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La storia vera della “versiera” di M.G. Agnesi

preceduta da una biografia ragionata della matematica milanese

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francobollo_Agnesi

Figg. 1, 2 – Francobollo emesso l’anno scorso in occasione del terzo centenario della nascita di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), che ebbe meriti straordinari nelle matematiche e nella filantropia. L’immagine è tratta da un’incisione su disegno (1812) di Maria Longhi, frutto di libera e idealizzata interpretazione di un acquerello di Benigno Bossi. Più verisimigliante, assai probabilmente, è il busto  che si conserva alla Pinacoteca Ambrosiana (qui sotto), realizzato da G. Franchi, professore all’Accademia di Brera, quando l’Agnesi era in vita. In basso nel francobollo, la curva “cubica razionale”, esprimibile cioè con un’equazione algebrica di terzo grado in x e y, nota come “versiera di Agnesi”.

Agnesi_Ambrosiana_Busto di G. Franchi_piccola

Di Maria Gaetana Agnesi ultimamente si è scritto parecchio, moltissimo, anche perché l’anno scorso ricorreva il terzo centenario della sua nascita. Quel che su di lei è stato scritto può essere classificato, grosso modo, in due categorie:
a) Libri e articoli biografici, pubblicati a stampa e in rete che della vita della matematica e benefattrice milanese riportano e riassumono quanto si legge nell’ottimo Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, scritto dal conte Antonio Francesco Frisi, stampato a Milano nel 1799. Raccontano tutti a un dipresso la stessa storia, talora infarcita d’imprecisioni, dovute al fatto che si sono consultate – e interpretate – fonti secondarie, desunte da quella primaria (il Frisi).
b) Libri e articoli, non necessariamente dedicati alla figura di Maria Gaetana Agnesi, ma che comunque ne parlano, in virtù del suo contributo al progresso delle Matematiche; in particolare, si diffondono sulla cosiddetta “versiera di Agnesi”, una figura piana (una “cubica”), che sarebbe stata scoperta dalla nostra matematica: ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo. L’imprecisione dell’attribuzione nasce dal fatto che tali scritti riportano notizie desunte da fonti terziarie, che attingono a fonti secondarie che hanno frainteso quelle primarie. Cioè, abbiamo parlato di fonti terziarie per economia del discorso; dovremmo a rigore parlare di fonti n-arie, che hanno attinto a fonti (n – 1)-arie, a loro volta desunte da fonti (n -2)-arie ecc.

Inoltre, come vedremo, è per lo più sbagliata la spiegazione che si suole dare al termine “versiera”, quasi che questa curva volesse indicare un “seno contrario”: ma un seno in che senso? e contrario a che cosa?

Non è un caso che il francobollo commemorativo emesso dalle Poste italiane l’anno scorso (2018) presenti, sotto il ritratto di Maria Gaetana Agnesi giovinetta, la “sua” versiera, perché questo è il principale titolo di merito attribuito a colei che fu da giovane una fanciulla prodigio e che nell’età matura fu poco meno che una santa, pervasa di un cattolicesimo che dire lombardo sarebbe riduttivo. Vero è che il cattolicesimo dell’Agnesi è improntato a concretezza e amore per il prossimo, e che perciò può essere confrontato con quello di Federico Borromeo, il cardinale Federigo (con la “g”) dei Promessi sposi. Ma lei va oltre: come vedremo, Maria Gaetana Agnesi vorrà cimentarsi nell’impresa titanica di confutare l’impossibilità di essere compiutamente cristiani. Un po’ come il principe Myškin nell’Idiota di Dostoevskij.
Dunque la fama dell’Agnesi, che ha meriti matematici grandissimi, non dovrebbe essere appiattita nella versiera. Eppure nel 2015, in previsione, di lì a qualche anno, del terzo centenario della sua nascita, i signori del motore di ricerca Google hanno pensato di crearle quello che si chiama un “doodle” (che, tradotto dall’inglese, significa “scarabocchio”), cioè uno speciale logo di Google, personalizzato. Il doodle di Maria Gaetana Agnesi presenta naturalmente la “sua” versiera, che in realtà non è sua.


Fig. 3 – Il “doodle” dedicato a Maria Gaetana Agnesi.

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1. Cenni biografici

Sulla vita e le intenzioni di vita di Maria Gaetana Agnesi, esiste una fonte autorevolissima, non “superata” né contrastata da alcun altro documento. Questa fonte è l’Elogio storico di Donna Maria Gaetana Agnesi, del quale si diceva. Qui sotto ne vediamo la cosiddetta “illustrazione d’antiporta”, cioè l’illustrazione a sinistra del frontespizio, un disegno del busto modellato su creta nel laboratorio di uno scultore, che l’aveva osservata attentamente dal vivo, e che poi trasferì sul marmo. Lo scultore è Giuseppe Franchi, professore di Scultura e Disegno all’Accademia delle Belle Arti di Brera; il busto è conservato alla Pinacoteca Ambrosiana.[1] L’immagine è diversa da quella del francobollo, che semmai somiglia al busto che vediamo nel cortile d’onore del palazzo di Brera, Milano, di fattura ottocentesca: ma sono questi dettagli di poco conto, tranne che per i maliziosi.

Dissimualtione famam auxit

Fig. 4 – Immagine d’antiporta del libro scritto dal conte Antonio Francesco Frisi, fratello di Paolo Frisi, famoso matematico e astronomo. Facendo clic sull’immagine (il disegno è ancora del Franchi, autore del busto di fig. 2) è possibile sfogliare il libro. Intorno al ritratto si legge un’espressione che Tacito scrisse per la Vita di Agricola, ma qui attribuita all’Agnesi: «Dissimulatione famae famam auxit», cioè “Accrebbe la propria reputazione non facendo conto della propria fama”.

Sfogliando il libro – la fonte primaria che si diceva – apprendiamo che Maria Gaetana Agnesi è figlia di Pietro Agnesi, Regio Feudatario di Montevecchia, che è un colle morenico dell’amena Brianza. A Montevecchia don Pietro aveva una villa, in stile rococò, al cui muro di recinzione leggiamo affissa la seguente iscrizione: «Maria Gaetana Agnesi, dei matematici veri e della carità sapientissima [cioè, traducendo dall’italiano latineggiante in italiano corrente: la più sapiente fra i matematici e tra gli uomini la più caritatevole], giovinetta e ottuagenaria allietò nella pace la sua vita umile e grande».

Villa_GaetAgnesi
Fig. 5 – Villa Agnesi a Montevecchia.

Il padre non tardò ad accorgersi delle doti intellettuali e delle straordinarie doti mnemoniche della figlia, primogenita di ventiquattro fratelli e sorelle,[2] di primo e secondo letto. Le apprese il francese, nella qual lingua la fanciulla «fece così rapidi progressi che appena giunta agli anni cinque del viver suo, ne sostenne prove non volgari alla presenza de’ parenti ed amici fra le domestiche pareti».[3] Quanto al latino, il buon padre osservò nella figlia, come per caso, «una sorprendente facilità in ritenere e ripetere le ascoltate lezioni [di latino] del fratello, con mirabile ordine e precisione». Le diede allora come insegnate di latino il religioso, chierico regolare teatino[4] che a casa Agnesi era il padre spirituale di tutta la famiglia. E poi altri maestri ancora.
Tra i molti intellettuali che frequentavano il circolo di casa Agnesi, c’era l’abate Gemelli, uno dei maestri che seguivano gli straordinari progressi della fanciulla, il quale, pensando alle doti dell’allieva, scrisse e recitò un’orazione che aveva per argomento gli studi delle donne. Ebbene, Maria Gaetana aveva fatto progressi così rapidi nello studio del latino che poco prima di compiere i nove anni la «tradusse ottimamente dall’italiano in latino…, [e la] recitò dappoi a memoria nel giardino di sua casa, alla presenza di una numerosa e colta adunanza, a tale oggetto invitata, riscuotendone non comuni applausi».[5] Don Pietro, manifestamente orgoglioso del talento della figlia, si compiaceva di darne prova agl’intelletti migliori di Milano, più o meno come avrebbe fatto, circa quarant’anni dopo, ovviamente mutatis mutandis, Leopold Mozart, padre di Wolfgang Amadeus.
Scrive sempre il Frisi: «Non andò guari [cioè, non passò molto tempo] che anche la nostra Agnesi poté meritarsi il titolo di “Oracolo settilingue”, avendo ella aggiunte al possesso della lingua italiana, latina e francese, eziandio la greca, l’ebraica, la tedesca e la spagnola». Sotto la guida di ottimi maestri continuava a perfezionare gli studi letterari, faceva traduzioni.
Maria Gaetana aveva diciannove anni e già la fama delle sue doti aveva valicato i confini dell’Italia quando «dallo studio dell’eloquenza e delle lingue era passata per ubbidire al padre agli ardui e sublimi della filosofia». Sotto la guida d’illustri scienziati che frequentavano il cenacolo di don Pietro Agnesi, prese a studiare gli Elementi di Euclide, cioè la geometria, e ancora logica e metafisica, fisica teorica e applicata. I maestri erano sbalorditi, tant’è che «inoltratasi ella con mirabile rapidità in queste scienze, vollero gli esperti precettori che la loro brava discepola esponesse successivamente in privata compagnia domestica a pubblico cimento i propri progressi con varie tesi filosofiche, sostenute alla presenza di scelti e qualificati personaggi della sua patria». Alle domande Maria Gaetana rispondeva mostrando perfetta conoscenza della materia, in purissima lingua latina. Avvenne così che «in una generale disputa, tenuta al solito in sua casa nel principio del 1738, diciannovesimo di sua età… [avesse] a difendere centonovantuna tesi, alla presenza de’ principali Ministri e Senatori, e dei più celebri Letterati di Milano». Le tesi filosofiche di Maria Gaetana Agnesi furono date alle stampe lo stesso anno con il titolo Propositiones philosophicae quas crebris disputationibus domi habitis coram clarissimis viris explicabat ex tempore et ab obiectis vindicabat Maria Cajetana de Agnesii Mediolanensis. Nel corso di tali “Accademie” (così le chiamavano) l’Agnesi rispondeva alle domande e intavolava discussioni che vertevano, tra l’altro, su logica, ontologia, pneumatologia, meccanica dei gravi, fluidodinamica, astronomia, geografia, zoologia, botanica e geologia. Questi sono appunto gli argomenti del libro, il cui titolo può essere tradotto così: “Tesi filosofiche esposte estemporaneamente da Maria Gaetana Agnesi nel corso di frequenti dibattiti che ebbero luogo a casa sua alla presenza d’uomini illustrissimi, e da lei difese contro le obiezioni che le si muovevano”.

M.G. Agnesi._Propositiones Philosophicae
Fig. 6 – Per leggere il libro, fare clic sull’immagine.

Varrà la pena precisare che già l’anno precedente la pubblicazione del libro, Maria Gaetana Agnesi aveva preso a studiare il Traité analytique des sections coniques del Marchese de l’Hôpital, sul quale scrisse un ampio commento, ancora inedito (il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano).
Gli straordinari progressi nelle Lettere e nelle Scienze non ebbero tuttavia «forza bastante di scuotere il di lei animo, né di incitarlo ad alcuna troppo del resto naturale presunzione dei suoi talenti e di se stessa». In altre parole, Maria Gaetana non era assatanata di gloria. Perciò «giunta ella appena al ventesimo anno, determinò di ritirarsi dal mondo e abbracciare il solitario instituto delle religiose, dette volgarmente Celesti o Turchine, dal colore dell’abito». In altre parole pensò di monacarsi. Chiese pertanto il consenso al padre, il quale non dissimulò «l’acerbo suo dolore, in procinto di essere abbandonato da una sì cara figlia, che meritatamente era fra le altre la delizia del viver suo». Maria Gaetana prese atto del dolore paterno e fece «totale sacrificio delle sue più naturali inclinazioni». Consultatasi con il padre spirituale capì di essere «destinata nel secolo al bene de’ prossimi, ed a soglievo della languente umanità». Rinunciò dunque al proposito di farsi suora, presentò tuttavia al padre tre condizioni: «di vestir semplice e dimesso; di recarsi ad ogni suo arbitrio alla chiesa; e di totalmente lasciare i balli, i teatri ed i profani divertimenti». Il padre accettò le condizioni e la figlia accettò di fare la volontà del padre.
Maria Gaetana tornò a concentrarsi nell’algebra e nella geometria, ponendosi sotto la guida del padre olivetano Ramiro Rampinelli, che ne riconosce immediatamente il talento, la indirizza alla risoluzione dei più difficili problemi geometrici e la mette in contatto con altri esimi matematici.
Dopo aver meditato di pubblicare un commento al trattato del Marchese de l’Hôpital, del quale si è detto, l’Agnesi cambia idea, a favore di un’iniziativa che, più che affermare la sua superiorità intellettuale, risulti utile al suo tempo, e a maggior gloria di Dio. Così nel 1748 pubblica le Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana, con dedica all’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Ed è questa l’opera dove si fa cenno della versiera, della quale diremo.

Istituzioni analitiche_2

Fig. 7 – Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il il libro: in particolare, a p. 381, si fa menzione della versiera. L’Accademia delle Scienze di Parigi ne farà tradurre[6] la parte II su raccomandazione dei celebri matematici J. d’Alembert, M.J.A.C. Condorcet e A.T. Vandermonde. In Inghilterra, il libro è tradotto nel 1760 da John Colson, professore di matematica a Cambridge e traduttore di Newton (dal latino in inglese);[7] ma la traduzione delle Instituzioni analitiche vedrà le stampe soltanto nel 1801.[8]

Il libro è accolto con plauso unanime, in Italia e all’estero; la sua lingua è proposta come modello esemplare di italiano scientifico. Colei che fu una fanciulla prodigiosa, poi una giovinetta geniale, adesso ha trent’anni: subito dopo la pubblicazione, viene chiamata a far parte dell’Accademia delle Scienze di Bologna; la Reale Accademia delle Scienze di Parigi si rammarica di non poterla accogliere tra i suoi membri, a norma di Statuto,[9] ma tesse un elogio della sua opera, per l’ordine, la chiarezza e la precisione dell’esposizione: le Istituzioni analitiche dell’Agnesi – così afferma – contengono tutta l’analisi di Cartesio e quasi tutte le scoperte che si sono fatte fino al presente nel calcolo differenziale e integrale. E loda la sagacità con cui problemi affrontati dai matematici moderni con procedure sempre diverse sono stati presentati in una cornice espositiva unitaria. I matematici e “filosofi naturali” d’Europa scrivono a Maria Gaetana Agnesi per confrontarsi sulle questioni più sottili.
Maria Gaetana fece recapitare le sue Instituzioni analitiche all’imperatrice Maria Teresa, alla quale sono dedicate. La Sovrana – per tramite del conte Gianluca Pallavicini, Ministro imperiale (avremo modo di parlarne ancora, a proposito dell’alterco che ebbe, quattro anni dopo, con il padre di Maria Gaetana) – manifestò alla matematica il suo «clementissimo gradimento», contestualmente facendole recapitare «una preziosa scatola di cristallo di monte [cioè, di quarzo purissimo] ornata con brillanti, ed un anello di diamanti»[10] che in seguito saranno venduti per sopperire, come vedremo, a certe sopravvenute esigenze economiche.
Il Pontefice Benedetto XIV (papa Lambertini) scrive all’insigne matematica una lettera gratulatoria, dove ricorda che «lo studio dell’analisi fu da Noi intrapreso nel primo fiore della nostra gioventù; ma fu poi affatto abbandonato, essendoci consecrati a quegli studj proprj di quello Stato, a cui la Divina Provvidenza ci aveva prescelto»; tuttavia, soggiunge il pontefice, «leggendo alcuni capitoli dell’analisi delle quantità finite, siamo in grado di poter francamente sostenere, ch’ella è senza dubbio nel numero dei primi professori dell’Analisi, che contribuirà alla riputazione letteraria dell’Italia, e della nostra Accademia delle Scienze di Bologna, a cui ella è con tanto nostro contento aggregata». A questo punto, a secoli di distanza, non possiamo che levarci il cappello, oltre che davanti a M.G. Agnesi, anche davanti al pontefice: ma è colui che, quand’era “soltanto” il cardinale Lambertini, ottenne che Laura Bassi, fisica di scuola newtoniana, la seconda donna laureata in Italia, insegnasse all’Università di Bologna.
Quindi Benedetto XIV – scrive ancora il Frisi – «senza preventiva petizione, e di moto proprio la nominò a Lettrice onoraria di Matematiche nella celebre Università di Bologna»; segue l’invito del Senato accademico di Bologna a occupare la cattedra di Matematica dell’Università: avveniva nel 1750. Pur iscritta nei ruoli dei cattedratici dell’Università di Bologna (la registrazione fu mantenuta per 45 anni) Agnesi non si spostò da Milano, dove orientava la propria esistenza, sempre più, a pratiche religiose e caritatevoli, nonostante il padre manifestasse la propria contrarietà: «Oltre l’assiduità sua nel prestare temporali e spirituali benefici agli infermi di sua Parrocchia, e del vicino Spedal Maggiore,[11] fattesi assegnare dal padre alcune remote stanze di casa, ove ella abitar potesse segregata dalla restante di sua famiglia, cominciò a tenere presso di sé successivamente qualche inferma, alla quale personalmente e tutta sola rendeva gli opportuni servigi». Nonostante questa svolta pietistica, si prestava «senza difficoltà apparente, e senza indugio veruno ai desideri paterni […] intervenendo con aspetto ilare e tranquillo alle consuete Accademie di Casa»: cioè continuava a prendere parte alle dotte riunioni (le “Accademie”) del circolo intellettuale di casa Agnesi. E lo faceva «proponendo, o rispondendo a quesiti, problemi e dubbi scientifici». Le Accademie erano non di rado ravvivate dalle esecuzioni di donna Maria Teresa, sorella minore di Maria Gaetana, donna anche lei di talento, clavicembalista e compositrice.


