, ma ugualmente fatali e formidabili»: Giorgio, il protagonista, conosce la dolcezza della prima creatura e la bruttezza del corpo, che imprigiona un animo sensibile ed egoista, della seconda.
Entrambi i film sono stati presentati in questo diario, quando però non si dava in rete la possibilità di vederli per intero (adesso basta fare clic sulle rispettive immagini, sopra e sotto): vedi Rec. a Senso e Rec. a Passione d’amore.

PAssione d'amore

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I lettori di Nusquamia non ignorano – credo – la grande considerazione in cui teniamo Alida Valli e Laura Antonelli: entrambe polesane, entrambe bellissime, entrambe con la fronte a bauletto; entrambe trascorsero gli ultimi anni della vita in strettezze economiche. Alida Valli ebbe la pensione Bacchelli, Laura Antonelli nemmeno quella, devastata nel bel sembiante d’un tempo dal botulino e dalla malattia. Proprio loro che furono donne generose, mai avare di donnesche grazie, concesse splendidamente a molti, a nessuno per calcolo: perciò non esitiamo a definirle due sante. Ma con questa differenza, Alida Valli fu generosa perlopiù con chi le meritava, Laura Antonelli con chi non le meritò (unica eccezione: Jean-Paul Belmondo), e profittò vilmente della sua santità. Per non ripetere cose già dette, rimando il lettore agli articoli:

Laura Antonelli interprete ideale per un film di Ettore Scola
Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro
Piccolo mondo antico, di Mario Soldati, dove si pone il dilemma: Regno Padano o Italia?: l’articolo reca due esempi della generosità di Alida Valli.

L’alta considerazione per queste due Muse da tempo ci faceva pensare all’opportunità di un viaggio di approfondimento, un po’ come parecchi anni fa la lettura di Colomba e delle altre novelle còrse di Prosper Merimée c’indusse a visitare la Corsica; e come, in seguito, una rilettura dell’Odissea ci fece approdare a Itaca. Ovviamente, recandoci in Istria, avremmo visitato Fiume, onde intercettare lo spirito dell’impresa fiumana, per auspicabile effetto d’induzione indiretta. La lettura dell’ottimo libro di Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (il Mulino, Bologna 2002) ci ha convinto: la “festa della rivoluzione” del “comandante” (cioè di D’Annunzio, altro che il “capitano” sbracato e con bava di mojito agli angoli della bocca!) fa impallidire il ’68, era meglio del ’68 e, a differenza del ’68, non degenerò nella feroce “mongoburocrazia“ istituzionale, con appendici politicamente corrette. Mussolini s’ispirò parecchio a D’Annunzio, s’impadronì di alcune sue invenzioni linguistiche, a cominciare dall’“Eja, eja, alalà”,[1] ma presto non fu più il rivoluzionario, il socialista massimalista di un tempo: grazie alla pazienza e all’ingegno di Margherita Sarfatti, Mussolini si diede una spolverata e divenne istituzionale; ma non riuscì mai a imbrigliare D’Annunzio, anzi lo temeva.
Prima però di partire dovrei assolutamente leggere Il porto dell’amore di Comisso, romanzo autobiografico ambientato a Fiume tra la primavera del 1920 e il “Natale di sangue” dello stesso anno. Mi faccio una colpa di non averlo ancora letto, con la sola scusante che non intendo acquistare la ristampa recente (2011) per i tipi di Longanesi, con la prefazione di Nico Naldini (per la cronaca, cugino di Pasolini). Cercavo, senza trovarla, un’edizione dignitosamente datata, per esempio quella Longanesi del 1959, o quella Mondadori del 1983, fermo restando che non posso permettermi l’edizione stampata a Treviso a spese dell’autore, che sul mercato antiquario è quotata 1.500 euri.
Ma ancora non son partito per l’Istria, né penso che lo farò quest’anno, per via del morbo – il Covid-19 – che ha fatto la fortuna politica e mediatica di alcuni, ma che ha precipitato nell’indigenza molti nostri fratelli e, nel migliore dei casi, ha prostrato e defraudato del tempo e della libertà, la cose più preziose, milioni di onesti cittadini. Non è sano partire, forse nemmeno si può; oppure, se lo fai, devi farlo sotto l’occhio di birri e delatori, in un clima per niente simpatico.

Istria

Fig. 3 – Istria: la parte superiore (una lunetta, con convessità verso il basso) appartiene alla Slovenia, compresa Capodistria. Il resto è Croazia.

Meglio dunque non mettersi in viaggio, fisicamente; possiamo però pensare a un viaggio ipotetico, questo proprio non ce lo può impedire nessuno: nemmeno la Gruber, nemmeno il potentissimo Casalino. Ariosto d’altra parte scriveva di non sentirsela di viaggiare, e che avrebbe semmai viaggiato con Ptolomeo,[2] contentandosi cioè delle descrizioni contenute nella Cosmographia di Tolomeo e delle mappe del suo tempo. Ebbene noi, grazie a Internet possiamo far qualcosa di meglio, tanto più che riguardo all’Istria Tolomeo è avaro di notizie, come vediamo nel riquadro qui sotto.

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Istria nell'Italia_di_Tolomeo

Figg. 4 e 5 – L’Istria come appare in una tavola inchiostrata e colorata su pergamena appartenente al codice manoscritto della Cosmographia (o Geographia) di Tolomeo, composto verisimilmente a Firenze nel 1467: Cosmographia Claudii Ptolemaeii Alexandrini… florentis manu Donni Nicolai Germani Presbyteri secularis descripta, Tabulisque egregie pietatis adornata ac Paulo secundo summo Pontifici, ab eodem circa Annum 1467 dedicata.[3] Per vedere un’immagine ingrandita della tavola, fare clic sull’immagine: si aprirà una nuova finestra che presenta la medesima tavola, con la possibilità di ingrandimento progressivo, agendo sulla rotellina del mouse. Leggiamo sulla tavola le indicazioni di Capodistria (Tergestum colonia), del fiume Risano (in latino, Formio), di Parenzo (Parentium) e di Pola. Utilizzando i comandi della nuova finestra sarà possibile sfogliare il secondo volume dell’opera, contenente tutte le tavole, eseguite sotto la guida di Nicolò Germano. Il testo di Tolomeo è contenuto nel primo volume dell’opera (per sfogliarlo fare clic qui), nella traduzione latina di Jacopo D’Angelo (completata nel 1406): quella stessa utilizzata nelle numerose edizioni della Cosmographia di Tolomeo, stampate nel XV secolo, e successivamente.
Qui sotto, una pagina dell’edizione a stampa del manoscritto precedente (Ulm, 1482): nella colonna a sinistra, in basso, si leggono le coordinate di alcune località istriane. Le tavole di Nicolò Germano, sono riprodotte con procedimento xilografico, una tecnica che si sposa ottimamente con l’arte tipografica di recente invenzione. Le tavole sono colorate a mano, di qualità inferiore, e semplificate. Si veda per esempio l’equivalente a stampa della tavola che presenta l’Istria, alle pp. 188-89 dell’edizione scandita al computer, sfogliabile facendo clic sull’immagine sottostante.

Istria, Tolomeo, ed. a stampa

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Preparativi per il viaggio

Primo passo: l’itinerario – Immaginiamo che la prima tappa del nostro viaggio sia Pola e scartiamo l’ipotesi di un lungo viaggio in automobile, passando per Venezia e Trieste. Nella Fig. 3 vediamo che c’è modo di raggiungerla via nave; infatti, si dànno diverse possibilità, ma se vai a cercare in rete, trovi un numero straordinario di siti che ti vogliono succhiare e “fidelizzare”, come dicono lorsignori. O sai fin da principio a quale linea di trasporto vuoi affidarti, oppure se devi considerare il ventaglio delle offerte, confrontare, decidere in conseguenza, rischi di perdere un mare di tempo. Mi hanno consigliato un sito che mette in concorrenza i diversi vettori, ho provato, ma ho l’impressione che anche quel sito abbia una sua politica di sponsorizzazione e captazione di commesse prossenetiche. Considerato che c’è un’agenzia di viaggi vicino a casa, tutto sommato converrà servirsene, confidando che l’impiegata sia ancora quella persona gentile di qualche tempo fa, non determinata, non markettara.

Secondo passo: l’albergo – Sono favorevole all’improvvisazione, a programmare il meno possibile. Però è meglio non arrivare sul posto completamente sprovveduti, perciò Internet potrà anche essere consultato, ma con juicio: sarà una carta di riserva, da giocare all’ultimo momento. La cosa migliore è arrivare per tempo sul posto, annusare l’aria, fare quattro chiacchiere, valutare il da farsi secondo criteri propri (che per le persone bennate non coincidono con quelli del decoro piccolo borghese o del cosiddetto comfort mongomanageriale).

Terzo passo: documentazione cartografica – Google Maps può andare bene come navigatore, ma la cartografia è orribile. Molto meglio – parlando sempre di mappe reziali – quella di ViaMichelin, che ci ricorda un po’ le care vecchie carte dell’Istituto Geografico De Agostini, o quelle del Touring club. Ma la cosa migliore è avere sotto gli occhi qualche carta del buon tempo antico: nel nostro caso, quello dell’Istria, con i confini magari sbagliati, e senza l’indicazione delle strade più recenti (ma è bello percorrere le strade antiche, sempre che ancora ci siano). La carta della Fig. 3 può essere un buon punto di partenza. Ma perché fermarsi a questa? Abbiamo già considerato la carta del codice tolemaico del 1467 (Fig. 4); non sarà male ragionare anche sulla carta presentata nella Fig. 6, che è del 1525, su quella della Fig. 7, che è del 1665, e su quella della Fig. 8, che è del 1885. Con questo non intendo affermare che le carte antiche siano utili, dico che è bello ragionarci, come sempre sulle cose antiche, che sono anche nobili (questo è il significato di antiquus). Non è soltanto una questione di estetica, ma anche morale, perché una carta antica ci riporta al tempo in cui esisteva ancora l’uomo, una razza in via di estinzione (come dice Henry Fonda in un film di Leone), al tempo in cui l’onore contava qualcosa, almeno per alcuni uomini, e chi era un mascalzone era se non altro costretto a fingere di non esserlo. Doveva ancora nascere l’aziendalismo che ci vorrebbe tutti determinati e mascalzoni.

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Fig. 6 – Carta dell’Istria tracciata originariamente nel 1525 da Pietro Coppo e riportata nell’Atlante dell’Ortelius del 1575. Facendo clic sull’immagine si accede a una nuova finestra che presenta la medesima tavola, con possibilità di vari ingrandimenti (agendo sulla rotellina del mouse).

Histria olim Iapidia

Fig. 7 – Carta dell’Istria pubblicata nell’Atlante di Joan Blaeu (1665). Fare clic sull’immagine per visualizzarne un ingrandimento (variabile, agendo sulla rotellina del mouse).

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Fig. 8 – Particolare della Carta d’Italia, stampata dall’Istituto Geografico Militare di Firenze (1885). Fare clic sull’immagine per visualizzarne un ingrandimento (variabile, agendo sulla rotellina del mouse).

 

Quarto passo: la cultura – Si ha pudore a parlare di cultura, tanto la parola è oggi sputtanata, più o meno come la professione di virologo. Il pensiero corre infatti agli assessorucoli alla cultura, o alle manifestazioni (ma a lorsignori piace dire “eventi”) culturali: personaggi e cose deprimenti. Né tampoco pretendiamo di definire la cultura, cioè d’ingabbiarla. Tagliamo corto dicendo che la cultura è quella che ognuno ha, o vorrebbe avere: esiste pertanto un’alta cultura (quella della quale parlava Marcuse, e che comunque è bene rimanga indefinita), una cultura certificata a norma di cacata carta da dichiarare nel curriculum vitae, una cultura degli assessorucoli, una cultura degli agrimensori “pedociclabili” (che i lettori di questo diario hanno imparato a conoscere), una cultura enogastronomica, una cultura femminista ecc.
Quale che sia la cultura (meglio, se non è definita) non c’è dubbio che ciascuno viaggiando rechi con sé la propria ed entri in un ambiente culturalmente caratterizzato, o caratterizzabile. Faccio grazia al lettore (e a me stesso) di considerazioni scontate sull’incontro delle culture, sul dialogo giovanneo ecc. Mi limito a dire che, nell’organizzare questo viaggio virtuale in Istria, mi sento in dovere di ripassare i film di Alida Valli, compresi quelli dell’epoca dei telefoni bianchi, quando era la “fidanzatina d’Italia”, compreso anche il melodramma giudiziario Il caso Paradine girato in America con Hitchcock, e compresi, naturalmente, Piccolo mondo antico di Soldati (al tempo follemente innamorato della Valli, senza successo) e Il terzo uomo di Carol Reed. Quanto a Laura Antonelli, penso che abbia dato il meglio di sé nel Merlo maschio di Pasquale Festa Campanile, in Malizia di Salvatore Samperi e nella Venexiana di Mauro Bolognini: come viatico per il viaggio istriano mi par sufficiente. Dell’impresa fiumana e dell’importanza di leggere Comisso ho già detto (ho appena preso al volo, in antiquariato internettiano – stentava ad apparire, ormai da un po’ –, l’edizione Longanesi del 1959 del Porto dell’amore).

Continuo a cercare notizie sull’Istria, sempre via Internet, raccogliendo le più interessanti in una cartella “dedicata” (come si dice) dei siti preferiti. Ed è così, spigolando un po’ oggi, un po’ domani, che sono approdato a un sito assai interessante che si presenta all’internauta sotto questo nome: Sito Web di Aldo e Corrado Cherini. Qui Corrado Cherini ha raccolto, con molto buon gusto e con understatement esemplare (dovrei dire ‘tapinòsi’, ma temo che non tutti sappiano che questo è il vocabolo italiano per understatement), gli scritti e i disegni del padre Aldo: alcuni pubblicati precedentemente a stampa; altri, trovati nei cassetti di scrivanie e armadi, diligentemente raccolti in buste intitolate a vari argomenti, inediti.
Il sito dei due Cherini si divide in due sezioni: la prima è dedicata alla Marina militare e mercantile, e alla marineria storica; la seconda è dedicata all’Istria, della quale Aldo Cherini parla con amore, senza mai scadere nella petulanza e nelle ampolle degli storici locali; i quali, notoriamente sono permalosi, asseverativi e intrattabili, come già osservava Merimée nella Venere d’Ille: «mi sono fatto una legge di non contraddire mai più che tanto i cultori ostinati delle antichità locali». In Aldo Cherini, che è un personaggio borghese e colto, non trovi niente dell’agitarsi scomposto del travet cultori dell’identità locale e assetati di riconoscimenti istituzionali; sempre composto e conoscitore del mondo, si difende dalla prevalenza del cretino con ironia. Per esempio, dovendo trattare delle antiche botteghe di Capodistria, che enumera con precisione e misura, tanto da farne un racconto, più che un catalogo, si capisce che la parola ‘shopping’ non gli garba; d’altra parte, con l’aria che tira, sa che la parola da usare è proprio questa; ecco allora che intitola il suo opuscolo Andar per botteghe, ovvero se l’usar inutilmente termini esotici non ci rimordesse, “shopping capodistriano” (fare clic sul nesso per sfogliare la pubblicazione). Insomma, per farla breve, se dapprima sapevamo che nel nostro viaggio in Istria, auspicabilmene non più virtuale, avremmo toccato per certo le città di Pola e di Fiume, a questo punto sentiamo la necessità di fare una puntata nello Stato della Slovenia, al quale oggi appartiene Capodistria. Aldo Cherini ci fa capire che è indispensabile: vedi anche Capodistria nei disegni di Aldo Cherini.

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Fig. 9 – Feluca armata a vela latina (disegno di Aldo Cherini).

Tre almeno sono dunque i luoghi da visitare in Istria, degli altri è questione aperta e indeterminata; del resto, Omne trinum est perfectum. A proposito di “trino”, leggiamo in un’altra pubblicazione del Cherini che la vela latina poco ha che fare con i romani, ma prende questo nome dall’espressione “vela alla trina”, cioè vela a tre (angoli). Così pensano molti esperti di marineria, ma non tutti. Per esempio, nel Vocabolario Treccani, alla voce “latino” leggiamo: «Dal sign. ant. di facile, agevole, deriva anche, con molta probabilità, il nome di vela l., che nell’attrezzatura navale designa in genere le vele da taglio triangolari inferite con il lato maggiore a un’antenna o a un cavo, di ottimo rendimento spec. con il vento al traverso». Già, perché “latino” può significare (per chi sappia di latino) “facile” e “parlar latino” vuol dire, anche, parlar chiaro, apertamente. Così è anche nel linguaggio di Camilleri. Leggiamo infatti nel Ladro onesto:

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Fig. 10 – Il “parlar latino” nel romanzo di Camilleri ‘Il ladro onesto’.

In mancanza di conferme decisive, nessuno al presente può dire per certo che “vela latina” derivi dall’espressione “alla trina”, o dall’aggettivo “latino”, inteso come “facile”.

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[1] Eja è avverbio dal greco (εἶα) passato al latino per esprimere lieta ammirazione; ἀλαλά, forma dorica per l’ionica ἀλαλή, è un grido di guerra, quale si trova, per esempio, in Pindaro. D’Annunzio introdusse l’“alalà” nel 1917, quando udì gli aviatori reduci dal bombardamento di Pola (allora in mano austriaca) esprimere gioia ricorrendo all’esclamazione barbarica “hurrà!”. Propose allora un’esclamazione più idonea, se non proprio italiana. Ma l’alalà dannunziano ha un precedente nel 1904, in un Poema conviviale del Pascoli (L’ultimo viaggio: “XVII – L’amore”: «E mise allora un alalà di guerra»).
L’eja, che D’Annunzio conosceva per gli studi classici compiuti al Collegio Cicognini di Prato, tornò suggestivamente alle orecchie del poeta nel 1882, mescolato alla parlata dei sardi. Quell’anno D’Annunzio, diciannovenne, si recò nell’isola in qualità d’inviato della rivista Capitan Fracassa, insieme con Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella. Vi si trattenne venti giorni, in Gallura conobbe il tenore Stangoni (dall’incontro nacque il nome di un coro di musica polifonica, il “Galletto di Gallura”), nel nuorese gustò il vino da lui subito ribattezzato Nepente, per suggestione omerica, nel Campidano si estasiò dei profumi e del paesaggio di Villacidro che cantò nella poesia Sa Spendula (vedi Quel viaggio in Sardegna di Gabriele D’Annunzio). E ovunque sentì ricorrere nella lingua dei sardi l’antico avverbio latino, per esprimere approvazione e compiacimento. Quanto al nepente, ne parla Omero nell’Odissea (IV, 220): Telemaco intraprende un viaggio alla ricerca del padre, si reca alla reggia di Menelao dove Elena, precedentemente rapita da Paride, è tornata col marito vittorioso. Si tiene un banchetto ed Elena offre ai commensali, tristi per l’assenza di Ulisse, del vino corretto con il “nepente”, un farmaco capace di fugare ogni dolore, ogni pena dell’animo: νηπενθές τ’ ἄχολόν τε, κακῶν ἐπίληθον ἁπάντων, cioè “un farmaco che toglie il dolore e l’ira, e porta via il ricordo di tutti i mali”.

[2] Satira III, vv. 61-63: «Questo mi basta; il resto de la terra, / senza mai pagar l’oste, andrò cercando / con Ptolomeo, sia il mondo in pace o in guerra; / e tutto il mar, senza far voti quando / lampeggi il ciel, sicuro in su le carte / verrò, più che sui legni, volteggiando». Il poeta fa presente al cugino, che gli domanda come se la passi, il suo ideale di una vita tranquilla, senza incombenze diplomatiche che non ambisce, ma dalle quali è di tanto in tanto gravato, essendo al servizio del duca Alfonso d’Este. L’Ariosto aveva dimestichezza con l’opera di Tolomeo, considerato che nel 1466 Borso d’Este, nonno di Alfonso al cui servizio si trova, aveva acquistato la Cosmographia di Tolomeo, completa delle tavole approntate da Nicolò Germano. Si tratta del cosiddetto “Atlante di Borso d’Este”, conservato alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena, e consultabile (solo le tavole, però), facendo clic qui: un esemplare simile a quello probabilmente composto a Firenze (ne vediamo una tavola nella Fig. 4). Infatti Nicolò Germano (o Germanico) operò a Padova, Ferrara e Firenze. Ed è sempre verisimilmente opera di Nicolò Germano, o quanto meno della sua scuola, la Cosmographia conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli, già appartenente alla Biblioteca Farnese, consultabile in rete qui. La parentela tra questi codici non deve meravigliare, perché Nicolò Germano fu uno dei più prolifici autori di manoscritti tolemaici: a lui e alla sua scuola se ne attribuiscono diciannove.

[3] Il codice manoscritto, proveniente dalla Bibliotheca Ordinationis Zamoscianae [cioè, di Zamość] è conservato nella Biblioteca Nazionale Polacca (Biblioteka Narodowa), Varsavia.

Scalfari (post illuminista), l’energia e Papa Bergoglio

Il fondatore di Repubblica insiste a fare con Bergoglio quel che gli riuscì (solo in parte) con De Mita

 

 

Scalfari 26.07.2020

La Repubblica del 26 luglio 2020: l’editoriale di Scalfari è riportato nella posizione dell’articolo di fondo.

 

Nell’editoriale domenicale del 26 luglio 2020, intitolato Se la debolezza del premier diventa la sua forza, Scalfari argomenta che Conte, nonostante tutta la sua presunzione (questo lo diciamo noi) conta poco in Italia e conta poco in Europa («Conte è diventato più forte in Italia e in Europa e allo stesso tempo più debole in entrambe le predette situazioni»): ma potrebbe contare di più se si decidesse a diventare un liberal-socialista, come piacerebbe a Scalfari, tenendo presente in particolare che il fattore socialista «si appoggia ad una serie di gruppi ispirati dal socialismo berlingueriano ma localizzati nelle province che vanno dalla Sicilia fino agli Abruzzi e che in qualche modo realizzarono l’unità d’Italia attraverso i Mille garibaldini». Per la verità questa concezione del socialismo da parte di Scalfari presta il fianco a più di una critica, ma lasciamo perdere. Ad essere maliziosi, si direbbe che Scalfari sogni una mossa di orgoglio meridionale, come quella vagheggiata al tempo del suo grande amore per De Mita (con il quale ci fu poi rottura, a proposito di una nomina ai vertici della Cariplo). Giorgio Bocca, che è piemontese, e che faceva parte dell’ala di sinistra di Repubblica, la quale non apprezzava la sbandata di Scalfari per l’“intellettuale della Magna Grecia”, diceva che i due si erano trovati complementari sulla base dell’essere entrambi figli del Sud d’Italia, bistrattato, incompreso, defraudato (dai piemontesi), ma anche desideroso di pareggiare i conti: De Mita irpino e cattolico, Scalfari di famiglia calabrese, di tradizione massonica.

Ciò premesso, Scalfari passa ad altro argomento. Andando a vedere le cose veramente importanti e levando gli occhi dalla palude della politichetta – dice in buona sostanza – vediamo che il problema vero, urgente e cogente, è quello climatico: «Se vogliamo prescindere dall’esame della situazione politica italiana e approfondire quella che delinea la nostra storia, almeno negli ultimi trecento anni, e che racchiudono la storia moderna della società italiana, vediamo che il tema fondamentale deriva dalle vicende climatiche». Questa lettura in chiave climatica degli ultimi trecento anni di civiltà italiana e forse occidentale è un passaggio ardito che neanche Greta Thunberg aveva pensato di fare (anche perché le mancano gli strumenti intellettuali di Scalfari che – non dimentichiamolo – fu compagno di banco di Italo Calvino al liceo di San Remo). Scrive dunque Scalfari:

Finora il problema climatico ha interessato ben poco i popoli europei e in particolare quello italiano […] Questi mutamenti del clima sono molto antichi e hanno sempre contraddistinto il pianeta Terra, la Luna, le climatiche del nostro globo e di quelli esistenti nello spazio conoscibile, quelli che la poesia classica chiamava “Pleiadi”. Gli déi erano molteplici, non esisteva un dio unico. Se si voleva andare all’inizio della creazione, si trovavano la Terra e il Cielo e quella era l’accoppiata di fondo che vedeva Eros come il figlio di quell’accoppiamento, come fu celebrato dai poeti che s’inventavano nel corso della loro vita gli déi i quali, una volta inventati, guidavano la vita e la morte dei loro inventori: “Deduke men selanna/ kai Pleiades, messai de/ nuktes par d’ertet ora”. Questa è Saffo, una delle voci più splendide della poesia dell’antica Grecia peloponnesiaca: “È tramontata la Luna e sono tramontate le Pleiadi, e la notte è al mezzo”.

Il componimento di Saffo citato da Scalfari consta di quattro versi: gli ultimi due esprimono un sentimento di melanconia, in mesta ma poeticamente felice continuità con i versi precedenti: «È tramontata la luna / e sono tramontate le Pleiadi / la notte è al mezzo, il tempo passa; / io dormo sola».
Sorvoliamo sull’accenno alla Grecia peloponnesiaca (perché “peloponnesiaca”?) e vediamo d’interpretare il significato delle parole di Scalfari, alcune della quali devono essere scivolate in sede di composizione tipografica, come ci avverte l’analisi grammaticale e logica del periodo (mancano alcuni nessi). Però il senso è chiaro: Scalfari intende dire che gli antichi osservando la volta stellata – le Pleiadi per esempio, splendenti nella costellazione del Toro – avvertivano la divinità della natura, ne favoleggiavano, e il mito dava dignità divina agli oggetti celesti; e quegli stessi uomini che inventarono gli dèi, in essi si acquietarono, consapevoli che la natura stessa è Dio: Deus sive natura, come vuole Spinoza.
Dal mito che assegna sostanza divina ai corpi celesti, passando (implicitamente) per Spinoza – dunque continuando a riconoscere la divinità della natura – Scalfari perviene al problema climatico, considerando che nell’equilibrio climatico è decisiva l’importanza del Sole, uno dei corpi celesti che si dicevano; quindi introduce una riflessione energetica («Il Sole durerà ancora millenni e millenni, ma la sua sorte è segnata») e di qui, con un ulteriore passaggio non meno ardito dei precedenti, a nostro avviso, a papa Bergoglio. E così facendo, rinnova una sua antica aspirazione, quella di guidare l’attuale pontefice su posizioni spinoziane, in antitesi alla teologia del sommo pontefice emerito, papa Ratzinger. Conclude infatti il fondatore della Repubblica il suo editoriale con queste parole:

Circe, Ulisse, Omero, i popoli del Medio Oriente: questa è stata la storia della civiltà europea ma la vita del Sole è infinitamente più antica.  Incide sul clima e questo è il nuovo evento che merita d’essere attentamente esaminato. […]
Questa situazione [lo scioglimento della calotta polare settentrionale: N.d.Ar.] è ormai allo studio della scienza e della coscienza del mondo. Chi lo sta studiando con estrema attenzione è il nostro papa Francesco e naturalmente non è il solo. Il Sole durerà ancora millenni e millenni ma la sua sorte è segnata e la climatologia sta diventando o è già diventata uno degli elementi fondamentali del nostro Universo.
Noi non conosciamo l’Universo, sappiamo soltanto che esiste un Universo al di fuori della nostra capacità e possibilità di conoscerlo. Noi viviamo in un Universo parziale ed enorme, fatto di “particelle” pressoché invisibili la cui creazione ci è tuttora ignota anche se i grandi studiosi dell’Energia ne hanno acquisito notevole conoscenza. Parleremo nel prossimo futuro e finché potremo di questo tema: è il più lontano ma quello ancora più percepibile dalla mente che illumina il nostro passato e lo proietta verso un futuro.

