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Orsineide

La mistica “scientifica” di Alessandro Orsini

Alessandro Orsini ci spiega con tono asseverativo-cattedratico che le sue mani «sono usate come un’arma»: così affermano – dice – psicologi e psicanalisti che del linguaggio delle sue mani hanno fatto oggetto di studio scientifico (inutile dire che ci piacerebbe dare un’occhiata a codesti lavori: di scuola junghiana?). Precisa che per capire questi pur pregevoli contributi occorre fare uno sforzo, probabilmente arduo per i più: «Bisogna conoscere una teoria sociologica dalla quale sono stato influenzato in maniera profondissima: la teoria del conflitto». 

Alessandro Orsini si è imposto come fenomeno mediatico dapprima nella trasmissione Piazza Pulita condotta da Corrado Formigli, quindi a Cartabianca, la trasmissione intitolata a Bianca Berlinguer.[1] Non era difficile capire che uno come lui avrebbe fatto presa sul pubblico dei neo-pacifisti usciti come miracolosamente allo scoperto, appena Putin invase l’Ucraina, desiderosi di placare l’ira dell’orso russo e bisognosi di una copertura mistica che sublimasse la paura, facendone un nobile ideale. Ovviamente, questi poco attendibili neo-pacifisti poco hanno che fare con i pacifisti rigorosi e sinceri: tra questi, molti di quelli che in occasione delle intemperanze militari dell’impero statunitense scendevano in piazza e scandivano “Yankee go home!”. I neopacifisti, invece, non manifestano contro Putin, nelle piazze, o in qualsiasi altra sede, né gli suggeriscono graziosamente di tornarsene a casa, anzi ne prendono le difese, dicono che Putin è stato costretto a fare la guerra, perché provocato.
Anche Orsini dice che la Russia è stata provocata, in particolare, dalle esercitazioni militari della Nato in Ucraina (2021). Non è difficile tuttavia immaginare che la Nato a sua volta si sentisse provocata dagl’interventi militari della Russia, e non diciamo dell’Urss, diciamo proprio della Russia: in Cecenia (1999-2009), in Georgia (2008) e nella stessa Ucraina (2014: annessione della Crimea). Senza contare le Zapad-2021, le esercitazioni militari congiunte  che comportarono la presenza di navi da guerra russe e cinesi davanti alle coste del Giappone: normali “giochi di guerra”, si dirà. Ma se le esercitazioni della Nato sono una provocazione, quelle russe con i suoi alleati, con Cina ed Iran ai primi posti, sono forse bruscolini?
Concediamo comunque che Orsini abbia su questo punto ragione: la Russia è stata provocata. Non ha ragione, invece, quando trascura  un dato che a lui, che si vanta scienziato sociale e field researcher (sarebbe un ricercatore sul campo, un po’ come gli archeologi), non dovrebbe sfuggire: la naturale attitudine espansionistica delle potenze imperiali. La “provocazione” era pane quotidiano, ieri, per l’impero britannico e quello russo che si disputavano l’egemonia nell’Asia centrale (il “grande gioco”: vedi Rudyard Kipling). D’altra parte, sono oggi sotto gli occhi di tutti le provocazioni reciproche di Usa e Cina intorno a Taiwan. Il fatto è che le potenze imperiali sono portate statutariamente – direi – ad espandersi: perciò si provocano, fanno manovre militari, lanciano ballon d’essai, per studiare il momento in cui eventualmente dare la stura alle proprie ambizioni, per la gioia dei militari e dei servizi segreti. Anche questo andrebbe detto.


Quando Cavour si infilò nel gioco delle provocazioni tra gl’imperi russo, francese, inglese ed ottomano. E si schierò con i turchi contro i russi

A dimostrazione dell’espansionismo connaturato alle potenze imperiali, basti pensare a quell’altra guerra di Crimea, combattuta nel 1854 dalla Francia e dall’Inghilterra a fianco dell’impero ottomano, contro la Russia, con la partecipazione straordinaria del Regno di Sardegna. In questo caso, la prima potenza a sentirsi provocata fu la Russia. Tutto nasce dal contenzioso che Russia e Francia avevano in corso con l’impero ottomano, riguardo al controllo dei luoghi santi della cristianità, che erano sotto giurisdizione dei turchi. Le potenze occidentali intendevano tutelare i  cristiani ortodossi (Russia) e quelli cattolici (Francia): questo perlomeno era il presupposto ufficiale della loro strategia geopolitica. Quando i turchi accettarono le proposte francesi, i russi si sentirono provocati ed occuparono i principati danubiani. La Turchia reagì e mosse guerra alla Russia; il conflitto si sposta in Crimea, una regione che fino al 1784 era stato un regno tartaro alleato dell’Impero ottomano, e che da settant’anni faceva parte della Russia. La Francia e l’Inghilterra, che temono l’espansionismo dell’impero russo nel Mar Mediterraneo, si sentono a loro volta provocati e si alleano con i turchi. Anche il Regno di Sardegna si allea coi turchi contro la Russia, e Dio sa da che cosa e da chi Cavour si sentisse provocato; ma la guerra di Crimea fu per lui un modo d’ingraziarsi il favore di Napoleone III (un altro modo fu quello di mandargli la contessa di Castiglione, maliarda irresistibile).

Nel 1854 Cavour invia in Crimea un corpo di spedizione, compresi cinque battaglioni di bersaglieri: in tutto, 18.058 uomini, al comando del generale Alfonso La Marmora. Il corpo di spedizione sardo-piemontese ebbe appena 32 morti in combattimento, ma 4.500 furono i morti per malattie varie (principalmente, colera e tifo).


Mistica “scientifica”

Il modo di argomentare di Orsini non ha niente di “scientifico”, contrariamente a quel che vorrebbe farci credere; semmai è mistico, com’è facile constatare ascoltando alcuni suoi interventi a Cartabianca, riportati nel sito di Raiplay (vedi Alessandro Orsini_Raiplay) e i sermoni nel suo canale Youtube (vedi Alessandro Orsini_Youtube). Intanto vediamo come ami presentarsi (trascrivo le sue parole da un video del suo canale Youtube intitolato Come chiudermi la bocca facendo figuracce):

Sono tutt’altro che una persona improvvisata: sono anni ed anni che studio le guerre internazionali. Ho pubblicato monografie sulle guerre, sul rapporto tra guerre e terrorismo, e sulle guerre civili. Ho coordinato progetti di ricerca e progetti di studio, rapporti d’informazione e di ricerca sulle guerre in Yemen, Libia, Afghanistan, Iraq, Siria, Somalia, Etiopia, chiaramente anche in Ucraina.

In una pagina del suo profilo Facebook, intitolata Lo studio scientifico della guerra in Ucraina il professore postula che lo studio dei fatti d’Ucraina debba essere scientifico e ricorda, con Max Weber, che «comprendere non basta: una spiegazione non è mai veramente scientifica se non è anche una spiegazione causale». Tutto giusto, naturalmente, sottoscriviamo in pieno. Soprattutto a Cartabianca, Orsini ha ribadito, più di una volta, che la sua è una scienza, della quale è esperto. Bene, per conto nostro non mettiamo in dubbio che le pubblicazioni di Alessandro Orsini siano rigorose, però: a) non possiamo fare a meno di osservare, che se uno se la suona e se la canta, non mette in atto una strategia scientifica; b) l’argomento che lui è uno studioso accademico, con pubblicazioni “scientifiche”, a dimostrazione del valore di verità delle sue posizioni quando si esibisce nel circo mediatico, è scorretto, proprio sotto il profilo scientifico. Vogliamo un esempio decisivo, che taglia la testa al toro e dimostra che non è corretto vantarsi delle pubblicazioni “scientifiche”? Eccolo:  Alessandro Orsini e Nathalie Tocci sono esponenti del mondo accademico, ma hanno posizioni agli antipodi riguardo all’invasione dell’Ucraina. Orsini – ricordiamo – è professore associato nel Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss, dove insegna Sociologia generale e Sociologia del terrorismo, Tocci è professore onorario all’Università di Tübingen e direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (creato dalla fondazione Adriano Olivetti, su iniziativa di Altiero Spinelli). Essendo su posizioni antitetiche, per il principio del terzo escluso, non possono aver ragione entrambi, pur essendo entrambi accademicamente “scientifici”. Come si vede, l’argomento valutativo di Orsini va a gambe quarantotto. Ma c’è di più: ragionando in termini di cacata carta, in fatto di geopolitica Nathalie Tocci dovrebbe essere più autorevole di Alessandro Orsini. Ma non saremo noi a mettere in gioco tale argomento, a nostro avviso scorretto, proprio perché, a differenza di Orsini, non siamo usi ragionar per cacate carte.

Riassumendo, vediamo quale sia il metodo argomentativo di Orsini nel corso dei suoi interventi a Cartabianca: esordisce con una sparata mediatica,[2] che più populista di così non si potrebbe. Oppure la sparata mediatica è la conclusione di un suo sermone, che diventa premessa di un sermone successivo. Quando gli si chiede ragione della sparata, a) risponde che la questione è complessa, dunque fuori della portata dei non-specialisti; b) ci ricorda che lui è autorevole in quanto field researcher; c) conclude che bisogna credergli sulla parola.[3] Diamine, ma non si fa così! Perfino nella disputa con un terrapiattista sarebbe — anzi è — sbagliato affermare “Lei stia zitto, perché io sono un esperto”; semmai si porta il parere della comunità scientifica internazionale, da Galileo in poi, cioè da quando è nata la “scienza nuova”. (Ovviamente, se il terrapiattista disconosce l’autorevolezza della comunità scientifica internazionale, la discussione finisce lì.)

Al 30mo minuto di questo filmato, estratto dalla trasmissione Cartabianca in onda il 17 maggio 2022, la dolcissima Maria Elena Boschi solleva la questione dell’invasione della Polonia, nel 1939, da parte della Germania, affrontata da Orsini 15 giorni prima in chiave filoputiniana.[4] Orsini aveva affermato che «Hitler ha invaso la Polonia senza l’intenzione di far scattare» il conflitto mondiale, semmai l’invasione scatenò un effetto domino che il leader nazista «non si aspettava». M.E. Boschi gli fa presente che su quel punto Orsini poteva anche avere ragione, ma quel che non sta in piedi è tutto il ragionamento di Orsini, non quel passaggio del ragionamento. Perciò chiede ad Orsini di ammettere di aver sbagliato, tanto da provocare la protesta della comunità ebraica romana. Questi risponde che non ha sbagliato, perché è un professore universitario. Sommessamente e soavemente Maria Elena Boschi gli fa osservare che anche i professori universitari sbagliano. Ma Orsini rilancia sfidando la madonna di Arezzo a trovare un solo professore universitario che non gli dia ragione su quel punto (Hitler non voleva la guerra). Ma il nocciolo della questione era un altro; se Hitler avesse o non avesse maturato la decisione di soggiogare l’Europa e se non avessero fatto bene Francia e Inghilterra a contrastarlo. Niente da fare: per scongiurare il pericolo che si arrivi alla conclusione che Putin ha un disegno espansionistico analogo, Orsini ignora l’obiezione. In logica la fallacia messa in campo da Orsini — involontariamente, quasi certamente, perché lui è un mistico — prende il nome di ‘conclusione irrilevante’: si argomenta una conclusione (in questo caso, “Hitler non voleva la guerra”) diversa da quella che avrebbe dovuto essere raggiunta (“Hitler metteva in atto un progetto di egemonia”). In precedenza Orsini aveva affermato: «Chiarito che la seconda guerra mondiale non è scoppiata perché a un certo punto l’ha deciso Hitler, ma perché erano state stipulate delle alleanze militari simili alla Nato, è chiaro che, da un punto di vista statistico, maggiore è il numero dei Paesi europei ai confini con la Russia che entrano nella Nato, maggiore è la probabilità di una catastrofe nucleare, maggiore è la probabilità che scoppi la terza guerra mondiale». 

Il professor Orsini non è obbligato ad andare a Cartabianca, ma se ci va, in sede di contraddittorio deve argomentare le sue posizioni, non può trarsi d’impaccio sfoderando l’argomento di autorità, tanto più che l’autorità chiamata in causa è la sua (l’esperto sono io), facendo dell’argomento di autorità (pragmatico) un argomento  autoreferenziale. In generale, l’argomento di autorità, contrariamente a quel che talvolta si dice, è lecito, purché si porti in campo un’autorità esterna, riconosciuta da entrambi gl’interlocutori.[5]
Ma poi, che cosa significa “pubblicazioni scientifiche”? Si vuol forse affermare che hanno valore di verità? No, al massimo saranno serie, ponderate, perché in ambito accademico è scientifica una pubblicazione che risponde a certe regole, soprattutto sul piano formale. Perciò saranno egualmente scientifici due articoli che espongono due punti di vista diversi, in contrasto fra loro: questo avviene spessissimo nelle materie umanistiche,[6] nelle scienze sociali, nelle cosiddette (ahinoi) humanities. Vuole il caso però che proprio il giorno in cui scriviamo queste righe ci sia capitato sotto gli occhi un articolo che descrive il “triccheballacche” delle pubblicazioni “scientifiche” in ambito accademico, che in realtà di scientifico, nel senso nobile della parola, hanno ben poco.[7]
Insomma, se la scientificità delle posizioni assunte da Orsini sulla questione dell’Ucraina discende dal fatto che lui è uno “scienziato”, ci troviamo in un circolo vizioso, autoreferenziale, all’insegna non più della razionalità scientifica, ma della mistica “scientifica”,  come quella di un suo omonimo, Alessandro di Abonutìco. È costui un personaggio reale, vissuto al tempo dell’imperatore Marco Aurelio,  il quale s’inventò un oracolo medico-scientifico, del quale fu unico officiante. Coglionava il popolino, naturalmente, ma anche matrone e perfino uomini di alto rango (che a quel tempo erano designati come honestiores, gli altri erano humiliores), in virtù del fatto che la sua impostura era – appunto – “scientifica”. Ce ne parla Luciano di Samòsata in un delizioso racconto.

Due edizioni recenti del libello scritto da Luciano di Samòsata (II sec. d.C.) sull’impostura di Alessandro di Abonutìco, quella di Adelphi (1992), e quella di Aragno (2016), con il titolo Luciano di Samosata, L’impostura, nella traduzione (ottima) di Luigi Settembrini. La stessa traduzione, senza il testo greco a fronte, si trova in rete, a p. 152 del volume Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini, Le Monnier, Firenze 1862, vol. II. Di questo racconto di Luciano è consultabile in rete la traduzione latina di Erasmo da Rotterdam: vedi Luciani Alexander seu Pseudomantis.

Più accentuato ancora che nelle sue apparizioni a Cartabianca l’aspetto mistico-carismatico di Alessandro Orsini si manifesta nel canale Youtube di recente da lui inaugurato, dal quale abbiamo tratto il documento video all’inizio di questo articolo, quello sul micidiale potere di elocuzione delle sue mani. La nostra impressione è che per il troppo affanno e per eccesso di immedesimazione nel suo avatar mistico, Alessandro Orsini possa avvitarsi irrimediabilmente nel ruolo di predicatore televisivo, come quello descritto nel film Quinto potere (1976), in vista di una trasfigurazione ancora più micidiale, per cui diventerebbe un predicatore mediatico del sesto potere,[8] ormai fuori del proprio controllo, ma col pericolo che altri, a sua insaputa, ne prendano il controllo.

Orsini si caratterizza sempre più come un oratore mistico-carismatico, come questo che vediamo nel film Quinto potere, di Sidney Lumet. Quanto più grosse sono le sue sparate, tanto più alto è il riscontro degli ascolti, e tanto maggiori sono gli introiti pubblicitari della rete televisiva che lo ospita. Così vuole la legge cinica della società dello spettacolo.

A scanso di equivoci, precisiamo che qui non affermiamo  che Alessandro Orsini “è come” Alessandro di Abonutìco (cioè un imbroglione) o il “pazzo profeta dell’etere” del film di Sidney Lumet (cioè un caso clinico). Ci limitiamo a una similitudine, come quando diciamo, per esempio, che per via del naso Sempronia somiglia a Cleopatra: ci riferiamo al naso, e non ai costumi lascivi di Cleopatra. Quando s’istituisce un’analogia tra due “oggetti”, l’analogia, in generale, riguarda alcuni “predicati” dei due oggetti posti in rapporto analogico, e non tutti predicati, come avviene quando due oggetti sono coincidenti. Ricorrendo ai simboli della teoria degl’insiemi, i cui rudimenti sono insegnati alle scuole medie, possiamo affermare che se A ∈ Φ e B ∈ Φ, non ne segue che A ≡ B, dove A e B sono due oggetti di un insieme Φ, ∈ è il simbolo di appartenenza, ≡ è il simbolo di coincidenza. L’analogia – ricordiamo – è un argomento strutturale (A sta a B nell’ambito X come C sta a D nell’ambito Y).[9] Sono cose che lo “scienziato” prof. Alessandro Orsini conosce benissimo, perciò dovrà riconoscere che non c’è niente di denunciabile in quanto abbiamo scritto .
La mistica può essere un’arma micidiale, e non solo se viene maneggiata da Hitler, la cui resistibile ascesa faceva leva sulla mistica, in questo caso identitaria. La mistica di Orsini, invece, è “scientifica”:[10] un’espressione che suona, ed è, una contraddizione in termini, un po’ come il culto della dea Ragione, al tempo del Terrore giacobino. Ed è noto che la scienza non ama la mistica, nemmeno la retorica, che della mistica, spesso, è strumento prezioso.[11]

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Supercazzola e scudo spaziale

Veniamo adesso a una “orsinata”[12] abbastanza recente, che c’induce a dubitare della “scientificità” di questo promettente professore universitario, che partorisce pubblicazioni “scientifiche” a raffica, in base al principio publish or perish,[13] e che del numero di queste pubblicazioni mena gran vanto. Ma gli allori accademici non gli bastano, anche perché qualcuno glieli contesta.[14] Inoltre le pubblicazioni “scientifiche” faranno anche aumentare il punteggio in graduatoria, ma non dànno visibilità, che invece è dispensata dal palcoscenico mediatico per il quale Orsini si prodiga, avendo imbroccato la formula giusta. La formula è quella di esporre “scientificamente” le buone ragioni di Putin (è stato provocato ecc.) con la premessa: io sto dalla parte dell’Ucraìna e condanno Putin, non ho mai messo piede in Russia, sono un ammiratore dell’America e in America ho pubblicato alcune miei lavori “scientifici”; e sono filoatlantico. Accade allora che, per tirare la volata a Putin, Orsini compia uno scivolone:

Lo sfondone di Orsini è racchiuso in questo filmato, che speriamo rimanga in rete.

All’inizio del filmato Orsini annuncia che leggerà un articolo pubblicato sul New York Times, scritto – dice – da un certo William J. Ampio; fa presente che legge di proposito un articolo di fonte americana filoatlantica per corroborare una sua tesi che passa per essere filoputiniana; aggiunge che tradurrà l’articolo all’impronta. In realtà: a) l’autore dell’articolo si chiama William J. Broad; b) l’articolo non dà ragione alla tesi di Orsini, come si evince dal titolo stesso: Ukraine Gave Up a Giant Nuclear Arsenal 30 Years Ago. Today There Are Regrets (“Trent’anni fa l’Ucraina ha rinunciato a un gigantesco arsenale nucleare. Oggi lo rimpiangono”); c) Orsini non traduce all’impronta, ma legge la versione in italiano fornita dal servizio Google translate incorporato nel navigatore (browser) del suo computer (così si spiega lo scivolone sul nome dell’autore dell’articolo, che da ‘Broad’ diventa ‘Ampio’).
Scrive Il Foglio il 19 dicembre, schierato con i nemici di Orsini: «Mentre cerca di spiegare, alla sua maniera, se la Russia abbia violato o meno quell’accordo (certo che sì, anche se lui dice di no), Orsini parte: “Leggerò un articolo del New York Times e l’autore è William J. Ampio, che è proprio come si scrive A-M-P-I-O”. Per essere più preciso con le fonti, insomma, Orsini fa anche lo spelling. “Continuo a tradurre al volo dall’inglese, perdonate qualche pausa”, dice». L’articolo si conclude così: «È un po’ come se qualche personaggio americano, nel voler parlare della disinformazione filorussa in Italia, avesse citato gli articoli sul Fatto quotidiano di Alessandro Littlebears».
Lo sfondone di Orsini è commentato anche in un delizioso articolo di Massimo Gramellini, Orsini, purché sia Ampio, che termina con queste parole: «Qualche maligno ha avanzato il sospetto che, per smascherare le magagne della Nato, l’analista internazionale Orsini utilizzi il traduttore automatico di Google. Io l’ho fatto: ho digitato il suo cognome in cirillico ed è venuto fuori URSSini».
Come apprendiamo dal suo Canale Youtube, Orsini non gradisce l’articolo di Gramellini; ancor meno, anzi che no, gradisce quello di Aldo Grasso:

Per leggere l’articolo di Aldo Grasso su Orsini, fare clic sull’immagine.

Aldo Grasso esordisce facendo il punto della situazione, cioè ricorda lo sfondone, senza commentarlo, quindi esprime un suo accorato parere sul cinismo della società dello spettacolo (questo precisamente è il tema del film Quinto potere): «Le trasmissioni televisive (chiamiamole così, per stare sul generico) sono coscienti dei limiti culturali del prof. Orsini e del suo filoputinismo ma lo invitano perché le sue sceneggiate fanno aumentare gli ascolti, finiscono sui social, rilanciano il programma». A ben vedere, l’oggetto principale dello strale di Aldo Grasso non è Orsini, ma la bulimìa di Bianca Berlinguer che, pur di rimpolpare gli ascolti della sua trasmissione, Cartabianca, non esita a fare la spalla dello scrittore alpinista Mauro Corona, dal quale riceve benevole randellate, come nel teatro delle marionette al Pincio; e, come se non bastasse, offre il pulpito ad Orsini. Conclude con queste parole: «È un problema molto serio, non c’entra nulla con le gaffe. È un problema che i vertici del servizio pubblico, la direzione di Rai3 dovrebbero porsi al più presto». Mentre siamo d’accordo su quanto Grasso rileva riguardo al cinismo della società dello spettacolo, per cui più Orsini le spara grosse, meglio è, sull’ultima sua affermazione avremmo qualche perplessità: non per altro, ma perché l’espressione è ellittica, si presta ad essere interpretata come una richiesta di licenziamento.[15] In ogni caso, ecco la risposta di Alessandro Orsini:

Dice Alessandro Orsini rivolto ad Aldo Grasso (ma ne ha anche per Concita De Gregorio, Massimo Gramellini ed Enrico Mentana): «Il 17 dicembre pubblico un video intitolato “La Russia ha violato il memorandum di Budapest del 1994?”, cito il New York Times, cito il nome dell’autore e – incredibile a dirsi – per la prima volta, e in maniera del tutto immotivata, faccio lo spelling: A-M-P-I-O. Perché non ho mai fatto lo spelling in precedenza? […] Tutte le attenzioni dei media sono su di me. Il mio canale di YouTube viene scoperto da tante persone. […] Sono dieci mesi che sono insultato. Lo sai, Aldo Grasso, quanti insulti ho ricevuto? Milioni. E sai perché non mi hanno minimamente sfiorato? Perché io sono un esperto in strategie di sovversione dell’ordine costituito. Sono un esperto di movimenti ribellistici, sono un esperto di movimenti a carattere insurrezionale, e sono un esperto in strategie della repressione. So esattamente quali tasti premere, so esattamente quali sono le reazioni ai tasti che premo. Aldo Grasso, io ti faccio dire quello che io voglio dire; vi muovo e vi faccio andare nelle direzioni che reputo opportune. Vi faccio parlare al posto mio e utilizzo la vostra forza contro voi stessi».
Orsini, apparentemente, colpisce Grasso per educarne cento, i suoi odiatori (Unum castigabis, centum emendabis), compresa la povera Concita De Gregorio che ha qualche difetto (l’esibizione di scarpe esagerate, per esempio) ma è uno dei pochi giornalisti àpoti, che non la bevono. Ecco in sintesi il suo discorso, che andrà correttamente interpretato come uno “scudo spaziale”, una formidabile difesa contro chi lo accusa di sparare fuffa mediatica:

a) io conosco l’inglese benissimo, perciò non ho bisogno del traduttore automatico;
b) se ho tradotto il nome del giornalista americano, facendolo diventare “Ampio” da “Broad” che era, l’ho fatto per provocare la votra bile nei miei confronti, e subito dopo farmi beffa di voi;
c) che io mi prendessi gioco di voi, cari odiatori, è dimostrato dall’indizio che ho introdotto di proposito in quel mio video: ho compitato il nome del giornalista, cosa che non avevo mai fatto precedentemente.

Prima di esaminare lo scudo spaziale, fedeli al nostro impegno razionalista, ammettiamo di non disporre della prova schiacciante che Orsini menta: niente pistola fumante, nessuna alcova il cui calore sia testimonianza degli ardori di un amplesso peccaminoso. Perciò non diciamo che Orsini mente. Tutt’al più osserviamo:

i) quella di Orsini o è una supercazzola, o non è una supercazzola;
ii) se è una supercazzola, se cioè ha voluto farsi beffa dei suoi odiatori, ciò significa che, quando si esibisce sul palco di Cartabianca, Orsini non è uno “scienziato”, ma un fenomeno mediatico;
iii) se invece quella non è una supercazzola, se cioè Orsini ha fatto uno sfondone, ciò significa che non è uno “scienziato”, in generale, e non solo sul palco di Cartabianca.

Cominciamo a considerare i primi due punti della difesa di Orsini: a) e b). Siamo andati a cercare in rete l’articolo “tradotto all’impronta” da Orsini, l’abbiamo trovato; può essere visualizzato dai lettori di questo giornale facendo clic sull’immagine seguente:

Facendo clic sull’immagine è possibile visualizzare l’articolo citato e “tradotto” da Orsini. Inoltre, facendo clic con il tasto destro del topo (mouse) si apre un menu a tendina che offre la possibilità di tradurre l’articolo in italiano, mediante il traduttore automatico incorporato nel navigatore (browser) d’Internet.

Abbiamo attivato il traduttore automatico, con questo risultato:

Come si vede, l’articolo è firmato William J. Ampio, esattamente come dice Orsini. Se torniamo ad ascoltare la traduzione di Orsini, che lui afferma essere all’impronta («Continuo a tradurre al volo dall’inglese, perdonate qualche pausa»), ci accorgiamo che coincide – parola per parola – con quella del traduttore automatico, come dimostrano queste due immagini:

La traduzione di Orsini coincide esattamente con quella del traduttore automatico: in alto, la prima parte; la seconda è in basso. Per evocare un ingrandimento delle immagini, fare doppio clic sulle medesime. Si potrebbe misurare “scientificamente” la probabilità che lo scienziato mistico traduca esattamente come il traduttore automatico: per farlo, però, occorrerebbe la sua collaborazione. In ogni caso, è facile immaginare che tale probabilità non raggiunga il valore del 100%. Segue di qui la probabilità, altissima, che Orsini abbia fatto ricorso al traduttore automatico.

La conclusione è presto detta. Qualcuno, di formazione giuridica, direbbe che Orsini ha impiegato il traduttore automatico «oltre ogni ragionevole dubbio».[16] Noi ci limitiamo ad affermare che la probabilità che Orsini abbia fatto ricorso al traduttore automatico è alta, altissima; il calcolo di tale probabilità sarà còmpito di uno scienziato vero, di formazione fisico-matematica, indipendentemente dalle pubblicazioni “scientifiche” (soprattutto se tali a norma di cacata carta).
Concludiamo con il terzo punto dello scudo spaziale di Orsini: la prova che lui si sia beffato dei suoi detrattori si troverebbe nella circostanza che il nome dell’autore dell’articolo sul New York Times sia stato da lui compitato. Non se ne abbia a male lo “scienziato” Orsini, ma da uno come lui ci si aspetterebbe una prova più scientifica. Qualcuno maliziosamente potrebbe dire che Orsini, dopo aver fatto la frittata, involontariamente, sia andato a cercare, a posteriori, un qualche indizio a dimostrazione del fatto che la frittata era volontaria, anzi era una beffa, e l’abbia trovato in quella compitazione. Ma chi ci dice che tale compitazione non fosse un messaggio assertivo, uno dei tanti orpelli assertivi messi in campo dall’Orsini che ci tiene tanto a dire che lui può anche sembrare putiniano, invece è “scientifico”? Insomma, l’argomento della compitazione è deboluccio.
Da uno “scienziato” come Orsini ci saremmo aspettati una prova certa. E non dico che avrebbe dovuto recarsi dal notaio: cioè, prima di registrare la beffa, Orsini va dal notaio, il quale certifica “Oggi, in data… il prof. Orsini mi comunica che intende fare una beffa a danno dei suoi detrattori ecc.”. Per certificare la data si può ricorrere a strade meno dispendiose, e più immediate, per esempio, facendo riferimento al servizio di Validazione Temporale Elettronica Qualificata, conforme al Regolamento Europeo eIDAS, a norma di cacata e “scientifica” carta (in questo articolo spesso “scientifico” è posto tra virgolette – spero si sia capito – perché la “scienza” delle cacate carte non sia confusa con la “scienza” delle discipline matematiche e delle scienze naturali). Vedi per esempio Servizio Marcatura Temporale Online.