Fig. 8 – ‘Concerto per il cembalo’, di Maria Teresa Agnesi.

Due anni dopo, nel 1752, viene a mancare il padre, per un forte attacco di petto, conseguenza di un alterco con Gianluca Pallavicini, «Governatore e Capitano generale della Lombardia austriaca», che gli rimproverava negligenza nel maritare le figlie, in particolare Maria Teresa, che aveva recentemente ricevuto una proposta di matrimonio, poi andata a vuoto, secondo le malelingue, per intervento del genitore. Questo episodio conferma la sollecitudine paterna per le figlie – testimoniata dall’educazione che impartì a Maria Gaetana – ma non ci autorizza ad alcuna illazione strampalata: quando diremo che il padre era orgoglioso della gloria che le figlie procuravano al suo casato di recentissima nobiltà (il titolo di feudatario di Montevecchia era stato acquistato con i proventi dell’industria della seta), avremo detto tutto quel che si può dire, sulla base di testimonianze disponibili e incontrovertibili.
Morto il padre, Maria Gaetana, «tolto di mezzo ogni impedimento a seguire la divina volontà, tutta all’istante si dedicò a Dio ed a beneficiare i prossimi più indigenti, […] notte e giorno provvedendo a’ loro bisogni colle proprie mani, senza sostituzione di alcuno de’ suoi domestici». Giustificava la svolta impressa alla propria vita (aveva 34 anni e sarebbe vissuta ancora 47 anni) con queste parole: «L’uomo deve sempre operare per un fine, il Cristiano per la gloria di Dio; finora spero che il mio studio sia stato di gloria a Dio, perché giovevole al prossimo ed unito all’obbedienza, essendo tale anche la volontà e genio di mio padre: ora cessando questa, trovo mezzi e modi migliori per servire a Dio e giovare al prossimo, ed a questi devo e voglio appigliarmi».
Sul piano intellettuale si dedicò a una lettura indefessa delle Sacre Scritture e alle opere, greche e latine, dei Padri della Chiesa. Scrisse un «Trattato sulle virtù, i misteri e le eccellenze di nostro Signore Gesù Cristo». Gli studiosi di matematica Italia e all’estero, le chiedevano di farle visita, ma lei declinava l’invito, con ferma cortesia. E quando, nel 1762, l’Accademia di Torino le inviò i lavori di Lagrange inerenti al calcolo delle variazioni e chiese un suo giudizio, la risposta fu che «le serie occupazioni sue l’impossibilitavano a ricevere questi contrassegni non meritati dell’altrui stima».
Ottenuta la liquidazione della sua parte di eredità (da dividere fra tredici fratelli e sorelle superstiti), «si fissa in una ristretta parte della casa stessa»: un quartierino di tre stanze, che riempì di povere inferme «senza punto eccettuare le ulcerose, o le giudicate insanabili, alle quali prestava l’usata assistenza per sé sola [cioè, senza ricorrere ad altri] in ogni loro bisogno, medicando eziandio le loro piaghe schifose ed orribili con le proprie mani». Insomma, il suo quartierino divenne un piccolo ospedale e per far fronte alle spese pose in vendita i gioielli che aveva avuto in dono dall’imperatrice Maria Teresa.
Poiché però «sì ristretto ricovero» non corrispondeva alla «dilatazione della sua carità, risolvette di ritirarsi dalla casa paterna» e si trasferì a Porta Vigentina con quattro inferme. Era il 1759, sette anni dopo la morte del padre. Intanto aveva dato fondo alle sostanze e, volendo istituire un ospedale, chiese soccorso ai facoltosi milanesi che lei conosceva e che l’avevano conosciuta, ma invano. Si rivolse allora alle istituzioni religiose. Dopo due anni di privazioni e macerazione volontaria cadde malata, tanto che i medici riuscirono finalmente a convincerla a ritirarsi per qualche tempo nella villa paterna a Valera Vecchia, in Brianza.

Varedo_1

Fig. 9 – Villa Agnesi a Valera Vecchia, presso Varedo, in Brianza. Si legge nella targa «In questa villa paterna / visse / Maria Gaetana Agnesi / studiando istruendo beneficando. / A ricordo dell’illustre donna / nel primo centenario / della sua morte / il Municipio pose. / IX gennaio MDCCCXCIX».

Tornata a Milano, assisteva gl’infermi e insegnava il catechismo nella sua parrocchia, assumendosi «con eroica pazienza il carico d’istruire persone sceme[12] giudicate incapaci di accostarsi ai SS. Sacramenti», eppure ottenendo risultati che furono giudicati sorprendenti.
Maria Gaetana ha da poco trasferito nuovamente la sua dimora, da porta Vigentina a porta Romana, quando nel 1711 riceve dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli, «l’incarico di visitatrice e direttrice delle donne, specialmente inferme, nel Luogo pio Trivulzi»: il “Pio Albergo Trivulzio” che ancora oggi è la casa di cura per gli anziani meno abbienti di Milano. Allora però non si trovava dov’è adesso, lungo la via per Baggio, ma in contrada della Signora, di fronte a Palazzo Sormani. Qui infine Maria Gaetana si trasferì (nel 1783) e qui trascorse la maggior parte del tempo restante della sua vita, fino alla soglia del nuovo secolo, «accomunatasi per sua umiltà a quelle povere alunne [cioè alle donne che vivevano della carità dell’Istituto], in apparenza quasi una di esse» e «tutta consacrata all’assistenza del suo Spedale». Quando la sua salute peggiorò (la vista e l’udito erano ormai assai deboli, soffriva di emicranie ed era tormetata dalla gotta) accettò l’esortazione e quasi l’imposizione del fratello Giovanni, che lei stessa aveva amorevolmente educato quand’era giovinetto, di trascorrere qualche tempo nelle ville che furono del padre: a Montevecchia e Valera Vecchia, delle quali abbiamo detto. Tornata al Pio albergo, Maria Gaetana scivola in uno stato di grande debolezza, fisica e mentale. Scrive il conte Frisi che «la confusione della sua mente cresce al sommo, a cui si aggiunge una grande aridità di spirito. Questa le cagiona forti timori intorno alla sua eterna salute» (per “aridità di spirito” deve intendersi la depressione). Il medico diagnostica un’idrope al petto, il decorso della malattia fa presagire la fine imminente, che lei accoglie ripetendo «con inusitato coraggio: Verumtamen non mea, sed tua voluntas est».
Banalizzando, si potrebbe paragonare la parabola di Maria Gaetana Agnesi a quella di Blaise Pascal che a trentuno anni abbandonò la matematica e la fisica per dedicarsi tutto alla religione e alla filosofia; Maria Gaetana abbandonò le Matematiche a trentaquattro anni. Ma a parte la differenza di scala tra il pensiero di Pascal e quello dell’Agnesi (senza per questo niente togliere ai suoi meriti), c’è nell’Agnesi qualcosa che preoccupava l’ambiente milanese, come preoccupava i parenti di santa Chiara d’Assisi (che cercarono di rapirla dalla Porziuncola, dove si trovava): il fatto è che l’esercizio della carità in queste due donne si accompagna, e non a caso, a un degrado sociale, più che accettato, ricercato. Leggendo tra le righe le parole del Frisi, che le fu amico e che ne tesse un elogio sincero, gli elementi per approfondire questo aspetto della sua personalità non mancherebbero. Il che non significa che si possa arrivare a certezza, per abili che si sia, come fu abile Freud a interpretare un tratto non irrilevante della personalità di Leonardo[13] – la sua omosessualità – analizzandone un sogno. È comprensibile dunque che una studiosa attenta della figura dell’Agnesi, Luisa Anzoletti, parli di un «enigma psicologico».[14]
La carità cristiana dell’Agnesi ha un tratto caratteristico del cattolicesimo lombardo, la concretezza e l’intensa operosità, ma a differenza per esempio del cardinale Federigo, che volge il privilegio (la superiorità intellettuale, la ricchezza) a fin di bene, lei annienta il privilegio e, come il principe Myškin del quale si diceva all’inizio, pecca, forse, della superbia – l’unica sua superbia – di volere confutare chi va sostenendo l’impossibilità di essere compiutamente cristiani. O, più semplicemente, come il Padre Sergio di Tolstoj, pensava, da sempre, fin da giovanetta, che servire Dio richiedesse una sorta di annientamento della personalità, una professione di umiltà al servizio dei bisogni della comunità. Quella personalità della quale non ebbe il pieno possesso finché il padre fu in vita, e che con eroico trasporto rese a Dio il giorno della morte di don Pietro.

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2. La cosiddetta versiera di Agnesi

Già il logo dedicato di Google, il “doodle” creato per ricordo di Maria Gaetana Agnesi, ci fa capire che la versiera è una sorta di curva a campana; abbiamo anche visto che nasce  dall’intersezione di una retta orizzontale e di una verticale, secondo un meccanismo comandato da un pallino che si sposta lungo un cerchio. Il doodle è però un troppo veloce: per capire il tracciamento geometrico della versiera, conviene ricorrere a questa presentazione animata, reperibile nel dominio del sito Geogebra (un software per l’apprendimento e l’insegnamento della matematica).

Tracciamento versiera (Matemedia)

Fig. 10 – Facendo clic sull’immagine si apre una scheda che ci consente di tracciare manualmente la versiera: si porti l’indicatore del mouse sul punto B e lo si trascini sul piano; conseguentemente si modifica l’assetto della costruzione geometrica: la versiera è il luogo dei punti d’intersezione della retta orizzontale DF e della retta verticale EF.

La versiera è costruita in questo modo: dato un cerchio di diametro OA = 2a e un sistema di assi cartesiani Oxy, si consideri un punto D sulla circonferenza e dall’origine degli assi si tracci una retta passante per D. La retta OD incontra la retta orizzontale tangente al cerchio in A nel punto E. Si tracci una retta orizzontale passante per D e si tracci una retta verticale passante per E. Queste due rette s’intersecano in F e la versiera è – appunto – il luogo dei punti d’intersezione F al variare del punto D sulla circonferenza. Ragionando sulla similitudine dei triangoli OGD e OAE, e applicando il teorema di Euclide, si arriva facilmente a scrivere l’equazione della versiera:[15]

Eq_nera

Ma perché chiamarla la “versiera di Agnesi”, dal momento che la curva non è stata scoperta da Gaetana Agnesi, e che lei mai ha pensato di attribuirsela? La matematica milanese non ne porta colpa, si è limitata ad affermare – nelle sue Instituzioni analitiche, a p. 318 – che questa curva prende il nome di versiera, perché così aveva letto in una nota del matematico Guido Grandi, che aveva collaborato alla prima edizione fiorentina delle opere del Galilei, edizione che precedeva di trent’anni la stampa delle Instituzioni analitiche: G. Grandi, “Nota al trattato del Galileo sul moto naturalmente accelerato”, in G. Galilei, Opere, III, Firenze 1718, p. 393.
Allora com’è nato l’equivoco? La spiegazione è assai semplice se si pensa al successo dell’opera dell’Agnesi: per chi leggeva per la prima volta quel nome – e non era a conoscenza della “nota” del Grandi – la versiera era “la versiera di Agnesi”.
Ma procediamo con ordine e vediamo quel che scrisse l’Agnesi: il passo che ha ingenerato l’equivoco è sottolineato in rosso. E l’Agnesi scrive: «curva… che dicesi la Versiera». Tutto qui.

p. 381_Agnesi

Figg. 11, 12 – Qui sopra, la pagina delle Instituzioni analitiche dove si fa menzione della versiera come soluzione del problema proposto. Facendo clic sull’immagine, il libro si apre a p. 381. Qui sotto, la fig. 135 alla quale fa riferimento il testo (a p. 380), collocata alla fine del libro. 

Fig. 135
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Si noti che l’equazione della versiera che leggiamo a p. 381 appare diversa da quella sopra riportata, conformemente a quanto si legge nei libri di matematica che oggi trattano l’argomento. L’equazione che leggiamo nelle Instituzioni è invece:

Eq_rossa

La differenza nasce dal fatto che il parametro a nella trattazione dell’Agnesi non è il raggio, ma il diametro del cerchio, e che gli assi x e y sono scambiati (perciò li abbiamo indicati in rosso). Con pochi passaggi algebrici si dimostra che l’espressione dell’Agnesi è riducibile alla nostra, normalizzata.
Trascuriamo il fatto che in realtà l’equazione fu già studiata da Fermat sessant’anni prima[16] e consideriamo invece quanto scrisse Guido Grandi nella sua nota: anche qui abbiamo sottolineato in rosso le parole che rivestono importanza per il seguito del nostro argomento, perché si tratterà di capire che cosa veramente vuol dire “versiera”, o – meglio – che cosa intendeva Grandi. Già, perché in toscano, o comunque nell’italiano letterario, “versiera”, cioè “avversiera”, ovvero colei che è avversa, sarebbe la moglie del diavolo o comunque una donna brutta e cattiva, una strega. Né mancò, come vedremo, chi così volle intendere la versiera cosiddetta di Agnesi.

p. 393_Grandi_Galileo

Fig. 13 – “Nota al trattato del Galileo sul moto naturalmente accelerato”, contenuta nella prima edizione fiorentina dell’Opera del Galilei. Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il libro.