Come è dato leggere, Scalfari promette di tornare sull’argomento («Parleremo nel prossimo futuro e finché potremo di questo tema»): immagino con questa impostazione, mettendo insieme la sua concezione deista e spinoziana della natura, il problema climatico e papa Bergoglio. Noi che siamo lettori di lunga data delle “scalfaresse”, non abbiamo motivo di meravigliarci: riaffiora l’antico tentativo di coinvolgere papa Francesco, un po’ tirandolo per la giacchetta, sul terreno di una concezione spinoziana che, se fatta propria dal papa, potrebbe diventare uno dei capisaldi di una nuova teologia. Anche se, a ben vedere, il Dio di Spinoza nulla ha che vedere con il Dio del Cristianesimo. A parte la preoccupazione per il cambiamento del clima, che peraltro può ricondursi al filone d’interesse papista inaugurato dalla seconda enciclica di Francesco, Laudato si’, riconosciamo nell’editoriale del 26 giugno 2020 lo stesso intendimento dell’editoriale del 29 marzo 2018 (che però, essendo stato pubblicato un giovedì santo, e non di domenica, a rigore non è una “scalfaressa”):

Scalfari 29.03.2018

La Repubblica del 29 marzo 2018: l’editoriale di Scalfari (Francesco: “Il segreto della Creazione è l’energia”) è riportato in posizione di spalla. Per leggere l’editoriale fare clic sull’immagine.
Lo stesso 29 marzo, però, la Santa sede ha precisato: «Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre».

Leggiamo dunque nell’editoriale di Scalfari di due anni fa, che riassumeva il recente incontro avuto con papa Francesco:

Il Creatore, cioè il Dio nell’alto dei cieli, ha creato l’universo intero e soprattutto l’energia che è lo strumento con il quale il nostro Signore ha creato la Terra, le montagne, il mare, le stelle, le galassie e le nature viventi e perfino le particelle e gli atomi e le diverse specie che la natura divina ha messo in vita. Ciascuna specie dura migliaia o forse miliardi di anni, ma poi scompare. L’energia ha fatto esplodere l’universo che di tanto in tanto si modifica. Nuove specie sostituiscono quelle che sono scomparse ed è il Dio creatore che regola questa alternanza.

Si noti che queste parole, messe in bocca a papa Francesco, sono perfettamente congruenti con la posizione spinoziana di Scalfari, quale leggiamo in un suo libro di dieci anni fa, intitolato Per l’alto mare aperto, in sintonia con la visione di Spinoza secondo la quale «Dio si identificava con la natura e in quanto natura continuava incessantemente a creare» (Einaudi, 2010). Ma Francesco ha detto veramente questo? Pare di no, se dobbiamo dar fede all’immediata smentita proveniente dalla Santa Sede: si veda l’articolo pubblicato sull’Avvenire, Papa. Nessuna intervista a Scalfari, che termina con queste parole:

Anche di questo strano mix di teoria del Big Bang e di Bibbia nulla può essere attribuito al Papa. Così come degli altri concetti espressi che toccano la politica, la cosiddetta “santità civile”, la situazione religiosa dei vari continenti (quasi una sorta di pagella del Pontefice) e quella dell’Europa. Scalfari riferisce infine che al Papa piace sentirsi chiamare ‘rivoluzionario’. Ma l’intervista non c’è stata.

Segnaliamo infine che il 2 aprile 2018 Piergiorgio Odifreddi scrisse un articolo che porta il titolo “Le fake news di Scalfari su papa Francesco”, che costò allo stesso Odifreddi il benservito da parte della Repubblica, che ospitava il suo sito: si veda Il non-senso della vita. Ma questa è un’altra questione, che qui non affrontiamo, per non uscire dal seminato: chi vuole saperne di più si rechi alla pagina qui sopra menzionata, dove è possibile leggere l’articolo di Odifreddi, il benservito dell’allora direttore della Repubblica, Mario Calabresi, e l’addio a Repubblica da parte di Odifreddi.
La nostra impressione è che Scalfari due anni fa avesse inteso giocare di sponda con il papa, profittando di una certa propensione di Francesco al plauso mediatico, come in altri tempi aveva giocato di sponda, con successo, offrendo i suoi servigi di mediatore e suggeritore a De Mita, a Craxi allo stato nascente e a Berlinguer. Ma soprattutto Scalfari fu il garante del gradimento del salotto buono della borghesia “pensante” e poco imprenditoriale italiana, nei confronti di De Mita. La cosa andò avanti per alquanto tempo, fino alla rottura, come si diceva, quando De Mita non accettò certi suggerimenti scalfariani. Adesso Scalfari vorrebbe giocare lo stesso ruolo di suggeritore nei confronti di papa Bergoglio. Ci aveva provato due anni fa, adesso ci riprova, con qualche cautela in più, che avremo modo si apprezzare tra qualche tempo, se manterrà la promessa di tornare sull’argomento.

P.S. – Nell’articolo domenicale del 26 luglio 2020 è possibile leggere una malandata traslitterazione, in caratteri latini, del carme di Saffo che va sotto il nome di Tramontata è la luna: secondo alcuni, il poema è tutto qui; secondo altri quel che abbiamo per le mani è solo un frammento. Lo riportiamo nella trascrizione reperibile in rete, con qualche commento linguistico essenziale, al seguente indirizzo: Insomnia.

δέδυκε μὲν ἀ σελάννα
καὶ Πληΐαδες, μέσαι δὲ
νύκτες, παρὰ δ’ ἔρχετ’ ὤρα,
ἔγω δὲ μόνα κατεύδω.

Appare improbabile che la sgarrupata trascrizione che leggiamo su Repubblica sia imputabile a Scalfari, così com’è improbabile che sia stato lui a scrivere il plurale di “dio”, che fa “dèi” con l’accento acuto invece che con quello grave. È invece probabile che Scalfari abbia dettato il suo articolo e che eventualmente abbia indicato a parte il brano di Saffo da pubblicare. Ebbene, nonostante i progressi della videoscrittura e della fotocomposizione, a Repubblica non sono stati in grado di rendere giustizia a Saffo, in primis, e allo stesso fondatore del loro giornale: sempre che non si sia trattato di un dispetto (come quelli della redazione del TG4 con Emilio Fede), sono incorsi in una trascrizione sgangherata, senza nemmeno gli accenti, traslitterando “υ” come “u” invece che come “y”, e interpretando “χ” come “t”.

In altri tempi, quando Scalfari era il temutissimo “Barbapapà” – colui che nella sala delle riunioni di redazione faceva echeggiare il minàce “Sei entrato nel cono d’ombra” – si sarebbero guardati dal prendere sottogamba i suoi editoriali.

Rep_29.03.2018, p 32

Pag. 32 di Repubblica del 29 marzo 2018, dove si legge l’editoriale di Scalfari: si noti il titolo, di genere “paraculo”.

 

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Si veda anche:
Il carteggio Scalfari/papa Francesco (luglio-settembre 2013)
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La logica di Guglielmo da Baskerville

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Jean-Jacques Annaud nel 1986 ha tratto un film dal libro Il nome della Rosa (1980) di Umberto Eco, avendo l’accortezza di precisare nei titoli di testa “A palimpsest of Umberto Eco’s novel”. Nella sequenza che presentiamo qui sopra Guglielmo da Baskerville è incaricato dall’abate Abbone di far luce sulla morte misteriosa del bell’Adelmo, il giovane miniaturista sfracellato ai piedi di una finestra della biblioteca dell’abbazia. Guglielmo, frate francescano, si è recato nell’abbazia in missione diplomatica, per  incontrare una delegazione papale ed esporre il punto di vista dei teologi imperiali riguardo alla controversia sulla povertà apostolica. È preceduto dalla fama del suo ingegno, del quale ha dato prova poco prima di fare ingresso nell’abbazia, quando ha indicato al cellario la direzione di fuga del cavallo dell’abate, pur non avendolo visto. D’altra parte è stato inquisitore di Santa Romana Chiesa, poi però abbandonò l’incarico per disgusto («spesso sono gli inquisitori a creare gli eretici»).
Per inquadrare la storia nel contesto storico, ricordiamo che i francescani avevano stabilito nel capitolo di Perugia del 1322 che la povertà di Cristo e degli apostoli fosse verità di fede, ma tale proposizione fu subito condannata dal papa Giovanni XXII nel 1323: gli avvenimenti del libro di Eco si svolgono nel 1327).
Annaud ebbe la felice intuizione di una ricostruzione tridimensionale della biblioteca. Infatti nell’economia del film non aveva senso che la biblioteca si sviluppasse in piano, se si trovava all’interno di una torre. Quindi si rivolse allo scenografo Dante Ferretti perché gli costruisse una biblioteca ispirata ai disegni di Escher e alle incisioni del Piranesi.[1] Il film di Annaud può essere visto per intero nel canale You tube (perlomeno, al momento in cui l’articolo è scritto: giugno 2020): fare clic sull’immagine sottostante.

Nome della rosa_biblioteca

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1. Guglielmo da Baskerville, Sherlock Holmes e Guglielmo di Occam

Guglielmo da Baskerville, come vedremo, non soltanto è abilissimo nel ragionamento abduttivo, secondo un paradigma che i logici del suo tempo ancora non avevano studiato, ma è un conoscitore profondo della logica aristotelico-medievale. Sappiamo che è amico di Guglielmo di Occam, filosofo e francescano come lui, paladino della separazione di fede e ragione, per cui sarà scomunicato da Giovanni XXII (ma la scomunica sarà revocata dal pontefice successivo). Leggendo il Nome della rosa apprendiamo che pur non concordando in tutto e per tutto su certe questioni teoriche, i due si rispettano e si amano; in ogni caso Guglielmo da Baskerville è d’accordo con l’altro Guglielmo, quando postula il principio: «Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora», come dire che nel cercare soluzione a una questione è inutile far intervenire una pluralità di agenti, o enti, se essa trova spiegazione per intervento di un numero minore di cause. È questo il celebre “rasoio di Occam”, conosciuto perlopiù nella formulazione «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem».
Alla luce di questo principio Guglielmo, incaricato di far luce sulla morte di Adelmo, dopo aver assunto le prime informazioni interrogando monaci e curiosando nello scriptorium, e dopo aver esaminato i “segni” (cosa molto importante), ritiene improbabile che Adelmo sia stato ucciso nell’Edificio dell’abbazia (così viene indicato nel libro, con la “E” maiuscola: comprende il refettorio, lo scriptorium e la biblioteca dell’abbazia). Questa è l’ipotesi dell’abate, non di Guglielmo, che propende per l’ipotesi di un suicidio.
La sua è un’ipotesi più semplice, ancora da validare, è vero, ma per niente campata in aria, perché suffragata da informazioni e indizi. Eccola: Adelmo ha confessato il proprio peccato a Jorge, e Berengario, con il quale il peccato di sodomia è stato commesso, ha capito che Adelmo si è confessato, tanto più che quando casualmente e nottetempo incontra il fraticello, nei pressi del cimitero, quello gli appare sconvolto; e poiché lui stesso è sconvolto e in preda ai rimorsi, Berengario pensa d’incontrare la larva di un morto. È lo stesso Berengario che racconta l’incontro a Guglielmo, il quale dice ad Adso: «E dal cimitero [Adelmo] si avviava, come ci ha fatto comprendere Berengario, in direzione opposta al dormitorio. Verso l’Edificio, dunque, ma anche (è possibile) verso il muro di cinta dietro gli stabbi, da dove ho dedotto debba essersi gettato nel dirupo. E si è gettato prima che sopravvenisse la tempesta, è morto ai piedi del muro, e solo dopo la frana ha portato il suo cadavere tra la torre settentrionale e quella orientale». Guglielmo propende per questa ipotesi precisamente in base al principio di economia che va sotto il nome di rasoio di Occam:

Caro Adso, non occorre moltiplicare le spiegazioni e le cause senza che se ne abbia una stretta necessità. Se Adelmo è caduto dal torrione orientale bisogna che sia penetrato in biblioteca, che qualcuno lo abbia colpito prima perché non opponesse resistenza, che abbia trovato il modo di salire con un corpo esanime sulle spalle sino alla finestra, che l’abbia aperta e abbia precipitato giù lo sciagurato. Con la mia ipotesi ci bastano invece Adelmo, la sua volontà, e una frana. Tutto si spiega utilizzando un minor numero di cause.

Insomma, Guglielmo da Baskerville, figlio del proprio tempo e amico di Guglielmo di Occam, all’occorrenza fa uso del suo rasoio. Del resto, non è un caso che porti questo nome: “da Baskerville” per ricordarci che il protagonista del Nome della rosa è un investigatore come Sherlock Holmes (infatti Il mastino dei Baskerville è il titolo di uno dei romanzi holmesiani di Conan Doyle); ma anche “Guglielmo”, per ricordarci che è un logico avveduto, come Guglielmo di Occam.

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2. Il ragionamento abduttivo

2.1 Guglielmo da Baskerville descrive Brunello, pur non avendolo visto – All’inizio del Nome della rosa, subito dopo il prologo, c’imbattiamo nell’episodio di Brunello: un saggio dell’acume di Guglielmo da Baskerville il quale, in compagnia del discepolo Adso da Melk, s’inerpica, a dorso di mulo, per un sentiero scosceso che «si snoda intorno a un monte», che immaginiamo in Liguria, diretto a un’abbazia benedettina. È «una bella mattina di novembre»: una citazione da Snoopy, il bracchetto dei fumetti, che a sua volta cita Dumas nei Tre moschettieri, dove si legge «C’était une nuit orageuse et sombre». Quand’ecco che si fa loro incontro «un manipolo di monaci e di famigli», che hanno l’aria di essere parecchio agitati. Uno di loro, nonostante la concitazione, si ferma per dare il benvenuto a Guglielmo da Baskerville, che è aspettato nell’abbazia. Guglielmo capisce che i monaci inseguivano un cavallo e dice al monaco esterrefatto:

Tanto più apprezzo la vostra cortesia in quanto per salutarmi avete interrotto l’inseguimento. Ma non temete, il cavallo è passato di qua e si è diretto per il sentiero di destra. Non potrà andar molto lontano perché, arrivato al deposito dello strame, dovrà fermarsi. È troppo intelligente per buttarsi lungo il terreno scosceso…

Il monaco domanda a Guglielmo quando avesse visto il cavallo, ottenendo questa risposta:

Non l’abbiamo visto affatto, non è vero Adso? Ma se cercate Brunello, l’animale non può che essere là dove io ho detto.

Il monaco non può fare a meno di domandargli: «Brunello? Come sapete?». Guglielmo risponde:

Suvvia, è evidente che state cercando Brunello, il cavallo preferito dall’Abate, il miglior galoppatore della vostra scuderia, nero di pelo, alto cinque piedi, dalla coda sontuosa, dallo zoccolo piccolo e rotondo ma dal galoppo assai regolare; capo minuto, orecchie sottili ma occhi grandi. È andato a destra, vi dico, e affrettatevi, in ogni caso.

In realtà, Guglielmo non ha visto Brunello, ma ha interpretato i segni del suo passaggio; la sua descrizione è così accurata non solo perché ha interpretato le «tracce con cui il mondo ci parla come un grande libro» (così dice ad Adso) ma perché conosce il contesto culturale nella cui prospettiva il cavallo è visto dai monaci. Guglielmo non ha avuto bisogno di vedere il cavallo perché ha ragionato sui segni. Perciò qualche tempo dopo risponde ad Adso che gli domanda come potesse essere a conoscenza di quel che ha appena detto al monaco:

Quasi mi vergogno a ripeterti quel che dovresti sapere. Al trivio, sulla neve ancora fresca, si disegnavano con molta chiarezza le impronte degli zoccoli di un cavallo, che puntavano verso il sentiero alla nostra sinistra. A bella e uguale distanza l’uno dall’altro, quei segni dicevano che lo zoccolo era piccolo e rotondo, e il galoppo di grande regolarità – così che ne dedussi la natura del cavallo, e il fatto che esso non correva disordinatamente come fa un animale imbizzarrito. Là dove i pini formavano come una tettoia naturale, alcuni rami erano stati spezzati di fresco giusto all’altezza di cinque piedi. Uno dei cespugli di more, là dove l’animale deve aver girato per infilare il sentiero alla sua destra, mentre fieramente scuoteva la sua bella coda, tratteneva ancora tra gli spini dei lunghi crini nerissimi… Non mi dirai infine che non sai che quel sentiero conduce al deposito dello strame, perché salendo per il tornante inferiore abbiamo visto la bava dei detriti scendere a strapiombo ai piedi del torrione orientale, bruttando la neve; e così come il trivio era disposto, il sentiero non poteva che condurre in quella direzione.

Adso soggiunge: «Sì, ma il capo piccolo, le orecchie aguzze, gli occhi grandi…».  Guglielmo chiarisce:

Non so se li abbia, ma certo i monaci lo credono fermamente. Diceva Isidoro di Siviglia che la bellezza di un cavallo esige ‘ut sit exiguum caput et siccum, prope pelle ossibus adhaerente, aures breves et argutae, oculi magni, nares patulae, erecta cervix, coma densa et cauda, ungularum soliditate fixa rotunditas’. [2] Se il cavallo di cui ho inferito il passaggio non fosse stato davvero il migliore della scuderia, non spiegheresti perché a inseguirlo non sono stati solo gli stallieri, ma si è incomodato addirittura il cellario. E un monaco che considera un cavallo eccellente, al di là delle forme naturali, non può non vederlo così come le auctoritates glielo hanno descritto, specie se è un dotto benedettino…

Ma perché Brunello? Ed ecco la risposta del maestro:

Che lo Spirito Santo ti dia più sale in zucca di quel che hai, figlio mio! Quale altro nome gli avresti dato se persino il grande Buridano, che sta per diventare rettore a Parigi, dovendo parlare di un bel cavallo, non trovò nome più naturale?

Adso si arrende e conclude: «Così era il mio maestro. Non soltanto sapeva leggere nel gran libro della natura, ma anche nel modo in cui i monaci leggevano i libri della scrittura, e pensavano attraverso di quelli».

2.2 Guglielmo spiega ad Adso il suo ragionamento – Ora si pone la domanda: per ragionare come ragiona, Guglielmo da Baskerville segue un metodo? Sì, ed è proprio di questo che intendiamo parlare, con la doverosa avvertenza, tuttavia, che il metodo di per sé non fa miracoli, anzi, richiede che colui che vi ricorre abbia mente sottile e spirito critico. Senza l’intelligenza di Guglielmo, il metodo servirebbe a ben poco: a differenza, per esempio, di una procedura aziendale, che si limita a chiedere una stolta adesione “partecipata” (come dicono lorsignori aziendalisti).
Anche il metodo sillogistico della filosofia aristotelico-medievale, richiede l’attenta e rigorosa applicazione delle regole: niente di più, ed è forse per questo che si diceva «logicus purus, asinus putus», come dire che uno che sappia solo di logica è un asino calzato e vestito. Insomma, il metodo di Guglielmo non va ipostatizzato, varrebbe ben poco senza la sua capacità d’invenzione (dal lat. invenire: qui significa “trovare i nessi”), senza la sua cultura e capacità d’osservazione, e senza l’onestà intellettuale di chi, al momento della verifica delle ipotesi “inventate”, non esisti a scartarle, quando – appunto – non siano verificate. Viene alla mente il galileiano “provando e riprovando”: infatti il metodo di Guglielmo ricorda da vicino quello della scoperta scientifica.
Ma sentiamo lo stesso Guglielmo, il quale nel quarto giorno di permanenza all’abbazia rivela al discepolo il «metodo per arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori»:

Adso, risolvere un mistero non è la stessa cosa che dedurre da principi primi. E non equivale neppure a raccogliere tanti dati particolari per poi inferirne una legge generale. Significa piuttosto trovarsi di fronte a uno, o due, o tre dati particolari che apparentemente non hanno nulla in comune, e cercare di immaginare se possano essere tanti casi di una legge generale che non conosci ancora, e che forse non è mai stata enunciata. Certo, se sai, come dice il filosofo, che l’uomo, il cavallo e il mulo sono tutti senza fiele e tutti vivono a lungo, puoi tentare di enunciare il principio per cui gli animali senza fiele vivono a lungo. Ma immagina il caso degli animali con le corna. Perché hanno le corna? Improvvisamente ti accorgi che tutti gli animali con le corna non hanno denti nella mandibola superiore. Sarebbe una bella scoperta, se non ti rendessi conto che, ahimè, ci sono animali senza denti nella mandibola superiore e che tuttavia non hanno le corna, come il cammello. Infine ti accorgi che tutti gli animali senza denti nella mandibola superiore hanno due stomaci. Bene, puoi immaginare che chi non ha denti sufficienti mastichi male e dunque abbia bisogno di due stomaci per poter digerire meglio il cibo. Ma le corna? Allora provi a immaginare una causa materiale delle corna, per cui la mancanza di denti provvede l’animale con una eccedenza di materia ossea che deve spuntare da qualche altra parte. Ma è una spiegazione sufficiente? No, perché il cammello non ha denti superiori, ha due stomaci, ma non le corna. E allora devi immaginare anche una causa finale. La materia ossea fuoriesce in corna solo negli animali che non hanno altri mezzi di difesa. Invece il cammello ha una pelle durissima e non ha bisogno delle corna. Allora la legge potrebbe essere…

Guglielmo confessa di non aver controllato dove i cammelli abbiano i denti, e quanti stomaci abbiano. In realtà gli preme sottoporre all’attenzione di Adso che

… la ricerca delle leggi esplicative, nei fatti naturali, procede in modo tortuoso. Di fronte ad alcuni fatti inspiegabili tu devi provare a immaginare molte leggi generali, di cui non vedi ancora la connessione coi fatti di cui ti occupi: e di colpo, nella connessione improvvisa di un risultato, un caso e una legge, ti si profila un ragionamento che ti pare più convincente degli altri. Provi ad applicarlo a tutti i casi simili, a usarlo per trarne previsioni, e scopri che avevi indovinato. Ma sino alla fine non saprai mai quali predicati introdurre nel tuo ragionamento e quali lasciar cadere. E così faccio ora io. Allineo tanti elementi sconnessi e fingo delle ipotesi. Ma ne devo fingere molte, e numerose sono quelle così assurde che mi vergognerei di dirtele. Vedi, nel caso del cavallo Brunello, quando vidi le tracce, io finsi molte ipotesi complementari e contraddittorie: poteva essere un cavallo in fuga, poteva essere che su quel bel cavallo l’Abate fosse sceso lungo il pendio, poteva essere che un cavallo Brunello avesse lasciato i segni sulla neve e un altro cavallo Favello, il giorno prima, i crini nel cespuglio, e che i rami fossero stati spezzati da degli uomini. Io non sapevo quale fosse l’ipotesi giusta sino a che non vidi il cellario e i servi che cercavano con ansia. Allora capii che l’ipotesi di Brunello era la sola buona, e cercai di provare se fosse vera, apostrofando i monaci come feci. Vinsi, ma avrei anche potuto perdere. Gli altri mi hanno creduto saggio perché ho vinto, ma non conoscevano i molti casi in cui sono stato stolto perché ho perso, e non sapevano che poco prima di vincere io non ero sicuro che non avessi perduto.

Adso capisce che il ragionamento del maestro non è quello sillogistico, che conosce bene, per averlo studiato, quello cioè che procede traendo una conclusione da premesse vere o comunque accettate. Nel ragionamento di Guglielmo interviene “l’invenzione”, che però non è un tirare a indovinare nel senso volgare dell’espressione, perché tutto avviene sotto il controllo della ragione: ma è pur sempre un tirare a indovinare, come però può fare una persona intelligente.

2.3 Umberto Eco spiega il metodo di Guglielmo – A questo punto della lettura del romanzo sappiamo dalle stesse parole di Guglielmo da Baskerville che il metodo che gli ha consentito di individuare Brunello non è quello deduttivo («dedurre da principi primi», come Guglielmo spiega ad Adso) né quello induttivo («raccogliere tanti dati particolari per poi inferirne una legge generale»). Noi oggi diciamo che il metodo di Guglielmo è quello “abduttivo”, anche se Guglielmo non ne fa menzione; così infatti sarà designato molto più tardi, agl’inizi del secolo scorso, da Charles Sanders Peirce, un filosofo e matematico statunitense, ma soprattutto un logico.
Di Peirce, e del metodo abduttivo, si parla diffusamente in un libro curato dallo stesso Eco e da Th. A. Sebeok: Il segno dei tre. Dupin, Holmes, Peirce (Bompiani, Milano 1983): il titolo allude a uno dei libri scritti da A.C. Doyle su Sherlock Holmes, Il segno dei quattro. Pubblicato tre anni dopo l’uscita del Nome della rosa, Il segno dei tre comprende un insieme di saggi scritti da sei semiologi, due logici, un sociologo, uno storico, un italianista e un matematico. Tutti questi contributi hanno come argomento il “paradigma indiziario”, alla luce delle riflessioni di Peirce, quale si evince dall’analisi della tecnica d’indagine di due famosi investigatori Auguste Dupin e Sherlock Holmes.
Se vogliamo inquadrare il metodo di ragionamento “abduttivo” [3] di Guglielmo di Baskerville non ci resta che aprire il libro al capitolo decimo, scritto da Umberto Eco, ma in veste di semiologo, non più di romanziere.

segno dei tre

Il capitolo, che porta il titolo: “X. Corna, zoccoli, scarpe. Alcune ipotesi su tre tipi di abduzione”, si articola in tre parti.
Nella prima parte Umberto Eco presenta il ragionamento di Aristotele sulla relazione tra incisivi e corna dei ruminanti, [4] lo stesso ragionamento che Guglielmo da Baskerville fa ad Adso. Qui il semiologo può permettersi alcuni approfondimenti che sono negati al romanziere: cita per esempio gli Analitici secondi e Le parti degli animali di Aristotele, dove s’ipotizza che «la natura devia sul capo la materia dura che forma la mascella superiore al fine di produrre le corna». Cioè il bisogno di protezione è la causa finale delle corna e la mancanza degl’incisivi è la causa sufficiente per i tre stomaci dei ruminanti. Ma è un’ipotesi da verificare, come osserva Guglielmo. E tra le ipotesi da verificare ce ne sarà una vera, sperabilmente. Questo è il succo del ragionamento di Guglielmo ad Adso (discorso del quale nel Segno dei tre non si fa menzione), dove si mette in evidenza una caratteristica fondamentale del ragionamento abduttivo: esso non pretende di arrivare a una conclusione a partire da proposizioni certe, come nel rigoroso ragionamento deduttivo, quello per esempio della geometria euclidea; non va alla ricerca di fatti per stabilire la ricorrenza di un carattere (per esempio, “Tutti i corvi sono neri”) e stabilire una legge, come nel ragionamento induttivo; no, il ragionamento abduttivo va alla ricerca di una teoria che spieghi, cioè rende necessario, un caso concreto e singolare.
Peirce porta a questo proposito l’esempio di un sacco contenente fagioli bianchi; poi, di lato, vediamo un certo numero di fagioli bianchi; dunque, per usare le parole di Peirce, abbiamo una regola (una legge) e a un risultato (cioè un’osservazione); il ragionamento abduttivo consente di formulare la teoria (“si dà il caso che…”) che i fagioli provengano da quel sacco. [5]

Abduzione_fagioli

Immagine tratta da L’abduzione di Sherlock Holmes, modificata. L’abduzione consente di stabilire una teoria che spieghi risultati di un’osservazione messi a confronto con una regola.

Siamo certi che la teoria sia giusta? No, ma l’abduzione, se da un lato non garantisce certezze, presenta tuttavia una strada, eventualmente più strade, da percorrere per arrivare a una teoria (meglio, a più teorie, in concorrenza tra loro), da verificare. È questo il modello di ragionamento “congetturale” al quale ha fatto ricorso Aristotele per stabilire la teoria delle corna in relazione alla mancanza d’incisivi superiori nei ruminanti (com’è riferita da Guglielmo ad Adso), quello stesso metodo che consente a Guglielmo, come abbiamo visto, di descrivere Brunello senza averlo visto; è questo, ancora, il metodo del critico d’arte che attribuisce un quadro a un certo pittore; quello del medico che nell’interpretare i sintomi segue un paradigma che prende il nome – appunto – di paradigma semeiotico, o indiziario. Ed è questo il metodo di Sherlock Holmes; non è un caso d’altra parte che il suo autore, sir Conan Doyle, abbia proiettato sull’investigatore poliziesco le straordinarie capacità diagnostiche del medico Joseph Bell, suo professore alla scuola di medicina di Edimburgo. Infine, last but not least, abduttivo è il metodo d’indagine scientifica: quello per cui Keplero calcola le posizioni del pianeta Marte secondo la teoria copernicana (orbite circolari) e, insoddisfatto dei risultati, perché in disaccordo con le osservazioni, mette in relazione le posizioni osservate con la regola di un’orbita ellittica: insomma crea la sua teoria, che sarà poi verificata (con metodo questa volta induttivo) su tutti gli altri pianeti.
Nella seconda parte del cap. X del Segno dei tre Eco presenta un caso d’interpretazione dei segni lasciati dal passaggio di un cavallo simile in tutto e per tutto a quello di Guglielmo che riconosce Brunello. Ancora una volta, in questo saggio Eco non fa menzione del Nome della rosa (non se ne parla mai, in tutto il libro); in compenso, sottopone alla nostra attenzione Zadig, un racconto filosofico di Voltaire, inteso a fustigare i pregiudizi, la superstizione e i soprusi del proprio tempo, e prudentemente ambientato nel Medio Oriente, nel XV secolo. Non diversamente aveva fatto Tommaso Moro ambientando il suo racconto in un’isola remota dell’Oceano Atlantico, l’isola di Utopia.