*  *  *

Concludiamo questa Orsineide con un appello all’insegna del «Solum certum, nihil esse certi»;[17] o, com’è scritto nell’insegna – appunto – della Royal Society, «Nullius in verba».[18] Questo vale per noi che, pur rilevando in Orsini un discutibile aspetto di mistica “scientifica”, non osiamo affermare con sentenza decretoria che lui abbia mentito; ma vale anche per Orsini, misticamente coinvolto, di là dalle sue stesse intenzioni, nella costruzione di un improbabile edificio di “putinismo scientifico”.


[1] Immediatamente, fin dalle prime apparizioni a Piazza pulita, Alessandro Orsini, insieme con Donatella Di Cesare, è stato cooptato da Travaglio tra i collaboratori del Fatto quotidiano, come incitamento e supporto alla linea neo-pacifista che Giuseppe Conte avrebbe camaleonticamente di lì a non molto adottato.

[2] Per esempio, «Il Presidente del Consiglio Mario Draghi è un gran signore, ma, adesso che si muove in questo modo, provo per lui e i suoi ministri un grandissimo disprezzo (si veda lo spezzone video pubblicato nell’articolo Orsini: quella ucraìna è una resistenza sui generis e Draghi merita disprezzo).

[3] Ormai, anche per colpa di Orsini, la parola “complessità” è progressivamente svuotata di significato. Il numero di libri futili che riportano nel titolo tale parola è in aumento preoccupante. È sulla bocca delle sciacquette. È stato perfino introdotto il reato di omessa complessità, tanto che  Michela Murgia proclama assertivamente «I cattolici amano un dio bambino perché rifiutano la complessità».

[4] Nel corso della trasmissione di Accordi & Disaccordi; il video è riportato in Il professore Orsini in tv: «Quando Hitler invase la Polonia non voleva la Seconda Guerra Mondiale».

[5] In una discussione di meccanica razionale, per esempio, dove si tratti di moto relativo tra due sistemi inerziali, se il mio interlocutore mi porta a suffragio delle sue affermazioni i discorsi e le dimostrazioni di Galileo, io sarò costretto a dargli ragione, perché riconosco l’autorità di Galileo.

[6] Per esempio, un articolo sul lascito di Seneca al patrimonio dell’umanità, e un articolo che discuta favorevolmente il punto di vista di Quintiliano, secondo il quale Seneca può esser dato da leggere ai giovani, certo, ma con qualche cautela.

[7] Vedi Un 2022 di finti articoli scientifici: una frode su scala industriale. Naturalmente possono essere scientifiche nel senso nobile della parola anche le pubblicazioni nell’ambito delle scienze sociali. Sono sicuramente scientifici i libri e le pubblicazioni di Vilfredo Pareto, che era un ingegnere e matematico e che scrivendo di sociologia fu rigorosissimo. Escluderei che siano scientifiche le pubblicazioni della “filosofa” femminista Martha Nussbaum, per la stessa ragione per cui le humanities non sono riducibili all’umanesimo, anche se lei ci vorrebbe far credere che le cose stiano così.

[8] Riassumendo, i primi tre poteri sono quelli della società democratica: legislativo, esecutivo e giudiziario; il quarto potere è quello della stampa: vedi il meraviglioso film di Orson Welles, Quarto potere (1941); il quinto potere è quello della televisione; il sesto, quello dei mezzi di comunicazione sociale della cosiddetta società liquida.

[9] Il significato di ἀναλογία è, appunto, quello di “proporzione matematica”, come leggiamo, per esempio, nella Geometria di Euclide. Nella logica aristotelica l’analogia è un argomento di dimostrazione estesa (ratiocinatio per analogiam) , per cui, «se a, b, c e d hanno le proprietà P e Q, e a, b, c hanno la proprietà R, probabilmente d ha la proprietà R». La nostra però è una “analogia condensata”, non considera infatti un insieme di proprietà, ma una sola: quella della mistica scientifica nel caso di Alessandro di Abonutìco, e quella del predicatore mediatico nel caso del film di Lumet. Cioè la nostra analogia è una metafora: «Oltre ad essere usate di frequenza negli argomenti, le analogie molto spesso vengono usate in modi non argomentativi e questi usi diversi non dovrebbero essere confusi. Fin dai tempi più remoti l’analogia è stata usata per ravvivare una descrizione». Vedi I.M. Copi, C. Cohen, Introduzione alla logica, il Mulino, Bologna 1997, pp. 465-68.

[10] La mistica scientifica è sempre esistita, ma con l’avvento dei mezzi di comunicazione sociale è proliferata vertiginosamente, con tutte le possibili varianti. Perciò leggiamo d’interpretazioni farlocche di brandelli di scienza vera (la teoria dei quanti è una delle più saccheggiate); spuntano come funghi scienziati “esperti” le cui affermazioni metterebbero fine ad ogni discussione, ma poi si scopre che non sono per niente scienziati, men che meno “esperti” (l’abbiamo visto tante volte al tempo dell’epidemia Covid); oppure si prendono per buone le elucubrazioni senili di uno scienziato vero (caso raro, ma succede: l’abbiamo visto fare con Luc Montagnier: vedi Il giallo della morte di Luc Montagnier). Vittime della mistica scientifica sono non soltanto – tipicamente – impiegatucci che sperano di riscattare una vita inutile e senza onore con sacri furori “scientisti” ma, talora, anche persone d’ingegno, come Massimo Cacciari, che prese per buona la favola dell’inefficacia del vaccino come contrasto al decesso imputabile a Covid: vedi Cacciari, il vaccino e il ragionar bayesiano.

[11] Vero è che bisognerebbe distinguere tra la retorica culinaria e sofistica, condannata da Socrate nel Gorgia di Platone, e la buona retorica, quella di Quintiliano, per esempio, che conferisce ordine, perspicuità ed eleganza al discorso.

[12]  Da non confondere con le orsinate originali, quelle cioè di Felice Orsini, il rivoluzionario mazziniano che attentò alla vita di Napoleone III e morì da eroe.

[13] Cioè, “o pubblichi o muori”. Per fare carriera bisogna pubblicare e pubblicare ancora, compulsivamente: chi si ferma è perduto. Il valore della pubblicazione è in relazione con il prestigio della rivista che la ospita; a sua volta il prestigio della rivista è misurato dal fattore d’impatto IF, che dipende dal numero di citazioni dei suoi articoli. Poiché per far carriera bisogna pubblicare, anche se non si ha niente da dire, da un lato i professorini universitari ambiziosetti sono tentati di copiare da pubblicazioni precedenti, ovviamente camuffando il furto; dall’altro sono portati a domandarsi che cosa ancora non sia stato pubblicato, ancorché inutile, e che loro potrebbero pubblicare per primi. Per aiutarli in questa ricerca è stato messo a punto il software Publish or perish.

[14] Vedi Orsini e le critiche sul curriculum: «Ho denunciato la corruzione nell’università, perciò mi hanno bocciato».

[15] In alternativa, a costo di abbassare gl’indici di ascolto, il servizio pubblico radiotelevisivo potrebbe mettere sistematicamente a confronto con Orsini – così come lui è sistematicamente presente – un interlocutore d’impianto draconiano (cioè secondo la linea di Draghi, giusto per far inalberare Travaglio), informato sullo stato delle cose sotto il profilo geopolitico e dialetticamente preparato. Non necessariamente “filoamericano” e field researcher come Orsini, e possibilmente spregiatore delle cacate carte.

[16] Ma lo stesso concetto di ragionevole dubbio è fumoso: che cosa s’intende per “ragionevole”? Il dubbio sulla verità è inversamente proporzionale alla probabilità della verità. Dunque, qual è la soglia di probabilità che fa scattare il ragionevole dubbio?

[17] Cioè “L’unica certezza, è che non c’è niente di certo”. Questa è una massima cara a Montaigne, il quale non solo la inserì nei suoi Saggi (II, 14), ma la fece incidere in uno dei travetti del soffitto della biblioteca, insieme ad altre 56 frasi latine o greche, nel suo castello a Saint-Michel-de-Montaigne, nel Périgord. La frase completa, tratta da Plinio (Storia naturale, II, 7) è «Solum certum nihil esse certi et homine nihil miserius aut superbius»; cioè: “L’unica certezza, è che non c’è niente di certo, e niente è più dell’uomo miserabile, o più superbo”.

[18] Cioè, letteralmente, “Sulle parole di nessuno”. Ma è una citazione ellittica dell’oraziano «Nullius addictus iurare in verba magistri» (Epist. I, 1, 14), cioè “Non essendo costretto a giurare sulla parola di alcun maestro”.

Ischia 2022: l’arte di azzeccare i garbugli secondo Giuseppe Conte

Conte non è responsabile della tragedia di Ischia, ma è pur sempre un grandissimo paravento (diciamo così)

Fare clic sull’immagine per sentire (al min 11:05) i commenti emersi sulle  considerazioni esternate a più riprese, in stile moroteo, da Giuseppe Conte.

I fatti sono noti: sabato 26 novembre ad Ischia c’è stato un nubifragio che ha provocato una colata detritica fangosa (una frana) originatasi dal versante settentrionale del monte Epomeo e un seguito di morti, dispersi e danni alle abitazioni e alle cose. Le abitazioni sono per lo più abusive, costruite l’una sopra l’altra.
L’acqua che ha provocato lo smottamento avrebbe dovuto trovar sfogo nei canaloni costruiti in pietra lavica, adagiati lungo le linee di massima pendenza del monte Epomeo, che pure esistono; la loro funzione sarebbe, anzi, sarebbe stata, appunto, quella di convogliare le acque lontano dalle aree abitate, quelle del tempo in cui sono stati costruiti. Ne vediamo uno in una foto del 1936, quando era perfettamente pulito e funzionante; ma ormai da tempo i canaloni non sono più sottoposti a manutenzione, ed è come se non esistessero: al momento del nubifragio erano ostruiti, intasati da fogliame, rami, alberi. Senza contare che, dove c’erano i muretti a secco dei terrazzamenti, oggi sorgono abitazioni: abusive, naturalmente.

A sinistra, imbrigliamento delle acque lungo l’alveo di un torrente opportunamente trasformato in canale di scarico, sopra l’abitato di Casamicciola, negli anni ’30 (foto da Ischia d’altri tempi); a destra,ville, villette e seconde case dove prima c’erano i terrazzamenti.

Ricorda il Corriere della Sera che «l’ultima volta che lo Stato provò ad abbattere una villetta abusiva di 70 metri quadrati lungo la via Borbonica, che collega il comune di Lacco Ameno con Casamicciola, ci furono tafferugli con la popolazione, sette furono gli agenti feriti».
Secondo Legambiente «a Ischia erano ben 28 mila le richieste ufficiali di sanatoria edilizia» e la metà delle abitazioni per cui era stato chiesto il condono prima del 2018 – circa un migliaio – sono state edificate senza alcuna licenza edilizia. Ma ecco che nel settembre 2018 fu varato un decreto-legge, cosiddetto “Decreto Genova”, licenziato dopo il crollo del viadotto del Polcevera: comprende l’articolo 25, intitolato «Definizione delle procedure di condono», dedicato proprio a Ischia,[1] che prevede tempi e modi più snelli per sanare i conti con i Comuni in caso di irregolarità. Era allora capo del governo Giuseppe Conte, il decreto è «firmato anche dai ministri M5S Luigi Di Maio (Sviluppo economico e Lavoro) e Danilo Toninelli (Infrastrutture e trasporti)» (vedi Condono edilizio a Ischia, che cos’è l’articolo 25 di cui si parla ora). Per la precisione, «alla fine della seduta a Palazzo Madama il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli esulta con il pugno chiuso» (vedi foto qui sotto). E il non rimpianto Ministro della Giustizia del tempo, Alfonso Bonafede, afferma: «Il condono serve a fare gl’interventi antisismici».

L’articolo 25 del Decreto-legge del 28 settembre 2018 «dispone che entro 6 mesi i comuni colpiti dal sisma dovessero chiudere le pendenze ancora aperte rispetto alle richieste di sanatoria presentate in base al condono edilizio del 1985». Nel frattempo però c’era stato il condono del 2003, tassativamente non applicabile ad abitazioni vincolate per motivi paesaggistici e a quelle di non comprovata sicurezza. Alla domanda “Perché si è scelto di fare riferimento alla legge del 1985 e non a quella del 2003?” si risponde, molto facilmente: «Perché altrimenti a Ischia non avrebbe potuto condonare praticamente nulla», come spiega Legambiente.[2] Conte può arrampicarsi sugli specchi, il Fatto quotidiano può minimizzare quanto vuole, dica pure che quell’articolo 25 fu «il tributo pagato a una (pessima) promessa elettorale fatta dal M5S guidato da Luigi Di Maio, dalla Lega e da altri» (grazie tante, è facile dir male di Di Maio sulle colonne di questo quotidiano, oggi, adesso che è in disgrazia, fuori del M5S; allora però Travaglio ne diceva bene). In un articolo pubblicato il 29 novembre (vedi qui sotto) il Fatto quotidiano scrive che il decreto del 2018, articolo 25, interessava mille immobili su 28.000 che avevano fatto richiesta di condono a vario titolo (sono quelli che hanno subito il sisma del 2017), e che appena  60 furono quelli condonati in virtù del decreto. Ma poi è costretto a mettere le mani avanti e a ricordare, a tutela della propria onorabilità, che già nel 2018 aveva «titolato sulla “condonite italiana”, sul “tradimento dei 5 Stelle”»; e ricorda che «due ex 5 Stelle campani come Gregorio De Falco e Paola Nugnes, votarono contro in Senato. E con buone ragioni: il segnale pro-condono c’era comunque». In ogni caso, quell’articolo 25 «fu un pessimo segnale che il primo esecutivo di Giuseppe Conte inviò a un territorio funestato dall’abusivismo endemico e disordinato».

Il Fatto quotidiano, essendo l’house organ di Conte, minimizza, ma poi ammette: l’articolo 25 del Decreto-legge del 28 settembre 2018, varato dal primo governo Conte, «fu un segnale pessimo». Conte invece non fa una piega, non fa autocritica e parla di «sciacallaggio» dei suoi avversari.

Più in generale, votarono a favore del Decreto-legge del 28 settembre 2018  la Lega e il Movimento Cinque Stelle, che facevano parte della maggioranza del primo governo Conte; ma votano a favore anche i Fratelli d’Italia, e Forza Italia si astenne. Votarono contro invece il Pd e Leu. E così si spiegano le code di paglia, oggi, di M5S, della Lega, dei Fratelli d’Italia e di Forza Italia, tutti sensibili alle ragioni di coloro che postulavano il condono. Il Pd potrebbe menar vanto di quel voto contrario, ma i suoi attuali dirigenti, vogliosi di abbracciare Conte alle prossime elezioni amministrative, preferiscono metter la coda tra le gambe, per ragioni di politica politicante. Chissà se Bonaccini riuscirà a restituire dignità al suo partito, e  dire a Conte il fatto suo, se mai riuscirà ad avere la meglio sulle correnti e i funzionari.
E adesso prestiamo bene attenzione. Conte non è più il gagà che conoscevamo all’inizio, adesso è un duro (dice: cioè recita la parte del duro), se necessario batte il pugno sul tavolo. Poiché si è rifatto l’immagine, pretende anche di rifare la storia, o quanto meno la cronaca parlamentare. Così il 27 novembre, nel corso della trasmissione Mezz’ora in più, Giuseppe Conte dice a Lucia Annunziata, e lo dice con aria molto seria, come si conviene a un grande giurista, ma anche leggermente piccata, come si conviene a un politico che è nelle grazie di Travaglio:  «L’apprezzo perché ha letto l’articolo 25 del decreto sul Ponte ma le dico che non era affatto un condono. […] È uno dei primi dossier che abbiamo assolto con senso di responsabilità cercando di sbloccare una situazione che c’era, senza derogare ai vincoli idrogeologici. Era una procedura di semplificazione». Insomma c’è scritto che è un condono, ed è di fatto un condono, anzi peggio di un condono, ma bisogna dire che non è un condono. Lo dice un giurista: oplà! Ad ogni buon conto, pur con tutto il rispetto dovuto al cazzeggio giuridico, poiché non ci piace esser presi per i fondelli, sia pure da un esimio giurista, ecco uno stralcio del Decreto-legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale:

Le «Disposizioni urgenti per la città di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze» sono pubblicate alle pp. 14 ss. della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 19 novembre 2018. L’articolo 25 sul condono ischitano, agganciato alle disposizioni urgenti per la città di Genova, si trova a p. 91 (vedi).
Si veda anche l’articolo qui sotto (fare clic sull’immagine, per leggerlo nel sito di Repubblica).

Riassumendo: sarà anche vero che quel decreto del settembre 2018 ed il suo famigerato articolo 25 non ebbero esisti disastrosi, e che Conte non è responsabile della tragedia di questi giorni. Rimane il fatto – una volta tanto siamo d’accordo con il Fatto quotidiano – che quell’iniziativa del primo governo Conte fu un pessimo segnale inviato da Conte a un territorio funestato dall’abusivismo endemico. E Conte, che afferma categorico «Durante il mio governo non c’è stato alcun condono per Ischia», che ritiene quell’articolo 25 cosa buona e santa, e che s’indigna se tale santità viene messa in dubbio, è un presuntuoso, prepotente e paraculo.
Piace infine riportare la trascrizione dei commenti emersi nel corso della trasmissione In onda, il 26 novembre, aventi per oggetto il funambolismo politico-giuridico di Giuseppe Conte. Pur avendo presentato il video, all’inizio dell’articolo, può essere interessante avere sott’occhio il testo, a futura memoria, e a fini di copia&incolla:

David Parenzo - Intorno al condono c’è un mercato elettorale...
Paolo Mieli - C’è un consenso. A parte che oggi Conte è ricomparso, e ha negato che si trattasse di un condono...
Concita De Gregorio - Però era nel titolo [si riferisce all’articolo 25 del decreto-legge, cosiddetto “Decreto Genova”: N.d.Ar]
Mieli - Sì, c’era nel titolo, però lui ha detto: sì, era un titolo, però la legge...
De Gregorio - Il titolo non conta [risolino].
Mieli - Ha fatto una cosa da grandissimo legale, qual è, e ha detto che quello era un modo per rifarsi a dei condoni precedenti.
De Gregorio - E sempre condono erano, però.
Mieli - E che, lo dici a me?
De Gregorio - [risolino] Non è un condono, si rifà a un condono precedente.
Mieli - Ma io vi dico: sono sicuro, se ci sono dei giornali – non riesco a indovinare quali – amici di Conte, domani mattina scopriranno che effettivamente non trattavasi di vero condono, ancorché, come tu ricordavi, si chiamasse condono.

Si obietterà a questo punto che Paolo Mieli è un rappresentante del sistema di potere dei “giornaloni” (così sono designati dal Fatto quotidiano i fogli di stampa che a suo tempo mostrarono condiscendenza nei confronti di Draghi; adesso dice così anche Conte, sempre più vicino a Travaglio, pur senza aver abbandonato del tutto Casalino: non si sa mai). Anzi, per dirla tutta, Paolo Mieli sarebbe un servo dei giornaloni, uno dei tanti manovratori palesi (almeno questo!) che al solo sentire il nome di Giuseppe Conte perdono la trebisonda, come condizionati da un microchip sottocutaneo. Tale, cioè servo dei “poteri forti”,[3] sarebbe Paolo Mieli fin dal tempo in cui si permise di ficcare il naso sul punto di forza di maggior prestigio della resistibile ascesa dell’avvocato del popolo: l’essere lui (Conte, cioè) non solo un avvocato d’affari, ma anche un giurista, con un curricolo universitario di tutto rispetto. Ecco che cosa Paolo Mieli osò dire, al cospetto di un Travaglio impietrito e disgustato:

Va bene, ammettiamo che abbia ragione il Fatto quotidiano, che cioè Paolo Mieli sia la schifezza delle schifezze della schifezza. Ma non sarebbe meglio, se non altro per il gusto di ragionare, considerare Giuseppe Conte, più che l’Uomo della Provvidenza, un uomo come tutti, eventualmente un peccatore? Fra l’altro, non c’è niente di male, se si è peccatori. I santi sono noiosi, spesso sono anche cattivi.
Pur consapevoli del rischio che si corre nel mettere in discussione la santità di Conte, diciamo egualmente che la sua ambiguità, apprezzata — ahinoi! — da taluni come una qualità morotea, è per il popolo italiano una jattura e sarebbe motivo di disonore, qualora prevalesse. Pensiamo in particolare alla convergenza criptoputiniana di Conte con Alessandro Orsini e Donatella Di Cesare riguardo alla guerra in Ucraina, tanto più che la sua posizione ambigua non nasce da pregiudizio ideologico (magari avesse un’ideologia!), ma dal calcolo elettorale d’insignorirsi del mercato degli “italiani alle vongole”, per colpa dei quali siamo spesso costretti a vergognarci d’essere italiani. Sì, non ci va di confermare, ancora una volta, la nomèa di traditori (vedi il cambiamento di fronte alla vigilia della prima guerra mondiale e alla fine della seconda). Non ci va di essere quelli che aggrediscono gl’inermi (vedi l’occupazione della Francia meridionale nel giugno 1940, quando la Francia era ormai stremata dall’esercito tedesco; vedi la vergognosa campagna di Grecia nel 1940-41). Non ci va di essere quelli che o Franza o Spagna, purché se magna. E non ci va di essere quelli che auspicano la capitolazione dell’Ucraina, perché hanno paura di stare al freddo, se non arriva il gas russo. L’ambiguità, il populismo, l’opportunismo di Conte, qualora prevalesse, costituiscono un attentato al nostro onore.
In generale, siamo antropologicamente alieni da ogni forma di populismo, e quello di Conte non è da meno di quello di Salvini. Inoltre, se Travaglio non si offende, ci piacerebbe vedere chiaro sulla misteriosa ascesa ai fasti della politica italiana di questo giurista raccomandato, agli esordi della sua carriera, dalla Link Campus University. Uno come lui, prima gagà con la pochette a quattro punte, ora descamisado e domani – chissà – leader di un peronismo neoborbonico, ci preoccupa, per il nostro onore e per il bene dell’Italia. Adesso coltiva il sogno, sotto lo sguardo benevolo del mistico Bettini e del vendicativo D’Alema, di condizionare il Pd e di uccellarne l’elettorato, traendo profitto dallo stato comatoso in cui versa attualmente questo povero partito. Se Conte fagocita il Pd, o lo condiziona, tramonta per sempre la speranza di una forza politica illuminata dalla ragione; ma, a dire il vero, è una speranza sempre più fievole, perché — bisognerà pur dirlo — è ormai dai tempi di Occhetto che la sinistra italiana subisce l’iniziativa di avventurieri ed impostori d’ogni risma: cattoprogressisti, aziendalisti, femministe… Conte, a ben vedere, è solo l’ultimo avventore del bordello. Non è pericoloso in sé, pericolosa è la sua attitudine camaleontica, che potrebbe farne, nelle mani di un Licio Gelli redivivo, la pedina ideale di un gioco di eversione della democrazia.
Per approfondire alcuni aspetti della questione, si veda:

Un piccolo passo (forse) per l’Italietta, un gigantesco balzo in avanti per la Lombardia e l’Italia che lavora

Ombre russe sul voto del 25 settembre (in particolare, il capitolo finale “La resistibile ascesa di Giuseppe Conte”).

Giuseppe Conte come l’asino di Buridano.


[1] Che non viene nominata espressamente, ma pur sempre di Ischia si tratta: l’articolo fa riferimento – in un decreto-legge varato dopo il disastro di Genova! – in linguaggio evasivo ed opportunamente burocratico, alle «istanze di condono relative agl’immobili distrutti o danneggiati dal sisma del 21 agosto 2017», che è precisamente quello di Casamicciola, Ischia.

[2] Vedi Strage di Casamicciola, è bufera sul “decreto Genova” dopo la frana a Ischia: per Conte “non fu condono”.

[3] Va bene parlare di “poteri forti” con riferimento a potentati finanziari, Confindustria, Big Pharma ecc. Ma non dimentichiamo che in Italia il potere forte più forte di tutti, il più micidiale per i cittadini, più ancora della delinquenza organizzata (con la quale spesso stipula ottimi compromessi) è quello della burocrazia. Come abbiamo evidenziato in altre pagine di questo diario, la mente del mostro burocratico è costituita dai burocrati di fascia alta, i Grands commis de l’État, che però sul mercato elettorale contano ben poco. Per avere accesso alle leve del potere, devono essere nominati dal potere politico, in particolare da quei settori — spesso trasversali — dei deputati e senatori che hanno drenato consenso elettorale presso la burocrazia di medio e basso livello, che sul mercato elettorale ha un peso decisivo. Varrà la pena osservare che, per garantirsi la sopravvivenza, la burocrazia si è trasformata in tecno-burocrazia, i cui algoritmi sono incomprensibili per il cittadino, e tali devono essere. Così si spiega il pullulare di corsi di formazione, certificazioni di vario tipo, stage improntati alla mistica aziendalista, ovviamente pagati dal cittadino, contro l’interesse dei cittadini. Se dunque dalle parti del M5S si parla dei poteri forti servilmente rappresentati dai giornaloni, non dimentichiamo – per esempio – i legami fortissimi che il M5S, nel tratto ascendente della sua parabola, ebbe con la Link Campus University, che ha come fine istituzionale la trasformazione della vecchia burocrazia borbonica in moderna tecnoburocrazia. Non dimentichiamo, e ragioniamo. D’altra parte nessuno è così ingenuo da pensare che frange deviate dei servizi segreti abbiano del tutto cessato di operare, o comunque abbiano rinunciato alla voluttà di dettar legge nella politica interna e nel settore delle relazioni estere, dopo il tramonto di Gladio, Sindona, e Gelli. Anche quelli sono poteri forti, speriamo non fortissimi.

Frottole, furbizie e baggianate sull’abdicazione di Benedetto XVI

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Nel recensire il libro Codice Ratzinger di Andrea Cionci, pubblicato (Milano, 2022) per i tipi di Byoblu[1], Fusaro si sofferma su due aspetti della questione qui sollevata: a) gli errori di latino contenuti nel documento di rinuncia alla carica di pontefice, letto da Ratzinger l’11 febbraio 2013; b) la differenza tra munus e ministerium, cioè tra la carica di pontefice e l’esercizio di tale carica. Ratzinger avrebbe rinunciato al solo ministerium, e non al munus, essendo costretto a questo passo «dai poteri della globalizzazione d’un Vaticano ormai abitato dall’ateismo liquido della civiltà dei consumi» (dice Fusaro), preso di mira «per la sua volontà di non allinearsi alla globalizzazione nichilista e relativistica». Tanto basterebbe per negare la validità dell’“irrituale” documento di abdicazione. Inoltre Benedetto XVI – sostiene Fusaro –, parlando in italiano, il 28 febbraio 2013, dal balcone di Castel Gandolfo, disse che dalle ore 20 di quel giorno non sarebbe più stato “pontefice sommo”, e non a caso si sarebbe espresso così, invece di dire “sommo pontefice”. Appassionato di cavillazione in fatto di diritto canonico, Fusaro ripete quanto nel libro è espresso con queste parole: «l’inversione tra i due termini ha evitato a papa Benedetto di mentire dicendo che dalle 20 avrebbe rinunciato al suo titolo canonico di papa: cosa che, invece, lui non ha mai fatto».[2]
Qui sotto, un articolo pubblicato da Cionci sul suo diario di rete, ospitato dal quotidiano Libero.