Scrive dunque il Gandi: «…quella curva, che io descrivo nel mio libro delle quadratura alla prop. 4 nata da’ seni versi, che da me suole chiamarsi la Versiera, in latino però Versoria». Dunque Grandi intendeva che la versiera prendesse il nome dai “seni versi”. E che cosa saranno mai codesti seni versi? Non rimane che far riferimento al libro sulla quadratura delle curve e leggere quel ch’è scritto alla proposizione 4. Il libro in questione è: Quadratura circuli, et hyperbolae per infinitas hyperbolas, & parabolas geometrice exhibita …, auctore D. Guidone Grando, Ex Typ. Francisci Bindi, Pisis MDCCIII. Ebbene, alle pp. 24-25 troviamo la Propositio IV, e quel che segue, e troviamo anche l’espressione “sinus versus”. Troviamo anche la descrizione della versiera, che però qui non è nominata come tale; infatti Grandi non afferma di aver nominato versiera (o versoria) quella curva, già nel suo libro latino del 1703; nella sua nota del 1718 scrive che quella curva lui la chiama versiera, quando si esprime in italiano, e che in latino dovrebbe chiamarsi versoria.

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3. Significato vero della parola “versiera”

Abbiamo dimostrato che la cosiddetta versiera di Agnesi in realtà non è di Agnesi: prima di lei questa curva fu studiata da Fermat (1666) e fu battezzata da Grandi (1718). Ma furono le Instituzioni analitiche dell’Agnesi (1748) a rendere celebre questa curva.
Dimostriamo adesso che è del tutto fantasiosa la spiegazione del termine “versiera” ancor oggi proposta dai più, quando si cimentarono a spiegare quel «nata da’ seni versi» che scrisse Grandi nella nota al Galilei a proposito del moto accelerato.
Non siamo delatori, dunque non faremo nomi; però vediamo come il termine “versiera” sia spiegato in quattro recenti pubblicazioni a stampa:

«…una parola derivata dal latino vertere, “girare”»; questo è vero, ma non è una spiegazione: che cosa gira? forse il pallino che ruota intorno alla circonferenza, come abbiamo visto nella costruzione animata della versiera (vedi fig. 10)? In ogni caso Grandi non intendeva questo.

«…dal nome di una corda marinara agganciata a una vela che ruota (dal latino vertere)»: in effetti versoria è in latino una scotta, che consente di orientare la vela e fa girare l’imbarcazione; vero, ma Grandi intendeva, come vedremo, che la curva versoria prendesse il nome dal sinus versus, e non da una corda.

«…curva citata da Fermat e poi studiata dal Grandi, il quale, in modo ben poco poetico, l’aveva definita “curva con seno verso”». In effetti c’è un seno, ma non è quello della curva; è un seno nel senso trigonometrico della parola. La parola latina sinus (di qui l’italiano “seno”) nasce da una traduzione dall’arabo, che era a sua volta trascrizione dall’indiano. I traduttori latini aggiunsero vocali al termine arabo che così manipolato prendeva il significato di un’insenatura: sinus, appunto.

«Grandi l’aveva chiamata “curva con (seno) verso”, cioè contrario, nemico»: bisognerà riconoscere che si fa fatica a pensare nemico un seno, sia esso muliebre, o trigonometrico.

Infine, non mancò chi credette veramente che “versiera” significasse “strega”; costui fu quel John Colson che, come abbiamo visto, tradusse le Instituzioni analitiche dell’Agnesi, talché ancor oggi in inglese la curva è nota come witch of Agnesi, dove witch significa strega, appunto.

Eppure, per evitare d’incorrere in ricostruzioni fantasiose del significato del termine, sarebbe sufficiente andare alla fonte. Orbene Grandi, nel farci sapere di aver battezzato la curva “versiera”, ci rimanda alla Proposizione IV di quel suo trattato sulla quadratura del circolo e dell’iperbole, scritto nel 1703. Non rimane che aprirlo. Invece della prima edizione però apriamo la seconda, del 1710, che presenta il vantaggio – per noi che sfogliamo il libro in rete – di avere le figure inserite nel testo, invece che alla fine.

Grandi_Quadratura circuli_frontespizio

Figg. 14, 15 – Qui sopra, seconda edizione (1710) del trattato del Grandi sulla quadratura del cerchio e dell’iperbole. Scrive il Loria nella sua Storia delle matematiche, p. 654,[17] che questo scritto segna l’abbandono da parte del Grandi dei metodi infinitesimali in uso nella scuola galileiana per adottare quelli inventati da Leibniz» del quale questa edizione porta lo stralcio di una lettera, indirizzata a Grandi. Facendo clic sull’immagine è possibile sfogliare il libro. La Proposizione IV si trova a p. 7. La figura qui sotto, dove identifichiamo il sinus rectus HL e il sinus versus IL, si trova a p. 5.

Grandi Esto semicirculus

Nella Proposizione IV Grandi descrive le proprietà della curva DdSQI, che è quella che vediamo qui sopra, che altro non è che un ramo della versiera. Ma per intuire quale sia la relazione tra versiera e sinus versus dobbiamo andare alla precedente Proposizione III dove si fa menzione esplicita del sinus HL (che deve essere inteso come sinus rectus, in assenza di specificazione) e del sinus versus IL. Che la curva sia qui costruita diversamente da come si è fatto nella presentazione animata di fig. 9 non deve sorprendere, perché diversa è la prospettiva con cui la curva è esaminata. Vediamo invece che cosa sia il sinus versus. Non è un’“insenatura contraria”, o “nemica”, ma una funzione trigonometrica, meno conosciuta delle funzioni trigonometriche abituali seno, coseno, tangente, cotangente: ma tutt’altro che un’entità misteriosa; tant’è che in italiano ha un nome, quello di “senoverso”. Viene indicato come sinv θ, o senv θ, o versen θ. Dato un angolo θ, il senoverso di θ è:

senv θ = 1 – cos θ

come mostra la figura:

Verseno
Fig. 16 – Definizione geometrica del senoverso.

Questo era dunque il sinus versus che intendeva il Grandi, che battezzò la versiera. E questo è tutto.

VAredo_vers_munic

Fig. 17 – La versiera cosiddetta di Agnesi tracciata sulla pavimentazione della piazza del Municipio di Varedo, che comprendeva il borgo di Valera Vecchia (oggi nel territorio di Bovisio Masciago), dove per qualche tempo Maria Gaetana Agnesi soggiornò, nella villa paterna (vedi Fig. 9).

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Bibliografia

L. Anzoletti, Nel secondo centenario della nascita di Maria Gaetana Agnesi. Intorno a un supposto enigma psicologico della sua vita, in “Vita e Pensiero”, IV, 8, 1918, pp. 303-311.

A.F. Frisi, Elogio storico di D.a Maria Gaetana Agnesi milanese, Galeazzi, Milano 1799.

G. Loria, Storia delle Matematiche, Cisalpino-Goliardica, Milano 1950 [19291].

A. Masotti, Maria Gaetana Agnesi, Rendiconti del seminario matematico e fisico di Milano, vol. XIV, 1940.

L. Tenca, “La versiera di… Guido Grandi”, in Bollettino dell’Unione Matematica Italiana, Serie 3, Vol. 12 (1957), n. 3, pp. 458–460.

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Note

[1] Non si pensi che una come Gaetana Agnesi, schiva come poche della mondanità e delle apparenze, si prestasse a posare per un ritratto: l’impressione delle sue fattezze fu rubata, come scrive lo stesso scultore sul piedistallo del busto: «Ignotus Te adii, et tumTe Tibi surripiebam / Francus, dum fieri quae peto posse negas. / Parce dolo…»; cioè “Io, Franchi, mi presentai a te che non mi conoscevi, ed ecco che ti rubavo l’immagine, mentre tu negavi che potesse avvenire quel che chiedevo. Perdona il sotterfugio…».

[2] Ventiquattro e non ventuno, come pure si legge in numerose biografie. Vedi A.F. Frisi, Elogio storico…, cit, p. 63, dove leggiamo che Maria Gaetana attese all’«educazione de’ suoi numerosi fratelli e sorelle (de’ quali benché in numero di ventitré, ben tredici vissero insieme dal 1753 al 1764)». Che fosse primogenita e non terzogenita – come pure avviene di leggere – è scritto a p. 8.

[3] Se non altrimenti specificato, le espressioni tra virgolette uncinate sono desunte dal Frisi.

[4] Cioè appartenente all’Ordo clericorum regularium vulgo Theatinorum.

[5] Conosciamo il titolo e lo svolgimento dell’orazione, tradotta in elegante latino, perché due anni dopo sarebbe stata data alle stampe: Oratio qua ostenditur Artium liberalium studia a femineo sexu neutiquam abhorrere, habita a Maria de Agnesis Rhetoricae operam dante anno aetatis suae nono nondum exacto die 18. Augusti 1727.

[6] Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul intégral, traduits de l’italien de Mademoiselle Agnesi, avec des additions, Paris 1775.

[7] Tradusse il De Methodis Serierum et Fluxionum dove Newton, indipendentemente da Leibniz, pose le basi del calcolo infinitesimale.

[8] Analytical Institutions in four books : Originally Written in Italian by Maria Gaetana Agnesi, London 1801.

[9] «Si les Loix de l’Institution de l’Academie avoient permis d’y admetre des Dames…».

[10] In una lettera al matematico Padre Rampinelli Maria Gaetana Agnesi descrive così il dono della Sovrana: «Quale autem, ac quantum illud sit verbis satis declarare non licet, cum expectationem omnem sane vincat. Capsula ex crystallo rupea mirum in modum elaborata, pretiosisssimis lapillis ornata, opus hercle ἀτίμητο, anulus adamantinus in ea contentus perfecti plane generis».

[11] La casa di don Pietro Agnesi è in via Pantano, l’Ospedale Maggiore ha sede nella Ca’ Granda, progettata dal Filarete per Francesco Sforza, che oggi ospita l’Università statale di Milano, in via Festa del Perdono.

[12] Al tempo in cui il Frisi scrisse il suo Elogio, non esisteva il precetto del politicamente corretto e le persone sceme erano chiamate così, senza giri di parole.

[13] S. Freud, Eine Kindheitserinnerung des Leonardo da Vinci, Leipzig und Wien 1910.

[14] Vedi Bibliografia.

[15] Si veda per esempio il sito ‘Progetto matematica’, alla pagina La versiera di Agnesi.

[16] Si veda questa edizione delle sue opere alle pp. 233-34: Oeuvres de Fermat, III, Gauthier-Villars, Paris 1896 (dove la notazione matematica è diversa, sia dalla nostra, sia da quella di Agnesi).

[17] Vedi Bibliografia.

busto a Brera_Fraccaroli 1847Fig. 18 – Busto di Maria Gaetana Agnesi, collocato nel Cortile d’onore del Palazzo di Brera, opera di Innocenzo Fraccaroli (1847): anche questa è un’immagine idealizzata, in stile neoclassico alla maniera del Thorvaldsen.

 

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Maturità 2019: Tacito, lo spirito critico, il tecnoaziendalismo ministeriale

Questo articolo è stato pensato diversamente da come lo leggete. Poi ho cambiato idea, rispetto all’impostazione iniziale, troppo polemica, e il ripensamento è avvenuto nel corso di certe mie passeggiate. Non pretendo, naturalmente, che i pensieri che mi si affacciano alla mente siano «le mie puttane», come succedeva a Diderot, quando passeggiava per i giardini di Port Royal: accenneremo nel seguito, di sfuggita, a Port Royal, ma a tutt’altro proposito.
L’articolo era stato concepito da principio sull’onda delle impressioni suscitate dalla lettura della traccia dello scritto di latino e greco (così lo chiamano) proposta ai maturandi del liceo classico nell’anno 2019. Ecco la traccia:

Per leggere con agio in formato Pdf la traccia della prova scritta di latino assegnata ai maturandi del liceo classico nell’anno 2019, fare clic sull’immagine qui sopra.

Come si vede, c’è un testo latino da tradurre – in questo caso, un brano delle Storie di Tacito – preceduto da un pre-testo (così lo chiamano) e seguito da un post-testo, c’è poi un brano in greco accompagnato da traduzione italiana che tratta del medesimo argomento (in questo caso, un brano della Vita di Galba scritta da Plutarco), infine in una terza sezione della traccia si propongono tre quesiti, rispettivamente di comprensione/interpretazione, analisi linguistica e/o stilistica, approfondimento e riflessioni personali.
Apparentemente, una gran bella novità, perché – come ha scritto sul Corriere della Sera una professoressa milanese – si offre agli studenti «la possibilità di entrare davvero in un dialogo empatico [oh, yeah!, N.d.R.] con i due testi [il testo latino e quello greco] e di esprimere il vostro parere sulle questioni importanti da essi toccate». Peccato però che il testo greco sia in realtà un testo tradotto in italiano, anche se accompagnato dall’originale, scritto in caratteri greci: già, ma “in apparatum”, direbbe Seneca. Il testo latino è più breve di quelli finora proposti ai maturandi del liceo classico e, soprattutto, le difficoltà d’interpretazione sono largamente appianate – non tutte, s’intende – dalla traduzione italiana del brano greco, che metterà lo studente sulla retta via, in caso di “sfondoni”. Insomma, quella che a prima vista sembrerebbe una novità culturalmente rilevante, alla resa dei conti è soltanto una gherminella.
Quando lessi la traccia, pur attenendomi all’oraziano nil admirari, dunque senza troppo scompormi, come spero sia nel mio carattere, pensavo di scrivere qualcosa che smontasse la gherminella, intingendo la penna nell’italum acetum. Però mi venne in mente, sempre nel corso di una di quelle passeggiate, che, assecondando la prima impressione, il tono del commento sarebbe stato improntato alla prevalenza della “corda pazza”. Sì, più o meno quella di Ciampa nel Berretto a sonagli di Pirandello.[1] Così non va, pensai tra me: mi troverei a combattere con un nemico che, tra l’altro, non conosco nemmeno tanto bene, sarebbe come ingaggiare battaglia con le ombre (umbratilis pugna, σκιαμαχεῖν). Meglio ingranare la “corda civile”, tanto più che la mia corda civile non è castratrice come sembra che fosse quella di Ciampa. Già, perché ognuno ha la sua corda civile sintonizzata, per così dire, a suo modo. La mia corda civile è illuministica e prevede la dissimulazione onesta: non sono tenuto a dire tutto quello che penso, ma dirò qualcosa che altri, volendo, potrebbero completare. E non c’è chi non veda quale sia la differenza tra un dissimulatore onesto e un ipocrita: del resto, se qualcuno non capisce, di lui poco mi curo.

Parlando dunque dello scritto di latino assegnato per la prova di maturità nell’anno 2019 ingranerò la corda civile, considerando dapprima il testo di Tacito, in sé e per sé: mi propongo di dimostrare come la sua traduzione possa essere per lo studente, in assenza di “aiutini” plutarcheschi opportunamente tradotti in italiano, un esercizio forse difficile ma ricco d’indicazioni per l’esaminatore; un esercizio che perde metà del suo valore in presenza dei medesimi: intellegenti pauca.

1. Analisi del testo

Ecco dunque il testo proposto ai candidati:

Octavo decimo kalendas Februarias sacrificanti pro aede Apollinis Galbae haruspex Umbricius tristia exta et instantes insidias ac domesticum hostem praedicit, audiente Othone (nam proximus adstiterat) idque ut laetum e contrario et suis cogitationibus prosperum interpretante. Nec multo post libertus Onomastus nuntiat exspectari eum ab architecto et redemptoribus, quae significatio coeuntium iam militum et paratae coniurationis convenerat. Otho, causam digressus requirentibus, cum emi sibi praedia vetustate suspecta eoque prius exploranda finxisset, innixus liberto per Tiberianam domum in Velabrum, inde ad miliarium aureum sub aedem Saturni pergit. Ibi tres et viginti speculatores consalutatum imperatorem ac paucitate salutantium trepidum et sellae festinanter impositum strictis mucronibus rapiunt; totidem ferme milites in itinere adgregantur, alii conscientia, plerique miraculo, pars clamore et gladiis, pars silentio, animum ex eventu sumpturi.

