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«Onestà, onestà…»

Ovvero la volgare inintelligenza circa le cose della politica. Per non parlare dell’imbecillità dei declamatori: lo dice Benedetto Croce

Croce, Etica e politica

Qui nell’isola di Nusquamia siamo razionalisti, tutt’altro che crociani; questo non c’impedisce tuttavia di apprezzare certe analisi letterarie del Croce e il giudizio politico, che estraiamo da Etica e Politica, Adelphi, Milano 1994, qui sotto riportato.
Premessa, per evitare fraintendimenti – Su un punto però ci corre l’obbligo di mettere le mani avanti: non siamo d’accordo quando il Croce mette sullo stesso piano chimici, fisici, matematici e medici da un lato, in compagnia dei poeti  (magari, per sommo dileggio, perfino poeti dialettali: Bossi cominciò la carriera politica come poeta dialettale) e – aggiungiamo noi – perfino, forse, insieme con i cultori di storia locale, i mistici del territorio e i causidici cazzeggiatori (chissà perché il Croce non li menziona; eppure nella sua Napoli erano una vera e propria piaga, come acutamente osservava il meridionalista Gaetano Salvemini).
Fautori da sempre del socialismo “scientifico” (ché tale fu il socialismo italiano delle origini), raccogliamo lo spirito del Cattaneo che con il suo Politecnico (vedi: così scriveva nel primo numero della sua rivista), intendeva far derivare «dalle più ardue regioni della Scienza […] sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile». Scriveva inoltre il Cattaneo, con riferimento alla Lombardia, ma il discorso vale per l’Italia intera: saranno le «Arti Fisiche, le Arti Sociali, le Arti Mentali, le Arti Belle» a promuovere «una nuova trasformazione di quell’industria che, perseverando per venti secoli, ha già potuto recare questa nostra terra Insubrica dallo stato suo primitivo di sabbia o di palude a quello di una incomparabile feracità». Perciò siamo del parere che, stante l’attuale complessità del sistema, i politici che manovrano le leve del potere, o ambiscono di manovrarle, debbano essere uomini d’intelletto fino, sappiano ragionare per modelli, e siano consapevoli dei nessi con cui interagiscono i diversi aggregati funzionali costituenti il sistema.
Considerazioni analoghe – lo dico di sfuggita – potrebbero farsi per la rifondazione o anche il “superamento” del Pd, con l’eventuale costituzione di un nuovo partito della sinistra, del quale molto si discetta questi giorni. Senza dirlo apertamente (ché questi sono tempi brutti, il populismo imperversa di pari passo con la prevalenza del cretino), ma operando concretamente, la rinascita della sinistra in Italia, e in Europa, dovrebbe procedere all’insegna del primato dell’intelligenza, dell’alta cultura e della scienza. Come dire: a) Mort aux cons! b) contenimento delle velleità dei dilettanti allo sbaraglio; c) corsia preferenziale per chi si presenta provvisto di idonei strumenti per ragionare (no alla retorica e al cazzeggio giuridico; affrancamento dall’ipoteca cattoprogressista, che fra l’altro è elettoralmente meno determinante di quanto di pensi).
Al solito, siamo schierati con Cattaneo (spesso citato, più che altro a sproposito, dai leghisti di prima maniera), il quale per la rinascita civile, morale ed economica dell’Italia postulava una più intensa partecipazione alla vita politica di fisici e ingegneri e un contenimento degli avvocati. Questo naturalmente non ha niente che fare con la persecuzione della cultura classica, come qualcuno vorrebbe, onde ottundere le sempre più sporadiche persistenze di pensiero critico. Come abbiamo scritto più volte, non bisogna confondere l’umanesimo con le humanities di Martha Nussbaum, con le cosiddette (e stramaledette) “Scienze della comunicazione”, con l’impostura pseudoscientifica dei tecnoburocrati, con il nuovo che avanza, con la mistica della rete ecc.

manifestopolitecnico

Manifesto programmatico della rivista Il Politecnico, fondata e diretta (dal 1832 al 1863) da Carlo Cattaneo. Facendo clic qui sopra, è possibile leggere la riproduzione in facsimile del primo volume della rivista, che riporta in apertura il manifesto. La rivista intendeva promuovere la conoscenza – in particolare, la conoscenza delle Arti [= discipline, diremmo oggi] fisiche, delle Arti sociali, delle Arti mentali, e delle Belle arti – al servizio del progresso sociale.

Avendo stabilito che niente ci è più alieno della polemica idealista di Croce contro le matematiche e le scienze  sperimentali (parliamo delle scienze autentiche: fisica ecc.; niente “scienze” esoteriche, niente Martha Nussbaum ecc.) concludiamo nondimeno sull’opportunità di considerare le parole del filosofo napoletano al riguardo della mistica dell’onestà. Infatti, avendo fatto la tara della polemica antiscientifica, qui soltanto latente, ma altrove in Croce ben presente, conserviamone il succo, laddove ci mette in guardia dall’insopportabile pesantezza della polemica sollevata dagli “inintelligenti” e dagli imbecilli riguardo al tema dell’onestà. Fra l’altro, se analizziamo la storia recente della Lega Nord, ci accorgeremo che i più erano disonesti perché ignoranti. Perciò Nenni per un lungo tratto della sua carriera politica fu contrario all’ingresso del suo partito (il Psi) nel governo, perché sapeva quanto i suoi quadri di base fossero ignoranti.

Adesso leggiamo le parole di Benedetto Croce:

Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della onestà nella vita politica.
L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio Paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica.
Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere un quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine.
È strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura.
«Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica?» si domanderà. – L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze.
«È questo soltanto? E non dovrà essere egli uomo, per ogni rispetto, incensurabile e stimabile? E la politica potrà essere esercitata da uomini in altri riguardi poco pregevoli?». Obiezione volgare, di quel tale volgo, descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo tenderanno in proprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo marito, cattivo padre
[…] « Ma no, » (si continuerà obiettando), « noi non ci diamo pensiero solo di ciò, ossia della vita privata; ma di quella disonestà privata che corrompe la stessa opera politica, e fa che un uomo politicamente abile tradisca il suo partito o la sua patria; e per questo richiediamo che egli sia anche privatamente ossia integralmente onesto ». – Senonché non si riflette che un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria, il fine sostanziale della sua vita.

 

 

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L’ideologia della grammatica

Un opuscolo di padre Giuseppe Zanchi ci aiuta a capire lo sconcerto dei religiosi nei confronti della scuola laica dell’Italia post-risorgimentale

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Alvarez_Corso di latino

Il corso di latino dell’Álvares, articolato in tre libri dedicati rispettivamente alla morfologia, alla sintassi e alla prosodia: per sfogliarlo, fare clic sull’immagine. La prima pubblicazione dell’opera in forma completa è del 1572. Era il testo di riferimento per l’insegnamento del latino nelle scuole gesuitiche, raccomandato dalla Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu [1599]. Di questo corso si ebbero più di 400 edizioni conformi, tutte in latino, perché il latino era la lingua franca dei gesuiti in tutto il mondo, e perché la Ratio studiorum gesuitica prevedeva che il latino fosse lingua di comunicazione. Conobbe inoltre un numero incredibile di adattamenti (riduzioni) e traduzioni. Il metodo dell’Álvares, osserva Emilio Springhetti, «è un metodo razionale: esposte brevemente le regole, vi aggiunge in corsivo Appendici e Commentari pieni di osservazioni e spiegazioni storiche, filologiche, pedagogiche per i professori» (Storia e fortuna della grammatica di Emmanuele Álvares ). Ai gesuiti era demandata in particolare l’istruzione superiore del clero e della nobiltà. L’insegnamento del latino fu impartito nell’Italia pre-unitaria, oltre che nei collegi dei gesuiti, prevalentemente nelle scuole pubbliche tenute dagli ordini religiosi dei barnabiti, scolopi e somaschi.

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L’anno scorso mi ero imbattuto – in rete – in un trattatello sul modo d’insegnare l’analisi logica nelle scuole elementari, scritto da un religioso. A dir la verità non sono sicurissimo che l’autore, Giuseppe Zanchi, fosse un religioso, non essendo riuscito a trovare riscontri, ma la lettura dell’opera, in particolare della seconda parte, quella ideologica, non dovrebbe dare adito a soverchi dubbi. In ogni caso il sentire di Zanchi è religioso, in senso militante, ed egli non fa niente per dissimularlo, come si capisce già leggendo queste parole del sommario: «Per il verbo [inteso come ente grammaticale] l’anima si fa mirabilmente specchio della Divinità». L’immagine qui sotto presenta la prima pagina dell’opuscolo: facendovi clic con il topo del computer sarà possibile sfogliarlo.

Opuscolo Zanchi

In queste Riflessioni pratiche ed esercizi di analisi logica si nota una strana commistione di raccomandazioni di buon senso, nella prima parte (pp. 1-11) e considerazioni teoriche, puntigliose, nella seconda parte (pp. 12-19). Le raccomandazioni sono rivolte ai maestri, sul modo di presentare una materia così difficile, tutto sommato, quando veramente si voglia capire che cosa sia l’analisi logica, cioè quando l’analisi logica non sia un esercizio svolto a norma di cacata carta, “come vuole la maestra”. Sono le cose che il buon maestro dovrà insegnare ai ragazzi, con metodo e gradualmente. Anche le considerazioni teoriche sono rivolte ai maestri, ma come in segreto: infatti – scrive Zanchi – queste cose che io vi dico non dovete ripeterle ai ragazzi. A ben vedere le considerazioni teoriche tutto sono  tranne che gli «esercizi di analisi logica» promessi nel titolo, sono invece una puntigliosa presa di posizione contro la scuola laica dell’Italia post-risorgimentale. Proprio qui sta l’interesse dell’opuscolo.

Scrivendo dell’insegnamento dell’analisi logica ai bambini (nel 1870, pare), Zanchi in realtà intende levarsi qualche sassolino dalla scarpa e appuntare i suoi strali sul ginnasio-liceo della riforma Casati, modellato sul ginnasio prussiano, del quale il religioso avvertiva certo sentore di massoneria. La legge Casati è del 1859 ed entrò in vigore nel Regno di Sardegna nel 1860, prima dell’impresa garibaldina; quindi, con l’unificazione, divenne legge per tutta l’Italia (tranne che per lo Stato pontificio e per il Trentino, che comunque aveva una scuola di tutto rispetto).

Prima parte dell’opuscolo

In questa prima parte del trattatello si legge che la proposizione essenziale consta di tre parti: a) il soggetto; b) il verbo; c) l’attributo. Qui bisogna intendersi, considerato che noi “moderni” siamo abituati a considerare la proposizione essenziale come composta di due parti, e non tre: a) il soggetto; b) il predicato. E non è che lo diciamo noi moderni, perché già la Grammatica latina dello Schultz (vedi), alla quale abbiamo accennato nell’articolo  della pagina precedente (Per un umanesimo senza aggettivi) afferma, a p. 173: «Chiamasi proposizione l’epressione di un pensiero per mezzo di parole. Ogni proposizione è composta di due parti essenziali, che sono il soggetto e il predicato». Ho scritto “noi moderni”: sì, ma per modo di dire; infatti coloro che sono più moderni di noi moderni, appoggiandosi alla grammatica generativa, parleranno invece di “gruppo nominale” e “gruppo verbale”. Però, a ben pensarci, anche costoro sono moderni fino a un certo punto, perché codesta modernità data a più di cinquant’anni fa. Insomma, se uno insegue la modernità, rischia di fare una fine simile a quella di chi cerca la purezza in politica: c’è sempre qualcuno più puro di te che ti epura. Noi, che non abbiamo ansia di fichitudine, ci atteniamo al linguaggio tradizionale, moderno ma non troppo: quello, per esempio, della prof.ssa Calderini che insegnava latino e greco a Pierluigi Bersani nel liceo classico di Piacenza.
Vediamo allora che cosa padre Zanchi intenda per “verbo” e che cosa intenda per “attributo”. Attenzione, non abbiamo che fare con uno che voglia fare il fico (anche lui!), e che perciò le spara grosse, giusto per attirare l’attenzione: lui non è d’accordo con il modello d’insegnamento prussiano, vero, ma la sua analisi logica è radicata nella migliore tradizione delle scuole confessionali; le quali, se non erano gesuitiche, si sentivano libere di attingere alle importanti acquisizioni in fatto di analisi funzionale della scuola (giansenista) di Port Royal, quella che nel 1660 diede alle stampe la Grammaire générale et raisonnée. Facendo clic con il topo del computer sull’immagine qui sotto è possibile sfogliarne una ristampa del 1754.

Grammaire Port Royal

Leggiamo infatti a p. 57 dell’edizione della quale si è qui fornito il nesso: «Toute proposition enferme nécessairement deux termes: l’un appellé sujet, qui est ce dont on affirme, comme ‘terre’; et l’autre appellé attribut,qui est ce qu’on affirme, comme ‘ronde’; et de plus la liaison entre ces deux terme, ‘est’». Proprio come dice padre Zanchi.
Ora, per capire bene le cose, bisogna intendersi sul significato dei termini: intanto, per la grammatica di Port Royal il termine “soggetto” significa la stessa cosa che intendiamo noi; quello che per loro (e per padre Zanchi) si chiama attributo, invece, per noi è il predicato nominale; e anche il modo di intendere il verbo è diverso.
Consideriamo per esempio la frase “Il calamaio è nero”. Dice padre Zanchi: “il calamaio” = soggetto; “è” = verbo; “nero” = attributo. Noi invece diciamo: “il calamaio” = soggetto; “è” = copula, cioè nesso tra il soggetto e la parte nominale del predicato; “nero” = parte nominale del predicato. Per noi “moderni” il verbo “essere”, insieme con la parte nominale del predicato convergono in un unico elemento dell’analisi logica, che prende il nome di predicato nominale. Perciò diciamo che la proposizione essenziale (cioè, senza complementi) consta di due parti, e non di tre.
Ma se nella proposizione, invece di avere un predicato nominale, abbiamo un predicato verbale (così lo chiamiamo noi) secondo la logica di Port Royal (e secondo Zanchi) la proposizione essenziale consta ancora di tre parti? Sì, perché la proposizione essenziale, per esempio, “Pietro legge” si trasforma in “Pietro è leggente”, dove Pietro è il soggetto; con “è” si parla ancora di verbo, una voce del verbo “essere” che è verbo per antonomasia: è il “verbo semplice” o anche, come si legge in certe grammatiche francesi di qualche tempo fa, il “verbo sostantivo”; “leggente” è l’attributo, un termine che non può mancare in una proposizione essenziale, perché esso è ciò che si afferma, o si giudica, del soggetto. Insomma, “leggere” è un verbo, e nessuno lo nega; ma è un verbo che contiene l’attributo “leggente”, come abbiamo visto; pertanto si dirà che è un “verbo attributivo”. In sostanza, quel che noi chiamiamo “predicato verbale” per la grammatica di Port Royal si chiama “verbo attributivo”. Così quando dico «La calamita attira il ferro», esprimo un giudizio associando al soggetto (la calamita) un attributo, che è “attirante”(“attira” equivale a “è attirante”): l’attributo è un participio presente. Se volgiamo la frase al passivo, nella frase «Il ferro è attirato dalla calamita» troviamo il verbo “essere” già in evidenza, e l’attributo è un participio passato.
Questo modo di denotare gli elementi della proposizione in analisi logica è proprio non soltanto della scuola di Port Royal, ma di tutte le persone istruite che siano venute a conoscenza dell’impostazione razionalista e funzionalista della linguistica di Port Royal. Troviamo riscontro di questa nomenclatura, per esempio, nell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, i cui 17 volumi furono stampati tra il 1751 e il 1765, cent’anni dopo la grammatica di Port Royal: si veda l’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers alla voce “Verbe”: «La première division du verbe est en substantif & en adjectif. […] On doit donc trouver dans le verbe substantif ou abstrait, la pure nature du verbe en général». Insomma, il verbo “essere” ha una posizione di tutto rispetto, tanto che – si diceva – le lingue potrebbero fare a meno dei verbi attributivi, fermo restando che esistono gli attributi; ma non potrebbero fare a meno del verbo “essere” che, non a caso, viene chiamato “sostantivo”, perché denota la “sostanza” dell’attributo associato al soggetto. Si veda la pagina del quaderno di analisi logica, che presentiamo qui sotto: il quaderno, stampato nel 1855, è concepito per guidare l’allievo nell’analisi del periodo e della proposizione. Il periodo infatti è analizzato (“scomposto”) in proposizioni (tante quanti sono i verbi di modo definito [*]). Del verbo occorrerà specificare se è sostantivo o attributivo; dell’attributo occorrerà indicare se è compreso nel verbo (verbo attributivo) e, se lo è, dovrà essere enucleato scomponendo il verbo attributivo in verbo “semplice” e attributo (per esempio, il verbo attributivo “vado” andrà sciolto in “sono” e “andante”).

