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«A Nastassja Kinski»

Considerazioni in margine a un’intervista rilasciata a Repubblica dal M° Morricone

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Qui sopra, il brano musicale A Nastassja, composto da Ennio Morricone in occasione del film Così come sei, del quale Nastassja Kinski è interprete, insieme con Marcello Mastroianni. Qui sotto, una selezione di brani della colonna musicale.

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Intervista a Repubblica

Nel supplemento culturale di Repubblica (Robinson) di domenica 28 ottobre c’è Ennio Morricone intervistato da Giuseppe Tornatore, rispettivamente autore delle musiche e regista del film Nuovo cinema Paradiso (può essere visto su Raiplay facendo clic sul nesso Nuovo cinema Paradiso). Ma Morricone (che è originario di Arpino, dove Cicerone ebbe i natali) è noto soprattutto per essere l’autore della musica dei film della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo), e del dittico americano dello stesso regista (C’era una volta il West, C’era una volta in America) oltre che delle musiche dei film di Tornatore (oltre a quello citato, L’uomo delle stelle, Malèna, Baarìa, La migliore offerta: quest’ultimo è meno conosciuto, ma assolutamente degno, il più intellettuale, forse il migliore), di Mission, di Sacco e Vanzetti. Apprendiamo da Repubblica che è anche l’autore della musica della canzone Sapore di sale, essendo Gino Paoli l’autore delle sole parole, oltre che l’interprete.
All’inizio dell’intervista Tornatore domanda a Morricone «Ancora rifletti sulle origini della tua musica?». La risposta: «Certo. E sai cosa penso dopo tanti anni? È un vero peccato non aver dedicato a mia moglie, a Maria, una parte più ampia del tempo che invece ho trascorso con le orchestre e con i registi». Tornatore gli domanda di rincalzo se abbia mai dedicato una sua composizione alla moglie. Morricone: «Più di una. Può darsi che lei non lo ricordi».
Non abbiamo motivo di dubitare delle parole di Morricone. Però noi cha abbiamo una discreta memoria, per lo meno in queste cose, ricordiamo che Morricone dedicò a Nastassja Kinki il brano che presentiamo qui sopra, presente proprio con questo titolo — A Nastassja — nel vinile qui sotto illustrato:

Quattro registi_E. Morricone

Troviamo lo stesso titolo nell’elenco dei brani riportati nel Cd-Rom che registra le musiche del film, pubblicato di recente:

Così come sei_Cd Rom

Il Cd-Rom della colonna sonora del film riporta i seguenti brani: 1. Così come sei; 2. A Nastassja; 3. Amore per amore; 4. Preludio d’amore; 5. Dance on; 6. Amore per amore (antica passione); 7. Così come sei (amore malinconico); 8. Spazio 1999; 9. Postludio d’amore; 10. A Nastassja (acerba sensualità); 11. Verso Madrid; 12. Così come sei (ansia nell’amore); 13. A Nastassja (occhi innamorati); 14. Preludio d’amore (timida tenerezza); 15. A Nastassja (intimamente); 16. Così come sei (differenza d’età); 17. Amore per amore (struggente); 18. A Nastassja (pelle morbida); 19. Così come sei (amore, dolore).

Che Morricone abbia intitolato uno dei brani del film A Nastassja, non desta meraviglia, ci pare anzi la cosa più naturale, tale è la forza dell’eros che promana dalla fanciulla «venuta da cielo in terra a miracol mostrare». Del resto Lattuada, il regista del film, scrisse sul numero 211 (1978) della rivista Positif una Lettre d’amour à une protagoniste, dedicata a Nastassja Kinski, ma nessuno deve pensar male, perché si tratta di finzione letteraria. Oltre tutto al tempo in cui girava il film con Lattuada, la Kinski andava e veniva da Londra, per incontrare Polanski, con il quale intratteneva un’affettuosa relazione, mentre si preparava a interpretare Tess (1979), per la regia di Polanski, appunto.

Lattuada, L'occhio di Dioniso

La ‘Lettera d’amore a Nastassja Kinski’ di Lattuada è stata ristampata nel volume L’occhio di Dioniso, Casa Usher, Firenze 1990, p. 141. Il libro contiene lettere d’amore ad altre cinque attrici. In copertina, Carla Del Poggio, moglie di Lattuada, che la diresse nel film Il bandito, splendidamente interpretato da Amedeo Nazzari.

Scrive dunque Lattuada di Nastassja, tra l’altro: «Il suo vero nome è Naskszynski e se provate a pronunciare questo nome incontrerete qualche difficoltà. È un nome che contiene segreti non decifrabili facilmente. Il suo sangue non è tutto germanico, come mi era parso al momento del primo dialogo, è anche polacco per i rami del padre e dei nonni. Ma è sangue quello che gira vertiginosamente nelle sue vene? Non credo. Deve trattarsi di una sostanza in equilibrio instabile tra il veleno e il nettare, tant’è mutevole, contraddittorio, amico e nemico il suo modo di fare».
Ed ecco il film, purtroppo in qualità video alquanto scadente:

Stay as you are_fotogramma

Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

Scrivevamo in una precedente pagina di Nusquamia che il film nel suo genere è da considerarsi un piccolo capolavoro, con buona pace di qualche moralista da strapazzo che ha voluto liquidarlo come il prodotto capostipite del filone di lolitismo patinato. Basta leggere la recensione di Callisto Cosulich (fare clic sul nesso) per accorgersi che il film è tutt’altro che trascurabile. Varrà la pena ricordare ai tapini moralisti che la sceneggiatura è una rivisitazione, in chiave meno tragica, del libro Homo faber, dello scrittore svizzero Max Frish che narra di un incesto involontario, come nella tragedia dell’Edipo re.
Per parte sua, Nastassja Kinski non vuole che si parli di questo film: l’ha rimosso, e avrà le sue ragioni, che noi crediamo di aver intuito ma che non diciamo (come disse Pavese, sono le sue ultime parole: «Non fate troppi pettegolezzi»), e che comunque non riguardano Lattuada, né Mastroianni, né Morricone che intitolò a lei il brano che abbiamo sentito. Di fatto, nel sito in cui l’attrice presenta la sua nuova vita, i suoi interessi attuali e la sua filmografia, non si fa menzione del film, come non l’avesse mai girato. Il Dvd in Italia non è stato stampato, si trova invece in Germania, ma non può essere ordinato dall’Italia, chissà perché.
A noi piace ricordare Nastassja Kinski qual è eternata in Così come sei di Lattuada, o in Tess di Polanski, e quale fu quando il film apparve: un’esplosione di luce pagana, una folgorazione, un po’ come Catherine Spaak nella Voglia matta di Luciano Salce. Il pensiero che queste due attrici, e altre ancora, con il trascorrere del tempo, via via che la bellezza scema, diventino esoteriche, animaliste, femministe, politicamente corrette, alcune anche vegane, ci addolora. Qualche volta è stato fin troppo facile capire il perché della loro involuzione. Ma anche quando non abbiamo capito, ci pare doveroso portare loro rispetto, considerato che ci hanno dato tanto. Scriveva Ovidio (Met. XV, 234-36) e, ahinoi, non aveva torto:

Tempus edax rerum, tuque, invidiosa vetustas,
omnia destruitis, vitiataque dentibus aevi
paulatim lenta consumitis omnia morte.

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Cattoprogressismo e Lutero

Il Cristo dei cattoprogressisti e dei cattolici non credenti (ma c’è differenza?) non è quello di Tommaso Moro

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Masaccio, Crocifissione

Masaccio, Crocifissione (1426), Napoli, Museo di Capodimonte. Si noti il volto di Cristo, come a ricordarci che è palestinese; c’è anche un tentativo di rappresentazione prospettica, non perfettamente riuscito (il De prospectiva pingendi del Brunelleschi sarà pubblicato nel 1482). Le tre figure dolenti sono quelle della Madonna, a sinistra, dell’efebico san Giovanni, a destra, e della Maddalena, al centro.

 

Un’improvvida emissione filatelica

Il Vaticano ha emesso un francobollo che sarà sicuramente piaciuto a quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, la cui insegna recita «Per una convivialità delle differenze». Rappresenta su sfondo dorato (a imitazione del Masaccio?) un Gesù crocifisso, e la croce è infitta su un improbabile Gòlgota (in lat. Calvariae locus, cioè “luogo del cranio”, o Calvarium: di qui il nostro “Calvario”). Improbabile, perché in lontananza riconosciamo il profilo di Wittenberg, dove Lutero affisse, sulla porta di una chiesa, quella del Castello, le sue 95 tesi. Avveniva il 31 ottobre del 1517, una data che segna simbolicamente l’inizio della Riforma protestante.

VAticano, crocifissione

Nel francobollo, emesso per celebrare quel 31 ottobre 1517, vediamo, inginocchiati ai piedi della croce: a sinistra, Martin Lutero con la  Bibbia da lui tradotta in tedesco; a destra, Melantone, amico di Lutero e uno dei maggiori divulgatori della Riforma, con in mano la Confessione augustana, la prima (1530) esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo. (In un sito di cattolici destrorsi leggiamo che Melantone fu amante di Lutero; ma questa è una delle leggende di parte cattolica, che fanno il paio con quelle di parte protestante).
Per gli appassionati, riportiamo i dati tecnici dell’emissione filatelica:

— Numero valori: 1
— Formato: 40 x 30 mm
— Dentellatura: 13 x 13
— Foglio da: 10 francobolli
— Dimensioni del foglio: 106 x 176 mm
— Tipo di Stampa: offset
— Stamperia: Cartor (Francia)
— Prezzo delle serie: Euro 1,00
— Tiratura max.: 120.000 serie complete.

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Tommaso Moro su Lutero

Va bene, il Vaticano ha emesso un francobollo luterano. Ma non dimentichiamo che un santo della Chiesa, Tommaso Moro, oltre che l’Utopia per cui è giustamente famoso, scrisse un libro durissimo contro l’“impostura” di Lutero e contro Lutero stesso, il quale senza tante ambagi viene così definito:

… reverendus pater potator Lutherus, extra ordinem sancti Augustini fugitivus […] in sacra theologia doctor indoctus, [qui hisce verbis loquitur]: «Ego certus sum dogmata mea habere me de caelo; ergo dogmata mea sunt caelestia. […] Mihi licebit pro Dei mei maiestate Pontificem, Caesarem, Reges, episcopos, sacerdotes, laicos omnes denique bonos anathemizare, maledictis et conviciis incessere, atque in omnium coronas et capita licebit ex ore meo lutum, caenum, stercora, merdas expuere».

Cioè Lutero è avvinazzato (potator), ignorante (indoctus), un agostiniano fuggiasco (fugitivus), un presuntuoso che ritiene di aver ricevuto gli articoli di fede (dogmata) dal cielo, che pertanto sarebbero celesti; e che in virtù di tali e discutibili certezze si sente in dovere di scagliare l’anatema sul Sommo pontefice, sull’Imperatore, sui re, sui vescovi, e sputare loro ciò che gli esce di bocca: fango (lutum), sozzura (caenum), merda secca e sciolta, animale e umana (stercora, merdas).
Così si legge nella Responsio ad Lutherum (1523)alle pp. 81-82 dell’edizione presentata qui sotto (fare clic sull’immagine di copertina: il libello comincia a p. 35):

Mori Opera omnia
Per sfogliare il libro, fare clic sull’immagine.
Il libro contiene la Responsio ad Lutherum, commissionata a Moro da Enrico VIII,
prima che il re d’Inghilterra varasse la Riforma anglicana.

Ma non è tutto. Per saperne di più si veda questo interessante indice delle concordanze della summenzionata opera, per esempio alle voci, limitandoci al campo merdaceo, stercus, stercora, sterquilinium, merdam, merdis, merdosum ecc.:
Thomas More’s Responsio ad Lutherum: A Concordance

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Perché piacciono tanto i luterani e non gli ortodossi?