Esamineremo il testo alla maniera un po’ antica, si dirà, dei liceali d’antan, quelli del liceo gentiliano “in purezza”, prima delle numerose mini-riforme, degli aggiustamenti, dei decreti di sintonizzazione con il “nuovo che avanza”, prima della “scuola-lavoro” ecc. Con questo non intendo lanciare un guanto di sfida al “didatticamente corretto”, che non so nemmeno quale sia, non pretendo che il modo corretto di affrontare il testo di Tacito sia quello qui di seguito presentato, che mi guarderò dal proporre come ideale. Semplicemente, piacque ragionare così, ed è un modo come un altro per arrivare alla meta, come quando Google Maps ci propone itinerari diversi, e noi scegliamo quello che, secondo l’opportunità del momento, appare il migliore (“appare”, appunto). Per esempio, se partendo da Lecco vogliamo raggiungere l’Abbazia cistercense di Santa Maria di Piona, possiamo scegliere di percorrere la strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga (40 km e 40 minuti di tragitto noioso, passando per le gallerie), oppure possiamo godere del paesaggio sulla strada provinciale 72 (38 km e 56 minuti di tragitto soave), costeggiando il lago e attraversando i paesi.

Percorsi alternativi per raggiungere l’Abbazia di Santa Maria di Piona, sul lago di Como.

Sempre per il gusto di ragionare e, ancora una volta, senza pretendere di proporre un metodo d’insegnamento e di esercitazione (per cui si veda il capitoletto seguente, § 2), faremo riferimento talora, per delucidazioni, all’edizione (1682-86) delle opere di Tacito cosiddette “in usum delphini”, curata dall’abate Julianus Pichon, corredata di note latine e comprendente una parafrasi del testo tacitiano sempre in lingua latina.[2] Per comodità del lettore proponiamo qui sotto l’estratto di una ristampa londinese dell’opera di Tacito in usum delphini, nella parte che ci riguarda:[3]

Per sfogliare il documento Pdf estratto dalle Historiae di Tacito (I, 27, 18),
fare clic sull’immagine.

Cominciamo dunque a esaminare il primo periodo del brano di Tacito: nell’immagine seguente (fare clic per leggerla ingrandita su una nuova finestra del computer: eventualmente, se troppo grande, agire sulla rotella del topo = mouse) troviamo il primo periodo tal quale, la sua traduzione e il medesimo “smontato”, per così dire, in modo da mettere in evidenza i rapporti (di dipendenza, di coordinazione) tra i suoi membri.

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

Il primo periodo presenta, ovviamente, una proposizione principale, quindi una proposizione incidentale, un participio congiunto e due ablativi assoluti: siamo nel canone dello stile tacitiano. Osserviamo:

• octavo decimo kalendas Februarias >>  cioè diciotto giorni prima delle calende di febbraio, contando il giorno di partenza e quello di arrivo, dunque il 15 gennaio. Vediamo un altro esempio: il 30 di gennaio sarà a.d. III Kal. Feb. (o, sopprimendo a.d. = ‘ante diem’, tertio kalendas Februarias), perché dista tre giorni dalle calende, contando il “paletto” posto all’inizio e quello posto alla fine: 30; 31; 1. Viceversa, se diciotto sono i paletti tra il giorno x e le calende, facendo il conto all’indietro, sarà: x = 15. Nel sito “Roma virtuale” troviamo in questa pagina (fare clic per accedervi), in basso, uno schema sintetico del calendario imperiale romano, cioè del calendario giuliano dopo la riforma di Augusto.

• praedicit >> meglio “annuncia” che “predice”: l’augure ha davanti a sé le viscere (exta) dell’animale sacrificato, che utilizza come strumento di divinazione; se le viscere sono tristia, il responso è sfavorevole.

• nella traduzione possiamo sciogliere gli ablativi assoluti e il participio congiunto come proposizioni subordinate o coordinate.

• sacrificanti >> è un participio congiunto con Galbae (perciò abbiamo connotato queste parole in rosso).

• pro aede Apollinis >> il tempio di Apollo – leggiamo in una nota dell’edizione di Tacito in usum Delphini (che nel seguito indicheremo come ‘Tacitus IUD’) – «fuit in decima regione Romae antiquae, et in monte Palatino».

• ut laetumprosperum >> sono complementi predicativi dell’oggetto (id); ut è avverbio, e non congiunzione.

L’analisi strutturale e la traduzione del secondo e del terzo periodo sono presentati nell’immagine seguente:

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

Osserviamo nel secondo periodo:

• redemptoribus >> redemptor spesso è l’impresario, colui che appalta lavori o la fornitura di servizi pubblici; ma, come chiarisce il terzo periodo, Otone simula di avere in corso una transazione immobiliare (lo si capisce dal fatto che i redemptores si presentano – anzi: si presenterebbero – con l’architectus), circostanza che richiederebbe la sua presenza; dunque redemptores sono qui da intendere come agenti immobiliari. In questo caso non prenderemo alla lettera la nota di ‘Tacitus IUD’: «Redemptores sunt qui suis caementis suoque labore aedificant, constituto pretio: auctor Ulpianus».

• quae… convenerat >> qui c’è un pronome relativo, ma la proposizione che lo contiene non è una proposizione relativa; infatti il pronome relativo svolge qui la funzione di pronome dimostrativo connesso: quae = et haec.

• significatio >> possiamo intendere come signum = segnale

• convenerat >> “era stato convenuto”; vedi l’interpretazione di ‘Tacitus IUD’: quae significatio… convenerat >> quod signum constitutum erat.

Nel terzo periodo:

• digressus >> è un sostantivo, < dīgressus, -ūs, e non un participio < digredior (in tal caso sarebbe un participio congiunto). Interpretare digressus come un participio congiunto, quand’anche grammaticalmente possibile, sarebbe far torto all’eleganza di Tacito. In ‘Tacitus IUD’ leggiamo «’causam digressus’ requirentibus», con le virgolette (‘causam digressus’) per connotare il discorso indiretto, cioè per dire che c’era chi chiedeva a Otone la ragione del suo allontanarsi dal tempio di Apollo.

• praedia >> praedium è per lo più un podere, con i suoi caseggiati rustici; ma praedium è anche una proprietà (vedi Cicerone), e può essere urbanum o rusticum, perciò in ‘Tacitus IUD’ leggiamo: «Sicque domus et praedium pro eodem est».

• per Tiberianam domum >> anche il palazzo di Tiberio si trova sul Palatino, alle sue pendici.

• Velabrum >> vedi ‘Tacitus IUD’: «Fuit vallis et tractus regionis Octavae et Undecimae, ad radices Palatini et Aventini montis».

• miliarium aureum >> sempre in ‘Tacitus IUD’ leggiamo : «Miliarium aureum columna fuit aurea in capite fori Rom. prope aedem Saturni, in qua incisae omnes Italiae viae finiebant; et a qua ad singulas ports mensurae regionum currebant». In realtà un «cilindro di marmo rivestito di bronzo dorato» (C. Hülsen, Il Foro Romano. Storia e Monumenti, Loescher, Roma 1905, p. 69).

• sub aedem Saturni >> Il tempio di Saturno si trova all’estremità nord-ovest del Foro Romano, sotto il Campidoglio. Sub aedem significa “in prossimità del tempio” e non “sotto il tempio”.

Il tempio di Saturno in epoca augustea, all’estremità nord-ovest del Foro romano. Il Miliarium aureum si trovava verisimilmente tra il Tempio di Saturno e i Rostri (in basso a destra). Era questo un punto di ritrovo abituale per i cittadini: qui i congiurati aspettano Otone. Da: Digitales Forum Romanum.

• exploranda >> scilicet ‘exploranda esse’.

Consideriamo infine il quarto periodo, del quale qui sotto riportiamo analisi strutturale e traduzione:

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

• Ibi >> in latino, “lì”; ma in italiano suona meglio dire “qui”.

• speculatores >> questo vocabolo presenta qualche difficoltà. Nel vecchio dizionario Georges-Calonghi (in seguito, semplicemente, Calonghi), si dà la traduzione di “esploratore, spia”, che va benissimo quando si traduce Cesare. Così anche il Lewis and Short: «spy, scout». Però, “spia” decisamente non sembra appropriato al contesto. “Esploratore” può andar meglio, se lo intendiamo come colui che è mandato in avanscoperta. La verità è però che questi speculatores erano la guardia del corpo di Otone, nel senso che lui aveva fatto del corpo degli esploratori una guardia tutta sua, personale. Un po’ come il gruppo armato di 187 militi del Corpo Forestale dello Stato, appostati vicino al palazzo della Rai, al tempo del tentato golpe di Valerio Junio Borghese (8 dicembre 1970). Di tale corpo scelto di esploratori fa menzione ‘Tacitus IUD’: «Ea pars militum maxime prona in Othonem». Il Forcellini è ancora più esplicito: «Aliquando adsumpti sunt ad custodiam corporis principis, ut satellites: guardacorpo, guardie, σωματοφύλακες; nam speculatores strenuissimi militum esse solebant». E cita lo stesso Tacito (Historiae, II, 11): «Ipsum Othonem comitabantur speculatorum lecta corpora, cum ceteris praetoriis cohortibus». Tradurremo dunque “guardie del corpo”.

sellae impositum  >> non tradurremo “posto in sella”, che in italiano s’intenderebbe come posto a cavallo, ma “posto su una sedia (o sella) gestatoria”, come quando si porta qualcuno in trionfo, o comunque perché sia acclamato dal popolo.

• conscientia >> non è la nostra “coscienza” (buona, cattiva), ma la consapevolezza, o complicità.

• clamore et gladiis >> per il modo con cui i due complementi modali sono accostati (clamore et gladiis; silentio), potremmo tradurre quel gladiis, accostato a clamore (le acclamazioni dei soldati, o le urla), come “il clangore delle armi”; volendo rimanere più aderenti al testo, diremo “agitando le spade”, che non è propriamente un atteggiamento silenzioso.

2. Sul metodo

Non so se l’analisi del brano di Tacito proposta nel § 2 possa da qualcuno essere considerata provocatoria, per via di quegli schemi a blocchi che fanno riferimento, fondamentalmente, alla sintassi latina del liceo gentiliano “in purezza”. Spero di no, e non era questo l’intendimento.
Non ignoro che il liceo riformato nel dopoguerra, sia quello classico sia quello scientifico, mutilato dei tre anni di studio del latino nelle scuole medie, mutilato degli esercizi di traduzione dall’italiano in latino, mutilato perfino nel numero delle ore d’insegnamento (nel liceo scientifico), postula un metodo di insegnamento del latino che tenga conto delle nuove “condizioni al contorno” (come dicono i matematici), dunque un metodo speditivo, simile a quello con cui oggi s’insegnano le lingue moderne.

Però un conto è il metodo d’insegnamento, altro il metodo di analisi. In linea di principio, non è detto che due metodi – il discorso è del tutto generale – siano necessariamente in contraddizione, niente ci impedisce di usare questo o quel metodo secondo necessità. La rigidezza metodologica somiglia troppo allo iurare in verba magistri, sa troppo di aziendalismo, per non suscitare qualche sospetto. In una pagina precedente di questo giornale recensivo un articolo apparso sul sito Pi-Professione insegnante, dal titolo Il didattichese e il disastro della “metodofilia”, tra mode e conformismo, che manifestava perplessità per il gran parlare di nuove metodologie, didattica per ‘competenze’, ‘flipped classroom’, ‘cooperative learning’ ecc. Osservavo che nelle scienze esatte, come pure nelle scienze sperimentali e, in generale, nella ricerca in sede di filosofia naturale, convivono diversi metodi, applicati in diversi ambiti della stessa disciplina, o anche nello stesso ambito, secondo convenienza. Non vedo perché non si possa ragionare analogamente con riferimento all’insegnamento delle lingue classiche.[4]

In ogni caso, come ho scritto nella premessa, non affermo che uno studente debba fare una analisi del testo come nel capitoletto precedente; penso però che i giovani debbano essere educati allo spirito critico, che comincia con l’analisi dei concetti, dei giudizi e delle regole del ragionamento. E che tale capacità di manifesta (anche) nell’esercizio di traduzione (dal latino, dal greco), non facilitato da “aiutini” di sorta, come invece avviene nella prova scritta di maturità della quale ci occupiamo. Sugli “aiutini”, che con il pretesto dell’interdisciplinarietà sovvertono l’impianto classico di valutazione della traduzione, vedi § 3.1.

Ebbene, il metodo del grammaticalismo razionalista, o funzionalista, di stampo cartesiano, inaugurato dalla Grammaire générale et raisonnée di Port Royal (vedi) considera appunto le modalità con cui la mente connette le parole,[5] ed è di qui – anche di qui – che nasce l’educazione allo spirito critico. Quel metodo, passando per il liceo prussiano, e la Legge Casati del Regno di Sardegna che sarebbe stata recepita, di lì a poco, dal neonato Regno d’Italia, è approdato al liceo gentiliano. Coerentemente con quanto ho appena sostenuto, non dico che sia questo l’unico metodo, affermo però che l’educazione allo spirito critico dev’essere difesa dagli attacchi della tecnoburocrazia ministeriale, che pretende di tradurre l’insegnamento e la formazione dei giovani in un fascio di procedure, con mentalità aziendal-operativista. Perciò bisognerebbe far quadrato intorno al liceo classico e scientifico (quello vero, dove si studia latino), il liceo della riforma gentiliana: non per conservare le cattedre ai professori di latino (e di greco), ma perché la società ha bisogno di quel liceo. Ha ragione dunque, nel difenderlo dagli attacchi di logoramento e progressivo annientamento (sopire e troncare, troncare e sopire…) il giovin filosofo Diego Fusaro: costui, quando rinuncia all’idea di essere l’Antonio Gramsci dei populisti, dice anche cose giuste. Scriveva Fusaro circa due anni fa sul Fatto quotidiano:


Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.

Precisamente di questa educazione allo spirito critico, attraverso uno studio del latino non banale, non operativistico, scriveva Luca Cavalli Sforza, 25 anni fa, prima che la sciura Valeria Fedeli, «ministra» (così le piaceva essere chiamata, con declinazione al femminile del sostantivo epiceno “ministro”) della Pubblica istruzione pensasse che la lotta contro le (cosiddette) fake news passasse per i pistolotti politicamente corretti:

Una sociologia trita, spesso ridotta alla scienza dell’ ovvio, alla conferma di quello che già tutti sanno, o una psicologia che può risultare di estrema ingenuità per ragazzi smaliziati, sono controproducenti.
[…] Ho capito che se ho imparato veramente a ragionare e risolvere problemi difficili nel corso del ginnasio e liceo è stato grazie all’ esperienza di traduzione dal latino. La traduzione in genere è ancora un’arte molto difficile. […] Posso dire che, fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’importante: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gl’inglesi chiamano l’inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere.

(Luca Cavalli Sforza, genetista, studioso dell’evoluzione umana e del rapporto tra genetica e linguistica, scrisse questo articolo su Repubblica, paventando nuove disastrose riforme e, in particolare, punitive nei confronti del liceo classico e scientifico. Si veda l’articolo facendo clic sul nesso: Studiando, studiando).

Ovviamente, possiamo sottoporre allo stesso tipo di analisi anche un testo greco (qui, l’incipit della seconda Filippica di Demostene):

Fare clic sull’immagine per ottenerne l’ingrandimento.