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Cahier d'analyse logique

Fare clic sull’immagine per visualizzarne un ingrandimento in formato pdf.

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La prima parte del trattatello dello Zanchi si conclude con numerosi suggerimenti e considerazioni utili: su una possibile definizione del soggetto, spendibile con i bambini (il soggetto non sarà «quello che fa l’azione», ma «ciò di cui si afferma qualche cosa, e che regge il verbo»), sulla necessità di non confondere l’attributo con l’aggettivo ecc. Quindi l’autore, già mentre introduce altre nozioni di stretta pertinenza dell’analisi logica, tutto sommato elementari (per esempio, la distinzione tra proposizioni implicite ed esplicite, in relazione ai modi del verbo), si lascia andare a riflessioni di carattere filosofico, anche religioso, e sempre più vi si addentra, così che da semplice guida ed eserciziario, il suo trattatello assume una venatura filosofica. Del resto, si sa, la grammatica, la prima grammatica pervenutaci (Τέχνη γραμματική), quella di Dionisio Trace, nasce da un interesse filosofico.

Seconda parte

La seconda parte dell’opuscolo di padre Zanchi, ancorché possa apparire noiosa e, soprattutto, inutile è in realtà la più interessante, perlomeno nella nostra prospettiva, quella di chi è più interessato all’ideologia che all’analisi logica in sé, per la quale facciamo riferimento ad altri testi. Tale è la foga di esprimere dissenso per la grammatica “prussiana”, che l’autore rinuncia a una trattazione sistematica o anche soltanto schematica dell’analisi logica e del metodo per insegnarla, come pure aveva promesso. Per esempio, a p. 4 introduce la proposizione «Lesbino vide un gatto», quindi spiega che Lesbino è il soggetto, e che “vide” è uno di quei tali verbi che sono stati definiti attributivi: infatti contiene l’attributo “veggente” che può essere enucleato; in altre parole ancora “vide” equivale a “fu veggente”. Però Zanchi non dice quale sia la funzione logica dell’espressione “un gatto” e, tutto sommato, la cosa non gl’interessa più che tanto; parlerà infatti del complemento oggetto soltanto a p. 16, quando confessa di sentire «un poco d’una vecchia ruggine contro ai complementi» e il «nudo formulario» al quale avviene che nelle scuole si riduca, il più delle volte, la loro lista. Qui lo Zanchi sembra in sintonia con i professori “progressisti” d’oggi i quali sostengono che bisogna smetterla di parlare dei complementi e, soprattutto, di volerli classificare spaccando il capello in quattro (quanti sono? 47, o forse anche più? Segue sghignazzo). E conclude: «Parlate, sì, dei complementi in generale, ma rarissime volte delle loro specie; basta solamente che i vostri discepoli ne acquistino un’idea chiara».

A Zanchi interessa mettere in chiaro due punti:

a) La proposizione è «un giudizio della mente espresso con parole»; ed è importante non confondere queste tre attività mentali che devono rimanere ben separate: il concepire, il giudicare e il ragionare. Sono tre operazioni dello spirito separate, e che tali devono continuare ad essere. L’importanza dell’analisi logica sta proprio in questo, nel sorvegliare la correttezza del giudizio formulato assemblando le parole e nel guidare la corretta formulazione del giudizio. In questo, ancora una volta, padre Zanchi non si discosta da quanto prescritto nella Grammatica di Port Royal (pp. 57-58):

Tous les philosophes enseignent qu’il y a trois opérations de notre esprit: concevoir, juger, raisonner.
Concevoir, n’est autre chose qu’un simple regard de notre esprit sur les choses, soit d’une manière purement intellectuelle, comme quand je connois l’être, la durée, la pensée, Dieu; soit avec d’images corporelles, comme quand je m’imagine un quarré, un rond, un chien, un cheval.
Juger, c’est d’affirmer qu’une chose que nous conçevons est telle, ou n’est pas telle comme lorsqu’ayant conçu ce que c’est que la terre, et ce que c’est que rondeur, j’affirme de la terre qu’elle est ronde.
Raisonner, est se servir de deux jugements pour en faire en troisième: comme, lorqu’ayant jugé que toute vertu est louable, et que la patience est une vertu, j’en conclus que la patience est louable.

b) La proposizione, cioè il giudizio, ridotta all’osso comprende tre elementi, e non due, come vuole la scuola prussiana. In realtà, come abbiamo mostrato sopra, intendendosi sul significato dei termini, i tre elementi della scuola prussiana sono riducibili ai due elementi della logica di Port Royal, e viceversa. Ma lo Zanchi non vuole saperne; scrive infatti: «Molti grammatici moderni, e v’entrano pure i nomi più illustri, vollero ridurre a due gli elementi essenziali della proposizione, vale a dire a soggetto e predicato (Curtius, Gramm. Gr., P. 2; Schultz, it.)». Insomma, Zanchi conosce bene i due principali esponenti della scuola prussiana, il Curtius e lo Schultz, autori, rispettivamente di una Grammatica greca e di una Grammatica della lingua latina che, tradotte in italiano, andavano allora per la maggiore. Ma tale innovazione dell’antica grammatica, dice Zanchi, «pare contraria direttamente allo scopo dell’analisi logica». Sopprimere il verbo, per farlo assorbire dal predicato verbale significa, secondo Zanchi, togliere di mezzo quell’atto creativo del giudizio che consiste nel mettere in relazione il soggetto e l’attributo: i quali, prima del giudizio, sono soltanto pensati, ma non sono correlati, e se non sono correlati non c’è giudizio (torniamo alla distinzione, che abbiamo visto, tra il concepire, il giudicare e il ragionare). C’è una bella differenza – dice – tra il concepire e il giudicare, tra il vedere e l’affermare. Cioè, per esprimere un giudizio, occorrono due idee, rappresentate dal soggetto e dall’attributo (nel significato di ciò che si attribuisce al soggetto: quel che siamo abituati a chiamare il predicato nominale). Ma le due idee da sole non esprimono un giudizio, occorre stabilire se c’è relazione o non c’è relazione tra le due idee, e ciò avviene per mezzo di un nesso che si chiama “verbo”, il quale nell’analisi logica di scuola francese è sempre il verbo essere: «Le verbe dans une proposition est toujours être» (J. Hauret, Traité d’analyse logique, Pau, 1858).
Avendo chiarito questo punto, che ha una sua dignità razionale, padre Zanchi parte per la tangente, entra nella filosofia e sconfina nella religione. Avendo premesso che, nel mentre che vede, lo spirito “riceve”, e che invece nell’affermare (cioè nel formulare il giudizio) esso “crea”, conclude apoditticamente: «Non si dee abolire il vedere: non si dee negare la luce, quella verità che, come dice il Poeta, tanto ci sublima (Par. 22); ma non si dee sopprimere nemmeno il verbo. Il verbo che, come s’è indicato, fa specchio l’anima della Divinità». Da questo punto in poi, a parte qualche cenno di rinsavimento, è un fiume in piena; e postilla in una nota: «Credo in tutto questo di attenermi alla tradizione più preziosa della filosofia. San Tommaso distinse assai bene l’idea [il concepire, secondo la logica di Port Royal] dal giudizio e così la parte nominale del verbo. “Alla cognizione d’una cosa, scriv’egli [cioè, San Tommaso], uopo è che concorrano due atti della mente: l’apprensione e il giudizio (o l’affermazione) intorno alla cosa appresa” (De Verit., X, 8). E ritrasse una tale dottrina da Aristotele…». Segue una piccola polemica nei confronti della stessa scuola di Port Royal, la quale secondo Zanchi non avrebbe messo bene in chiaro che l’idea è bensì una sorta di sguardo sulle cose, vuoi sugli “oggetti” astratti, vuoi su quelli concreti, ma affermare che l’idea sia una produzione dello spirito umano è sbagliato. L’idea infatti ha un carattere «obiettivo», è «splendore d’una natura affatto superiore». Ma qui ci fermiamo perché ci sembra di avere portato elementi sufficienti per mostrare l’impostazione spiritualista di padre Zanchi, che non tollera l’assorbimento del verbo – del verbo “essere” – nel predicato nominale, o la sua cancellazione nel predicato verbale (il “verbo attributivo”), perché «nel verbo l’anima si fa mirabilmente specchio della Divinità».

Poche parole infine sul momento storico di composizione del trattatello di padre Zanchi. Fu composto dopo la legge Casati che riformava tutto il sistema educativo italiano, dalle scuole elementari all’Università. La legge Casati stabiliva che l’istruzione secondaria classica fosse l’unica che consentisse l’accesso a tutte le facoltà universitarie e che essa dovesse essere disponibile in ogni capoluogo di provincia, a carico dei Comuni per i primi cinque anni (il ginnasio) e a carico dello Stato per gli ultimi tre anni (il liceo). [**] I gesuiti, il cui ordine fu soppresso con la bolla papale Dominus ac Redemptor (1773) sono tornati in Italia, subito dopo la Restaurazione (1814), ma i loro collegi sono ormai passati di mano. In gran parte d’Italia erano stati riformati secondo il modello napoleonico (che a sua volta era ispirato al modello del ginnasio austriaco); sorte analoga avevano subito le scuole tenute dagli altri ordini religiosi, quelle dei Barnabiti, degli Scolopi, dei Somaschi ecc. Dopo la Restaurazione, le scuole degli ordini religiosi tornarono ad aprire i battenti, affiancate però da scuole comunali che avevano conservato qualcosa del modello napoleonico. Ma bisogna aspettare la legge Casati perché nel neo costituito Regno d’Italia si assista a un processo di secolarizzazione dell’istruzione. In particolare, i collegi dei gesuiti adesso sono trasformati perlopiù in “Regio Liceo” (o “Regio Liceo-Ginnasio”).
Padre Zanchi, della cui buona fede non abbiamo ragione di dubitare, prendendo la parola sul migliore sistema d’insegnare ai bambini il funzionamento dell’intelletto, attraverso l’analisi logica, fa sapere ai maestri delle scuole elementari, forse anche a qualcun altro, di non essere d’accordo sulla riforma di secolarizzazione della scuola italiana. Ma almeno lui aveva le sue buone ragioni, in quanto religioso e uomo di fede. C’è da domandarsi quali pessime ragioni abbiano coloro che intendono smantellare, pezzo per pezzo, e senza darlo a vedere, il nostro glorioso e laico liceo classico di stampo, come abbiamo visto, prussiano.

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[*] I verbi di modo indefinito (infinito, participio, gerundio e, in latino, gerundivo) sono forme nominali: possono essere soggetto, oggetto ed entrare nella composizione dei complementi: per esempio, nella frase “Sono andato a fare la spesa”, “a fare la spesa” è complemento di fine + oggetto della forma nominale del verbo.

[**] I primi cinque anni corrispondono ai tre anni delle scuole medie ai quali s’aggiungono quelli della quarta e quinta ginnasiale del liceo classico, quello prima della riforma Gelmini (2010), quando la quarta e quinta ginnasiale furono ribattezzate, in modalità politicamente corretta, primo e secondo anno del liceo classico; conseguentemente gli anni I, II, e III del liceo classico, quello di prima, diventarono III, IV e V del liceo classico Gelmini-riformato. Invece di occuparsi della parità delle opportunità, per esempio stabilendo un sistema di borse di studio, la burocrazia ministeriale preferì procedere alla gherminella linguistica della parità delle denominazioni.

 

Per un umanesimo senza aggettivi

… e senza pretesa di fichitudine modernista

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Homo sum

Una pagina dell’Heautontimorumenos (“Il punitore di se stesso”) di Terenzio, recante la celebre affermazione «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», “Sono un uomo, e niente di ciò che è umano ritengo che mi sia estraneo”. 