Zadig

In particolare nel cap. 3 si legge di Zadig, anche lui come Guglielmo filosofo, il quale, dopo aver filosoficamente ripudiato la moglie, si ritira a vita solitaria, finché un giorno viene interrogato dall’eunuco della regina se per caso avesse visto passare, nel boschetto dove passeggiava, il cane della regina. Lui precisa che si tratta di una cagna, della quale fornisce una descrizione perfetta, quindi soggiunge di non averla vista e di non aver mai saputo che la regina avesse una cagna. Poco dopo, per una sorte bizzarra del caso, il più bel cavallo della scuderia del re sfugge alle mani di un palafreniere, passando presumibilmente per il boschetto dove Zadig si trova. Ma leggiamo Voltaire:

Il gran cacciatore e tutti gli altri ufficiali gli correvano dietro con inquietudine pari a quella del primo eunuco dietro la cagna. Il gran cacciatore si rivolse a Zadig e gli domandò se avesse visto passare il cavallo del re.
«Si tratta» rispose Zadig «di un cavallo che galoppa meglio di tutti gli altri. È alto cinque piedi, con lo zoccolo piccolissimo; ha una coda lunga tre piedi e mezzo; le borchie del morso sono d’oro a ventitré carati, i ferri d’argento fino».
«Che strada ha preso? dov’è?» domandò il gran cacciatore.
«Io non l’ho affatto visto» rispose Zadig «e nemmeno ne ho mai sentito parlare».
Il gran cacciatore e il primo eunuco non dubitarono un istante che Zadig avesse rubato il cavallo del re e la cagna della regina.

Insomma, Zadig si caccia nei guai, proprio a causa della sua perspicacia.  Quando poi sia la cagna sia il cavallo saranno trovati, Zadig è scagionato dall’imputazione di furto; ma nasce una nuova accusa, quella di aver affermato di non aver visto ciò che invece aveva visto. Chiamato a discolparsi, si esprime così:

Vi giuro per Orosmand che non ho mai visto la rispettabile cagna della regina, né il cavallo sacro del re dei re. Ecco ciò che m’è capitato. Passeggiavo verso il boschetto dove poi ho incontrato il venerabile eunuco e l’illustrissimo gran cacciatore. […]
Per ciò che riguarda poi il cavallo del re dei re debbo dirvi che, passeggiando per i sentieri di quel bosco, ho scorto i segni dei ferri di un cavallo; erano tutti a uguale distanza l’uno dall’altro. Ecco un cavallo, ho pensato, che ha un galoppo perfetto. La polvere che era sugli alberi, in una stradetta che ha solo sette piedi di larghezza, era stata un po’ tolta a destra e a sinistra a tre piedi e mezzo dalla linea centrale della strada. Questo cavallo, ho detto, ha una coda lunga tre piedi e mezzo che, coi suoi movimenti a destra e a sinistra, ha spazzato la polvere. Sotto gli alberi che formavano come un pergolato alto cinque piedi ho visto le foglie cadute di fresco: ho capito che il cavallo le aveva sfiorate, e che pertanto doveva avere cinque piedi di altezza. Quanto al morso, deve essere d’oro a ventitré carati perché il cavallo ha strofinato le sue borchie contro una pietra che ho riconosciuto essere una pietra di paragone, e di cui ho fatto l’esame. Infine dai segni che i ferri hanno lasciato su alcuni ciottoli di un’altra specie ho ricavato che era ferrato con argento fino.

Bene: arrivati a questo punto, non possiamo non prendere atto – ovviamente – della linea di discendenza di Brunello dal cavallo del re mesopotamico. [6] Umberto Eco sviluppa alcune interessanti considerazioni, quando distingue tra sintomi ed indizi, utili gli uni e gli altri nella ricerca delle cause, ma diversamente probanti. Nella nostra prospettiva, che è quella di comprendere la logica di Guglielmo di Baskerville, sarà sufficiente riflettere ancora una volta che il suo è un metodo per «arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori». È un metodo che richiede capacità di osservazione, spirito critico e onestà intellettuale, tutte cose che uno se non le ha, non se le può dare, e che non si apprendono in un corso di formazione aziendale.
Nella terza parte del saggio, infine, Umberto Eco ricorda un esercizio di bravura di Sherlock Holmes, che ricostruisce il corso dei pensieri di Watson senza che il bravo medico abbia detto una sola parola. Come ha fatto? Semplicemente, osservando i mutamenti di espressione del volto dell’amico e contubernale, mettendoli in relazione con gli spostamenti degli occhi che si posano su certi oggetti, e ragionando sulle conoscenze di sfondo relative a quegli oggetti e alla psicologia di Watson. Holmes, evidentemente, ha “inventato”, ma in modo razionale. Riaffiora l’importanza dell’invenzione, ribadita più volte da Guglielmo: «cercare di immaginare se [i casi esaminati, da spiegare] possano essere tanti casi di una legge generale che non conosci ancora», quindi prendere in considerazione diverse direzioni di ragionamento, osando inventare, ancora una volta («e allora devi immaginare anche una causa finale»), infine andare oltre la stessa abduzione (Eco parla di “meta-abduzione), che, per buona che sia, deve comunque essere provata. E se non c’è tempo o modo per provarla, la si mette comunque in gioco, facendola interagire con le “condizioni al contorno” ambientali, quindi si osserva quel che succede. Dice Guglielmo: «Allora capii che l’ipotesi di Brunello era la sola buona, e cercai di provare se fosse vera, apostrofando i monaci come feci». Apostrofare i monaci significa far interagire l’ipotesi con l’ambiente. Scrive Eco: «Etimologicamente, “invenzione” è l’atto di scoprire qualcosa che già esisteva da qualche parte, e Holmes “inventa”, nel senso inteso da Michelangelo quando dice che lo scultore scopre nella pietra la statua che è già circoscritta e nascosta nella materia sotto il marmo in eccesso (“soverchio”)».
Invenzione è anche la tecnica del “saltafosso”, usata da Montalbano, il personaggio della serie poliziesca di Andrea Camilleri: il quale, quando si è fatto un’idea che metterebbe a posto le tessere del mosaico criminale, ma sa che quella è solo un’ipotesi, tutta da provare, bluffa, fa il “teatro”; sarà allora lo stesso criminale a fornirgli le tessere mancanti. Riguardo al metodo di Montalbano si veda anche Metodo d’indagine basato sul dialogo nella serie montalbaniana di Andrea Camilleri e strategia del dialogo filosofico.

2.4 Metodo deduttivo e metodo abduttivo – Occorrerà qui ribadire che il metodo abduttivo è un metodo di ricerca, non promette certezze, e non può darne. Anzi, se pretendessimo certezza dal metodo abduttivo, cadremmo nella “fallacia di affermazione del conseguente”, come vedremo alla fine di questo ragionamento. Per mettere a fuoco questo concetto, torniamo all’esempio dei fagioli proposto da Peirce. Sappiamo che nella dimostrazione sillogistico-deduttiva si parte da una regola (o una legge) e da un caso (un caso particolare osservato o comunque da nessuno contestato) per arrivare a un risultato (l’attribuzione di un predicato a un soggetto):

Regola             I fagioli di questo sacco sono bianchi
Caso                I fagioli di Giorgio sono di questo sacco
–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Risultato          Dunque i fagioli di Giorgio sono bianchi

In questo caso il soggetto sono i fagioli di Giorgio, il predicato è “bianchi”. Sappiamo anche che, nella logica tradizionale, aristotelico-medievale, un ragionamento (o inferenza) come quello qui sopra, con due premesse e una conclusione, prende il nome di sillogismo:

– la prima proposizione comprende un termine medio (“i fagioli di questo sacco”) e un termine detto estremo maggiore (“bianchi”);
– la seconda proposizione comprende un termine detto estremo minore (“i fagioli di Giorgio”) e lo stesso termine medio (“[fagioli] di questo sacco”)
– la terza proposizione è la conclusione, che mette in relazione l’estremo maggiore e l’estremo minore. In formula, chiamando M il termine medio, P l’estremo maggiore, ed S l’estremo minore, avremo:

M è P
S è M
–––––––––––––
S è P

La conclusione, come si vede, associa il predicato P al soggetto S. Possiamo avere diverse disposizioni di P, M ed S, perciò quattro sono le figure di sillogismo. Ma, ai fini del nostro ragionamento, ciò è irrilevante. Val la pena invece osservare che i sillogismi costruiti con proposizioni semplici (comprendenti unicamente un soggetto, il verbo “essere” e un predicato) [7] prendono anche il nome di sillogismi categorici, articolati cioè in tre proposizioni categoriche che, in generale, sono del tipo:

– “A”: Tutti gli S sono P (proposizione universale affermativa)
– “E”: Nessun S è P (proposizione universale negativa)
– “I”: Qualche S è P (proposizione particolare affermativa)
– “O”: Qualche S non è P (proposizione particolare negativa)

Gli enunciati categorici affermativi, rispettivamente universali e particolari, sono designati dalle lettere A e I, dal latino AdfIrmo; gli enunciati categorici negativi, rispettivamente universali e particolari, sono designati dalle lettere E ed O, dal latino nEgO.
Tornando all’esempio dei fagioli, se il problema è impostato nel modo che si è detto, non c’è dubbio che la conclusione del sillogismo sia vera, sempre che siano vere le premesse e che si siano applicate correttamente le regole del ragionamento (sì, il ragionamento è corretto).
Immaginiamo adesso un diverso problema, riguardo sempre ai fagioli, al sacco e a Giorgio, dove però la premessa minore è scambiata con il risultato: sappiamo cioè che i fagioli del sacco sono bianchi (regola), troviamo che Giorgio è in possesso di fagioli bianchi, e ci domandiamo se per caso i fagioli di Giorgio provengano da quel sacco. Vogliamo farci un’idea di come sono andate le cose, e ci domandiamo se questo sillogismo sia valido:

Regola             I fagioli di questo sacco sono bianchi
Caso                I fagioli di Giorgio sono sono bianchi
–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Risultato          Dunque i fagioli di Giorgio sono di questo sacco

Ebbene, se noi giuriamo sulla validità di tale sillogismo, prendiamo una cantonata. Il sillogismo è fallace, perché viola la regola fondamentale per cui il termine medio (“bianchi”) deve essere distribuito: [8] in entrambe le premesse, o almeno una volta, nella premessa maggiore o in quella minore. Un termine (soggetto, predicato) si dice “distribuito” quando l’insieme definito è di per sé saturato, se il termine è soggetto di una proposizione universale (“Tutti gli X”, “Nessun X”); oppure, se è predicato, quando la proposizione si riferisce in generale a tutti gli oggetti dell’insieme designato dal predicato. Per esempio, se dico “Tutti gli uomini sono mortali”, il soggetto è distribuito, ma non lo è il predicato: infatti, l’insieme dei mortali non è saturato dagli uomini, essendo mortali anche tutti gli animali che non sono uomini. Se invece dico “Qualche ateniese non è calvo”, il soggetto non è distribuito, mentre il predicato lo è (in questa proposizione si considera l’insieme di tutti coloro che sono calvi). La regola di distribuzione del medio era espressa nei trattati di logica medievale da un esametro (da mandare a memoria): Aut semel aut iterum medius generaliter esto; si veda B. Mondin, Logica, semantica e gnoseologia, EDS, Bologna 1999, p. 89.

1.5. L’abduzione secondo la logica proposizionale – Possiamo considerare il problema – Giorgio ha preso o non ha preso i fagioli bianchi da quel sacco? – da un altro punto di vista, formulando la questione non più nello schema del sillogismo categorico, ma secondo un altro tipo di sillogismo, che prende il nome di modus ponens, che è un sillogismo ipotetico misto.  Così passiamo dalla logica aristotelica “in purezza” alla logica proposizionale, che fu sviluppata dopo Aristotele dagli stoici, quindi approfondita dai logici medievali: nella logica proposizionale si considerano le relazioni di connessione tra proposizioni semplici (o enunciati atomici). Due proposizioni connesse costituiscono un periodo (o enunciato composto). Le proposizioni semplici sono connesse – così si dice oggi, nella logica formale sistematizzata da Frege nell’Ottocento – dagli operatori logici di negazione, congiunzione, disgiunzione, implicazione materiale e doppia implicazione materiale. [9] Per esempio un enunciato composto ipotetico comprende due enunciati semplici connessi dal connettivo di implicazione materiale:

P → Q

che leggiamo in questo modo: “Se la proposizione P è vera, allora è vera la proposizione Q”. Chi ha studiato in un liceo tradizionale, gentiliano, non ha difficoltà a riconoscere che l’enunciato composto ipotetico altro non è che il periodo ipotetico della sintassi latina (e greca), dove P è la protasi, Q l’apodosi.
Ebbene, anche il modus ponens è un sillogismo articolato in tre enunciati: una premessa maggiore, una premessa minore e una conclusione. Qui però, differentemente dal sillogismo aristotelico, la premessa maggiore non è una proposizione categorica, ma un periodo ipotetico; nemmeno la premessa minore è categorica, semplicemente qui si afferma la verità della protasi P; segue la conclusione: se la protasi P è vera, è vera anche l’apodosi Q.  In forma (come si dice) scriviamo: [10]

Se è vero P, allora Q
P è vero
––––––––––––––––––––––––
Dunque, Q è vero

Se però, invece di affermare il precedente  (P, o protasi del periodo ipotetico), si afferma il conseguente (Q, o apodosi del periodo ipotetico), si cade nella fallacia, appunto, di affermazione del conseguente. Ma questo è precisamente quello che avviene nel ragionamento abduttivo che corrisponde, infatti, a un sillogismo ipotetico misto, ma fallace.
Tornando al nostro problema dei fagioli, proviamo a riformularlo secondo la logica proposizionale. Ecco l’abduzione:

Regola                    Se i fagioli sono di questo sacco (P), allora sono bianchi (Q)
Caso (osservato)      I fagioli di Giorgio sono bianchi (Q)
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Risultato (teoria)     I fagioli di Giorgio sono di questo sacco (P)

Severino Dialettica

Il trattato De syllogismo hypothetico, pubblicato nell’edizione a stampa della Dialettica di Severino Boezio (carte 155r-164v): il ‘modus ponens’, nell’ambito della logica che oggi chiamiamo proposizionale, è presentato nella carta 158r, colonna 1, D. Per sfogliare il libro fare clic sull’immagine; quindi, nel sito della Biblioteca digitale europea, inserire nella finestra di ricerca “Boethius” e scegliere nella finestra dei risultati di ricerca “Dialectica” (non è l’ideale per i rimandi bibliografici di rete, ma così funziona la Biblioteca europea del Ministero dei Beni culturali).

Qui però casca l’asino, o potrebbe cascare, perché, come abbiamo rilevato, il risultato dell’abduzione non è una conseguenza logica, ma una teoria ipotetica che deve ancora essere dimostrata. L’abduzione è una strategia per arrivare a una teoria: dunque una teoria individuata ipoteticamente, non una teoria trovata perfetta e pronta per l’uso; perciò non è detto che quella teoria sia giusta. Ma bisogna pur arrivare a una teoria e il metodo abduttivo, come dice Guglielmo da Baskerville ad Adso (pur non facendo parola dell’abduzione) è «un metodo per arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori».
Marcello Tuzzi, sociologo, che è uno degli autori del libro Il segno dei tre, cit., osserva con una punta di malizia «che la stragrande maggioranza delle inferenze di Holmes non sono in grado di reggere a un esame logico. Holmes giunge a conclusioni corrette semplicemente perché glielo permette l’autore dei racconti». Però si potrebbe osservare che quando Holmes, per esempio, incastra l’assassino che ha ucciso i due quaccheri (nel primo romanzo della serie holmesiana, Uno studio in rosso), non solo ne ottiene la confessione, ma anche le prove; si potrebbe dire, se non pare irriverente, che ha applicato, sia pure in modalità british, la tecnica del “saltafosso” usata da Montalbano. Cioè Holmes ha veramente individuato una teoria giusta che spiega il primo assassinio che ha dato corso alle indagini, quindi anche il secondo, nel corso delle indagini. Holmes si comporta come se avesse le prove della sua teoria, ma poiché infine la sua teoria è giusta, interagendo con le condizioni ambientali, proprio grazie al bluff, valida empiricamente la teoria che spiega la vicenda e tutti i suoi dettagli.
Ma poi perché parlare di “bluff”? Nella ricerca della spiegazione scientifica si dirà, più elegantemente, che si formulano ipotesi euristiche, tutte da dimostrare, rigorosamente, mediante l’osservazione e l’esperimento. Carlo Ginzburg, un altro autore del libro citato, osserva che «Thomas Huxley, nel ciclo di conferenze pronunciate per diffondere le scoperte di Darwin, definì “metodo di Zadig” il procedimento [usato da Charles Darwin] che accomunava la storia, l’archeologia, la geologia, l’astronomia fisica e la paleontologia: la capacità, cioè, di fare profezie retrospettive». Il metodo di Zadig: cioè, come abbiamo visto, il metodo abduttivo.

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3. Guglielmo mette in guardia Adso dalla fallacia del medio non distribuito

Veniamo al quarto giorno di permanenza nell’abazia di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, «dove Guglielmo e Severino esaminano il cadavere di Berengario, scoprono che ha la lingua nera, cosa singolare per un annegato». Subito dopo che l’aiuto bibliotecario Berengario è stato trovato annegato nei bagni dell’abbazia, Guglielmo ordina che il corpo sia trasportato nell’ospedale, che è affidato al frate erborista Severino. Guglielmo sospetta che colui che aveva sottratto un certo libro dallo scrittoio di Venanzio sia stato proprio Berengario, e che quel libro sia in relazione con la morte di Adelmo. Nel frattempo Venanzio, giovane traduttore dal greco, era stato trovato morto, anche lui. Nel caso di Berengario, Guglielmo esclude l’ipotesi di un omicidio; dice a Severino: «Hai mai visto un assassinato che, prima di farsi annegare, si toglie gli abiti?». Quindi Severino osserva un particolare curioso: i polpastrelli di Berengario sono anneriti, come pure erano anneriti i polpastrelli di Venanzio.

Severino ora sfregava leggermente le dita del morto, ma il colore bruno non scompariva. Notai [è Adso che parla: N.d.Ar.] che si era messo un paio di guanti, che probabilmente usava quando maneggiava sostanze velenose. Annusava, ma senza trarne alcuna sensazione. «Potrei citarti molte sostanze che provocano tracce di questo tipo. Alcune letali, altre no. I miniatori hanno talora le dita sporche di polvere d’oro…».
«Adelmo faceva il miniatore» disse Guglielmo. «Immagino che di fronte al suo corpo sfracellato tu non abbia pensato a esaminargli le dita. Ma costoro potrebbero aver toccato qualcosa che era appartenuto ad Adelmo.»
«Proprio non so» disse Severino. «Due morti, entrambi con le dita nere. Cosa ne deduci?»
«Non ne deduco nulla: per le regole del sillogismo ‘nihil sequitur geminis ex particularibus unquam’, da due fatti singoli non si trae alcuna legge. Bisognerebbe conoscere prima la legge: per esempio che esiste una sostanza che annerisce le dita di chi la tocca…».
Terminai trionfante il sillogismo: «… Venanzio e Berengario hanno le dita annerite, ergo hanno toccato questa sostanza!»
«Bravo Adso» disse Guglielmo, «peccato che neppure il tuo sillogismo sia valido, perché ‘aut semel aut iterum medium generaliter esto’, e in questo sillogismo il termine medio non appare mai come generale. Segno che abbiamo scelto male la premessa maggiore. Non dovevo dire: ‘tutti coloro che toccano una certa sostanza hanno le dita nere’, perché potrebbero esserci anche persone con le dita nere e che non han toccato la sostanza. Dovevo dire: tutti coloro e solo tutti coloro che han le dita nere hanno certamente toccato una data sostanza. Venanzio e Berengario, eccetera. Col che avremmo un ‘Darii’, un ottimo terzo sillogismo di prima figura».

Il sillogismo al quale accenna Guglielmo di Baskerville è il seguente:

Tutti coloro che hanno le dita nere hanno toccato una certa sostanza.
Venanzio e Berengario hanno le dita nere.
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Dunque Venanzio e Berengario hanno toccato quella sostanza.

Abbiamo che fare con un sillogismo del tipo:

M è P
S è M
–––––––––––––
S è P

Anche in questo caso:

— “P” è il predicato della premessa maggiore (“toccante quella sostanza”);
— “M” è il termine medio, comune alle due proposizioni “avente le dita nere”;
— “S” è il soggetto della premessa minore: “Venanzio e Berengario”.

Ebbene, questo sillogismo è fallace perché:

– il termine medio, M, non è distribuito nella premessa maggiore: infatti, come dice Guglielmo, ci sono persone che hanno le dita nere, pur non avendo toccato quella sostanza: la proposizione non satura l’insieme di coloro che hanno le dita nere;
– il termine medio, M, non è distribuito nemmeno nella premessa minore, perché l’insieme degli “aventi le dita nere”, qui comprendente due soli individui, non è riferito a tutti coloro che hanno le dita nere.
Per  avere sott’occhio un quadro riassuntivo della distribuzione del soggetto e del predicato nei quattro tipi di enunciato categorico A, E, I e O definiti nel § 2.4, si consideri la seguente tabella (che riprendiamo da Strumenti per ragionare, cit., p. 19):

Enunciato
categorico

Termine soggettoTermine predicato

A

E

I

O

distribuito

distribuito

non distribuito

non distribuito

non distribuito

distribuito

non distribuito

distribuito

Per distribuire il significato del predicato della premessa maggiore, bisogna forzare il significato di tutta la proposizione, proprio come ha fatto Guglielmo: bisogna dire cioè che quella certa sostanza è l’unica causa al mondo per cui si possano avere le dita nere. Avremo così un sillogismo categorico costituito da:

– una premessa maggiore di tipo A (proposizione universale affermativa, con termine medio forzato così da essere distribuito);
– una premessa minore di tipo I (proposizione particolare affermativa con termine medio non distribuito)
– una conclusione di tipo I valida: cioè il sillogismo non è fallace. Però la premessa è falsa (le ragioni per cui le dita possono essere nere non sono riconducibili a una sola sostanza), perciò il sillogismo, pur formalmente corretto, è falso. Perché un sillogismo sia vero, dev’essere corretto alla luce della teoria sillogistica, [11] ma devono anche essere vere entrambe le premesse.

I logici medievali classificarono i sillogismi inventandosi paroline che contenessero tre vocali che denotino, rispettivamente, la proposizione categorica della premessa maggiore, della premessa minore e della conclusione. Le premesse del sillogismo considerato sono di tipo A, I e I: aggiungendo “d” ed “r”, i logici medievali dissero che un sillogismo che comprenda A, I ed I si chiamerà ‘dArII’, cioè Darii: è quello, precisamente, che Guglielmo dice ad Adso.
Analogamente, da un sillogismo costruito combinando una premessa maggiore affermativa universale (= A), con una premessa negativa particolare (= O), dalle quali si ricava una conclusione ancora negativa particolare (= O), ottennero la figura Baroco, che contiene una volta la vocale “A”, due volte la vocale “O”. Da Baroco, figura sillogistica considerata bizzarra, pare che derivi il sostantivo (e aggettivo) “barocco”, scritto con due “c”.
Abbiamo visto che, parlando con Adso, Guglielmo accenna a un sillogismo che prende il nome di Darii, un sillogismo di prima figura. Anche qui converrà far riferimento a una tabella, che mostra come, secondo la posizione del termine medio nelle due premesse sia possibile costruire quattro figure di sillogismo:

I figuraII figuraIII figuraIV figura
M è P
S è M
–––––––––––––
S è P
P è M
S è M
–––––––––––––
S è P
M è P
M è S
–––––––––––––
S è P
P è M
M è S
–––––––––––––
S è P

Si constata facilmente che il sillogismo Darii è di I figura: non c’era da dubitarne, visto che l’ha detto Guglielmo, e che Umberto Eco ha parlato per bocca di Guglielmo.
Ma quanti sono i sillogismi validi, alla luce delle otto regole sillogistiche che si son dette? Cominciamo dai sillogismi possibili; ebbene, se combiniamo tre a tre le quattro proposizioni categoriche abbiamo 4*3 = 64 modi possibili (4*3 vuol dire 4 elevato alla terza potenza). Ma, oltre alle combinazioni, hanno importanza le disposizioni; poiché 4 sono le figure di sillogismo, in totale i sillogismi possibili sono 64 ´ 4 = 256 modi diversi. Ma le otto regole sillogistiche riducono il numero di sillogismi validi a 19, tra i quali sono considerati perfetti quelli di I figura: Barbara, Celarent, Darii, Ferio; perciò Guglielmo parla di «un ‘Darii’, un ottimo terzo sillogismo di prima figura». Si veda anche La determinazione medievale dei sillogismi validi.

§

Sempre in relazione al Nome della rosa, seguirà su Nusquamia un nuovo articolo, dedicato all’enigma della biblioteca labirintica gelosamente custodito dai bibliotecari dell’Abbazia.

MODELLO 3-d

Modello della biblioteca realizzato dagli studenti della Scuola di Architettura dell’Università di Sheffield (SSoA : 2016).

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[1] Si veda Le carceri d’invenzione di Giovanni Piranesi.

[2] Vedi Isidoro, Etimologie o origini, XII, 1, 43. Questo passo ha creato qualche difficoltà agl’interpreti, che non trovano una giustificazione adeguata per ‘soliditate’. D’altra parte così è scritto nei codici; ma è verisimile che sia occorso un errore di trascrizione. Probabilmente invece di ‘ungularum soliditate fixa rotunditas’ dovremmo leggere ‘ungularum solida et fixa rotunditas’. L’ipotesi è suffragata dal fatto che qui Isidoro ha come fonte Palladio Rutilio, il quale nel trattato De agricultura, IV, 12 scrive: «Pulchritudinis partes hae sunt: ut sit exiguum caput et siccum, pelle propemodnm solis ossibus adhaerente, aures breves et argutae, oculi magni, nares patulae, et erecta cervix, coma densa, et cauda profusior, ungularum solida et fixa rotunditas». Sono quasi le stesse parole, e il confronto c’induce a credere che quel ‘soliditate’ di Isidoro debba intendersi ‘solida et’.

[3] L’abduzione intesa da Peirce, da Umberto Eco e dagli autori del libro Il segno dei tre., cit., non dev’essere confusa con l’abduzione di Aristotele, che pure è il faro di sapienza cui guarda Guglielmo da Baskerville. È Umberto Eco che nel libro da lui curato, riferendosi a Peirce, parla di abduzione, non Guglielmo da Baskerville il quale, infatti, accennando al metodo a proposito delle corna e degl’incisivi dei ruminanti, non fa parola dell’abduzione, pur introducendo un argomento tratto dagli Analitici secondi di Aristotele. In Aristotele l’abduzione, o retroduzione (ἀπαγωγή) è un metodo di risoluzione di un problema dato, mediante riduzione a un altro problema, già risolto, ovvero un ragionamento riducibile a un sillogismo (ragionamento deduttivo) la cui premessa maggiore è scientificamente certa, mentre la premessa minore è probabile, per cui la conclusione ha una probabilità uguale a quella della premessa minore. Secondo Peirce, invece, e secondo Umberto Eco, l’abduzione è un terzo modo di ragionamento, dopo quello deduttivo e quello induttivo, l’unico che porti a stabilire nuove conoscenze.