Ricordiamo che le celebrazioni per i Cinquecento anni della Riforma di Martin Lutero sono state solennemente inaugurate in Svezia, a Lund, l’anno scorso, con la partecipazione speciale del Papa. Ne abbiamo scritto nell’articolo Il papa è libero di dire e fare quel che vuole. Noi siamo liberi di dissentire:

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Papa luterano

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.
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L’articolo contiene i nessi a due interessanti documenti, per chi voglia approfondire l’argomento: ancora un’opera di Erasmo, scritta nel 1524, di spessore filosofico e teologico (qui non si parla di merda), dal titolo De libero arbitrio διατριβή sive collatio per Desiderium Erasmum Roterodamum; e la risposta di Lutero ad Erasmo, scritta l’anno seguente, intitolata De servo arbitrio Martini Lutheri ad D. Erasmum Roterodamum.

Concludo con le parole che scrivevo allora: «Per dirla tutta, non capisco proprio questa fregola di unificazione con i luterani e non, per esempio, con gli ortodossi, che sono fra i cristiani di gran lunga i più vicini alla predicazione del Vangelo».

P.S. – Non meno penoso dei cattoprogressisti, che se non altro sono talora corazzati intellettualmente, quanto meno ai livelli alti (ancorché confusamente), è il Salvini che brandisce il rosario come una clava: in realtà per lui, come per parecchi altri, il rosario è soltanto un gadget elettorale. Del resto il rosario o Efe Bal (il travestito turco, qui sotto) pari sono, purché vantaggiosi al momento della conta dei voti:

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Il cattoleghismo salvinesco

cattoleghismo_rosario

In alto, due momenti di paraculismo cattoleghista: Salvini brandisce Vangelo e rosario. In basso, Salvini in compagnia del travestito turco Efe Bal, da tempo leghista tesserato, il quale promise che, qualora fosse stato candidato nelle liste della Lega, avrebbe cessato di prostituirsi. Forse come segno di rispetto nei confronti del cattoleghismo? Efe Bal tuttavia sembra ignorare che i cattolici sono oggi molto, ma proprio di molto, “aperti”, talché mai e poi mai chiederebbero a Efe Bal di smettere di praticare sodomia; papa Francesco direbbe: «Chi sono io per giudicare?» (noi risponderemmo: «il papa»; ma i cattoprogressisti osserverebbero che la risposta è irriverente). Tra Salvini ed Efe Bal ci fu un momento di grande simpatia (politica, soltanto politica), poi però non se ne fece niente.

efebal_salvini

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«Onestà, onestà…»

Ovvero la volgare inintelligenza circa le cose della politica. Per non parlare dell’imbecillità dei declamatori: lo dice Benedetto Croce

Croce, Etica e politica

Qui nell’isola di Nusquamia siamo razionalisti, tutt’altro che crociani; questo non c’impedisce tuttavia di apprezzare certe analisi letterarie del Croce e il giudizio politico, che estraiamo da Etica e Politica, Adelphi, Milano 1994, qui sotto riportato.
Premessa, per evitare fraintendimenti – Su un punto però ci corre l’obbligo di mettere le mani avanti: non siamo d’accordo quando il Croce mette sullo stesso piano chimici, fisici, matematici e medici da un lato, in compagnia dei poeti  (magari, per sommo dileggio, perfino poeti dialettali: Bossi cominciò la carriera politica come poeta dialettale) e – aggiungiamo noi – perfino, forse, insieme con i cultori di storia locale, i mistici del territorio e i causidici cazzeggiatori (chissà perché il Croce non li menziona; eppure nella sua Napoli erano una vera e propria piaga, come acutamente osservava il meridionalista Gaetano Salvemini).
Fautori da sempre del socialismo “scientifico” (ché tale fu il socialismo italiano delle origini), raccogliamo lo spirito del Cattaneo che con il suo Politecnico (vedi: così scriveva nel primo numero della sua rivista), intendeva far derivare «dalle più ardue regioni della Scienza […] sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile». Scriveva inoltre il Cattaneo, con riferimento alla Lombardia, ma il discorso vale per l’Italia intera: saranno le «Arti Fisiche, le Arti Sociali, le Arti Mentali, le Arti Belle» a promuovere «una nuova trasformazione di quell’industria che, perseverando per venti secoli, ha già potuto recare questa nostra terra Insubrica dallo stato suo primitivo di sabbia o di palude a quello di una incomparabile feracità». Perciò siamo del parere che, stante l’attuale complessità del sistema, i politici che manovrano le leve del potere, o ambiscono di manovrarle, debbano essere uomini d’intelletto fino, sappiano ragionare per modelli, e siano consapevoli dei nessi con cui interagiscono i diversi aggregati funzionali costituenti il sistema.
Considerazioni analoghe – lo dico di sfuggita – potrebbero farsi per la rifondazione o anche il “superamento” del Pd, con l’eventuale costituzione di un nuovo partito della sinistra, del quale molto si discetta questi giorni. Senza dirlo apertamente (ché questi sono tempi brutti, il populismo imperversa di pari passo con la prevalenza del cretino), ma operando concretamente, la rinascita della sinistra in Italia, e in Europa, dovrebbe procedere all’insegna del primato dell’intelligenza, dell’alta cultura e della scienza. Come dire: a) Mort aux cons! b) contenimento delle velleità dei dilettanti allo sbaraglio; c) corsia preferenziale per chi si presenta provvisto di idonei strumenti per ragionare (no alla retorica e al cazzeggio giuridico; affrancamento dall’ipoteca cattoprogressista, che fra l’altro è elettoralmente meno determinante di quanto di pensi).
Al solito, siamo schierati con Cattaneo (spesso citato, più che altro a sproposito, dai leghisti di prima maniera), il quale per la rinascita civile, morale ed economica dell’Italia postulava una più intensa partecipazione alla vita politica di fisici e ingegneri e un contenimento degli avvocati. Questo naturalmente non ha niente che fare con la persecuzione della cultura classica, come qualcuno vorrebbe, onde ottundere le sempre più sporadiche persistenze di pensiero critico. Come abbiamo scritto più volte, non bisogna confondere l’umanesimo con le humanities di Martha Nussbaum, con le cosiddette (e stramaledette) “Scienze della comunicazione”, con l’impostura pseudoscientifica dei tecnoburocrati, con il nuovo che avanza, con la mistica della rete ecc.

manifestopolitecnico

Manifesto programmatico della rivista Il Politecnico, fondata e diretta (dal 1832 al 1863) da Carlo Cattaneo. Facendo clic qui sopra, è possibile leggere la riproduzione in facsimile del primo volume della rivista, che riporta in apertura il manifesto. La rivista intendeva promuovere la conoscenza – in particolare, la conoscenza delle Arti [= discipline, diremmo oggi] fisiche, delle Arti sociali, delle Arti mentali, e delle Belle arti – al servizio del progresso sociale.

Avendo stabilito che niente ci è più alieno della polemica idealista di Croce contro le matematiche e le scienze  sperimentali (parliamo delle scienze autentiche: fisica ecc.; niente “scienze” esoteriche, niente Martha Nussbaum ecc.) concludiamo nondimeno sull’opportunità di considerare le parole del filosofo napoletano al riguardo della mistica dell’onestà. Infatti, avendo fatto la tara della polemica antiscientifica, qui soltanto latente, ma altrove in Croce ben presente, conserviamone il succo, laddove ci mette in guardia dall’insopportabile pesantezza della polemica sollevata dagli “inintelligenti” e dagli imbecilli riguardo al tema dell’onestà. Fra l’altro, se analizziamo la storia recente della Lega Nord, ci accorgeremo che i più erano disonesti perché ignoranti. Perciò Nenni per un lungo tratto della sua carriera politica fu contrario all’ingresso del suo partito (il Psi) nel governo, perché sapeva quanto i suoi quadri di base fossero ignoranti.

Adesso leggiamo le parole di Benedetto Croce:

Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della onestà nella vita politica.
L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio Paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica.
Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere un quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine.
È strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura.
«Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica?» si domanderà. – L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze.
«È questo soltanto? E non dovrà essere egli uomo, per ogni rispetto, incensurabile e stimabile? E la politica potrà essere esercitata da uomini in altri riguardi poco pregevoli?». Obiezione volgare, di quel tale volgo, descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo tenderanno in proprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo marito, cattivo padre
[…] « Ma no, » (si continuerà obiettando), « noi non ci diamo pensiero solo di ciò, ossia della vita privata; ma di quella disonestà privata che corrompe la stessa opera politica, e fa che un uomo politicamente abile tradisca il suo partito o la sua patria; e per questo richiediamo che egli sia anche privatamente ossia integralmente onesto ». – Senonché non si riflette che un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria, il fine sostanziale della sua vita.

 

 

L’ideologia della grammatica

Un opuscolo di padre Giuseppe Zanchi ci aiuta a capire lo sconcerto dei religiosi nei confronti della scuola laica dell’Italia post-risorgimentale

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Alvarez_Corso di latino

Il corso di latino dell’Álvares, articolato in tre libri dedicati rispettivamente alla morfologia, alla sintassi e alla prosodia: per sfogliarlo, fare clic sull’immagine. La prima pubblicazione dell’opera in forma completa è del 1572. Era il testo di riferimento per l’insegnamento del latino nelle scuole gesuitiche, raccomandato dalla Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu [1599]. Di questo corso si ebbero più di 400 edizioni conformi, tutte in latino, perché il latino era la lingua franca dei gesuiti in tutto il mondo, e perché la Ratio studiorum gesuitica prevedeva che il latino fosse lingua di comunicazione. Conobbe inoltre un numero incredibile di adattamenti (riduzioni) e traduzioni. Il metodo dell’Álvares, osserva Emilio Springhetti, «è un metodo razionale: esposte brevemente le regole, vi aggiunge in corsivo Appendici e Commentari pieni di osservazioni e spiegazioni storiche, filologiche, pedagogiche per i professori» (Storia e fortuna della grammatica di Emmanuele Álvares ). Ai gesuiti era demandata in particolare l’istruzione superiore del clero e della nobiltà. L’insegnamento del latino fu impartito nell’Italia pre-unitaria, oltre che nei collegi dei gesuiti, prevalentemente nelle scuole pubbliche tenute dagli ordini religiosi dei barnabiti, scolopi e somaschi.

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L’anno scorso mi ero imbattuto – in rete – in un trattatello sul modo d’insegnare l’analisi logica nelle scuole elementari, scritto da un religioso. A dir la verità non sono sicurissimo che l’autore, Giuseppe Zanchi, fosse un religioso, non essendo riuscito a trovare riscontri, ma la lettura dell’opera, in particolare della seconda parte, quella ideologica, non dovrebbe dare adito a soverchi dubbi. In ogni caso il sentire di Zanchi è religioso, in senso militante, ed egli non fa niente per dissimularlo, come si capisce già leggendo queste parole del sommario: «Per il verbo [inteso come ente grammaticale] l’anima si fa mirabilmente specchio della Divinità». L’immagine qui sotto presenta la prima pagina dell’opuscolo: facendovi clic con il topo del computer sarà possibile sfogliarlo.

Opuscolo Zanchi

In queste Riflessioni pratiche ed esercizi di analisi logica si nota una strana commistione di raccomandazioni di buon senso, nella prima parte (pp. 1-11) e considerazioni teoriche, puntigliose, nella seconda parte (pp. 12-19). Le raccomandazioni sono rivolte ai maestri, sul modo di presentare una materia così difficile, tutto sommato, quando veramente si voglia capire che cosa sia l’analisi logica, cioè quando l’analisi logica non sia un esercizio svolto a norma di cacata carta, “come vuole la maestra”. Sono le cose che il buon maestro dovrà insegnare ai ragazzi, con metodo e gradualmente. Anche le considerazioni teoriche sono rivolte ai maestri, ma come in segreto: infatti – scrive Zanchi – queste cose che io vi dico non dovete ripeterle ai ragazzi. A ben vedere le considerazioni teoriche tutto sono  tranne che gli «esercizi di analisi logica» promessi nel titolo, sono invece una puntigliosa presa di posizione contro la scuola laica dell’Italia post-risorgimentale. Proprio qui sta l’interesse dell’opuscolo.