3. La prova scritta di latino e greco 2019

3.1 Gli “aiutini” – La prova scritta della quale all’inizio di questo articolo abbiamo presentato la traccia si presenta sotto questo titolo: «Tema di: Lingua e cultura latina e Lingua e cultura greca». Ma promettendo più di quanto effettivamente non mantenga, tale formulazione ha l’aria d’essere una gherminella. Infatti il brano da tradurre è quello di Tacito, in lingua latina; non c’è testo greco da tradurre. La traccia presenta, nella seconda parte, un testo greco di Plutarco, è vero; ma di questo testo è gentilmente offerta la traduzione italiana. Di fatto, il testo di Plutarco – tradotto – potrà essere utilizzato per rispondere ai quesiti 1 e 2 della terza parte della prova scritta. Ma soprattutto, e per dirla tutta, la traduzione italiana di Plutarco serve per fugare i dubbi che nascessero nell’interpretazione del testo latino, ovviando ai temutissimi “sfondoni”. Di buono però, in questa prova scritta, c’è che il testo latino presenta un cappello (chiamato, ahinoi, pre-testo) e una conclusione (chiamata post-testo) che servono di orientamento qualora il brano da tradurre, avulso dal contesto, sia di difficile inquadramento.

Vediamoli, dunque, questi aiutini:

• Abbiamo visto nell’analisi del testo latino che l’aruspice tristia exta… praedicit. Leggendo la traduzione italiana di Plutarco leggiamo che l’aruspice «nel prendere in mano le viscere della vittima… disse di vedere segni di un grande scompiglio…». Insomma, lo studente candidato alla maturità capisce che quelle viscere sono tristia non perché di aspetto triste ma perché presagiscono qualcosa di poco favorevole per Galba; e così è posto sulla buona strada, come si dice.

• Leggiamo in Tacito che Otone proximus adstiterat, mentre in Plutarco si legge che Otone «era presente alle spalle di Galba»; tanto basta per assegnare a proximus, correttamente, un significato spaziale, e non temporale: càpita che in una traduzione si parta per la tangente, ma il riscontro con la traduzione del brano di Plutarco evita lo scivolone.

• La traduzione dell’espressione del secondo periodo quae significatio coeuntium iam militum et paratae coniurationis convenerat è notevolmente facilitata da quanto scrive Plutarco, che in italiano suona così: «Era questo il segnale del momento in cui Otone doveva andare incontro ai soldati», dove «era questo il segnale» traduce papale papale quae significatio… convenerat.

• Quando nella traduzione di Plutarco leggiamo che Otone «aveva comprato una vecchia casa e voleva mostrare le parti sospette ai venditori», siamo messi sulla buona strada due volte, perché eviteremo di tradurre praedium come “podere” e perché capiamo che quei redemptores non sono propriamente impresari edili ma mediatori di una compravendita immobiliare.

• Leggendo nella traduzione plutarchesca «i primi… a salutarlo imperatore», riceviamo un ulteriore “aiutino” per capire che, non solo consalutatum va congiunto con imperatorem, ma che bisogna tradurre “salutare imperatore” e non “rivolgere il saluto…”.

• Nel testo di Tacito leggiamo sellae… impositum, cioè Otone fu posto su una sedia gestatoria, e non su una sedia generica, men che meno sulla sella di un cavallo; Plutarco scrive di una lettiga, che più o meno è la stessa cosa (nella lettiga si sta sdraiati, nella sedia gestatoria si sta seduti: cioè nella traduzione si legge “lettiga”, ma φορεῖον può anche essere, genericamente, una portantina).

Quella di Plutarco non è dunque una traduzione del testo latino di Tacito ma, avendo i due autori attinto alla medesima fonte, narra gli stessi fatti, sia pure con una diversa coloritura, come del resto suggerisce la formulazione del primo quesito della terza parte della prova scritta. In generale, a parte gli “aiutini”, la traduzione di Plutarco restituisce il senso di tutta la narrazione di Tacito e tutela ampiamente l’esaminando dallo scivolare in interpretazioni assurde.

3.2 – La valutazione della prova scritta – Come abbiamo visto, il candidato sarà esaminato sia in base alla traduzione del testo latino, sia in base alle risposte ai tre quesiti contenuti nella terza parte della traccia che abbiamo posto all’inizio dell’articolo. Cioè la valutazione delle risposte ai tre quesiti fa media – ancorché ponderata – con la valutazione della traduzione. A questo fine, con decreto ministeriale del 26 novembre 2018, è stata predisposta una griglia di valutazione contenuta in una cartella compressa (formato zip) scaricabile facendo clic su questo nesso ipertestuale: Griglia di valutazione. Tale cartella contiene diversi documenti in formato pdf, la cui cernita risparmiamo al benevolo lettore: il documento pertinente alla prova scritta della maturità classica 2019 può essere consultato facendo clic sull’immagine qui sotto.

Sempre per tagliar corto, veniamo al dunque: la griglia si trova a p. 4 del documento, le cui quattro pagine costituiscono un esempio probante e preoccupante del gusto tecnoburocratico che pervade il Ministero della Pubblica istruzione (“parametriamo” tutto!) e dell’aziendalismo ivi imperante: quello per cui le operazioni dell’intelletto sono riducibili, anzi devono essere ridotte, a procedure parametrate. Ma poiché abbiamo stabilito di attestarci, nei limiti del possibile, su una linea di dissimulazione, poniamo freno alla lingua e riportiamo senza commenti la tabella che riassume i criteri di valutazione:

Di buono c’è che la valutazione della traduzione, nonostante la superfetazione burocratica, conta ancora qualcosa: precisamente, guardando la tabella, si capisce che essa “pesa” per l’80%.
Credo che i decreti ministeriali abbiano comportato nei docenti di latino e greco qualche disagio, forse anche apprensione. Ma ecco un “laboratorio” posto in rete da Mondadori Education, che potrebbe servire di orientamento:

Sarà interessante sentire, a consuntivo, questo giudizio formulato dal professor Federico Condello il quale, preso atto della voluttà ministeriale di volere il corpo docente e gli studenti ingranati con il “nuovo che avanza”, non senza ironia (si chiama dissimulazione, appunto) si dice compiaciuto per il fatto che sia stato posto un limite a tale voluttà: «Non conveniva invitare gli studenti ad attualizzare un passo che racconta delle ambizioni politiche di mediocri che, nell’indifferenza dei più, mandano un paese alla rovina».

E il greco? ci sarà ancora la versione di greco? O di fatto la versione di greco sarà abolita, essendo la lingua greca callidamente (si fa per dire) assorbita nella prova scritta di «Lingua e cultura latina e Lingua e cultura greca» con testo latino da tradurre e testo greco posto lì in apparato? Dico “in apparato” perché il testo greco è seguito dalla traduzione italiana, con tanto di “aiutini”. Non conosciamo gli orientamenti ministeriali e sarebbe sbagliato accusare senza prove. Non nascondiamo tuttavia il timore che, come scrisse Tullio Gregory, sono parole sue, «la nuova scuola italiana – tutta misticamente informatizzata – sia all’insegna della liquidazione del greco e del latino, stante l’aziendalismo trionfante». In quest’opera di liquidazione, il greco sarebbe la prima vittima. Si veda l’articolo di Tullio Gregory pubblicato sul Sole 24 ore di domenica 24 aprile 2016: Insegnerete greco senza conoscerlo.

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N O T E
[1] «Deve sapere che abbiamo tutti tre corde in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. […] Sferrare, signora, qua per davvero tutta la corda pazza, cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità» (Pirandello, Il berretto a sonagli, II, 5).

[2] La serie di libri in usum delphini comprendeva sessantaquattro volumi, commissionati dal duca di Montausier per l’allievo, delfino di Luigi XIV (il quale non fece in tempo a divenire re: morì quarantenne prima del padre; perciò Luigi XV, nipote di Luigi XIV, sarà chiamato “il piccolo delfino”).

[3] Il volume intero si trova all’indirizzo d’Internet C. Cornelii Taciti opera omnia in usum Delphini – volumen quartum; per la ricerca di altre edizioni in usum delphini si veda nel sito AWOL, Ancient world on line, Scriptores latini in usum Delphini.

[4] Ecco due esempi di convivenza di metodi diversi in ambiti diversi, o anche nello stesso ambito:

  1.  Primo esempio: metodi diversi che conducono allo stesso risultato, nello stesso ambito. Se devo determinare il volume della sfera, posso usare il metodo del Cavalieri, come fece il Galilei, che non conosceva il calcolo integrale; oppure visto che noi moderni, pur essendo dei somari, conosciamo il calcolo integrale, possiamo calcolare il volume della sfera come somma d’infiniti dischetti di spessore infinitesimo.
  2.  Secondo esempio: metodi diversi in ambiti diversi. Se devo calcolare i modi di vibrazione di un ponte ai fini di una verifica di sicurezza, utilizzerò le leggi della meccanica classica; sarei un folle a voler usare la meccanica relativistica. Invece per ricavare i dati di geolocalizzazione, devo fare necessariamente riferimento alla relatività ristretta(gli orologi dei satelliti ritardano di 7 μs/giorno, essendo animati da notevole velocità rispetto al ricevitore) e alla relatività generale(i campi gravitazionali inducono un anticipo negli orologi di bordo, che supera il ritardo sopra menzionato e modificano la geometria della propagazione dei segnali radio). Utilizzando le leggi della meccanica classica la determinazione della posizione del ricevitore sarebbe dell’ordine di 1 km, mentre con la correzione relativistica effettuata sulle misure degli orologi di bordo la precisione è dell’ordine dei 10 m.

[5] L’argomento è approfondito in una pagina precedente di Nusquamia: L’ideologia della grammatica.

 

Pedretteide – parte II

Per leggere il documento in formato pdf, fare clic sull’immagine di copertina qui sopra.

 

Nella pagina precedente ci siamo occupati due volte del Pedretti, dapprima per annunziare agli amici, e soprattutto ai nemici, che nemmeno la seconda denuncia di Pedretti nei confronti di chi scrive è andata in porto: si veda Denunciato dal Pedretti una seconda volta, Aristide è stato assolto anche questa volta. Era il minimo che potessi fare, considerato che il gatto padano, ultimamente — e forse non solo ultimamente — impancatosi a consulente legale del Pedretti, aveva presentato nel suo diario l’atto di convocazione dell’assistito, in qualità di testimone. Il gatto, che dalla mia eventuale reazione si aspettava di trarre notizie sulla linea difensiva nonché spunti di pettegolezzo, si domandava costernato perché tacessi e che cosa avessi da nascondere. Insomma “esigeva” spiegazioni. Ma de che? Prima di tutto io tratto da pari a pari solo con i miei pari, in secondo luogo mi guardo dal fornire topicida a chi potrebbe avvelenare il mio pozzo. Inutile dire, naturalmente, che la costernazione del gatto dava adito alle ipotesi peggiori, per esempio, alla possibilità che dovessi rendere conto in tribunale dell’abuso dell’innocenza di una zingarella, come a suo tempo aveva fatto il regista Gualtiero Jacopetti (quello di Mondo cane). Infatti, avendo pubblicato tale citazione del teste Pedretti, il gatto scriveva: «Ci hanno fatto avere copia di un foglio di carta  [indovina un po’ chi gliel’ha recapitato: N.d.Ar.] di cui riproduciamo la parte iniziale. Come mai [Aristide] non ne parla? Cosa c’è da nascondere?». Ecco il foglio pubblicato dal gatto: [*]

Insomma se pubblichiamo la Pedretteide – Parte II è anche per far sapere ai nostri poco più che 25 lettori che non sono incappato in disavventure giudiziarie per rendere conto di delitti infami, ma perché denunciato dal Pedretti nell’ambito di un’annosa polemica che si volle trasferire nelle aule giudiziarie; e che per soprammercato sono stato assolto. Spero che questa pubblicazione non dia noia al Pedretti; il quale, nel caso, deve ringraziare (anche) il gatto padano.

La seconda volta che, nella pagina precedente di Nusquamia, si siamo occupati del Pedretti, è stato per dar notizia che il politico emerito della Lega, questa volta denunciato e non denunciatore, è stato condannato in primo grado per la storia dei rimborsi allegri, insieme con altri consiglieri regionali: parliamo insomma di “Rimborsopoli”, come si è detto, o anche “Accattopoli”, visto che alcuni consiglieri, oltre che farsi rimborsare cene da nababbi, si facevano rimborsare anche i lecca-lecca (la Minetti si fece pagare dai contribuenti il libro scritto da Guzzanti, che parlava proprio di lei: Mignottocrazia). Questa Pedretteide -Parte II si occupa della prima vicenda e non della seconda: abbiamo scritto che non bisogna infierire sul Pedretti, e non infieriamo. Infatti della recente condanna nella nuova Pedretteide non si fa parola. Abbiamo preferito, come usa fare in certi procedimenti risolutivi delle equazioni differenziali, “separare le variabili”. [**]

Qualcuno preferirebbe — immagino — che non pubblicassi questa nuova edizione della Pedretteide, lo so. Dice che bisogna essere buoni, che non bisogna portar rancore. Ma io non porto rancore, per me tutt’al più è un piacere vincere con le armi della dialettica, ma senza alzare la voce, senza minacciare o — peggio — fare denunce, mantenendo filosofico e atarassico (così direbbe Fusaro) distacco. E allora dov’è il rancore? Mi si vuole negare il piacere di giocare con la dialettica?
Una cosa comunque andrebbe chiarita: chi non è rancoroso e combatte lealmente  la battaglia delle idee non necessariamente deve subire l’iniziativa di chi è più disinvolto e vuole a tutti i costi prevalere. Dirò di più: l’uomo nobile e razionale, proprio perché è leale e intende contare solo sulla propria intelligenza e cultura, si trova in posizione d’inferiorità a petto di chi, sprovveduto di tali qualità, è tentato, pur di prevalere, di forzare le regole del ragionamento, fare strame della logica e attingere a man bassa ai peggiori trucchetti di una retorica volgare. Chi non ha argomenti razionali è talora portato, pur di vincere una battaglia ìmpari sul piano dialettico, a far massa con il  volgo: questa, come ci mostra la cronaca politica recente, è la strategia dei populisti. La “ggente” dice così, dunque questa è la verità: tu non cincischiare, e taci. Si veda, nella prima Pedretteide, p. 32: «E non sarai certo tu a dirmi se farò o non farò ancora politica a Curno o altrove. Tu sei uno. Vali uno. Forse».  Ma il bello è proprio riuscire a riportare una vittoria dialettica (dialettica, non giudiziaria), anche uno contro tutti: anzi, è ancora più gratificante.
Nel romanzo Il padrone sono me di Panzini si legge di un giovane contadino, parecchio sveglio, che profitta della buona educazione, della cultura e dell’ingenuità del padroncino, suo coetaneo, per portargli via tutto. Bene, quel padroncino fece male, malissimo, a farsi fregare. Un conto è disfarsi dei propri beni, rinunciare ai propri privilegi: questo è bello, nobile e veramente cristiano. Ma farsi fregare dal contadino, questo proprio no.
Perciò non mi convince Algido che nella pagina precedente mi esortava all’oblìo come atto dovuto e salvifico, per me; e intonava «Sarai mondo se monderai lo mondo», come faceva nel film L’Armata Brancaleone il monaco Zenone, in testa ai pellegrini che si recano in Terra santa per farsi cancellare i peccati (al tempo 00:39:02); e, come lo stesso Brancaleone «nell’ora del trapasso», levava l’irenico e giovanneo invito: «Amiamo e perdoniamo!» (al tempo 01:49:21 del film). Ma perché l’invito è rivolto a me e non anche alla dott.ssa Serra, per esempio, e al Pedretti, che furono i protagonisti di quella stagione di mordacchie, denunce, complotti?».
Ho risposto ad Algido che da parte mia non c’è rancore; nello stesso tempo intendo dimostrare — con la Pedretteide – Parte II, appunto — quanto sia deplorevole e talora poco conveniente, se si ha che fare con persone culturalmente attrezzate, ricorrere all’arma della denuncia per venire a capo di una controversia. Dico questo pensando non al Pedretti, perché voglio sperare che il contenzioso sia chiuso, ma a tutti coloro che potrebbero essere tentati di seguire quella via: ebbene, sappiano che, per quanto facile, in apparenza, quella via può finire in un pantano. Meglio non ascoltare i consigli del gatto padano, che giudicava “gravissima” quella mia espressione sulla Commissione edilizia del Comune di Curno (che non era — si badi bene — un’istituzione democraticamente rappresentativa, ma un’iniziativa misticamente “pompata” nell’ambito della mistica allargata della “condivisione”) come “camera di compensazione degl’interessi degli attori del territorio” (che male c’è, se gl’interessi sono legittimi?).