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Ha senso parlare oggi delle dimissioni di Benedetto XVI a più di nove anni di distanza da quell’11 febbraio 2013? Pare proprio di sì, perché sull’argomento continuano a uscire libri di rendicontazione ed interpretazione, i più svariati: decine e decine di libri, com’è facile verificare componendo nella finestra del motore di ricerca di Google libri le parole “Ratzinger + dimissioni”. Uno degli ultimi è quello che Fusaro ha recensito dieci giorni fa (vedi sopra), definendolo «un testo documentatissimo, ben strutturato con il quale l’autore prova a dimostrare […] che il pontefice in carica oggi, nel 2022, è ancora Joseph Ratzinger».
Se il libro è ben strutturato, come dice Fusaro, almeno in apparenza, con la sua pretesa di “scientificità”, ciò non significa che le fondamenta sulle quali la struttura è costruita siano fattualmente inoppugnabili e che i suoi elementi strutturali siano saldamente immorsati; in altre parole, molti, troppi fatti, troppe testimonianze di «esperti» richiedono d’essere dimostrati; e i passaggi logici che portano l’autore a sostenere che papa Francesco è un antipapa e che Ratzinger è il vero pontefice, esule «in sede impedita», e che come tale si rivolge «in codice» ai fedeli della «vera Chiesa cattolica», appaiono arditi e confutabili.
Per arrivare alla conclusione che Bergoglio è un antipapa, Andrea Cionci, l’autore del libro, dapprima ipotizza, quindi dà per dimostrato che Ratzinger sia andato spontaneamente in esilio per dare ai nemici della vera Chiesa cattolica il tempo e il modo di «svelarsi quali eretici, per poi essere annullati di colpo nelle loro cariche e nei loro atti, alla scoperta dell’invalidità della rinuncia» di Benedetto XVI. Perciò Ratzinger avrebbe vergato una rinuncia appositamente invalida, zeppa d’errori e di ambiguità nell’espressione latina, per «gabbare i suoi nemici».[3]

Vedremo in seguito come tutta l’argomentazione sia destituita di fondamento logico. Ma cominciamo a considerare l’argomento principe del libro: quello per cui il testo pronunciato da Benedetto XVI, con il quale rassegnava le proprie dimissioni, sarebbe infarcito d’errori, e ciò sarebbe avvenuto di proposito.

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L’annuncio dell’abdicazione di Benedetto XVI

Palazzo Apostolico in Vaticano, secondo piano, Sala del Concistoro, 11 febbraio 2013. Benedetto XVI tiene il concistoro pubblico per la canonizzazione degli 813 martiri di Otranto uccisi dagli ottomani il 14 agosto 1480, per aver rifiutato di rinnegare la fede cristiana. Al termine della procedura, alle 11.41, ecco «il fulmine a ciel sereno» come dirà Angelo Sodano, Decano del Collegio cardinalizio: Benedetto XVI, comunica di non essere più in grado di svolgere il ruolo di Sommo pontefice. Perciò – dichiara – a decorrere dal 28 febbraio, alle ore 20, la sede di San Pietro sarà vacante ed il Conclave dovrà eleggere un nuovo Sommo pontefice. Ne dà notizia al mondo intero, alle 11,46 la giornalista dell’Ansa Giovanna Chirri che capisce il latino e drizza le orecchie appena sente l’espressione “ingravescente aetate”, quella stessa dell’enciclica di Paolo VI (“Ingravescentem aetatem”) con la quale di definisce l’età dei cardinali in relazione al loro ufficio: vedi qui sotto il lancio d’agenzia. Osserva Chirri che «alcuni volti dei presenti sono attoniti; mons. Guido Pozzo, vicino a lui, sembra impietrito, diversi porporati hanno lo sguardo fisso e i muscoli facciali immobili».[4] Circa un’ora dopo lo “scoop” dell’Ansa, la Sala Stampa della Santa Sede distribuirà il testo latino e la traduzione italiana.

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Tre versioni (scritte) del discorso di Benedetto XVI

Ma, intanto, qual è il testo pronunciato da Ratzinger? Ne esistono tre versioni scritte:

1) quella diramata dalla Sala Stampa della Santa Sede il giorno stesso della rinuncia:

Testo della rinuncia di Benedetto XVI diramato dall’Ansa (l’intero comunicato può essere letto facendo clic sul testo): coincide[5] con quello distribuito dalla Sala Stampa della Santa Sede, contenente due errori di battitura, “pro Ecclesiae vitae” e “hora 29”. Questi refusi non hanno riscontro nella lettura del papa, che enunzia correttamente “pro Ecclesiae vita” ed “hora vicesima”.

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2) quella pubblicata successivamente nel sito La Santa sede:

Il testo della rinuncia di Benedetto XVI, pubblicata nel sito della Santa Sede (www.vatican.va), differisce da quello diramato dalla Sala Stampa della Santa Sede per questi particolari: i) sono stati corretti due refusi per cui si leggeva “vitae” invece di “vita”, e si leggeva “hora 29” invece di “hora 20”; ii) si è corretta la concordanza grammaticale del participio congiunto con “ministerium”: non più “commissum”, ma “commisso”. Per accedere al sito della Santa Sede, fare clic sull’immagine.

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3) quella pubblicata negli “Acta Apostolicae Sedis” con il titolo Declaratio summi pontificis de muneris Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri abdicatione.

L’abdicazione di Benedetto XVI pubblicata negli “Acta Apostolicae Sedis”, anno CV, n. 3 (1° marzo 2013), p. 239. Rispetto al documento presente nel sito vaticano, presenta una nuova correzione: “exerceri debere”, invece di “exsequi debere” (exsequor è un verbo deponente, non può avere significato passivo, perciò è stato sostituito con un sinonimo che ammette la costruzione passiva). Per leggere il documento intero in rete, fare clic sull’immagine.

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Refusi, errori e pignolerie latine

La prima analisi del testo latino dell’abdicazione è pubblicata “a caldo” dal Corriere della Sera il 12 febbraio, il giorno successivo alla rinuncia, ed è firmata da Luciano Canfora, professore emerito di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari.

Il giorno successivo le dimissioni di Benedetto XVI, il Corriere della Sera pubblica “di spalla” un breve articolo di Luciano Canfora: Un esempio di latino moderno, che è fondamentalmente un’analisi stilistica; ma non manca l’indicazione di due errori linguistici. Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine qui sotto.

Canfora ritiene improbabile che sia attribuibile a Benedetto XVI l’errore di concordanza “commissum” (invece che “commisso”): l’errore – come abbiamo visto – sarà corretto nella versione delle dimissioni pubblicata dal sito della Santa Sede. Canfora ritiene che l’errore sia «una svista imputabile a qualche collaboratore turbato dalla gravità dell’annunzio». Accennando all’altro errore, quel “pro Ecclesiae vitae”, invece di “pro Ecclesiae vita”, scrive che «sia stato il turbamento, o sia stata la fretta, resta il disagio per le imperfezioni di un testo destinato a passare alla storia».[6] In ogni caso, siamo lontani dai «quaranta errori» che, secondo quel che sostiene Fusaro, invaliderebbero le dimissioni.
Vedremo tra poco quale sia la fonte alla quale Fusaro ha attinto la notizia dei «quaranta errori». Prima tuttavia varrà la pena esaminare gli errori – quelli veri – della “Declaratio” di Benedetto XVI (così nel sito vaticano viene intitolato il discorso tenuto nella Sala del Concistoro davanti ai cardinali). Ovviamente, nell’esaminare il testo distribuito dalla Sala Stampa della Santa Sede non si terrà conto dei due refusi,[7] che non hanno riscontro nelle parole del pontefice. Fermo restando che stupisce trovare errori in un testo del latinista Joseph Ratzinger (torneremo sull’argomento), gli errori sono tre:

– dove si legge «declaro me ministerio… commissum renuntiare», invece di “commissum” dovrebbe leggersi “commisso”: questo errore è stato corretto nel sito della Santa Sede, come abbiamo visto;

– dove si legge «conscius sum hoc munus… exsequi debere», invece di “exsequi” dovrebbe leggersi un verbo non deponente coniugato al passivo, per esempio “exerceri”: questo errore, come del resto il precedente, risulta corretto negli Atti della Sede Apostolica, come abbiamo visto;

– dove si legge «Quapropter… declaro me… renuntiare ita ut… sedes Sancti Petri vacet et Conclave… convocandum esse» al posto di “convocandum esse” dovrebbe leggersi “convocandum sit”, al congiuntivo, in quanto predicato di una proposizione consecutiva (a meno che non si voglia intendere “convocandum esse” come predicato di una proposizione sostantiva dipendente da “declaro”: ma è una giustificazione un po’ tirata per i capelli, in contraddizione con il pensiero logico).

Poi ci sono alcune questioncelle di stile: in effetti, il latino dell’abdicazione non è precisamente tutto ciceroniano; ma, come osserva Canfora, il testo «è scritto, com’è ovvio, in un latino costruito con prestiti ricavati da autori delle più diverse epoche. È una specie di mosaico che abbraccia quasi due millenni di latinità: dal ciceroniano “ingravescente aetate” al disinvolto «ultimis mensibus» che figura in scritti ottocenteschi». La questione degli errori si chiude qui.
Niente impedisce, naturalmente, che si apra un dibattito, e che si giudichino opinabili certe soluzioni linguistiche; ma opinabile non significa errato. In ogni caso, non è onesto stravolgere il significato delle osservazioni di Wilfried Stroh, professore emerito di filologia alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco ed abusare della sua autorevolezza per portare acqua al mulino di un’argomentazione cervellotica, intesa a dimostrare che papa Francesco è in realtà un antipapa. Il professor Stroh, infatti, pubblica il 22 febbraio su un giornale della sua città un articolo[8] di grande interesse per gli studiosi, contenente il testo della dichiarazione di abdicazione di Benedetto XVI accuratamente annotato: le note – ben 27 – rilevano gli errori summenzionati e prendono in considerazione gli aspetti stilistici dell’abdicazione. Ma non si tratta di «25 sviste, tra errori minori e imperfezioni» come si legge nel libro Codice Ratzinger.[9] L’articolo, che il mese successivo sarà ripreso in sede paludata, nella rivista di filologia Forum classicum,[10] si conclude con un esercizio di rielaborazione del testo, come meglio suonerebbe a un orecchio esercitato nel latino classico (con qualche pur necessaria concessione al latino ecclesiastico). “Preterire” quest’esercizio, per usare un vocabolo al quale il giurista Giuseppe Conte fece ricorso nel contesto d’una polemica vibrata con toni populisti, sarebbe un vero peccato. Ecco l’esercizio:

Fare clic sull’immagine per leggere il foglio in formato Pdf (ingrandito).

Fusaro però è andato oltre le acute osservazioni del prof. Stroh: nel documento audiovisivo pubblicato su YouTube parla addirittura d’una quarantina d’errori (ai minuti 2.04, 2.17 e 3.23). Trovare la sua fonte non è stato difficile: è un articolo del frate francescano Alexis Bugnolo, che possiamo leggere facendo clic sulla seguente immagine:

Articolo del francescano Alexis Bugnolo, pubblicato il 10 giugno 2020, contenente l’indicazione di 42 “errori” nel latino della dichiarazione dell’11 febbraio 2013. Leggiamo a p. 101 del libro di Cionci, Codice Ratzinger, che «fra Alexis Bugnolo, stimato traduttore dal latino medievale, nel 2019 ha compreso che quegli errori non potevano essere casuali, ma rimandavano all’invalidità canonica dell’atto».[11] Se ne deduce, secondo Cionci, che Benedetto XVI avrebbe «scritto volutamente quella Declaratio con errori ed imperfezioni per mantenere viva nel tempo l’attenzione su quello stranissimo documento». Il concetto è espresso in termini ancora più drammatici in un articolo dello stesso Cionci ospitato dal quotidiano Libero: «Gli errori di latino sono stati voluti apposta da Ratzinger per attirare l’attenzione sull’invalidità del documento e per far emergere, ad una attenta lettura, la verità, quando i tempi sarebbero stati maturi». Entrambi gli articoli possono essere letti facendo clic sulle rispettive immagini.

L’articolo di Bugnolo riprende le 27 osservazioni di Stroh e ne aggiunge altre 25: in totale, 42 osservazioni, ed ecco spiegata la «quarantina d’errori», dei quali ci parla Fusaro. Ma, per esempio, è un errore – di latino, o d’altro tipo – l’impiego della prima persona singolare nella coniugazione del verbo, invece del plurale maiestatico? O, giusto per riportare un secondo esempio (poi ci fermiamo), siamo forse obbligati a prendere sul serio l’osservazione per cui invece di “ad hoc consistorium” sarebbe stato meglio dire “in hoc consistorio”, «poiché consistorium [è] un atto di stare insieme, non un luogo in cui vengono convocati i cardinali»?[12] Nel Corriere dei Piccoli si leggevano le “Paternali di Sor Pedante Pelnellovo”, ma qui siamo andati oltre!

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Incuria del testo latino: ipotesi a confronto

Rimane che il testo della dichiarazione di Ratzinger contiene tre errori, che normalmente non ci aspetterebbe di leggere in uno scritto di Joseph Ratzinger. “Normalmente”, appunto, Ratzinger è un ottimo latinista. Joannes Carolus Rossi fa presente che tanto più il testo delle dimissioni del pontefice desta meraviglia, in quanto «cinque o sei anni fa» (rispetto al momento in cui scriveva: marzo 2013) ebbe modo di «ammirare il suo eloquio latino. Infatti Benedetto XVI, nell’accogliere i partecipanti al 51º Certamen Vaticanum, ci rivolse la parola in latino e, con benevola condiscendenza, volle sapere da ciascuno di noi quale fosse l’argomento presentato al concorso e quale premio avesse conseguito. Posso testimoniare, per averlo sentito di persona, che il pontefice parla il latino con disinvoltura, senza incertezze di sorta, come chi non abbia mai abbandonato la buona pratica di questa lingua». Vedi:

Conferenza tenuta il 16 marzo 2013 da Joannes Carolus Rossi, presso il Circolo Filologico Milanese: contiene una testimonianza di prima mano riguardo alla competenza linguistica di Benedetto XVI. Tanto più destano meraviglia sia i tre errori contenuti nel testo delle dimissioni, sia lo stile della composizione, i quali fanno pensare che la dichiarazione sia stata concepita da chi è abituato a pensare in italiano (e a tradurre dopo), più che da un latinista, abituato a pensare in latino. Per leggere il testo della conferenza, fare clic sull’immagine.

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Riassumendo, se è plausibile pensare che in condizioni normali Joseph Ratzinger scrivesse di sua mano il testo latino e che, comunque, quand’anche l’avesse passato per controllo a qualcuno dell’Ufficio latino, rileggendolo fosse in grado di cogliere i tre errori, la lettura del testo suggerisce che:

a) o il papa non era in condizioni “normali” – per esempio, era affaticato, proprio come dice lui stesso nell’abdicazione, tanto da non poter più contare sulla sua abituale vigilanza riguardo agli aspetti linguistici;

b) oppure ha scritto il testo della rinuncia in italiano, e qualcun altro, non precisamente un latinista provetto, l’ha tradotto in latino.

C’indurrebbe a propendere per l’ipotesi b) la constatazione – come osserva Joannes Carolus Rossi – che alcune parole ed espressioni latine dell’abdicazione, pur avendo riscontro presso gli autori classici (eventualmente, con qualche variazione di significato), appaiono un’eco di parole ed espressioni italiane: per esempio, communicare dall’it. “comunicare”(ma aperire, o notum facere sarebbe preferibile, secondo Stroh); incapacitas, dall’it. “incapacità” (Stroh suggerisce come più elegante, al posto di incapacitatem meam, l’espressione me… non iam satis idoneum); renuntiare dall’it. “rinunciare” (Rossi suggerisce che sarebbe preferibile se abdicare munere); decisio dall’it. “decisione” (sarebbe stato più elegante scrivere consilium); anima, tal quale, dall’it. “anima” (meglio sarebbe dire animus). E quel ad cognitionem certam perveni richiama l’espressione italiana “sono pervenuto alla certezza” (non è sbagliato, ma – suggerisce Stroh – più elegantemente si sarebbe potuto direintellexi et pro certo cognovi). Quel modo tali, ut… – fa presente Rossi – ricorda da presso l’espressione italiana “in modo tale da…” (Stroh suggerisce che l’espressione vigor… in me modo tali minuitur, ut… possa risolversi più latinamente come vigor… in me tantopere defecit, ut…). Però nessuna di queste espressioni giudicate meno eleganti è erronea. Dunque i punti deboli dell’allocuzione, che propriamente potremmo chiamare errori, sono tre: quanto basta perché il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, lamenti l’incuria della Segreteria di Stato della Santa Sede, se è vero quel che si legge nel quotidiano di Verona, L’Arena.[13] Dunque Ravasi abbraccia l’ipotesi b).
La ricostruzione di Gian Guido Vecchi,[14] vaticanista del Corriere della Sera, sviluppa invece l’ipotesi a): il testo è stato scritto da Benedetto XVI il pomeriggio del 10 febbraio (questa è la data del documento) in latino, a matita, su un foglio che è uscito dal suo appartamento soltanto all’alba, per essere consegnato «alla segretaria Birgit Wansing, l’unica persona in grado di decifrarne la calligrafia minuta e nervosa»; e solo all’alba di lunedì «comincia in Segreteria di Stato il lavoro di traduzione in italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, polacco e arabo»: gli organi d’informazione di tutto il mondo ne verranno a conoscenza un’ora dopo lo scoop dell’Ansa che alle 11.46, del quale si è detto.
Dunque secondo l’ipotesi a) quelle sviste che Canfora riteneva imputabili «a qualche collaboratore turbato dalla gravità dell’annunzio» sono di Ratzinger, e di Ratzinger è l’animo «turbato» (e ne avrebbe tutte le ragioni, più ancora dei suoi eventuali collaboratori).
Ancora diversa (per esempio, riguardo al momento in cui la dichiarazione è stata scritta) è la ricostruzione dell’accaduto secondo lo stesso Benedetto XVI; la leggiamo nel libro, a cura di Peter Seewald, Ultime conversazioni:[15] «Il testo l’ho scritto io. Non posso dire con precisione quando, ma al massimo due settimane prima». E alla domanda «Perché in latino?» risponde: «Perché una cosa così importante si fa in latino. È una lingua che conosco così bene da poter scrivere in modo decoroso. Avrei potuto scriverlo anche in italiano, naturalmente, ma c’era il pericolo che facessi qualche errore». Qui, evidentemente, l’«errore» al quale accenna Ratzinger è un errore d’italiano. Questa dichiarazione, a più di dieci anni dall’abdicazione, desta qualche stupore, perché sembra che Ratzinger si faccia vanto della sua padronanza del latino, ma nello stesso tempo ignori gli errori di quella sua dichiarazione. Sempre nello stesso libro (p. 27) Ratzinger dichiara d’aver preso la decisione di abdicare nell’estate del 2012 e, alla domanda se fosse depresso risponde: « No, depresso no, ma non stavo molto bene. Il viaggio in Messico e a Cuba mi aveva affaticato molto». Seewald si spinge ad affermare: «Alcuni giornali parlarono perfino di ricatto e cospirazione». La risposta di Ratzinger è perentoria: «Sono tutte assurdità. Devo dire che il fatto che un uomo, per qualsivoglia ragione, si sia immaginato di dover provocare uno scandalo per purificare la Chiesa è una vicenda insignificante» (qui viene il dubbio che “insignificante” sia una traduzione inappropriata; il contesto farebbe intendere che Ratzinger giudichi l’ipotesi “priva di qualsiasi significato”, cioè senza fondamento; bisognerebbe controllare nell’originale dell’intervista, in tedesco). Come che sia, quest’affermazione smentisce quanto sostengono Fusaro, Cionci, il quotidiano Libero ed il gruppo editoriale Byoblu, secondo cui le dimissioni (invalide) di Benedetto XVI sarebbero «un escamotage per svelare la corruzione nella Chiesa e annullare la Chiesa massonico-mondialista bergogliana con una sorta di “Reset cattolico”».[16]

Varie sono dunque le ipotesi a confronto, come mostra questo schema a blocchi:

Sei ipotesi a confronto sulla genesi degli errori di latino nel testo delle dimissioni di Benedetto XVI. La quinta è quella accreditata da Fusaro, da Cionci, dal quotidiano Libero e dal gruppo editoriale Byoblu. Per vedere lo schema a pieno schermo, fare clic sull’immagine.

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La prima e la terza ipotesi nella terza riga dello schema presuppongono che nel libro-intervista Ultime conversazioni il pontefice emerito abbia detto la verità («Il testo l’ho scritto io… in latino»); ne deduciamo che, probabilmente, al momento dell’intervista non avesse letto quanto era stato scritto, per esempio da Canfora e da Stroh, sugli errori di latino, e che nessuno gliene avesse parlato. Ma non abbiamo le prove, qui ci limitiamo a ragionare. Diciamo però che l’ipotesi è tutt’altro che implausibile, così come non è da escludere in Ratzinger uno stato d’animo profondamente turbato, proprio mentre scriveva quelle righe, quando avvertiva il venir meno delle forze del fisico e della forza d’animo, proprio come scrive nella dichiarazione di rinuncia al ruolo di sommo pontefice. E precisamente mentre vergava quelle righe il suo animo doveva essere turbato, come non mai. Se così stanno le cose, la soluzione del caso degli errori di latino è anche la più semplice, come nella Lettera rubata di Edgar Allan Poe, dove la soluzione del caso (una lettera) è sotto gli occhi degl’investigatori, eppure proprio perché è sotto gli occhi, non è avvertita. Una verità, se questa è la verità, che fu profeticamente presentata da Nanni Moretti nel film Habemus papam, di appena due anni prima:

Il film Habemus papam (2011) di Nanni Moretti presenta il caso d’un cardinale (interpretato da Michel Piccoli) che, eletto papa, non si sente all’altezza del còmpito affidatogli. Per rimuoverne le incertezze, il Collegio dei cardinali lo affida alle cure d’uno psicanalista (interpretato da Margherita Buy: vedi qui sotto) che non deve sapere, e non sa, l’identità del paziente. Ma il tormento e il senso d’inadeguatezza persistono; tornato in Vaticano dopo una breve fuga, il papa annuncia al popolo riunito in piazza San Pietro le proprie dimissioni: «In questo momento la Chiesa ha bisogno di una guida che abbia la forza di apportare grandi cambiamenti… Purtroppo ho capito di non essere in grado di sostenere il ruolo che mi è stato affidato… La guida di cui avete bisogno non sono io, non posso essere io». Dunque l’argomento è quello della forza, proprio come nelle dimissioni di Benedetto XVI («…etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam»).
Il film può essere visto per intero sulla piattaforma di Raiplay: fare clic sull’immagine qui sotto. Se ancora non si è registrati nel sito, è possibile farlo con un semplice clic, mediante le credenziali personali registrate su Google.

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La logica, per favore!

La tesi del gruppo editoriale Byoblu, di Cionci che ha scritto il libro Codice Ratzinger per i tipi di Byoblu, del giornale Libero e del povero Diego Fusaro (che ci è cascato, un po’ come Massimo Cacciari al tempo del furore antivaccinista promosso dalla commissione “Dubbio e precauzione”[17]) è – come abbiamo visto – che gli errori di latino nella rinuncia di papa Bergoglio sono volontari, callidamente pensati da Ratzinger perché a tempo debito erompa lo scandalo di una Chiesa prigioniera della “Mafia di San Gallo”, e dei loro accoliti. Sono costoro una filiazione del «gruppo che s’incontrava ogni anno, dal 1996, a San Gallo, in Svizzera, originariamente su invito del vescovo della città, Ivo Fürer, e del famoso gesuita italiano ed accademico, l’arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini», per organizzare «la ‘resistenza’ segreta contro il Cardinale Ratzinger, che a quel tempo era il braccio destro di Giovanni Paolo II, come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede».[18] Il ragionamento è questo: la mafia impedisce a Benedetto XVI di esercitare il suo munus Petrinum? Ebbene la risposta del sommo pontefice è stata un’abdicazione «invalida». Secondo la narrazione di Byoblu, dietro la “Mafia di San Gallo” ci sono – come dubitarne? – la Cia ed Obama. Così affermano costoro, per i tipi e per le onde hertziane di Byoblu (canale 262 del digitale terrestre):

Ora, è chiaro che quelli del “circolo Byoblu” sono liberi di fare le ipotesi che vogliono: possono essere antivaccinisti,[19] negazionisti delle Torri gemelle (perciò il giornalista putiniano Giulietto Chiesa fu un loro assiduo collaboratore),[20] antieuropeisti,[21] antibergogliani,[22] filoputiniani.[23] Però le ipotesi, prima d’essere presentate come dati di fatto, vanno dimostrate, altrimenti rimangono ipotesi, legittime quanto si vuole, ma solo ipotesi. Si rende necessaria un’argomentazione, nel rispetto della logica, cioè sviluppando da premesse vere un ragionamento corretto. Vediamo allora il ragionamento, e giudichiamo se sia corretto:

1 – Premessa 1: Benedetto XVI è un latinista (è dimostrato, ne abbiamo le prove).

2 – Premessa 2: Gli errori di latino nell’abdicazione normalmente non possono essere opera d’un latinista (per definizione).

3 – Conclusione: l’abdicazione non è stata scritta da Benedetto XVI.

4 – Ma l’abdicazione è stata scritta da Benedetto XVI, e da lui soltanto. (così infatti ha detto il sommo pontefice a Seewald, e così ritengono senz’ombra di dubbio, al circolo Byoblu).

5 – La proposizione 4 confligge con la proposizione 3.

Per sanare la contraddizione, mantenendo la Premessa 1, dobbiamo introdurre l’ipotesi:

H – Benedetto XVI è un latinista, e gli errori di latino sono stati da lui introdotti di proposito.

Ma per poter sostenere che veramente Benedetto XVI ha usato quest’astuzia (onde creare lo scandalo e dare scacco alla mafia di San Gallo) occorre dimostrare che l’ipotesi H sia, quanto meno, assai probabile, data l’evidenza E. L’evidenza E sono gli errori di latino. Tale probabilità si scrive così:

P (H|E)
(si legge “probabilità di H, dato E”).

Ed è qui che casca l’asino: i signori del circolo Byoblu hanno dimostrato P(E|H), invece che P(H|E). Cioè sono partiti dall’ipotesi che Ratzinger intendesse ricorrere all’escamotage d’un testo infarcito d’errori, e dimostrano che gli errori da essi posti in evidenza (fra l’altro, aumentati a dismisura), sono precisamente il risultato di quell’astuzia. Hanno fatto come gli avvocati mozzaorecchi, i contadini al mercato delle vacche e i politici – spesso, quasi tutti, tranne pochi “signori” – nel circo mediatico. Cioè, hanno fatto ricorso a una fallacia logica, che prende il nome di “fallacia del procuratore”. Ne abbiamo parlato in un’altra pagina di questo diario[24] a proposito dell’impostura antivaccinista, dove scrivevamo:

La fallacia del condizionale trasposto prende anche il nome di “fallacia del procuratore”, dove per “procuratore” s’intende il rappresentante della pubblica accusa. È tipicamente la fallacia per cui la probabilità di una prova indiziaria (evidenza E) rispetto all’ipotesi di colpevolezza (ipotesi H), che chiameremo P(E|H), cioè – come si dice – la “probabilità di E, dato H”, viene scambiata con la probabilità di colpevolezza, data quell’evidenza, che chiameremo P(H|E), cioè “probabilità di H, dato E”. Perciò l’ufficiale francese Dreyfus fu condannato, perché nell’Ambasciata di Germania la donna delle pulizie (che lavorava per il controspionaggio) trovò un appunto che, secondo l’impianto dell’accusa, avrebbe testimoniato l’attività di spionaggio di Dreyfus, a favore del nemico germanico. Bertillon, direttore del Laboratorio d’analisi della prefettura, dimostrò che quel rapporto (agli atti del processo indicato come bordereau) poteva essere stato scritto proprio da Dreyfus, con grafia contraffatta ma comunque riconducibile a quella dell’ufficiale francese. Ma, a ben vedere, Bertillon dimostrò non già la probabilità di colpevolezza, dato l’indizio, cioè P(H|E), ma la probabilità conversa, cioè la probabilità dell’indizio data la colpevolezza, cioè P(E|H). Durante il processo di revisione, il matematico Poincaré non negò l’evidenza E, ma dimostrò che si era invertito il rapporto di condizionamento: si era considerata P(E|H), invece di P(H|E).

‘L’ufficiale e la spia’ (2019), film di Roman Polanski: ha per argomento il caso Dreyfus. Il film può essere visto sulla piattaforma Raiplay facendo clic sull’immagine.