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Nella precedente pagina di Nusquamia è possibile leggere il “commento” laconico di un lettore: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Heautontimorumenos, v. 77)». Tutto qui. E tutto giusto. Nell’edizione da me consultata la citazione, come si vede nll’immagine qui sopra, sarebbe “I, 1, 25”, infatti i versi sono numerati progressivamente all’inizio di ogni scena, atto dopo atto. Poiché siamo alla scena prima dell’atto primo e il prologo comprende 52 versi, i conti tornano.
Scrivendo «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», come si legge nella commedia di Terenzio, il lettore di Nusquamia mi invita – immagino – a parlare dell’umanesimo e, implicitamente, a parlarne in stile nusquamiense. Ecco dunque alcune considerazioni preliminari che mi dànno il destro per mettere le mani avanti e prendere posizioni poi su due minacce che incombono su quel che resta oggi dell’umanesimo, o su quel che potrebbe restare.

a) L’“umanesimo”, inteso come movimento letterario e speculativo, in effetti viene talora compendiato facendo ricorso all’espressione Homo sum…, che in realtà nella commedia di Terenzio ha tutt’altro significato (quel che, con parola greca, si dice filantropia, cioè amore per l’uomo), ma poco importa.
Meglio allora prendere le mosse dall’accezione che si attribuisce all’“umanesimo” del Quattrocento, conforme a quanto scrive Pico della Mirandola nel trattatatello Oratio de hominis dignitate, che è considerato il manifesto dell’Umanesimo, quella per cui l’uomo è libero artefice e costruttore di se stesso, libero dunque di «degenerare verso i bruti o di rigenerarsi fino all’altezza delle cose divine». La libertà dell’uomo si realizza nella ricerca del vero, che non può prescindere dal lascito di sapienza degli antichi, letti e studiati direttamente.

b) Da un “umanesimo” così inteso nasce l’interesse e il gusto per la riscoperta degli autori classici – latini e greci – già cominciata con il Petrarca, ma che nel Quattrocento diventa quel che oggi si direbbe un “movimento” di reazione alla filosofia scolastica, in aperta polemica con una concezione sterile della cultura (in primo luogo, la cultura delle arti del Trivio). I classici furono dissepolti, amati e imitati all’insegna dell’espressione ciceroniana degli Studia humanitatis, parimenti la lingua latina si spogliò dei barbarismi per tornare al nitore della migliore tradizione. Cominciò di lì quella gara dei moderni con gli antichi che caratterizzò il Quattrocento e il Cinquecento, e che indusse Leon Battista Alberti a scrivere un trattato di architettura in dieci libri, proprio come Vitruvio, ma in un latino molto migliore di quello di Vitruvio. E con tutt’altro intendimento. Ma non era soltanto un interesse linguistico, l’interesse era anche filosofico, ancora una volta in polemica con la Scolastica e, soprattutto in Italia, con un occhio di riguardo all’arte del buon governo.

c) La pulsione anticonformista dell’Umanesimo è testimoniata esemplarmente dall’Elogio della follia di Erasmo, che appunta il suo sarcasmo sui grammatici paludati, i poeti e i retori, sui teologi che si perdono in dispute inutili, sui monaci ignoranti, sui cortigiani e sui pontefici di Santa Romana Chiesa che si dimenticano di essere cristiani (in evidente polemica con Giulio II, il papa-condottiero). Questo ci dovrebbe rendere guardinghi nei confronti dei tentativi d’imbalsamare l’umanesimo in un sistema definito da leggi che, per quanto buone, gli andrebbero comunque strette. Insomma, l’umanesimo non può e non deve essere “istituzionale”.

d) La rivoluzione scientifica dell’Età moderna, come l’Umanesimo, ma con una certa latenza temporale, rivendica anch’essa la libertà di ricerca, mette in discussione il sapere paludato, in questo caso quello delle arti del Quadrivio: quale migliore testimone, a questo proposito, di Galileo? Non a caso si chiama “rivoluzione”. Non a caso ancora oggi il progresso scientifico procede – come sostiene l’epistemologo Thomas Kuhn – rovesciando continuamente i paradigmi istituzionali.
Insomma, l’umanesimo nacque libertario, contro il sopruso istituzionale, così anche la scienza. Ed è importante che l’umanesimo e la scienza conservino la loro indole libertaria, altrimenti non si potrà più parlare di umanesimo, né di scienza.

e) Si parla di umanesimo anche in relazione al socialismo, in particolare al movimento che caratterizzò il primo socialismo, quello scientifico di Saint-Simon ecc., inglobato nel pensiero di Cattaneo e sostrato di buona parte del socialismo italiano dell’Ottocento, che fu libertario e positivista (gli “apostoli del socialismo”). Il socialismo scientifico torna ad essere di attualità oggi, come sistema di lotta al populismo e al cazzeggio giuridico, nonché soluzione dei problemi posti dalla complessità del sistema sociopolitico ed economico.

f) In stile nusquamiense, varrà infine la pena ricordare che una ricorrenza significativa della parola “umanista” nella lingua italiana (una delle prime, pare) si trova in una satira dell’Ariosto (Satira VI), dedicata ai professori pedofili: «Senza quel vizio son pochi umanisti / che fe’ a Dio forza, non che persüase, / di far Gomorra e i suoi vicini tristi. […] Ride il volgo, se sente un ch’abbia vena / di poesia, e poi dice: “È gran periglio / a dormir seco e volgierli la schiena”»; cioè: “Pochi sono gli umanisti che non abbiano il vizio della sodomia, per cui Dio fu costretto e persuaso a punire Gomorra e i suoi vicini. […] Il popolo se la ride, se sente che uno di costoro ha voglia di far poesia e commenta: ‘Si corre gran pericolo a dormire con uno di tali poeti, e a volgergli la schiena’“.

 

La quinta colonna dell’Umanesimo

Purtroppo l’Umanesimo o, meglio, quel che avanza della tradizione umanistica in questo travagliato paese, già umiliato da decenni di spadroneggiamento delle sciacquette in campo culturale, dall’avere avuto ministri della pubblica istruzione personaggi del calibro della Moratti, della Gelmini e della sciura Valeria, tutta gente che a buon diritto può essere classificata tra i nemici esterni, è funestato da una quinta colonna, anzi due, composte rispettivamente da:

i) titolari di competenze vere e soprattutto fasulle (laurea in c.d. scienze della comunicazione ecc.) che pretendono di essere “umanisti”, tanto per darsi un tono;

ii) operatori del settore umanistico che per essere fichi e “sc-scientifici”, per noia, per accedere ai finanziamenti di regime e per simili inconfessabili ragioni, si buttano a corpo morto sui grafici di Excel, sulle slàid di PowerPoint, sui lessici frequenziali, sulla grammatica generativa ecc.

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Quinta colonna del primo tipo

Sulla quinta colonna del primo tipo abbiamo già scritto su Nusquamia. Per esempio, riguardo alle c.d. Scienze della comunicazione: «Che cos’ha che fare la Facoltà di Scienze della Comunicazione con il filone di studi e gl’interessi che caratterizzano la tradizione umanistica? Ho avuto la fortuna di conoscere da giovane Pio Baldelli che insegnava Sociologia del Cinema e che fu uno dei primi a interessarsi alla “comunicazione”, come oggi la s’intende. Eppure mai ho percepito che lui, che aveva solide basi culturali, pretendesse di essere un umanista, o che la sua sociologia fosse una disciplina umanistica». E aggiungevo: «Lasciamo che negli Stati Uniti si parli delle “humanities”, come del gruppo di discipline non inscrittibili nell’ambito scientifico e tecnico-scientifico. Molti di coloro che parlano di “humanities” non sanno che cosa sia l’umanesimo; altri, come Martha Nussbaum, lo sanno, o lo saprebbero, però piace loro farsi belli del prestigio culturale dell’umanesimo onde chiedere che, ope legis, parte dei finanziamenti assegnati alle Facoltà tecnico-scientifiche, vada anche ai loro dipartimenti. È una questione sindacale tutta loro. […] Diciamo soltanto: giù le mani dall’Umanesimo!». Comunque, che cos’ha che fare con l’umanesimo un sociologo di regime, o un aziendalista, che non abbiano mai studiato latino?
Anche di Martha Nussbaum ci siamo occupati, e della sua impostura, quando cita spudoratamente il Simposio di Platone e il saggio di  Kenneth Dover, che è un libro serio (Greek Homosexuality), per portare acqua al suo mulino dove si pestano rimasticature politicamente corrette, per legittimare e dare autorevolezza “culturale” a esigenze e “diritti” moderni che il mondo antico disconosceva del tutto. Si veda il capitolo “L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento”, nella precedente pagina di Nusquamia, Politicamente scorretto, ma con stile. In breve, quando la Nussbaum non usa la cultura classica (l’umanesimo) come fuoco di copertura per nobilitare una sua causa contingente, oltre tutto facendo un uso improprio del principio di autorità, scambia le ‘humanities’ con l’umanesimo. Che non sono l’umanesimo, talvolta ne sono la negazione.

Nussbaum, Non per solo profitto

Il titolo di questo libro, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, promette bene perché esprime disprezzo per le ragioni del profitto e si pronuncia, apparentemente, a favore dell’umanesimo. Ma è un titolo ingannevole, sia perché l’umanesimo non sono le ‘humanities’ (e di queste parla l’autrice: arti e letteratura), sia perché il libro sviluppa la tesi che le ‘humanities’ concorrano all’innovazione e allo sviluppo degli affari: il che sarà anche vero, ma non è entusiasmante, per chi sia interessato all’umanesimo. Dunque, basta intendersi e non bluffare sui termini. Quando la Nussbaum sostiene che l’educazione “socratica” e l’addestramento al pensiero critico renderebbe migliori gli uomini, anche nel mondo degli affari, non ha torto. Però: a) non dice niente di nuovo, e l’argomento è a doppio taglio; b) cade nuovamente in contraddizione, quando chiama le sue ‘humanities’ in soccorso di una repressione dei modelli di virilità rei di alimentare il narcisismo infantile, e quando propone un’accurata selezione di opere narrative da proporre in sede educativa. La Nussbaum è una femminista militante ed è stata definita da Camille Paglia, femminista intelligente, «vestale del politicamente corretto».

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Quinta colonna del secondo tipo

Di questa seconda schiera di nemici interni, per il momento meno pericolosi – ma non è una buona ragione per abbassare la guardia – fanno parte coloro che, pur laureati in discipline che a buon diritto si dicono umanistiche, smaniano per apparire “sc-scientifici”, proprio come il piano di scasso e furto all’interno di una banca, nei Soliti ignoti: così diceva Vittorio Gassman, che era balbuziente. Oddio, un conto è il rigore scientifico, del quale la misura non è mai abbastanza. Come dimenticare a tal proposito i meriti della filologia, quella migliore, la filologia di Lorenzo Valla il quale grazie a un’analisi rigorosa del testo riuscì a dimostrare la falsità della donazione di Costantino, che costituì il nucleo iniziale del patrimonio della Chiesa? Tutt’altra cosa però è il cazzeggio sc-scientifico. Naturalmente esiste tutta una varietà di sfumature intermedie, fermo restando che ai nostri giorni il numero di imposture presentate in forma scientifica è in crescita esponenziale. Non è un caso che gli aziendalisti pretendano di essere “scientifici” improvvisandosi proiezionisti di squallide slàid di PowerPoint. Ma veniamo a un caso concreto.

Pronomi

Dettaglio di un libro di testo, una sintassi latina con esercizi di ricapitolazione. Il libro è moderno e pregevole, sotto molti aspetti; purtroppo in questa pagina sono presenti tre frasi latine intraducibili, perché contenenti tre refusi. Escludiamo che la colpa sia degli autori (ci mancherebbe): gli errori sono invece attribuibili ai criteri di produzione del libro, considerato un “prodotto” da “gestire” con criteri manageriali. E i risultati si vedono.

Parliamo allora della grammatica generativa (o linguistica generativa), che ha i suoi meriti, nessuno li mette in discussione. Semmai varrà la pena discutere se sia proprio necessaria nell’insegnamento del latino, che nei licei classici e scientifici è stato finora insegnato con il metodo grammaticale-razionalista [*]. Peraltro, dopo la soppressione, di antica data, dell’insegnamento del latino nelle scuole medie e la diminuzione del numero di ore dedicate al latino nei licei scientifici, si è posto il problema di trovare nuove strade per la didattica del latino: nonostante le resistenze iniziali della burocrazia scolastica, l’apprendimento induttivo (quello dello Shenker Institute, per intenderci, che fu già della Berlitz school, insomma quello dell’insegnamento delle lingue moderne), meno “scientifico”, ma più efficace, e soprattutto più rapido, appare una scelta ragionevole, oltre che obbligata. A maggior ragione non si sente la necessità d’introdurre elementi di grammatica generativa e valenziale, che pure hanno un loro oggettivo interesse, intese come sono al compimento di un progetto ambizioso, quello di definire le regole che permettono di passare dal pensiero alle parole.
Ma improntare l’insegnamento del latino (e del greco) alle nuove teorie grammaticali appare quanto meno azzardato. E, se qualcuno lo fa, tanto per cominciare, dev’essere uno che conosce il latino (e il greco) benissimo: non sono ammessi esperimenti in corpore vili, soprattutto da parte di professori vili; tanto più che gli studenti tutto sono, o dovrebbero essere, tranne che “vili” e che, come diceva Cristo, maxima debetur pueris reverentia.
Conferenze lette nel corso di convegni più o meno utili (ma che “fanno punti” ai fini della carriera) e pubblicazioni (idem c.s.) sulla nuova linguistica in rapporto all’insegnamento del latino ce n’è finché si vuole, troppe; e, immancabilmente, vi si legge l’auspicio che le nuove teorie grammaticali siano inglobate nei programmi scolastici. Ma non esistono libri di testo per le scuole basati sulla grammatica generativa o valenziale  (per fortuna, si direbbe).
Ci fu un tentativo, peraltro molto parziale, d’introdurre la grammatica generativa nel libro di testo Ghiselli-Concialini, Il libro di latino, stampato nel 1985, poi riveduto e ristampato nel 2009 (Il nuovo libro di latino), quindi non se n’è più sentito parlare.
Tuttavia nei libri di testo recenti, anche in quelli buoni, non manca qualche strizzatina d’occhio alla linguistica di moda. In particolare, adesso che la linguistica generativa-trasformazionale ha registrato un fallimento significativo nel campo della traduzione automatica assistita da calcolatore, fondata su un modello deterministico-chomskiano, oggi si fa un gran parlare della linguistica valenziale. Ma, nella prospettiva della didattica del latino, se non è zuppa, è pan bagnato: un po’ come la teoria degl’insiemi insegnata ai bambini delle elementari. La teoria degli insiemi di per sé va benissimo, ma l’insegnamento della matematica ai bambini con una dose eccessiva di teoria degli insiemi si è rivelato disastroso, tanto più che, in pratica, è insegnata in maniera bestiale (si veda in proposito quanto scrive il matematico Giorgio Israel sulle castronerie matematiche connesse).
Perché allora questi inutili cenni alla linguistica moderna che fanno capolino in libri di testo anche buoni? Per moda, tutto qui. Perché la casa editrice vuol mostrare che il suo libro di testo è un libro “fico” e perché il professore che adotta il libro “fico” apparirà lui stesso “fico”.
In generale, non darei la colpa agli autori, i quali, se sono autori di libri seri, non hanno bisogno di apparire “fichi”: tuttavia devono stare al gioco delle richieste esplicite e implicite delle case editrici. Tanto più che oggi il libro di testo, più che prodotto di lavoro intellettuale, frutto di passione, esperienza e studio, è considerato un prodotto industriale. I funzionari della casa editrice (spesso, galline editoriali che si prendono cura dei soli aspetti formali a norma di cacata carta) fanno pressione per avere il “prodotto”, insistono perché sia accattivante e alla moda, perché insomma abbia successo, a prescindere. E si dimenticano che un libro di testo dev’essere oggetto di una cura tutta particolare, perché non faccia del male agli studenti.
Ecco come si rovina un libro di testo, quello del quale qui sopra abbiamo fotografato alcune righe, che tra l’altro mostra di essere stato concepito da menti sottili, ricco com’è di osservazioni intelligenti (non dirò quale sia questo libro: noi non siamo gatti padani [**]). Ed è quello stesso libro di testo che in due occasioni fa ricorso al termine di “attante”, del quale veniamo a conoscenza improvvisamente e altrettanto improvvisamente scompare. Per la verità l’autore specifica che per “attante” deve intendersi un complemento obbligatorio, richiesto dal predicato, come il complemento oggetto che segue obbligatoriamente alcuni verbi: quando dico “Il maestro loda…”, devo dire chi in questo caso è lodato, per esempio Marco. Dunque si dirà che “Marco” svolge qui la funzione di “attante”. Ma era necessario introdurre il concetto (moderno) di attante? Direi di no; però “fa fico”, si capisce. Ripeto, non accuso l’autore, capisco tutto e penso di non avere il diritto di chiedere a tutti quello che invece chiedo a me (che sono un resistente e che, per esempio, ho deciso di morire senza mai subire la costrizione di mangiare sushi).
Invece mi sembra giusto accusare, non l’autore, ma la casa editrice che non ha messo in campo le risorse necessarie per correggere i refusi (perché di questo si tratta, e non d’altro: errori di composizione/trascrizione). Banalmente, bisognava mettere in campo uno o più correttori di bozze e, se la casa editrice non ne disponeva (oggi è la regola), doveva dare all’autore la possibilità di farsi carico autorevolmente della riuscita del libro. Ma ecco che cosa succede a voler considerare il libro non un prodotto culturale, ma industriale: un prodotto “fico”, con tanto di menzione degli “attanti”, e per il resto chissenefrega. Sfogliandolo a caso, saltano all’occhio, in una stessa pagina, tre refusi che rendono intraducibili tre frasi proposte allo studente come esercizio. Le riporto qui sotto, con l’indicazione della correzione che andrebbe fatta:

• Cuius aures clausae veritatis (>> veritati) sunt, ut ab amico verum audire nequeat, huius salus desperanda est.