[4] L’osservazione è più che appropriata: leggiamo in un manuale del Settecento: «Tutti gli animali erbivori ruminanti non hanno denti incisori nella mandibola superiore, o anteriore; la sola estremità semicircolare della mandibola inferiore, o posteriore, è fornita di denti incisori» (Osservazioni fisico-pratiche sopra alcuni animali domestici villerecci, Comino, Padova 1779, I, pp.5-6)

[5] La semplicità dell’esempio non rende giustizia alla sottigliezza di Guglielmo da Baskerville che fa fronte a un problema ben più complesso, con un numero superiore di variabili. Ma è un esempio, appunto, che ci consente di mettere a fuoco lo schema del ragionamento.

[6] A sua volta il racconti di Zadig (1748) risulta essere il calco una novella persiana, dal titolo Viaggi e avventure dei tre principi di Serendippo, scritta a Venezia nel 1548 da tale Cristoforo Armeno. Serendip è il nome persiano di Ceylon, oggi Sri Lanka (per i Greci invece era Taprobana – Ταπροβανᾶ – e così fu chiamata dagli umanisti, per esempio da Tommaso Moro). In questa novella «si descrive la straordinaria capacità dei tre figli del re di Serendip nello scoprire cose che non cercavano. Essi, da una serie di tracce quasi impercettibili, abdussero che in un certo posto era passato un cammello cieco all’occhio sinistro, senza un dente, carico di grasso, di miele e di una donna incinta. […] Il modello di abduzione qui ripreso non fa che confermare la tesi che vede nella serendipità una disponibilità psicologica a formulare ipotesi a partire da indizi. L’unica visibile differenza tra l’abduzione trattata da Peirce e la serendipità è che nella prima il fatto sorprendente si colloca entro un progetto di ricerca, mentre nella seconda esso è incontrato “casualmente”» (G. Boniolo, P. Vidali, Filosofia della scienza, Bruno Mondadori, Milano 1999, pp. 295-96).

[7] Come abbiamo visto nell’articolo L’ideologia della grammatica, la logica aristotelica, come pure la logica di Port Royal, considera la proposizione semplice composta di tre elementi: il soggetto, il verbo (che è rigorosamente il verbo ‘essere’) e il predicato. Perciò «“Pietro legge” si trasforma in “Pietro è leggente”, dove Pietro è il soggetto; il verbo “essere” è verbo per antonomasia; […] “leggente” è l’attributo, o predicato, un termine che non può mancare in una proposizione essenziale, perché esso è ciò che si afferma, o si giudica, del soggetto».

[8] Cioè, distribuito dalla proposizione, nel senso che la proposizione si riferisce a tutti i termini della classe designata da quel termine.

[9] Vedi G. Boniolo, P. Vidali, Strumenti per ragionare, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. 7 ss.

[10] La logica proposizionale stoica sarà sistematizzata da Severino Boezio, la cui opera De hypoteticis syllogismis (tra le altre) era letta e commentata nel corso di studi del Trivio, nella parte corrispondente alla Dialettica. A proposito degli enunciati composti, introducendo il modus ponens Boezio scrive (2.2.1):  «Horum [syllogismorum] primus modus est hic veniens a prima propositione [Si est a, est b]:
Si a est, b est;
Atqui est a;
–––––––––––
Est igitur b.

[11] In particolare, devono essere rispettate otto regole, che gli antichi espressero in esametri, perché potessero essere mandate a memoria (abbiamo già visto la quarta, quella del medio distribuito). Le troviamo a p. 241 delle Lezioni di Logica e Metafisica di P. Galluppi.

Vittorio Sgarbi boccia Michela Murgia

La sinistra, se fosse intelligente, eviterebbe di lasciare che siano gli altri a dire quel che lei avrebbe il dovere di dire per prima. Aver paura della «nuova Boldrina» è sbagliato

 

Dunque, Sgarbi rivolgendosi a Michela Murgia che ha definito “minchiate” i testi di Battiato afferma: «… Uno può anche dire quello che vuole, ma nei limiti di quello che sa.[…] Studia Murgia! Vai a studiare prima di dire cose senza senso!».
Ma che cosa ha detto la scrittrice femminista Michela Murgia? Ascoltiamo la sua viva voce, al minuto 7 : 20 della registrazione di una puntata di una sua certa rubrica su You tube, intitolata ‘Buon vicinato’.

La scrittrice determinata e proclive al politicamente corretto, nel corso della conversazione video (in linguaggio coglione: videochat) con Chiara Valerio (la quale, a differenza della Murgia, è una persona garbata), dopo aver difeso — non a torto — la qualità dei testi di Da Ponte, che merita di essere ricordato un po’ meglio che come semplice librettista di Mozart, afferma spavaldamente, con tono più che asseverativo:

Franco Battiato è considerato un autore intellettuale. E invece: tu ti vai a fare una analisi dei suoi testi e sono delle minchiate assolute, citazioni su citazioni e nessun significato reale. Togli due testi, forse, e il resto […] Battiato sta dentro questo equivoco clamoroso per cui lui è un cantante intellettuale. […] Ha suggestionato due generazioni e ha fatto loro credere che ascoltare Battiato fosse qualcosa di più figo.

Si noti che la Murgia intitola questa sua conversazione con la Valerio, come vediamo sopra, “Il finto intellettualismo di Franco Battiato”: sì, il titolo è suo. E mal gliene incolse, perché Battiato conta parecchi estimatori, meno astratti e meditativi del maestro, che non l’hanno presa bene. Se andiamo alla pagina di YouTube, possiamo leggere alcuni commenti del tipo: «Mi piacerebbe dirle [cioè, dire alla Murgia] che lei è un’ignorante: ma mentirei, lei è chiaramente un’imbecille».
Ma torniamo a Sgarbi, il quale afferma, in pratica, che Michela Murgia con tutto il suo fardello di determinazione e femminismo è culturalmente una capra. Non solo, ma ignora – come lei confessa nel video qui sopra – che molti dei testi di Battiato sono scritti in collaborazione con Fleur Jaeggy, una scrittrice di gran talento (moglie, tra l’altro – aggiungiamo noi – di Roberto Calasso, fondatore e direttore editoriale della casa editrice Adelphi). Dunque poiché Fleur Jaeggy sarà anche una radical-chic, ma comunque è una radical-chic di fascia alta, a differenza della Murgia (che è di fascia bassissima), se la sente costei di continuare ad affermare che i testi di Battiato sono delle minchiate? Per esempio, sarebbe una minchiata il testo che Sgarbi recita all’inizio del video? Sgarbi ci fa sentire la canzone L’oceano di silenzio, con testo di Battiato-Jaeggy (ma Sgarbi dice di Jaeggy, e magari ha ragione lui, è più informato) via smartphone, posto davanti a un microfono; ma varrà la pena riascoltare il brano con migliore qualità di riproduzione:

In ogni caso, dobbiamo riconoscere che Sgarbi è stato assai gentile nei confronti della Murgia, donna di travolgente determinazione: ha evitato di dirle che è più bella che brava. Un apprezzamento che non risparmiò alla cattoprogressista Rosaria Bindi, detta Rosy (era una delle ministre “zapatere” — ricordate? — insieme all’insopportabile Giovanna Melandri, quella che diceva, con riferimento a sé, che per una donna in politica essere belle non è un vantaggio, ma un problema). Ma Rosy Bindi se l’era cercata: per quanto ci riguarda, non potremo mai perdonarle di aver pubblicamente opinato che le donne belle del Pd in pratica fossero delle puttane (si riferiva a Maria Elena Boschi e ad Alessandra Moretti, la non-bella Melandri non faceva certo parte della brigata e in ogni caso era sistemata alla direzione della fondazione MAXXI).

Feltri, per parte sua, non ha commentato le parole della Murgia, probabilmente è arrivato alla conclusione che se appena lui la nominasse, lei coglierebbe l’occasione al balzo, ne farebbe un caso mediatico (vedi lo scontro con Nicola Porro in Murgia, la nuova Boldrini); non dice “Michela Murgia”, ma “qualcuno” e cinguetta sull’episodio:

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Non possiamo infine passare sotto silenzio che la Murgia, dopo aver fatto la frittata, prendendo atto del dissenso che le sue parole hanno suscitato, compresa anche qualche timida voce similprogressista, abbia voluto  far sapere che quella sua battuta era “soltanto” una provocazione. Ma non è stata convincente; per esempio sul Fatto quotidiano leggiamo questo blando rimprovero: Cara Michela Murgia, ecco come rimediare al pasticcio su Battiato: «Pur avendo in passato apprezzato diverse delle sue uscite e delle sue prese di posizione, e pur avendo già letto il suo commento chiarificatore – in luogo del quale dice di adorare Battiato e che le sue affermazioni non sono reali ma frutto di mera provocazione, cosa sulla quale è ben lecito beneficiare del dubbio, vista la determinazione delle sue affermazioni…». Bene, noi a differenza di chi ha scritto queste parole (è un musicologo ammiratore di Battiato) non apprezziamo affatto le «diverse uscite» e le «prese di posizione» della Murgia: prendiamo atto tuttavia che perfino un esponente del mondo politicamente corretto (che si commetterebbe un errore a voler considerare di sinistra, perlomeno se si considera la storia gloriosa del socialismo umanitario e scientifico) nutre qualche dubbio sulla sincerità della scusa allegata da Michela Murgia. Tanto più che la Murgia si è presentata tremendamente determinata (così dice l’autore dell’articolo, non lo dico io, che notoriamente ho in grande dispetto la determinazione, anticamera della maleducazione, oltre che un indizio evidente di spirito di sopraffazione).
Noi ci sentiamo molto meno indulgenti nei confronti della scrittrice determinata e femminista, perché se c’è una cosa che ci fa saltare la mosca al naso è proprio la pretesa di minimizzare il proprio errore adducendo scuse del tipo: 1) “Ma no, che cosa credi, stavo solo scherzando!”; 2) “Ma sì, cosa stai a ricordare queste cose, ormai è acqua passata!”; 3) “Ma va là, era soltanto una provocazione!”. Proprio no, cara signora: prima chiedi scusa, se proprio devi ridimensionare quel che hai detto o fatto; poi, se è il caso, riprendiamo il discorso.

Siamo arrivati alla morale di tutto il discorso svolto finora. In realtà per dirla tutta, noi rispettiamo Battiato, ma non siamo suoi ammiratori assoluti. L’aspetto mistico di Battiato non ci coinvolge più che tanto, anche se non abbiamo difficoltà a riconoscere che il suo misticismo è di fascia alta, un po’ come quello di Ellémire Zolla, un misticismo che non va confuso con quello delle sciacquette “ecologiche” che sentono le “vibrazioni”. Abbiamo i nostri limiti, siamo irriducibilmente illuministi. Ma molti apprezzano Battiato proprio perché mistico, tra questi la gentile e non determinata interlocutrice della Murgia, la scrittrice Chiara Valerio, la quale fa osservazioni pertinenti e intelligenti. Rispettiamo l’opinione della Valerio, soprattutto perché è intelligente: non è una di quelle sciacquette che leggono libercoli esoterici scritti da cialtroni, e il cui esoterismo serve a coprire certe privatissime predilezioni (spesso, per la sodomia), giustificate da una precisa indicazione in merito, per esempio, della dea Iside. Anzi mi domando che cosa possano avere in comune una scrittrice laureata in matematica come la Valerio e una scrittrice laureata in teologia come Michela Murgia che probabilmente non crede in Dio, pur essendo stata professoressa di religione.
Varrà la pena ricordare che Michela Murgia è l’autrice di un libro intitolato Istruzione per diventare fascisti, del quale ci siamo occupati nell’articolo Un’operazione di marketing per vendere due “prodotti”: il libro e il politicamente corretto, libro che termina con un orribile “fascistometro”: fondamentalmente, e banalmente, un insieme di domande, in base alle cui risposte potresti stabilire se sei fascista o meno. È così successo che, rispondendo alle domande del quiz farlocco, il povero Massimo Gramellini risultasse anche lui fascista, pur essendo noto – scrivevamo – «per una sua certa remissività, tanto da farsi prendere a pesci in faccia da una gallina come Ambra Angiolini, che crede di essere un’attrice, e magari anche un’intellettuale (come Michele Placido, che però ameno è un attore)». Risultato: Michela Murgia fa aumentare il consenso populista nei confronti di Matteo Salvini, come abbiamo scritto nell’articolo Salvini è un pessimo osservatore di costume (oltre che un politico sciagurato).
Salvini l’ha chiamata radical-chic. Ma quando mai? Definire Michela Murgia radical-chic significa farle un piacere grande come una casa, perché così lei si sente promossa al rango di una Luisella Costamagna, che sarà anche picchiatella in senso femminista, ma almeno è una donna di classe e da giovane era bellissima. Volendo fare un altro esempio, radical-chic è Beatrice Borromeo, radical-chic di fascia alta, quasi sublime (si veda il documento iconografico nell’articolo citato). Forse che Michela Murgia può confrontarsi con una Beatrice Borromeo? Le piacerebbe, ma è impossibile.
Ma come Salvini fa un piacere a Michela Murgia chiamandola radical-chic, e implicitamente accostandola a Luisella Costamagna e Beatrice Borromeo, così per converso, sparando le sue scempiaggini per avere un posto possibilmente di riguardo nel circo del politicamente corretto, Michela Murgia fa un piacere a Salvini. Se di questo soltanto si trattasse, potremmo soprassedere. Il fatto è, purtroppo, che Murgia toglie rispettabilità alla memoria della sinistra storica, la sinistra del socialismo scientifico e degli “apostoli del socialismo”: tutta un’altra cosa rispetto alla sinistra presente, sciatta, ignorante, fagocitata da aziendalismo, cattoprogressismo e superstizione politicamente corretta. Tale memoria non è per fortuna annientata, sopravvive sepolta da uno strato di polvere, nelle biblioteche; ed è già grasso che cola, se possiamo trovarne traccia nelle biblioteche, perché ancora i politicamente corretti non sono arrivati a “normalizzarle” (come ha fatto la linguista femminista Cecilia Robustelli per le delibere pregresse del Comune di Firenze). Quando la banda del politicamente corretto fosse arrivata a impadronirsi di tutte le leve del potere (molte sono già in loro mani), trasformerebbe le biblioteche in modo che i libri possano essere richiesti soltanto in formato elettronico, opportunamente purgati sotto il profilo ideologico e in senso politicamente corretto, fra l’altro con tutti i nomi delle professioni, dei mestieri e delle cariche amministrative al femminile (per esempio: sindaca ecc.), proprio come vuole la Boldrina.
Ma io dico che se ancora esiste una sinistra, dovrebbe prendere le distanze da personaggi come Michela Murgia, la Boldrina, Dietlinde Gruber detta Lilli et simil. Se fosse intelligente, la sinistra precederebbe Sgarbi, Feltri, Sallusti, Porro e quant’altri sono posti dai similprogressisti nel girone degli “impresentabili”; se fosse intelligente la sinistra affermerebbe senza mezzi termini di non aver niente che fare con la Boldrina, e neanche con «la nuova Boldrina» (come Nicola Porro chiama la Murgia), nemmeno con Dietlinde Gruber ecc. La sinistra vera detesta gli arzigògoli del politicamente corretto e i miserabili stratagemmi mediatici di “penetrazione” nel mercato dei minus habentes.
Una sinistra che si rispetti non avrebbe paura di recare dispiacere a Michela Murgia, dovrebbe replicare alle sue sparate, colpo su colpo. Ricordate quel che domandava Stalin? «Ma insomma», diceva, «di quante divisioni dispone il papa?». Analogamente non ci stancheremo di dire: ma infine, di quante divisioni dispongono i politicamente corretti, i cattoprogressisti, le Boldrine, le Michele Murgia e quanto di più decadente e nocivo per il progresso morale e civile della nazione riesce a produrre questa nostra società che ha perso il lume della ragione?

 

 

Benito Albino Mussolini, Marco Bellocchio e la florida bellezza di Giovanna Mezzogiorno

Vincere_al cinema

Per vedere il provino del film ‘Vincere’ (2009) di Marco Bellocchio, fare clic sull’immagine. Giovanna Mezzogiorno interpreta il personaggio principale: Ida Dalser, madre di Benito Albino Mussolini, legalmente riconosciuto dal padre Benito, interpretato da Filippo Timi.

Tutto è cominciato con un programma televisivo visto all’inizio della scorsa settimana; dedicato al degrado urbano di Milano, presentava in particolare la vita dei senza tetto che preferiscono dormire nel sottopasso di viale Lunigiana come alternativa “più umana” del dormitorio pubblico dove – dice un intervistato – la fanno da padrone questa o quella mafia etnica: lui si sente più tranquillo tra i gas di scarico delle automobili che sfrecciano, o sostano in coda, nel sottopasso. Il problema è reale, la contraddizione tra l’inferno del sottopasso e il “paradiso” dei fighetti che prendono l’aperitivo in piazza Gae Aulenti è stridente.

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Via Lunigiana

I senzatetto in viale Lunigiana, Milano. Per leggere l’articolo, fare clic sul titolo, qui sopra. In basso, la piazza Gae Aulenti a 15 min. di distanza (a piedi) dall’inferno del sottopasso di viale Lunigiana.

Piazza-Gae-Aulenti……………………………………………………………………………………………………………

Ho cercato in rete la registrazione della trasmissione televisiva che documentava la vita dei senzatetto nel sottopasso di viale Lunigiana; non l’ho trovata, ma nel gioco dei rimandi reziali sono capitato su un altro aspetto del degrado metropolitano: l’ex ospedale psichiatrico di Mombello, oggi abbandonato e rifugio – pare – di drogati e satanisti. Mi ricordavo che qui fu internato il figlio segreto di Mussolini: oddio, non era l’unico figlio, ma questi fu l’unico nato fuori del matrimonio con Rachele Guidi che fosse legalmente riconosciuto dal padre.
Benito Albino Mussolini – così si chiamava – era nato a Milano nel 1915 e morirà a Mombello di Limbiate, nell’ospedale psichiatrico, nel 1942.
Nel gioco di rimbalzo da un argomento all’altro, ho cercato notizie di “Benitino” – così lo chiamava la madre nelle lettere indirizzate al Duce, prima e dopo l’assunzione del ducato da parte di Benito –, anche perché quel che ne sapevo dalla lettura della biografia di Mussolini scritta da Nicholas Farrell (N. Farrell, Mussolini: a new life, Weidenfeld & Nicolson, 2003), era veramente poco: un libro che sto leggendo in questi giorni, peraltro onesto e  tutto sommato corretto (tranne, forse, nel punto in cui si parla del carteggio Churchill-Mussolini), ma che non dice niente che già non si sapesse nelle grandi linee.
Dopo aver opportunamente scartato l’immancabile informazione-spazzatura, trovo in rete un lungo documentario prodotto nel 2005 per Raitre da due ricercatori italoamericani. Diciamo che il documentario non è un capolavoro sotto il profilo stilistico, ma presenta materiali assai interessanti. Eccolo:

Il figlio segreto di Mussolini

Per vedere il documentario ‘La grande storia, il figlio segreto di Mussolini’ (2005), fare clic sull’immagine.

Leggiamo nella presentazione: «Il film documento – a cui Marco Bellocchio ha dichiarato di essersi ispirato nella realizzazione del suo film “Vincere” – ripercorre le tappe della storia drammatica di Benito Albino, figlio di Benito Mussolini e di Ida Dalser, nato nel marzo del 1915 da un’appassionata storia d’amore iniziata nel 1913, quando Mussolini era ancora giovane direttore del quotidiano socialista “L’Avanti”. A questo punto, avendo visto il documentario, perché non vedere il film di Bellocchio? Certo, il regista piacentino da un po’ di tempo appare bollito e – quel che è peggio – “istituzionale” (nella categoria: similprogressista per damazze borghesi “de sinistra” e loro imitatori ambiziosetti e arrampicatori sociali), ma una sua lettura dell’amore folle di Ida Dalser per Mussolini, che sconfina in quello che oggi si direbbe ‘stalking’, probabilmente in chiave psicanalitica, forse varrebbe la pena di essere considerata. Ne parleremo in seguito.
Il documentario – dicevamo – è del 2005; ma il tema del figlio segreto di Mussolini era stato già riproposto con dovizia di particolari da un articolo di Stefano Lorenzetto, pubblicato nel 2001. Se n’era parlato anche nel dopoguerra, a dire il vero, ma il materiale documentario raccolto era poca cosa. Il giornalista Alfredo Pieroni, che intendeva approfondire l’argomento, aveva cercato di risalire alle fonti (all’ospedale psichiatrico, per esempio), ma si era trovato davanti a un muro di gomma. Nella stessa sorte incorse Arrigo Petacco, anni dopo.
Il merito di Lorenzetto è stato di dare risonanza a un libro scritto dal giornalista trentino Marco Zeni, intitolato La moglie di Mussolini, pubblicato come libro-strenna della Cassa rurale di Sopramonte (TN), nel 2000, un anno prima dell’articolo. Quel libro, che probabilmente senza l’articolo di Lorenzetto sarebbe rimasto sconosciuto, fu poi pubblicato per il largo pubblico nel 2005, e ancora ristampato nel 2008 (un anno prima del film di Bellocchio). Sopramonte è una frazione del Comune di Trento, dal quale dista 8 km; la famiglia di Ida Dalser è di Sopramonte, qui l’infelice visse da giovinetta e poi da adulta, prima di essere internata nel manicomio di Pergine Valsugana dapprima, quindi in quello di San Clemente nella laguna veneziana. A Sopramonte, Ida Dalser era tornata a vivere con Benito Albino, presso le sorelle; in quella stessa casa viveva la nipote Alda Cimadon, figlia di una delle sorelle, custode dei segreti e dei documenti segreti della famiglia: alcune carte, che si temeva potessero essere sequestrate dalle autorità, erano conservate entro un gallo cedrone impagliato: lo vediamo nel documentario della Rai. Insomma Marco Zeni ha fatto un ottimo lavoro di scavo, partendo dalle memorie di Sopramonte; le ricerche furono presto estese a Milano, sulle piste dell’atto di matrimonio di Mussolini con Ida Dalser. Già, perché la donna si diceva moglie di Mussolini, che aveva avuto un figlio da Rachele: Edda Mussolini (in seguito, Edda Ciano) era nata nel 1910, cinque anni prima di Benito Albino, quando Rachele Guidi era convivente di Benito Mussolini in Romagna, prima che il futuro duce, allora fervente socialista, si trasferisse a Milano. Mussolini avrebbe sposato civilmente Rachele solo nel 1915, il matrimonio religioso sarebbe avvenuto dieci anni dopo.
Marco Zeni non riuscì a trovare a Milano l’atto che sanciva il matrimonio di Mussolini e Ida Dalser, matrimonio che si ritiene sia stato celebrato in chiesa nel 1914: in tal caso Mussolini sarebbe bigamo, di fattispecie giuridicamente ambigua, perché sposato in chiesa con Ida Dalser e in municipio con Rachele Guidi. Marco Zeni riporta quanto affermò negli anni Cinquanta don Luigi Pedrolli, bibliotecario del Comune di Trento: l’atto di matrimonio di Mussolini e della Dalser sarebbe stato trascritto nella parrocchia di Sopramonte a margine dell’atto di nascita di Ida Dalser, ma l’annotazione «fu strappata nel 1925 da gente interessata».

Lorenzetto_Mussolini e suo figlio

L’articolo di Lorenzetto (per leggerlo, fare clic sull’immagine) in forma d’intervista al giornalista Marco Zeni, che, producendo documenti inediti, nel 2000 ripropose la questione del figlio segreto del Duce.

Una cosa però è certa e documentata: Benito Albino fu riconosciuto legalmente dal padre Benito Mussolini nel gennaio dell’anno seguente. In seguito il padre depositò una somma cospicua per sovvenire alle necessità di Benito Albino e incaricò il fratello Arnaldo di tenere i rapporti con la famiglia Dalser.
È anche certo, e documentato dalle numerose lettere indirizzate da Ida Dalser a Mussolini stesso, alle massime autorità e allo stesso sommo pontefice della Chiesa (in parte mai spedite, in parte intercettate, qualcuna anche arrivata a destinazione), che la madre di Benito Albino non rinunciò mai a proclamarsi legittima consorte del capo del fascismo.
Ida Dalser e Benito Albino nel dicembre del 1919 si trasferirono a Sopramonte per vivere insieme con le sorelle di Ida. Nel 1921 la sorella Adele si sposò con Riccardo Paicher al quale si ritenne opportuno, di lì a non molto, dare la tutela legale di Benito Albino, che così cessò di portare il cognome di Mussolini e assunse quello del Paicher. Così voleva il padre, che nel frattempo era diventato Capo del Governo e in questo senso si adoperò lo zio Arnaldo Mussolini.
Nel 1925 Ida Dalser prende il treno per Roma e si reca a Palazzo Venezia, dove intende incontrare Mussolini; viene fermata, rispedita in Trentino e di qui, dopo un tentativo fallito d’incontrare un ministro del Governo in visita a Trento, viene indirizzata al manicomio di Pergine Valsugana. Benito Albino è prelevato di forza dalla casa di Paicher e spedito a Moncalieri, nel collegio dei padri Barnabiti; sa di chi è figlio, anche perché la madre non ha mai cessato di ricordarglielo; apparentemente, agli occhi dei superiori, è rassegnato, ma nell’intimo nutre rancore per il padre che gli ha negato il posto nella società che sentiva di meritare; ha fiducia invece nello zio Arnaldo, che continua a interessarsi a lui: quando Benito Albino apprende dell’improvvisa morte dello zio, nel 1931– la legge nei titoli a caratteri di scatola nella prima pagina del Corriere della Sera affissa a un’edicola di vendita dei giornali — prorompe in un lungo pianto dirotto.
Dopo il trapasso dello zio Arnaldo Benito Albino è indirizzato a un collegio di minor prestigio. Nel 1932 muta per la seconda volta cognome, perché adottato, per disposizioni superiori, da Giulio Bernardi, commissario prefettizio di Sopramonte, persona fascisticamente fidata. Con un nipote del Bernardi si arruola in Marina, a La Spezia segue un corso per telegrafisti, quindi s’imbarca sull’incrociatore ‘Quarto’ in navigazione per la Cina; qui mostra segni d’irrequietezza, si protesta figlio del Duce e tanto basta perché venga sbarcato e internato nell’ospedale psichiatrico di Mombello, dove muore nel 1942, cinque anni dopo la morte della mamma nel manicomio di Venezia.

Il film di Bellocchio fa riferimento a questa storia, ma non la racconta; parla semmai dell’amore folle di Ida Dalser per Mussolini, cominciato nel 1913, quando Mussolini era ancora direttore del quotidiano socialista l’Avanti!, e che continua quando Mussolini è licenziato, per aver scritto un articolo interventista, favorevole all’ingresso dell’Italia nel conflitto che prenderà il nome di Prima guerra mondiale (l’articolo, sia detto per inciso, ebbe un’eco favorevole in Antonio Gramsci). A questo punto Mussolini fonda il Popolo d’Italia, quotidiano interventista, quindi fascista; i fondi vengono dalla vendita del salone di bellezza che Ida Dalser aveva aperto in via Foscolo a Milano, subito a est del transetto della Galleria, così dice lei e così apprendiamo dal film; ma è probabile che quei soldi non bastassero: del resto, com’è noto, si è sempre parlato di un finanziamento della Francia a Mussolini, nell’ottica di un ingresso dell’Italia nel conflitto (ma questo non dimostra che Mussolini fosse un corrotto: era autenticamente favorevole, da socialista rivoluzionario, a una partecipazione dell’Italia alla guerra, come innesco della Rivoluzione). Quando Mussolini partecipa da volontario alla guerra, e viene ferito, si bilancia come può tra Ida e Rachele; ma quando diventa un uomo importante Ida è di troppo.
Vincere, il film di Bellocchio può essere visto in Dvd o in ‘streaming’, come si dice: tutto sommato, come vedremo, ne vale la pena, e il gioco vale la candela, considerato il costo contenuto della visione in modalità di “flusso di suoni e d’immagini”.