Un altro esempio di sragionamento alla maniera del circolo Byoblu è quello di chi pretende di dimostrare il passaggio di alieni sulla Terra, o l’esistenza di civiltà scomparse, sulla base di certi segni, a loro dire, inequivocabili ai fini delle loro ipotesi. In pratica, costoro considerano certi indizi, come la modellazione a gradoni di tre collinette a Montevecchia, in Brianza, che, da un punto di vista geologico sono formazioni moreniche, come ce n’è tante nella zona del Garda, nel Canavese ecc. Ma la modellazione a gradoni, corrispondente a terrazzamenti agricoli, li autorizza a ipotizzare che si tratti di tre piramidi, in tutto e per tutto apparentabili – dicono – con le tre piramidi della piana di Giza in Egitto.
Ipotizzano dunque che le tre collinette siano opera dell’uomo (ipotesi H),[25] risalenti ad epoca pre-celtica; quindi vanno alla ricerca delle prove (evidenza E). Il che non è sbagliato, perché è lecito formulare qualsiasi ipotesi. Ma trovare gl’indizi non significa aver dimostrato; per dimostrare occorre un ragionamento. Questi sono gl’indizi: a) le “piramidi” sono allineate secondo la cintura d’Orione, come quelle di Giza; b) è stato individuato un muretto a secco realizzato in blocchi in pietra di grosse dimensioni, «allineato lungo il meridiano astronomico locale con una precisione assoluta (inferiore a 0,5 gradi)». Ne deducono che i terrazzamenti siano opera d’una civiltà antichissima (ma dove sono i blocchi di costruzione? Non sarebbe il caso, quanto meno, di procedere a carotaggio del terreno?). I sacerdoti-astronomi di questa civiltà sconosciuta avrebbero in epoca remota, qualche millennio prima dell’era cristiana, ordinato la costruzione delle tre piramidi con finalità religiose ed astronomiche.
Noi però, che siamo àpoti, ragioniamo diversamente. Per dimostrare un’ipotesi non basta aver trovato una probabilità P(E|H), anche non trascurabile: quel che renderebbe attendibile l’ipotesi, come abbiamo visto, è un valore significativo di P(H|E). Questo valore viene calcolato applicando la formula di Bayes:

Ebbene, il numero dei casi per cui l’evidenza si manifesta anche quando l’ipotesi H non è verificata, indicata in logica come P(E|¬H), è troppo elevato, tale che, introdotto a denominatore della formula, rende trascurabile il valore di P(H|E). Segue che l’ipotesi non è dimostrata con un grado di probabilità ragionevole, senza contare che troppo precipitosamente si è trasformata un’ipotesi in una teoria, essendo possibili altre rilevazioni sperimentali (carotaggi del terreno, per esempio, come si è visto), che (ancora) non sono state effettuate.

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Tornando al caso di Benedetto XIV, la probabilità che l’evidenza (cioè gli errori di latino) non sia dovuta a volontà d’introdurre errori (ipotesi H), cioè P(E|¬H), prevale sulla probabilità P(E|H), come già si intuisce osservando lo schema a blocchi sulla genesi degli errori, che peraltro non esaurisce tutti i casi possibili. Proviamo a fare qualche ipotesi, passando dalle parole ai numeri, che introdurremo nella formula di Bayes. Possiamo fare i conti a mano o, più speditamente, possiamo ricorrere a una calcolatrice bayesiana disponibile in rete, QUI. Ci occorrono i seguenti dati:


– Probabilità a priori P(H), cioè la probabilità che Ratzinger, in generale, ricorra allo stratagemma di truccare il latino per il conseguimento di un fine qualsivoglia (come farebbe un avvocato mozzaorecchi) Questo dato ci viene dall’analisi statistica: considerando tutte le volte in cui Ratzinger si è occupato di latino, quanto spesso ha truccato le carte, scrivendo o interpretando un testo? Volendo esagerare, e facendo una concessione al nostro (eventuale) avversario, diciamo che tale probabilità (numero dei casi favorevoli diviso il numero dei casi possibili) è P(H) = 20%.

– Probabilità P(E|H), cioè la probabilità che gli errori di latino siano imputabili alla volontà d’imbrogliare le carte, da parte di Ratzinger: l’esame della struttura ad albero, cioè dello schema a blocchi sopra presentato, ci mostra due casi favorevoli su sei casi possibili (considerati equiprobabili); dunque P(E|H) = 33,33%.

– Probabilità P(E|¬H), cioè la probabilità che gli errori di latino non abbiano origine dalla volontà d’imbrogliare le carte da parte di Ratzinger: o gli errori sono di Ratzinger, ma involontari, o sono dei membri della Segreteria di Stato. Questa probabilità — la probabilità dei cosiddetti falsi positivi per cui, in soldoni, gli errori di latino non sono un indice della malignità di Ratzinger — è più elevata della precedente, se si considera che i membri della Segreteria di Stato sono notoriamente latinisti meno provetti di Ratzinger, come dimostra il fatto che, quand’anche Ratzinger avesse introdotto gli errori di proposito, essi non hanno mosso obiezioni di sorta. Possiamo ipotizzare: P(E|¬H) = 80%, superiore al complemento di P(E|H), infatti gli scatolotti dello schema a blocchi non sono equiprobabili (val la pena insistere sul fatto che la probabilità P(E|¬H) considera sia gli errori di Ratzinger involontari, per affaticamento, sia l’imperizia latinista della Segreteria di Stato: il simbolo “¬H” nega la malignità di Ratzinger).

Introducendo questi valori nella formula del canonico Bayes perveniamo al risultato:

P(H|E) = 9,35%

Segue che, laddove il circolo Byoblu pretende, assai asseverativamente, d’aver dimostrato che Ratzinger è il vero papa (e Bergoglio è l’antipapa), la probabilità P(H|E) dell’ipotesi da loro formulata è alquanto bassa.

Abbiamo detto bassa, e non nulla, perché noi laici ci facciamo vanto di non aver mai certezze, in sintonia con il monito

Solum certum, nihil esse certi

una massima[27] che piaceva parecchio a Montaigne, il quale non solo la riporta nei suoi Saggi (II, 14), ma la fece incidere in uno dei travetti del soffitto della biblioteca, insieme ad altre 56 frasi latine o greche, nel suo castello a Saint-Michel-de-Montaigne, nel Périgord.

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[1] Byoblu è un gruppo editoriale operante nel settore televisivo, librario e su YouTube, d’impostazione populista, putiniana ed anti-vaccinista, al quale (purtroppo) Fusaro è stato nel recente passato assai vicino. Il canale You Tube di Byoblu è stato chiuso con la seguente motivazione: «Pubblicazione di contenuti che violano le norme sulla disinformazione in ambito medico relativamente al Covid-19». Fondatore e coordinatore di Byoblu è Claudio Messora, ex musicista, casaleggiano di ferro (con riferimento a Casaleggio padre), già comunicatore del M5S al Senato italiano ed al Parlamento europeo: un Casalino, insomma, messosi in proprio.

[2] A. Cionci, Codice Ratzinger, cit., p. 82.

[3] La “Declaratio” di papa Ratzinger non fu di “Rinuncia”, ma di “Sede impedita”. La chiave in una parola.

[4] Due anni fa la rinuncia di Ratzinger.

[5] Il comunicato Ansa qui mostrato porta la data del 12 febbraio: non siamo riusciti a trovare il comunicato dell’11 febbraio. La notizia d’agenzia della quale diamo il nesso potrebbe essere quella stessa diramata l’11 febbraio, con qualche modifica apportata il giorno successivo, perciò è indicata la data del 12 febbraio. In ogni caso, i quotidiani hanno ricevuto il testo latino l’11 febbraio, tant’è che il giorno successivo leggiamo nel Corriere della Sera l’articolo di Luciano Canfora riportato in questa pagina.

[6] Nell’articolo Papa e antipapa: l’inchiesta. L’ottimo latinista Ratzinger sbagliò apposta il latino della “declaratio” – Parte 12, pubblicato sul sito Byoblu, l’autore del Codice Ratzinger scrive: «Ora, vi riporteremmo volentieri il link del Corriere della Sera Web (nazionale) con il pezzo di Canfora, ma dopo che, nel 2020, avevamo per la prima volta esaminato QUI tali errori sotto una luce diversa, l’articolo in questione è magicamente SPARITO». L’articolo tuttavia è reperibile nell’archivio del Corriere della Sera, dove da chi scrive è stato ricuperato, copiato, in formato d’immagine, ed incollato (vedi sopra).

[7] Il secondo refuso, “hora 29”, invece di “hora 20” è evidentemente tale, sia perché non esiste l’ora 29ª, sia perché, guardando la tastiera di qualsiasi computer, si osserva che il tasto del 9 è immediatamente a sinistra del tasto dello 0.

[8] Latein-Professor verbessert Benedikts Rücktrittserklärung.

[9] Codice Ratzinger, cit., p. 25.

[10] Declaro me ministerio … renuntiare – Habemus Papam (Forum classicum, 1/2013, p. 45).

[11] A. Bugnolo, How Benedict has defeated “Francis”.

[12] Il lessico del Forcellini sostiene esattamente il contrario: «Consistorium proprie est locus, in quo plures consistunt».

[13] Ravasi rivela: errori di latino nelle dimissioni di Ratzinger.

[14] Ecco i custodi del segreto di Ratzinger. I testimoni di un grande addio.

[15] Benedetto XVI, Ultime conversazioni, a c. di Peter Seewald, Garzanti, Milano 2016, p. 28.

[16] “Sono un ottimo latinista”, scrisse Benedetto al Corriere dopo i volontari strafalcioni nella Declaratio.

[17] Cacciari prese per buone le affermazioni di sedicenti “esperti” che negavano l’efficacia del vaccino con riferimento a un rapporto inglese in cui si legge che su 117 casi di decesso per CoVid-19_δ, 50 riguardano persone che avevano ricevuto una doppia dose di vaccino. Questo è vero in quella particolare casistica (pazienti anziani ospedalizzati), ma il risultato non è estensibile alla generalità della popolazione. L’argomentazione logica intesa a dimostrare l’inefficacia del vaccino è falsa, perché si sviluppa su premesse sbagliate e fa leva sulla cosiddetta “fallacia del procuratore”, come è dimostrato in Cacciari, il vaccino e il ragionar bayesiano.

[18] La mafia di San Gallo- Danneels svela tutto durante un’intervista televisiva.

[19] vedi Covid 19 – byoblu 24.

[20] vedi 11 Settembre, 20 anni di domande senza risposta.

[21] vedi Unione europea – byoblu24.

[22] vedi Papa ed antipapa: l’inchiesta.

[23] Vedi Guerra Russia-Ucraina.

[24] Cacciari, il vaccino e il ragionar bayesiano.

[25] Vedi Le piramidi di Montevecchia.

[26] Per il significato di questi termini si veda ancora Cacciari, il vaccino e il ragionar bayesiano.

[27] Tratta da Plinio (Storia naturale, II, 7): «Solum certum nihil esse certi et homine nihil miserius aut superbius».

Ombre russe sul voto del 25 settembre

I quattro poli, gl’italiani alle vongole, la resistibile ascesa di Giuseppe Conte

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Incombe il voto del 25 settembre, ed ha ragione Concita De Gregorio, la quale su Repubblica afferma che i poli sono quattro, e che il terzo polo è quello di Giuseppe Conte; semmai quello di Calenda e Renzi è il quarto polo.[1] Ha ragione, qui come altrove, quando parla di questioni di politica interna; peccato solo che, soprattutto di questi ultimi tempi, Concita sia presente a troppi “eventi”.[2] Immagino che, attenendosi a quanto ebbe ad osservare Pascal, «Tutta l’infelicità degli uomini nasce da una sola cosa, dall’incapacità di starsene tranquilli in una stanza»,[3] potrebbe dare a se stessa (e a noi) il meglio di sé. A parte questo dettaglio e questo consiglio (non richiesto), l’intelligenza della politica italiana da parte di Concita De Gregorio è fuori di dubbio, ed è ulteriormente dimostrata da un suo libro di qualche anno fa, Nella notte, che ci fornisce una chiave di lettura attendibile dei meccanismi con cui il potere reale, il potere che conta, manovra – di notte, appunto – quel che vedremo alla luce del giorno (ma i documenti sono opportunamente “velati” dal gioco dell’invenzione letteraria e delle metafore).

Il romanzo Nella notte (Feltrinelli, 2019), di Concita De Gregorio, è una storia di fantapolitica dove «tutto ciò che sembra falso in realtà è vero». In particolare, il libro tratta il caso della mancata nomina di tale Onofrio Cingolani alla carica di presidente della Repubblica. Ma non c’è chi non veda un riferimento alla mancata elezione di Romano Prodi. Per spiegare i meccanismi del potere, in particolare come avvengano le nomine nei posti di comando della politica, l’autrice ha scelto una formula narrativa che la tutelasse dal pericolo di essere denunciata. Ma – assicura – il libro nasce da una conoscenza diretta del bosco e del sottobosco della politica, maturata nel corso di trent’anni di mestiere, annotata in cinquecento taccuini, conservati con cura e catalogati. Sarebbe interessante leggere un libro parallelo a questo, che descrivesse le manovre di potere che hanno insediato Giuseppe Conte a capo di un esecutivo a maggioranza grillesco-leghista.

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Chissà se nei taccuini di Concita De Gregorio si trovano appunti utili per mettere a fuoco la resistibile ascesa di Giuseppe Conte. Questo articolo sfiora l’argomento, senza tuttavia presentare alcun retroscena documentabile, o anche osservato di persona, e annotato in un taccuino. Facendo di necessità virtù, ci siamo limitati a raccogliere i fatti documentati dagli organi d’informazione (e, perlopiù in nota, abbiamo citato le fonti), ad osservare gl’indizi e ragionare su questi.

Primo, secondo e quarto polo

Riassumendo: il primo polo (primo, per probabile messe di consensi) è quello della destra unita; il secondo polo è quello imperniato sul Pd, il partito che avrebbe potuto essere l’alfiere della razionalità e che invece si fa (e ci fa) del male, permanendo in stato di soggezione nei confronti di cattolici, aziendalisti e della lobby politicamente corretta; [4]; il terzo polo è quello dell’avvocato di Volturara Appula; il quarto polo, come si diceva, è quello di Calenda e Renzi. Particolare tutt’altro che trascurabile, sullo sfondo del quadro politico si stende l’ombra dell’ala di Putin, protettrice, o minacciosa, secondo i punti di vista.
Cominciamo a occuparci del primo, secondo e quarto polo. Del terzo polo, e di Giuseppe Conte che attualmente ne è a capo (in realtà non sappiamo per quanto tempo ancora) ci occuperemo alla fine dell’articolo, dopo avere esaminato due importanti fattori di influenza operanti in particolare sul terzo polo, il Grande gioco geopolitico di Putin e la propensione malacologica degl’italiani, quella cioè per cui sono “italiani alle vongole” (con qualche luminosa ed eroica eccezione).

Meloniani – La componente primaria del primo polo, quella di Fratelli d’Italia, com’è noto, fa sforzi immani per accreditarsi sul piano internazionale: così si spiegano le allocuzioni in inglese, francese e spagnolo di Giorgia Meloni, onde tranquillizzare gl’investitori, far dimenticare preterite sue simpatie putiniane ed entrare nelle grazie degli organismi europei comunitari, fino a poco tempo fa svillaneggiati.

Giorgia Meloni si rivolge alla stampa estera, per mettere in chiaro che il suo partito non è contrario all’Europa e che niente ha che fare con l’esperienza del fascismo: «La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni, condannando senza ambiguità la privazione della democrazia e le infami leggi anti-ebraiche», dice.

Tutto questo avviene con la regia di Crosetto, il gigante buono che in gioventù fu iscritto alla Democrazia cristiana, oggi ufficialmente emerito come uomo politico, ma consigliere della “ducetta” e stratega di una destra moderna, ripulita delle croste del passato. Però – diciamo la verità – Fratelli d’Italia ha un personale politico che lascia parecchio a desiderare: questo è il vero handicap del partito della Meloni, molto più delle nostalgie fasciste, che pure nel suo partito esistono. Sappiamo per esperienza tuttavia che il salto della quaglia all’interno del recinto “istituzionale” non è impossibile, quando la posta in gioco sia l’ingresso nella stanza dei bottoni (come diceva Nenni). Ce l’insegna, tra l’altro, la storia del PCI-PDS-DS-PD, che a suo tempo, per iniziativa di Occhetto, si convertì alla religione dell’aziendalismo. Dunque, perché negare a Giorgia Meloni il “diritto” (uno dei tanti “nuovi diritti”) di salto della quaglia?

Salviniani – Simile problema di accettazione da parte della comunità internazionale ha la componente leghista del primo polo. Come dice Cacciari, può piacere o non piacere, ma l’Italia si colloca in un contesto internazionale, con quello dobbiamo fare i conti. Vale cioè per l’Italia, rispetto all’Europa e al sistema occidentale, un discorso analogo a quello della Lombardia nei confronti dell’Italia: piaccia o non piaccia, la Lombardia fa parte dell’Italia, e con l’Italia deve fare i conti.

L’ingerenza della Russia nelle prossime elezioni di settembre è un’ipotesi tutt’altro che peregrina. Alla fine di luglio il quotidiano La Stampa ha pubblicato stralci di documenti attribuiti all’intelligence (leggi: servizi segreti), relativi a contatti che sarebbero avvenuti a fine maggio tra un importante funzionario dell’ambasciata russa a Roma ed il consigliere della Lega per i rapporti internazionali, avv. Capuano: tema dei colloqui era il ritiro dei ministri leghisti dall’esecutivo presieduto da Mario Draghi. Il sottosegretario con delega ai servizi segreti Franco Gabrielli smentisce che i documenti siano attribuibili ai servizi italiani. Il quotidiano La Stampa conferma l’autenticità dei documenti visionati, Salvini a sua volta smentisce: «Fesserie. Io ho lavorato e lavoro per la pace e per cercare di fermare questa maledetta guerra».

Il fedifrago Salvini (nel senso che non è più federalista), il quale ha un pesante passato putiniano, interrogato sulle sue simpatie per l’autocrate russo, traccheggia finché può, getta all’elettorato poco motivato l’offa dell’usato sicuro, il diversivo dell’identitarismo becero; per darsi un contegno, in passato non si è fatto scrupolo di agitare populisticamente il rosario, ultimamente è arrivato all’impudenza di scimmiottare il Credo dei cattolici, il “Symbolum Nicaenum Constantinopolitanum”![5] A questo punto non sappiamo se ridere o piangere (meglio ridere): Salvini, veramente pensa di essere Cirillo I, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie?
Ma è innegabile che la Lega, e in particolare il suo “capitano” Matteo Salvini, siano sensibili al canto delle sirene putiniane, per tre ragioni. La prima, che oggi Salvini vorrebbe fosse posta in non cale, è ideologica, ed è a parole ripudiata (così fa anche la Meloni; ma le dichiarazioni di Salvini a favore di Putin non ce le siamo inventate noi[6]); la seconda è populistica, in relazione alla guerra di Ucraìna e all’essere gl’italiani, spesso e volentieri, “italiani alle vongole” (torneremo su questo punto); la terza è che parte dell’elettorato della Lega è in relazione con l’economia putiniana e, in generale, con quella degli oligarchi russi legati a Putin. Basti pensare ai cantieri navali, alle ville in vendita ed in affitto, alle tenute agricole, agli alberghi, ai ristoranti, all’industria del gioiello, agli architetti progettisti di edifici e giardini, ai mediatori d’affari, alle catene di negozi, ai prestanome, agli operatori nel settore del meretricio d’alto bordo ecc. Beh, non sono noccioline, sono fior di posti di lavoro, consulenze e quattrini per un numero imprecisato di italiani.[7]

Un esempio di economia “putiniana” in Italia: l’azienda vitivinicola L’Aiola che produce ogni anno centomila bottiglie di Chianti classico, esportate in gran parte in Germania, Giappone, Usa e Russia. È proprietà della società Dockell di Cipro, che fa capo a Ilja Elissejev; ma secondo la Fondazione Navalny il vero proprietario sarebbe Dmitry Medvedev, predecessore di Putin a capo della Federazione russa (2008-12), attualmente vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione russa. A proposito della guerra russo-ucraìna, Medvedev scrive sul mezzo di comunicazione sociale Telegram, il 18 agosto: «Vorremmo vedere i cittadini europei esprimere non solo una silenziosa insoddisfazione per le azioni dei loro governi, ma dire anche qualcosa di più chiaro. Per esempio, chiamarli a rendere conto, punirli per la loro palese stupidità». Però secondo Marco Travaglio (vedi editoriale sul Fatto quotidiano del 20 agosto) Medvedev non si riferiva ai governanti italiani).

Adesso, a denti stretti, Salvini afferma di essere dalla parte dell’Occidente; ottimo, però, poiché accà nisciun’ è fessə, non ci riesce difficile immaginare che dopo le sofferte parole di condanna dell’invasione dell’Ucraìna, tutte le volte che è costretto a pronunciarsi, Salvini si affretti a telefonare al fidato Gianluca Savoìni, presidente dell’Associazione Lombardia-Russia (quello dell’Hotel Metropol di Mosca), con l’incarico di rassicurare Putin: se ho parlato così, è perché vi sono stato costretto.

Berlusconiani – Nemmeno la componente berlusconiana del primo polo è esente dal sospetto di intelligenza col “nemico”, cioè con lo zar, in primis per via dell’amicizia personale tra Berlusconi e Putin, della cui sincerità non abbiamo motivo di dubitare. Ma i berlusconiani, pur avendo oggi un qualche peso elettorale (chissà, forse), in una prospettiva anche solo a medio termine devono essere considerati irrilevanti, essendo consustanziali a Berlusconi, che non ha eredi. L’ipotesi infatti che Licia Ronzulli e Marta Fascina siano le eredi di Berlusconi appare semplicemente cervellotica.

Secondo polo – Il PD – dicevamo – poteva essere il partito della razionalità, tante volte auspicato in queste pagine, pur essendo parecchio spostato su posizioni liberiste: anzi, peggio ancora, aziendaliste. Il liberismo, pur avendo storicamente un’impostazione razionale, fondata sull’ipotesi che l’equilibrio economico nasca dall’intervento della cosiddetta “mano invisibile” teorizzata nel Settecento dall’economista scozzese Adam Smith, oggi non è più una teoria razionale, ma una religione. I signori del PD, essendosi aperti, ormai da tempo, quello infausto di Occhetto, non solo al liberismo, ma – peggio ancora – alla religione plebea dell’aziendalismo, hanno perso per strada l’eredità migliore del PCI, la vocazione scientifica e l’afflato umanitario che fu dei teorici del socialismo scientifico e degli apostoli del socialismo. Fa finta di contrastare l’aziendalismo del PD, all’interno dello stesso partito, la componente cattolica, ma è un cattolicesimo sgangherato, pochissimo cristiano ed, oltre tutto, tendenzialmente filoprotestante; se qualche volta mugugna e rivendica una sensibilità sociale, lo fa solo per lucrare posizioni di potere. Alberga poi nel PD la componente di progressismo “fucsia”, proteso alla rivendicazione di nuovi diritti e all’imposizione di nuovi divieti, sempre più numerosi e sempre più idioti, nel quadro della religione del politicamente corretto, ferocemente antiscientifica, quella più micidiale, perché rischia di far precipitare il partito in un baratro: crea disaffezione per la politica e dirotta un flusso crescente di consensi alla destra.

Questa è la risposta trilingue di Enrico Letta a Giorgia Meloni. Vero è che, quando parla francese e inglese, è più bravo della ducetta, ma a) se guardiamo all’impatto elettorale, la sua è stata una mossa pochissimo efficace, addirittura controproducente (fa la figura del “copione”), b) se guardiamo il merito delle cose, ha perso l’occasione per dire qualcosa di intelligente che, se non altro, confortasse le residue teste pensanti che non hanno perso la speranza che il PD si volga a una buona politica, illuminata dalla ragione, non sporcata dai sondaggi d’opinione e dai “like” dei mezzi di comunicazione di massa.

Quarto polo – Il quarto polo è ispirato a un riformismo di tipo fabiano (nel senso della Fabian society), ed è l’unico onesto (per il momento), nel senso che il suo essere coincide con quel che appare, anche se non è gran cosa. Qualora riuscisse ad avere in Parlamento una rappresentanza percentuale a due cifre, potrebbe fare da innesco per un nuovo governo Draghi con maggioranza Ursula, con spaccatura del primo polo ed emarginazione dei populisti. Ce ne siamo occupati nella pagina precedente di Nusquamia, alla quale rimandiamo.

Facendo clic sull’immagine è possibile leggere l’articolo di Nusquamia dedicato al secondo e quarto polo (PD e Calenda-Renzi, rispettivamente): gli unici europeisti e al di sopra di ogni sospetto di infiltrazione putiniana.

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Gl’italiani alle vongole

Abbiamo già considerato come Putin sia interessato allo scenario politico italiano. Perciò – secondo un articolo pubblicato sul Corriere della Sera che fece scalpore – avrebbe steso in Italia una «rete complessa e variegata» per plasmare un’opinione pubblica favorevole. Essa «coinvolge i social network, le tv e i giornali, ed ha come obiettivo principale il condizionamento dell’opinione pubblica. La rete sarebbe predisposta per attivarsi nei momenti chiave del conflitto, «attaccando i politici schierati con Kiev e sostenendo quelli che portano avanti le tesi favorevoli alla Russia».

Questo articolo, pubblicato dal Corriere della Sera il 5 maggio 2022, ha suscitato un vespaio di polemiche, con l’immancabile seguito di smentite e contro-smentite, come avviene quasi sempre in casi simili. Nei casi, cioè, in cui un organo di stampa fa riferimento a fonti riservate, in questo caso i servizi segreti, pudicamente chiamati “intelligence”.

Non ignoriamo che in risposta a questo articolo sono volate querele o quanto meno minacce di querela, da parte di coloro che hanno visto il proprio nome figurare in una sorta di lista di proscrizione (però storicamente tali liste erano un’altra cosa); abbiamo letto di conflitti di competenza tra servizi segreti e Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica; ci sono state, da diverse parti, precisazioni puntigliose a norma di cacata carta.[8]
Rimane il fatto che, a ben vedere, è del tutto naturale che uno statista come Putin, capo di un impero del quale intende allargare l’area d’influenza, sia interessato all’Italia, che per molti rispetti è l’anello debole dell’Europa. L’interesse di Putin per l’Italia è quello stesso che lo indusse a intrufolarsi nel meccanismo elettorale americano, al tempo in cui il presidente designato era Donald Trump (il cosiddetto Russiagate ha sfiorato anche l’Italia, con il coinvolgimento del prof. Joseph Mifsud[9] della Link Campus University, l’ateneo che – si dice – fu il laboratorio del primo governo Conte).
Abbiamo già visto perché la Lega sia un interlocutore interessante per Putin: per affinità ideologica e per la volontà da parte della Lega di rappresentare una minoranza di italiani collegati con l’economia “putiniana”. Ma c’è una terza ragione, che la Lega condivide con i pentastrali, i quali – ed è cosa nota – si dicono sensibili al messaggio di pace tolstoiano (guai a chiamarli putiniani: si offendono). Il fatto è che la classe dirigente di questi due partiti, tutta, e i loro elettori, in buona parte, è costituita da “italiani alle vongole”, come diceva Mario Pannunzio, direttore temuto e ammirato del settimanale Il Mondo. Tutta gente di animo, più che mite, vigliacco, come don Abbondio il quale disse al cardinale Federico Borromeo: se non l’ha, «il coraggio, uno non se lo può dare».

Il Mondo, settimanale politico, economico e letterario diretto da Mario Pannunzio: fu lui a creare l’espressione “italiani alle vongole”, con cui denotava i furbetti del familismo amorale, sbracati, opportunisti, parimenti individualisti e proni al sentire volgare. Facendo clic sull’immagine, è possibile leggere questa pagina in formato Pdf; l’articolo di spalla è scritto da Guido Calogero, che prende posizione contro il finanziamento pubblico della scuola privata.

Ricordiamo che gl’italiani alle vongole:
a) nutrono fastidio per la logica, e sono facile preda della retorica culinaria degl’impostori;
b) non hanno senso dell’onore. Questa, precisamente, è la ragione per cui gl’italiani non malacozoici, cioè non alle vongole, si vergognano di tante pagine della nostra storia passata e recente.

Il fatto è che gl’italiani alle vongole, naturalmente, hanno paura di rimanere al freddo questo prossimo inverno se, con il perdurare della guerra in Ucraìna, l’Europa mantiene le sanzioni nei confronti della Russia. A questo punto, per ritorsione, Putin potrebbe chiudere il rubinetto degl’idrocarburi (petrolio e gas). Inoltre molti rischiano di perdere il posto di lavoro, quelli che prestano la propria opera al comparto industriale cosiddetto energìvoro. Perciò gl’italiani alle vongole dicono: ma sì, caro Putin, mangiati pure quel tanto di Ucraìna che ti fa comodo; in cambio, se noi ci dissociamo dall’Europa, tu ci farai stare al caldo.
Non dico di no, è giusto avere paura, tutti abbiamo paura. Però la paura dev’essere temperata dal senso dell’onore e controllata dalla ragione, che ci dovrebbe far riflettere, per esempio, sull’errore compiuto da Francia e Germania alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando da principio chiudevano un occhio sulle mire espansionistiche di Hitler. Così facendo non arginavano il pericolo presentato da Hitler, ma gli regalavano un vantaggio per la campagna di aggressione contro il resto dell’Europa, aggressione che comunque ci sarebbe stata.
Putin, per parte sua, sa che gl’italiani hanno una lunga tradizione di vigliaccheria: non sarebbero mai capaci di una resistenza come quella di Stalingrado. Gl’italiani – com’è noto, ahimè, e come può essere documentato con dovizia di esempi – hanno dimostrato storicamente di non aver problema a far strame della parola data, degli accordi internazionali e dell’onore. Nasce di qui l’interesse di Putin per i partiti populisti, schiavi come sono dei sondaggi, i cui leader carismatici sono tanto più carismatici quanto più sono gaglioffi. E, viceversa, sono tanto più pericolosi quanto più sono carismatici.
I partiti populisti non sono razionali, non hanno una strategia di lungo termine, non si pongono il problema d’interpretare la realtà e illustrarla alla base elettorale, ma intercettano le pulsioni delle plebi, le assecondano e le portano all’esasperazione in funzione di un riscontro elettorale immediato. Se questa è la loro indole, è naturale che Lega e M5S, pensando alle prossime elezioni politiche, contino i “like” e tengano conto della natura vigliacca dell’italiano medio. D’altra parte, è noto, «Les italiens ne combattent pas» (per fortuna c’è qualche luminosa eccezione, che tuttavia non basta a cancellare il nostro disagio).