Rifacendomi alla distinzione tra ‘causa’ [αἰτία, “aitía”], ‘pretesto’ [πρόφασις, “próphasis”] e ‘principio’ [ἀρχή, “arché”]) di un fatto, [***]  dirò dunque che, riguardo alla pubblicazione della Pedretteide – Parte II (il “fatto”), la sentenza di assoluzione è il “principio”, la denuncia del Pedretti è il “pretesto”, mentre la “causa” è la nostra visione della politica, luminosa (“per non dire “illuministica”) e razionale.

Infine, coloro che proprio vogliono attaccar briga, dovrebbero considerare che c’è avversario e avversario. Può succedere che proprio quello che, così gentile e così educato, sembrava disarmato, per non dire sprovveduto, perda la pazienza se troppo o troppo a lungo provocato, come vediamo nel film Cane di paglia, dove avviene che un matematico americano ritiratosi nella brughiera inglese con la sua bella mogliettina britannica, che proprio lì era nata e in passato aveva amoreggiato con i ragazzotti del paese, sia provocato dai buzzurri identitari del posto. La sua colpa? Non essere del luogo, non avervi “radici”, e di aver sposato quella bella ragazzona, che consideravano cosa loro. Soprattutto, però, di essere civile. Credevano i buzzurri, nel loro essere terragni, bevitori di birra e superalcolici, cacciatori dal grilletto facile, di essere “veri uomini”, certo più del matematico, un tipo astratto, privo delle famigerate “radici” (e nemmeno “sovranista”, immagino), ma solo un uomo, un uomo razionale. Ma poi dovettero ricredersi.
Mi domando come mai Algido abbia esortato me all’oblio ma non abbia fatto altrettanto con il Pedretti che avrebbe a sua volta potuto obliare, qualche mese fa, mica un decennio fa, neutralizzando l’incombenza del male sul mio capo, conseguenza della sua denuncia.  Non lo fece. Sarebbe stato sufficiente non presentarsi alla citazione (questo era scritto nella convocazione: se non ti presenti, ciò equivale a remissione della querela). Sarebbe stato un gesto generoso, molto meglio che intavolare una trattativa. E gliene avrei dato merito. O forse  Algido l’ha fatto, ha provato a convincere il Pedretti, senza però riuscirci, e non ha voluto dirci niente, perché in fondo a lui non piace fare il fico, mostrandosi a tutti i costi benevolo, nei confronti di tutti, e nei miei confronti in particolare? Beh, sarà sicuramente così, perché certamente non avrà pensato che fossi un fesso. Non sarebbe giusto, credo.

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[*] Il gatto padano aveva già sguazzato sulla mia disavventura giudiziaria innescata dalla seconda denuncia dell’implacabile Pedretti, guardandosi però dal dire che avrei dovuto presentarmi in tribunale per difendermi da quella denuncia. Scriveva nel numero 556 del suo diario che «nei primi giorni di febbraio o marzo del 2018» sarei dovuto «comparire come imputato in un processo». Come se non conoscesse il giorno preciso e l’imputazione. Ma la sua “astutissima” dissimulazione contadinesca dava adito a chissà quali pensieri su miei comportamenti riprovevoli, chissà in quale ambito. In realtà il gatto sapeva tutto, informato com’era da chi di dovere, ma lui astutamente scriveva: «solita notizia da bar cinese, immaginiamo». E aggiungeva: «Ce ne dogliamo e abbiamo iniziato a risparmiare per l’eventuale acquisto di mandarini nel caso ce ne fosse bisogno».
[**] Si veda in proposito nel sito della Treccani: L’Età dei Lumi: matematica. Le equazioni differenziali. Il trattatello può anche essere acquitaot in forma di e-book per il costo di 2,50 euri. Ma alcune formule non appaiono correttamente, richiedono il collegamento alla rete. Tanto vale, allora, leggerlo direttamente in rete.
[***] Vedi Polibio, Storie,  III 6, 7: «Io dico che gli inizi di tutto [archas] sono le prime iniziative e azioni in quello che è già stato deciso, le cause [aitias], invece, quei giudizi e quelle concezioni che ci guidano in questo: voglio dire, i pensieri, le disposizioni e i ragionamenti per mezzo dei quali giungiamo a decidere e a proporci qualcosa»

«A Nastassja Kinski»

Considerazioni in margine a un’intervista rilasciata a Repubblica dal M° Morricone

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Qui sopra, il brano musicale A Nastassja, composto da Ennio Morricone in occasione del film Così come sei, del quale Nastassja Kinski è interprete, insieme con Marcello Mastroianni. Qui sotto, una selezione di brani della colonna musicale.

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Intervista a Repubblica

Nel supplemento culturale di Repubblica (Robinson) di domenica 28 ottobre c’è Ennio Morricone intervistato da Giuseppe Tornatore, rispettivamente autore delle musiche e regista del film Nuovo cinema Paradiso (può essere visto su Raiplay facendo clic sul nesso Nuovo cinema Paradiso). Ma Morricone (che è originario di Arpino, dove Cicerone ebbe i natali) è noto soprattutto per essere l’autore della musica dei film della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo), e del dittico americano dello stesso regista (C’era una volta il West, C’era una volta in America) oltre che delle musiche dei film di Tornatore (oltre a quello citato, L’uomo delle stelle, Malèna, Baarìa, La migliore offerta: quest’ultimo è meno conosciuto, ma assolutamente degno, il più intellettuale, forse il migliore), di Mission, di Sacco e Vanzetti. Apprendiamo da Repubblica che è anche l’autore della musica della canzone Sapore di sale, essendo Gino Paoli l’autore delle sole parole, oltre che l’interprete.
All’inizio dell’intervista Tornatore domanda a Morricone «Ancora rifletti sulle origini della tua musica?». La risposta: «Certo. E sai cosa penso dopo tanti anni? È un vero peccato non aver dedicato a mia moglie, a Maria, una parte più ampia del tempo che invece ho trascorso con le orchestre e con i registi». Tornatore gli domanda di rincalzo se abbia mai dedicato una sua composizione alla moglie. Morricone: «Più di una. Può darsi che lei non lo ricordi».
Non abbiamo motivo di dubitare delle parole di Morricone. Però noi cha abbiamo una discreta memoria, per lo meno in queste cose, ricordiamo che Morricone dedicò a Nastassja Kinki il brano che presentiamo qui sopra, presente proprio con questo titolo — A Nastassja — nel vinile qui sotto illustrato:

Quattro registi_E. Morricone

Troviamo lo stesso titolo nell’elenco dei brani riportati nel Cd-Rom che registra le musiche del film, pubblicato di recente:

Così come sei_Cd Rom

Il Cd-Rom della colonna sonora del film riporta i seguenti brani: 1. Così come sei; 2. A Nastassja; 3. Amore per amore; 4. Preludio d’amore; 5. Dance on; 6. Amore per amore (antica passione); 7. Così come sei (amore malinconico); 8. Spazio 1999; 9. Postludio d’amore; 10. A Nastassja (acerba sensualità); 11. Verso Madrid; 12. Così come sei (ansia nell’amore); 13. A Nastassja (occhi innamorati); 14. Preludio d’amore (timida tenerezza); 15. A Nastassja (intimamente); 16. Così come sei (differenza d’età); 17. Amore per amore (struggente); 18. A Nastassja (pelle morbida); 19. Così come sei (amore, dolore).

Che Morricone abbia intitolato uno dei brani del film A Nastassja, non desta meraviglia, ci pare anzi la cosa più naturale, tale è la forza dell’eros che promana dalla fanciulla «venuta da cielo in terra a miracol mostrare». Del resto Lattuada, il regista del film, scrisse sul numero 211 (1978) della rivista Positif una Lettre d’amour à une protagoniste, dedicata a Nastassja Kinski, ma nessuno deve pensar male, perché si tratta di finzione letteraria. Oltre tutto al tempo in cui girava il film con Lattuada, la Kinski andava e veniva da Londra, per incontrare Polanski, con il quale intratteneva un’affettuosa relazione, mentre si preparava a interpretare Tess (1979), per la regia di Polanski, appunto.

Lattuada, L'occhio di Dioniso

La ‘Lettera d’amore a Nastassja Kinski’ di Lattuada è stata ristampata nel volume L’occhio di Dioniso, Casa Usher, Firenze 1990, p. 141. Il libro contiene lettere d’amore ad altre cinque attrici. In copertina, Carla Del Poggio, moglie di Lattuada, che la diresse nel film Il bandito, splendidamente interpretato da Amedeo Nazzari.

Scrive dunque Lattuada di Nastassja, tra l’altro: «Il suo vero nome è Naskszynski e se provate a pronunciare questo nome incontrerete qualche difficoltà. È un nome che contiene segreti non decifrabili facilmente. Il suo sangue non è tutto germanico, come mi era parso al momento del primo dialogo, è anche polacco per i rami del padre e dei nonni. Ma è sangue quello che gira vertiginosamente nelle sue vene? Non credo. Deve trattarsi di una sostanza in equilibrio instabile tra il veleno e il nettare, tant’è mutevole, contraddittorio, amico e nemico il suo modo di fare».
Ed ecco il film, purtroppo in qualità video alquanto scadente:

Stay as you are_fotogramma

Per vedere il film, fare clic sull’immagine.

Scrivevamo in una precedente pagina di Nusquamia che il film nel suo genere è da considerarsi un piccolo capolavoro, con buona pace di qualche moralista da strapazzo che ha voluto liquidarlo come il prodotto capostipite del filone di lolitismo patinato. Basta leggere la recensione di Callisto Cosulich (fare clic sul nesso) per accorgersi che il film è tutt’altro che trascurabile. Varrà la pena ricordare ai tapini moralisti che la sceneggiatura è una rivisitazione, in chiave meno tragica, del libro Homo faber, dello scrittore svizzero Max Frish che narra di un incesto involontario, come nella tragedia dell’Edipo re.
Per parte sua, Nastassja Kinski non vuole che si parli di questo film: l’ha rimosso, e avrà le sue ragioni, che noi crediamo di aver intuito ma che non diciamo (come disse Pavese, sono le sue ultime parole: «Non fate troppi pettegolezzi»), e che comunque non riguardano Lattuada, né Mastroianni, né Morricone che intitolò a lei il brano che abbiamo sentito. Di fatto, nel sito in cui l’attrice presenta la sua nuova vita, i suoi interessi attuali e la sua filmografia, non si fa menzione del film, come non l’avesse mai girato. Il Dvd in Italia non è stato stampato, si trova invece in Germania, ma non può essere ordinato dall’Italia, chissà perché.
A noi piace ricordare Nastassja Kinski qual è eternata in Così come sei di Lattuada, o in Tess di Polanski, e quale fu quando il film apparve: un’esplosione di luce pagana, una folgorazione, un po’ come Catherine Spaak nella Voglia matta di Luciano Salce. Il pensiero che queste due attrici, e altre ancora, con il trascorrere del tempo, via via che la bellezza scema, diventino esoteriche, animaliste, femministe, politicamente corrette, alcune anche vegane, ci addolora. Qualche volta è stato fin troppo facile capire il perché della loro involuzione. Ma anche quando non abbiamo capito, ci pare doveroso portare loro rispetto, considerato che ci hanno dato tanto. Scriveva Ovidio (Met. XV, 234-36) e, ahinoi, non aveva torto:

Tempus edax rerum, tuque, invidiosa vetustas,
omnia destruitis, vitiataque dentibus aevi
paulatim lenta consumitis omnia morte.

Cattoprogressismo e Lutero

Il Cristo dei cattoprogressisti e dei cattolici non credenti (ma c’è differenza?) non è quello di Tommaso Moro

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Masaccio, Crocifissione

Masaccio, Crocifissione (1426), Napoli, Museo di Capodimonte. Si noti il volto di Cristo, come a ricordarci che è palestinese; c’è anche un tentativo di rappresentazione prospettica, non perfettamente riuscito (il De prospectiva pingendi del Brunelleschi sarà pubblicato nel 1482). Le tre figure dolenti sono quelle della Madonna, a sinistra, dell’efebico san Giovanni, a destra, e della Maddalena, al centro.

 

Un’improvvida emissione filatelica

Il Vaticano ha emesso un francobollo che sarà sicuramente piaciuto a quelli di “Molte fedi sotto uno stesso cielo”, la cui insegna recita «Per una convivialità delle differenze». Rappresenta su sfondo dorato (a imitazione del Masaccio?) un Gesù crocifisso, e la croce è infitta su un improbabile Gòlgota (in lat. Calvariae locus, cioè “luogo del cranio”, o Calvarium: di qui il nostro “Calvario”). Improbabile, perché in lontananza riconosciamo il profilo di Wittenberg, dove Lutero affisse, sulla porta di una chiesa, quella del Castello, le sue 95 tesi. Avveniva il 31 ottobre del 1517, una data che segna simbolicamente l’inizio della Riforma protestante.

VAticano, crocifissione

Nel francobollo, emesso per celebrare quel 31 ottobre 1517, vediamo, inginocchiati ai piedi della croce: a sinistra, Martin Lutero con la  Bibbia da lui tradotta in tedesco; a destra, Melantone, amico di Lutero e uno dei maggiori divulgatori della Riforma, con in mano la Confessione augustana, la prima (1530) esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo. (In un sito di cattolici destrorsi leggiamo che Melantone fu amante di Lutero; ma questa è una delle leggende di parte cattolica, che fanno il paio con quelle di parte protestante).
Per gli appassionati, riportiamo i dati tecnici dell’emissione filatelica:

— Numero valori: 1
— Formato: 40 x 30 mm
— Dentellatura: 13 x 13
— Foglio da: 10 francobolli
— Dimensioni del foglio: 106 x 176 mm
— Tipo di Stampa: offset
— Stamperia: Cartor (Francia)
— Prezzo delle serie: Euro 1,00
— Tiratura max.: 120.000 serie complete.

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Tommaso Moro su Lutero

Va bene, il Vaticano ha emesso un francobollo luterano. Ma non dimentichiamo che un santo della Chiesa, Tommaso Moro, oltre che l’Utopia per cui è giustamente famoso, scrisse un libro durissimo contro l’“impostura” di Lutero e contro Lutero stesso, il quale senza tante ambagi viene così definito:

… reverendus pater potator Lutherus, extra ordinem sancti Augustini fugitivus […] in sacra theologia doctor indoctus, [qui hisce verbis loquitur]: «Ego certus sum dogmata mea habere me de caelo; ergo dogmata mea sunt caelestia. […] Mihi licebit pro Dei mei maiestate Pontificem, Caesarem, Reges, episcopos, sacerdotes, laicos omnes denique bonos anathemizare, maledictis et conviciis incessere, atque in omnium coronas et capita licebit ex ore meo lutum, caenum, stercora, merdas expuere».

Cioè Lutero è avvinazzato (potator), ignorante (indoctus), un agostiniano fuggiasco (fugitivus), un presuntuoso che ritiene di aver ricevuto gli articoli di fede (dogmata) dal cielo, che pertanto sarebbero celesti; e che in virtù di tali e discutibili certezze si sente in dovere di scagliare l’anatema sul Sommo pontefice, sull’Imperatore, sui re, sui vescovi, e sputare loro ciò che gli esce di bocca: fango (lutum), sozzura (caenum), merda secca e sciolta, animale e umana (stercora, merdas).
Così si legge nella Responsio ad Lutherum (1523)alle pp. 81-82 dell’edizione presentata qui sotto (fare clic sull’immagine di copertina: il libello comincia a p. 35):

Mori Opera omnia
Per sfogliare il libro, fare clic sull’immagine.
Il libro contiene la Responsio ad Lutherum, commissionata a Moro da Enrico VIII,
prima che il re d’Inghilterra varasse la Riforma anglicana.