• Est sapientis, quidquid boni (>> homini) accidere possit, id praemeditari ferendum modice esse, si evenerit.

• Caesar, quae gravissimae (>> gravissime) adflictae erant naves, earum materia atque aere ad reliquas reficiendas utebatur.

 

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[*] Il metodo del grammaticalismo razionalista, di stampo cartesiano, fu inaugurato dalla Grammaire générale et raisonnée di Port Royal, in opposizione a quello in uso nelle scuole gesuitiche, che aveva come riferimento la Institutio grammatica dell’Álvares, come prescritto nella Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu. Il metodo di Port Royal, detto anche funzionalista, perché considera le modalità con cui la mente connette le parole, fu quindi perfezionato dalla scuola tedesca, il cui testo più fortunato fu la Grammatica della lingua latina dello Schultz, pubblicato in Germania a metà Ottocento, che in Italia continuò ad essere stampato, in traduzione, fino al 1926.

Schultz

L’altro libro di riferimento, anch’esso tradotto e adottato nelle scuole italiane, fu la Grammatica del Madvig.

Al filone tedesco sono riconducibili, come per gemmazione, i libri per lo studio del latino stampati successivamente in Italia, compreso il glorioso Tantucci, che presenta «un giusto contemperamento tra le esigenze scientifiche e le esigenze didattiche».

Tantucci

 [**] “Gatto padano” è un personaggio a suo modo famoso, che pretenderebbe di seminare il terrore tra gli abitanti di Curno, facendosi forte della sua terribile e iettatrice scienza copropapirologica. Curno è un paese sgarruppato alle porte di Bergamo, promosso allo status di “bello da vivere” al tempo della sindachessa emerita dott.ssa Serra, e che oggi si fregia della medaglia di “Comune virtuoso” per il suo “stile di vita”; inoltre vi si frigge il pollo con la ricetta segreta del colonnello Sanders.

 

Politicamente scorretto, ma con stile

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GAy pride a Pompei
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Il ricatto morale: «Non ti piacciono le pagliacciate? Allora sei omofobo»

Ecco un’ennesima pagliacciata in arrivo, alla quale la similsinistra, che ha perso per strada i valori del socialismo umanitario, ma ha raccattato le panzane del liberismo aziendalistico e le bùbbole del politicamente corretto, non vorrà far mancare la propria simpatia. Come quando il sindaco panormita Leoluca Orlando (Orlando-Cascio, come diceva Cossiga, con riferimento al padre di Leoluca, l’avv. Orlando Cascio, gran democristiano e uomo di panza) voluttuosamente indossò un boa fucsia, del colore che tanto piace ai culetti allegri (così si sarebbe espresso Aldo Moro nella ricostruzione di Elio Petri, nel film Todo Modo, e Aldo Moro era interpretato da Giammaria Volonté). [*]

Qui sopra, Leoluca Orlando-Cascio presenzia a una festa del’orgoglio sodomitico. La foto risale a qualche anno fa, quando madrina del neo-baccanale era la Cucinotta (ancora prima era stata madrina Ambra Angiolini). Qui sotto, una sequenza del film Todo Modo, un film “maledetto”, del quale finalmente è oggi possibile acquistare il Dvd. Se parliamo di Aldo Moro in questa pagina, è per stabilire un’analogia: il giudizio su Aldo Moro come quello sulla questione sodomitica sono protetti da un muro di gomma, tale che, se non sei allineato con la vulgata politicamente corretta, sei immediatamente ostracizzato. A rigore, sempre che si voglia ragionare e non fare della retorica, il fatto che Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista. Questo era anche il parere del Pci, di tutto il Pci, di Ugo La Malfa e di Eugenio Scalfari. Oggi però c’è chi pretende di ricostruire la storia, tanto che alcuni sprovveduti sono convinti che Bettino Craxi, in quanto “cattivo, fosse poco meno che il mandante morale dell’assassinio di Moro, insieme con Cossiga, naturalmente (in realtà Craxi fu il principale fautore della trattativa con le Brigate rosse). Sempre secondo costoro chi oggi nega la grandezza politica e morale di Aldo Moro sarebbe un cattivo soggetto, degno di anatema politicamente corretto.

Ovviamente, non possiamo passare sotto silenzio le intemperanze di Forza Nuova, una formazione di estrema destra che proclama «Sappiate che se venite a froceggiare fuori del Santuario vi pigliamo a calci sulle gengive»; si veda sull’Huffington Post Forza Nuova minaccia il Gay Pride a Pompei: “È come l’eruzione del Vesuvio, li prenderemo a calci”. Ma come la circostanza che Aldo Moro sia stato assassinato non dimostra che fosse un grande statista, così le spregevoli rodomontate della destra non ci fanno deflettere un ette dal nostro giudizio: queste manifestazioni del gay pride (cioè, di orgoglio sodomitico) sono delle pagliacciate. Evito per il momento di pubblicare le foto delle precedenti manifestazioni, con maschi orrendamente pittati e sculettanti, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa; preferisco ragionare di fino.

 

Tentativo disperato di far ragionare le sciacquette del politicamente corretto

Lo so, a voler condannare le buffonate inscenate in occasione delle giornate dell’orgoglio sodomitico, si corre il rischio di essere marchiati a fuoco come “omofobi”. È un ricatto di facile e vile effetto, perché chi prende posizione contro la banalità similprogressista si espone ipso facto a ritorsione politicamente corretta, che magari non ci sarà, ma intanto meglio non farsi notare: se mi faccio la fama di omofobo non mi invitano più negli ambienti che contano e che potrebbero influenzare la mia carriera. Il conformismo è vile. Sentiamo al riguardo il giovine filosofo Diego Fusaro il quale argomenta che la categoria dell’omofobia è usata come grimaldello per aprire le porte alla persecuzione del pensiero non allineato: chi non accetta il pensiero unico sul tema del cosiddetto “gender” è equiparato a chi vorrebbe la morte dei sodomiti (come invece vuole il Vecchio testamento, che tanto piace ai cattoprogressisti, tanto da preferirlo al Vangelo).

Ricordavo nella pagina precedente, a proposito della smania boldrinesca di femminilizzare i nomi grammaticalmente di genere comune, come in altri tempi gli accademici che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo furono soltanto dodici: ebbene, simile viltà si registra oggi, nei confronti del “politicamente corretto”, soprattutto fra gli intellettuali che rischiano di essere emarginati (niente più interviste, consulenze, scatti di carriera ecc.), quando non apparissero allineati. Quando Cecilia Robustelli, linguista femminista, si è imposta di prepotenza all’Accademia della Crusca, e ha emanato motu proprio le norme di linguaggio politicamente corretto care alla Boldrina, forse che gli accademici hanno trovato il coraggio di opporsi? Naturalmente no, ed è la storia che si ripete.
Su scala ridotta geograficamente e intellettualmente minima, avvenne così che nel paese sgarruppato ma con la pretesa di essere bello da vivere, cioè a Curno, individui squalificati volessero farci passare per nemici delle donne, favorevoli alla violenza sulle donne. Accadeva l’anno scorso. Questa è proprio bella: i sicòfobi che pretendono di mettere sotto accusa i sicòfili. Molto semplicemente, mi espressi contro la violenza, contro tutta la violenza, quella sulle donne, ma anche quella esercitata dalle donne. E portai qualche esempio, simile a quello ricordato nella pagina precedente: si veda Londra: un branco di “bulle” picchia e uccide una studentessa italo-egiziana. Era tutto chiaro, ma con logica tutta curnense qualcuno volle fare la Boldrina di turno, e affermò, con rozza opera di disinformazione, che noi mettevamo sullo stesso piano il fem[m]inicidio [**] e qualche graffio e qualche spoliazione bancaria (logica miserabile, buona tutt’al più per le zuffe al mercato delle vacche). In un ennesimo, e forse vano, tentativo si ammaestramento di certe crape dure, faccio presente che il seguente ragionamento è scorretto:
– Hitler amava i cani.
– Dunque tutti coloro che amano i cani sono dei criminali.
In altre parole, se provo ribbrezzo per le piazzate sguaiate, di volta in volta compiaciutamente sottoproletarie o compuntamente impiegatizie, secondo necessità, organizzate in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrò essere posto sullo stesso piano di un fascista mascellare o – peggio – di un fascioleghista del nostro tempo.
È invece corretto il seguente ragionamento:
– Tizio dice di essere buono perché ama i cani.
– Questa non è una dimostrazione. Infatti Hitler amava teneramente il suo cane, ma era un criminale.
Dunque se uno si mostra favorevole alla giornata dell’orgoglio sodomitico, non per questo dovrà essere considerato un campione di progressismo. Anzi, a dirla tutta, il progressismo non c’entra niente.
So per esperienza che a Curno, paese dove, alle porte di Bergamo, si friggono i polli con la ricetta del colonello Sanders, non tutti sono in grado di cogliere la differenza tra ragionamento corretto e ragionamento fallace. Ma almeno ho fatto il mio dovere, ho provato a civilizzarli.
Conclusione, noi disprezziamo la destra, ma né la Boldrina né la dott.ssa Serra né tampoco il gatto padano (uno spettro che si aggira per Curno) hanno titolo per metterci la mordacchia e impedirci di dire il nostro disgusto per le pagliacciate del gay pride.

 

L’omosessualità degli antichi, senza sculettamento

Insomma i custodi del politicamente corretto la smettano di accusare di omofobia chi non è allineato nella concezione di un’omosessualità “democratica”, istituzionale e sindacalizzata. Con noi non funziona, sia perché non siamo vili e non temiamo la calunnia dei detrattori, sia perché abbiamo mille argomenti per confutare lo sgangherato ragionamento di chi ci prova. Avendo goduto del privilegio – iniquo: ma i privilegi sono tali per definizione – di aver atteso a studi classici, cosa che avveniva nel passato millennio, e godendo, nel presente millennio, del triste privilegio dell’età, posso dire di essere edotto della diversa concezione dell’eros nel mondo classico, e posso testimoniare che né io né alcuno di coloro cui toccò la fortuna di fare quegli studi, mai ebbe parole di disprezzo per Oreste e Pilade, o per Achille e Patroclo; e nemmeno avremmo imbastito discorsi bacchettoni se al liceo ci avessero fatto leggere la seconda bucolica di Virgilio, quella del pastore Coridone che si strugge per il bell’Alessi, che era l’amàsio del proprietario del gregge (ma Coridone, pare, è Virgilio stesso, che si struggeva d’amore per un giovane schiavo di Mecenate):

O crudelis Alexi, nihil mea carmina curas?
nil nostri miserere? mori me denique cogis?

cioè:

O Alessi crudele, non t’importa niente di quel ch’io canto?
Non hai pietà di me, nessuna? Mi costringi dunque a morire?

Vero è che noi siamo stati educati nella tradizione cristiano-giudaica che aborre dall’idea del seme versato in vas indebitum, e che nella Bibbia si leggono parole di fuoco contro i sodomiti. Per esempio, nel Levitico (20, 13): «Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro». Sono parole da non prendere sotto gamba, almeno per un cattolico: quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo” che gravitano intorno alle Acli, queste cose le sanno benissimo, ma per salvare capra e cavoli, cioè per potersi dire cattoprogressisti, fanno finta di niente; ed è pura ipocrisia.

De actibus turpibus

Facendo clic sull’immagine si accede alla lettura del trattato di sant’Alfonso Maria de’ Liguori al riguardo della sodomia (che, secondo la dottrina della Chiesa, comprende tutte le varietà di atti impuri commessi in ambito Lgbt, ma non solo: per esempio, anche l’irrumatio , cioè l’atto compiuto da chi riceve una fellatio, cambia specie, se praticata in bocca maschile o femminile; e se praticata in bocca femminile può essere perfetta o imperfetta).