Il 10 Giugno 1940 l’Italia dichiara guerra a Inghilterra e Francia: pugnalando alla schiena la Francia ormai invasa dalle truppe naziste (Parigi viene occupata il 14 giugno), l’Italia sferra un attacco dalle Alpi occidentali e a fine giugno occupa una fascia di territorio larga una trentina di kilometri. Due anni dopo occuperà Savoia e Provenza. Fu una vigliaccata, come pure la campagna di Grecia del 1940-41.

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Il terzo polo di Conte

La volontà di potenza di Putin sarebbe poca cosa in Italia se non si sposasse con quel “potere forte” che è il peggiore di tutti, il più micidiale, quello ipostatizzato, inamovibile, dello “Stato profondo”. Ne fanno parte i sommi magistrati, la burocrazia di alto bordo, i cosiddetti Grands Commis de l’État È un potere nemico di qualsiasi riforma dello Stato, pronto a stringere alleanza con chiunque, a scapito del progresso della Nazione, pur di continuare a occupare la stanza dei bottoni.
Naturalmente i membri di questo potere non hanno una rappresentanza politica diretta in Parlamento, considerata la loro irrilevanza numerica. Perciò, per imporre i propri interessi e la propria mistica del potere, questa minoranza ha stretto da sempre, fin dai tempi dell’egemonia democristiana, un patto con i ceti sociali intermedi, in particolare con i ceti improduttivi, le masse impiegatizie inerti, che vivono nel terrore di una riforma dello Stato che li priverebbe dei privilegi dei quali godono, per miserabili ch’essi siano, perlomeno nella fascia bassa della burocrazia borbonica. Primo fra questi privilegi è quello del posto fisso, non soggetto a verifiche. Ma ce ne sono altri, più consistenti, via via che si sale nella piramide sociale dei percettori di reddito fisso, statale.
La novità di questi ultimi anni è che l’applicazione spesso sconsiderata, per niente “scientifica”, delle ricette liberiste, l’emergenza innescata dalla pandemia coronavirale e, ultimamente, le fosche prospettive associate al perdurare della guerra di Ucraìna hanno provocato un progressivo impoverimento della popolazione. Se la Lega Nord, quella del tempo di Bossi, aveva intercettato il malessere dei lavoratori, già elettori del PCI, abbandonati dagli aziendalisti traditori della classe operaia, adesso il Movimento delle cinque stelle intercetta i bisogni degli emarginati, dei nuovi poveri e delle masse impiegatizie inerti, le quali non si fidano più della tutela del PD, che pure le aveva trasformisticamente coccolate, voltando le spalle alla classe operaia.
Ultimamente il voto delle plebi e dei nuovi poveri è stato captato dal M5S che, trascinato dal furore moralistico di mandare affanculo la “casta”, non aveva elaborato (con quali strumenti, poi?) una politica di sviluppo, fondato sulla dignità del lavoro. Il (cosiddetto) Movimento ha preferito incassare il consenso elettorale degli emarginati, si è compiaciuto di assegnare loro un reddito di cittadinanza (peraltro, se è una cosa seria, non sarebbe nemmeno sbagliato), e annunciare per bocca di Di Maio, dal balcone di Palazzo Chigi, di aver sconfitto la povertà.
La verità è che hanno fatto del reddito di cittadinanza merce di scambio elettorale. Si dirà che il loro giochino è simile a quello della Democrazia cristiana del tempo andato; ma c’è una differenza, la Democrazia cristiana era un partito interclassista, per niente populista, ed aveva una classe dirigente preparata, talora anche provvista del senso dello Stato.[10] Il M5S ha invece un personale politico abborracciato, fatto di uomini politici largamente incompetenti: una pacchia per lo Stato profondo che li può manovrare e mettere nel sacco.
Viene naturale a questo punto domandarsi se sia stato veramente il Movimento, nella primavera del 2018, a scegliere come capo dell’esecutivo uno come Giuseppe Conte. Certo non fu indicato dalla Lega, l’alleato del futuro governo. Come che sia, la scelta di Giuseppe Conte fu tutt’altro che sbagliata. Lo Stato profondo che, come vedremo, aveva già stabilito ottimi rapporti con Di Maio, segretario del M5S, aveva bisogno che capo del nuovo governo fosse un uomo ignaro della politica, manovrabile, uno per ambizione disposto a tutto. Ad ogni buon conto, perché se la sbrigasse nelle questioni di politica spicciola, lasciarono che il M5S gli mettesse alle costole uno come Rocco Casalino.

Rocco Casalino, un vero talento di manovratore, è l’uomo che il M5S ha messo alle costole di Giuseppe Conte. In questa intervista Giovanni Minoli spiega come, insieme con Giorgio Gori, avesse trovato in Casalino qualcosa di più che un concorrente del Grande fratello televisivo: Casalino fu un personaggio preziosissimo per l’orientamento e il conseguente successo del programma.

Ma la strategia di potere, quella del potere che conta, non era né di Conte, né di Casalino il quale – particolare per niente trascurabile – a differenza di Conte, politicamente non veniva dal nulla: anzi, era stato l’artefice del successo elettorale del (cosiddetto) Movimento, ottenuto applicando alle masse degli aventi diritto al voto politico le tecniche di manipolazione collaudate sul gruppo dei concorrenti del Grande fratello televisivo (anch’essi con diritto di voto, e dal loro voto dipendeva l’andamento del gioco). Casalino era bravissimo nello svolgimento del lavoro sporco, come quando inviò via WhatsApp a due giornalisti quel messaggio, che fu poi recapitato ai giornali, con il quale “suggeriva” loro di scrivere — senza però fare il suo nome — che in seno al governo ci sarebbe stata una «megavendetta», nel caso in cui il reddito di cittadinanza non fosse passato.
Come scrivevamo nella precedente pagina di Nusquamia,[11] il rapporto tra Stato profondo e le plebi tributarie del voto al Movimento delle cinque stelle è di tipo gattopardesco, improntato all’assunto «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». È come se lo Stato profondo avesse detto a Conte «Devi far capire ai tuoi parlamentari che condizione necessaria perché le promesse elettorali siano mantenute, perché cioè si abbia la certezza che le sacche di non-lavoro, di lavoro inutile e di lavoro distruttivo non siano toccate, è che in certi passaggi essenziali dell’amministrazione dello Stato si faccia come vogliamo noi. In altre parole, voi diminuite pure il numero dei parlamentari, date la stura alle vostre mattane populiste, fate quel che volete, purché non disturbiate il manovratore, cioè noi; in ogni caso, guardatevi dal riformare lo Stato in contrasto con i nostri interessi». Mutatis mutandis, assistiamo a una riedizione del “patto sociale” dell’Italia post-unitaria, denunciato da Gaetano Salvemini: industriali del Nord e burocrati del Sud alleati per l’immobilismo, per il congelamento dei rapporti di forza esistenti, contro lo sviluppo civile, morale ed economico dell’Italia intera.

Adesso pigiamo il tasto di avanzamento rapido della moviola, veniamo ai nostri giorni, per la precisione al momento in cui divenne chiaro che PD e M5S sarebbero andati separati alle elezioni. Un partito come il M5S, soprattutto se guidato da Conte, purché con incarichi di governo, risulta interessante non soltanto per lo Stato profondo, ma anche per Putin. È precisamente la personalità ondivaga di Conte a rendere interessante il M5S. Se al suo vertice ci fosse Alessandro Di Battista, Putin sarebbe molto meno interessato. Per questa stessa ragione, Draghi il 14 luglio ha rassegnato le dimissioni, pur avendo riscosso la fiducia.[12]
Vediamo le cose dal punto di vista di Draghi. Il fatto è che non si può governare sotto schiaffo, perché se tu oggi tolleri uno sgambetto populista, dove mai si andrà a finire? Il 14 luglio la controversia era sul termovalorizzatore di Roma, ma alla prima occasione Conte sarebbe tornato alla carica, sollevando la questione degli aiuti all’Ucraìna, dopodiché chissà che cosa ancora non si sarebbe inventato. Perché, poi? Semplice, anche a non voler pensar male, cioè a non considerare l’eventualità che Conte subisca influssi diretti putiniani (impossibile, per uno come lui), o anche indiretti (questo invece è possibile): per ragioni di visibilità elettorale.[13]
Dal punto di vista di Putin, d’altra parte, è importante che i pentastrali siano guidati da uno come Conte, volubile come una tapparella, e che siano al governo. Proviamo a riflettere:

a) Il sociologo Alessandro Orsini è una delle firme del Fatto quotidiano.
b) Alessandro Orsini suggerisce un comportamento programmatico dell’Italia ambiguo nei confronti degli alleati europei ed occidentali, e Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, esprime il suo gradimento.
c) Travaglio, che finalmente sembra riuscito nell’intento di sostituire Casalino nel ruolo di coach di Giuseppe Conte, suggerisce all’avvocato degl’italiani, in particolare degl’italiani notoriamente alle vongole, di assumere un atteggiamento ambiguo, come preteso da Orsini il quale, non dimentichiamolo, è un “esperto”.
d) Giuseppe Conte, già ambiguo di suo, ammira l’ambiguità di Orsini, e decide di scimmiottarlo; tant’è che, prima che Draghi girasse l’interruttore e spegnesse il suo governo (che rimarrà in carica per gli affari ordinari), faceva capire che lui – certo – era dentro il governo ma nello stesso tempo rivendicava il diritto essere contro il governo.
e) A questo punto domandiamoci come andrebbe a finire per l’Italia nel contesto internazionale, se Conte tornasse a toccare palla governativa. Qualcuno – possibilmente un ingegnere e non un giurista – è in grado di simulare su un modello matematico quali potrebbero essere le conseguenze? Insomma, non è soltanto questione di far la figura dei peracottari, come sostiene Cacciari. Perché un conto è il PCI del tempo andato – una realtà seria nella storia dell’Italia – che manifestava nelle piazze contro la Nato, ma non pretendeva di governare con la Democrazia cristiana per poi indurla a far scorregge all’alleato americano. Altro è se zuzzurelloni come Orsini, Travaglio e Conte si mettono in testa che l’Italia – che essi presuppongono fatta tutta d’italiani alle vongole, e forse non hanno torto – debba andare dove il cuore trasporta Orsini. Il PCI aveva una posizione razionale, quella di Conte è roba da manicomio.

Alessandro Orsini, professore di Sociologia del terrorismo della Luiss, compulsivamente presente nei talk show televisivi, è un rappresentante perfetto della politica dello spettacolo ed un campione di ambiguità. Vuol essere istituzionale e si vanta del suo curriculum accademico “amerikano”, quello che farebbe di lui un esperto, per cui noi dovremmo prendere per buono tutto quel che dice; ma inorridisce al pensiero che Draghi non faccia come lui, che, finalmente in cattedra, ha in dispetto gli americani settentrionali. Si dice dalla parte di Kiev, ma sostiene che l’invasione dell’Ucraìna da parte dei russi è colpa degli americani. Tra l’altro, secondo lui, che è un “esperto”, quella dell’Ucraìna è «una resistenza sui generis», e il Presidente del Consiglio Mario Draghi che non la pensa come lui, pur essendo – dice – «un gran signore», oggi come oggi «merita soltanto un grandissimo disprezzo». In questo spezzone video, Orsini afferma l’opportunità che l’Italia si proclami immediatamente neutrale, appena la Russia dovesse colpire un paese della Nato. Ne è nata una polemica con Massimo Cacciari che, a differenza di Orsini, è un uomo di sinistra ed osserva: «Se la Nato entrasse in guerra, ci sarebbe il terzo conflitto mondiale, e non sarebbe più in gioco il fatto che l’Italia scelga di stare con la Nato oppure no. Queste sono ridicolaggini […], ormai il cervello è completamente portato all’ammasso e quindi evviva gli Orsini».[14]
A sentire Orsini, viene quasi voglia di valutare positivamente il giornalista putiniano Giulietto Chiesa (vedi qui sotto), l’antivaccinista, il negazionista dell’attacco alle Torri gemelle, il quale, se non altro, non è ambiguo, e la cui passione politica è autentica. In questo video di due anni fa, trasmesso dal canale di “informazione libera” Pandora TV, Giulietto Chiesa annuncia le prossime mosse di Putin, perlomeno quelle iniziali, per la “denazificazione” dell’Ucraìna: così dicono, Putin e Giulietto Chiesa.

Conclusione: se non vanno al governo, i M5S perdono ogni interesse, sia per lo Stato profondo, sia per Putin. E se al governo va il partito della Meloni? Se la Meloni insiste a dirsi atlantista, perde interesse per Putin, ma diventerà inevitabilmente oggetto di attenzione da parte dello Stato profondo. D’altra parte è noto che la burocrazia di Stato era rappresentata più che degnamente nel partito di Almirante, del quale il partito della Meloni è una costola. Quanto a Travaglio, chissà che cosa s’inventerà per rimanere nel gioco.

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La resistibile ascesa di Giuseppe Conte

Ma da dove salta fuori Giuseppe Conte, colui che oggi ha l’ambizione di trasformare quanto rimane dei pentastrali in un partito personale?
Proviamo a buttare giù per sommi capi le tappe decisive della resistibile ascesa di Peppiniello Conte, che non si era mai occupato di politica, nemmeno a Volturara Appula, e che divenne uno statista, poi capo del M5S, quindi chissà. Devoto di padre Pio, sgobbone, ambizioso, collezionista di punteggi a fini di carriera, professore di Diritto privato, avvocato cassazionista operante prevalentemente nel campo del diritto civile e commerciale, specialista in materia di arbitrati, il 1° giugno 2018 Giuseppe Conte diede vita al primo governo populista moderno (dunque non considerando il governo Mussolini, assai populista, in carica dal 1922 al 25 luglio 1943). Ma come ha fatto?
Il non rimpianto piucchepopulista Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha raccontato di essere stato lui, proprio lui, il pronubo di Conte. Bonafede, “cultore” a titolo gratuito di diritto privato presso l’Ateneo di Firenze, conobbe Conte all’Università, e divenne cultore oltre che della materia (serve a far punti ai fini del curriculum da presentare nei concorsi statali), anche dell’uomo. Sarà anche vero, Bonafede avrà presentato Conte al M5S, ma certo non è stata la raccomandazione del “cultore” ad orientare la scelta strategica su Conte. Occorreva il placet di qualcuno più importante, diciamo un Casaleggio, o un consigliere di Casaleggio.
Ma stiamo ai fatti. Al tempo del clamoroso successo elettorale del cosiddetto Movimento, suo capo politico è Luigi Di Maio. Fu Di Maio, ufficialmente, a vergare il nome di Conte, in una lista di ministri che fu recapitata per posta elettronica al presidente Mattarella. Questa trovata d’ingegno è preceduta da un altro episodio che ha dell’incredibile, ma è vero. Il 22 febbraio 2018 Di Maio – prima delle elezioni del 5 marzo! – pretese di essere ricevuto da Mattarella per conferire sul futuro governo (i sondaggi prevedevano un ampio successo del M5S). Fu uno sgarbo istituzionale che ha come precedente soltanto certe forzature, peraltro meglio dissimulate, da parte di Berlusconi.[15] Giustamente non fu ricevuto da Mattarella, ma ebbe udienza presso il segretario generale della Presidenza della Repubblica, al quale annunciò che avrebbe inviato la lista dei ministri. Così venerdì 2 marzo il presidente Mattarella riceve per posta elettronica, «una lista di ministri di un possibile Governo targato M5S»,[16] dove Giuseppe Conte è proposto come Ministro della Pubblica amministrazione. Non è dimostrabile che la lista “sgarbata” fosse stata stilata dalla Link Campus University, come pure correva voce; quel che è certo è che in quella lista figurano due ministri titolari d’insegnamento presso la Link Campus University: Paola Giannetakis (candidata agl’Interni) ed Elisabetta Trenta (candidata alla Difesa).
Bisognerà allora dire che cosa sia la Link Campus University: in breve, è una università privata approdata da Malta in Italia per interessamento di Vincenzo Scotti (attualmente presidente della medesima), già pezzo da novanta della Dc, più volte ministro, con esperienza dei servizi segreti. È la fucina della nuova burocrazia borbonica organizzata, opportunamente riformata con il progressivo abbandono del cazzeggio giuridico e l’assunzione di quello informatico. La Link Campus University fornisce corsi di formazione alla tecnoburocrazia di Stato, soprattutto nel settore “intelligence” (leggi: servizi segreti),[17] ed è stata l’incubatore di Di Maio, trattato con i guanti già prima che assumesse incarichi di governo, come dimostra questo video.

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Conferenza di alto profilo istituzionale di Di Maio alla Link Campus (6 febbraio 2018.

Viene finalmente il momento delle elezioni politiche, il 5 marzo; il responso delle urne assegna ai grilleschi una rappresentanza in Parlamento del 36%, mentre al centro-destra va il 42%, e al centro sinistra il 19%.
Il 5 aprile il presidente Mattarella dà avvio alle consultazioni per la formazione del nuovo governo. La strada appare fin da principio accidentata: il 18 aprile il Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati riceve il mandato esplorativo per verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare tra i partiti della coalizione di centrodestra e il Movimento delle cinque stelle; non se ne fa niente, perciò una settimana dopo è la volta di Roberto Fico, presidente della Camera, che riceve il mandato per verificare la possibilità di un’intesa per la formazione di una maggioranza parlamentare tra il M5S e il PD. Poiché nessuna soluzione appare all’orizzonte, il 7 maggio il Presidente della Repubblica prospetta la possibilità di nuove elezioni.
Subito dopo M5S e Lega fanno però sapere di essere in trattativa, stendono un programma politico, e non potendo pretendere, né l’uno, né l’altra, d’insediare a capo dell’esecutivo un loro uomo, si mettono d’accordo sulla figura scialba di Giuseppe Conte, il candidato ministro della precedente lista “sgarbata”. Trapela che Conte sia gradito non solo a Di Maio, che si abbevera alla Link Campus University, ma anche al giurista Guido Alpa, suo mentore e co-autore di pubblicazioni giuridiche, membro del Consiglio Editoriale della Eurilink Press, la casa editrice della Link Campus University.

Documentario realizzato dall’emittente televisiva La 7, un’inchiesta parallela sulla Link Campus University, che si è data il compito di svezzare la classe dirigente del M5S (perlomeno quelli più svegli, come Di Maio, il quale per molti aspetti ricorda la figura di Giulio Andreotti), e su Villa Nazareth, la residenza universitaria che ospitò Giuseppe Conte (che cercherà di calcare le orme di un altro cavallo di razza della DC, Aldo Moro). La Link Campus University e Villa Nazareth distano poche centinaia di metri e sono luoghi di grande democristianeria, opportunamente rinnovata secondo le esigenze dei tempi moderni.

Il 25 maggio Conte è convocato da Mattarella, e il 27 maggio ha in mano la lista dei ministri, tra i quali c’è il nome di Paolo Savona quale titolare del dicastero dell’Economia. La presenta a Mattarella che però oppone un veto al nome di Savona: è un euroscettico, fortemente voluto da Salvini, uno che potrebbe sfilare l’Italia dall’Eurozona. Il Presidente che costituzionalmente ha diritto all’ultima parola, non si esprime proprio così, ma questa è la sostanza delle cose. Conte rimette l’incarico nelle mani del Presidente della Repubblica. Di Maio ha uno scatto di rabbia, si fa paladino di Salvini (anche dello Stato profondo? non credo, in questo caso) e minaccia informalmente l’impeachment di Mattarella, perché – dice – «Ci è stato impedito di formare il governo del cambiamento». Conte tace, è un vaso di coccio tra vasi di ferro, tanto lui non decide niente.
Il 28 maggio il presidente Mattarella, che non vuole perdere tempo, conferisce a Carlo Cottarelli l’incarico di formare un governo tecnico di garanzia. Lega e M5S non demordono, sono pronti a sacrificare Paolo Savona; non solo, ma il 30 maggio fanno trapelare che sono pronti a ingoiare il rospo: chi ha orecchie per intendere, intenda. Infatti il 31 maggio Cottarelli rimette l’incarico di formare il governo, che viene immediatamente conferito dal Presidente a Giuseppe Conte. L’avvocato accetta l’incarico, Mattarella accetta la lista dei ministri.
Ecco, finalmente il dado è tratto, la scelta cade su Conte, che ha il faccino pulito e compunto della piccola borghesia meridionale, cattolico devoto di padre Pio, uno che al taschino porta la pochette a quattro punte (ancora non picchiava il pugno sul tavolo, all’occorrenza anche descamisado,[18] come fa adesso che è convinto di essere lui a comandare). Nella lista dei ministri che qualcuno ha stilato per Conte, frutto di accordi tra i potenti (accordi notturni? le cose importanti e le congiure della politica italiana sono frutto di conciliaboli notturni, suggerisce Concita De Gregorio, come abbiamo visto), agl’Interni non c’è più Paola Giannetakis, com’era scritto in quella prima lista “sgarbata” di ministri, vi andrà Matteo Salvini. Un compromesso accettabile, per Di Maio, che essendo stato svezzato dalla Link Campus University, è il più furbo di tutti. In ogni caso alla Difesa rimane Elisabetta Trenta, che è una potenza sia alla Link Campus University sia, in generale, nel sistema militare italiano, con tutte le sue ramificazioni. Di Maio è vicepresidente del Consiglio (insieme con Matteo Salvini), Ministro del lavoro e delle politiche sociali, e Ministro dello Sviluppo economico. Ministro dell’Economia sarà una figura scialba, Giovanni Tria, mentre Savona va agli Affari europei, ma ormai ha perso la grinta.
Ma vediamo le cose nell’ottica del potere, cioè del potere che conta: va bene, la prospettiva di uscire dall’Eurozona e forse dall’Europa è allettante per lo Stato profondo (che così evita di essere sorvegliato dalle autorità europee). Peccato, Savona non sarà Ministro dell’Economia, in compenso è salvo il principio che capo dell’esecutivo sia un uomo ignaro di politica, ambizioso e indeciso a tutto. Per lo Stato profondo, per la Link Campus University e per gli stessi Di Maio e Salvini (firmatari del patto di governo, i futuri veri padroni del governo, in qualità di Vicepresidenti del Consiglio dei Ministri) Conte è una pacchia.
Quando poi, al tempo del Papeete, nell’agosto 2019, Salvini innescò la crisi di governo, Conte non ci pensò due volte, fece il salto della quaglia e si accinse, con molta disinvoltura, a governare, questa volta non più con i leghisti, ma con il PD. Lo Stato profondo approva e rinnova il patto con i pentastrali; per lui non cambia niente, anzi è meglio così, perché nel Pd, a differenza che nella Lega, si trovano parecchi giuristi, e tra giuristi ci s’intende, tanto più che a capo dell’esecutivo continua ad esserci un giurista.

Mi fermo qui, per concludere che tutto si può dire di Conte, tranne che sia un uomo di sinistra. Si potrebbero ricordare le cose di destra che Conte ha fatto al tempo del suo primo governo, nel quale comandavano Di Maio e Salvini, e soprattutto Salvini, ma a ben vedere non è necessario. Basta quel poco che abbiamo detto su questa esemplare moderna incarnazione della democristianeria d’antan, per escludere che Conte sia un uomo di sinistra. Eppure, con questi precedenti non esattamente da rivoluzionario, pretende oggi di essere la punta di diamante di uno schieramento progressista! A suo tempo – addirittura! – il Fatto quotidiano faceva auspici per una sorta di riunificazione tra Pd e M5S con a capo Giuseppe Conte. A me sembrano cose da pazzi. Mi viene in mente Giancarlo Pajetta che non voleva accettare nel PCI la presenza di un giurista come Stefano Rodotà, che è stato il maestro di Guido Alpa che – a quel che si dice, come s’è visto – è stato il mèntore di Conte. Ora, se un giurista in cuor suo è favorevole a un mutamento del quadro istituzionale e, avendo dato le dimissioni dall’istituzione, presta la sua opera perché il sistema degli accordi stipulati dall’Italia con l’Europa e con gli altri Stati sia rovesciato, ebbene, la sua è una posizione rispettabile. Ma non può un giurista fare insieme l’istituzionale e l’anti-istituzionale. Non si possono fare due parti in commedia, per giunta sotto gli occhi di tutti, e quel che valeva per Rodotà, secondo Pajetta, vale oggi anche per Conte. La commedia della politica richiede, se non altro, il rispetto della convenzione scenica. D’altra parte anche nella commedia vera, quella rappresentata a teatro, è bene non giocare più del consentito con le maschere, come osserva Erasmo da Rotterdam.[19] Rodotà ha fatto male alla sinistra italiana, parimenti uno come Conte potrebbe dare il colpo di grazia alla sinistra, se i sogni di Travaglio si avverassero.
Si dirà che però un personaggio come Julien Sorel costituisce l’esempio di un “traditore” tutt’altro che spregevole: nel romanzo Il rosso e il nero di Stendhal, Julien Sorel abbraccia la carriera ecclesiastica perché sopravviva l’ideale napoleonico, per vendicare il grande còrso. Si risponde a questa osservazione obiettando che Julien Sorel era disonestamente istituzionale e onestamente rivoluzionario, e manteneva il segreto del tradimento, dunque era onesto con se stesso. Non chiedeva salvacondotti, non si appellava al diritto di tradire, come vorrebbero Alessandro Orsini e Marco Travaglio, e come Conte ha cominciato a fare (e così siamo tornati alla vecchia questioncella degl’italiani alle vongole). Vero è che Travaglio afferma che Conte è di sinistra, perché questo, precisamente, dimostrerebbe la sua biografia. Mah, se lo dice lui… È probabile però che abbia ragione Giuliano Ferrara, quando scrive: «Non si sa se sia più difficile la vita di Conte che deve seguire i consigli di Travaglio, o quella di Travaglio che deve dare un senso alla linea di Conte. Ma questo rapporto pare faccia perdere lucidità a entrambi».
E Natalìa Àspesi, femminista storica e firma eccellente del giornalismo di sinistra, rispondendo a una lettera inviata da un avvocato al Venerdì di Repubblica, scrive il 22 luglio 2022:

Caro avvocato, ecco fatto: il 14 luglio 2022 (1789 presa della Bastiglia) il suo collega Conte è riuscito a far dimettere un premier servitore dello Stato e non dei partiti, un uomo considerato in politica il più importante del mondo, una personalità che aveva messo a disposizione degli italiani la sua grande esperienza, il suo prestigio, l’essere fuori dai giochi miserandi dei piccoli poteri.
Se ha voglia, mi spieghi perché crede che un pasticcione senza storia sarebbe meglio di uno che ha condotto serenamente la Banca centrale europea. Non è di parole di sinistra che oggi il Paese ha bisogno, ma di competenza, di passione, del rispetto del mondo, di fiducia.
L’avvocato non ha nulla di tutto ciò. Andando alle elezioni non avrebbe neanche più voti: ma certo ci sono i vecchi amici cui accodarsi, la Lega per esempio. Allora, e questa volta lo chiedo io, chi lo finanzia? Perché un giornaletto pare edito solo per lui? Perché una televisione gli dedica ore ogni giorno? Come mai solo Putin si è detto felice della decisione di Draghi? E le democrazie sono preoccupate?

Un po’ pesante, direi, soprattutto nei confronti del Fatto quotidiano e dell’emittente televisiva La7. Io avrei posto la questione in termini leggermente diversi. Ma è il punto di vista di una giornalista lucidissima che, avendo compiuto di recente 93 anni, non ha paura di essere querelata, dati anche i tempi della giustizia italiana.
In ogni caso, rimanendo nelle coordinate del discorso di Natalìa Àspesi, Draghi rispetto a Conte è un male minore, e tra due mali si sceglie quello minore. Non è sbagliato scegliere il male minore, soprattutto nelle situazioni di emergenza. Così la pensava anche Karl Marx, per niente amico della borghesia, che però in occasione delle votazioni in Renania diede l’indicazione di votare per i borghesi: in quel momento storico il rafforzamento della borghesia industriale a danno degli junker (aristocrazia fondiaria, alte caste militari, burocrazia statale) era un fattore di progresso.