Ma non è tutto. Per saperne di più si veda questo interessante indice delle concordanze della summenzionata opera, per esempio alle voci, limitandoci al campo merdaceo, stercus, stercora, sterquilinium, merdam, merdis, merdosum ecc.:
Thomas More’s Responsio ad Lutherum: A Concordance

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Perché piacciono tanto i luterani e non gli ortodossi?

Ricordiamo che le celebrazioni per i Cinquecento anni della Riforma di Martin Lutero sono state solennemente inaugurate in Svezia, a Lund, l’anno scorso, con la partecipazione speciale del Papa. Ne abbiamo scritto nell’articolo Il papa è libero di dire e fare quel che vuole. Noi siamo liberi di dissentire:

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Papa luterano

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine.
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L’articolo contiene i nessi a due interessanti documenti, per chi voglia approfondire l’argomento: ancora un’opera di Erasmo, scritta nel 1524, di spessore filosofico e teologico (qui non si parla di merda), dal titolo De libero arbitrio διατριβή sive collatio per Desiderium Erasmum Roterodamum; e la risposta di Lutero ad Erasmo, scritta l’anno seguente, intitolata De servo arbitrio Martini Lutheri ad D. Erasmum Roterodamum.

Concludo con le parole che scrivevo allora: «Per dirla tutta, non capisco proprio questa fregola di unificazione con i luterani e non, per esempio, con gli ortodossi, che sono fra i cristiani di gran lunga i più vicini alla predicazione del Vangelo».

P.S. – Non meno penoso dei cattoprogressisti, che se non altro sono talora corazzati intellettualmente, quanto meno ai livelli alti (ancorché confusamente), è il Salvini che brandisce il rosario come una clava: in realtà per lui, come per parecchi altri, il rosario è soltanto un gadget elettorale. Del resto il rosario o Efe Bal (il travestito turco, qui sotto) pari sono, purché vantaggiosi al momento della conta dei voti:

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Il cattoleghismo salvinesco

cattoleghismo_rosario

In alto, due momenti di paraculismo cattoleghista: Salvini brandisce Vangelo e rosario. In basso, Salvini in compagnia del travestito turco Efe Bal, da tempo leghista tesserato, il quale promise che, qualora fosse stato candidato nelle liste della Lega, avrebbe cessato di prostituirsi. Forse come segno di rispetto nei confronti del cattoleghismo? Efe Bal tuttavia sembra ignorare che i cattolici sono oggi molto, ma proprio di molto, “aperti”, talché mai e poi mai chiederebbero a Efe Bal di smettere di praticare sodomia; papa Francesco direbbe: «Chi sono io per giudicare?» (noi risponderemmo: «il papa»; ma i cattoprogressisti osserverebbero che la risposta è irriverente). Tra Salvini ed Efe Bal ci fu un momento di grande simpatia (politica, soltanto politica), poi però non se ne fece niente.

efebal_salvini

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«Onestà, onestà…»

Ovvero la volgare inintelligenza circa le cose della politica. Per non parlare dell’imbecillità dei declamatori: lo dice Benedetto Croce

Croce, Etica e politica

Qui nell’isola di Nusquamia siamo razionalisti, tutt’altro che crociani; questo non c’impedisce tuttavia di apprezzare certe analisi letterarie del Croce e il giudizio politico, che estraiamo da Etica e Politica, Adelphi, Milano 1994, qui sotto riportato.
Premessa, per evitare fraintendimenti – Su un punto però ci corre l’obbligo di mettere le mani avanti: non siamo d’accordo quando il Croce mette sullo stesso piano chimici, fisici, matematici e medici da un lato, in compagnia dei poeti  (magari, per sommo dileggio, perfino poeti dialettali: Bossi cominciò la carriera politica come poeta dialettale) e – aggiungiamo noi – perfino, forse, insieme con i cultori di storia locale, i mistici del territorio e i causidici cazzeggiatori (chissà perché il Croce non li menziona; eppure nella sua Napoli erano una vera e propria piaga, come acutamente osservava il meridionalista Gaetano Salvemini).
Fautori da sempre del socialismo “scientifico” (ché tale fu il socialismo italiano delle origini), raccogliamo lo spirito del Cattaneo che con il suo Politecnico (vedi: così scriveva nel primo numero della sua rivista), intendeva far derivare «dalle più ardue regioni della Scienza […] sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile». Scriveva inoltre il Cattaneo, con riferimento alla Lombardia, ma il discorso vale per l’Italia intera: saranno le «Arti Fisiche, le Arti Sociali, le Arti Mentali, le Arti Belle» a promuovere «una nuova trasformazione di quell’industria che, perseverando per venti secoli, ha già potuto recare questa nostra terra Insubrica dallo stato suo primitivo di sabbia o di palude a quello di una incomparabile feracità». Perciò siamo del parere che, stante l’attuale complessità del sistema, i politici che manovrano le leve del potere, o ambiscono di manovrarle, debbano essere uomini d’intelletto fino, sappiano ragionare per modelli, e siano consapevoli dei nessi con cui interagiscono i diversi aggregati funzionali costituenti il sistema.
Considerazioni analoghe – lo dico di sfuggita – potrebbero farsi per la rifondazione o anche il “superamento” del Pd, con l’eventuale costituzione di un nuovo partito della sinistra, del quale molto si discetta questi giorni. Senza dirlo apertamente (ché questi sono tempi brutti, il populismo imperversa di pari passo con la prevalenza del cretino), ma operando concretamente, la rinascita della sinistra in Italia, e in Europa, dovrebbe procedere all’insegna del primato dell’intelligenza, dell’alta cultura e della scienza. Come dire: a) Mort aux cons! b) contenimento delle velleità dei dilettanti allo sbaraglio; c) corsia preferenziale per chi si presenta provvisto di idonei strumenti per ragionare (no alla retorica e al cazzeggio giuridico; affrancamento dall’ipoteca cattoprogressista, che fra l’altro è elettoralmente meno determinante di quanto di pensi).
Al solito, siamo schierati con Cattaneo (spesso citato, più che altro a sproposito, dai leghisti di prima maniera), il quale per la rinascita civile, morale ed economica dell’Italia postulava una più intensa partecipazione alla vita politica di fisici e ingegneri e un contenimento degli avvocati. Questo naturalmente non ha niente che fare con la persecuzione della cultura classica, come qualcuno vorrebbe, onde ottundere le sempre più sporadiche persistenze di pensiero critico. Come abbiamo scritto più volte, non bisogna confondere l’umanesimo con le humanities di Martha Nussbaum, con le cosiddette (e stramaledette) “Scienze della comunicazione”, con l’impostura pseudoscientifica dei tecnoburocrati, con il nuovo che avanza, con la mistica della rete ecc.

manifestopolitecnico

Manifesto programmatico della rivista Il Politecnico, fondata e diretta (dal 1832 al 1863) da Carlo Cattaneo. Facendo clic qui sopra, è possibile leggere la riproduzione in facsimile del primo volume della rivista, che riporta in apertura il manifesto. La rivista intendeva promuovere la conoscenza – in particolare, la conoscenza delle Arti [= discipline, diremmo oggi] fisiche, delle Arti sociali, delle Arti mentali, e delle Belle arti – al servizio del progresso sociale.

Avendo stabilito che niente ci è più alieno della polemica idealista di Croce contro le matematiche e le scienze  sperimentali (parliamo delle scienze autentiche: fisica ecc.; niente “scienze” esoteriche, niente Martha Nussbaum ecc.) concludiamo nondimeno sull’opportunità di considerare le parole del filosofo napoletano al riguardo della mistica dell’onestà. Infatti, avendo fatto la tara della polemica antiscientifica, qui soltanto latente, ma altrove in Croce ben presente, conserviamone il succo, laddove ci mette in guardia dall’insopportabile pesantezza della polemica sollevata dagli “inintelligenti” e dagli imbecilli riguardo al tema dell’onestà. Fra l’altro, se analizziamo la storia recente della Lega Nord, ci accorgeremo che i più erano disonesti perché ignoranti. Perciò Nenni per un lungo tratto della sua carriera politica fu contrario all’ingresso del suo partito (il Psi) nel governo, perché sapeva quanto i suoi quadri di base fossero ignoranti.

Adesso leggiamo le parole di Benedetto Croce:

Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della onestà nella vita politica.
L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio Paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica.
Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere un quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine.
È strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura.
«Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica?» si domanderà. – L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze.
«È questo soltanto? E non dovrà essere egli uomo, per ogni rispetto, incensurabile e stimabile? E la politica potrà essere esercitata da uomini in altri riguardi poco pregevoli?». Obiezione volgare, di quel tale volgo, descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo tenderanno in proprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo marito, cattivo padre
[…] « Ma no, » (si continuerà obiettando), « noi non ci diamo pensiero solo di ciò, ossia della vita privata; ma di quella disonestà privata che corrompe la stessa opera politica, e fa che un uomo politicamente abile tradisca il suo partito o la sua patria; e per questo richiediamo che egli sia anche privatamente ossia integralmente onesto ». – Senonché non si riflette che un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria, il fine sostanziale della sua vita.

 

 

L’ideologia della grammatica

Un opuscolo di padre Giuseppe Zanchi ci aiuta a capire lo sconcerto dei religiosi nei confronti della scuola laica dell’Italia post-risorgimentale

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Alvarez_Corso di latino

Il corso di latino dell’Álvares, articolato in tre libri dedicati rispettivamente alla morfologia, alla sintassi e alla prosodia: per sfogliarlo, fare clic sull’immagine. La prima pubblicazione dell’opera in forma completa è del 1572. Era il testo di riferimento per l’insegnamento del latino nelle scuole gesuitiche, raccomandato dalla Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu [1599]. Di questo corso si ebbero più di 400 edizioni conformi, tutte in latino, perché il latino era la lingua franca dei gesuiti in tutto il mondo, e perché la Ratio studiorum gesuitica prevedeva che il latino fosse lingua di comunicazione. Conobbe inoltre un numero incredibile di adattamenti (riduzioni) e traduzioni. Il metodo dell’Álvares, osserva Emilio Springhetti, «è un metodo razionale: esposte brevemente le regole, vi aggiunge in corsivo Appendici e Commentari pieni di osservazioni e spiegazioni storiche, filologiche, pedagogiche per i professori» (Storia e fortuna della grammatica di Emmanuele Álvares ). Ai gesuiti era demandata in particolare l’istruzione superiore del clero e della nobiltà. L’insegnamento del latino fu impartito nell’Italia pre-unitaria, oltre che nei collegi dei gesuiti, prevalentemente nelle scuole pubbliche tenute dagli ordini religiosi dei barnabiti, scolopi e somaschi.

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L’anno scorso mi ero imbattuto – in rete – in un trattatello sul modo d’insegnare l’analisi logica nelle scuole elementari, scritto da un religioso. A dir la verità non sono sicurissimo che l’autore, Giuseppe Zanchi, fosse un religioso, non essendo riuscito a trovare riscontri, ma la lettura dell’opera, in particolare della seconda parte, quella ideologica, non dovrebbe dare adito a soverchi dubbi. In ogni caso il sentire di Zanchi è religioso, in senso militante, ed egli non fa niente per dissimularlo, come si capisce già leggendo queste parole del sommario: «Per il verbo [inteso come ente grammaticale] l’anima si fa mirabilmente specchio della Divinità». L’immagine qui sotto presenta la prima pagina dell’opuscolo: facendovi clic con il topo del computer sarà possibile sfogliarlo.

Opuscolo Zanchi

In queste Riflessioni pratiche ed esercizi di analisi logica si nota una strana commistione di raccomandazioni di buon senso, nella prima parte (pp. 1-11) e considerazioni teoriche, puntigliose, nella seconda parte (pp. 12-19). Le raccomandazioni sono rivolte ai maestri, sul modo di presentare una materia così difficile, tutto sommato, quando veramente si voglia capire che cosa sia l’analisi logica, cioè quando l’analisi logica non sia un esercizio svolto a norma di cacata carta, “come vuole la maestra”. Sono le cose che il buon maestro dovrà insegnare ai ragazzi, con metodo e gradualmente. Anche le considerazioni teoriche sono rivolte ai maestri, ma come in segreto: infatti – scrive Zanchi – queste cose che io vi dico non dovete ripeterle ai ragazzi. A ben vedere le considerazioni teoriche tutto sono  tranne che gli «esercizi di analisi logica» promessi nel titolo, sono invece una puntigliosa presa di posizione contro la scuola laica dell’Italia post-risorgimentale. Proprio qui sta l’interesse dell’opuscolo.

Scrivendo dell’insegnamento dell’analisi logica ai bambini (nel 1870, pare), Zanchi in realtà intende levarsi qualche sassolino dalla scarpa e appuntare i suoi strali sul ginnasio-liceo della riforma Casati, modellato sul ginnasio prussiano, del quale il religioso avvertiva certo sentore di massoneria. La legge Casati è del 1859 ed entrò in vigore nel Regno di Sardegna nel 1860, prima dell’impresa garibaldina; quindi, con l’unificazione, divenne legge per tutta l’Italia (tranne che per lo Stato pontificio e per il Trentino, che comunque aveva una scuola di tutto rispetto).

Prima parte dell’opuscolo

In questa prima parte del trattatello si legge che la proposizione essenziale consta di tre parti: a) il soggetto; b) il verbo; c) l’attributo. Qui bisogna intendersi, considerato che noi “moderni” siamo abituati a considerare la proposizione essenziale come composta di due parti, e non tre: a) il soggetto; b) il predicato. E non è che lo diciamo noi moderni, perché già la Grammatica latina dello Schultz (vedi), alla quale abbiamo accennato nell’articolo  della pagina precedente (Per un umanesimo senza aggettivi) afferma, a p. 173: «Chiamasi proposizione l’epressione di un pensiero per mezzo di parole. Ogni proposizione è composta di due parti essenziali, che sono il soggetto e il predicato». Ho scritto “noi moderni”: sì, ma per modo di dire; infatti coloro che sono più moderni di noi moderni, appoggiandosi alla grammatica generativa, parleranno invece di “gruppo nominale” e “gruppo verbale”. Però, a ben pensarci, anche costoro sono moderni fino a un certo punto, perché codesta modernità data a più di cinquant’anni fa. Insomma, se uno insegue la modernità, rischia di fare una fine simile a quella di chi cerca la purezza in politica: c’è sempre qualcuno più puro di te che ti epura. Noi, che non abbiamo ansia di fichitudine, ci atteniamo al linguaggio tradizionale, moderno ma non troppo: quello, per esempio, della prof.ssa Calderini che insegnava latino e greco a Pierluigi Bersani nel liceo classico di Piacenza.
Vediamo allora che cosa padre Zanchi intenda per “verbo” e che cosa intenda per “attributo”. Attenzione, non abbiamo che fare con uno che voglia fare il fico (anche lui!), e che perciò le spara grosse, giusto per attirare l’attenzione: lui non è d’accordo con il modello d’insegnamento prussiano, vero, ma la sua analisi logica è radicata nella migliore tradizione delle scuole confessionali; le quali, se non erano gesuitiche, si sentivano libere di attingere alle importanti acquisizioni in fatto di analisi funzionale della scuola (giansenista) di Port Royal, quella che nel 1660 diede alle stampe la Grammaire générale et raisonnée. Facendo clic con il topo del computer sull’immagine qui sotto è possibile sfogliarne una ristampa del 1754.