La crudeltà della severa tradizione cristiano-giudaica, manifestamente sessuofobica, è tuttavia contrastata dalla concezione greco-romana, per cui il sesso era qualcosa che valeva la pena gustare, ma non era un’ossessione: questa potrebbe (o poteva) essere una ragione in più per accostarsi ai classici. Del resto è noto che il fanatismo è largamente frutto d’ignoranza. Traducendo il Simposio di Platone abbiamo capito il discorso di Diotima sulla Venere celeste (o Afrodite urania) e la Venere volgare (o Afrodite pandemia). Ma non ci è mai passato per l’anticamera del cervello che i personaggi dell’antichità eventualmente caratterizzati da propensione omoerotica meritassero di essere picchiati a sangue, come minaccia Forza Nuova in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei il prossimo giugno, o che soltanto li si dovesse prendere a sassate, come nell’infelice paese di Curno pare che voglia fare il gatto padano, a carico di chi non lo prende sul serio, specie i sardagnoli.
Né ci spaventa l’ipotesi che Dante possa aver avuto qualche cedimento per quello che in seguito si sarebbe chiamato il “mal fiorentino”: per esempio, in quanto allievo di Brunetto Latini, che dal divino poeta è collocato tra i sodomiti (Inferno, XV). Suggerirei comunque una certa cautela: nessuno nega l’interesse di Dante per la magia delle parole (l’“incantamento”), ma di qui a farne un sodomita ce ne corre (stante l’acclarato nesso, comprovato su base statistica, tra esoterismo e sodomia). Per non parlare dell’amicizia che legò il poeta al giovane Carlo Martello, del quale si fa parola nell’ottavo canto del Paradiso, in occasione del suo soggiorno a Firenze, un’amicizia che si pretende avesse una coloritura omosessuale, ma non c’è uno straccio di prova, e neanche un indizio (questo è Carlo Martello d’Angiò, non è il Carlo Martello cantato da Fabrizio De André, quello della battaglia di Poitiers, che sarà spennato da una puttana).
Bene, tutto ciò premesso – insisto – trovo disgustose le giornate dell’orgoglio sodomitico, per mille ragioni, ma principalmente per il gusto plebeo e per il proposito deliberato di lacerare l’istituzione che fra tutte è oggi quella più assoggettata a un’azione di demolizione programmata, cioè la famiglia; gli organizzatori delle pagliacciate sodomitiche hanno inoltre il progetto, nemmeno tanto nascosto, di sindacalizzare la sodomia e la pretesa di occupare tutte le roccheforti istituzionali, per poi gettare olio bollente su chi non è omologato. Neanche su questi punti del loro programma politico siamo d’accordo.
Nel Simposio di Platone, l’amore socratico, come poi si sarebbe detto, era un rapporto pedagogico, libero e consenziente, non regolato a norma di cacata carta, tra un adulto e un adolescente, e non c’è dubbio che quella fosse pederastia, a voler chiamare le cose col loro nome: ma era improntata a massimo decoro, anche questo va detto. Perciò i portavoce dei sodomiti d’oggidì che vorrebbero spacciarci il rapporto tra l’ἐρώμενος (erômenos) e l’ἐραστής (erastês) nell’antica Grecia come un rapporto fra due Lgbt del tempo nostro decadente sono soltanto degl’impostori. E Alessandro Cecchi Paone che ebbe la spudoratezza, in quanto gaio, di paragonarsi ad Alessandro Magno, il quale ebbe per amante Efestione, difficilmente, agli occhi degli antichi, potrebbe essere considerato un fedele dell’Amore celeste. L’omosessualità degli antichi era tendenzialmente nobile, quella delle feste dell’orgoglio sodomitico è plebea, con un occhio di riguardo alla pensione di reversibilità.
L’omosessualità della élite greca aveva una componente virile che gli sculettanti Lgbt della giornata dell’orgoglio sodomitico non riuscirebbero nemmeno a concepire. Ne è una testimonianza, il battaglione sacro dell’esercito tebano, formato da 150 coppie di soldati scelti: ciascuna coppia era formata da un amante adulto (ἐραστής) e un giovane amato (ἐρώμενος) «poiché gli amanti,» – scrive Plutarco – «per paura di apparire meschini agli occhi dei propri amati, e gli amati per lo stesso motivo, affronteranno volentieri il pericolo per soccorrersi a vicenda».

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Il Leone di Cheronea, posto a guardia della fossa comune nella quale sono sepolti gli eroi del battaglione sacro tebano, caduti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.). Qui si scontrarono l’esercito delle città di Tebe e Atene e quello di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. La battaglia si concluse a favore dei macedoni. Il ritrovamento del monumento, del quale si sapeva l’esistenza, perché descritto da Pausania nella sua Periegesi della Grecia, è del 1914.

 

Catullo contro l’omosessualità plebea e istituzionale

Esisteva tuttavia presso gli antichi anche un’omosessualità volgare (quella spregevole, che nel Simposio è classificata all’insegna dell’Afrodite pandemia), ma era esecrata da tutti, in primis da coloro che praticavano l’amore celeste (presieduto da Afrodite urania), del quale la donna non era ritenuta degna. Bisognerà aspettare i trovatori, e poi il dolce stil nuovo, quindi il Petrarca, perché la donna diventi partecipe di un progetto di amore celeste.
Come testimonianza del disprezzo degli antichi nei confronti dell’omosessualità volgare (rapportata all’oggi, quella sindacalizzata e di basso profilo rappresentata dall’associazionismo Lgbt) sarà sufficiente ricordare questo carme di Catullo (metro: distici elegiaci):

LXXX
Quid dicam, Gelli, quare rosea ista labella         1
hiberna fiant candidiora nive,
mane domo cum exis et cum te octava quiete
e molli longo suscitat hora die?
Nescio quid certe est: an vere fama susurrat     5
grandia te medii tenta vorare viri?
Sic certe est: clamant Victoris rupta miselli
ilia, et emulso labra notata sero.

Cioè:

Che cosa dovrò dire, o Gellio? Perché questi tuoi labbruzzi di rosa
diventano più bianchi della neve in inverno,
quando esci di casa il mattino, oppure quando dal languido riposo
ti alzi alle otto [= alle due del pomeriggio] di una lunga giornata?
Certamente qui c’è un non so che: o forse è vero quel che si mormora in giro,
che sei un divoratore di quei grandi e turgidi cosi che si trovano a metà del maschio?
Certamente è così: lo dicono a gran voce l’inguine stremato del povero Vittore,
e le tue labbra segnate dal siero che hai succhiato.

Note 1. labellum, dim. di labrum; 2. candidiora nive: le labbra sono bianche più della neve per lo sperma succhiato; 3-4. costruisci: cum octava hora longo die te suscitat quiete e molli (= e molli quiete: anastrofe); longo die: per indicare le giornate estive; 6. medius vir: significa quel che nel maschio si trova a metà altezza; 7. miselli: Vittore è sfinito, tale è stata la voracità di Gellio; 8. notata: le labbra di Gellio portano il segno del “siero”, cioè dello sperma.

L’amore che Catullo porta per la sua Lesbia (pare che fosse in realtà Clodia, sorella di Clodio, nemico giurato di Cicerone) è autentico, ed è fonte di gioia intensa e rabbioso cruccio; invece il sesso, il sesso senza amore, è giocoso, tanto più quando sia consumato su un giovinetto e di sorpresa, come leggiamo in questo carme (metro: endecasillabi faleci):

LVI
O rem ridiculam, Cato, et iocosam         1
Dignamque auribus et tuo cachinno!
Ride, quicquid amas, Cato, Catullum:
Res est ridicula et nimis iocosa.
Deprendi modo pupulum puellae          5
Trusantem; hunc ego, si placet Dionae,
Protelo rigida mea cecidi.

Cioè:

O Catone, che cosa buffa, e divertente,
degna di essere ascoltata e della tua risata!
Ridi, o Catone, del tuo Catullo, se lo ami un po’:
è una cosa buffa, e troppo divertente.
Poco fa ho colto sul fatto il ragazzino mio
che trapanava una fanciulla: io allora, e la cosa non dispiacerà a Venere,
mi dispongo dietro e lo trafiggo col mio rigido arnese.

Note: 2. dignam auribus: degna delle orecchie, cioè degna di essere ascoltata; 3. Ride… Catullum: uso transitivo del verbo rideo; quicquid (= quidquid) amas: proposizione limitativa introdotta da un pronome, con valore avverbiale (sta per quatenus, quantum): per quanto tu lo ami; 5. pupulum: designa un ragazzino ancora imberbe; truso è frequentativo di trudo, “spingere”, quindi: “spingere forte”; 6. Dione (o Diona) sarebbe la madre di Venere, ma viene invocata, e non solo da Catullo, al posto della figlia; 7. protelo: è l’ablativo di protelum, che indica un allineamento di buoi per il tiro di un carro, o dell’aratro; qui con significato avverbiale: Catullo intende dire che si mette in fila subito dopo il ragazzo che è sopra la fanciulla; rigida mea: è sottinteso mentula.

 

Il battaglione sacro tebano nell’impresa fiumana

Bisognerebbe infine far presente ai fascioleghisti che manifestano truculenta intolleranza nei confronti dell’omosessualità, e che vorrebbero picchiare a sangue gli scalcagnati omosessuali dell’associazionismo Lgbt in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico da celebrare a Pompei (citta mariana), che farebbero bene a informarsi. Questa, a ben vedere, è una guerra tra sottoproletari della cultura: sono sottoproletari (o, tutt’al più impiegati con diritti sindacali, incarogniti nella rivendicazione di “nuovi diritti” riguardo alla sfera sessuale) gli esemplari sculettanti della gaiezza oscena e caciarona, quella dell’orgoglio sodomitico; parimenti sottoproletari sono i seminatori di paura e odio, reduci dal raccolto elettorale di quella sciagurata semina, il 4 marzo. Se si informassero, i fascioleghisti saprebbero che l’omosessualità – quando non è quella plebea che si diceva – è in realtà, per antichissima tradizione, una prerogativa della destra. Non lo dice soltanto il diario I pensieri di una vecchia checca (vedi), dove si legge: «Eh, sì! Il vero omosessuale non può che essere di Destra. Storicamente. Eticamente. Moralmente. Filosoficamente. Politicamente. Inequivocabilmente. Assolutamente di Destra». No, basta informarsi, e oggi che esiste la mitica e mistica rete, informarsi è facile, non informarsi e pretendere di sapere, ignorando scientemente quel che è sotto gli occhi di tutti, è una colpa.
Mi limiterò a riportare l’esempio dell’impresa fiumana di D’Annunzio la cui Reggenza realizzò, come scrissi in un’altra pagina di Nusquamia, gli ideali sociali, culturali, eroici e di immaginazione al potere dei quali il ’68 seppe soltanto parlare. Il seguito del ’68 fu enormemente inferiore alle aspettative, quando non degenerò in furore copropapirologico. Scrive dell’impresa fiumana Leone Kochnitzky, nella Quinta stagione o i centauri di Fiume (Zanichelli, Bologna 1922): «Sul ritmo delle fanfare marziali si vedevano turbinare, in scapigliati allacciamenti, soldati, marinai, donne, cittadini, ritrovanti la triplice diversità delle coppie primitive che Aristofane vantò» (il riferimento è al discorso di Aristofane nel Simposio di Platone, che presenta il mito dell’androgino, come possibile spiegazione dell’esistenza dei diversi orientamenti sessuali). E Mario Carli, in Trillirì (Edizioni futuriste di “Poesia” della Società editoriale Porta, Piacenza 1922) scrive: «[…] dal colonnello in cerca di avventure femminili al pederasta in cerca di avventure maschili […] un po’ di tutto è venuto a te, divina Fiume».

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Guido Keller, naturista, nudista, esoterico, bisessuale, cocainomane, fondò la Brigata “La Disperata”, la guardia del corpo del Comandante d’Annunzio a Fiume.

A Fiume il tenente d’aviazione Guido Keller, milanese, discendente di un’antica famiglia svizzera, fu l’incarnazione perfetta dell’omosessuale di destra. Come nell’antica Grecia, praticava un’omosessualità non esclusiva, e in ogni caso con il presupposto che il legame omoerotico sancisse un desiderio di perfezione virile. Perciò fondò la brigata “La Disperata”, sull’esempio del battaglione sacro dell’esercito tebano. E D’Annunzio un giorno – scrive Giovanni Comisso, che fu legionario fiumano e membro della Brigata di Keller – «vide gli arditi che se ne andavano a due a due presi per mano verso la collina e li indicò dicendo: “Guardate i miei soldati, se ne vanno a coppie come i soldati di Pericle”». Così leggiamo nell’autobiografia di Comisso, Le mie stagioni, che presenta ampi squarci di rievocazione della vicenda fiumana.
Scrive quindi riguardo a Comisso Claudia Salaris nel suo libro Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume (il Mulino, Bologna 2002, p. 185): «Ma è soprattutto ne Il porto dell’amore, romanzo autobiografico ambientato a Fiume tra la primavera del 1920 e il “Natale di sangue” dello stesso anno, [***] che Comisso riesce a rappresentare l’affettività e la fisicità dell’amicizia maschile, tanto che esso, pur se dice e non dice, appena appena, sfuma, allude, dissimula e svia, può essere visto anche come libro della sensibilità omosessuale. Tutta la produzione di Comisso del resto è pervasa da una nota di sensualità; l’omosessualità che connota la sua biografia è costantemente presente nelle opere, pur se spesso velata da reticenze e occultamenti. Goffredo Parise, che sarà uno dei suoi più cari amici, preferirà parlare di pansessualità». Beh, come Guido Keller. Il quale, come D’Annunzio, odiava il borghese e antieroico Giolitti. Perciò dopo il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) che aveva sancito la fine dell’impresa fiumana, due giorni dopo, Keller a bordo del suo biplano fece rotta per Roma: qui, dopo avere lanciato una rosa bianca sul Vaticano con dedica a «frate Francesco», il santo amato da D’Annunzio, e sette rose rosse sul Quirinale in dono «alla regina e al popolo d’Italia», scaricò un pitale smaltato con dentro un mazzo di carote e rape su Montecitorio, in aperto dissenso con il Parlamento italiano che aveva firmato il Trattato.
Quid plura? Smetteremo di sentire banalità a proposito della festa dell’orgoglio sodomitico? Soprattutto, si potrà dire finalmente che è una schifezza, senza essere tacciati di omofobia da maestrine invasate, giornalisti culilinctori, impiegati del catasto che sperano di essere accolti nei salotti che contano facendo professione di correttezza politica? Ho paura proprio di no. Ma era nostro dovere, se non redimerli, metterli nelle condizioni di ragionare.
Di solito si dice dalle stalle alle stelle. Qui faremo il contrario, andiamo dalle stelle alle stalle: dopo aver parlato di Platone, Aristofane, Catullo, Virgilio, Comisso e D’Annunzio, chiudiamo questo articolo con la foto di un momento di ordinaria mostruosità, in occasione della giornata dell’orgoglio sodomitico celebrata a Madrid nel 2013.

Gaypride

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[*] In occasione del quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo, con annessa strage di poliziotti e con l’epilogo che sappiamo, siamo stati investiti da un profluvio di discorsi di apparato. Non ho letto un articolo – dico uno – che non dicesse cose che già si sapessero, ed erano condite di commenti pochissimo intelligenti. Non una parola per esempio su Corrado Simioni, che si era inventato la copertura dell’Istituto per l’insegnamento delle lingue Hypérion, quindi assecondando la sua antica inclinazione cattolica sarebbe stato vicepresidente della Fondazione Abbé Pierre e in quanto tale fu ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II, infine fece perdere le sue tracce facendosi buddista. A capo di una manica di disperati, Corrado Simioni era ritenuto il “grande vecchio” delle Brigate rosse (dove le persone intelligenti erano solamente tre: Corrado Simioni, appunto, Roberto Senzani, criminologo, ed Enrico Fenzi, oggi il più grande esperto di Petrarca). Fra tutte le banalità che si sono dette su Aldo Moro, quella ricorrente, sempre e immancabilmente, è che fosse un grande statista. Noi ci rifiutiamo di unirci al coro conformista, ruffiano e politicamente corretto.

[**] Se si crea un neologismo su base latina, si dovrà evere rispetto per la natura di quella lingua. Poiché in latino si dice femina, con una “m”, si dirà in italiano “feminicidio”, e non “femminicidio”. Del resto in inglese di dice feminicide, in spagnolo feminicidio o femicidio, in francese féminicide. In quei paesi fortunati, evidentemente, i ragionieri e gli agrimensori non hanno voce in capitolo, fuori del loro ambito naturale, che è quello delle cacate carte.