Scrivendo dell’insegnamento dell’analisi logica ai bambini (nel 1870, pare), Zanchi in realtà intende levarsi qualche sassolino dalla scarpa e appuntare i suoi strali sul ginnasio-liceo della riforma Casati, modellato sul ginnasio prussiano, del quale il religioso avvertiva certo sentore di massoneria. La legge Casati è del 1859 ed entrò in vigore nel Regno di Sardegna nel 1860, prima dell’impresa garibaldina; quindi, con l’unificazione, divenne legge per tutta l’Italia (tranne che per lo Stato pontificio e per il Trentino, che comunque aveva una scuola di tutto rispetto).

Prima parte dell’opuscolo

In questa prima parte del trattatello si legge che la proposizione essenziale consta di tre parti: a) il soggetto; b) il verbo; c) l’attributo. Qui bisogna intendersi, considerato che noi “moderni” siamo abituati a considerare la proposizione essenziale come composta di due parti, e non tre: a) il soggetto; b) il predicato. E non è che lo diciamo noi moderni, perché già la Grammatica latina dello Schultz (vedi), alla quale abbiamo accennato nell’articolo  della pagina precedente (Per un umanesimo senza aggettivi) afferma, a p. 173: «Chiamasi proposizione l’epressione di un pensiero per mezzo di parole. Ogni proposizione è composta di due parti essenziali, che sono il soggetto e il predicato». Ho scritto “noi moderni”: sì, ma per modo di dire; infatti coloro che sono più moderni di noi moderni, appoggiandosi alla grammatica generativa, parleranno invece di “gruppo nominale” e “gruppo verbale”. Però, a ben pensarci, anche costoro sono moderni fino a un certo punto, perché codesta modernità data a più di cinquant’anni fa. Insomma, se uno insegue la modernità, rischia di fare una fine simile a quella di chi cerca la purezza in politica: c’è sempre qualcuno più puro di te che ti epura. Noi, che non abbiamo ansia di fichitudine, ci atteniamo al linguaggio tradizionale, moderno ma non troppo: quello, per esempio, della prof.ssa Calderini che insegnava latino e greco a Pierluigi Bersani nel liceo classico di Piacenza.
Vediamo allora che cosa padre Zanchi intenda per “verbo” e che cosa intenda per “attributo”. Attenzione, non abbiamo che fare con uno che voglia fare il fico (anche lui!), e che perciò le spara grosse, giusto per attirare l’attenzione: lui non è d’accordo con il modello d’insegnamento prussiano, vero, ma la sua analisi logica è radicata nella migliore tradizione delle scuole confessionali; le quali, se non erano gesuitiche, si sentivano libere di attingere alle importanti acquisizioni in fatto di analisi funzionale della scuola (giansenista) di Port Royal, quella che nel 1660 diede alle stampe la Grammaire générale et raisonnée. Facendo clic con il topo del computer sull’immagine qui sotto è possibile sfogliarne una ristampa del 1754.

Grammaire Port Royal

Leggiamo infatti a p. 57 dell’edizione della quale si è qui fornito il nesso: «Toute proposition enferme nécessairement deux termes: l’un appellé sujet, qui est ce dont on affirme, comme ‘terre’; et l’autre appellé attribut,qui est ce qu’on affirme, comme ‘ronde’; et de plus la liaison entre ces deux terme, ‘est’». Proprio come dice padre Zanchi.
Ora, per capire bene le cose, bisogna intendersi sul significato dei termini: intanto, per la grammatica di Port Royal il termine “soggetto” significa la stessa cosa che intendiamo noi; quello che per loro (e per padre Zanchi) si chiama attributo, invece, per noi è il predicato nominale; e anche il modo di intendere il verbo è diverso.
Consideriamo per esempio la frase “Il calamaio è nero”. Dice padre Zanchi: “il calamaio” = soggetto; “è” = verbo; “nero” = attributo. Noi invece diciamo: “il calamaio” = soggetto; “è” = copula, cioè nesso tra il soggetto e la parte nominale del predicato; “nero” = parte nominale del predicato. Per noi “moderni” il verbo “essere”, insieme con la parte nominale del predicato convergono in un unico elemento dell’analisi logica, che prende il nome di predicato nominale. Perciò diciamo che la proposizione essenziale (cioè, senza complementi) consta di due parti, e non di tre.
Ma se nella proposizione, invece di avere un predicato nominale, abbiamo un predicato verbale (così lo chiamiamo noi) secondo la logica di Port Royal (e secondo Zanchi) la proposizione essenziale consta ancora di tre parti? Sì, perché la proposizione essenziale, per esempio, “Pietro legge” si trasforma in “Pietro è leggente”, dove Pietro è il soggetto; con “è” si parla ancora di verbo, una voce del verbo “essere” che è verbo per antonomasia: è il “verbo semplice” o anche, come si legge in certe grammatiche francesi di qualche tempo fa, il “verbo sostantivo”; “leggente” è l’attributo, un termine che non può mancare in una proposizione essenziale, perché esso è ciò che si afferma, o si giudica, del soggetto. Insomma, “leggere” è un verbo, e nessuno lo nega; ma è un verbo che contiene l’attributo “leggente”, come abbiamo visto; pertanto si dirà che è un “verbo attributivo”. In sostanza, quel che noi chiamiamo “predicato verbale” per la grammatica di Port Royal si chiama “verbo attributivo”. Così quando dico «La calamita attira il ferro», esprimo un giudizio associando al soggetto (la calamita) un attributo, che è “attirante”(“attira” equivale a “è attirante”): l’attributo è un participio presente. Se volgiamo la frase al passivo, nella frase «Il ferro è attirato dalla calamita» troviamo il verbo “essere” già in evidenza, e l’attributo è un participio passato.
Questo modo di denotare gli elementi della proposizione in analisi logica è proprio non soltanto della scuola di Port Royal, ma di tutte le persone istruite che siano venute a conoscenza dell’impostazione razionalista e funzionalista della linguistica di Port Royal. Troviamo riscontro di questa nomenclatura, per esempio, nell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, i cui 17 volumi furono stampati tra il 1751 e il 1765, cent’anni dopo la grammatica di Port Royal: si veda l’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers alla voce “Verbe”: «La première division du verbe est en substantif & en adjectif. […] On doit donc trouver dans le verbe substantif ou abstrait, la pure nature du verbe en général». Insomma, il verbo “essere” ha una posizione di tutto rispetto, tanto che – si diceva – le lingue potrebbero fare a meno dei verbi attributivi, fermo restando che esistono gli attributi; ma non potrebbero fare a meno del verbo “essere” che, non a caso, viene chiamato “sostantivo”, perché denota la “sostanza” dell’attributo associato al soggetto. Si veda la pagina del quaderno di analisi logica, che presentiamo qui sotto: il quaderno, stampato nel 1855, è concepito per guidare l’allievo nell’analisi del periodo e della proposizione. Il periodo infatti è analizzato (“scomposto”) in proposizioni (tante quanti sono i verbi di modo definito [*]). Del verbo occorrerà specificare se è sostantivo o attributivo; dell’attributo occorrerà indicare se è compreso nel verbo (verbo attributivo) e, se lo è, dovrà essere enucleato scomponendo il verbo attributivo in verbo “semplice” e attributo (per esempio, il verbo attributivo “vado” andrà sciolto in “sono” e “andante”).

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Cahier d'analyse logique

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La prima parte del trattatello dello Zanchi si conclude con numerosi suggerimenti e considerazioni utili: su una possibile definizione del soggetto, spendibile con i bambini (il soggetto non sarà «quello che fa l’azione», ma «ciò di cui si afferma qualche cosa, e che regge il verbo»), sulla necessità di non confondere l’attributo con l’aggettivo ecc. Quindi l’autore, già mentre introduce altre nozioni di stretta pertinenza dell’analisi logica, tutto sommato elementari (per esempio, la distinzione tra proposizioni implicite ed esplicite, in relazione ai modi del verbo), si lascia andare a riflessioni di carattere filosofico, anche religioso, e sempre più vi si addentra, così che da semplice guida ed eserciziario, il suo trattatello assume una venatura filosofica. Del resto, si sa, la grammatica, la prima grammatica pervenutaci (Τέχνη γραμματική), quella di Dionisio Trace, nasce da un interesse filosofico.

Seconda parte

La seconda parte dell’opuscolo di padre Zanchi, ancorché possa apparire noiosa e, soprattutto, inutile è in realtà la più interessante, perlomeno nella nostra prospettiva, quella di chi è più interessato all’ideologia che all’analisi logica in sé, per la quale facciamo riferimento ad altri testi. Tale è la foga di esprimere dissenso per la grammatica “prussiana”, che l’autore rinuncia a una trattazione sistematica o anche soltanto schematica dell’analisi logica e del metodo per insegnarla, come pure aveva promesso. Per esempio, a p. 4 introduce la proposizione «Lesbino vide un gatto», quindi spiega che Lesbino è il soggetto, e che “vide” è uno di quei tali verbi che sono stati definiti attributivi: infatti contiene l’attributo “veggente” che può essere enucleato; in altre parole ancora “vide” equivale a “fu veggente”. Però Zanchi non dice quale sia la funzione logica dell’espressione “un gatto” e, tutto sommato, la cosa non gl’interessa più che tanto; parlerà infatti del complemento oggetto soltanto a p. 16, quando confessa di sentire «un poco d’una vecchia ruggine contro ai complementi» e il «nudo formulario» al quale avviene che nelle scuole si riduca, il più delle volte, la loro lista. Qui lo Zanchi sembra in sintonia con i professori “progressisti” d’oggi i quali sostengono che bisogna smetterla di parlare dei complementi e, soprattutto, di volerli classificare spaccando il capello in quattro (quanti sono? 47, o forse anche più? Segue sghignazzo). E conclude: «Parlate, sì, dei complementi in generale, ma rarissime volte delle loro specie; basta solamente che i vostri discepoli ne acquistino un’idea chiara».

A Zanchi interessa mettere in chiaro due punti:

a) La proposizione è «un giudizio della mente espresso con parole»; ed è importante non confondere queste tre attività mentali che devono rimanere ben separate: il concepire, il giudicare e il ragionare. Sono tre operazioni dello spirito separate, e che tali devono continuare ad essere. L’importanza dell’analisi logica sta proprio in questo, nel sorvegliare la correttezza del giudizio formulato assemblando le parole e nel guidare la corretta formulazione del giudizio. In questo, ancora una volta, padre Zanchi non si discosta da quanto prescritto nella Grammatica di Port Royal (pp. 57-58):

Tous les philosophes enseignent qu’il y a trois opérations de notre esprit: concevoir, juger, raisonner.
Concevoir, n’est autre chose qu’un simple regard de notre esprit sur les choses, soit d’une manière purement intellectuelle, comme quand je connois l’être, la durée, la pensée, Dieu; soit avec d’images corporelles, comme quand je m’imagine un quarré, un rond, un chien, un cheval.
Juger, c’est d’affirmer qu’une chose que nous conçevons est telle, ou n’est pas telle comme lorsqu’ayant conçu ce que c’est que la terre, et ce que c’est que rondeur, j’affirme de la terre qu’elle est ronde.
Raisonner, est se servir de deux jugements pour en faire en troisième: comme, lorqu’ayant jugé que toute vertu est louable, et que la patience est une vertu, j’en conclus que la patience est louable.