Travaglio si adopera, ormai da un po’ di tempo, per deporre l’uovo del cucùlo Conte nel nido della sinistra italiana: vuole che noi si muoia democristiani. Questa immagine è la locandina di un film del 2017: la storia di tre milanesi schierati a sinistra, e cineasti per passione. Ricevono una proposta di lavoro economicamente allettante, politicamente ed eticamente discutibile. Posto il problema se sia meglio fare cose pulite con i soldi sporchi, o cose sporche con i soldi puliti”, dapprima rifiutano, poi tentennano, infine cedono all’odiato “sistema”.
Per vedere il film su Raiplay, fare clic sull’immagine.

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[1] Vedi Elezioni, quattro poli in cerca d’autore.

[2] Nel Fatto quotidiano (vedi il numero in edicola il 14 agosto), il disegnatore satirico Disegni la presenta come un’esagitata “milfona” (accrescitivo dell’acronimo Milf).

[3] «Quand je m’y suis mis quelquefois à considérer les diverses agitations des hommes et les périls et les peines où ils s’exposent dans la Cour, dans la guerre, d’où naissent tant de querelles, de passions, d’entreprises hardies et souvent mauvaises, etc., j’ai dit souvent que tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre». (Pensées, 139).

[4] Come se non bastasse, ultimamente il PD si è ulteriormente fatto del male pretendendo di avere gli “occhi di tigre” e di vincere le elezioni di settembre stringendo alleanza con alcune frange di scappati di casa. Quella degli “occhi di tigre”, con cui Enrico Letta si è coperto di ridicolo, è una metafora assunta dalla serie cinematografica Rocky, interpretata da Sylvester Stallone. Gli occhi di tigre sono quelli di Rocky Balboa, “lo stallone italiano” che, dopo essersi ritirato dal mondo della boxe, riprende fiducia in se stesso e si ritrova ad avere nuovamente quei famosi che lo riporteranno alla vittoria. Così Enrico Letta spera di rinnovare i fasti che furono di Matteo Renzi.

[5] Vedi Elezioni 2022, Salvini presenta ’Credo’: «Atto di fede e della politica».

[6] Vedi Tutte le volte che Salvini ha elogiato Putin.

[7] Vedi Chi sono, dove sono e cosa faranno in Italia tutti i ricchi russi sanzionati dall’Ue.

[8] Da un lato il sottosegretario con delega ai servizi Franco Gabrielli precisa che il rapporto pervenuto al Corriere della Sera, successivamente desecretato, è stato redatto «sulla base di fonti aperte», cioè web, social, tv, radio, giornali e siti di informazione: il che dice tutto e niente. Dall’altro il Copasir nega di volersi sostituire ai servizi segreti e in particolare di aver mai voluto avviare «un’indagine su presunti influencer pro-Russia». Però «il testo presentato da Gabrielli non contiene i nomi contenuti nell’articolo del Corriere. Da dove spunta la famosa lista, quindi, continua a restare un mistero» (vedi sul Domani del 10 giugno 2022: La «lista dei putiniani» rimane un mistero).

[9] Si veda quanto abbiamo scritto su questo diario: Joseph Mifsud approda da Malta a Roma, con la Link campus University, e da Roma scompare nel nulla con i suoi (servizi) segreti.

[10] I notabili della Democrazia cristiana erano manovrati dallo Stato profondo che, all’occorrenza e secondo convenienza, si faceva portatore degl’interessi dei gruppi industriali. Per questo Palmiro Togliatti, segretario del PCI, sosteneva che la Democrazia cristiana, nonostante la sua base popolare, era diventata il «il comitato d’affari della borghesia».

[11] Vedi La strategia di Carlo Calenda: una “maggioranza Ursula”? Potrebbe spezzarsi il patto sociale gattopardesco che Travaglio si illude di governare?

[12] Draghi coglie al balzo l’opportunità offertagli dal non-voto in Senato del Movimento delle cinque stelle (i suoi rappresentanti rimangono in aula per non far venire meno il numero legale, ma non votano); invece quelli del “centro destra di governo”, cioè Lega e Forza Italia, escono dall’aula, che è un altro modo di non votare la mozione di fiducia, pur non votando contro.

[13] Mettiamo in chiaro, a scanso di equivoci, che chi scrive non è un guerrafondaio, men che meno chiede una guerra santa contro la Russia, o approva la decisione – poi revocata – di sopprimere il seminario dello scrittore Paolo Nori su Dostoevskij, onde «evitare ogni forma di polemica, soprattutto interna» (questa è un’idiozia maturata all’Università di Milano-Bicocca). Siamo contrari alla guerra santa, pensiamo anche che sarà bene non provocare Putin, come qualche volta la Nato ha mostrato di voler fare. Non per questo tuttavia accetteremo di buon grado le provocazioni di Putin, per due ragioni: la prima è che, razionalmente, non conviene darla vinta ai prepotenti; la seconda è che noi italiani dovremmo far qualcosa per non essere necessariamente, e sempre, “italiani alle vongole”. In particolare, l’Italia potrebbe dare un contributo per una soluzione della controversia russo-ucraìna, come quella a suo tempo (2014) proposta da Renzi, facendo del Donbass una regione dell’Ucraìna, simile a quella dell’Alto Adige in Italia: «Nel corso di un vertice convocato in Prefettura alla presenza di Merkel, Hollande e Cameron proposi a Putin e all’allora presidente ucraino Poroshenko un accordo che avrebbe forse potuto evitare l’avvelenamento dei pozzi» (M. Renzi. Il Mostro: Inchieste, scandali e dossier. Come provano a distruggerti l’immagine, Piemme, Milano 2022, p. 129).

[14] Vedi Vaffa incrociato tra Cacciari e Orsini.

[15] Si veda La sgrammaticatura costituzionale di Luigi Di Maio.

[16] Vedi Lista di ministri presentata da Di Maio (M5S).

[17] Alla Link Campus University, per esempio, si consegue il diploma di specializzazione in Scientific intelligence and security (spionaggio e controspionaggio telematico).

[18] Si veda Giuseppe Conte come l’asino di Buridano, dove Conte appare in versione iperpopulista, non più con la pochette a quattro punte, ma descamisado: urla, sbrocca e pesta i pugni sul tavolo.

[19] «Si quis histrionibus in scena fabulam agentibus personas detrahere conetur, ac spectatoribus veras nativasque facies ostenderet, nonne is fabulam omnem perverterit, dignusque habeatur, quem omnes e theatro velut lymphatum saxis eiiciant?».

Carlo Calenda trae il dado e rompe con l’ammucchiata

«A fare politica così non c’è dentro coraggio, non c’è dentro bellezza, non c’è dentro serietà, non c’è dentro onore»

Per rivedere l’intervista di Carlo Calenda, fare clic sull’immagine.

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Finalmente Calenda ha tratto il dado: ha proclamato, viste certe premesse e il precipitare degli eventi degli ultimi giorni, di non voler avere che fare con certi personaggetti della politica populista che Letta ha chiamato a far parte del “campo largo”. Precisa che l’averli chiamati poteva avere una sua logica, perché così impone un sistema politico-elettorale sbagliato quello che prende il nome di Rosatellum. Ma i personaggetti dovevano stare nei ranghi; invece, appena cooptati da Letta, hanno cominciato a scalciare, manifestando la ferma determinazione di comportarsi, nell’ambito della coalizione sulla falsariga dell’operato di Giuseppe Conte, che nel governo Draghi pretendeva di fare la quinta colonna per diritto non si sa bene se divino o travagliesco (“voto contro il governo Draghi, ma sono parte del governo Draghi: e chi ha qualcosa da dire contro, peste lo colga!), ovviamente con sussiego istituzionale e pochette a quattro punte, forse anche cinque. Draghi allora non intese assecondare i capricci di Conte (in realtà quelli di Casalino e di Travaglio), Calenda adesso decide di averne abbastanza dei personaggetti scappati di casa.
In realtà, niente di nuovo sotto il sole. L’operato di Conte, e quello dei personaggetti che nella coalizione di Letta pretendevano di replicare il cazzeggio comitale, ricordano il gesto compiuto nel 1972 da Donat Cattin, uno degli esempi più disdicevoli (diciamo così) di democristianeria: quando, in base a certe alchimie elettorali, Donat Cattin fu designato Ministro del Lavoro in un governo Andreotti, uno dei tanti. Donat Cattin si guardò bene dal rifiutare l’incarico di governo, ma nello stesso tempo non rinunciava al ruolo di verginella progressista; ebbe perciò la pensata di non presentarsi al giuramento che si tiene, ritualmente ed istituzionalmente, al momento dell’insediamento del governo; si recò invece dal barbiere che gli avrebbe scorciato i pochi capelli. Tutti dovevano sapere che era andato dal barbiere. Era il gesto plateale di un furbastro, un gesto per cui avrebbe avuto il plauso della plebe. Quindi, fatta la festa, gabbato lu santu. Donat Cattin divenne Ministro del Lavoro (in base a qualche escomatage a norma di cacata carta): il giorno successivo, avendo comunque intascato il bonus populista, prestò giuramento, come se niente fosse. Sembra incredibile, ma è tutto vero: si veda Quando Donat Cattin andò dal barbiere.

Due potentissimi (e temibili) notabili DC a passeggio per Piazza Montecitorio, Roma, negli anni ’70: a sinistra, Carlo Donat Cattin, detto “l’anima sociale” della Dc (e in qualche modo lo fu veramente), e Arnaldo Forlani, che fu detto il “coniglio mannaro” della Prima repubblica. Per diverse ragioni, abbiamo poco di che gloriarci di questi campioni di democristianeria, che pure furono classe dirigente del paese, consustanziali a quell'”Italia alle vongole” che non riusciamo a lasciarci alle spalle. Eppure Giuseppe Conte è riuscito ad essere peggiore perfino di Donat Cattin: populista, sfacciato a norma di cacata carta, come Donat Cattin, ma cinico, senza quell’afflato morale che bene o male c’era nel funambolico modello democristiano. Leggiamo in un articolo pubblicato da Formiche il mese scorso: «Non si possono giocare in politica tutti i ruoli possibili. Disinvoltamente e qualunquisticamente. Lo possono fare i populisti ma non certamente coloro che hanno una cultura politica, un profilo politico e una coerenza politica e culturale di fondo. Ecco perché di fronte a questi atteggiamenti – come quelli, appunto, del capo dei 5 Stelle – abbiamo il dovere di reagire. Non si può regalare a un partito populista e privo di qualsiasi identità la soluzione della “questione sociale” che è drammaticamente scoppiata nel nostro Paese dopo la doppia emergenza sanitaria e bellica».

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Calenda però al giochino “istituzionale-non istituzionale” che fu già di Donat Cattin, ultimamente di Conte, e recentissimamente degli scappati di casa cooptati da Enrico Letta nel campo largo, ha detto “non ci sto”; non accetta un gioco al massacro che – sono sue parole – è inteso alla «demolizione dell’area liberale della coalizione». In realtà il gioco è ancora peggiore; il sospetto è che i personaggetti volessero imporre a Letta tutto un pacchetto di intralci: antiche bùbbole no-Tav e no-Tap, un pizzico d’indignazione contro la vaccinazione obbligatoria, il veto a rigassificatori e termovalorizzatori, il rifiuto mistico delle centrali nucleari di nuova generazione ecc. Ma, soprattutto, in politica estera avrebbero preteso una linea in assonanza con le posizioni di Travaglio e Santoro, estremamente sensibili al messaggio di pace tolstojano (bisogna dire così, perché se dici che sono filo-putiniani si offendono). Le cartucce sui rigassificatori e sul cambiamento climatico erano già state sparate, e non ci voleva molto a capire che ci sarebbero stati nuovi botti. Mentre quelli sparavano, Letta dava l’impressione che avrebbe sopportato, sopportato, e sopportato ancora; Calenda invece ha detto “basta”.
Del resto, è dal tempo di Occhetto che il PCI, PDS, DS e PD (passando da una degenerazione all’altra di un partito che pure ebbe grandi meriti nella ricostruzione e modernizzazione dell’Italia) hanno rinunciato ad essere il partito della razionalità e del progresso; hanno rinunciato a una linea politica propria, elaborata dai organi interni non infiltrati da cattolici e aziendalisti, composti di persone competenti, in sintonia con i bisogni della base, e del paese. Da Occhetto in giù, nel partito che pure sarebbe l’erede della nobile tradizione del socialismo scientifico ed umanitario, si fa strada il vezzo di voler essere, costi quel che costi, in sintonia con il “nuovo che avanza”, con la cosiddetta società civile, con i diritti sempre più nuovi  e spesso bizzarri, con la moda del momento, di stranezza in stranezza. In base al principio fisico dell’horror vacui, in assenza di una linea politica e di un pensiero forte (il marxismo è stato messo in soffitta, molti adesso si dicono crociani o seguaci di Norberto Bobbio), il Pd è  tenuto sotto schiaffo da cattolici, aziendalisti e sacerdotesse del politicamente corretto; il colpo di mano è stato facilissimo, perché nessuno, o quasi, ha opposto resistenza. Era il tempo in cui Achille Occhetto si impadroniva delle leve del partito profittando miserabilmente della degenza in ospedale dal segretario in carica Alessandro Natta, persona per bene e cultore di Orazio. Invece Achille Occhetto era cultore di Carlo De Benedetti, che secondo lui era un capitalista buono; possedeva un veliero e discettava sulle scarpette antiscivolo più idonee per la barca, si mostrava in favore di macchina fotografica mentre a Capalbio sbaciucchia la moglie Aureliana Alberici, che lui avrebbe nominato ministro-ombra in un buffonesco governo-ombra, cioè di opposizione, del quale nessuno vide mai testimonianza. Ed è così, di degenerazione in degenerazione, che un certo giorno Giuliano Pajetta, un uomo tutto d’un pezzo, quando vide che Chicco Testa si compiaceva di fare il modello per un fotoromanzo, esclamò: «Ma dove cazzo va a finire questo nostro partito?».
Ma, venendo ai giorni nostri, al tempo dell’ubriacatura populista di Lega e Cinque stelle, della quale fu espressione perfetta il primo governo Conte, siamo stati in molti a sperare che il Pd, allora oggetto di sberleffo da parte dei grilleschi, potesse costituire un argine contro moralismo e populismo, e farsi paladino della razionalità. La speranza, per quanto mal riposta, si fondava su varie ragioni: la persistenza nella memoria del partito di un barlume dell’antica tradizione scientifica e umanitaria, la militanza, sia pure in posizione defilata, (anche) di personalità competenti e di profilo culturale ineccepibile. Insomma, da una parte i populisti, dall’altra il Pd. Fu un bel sogno, sfracellatosi sul principio di realtà.
I primi segnali preoccupanti vennero da Michele Emiliano, Presidente della Regione pugliese, del quale leggevamo alcune sortite, sempre più azzardate, nelle colonne del Fatto quotidiano. Sapevamo che era una persona intelligente, ex magistrato; però da un certo punto in poi ritenne opportuno, dopo aver deposto la toga del magistrato, di dismettere anche l’abito razionale dell’uomo laico, e lo fece per un piatto di lenticchie populiste. In difesa della sua Puglia (ma a ben vedere: quale?) si proclamò contrario al gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) che a suo dire avrebbe rovinato il paesaggio pugliese (tutte balle); come se non bastasse, cazzeggiò sullo stroncamento degli olivi malati di Xylella, facendosi spalleggiare populisticamente da Al Bano, Lino Banfi e da un attivista neo-borbonico. Vedi:

Per leggere l’articolo, fare clic sull’immagine. La sbandata populistica del Pd comincia con Michele Emiliano, che si propose di «guidare una nuova esperienza sudista, essendo giunto quasi al capolinea del suo mandato […] una riscossa popolare del Mezzogiorno rinsaldando vecchi legami con amministratori segnatamente di ultra/destra» (vedi Emiliano, Palamara e M5s: il mostro populista avanza). Le suggestioni populiste di Emiliano piacquero ipso facto a Marco Travaglio, che pretende di essere colui che ha raccolto il testimone di Indro Montanelli, con questa differenza, però: Indro Montanelli fu un toscano laico al servizio della borghesia lombarda, Marco Travaglio è un cattolico piemontese al servizio della burocrazia borbonica, che con il “deep State” (lo Stato profondo, dai servizi segreti ai Grands commis de l’État) ha stretto un  patto sociale, ostile al progresso morale, civile ed economico della nazione, all’insegna del “Tutto cambi purché niente cambi”.

Di cazzeggio in cazzeggio, Michele Emiliano fu uno dei primi a parlare dell’opportunità di una convergenza tra Pd e Cinque stelle. Travaglio approvava, e vi aggiungeva del suo; addirittura sognava un nuovo Ulivo (sano e vigoroso, naturalmente, non infetto dalla Xylella), una sorta di federazione tra Pd e Cinquestelle, sotto la guida di Peppiniello Conte, del quale lui sarebbe stato il burattinaio (in altre parole, Travaglio sarebbe stato il nuovo ‘coach’ di Conte, al posto di Casalino).
Calenda — lo dice nell’intervista presentata qui sopra — entra nel Pd quando il partito è nel tratto discendente della sua parabola, in opposizione al populismo infestante di Lega e M5S. In seguito, al tempo del secondo governo Conte, prende atto dell’apertura del Pd al populismo, e abbandona il partito, per fondarne uno tutto suo. Quando poi, recentemente — grazie a Conte — si è consumata la rottura tra Pd e M5S, Calenda prende in considerazione l’ipotesi di un patto elettorale col Pd, come del resto impone la logica del sistema elettorale vigente, il “Rosatellum”. Ma a tutto c’è un limite: Letta imbarca nuovi “scappati di casa” in particolare Fratoianni e Bonelli, rispettivamente segretario di SI – Sinistra italiana e di Europa Verde, i quali invece di stare buonini, giorno dopo giorno, alzano la voce, in un crescendo insopportabile di cinguettii Twitter: sono contrari alle scelte di politica estera dell’Italia, detestano i rigassificatori, gli equilibri di bilancio per loro sono una variabile indipendente, non intendono mettere in discussione lo sgangherato reddito di cittadinanza con il quale Di Maio pretendeva di aver sconfitto la povertà in Italia, per loro la cosiddetta “agenda Draghi” è poco più che carta da culo, come mostra questa vignetta di Mannelli pubblicata sul Fatto quotidiano, peraltro bella, anche se un po’ fascista:

Si comportano come il democristiano  Donat Cattin, o, in tempi più recenti, come l’avvocato di Volturara Appula: pretendono di stare nelle istituzioni, dunque di stare nel perimetro della Nato, ma nello stesso tempo vogliono avere mani libere per schierarsi contro la Nato. Ovviamente, non si è obbligati ad amare la Nato, ma se si prende posizione contro la Nato, “istituzionalmente”, allora bisogna trovare per l’Italia una via di uscita dal trattato di alleanza Nato. Tertium non datur. Altrimenti – per usare un’espressione di Massimo Cacciari – si è dei peracottari. Le cose non sono così facili a farsi, come pretenderebbe il sociologo del terrorismo Alessandro Orsini (e lui stesso terrorista dell’informazione), l’ultimo coniglio estratto dal cappello di prestigiatore mediatico di Travaglio, perfetto esponente della società dello spettacolo. Così non si fa, per la ragione che non si può fare. Al massimo si fa la figura del leghista zuzzurellone Claudio «Aquilini» Borghi, che pretendeva che l’Italia non solo abbandonasse il culto mistico dell’euro, la cui liturgia è stata fondata da Prodi e Ciampi, ma rinunciasse all’euro e tornasse alle vecchie lire: pur rimanendo in Europa!
Questo groviglio di contraddizioni parve troppo perfino a Calenda (che non dimentichiamo, ahinoi, è un aziendalista, anche lui). Come ha osservato Matteo Renzi, non senza malizia,  «per imbarcare Fratoianni e Bonelli, Letta ha fatto scappare l’unico che li avrebbe portato fuori dal solito recinto Dem». Insomma, passino i cattolici, passino le femministe (ci abbiamo fatto il callo, nessuno ha più il coraggio di ribellarsi), ma i i mistici che  – con manifesto disprezzo delle tre leggi della termodinamica – discettano di cambiamento climatico giurando sulle parole di Greta Thumberg, quelli che non vogliono i termovalorizzatori a Roma ma gli sta bene se i rifiuti sono smaltiti in Emilia Romagna (vedi Rifiuti, l’Emilia Romagna aiuta Roma nello smaltimento), quelli che non vogliono le centrali nucleari di nuova generazione in Italia, ma non fanno niente perché non si acquisti dalla Francia l’energia di produzione nucleare, gli orfani di Giulietto Chiesa in fatto di geopolitica putiniana, insomma questi mattacchioni insieme “istituzionali” e “non istituzionali”, proprio come il campione di democristianeria Donat Cattin, del quale si diceva, che pretendeva di avere una verginità politica e perciò andava dal barbiere, ma poi giurava fedeltà al mandato istituzionale e diventava ministro: per favore, quelli no, proprio no! Dice Calenda che è una questione di coerenza: prima che una «coerenza di linguaggio», una «coerenza valoriale». È anche una questione di onore: sì, di onore, e non di amore, come è scritto in questo lancio d’agenzia dell’Agi, e forse hanno scritto “amore” invece che “onore”, perché l’onore è una virtù politicamente scorretta:

Piaccia o non piaccia (a noi piace) Calenda si trova nella stessa posizione lucidamente annunciata qualche giorno prima da Maria Elena Boschi. In fondo, quella escogitata da Enrico Letta era soltanto una «immaginifica alleanza per non governare, un capolavoro strategico che entrerà negli annali della politica e presto, prestissimo sarà studiato a SciencePo a Parigi», così scrive Christian Rocca su Linkiesta.

Per ascoltare il dolce eloquio e il pacato ragionamento di Maria Elena Boschi, la donna gentile della politica italiana, fare clic sull’immagine.

Non abbiamo la palla di vetro, perciò non conosciamo i passaggi del ragionamento che hanno indotto Calenda a questa sua «sofferta decisione»; è troppo presto – nel momento in cui scriviamo queste righe – fare previsioni sulla prossima mossa, eventualmente quella di costituzione di un terzo polo, con Renzi, per dare rappresentanza politica credibile a coloro che auspicano per l’Italia un governo che si faccia protagonista di un’azione riformatrice, necessariamente punitiva per la burocrazia borbonica (hoc est in votis: un periodo di rivoluzionario terrore antiburocratico), quella burocrazia che, con l’aiuto della Link Campus University (cara a Di Maio e a Conte) oggi si trasforma, si camuffa, diventa tecno-burocrazia e, più forte che pria, continua a sottrarre linfa ai cittadini, a impedire loro di esistere. Di un’azione di governo, soprattutto, si ha bisogno, che non abbia remore a disprezzare il populismo e non si faccia intimidire dalle lobby cattoliche, che tutto sommato hanno meno “divisioni” di quante vanno millantando, dalle pompe politicamente corrette, dalle prediche neo-savonaroliane di Travaglio.
Però possiamo dire perché la mossa di Calenda debba essere considerata positivamente, sia che a settembre le elezioni siano vinte dalla destra in maniera eclatante, tale da sfociare in un incarico di governo all’uomo, o alla donna, da loro designato, o designata, sia che la destra riporti soltanto una maggioranza relativa.
Se la destra unita riporta la maggioranza assoluta, l’alleanza del Pd con gli scappati di casa (che, ricordiamo, è rabberciata da un’unica motivazione, quella elettorale) si scioglierà immediatamente, perché «con questa gente sai che non governerai mai», come dice Calenda, a maggior ragione se l’alleanza è perdente. A questo punto l’Italia che lavora e che ragiona potrà contare su un terzo polo, pronto ad assumersi responsabilità di governo, alla prossima tornata elettorale.
Se invece la destra unita riporta soltanto la maggioranza relativa, potrebbero darsi le condizioni perché il Presidente della Repubblica dia l’incarico di governo a un uomo designato da Pd e Azione. In tal caso agli scappati di casa non rimane che stare a guardare, ed il Pd, finalmente, rinsavirebbe.

Come che sia, in onore della sofferta decisione di Carlo Calenda, presentiamo qui Il più bel giorno della mia vita, film del 2002, diretto da Cristina Comencini, che è la madre di Carlo Calenda: il film è interpretato, da Virna Lisi, Margherita Buy, e Luigi Lo Cascio, tutti molto bravi.

‘Il più bel giorno della mia vita’, film del 2002, diretto da Cristina Comencini, con Virna Lisi, Margherita Buy, e Luigi Lo Cascio. Per vedere il film sulla piattaforma You Tube, fare clic sull’immagine.

Questo è l’unico film di Cristina Comencini oggi disponibile sulla piattaforma YouTube. Non è male, non è uno dei migliori, ma vale la pena vederlo. Da non perdere tuttavia sono questi due film, tra i quali corre la distanza di 15 anni, e che si valgono entrambi della partecipazione intensa di Giovanna Mezzogiorno. Possono essere visti in streaming, entrambi, sulla piattaforma Amazon.

‘La bestia nel cuore’, film di Cristina Comencini girato nel 2005, con Giovanna Mezzogiorno, Angela Finocchiaro e Luigi Lo Cascio. Fare clic sull’immagine per accedere alla piattaforma di flusso audiovisivo.

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Tornare’, film diretto da Cristina Comencini, nel 2019. Fare clic sull’immagine per accedere alla piattaforma di flusso audiovisivo.

Non volendo  fare un torto a Peppiniello Conte, non possiamo dimenticare che anche lui ha una relazione con il mondo del cinema: la sua compagna, infatti, è figlia della dolcissima Ewa Aulin, che fu il sogno di milioni di adolescenti italiani negli anni 60 e 70. Qui sotto la vediamo in un film girato a Londra nel 1967 da Tinto Brass, agli inizi della sua carriera, quando ancora era un regista sperimentale.

Col cuore in gola’, di Tinto Brass, girato nel 1967, con Ewa Aulin e Jean-Louis Trintignant. Per vedere il film sulla piattaforma You Tube, fare clic sull’immagine.

P.S. – L’autore dell’articolo non è propriamente su posizioni politicamente liberali, men che meno ‘liberal’, ed è consapevole dei limiti caratteriali di Carlo Calenda. Ma è anche antropologicamente alieno dal populismo, e ha in dispetto gl’«italiani alle vongole» e il «volemose bene», come diceva Mario Pannunzio, direttore del Mondo, dal 1949 al 1966. Colui che nelle disposizioni testamentarie scrisse: «Se ai miei funerali si presenta Eugenio Scalfari, cacciatelo». L’autore fa presente, per quanto la cosa rivesta pochissimo interesse, che la sua posizione politica si colloca nella tradizione del socialismo scientifico ed umanitario, ivi comprese contraddizioni reali ed apparenti. Calenda e Renzi, per provvidenziale intervento di eterogenesi dei fini, potrebbero essere un predellino per procedere a una riflessione ed a una prassi razionale.

Malaparte inviato di guerra in Ucraìna: il vento nero e gli ebrei crocifissi nel Donec’k

Un racconto del tempo quando gl’italiani erano belligeranti in Ucraìna

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Nel romanzo ‘La pelle’, pubblicato nel 1949, Curzio Malaparte, ufficiale di collegamento con il comando alleato, descrive il degrado materiale e morale dell’Italia sconfitta, da Napoli, che nel 1944 costituisce un’anticipazione della Saigon degli anni ’70, a Roma, a Firenze, fino a Milano il 29 aprile 1945, il giorno di Piazzale Loreto. Il capitolo ‘Il vento nero’, per cui ‘La pelle’ fu messa all’Indice dei libri proibiti, contiene una digressione sulla voce del “vento nero”, che Malaparte sentì la prima volta nel 1941 in Ucraìna, dov’era stato corrispondente di guerra.
Qui sotto, un’inquadratura del film ‘La pelle’ (1981) che Liliana Cavani ha tratto liberamente dal libro: Curzio Malaparte e la principessa Consuelo Caracciolo a cena sulla terrazza della villa Malaparte a Capri. Facendo clic sull’immagine vediamo il provino del film, che s’inizia nella piazzetta di Capri e termina con uno scorcio d’interno della villa.

Abbiamo visto in un articolo della pagina precedente[1] che il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) fu costituito nel luglio 1941. Quindi, con l’approssimarsi dell’inverno (il primo dei due inverni della campagna di Russia), in previsione di una nuova offensiva nella primavera del 1942, fu messa in stato d’allerta l’8ª Armata italiana, che già esisteva, fin dalla Prima guerra mondiale, e che per l’occasione prese il nome di Armata Italiana in Russia (ARMIR), comprendente due corpi d’armata. Nella carta qui sotto vediamo le manovre dei corpi di spedizione italiani nel periodo che va dall’estate del 1941 a quella successiva.

(Fare clic sull’immagine per vederla ingrandita.) Il villaggio di Kostjantynivka, dove si trovava Malaparte al tempo dell’episodio del “vento nero” dell’Ucraìna, è indicato con un circoletto rosso. La città di Stalino (oggi Donec’k, capitale dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donec’k), il cui nome è sottolineato, rappresenta il punto dove il CSIR si attestò (insieme con i germanici), prima dell’inverno del 1941.