[***] L’impresa fiumana cominciò il 12 settembre 1919 e terminò – appunto – con il “Natale di sangue”, quando la città di Fiume fu accerchiata dal Regio esercito e D’Annunzio ricevette l’ultimatum; al rifiuto del Vate, la popolazione ebbe 48 ore di tempo per lasciare la città; poi cominciò l’assedio (che sarà condannato da Antonio Gramsci).

 

La mossa del cavallo

Un romanzo di Camilleri alla TV, questa volta senza Montalbano

La mossa del cavallo

Facendo clic sull’immagine è possibile vedere lo sceneggiato su Ray play, ancora per una settimana a partire dal 27.02.2018). forse anche più.

La mossa del cavallo è l’ultimo sceneggiato della TV (ma lo “sceneggiato” oggi in linguaggio coglione è chiamato “fiction”) tratto da un romanzo di Andrea Camilleri. Ma non c’è Montalbano, anche se il protagonista di questo racconto è ancora il bravo Michele Riondino, che ha interpretato il giovane Montalbano.
Riondino veste i panni di un ispettore delle finanze calato dal Nord in Sicilia per verificare certe anomali, l’evasione della tassa del macinato dovuta dai proprietari dei mulini.
I fatti narrati sono realmente avvenuti, nella Sicilia da poco inglobata nel Regno d’Italia (in forza del referendum, al quale presero parte 500.000 aventi diritto, e quasi tutti votarono per il “Sì”, cioè a favore del nuovo re Vittorio Emanuele II). Camilleri però ambienta la storia a Vigata e il protagonista, che nella realtà era milanese, qui è un oriundo siciliano, trasferitosi con la famiglia a Genova, quand’era ancora bambino. Perciò all’inizio lo sentiamo uscire in esclamazioni genovesi, e parla italiano con accento genovese. Finché viene incastrato in una brutta storia: lo si fa passare per l’assassino del prete, ed è un modo per sbarazzarsi di uno che aveva capito troppo, cose che non avrebbe dovuto capire. Finisce in carcere, torna con il pensiero ai fatti ai quali ha assistito, pensa a una strategia per uscire dall’incastro.
Ecco allora la “mossa del cavallo”: l’ispettore da genovese che era, torna ad essere siciliano: parla siciliano, pensa siciliano. Così arriva a ragionare di fino e, grazie all’aiuto di un magistrato onesto, è infine discolpato. Camilleri ci ricorda che il giudice Falcone interrogava i suoi indagati immancabilmente in siciliano.
Dopo aver visto lo sceneggiato (in linguaggio coglione: fiction) ho sùbito acquistato il libro, in formato elettronico (costa meno, non si perde tempo a ordinarlo, e la ricerca dei vocaboli all’interno del libro è più veloce e sicura) ed è così che, a maggior ragione, ho potuto apprezzare la qualità della trasposizione televisiva. Per esempio, nella caratterizzazione del prete, quello che verrà ucciso. Questi è un prete di malaffare, avido e lubrico. Eccolo, nelle parole di Camilleri:

Soprattutto, patre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi [= uccellini], delle picorelle, degli àrboli, delle arbe [= albe] e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Criatore.

Infatti una vedova di conturbante bellezza, ma squattrinata, profitta della debolezza carnale del prete per dirottare nella sua dispensa generi di prima necessità, ma anche per farsi fare costosi regali. Se il prete vuole guardarla, più o meno nuda, o toccare e financo baciare, sarà necessario pagare:

Fino a quel momento, la taliata [= guardata] di una minna [= tetta] nuda gli era costata cento grammi di cafè bono; la taliata di tutt’e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata [= bacio] senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli; una vasata con la lingua e le due minne nude, tre tazzine di porcellana e relative sottotazze; una passata di mano a lèggio a lèggio [= con tocco leggero] sopra le minne nude, un cucchiarino di vero argento; una vasata per ogni capezzolo, un rotolo di tela matapollo [= madapolam, tessuto di cotone indiano leggero] finissima per fare camicie.

La vedova è interpretata da Ester Pantano che in una videointervista pubblicata su Raiplay, tutta accollata e senza orpelli, ha l’aria di voler sembrare poco più che una casalinga, una di quelle che si rincoglioniscono a vedere la Tv del pomeriggio. Ma sa essere “fimmina piccante” (così diceva Tiberio Murgia nei Soliti ignoti [*]), questo lo si capisce, se appena si sa guardare fra le righe, e lo sceneggiato dimostra il suo talento.

Nella stesura della sceneggiatura, in particolare, si apprezza che padre Carnazza (un nome che la dice lunga) reciti una preghiera storpiandone il latino. Questo dettaglio di caratterizzazione della grossolanità del prete si trova soltanto nella sceneggiatura, nel libro non c’è. Tanto più dunque è gradito, perché dimostra rispetto e considerazione per il pubblico che ha ancora orecchio per il latino, quasi un omaggio, al quale da tempo non siamo più abituati. Infatti chi sa di latino dispone di un motivo di sorriso e sprezzatura in più, ed è per lui che si è usato questo accorgimento. Proprio come nella vecchia televisione, democristiana ma intelligente, di Bernabei,  che invece di livellare la comunicazione al basso, intendeva educare le masse e si guardava dall’offendere l’intelligenza del pubblico più raffinato. In questo caso, si è introdotta una notazione espressiva, quasi un elemento di complicità apprezzabile pressoché solo da chi ha una mente aperta, oggi più che mai, anche perché sa di latino; una lingua per lunga tradizione non identitaria, non settoriale, ma universale (perciò, tra l’altro, tenuta in gran dispetto da mongoidentitari, aziendalisti e operatori dell’impostura nei vari settori merceologici e ideologici). Ecco la preghiera storpiata (tra parentesi, le parole originali):

Domine Deus omnipoten [omnipotens], chi [qui] per Immaculatam Generilicem [Genetricem] Filii tuam [tui] omnia no [nos] habere voluisti, da nobis, tantae Matris auxilio, praesentis tempòris [témporis] specula [pericula] devitare, ut vitam consequarum [consequamur] aeternam. Per endam [eundem] Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum chi [qui] tecum…

Così stando le cose, penso che la visione dello sceneggiato sia da classificarsi assolutamente sconsigliabile per il gatto padano, per tre buone ragioni che il lettore intelligente e frequentatatore abituale di Nusquamia comprenderà facilmente.

Per un approfondimento storico-politico, si veda questa presentazione di Camilleri e, in particolare, si porga orecchio a quanto afferma a proposito della repressione del brigantaggio in Sicilia. A suo tempo presentammo il film di Pasquale Squitieri Li chiamarono briganti, sulla repressione del brigantaggio in Campania, e sulla figura del resistente brigante Carmine Crocco.

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[*] Ecco il Tiberio Murgia-pensiero, espresso in questi termini nel capolavoro di Monicelli: «Fimmena piccante, pigghiala per amante; / fimmena cuciniera, pigghiala per mugliera». Ci piace ricordarlo, in quanto politicamente scorretto in senso lato e, oggi in particolare, boldrinamente e serranamente scorretto. Sarebbe anche felinamente scorretto: spero però che il gatto padano stia al suo posto, tra le amatissime (da lui) sue cacate carte traguardate con occhio agrimensurale, e non voglia mettersi sullo stesso piano della dott.ssa Serra che, non foss’altro che per la sua educazione borghese, è qualche spanna più in alto: tra l’altro, a differenza del gatto e della zia Boldrina, si esprime correttamente in italiano. A proposito, perché la dott.ssa Serra non corregge i compitini di MarcoBattaglia (per chi non lo conoscesse: l’araldo di “Vivere Curno”, titolare della mistica similgiovanile dell’Erasmus/Orgasmus)? Bisognerebbe spianare tutta quell’enfasi che mette nei suoi scritti, quel gorgoglio di autocompiacimento, quei punti esclamativi.

 

Chiamarlo ius culturae è una baggianata

Togliere l’acqua al pesce populista va bene, meglio se in buon latino

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Elettromotrice A1_310 kW_1929
Genova, stazione ferroviaria di Piazza Manin, capolinea della linea ferroviaria a scartamento ridotto Genova-Casella. Vediamo nella foto il locomotore a trazione elettrica e, sullo sfondo, il cimitero monumentale di Staglieno. L’elettromotrice, la cui costruzione risale al 1929, è azionata da quattro motori elettrici a corrente continua (alimentazione a 2400 V) in grado di sviluppare una “potenza oraria” complessiva di 360 kW. La potenza oraria è la potenza massima che può essere impegnata per non più di un’ora di seguito, dopo di che si avrebbe surriscaldamento dei motori. Il tracciato ferroviario è lungo 24 km, attraversa 13 gallerie e si sviluppa spesso a mezza costa fra le montagne che dividono le valli solcate dai torrenti Bisagno, Polcevera e Scrivia; la pendenza massima è del 45% in aderenza naturale, cioè senza cremagliera. Si parte a quota 93 m s.l.m. a Genova e si arriva a 410 m s.l.m. al capolinea di Casella. Le elettromotrici storiche tuttora in servizio sono due, altre sono di costruzione più recente (anni ’90).

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Questa domenica mi trovavo a Genova, alla stazione di Piazza Manin, dov’è il capolinea della linea ferrata Genova-Casella. In attesa del trenino che fa la spola tra Genova e l’Appennino, mi trastullavo con il ficòfono (cosiddetto smartphone), cercando ragguagli su certe affermazioni di Minniti a favore dello ius soli, temperato da elementi di cosiddetto ius culturae. Avevo letto i titoli sul giornale e pensavo, considerato il ruolo di Minniti nel contenimento dell’immigrazione, che la sua fosse una mossa “paracula”, ma intelligente.
In sostanza, Minniti non ci sta a passare per un uomo di destra e questa sua mossa a favore dello ius soli è finalizzata, precisamente, a un riposizionamento della sua immagine. D’altra parte nel corso di altre esternazioni, a latere, Minniti si è detto consapevole della necessità di sottoporre a sorveglianza i campi di raccolta dei profughi in Libia, lasciando intendere di aver comunque messo in azione i levismi della diplomazia segreta. Vedremo. Il Minniti-pensiero è riassunto in questa sua recente dichiarazione:

Il mio profondo convincimento è che lo ius soli, che più correttamente andrebbe chiamato ius soli e ius culturae perchè prevede la conclusione di un ciclo scolastico, va separato dalle politiche migratorie: non c’entra con le politiche migratorie, ma riguarda persone che sono nate in Italia, figlie di persone che hanno regolare permesso di soggiorno.

Leggendo sul ficòfono gli ultimi lanci di agenzia mi confermavo nell’idea che Minniti ambisce a svolgere un ruolo analogo a quello di Pecchioli al tempo delle Brigate rosse. Allora si trattava di togliere l’acqua al pesce terrorista e Pecchioli, ministro-ombra degl’Interni nel PCI, ebbe un ruolo decisivo nella sconfitta del nemico di allora, collaborando con il Ministro degl’Interni del governo, l’esecrato Cossiga. Oggi si tratta di togliere l’acqua al pesce populista e Minniti agisce in conseguenza incurante dell’esecrazione, in base al principio che il meglio è nemico del bene. In pratica, lascia intendere che quel che avviene oggi in Libia è una schifezza, ma che sta pensando a porvi rimedio.
In realtà, come dimostrano certe sue esternazioni, Minniti non è del tutto incurante della maschera (pirandelliana) che gli hanno attribuito. Procedendo nel trastullo ficofonico sono così capitato su un articolo dell’agenzia Adnkronos, Lo ius soli spiegato in cinque punti (vedi), che riassume la questione dei tre diritti ai quali, secondo varie opinioni, si può e si deve fare riferimento per l’attribuzione della cittadinanza italiana (ius soli, ius sanguinis e cosiddetto ius culturae). Ecco come sono definiti i tre diritti:

Ius soli, ius sanguinis e ius culturae: facciamo chiarezzaIus soli, dal latino ‘diritto del suolo’ è un’espressione giuridica che intende l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul territorio di un dato Paese, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Lo ius sanguinis (‘diritto del sangue’), indica invece la trasmissione della cittadinanza dal genitore alla prole (ad esempio, il figlio di un italiano è italiano). Lo ius culturae, invece, prevede che può ottenere la cittadinanza il minore straniero, nato in Italia o entrato nel nostro Paese entro il 12esimo anno di età, purché abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli di studio o seguito percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali per conseguire una qualifica professionale. Tra le novità legate allo ius culturae rientra il merito: è necessario che il ciclo delle scuole primarie sia superato con successo. Chi viene bocciato alle elementari dovrà aspettare per chiedere la cittadinanza.

Così stando le cose, proviamo a ragionare. Queste dovrebbero essere le conclusioni: a) parlare di ius culturae è una baggianata se per “cultura” s’intende, come intende Minniti, come è spiegato qui sopra e, in generale, come intendono tutti nel dibattito in corso questi giorni, il compimento di un ciclo scolastico; b) volendo esprimere in latino il diritto alla cittadinanza che procede dal compimento di un ciclo scolastico si dovrebbe parlare, piuttosto, di ius institutionis. Infatti:

a) Se nell’espressione ius culturae quel genitivo latino designasse ciò che in italiano chiamiamo cultura, si aprirebbero le porte alle interpretazioni più disastrose, le quali, nella fattispecie, si tradurrebbero in nuovi cazzeggi di “politica politicante”. Infatti, che cos’è la cultura? Gl’identitaristi, incuranti della contraddizione in termini (ne abbiamo già parlato: la cultura è di tutti ed è per definizione meticcia) sfodererebbero la loro ridicola cultura identitaria; i copropapirologi, gli agrimensori male acculturati, gl’idolatri del “metodo” (quale che sia, pur di non pensare) e tutta la mala genìa dei burocrati pretenderebbero che la cultura sia una questione di congruenza con certe cacate leggi e prescrizioni normative; i talebani del politicamente corretto direbbero che cultura è ciò che si evince dallo sciroppamento degli scritti della malefica Martha Nussbaum (Pc Diva, cioè “vestale del politicamente corretto” secondo la definizione di Camille Paglia).
Se invece si stabilisce che il diritto di cittadinanza è condizionato dal compimento di un ciclo scolastico, la questione è definita in termini obiettivi (quale che sia il giudizio che vogliamo dare della scuola italiana) e i margini di manovra cazzeggiante sono convenientemente contenuti. Oltre tutto, la sciura Valeria, cioè il ministro (“il ministro”, non “la ministra”, con buona pace del boldrinamente corretto) Fedeli, un giorno o l’altro dovrà togliere il disturbo e la scuola italiana, sia pure faticosamente, potrebbe tornare ad essere una cosa seria, com’era prima della Fedeli, della Gelmini, della Moratti, di Berlinguer, per non parlare di Misàsi.

b) Se consultiamo un buon dizionario latino, come il glorioso di Georges-Calonghi, o come l’ottimo Lewis and Short, alla voce cultura, vedremo che in latino per cultura si intende la coltivazione o anche, tout court, l’agricoltura, e che solo metaforicamente e in un contesto che ne chiarisca il senso, può assumere un significato equivalente a quello della cultura com’è intesa in italiano; per esempio, troviamo cultura animi in Cicerone, in un contesto dove si parla, appunto, di un “animo coltivato”, come diciamo anche in italiano, ed è una metafora.
Se vogliamo esprimere il concetto di cultura in latino dovremo parlare invece di doctrina (in italiano un uomo di cultura è un uomo “dotto”) o di eruditio (quella dell’uomo “erudito”), o ancora, purché sia chiaro nel contesto, semplicemente, di litterae (quella dell’uomo “letterato”).