b) La proposizione, cioè il giudizio, ridotta all’osso comprende tre elementi, e non due, come vuole la scuola prussiana. In realtà, come abbiamo mostrato sopra, intendendosi sul significato dei termini, i tre elementi della scuola prussiana sono riducibili ai due elementi della logica di Port Royal, e viceversa. Ma lo Zanchi non vuole saperne; scrive infatti: «Molti grammatici moderni, e v’entrano pure i nomi più illustri, vollero ridurre a due gli elementi essenziali della proposizione, vale a dire a soggetto e predicato (Curtius, Gramm. Gr., P. 2; Schultz, it.)». Insomma, Zanchi conosce bene i due principali esponenti della scuola prussiana, il Curtius e lo Schultz, autori, rispettivamente di una Grammatica greca e di una Grammatica della lingua latina che, tradotte in italiano, andavano allora per la maggiore. Ma tale innovazione dell’antica grammatica, dice Zanchi, «pare contraria direttamente allo scopo dell’analisi logica». Sopprimere il verbo, per farlo assorbire dal predicato verbale significa, secondo Zanchi, togliere di mezzo quell’atto creativo del giudizio che consiste nel mettere in relazione il soggetto e l’attributo: i quali, prima del giudizio, sono soltanto pensati, ma non sono correlati, e se non sono correlati non c’è giudizio (torniamo alla distinzione, che abbiamo visto, tra il concepire, il giudicare e il ragionare). C’è una bella differenza – dice – tra il concepire e il giudicare, tra il vedere e l’affermare. Cioè, per esprimere un giudizio, occorrono due idee, rappresentate dal soggetto e dall’attributo (nel significato di ciò che si attribuisce al soggetto: quel che siamo abituati a chiamare il predicato nominale). Ma le due idee da sole non esprimono un giudizio, occorre stabilire se c’è relazione o non c’è relazione tra le due idee, e ciò avviene per mezzo di un nesso che si chiama “verbo”, il quale nell’analisi logica di scuola francese è sempre il verbo essere: «Le verbe dans une proposition est toujours être» (J. Hauret, Traité d’analyse logique, Pau, 1858).
Avendo chiarito questo punto, che ha una sua dignità razionale, padre Zanchi parte per la tangente, entra nella filosofia e sconfina nella religione. Avendo premesso che, nel mentre che vede, lo spirito “riceve”, e che invece nell’affermare (cioè nel formulare il giudizio) esso “crea”, conclude apoditticamente: «Non si dee abolire il vedere: non si dee negare la luce, quella verità che, come dice il Poeta, tanto ci sublima (Par. 22); ma non si dee sopprimere nemmeno il verbo. Il verbo che, come s’è indicato, fa specchio l’anima della Divinità». Da questo punto in poi, a parte qualche cenno di rinsavimento, è un fiume in piena; e postilla in una nota: «Credo in tutto questo di attenermi alla tradizione più preziosa della filosofia. San Tommaso distinse assai bene l’idea [il concepire, secondo la logica di Port Royal] dal giudizio e così la parte nominale del verbo. “Alla cognizione d’una cosa, scriv’egli [cioè, San Tommaso], uopo è che concorrano due atti della mente: l’apprensione e il giudizio (o l’affermazione) intorno alla cosa appresa” (De Verit., X, 8). E ritrasse una tale dottrina da Aristotele…». Segue una piccola polemica nei confronti della stessa scuola di Port Royal, la quale secondo Zanchi non avrebbe messo bene in chiaro che l’idea è bensì una sorta di sguardo sulle cose, vuoi sugli “oggetti” astratti, vuoi su quelli concreti, ma affermare che l’idea sia una produzione dello spirito umano è sbagliato. L’idea infatti ha un carattere «obiettivo», è «splendore d’una natura affatto superiore». Ma qui ci fermiamo perché ci sembra di avere portato elementi sufficienti per mostrare l’impostazione spiritualista di padre Zanchi, che non tollera l’assorbimento del verbo – del verbo “essere” – nel predicato nominale, o la sua cancellazione nel predicato verbale (il “verbo attributivo”), perché «nel verbo l’anima si fa mirabilmente specchio della Divinità».

Poche parole infine sul momento storico di composizione del trattatello di padre Zanchi. Fu composto dopo la legge Casati che riformava tutto il sistema educativo italiano, dalle scuole elementari all’Università. La legge Casati stabiliva che l’istruzione secondaria classica fosse l’unica che consentisse l’accesso a tutte le facoltà universitarie e che essa dovesse essere disponibile in ogni capoluogo di provincia, a carico dei Comuni per i primi cinque anni (il ginnasio) e a carico dello Stato per gli ultimi tre anni (il liceo). [**] I gesuiti, il cui ordine fu soppresso con la bolla papale Dominus ac Redemptor (1773) sono tornati in Italia, subito dopo la Restaurazione (1814), ma i loro collegi sono ormai passati di mano. In gran parte d’Italia erano stati riformati secondo il modello napoleonico (che a sua volta era ispirato al modello del ginnasio austriaco); sorte analoga avevano subito le scuole tenute dagli altri ordini religiosi, quelle dei Barnabiti, degli Scolopi, dei Somaschi ecc. Dopo la Restaurazione, le scuole degli ordini religiosi tornarono ad aprire i battenti, affiancate però da scuole comunali che avevano conservato qualcosa del modello napoleonico. Ma bisogna aspettare la legge Casati perché nel neo costituito Regno d’Italia si assista a un processo di secolarizzazione dell’istruzione. In particolare, i collegi dei gesuiti adesso sono trasformati perlopiù in “Regio Liceo” (o “Regio Liceo-Ginnasio”).
Padre Zanchi, della cui buona fede non abbiamo ragione di dubitare, prendendo la parola sul migliore sistema d’insegnare ai bambini il funzionamento dell’intelletto, attraverso l’analisi logica, fa sapere ai maestri delle scuole elementari, forse anche a qualcun altro, di non essere d’accordo sulla riforma di secolarizzazione della scuola italiana. Ma almeno lui aveva le sue buone ragioni, in quanto religioso e uomo di fede. C’è da domandarsi quali pessime ragioni abbiano coloro che intendono smantellare, pezzo per pezzo, e senza darlo a vedere, il nostro glorioso e laico liceo classico di stampo, come abbiamo visto, prussiano.

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[*] I verbi di modo indefinito (infinito, participio, gerundio e, in latino, gerundivo) sono forme nominali: possono essere soggetto, oggetto ed entrare nella composizione dei complementi: per esempio, nella frase “Sono andato a fare la spesa”, “a fare la spesa” è complemento di fine + oggetto della forma nominale del verbo.

[**] I primi cinque anni corrispondono ai tre anni delle scuole medie ai quali s’aggiungono quelli della quarta e quinta ginnasiale del liceo classico, quello prima della riforma Gelmini (2010), quando la quarta e quinta ginnasiale furono ribattezzate, in modalità politicamente corretta, primo e secondo anno del liceo classico; conseguentemente gli anni I, II, e III del liceo classico, quello di prima, diventarono III, IV e V del liceo classico Gelmini-riformato. Invece di occuparsi della parità delle opportunità, per esempio stabilendo un sistema di borse di studio, la burocrazia ministeriale preferì procedere alla gherminella linguistica della parità delle denominazioni.

 

Per un umanesimo senza aggettivi

… e senza pretesa di fichitudine modernista

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Homo sum

Una pagina dell’Heautontimorumenos (“Il punitore di se stesso”) di Terenzio, recante la celebre affermazione «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», “Sono un uomo, e niente di ciò che è umano ritengo che mi sia estraneo”. 

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Nella precedente pagina di Nusquamia è possibile leggere il “commento” laconico di un lettore: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Heautontimorumenos, v. 77)». Tutto qui. E tutto giusto. Nell’edizione da me consultata la citazione, come si vede nll’immagine qui sopra, sarebbe “I, 1, 25”, infatti i versi sono numerati progressivamente all’inizio di ogni scena, atto dopo atto. Poiché siamo alla scena prima dell’atto primo e il prologo comprende 52 versi, i conti tornano.
Scrivendo «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», come si legge nella commedia di Terenzio, il lettore di Nusquamia mi invita – immagino – a parlare dell’umanesimo e, implicitamente, a parlarne in stile nusquamiense. Ecco dunque alcune considerazioni preliminari che mi dànno il destro per mettere le mani avanti e prendere posizioni poi su due minacce che incombono su quel che resta oggi dell’umanesimo, o su quel che potrebbe restare.

a) L’“umanesimo”, inteso come movimento letterario e speculativo, in effetti viene talora compendiato facendo ricorso all’espressione Homo sum…, che in realtà nella commedia di Terenzio ha tutt’altro significato (quel che, con parola greca, si dice filantropia, cioè amore per l’uomo), ma poco importa.
Meglio allora prendere le mosse dall’accezione che si attribuisce all’“umanesimo” del Quattrocento, conforme a quanto scrive Pico della Mirandola nel trattatatello Oratio de hominis dignitate, che è considerato il manifesto dell’Umanesimo, quella per cui l’uomo è libero artefice e costruttore di se stesso, libero dunque di «degenerare verso i bruti o di rigenerarsi fino all’altezza delle cose divine». La libertà dell’uomo si realizza nella ricerca del vero, che non può prescindere dal lascito di sapienza degli antichi, letti e studiati direttamente.

b) Da un “umanesimo” così inteso nasce l’interesse e il gusto per la riscoperta degli autori classici – latini e greci – già cominciata con il Petrarca, ma che nel Quattrocento diventa quel che oggi si direbbe un “movimento” di reazione alla filosofia scolastica, in aperta polemica con una concezione sterile della cultura (in primo luogo, la cultura delle arti del Trivio). I classici furono dissepolti, amati e imitati all’insegna dell’espressione ciceroniana degli Studia humanitatis, parimenti la lingua latina si spogliò dei barbarismi per tornare al nitore della migliore tradizione. Cominciò di lì quella gara dei moderni con gli antichi che caratterizzò il Quattrocento e il Cinquecento, e che indusse Leon Battista Alberti a scrivere un trattato di architettura in dieci libri, proprio come Vitruvio, ma in un latino molto migliore di quello di Vitruvio. E con tutt’altro intendimento. Ma non era soltanto un interesse linguistico, l’interesse era anche filosofico, ancora una volta in polemica con la Scolastica e, soprattutto in Italia, con un occhio di riguardo all’arte del buon governo.

c) La pulsione anticonformista dell’Umanesimo è testimoniata esemplarmente dall’Elogio della follia di Erasmo, che appunta il suo sarcasmo sui grammatici paludati, i poeti e i retori, sui teologi che si perdono in dispute inutili, sui monaci ignoranti, sui cortigiani e sui pontefici di Santa Romana Chiesa che si dimenticano di essere cristiani (in evidente polemica con Giulio II, il papa-condottiero). Questo ci dovrebbe rendere guardinghi nei confronti dei tentativi d’imbalsamare l’umanesimo in un sistema definito da leggi che, per quanto buone, gli andrebbero comunque strette. Insomma, l’umanesimo non può e non deve essere “istituzionale”.

d) La rivoluzione scientifica dell’Età moderna, come l’Umanesimo, ma con una certa latenza temporale, rivendica anch’essa la libertà di ricerca, mette in discussione il sapere paludato, in questo caso quello delle arti del Quadrivio: quale migliore testimone, a questo proposito, di Galileo? Non a caso si chiama “rivoluzione”. Non a caso ancora oggi il progresso scientifico procede – come sostiene l’epistemologo Thomas Kuhn – rovesciando continuamente i paradigmi istituzionali.
Insomma, l’umanesimo nacque libertario, contro il sopruso istituzionale, così anche la scienza. Ed è importante che l’umanesimo e la scienza conservino la loro indole libertaria, altrimenti non si potrà più parlare di umanesimo, né di scienza.

e) Si parla di umanesimo anche in relazione al socialismo, in particolare al movimento che caratterizzò il primo socialismo, quello scientifico di Saint-Simon ecc., inglobato nel pensiero di Cattaneo e sostrato di buona parte del socialismo italiano dell’Ottocento, che fu libertario e positivista (gli “apostoli del socialismo”). Il socialismo scientifico torna ad essere di attualità oggi, come sistema di lotta al populismo e al cazzeggio giuridico, nonché soluzione dei problemi posti dalla complessità del sistema sociopolitico ed economico.

f) In stile nusquamiense, varrà infine la pena ricordare che una ricorrenza significativa della parola “umanista” nella lingua italiana (una delle prime, pare) si trova in una satira dell’Ariosto (Satira VI), dedicata ai professori pedofili: «Senza quel vizio son pochi umanisti / che fe’ a Dio forza, non che persüase, / di far Gomorra e i suoi vicini tristi. […] Ride il volgo, se sente un ch’abbia vena / di poesia, e poi dice: “È gran periglio / a dormir seco e volgierli la schiena”»; cioè: “Pochi sono gli umanisti che non abbiano il vizio della sodomia, per cui Dio fu costretto e persuaso a punire Gomorra e i suoi vicini. […] Il popolo se la ride, se sente che uno di costoro ha voglia di far poesia e commenta: ‘Si corre gran pericolo a dormire con uno di tali poeti, e a volgergli la schiena’“.