Curzio Malaparte (1898-1957) fu una delle intelligenze scomode del Novecento: colto e sfrontato, interpretò personaggi diversi, in diversi momenti della sua vita intensa, ma anche simultaneamente, in felice (per lui) contraddizione. Fu tuttavia tenacemente fedele a se stesso, al suo essere “arcitaliano” o, come afferma Giordano Bruno Guerri nel documento che presentiamo qui sotto, “nazionalpopolare”.[2]

Come per D’Annunzio, anche per Malaparte non conta la realtà delle cose, ma quella della parola, con la quale entrambi sognano di plasmare il mondo reale, come per forza d’incantamento. Inutile chiedere a Malaparte se quel ch’egli scrive sia vero; lui risponderebbe: «Non è importante che sia vero, è importante che sia arte».[3] Anche se D’Annunzio, con l’impresa fiumana, raggiunse l’obiettivo demiurgico con più fortuna di Malaparte, è innegabile che i due avessero parecchi tratti in comune: l’estetismo, il gusto per il lusso, l’arditismo bellico, l’amore per i cani, la voluttà di épater le bourgeois, l’essere stati entrambi autori (anche) in lingua francese; né andrà trascurato che furono entrambi allievi del Collegio Cicognini di Prato, nel quale ebbero un’educazione classica di prim’ordine. In una cosa tuttavia differivano, anzi erano agli antipodi: Malaparte era un uomo bellissimo e vanitoso, D’Annunzio era vanitoso ma di aspetto meschino. Peraltro Malaparte, più giovane, mostrava di disprezzare colui che fuori di dubbio l’aveva preceduto sulla strada del dandismo.[4]
In un articolo scritto da Giampiero Mughini per il Foglio leggiamo:[5]

Durante la sua vita Malaparte era stato tutto e il contrario di tutto. Da giovanissimo era stato un volontario della Prima Guerra Mondiale [a 16 anni, inquadrato nella Legione garibaldina: N.d.Ar.], su cui pubblicherà un libro dal titolo scandalizzante, “Viva Caporetto”, immediatamente sequestrato e che lui ripubblicherà a sue spese con un nuovo titolo, “La rivolta dei santi maledetti”. C’era anche lui tra quelli che marciarono su Roma nell’ottobre del 1922, e del resto in una lettera a Piero Gobetti (un antifascista integrale che gli era amico) si autodefiniva “un fascista nato”.

Malaparte fu, tra l’altro, direttore della Stampa, dal 1929, ma non per molto tempo: fuor di dubbio era bravo, e anche fascista, sì, ma “frondista”, dunque ingombrante; lasciò la direzione nel 1931. Poi fu arrestato, nel 1933, su richiesta di Italo Balbo, perché accusato di aver messo in giro la voce che il trasvolatore e futuro governatore della Libia intendesse fare la scarpe a Mussolini. Dopo un mese trascorso in una fetida cella a Regina Coeli, fu condannato a cinque anni di confino all’isola di Lipari.

Malaparte davanti alla Chiesa dell’Annunziata a Lipari, la cui scalinata, a forma di trapezio isoscele con il lato corto in basso, fu presa a modello per la rampa di accesso alla terrazza della villa caprese.

Due anni dopo gli fu concesso, per intercessione di Galeazzo Ciano,[6] di trasformare il confino sull’isola in soggiorno obbligato, a Forte dei Marmi, dove acquistò una villa vicino alla Capannina e condusse vita sfarzosa (era uno scrittore di successo, non gli mancavano le risorse economiche) ed ebbe una relazione con Virginia Bourbon, vedova di Edoardo Agnelli, osteggiata dal senatore capostipite, il quale temeva che lo scandalo potesse influire negativamente sulle buone relazioni della Fiat con il regime.
Tornato all’antico mestiere di giornalista, grazie ai buoni uffici dell’amico Galeazzo Ciano, fu inviato del Corriere della Sera nell’Africa Orientale Italiana. Dopo la dichiarazione di guerra del giugno 1940, «consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia» (così si espresse Mussolini davanti a una folla oceanica e in visibilio, accalcata davanti a Palazzo Venezia), Malaparte è mobilitato, assegnato al 5º Reggimento alpini col grado di capitano, ed inviato al fronte alpino; quindi, in seguito ad accordi intervenuti tra il Ministero della Guerra e il Minculpop, è indirizzato al fronte greco, da dove comincia a inviare le sue corrispondenze di guerra, stampate sul Corriere della Sera. Poi si sposta in Bulgaria, Croazia, Ungheria, infine in Bessarabia (Moldavia) ed Ucraìna, sempre come corrispondente di guerra, questa volta al seguito di una divisione dell’11ª Armata tedesca, fino al dicembre 1941. Eccone una:

Pare però che il comando tedesco non fosse molto contento di Malaparte, che «avrebbe assunto negli scritti un atteggiamento contrario al nazional-socialismo ed avrebbe, tra l’altro, lodato l’efficienza e l’organizzazione dell’esercito russo»;[7] perciò, dopo la pausa natalizia del 1941 trascorsa a Roma, Malaparte seguirà le operazioni di lontano. Il 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, si trova in Finlandia e di qui raggiunge l’Italia, dove viene arrestato per ordine del governo Badoglio (in quanto fascista) e soggiorna per breve tempo a Regina Coeli, dove già era stato, prima del confino a Lipari. Chiede, ed ottiene, di essere detenuto nella stessa cella del quarto braccio. Liberato, si ritira a Capri, dove aveva acquistato uno scoglio e vi aveva fatto costruire una villa singolare, un capolavoro di architettura razionalista, dove Jean-Luc Godard ambienterà parte del film Il disprezzo (1963), con Brigitte Bardot e Michel Piccoli.

Vista aerea della villa di Curzio Malaparte a Capri, dove Jean-Luc Godard ha girato alcune scene del film ‘Il disprezzo’, interpretato da Michel Piccoli e Brigitte Bardot: le vediamo facendo clic sull’immagine qui sotto. Sulla villa e la gestazione del suo progetto si veda Curzio Malaparte: “Casa come me”.

Nel novembre 1943, quand’era a Capri, Malaparte è arrestato di nuovo, questa volta su indicazione del controspionaggio americano (CIC, Counter Intelligence Corps): si vuole veder chiaro sul ruolo che ebbe in Grecia in collaborazione col conte Ciano, ma è rilasciato una settimana dopo. Da questo momento comincia la sua collaborazione con il comando alleato.


La Pelle (che in origine doveva intitolarsi La peste: il titolo fu cambiato perché nel frattempo era uscito con lo stesso titolo il romanzo di Albert Camus) può essere considerato un centone di corrispondenze di guerra, questa volta dal fronte interno, quello di un’Italia vinta, umiliata, martoriata. Il libro comprende dodici capitoli: sono le tappe dell’itinerario compiuto da Malaparte, vinto tra i vincitori, con il grado di capitano del Corpo Italiano di Liberazione, nel ruolo di ufficiale di collegamento con il comando alleato. Gli è vicino il colonnello Jack Hamilton (che dobbiamo identificare nel colonnello Henry H. Cumming, al quale il libro è dedicato) con il quale s’intende perfettamente: «Ed io mi misi a recitare a bassa voce, in greco, i versi dell’Iliade, nei quali Achille sorge dallo Scamandro “simile al luttuoso astro d’autunno chiamato Orione”. E quando tacqui, Jack seguitò, guardando la luna sorgere sui monti del Lazio, e scandiva gli esametri omerici nel modo cantante della sua Virginia University».
Un certo pomeriggio Malaparte in compagnia dell’amico Jack assiste al rito pagano della “figliata”, perché Jack «si sentiva in dovere non trascurare nessuna occasione di conoscere quella misteriosa Europa, che gli americani erano venuti a liberare». La “figliata” – leggiamo nella Pelle – è «la famosa cerimonia sacra che si celebra ogni anno, segretamente, a Torre del Greco, e alla quale convengono, da ogni parte d’Europa, i più alti sacerdoti della misteriosa religione degli Uraniani: ma non m’era mai riuscito di assistere a quell’arcano rito. La celebrazione di quell’antichissima cerimonia (il culto asiatico della religione uraniana è stato introdotto in Europa dalla Persia poco prima di Cristo, e già durante il regno di Tiberio la cerimonia della figliata era celebrata nella stessa Roma in molti templi segreti, di cui il più antico nella Suburra) era stata sospesa durante la guerra: ed ora era la prima volta, dopo la liberazione, che quel misterioso rito tornava in onore».[8]
Dev’essere stato uno spettacolo forte, impressionante, perfino per uno come Malaparte. Il quale deve aver dormito male quella notte, fin da principio, tant’è che si sveglia, madido di sudore, si affaccia alla finestra, e riconosce, o gli pare di riconoscere – con Malaparte niente è mai certo – la voce triste del “vento nero”. L’aveva sentita quand’era inviato di guerra in Ucraìna. Ecco dunque aprirsi un altro quadro, un’altra corrispondenza dal mondo dell’orrore, che solitamente in questo libro è il mondo delle macerie d’Italia (non sempre, però). E poiché abbiamo imparato che nel racconto di Malaparte non c’è da aspettarsi continuità spaziotemporale, o un nesso logico cogente, non ci rimane che leggere queste pagine controverse, e pensare che l’orrore dell’Ucraìna riguarda anche l’Italia: la pietà dei vincitori per i vinti, cioè la solidarietà, serve a ben poco, come a niente servì la solidarietà di Malaparte per gli ebrei crocifissi dai tedeschi: anzi fu una sua colpa, come quella dei cristiani in Ucraìna, nei confronti degli ebrei. La solidarietà non restituisce la vita ai morti, né dignità agli offesi, e non riscatta dal meritato disprezzo i vincitori. La pietà, quella vera, è la pietà che i vinti hanno per se stessi, «l’antica, meravigliosa pietà del popolo napoletano. Esso non aveva soltanto pietà degli altri: ma di se stesso». Del resto «Cristo esige dagli uomini la pietà, non la solidarietà. La solidarietà non è un sentimento cristiano». E non sai se Malaparte stia giocando con le parole, o se abbia un concetto della pietà così sottile, così difficile, da non poter essere spiegato. Nel capitolo sul vento nero, un ebreo nudo, le braccia aperte in croce, «le mani inchiodate a due grossi rami che si partono dal tronco dell’albero» rimprovera Malaparte con queste parole: «Che pietà è la vostra? che vuoi che ne facciamo della vostra pietà? Ci sputiamo sopra, alla vostra pietà». Nell’unico suo film, Il Cristo proibito, Malaparte torna sull’argomento e, in un gioco di paradossi nel quale si sente l’eco di suggestioni dostoevskijane, fa dire a un suo personaggio: «Un Cristo solo non basta», ci vuole un’imitazione perenne.

Ecco le pagine sul “vento nero”:

Il vento nero

dalla Pelle, di Curzio Malaparte

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Il vento nero cominciò a soffiare verso l’alba, e io mi destai, madido di sudore. Avevo riconosciuto nel sonno la sua voce triste, la sua voce nera. M’affacciai alla finestra, cercai sui muri, sui tetti, sul lastrico della strada, nelle foglie degli albe­ri, nel cielo su Posillipo, i segni della sua presenza. Come uo­mo cieco, che cammina a tentoni, accarezzando l’aria e sfio­rando gli oggetti con le mani protese, così fa il vento nero: che è cieco; e non vede dove va, e ora tocca quel muro, ora quel ramo, ora quel viso umano, e ora la riva ora il monte, lasciando nell’aria e sulle cose la nera impronta della sua lie­ve carezza.
Non era la prima volta che udivo la voce del vento nero, e subito la riconobbi. Mi destai, madido di sudore, e affaccia­tomi alla finestra scrutai le case, il mare, il cielo, le nuvole alte sul mare.
La prima volta che udii la sua voce ero in Ucraina, nell’e­state del 1941. Mi trovavo nelle terre cosacche del Dnieper, e una sera i vecchi cosacchi del villaggio di Costantinovka, seduti a fumar la pipa sulla soglia delle case, mi dissero: «Guarda il vento nero, laggiù». Il giorno moriva, il sole affon­dava nella terra, là in fondo all’orizzonte. L’ultimo bagliore del sole toccava, roseo e trasparente, i più alti rami delle bianche betulle, e fu in quell’ora triste, in cui il giorno muo­re, che io vidi per la prima volta il vento nero.
Era come un’ombra nera, come l’ombra di un cavallo nero, che errava incerta qua e là per la steppa, e ora si avvici­nava cauta al villaggio, ora si allontanava spaurita. Qualcosa come l’ala di un uccello notturno sfiorava gli alberi, i cavalli, i cani, sparsi intorno al villaggio, che subito prendevano un colore oscuro, si tingevan di notte. Le voci degli uomini e degli animali parevano pezzi di carta nera, che volavan nel­l’aria rosea del tramonto.
Me ne andai verso il fiume, e l’acqua era densa e oscura. Alzai gli occhi alla chioma di un albero, e le foglie eran luci­de e nere. Raccolsi una pietra, e nella mia mano la pietra era nera e pesante, impenetrabile allo sguardo, come un grumo di notte. Le ragazze che tornavano dai campi verso le lunghe e basse tettoie del kolkhoz avevano gli occhi neri e lucenti, le loro risa libere e fresche si alzavan nell’aria come neri uc­celli. Eppure il giorno era ancora chiaro. Quegli alberi, quel­le voci, quegli animali, quegli uomini, già così neri nel gior­no ancora chiaro, mi riempivano di un sottile orrore.
I vecchi cosacchi dal viso rugoso, dal gran ciuffo avvolto al sommo del cranio rasato, dissero: «È il vento nero, il ciorni vetier» e scuotevan la testa, guardando il vento nero vagare incerto qua e là per la steppa come un cavallo spaurito. Io dissi: «Forse è l’ombra della sera, che tinge di nero quel ven­to». I vecchi cosacchi scuotevan la testa, dicendo: «No, non è l’ombra della sera che tinge il vento. È il ciorni vetier che tinge di nero tutto quello che tocca». E m’insegnarono a ri­conoscere la voce del vento nero, e il suo odore, il suo sapo­re. Prendevano in braccio un agnello, soffiavano nella nera lana, e la radice del vello appariva bianca. Prendevano un uccellino nella mano, soffiavano nelle nere, soffici piume, e la radice delle piume appariva tinta di giallo, di rosso, di az­zurro. Soffiavano sull’intonaco di una casa, e sotto la nera peluria lasciatavi dalla carezza del vento traspariva il biancor della calce. Affondavano le dita nella nera criniera di un ca­vallo, e fra le dita il pelo baio riappariva. I cani neri che ruz­zavano nella piazzetta del villaggio, ogni volta che passavano dietro una palizzata o dietro un muro, al riparo dal vento, si accendevano di quel colore fulvo che è il colore dei cani co­sacchi, e subito si spegnevano non appena si rituffavan nel vento. Un vecchio disseppellì con le unghie una pietra bian­ca affondata nel terriccio, la raccolse nel palmo della mano, la gettò nel fiume del vento: pareva una stella spenta, una nera stella che affondasse nella chiara corrente del giorno. Imparai così a riconoscere il vento nero dall’odore, che è l’o­dore dell’erba secca, dal sapore amaro, amaro e forte come il sapore delle foglie d’alloro, e dalla voce, che è meravigliosa­mente triste, piena di una profonda notte.
Il giorno dopo, andavo a Dorogò, a tre ore da Costantinovka. Era già tardi, e il mio cavallo era stanco. Andavo a Dorogò a visitare quel famoso kolkhoz, dove si allevavano i migliori cavalli di tutta l’Ucraina. Ero partito da Costantinovka verso le cinque del pomeriggio, e contavo di giungere a Dorogò prima di notte. Ma le recenti piogge avevano mu­tato la pista in un fosso pieno di fango e travolto i ponti sui fiumiciattoli, assai frequenti in quella regione, costringendo­mi a risalire o a scendere lungo la riva in cerca di un guado. Ed ero ancora lontano da Dorogò quando il sole affondò nel­la terra con un tonfo sordo, là in fondo all’orizzonte. Il sole, nella steppa, tramonta all’improvviso, cade nell’erba come un sasso, col tonfo di una pietra che urta la terra. Appena la­sciata Costantinovka m’ero accompagnato per un lungo trat­to con un gruppo di cavalieri ungheresi che andavano a Stalino. Cavalcavano fumando lunghe pipe, e ogni tanto si fer­mavano parlando fra loro. Avevano voci morbide e cantanti. Credevo si consultassero sulla strada da prendere, ma a un certo punto il sergente che li comandava mi domandò in te­desco se volevo vendere il mio cavallo. Era un cavallo cosac­co, conosceva ogni odore, ogni sapore, ogni voce della step­pa. «È il mio amico» risposi «io non vendo gli amici.» Il ser­gente ungherese mi guardò sorridendo: «È un bel cavallo» disse «ma non vi deve esser costato molto denaro. Potete dir­mi dove lo avete rubato?». Sapevo come si risponde ai ladri di cavalli, e risposi: «Sì, è un bel cavallo, corre come il vento per tutto il giorno, senza stancarsi: ma ha la lebbra». Lo guar­davo in faccia, e ridevo. «Ha la lebbra?» disse il sergente. «Non mi credi?» dissi «se non mi credi, toccalo, e vedrai che ti darà la lebbra.» E accarezzando il fianco del cavallo con la punta del piede me ne andai lentamente senza voltarmi in­dietro. Li udii ridere e gridare per un bel pezzo, insultando­mi: poi con la coda dell’occhio vidi che avevano obliquato verso il fiume, e galoppavano serrati in gruppo, agitando le braccia. Dopo qualche miglio incontrai alcuni cavalieri ro­meni che andavano razziando, e portavano, gettate attraver­so la sella, mucchi di vestaglie di seta e di pelli di montone, rubate certo in qualche villaggio tartaro. Mi domandarono dove andassi. «A Dorogò» risposi. Avrebbero voluto accom­pagnarmi, dissero, fino a Dorogò, per difendermi nel caso di qualche brutto incontro, la steppa, aggiunsero, essendo corsa da bande di predoni ungheresi, ma avevano i cavalli stanchi. Mi augurarono buon viaggio, e si allontanarono voltandosi indietro ogni tanto a salutarmi con la mano.
Era già quasi notte quando scorsi lontano, davanti a me, un bagliore di fuochi. Era certo il villaggio di Dorogò. A un tratto riconobbi l’odore del vento, e il cuore mi gelò. Mi guardai le mani: erano nere, secche, quasi carbonizzate. E neri erano gli alberi radi, sparsi qua e là per la steppa, nere le pietre, nera la terra: ma l’aria era ancora chiara, e pareva d’argento. L’ultimo fuoco del giorno moriva nel cielo dietro di me, e i selvaggi cavalli della notte mi correvano incontro di galoppo dall’estremo orizzonte d’oriente, sollevando nere nubi di polvere.
Sentivo sul mio viso passar la nera carezza del vento, la ne­ra notte del vento empirmi la bocca. Un silenzio denso e vi­scido come un’acqua melmosa stagnava sulla steppa. Mi cur­vai sul collo del cavallo, gli parlai nell’orecchio a voce bassa. Il cavallo ascoltava le mie parole nitrendo dolcemente, e volgeva verso di me il grande occhio obliquo, quel suo gran­de occhio scuro, pieno di una pazzia malinconica e casta. Era ormai già scesa la notte, i fuochi del villaggio di Dorogò era­no ormai vicini, quando, all’improvviso, udii voci umane passare alte sul mio capo.
Alzai gli occhi: e mi parve che una doppia fila di alberi fiancheggiassero in quel punto la strada, curvando i rami sul­la mia testa. Ma non vedevo i tronchi, né i rami, né le fo­glie, avvertivo soltanto la presenza di alberi intorno a me, una presenza strana, qualcosa di forte nella nera notte, qual­cosa di vivo murato nel nero muro della notte. Trattenni il cavallo, tesi l’orecchio. Udii veramente parlare sul mio capo, voci umane passar nell’aria nera, alte sulla mia testa. «Wer da?» gridai «chi va là?»
Davanti a me, laggiù, in fondo all’orizzonte, un lieve chia­rore roseo si diffondeva nel cielo. Le voci passavano alte sul­la mia testa, erano proprio parole umane, parole tedesche, russe, ebraiche. Le voci erano forti, che si parlavan tra loro, ma un po’ stridule: talvolta dure, talvolta fredde e fragili co­me il vento, e spesso si rompevano in fondo alle parole con quel tintinnio del vetro che urta in una pietra. Allora gridai di nuovo: «Wer da? chi va là?».
«Chi sei? che vuoi? chi è? chi è?» risposero alcune voci, correndo alte sulla mia testa.
Il labbro dell’orizzonte era roseo e trasparente come il gu­scio di un uovo, pareva proprio che un uovo, là in fondo al­l’orizzonte, uscisse lentamente fuori del grembo della terra.
«Sono un uomo, sono un cristiano» dissi.
Un riso stridulo corse nel cielo nero, si perdé lontano nella notte. E una voce, più delle altre forte, gridò: «Ah, sei un cristiano, tu?». Io risposi: «Sì, sono un cristiano». Una risata di scherno accolse le mie parole, e alto correndo sulla mia testa si allontanò, andò a spegnersi a poco a poco laggiù nel­la notte.
«E non ti vergogni d’esser cristiano?» gridò la voce.
Io tacevo. Curvo sul collo del cavallo, il viso affondato nella criniera, tacevo.
«Perché non rispondi?» gridò la voce.
Io tacevo, guardando l’orizzonte schiarire a poco a poco. Un dorato lume, simile alla trasparenza di un guscio d’uovo, si spandeva lentamente nel cielo. Era proprio un uovo che nasceva laggiù, che spuntava a poco a poco di sotterra, che sorgeva lentamente dalla profonda e nera tomba della terra.
«Perché taci?» gridò la voce.
Ed io sentii alto sulla mia testa un fruscio, come di rami agitati dal vento, un mormorio, come di foglie nel vento, e un riso rabbioso, e parole dure, correr nel cielo nero, qualcosa, come un’ala, sfiorarmi il viso. Erano certo uccelli, erano grandi uccelli neri, forse eran corvi, che destati dal sonno spiccavano il volo, fuggivano remigando con le grasse ali ne­re. «Chi siete?» gridai «per l’amor di Dio, rispondetemi!» Il chiaror della luna si diffondeva nel cielo. Era proprio un uo­vo che nasceva laggiù dal grembo della notte, era proprio un uovo che nasceva dal grembo della terra, che si levava lenta­mente all’orizzonte. A poco a poco vidi gli alberi che fian­cheggiavano la strada uscir dalla notte, stagliarsi contro il cielo dorato, e nere ombre muoversi là in alto, fra i rami.

Un grido di orrore mi si ruppe nella gola. Erano uomini crocifissi. Erano uomini inchiodati ai tronchi degli alberi, le braccia aperte in croce, i piedi congiunti, fissati al tronco da lunghi chiodi, o da fili di ferro attorti intorno alle caviglie. Alcuni avevano la testa abbandonata sulla spalla, altri sul petto, altri alzavano il viso a mirar la luna nascente. Molti eran vestiti del nero kaftano ebraico, molti erano nudi, e la loro carne splendeva castamente nel tepore freddo della lu­na. Simile all’uovo turgido di vita, che nei sepolcreti etru­schi di Tarquinia i morti sollevano fra due dita, simbolo di fecondità e di eternità, la luna usciva di sotterra, si librava nel cielo, bianca e fredda come un uovo: illuminando i visi barbuti, le nere occhiaie, le bocche spalancate, le membra contorte degli uomini crocifissi.
Mi sollevai sulle staffe, tesi le mani verso uno di loro, ten­tai con le unghie di strappare i chiodi che gli trafiggevano i piedi. Ma voci di sdegno si levarono intorno, e l’uomo croci­fisso urlò: «Non mi toccare, maledetto».
«Non voglio farvi del male» gridai «per l’amor di Dio, la­sciate che vi venga in aiuto!»
Una risata orribile corse d’albero in albero, di croce in cro­ce, e vidi le teste muoversi qua e là, le barbe agitarsi, le boc­che aprirsi e chiudersi: e udii lo stridore dei denti.
«Venirci in aiuto?» gridò la voce dall’alto «e perché? forse perché hai pietà di noi? perché sei un cristiano? Su, rispondi: perché sei un cristiano? E credi che questa sia una buona ra­gione? Hai pietà di noi perché sei un cristiano?» Io tacevo, e la voce riprese più forte: «Coloro che ci hanno messi in cro­ce, non sono forse cristiani come te? Son forse cani, cavalli, o topi, coloro che ci hanno inchiodati a questi alberi? Ah! ah! ah! un cristiano!».
Io curvavo la testa sul collo del cavallo, e tacevo.
«Su, rispondi! Con che diritto pretendi di venirci in aiuto? Con che diritto pretendi di aver pietà di noi?»
«Non sono stato io» gridai «non sono stato io a inchiodarvi agli alberi! Non sono stato io!»
«Lo so» disse la voce con un inesprimibile accento di dol­cezza e di odio «lo so, sono stati gli altri, sono stati tutti gli altri come te.»
In quel momento giunse di lontano un gemito, era un la­mento alto e forte. Era un pianto giovane rotto dal singhioz­zo della morte, e un mormorio pervenne fino a noi, d’albero in albero. Voci affannose gridavano: «Chi è? chi è? chi muo­re laggiù?». E altre voci lamentose rispondevano, inseguendo­si fino a noi di croce in croce: «È David, è David di Samuele, è David figlio di Samuele, è David, è David…». Con quel no­me ripetuto d’albero in albero venivano a noi un singhiozzar trattenuto, un pianto fragile e roco, e gemiti, imprecazioni, urli di dolore e di rabbia.
«Era ancora un ragazzo» disse la voce.
Allora alzai gli occhi, e illuminato dalla luna ormai alta, dal bianco e freddo riflesso di quell’uovo librato nel cielo oscuro, vidi colui che mi parlava: era un uomo nudo dal viso d’argento, scarno e barbuto. Aveva le braccia aperte in cro­ce, le mani inchiodate a due grossi rami che si partivan dal tronco dell’albero. Mi guardava fisso, con occhi scintillanti, e all’improvviso gridò: «Che pietà è la vostra? che vuoi che ne facciamo della vostra pietà? Ci sputiamo sopra, alla vostra pietà, ja napliwaiu! ja napliwaiu! ci sputo sopra! ci sputo so­pra!».
«Per l’amor di Dio» gridai «non mi cacciate via! Lasciate che vi schiodi dalle vostre croci! Non respingete la mia ma­no: è la mano di un uomo.»
Un riso cattivo si levò intorno, udivo i rami gemere sulla mia testa, un fremito orribile diffondersi per le foglie.
«Ah! ah! ah!» gridò l’uomo crocifisso «avete udito? Vuol toglierci dalla croce! E non se ne vergogna! Razza immonda di cristiani, ci torturate, ci inchiodate agli alberi, e poi veni­te a offrirci la vostra pietà! Vorreste salvarvi l’anima, eh? Avete paura dell’inferno! Ah! ah! ah!»
«Non cacciatemi via» gridai «non respingete la mia mano, per l’amor di Dio!»
«Vuoi toglierci dalla croce?» disse l’uomo crocifisso con vo­ce grave e triste «e poi? I tedeschi ci ammazzeranno come ca­ni. E anche te, ti ammazzeranno come un cane arrabbiato.»
«Ci ammazzeranno come cani» ripetei dentro di me, cur­vando la testa.
«Se vuoi aiutarci, se vuoi abbreviare i nostri tormenti… sparaci nella testa, a uno a uno. Su, perché non ci spari? per­ché non ci finisci? Se hai veramente pietà di noi, sparaci, dacci il colpo di grazia. Su, perché non ci spari? Hai forse paura che i tedeschi ti ammazzino perché hai avuto pietà di noi?» Così dicendo mi guardava fisso, e io mi sentivo trafig­gere da quei neri occhi scintillanti.
«No, no!» gridai «abbiate pietà di me, non chiedetemi que­sto, per l’amor di Dio! Non chiedetemi una cosa simile, non ho mai sparato a un uomo, non sono un assassino! non vo­glio diventare un assassino!» E sbattevo la testa, piangendo e gridando, nel collo del cavallo.
Gli uomini crocifissi tacevano, li udivo respirare, udivo un sibilo rauco stridere fra i loro denti, sentivo i loro sguardi pe­sare su me, i loro occhi di fuoco bruciarmi la faccia inondata di lacrime, traversarmi il petto.
«Se hai pietà di me, ammazzami!» gridò l’uomo crocifisso, «oh, sparami un colpo nella testa! oh, sparami nella testa, ab­bi pietà di me! Per l’amor di Dio, ammazzami, oh! ammazza­mi, per l’amor di Dio!»
Allora, tutto dolendomi e piangendo e con dolorosa fatica movendo le braccia gravate da un enorme peso, misi la ma­no al fianco, impugnai il calcio della pistola. Lentamente sollevai il gomito, trassi la pistola dalla fondina, e alzatomi sulle staffe, con la sinistra afferrando la criniera del cavallo per non scivolare di sella, tanto ero debole e stordito e oppresso dall’orrore, sollevai la pistola, la puntai in faccia al­l’uomo crocifisso: e in quell’istante lo guardai. Vidi la sua bocca nera, cavernosa, sdentata, il suo naso adunco dalle na­rici piene di grumi di sangue, la sua barba arruffata, i suoi ne­ri occhi scintillanti.
«Ah, maledetto!» gridò l’uomo crocifisso «è questa la vostra pietà? Non sapete far altro, vigliacchi? ci inchiodate agli al­beri e poi ci ammazzate con un colpo nella testa? È questa la vostra pietà, vigliacchi?» E due, tre volte, mi sputò in faccia.
Io ricaddi sulla sella, mentre un riso orribile correva d’al­bero in albero. Urtato dagli sproni, il cavallo si mosse, si av­viò al trotto: ed io a testa curva, aggrappato con le due mani al pomo della sella, passai sotto quegli uomini crocifissi, e ognuno di loro mi sputava addosso, gridando: «Vigliacco! cri­stiano maledetto!». Sentivo gli sputi flagellarmi il viso, le mani, e stringevo i denti, tutto curvo sul collo del cavallo, sotto quella pioggia di sputi.
Così giunsi a Dorogò, e caddi di sella fra le braccia di alcu­ni soldati italiani di presidio in quello sperduto villaggio del­la steppa. Erano cavalleggeri del reggimento di Lodi, e li co­mandava un sottotenente lombardo, giovanissimo, quasi un bambino. La notte mi assalì la febbre, e fino all’alba delirai, vegliato dal giovane ufficiale. Non so quel che gridai nel de­lirio, ma quando ripresi conoscenza l’ufficiale mi disse che io non avevo nessuna colpa dell’orribile sorte toccata a quegli infelici, e che anche quella mattina una pattuglia tedesca aveva fucilato un contadino sorpreso a dar da bere agli uomi­ni crocifissi. Io cominciai a gridare, «non voglio più essere un cristiano» gridavo, «ho schifo d’essere un cristiano, un male­detto cristiano!» e mi dibattevo perché mi lasciassero andare a portar da bere a quei disgraziati, ma l’ufficiale e due dei suoi soldati mi tenevano fermo nel letto. A lungo mi dibat­tei, finché svenni: quando ripresi i sensi, fui assalito da un nuovo accesso di febbre e delirai per tutto quel giorno e la notte seguente.
Il giorno dopo rimasi in letto, troppo debole per alzarmi. Guardavo attraverso i vetri della finestra il cielo bianco sulla steppa gialla, le nuvole verdi in fondo all’orizzonte, ascoltavo le voci dei contadini e dei soldati che passavano davanti alla staccionata dell’orto. Il giovane ufficiale mi disse quella sera che non potendo evitare quelle cose orribili, dovevamo cercar di dimenticarle, per non rischiare di diventar pazzi, e aggiunse che se mi fossi sentito meglio mi avrebbe il giorno seguente accompagnato a visitare il kolkhoz di Dorogò, e il famoso allevamento di cavalli. Ma lo ringraziai della sua cor­tesia, e dissi che volevo tornare al più presto a Costantinovka. Il terzo giorno mi alzai dal letto e presi congedo dal gio­vane ufficiale (mi ricordo che lo abbracciai, e che abbrac­ciandolo tremavo); benché mi sentissi privo di forze mi misi in sella, e accompagnato da due cavalleggeri partii per Costantinovka nelle prime ore del pomeriggio.
Uscimmo dal villaggio al piccolo trotto; quando imboc­cammo il viale fiancheggiato d’alberi, chiusi gli occhi, e da­to di sprone al cavallo m’inoltrai di galoppo fra le due terri­bili schiere d’uomini crocifissi. Cavalcavo tutto curvo sulla sella, a occhi chiusi, stringendo i denti. A un tratto frenai il cavallo: «Che è questo silenzio?» gridai «perché questo silen­zio?».
Avevo riconosciuto quel silenzio. Aprii gli occhi, e guar­dai. Quegli orribili Cristi pendevano inerti dalle loro croci, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, e mi guardavano fisso. Il vento nero correva qua e là per la steppa come un cavallo cieco, muoveva gli stracci che coprivano quei poveri corpi piagati e contorti, agitava le foglie degli alberi – e non il più lieve mormorio correva per le fronde. Neri corvi stavano ap­pollaiati, immoti, sulle spalle dei morti, e mi guardavano fisso.
Era un silenzio orribile. La luce era morta, l’odore dell’er­ba, il colore delle foglie, delle pietre, delle nuvole erranti nel cielo grigio, tutto era morto in fondo a quell’immenso, vuo­to, gelido silenzio. Spronai il cavallo, che s’impennò, si but­tò al galoppo. E fuggii gridando e piangendo attraverso la steppa, nel vento nero che correva qua e là nel giorno chia­ro, come un cavallo cieco.