Vincere_locandina

Pur mantenendo il nostro giudizio in verità poco benevolo sull’evoluzione di Marco Bellocchio, ormai bollito come artista, non saremmo però drastici alla maniera di Mariarosa Mancuso che nel suo Nuovo cinema Mancuso (Rizzoli, Milano 2012) non esita a stroncare questo film. Non è un capolavoro, d’accordo, l’insistenza sui giochi di luce viene a noia, certi accorgimenti di montaggio che vorrebbero, forse, essere d’avanguardia sono  in realtà scontati, ma l’interpretazione in chiave psicanalitica tutto sommato – come del resto c’era da aspettarsi, considerato il lungo sodalizio di Bellocchio con lo psichiatra radical-chic Massimo Fagioli – c’è, anche se edulcorata in termini politicamente corretti: che Benito Albino sia una vittima della madre, senza niente togliere alle colpe lato sensu di Benito Mussolini, si capisce nonostante tutto, anche se non è proclamato.
Ma la ragione per cui vale la pena vedere il film è l’interpretazione di Giovanna Mezzogiorno, bravissima quando la vediamo imbruttita nella seconda metà del film, nella parte di Ida Dalser preda di un delirio che la induce a coltivare la folle speranza di farsi riconoscere vera moglie di Mussolini, ma è un delirio che non le impedisce di scrivere lettere tanto assurde nei contenuti quanto lucide nella forma e, sotto il profilo grammaticale, sorvegliatissime; Giovanna Mezzogiorno – dicevamo – è bravissima nella seconda parte del film, ma stupenda nella prima, al tempo dell’amore milanese con il socialista rivoluzionario che voleva la guerra per amore della Rivoluzione.
Avevamo visto Giovanna Mezzogiorno in interpretazioni giovanili, ma mai ci è sembrata così bella come in questo film, di una bellezza florida che – mi dicono – si è un po’ sciupata a distanza di qualche anno. Ma che importa? Forse che un fiore oggi è meno bello perché destinato ad appassire? Quanto al passato, ricordo i fiori di un mandorlo sotto il quale mi piaceva sdraiarmi da bambino, i quali non sono meno belli ora che quel giardino non c’è più. A noi piace ricordare Giovanna Mezzogiorno come l’abbiamo vista in questo film, e come la vediamo – con questo suo sguardo mite e intelligente, senza un’ombra di sfacciata “determinazione” – nel salotto di Bruno Vespa, dove il tema in discussione è proprio il film di Bellocchio.

Porta a porta_Giovanna Mezzogiorno

La trasmissione ‘Porta a porta’, dedicata al film di Bellocchio, andata in onda l’11 maggio 2009: sono presenti, fra gli altri, Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Bellocchio (che fa il piacione, con effetto discutibile), uno psichiatra che mette qualche puntino sulle “i” e una strepitosa Alessandra Mussolini che a più riprese ricorda a Bruno Vespa la sua somiglianza con il nonno, del quale sarebbe un ennesimo figlio segreto, e lo invita a un familiare darsi reciprocamente del tu: Alessandra è o non è nipote dello zio Bruno? Per vedere la trasmissione, fare clic sull’immagine.

Non abbiamo remore moralistiche o politicamente corrette ad affermare che questo film presenta una scena di amplesso, tra Mussolini e la Dalser, che è la migliore, la più coinvolgente, la più umana e la più nobile che mai si sia vista nella storia del cinema. Merito di Bellocchio, si dirà, il quale in queste cose è parecchio esigente, tant’è che per il film Il diavolo in corpo chiese alla brava attrice olandese Maruschka Detmers di procedere a una fellatio non simulata. Ma il merito è soprattutto dei protagonisti, Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi, il quale, – così leggiamo in un dispaccio d’agenzia – ha raccontato che sul set di Vincere il momento più difficile è stato quello intimo con la Mezzogiorno. «Io e Giovanna ci conoscevamo appena, eppure ci siamo trovati per rispettare il copione, spogliati, mezzi nudi e appiccicati l’uno all’altra per più di otto ore. È stato importante realizzare al meglio quelle sequenze ma anche scioccante perché il calore dei baci era reale e realistici gli abbracci. Occorreva rendere la scena, non solo un atto d’amore fine a se stesso, ma un momento di tensione e da parte mia anche di indifferenza palpabile, lasciando pensare che io ero Mussolini, il futuro duce, un ruolo e un peso sui quali già mi concentravo. Alla fine, è stata un’esperienza scioccante e emozionante, in cui abbiamo seguito le indicazioni del regista, ma ci abbiamo aggiunto anche molto di nostro» (da Cinema: Timi, per ‘Vincere’ otto ore di scene hot con la Mezzogiorno).

 

Boris Johnson declama 42 versi dell’Iliade in greco antico

Johnson sarà anche populista, ma non è Giggetto

Al  minuto 0:55 Boris Johnson (siamo nel 2013, quand’era “solo” sindaco di Londra) comincia a declamare l’incipit del canto I dell’Iliade, quello dell’ira di Achille contro Agamennone che gli sottrae la schiava Briseide. Agamennone è stato costretto a restituire Criseide, figlia del sacerdote di Apollo, per porre fine alla peste (è la vendetta di Apollo) che imperversa nel campo degli Achei. In cambio della restituzione della schiava Criseide, Agamennone pretende Briseide, la schiava di Achille; di qui l’ira funesta di Achille. Arrivato al verso 42° Johnson si ferma e dice: «and so on…».

 

Lo spezzone che presentiamo risale al tempo (marzo 2013) in cui Boris Johnson era ancora sindaco di Londra e prese parte a un festival letterario a Melbourne, Australia. Ma è tornato a circolare questi giorni, suscitando un certo scalpore, adesso che Johnson è primo ministro britannico, quasi a conferma di quanto scrivevamo in un nostro pezzullo precedente, su questo diario: Boris Johnson non è un puzzone e la cosiddetta sinistra, invece di demonizzarlo, farebbe bene a interrogarsi sulle ragioni del suo successo, ragionare, esperire nuove indagini e ragionare ancora, sempre che sia ancora capace di ragionare, come la sinistra storica ai bei tempi, prima che diventasse una sinistra fucsia politicamente corretta, bacchettona a norma di cacata carta e con un preoccupante côté aziendalista.
Riportiamo il testo originale greco e l’interpretazione poetica del Monti, di gran lunga più godibile di quella della Rosa Calzecchi Onesti (che piace da pazzi a coloro che fanno mostra di essere “acculturati”).

Μῆνιν ἄειδε, θεά, Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος                                  1
οὐλομένην, ἣ μυρί᾽ Ἀχαιοῖς ἄλγε᾽ ἔθηκε,
πολλὰς δ᾽ ἰφθίμους ψυχὰς Ἄϊδι προΐαψεν
ἡρώων, αὐτοὺς δὲ ἑλώρια τεῦχε κύνεσσιν
οἰωνοῖσί τε πᾶσι· Διὸς δ᾽ ἐτελείετο βουλή                              5
ἐξ οὗ δὴ τὰ πρῶτα διαστήτην ἐρίσαντε
Ἀτρεΐδης τε ἄναξ ἀνδρῶν καὶ δῖος Ἀχιλλεύς.
Τίς γάρ σφωε θεῶν ἔριδι ξυνέηκε μάχεσθαι;
Λητοῦς καὶ Διὸς υἱός· ὁ γὰρ βασιλῆϊ χολωθεὶς
νοῦσον ἀνὰ στρατὸν ὦρσε κακήν, ὀλέκοντο δὲ λαοί,         10
οὕνεκα τὸν Χρύσην ἠτίμασεν ἀρητῆρα
Ἀτρεΐδης· ὃ γὰρ ἦλθε θοὰς ἐπὶ νῆας Ἀχαιῶν
λυσόμενός τε θύγατρα φέρων τ᾽ ἀπερείσι᾽ ἄποινα,
στέμματ᾽ ἔχων ἐν χερσὶν ἑκηβόλου Ἀπόλλωνος
χρυσέῳ ἀνὰ σκήπτρῳ, καὶ λίσσετο πάντας Ἀχαιούς,            15
Ἀτρεΐδα δὲ μάλιστα δύω, κοσμήτορε λαῶν·
«Ἀτρεΐδαι τε καὶ ἄλλοι ἐϋκνήμιδες Ἀχαιοί,
ὑμῖν μὲν θεοὶ δοῖεν Ὀλύμπια δώματ᾽ ἔχοντες
ἐκπέρσαι Πριάμοιο πόλιν, εὖ δ᾽ οἴκαδ᾽ ἱκέσθαι·
παῖδα δ᾽ ἐμοὶ λύσαιτε φίλην, τὰ δ᾽ ἄποινα δέχεσθαι,         20
ἁζόμενοι Διὸς υἱὸν ἑκηβόλον Ἀπόλλωνα.»
Ἔνθ᾽ ἄλλοι μὲν πάντες ἐπευφήμησαν Ἀχαιοὶ
αἰδεῖσθαί θ᾽ ἱερῆα καὶ ἀγλαὰ δέχθαι ἄποινα·
ἀλλ᾽ οὐκ Ἀτρεΐδῃ Ἀγαμέμνονι ἥνδανε θυμῷ,
ἀλλὰ κακῶς ἀφίει, κρατερὸν δ᾽ ἐπὶ μῦθον ἔτελλε              25
«Μή σε, γέρον κοίλῃσιν ἐγὼ παρὰ νηυσὶ κιχείω
ἢ νῦν δηθύνοντ᾽ ἢ ὕστερον αὖτις ἰόντα,
μή νύ τοι οὐ χραίσμῃ σκῆπτρον καὶ στέμμα θεοῖο·
τὴν δ᾽ ἐγὼ οὐ λύσω· πρίν μιν καὶ γῆρας ἔπεισιν
ἡμετέρῳ ἐνὶ οἴκῳ ἐν Ἄργεϊ, τηλόθι πάτρης                          30
ἱστὸν ἐποιχομένην καὶ ἐμὸν λέχος ἀντιόωσαν·
ἀλλ᾽ ἴθι μή μ᾽ ἐρέθιζε, σαώτερος ὥς κε νέηαι.»
Ὣς ἔφατ᾽· ἔδεισεν δ᾽ ὁ γέρων καὶ ἐπείθετο μύθῳ·
βῆ δ᾽ ἀκέων παρὰ θῖνα πολυφλοίσβοιο θαλάσσης·
πολλὰ δ᾽ ἔπειτ᾽ ἀπάνευθε κιὼν ἠρᾶθ᾽ ὁ γεραιὸς                35
Ἀπόλλωνι ἄνακτι, τὸν ἠύκομος τέκε Λητώ·
«Κλῦθί μευ, Ἀργυρότοξ᾽, ὃς Χρύσην ἀμφιβέβηκας
Κίλλάν τε ζαθέην Τενέδοιό τε ἶφι ἀνάσσεις,
Σμινθεῦ, εἴ ποτέ τοι χαρίεντ᾽ ἐπὶ νηὸν ἔρεψα,
ἢ εἰ δή ποτέ τοι κατὰ πίονα μηρί᾽ ἔκηα                                 40
ταύρων ἠδ᾽ αἰγῶν, τὸδε μοι κρήηνον ἐέλδωρ·
τίσειαν Δαναοὶ ἐμὰ δάκρυα σοῖσι βέλεσσιν.»

Nella traduzione in endecasillabi del Monti:

Cantami, o Diva, del Pelíde Achille
L’ira funesta che infiniti addusse
Lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
Generose travolse alme d’eroi,
E di cani e d’augelli orrido pasto
Lor salme abbandonò (così di Giove
L’alto consiglio s’adempía), da quando
Primamente disgiunse aspra contesa
Il re de’ prodi Atride e il divo Achille.
E qual de’ numi inimicolli? Il figlio
Di Latona e di Giove. Irato al Sire
Destò quel Dio nel campo un feral morbo,
E la gente pería: colpa d’Atride
Che fece a Crise sacerdote oltraggio.
Degli Achivi era Crise alle veloci
Prore venuto a riscattar la figlia
Con molto prezzo. In man le bende avea,
E l’aureo scettro dell’arciero Apollo:
E agli Achei tutti supplicando, e in prima
Ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
Gl’immortali del cielo abitatori
Concedanvi espugnar la Prïameia
Cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
Ricevetene il prezzo, e il saettante
Figlio di Giove rispettate. — Al prego
Tutti acclamâr: doversi il sacerdote
Riverire, e accettar le ricche offerte.
Ma la proposta al cor d’Agamennóne
Non talentando, in guise aspre il superbo
Accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste navi
Ned or nè poscia più ti colga io mai;
Chè forse nulla ti varrà lo scettro
Nè l’infula del Dio. Franca non fia
Costei, se lungi dalla patria, in Argo,
Nella nostra magion pria non la sfiori
Vecchiezza, all’opra delle spole intenta,
E a parte assunta del regal mio letto.
Or va, nè m’irritar, se salvo ir brami.
Impaurissi il vecchio, ed al comando
Obbedì. Taciturno incamminossi
Del risonante mar lungo la riva;
E in disparte venuto, al santo Apollo
Di Latona figliuol, fe’ questo prego:
Dio dall’arco d’argento, o tu che Crisa
Proteggi e l’alma Cilla, e sei di Ténedo
Possente imperador, Smintéo, deh m’odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
Tuo delubro adornai, se di giovenchi
E di caprette io t’arsi i fianchi opimi,
Questo voto m’adempi; il pianto mio
Paghino i Greci per le tue saette.

Nel declamare l’incipit dell’Iliade Boris Johnson salta qualche verso, che abbiamo indicato in rosso; qualche altro passaggio risulta interpolato: l’abbiamo segnalato in colore blu. Si potrebbe pensare che Johnson abbia fatto riferimento a un’altra edizione del poema omerico, forse; ma quella sopra riportata è la stessa sulla quale hanno studiato generazioni di studenti inglesi, curata dal Clarke, corredata di note e interpretazione latina (secondo il Foscolo sarebbe stata saccheggiata dal Monti, da lui definito «gran traduttor dei traduttor d’Omero»).

L’Iliade di Omero nell’edizione curata da Samuel Clarke: per sfogliare il libro, fare clic sull’immagine.

Qualcuno ha osservato che è stato “grave” da parte di Johnson saltare alcuni versi: vabbè. Un altro ha rimproverato a Giuliano Ferrara di aver scritto oggi, 27 dicembre 2019, che Johnson «recita» i versi di Omero, mentre tecnicamente si dovrebbe dire «declama»: vabbè. E ricorda l’adagio di Erasmo da Rotterdam: «Inter caecos regnat strabus», e lo strabico evidentemente è Johnson: vabbò. Charlotte Higgings, responsabile sella sezione culturale del giornale britannico ‘The Guardian’, in un articolo intitolato Boris Johnson’s love of classics is about just one thing: himself ci fa sapere qualcosa che evidentemente dovremmo vergognarci di aver finora ignorato, ma che lei conosce per certo: «Classics has a long tradition of questioning authority, and has had a fundamental role to play in the study of sexuality and feminism, among other areas». Da principio Charlotte Higgings dice bene, quando afferma il valore dello studio dei classici nella formazione dello spirito critico (su questo punto insistiamo parecchio, come sanno i lettori affezionati di Nusquamia), ma sul secondo punto, che i classici abbiano avuto un ruolo fondamentale nello studio della sessualità e del femminismo, ci prende di sprovvista. Credevamo che Freud nello studio della sessualità avesse fatto ricorso al mito classico giusto per dar conto delle sue osservazioni e analisi, che comunque collocava in un contesto di scienza sperimentale; insomma, a fine didascalico. Ma il capo-servizio del Guardian è così asseverativa che quasi abbiamo paura di dissentire: e se ci dicesse «Basta, punto, non m’interessa!»? Quanto al femminismo, le femministe di solito appaiono alquanto sprovvedute in fatto di studi classici, a parte la Nussbaum che, lei sì, regna tra i ciechi, essendo (soltanto) strabica, e passa per una grande esperta del mondo classico perché ha fatto una lettura del Simposio di Platone in chiave dei moderni nuovi diritti degli Lgbt; ma se la lettura illuminante dei classici è quella di Martha Nussbaum, c’è da mettersi le mani nei capelli. Non ho molta stima di una che ciurla nel manico, confondendo humanities con umanesimo.

Insomma non dico che non si possa parlare male di Boris Johnson, anche – volendo –- in relazione a questa sua declamazione di Omero: che però andrebbe considerata nel suo contesto. Abbiamo sentito Cacciari citare alcuni versi di Saffo nel corso di una conversazione con Corrado Augias, e lamentava che in un documentario di Rossellini, presentato da Augias, certi altri versi fossero letti male. È vero, Cacciari avrebbe potuto fare a meno di fare quell’osservazione, e di declamare a sua volta, e bene. Ma perché non avrebbe dovuto? In base a quale cacata carta non avrebbe dovuto? Così Boris Johnson nel corso di un festival letterario, conversando con l’intervistatrice, ha affermato che quando si trova in difficoltà, rimugina Omero, quindi lo declama. Qual è il suo peccato?
Ora, pur consentendo con l’intelligente Ferrara sul carattere clownesco (in generale) di Boris Johnson, è troppo chiedere ai malmostosi della cosiddetta sinistra politicamente corretta lo sforzo di dire a loro volta qualcosa d’intelligente? Non basta atteggiare il volto a indignazione e conformare la bocca a culo di gallina. Provo a offrire loro uno spunto, ricordando quanto scrivevo in un articolo di qualche tempo fa (si veda L’architettura onirica di Metropolis e la passione di Hitler per l’architettura):

In particolare, Hitler volle dare il suo personalissimo contributo al progetto della Große Halle , memore dell’impressione che ebbe del Pantheon, nel corso della sua visita a Roma (quella del 1938, della quale fu radiocronista il padre di Veltroni, al quale Mussolini telegrafò il suo vivo compiacimento).
Durante il soggiorno romano (una tappa del suo viaggio in Italia) il dittatore tedesco ebbe un cicerone d’eccezione, l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli. Il quale scrisse nei suoi diari che, arrivati al Pantheon, Hitler volle entrare per primo ed esser lasciato qualche tempo da solo: non aveva bisogno di spiegazioni, tanto più che che aveva passato la notte a studiare l’arte e la storia del monumento. Quelli del suo seguito aggiunsero che Hitler era un artista e, in effetti, pare che snocciolasse le dimensioni del tempio e altri particolari tecnici con ferma e precisa memoria. Entrò dunque nel tempio dove si trattenne in assorta meditazione. In seguito Hitler si sarebbe gloriato del fatto che la Große Halle di Berlino (che non fu mai costruita, per l’inizio della guerra) avrebbe potuto ospitare due o tre Pantheon.

 

§ § §

Boris Johnson presenzia a una manifestazione (siamo nel 2007) davanti alla Camera dei Comuni in favore di una petizione contro la paventata abolizione dell’insegnamento di livello A della Storia antica.

Il tedio, il viaggio, la riflessione

 

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Sono stato assente da questo diario per qualche tempo, e non saprei darmene una ragione, forse il tedio. È vero che dovevo terminare un lavoro che da un lato mi assorbiva, dall’altro m’imponeva frequenti spostamenti, peraltro a breve distanza (evito di fornire dettagli, per non dare esca alle cattiverie del gatto padano, vecchia zabetta malefica; si veda il Vocabolario milanese-italiano del Cherubini, IV, p. 83 [Milano. 1843], alla voce ‘sabetta’). Ma a un certo punto il lavoro fu terminato, tant’è che profittai di due belle giornate per fare qualche passeggiata in luoghi conosciuti e cari, come quello che vediamo nella foto qui sopra (anche qui, evito di fornire particolari).
Pur rinfrancato e rinvigorito da quelle passeggiate, la voglia di scrivere non si mostrava. E se non ho voglia, non scrivo: ci mancherebbe. Che l’inerzia, questa inerzia, sia veramente frutto di tedio? E poi, quale tedio? Incombente, strisciante o — Dio non voglia — devastante? Mi è anche venuto il dubbio che potrei aver bisogno di nuovi petulanti agrimensori da punire, nuovi personaggi ambiziosetti da includere nel serraglio di Nusquamia, per demistificarne le deliranti pulsioni. Ma no, speriamo proprio di no: non è bello. Meglio forse, in casi come questi, intraprendere un viaggio, pur nella consapevolezza, come scrive Orazio, che

caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.

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Filosofia della passeggiata

In attesa che la vena di scritturale reziario riaffiori copiosa, spendo qualche parola su che cosa intendo per passeggiare. Vuol dire fondamentalmente dare ossigeno al pensiero, lasciare che la mente divaghi senza costrizioni, nonché, eventualmente, ruotare intorno a qualche pensiero, purché ne valga la pena. Insomma, come credo di aver ricordato in almeno un’altra pagina di questo diario, mi sforzo d’imitare Diderot, l’autore del Nipote di Rameau. Cioè, passeggiando lungo l’alzaia dell’Adda, o della Martesana, o nella penisola disegnata da un’ansa del fiume (dove c’era un villaggio celtico: sia detto senza compiacimento zoccolante e mongoidentitario), o a Montevecchia, o a Varenna, o in Liguria, come i bellimbusti posano (o posavano, in altri tempi) gli occhi ora su questa, ora su quella donnina allegra, così dirigo il pensiero ora su questa idea, ora su quell’idea. E le idee sono le mie puttane. Per la precisione Diderot, saggio filosofo illuminista, scriveva:

Che faccia bello o brutto tempo, è mia abitudine andare, verso le cinque di sera, a passeggio nei giardini del Palazzo reale: sono colui che si vede sempre solo, pensoso, sulla panca d’Argenson. M’intrattengo con me stesso di politica, di amore, di cose d’arte o di filosofia; abbandono lo spirito alle più libere divagazioni; lo lascio padrone di seguire la prima idea saggia o folle che si presenti, allo stesso modo che si vedono, nel viale di Foy, i nostri giovanotti dissoluti seguire i passi di una cortigiana dall’aria svagata, dal viso ridente, l’occhio vivace, il naso all’insù, lasciar questa per un’altra, attaccandole tutte senza impegnarsi con nessuna. I miei pensieri sono le mie puttane.

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Divagazione su Jean-Jacques Rousseau – Ci sarebbe un altro esempio, a proposito del nesso tra passeggiata e pensiero: le Fantasticherie del passeggiatore solitario scritte da Jean-Jacques Rousseau. Il testo è sicuramente interessante, anzi confesso che da giovane subivo il fascino del filosofo ginevrino, anche leggendo queste pagine. Del quale filosofo sciroppai, tra l’altro, tutto il Contratto sociale, le Lettere di botanica (sfogliate, con le doverose cautele del caso, alla Biblioteca di Brera in una preziosa edizione settecentesca con stampe acquerellate a mano), parte dell’Emilio e delle Confessioni: ma oggi, con il senno del poi, e non soltanto per quanto ha scritto Karl Popper, il quale considera la filosofia politica di Jean-Jacques Rousseau un paradigma del pensiero totalitario, tenendo conto anche della mistica roussoviana messa in campo dai grilleschi (vedi la famigerata piattaforma Rousseau), non mi sento di consigliare la lettura di questo autore, che potrebbe ancora suscitare entusiasmo nelle anime candide; l’entusiasmo è sempre pericoloso, specie se non si è culturalmente attrezzati.
In età adulta avrei poi letto, sempre di Rousseau, il Saggio sull’origine delle lingue e devo ammettere che in questo filosofo c’è del genio, anche quando elabora teorie senza riscontro che oggi diremmo scientifico: anzi, proprio per questo. Un po’ come Giambattista Vico con il quale, precisamente su questo argomento, Rousseau converge singolarmente: eppure è probabile che Rousseau, il quale scrisse quel suo saggio dieci anni dopo la morte di Vico, non conoscesse la Scienza nuova del tormentato filosofo napoletano: si veda Vico e Rousseau filosofi del linguaggio.

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È bello e proficuo, in particolare, andare per sentieri contornati da un paesaggio ameno, qualche volta esplorare tracce sconosciute, altre volte tornare a distanza di anni sui propri passi, e mettere in relazione pensieri nuovi con pensieri vecchi. Ed è bello perdersi: ma con juicio, direi, soprattutto adesso che le giornate si fanno più corte e sarebbe spiacevole perdersi per davvero sul calare della sera. Ma la “zingarata”, come dicevano gli “amici miei” del film di Comencini ha innegabilmente il suo fascino: l’andare senza meta, o con meta variabile, è perfettamente compatibile con lo spirito di indeterminazione, che per noi razionalisti, curiosi di indagare le sfaccettature della realtà, oltre che strumento di conoscenza e segnacolo di buona educazione, è quasi una religione laica. La “religione” dell’indeterminazione è la giusta risposta alla prevalenza del cretino aziendalista e al pensiero unico politicamente corretto, che pretende di classificare e imbrigliare la complessità dell’uomo e delle sue opere, giudicando a lotti, anziché caso per caso, come discernimento vorrebbe. O non è vero che siamo saggi, quando siamo saggi, perché sappiamo distinguere?
Ma per girovagare senza meta e senza correre soverchio rischio, come si diceva, occorre avere per le mani una mappa, che oggi sarà, per ragioni di praticità, una mappa elettronica. Nello spirito di questo diario, non intendiamo entrare in dettagli troppo tecnici, sia perché non è questa la sede, sia soprattutto perché è nostra ferma convinzione che l’aspetto tecnico non debba prevalere su considerazioni che vogliono essere a misura d’uomo. Parlo dell’uomo vero, e non di quella caricatura d’uomo, praticamente una scimmia, che è il nuovo selvaggio del XXI secolo, appassionato di gingillini elettronici, schierato fideisticamente senza se e senza ma per il nuovo che avanza: purché sia nuovo. Il selvaggio del ventunesimo secolo, appassionato di gingilli tecnologici, dei quali tra l’altro capisce poco o niente, è assimilabile al Bongo Bongo delle foreste dell’Africa equatoriale, quello che si entusiasmava per la sveglia, tanto da portarla al collo: perlomeno così piaceva pensare ai cittadini “civili” delle potenze coloniali.

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Sussidi tecnici per il passeggiatore moderno

Ma senza godere, perché chi gode dei gingillini elettronici è un buzzurro

1. Proiezione di una traccia GPS su Google Maps – Ciò doverosamente premesso, diciamo che le mappe di Google Maps, da sole, non sono l’ideale per le zingarate delle quali si è detto, fondamentalmente per la buona ragione che non riportano la maggior parte dei sentieri che potrebbero interessarci. E non è soltanto una questione di scala, il fatto è che i sentieri non sono proprio segnalati. Supponiamo per esempio di voler fare una passeggiata verso la Basilica di San Pietro al Monte, con partenza da Civate, sul lago di Annone.

Ci hanno detto che c’è un sentiero, un po’ ripido nell’ultimo tratto, ma a ben vedere di tutto riposo, questo:

S. Pietro al Monte_1.png

Se però guardiamo Google Maps, il sentiero non è segnato:

S. Pietro al Monte_2.png

Inutile ingrandire l’immagine e, rimanendo sempre su Google Maps, eventualmente passare a un altro tipo di presentazione dei dati cartografici (in modalità di mappa, invece che satellitare): il sentiero non è proprio tracciato. Ma il sentiero c’è, non soltanto perché così ci è stato detto, ma perché andando a consultare le carte di OpenStreetMap il sentiero è indicato (si veda la legenda a destra) come “percorso pedonale”:

Sentiero San Pietro al Monte

Facendo clic sull’immagine possiamo vedere in un’altra finestra del computer la carta di OpenStreetMap recante il sentiero da seguire per arrivare alla Basilica di San Pietro al Monte. OpenStreetMap può essere considerato l’equivalente cartografico di Wikipedia, nel senso che è un progetto collaborativo realizzato con il libero contributo di una comunità accreditata presso i gestori del sito, liberamente consultabile. Nell’immagine qui sopra al sentiero evidenziato su OpenStreetMap abbiamo sovrapposto  alcuni pallini rossi, per maggiore evidenza.