 

La quinta colonna dell’Umanesimo

Purtroppo l’Umanesimo o, meglio, quel che avanza della tradizione umanistica in questo travagliato paese, già umiliato da decenni di spadroneggiamento delle sciacquette in campo culturale, dall’avere avuto ministri della pubblica istruzione personaggi del calibro della Moratti, della Gelmini e della sciura Valeria, tutta gente che a buon diritto può essere classificata tra i nemici esterni, è funestato da una quinta colonna, anzi due, composte rispettivamente da:

i) titolari di competenze vere e soprattutto fasulle (laurea in c.d. scienze della comunicazione ecc.) che pretendono di essere “umanisti”, tanto per darsi un tono;

ii) operatori del settore umanistico che per essere fichi e “sc-scientifici”, per noia, per accedere ai finanziamenti di regime e per simili inconfessabili ragioni, si buttano a corpo morto sui grafici di Excel, sulle slàid di PowerPoint, sui lessici frequenziali, sulla grammatica generativa ecc.

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Quinta colonna del primo tipo

Sulla quinta colonna del primo tipo abbiamo già scritto su Nusquamia. Per esempio, riguardo alle c.d. Scienze della comunicazione: «Che cos’ha che fare la Facoltà di Scienze della Comunicazione con il filone di studi e gl’interessi che caratterizzano la tradizione umanistica? Ho avuto la fortuna di conoscere da giovane Pio Baldelli che insegnava Sociologia del Cinema e che fu uno dei primi a interessarsi alla “comunicazione”, come oggi la s’intende. Eppure mai ho percepito che lui, che aveva solide basi culturali, pretendesse di essere un umanista, o che la sua sociologia fosse una disciplina umanistica». E aggiungevo: «Lasciamo che negli Stati Uniti si parli delle “humanities”, come del gruppo di discipline non inscrittibili nell’ambito scientifico e tecnico-scientifico. Molti di coloro che parlano di “humanities” non sanno che cosa sia l’umanesimo; altri, come Martha Nussbaum, lo sanno, o lo saprebbero, però piace loro farsi belli del prestigio culturale dell’umanesimo onde chiedere che, ope legis, parte dei finanziamenti assegnati alle Facoltà tecnico-scientifiche, vada anche ai loro dipartimenti. È una questione sindacale tutta loro. […] Diciamo soltanto: giù le mani dall’Umanesimo!». Comunque, che cos’ha che fare con l’umanesimo un sociologo di regime, o un aziendalista, che non abbiano mai studiato latino?
Anche di Martha Nussbaum ci siamo occupati, e della sua impostura, quando cita spudoratamente il Simposio di Platone e il saggio di  Kenneth Dover, che è un libro serio (Greek Homosexuality), per portare acqua al suo mulino dove si pestano rimasticature politicamente corrette, per legittimare e dare autorevolezza “culturale” a esigenze e “diritti” moderni che il mondo antico disconosceva del tutto. Si veda il capitolo “L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento”, nella precedente pagina di Nusquamia, Politicamente scorretto, ma con stile. In breve, quando la Nussbaum non usa la cultura classica (l’umanesimo) come fuoco di copertura per nobilitare una sua causa contingente, oltre tutto facendo un uso improprio del principio di autorità, scambia le ‘humanities’ con l’umanesimo. Che non sono l’umanesimo, talvolta ne sono la negazione.

Nussbaum, Non per solo profitto

Il titolo di questo libro, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, promette bene perché esprime disprezzo per le ragioni del profitto e si pronuncia, apparentemente, a favore dell’umanesimo. Ma è un titolo ingannevole, sia perché l’umanesimo non sono le ‘humanities’ (e di queste parla l’autrice: arti e letteratura), sia perché il libro sviluppa la tesi che le ‘humanities’ concorrano all’innovazione e allo sviluppo degli affari: il che sarà anche vero, ma non è entusiasmante, per chi sia interessato all’umanesimo. Dunque, basta intendersi e non bluffare sui termini. Quando la Nussbaum sostiene che l’educazione “socratica” e l’addestramento al pensiero critico renderebbe migliori gli uomini, anche nel mondo degli affari, non ha torto. Però: a) non dice niente di nuovo, e l’argomento è a doppio taglio; b) cade nuovamente in contraddizione, quando chiama le sue ‘humanities’ in soccorso di una repressione dei modelli di virilità rei di alimentare il narcisismo infantile, e quando propone un’accurata selezione di opere narrative da proporre in sede educativa. La Nussbaum è una femminista militante ed è stata definita da Camille Paglia, femminista intelligente, «vestale del politicamente corretto».

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Quinta colonna del secondo tipo

Di questa seconda schiera di nemici interni, per il momento meno pericolosi – ma non è una buona ragione per abbassare la guardia – fanno parte coloro che, pur laureati in discipline che a buon diritto si dicono umanistiche, smaniano per apparire “sc-scientifici”, proprio come il piano di scasso e furto all’interno di una banca, nei Soliti ignoti: così diceva Vittorio Gassman, che era balbuziente. Oddio, un conto è il rigore scientifico, del quale la misura non è mai abbastanza. Come dimenticare a tal proposito i meriti della filologia, quella migliore, la filologia di Lorenzo Valla il quale grazie a un’analisi rigorosa del testo riuscì a dimostrare la falsità della donazione di Costantino, che costituì il nucleo iniziale del patrimonio della Chiesa? Tutt’altra cosa però è il cazzeggio sc-scientifico. Naturalmente esiste tutta una varietà di sfumature intermedie, fermo restando che ai nostri giorni il numero di imposture presentate in forma scientifica è in crescita esponenziale. Non è un caso che gli aziendalisti pretendano di essere “scientifici” improvvisandosi proiezionisti di squallide slàid di PowerPoint. Ma veniamo a un caso concreto.

Pronomi

Dettaglio di un libro di testo, una sintassi latina con esercizi di ricapitolazione. Il libro è moderno e pregevole, sotto molti aspetti; purtroppo in questa pagina sono presenti tre frasi latine intraducibili, perché contenenti tre refusi. Escludiamo che la colpa sia degli autori (ci mancherebbe): gli errori sono invece attribuibili ai criteri di produzione del libro, considerato un “prodotto” da “gestire” con criteri manageriali. E i risultati si vedono.

Parliamo allora della grammatica generativa (o linguistica generativa), che ha i suoi meriti, nessuno li mette in discussione. Semmai varrà la pena discutere se sia proprio necessaria nell’insegnamento del latino, che nei licei classici e scientifici è stato finora insegnato con il metodo grammaticale-razionalista [*]. Peraltro, dopo la soppressione, di antica data, dell’insegnamento del latino nelle scuole medie e la diminuzione del numero di ore dedicate al latino nei licei scientifici, si è posto il problema di trovare nuove strade per la didattica del latino: nonostante le resistenze iniziali della burocrazia scolastica, l’apprendimento induttivo (quello dello Shenker Institute, per intenderci, che fu già della Berlitz school, insomma quello dell’insegnamento delle lingue moderne), meno “scientifico”, ma più efficace, e soprattutto più rapido, appare una scelta ragionevole, oltre che obbligata. A maggior ragione non si sente la necessità d’introdurre elementi di grammatica generativa e valenziale, che pure hanno un loro oggettivo interesse, intese come sono al compimento di un progetto ambizioso, quello di definire le regole che permettono di passare dal pensiero alle parole.
Ma improntare l’insegnamento del latino (e del greco) alle nuove teorie grammaticali appare quanto meno azzardato. E, se qualcuno lo fa, tanto per cominciare, dev’essere uno che conosce il latino (e il greco) benissimo: non sono ammessi esperimenti in corpore vili, soprattutto da parte di professori vili; tanto più che gli studenti tutto sono, o dovrebbero essere, tranne che “vili” e che, come diceva Cristo, maxima debetur pueris reverentia.
Conferenze lette nel corso di convegni più o meno utili (ma che “fanno punti” ai fini della carriera) e pubblicazioni (idem c.s.) sulla nuova linguistica in rapporto all’insegnamento del latino ce n’è finché si vuole, troppe; e, immancabilmente, vi si legge l’auspicio che le nuove teorie grammaticali siano inglobate nei programmi scolastici. Ma non esistono libri di testo per le scuole basati sulla grammatica generativa o valenziale  (per fortuna, si direbbe).
Ci fu un tentativo, peraltro molto parziale, d’introdurre la grammatica generativa nel libro di testo Ghiselli-Concialini, Il libro di latino, stampato nel 1985, poi riveduto e ristampato nel 2009 (Il nuovo libro di latino), quindi non se n’è più sentito parlare.
Tuttavia nei libri di testo recenti, anche in quelli buoni, non manca qualche strizzatina d’occhio alla linguistica di moda. In particolare, adesso che la linguistica generativa-trasformazionale ha registrato un fallimento significativo nel campo della traduzione automatica assistita da calcolatore, fondata su un modello deterministico-chomskiano, oggi si fa un gran parlare della linguistica valenziale. Ma, nella prospettiva della didattica del latino, se non è zuppa, è pan bagnato: un po’ come la teoria degl’insiemi insegnata ai bambini delle elementari. La teoria degli insiemi di per sé va benissimo, ma l’insegnamento della matematica ai bambini con una dose eccessiva di teoria degli insiemi si è rivelato disastroso, tanto più che, in pratica, è insegnata in maniera bestiale (si veda in proposito quanto scrive il matematico Giorgio Israel sulle castronerie matematiche connesse).
Perché allora questi inutili cenni alla linguistica moderna che fanno capolino in libri di testo anche buoni? Per moda, tutto qui. Perché la casa editrice vuol mostrare che il suo libro di testo è un libro “fico” e perché il professore che adotta il libro “fico” apparirà lui stesso “fico”.
In generale, non darei la colpa agli autori, i quali, se sono autori di libri seri, non hanno bisogno di apparire “fichi”: tuttavia devono stare al gioco delle richieste esplicite e implicite delle case editrici. Tanto più che oggi il libro di testo, più che prodotto di lavoro intellettuale, frutto di passione, esperienza e studio, è considerato un prodotto industriale. I funzionari della casa editrice (spesso, galline editoriali che si prendono cura dei soli aspetti formali a norma di cacata carta) fanno pressione per avere il “prodotto”, insistono perché sia accattivante e alla moda, perché insomma abbia successo, a prescindere. E si dimenticano che un libro di testo dev’essere oggetto di una cura tutta particolare, perché non faccia del male agli studenti.
Ecco come si rovina un libro di testo, quello del quale qui sopra abbiamo fotografato alcune righe, che tra l’altro mostra di essere stato concepito da menti sottili, ricco com’è di osservazioni intelligenti (non dirò quale sia questo libro: noi non siamo gatti padani [**]). Ed è quello stesso libro di testo che in due occasioni fa ricorso al termine di “attante”, del quale veniamo a conoscenza improvvisamente e altrettanto improvvisamente scompare. Per la verità l’autore specifica che per “attante” deve intendersi un complemento obbligatorio, richiesto dal predicato, come il complemento oggetto che segue obbligatoriamente alcuni verbi: quando dico “Il maestro loda…”, devo dire chi in questo caso è lodato, per esempio Marco. Dunque si dirà che “Marco” svolge qui la funzione di “attante”. Ma era necessario introdurre il concetto (moderno) di attante? Direi di no; però “fa fico”, si capisce. Ripeto, non accuso l’autore, capisco tutto e penso di non avere il diritto di chiedere a tutti quello che invece chiedo a me (che sono un resistente e che, per esempio, ho deciso di morire senza mai subire la costrizione di mangiare sushi).
Invece mi sembra giusto accusare, non l’autore, ma la casa editrice che non ha messo in campo le risorse necessarie per correggere i refusi (perché di questo si tratta, e non d’altro: errori di composizione/trascrizione). Banalmente, bisognava mettere in campo uno o più correttori di bozze e, se la casa editrice non ne disponeva (oggi è la regola), doveva dare all’autore la possibilità di farsi carico autorevolmente della riuscita del libro. Ma ecco che cosa succede a voler considerare il libro non un prodotto culturale, ma industriale: un prodotto “fico”, con tanto di menzione degli “attanti”, e per il resto chissenefrega. Sfogliandolo a caso, saltano all’occhio, in una stessa pagina, tre refusi che rendono intraducibili tre frasi proposte allo studente come esercizio. Le riporto qui sotto, con l’indicazione della correzione che andrebbe fatta:

• Cuius aures clausae veritatis (>> veritati) sunt, ut ab amico verum audire nequeat, huius salus desperanda est.