Ma, come si è visto nel precedente punto a), Minniti quando parla di ius culturae non esprime il concetto di cultura, ma quello di compimento di un ciclo scolastico. C’è anche chi parla del compimento di un ciclo di formazione, e non c’è chi non veda l’insidia del business dei corsi di formazione truffaldini, affidati alle cooperative e alle “imprese sociali” degli amici degli amici. Perciò speriamo che si parli, e si tratti, correttamente, di “formazione scolastica”, proprio come quella che si richiede ai cittadini italiani, per i quali la scuola è d’obbligo.
Insomma questa “cultura” del cosiddetto ius culturae in latino non si dirà cultura ma praeceptio, o institutio. Meglio la seconda, credo, come è chiarito ai commi C e D del dizionario Lewis and Short, alla voce “institutio”.

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Institutio

Il dizionario Lewis and Short è consultabile in rete (fare clic sull’immagine). Gli esempi dei commi C e D illustrano il significato della parola ‘institutio’ nell’accezione della locuzione ’ius institutionis’, che si pone in analogia alle altre due, consacrate dall’uso, ‘ ius soli’ e ‘ius sanguinis’.

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Dunque, per esprimere correttamente quel che impropriamente vien detto ius culturae, non di ius culturae si dovrebbe parlare, ma di ius institutionis. In questa locuzione “institutionis” svolge la stessa funzione di “soli” in ius soli e di “sanguinis” in ius sanguinis: sono tutti genitivi soggettivi, come quando in italiano diciamo “l’amore del padre”, intendendo l’amore che il padre porta per il figlio, e non l’amore del figlio per il padre (la differenza si capisce nel contesto). Cioè è l’istruzione (institutio) che conferisce il diritto di cittadinanza. In altre parole ancora, qui non si tratta del diritto all’istruzione (in latino, sarebbe un genitivo oggettivo), così come con l’espressione ius soli non s’intende il diritto al possesso del suolo, ma è il suolo nel quale si è nati che conferisce il diritto di cittadinanza.

 

Erasmo a Oria, Stendhal a Oggiono

Erasmo vendicato dall’impostura dell’Erasmus/Orgasmus

Non è la prima volta che in questo diario denunciamo l’impostura dell’Erasmus/Orgasmus posta al servizio di un’idea dell’Europa che fa a pugni con gl’intendimenti di Altiero Spinelli, padre nobile dell’Europa, oggi caduta nelle mani di miserabili eurocrati. La mistica dell’Erasmus/Orgasmus, agitata dai giovanottini ambiziosetti del Pd, coccolata dai poteri forti, proiettata in una missione di omologazione dei consumi e dei costumi, è un insulto nei confronti di Erasmo da Rotterdam, umanista e libero pensatore, che incarna tutto ciò che è agli antipodi del conformismo eurocratico che ignora il lascito di Erasmo ma si impadronisce del suo nome.
Demistificare tale impostura è doveroso, vendicare Erasmo da Rotterdam è sacrosanto.

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Erasmo a Oria

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Erasmo in Valsoda

In alto a sinistra, il lago di Lugano visto dal terrazzino della villa Fogazzaro-Roi a Oria in Valsolda, che fu della madre del Fogazzaro e che nel romanzo Piccolo mondo antico era la casa dello zio Piero. Molti ambienti della villa, per volontà testamentaria dell’erede (marchese Giuseppe Roi, pronipote dello scrittore), che ne ha fatto dono al Fai, sono conservati proprio come descritti nel libro del Fogazzaro, che qui trascorreva le vacanze. Per esempio: «Franco non era conservatore che in religione e in arte; per le mura domestiche era un radicale ardente, immaginava sempre trasformazioni di pareti, di soffitti, di pavimenti, di arredi. […] Così, tra l’uno e l’altra, disposero la sala per la conversazione, la lettura e la musica, la loggia per il giuoco, la terrazza per il caffè e per le contemplazioni poetiche. […] Franco […] disegnò e alzò sopra la terrazza un aereo contesto di sottili aste e bastoncini di ferro che figuravan tre archi sormontati da una cupolina, vi mandò su due passiflore eleganti che vi aprivan qua e là i loro grandi occhi celesti e ricadevano da ogni parte in festoni e vilucchi. Un tavoluccio rotondo e alcune sedie di ferro servivano per il caffè e per la contemplazione».

In alto a destra, l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Il titolo originale è Μωρίας Εγκώμιον, idest Stulticiae laus.

Qui sotto, due pagine dell’edizione dell’Elogio della follia (Rizzoli, Milano 1989) portata a Oria, come si vede qui sopra: l’aspetto ondulato e le macchie sono il ricordo di una precedente trasferta al lago d’Oggiono, com’è spiegato di seguito. A sinistra, il testo latino che, per via del rimpicciolimento fotografico, risulta come fosse composto in corpo 8; a destra, la traduzione italiana, composta in corpo 11.

Erasmo_Elogio della f.

Due settimane fa ho portato Erasmo da Rotterdam in Valsolda, a 600 m dal confine svizzero: cioè, ho portato il suo Elogio della follia, che era un po’ di tempo che non tiravo giù dallo scaffale della biblioteca. E c’è una ragione: nella mia edizione si è fatto riferimento, per il testo latino, al testo stampato dalle Belles Lettres: fin qui niente di male, anzi, tutto bene. Però l’editore milanese ha ritenuto conveniente non ricomporre il testo, ma riprenderlo fotograficamente dall’edizione francese. Capisco che così abbia evitato di incorrere in errori di trascrizione, e anche questo è un bene; il guaio però è che, per posizionare le immagini dell’edizione francese su una pagina di dimensione (orizzontale) inferiore, i caratteri risultano rimpiccioliti: praticamente, in corpo 8. Forse si dava per scontato che i lettori non leggessero il testo latino. Vent’anni fa non avevo difficoltà a leggerlo; ultimamente, invece, da qualche anno, confesso, se i caratteri sono minuscoli la vista mi si affatica. Però giusto un mese addietro mi sono provvisto di occhiali idonei, così quel che ultimamente ero costretto a leggere in rete, adesso finalmente posso leggerlo su carta, eventualmente anche sub divo, cioè all’aria aperta. Proprio come un tempo, quando questa edizione dell’Elogio della follia era un mio prezioso compagno di viaggio.
Era dunque una bella giornata e, dopo aver sbrigato alcune faccende libresche, decisi che sarebbe valsa la pena tornare in Valsolda. Ma perché la Valsolda? Per me quello è un luogo magico, come Varigotti, per esempio, il borgo ligure al quale è dedicata una pagina di Nusquamia (vedi Via dai miasmi della politichetta), come Varenna e Montevecchia in Lombardia, o come Fontaine-de-Vaucluse in Provenza; o anche come Itaca, dove però sono stato una sola volta, e dove credo di non tornare mai, perché non voglio sciupare il ricordo. Luoghi magici per me, un po’ come per Corto Maltese, a Venezia, la Corte sconta detta arcana, o il Ponte delle Marevege. Ecco, Oria è un luogo legato alle memorie di quel mondo antico, dove l’amor proprio, l’onore e la generosità contano (o contavano) qualcosa, dove ancora oggi puoi dimenticarti per poco, solo per poco, della bestialità che alberga in uomini che, mille volte peggiori del Pasotti austriacante e conformista, servo dei potenti, di quel mondo antico, pretendono oggi di essere progressisti e addirittura civili. Della suggestione del luogo e delle memorie Fogazzariane ho già parlato in un precedente articolo (vedi Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro) al quale rimando il lettore intelligente di Nusquamia (per la differenza tra “il lettore intelligente” e “l’intelligente lettore” si veda nella pagina precedente: I lettori intelligenti di Nusquamia).
Disponendo degli occhiali idonei, potevo portare l’Elogio della follia nel luogo incantato, in ricordo di altre piacevoli sortite. Quando vado in un bel posto, porto sempre un libro, ma dev’essere un libro che conosco bene, un libro del novero dei preferiti. Così, tra l’altro, favorisco il meccanismo di associazione mnemonica: quale luogo è più adatto della Valsolda per tale esercizio di sinestesia estetica e intellettuale? Con tutto il rispetto per Trezzo sull’Adda, il paese che pretende di essere città nel quale adesso vivo, e con tutto che non sia un paese brutto come Curno, il borgo sgarrupato di Bergamo che pretende di essere «bello da vivere», volete mettere Oria di Valsolda con Trezzo d’Adda? Il paragone mi sembra improponibile.
Le pagine di quest’Elogio della follia che ho portato con me ad Oria, meta di un itinerario culturale fogazzariano, sciupate come si vede nella foto, in realtà a me non paiono rovinate, ma in qualche modo stocasticamente ornate, in quanto evocatrici di un altro itinerario culturale, questa volta stendhaliano, quando non erano ancora macchiate, all’inizio.

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Stendhal a Oggiono

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Lago di OggionoLago di Annone (o di Oggiono)

Anni addietro andavo con un amico perlustrando certi luoghi della Brianza che Stendhal aveva visitato in compagnia dell’amico conte Vismara. Il resoconto del viaggio, compiuto nell’agosto 1818, si trova nel Journal di Stendhal e oggi è leggibile in traduzione italiana: Diario del viaggio in Brianza, Bellavite, Missaglia 2009. Ma al tempo delle nostre escursioni bisognava acquistare tutto il diario, cosa che il mio amico fece, ordinandolo presso la Librairie française di Milano, in via San Pietro all’orto. Quando andammo a ritirare il  Journal in un’edizione di qualche decennio prima, tre volumi in brossura, feci presente all’amico quanto avevo letto nella biografia dell’anarchico Gaetano Bresci, scritta da Arrigo Petacco: il giorno precedente l’attentato al re Umberto I, a Monza, Bresci, che dava per scontato che avrebbe perso la vita in questa sua impresa, o quanto meno la libertà, trascorse festevoli ore in un rinomato bordello che apriva i battenti in questa via, appunto.
Avendo dunque studiato i movimenti in Brianza di Stendhal e del conte Vismara, andammo sulle loro orme, e ciascuno di noi era provvisto del necessario per fissare sulla carta, con la tecnica dell’acquerello, questo o quel luogo stendhaliano. Così in diverse tappe visitammo Giussano (dove il conte Vismara ebbe l’ardire di pisciare in un’acquasantiera), passammo un’intera giornata a Inverigo e ammirammo quella sua Rotonda progettata dal Cagnola, che aveva fatto studi di giurisperito ma nella vita fu architetto (suo è, per esempio, l’Arco della pace di Milano), poi ci furono tre spedizioni ai laghi di Alserio, Pusiano e Oggiono. Trascurammo il lago di Segrino, perché a Stendhal non piacque (non piaceva neanche a C.E. Gadda: qui il padre aveva fatto costruire un villone, che l’accidioso letterato odiava). Dopo la Brianza visitammo altri luoghi stendhaliani: potevamo forse mancare Griante (che però nella Certosa di Parma Stendhal chiama Grianta), vicino a Cadenabbia?  Certo che no, visto che l’eroe stendhaliano per eccellenza, Fabrizio del Dongo, trascorse qui la fanciullezza.
Quando Stendhal prende alloggio ad Oggiono, chiede una barca per visitare il lago; gliene viene data una, sulla quale salgono una ragazza e il fratellino. Stendhal dice alla fanciulla, scherzando: «Lei è pescatrice e peccatrice» (nel diario leggiamo: « «Vous êtes pescatrice et peccatrice»). Lei risponde, in tutta franchezza: «Sì». Con queste premesse, il giorno seguente Stendhal e l’amico chiedono di nuovo la barca: questa volta c’è la peccatrice, il fratellino non c’è. Quando la barca è in mezzo al lago, i due allungano le mani; il diario non dice molto, ma fa presente che la peccatrice diceva «minc, minc!» (così è scritto) e minaccava di gettarsi nel lago. Non so se sia corretto tradurre l’espressione abbreviata «b.ée» (che sta verisimilmente per baisée) con il termine “scopata”, come mi è capitato di leggere, per cui «à grand’ peine une b.ée» sarebbe da intendere come “a mala pena una sveltina”. Tutto sta a interpretare correttamente quell’altra notazione abbreviata, dove Stendhal scrive «Elle d… deux fois». Forse quella “d” sta per dégluti? Può essere. Nel dubbio, riporto le parole della stesura originale:

Nous volons au lac, croyant être sûrs de notre fait; nous nous embarquons avec l’objet sans frères; à grand’ peine une b.ée et elle menaçait de se jeter dans le lac; minc, minc, disait-elle sans cesse. Elle d… deux fois; son air fatigué après.

Ognuno interpreti come vuole queste parole. Bisognerebbe leggere il diario per intero e, qualora non vi si trovasse niente, passare in rassegna la corrispondenza di Stendhal, e verificare se quella “d” ricorre altrove, e con quale significato deducibile dal contesto. Per il momento basti sapere che i due amici lasciano alla “peccatrice” 3 lire e 7,5 soldi, come si precisa al termine del diario, nella nota delle spese (nel resoconto, p. 350 dell’edizione segnalata, è scritto proprio così, in italiano: «à la peccatrice». Il Journal di Stendhal (tutto, e non solo quello relativo al viaggio in Brianza) può essere letto in rete, nel sito della Bibliothèque Nationale de France, basta fare clic sul nesso: Journal du voyage dans la Brianza.