Vuol dire allora che dovremo rinunciare a Google Maps e tenere sotto gli occhi la carta di OpenStreetMap, di tanto in tanto dando un’occhiata anche alla bussola? Certo, si potrebbe fare così, ma, a dire il vero, la carta di OpenStreetMap si legge bene a casa, su computer, mentre all’aria aperta, soprattutto sotto il sole, la lettura nella migliore delle ipotesi è penosa, talvolta anche impossibile. Invece se avessimo il sentiero tracciato su Google Maps, e potessimo avere riscontro immediato della nostra posizione grazie al sistema di posizionamento satellitare GPS, sarebbe tutto più facile.
Ebbene, disporre del tracciato del sentiero per San Pietro al Monte è possibile, ed è alla portata di tutti, senza nessuna spesa: basta andare al sito “Ecco Lecco” e, nella pagina dedicata alla Basilica, fare clic sulla stampigliatura “Download GPS”. Otteniamo un documento che porta un nome con suffisso “gpx”: indica il formato di interscambio dei tracciati GPS. Tale documento – la traccia GPS – contiene tutte le informazioni necessarie per la proiezione su Google Maps del sentiero da Civate a San Pietro al Monte. La procedura da seguire per importare la traccia in Google Maps, e poterla conseguentemente richiamare nella sezione “I miei luoghi” di Google Maps, è descritta nel documento pdf riportato nell’Appendice 1 (al punto 1), in fondo a quest’articolo.
Avendo dunque caricato sul ficòfono (smartphone) o sulla tavoletta elettronica (tablet) il programma My Maps, potremo recarci a Civate in automobile: arrivati a destinazione, appena messo piede a terra, richiamiamo sul nostro gingillino elettronico il tracciato proiettato su Google Maps. Qui comincia la nostra passeggiata “in sicurezza”, considerato che abbiamo la possibilità di verificare, di tanto in tanto, la nostra posizione sul sentiero; basta fare clic sul simboletto di “bersaglio collineato”, quello che vediamo nella foto qui sotto.

La mia posizione.jpg
Facendo clic sul pulsante contornato di rosso controlliamo la nostra posizione
rispetto al sentiero.

Benissimo, dirà qualcuno: abbiamo visto il sentiero che porta alla Basilica di San Pietro al Monte, giusto perché la traccia GPS è reperibile in rete. Ma negli altri casi, come mi devo comportare? La risposta si articola in tre punti:

a) intanto, non bisogna disperare, perché la rete abbonda di tracciati GPS, e con un po’ di fortuna potremo trovare proprio quello che c’interessa;
b) se frequentiamo una certa area d’Italia (per esempio, la Toscana), o abbiamo interessi specifici (per esempio, la Via Francigena), possiamo acquistare in libreria una guida che ci accredita – mediante un codice alfanumerico, diverso per ogni singolo libro – a scaricare, da un sito associato alla guida, le tracce GPS di un certo numero di sentieri. Le quali tracce andranno trasferite nella pagina personalizzata di Google Maps nel modo che abbiamo accennato a proposito del sentiero per la Basilica di San Pietro al Monte;
c) se proprio non troviamo la traccia GPS pronta per l’uso, e ci piace il fai-da-te, possiamo ingegnarci a creare la traccia da noi, nel modo presentato qui di seguito.

2. Tracciamento su computer di un itinerario GPS – Esiste un ottimo sito – si chiama GPSies (vedi) – dove troviamo praticamente tutti i sentieri che potrebbero interessarci. Il sito fa riferimento alla cartografia di OpenStreetMap che, come abbiamo visto, è molto accurata. Una volta individuato il sentiero, il sito GPSies (che si pronuncia come in inglese gypsies, cioè “vagabondi”, ma letteralmente gypsy significa”zingaro” e deriva da Egyptian, perché si pensava che gli zingari provenissero dall’Egitto), il sito consente di ottenere automaticamente la traccia GPS da importare in Google Maps, nel modo spiegato al punto 2 dell’Appendice 1 di questo articolo.
Immaginiamo per esempio di voler andare a vedere il Rogolone, un rovere secolare, imponente, con un fusto la cui circonferenza misura otto metri, una delle piante monumentali d’Italia. È posto a metà dell’istmo che separa il Lago di Como dal lago di Lugano. Per andarci, si fa tappa a Menaggio, quindi si prende per un tratto la strada per Porlezza, quella stessa che fece Mussolini il 26 aprile 1945 quando, partito da Como e teoricamente diretto in Valtellina, cercò di seminare i tedeschi che teoricamente dovevano proteggerlo, e svoltò a ovest, diretto in Svizzera. Si fermò alla caserma di Cardàno, una frazione del Comune di Gràndola ed Uniti, dove fu raggiunto dai tedeschi e blandamente esortato a riprendere la strada lungo la sponda occidentale del lago di Como. Andiamo ordunque anche noi al Comune di Gràndola ed Uniti, e parcheggiamo l’automobile nella frazione di Codogna, vicino alla Villa Camozzi: il sentiero comincia proprio lì. Oddio, il sentiero è talmente semplice che non ci sarebbe bisogno della mappa GPS; infatti ci siamo andati senza. Ma questo è solo un esempio, e vuol essere un esempio semplice. Arrivati alla meta vedremo il Rogolone:

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L’esercitazione comincia aprendo sul computer la finestra del sito GPSies ; scriviamo nella finestra di ricerca “Rogolone” (è più facile cominciare di qui), facciamo clic con il puntatore del topo (mouse) sul punto di arrivo (il Rogolone, segnato sulla carta OpenStreetMap), e continuiamo a fare clic all’indietro, in punti successivi del sentiero, fino al punto di partenza. Procedendo come spiegato nell’Appendice 1, al punto 2, otterremo la traccia GPS, perfettamente conformata secondo le sinuosità del sentiero fedelmente tracciato su OpenStreetMap.

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Tracciamento per punti della mappa GPS lungo il sentiero che connette il Rogolone al Comune di Gràndola ed Uniti. Se i punti di partenza e di arrivo sono stati identificati senza tema di sbaglio, basta fare due clic: otterremo il tracciato GPS combaciante perfettamente con il sentiero della mappa.

Importeremo quindi la traccia GPS in Google Maps, nel modo che abbiamo detto nel caso delle tracce “catturate” in rete. Nel nostro dispositivo portatile, nel quale avremo caricato l’applicazione My Maps, otterremo una visualizzazione come questa:

Sentiero per il Rogolone proiettato su Google maps.png

Il sentiero per il Rogolone proiettato su Google Maps.

3. Proiezione di una traccia GPS su OruxMaps – Se però la proiezione della traccia del sentiero su Google Maps non ci soddisfa, per la ragione che abbiamo lamentato, che cioè Google Maps non è un sistema di rappresentazione cartografico abbastanza accurato per chi va per sentieri, possiamo installare sul nostro ficòfono, o sulla tavoletta elettronica, il programma OruxMaps. Potremo vedere così il tracciato del nostro sentiero ben nitido, proiettato su OpenStreetMap, con ricchezza di dettagli: non solo, ma anche in questo caso potremo fare il punto della nostra posizione, proprio come su Google Maps, come abbiamo visto sopra.
Un aspetto non trascurabile è che con OruxMaps possiamo richiamare non soltanto la cartografia di OpenStreetMap (che abbraccia tutto l’orbe), ma anche carte settoriali equivalenti (“mappe vettoriali”), non meno dettagliate. Io per esempio ho caricato sulla mia tavoletta la carta di tutta l’Italia, una carta ancora più dettagliata della Liguria e un’altra della Lombardia. Nell’Appendice 1, al punto 3, è indicato come possiamo procurare (gratuitamente) queste carte. Il vantaggio di usare carte residenti nella memoria del nostro dispositivo, invece che richiamate dalla rete, è evidente, se si pensa al risparmio energetico che, quando si è fuori casa, è un fattore da tenere sotto controllo. Insomma, la batteria del sistema portatile (ficòfono o tavoletta) dura di più.

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Foto dello schermo della tavoletta (tablet) – Qui sopra, il sentiero per il Rogolone proiettato su una mappa ricavata da OpenStreetMap e visualizzata mediante l’applicazione OruxMaps, caricata su tavoletta elettronica. In basso, visualizzato ancora su tavoletta mediante OruxMaps, l’inizio del sentiero dal ponte sull’Adda di Trezzo (moderno: quello antico è stato distrutto nel 1416 dal Carmagnola) al ponte medievale di Brembate. Il simbolo contornato di rosso, indicante la posizione del “passeggiatore”, si sposta con lui via via che procede lungo il sentiero.

OruxMAps_dettaglio.jpg

Le tracce GPS dei sentieri vanno caricate sulla tavoletta elettronica (o sul ficòfono) come suggerito al punto 3 dell’Appendice 1, citata: dovranno essere del formato kml/kmz. Se invece sono del formato gpx, che è il formato (quasi) universale d’interscambio delle tracce GPS, importeremo la traccia su Google maps nel modo visto sopra, e spiegato al punto 1 dell’Appendice 1, quindi provvederemo e esportarla com’è spiegato al punto 4 dell’Appendice 1.
Se invece vogliamo trasferire su OruxMaps un tracciato che fa parte delle “Mie mappe” di Google Maps, si procederà ancora com’è spiegato al punto 4 dell’Appendice 1.

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Appendice 1: istruzioni per l’uso

Per non appesantire l’articolo di dettagli tecnici che ne avrebbero impedito, più che facilitato, la lettura, si sono raccolte in questa Appendice le istruzioni sulle procedure da seguire per caricare i tracciati dei sentieri su Google Maps e su OruxMaps, per convertire le tracce GPS, per creare una traccia GPS aderente ai sentieri indicati nelle carte di OpenStreetMap. Il testo e le figure di questa Appendice sono presentati in un documento di formato pdf visualizzabile (e scaricabile) facendo clic sull’immagine sottostante.

Istruzioni

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Appendice 2 : le lettere botaniche di Rousseau

Scrivevo all’inizio dell’articolo di una preziosa edizione delle lettere di botanica di Jean-Jacques Rousseau che avevo avuto per le mani alla Biblioteca di Brera, qualche decina di anni fa (per la verità, molte decine). Le illustrazioni del libro, stampato nel 1789, sono dei “rami”, come si dice, cioè stampe ottenute per contatto con una lastra di rame, opportunamente inchiostrata; quindi le incisioni sono state colorate a mano. Se la cosa è saltata agli occhi dei bibliotecari, come spero, i due tomi non dovrebbero essere più dati in lettura, perché le bellissime planches, se appena sfiorate da mano improvvida, potrebbero perdere il colore. Forse è questa la ragione per cui ho cercato tali lettere roussoviane nel catalogo in rete della Braidense, e non le ho trovate.
Le lettere botaniche di Rousseau sono particolarmente apprezzabili nella seconda edizione, quella parigina del 1789, appunto, per i tipi di Claude Poinçot: sono raccolte nei volumi V e VI della monumentale pubblicazione dell’Opera omnia di questo prolifico autore, comprendente 38 volumi in octavo: vedi Lettres élémentaires sur la botanique, tome I e Lettres élémentaires sur la botanique, tome II. La prima edizione a stampa di queste lettere, indirizzate a M.me Delessert negli anni dal 1771 al 1774, è quella ginevrina: vedi Collection complète des oeuvres de J.J. Rousseau, tome XIV (e XV). L’edizione parigina è decisamente più elegante: si veda Un monument à la gloire de Rousseau. In questa edizione le lettere botaniche (voll. V e VI) sono completate dal vol. XXXVIII, che non è scritto da Rousseau, ma è stato commissionato dai curatori dell’Opera omnia a completamento e ornamento delle lettere medesime: contiene le tavole colorate a mano e s’intitola Recueil de plantes coloriées pour servir à l’intelligence des Lettres élémentaires sur la botanique. Facendo clic qui vediamo la riproduzione di un esemplare assai malandato (i colori sono ossidati o irrimediabilmente rovinati), leggibile su Google libri. Seguendo però le istruzioni della didascalia qui sotto è possibile sfogliare la riproduzione di un altro esemplare, ottimamente conservato.
Speriamo che siano conservate in buone condizioni anche le lettere botaniche che a suo tempo lessi alla Biblioteca di Brera, nei cui due tomi si trovavano rilegati insieme i fogli dei volumi V e VI dell’edizione parigina, intercalati  con le tavole del volume XXXVIII. Proprio come nell’esemplare (peraltro venduto) che ho trovato nel catalogo di una libreria antiquaria: si veda la scheda bibliografica.

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I due tomi dell’edizione del 1789 delle lettere di botanica di Jean-Jacques Rousseau (Lettres élémentaires sur la botanique), comprendente 44 tavole colorate a mano. A sinistra, vediamo il dorso del secondo tomo, staccato (l’illustrazione è tratta dal catalogo di una libreria antiquaria). In basso, una delle tavole raccolte nel libro dal titolo Recueil de plantes coloriées pour servir à l’intelligence des Lettres élémentaires sur la botanique de J.-J. Rousseau [1789]. Per sfogliare il libro in rete fare clic qui.

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La storia vera della “versiera” di M.G. Agnesi

preceduta da una biografia ragionata della matematica milanese

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Figg. 1, 2 – Francobollo emesso l’anno scorso in occasione del terzo centenario della nascita di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), che ebbe meriti straordinari nelle matematiche e nella filantropia. L’immagine è tratta da un’incisione su disegno (1812) di Maria Longhi, frutto di libera e idealizzata interpretazione di un acquerello di Benigno Bossi. Più verisimigliante, assai probabilmente, è il busto  che si conserva alla Pinacoteca Ambrosiana (qui sotto), realizzato da G. Franchi, professore all’Accademia di Brera, quando l’Agnesi era in vita. In basso nel francobollo, la curva “cubica razionale”, esprimibile cioè con un’equazione algebrica di terzo grado in x e y, nota come “versiera di Agnesi”.

Agnesi_Ambrosiana_Busto di G. Franchi_piccola

Di Maria Gaetana Agnesi ultimamente si è scritto parecchio, moltissimo, anche perché l’anno scorso ricorreva il terzo centenario della sua nascita. Quel che su di lei è stato scritto può essere classificato, grosso modo, in due categorie:
a) Libri e articoli biografici, pubblicati a stampa e in rete che della vita della matematica e benefattrice milanese riportano e riassumono quanto si legge nell’ottimo Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, scritto dal conte Antonio Francesco Frisi, stampato a Milano nel 1799. Raccontano tutti a un dipresso la stessa storia, talora infarcita d’imprecisioni, dovute al fatto che si sono consultate – e interpretate – fonti secondarie, desunte da quella primaria (il Frisi).
b) Libri e articoli, non necessariamente dedicati alla figura di Maria Gaetana Agnesi, ma che comunque ne parlano, in virtù del suo contributo al progresso delle Matematiche; in particolare, si diffondono sulla cosiddetta “versiera di Agnesi”, una figura piana (una “cubica”), che sarebbe stata scoperta dalla nostra matematica: ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo. L’imprecisione dell’attribuzione nasce dal fatto che tali scritti riportano notizie desunte da fonti terziarie, che attingono a fonti secondarie che hanno frainteso quelle primarie. Cioè, abbiamo parlato di fonti terziarie per economia del discorso; dovremmo a rigore parlare di fonti n-arie, che hanno attinto a fonti (n – 1)-arie, a loro volta desunte da fonti (n -2)-arie ecc.

Inoltre, come vedremo, è per lo più sbagliata la spiegazione che si suole dare al termine “versiera”, quasi che questa curva volesse indicare un “seno contrario”: ma un seno in che senso? e contrario a che cosa?

Non è un caso che il francobollo commemorativo emesso dalle Poste italiane l’anno scorso (2018) presenti, sotto il ritratto di Maria Gaetana Agnesi giovinetta, la “sua” versiera, perché questo è il principale titolo di merito attribuito a colei che fu da giovane una fanciulla prodigio e che nell’età matura fu poco meno che una santa, pervasa di un cattolicesimo che dire lombardo sarebbe riduttivo. Vero è che il cattolicesimo dell’Agnesi è improntato a concretezza e amore per il prossimo, e che perciò può essere confrontato con quello di Federico Borromeo, il cardinale Federigo (con la “g”) dei Promessi sposi. Ma lei va oltre: come vedremo, Maria Gaetana Agnesi vorrà cimentarsi nell’impresa titanica di confutare l’impossibilità di essere compiutamente cristiani. Un po’ come il principe Myškin nell’Idiota di Dostoevskij.
Dunque la fama dell’Agnesi, che ha meriti matematici grandissimi, non dovrebbe essere appiattita nella versiera. Eppure nel 2015, in previsione, di lì a qualche anno, del terzo centenario della sua nascita, i signori del motore di ricerca Google hanno pensato di crearle quello che si chiama un “doodle” (che, tradotto dall’inglese, significa “scarabocchio”), cioè uno speciale logo di Google, personalizzato. Il doodle di Maria Gaetana Agnesi presenta naturalmente la “sua” versiera, che in realtà non è sua.


Fig. 3 – Il “doodle” dedicato a Maria Gaetana Agnesi.

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1. Cenni biografici

Sulla vita e le intenzioni di vita di Maria Gaetana Agnesi, esiste una fonte autorevolissima, non “superata” né contrastata da alcun altro documento. Questa fonte è l’Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, del quale si diceva. Qui sotto ne vediamo la cosiddetta “illustrazione d’antiporta”, cioè l’illustrazione a sinistra del frontespizio, un disegno del busto modellato su creta nel laboratorio di uno scultore, che l’aveva osservata attentamente dal vivo, e che poi trasferì sul marmo. Lo scultore è Giuseppe Franchi, professore di Scultura e Disegno all’Accademia delle Belle Arti di Brera; il busto è conservato alla Pinacoteca Ambrosiana.[1] L’immagine è diversa da quella del francobollo, che semmai somiglia al busto che vediamo nel cortile d’onore del palazzo di Brera, Milano, di fattura ottocentesca: ma sono questi dettagli di poco conto, tranne che per i maliziosi.

Dissimualtione famam auxit

Fig. 4 – Immagine d’antiporta del libro scritto dal conte Antonio Francesco Frisi, fratello di Paolo Frisi, famoso matematico e astronomo. Facendo clic sull’immagine (il disegno è ancora del Franchi, autore del busto di fig. 2) è possibile sfogliare il libro. Intorno al ritratto si legge un’espressione che Tacito scrisse per la Vita di Agricola, ma qui attribuita all’Agnesi: «Dissimulatione famae famam auxit», cioè “Accrebbe la propria reputazione non facendo conto della propria fama”.

Sfogliando il libro – la fonte primaria che si diceva – apprendiamo che Maria Gaetana Agnesi è figlia di Pietro Agnesi, Regio Feudatario di Montevecchia, che è un colle morenico dell’amena Brianza. A Montevecchia don Pietro aveva una villa, in stile rococò, al cui muro di recinzione leggiamo affissa la seguente iscrizione: «Maria Gaetana Agnesi, dei matematici veri e della carità sapientissima [cioè, traducendo dall’italiano latineggiante in italiano corrente: la più sapiente fra i matematici e tra gli uomini la più caritatevole], giovinetta e ottuagenaria allietò nella pace la sua vita umile e grande».

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Fig. 5 – Villa Agnesi a Montevecchia.

Il padre non tardò ad accorgersi delle doti intellettuali e delle straordinarie doti mnemoniche della figlia, primogenita di ventiquattro fratelli e sorelle,[2] di primo e secondo letto. Le apprese il francese, nella qual lingua la fanciulla «fece così rapidi progressi che appena giunta agli anni cinque del viver suo, ne sostenne prove non volgari alla presenza de’ parenti ed amici fra le domestiche pareti».[3] Quanto al latino, il buon padre osservò nella figlia, come per caso, «una sorprendente facilità in ritenere e ripetere le ascoltate lezioni [di latino] del fratello, con mirabile ordine e precisione». Le diede allora come insegnate di latino il religioso, chierico regolare teatino[4] che a casa Agnesi era il padre spirituale di tutta la famiglia. E poi altri maestri ancora.
Tra i molti intellettuali che frequentavano il circolo di casa Agnesi, c’era l’abate Gemelli, uno dei maestri che seguivano gli straordinari progressi della fanciulla, il quale, pensando alle doti dell’allieva, scrisse e recitò un’orazione che aveva per argomento gli studi delle donne. Ebbene, Maria Gaetana aveva fatto progressi così rapidi nello studio del latino che poco prima di compiere i nove anni la «tradusse ottimamente dall’italiano in latino…, [e la] recitò dappoi a memoria nel giardino di sua casa, alla presenza di una numerosa e colta adunanza, a tale oggetto invitata, riscuotendone non comuni applausi».[5] Don Pietro, manifestamente orgoglioso del talento della figlia, si compiaceva di darne prova agl’intelletti migliori di Milano, più o meno come avrebbe fatto, circa quarant’anni dopo, ovviamente mutatis mutandis, Leopold Mozart, padre di Wolfgang Amadeus.
Scrive sempre il Frisi: «Non andò guari [cioè, non passò molto tempo] che anche la nostra Agnesi poté meritarsi il titolo di “Oracolo settilingue”, avendo ella aggiunte al possesso della lingua italiana, latina e francese, eziandio la greca, l’ebraica, la tedesca e la spagnola». Sotto la guida di ottimi maestri continuava a perfezionare gli studi letterari, faceva traduzioni.
Maria Gaetana aveva diciannove anni e già la fama delle sue doti aveva valicato i confini dell’Italia quando «dallo studio dell’eloquenza e delle lingue era passata per ubbidire al padre agli ardui e sublimi della filosofia». Sotto la guida d’illustri scienziati che frequentavano il cenacolo di don Pietro Agnesi, prese a studiare gli Elementi di Euclide, cioè la geometria, e ancora logica e metafisica, fisica teorica e applicata. I maestri erano sbalorditi, tant’è che «inoltratasi ella con mirabile rapidità in queste scienze, vollero gli esperti precettori che la loro brava discepola esponesse successivamente in privata compagnia domestica a pubblico cimento i propri progressi con varie tesi filosofiche, sostenute alla presenza di scelti e qualificati personaggi della sua patria». Alle domande Maria Gaetana rispondeva mostrando perfetta conoscenza della materia, in purissima lingua latina. Avvenne così che «in una generale disputa, tenuta al solito in sua casa nel principio del 1738, diciannovesimo di sua età… [avesse] a difendere centonovantuna tesi, alla presenza de’ principali Ministri e Senatori, e dei più celebri Letterati di Milano». Le tesi filosofiche di Maria Gaetana Agnesi furono date alle stampe lo stesso anno con il titolo Propositiones philosophicae quas crebris disputationibus domi habitis coram clarissimis viris explicabat ex tempore et ab obiectis vindicabat Maria Cajetana de Agnesii Mediolanensis. Nel corso di tali “Accademie” (così le chiamavano) l’Agnesi rispondeva alle domande e intavolava discussioni che vertevano, tra l’altro, su logica, ontologia, pneumatologia, meccanica dei gravi, fluidodinamica, astronomia, geografia, zoologia, botanica e geologia. Questi sono appunto gli argomenti del libro, il cui titolo può essere tradotto così: “Tesi filosofiche esposte estemporaneamente da Maria Gaetana Agnesi nel corso di frequenti dibattiti che ebbero luogo a casa sua alla presenza d’uomini illustrissimi, e da lei difese contro le obiezioni che le si muovevano”.

M.G. Agnesi._Propositiones Philosophicae
Fig. 6 – Per leggere il libro, fare clic sull’immagine.

Varrà la pena precisare che già l’anno precedente la pubblicazione del libro, Maria Gaetana Agnesi aveva preso a studiare il Traité analytique des sections coniques del Marchese de l’Hôpital, sul quale scrisse un ampio commento, ancora inedito (il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano).
Gli straordinari progressi nelle Lettere e nelle Scienze non ebbero tuttavia «forza bastante di scuotere il di lei animo, né di incitarlo ad alcuna troppo del resto naturale presunzione dei suoi talenti e di se stessa». In altre parole, Maria Gaetana non era assatanata di gloria. Perciò «giunta ella appena al ventesimo anno, determinò di ritirarsi dal mondo e abbracciare il solitario instituto delle religiose, dette volgarmente Celesti o Turchine, dal colore dell’abito». In altre parole pensò di monacarsi. Chiese pertanto il consenso al padre, il quale non dissimulò «l’acerbo suo dolore, in procinto di essere abbandonato da una sì cara figlia, che meritatamente era fra le altre la delizia del viver suo». Maria Gaetana prese atto del dolore paterno e fece «totale sacrificio delle sue più naturali inclinazioni». Consultatasi con il padre spirituale capì di essere «destinata nel secolo al bene de’ prossimi, ed a soglievo della languente umanità». Rinunciò dunque al proposito di farsi suora, presentò tuttavia al padre tre condizioni: «di vestir semplice e dimesso; di recarsi ad ogni suo arbitrio alla chiesa; e di totalmente lasciare i balli, i teatri ed i profani divertimenti». Il padre accettò le condizioni e la figlia accettò di fare la volontà del padre.
Maria Gaetana tornò a concentrarsi nell’algebra e nella geometria, ponendosi sotto la guida del padre olivetano Ramiro Rampinelli, che ne riconosce immediatamente il talento, la indirizza alla risoluzione dei più difficili problemi geometrici e la mette in contatto con altri esimi matematici.
Dopo aver meditato di pubblicare un commento al trattato del Marchese de l’Hôpital, del quale si è detto, l’Agnesi cambia idea, a favore di un’iniziativa che, più che affermare la sua superiorità intellettuale, risulti utile al suo tempo, e a maggior gloria di Dio. Così nel 1748 pubblica le Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana, con dedica all’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Ed è questa l’opera dove si fa cenno della versiera, della quale diremo.