Grammaire Port Royal

Leggiamo infatti a p. 57 dell’edizione della quale si è qui fornito il nesso: «Toute proposition enferme nécessairement deux termes: l’un appellé sujet, qui est ce dont on affirme, comme ‘terre’; et l’autre appellé attribut,qui est ce qu’on affirme, comme ‘ronde’; et de plus la liaison entre ces deux terme, ‘est’». Proprio come dice padre Zanchi.
Ora, per capire bene le cose, bisogna intendersi sul significato dei termini: intanto, per la grammatica di Port Royal il termine “soggetto” significa la stessa cosa che intendiamo noi; quello che per loro (e per padre Zanchi) si chiama attributo, invece, per noi è il predicato nominale; e anche il modo di intendere il verbo è diverso.
Consideriamo per esempio la frase “Il calamaio è nero”. Dice padre Zanchi: “il calamaio” = soggetto; “è” = verbo; “nero” = attributo. Noi invece diciamo: “il calamaio” = soggetto; “è” = copula, cioè nesso tra il soggetto e la parte nominale del predicato; “nero” = parte nominale del predicato. Per noi “moderni” il verbo “essere”, insieme con la parte nominale del predicato convergono in un unico elemento dell’analisi logica, che prende il nome di predicato nominale. Perciò diciamo che la proposizione essenziale (cioè, senza complementi) consta di due parti, e non di tre.
Ma se nella proposizione, invece di avere un predicato nominale, abbiamo un predicato verbale (così lo chiamiamo noi) secondo la logica di Port Royal (e secondo Zanchi) la proposizione essenziale consta ancora di tre parti? Sì, perché la proposizione essenziale, per esempio, “Pietro legge” si trasforma in “Pietro è leggente”, dove Pietro è il soggetto; con “è” si parla ancora di verbo, una voce del verbo “essere” che è verbo per antonomasia: è il “verbo semplice” o anche, come si legge in certe grammatiche francesi di qualche tempo fa, il “verbo sostantivo”; “leggente” è l’attributo, un termine che non può mancare in una proposizione essenziale, perché esso è ciò che si afferma, o si giudica, del soggetto. Insomma, “leggere” è un verbo, e nessuno lo nega; ma è un verbo che contiene l’attributo “leggente”, come abbiamo visto; pertanto si dirà che è un “verbo attributivo”. In sostanza, quel che noi chiamiamo “predicato verbale” per la grammatica di Port Royal si chiama “verbo attributivo”. Così quando dico «La calamita attira il ferro», esprimo un giudizio associando al soggetto (la calamita) un attributo, che è “attirante”(“attira” equivale a “è attirante”): l’attributo è un participio presente. Se volgiamo la frase al passivo, nella frase «Il ferro è attirato dalla calamita» troviamo il verbo “essere” già in evidenza, e l’attributo è un participio passato.
Questo modo di denotare gli elementi della proposizione in analisi logica è proprio non soltanto della scuola di Port Royal, ma di tutte le persone istruite che siano venute a conoscenza dell’impostazione razionalista e funzionalista della linguistica di Port Royal. Troviamo riscontro di questa nomenclatura, per esempio, nell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, i cui 17 volumi furono stampati tra il 1751 e il 1765, cent’anni dopo la grammatica di Port Royal: si veda l’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers alla voce “Verbe”: «La première division du verbe est en substantif & en adjectif. […] On doit donc trouver dans le verbe substantif ou abstrait, la pure nature du verbe en général». Insomma, il verbo “essere” ha una posizione di tutto rispetto, tanto che – si diceva – le lingue potrebbero fare a meno dei verbi attributivi, fermo restando che esistono gli attributi; ma non potrebbero fare a meno del verbo “essere” che, non a caso, viene chiamato “sostantivo”, perché denota la “sostanza” dell’attributo associato al soggetto. Si veda la pagina del quaderno di analisi logica, che presentiamo qui sotto: il quaderno, stampato nel 1855, è concepito per guidare l’allievo nell’analisi del periodo e della proposizione. Il periodo infatti è analizzato (“scomposto”) in proposizioni (tante quanti sono i verbi di modo definito [*]). Del verbo occorrerà specificare se è sostantivo o attributivo; dell’attributo occorrerà indicare se è compreso nel verbo (verbo attributivo) e, se lo è, dovrà essere enucleato scomponendo il verbo attributivo in verbo “semplice” e attributo (per esempio, il verbo attributivo “vado” andrà sciolto in “sono” e “andante”).

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Cahier d'analyse logique

Fare clic sull’immagine per visualizzarne un ingrandimento in formato pdf.

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La prima parte del trattatello dello Zanchi si conclude con numerosi suggerimenti e considerazioni utili: su una possibile definizione del soggetto, spendibile con i bambini (il soggetto non sarà «quello che fa l’azione», ma «ciò di cui si afferma qualche cosa, e che regge il verbo»), sulla necessità di non confondere l’attributo con l’aggettivo ecc. Quindi l’autore, già mentre introduce altre nozioni di stretta pertinenza dell’analisi logica, tutto sommato elementari (per esempio, la distinzione tra proposizioni implicite ed esplicite, in relazione ai modi del verbo), si lascia andare a riflessioni di carattere filosofico, anche religioso, e sempre più vi si addentra, così che da semplice guida ed eserciziario, il suo trattatello assume una venatura filosofica. Del resto, si sa, la grammatica, la prima grammatica pervenutaci (Τέχνη γραμματική), quella di Dionisio Trace, nasce da un interesse filosofico.

Seconda parte

La seconda parte dell’opuscolo di padre Zanchi, ancorché possa apparire noiosa e, soprattutto, inutile è in realtà la più interessante, perlomeno nella nostra prospettiva, quella di chi è più interessato all’ideologia che all’analisi logica in sé, per la quale facciamo riferimento ad altri testi. Tale è la foga di esprimere dissenso per la grammatica “prussiana”, che l’autore rinuncia a una trattazione sistematica o anche soltanto schematica dell’analisi logica e del metodo per insegnarla, come pure aveva promesso. Per esempio, a p. 4 introduce la proposizione «Lesbino vide un gatto», quindi spiega che Lesbino è il soggetto, e che “vide” è uno di quei tali verbi che sono stati definiti attributivi: infatti contiene l’attributo “veggente” che può essere enucleato; in altre parole ancora “vide” equivale a “fu veggente”. Però Zanchi non dice quale sia la funzione logica dell’espressione “un gatto” e, tutto sommato, la cosa non gl’interessa più che tanto; parlerà infatti del complemento oggetto soltanto a p. 16, quando confessa di sentire «un poco d’una vecchia ruggine contro ai complementi» e il «nudo formulario» al quale avviene che nelle scuole si riduca, il più delle volte, la loro lista. Qui lo Zanchi sembra in sintonia con i professori “progressisti” d’oggi i quali sostengono che bisogna smetterla di parlare dei complementi e, soprattutto, di volerli classificare spaccando il capello in quattro (quanti sono? 47, o forse anche più? Segue sghignazzo). E conclude: «Parlate, sì, dei complementi in generale, ma rarissime volte delle loro specie; basta solamente che i vostri discepoli ne acquistino un’idea chiara».

A Zanchi interessa mettere in chiaro due punti:

a) La proposizione è «un giudizio della mente espresso con parole»; ed è importante non confondere queste tre attività mentali che devono rimanere ben separate: il concepire, il giudicare e il ragionare. Sono tre operazioni dello spirito separate, e che tali devono continuare ad essere. L’importanza dell’analisi logica sta proprio in questo, nel sorvegliare la correttezza del giudizio formulato assemblando le parole e nel guidare la corretta formulazione del giudizio. In questo, ancora una volta, padre Zanchi non si discosta da quanto prescritto nella Grammatica di Port Royal (pp. 57-58):

Tous les philosophes enseignent qu’il y a trois opérations de notre esprit: concevoir, juger, raisonner.
Concevoir, n’est autre chose qu’un simple regard de notre esprit sur les choses, soit d’une manière purement intellectuelle, comme quand je connois l’être, la durée, la pensée, Dieu; soit avec d’images corporelles, comme quand je m’imagine un quarré, un rond, un chien, un cheval.
Juger, c’est d’affirmer qu’une chose que nous conçevons est telle, ou n’est pas telle comme lorsqu’ayant conçu ce que c’est que la terre, et ce que c’est que rondeur, j’affirme de la terre qu’elle est ronde.
Raisonner, est se servir de deux jugements pour en faire en troisième: comme, lorqu’ayant jugé que toute vertu est louable, et que la patience est une vertu, j’en conclus que la patience est louable.

b) La proposizione, cioè il giudizio, ridotta all’osso comprende tre elementi, e non due, come vuole la scuola prussiana. In realtà, come abbiamo mostrato sopra, intendendosi sul significato dei termini, i tre elementi della scuola prussiana sono riducibili ai due elementi della logica di Port Royal, e viceversa. Ma lo Zanchi non vuole saperne; scrive infatti: «Molti grammatici moderni, e v’entrano pure i nomi più illustri, vollero ridurre a due gli elementi essenziali della proposizione, vale a dire a soggetto e predicato (Curtius, Gramm. Gr., P. 2; Schultz, it.)». Insomma, Zanchi conosce bene i due principali esponenti della scuola prussiana, il Curtius e lo Schultz, autori, rispettivamente di una Grammatica greca e di una Grammatica della lingua latina che, tradotte in italiano, andavano allora per la maggiore. Ma tale innovazione dell’antica grammatica, dice Zanchi, «pare contraria direttamente allo scopo dell’analisi logica». Sopprimere il verbo, per farlo assorbire dal predicato verbale significa, secondo Zanchi, togliere di mezzo quell’atto creativo del giudizio che consiste nel mettere in relazione il soggetto e l’attributo: i quali, prima del giudizio, sono soltanto pensati, ma non sono correlati, e se non sono correlati non c’è giudizio (torniamo alla distinzione, che abbiamo visto, tra il concepire, il giudicare e il ragionare). C’è una bella differenza – dice – tra il concepire e il giudicare, tra il vedere e l’affermare. Cioè, per esprimere un giudizio, occorrono due idee, rappresentate dal soggetto e dall’attributo (nel significato di ciò che si attribuisce al soggetto: quel che siamo abituati a chiamare il predicato nominale). Ma le due idee da sole non esprimono un giudizio, occorre stabilire se c’è relazione o non c’è relazione tra le due idee, e ciò avviene per mezzo di un nesso che si chiama “verbo”, il quale nell’analisi logica di scuola francese è sempre il verbo essere: «Le verbe dans une proposition est toujours être» (J. Hauret, Traité d’analyse logique, Pau, 1858).
Avendo chiarito questo punto, che ha una sua dignità razionale, padre Zanchi parte per la tangente, entra nella filosofia e sconfina nella religione. Avendo premesso che, nel mentre che vede, lo spirito “riceve”, e che invece nell’affermare (cioè nel formulare il giudizio) esso “crea”, conclude apoditticamente: «Non si dee abolire il vedere: non si dee negare la luce, quella verità che, come dice il Poeta, tanto ci sublima (Par. 22); ma non si dee sopprimere nemmeno il verbo. Il verbo che, come s’è indicato, fa specchio l’anima della Divinità». Da questo punto in poi, a parte qualche cenno di rinsavimento, è un fiume in piena; e postilla in una nota: «Credo in tutto questo di attenermi alla tradizione più preziosa della filosofia. San Tommaso distinse assai bene l’idea [il concepire, secondo la logica di Port Royal] dal giudizio e così la parte nominale del verbo. “Alla cognizione d’una cosa, scriv’egli [cioè, San Tommaso], uopo è che concorrano due atti della mente: l’apprensione e il giudizio (o l’affermazione) intorno alla cosa appresa” (De Verit., X, 8). E ritrasse una tale dottrina da Aristotele…». Segue una piccola polemica nei confronti della stessa scuola di Port Royal, la quale secondo Zanchi non avrebbe messo bene in chiaro che l’idea è bensì una sorta di sguardo sulle cose, vuoi sugli “oggetti” astratti, vuoi su quelli concreti, ma affermare che l’idea sia una produzione dello spirito umano è sbagliato. L’idea infatti ha un carattere «obiettivo», è «splendore d’una natura affatto superiore». Ma qui ci fermiamo perché ci sembra di avere portato elementi sufficienti per mostrare l’impostazione spiritualista di padre Zanchi, che non tollera l’assorbimento del verbo – del verbo “essere” – nel predicato nominale, o la sua cancellazione nel predicato verbale (il “verbo attributivo”), perché «nel verbo l’anima si fa mirabilmente specchio della Divinità».

Poche parole infine sul momento storico di composizione del trattatello di padre Zanchi. Fu composto dopo la legge Casati che riformava tutto il sistema educativo italiano, dalle scuole elementari all’Università. La legge Casati stabiliva che l’istruzione secondaria classica fosse l’unica che consentisse l’accesso a tutte le facoltà universitarie e che essa dovesse essere disponibile in ogni capoluogo di provincia, a carico dei Comuni per i primi cinque anni (il ginnasio) e a carico dello Stato per gli ultimi tre anni (il liceo). [**] I gesuiti, il cui ordine fu soppresso con la bolla papale Dominus ac Redemptor (1773) sono tornati in Italia, subito dopo la Restaurazione (1814), ma i loro collegi sono ormai passati di mano. In gran parte d’Italia erano stati riformati secondo il modello napoleonico (che a sua volta era ispirato al modello del ginnasio austriaco); sorte analoga avevano subito le scuole tenute dagli altri ordini religiosi, quelle dei Barnabiti, degli Scolopi, dei Somaschi ecc. Dopo la Restaurazione, le scuole degli ordini religiosi tornarono ad aprire i battenti, affiancate però da scuole comunali che avevano conservato qualcosa del modello napoleonico. Ma bisogna aspettare la legge Casati perché nel neo costituito Regno d’Italia si assista a un processo di secolarizzazione dell’istruzione. In particolare, i collegi dei gesuiti adesso sono trasformati perlopiù in “Regio Liceo” (o “Regio Liceo-Ginnasio”).
Padre Zanchi, della cui buona fede non abbiamo ragione di dubitare, prendendo la parola sul migliore sistema d’insegnare ai bambini il funzionamento dell’intelletto, attraverso l’analisi logica, fa sapere ai maestri delle scuole elementari, forse anche a qualcun altro, di non essere d’accordo sulla riforma di secolarizzazione della scuola italiana. Ma almeno lui aveva le sue buone ragioni, in quanto religioso e uomo di fede. C’è da domandarsi quali pessime ragioni abbiano coloro che intendono smantellare, pezzo per pezzo, e senza darlo a vedere, il nostro glorioso e laico liceo classico di stampo, come abbiamo visto, prussiano.

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[*] I verbi di modo indefinito (infinito, participio, gerundio e, in latino, gerundivo) sono forme nominali: possono essere soggetto, oggetto ed entrare nella composizione dei complementi: per esempio, nella frase “Sono andato a fare la spesa”, “a fare la spesa” è complemento di fine + oggetto della forma nominale del verbo.

[**] I primi cinque anni corrispondono ai tre anni delle scuole medie ai quali s’aggiungono quelli della quarta e quinta ginnasiale del liceo classico, quello prima della riforma Gelmini (2010), quando la quarta e quinta ginnasiale furono ribattezzate, in modalità politicamente corretta, primo e secondo anno del liceo classico; conseguentemente gli anni I, II, e III del liceo classico, quello di prima, diventarono III, IV e V del liceo classico Gelmini-riformato. Invece di occuparsi della parità delle opportunità, per esempio stabilendo un sistema di borse di studio, la burocrazia ministeriale preferì procedere alla gherminella linguistica della parità delle denominazioni.