Al tempo della nostra escursione a Oggiono, nel luogo dove presumibilmente si trovava la locanda di Stendhal, c’era un locale, forse era anche un albergo: si chiamava “Fattorie di Stendhal”, oggi non c’è più, cioè c’è un altro locale con vista lago, ma è rifatto da cima a fondo, come oggi usano i geometri brianzoli, troppo moderno per i miei gusti. Il caso volle che allora dietro il banco ci fosse una signora con occhi meravigliosi e un petto molto forte che sarebbe piaciuta a Stendhal; il mio amico chiese di poter essere ritratto insieme con lei, nel giardino. Preciso che non fu consumato nessun peccato.
Rimane da dire l’incidente che occorse alla mia copia dell’Elogio della follia. Il fatto è che quel libro si trovava in una valigetta nella quale riponevo i pennelli, i colori per acquerello in “godet” (cioè la scatola delle tavolette dei pigmenti da stemperare in una ciotola che prende il nome di godet, appunto) e un barattolo di vetro a imboccatura larga, contenente l’acqua necessaria per l’esecuzione della pittura acquerellata. Il barattolo era chiuso da un tappo a vite provvisto di guarnizione in gomma. Al termine di quelle cinque o sei piacevoli ore passate a Oggiono, opportunamente rifocillati e dopo aver letto il giornale, e un po’ di Erasmo, all’ombra di un salice, riponemmo le nostre cose nel bagagliaio dell’automobile e ce ne tornammo a Milano.
Quando fui tornato a casa e aprii la valigetta, mi accorsi di non aver stretto bene il coperchio del barattolo dell’acqua che, filtrando tra il bordo del vetro e la guarnizione in gomma del coperchio, aveva inzuppato le pagine del libro, che asciugai come potei con il phon per i capelli. Ma il danno era fatto, perché le pagine rimasero per sempre gibbosamente ondulate, con macchie sparse di un color di bistro slavato. Già, perché l’acqua che avevo versato limpida nel barattolo, al ritorno conteneva abbondanti tracce di tutti i colori, per via delle frequenti immersioni del pennello. E la somma dei colori è appunto un colore che prende il nome di bistro. Ma perché non avevo buttato l’acqua prima di riporre il barattolo nella valigetta? Mah, era un’abitudine: e se ci fosse venuto in mente, all’ultimo momento, di registrare con i pennelli un’altra veduta?
L’incidente a quel tempo mi dispiacque, mi diedi dello stupido perché non avevo stretto bene il coperchio del barattolo. Oggi invece ne sono contento, adesso che per via di più idonei occhiali posso rileggere quel mio Erasmo stampato in corpo 8: per essere precisi, sono orgoglioso; a questo sentimento concorrono due o tre motivi, onestissimi, s’intende, ma troppo privati per essere analizzati in un diario pubblico.

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Erasmus purus putus

Ovvero Erasmo “in purezza”, purgato della mistica euroburocratica

 

Holbein-erasmus

Ritratto di Erasmo da Rotterdam, di Holbein il Giovane .

È venuto il momento di presentare un brano di Erasmo, come ormai da qualche tempo abbiamo cominciato a fare, da quando ci siamo accorti che il suo nome è abusato per fini politici e, per così dire incarcerato, costretto nel gabbio del politicamente corretto dei conformisti corifei di un’Europa tecnoburocratica che non è l’Europa, ma la tomba dell’Europa. Che i conformisti si fregino del nome di Erasmo, che fu un campione di anticonformismo, è proprio grossa! Ma a questo abbiamo accennato – anzi, più che accennato – in alcuni precedenti interventi:

Il libero pensiero nella tradizione umanistica, prima dell’illuminismo

Un adagio di Erasmo contro gli opportunisti/conformisti del Pd

Erasmo da Rotterdam, libero pensatore, contro il cazzeggio

La Follia parla delle donne giocosamente (e poco serranamente!)

Erasmo contro la bestialità del voler risolvere le controversie con la violenza

Il brano scelto è tratto dalla dedica dell’Elogio della follia a Tommaso Moro, che dall’amico è definito “uomo per tutte le stagioni”. Attenzione, però: Erasmo non intendeva che Moro fosse disponibile a ogni compromesso, ché questo farebbe a pugni con l’etica dell’uomo politico, dell’umanista e santo della Chiesa Tommaso Moro. Al contrario, Erasmo vuol dire, come del resto si capisce bene leggendo l’epistola dedicatoria, che Moro è uomo affabile e disponibile per gli amici. Tale interpretazione è ribadita da Erasmo all’inizio del suo proverbio 286° (gli Adagia cominciarono a essere pubblicati nel 1500, ed erano ottocento; nell’edizione definitiva di Basilea, del 1536, saranno più di quattromila; l’Elogio della follia è del 1509). [*] Questa definizione di Tommaso Moro diventerà il titolo di una commedia quindi il titolo di un celebre film:

Il film Un uomo per tutte le stagioni narra di Tommaso Moro, insigne umanista, santo della Chiesa e cancelliere del re, condannato a morte per non aver riconosciuto la supremazia del re d’Inghilterra, Enrico VIII, sulla Chiesa romana. In questo spezzone il re s’intrattiene con la figlia di Tommaso Moro: sa che è una persona erudita (lo fu veramente), perciò le rivolge la parola in latino, le domanda se conosce anche il greco e conclude con l’elogio delle proprie gambe. Per leggere la trascizione del dialogo e la sua traduzione, si veda: Tommaso Moro non confondeva il papa con il Dalai Lama, la figlia parlava latino.

 

1. Superioribus diebus cum me ex Italia in Angliam recepissem, ne totum hoc tempus quo equo fuit insidendum amusois et illitteratis fabulis tereretur, malui mecum aliquoties vel de communibus studiis nostris aliquid agitare, vel amicorum, quos hic ut doctissimos ita et suavissimos reliqueram, recordatione frui. 2. Inter hos tu, mi More, vel in primis occurrebas; 3. cuius equidem absentis absens memoria non aliter frui solebam quam praesentis praesens consuetudine consueveram; 4. qua dispeream si quid umquam in vita contigit mellitius. 5. Ergo quoniam omnino aliquid agendum duxi, et id tempus ad seriam commentationem parum videbatur accommodatum, visum est Moriae Encomium ludere.
6. Quae Pallas istuc tibi misit in mentem? 7. inquies. 8. Primum admonuit me Mori cognomen tibi gentile, quod tam ad Moriae vocabulum accedit quam es ipse a re alienus; 9. es autem vel omnium suffragiis alienissimus. 10. Deinde suspicabar hunc ingenii nostri lusum tibi praecipue probatum iri, propterea quod soleas huius generis iocis, hoc est nec indoctis, [11] ni fallor, [10-segue] nec usquequaque insulsis, impendio delectari, et omnino in communi mortalium vita Democritum quendam agere. 12. Quamquam tu quidem, ut pro singulari quadam ingenii tui perspicacitate longe lateque a vulgo dissentire soles, ita pro incredibili morum suavitate facilitateque cum omnibus omnium horarum hominem agere et potes et gaudes. 13. Hanc igitur declamatiunculam non solum lubens accipies ceu μνημόσυνον tui sodalis, verum etiam tuendam suscipies, utpote tibi dicatam iamque tuam non meam.

Traduzione:

Nei giorni scorsi, quando dall’Italia mi recavo in Inghilterra, perché tutto quel tempo, nel quale dovevo stare in sella [equo insidendum], non fosse sciupato in chiacchiere [‘fabulis’, dal verbo ‘fari’, parlare] senza il conforto delle Muse e delle buone lettere, preferii ogni tanto ritornare con il pensiero [‘agitare’: letteralmente, “smuovere”] ai nostri comuni interessi di studio, o anche godere del ricordo degli amici che qui avevo lasciato, affabili, non meno che colti [ut… ita et]. Fra questi, e [‘vel’, con significato rafforzativo] tra i primi, mi venivi in mente tu, mio caro Moro; e, quand’eri assente e io ero lontano [absentis absens] traevo piacere [frui solebam] dal tuo ricordo non diversamente da come avevo l’abitudine di gioire della tua frequentazione [consuetudine] quand’ero in tua presenza [praesentis praesens]; mi venga un colpo [dispeream] se mai in vita mia mi è capitata una dolcezza maggiore [aliquid mellitius] di quella! Perciò poiché avevo stabilito [duxi] che in ogni caso avrei dovuto fare qualcosa, e quelle circostanze [id tempus] mi sembravano poco idonee a scrivere un trattato serio, mi è parso opportuno [visum est] giocare a fare un encomio [encomium ludere] della sciocca follia.
Tu mi dirai [inquies]: «Chi è quel dio che ti posto in mente codesta [istuc] brillante trovata? Pallade?». In primo luogo mi ha invogliato [monuit] il nome della tua famiglia [cognomen gentile], perché tu ti chiami Moro, ed è un nome così vicino a quello della follia [Moriae vocabulum] quanto tu ne sei distante; invero ne sei distantissimo, proprio così, per universale consenso [omnium suffragiis]. Poi avevo il sentore [suspicabar] che questo scherzo partorito dalla nostra fantasia [ingenii nostri lusum] sarebbe stato approvato da te soprattutto, da te che hai l’abitudine di trarre grandissimo [impendio] diletto da questo genere di scherzi, che non sono né rozzi [indoctis] – se non sbaglio – ma nemmeno del tutto [usquequaque] privi di mordente [insulsis], da te che in questa vita dove siamo tutti mortali fai un po’ [quendam] il Democrito. Per quanto [quamquam], tu invero [quidem], da un lato [ut] sei quello che dissente radicalmente [longe lateque dissentire soles] nei confronti dell’opinione del volgo, in virtù [pro] di un certo tuo singolare acume d’ingegno, dall’altro [ita] sei capace [potes] e ti compiacci [gaudes] di fare la parte dell’uomo [hominem agere] per tutte le stagioni [omnium horarum], in virtù [pro] della soavità dei tuoi modi e disponibilità con tutti. Non solo dunque accetterai volentieri [lubens] questa piccola orazione come un ricordo del tuo compagno di studi, ma [verum etiam] te ne farai carico [suscipies] per difenderla, perché [utpote] è dedicata a te, ed ormai è tua, non mia.

 

Analisi sintattica e note di comprensione

1. Periodo complesso, composto di sei proposizioni: a. proposizine principale (predicato verbale: malui); b., c. proposizioni dipendenti completive-oggettive, coordinate dalla congiunzione vel (predicati verbali: agitare, frui); d. proposizione dipendente temporale (predicato verbale: recepissem); e. proposizine dipendente finale (predicato verbale: tererentur); f. prop. dipendente di II grado dalla proposizione e., relativa-appositiva (predicato verbale: fuit insidendum). Due aggettivi di grado superlativo – doctissimos e suavissimos – sono resi con i corrispondenti aggettivi al grado positivo, perché nella lingua italiana, soprattutto moderna, l’uso del superlativo è talora avvertito come una stonatura. L’aggettivo amusos, nella proposizione e., è un prestito dal greco, già impiegato da Vitruvio: significa “senza le Muse”, cioè senza il conforto dell’arte.

2. Periodo di una sola proposizione (predicato verbale: occurrebas), che chiamiamo complessa perché, oltre al soggetto e al predicato verbale contiene tre complementi.

3. Periodo complesso, composto di due proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: frui solebam, dove solebam è verbo servile); b. prop. comparativa (predicato verbale consueveram), dove frui è sottinteso, come si capisce dalla simmetria dell’espressione: solebam… Si osservi il ruolo retoricamente efficace (poliptoto) dei participi congiunti absentis absens e praesentis praesens.

4. Periodo complesso ipotetico, composto di due proposizioni: a. principale, di valore ottativo-esclamativo (predicato verbale: dispeream); b. dipendente condizionale (predicato verbale contigit). La principale è l’apodosi del periodo ipotetico; la dipendente è la protasi; il periodo ipotetico è del I tipo.

5. Considerando agendum e accomodatum forme nominali del verbo (nomi verbali) risulta un periodo complesso composto di quattro proposizioni: a. prop. principale (predicato verbale: visum est); b. prop. dipendente completiva-soggettiva (predicato verbale: ludere): c., d. due proposizioni causali coordinate, introdotte dalla congiunzione subordinante quoniam e coordinate dalla congiunzione et (predicato verbale: duxi, videbatur).

6. Periodo di una sola proposizione, interrogativa-reale (predicato verbale misit). Si noti che Pallas (Pallade, per i Romani Minerva) è la dea della saggezza: qui è evidente il ricorso all’ironia, visto che Erasmo non della saggezza ha deciso di fare l’encomio, ma dell’insipienza. Nella traduzione l’aggettivo “brillante” traduce il significato implicito nella menzione di Pallade Atena. Si noti anche istuc, forma arcaica per istud.

7. Proposizione semplice ellittica del soggetto: s’intende che sia Tommaso Moro, al quale Erasmo dedica l’opera (predicato verbale: inquies).

8. Periodo complesso comprendente: a. proposizione principale (predicato verbale: admonuit); b. proposizione causale (predicato verbale: accedit); c. proposizione comparativa (predicato verbale: es). Moria è traslitterazione latina di μωρία, che significa “follia”.

9. Periodo comprendente una sola proposizione, complessa (predicato verbale: es). Si noti l’uso di vel con valore asseverativo.

10. Periodo complesso, comprendente quattro proposizioni: a. proposiz. principale (predicato verbale: suspicabar); b. proposiz. completiva oggettiva (predicato verbale: probatum iri); c., d. due proposizioni causali coordinate, dipendenti (di II grado) da b. (predicati verbali: soleas delectari, agere). Questo periodo include la proposizione incidentale 11.

11. ni fallor >> proposizione ellittica del soggetto, incidentale perché sintatticamente indipendente dal periodo nel quale è inserita. Democritum agere significa recitare la parte di Democrito, il filosofo al quale si attribuisce, insieme a Leucippo, la fondazione della teoria atomistica. Come gli epicurei, che infatti si rifecero a lui, Democrito sosteneva che si dovesse ridere della paura. Nella traduzione l’avverbio impendio è reso con un aggettivo, mentre l’aggettivo indefinito quendam è reso con un’espressione avverbiale (un po’).

12. Periodo complesso, comprendente: a., b. due proposizioni indipendenti coordinate (predicati verbali: agere potes e gaudes); proposizione dipendente comparativa (predicato verbale: dissentire soles). Si noti che quamquam non è congiunzione subordinante (col significato di “benché…”) che introduce una proposizione concessiva, ma è congiunzione coordinante (con il significato di “per quanto…), come a favorire la transizione a una nuova considerazione, qui espressa dalla principale. Si noti l’uso di ut… ita, ricorrente nel latino umanistico, assimilabile a quello di μέν … δέ… in greco. Si noti ancora l’uso della congiunzione pro che non introduce un complemento di vantaggio o locativo (nel significato di “davanti a”), o di scambio/sostituzione, ma di relazione.

13. Periodo composto (composto, e non complesso), perché comprende due proposizioni principali coordinate (predicati verbali: accipies, suscipies). Si noti la presenza nel periodo di due participi congiunti, con significato, rispettivamente modale (lubens equivale all’avverbio libenter) e finale (tuendam equivale a ut eam tuearis). Erasmo fu ospite di Moro in Inghilterra due volte, studiarono insieme e si perfezionarono nella lingua greca: per esempio tradussero Luciano di Samosata. Il loro fu un sodalizio culturale, perciò Erasmo si dice sodalis di Tommaso Moro.

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[*] L’Adagium 286 porta il titolo Omnium horarum homo e s’inizia così: «Qui seriis pariter ac iocis esset accommodatus et quicum assidue libeat convivere, eum veteres omnium horarum hominem appellabant. Atque ita vocatum Asinium Pollionem auctor est Fabius». Cioè “Gli antichi chiamavano ‘uomo per tutte le stagioni’ colui che fosse parimenti disponibile al serio e al faceto, e del quale fosse piacevole la frequentazione. Fabio [Quintiliano] testimonia che così veniva chiamato Asinio Pollione”.