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Fig. 7 – Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il il libro: in particolare, a p. 381, si fa menzione della versiera. L’Accademia delle Scienze di Parigi ne farà tradurre[6] la parte II su raccomandazione dei celebri matematici J. d’Alembert, M.J.A.C. Condorcet e A.T. Vandermonde. In Inghilterra, il libro è tradotto nel 1760 da John Colson, professore di matematica a Cambridge e traduttore di Newton (dal latino in inglese);[7] ma la traduzione delle Instituzioni analitiche vedrà le stampe soltanto nel 1801.[8]

Il libro è accolto con plauso unanime, in Italia e all’estero; la sua lingua è proposta come modello esemplare di italiano scientifico. Colei che fu una fanciulla prodigiosa, poi una giovinetta geniale, adesso ha trent’anni: subito dopo la pubblicazione, viene chiamata a far parte dell’Accademia delle Scienze di Bologna; la Reale Accademia delle Scienze di Parigi si rammarica di non poterla accogliere tra i suoi membri, a norma di Statuto,[9] ma tesse un elogio della sua opera, per l’ordine, la chiarezza e la precisione dell’esposizione: le Istituzioni analitiche dell’Agnesi – così afferma – contengono tutta l’analisi di Cartesio e quasi tutte le scoperte che si sono fatte fino al presente nel calcolo differenziale e integrale. E loda la sagacità con cui problemi affrontati dai matematici moderni con procedure sempre diverse sono stati presentati in una cornice espositiva unitaria. I matematici e “filosofi naturali” d’Europa scrivono a Maria Gaetana Agnesi per confrontarsi sulle questioni più sottili.
Maria Gaetana fece recapitare le sue Instituzioni analitiche all’imperatrice Maria Teresa, alla quale sono dedicate. La Sovrana – per tramite del conte Gianluca Pallavicini, Ministro imperiale (avremo modo di parlarne ancora, a proposito dell’alterco che ebbe, quattro anni dopo, con il padre di Maria Gaetana) – manifestò alla matematica il suo «clementissimo gradimento», contestualmente facendole recapitare «una preziosa scatola di cristallo di monte [cioè, di quarzo purissimo] ornata con brillanti, ed un anello di diamanti»[10] che in seguito saranno venduti per sopperire, come vedremo, a certe sopravvenute esigenze economiche.
Il Pontefice Benedetto XIV (papa Lambertini) scrive all’insigne matematica una lettera gratulatoria, dove ricorda che «lo studio dell’analisi fu da Noi intrapreso nel primo fiore della nostra gioventù; ma fu poi affatto abbandonato, essendoci consecrati a quegli studj proprj di quello Stato, a cui la Divina Provvidenza ci aveva prescelto»; tuttavia, soggiunge il pontefice, «leggendo alcuni capitoli dell’analisi delle quantità finite, siamo in grado di poter francamente sostenere, ch’ella è senza dubbio nel numero dei primi professori dell’Analisi, che contribuirà alla riputazione letteraria dell’Italia, e della nostra Accademia delle Scienze di Bologna, a cui ella è con tanto nostro contento aggregata». A questo punto, a secoli di distanza, non possiamo che levarci il cappello, oltre che davanti a M.G. Agnesi, anche davanti al pontefice: ma è colui che, quand’era “soltanto” il cardinale Lambertini, ottenne che Laura Bassi, fisica di scuola newtoniana, la seconda donna laureata in Italia, insegnasse all’Università di Bologna.
Quindi Benedetto XIV – scrive ancora il Frisi – «senza preventiva petizione, e di moto proprio la nominò a Lettrice onoraria di Matematiche nella celebre Università di Bologna»; segue l’invito del Senato accademico di Bologna a occupare la cattedra di Matematica dell’Università: avveniva nel 1750. Pur iscritta nei ruoli dei cattedratici dell’Università di Bologna (la registrazione fu mantenuta per 45 anni) Agnesi non si spostò da Milano, dove orientava la propria esistenza, sempre più, a pratiche religiose e caritatevoli, nonostante il padre manifestasse la propria contrarietà: «Oltre l’assiduità sua nel prestare temporali e spirituali benefici agli infermi di sua Parrocchia, e del vicino Spedal Maggiore,[11] fattesi assegnare dal padre alcune remote stanze di casa, ove ella abitar potesse segregata dalla restante di sua famiglia, cominciò a tenere presso di sé successivamente qualche inferma, alla quale personalmente e tutta sola rendeva gli opportuni servigi». Nonostante questa svolta pietistica, si prestava «senza difficoltà apparente, e senza indugio veruno ai desideri paterni […] intervenendo con aspetto ilare e tranquillo alle consuete Accademie di Casa»: cioè continuava a prendere parte alle dotte riunioni (le “Accademie”) del circolo intellettuale di casa Agnesi. E lo faceva «proponendo, o rispondendo a quesiti, problemi e dubbi scientifici». Le Accademie erano non di rado ravvivate dalle esecuzioni di donna Maria Teresa, sorella minore di Maria Gaetana, donna anche lei di talento, clavicembalista e compositrice.


Fig. 8 – ‘Concerto per il cembalo’, di Maria Teresa Agnesi.

Due anni dopo, nel 1752, viene a mancare il padre, per un forte attacco di petto, conseguenza di un alterco con Gianluca Pallavicini, «Governatore e Capitano generale della Lombardia austriaca», che gli rimproverava negligenza nel maritare le figlie, in particolare Maria Teresa, che aveva recentemente ricevuto una proposta di matrimonio, poi andata a vuoto, secondo le malelingue, per intervento del genitore. Questo episodio conferma la sollecitudine paterna per le figlie – testimoniata dall’educazione che impartì a Maria Gaetana – ma non ci autorizza ad alcuna illazione strampalata: quando diremo che il padre era orgoglioso della gloria che le figlie procuravano al suo casato di recentissima nobiltà (il titolo di feudatario di Montevecchia era stato acquistato con i proventi dell’industria della seta), avremo detto tutto quel che si può dire, sulla base di testimonianze disponibili e incontrovertibili.
Morto il padre, Maria Gaetana, «tolto di mezzo ogni impedimento a seguire la divina volontà, tutta all’istante si dedicò a Dio ed a beneficiare i prossimi più indigenti, […] notte e giorno provvedendo a’ loro bisogni colle proprie mani, senza sostituzione di alcuno de’ suoi domestici». Giustificava la svolta impressa alla propria vita (aveva 34 anni e sarebbe vissuta ancora 47 anni) con queste parole: «L’uomo deve sempre operare per un fine, il Cristiano per la gloria di Dio; finora spero che il mio studio sia stato di gloria a Dio, perché giovevole al prossimo ed unito all’obbedienza, essendo tale anche la volontà e genio di mio padre: ora cessando questa, trovo mezzi e modi migliori per servire a Dio e giovare al prossimo, ed a questi devo e voglio appigliarmi».
Sul piano intellettuale si dedicò a una lettura indefessa delle Sacre Scritture e alle opere, greche e latine, dei Padri della Chiesa. Scrisse un «Trattato sulle virtù, i misteri e le eccellenze di nostro Signore Gesù Cristo». Gli studiosi di matematica Italia e all’estero, le chiedevano di farle visita, ma lei declinava l’invito, con ferma cortesia. E quando, nel 1762, l’Accademia di Torino le inviò i lavori di Lagrange inerenti al calcolo delle variazioni e chiese un suo giudizio, la risposta fu che «le serie occupazioni sue l’impossibilitavano a ricevere questi contrassegni non meritati dell’altrui stima».
Ottenuta la liquidazione della sua parte di eredità (da dividere fra tredici fratelli e sorelle superstiti), «si fissa in una ristretta parte della casa stessa»: un quartierino di tre stanze, che riempì di povere inferme «senza punto eccettuare le ulcerose, o le giudicate insanabili, alle quali prestava l’usata assistenza per sé sola [cioè, senza ricorrere ad altri] in ogni loro bisogno, medicando eziandio le loro piaghe schifose ed orribili con le proprie mani». Insomma, il suo quartierino divenne un piccolo ospedale e per far fronte alle spese pose in vendita i gioielli che aveva avuto in dono dall’imperatrice Maria Teresa.
Poiché però «sì ristretto ricovero» non corrispondeva alla «dilatazione della sua carità, risolvette di ritirarsi dalla casa paterna» e si trasferì a Porta Vigentina con quattro inferme. Era il 1759, sette anni dopo la morte del padre. Intanto aveva dato fondo alle sostanze e, volendo istituire un ospedale, chiese soccorso ai facoltosi milanesi che lei conosceva e che l’avevano conosciuta, ma invano. Si rivolse allora alle istituzioni religiose. Dopo due anni di privazioni e macerazione volontaria cadde malata, tanto che i medici riuscirono finalmente a convincerla a ritirarsi per qualche tempo nella villa paterna a Valera Vecchia, in Brianza.

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Fig. 9 – Villa Agnesi a Valera Vecchia, presso Varedo, in Brianza. Si legge nella targa «In questa villa paterna / visse / Maria Gaetana Agnesi / studiando istruendo beneficando. / A ricordo dell’illustre donna / nel primo centenario / della sua morte / il Municipio pose. / IX gennaio MDCCCXCIX».

Tornata a Milano, assisteva gl’infermi e insegnava il catechismo nella sua parrocchia, assumendosi «con eroica pazienza il carico d’istruire persone sceme[12] giudicate incapaci di accostarsi ai SS. Sacramenti», eppure ottenendo risultati che furono giudicati sorprendenti.
Maria Gaetana ha da poco trasferito nuovamente la sua dimora, da porta Vigentina a porta Romana, quando nel 1711 riceve dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli, «l’incarico di visitatrice e direttrice delle donne, specialmente inferme, nel Luogo pio Trivulzi»: il “Pio Albergo Trivulzio” che ancora oggi è la casa di cura per gli anziani meno abbienti di Milano. Allora però non si trovava dov’è adesso, lungo la via per Baggio, ma in contrada della Signora, di fronte a Palazzo Sormani. Qui infine Maria Gaetana si trasferì (nel 1783) e qui trascorse la maggior parte del tempo restante della sua vita, fino alla soglia del nuovo secolo, «accomunatasi per sua umiltà a quelle povere alunne [cioè alle donne che vivevano della carità dell’Istituto], in apparenza quasi una di esse» e «tutta consacrata all’assistenza del suo Spedale». Quando la sua salute peggiorò (la vista e l’udito erano ormai assai deboli, soffriva di emicranie ed era tormetata dalla gotta) accettò l’esortazione e quasi l’imposizione del fratello Giovanni, che lei stessa aveva amorevolmente educato quand’era giovinetto, di trascorrere qualche tempo nelle ville che furono del padre: a Montevecchia e Valera Vecchia, delle quali abbiamo detto. Tornata al Pio albergo, Maria Gaetana scivola in uno stato di grande debolezza, fisica e mentale. Scrive il conte Frisi che «la confusione della sua mente cresce al sommo, a cui si aggiunge una grande aridità di spirito. Questa le cagiona forti timori intorno alla sua eterna salute» (per “aridità di spirito” deve intendersi la depressione). Il medico diagnostica un’idrope al petto, il decorso della malattia fa presagire la fine imminente, che lei accoglie ripetendo «con inusitato coraggio: Verumtamen non mea, sed tua voluntas est».
Banalizzando, si potrebbe paragonare la parabola di Maria Gaetana Agnesi a quella di Blaise Pascal che a trentuno anni abbandonò la matematica e la fisica per dedicarsi tutto alla religione e alla filosofia; Maria Gaetana abbandonò le Matematiche a trentaquattro anni. Ma a parte la differenza di scala tra il pensiero di Pascal e quello dell’Agnesi (senza per questo niente togliere ai suoi meriti), c’è nell’Agnesi qualcosa che preoccupava l’ambiente milanese, come preoccupava i parenti di santa Chiara d’Assisi (che cercarono di rapirla dalla Porziuncola, dove si trovava): il fatto è che l’esercizio della carità in queste due donne si accompagna, e non a caso, a un degrado sociale, più che accettato, ricercato. Leggendo tra le righe le parole del Frisi, che le fu amico e che ne tesse un elogio sincero, gli elementi per approfondire questo aspetto della sua personalità non mancherebbero. Il che non significa che si possa arrivare a certezza, per abili che si sia, come fu abile Freud a interpretare un tratto non irrilevante della personalità di Leonardo[13] – la sua omosessualità – analizzandone un sogno. È comprensibile dunque che una studiosa attenta della figura dell’Agnesi, Luisa Anzoletti, parli di un «enigma psicologico».[14]
La carità cristiana dell’Agnesi ha un tratto caratteristico del cattolicesimo lombardo, la concretezza e l’intensa operosità, ma a differenza per esempio del cardinale Federigo, che volge il privilegio (la superiorità intellettuale, la ricchezza) a fin di bene, lei annienta il privilegio e, come il principe Myškin del quale si diceva all’inizio, pecca, forse, della superbia – l’unica sua superbia – di volere confutare chi va sostenendo l’impossibilità di essere compiutamente cristiani. O, più semplicemente, come il Padre Sergio di Tolstoj, pensava, da sempre, fin da giovanetta, che servire Dio richiedesse una sorta di annientamento della personalità, una professione di umiltà al servizio dei bisogni della comunità. Quella personalità della quale non ebbe il pieno possesso finché il padre fu in vita, e che con eroico trasporto rese a Dio il giorno della morte di don Pietro.

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2. La cosiddetta versiera di Agnesi

Già il logo dedicato di Google, il “doodle” creato per ricordo di Maria Gaetana Agnesi, ci fa capire che la versiera è una sorta di curva a campana; abbiamo anche visto che nasce  dall’intersezione di una retta orizzontale e di una verticale, secondo un meccanismo comandato da un pallino che si sposta lungo un cerchio. Il doodle è però un troppo veloce: per capire il tracciamento geometrico della versiera, conviene ricorrere a questa presentazione animata, reperibile nel dominio del sito Geogebra (un software per l’apprendimento e l’insegnamento della matematica).

Tracciamento versiera (Matemedia)

Fig. 10 – Facendo clic sull’immagine si apre una scheda che ci consente di tracciare manualmente la versiera: si porti l’indicatore del mouse sul punto B e lo si trascini sul piano; conseguentemente si modifica l’assetto della costruzione geometrica: la versiera è il luogo dei punti d’intersezione della retta orizzontale DF e della retta verticale EF.

La versiera è costruita in questo modo: dato un cerchio di diametro OA = 2a e un sistema di assi cartesiani Oxy, si consideri un punto D sulla circonferenza e dall’origine degli assi si tracci una retta passante per D. La retta OD incontra la retta orizzontale tangente al cerchio in A nel punto E. Si tracci una retta orizzontale passante per D e si tracci una retta verticale passante per E. Queste due rette s’intersecano in F e la versiera è – appunto – il luogo dei punti d’intersezione F al variare del punto D sulla circonferenza. Ragionando sulla similitudine dei triangoli OGD e OAE, e applicando il teorema di Euclide, si arriva facilmente a scrivere l’equazione della versiera:[15]

Eq_nera

Ma perché chiamarla la “versiera di Agnesi”, dal momento che la curva non è stata scoperta da Gaetana Agnesi, e che lei mai ha pensato di attribuirsela? La matematica milanese non ne porta colpa, si è limitata ad affermare – nelle sue Instituzioni analitiche, a p. 318 – che questa curva prende il nome di versiera, perché così aveva letto in una nota del matematico Guido Grandi, che aveva collaborato alla prima edizione fiorentina delle opere del Galilei, edizione che precedeva di trent’anni la stampa delle Instituzioni analitiche: G. Grandi, “Nota al trattato del Galileo sul moto naturalmente accelerato”, in G. Galilei, Opere, III, Firenze 1718, p. 393.
Allora com’è nato l’equivoco? La spiegazione è assai semplice se si pensa al successo dell’opera dell’Agnesi: per chi leggeva per la prima volta quel nome – e non era a conoscenza della “nota” del Grandi – la versiera era “la versiera di Agnesi”.
Ma procediamo con ordine e vediamo quel che scrisse l’Agnesi: il passo che ha ingenerato l’equivoco è sottolineato in rosso. E l’Agnesi scrive: «curva… che dicesi la Versiera». Tutto qui.

p. 381_Agnesi

Figg. 11, 12 – Qui sopra, la pagina delle Instituzioni analitiche dove si fa menzione della versiera come soluzione del problema proposto. Facendo clic sull’immagine, il libro si apre a p. 381. Qui sotto, la fig. 135 alla quale fa riferimento il testo (a p. 380), collocata alla fine del libro. 

Fig. 135
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Si noti che l’equazione della versiera che leggiamo a p. 381 appare diversa da quella sopra riportata, conformemente a quanto si legge nei libri di matematica che oggi trattano l’argomento. L’equazione che leggiamo nelle Instituzioni è invece:

Eq_rossa

La differenza nasce dal fatto che il parametro a nella trattazione dell’Agnesi non è il raggio, ma il diametro del cerchio, e che gli assi x e y sono scambiati (perciò li abbiamo indicati in rosso). Con pochi passaggi algebrici si dimostra che l’espressione dell’Agnesi è riducibile alla nostra, normalizzata.
Trascuriamo il fatto che in realtà l’equazione fu già studiata da Fermat sessant’anni prima[16] e consideriamo invece quanto scrisse Guido Grandi nella sua nota: anche qui abbiamo sottolineato in rosso le parole che rivestono importanza per il seguito del nostro argomento, perché si tratterà di capire che cosa veramente vuol dire “versiera”, o – meglio – che cosa intendeva Grandi. Già, perché in toscano, o comunque nell’italiano letterario, “versiera”, cioè “avversiera”, ovvero colei che è avversa, sarebbe la moglie del diavolo o comunque una donna brutta e cattiva, una strega. Né mancò, come vedremo, chi così volle intendere la versiera cosiddetta di Agnesi.

p. 393_Grandi_Galileo

Fig. 13 – “Nota al trattato del Galileo sul moto naturalmente accelerato”, contenuta nella prima edizione fiorentina dell’Opera del Galilei. Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il libro.

Scrive dunque il Gandi: «…quella curva, che io descrivo nel mio libro delle quadratura alla prop. 4 nata da’ seni versi, che da me suole chiamarsi la Versiera, in latino però Versoria». Dunque Grandi intendeva che la versiera prendesse il nome dai “seni versi”. E che cosa saranno mai codesti seni versi? Non rimane che far riferimento al libro sulla quadratura delle curve e leggere quel ch’è scritto alla proposizione 4. Il libro in questione è: Quadratura circuli, et hyperbolae per infinitas hyperbolas, & parabolas geometrice exhibita …, auctore D. Guidone Grando, Ex Typ. Francisci Bindi, Pisis MDCCIII. Ebbene, alle pp. 24-25 troviamo la Propositio IV, e quel che segue, e troviamo anche l’espressione “sinus versus”. Troviamo anche la descrizione della versiera, che però qui non è nominata come tale; infatti Grandi non afferma di aver nominato versiera (o versoria) quella curva, già nel suo libro latino del 1703; nella sua nota del 1718 scrive che quella curva lui la chiama versiera, quando si esprime in italiano, e che in latino dovrebbe chiamarsi versoria.

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3. Significato vero della parola “versiera”

Abbiamo dimostrato che la cosiddetta versiera di Agnesi in realtà non è di Agnesi: prima di lei questa curva fu studiata da Fermat (1666) e fu battezzata da Grandi (1718). Ma furono le Instituzioni analitiche dell’Agnesi (1748) a rendere celebre questa curva.
Dimostriamo adesso che è del tutto fantasiosa la spiegazione del termine “versiera” ancor oggi proposta dai più, quando si cimentarono a spiegare quel «nata da’ seni versi» che scrisse Grandi nella nota al Galilei a proposito del moto accelerato.
Non siamo delatori, dunque non faremo nomi; però vediamo come il termine “versiera” sia spiegato in quattro recenti pubblicazioni a stampa:

«…una parola derivata dal latino vertere, “girare”»; questo è vero, ma non è una spiegazione: che cosa gira? forse il pallino che ruota intorno alla circonferenza, come abbiamo visto nella costruzione animata della versiera (vedi fig. 10)? In ogni caso Grandi non intendeva questo.

«…dal nome di una corda marinara agganciata a una vela che ruota (dal latino vertere)»: in effetti versoria è in latino una scotta, che consente di orientare la vela e fa girare l’imbarcazione; vero, ma Grandi intendeva, come vedremo, che la curva versoria prendesse il nome dal sinus versus, e non da una corda.

«…curva citata da Fermat e poi studiata dal Grandi, il quale, in modo ben poco poetico, l’aveva definita “curva con seno verso”». In effetti c’è un seno, ma non è quello della curva; è un seno nel senso trigonometrico della parola. La parola latina sinus (di qui l’italiano “seno”) nasce da una traduzione dall’arabo, che era a sua volta trascrizione dall’indiano. I traduttori latini aggiunsero vocali al termine arabo che così manipolato prendeva il significato di un’insenatura: sinus, appunto.

«Grandi l’aveva chiamata “curva con (seno) verso”, cioè contrario, nemico»: bisognerà riconoscere che si fa fatica a pensare nemico un seno, sia esso muliebre, o trigonometrico.

Infine, non mancò chi credette veramente che “versiera” significasse “strega”; costui fu quel John Colson che, come abbiamo visto, tradusse le Instituzioni analitiche dell’Agnesi, talché ancor oggi in inglese la curva è nota come witch of Agnesi, dove witch significa strega, appunto.

Eppure, per evitare d’incorrere in ricostruzioni fantasiose del significato del termine, sarebbe sufficiente andare alla fonte. Orbene Grandi, nel farci sapere di aver battezzato la curva “versiera”, ci rimanda alla Proposizione IV di quel suo trattato sulla quadratura del circolo e dell’iperbole, scritto nel 1703. Non rimane che aprirlo. Invece della prima edizione però apriamo la seconda, del 1710, che presenta il vantaggio – per noi che sfogliamo il libro in rete – di avere le figure inserite nel testo, invece che alla fine.

Grandi_Quadratura circuli_frontespizio

Figg. 14, 15 – Qui sopra, seconda edizione (1710) del trattato del Grandi sulla quadratura del cerchio e dell’iperbole. Scrive il Loria nella sua Storia delle matematiche, p. 654,[17] che questo scritto segna l’abbandono da parte del Grandi dei metodi infinitesimali in uso nella scuola galileiana per adottare quelli inventati da Leibniz» del quale questa edizione porta lo stralcio di una lettera, indirizzata a Grandi. Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il libro. La Proposizione IV si trova a p. 7. La figura qui sotto, dove identifichiamo il sinus rectus HL e il sinus versus IL, si trova a p. 5.

Grandi Esto semicirculus

Nella Proposizione IV Grandi descrive le proprietà della curva DdSQI, che è quella che vediamo qui sopra, che altro non è che un ramo della versiera. Ma per intuire quale sia la relazione tra versiera e sinus versus dobbiamo andare alla precedente Proposizione III dove si fa menzione esplicita del sinus HL (che deve essere inteso come sinus rectus, in assenza di specificazione) e del sinus versus IL. Che la curva sia qui costruita diversamente da come si è fatto nella presentazione animata di fig. 9 non deve sorprendere, perché diversa è la prospettiva con cui la curva è esaminata. Vediamo invece che cosa sia il sinus versus. Non è un’“insenatura contraria”, o “nemica”, ma una funzione trigonometrica, meno conosciuta delle funzioni trigonometriche abituali seno, coseno, tangente, cotangente: ma tutt’altro che un’entità misteriosa; tant’è che in italiano ha un nome, quello di “senoverso”. Viene indicato come sinv θ, o senv θ, o versen θ. Dato un angolo θ, il senoverso di θ è:

senv θ = 1 – cos θ

come mostra la figura:

Verseno
Fig. 16 – Definizione geometrica del senoverso.

Questo era dunque il sinus versus che intendeva il Grandi, che battezzò la versiera. E questo è tutto.

VAredo_vers_munic

Fig. 17 – La versiera cosiddetta di Agnesi tracciata sulla pavimentazione della piazza del Municipio di Varedo, che comprendeva il borgo di Valera Vecchia (oggi nel territorio di Bovisio Masciago), dove per qualche tempo Maria Gaetana Agnesi soggiornò, nella villa paterna (vedi Fig. 9).

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Bibliografia

L. Anzoletti, Nel secondo centenario della nascita di Maria Gaetana Agnesi. Intorno a un supposto enigma psicologico della sua vita, in “Vita e Pensiero”, IV, 8, 1918, pp. 303-311.

A.F. Frisi, Elogio storico di D.a Maria Gaetana Agnesi milanese, Galeazzi, Milano 1799.

G. Loria, Storia delle Matematiche, Cisalpino-Goliardica, Milano 1950 [19291].

A. Masotti, Maria Gaetana Agnesi, Rendiconti del seminario matematico e fisico di Milano, vol. XIV, 1940.

L. Tenca, “La versiera di… Guido Grandi”, in Bollettino dell’Unione Matematica Italiana, Serie 3, Vol. 12 (1957), n. 3, pp. 458–460.

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Note

[1] Non si pensi che una come Gaetana Agnesi, schiva come poche della mondanità e delle apparenze, si prestasse a posare per un ritratto: l’impressione delle sue fattezze fu rubata, come scrive lo stesso scultore sul piedistallo del busto: «Ignotus Te adii, et tumTe Tibi surripiebam / Francus, dum fieri quae peto posse negas. / Parce dolo…»; cioè “Io, Franchi, mi presentai a te che non mi conoscevi, ed ecco che ti rubavo l’immagine, mentre tu negavi che potesse avvenire quel che chiedevo. Perdona il sotterfugio…».

[2] Ventiquattro e non ventuno, come pure si legge in numerose biografie. Vedi A.F. Frisi, Elogio storico…, cit, p. 63, dove leggiamo che Maria Gaetana attese all’«educazione de’ suoi numerosi fratelli e sorelle (de’ quali benché in numero di ventitré, ben tredici vissero insieme dal 1753 al 1764)». Che fosse primogenita e non terzogenita – come pure avviene di leggere – è scritto a p. 8.

[3] Se non altrimenti specificato, le espressioni tra virgolette uncinate sono desunte dal Frisi.

[4] Cioè appartenente all’Ordo clericorum regularium vulgo Theatinorum.

[5] Conosciamo il titolo e lo svolgimento dell’orazione, tradotta in elegante latino, perché due anni dopo sarebbe stata data alle stampe: Oratio qua ostenditur Artium liberalium studia a femineo sexu neutiquam abhorrere, habita a Maria de Agnesis Rhetoricae operam dante anno aetatis suae nono nondum exacto die 18. Augusti 1727.

[6] Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul intégral, traduits de l’italien de Mademoiselle Agnesi, avec des additions, Paris 1775.

[7] Tradusse il De Methodis Serierum et Fluxionum dove Newton, indipendentemente da Leibniz, pose le basi del calcolo infinitesimale.

[8] Analytical Institutions in four books : Originally Written in Italian by Maria Gaetana Agnesi, London 1801.

[9] «Si les Loix de l’Institution de l’Academie avoient permis d’y admetre des Dames…».

[10] In una lettera al matematico Padre Rampinelli Maria Gaetana Agnesi descrive così il dono della Sovrana: «Quale autem, ac quantum illud sit verbis satis declarare non licet, cum expectationem omnem sane vincat. Capsula ex crystallo rupea mirum in modum elaborata, pretiosisssimis lapillis ornata, opus hercle ἀτίμητο, anulus adamantinus in ea contentus perfecti plane generis».

[11] La casa di don Pietro Agnesi è in via Pantano, l’Ospedale Maggiore ha sede nella Ca’ Granda, progettata dal Filarete per Francesco Sforza, che oggi ospita l’Università statale di Milano, in via Festa del Perdono.

[12] Al tempo in cui il Frisi scrisse il suo Elogio, non esisteva il precetto del politicamente corretto e le persone sceme erano chiamate così, senza giri di parole.

[13] S. Freud, Eine Kindheitserinnerung des Leonardo da Vinci, Leipzig und Wien 1910.

[14] Vedi Bibliografia.

[15] Si veda per esempio il sito ‘Progetto matematica’, alla pagina La versiera di Agnesi.

[16] Si veda questa edizione delle sue opere alle pp. 233-34: Oeuvres de Fermat, III, Gauthier-Villars, Paris 1896 (dove la notazione matematica è diversa, sia dalla nostra, sia da quella di Agnesi).

[17] Vedi Bibliografia.

busto a Brera_Fraccaroli 1847Fig. 18 – Busto di Maria Gaetana Agnesi, collocato nel Cortile d’onore del Palazzo di Brera, opera di Innocenzo Fraccaroli (1847): anche questa è un’immagine idealizzata, in stile neoclassico alla maniera del Thorvaldsen.

 

Maturità 2019: Tacito, lo spirito critico, il tecnoaziendalismo ministeriale

Questo articolo è stato pensato diversamente da come lo leggete. Poi ho cambiato idea, rispetto all’impostazione iniziale, troppo polemica, e il ripensamento è avvenuto nel corso di certe mie passeggiate. Non pretendo, naturalmente, che i pensieri che mi si affacciano alla mente siano «le mie puttane», come succedeva a Diderot, quando passeggiava per i giardini di Port Royal: accenneremo nel seguito, di sfuggita, a Port Royal, ma a tutt’altro proposito.
L’articolo era stato concepito da principio sull’onda delle impressioni suscitate dalla lettura della traccia dello scritto di latino e greco (così lo chiamano) proposta ai maturandi del liceo classico nell’anno 2019. Ecco la traccia:

Per leggere con agio in formato Pdf la traccia della prova scritta di latino assegnata ai maturandi del liceo classico nell’anno 2019, fare clic sull’immagine qui sopra.