• Est sapientis, quidquid boni (>> homini) accidere possit, id praemeditari ferendum modice esse, si evenerit.

• Caesar, quae gravissimae (>> gravissime) adflictae erant naves, earum materia atque aere ad reliquas reficiendas utebatur.

 

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[*] Il metodo del grammaticalismo razionalista, di stampo cartesiano, fu inaugurato dalla Grammaire générale et raisonnée di Port Royal, in opposizione a quello in uso nelle scuole gesuitiche, che aveva come riferimento la Institutio grammatica dell’Álvares, come prescritto nella Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu. Il metodo di Port Royal, detto anche funzionalista, perché considera le modalità con cui la mente connette le parole, fu quindi perfezionato dalla scuola tedesca, il cui testo più fortunato fu la Grammatica della lingua latina dello Schultz, pubblicato in Germania a metà Ottocento, che in Italia continuò ad essere stampato, in traduzione, fino al 1926.

Schultz

L’altro libro di riferimento, anch’esso tradotto e adottato nelle scuole italiane, fu la Grammatica del Madvig.

Al filone tedesco sono riconducibili, come per gemmazione, i libri per lo studio del latino stampati successivamente in Italia, compreso il glorioso Tantucci, che presenta «un giusto contemperamento tra le esigenze scientifiche e le esigenze didattiche».

Tantucci

 [**] “Gatto padano” è un personaggio a suo modo famoso, che pretenderebbe di seminare il terrore tra gli abitanti di Curno, facendosi forte della sua terribile e iettatrice scienza copropapirologica. Curno è un paese sgarruppato alle porte di Bergamo, promosso allo status di “bello da vivere” al tempo della sindachessa emerita dott.ssa Serra, e che oggi si fregia della medaglia di “Comune virtuoso” per il suo “stile di vita”; inoltre vi si frigge il pollo con la ricetta segreta del colonnello Sanders.

 

Politicamente scorretto, ma con stile

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GAy pride a Pompei
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Il ricatto morale: «Non ti piacciono le pagliacciate? Allora sei omofobo»

Ecco un’ennesima pagliacciata in arrivo, alla quale la similsinistra, che ha perso per strada i valori del socialismo umanitario, ma ha raccattato le panzane del liberismo aziendalistico e le bùbbole del politicamente corretto, non vorrà far mancare la propria simpatia. Come quando il sindaco panormita Leoluca Orlando (Orlando-Cascio, come diceva Cossiga, con riferimento al padre di Leoluca, l’avv. Orlando Cascio, gran democristiano e uomo di panza) voluttuosamente indossò un boa fucsia, del colore che tanto piace ai culetti allegri (così si sarebbe espresso Aldo Moro nella ricostruzione di Elio Petri, nel film Todo Modo, e Aldo Moro era interpretato da Giammaria Volonté). [*]

Qui sopra, Leoluca Orlando-Cascio presenzia a una festa del’orgoglio sodomitico. La foto risale a qualche anno fa, quando madrina del neo-baccanale era la Cucinotta (ancora prima era stata madrina Ambra Angiolini). Qui sotto, una sequenza del film Todo Modo, un film “maledetto”, del quale finalmente è oggi possibile acquistare il Dvd. Se parliamo di Aldo Moro in questa pagina, è per stabilire un’analogia: il giudizio su Aldo Moro come quello sulla questione sodomitica sono protetti da un muro di gomma, tale che, se non sei allineato con la vulgata politicamente corretta, sei immediatamente ostracizzato. A rigore, sempre che si voglia ragionare e non fare della retorica, il fatto che Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista. Questo era anche il parere del Pci, di tutto il Pci, di Ugo La Malfa e di Eugenio Scalfari. Oggi però c’è chi pretende di ricostruire la storia, tanto che alcuni sprovveduti sono convinti che Bettino Craxi, in quanto “cattivo, fosse poco meno che il mandante morale dell’assassinio di Moro, insieme con Cossiga, naturalmente (in realtà Craxi fu il principale fautore della trattativa con le Brigate rosse). Sempre secondo costoro chi oggi nega la grandezza politica e morale di Aldo Moro sarebbe un cattivo soggetto, degno di anatema politicamente corretto.

Ovviamente, non possiamo passare sotto silenzio le intemperanze di Forza Nuova, una formazione di estrema destra che proclama «Sappiate che se venite a froceggiare fuori del Santuario vi pigliamo a calci sulle gengive»; si veda sull’Huffington Post Forza Nuova minaccia il Gay Pride a Pompei: “È come l’eruzione del Vesuvio, li prenderemo a calci”. Ma come la circostanza che Aldo Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista, così le spregevoli rodomontate della destra non ci fanno deflettere un ette dal nostro giudizio: queste manifestazioni del gay pride (cioè, di orgoglio sodomitico) sono delle pagliacciate. Evito per il momento di pubblicare le foto delle precedenti manifestazioni, con maschi orrendamente pittati e sculettanti, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa; preferisco ragionare di fino.

 

Tentativo disperato di far ragionare le sciacquette del politicamente corretto

Lo so, a voler condannare le buffonate inscenate in occasione delle giornate dell’orgoglio sodomitico, si corre il rischio di essere marchiati a fuoco come “omofobi”. È un ricatto di facile e vile effetto, perché chi prende posizione contro la banalità similprogressista si espone ipso facto a ritorsione politicamente corretta, che magari non ci sarà, ma intanto meglio non farsi notare: se mi faccio la fama di omofobo non mi invitano più negli ambienti che contano e che potrebbero influenzare la mia carriera. Il conformismo è vile. Sentiamo al riguardo il giovine filosofo Diego Fusaro il quale argomenta che la categoria dell’omofobia è usata come grimaldello per aprire le porte alla persecuzione del pensiero non allineato: chi non accetta il pensiero unico sul tema del cosiddetto “gender” è equiparato a chi vorrebbe la morte dei sodomiti (come invece vuole il Vecchio testamento, che tanto piace ai cattoprogressisti, tanto da preferirlo al Vangelo).

Ricordavo nella pagina precedente, a proposito della smania boldrinesca di femminilizzare i nomi grammaticalmente di genere comune, come in altri tempi gli accademici che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo furono soltanto dodici: ebbene, simile viltà si registra oggi, nei confronti del “politicamente corretto”, soprattutto fra gli intellettuali che rischiano di essere emarginati (niente più interviste, consulenze, scatti di carriera ecc.), quando non apparissero allineati. Quando Cecilia Robustelli, linguista femminista, si è imposta di prepotenza all’Accademia della Crusca, e ha emanato motu proprio le norme di linguaggio politicamente corretto care alla Boldrina, forse che gli accademici hanno trovato il coraggio di opporsi? Naturalmente no, ed è la storia che si ripete.
Su scala ridotta geograficamente e intellettualmente minima, avvenne così che nel paese sgarruppato ma con la pretesa di essere bello da vivere, cioè a Curno, individui squalificati volessero farci passare per nemici delle donne, favorevoli alla violenza sulle donne. Accadeva l’anno scorso. Questa è proprio bella: i sicòfobi che pretendono di mettere sotto accusa i sicòfili. Molto semplicemente, mi espressi contro la violenza, contro tutta la violenza, quella sulle donne, ma anche quella esercitata dalle donne. E portai qualche esempio, simile a quello ricordato nella pagina precedente: si veda Londra: un branco di “bulle” picchia e uccide una studentessa italo-egiziana. Era tutto chiaro, ma con logica tutta curnense qualcuno volle fare la Boldrina di turno, e affermò, con rozza opera di disinformazione, che noi mettevamo sullo stesso piano il fem[m]inicidio [**] e qualche graffio e qualche spoliazione bancaria (logica miserabile, buona tutt’al più per le zuffe al mercato delle vacche). In un ennesimo, e forse vano, tentativo si ammaestramento di certe crape dure, faccio presente che il seguente ragionamento è scorretto:
– Hitler amava i cani.
– Dunque tutti coloro che amano i cani sono dei criminali.
In altre parole, se provo ribbrezzo per le piazzate sguaiate, di volta in volta compiaciutamente sottoproletarie o compuntamente impiegatizie, secondo necessità, organizzate in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrò essere posto sullo stesso piano di un fascista mascellare o – peggio – di un fascioleghista del nostro tempo.
È invece corretto il seguente ragionamento:
– Tizio dice di essere buono perché ama i cani.
– Questa non è una dimostrazione. Infatti Hitler amava teneramente il suo cane, ma era un criminale.
Dunque se uno si mostra favorevole alla giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrà essere considerato un campione di progressismo. Anzi, a dirla tutta, il progressismo non c’entra niente.
So per esperienza che a Curno, paese dove, alle porte di Bergamo, si friggono i polli con la ricetta del colonello Sanders, non tutti sono in grado di cogliere la differenza tra ragionamento corretto e ragionamento fallace. Ma almeno ho fatto il mio dovere, ho provato a civilizzarli.
Conclusione, noi disprezziamo la destra, ma né la Boldrina né la dott.ssa Serra né tampoco il gatto padano (uno spettro che si aggira per Curno) hanno titolo per metterci la mordacchia e impedirci di dire il nostro disgusto per le pagliacciate del gay pride.

 

L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento

Insomma i custodi del politicamente corretto la smettano di accusare di omofobia chi non è allineato nella concezione di un’omosessualità “democratica”, istituzionale e sindacalizzata. Con noi non funziona, sia perché non siamo vili e non temiamo la calunnia dei detrattori, sia perché abbiamo mille argomenti per confutare lo sgangherato ragionamento di chi ci prova. Avendo goduto del privilegio – iniquo: ma i privilegi sono tali per definizione – di aver atteso a studi classici, cosa che avveniva nel passato millennio, e godendo, nel presente millennio, del triste privilegio dell’età, posso dire di essere edotto della diversa concezione dell’eros nel mondo classico, e posso testimoniare che né io né alcuno di coloro cui toccò la fortuna di fare quegli studi, mai ebbe parole di disprezzo per Oreste e Pilade, o per Achille e Patroclo; e nemmeno avremmo imbastito discorsi bacchettoni se al liceo ci avessero fatto leggere la seconda bucolica di Virgilio, quella del pastore Coridone che si strugge per il bell’Alessi, che era l’amàsio del proprietario del gregge (ma Coridone, pare, è Virgilio stesso, che si struggeva d’amore per un giovane schiavo di Mecenate):

O crudelis Alexi, nihil mea carmina curas?
nil nostri miserere? mori me denique cogis?

cioè:

O Alessi crudele, non t’importa niente di quel ch’io canto?
Non hai pietà di me, nessuna? Mi costringi dunque a morire?

Vero è che noi siamo stati educati nella tradizione cristiano-giudaica che aborre dall’idea del seme versato in vas indebitum, e che nella Bibbia si leggono parole di fuoco contro i sodomiti. Per esempio, nel Levitico (20, 13): «Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro». Sono parole da non prendere sotto gamba, almeno per un cattolico: quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo” che gravitano intorno alle Acli, queste cose le sanno benissimo, ma per salvare capra e cavoli, cioè per potersi dire cattoprogressisti, fanno finta di niente; ed è pura ipocrisia.

De actibus turpibus

Facendo clic sull’immagine si accede alla lettura del trattato di sant’Alfonso Maria de’ Liguori al riguardo della sodomia (che, secondo la dottrina della Chiesa, comprende tutte le varietà di atti impuri commessi in ambito Lgbt, ma non solo: per esempio, anche l’irrumatio , cioè l’atto compiuto da chi riceve una fellatio, cambia specie, se praticata in bocca maschile o femminile; e se praticata in bocca femminile può essere perfetta o imperfetta).

La crudeltà della severa tradizione cristiano-giudaica, manifestamente sessuofobica, è tuttavia contrastata dalla concezione greco-romana, per cui il sesso era qualcosa che valeva la pena gustare, ma non era un’ossessione: questa potrebbe (o poteva) essere una ragione in più per accostarsi ai classici. Del resto è noto che il fanatismo è largamente frutto d’ignoranza. Traducendo il Simposio di Platone abbiamo capito il discorso di Diotima sulla Venere celeste (o Afrodite urania) e la Venere volgare (o Afrodite pandemia). Ma non ci è mai passato per l’anticamera del cervello che i personaggi dell’antichità eventualmente caratterizzati da propensione omoerotica meritassero di essere picchiati a sangue, come minaccia Forza Nuova in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei il prossimo giugno, o che soltanto li si dovesse prendere a sassate, come nell’infelice paese di Curno pare che voglia fare il gatto padano, a carico di chi non lo prende sul serio, specie i sardagnoli.
Né ci spaventa l’ipotesi che Dante possa aver avuto qualche cedimento per quello che in seguito si sarebbe chiamato il “mal fiorentino”: per esempio, in quanto allievo di Brunetto Latini, che dal divino poeta è collocato tra i sodomiti (Inferno, XV). Suggerirei comunque una certa cautela: nessuno nega l’interesse di Dante per la magia delle parole (l’“incantamento”), ma di qui a farne un sodomita ce ne corre (stante l’acclarato nesso, comprovato su base statistica, tra esoterismo e sodomia). Per non parlare dell’amicizia che legò il poeta al giovane Carlo Martello, del quale si fa parola nell’ottavo canto del Paradiso, in occasione del suo soggiorno a Firenze, un’amicizia che si pretende avesse una coloritura omosessuale, ma non c’è uno straccio di prova, e neanche un indizio (questo è Carlo Martello d’Angiò, non è il Carlo Martello cantato da Fabrizio De André, quello della battaglia di Poitiers, che sarà spennato da una puttana).
Bene, tutto ciò premesso – insisto – trovo disgustose le giornate dell’orgoglio sodomitico, per mille ragioni, ma principalmente per il gusto plebeo e per il proposito deliberato di lacerare l’istituzione che fra tutte è oggi quella più assoggettata a un’azione di demolizione programmata, cioè la famiglia; gli organizzatori delle pagliacciate sodomitiche hanno inoltre il progetto, nemmeno tanto nascosto, di sindacalizzare la sodomia e la pretesa di occupare tutte le roccheforti istituzionali, per poi gettare olio bollente su chi non è omologato. Neanche su questi punti del loro programma politico siamo d’accordo.
Nel Simposio di Platone, l’amore socratico, come poi si sarebbe detto, era un rapporto pedagogico, libero e consenziente, non regolato a norma di cacata carta, tra un adulto e un adolescente, e non c’è dubbio che quella fosse pederastia, a voler chiamare le cose col loro nome: ma era improntata a massimo decoro, anche questo va detto. Perciò i portavoce dei sodomiti d’oggidì che vorrebbero spacciarci il rapporto tra l’ἐρώμενος (erômenos) e l’ἐραστής (erastês) nell’antica Grecia come un rapporto fra due Lgbt del tempo nostro decadente sono soltanto degl’impostori. E Alessandro Cecchi Paone che ebbe la spudoratezza, in quanto gaio, di paragonarsi ad Alessandro Magno, il quale ebbe per amante Efestione, difficilmente, agli occhi degli antichi, potrebbe essere considerato un fedele dell’Amore celeste. L’omosessualità degli antichi era tendenzialmente nobile, quella delle feste dell’orgoglio sodomitico è plebea, con un occhio di riguardo alla pensione di reversibilità.
L’omosessualità della élite greca aveva una componente virile che gli sculettanti Lgbt della giornata dell’orgoglio sodomitico non riuscirebbero nemmeno a concepire. Ne è una testimonianza, il battaglione sacro dell’esercito tebano, formato da 150 coppie di soldati scelti: ciascuna coppia era formata da un amante adulto (ἐραστής) e un giovane amato (ἐρώμενος) «poiché gli amanti,» – scrive Plutarco – «per paura di apparire meschini agli occhi dei propri amati, e gli amati per lo stesso motivo, affronteranno volentieri il pericolo per soccorrersi a vicenda».

Lion_of_Chaeronea_3

Il Leone di Cheronea, posto a guardia della fossa comune nella quale sono sepolti gli eroi del battaglione sacro tebano, caduti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.). Qui si scontrarono l’esercito delle città di Tebe e Atene e quello di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. La battaglia si concluse a favore dei macedoni. Il ritrovamento del monumento, del quale si sapeva l’esistenza, perché descritto da Pausania nella sua Periegesi della Grecia, è del 1914.

 

Catullo contro l’omosessualità plebea e istituzionale

Esisteva tuttavia presso gli antichi anche un’omosessualità volgare (quella spregevole, che nel Simposio è classificata all’insegna dell’Afrodite pandemia), ma era esecrata da tutti, in primis da coloro che praticavano l’amore celeste (presieduto da Afrodite urania), del quale la donna non era ritenuta degna. Bisognerà aspettare i trovatori, e poi il dolce stil nuovo, quindi il Petrarca, perché la donna diventi partecipe di un progetto di amore celeste.
Come testimonianza del disprezzo degli antichi nei confronti dell’omosessualità volgare (rapportata all’oggi, quella sindacalizzata e di basso profilo rappresentata dall’associazionismo Lgbt) sarà sufficiente ricordare questo carme di Catullo (metro: distici elegiaci):

LXXX
Quid dicam, Gelli, quare rosea ista labella         1
hiberna fiant candidiora nive,
mane domo cum exis et cum te octava quiete
e molli longo suscitat hora die?
Nescio quid certe est: an vere fama susurrat     5
grandia te medii tenta vorare viri?
Sic certe est: clamant Victoris rupta miselli
ilia, et emulso labra notata sero.

Cioè:

Che cosa dovrò dire, o Gellio? Perché questi tuoi labbruzzi di rosa
diventano più bianchi della neve in inverno,
quando esci di casa il mattino, oppure quando dal languido riposo
ti alzi alle otto [= alle due del pomeriggio] di una lunga giornata?
Certamente qui c’è un non so che: o forse è vero quel che si mormora in giro,
che sei un divoratore di quei grandi e turgidi cosi che si trovano a metà del maschio?
Certamente è così: lo dicono a gran voce l’inguine stremato del povero Vittore,
e le tue labbra segnate dal siero che hai succhiato.

Note 1. labellum, dim. di labrum; 2. candidiora nive: le labbra sono bianche più della neve per lo sperma succhiato; 3-4. costruisci: cum octava hora longo die te suscitat quiete e molli (= e molli quiete: anastrofe); longo die: per indicare le giornate estive; 6. medius vir: significa quel che nel maschio si trova a metà altezza; 7. miselli: Vittore è sfinito, tale è stata la voracità di Gellio; 8. notata: le labbra di Gellio portano il segno del “siero”, cioè dello sperma.

L’amore che Catullo porta per la sua Lesbia (pare che fosse in realtà Clodia, sorella di Clodio, nemico giurato di Cicerone) è autentico, ed è fonte di gioia intensa e rabbioso cruccio; invece il sesso, il sesso senza amore, è giocoso, tanto più quando sia consumato su un giovinetto e di sorpresa, come leggiamo in questo carme (metro: endecasillabi faleci):

LVI
O rem ridiculam, Cato, et iocosam         1
Dignamque auribus et tuo cachinno!
Ride, quicquid amas, Cato, Catullum:
Res est ridicula et nimis iocosa.
Deprendi modo pupulum puellae          5
Trusantem; hunc ego, si placet Dionae,
Protelo rigida mea cecidi.

Cioè:

O Catone, che cosa buffa, e divertente,
degna di essere ascoltata e della tua risata!
Ridi, o Catone, del tuo Catullo, se lo ami un po’:
è una cosa buffa, e troppo divertente.
Poco fa ho colto sul fatto il ragazzino mio
che trapanava una fanciulla: io allora, e la cosa non dispiacerà a Venere,
mi dispongo dietro e lo trafiggo col mio rigido arnese.

Note: 2. dignam auribus: degna delle orecchie, cioè degna di essere ascoltata; 3. Ride… Catullum: uso transitivo del verbo rideo; quicquid (= quidquid) amas: proposizione limitativa introdotta da un pronome, con valore avverbiale (sta per quatenus, quantum): per quanto tu lo ami; 5. pupulum: designa un ragazzino ancora imberbe; truso è frequentativo di trudo, “spingere”, quindi: “spingere forte”; 6. Dione (o Diona) sarebbe la madre di Venere, ma viene invocata, e non solo da Catullo, al posto della figlia; 7. protelo: è l’ablativo di protelum, che indica un allineamento di buoi per il tiro di un carro, o dell’aratro; qui con significato avverbiale: Catullo intende dire che si mette in fila subito dopo il ragazzo che è sopra la fanciulla; rigida mea: è sottinteso mentula.

 

Il battaglione sacro tebano nell’impresa fiumana

Bisognerebbe infine far presente ai fascioleghisti che manifestano truculenta intolleranza nei confronti dell’omosessualità, e che vorrebbero picchiare a sangue gli scalcagnati omosessuali dell’associazionismo Lgbt in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei (citta mariana), che farebbero bene a informarsi. Questa, a ben vedere, è una guerra tra sottoproletari della cultura: sono sottoproletari (o, tutt’al più impiegati con diritti sindacali, incarogniti nella rivendicazione di “nuovi diritti” riguardo alla sfera sessuale) gli esemplari sculettanti della gaiezza oscena e caciarona, quella dell’orgoglio sodomitico; parimenti sottoproletari sono i seminatori di paura e odio, reduci dal raccolto elettorale di quella sciagurata semina, il 4 marzo. Se si informassero, i fascioleghisti saprebbero che l’omosessualità – quando non è quella plebea che si diceva – è in realtà, per antichissima tradizione, una prerogativa della destra. Non lo dice soltanto il diario I pensieri di una vecchia checca (vedi), dove si legge: «Eh, sì! Il vero omosessuale non può che essere di Destra. Storicamente. Eticamente. Moralmente. Filosoficamente. Politicamente. Inequivocabilmente. Assolutamente di Destra». No, basta informarsi, e oggi che esiste la mitica e mistica rete, informarsi è facile, non informarsi e pretendere di sapere, ignorando scientemente quel che è sotto gli occhi di tutti, è una colpa.
Mi limiterò a riportare l’esempio dell’impresa fiumana di D’Annunzio la cui Reggenza realizzò, come scrissi in un’altra pagina di Nusquamia, gli ideali sociali, culturali, eroici e di immaginazione al potere dei quali il ’68 seppe soltanto parlare. Il seguito del ’68 fu enormemente inferiore alle aspettative, quando non degenerò in furore copropapirologico. Scrive dell’impresa fiumana Leone Kochnitzky, nella Quinta stagione o i centauri di Fiume (Zanichelli, Bologna 1922): «Sul ritmo delle fanfare marziali si vedevano turbinare, in scapigliati allacciamenti, soldati, marinai, donne, cittadini, ritrovanti la triplice diversità delle coppie primitive che Aristofane vantò» (il riferimento è al discorso di Aristofane nel Simposio di Platone, che presenta il mito dell’androgino, come possibile spiegazione dell’esistenza dei diversi orientamenti sessuali). E Mario Carli, in Trillirì (Edizioni futuriste di “Poesia” della Società editoriale Porta, Piacenza 1922) scrive: «[…] dal colonnello in cerca di avventure femminili al pederasta in cerca di avventure maschili […] un po’ di tutto è venuto a te, divina Fiume».

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Guido Keller, naturista, nudista, esoterico, bisessuale, cocainomane, fondò la Brigata “La Disperata”, la guardia del corpo del Comandante d’Annunzio a Fiume.