Come si vede, c’è un testo latino da tradurre – in questo caso, un brano delle Storie di Tacito – preceduto da un pre-testo (così lo chiamano) e seguito da un post-testo, c’è poi un brano in greco accompagnato da traduzione italiana che tratta del medesimo argomento (in questo caso, un brano della Vita di Galba scritta da Plutarco), infine in una terza sezione della traccia si propongono tre quesiti, rispettivamente di comprensione/interpretazione, analisi linguistica e/o stilistica, approfondimento e riflessioni personali.
Apparentemente, una gran bella novità, perché – come ha scritto sul Corriere della Sera una professoressa milanese – si offre agli studenti «la possibilità di entrare davvero in un dialogo empatico [oh, yeah!, N.d.R.] con i due testi [il testo latino e quello greco] e di esprimere il vostro parere sulle questioni importanti da essi toccate». Peccato però che il testo greco sia in realtà un testo tradotto in italiano, anche se accompagnato dall’originale, scritto in caratteri greci: già, ma “in apparatum”, direbbe Seneca. Il testo latino è più breve di quelli finora proposti ai maturandi del liceo classico e, soprattutto, le difficoltà d’interpretazione sono largamente appianate – non tutte, s’intende – dalla traduzione italiana del brano greco, che metterà lo studente sulla retta via, in caso di “sfondoni”. Insomma, quella che a prima vista sembrerebbe una novità culturalmente rilevante, alla resa dei conti è soltanto una gherminella.
Quando lessi la traccia, pur attenendomi all’oraziano nil admirari, dunque senza troppo scompormi, come spero sia nel mio carattere, pensavo di scrivere qualcosa che smontasse la gherminella, intingendo la penna nell’italum acetum. Però mi venne in mente, sempre nel corso di una di quelle passeggiate, che, assecondando la prima impressione, il tono del commento sarebbe stato improntato alla prevalenza della “corda pazza”. Sì, più o meno quella di Ciampa nel Berretto a sonagli di Pirandello.[1] Così non va, pensai tra me: mi troverei a combattere con un nemico che, tra l’altro, non conosco nemmeno tanto bene, sarebbe come ingaggiare battaglia con le ombre (umbratilis pugna, σκιαμαχεῖν). Meglio ingranare la “corda civile”, tanto più che la mia corda civile non è castratrice come sembra che fosse quella di Ciampa. Già, perché ognuno ha la sua corda civile sintonizzata, per così dire, a suo modo. La mia corda civile è illuministica e prevede la dissimulazione onesta: non sono tenuto a dire tutto quello che penso, ma dirò qualcosa che altri, volendo, potrebbero completare. E non c’è chi non veda quale sia la differenza tra un dissimulatore onesto e un ipocrita: del resto, se qualcuno non capisce, di lui poco mi curo.

Parlando dunque dello scritto di latino assegnato per la prova di maturità nell’anno 2019 ingranerò la corda civile, considerando dapprima il testo di Tacito, in sé e per sé: mi propongo di dimostrare come la sua traduzione possa essere per lo studente, in assenza di “aiutini” plutarcheschi opportunamente tradotti in italiano, un esercizio forse difficile ma ricco d’indicazioni per l’esaminatore; un esercizio che perde metà del suo valore in presenza dei medesimi: intellegenti pauca.

1. Analisi del testo

Ecco dunque il testo proposto ai candidati:

Octavo decimo kalendas Februarias sacrificanti pro aede Apollinis Galbae haruspex Umbricius tristia exta et instantes insidias ac domesticum hostem praedicit, audiente Othone (nam proximus adstiterat) idque ut laetum e contrario et suis cogitationibus prosperum interpretante. Nec multo post libertus Onomastus nuntiat exspectari eum ab architecto et redemptoribus, quae significatio coeuntium iam militum et paratae coniurationis convenerat. Otho, causam digressus requirentibus, cum emi sibi praedia vetustate suspecta eoque prius exploranda finxisset, innixus liberto per Tiberianam domum in Velabrum, inde ad miliarium aureum sub aedem Saturni pergit. Ibi tres et viginti speculatores consalutatum imperatorem ac paucitate salutantium trepidum et sellae festinanter impositum strictis mucronibus rapiunt; totidem ferme milites in itinere adgregantur, alii conscientia, plerique miraculo, pars clamore et gladiis, pars silentio, animum ex eventu sumpturi.

Esamineremo il testo alla maniera un po’ antica, si dirà, dei liceali d’antan, quelli del liceo gentiliano “in purezza”, prima delle numerose mini-riforme, degli aggiustamenti, dei decreti di sintonizzazione con il “nuovo che avanza”, prima della “scuola-lavoro” ecc. Con questo non intendo lanciare un guanto di sfida al “didatticamente corretto”, che non so nemmeno quale sia, non pretendo che il modo corretto di affrontare il testo di Tacito sia quello qui di seguito presentato, che mi guarderò dal proporre come ideale. Semplicemente, piacque ragionare così, ed è un modo come un altro per arrivare alla meta, come quando Google Maps ci propone itinerari diversi, e noi scegliamo quello che, secondo l’opportunità del momento, appare il migliore (“appare”, appunto). Per esempio, se partendo da Lecco vogliamo raggiungere l’Abbazia cistercense di Santa Maria di Piona, possiamo scegliere di percorrere la strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga (40 km e 40 minuti di tragitto noioso, passando per le gallerie), oppure possiamo godere del paesaggio sulla strada provinciale 72 (38 km e 56 minuti di tragitto soave), costeggiando il lago e attraversando i paesi.

Percorsi alternativi per raggiungere l’Abbazia di Santa Maria di Piona, sul lago di Como.

Sempre per il gusto di ragionare e, ancora una volta, senza pretendere di proporre un metodo d’insegnamento e di esercitazione (per cui si veda il capitoletto seguente, § 2), faremo riferimento talora, per delucidazioni, all’edizione (1682-86) delle opere di Tacito cosiddette “in usum delphini”, curata dall’abate Julianus Pichon, corredata di note latine e comprendente una parafrasi del testo tacitiano sempre in lingua latina.[2] Per comodità del lettore proponiamo qui sotto l’estratto di una ristampa londinese dell’opera di Tacito in usum delphini, nella parte che ci riguarda:[3]

Per sfogliare il documento Pdf estratto dalle Historiae di Tacito (I, 27, 18),
fare clic sull’immagine.

Cominciamo dunque a esaminare il primo periodo del brano di Tacito: nell’immagine seguente (fare clic per leggerla ingrandita su una nuova finestra del computer: eventualmente, se troppo grande, agire sulla rotella del topo = mouse) troviamo il primo periodo tal quale, la sua traduzione e il medesimo “smontato”, per così dire, in modo da mettere in evidenza i rapporti (di dipendenza, di coordinazione) tra i suoi membri.

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

Il primo periodo presenta, ovviamente, una proposizione principale, quindi una proposizione incidentale, un participio congiunto e due ablativi assoluti: siamo nel canone dello stile tacitiano. Osserviamo:

• octavo decimo kalendas Februarias >>  cioè diciotto giorni prima delle calende di febbraio, contando il giorno di partenza e quello di arrivo, dunque il 15 gennaio. Vediamo un altro esempio: il 30 di gennaio sarà a.d. III Kal. Feb. (o, sopprimendo a.d. = ‘ante diem’, tertio kalendas Februarias), perché dista tre giorni dalle calende, contando il “paletto” posto all’inizio e quello posto alla fine: 30; 31; 1. Viceversa, se diciotto sono i paletti tra il giorno x e le calende, facendo il conto all’indietro, sarà: x = 15. Nel sito “Roma virtuale” troviamo in questa pagina (fare clic per accedervi), in basso, uno schema sintetico del calendario imperiale romano, cioè del calendario giuliano dopo la riforma di Augusto.

• praedicit >> meglio “annuncia” che “predice”: l’augure ha davanti a sé le viscere (exta) dell’animale sacrificato, che utilizza come strumento di divinazione; se le viscere sono tristia, il responso è sfavorevole.

• nella traduzione possiamo sciogliere gli ablativi assoluti e il participio congiunto come proposizioni subordinate o coordinate.

• sacrificanti >> è un participio congiunto con Galbae (perciò abbiamo connotato queste parole in rosso).

• pro aede Apollinis >> il tempio di Apollo – leggiamo in una nota dell’edizione di Tacito in usum Delphini (che nel seguito indicheremo come ‘Tacitus IUD’) – «fuit in decima regione Romae antiquae, et in monte Palatino».

• ut laetumprosperum >> sono complementi predicativi dell’oggetto (id); ut è avverbio, e non congiunzione.

L’analisi strutturale e la traduzione del secondo e del terzo periodo sono presentati nell’immagine seguente:

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

Osserviamo nel secondo periodo:

• redemptoribus >> redemptor spesso è l’impresario, colui che appalta lavori o la fornitura di servizi pubblici; ma, come chiarisce il terzo periodo, Otone simula di avere in corso una transazione immobiliare (lo si capisce dal fatto che i redemptores si presentano – anzi: si presenterebbero – con l’architectus), circostanza che richiederebbe la sua presenza; dunque redemptores sono qui da intendere come agenti immobiliari. In questo caso non prenderemo alla lettera la nota di ‘Tacitus IUD’: «Redemptores sunt qui suis caementis suoque labore aedificant, constituto pretio: auctor Ulpianus».

• quae… convenerat >> qui c’è un pronome relativo, ma la proposizione che lo contiene non è una proposizione relativa; infatti il pronome relativo svolge qui la funzione di pronome dimostrativo connesso: quae = et haec.

• significatio >> possiamo intendere come signum = segnale

• convenerat >> “era stato convenuto”; vedi l’interpretazione di ‘Tacitus IUD’: quae significatio… convenerat >> quod signum constitutum erat.

Nel terzo periodo:

• digressus >> è un sostantivo, < dīgressus, -ūs, e non un participio < digredior (in tal caso sarebbe un participio congiunto). Interpretare digressus come un participio congiunto, quand’anche grammaticalmente possibile, sarebbe far torto all’eleganza di Tacito. In ‘Tacitus IUD’ leggiamo «’causam digressus’ requirentibus», con le virgolette (‘causam digressus’) per connotare il discorso indiretto, cioè per dire che c’era chi chiedeva a Otone la ragione del suo allontanarsi dal tempio di Apollo.

• praedia >> praedium è per lo più un podere, con i suoi caseggiati rustici; ma praedium è anche una proprietà (vedi Cicerone), e può essere urbanum o rusticum, perciò in ‘Tacitus IUD’ leggiamo: «Sicque domus et praedium pro eodem est».

• per Tiberianam domum >> anche il palazzo di Tiberio si trova sul Palatino, alle sue pendici.

• Velabrum >> vedi ‘Tacitus IUD’: «Fuit vallis et tractus regionis Octavae et Undecimae, ad radices Palatini et Aventini montis».

• miliarium aureum >> sempre in ‘Tacitus IUD’ leggiamo : «Miliarium aureum columna fuit aurea in capite fori Rom. prope aedem Saturni, in qua incisae omnes Italiae viae finiebant; et a qua ad singulas ports mensurae regionum currebant». In realtà un «cilindro di marmo rivestito di bronzo dorato» (C. Hülsen, Il Foro Romano. Storia e Monumenti, Loescher, Roma 1905, p. 69).

• sub aedem Saturni >> Il tempio di Saturno si trova all’estremità nord-ovest del Foro Romano, sotto il Campidoglio. Sub aedem significa “in prossimità del tempio” e non “sotto il tempio”.

Il tempio di Saturno in epoca augustea, all’estremità nord-ovest del Foro romano. Il Miliarium aureum si trovava verisimilmente tra il Tempio di Saturno e i Rostri (in basso a destra). Era questo un punto di ritrovo abituale per i cittadini: qui i congiurati aspettano Otone. Da: Digitales Forum Romanum.

• exploranda >> scilicet ‘exploranda esse’.

Consideriamo infine il quarto periodo, del quale qui sotto riportiamo analisi strutturale e traduzione:

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• Ibi >> in latino, “lì”; ma in italiano suona meglio dire “qui”.

• speculatores >> questo vocabolo presenta qualche difficoltà. Nel vecchio dizionario Georges-Calonghi (in seguito, semplicemente, Calonghi), si dà la traduzione di “esploratore, spia”, che va benissimo quando si traduce Cesare. Così anche il Lewis and Short: «spy, scout». Però, “spia” decisamente non sembra appropriato al contesto. “Esploratore” può andar meglio, se lo intendiamo come colui che è mandato in avanscoperta. La verità è però che questi speculatores erano la guardia del corpo di Otone, nel senso che lui aveva fatto del corpo degli esploratori una guardia tutta sua, personale. Un po’ come il gruppo armato di 187 militi del Corpo Forestale dello Stato, appostati vicino al palazzo della Rai, al tempo del tentato golpe di Valerio Junio Borghese (8 dicembre 1970). Di tale corpo scelto di esploratori fa menzione ‘Tacitus IUD’: «Ea pars militum maxime prona in Othonem». Il Forcellini è ancora più esplicito: «Aliquando adsumpti sunt ad custodiam corporis principis, ut satellites: guardacorpo, guardie, σωματοφύλακες; nam speculatores strenuissimi militum esse solebant». E cita lo stesso Tacito (Historiae, II, 11): «Ipsum Othonem comitabantur speculatorum lecta corpora, cum ceteris praetoriis cohortibus». Tradurremo dunque “guardie del corpo”.

sellae impositum  >> non tradurremo “posto in sella”, che in italiano s’intenderebbe come posto a cavallo, ma “posto su una sedia (o sella) gestatoria”, come quando si porta qualcuno in trionfo, o comunque perché sia acclamato dal popolo.

• conscientia >> non è la nostra “coscienza” (buona, cattiva), ma la consapevolezza, o complicità.

• clamore et gladiis >> per il modo con cui i due complementi modali sono accostati (clamore et gladiis; silentio), potremmo tradurre quel gladiis, accostato a clamore (le acclamazioni dei soldati, o le urla), come “il clangore delle armi”; volendo rimanere più aderenti al testo, diremo “agitando le spade”, che non è propriamente un atteggiamento silenzioso.

2. Sul metodo

Non so se l’analisi del brano di Tacito proposta nel § 2 possa da qualcuno essere considerata provocatoria, per via di quegli schemi a blocchi che fanno riferimento, fondamentalmente, alla sintassi latina del liceo gentiliano “in purezza”. Spero di no, e non era questo l’intendimento.
Non ignoro che il liceo riformato nel dopoguerra, sia quello classico sia quello scientifico, mutilato dei tre anni di studio del latino nelle scuole medie, mutilato degli esercizi di traduzione dall’italiano in latino, mutilato perfino nel numero delle ore d’insegnamento (nel liceo scientifico), postula un metodo di insegnamento del latino che tenga conto delle nuove “condizioni al contorno” (come dicono i matematici), dunque un metodo speditivo, simile a quello con cui oggi s’insegnano le lingue moderne.

Però un conto è il metodo d’insegnamento, altro il metodo di analisi. In linea di principio, non è detto che due metodi – il discorso è del tutto generale – siano necessariamente in contraddizione, niente ci impedisce di usare questo o quel metodo secondo necessità. La rigidezza metodologica somiglia troppo allo iurare in verba magistri, sa troppo di aziendalismo, per non suscitare qualche sospetto. In una pagina precedente di questo giornale recensivo un articolo apparso sul sito Pi-Professione insegnante, dal titolo Il didattichese e il disastro della “metodofilia”, tra mode e conformismo, che manifestava perplessità per il gran parlare di nuove metodologie, didattica per ‘competenze’, ‘flipped classroom’, ‘cooperative learning’ ecc. Osservavo che nelle scienze esatte, come pure nelle scienze sperimentali e, in generale, nella ricerca in sede di filosofia naturale, convivono diversi metodi, applicati in diversi ambiti della stessa disciplina, o anche nello stesso ambito, secondo convenienza. Non vedo perché non si possa ragionare analogamente con riferimento all’insegnamento delle lingue classiche.[4]

In ogni caso, come ho scritto nella premessa, non affermo che uno studente debba fare una analisi del testo come nel capitoletto precedente; penso però che i giovani debbano essere educati allo spirito critico, che comincia con l’analisi dei concetti, dei giudizi e delle regole del ragionamento. E che tale capacità di manifesta (anche) nell’esercizio di traduzione (dal latino, dal greco), non facilitato da “aiutini” di sorta, come invece avviene nella prova scritta di maturità della quale ci occupiamo. Sugli “aiutini”, che con il pretesto dell’interdisciplinarietà sovvertono l’impianto classico di valutazione della traduzione, vedi § 3.1.

Ebbene, il metodo del grammaticalismo razionalista, o funzionalista, di stampo cartesiano, inaugurato dalla Grammaire générale et raisonnée di Port Royal (vedi) considera appunto le modalità con cui la mente connette le parole,[5] ed è di qui – anche di qui – che nasce l’educazione allo spirito critico. Quel metodo, passando per il liceo prussiano, e la Legge Casati del Regno di Sardegna che sarebbe stata recepita, di lì a poco, dal neonato Regno d’Italia, è approdato al liceo gentiliano. Coerentemente con quanto ho appena sostenuto, non dico che sia questo l’unico metodo, affermo però che l’educazione allo spirito critico dev’essere difesa dagli attacchi della tecnoburocrazia ministeriale, che pretende di tradurre l’insegnamento e la formazione dei giovani in un fascio di procedure, con mentalità aziendal-operativista. Perciò bisognerebbe far quadrato intorno al liceo classico e scientifico (quello vero, dove si studia latino), il liceo della riforma gentiliana: non per conservare le cattedre ai professori di latino (e di greco), ma perché la società ha bisogno di quel liceo. Ha ragione dunque, nel difenderlo dagli attacchi di logoramento e progressivo annientamento (sopire e troncare, troncare e sopire…) il giovin filosofo Diego Fusaro: costui, quando rinuncia all’idea di essere l’Antonio Gramsci dei populisti, dice anche cose giuste. Scriveva Fusaro circa due anni fa sul Fatto quotidiano:


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Precisamente di questa educazione allo spirito critico, attraverso uno studio del latino non banale, non operativistico, scriveva Luca Cavalli Sforza, 25 anni fa, prima che la sciura Valeria Fedeli, «ministra» (così le piaceva essere chiamata, con declinazione al femminile del sostantivo epiceno “ministro”) della Pubblica istruzione pensasse che la lotta contro le (cosiddette) fake news passasse per i pistolotti politicamente corretti:

Una sociologia trita, spesso ridotta alla scienza dell’ ovvio, alla conferma di quello che già tutti sanno, o una psicologia che può risultare di estrema ingenuità per ragazzi smaliziati, sono controproducenti.
[…] Ho capito che se ho imparato veramente a ragionare e risolvere problemi difficili nel corso del ginnasio e liceo è stato grazie all’ esperienza di traduzione dal latino. La traduzione in genere è ancora un’arte molto difficile. […] Posso dire che, fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’importante: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gl’inglesi chiamano l’inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere.

(Luca Cavalli Sforza, genetista, studioso dell’evoluzione umana e del rapporto tra genetica e linguistica, scrisse questo articolo su Repubblica, paventando nuove disastrose riforme e, in particolare, punitive nei confronti del liceo classico e scientifico. Si veda l’articolo facendo clic sul nesso: Studiando, studiando).

Ovviamente, possiamo sottoporre allo stesso tipo di analisi anche un testo greco (qui, l’incipit della seconda Filippica di Demostene):

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3. La prova scritta di latino e greco 2019

3.1 Gli “aiutini” – La prova scritta della quale all’inizio di questo articolo abbiamo presentato la traccia si presenta sotto questo titolo: «Tema di: Lingua e cultura latina e Lingua e cultura greca». Ma promettendo più di quanto effettivamente non mantenga, tale formulazione ha l’aria d’essere una gherminella. Infatti il brano da tradurre è quello di Tacito, in lingua latina; non c’è testo greco da tradurre. La traccia presenta, nella seconda parte, un testo greco di Plutarco, è vero; ma di questo testo è gentilmente offerta la traduzione italiana. Di fatto, il testo di Plutarco – tradotto – potrà essere utilizzato per rispondere ai quesiti 1 e 2 della terza parte della prova scritta. Ma soprattutto, e per dirla tutta, la traduzione italiana di Plutarco serve per fugare i dubbi che nascessero nell’interpretazione del testo latino, ovviando ai temutissimi “sfondoni”. Di buono però, in questa prova scritta, c’è che il testo latino presenta un cappello (chiamato, ahinoi, pre-testo) e una conclusione (chiamata post-testo) che servono di orientamento qualora il brano da tradurre, avulso dal contesto, sia di difficile inquadramento.

Vediamoli, dunque, questi aiutini:

• Abbiamo visto nell’analisi del testo latino che l’aruspice tristia exta… praedicit. Leggendo la traduzione italiana di Plutarco leggiamo che l’aruspice «nel prendere in mano le viscere della vittima… disse di vedere segni di un grande scompiglio…». Insomma, lo studente candidato alla maturità capisce che quelle viscere sono tristia non perché di aspetto triste ma perché presagiscono qualcosa di poco favorevole per Galba; e così è posto sulla buona strada, come si dice.

• Leggiamo in Tacito che Otone proximus adstiterat, mentre in Plutarco si legge che Otone «era presente alle spalle di Galba»; tanto basta per assegnare a proximus, correttamente, un significato spaziale, e non temporale: càpita che in una traduzione si parta per la tangente, ma il riscontro con la traduzione del brano di Plutarco evita lo scivolone.

• La traduzione dell’espressione del secondo periodo quae significatio coeuntium iam militum et paratae coniurationis convenerat è notevolmente facilitata da quanto scrive Plutarco, che in italiano suona così: «Era questo il segnale del momento in cui Otone doveva andare incontro ai soldati», dove «era questo il segnale» traduce papale papale quae significatio… convenerat.

• Quando nella traduzione di Plutarco leggiamo che Otone «aveva comprato una vecchia casa e voleva mostrare le parti sospette ai venditori», siamo messi sulla buona strada due volte, perché eviteremo di tradurre praedium come “podere” e perché capiamo che quei redemptores non sono propriamente impresari edili ma mediatori di una compravendita immobiliare.

• Leggendo nella traduzione plutarchesca «i primi… a salutarlo imperatore», riceviamo un ulteriore “aiutino” per capire che, non solo consalutatum va congiunto con imperatorem, ma che bisogna tradurre “salutare imperatore” e non “rivolgere il saluto…”.

• Nel testo di Tacito leggiamo sellae… impositum, cioè Otone fu posto su una sedia gestatoria, e non su una sedia generica, men che meno sulla sella di un cavallo; Plutarco scrive di una lettiga, che più o meno è la stessa cosa (nella lettiga si sta sdraiati, nella sedia gestatoria si sta seduti: cioè nella traduzione si legge “lettiga”, ma φορεῖον può anche essere, genericamente, una portantina).

Quella di Plutarco non è dunque una traduzione del testo latino di Tacito ma, avendo i due autori attinto alla medesima fonte, narra gli stessi fatti, sia pure con una diversa coloritura, come del resto suggerisce la formulazione del primo quesito della terza parte della prova scritta. In generale, a parte gli “aiutini”, la traduzione di Plutarco restituisce il senso di tutta la narrazione di Tacito e tutela ampiamente l’esaminando dallo scivolare in interpretazioni assurde.

3.2 – La valutazione della prova scritta – Come abbiamo visto, il candidato sarà esaminato sia in base alla traduzione del testo latino, sia in base alle risposte ai tre quesiti contenuti nella terza parte della traccia che abbiamo posto all’inizio dell’articolo. Cioè la valutazione delle risposte ai tre quesiti fa media – ancorché ponderata – con la valutazione della traduzione. A questo fine, con decreto ministeriale del 26 novembre 2018, è stata predisposta una griglia di valutazione contenuta in una cartella compressa (formato zip) scaricabile facendo clic su questo nesso ipertestuale: Griglia di valutazione. Tale cartella contiene diversi documenti in formato pdf, la cui cernita risparmiamo al benevolo lettore: il documento pertinente alla prova scritta della maturità classica 2019 può essere consultato facendo clic sull’immagine qui sotto.

Sempre per tagliar corto, veniamo al dunque: la griglia si trova a p. 4 del documento, le cui quattro pagine costituiscono un esempio probante e preoccupante del gusto tecnoburocratico che pervade il Ministero della Pubblica istruzione (“parametriamo” tutto!) e dell’aziendalismo ivi imperante: quello per cui le operazioni dell’intelletto sono riducibili, anzi devono essere ridotte, a procedure parametrate. Ma poiché abbiamo stabilito di attestarci, nei limiti del possibile, su una linea di dissimulazione, poniamo freno alla lingua e riportiamo senza commenti la tabella che riassume i criteri di valutazione:

Di buono c’è che la valutazione della traduzione, nonostante la superfetazione burocratica, conta ancora qualcosa: precisamente, guardando la tabella, si capisce che essa “pesa” per l’80%.
Credo che i decreti ministeriali abbiano comportato nei docenti di latino e greco qualche disagio, forse anche apprensione. Ma ecco un “laboratorio” posto in rete da Mondadori Education, che potrebbe servire di orientamento:

Sarà interessante sentire, a consuntivo, questo giudizio formulato dal professor Federico Condello il quale, preso atto della voluttà ministeriale di volere il corpo docente e gli studenti ingranati con il “nuovo che avanza”, non senza ironia (si chiama dissimulazione, appunto) si dice compiaciuto per il fatto che sia stato posto un limite a tale voluttà: «Non conveniva invitare gli studenti ad attualizzare un passo che racconta delle ambizioni politiche di mediocri che, nell’indifferenza dei più, mandano un paese alla rovina».

E il greco? ci sarà ancora la versione di greco? O di fatto la versione di greco sarà abolita, essendo la lingua greca callidamente (si fa per dire) assorbita nella prova scritta di «Lingua e cultura latina e Lingua e cultura greca» con testo latino da tradurre e testo greco posto lì in apparato? Dico “in apparato” perché il testo greco è seguito dalla traduzione italiana, con tanto di “aiutini”. Non conosciamo gli orientamenti ministeriali e sarebbe sbagliato accusare senza prove. Non nascondiamo tuttavia il timore che, come scrisse Tullio Gregory, sono parole sue, «la nuova scuola italiana – tutta misticamente informatizzata – sia all’insegna della liquidazione del greco e del latino, stante l’aziendalismo trionfante». In quest’opera di liquidazione, il greco sarebbe la prima vittima. Si veda l’articolo di Tullio Gregory pubblicato sul Sole 24 ore di domenica 24 aprile 2016: Insegnerete greco senza conoscerlo.

§§§

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N O T E
[1] «Deve sapere che abbiamo tutti tre corde in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. […] Sferrare, signora, qua per davvero tutta la corda pazza, cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità» (Pirandello, Il berretto a sonagli, II, 5).

[2] La serie di libri in usum delphini comprendeva sessantaquattro volumi, commissionati dal duca di Montausier per l’allievo, delfino di Luigi XIV (il quale non fece in tempo a divenire re: morì quarantenne prima del padre; perciò Luigi XV, nipote di Luigi XIV, sarà chiamato “il piccolo delfino”).

[3] Il volume intero si trova all’indirizzo d’Internet C. Cornelii Taciti opera omnia in usum Delphini – volumen quartum; per la ricerca di altre edizioni in usum delphini si veda nel sito AWOL, Ancient world on line, Scriptores latini in usum Delphini.

[4] Ecco due esempi di convivenza di metodi diversi in ambiti diversi, o anche nello stesso ambito:

  1.  Primo esempio: metodi diversi che conducono allo stesso risultato, nello stesso ambito. Se devo determinare il volume della sfera, posso usare il metodo del Cavalieri, come fece il Galilei, che non conosceva il calcolo integrale; oppure visto che noi moderni, pur essendo dei somari, conosciamo il calcolo integrale, possiamo calcolare il volume della sfera come somma d’infiniti dischetti di spessore infinitesimo.
  2.  Secondo esempio: metodi diversi in ambiti diversi. Se devo calcolare i modi di vibrazione di un ponte ai fini di una verifica di sicurezza, utilizzerò le leggi della meccanica classica; sarei un folle a voler usare la meccanica relativistica. Invece per ricavare i dati di geolocalizzazione, devo fare necessariamente riferimento alla relatività ristretta(gli orologi dei satelliti ritardano di 7 μs/giorno, essendo animati da notevole velocità rispetto al ricevitore) e alla relatività generale(i campi gravitazionali inducono un anticipo negli orologi di bordo, che supera il ritardo sopra menzionato e modificano la geometria della propagazione dei segnali radio). Utilizzando le leggi della meccanica classica la determinazione della posizione del ricevitore sarebbe dell’ordine di 1 km, mentre con la correzione relativistica effettuata sulle misure degli orologi di bordo la precisione è dell’ordine dei 10 m.

[5] L’argomento è approfondito in una pagina precedente di Nusquamia: L’ideologia della grammatica.