A Fiume il tenente d’aviazione Guido Keller, milanese, discendente di un’antica famiglia svizzera, fu l’incarnazione perfetta dell’omosessuale di destra. Come nell’antica Grecia, praticava un’omosessualità non esclusiva, e in ogni caso con il presupposto che il legame omoerotico sancisse un desiderio di perfezione virile. Perciò fondò la brigata “La Disperata”, sull’esempio del battaglione sacro dell’esercito tebano. E D’Annunzio un giorno – scrive Giovanni Comisso, che fu legionario fiumano e membro della Brigata di Keller – «vide gli arditi che se ne andavano a due a due presi per mano verso la collina e li indicò dicendo: “Guardate i miei soldati, se ne vanno a coppie come i soldati di Pericle”». Così leggiamo nell’autobiografia di Comisso, Le mie stagioni, che presenta ampi squarci di rievocazione della vicenda fiumana.
Scrive quindi riguardo a Comisso Claudia Salaris nel suo libro Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (il Mulino, Bologna 2002, p. 185): «Ma è soprattutto ne Il porto dell’amore, romanzo autobiografico ambientato a Fiume tra la primavera del 1920 e il “Natale di sangue” dello stesso anno, [***] che Comisso riesce a rappresentare l’affettività e la fisicità dell’amicizia maschile, tanto che esso, pur se dice e non dice, appena appena, sfuma, allude, dissimula e svia, può essere visto anche come libro della sensibilità omosessuale. Tutta la produzione di Comisso del resto è pervasa da una nota di sensualità; l’omosessualità che connota la sua biografia è costantemente presente nelle opere, pur se spesso velata da reticenze e occultamenti. Goffredo Parise, che sarà uno dei suoi più cari amici, preferirà parlare di pansessualità». Beh, come Guido Keller. Il quale, come D’Annunzio, odiava il borghese e antieroico Giolitti. Perciò dopo il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) che aveva sancito la fine dell’impresa fiumana, due giorni dopo, Keller a bordo del suo biplano fece rotta per Roma: qui, dopo avere lanciato una rosa bianca sul Vaticano con dedica a «frate Francesco», il santo amato da D’Annunzio, e sette rose rosse sul Quirinale in dono «alla regina e al popolo d’Italia», scaricò un pitale smaltato con dentro un mazzo di carote e rape su Montecitorio, in aperto dissenso con il Parlamento italiano che aveva firmato il Trattato.
Quid plura? Smetteremo di sentire banalità a proposito della festa dell’orgoglio sodomitico? Soprattutto, si potrà dire finalmente che è una schifezza, senza essere tacciati di omofobia da maestrine invasate, giornalisti culilinctori, impiegati del catasto che sperano di essere accolti nei salotti che contano facendo professione di correttezza politica? Ho paura proprio di no. Ma era nostro dovere, se non redimerli, metterli nelle condizioni di ragionare.
Di solito si dice dalle stalle alle stelle. Qui faremo il contrario, andiamo dalle stelle alle stalle: dopo aver parlato di Platone, Aristofane, Catullo, Virgilio, Comisso e D’Annunzio, chiudiamo questo articolo con la foto di un momento di ordinaria mostruosità, in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico celebrata a Madrid nel 2013.

Gaypride

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[*] In occasione del quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo, con annessa strage di poliziotti e con l’epilogo che sappiamo, siamo stati investiti da un profluvio di discorsi di apparato. Non ho letto un articolo – dico uno – che non dicesse cose che già si sapessero, ed erano condite di commenti pochissimo intelligenti. Non una parola per esempio su Corrado Simioni, che si era inventato la copertura dell’Istituto per l’insegnamento delle lingue Hypérion, quindi assecondando la sua antica inclinazione cattolica sarebbe stato vicepresidente della Fondazione Abbé Pierre e in quanto tale fu ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II, infine fece perdere le sue tracce facendosi buddista. A capo di una manica di disperati, Corrado Simioni era ritenuto il “grande vecchio” delle Brigate rosse (dove le persone intelligenti erano solamente tre: Corrado Simioni, appunto, Roberto Senzani, criminologo, ed Enrico Fenzi, oggi il più grande esperto di Petrarca). Fra tutte le banalità che si sono dette su Aldo Moro, quella ricorrente, sempre e immancabilmente, è che fosse un grande statista. Noi ci rifiutiamo di unirci al coro conformista, ruffiano e politicamente corretto.

[**] Se si crea un neologismo su base latina, si dovrà evere rispetto per la natura di quella lingua. Poiché in latino si dice femina, con una “m”, si dirà in italiano “feminicidio”, e non “femminicidio”. Del resto in inglese di dice feminicide, in spagnolo feminicidio o femicidio, in francese féminicide. In quei paesi fortunati, evidentemente, i ragionieri e gli agrimensori non hanno voce in capitolo, fuori del loro ambito naturale, che è quello delle cacate carte.

[***] L’impresa fiumana cominciò il 12 settembre 1919 e terminò – appunto – con il “Natale di sangue”, quando la città di Fiume fu accerchiata dal Regio esercito e D’Annunzio ricevette l’ultimatum; al rifiuto del Vate, la popolazione ebbe 48 ore di tempo per lasciare la città; poi cominciò l’assedio (che sarà condannato da Antonio Gramsci).

 

La mossa del cavallo

Un romanzo di Camilleri alla TV, questa volta senza Montalbano

La mossa del cavallo

Facendo clic sull’immagine è possibile vedere lo sceneggiato su Ray play, ancora per una settimana a partire dal 27.02.2018). forse anche più.

La mossa del cavallo è l’ultimo sceneggiato della TV (ma lo “sceneggiato” oggi in linguaggio coglione è chiamato “fiction”) tratto da un romanzo di Andrea Camilleri. Ma non c’è Montalbano, anche se il protagonista di questo racconto è ancora il bravo Michele Riondino, che ha interpretato il giovane Montalbano.
Riondino veste i panni di un ispettore delle finanze calato dal Nord in Sicilia per verificare certe anomali, l’evasione della tassa del macinato dovuta dai proprietari dei mulini.
I fatti narrati sono realmente avvenuti, nella Sicilia da poco inglobata nel Regno d’Italia (in forza del referendum, al quale presero parte 500.000 aventi diritto, e quasi tutti votarono per il “Sì”, cioè a favore del nuovo re Vittorio Emanuele II). Camilleri però ambienta la storia a Vigata e il protagonista, che nella realtà era milanese, qui è un oriundo siciliano, trasferitosi con la famiglia a Genova, quand’era ancora bambino. Perciò all’inizio lo sentiamo uscire in esclamazioni genovesi, e parla italiano con accento genovese. Finché viene incastrato in una brutta storia: lo si fa passare per l’assassino del prete, ed è un modo per sbarazzarsi di uno che aveva capito troppo, cose che non avrebbe dovuto capire. Finisce in carcere, torna con il pensiero ai fatti ai quali ha assistito, pensa a una strategia per uscire dall’incastro.
Ecco allora la “mossa del cavallo”: l’ispettore da genovese che era, torna ad essere siciliano: parla siciliano, pensa siciliano. Così arriva a ragionare di fino e, grazie all’aiuto di un magistrato onesto, è infine discolpato. Camilleri ci ricorda che il giudice Falcone interrogava i suoi indagati immancabilmente in siciliano.
Dopo aver visto lo sceneggiato (in linguaggio coglione: fiction) ho sùbito acquistato il libro, in formato elettronico (costa meno, non si perde tempo a ordinarlo, e la ricerca dei vocaboli all’interno del libro è più veloce e sicura) ed è così che, a maggior ragione, ho potuto apprezzare la qualità della trasposizione televisiva. Per esempio, nella caratterizzazione del prete, quello che verrà ucciso. Questi è un prete di malaffare, avido e lubrico. Eccolo, nelle parole di Camilleri:

Soprattutto, patre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi [= uccellini], delle picorelle, degli àrboli, delle arbe [= albe] e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Criatore.

Infatti una vedova di conturbante bellezza, ma squattrinata, profitta della debolezza carnale del prete per dirottare nella sua dispensa generi di prima necessità, ma anche per farsi fare costosi regali. Se il prete vuole guardarla, più o meno nuda, o toccare e financo baciare, sarà necessario pagare:

Fino a quel momento, la taliata [= guardata] di una minna [= tetta] nuda gli era costata cento grammi di cafè bono; la taliata di tutt’e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata [= bacio] senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli; una vasata con la lingua e le due minne nude, tre tazzine di porcellana e relative sottotazze; una passata di mano a lèggio a lèggio [= con tocco leggero] sopra le minne nude, un cucchiarino di vero argento; una vasata per ogni capezzolo, un rotolo di tela matapollo [= madapolam, tessuto di cotone indiano leggero] finissima per fare camicie.

La vedova è interpretata da Ester Pantano che in una videointervista pubblicata su Raiplay, tutta accollata e senza orpelli, ha l’aria di voler sembrare poco più che una casalinga, una di quelle che si rincoglioniscono a vedere la Tv del pomeriggio. Ma sa essere “fimmina piccante” (così diceva Tiberio Murgia nei Soliti ignoti [*]), questo lo si capisce, se appena si sa guardare fra le righe, e lo sceneggiato dimostra il suo talento.

Nella stesura della sceneggiatura, in particolare, si apprezza che padre Carnazza (un nome che la dice lunga) reciti una preghiera storpiandone il latino. Questo dettaglio di caratterizzazione della grossolanità del prete si trova soltanto nella sceneggiatura, nel libro non c’è. Tanto più dunque è gradito, perché dimostra rispetto e considerazione per il pubblico che ha ancora orecchio per il latino, quasi un omaggio, al quale da tempo non siamo più abituati. Infatti chi sa di latino dispone di un motivo di sorriso e sprezzatura in più, ed è per lui che si è usato questo accorgimento. Proprio come nella vecchia televisione, democristiana ma intelligente, di Bernabei,  che invece di livellare la comunicazione al basso, intendeva educare le masse e si guardava dall’offendere l’intelligenza del pubblico più raffinato. In questo caso, si è introdotta una notazione espressiva, quasi un elemento di complicità apprezzabile pressoché solo da chi ha una mente aperta, oggi più che mai, anche perché sa di latino; una lingua per lunga tradizione non identitaria, non settoriale, ma universale (perciò, tra l’altro, tenuta in gran dispetto da mongoidentitari, aziendalisti e operatori dell’impostura nei vari settori merceologici e ideologici). Ecco la preghiera storpiata (tra parentesi, le parole originali):

Domine Deus omnipoten [omnipotens], chi [qui] per Immaculatam Generilicem [Genetricem] Filii tuam [tui] omnia no [nos] habere voluisti, da nobis, tantae Matris auxilio, praesentis tempòris [témporis] specula [pericula] devitare, ut vitam consequarum [consequamur] aeternam. Per endam [eundem] Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum chi [qui] tecum…

Così stando le cose, penso che la visione dello sceneggiato sia da classificarsi assolutamente sconsigliabile per il gatto padano, per tre buone ragioni che il lettore intelligente e frequentatatore abituale di Nusquamia comprenderà facilmente.

Per un approfondimento storico-politico, si veda questa presentazione di Camilleri e, in particolare, si porga orecchio a quanto afferma a proposito della repressione del brigantaggio in Sicilia. A suo tempo presentammo il film di Pasquale Squitieri Li chiamarono briganti, sulla repressione del brigantaggio in Campania, e sulla figura del resistente brigante Carmine Crocco.

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[*] Ecco il Tiberio Murgia-pensiero, espresso in questi termini nel capolavoro di Monicelli: «Fimmena piccante, pigghiala per amante; / fimmena cuciniera, pigghiala per mugliera». Ci piace ricordarlo, in quanto politicamente scorretto in senso lato e, oggi in particolare, boldrinamente e serranamente scorretto. Sarebbe anche felinamente scorretto: spero però che il gatto padano stia al suo posto, tra le amatissime (da lui) sue cacate carte traguardate con occhio agrimensurale, e non voglia mettersi sullo stesso piano della dott.ssa Serra che, non foss’altro che per la sua educazione borghese, è qualche spanna più in alto: tra l’altro, a differenza del gatto e della zia Boldrina, si esprime correttamente in italiano. A proposito, perché la dott.ssa Serra non corregge i compitini di MarcoBattaglia (per chi non lo conoscesse: l’araldo di “Vivere Curno”, titolare della mistica similgiovanile dell’Erasmus/Orgasmus)? Bisognerebbe spianare tutta quell’enfasi che mette nei suoi scritti, quel gorgoglio di autocompiacimento, quei punti esclamativi.