A metà del libro Malaparte considera che «oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle»; e, ancora: «Anche le bandiere degli eserciti son fatte di pelle umana. Non ci si batte più per l’onore, per la libertà, per la giustizia. Ci si batte per la pelle, per questa schifosa pelle».
Nell’ultima pagina, Jimmy, un bravo ragazzone americano, ma senza la cultura e la sensibilità di Jack, lui che aveva voluto vedere con Malaparte, in un basso di Napoli, il miracolo di una ragazza ancora vergine, e si pagava il biglietto per constatarlo, lui che credeva che gl’italiani fossero tutti dei bastardi, e che poi si è ricreduto, ma solo in parte, suggerisce a Malaparte di lasciare l’Italia, che è un cumulo di macerie e di morti, senza speranza. Malaparte risponde che tra quei morti ci sono migliaia e migliaia di Cristi, non li può abbandonare.

«Sono stanco di vivere tra i morti, son contento di tornarmene a casa, in America, tra gli uomini vivi. Perché non vieni anche tu in America? Tu sei un uomo vivo. L’America è un paese ricco e felice».
«Lo so, Jimmy, che l’America è un paese ricco e felice. Ma non partirò, debbo restar qui. Non sono un vigliacco, Jimmy… Non posso abbandonare i miei morti, Jimmy. … Se tu sapessi che Cristo giace fra loro, fra quei poveri morti, lo abbandoneresti?»
«Non vorrai darmi a intendere» disse Jimmy «che anche Cristo ha perso la guerra».
«È una vergogna vincere la guerra» dissi a voce bassa.

Il libro si chiude con queste parole, una condanna dell’oscenità della vittoria.

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[1] Belligeranti italiani in Ucraìna, nel 1941-42 e nel 1855-56.

[2] “Intelligenze scomode del Novecento” è il titolo di due serie televisive messe in onda dalla Rai, al tempo in cui Renato Parascandolo era direttore di Rai Educational. Per la prima serie furono realizzati i seguenti documenti: Gabriele d’Annunzio; Giovanni Gentile; Filippo Tommaso Marinetti; Curzio Malaparte; Mario Sironi; Italo Balbo; Alessandro Blasetti; Ezra Pound; Carl Schmitt; Ernst Jünger; Louis-Ferdinand Céline; Yukio Mishima. Nella seconda serie: Giovanni Papini; Giuseppe Prezzolini; Ardengo Soffici; Luigi Pirandello; Guglielmo Marconi; Ottone Rosai; Renato Ricci; Berto Ricci; Giuseppe Bottai; Julius Evola; Gino Boccasile; Leo Longanesi. In rete sono attualmente fruibili soltanto pochi fra questi titoli, ed è un peccato che non siano presentati organicamente.

[3] Jack Hamilton, il colto e raffinato amico che Malaparte ebbe compagno lungo l’itinerario nell’orrore, descritto nella Pelle, dell’Italia liberata afferma, riferendosi a Kaputt, il libro precedente dello scrittore che «non ha alcuna importanza se quel che Malaparte racconta è vero, o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel ch’egli fa è arte, o no».

[4] Vedi D’Annunzio? È lo zero assoluto.

[5] Vedi Curzio Malaparte, il “maledetto toscano” che fu tutto e il contrario di tutto.

[6] Per singolare coincidenza la moglie di Galeazzo Ciano, Edda, figlia primogenita di Mussolini, sarà condannata a due anni di confino a Lipari, in base a una legge che puniva coloro che avessero «tenuto una condotta ispirata ai metodi e al malcostume del fascismo». Approda all’isola nel settembre 1945, nove mesi dopo beneficia dell’amnistia promulgata da Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia. Il film Edda Ciano e il comunista (2011) racconta la storia d’amore di Edda Ciano con un comunista del posto: figlio di un noto antifascista, ex-partigiano, laureato in economia, colto (lo chiamavano “il professore”), aveva combattuto in Francia e Grecia come tenente degli alpini, lui ch’era siciliano. Vediamo qui sotto il monumento che Leonida Bongiorno, il “comunista” di Edda, fece erigere a Lipari in ricordo di quell’amore breve ed intenso: sono i versi 55-68 del libro XII dell’Odissea nei quali Circe indica ad Ulisse la prima delle due rotte per il ritorno ad Itaca, quella che passa – così la s’interpreta – per il Canale di Sicilia (la seconda rotta passa per lo Stretto di Messina, tra Scilla e Cariddi).

[7] Vedi Curzio Malaparte e i servizi segreti americani.

[8] Nel film Napoli velata (2017) di Ferzan Özpetek il rito della “figliata dei femmenielli”, officiato da Beppe Barra, si conclude con il “parto” di un bambolotto iperdotato e con l’esortazione, da parte dell’officiante, «Baciatelo! Chest è ‘a fortuna vostra. Da domani la vostra vita cambierà da così a così», mentre il bambolotto passa di mano in mano. Invece nella Pelle il «bravo, onesto, innocente e americano Jack», mentre Ciccillo, il femmeniello, si concede ai baci del “padre” del bambolotto, disgustato lo tempesta di pugni. Il gesto è giudicato blasfemo dagli astanti: Jack e Malaparte abbandonano il campo, si precipitano all’automobile parcheggiata davanti alla casa dei pescatori dove si è svolto il rito, fanno ritorno a Napoli.

La trilogia borghese adolescenziale di Catherine Spaak

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Dopo Dolci inganni e La voglia matta (già presentati su Nusquamia), La calda vita completa la trilogia dei film interpretati da Catherine Spaak che, in particolare, hanno avuto un’importanza decisiva (a nostro avviso, benefica) nella pedagogia borghese, riguardo sia all’estetica femminile, sia al ruolo della donna nella società. Con lei infatti l’ideale femminino della maggiorata fisica cede il passo a quello tendenzialmente androgino; e con lei la verginità non è più un valore. Si tollerava, è vero, che l’illibatezza di sartine ed operaie potesse essere sciupata dagli studenti, come avviene a Fantine nei Miserabili di Victor Hugo; ma negli anni in cui il film fu girato, la verginità era ancora un valore prezioso e non barattabile, in particolare nell’educazione della fanciulla borghese.
Ma, per rendere più agevole la lettura del filo del nostro ragionamento, sarà bene tornare a parlare dei primi due film; eviteremo così faticosi rimandi alle pagine precedenti.
Intanto, diamo ad Alberto Lattuada, com’è giusto, il merito di aver plasmato questo tipo femminile, il personaggio variamente interpretato da Catherine Spaak nel primo tratto della sua carriera artistica: quello  di una fanciulla non problematica, spigliata, sincera, evocatrice di turbamenti amorosi nell’uomo adulto,[1] ironica, anche nel senso che è capace di dissimulazione. Un tipo modellato su un ideale colto e raffinato, e Lattuada è il suo demiurgo. Avviene così che gl’italiani — in particolare, e per primi, i rampolli della borghesia — comincino a coltivare un ideale femminile diverso da quello dei padri, grazie a una ragazza franco-belga, educata a Parigi in un collegio di suore e che era nipote dell’uomo politico belga Paul-Henri Spaak, uno dei padri fondatori dell’Unione europea; perciò fu designata con affetto “la reginetta del Mercato comune”.
Il cinema, come ben sapeva Mussolini, che intuì l’enorme portata della “settima arte” (o decima, se pensiamo alle nove Muse), può essere un formidabile strumento di propaganda politica in senso stretto, e, in generale, di orientamento del sentire popolare. La borghesia – anche questo va detto – guardava compiaciuta, ma non partecipava, o partecipava poco, ai riti che procuravano consenso al fascismo; non era populista, per natura e per vocazione. Più o meno, tale era ancora la borghesia degli anni ’60, quando si era borghesi per tradizione ed educazione, e i mongomanager — una sorta di parodia della classe dirigente — ancora non esistevano (c’erano nelle aziende i “direttori”: ma era un’altra cosa). Cioè, pur non essendo refrattaria al cinema (tutt’altro) sul piano dell’intrattenimento, la borghesia non si faceva “educare” dal cinema. Ci riuscì invece Catherine Spaak, il cui contributo al costume italiano, prima quello borghese, nella trilogia in questione, quindi quello popolare, nei film successivi, è stato enorme, pari soltanto a quello che darà, dieci anni più tardi, Paolo Villaggio, il più grande dei sociologi italiani, nell’interpretazione delle miserie della servitù volontaria. Forse non è un caso che Luciano Salce sia stato il regista sia del secondo film della trilogia, sia della prima serie dei film di Fantozzi. Ma vediamo i tre film.

‘Dolci inganni’ (1960), di Alberto Lattuada

Qui sopra: Francesca, protagonista dei ‘Dolci inganni’, manifesta al risveglio il turbamento di un sogno erotico, consumato con un architetto amico del padre. In basso: Enrico, incaricato del restauro di una villa fuori città, spiega a Francesca la tecnica di rimozione a strappo di un affresco. Per vedere il film, fare clic sull’una o l’altra delle due immagini.

Catherine Spaak ha quindici anni quando gira Dolci inganni, con il consenso e sotto la tutela del padre, uno sceneggiatore amico del regista Alberto Lattuada, un grande del cinema italiano, oggi quasi ignorato per pregiudizio politicamente corretto. Il film racconta la storia di Francesca, un’adolescente della buona borghesia romana, che fa un sogno erotico, e ne trae le conseguenze: sceglierà lei l’uomo con il quale per primo farà quella cosa, che comunque va fatta (così dirà lei stessa, alla fine del film). Nel sogno immagina di trovarsi in compagnia non già di un coetaneo, ma di Enrico, un architetto amico del padre (casualmente, Lattuada è un architetto). Si alza e, invece di andare a scuola, va a trovare l’architetto, che conosce fin da piccola, nel suo bell’appartamento in Piazza d’Aracoeli con vista sulla ‘cordonata’ di Michelangelo al Campidoglio; gli racconta il sogno, a modo suo. Sia pure in ritardo, va poi al liceo (femminile, all’Eur), quindi si reca presso un’amica; esce con la madre dell’amica, una svampita del generone romano, che la lascia a casa di una principessa, in un palazzo di Via delle Quattro fontane. Francesca non aspetta di essere accompagnata a casa dal gigolo della principessa, torna da sola. Per strada prende la decisione: andrà a trovare Enrico, che le aveva detto che sarebbe andato a Marino, in una villa della quale cura il restauro. I genitori non sono a casa, il fratello di Francesca deve andare a Frascati da certi amici; chiede allora al fratello di portarla con sé, e a metà strada lo convince a fare un salto a Marino. Vanno dall’architetto. Enrico e Francesca si recano in paese per fare la spesa, sulla strada lei gli dice il suo amore. Al ritorno, il fratello non c’è, i due fanno all’amore. Lui accenna a un futuro insieme con Francesca, lei si distacca. Poi gli chiede di essere riaccompagnata a casa: «Ti prego, non insistere.  Non vorrei ti preoccupassi per me. Tutt’oggi ho cercato qualcosa, pensavo che poi tutto sarebbe stato chiaro, e ora mi sento un po’ perduta. È così. Sono stata sincera con me stessa, sincera anche con te». Enrico non capisce, ma non sa che cosa obiettare; la riaccompagna a casa. Tutto è avvenuto nell’arco di un giorno.

È già grasso che cola se, in nome della cancel culture, questo film non è ancora stato condannato al rogo;[2] in ogni caso nessuno oggi oserebbe proporre, finanziare e mettere in cantiere un film come questo, perché la censura politicamente corretta è preventiva. Quella democristiana nei confronti dei Dolci inganni dimostrò di essere intelligente: si accontentò di circa dieci minuti di sforbiciata dei dialoghi e, soprattutto, del taglio della scena iniziale, quella del risveglio, la più pericolosa. Cioè la censura, se non altro, aveva capito il film; quella talebanica di oggi non capisce e condanna, preventivamente. La pellicola restò mutilata per tre anni di seguito (ma era diventata «un aborto», così disse Lattuada), poi fu liberata, ormai fuori tempo massimo, sotto il profilo del successo commerciale. Ma non fu condannata al rogo.

‘La voglia matta’ (1962), di Luciano Salce

Qui sopra, Francesca e l’ing. Berlinghieri, protagonisti della ‘Voglia matta’, abbracciati e commossi sulle note della canzone ‘Sassi’, cantata da Gino Paoli (vedi al tempo 1 : 05). In basso, la spiaggia di Sabaudia girata con effetto notte: Francesca e l’ingegnere sono festeggiati dalla banda di adolescenti pariolini al suono della samba ‘Brigitte Bardot’ (vedi al tempo 1 : 36). Per vedere il film, fare clic sull’una o l’altra delle due immagini.

I film migliori di Catherine Spaak – e non solo questi tre “borghesi” – appartengono al filone della ragazza per cui l’amore è una possibilità, non ancorata alla prospettiva di un’espansione, un amore proteico e in fuga. Se qualcuno pretende di afferrarlo, lei ne decreta l’evanescenza con un risolino disarmante, come vediamo nella Voglia matta, per la regia di Luciano Salce. In questo film colui che gode delle attenzioni della Spaak, ma non capisce niente e perciò s’illude, è Ugo Tognazzi, nella parte di un patetico ingegnere di mezza età, molto sicuro di sé, precisino, depositario di certezze immarcescibili. Lavora a Milano presso un’azienda di laminati plastici, ma scende spesso a Roma, dove ha l’amante, che ha sistemato in un appartamento («Così ho anche fatto un piccolo investimento», dice). Ha il culto dell’efficienza e per poter dar sempre il meglio di sé, ed evitare i colpi di sonno quando è alla guida dell’auto, fa uso di simpamina. La sua forma mentis è pre-berlusconiana: «Mai mettere la donna sul piano del sentimento: sempre sul piano orizzontale», così raccomanda a un suo dipendente. Crede di essere un drago con le donne.
Questo film è in continuità evidente con il precedente: stessa protagonista, stesso personaggio di estrazione borghese, stesso penchant da parte di lei per gli uomini maturi. La fanciulla si chiama Francesca, proprio come nei Dolci inganni; dunque è la stessa Francesca, tre anni dopo. Però diverso è l’impianto del film, diverso il genere: drammatico quello di Lattuada, commedia all’italiana questo di Salce, il quale ha fatto benissimo a mantenere la precedente caratterizzazione di Francesca, facendola però più spigliata, estroversa; ma la cosa è comprensibilissima, perché la prima Francesca intanto è cresciuta, avrà fatto altre esperienze.
Sul piano dell’invenzione dei personaggi, Salce ha preferito lavorare soprattutto su quello dell’ingegnere nordico (di sangue romagnolo, ci tiene a precisare lui stesso), molto diverso dal dignitoso architetto romano del film precedente. C’è poi la banda dei pariolini ai quali Francesca si accompagna, la cui descrizione è pesantuccia, perché sono tutti scemi, ignoranti come capre ed infantili: un po’ eccessivo, ma entrano bene nel copione di una commedia, e tanto basta (uno, addirittura, ascolta sul registratore a nastro l’inno dei nazisti e i discorsi di Hitler, senza capirne le parole, ma gli piace l’intonazione, dice). Questi ragazzotti e le loro amichette ci fanno capire che Francesca, con la sua indeterminazione e la sua ironia, è l’unica persona intelligente della combriccola, compreso l’ingegnere, naturalmente, che lei stuzzica e prende in giro, poi si fa perdonare e lo stuzzica ancora; e conclude: «Come sei stupido, Tonino». Quindi: «Mi annoio… Anche io sono stufa di questi ragazzi. Tutti uguali, tutti insipidi, tutti lisci. Viva la faccia di un uomo vero come te, con la barba nera, dura». E gli tira un altro scherzo.
L’incontro dell’ingegnere con la banda dei ragazzi avviene sulla strada per Sabaudia: una delle due auto dei ragazzi è rimasta a secco di benzina, forse tutt’e due: si rende necessario un travaso di carburante, al quale l’ingegnere acconsente di buon grado, provocato dal sorriso e dalle parole di Francesca. Si separano, teoricamente non dovrebbero più rivedersi, invece s’incontrano a una stazione di rifornimento lungo la via Sabaudia, a S. Felice Circeo, dove i ragazzi si sono ristorati e l’ingegnere deve far benzina.
L’ingegnere fa inciampare uno dei ragazzi, che batte la testa, lo carica sull’auto, per portarlo all’ospedale; ed è il ragazzo dolorante che dà le indicazioni stradali all’ingegnere, finché gli dice di fermarsi, davanti alle dune del lungomare di Sabaudia. Il ragazzo fa un salto fuori dell’automobile, vispo come un grillo: un altro scherzo a danno del “matusa”, che lo insegue in auto fra le dune, fino a insabbiarsi davanti a un capanno dove la banda trascorre le vacanze; in questo momento fanno il bagno, tutti, tranne Francesca. Il ragazzo cerca scampo tra i compagni, si tuffa; così l’ingegnere si trova di fronte a Francesca, sorridente e provocante, come al solito. Lo invita ad entrare; da quel momento il sempre meno compassato uomo del nord passerà tutta la giornata, fino a notte, in compagnia dei ragazzi, e di Francesca. Quando accenna ad andarsene, lei lo trattiene, a più riprese; lui poco per volta, nonostante gli sberleffi, si mette in competizione con i ragazzi, ne assume il linguaggio. Passando da uno scherzo a una moina, e a un nuovo scherzo, beve per darsi un tono, poi si appisola, dietro una tenda. Francesca lo va a cercare, lo sveglia:
– Pensavo a tutte le cose carine che mi hai detto poco fa… Su, fammi una dichiarazione. Ho avuto sempre delle proposte, anche spinte, ma una dichiarazione, mai.
L’ingegnere si schermisce, ma solo per poco; poi:
– Potrei dirti che da qualche ora io sono completamente cambiato, che da quando sono qui con te e con quei matti, i laminati plastici per me contano molto meno. Anzi, non m’interessano affatto; perché, vedi, per me tu ormai sei diventata come una malattia, un’ossessione. Io ho una voglia matta di te, Francesca. E ho anche capito che l’amore può arrivare improvvisamente, come una mazzata. Credimi, le vie del cuore sono infinite, ed è perciò che ti chiedo di starmi vicino, Francesca. Io ho bisogno di te.
A questo punto la tenda, che aveva dato all’ingegnere l’illusione di essere solo in casa con Francesca, viene tirata di lato, tra gli schiamazzi e il ludibrio dei ragazzi. La giornata prosegue tra altri scherzi subiti dall’ingegnere, pur di stare vicino a Francesca, finché non decide, in un sussulto di orgoglio, di fare a botte con il capo dei giovani, interpretato da un Gianni Garko palestratissimo. Per puro caso ha la meglio. A questo punto l’ingegner Berlinghieri, disfatto nel fisico, sanguinante, ma con il morale ringalluzzito, prende l’iniziativa, vuole fare il bagno notturno, nudo, con Francesca. Arrivato alla battigia, crolla, tra le braccia e i baci di Francesca. I due sono raggiunti e festeggiati dalla banda, al suono della samba “Brigitte Bardot”; è la penultima scena del film, girata da Salce con effetto notte: una tecnica di ripresa per cui si gira di giorno, per ottenere un’impressione nitida della pellicola, ma con un filtro giallo posizionato di fronte all’obiettivo, così da far apparire nero il cielo. Una scena bellissima, con il profilo del Promontorio del Circeo sullo sfondo.
Poi l’ingegnere dorme, beato. Si sveglierà il mattino, sotto un cielo grigio, quando i ragazzi sono già partiti. È stato lasciato solo, e insalutato. Non gli rimane che far ritorno all’azienda, a Milano, in corso Lodi. In auto, sofferente nel fisico e nel morale, fa il sostenuto con se stesso dicendosi: «Ma sì, un’avventura come tante altre». Ma per chi? Per l’ingegnere, o per Francesca?

La calda vita (1963), di Florestano Vancini

La casa sulla duna nel film ‘La calda vita’. Facendo clic sull’immagine qui sopra è possibile vedere uno spezzone del film (l’audio originale è sovrimpresso da una colonna sonora generica). Invece facendo clic sull’immagine inferiore si apre una finestra sulla pagina del sito di Prime video dedicata a questo film, che può essere visto gratuitamente, se si è abbonati al servizio Prime di Amazon.

La calda vita è il film che Florestano Vancini ha tratto dal libro omonimo di Pier Antonio Quarantotti Gambini, ambientato nella penisola istriana, nel 1939; il film invece è ambientato a Capo Carbonara, in Sardegna, a metà degli anni ’60. Il titolo è tratto da un verso del poeta Umberto Saba.[3]
Sergia è il personaggio principale del film, in continuazione con la Francesca dei due film precedenti (anche qui ironica fanciulla in fiore, annoiata, di estrazione borghese, compiaciuta suscitatrice di pulsioni erotiche nel maschio adulto), come parimenti le dune della spiaggia di Porto Giunco a Capo Carbonara sono in continuazione con quelle di Sabaudia, e la casa tra le macchie di lentisco e i ginepri ricorda da presso, un po’ in meglio, il capanno di Sabaudia.
Sergia ha una sorella, Liù, che frequenta il giro dei riccastri fatui e gaudenti di Cagliari, presso i quali si è fatta la fama di una ragazza facile. Non ci sono prove, ma due coetanei di Sergia, Max e Fredy, pensano che la sorella minore sia altrettanto facile. Perciò la invitano a fare una gita nella barca a motore di Fredy, che dei due è il ragazzo ricco. Meta della gita è un’isola nei dintorni (in realtà vediamo Capo Carbonara, come si è detto), ed è stabilito che entrambi si godano[4] Sergia, prima l’uno, poi l’altro. Andranno nella casa dello zio di Fredy, così millantano. In realtà quella è una casa adocchiata in precedenza, solitamente disabitata. Mentre Sergia prende il sole, uno sale sul tetto, forza un abbaino, apre la casa dall’interno. Arriva Sergia la quale dapprima dice che quella non è una villa, le sembra anzi la capanna dello zio Tom. Poi, considerata la vista che si gode dal piano superiore, comunica ai ragazzi che lei intende fermarsi, tanto più che il padre, professore di liceo, è fuori casa, per gli esami d’ottobre. Loro facciano quel che vogliono; naturalmente, resteranno. Nessuno dei due amici le piace, però tra i due preferisce Fredy, più carino, più educato, e parecchio impacciato. Anzi, un po’ lo stuzzica, con moderazione. L’altro, Max, è nevrotico, forse non è colpa sua, perché è orfano, ma non sa che cosa significa essere generosi, è un groviglio d’invidia, soprattutto sociale, ed egocentrismo; poiché Fredy sembra godere delle preferenze di Sergia, gli dice, da solo a solo, che sa bene che la sua presenza è di troppo. Però i patti sono patti, perciò invita Fredy a far presto, a salire da Sergia, poi si mette alla porta, per origliare. Sergia dice a Fredy che aveva capito benissimo l’intenzione di stare con lei, ma non arriva a sospettare che fosse previsto lo scambio. Poi: «È meglio stare così, o no?». I due dormono accanto, buoni buoni, “come nelle baite di montagna”, dice lei. E gli domanda: «Tu non credi che io sia una ragazza facile?». Max sale sul tetto, per tenere sotto controllo i due dall’abbaino; ma non c’è niente da vedere, e intanto rimedia un acquazzone. Nessuno lo chiama a salire da Sergia, naturalmente.
Fredy di buon mattino va a far pesca subacquea, Max sale da Sergia: «Con lui sì e con me no?», e le dice del patto; lei non ci crede. Max esce di casa, fuori di sé. Quando vede Fredy ritornare dalla pesca, cerca di colpirlo con la fiocina del fucile subacqueo, poi si getta a terra, piange. Mentre questo avviene, Sergia, che non si è fatta impressionare dalle parole di Max, si trova dall’altra parte dell’isola, a prendere il sole. Si tuffa, subito dopo vede sott’acqua uno squaletto, che la induce a rifugiarsi su uno scoglio, aspettando di essere salvata. Si avvicina un motoscafo, Sergia viene issata e vestita di una tuta (prendeva il sole nuda); parlando con il salvatore, viene a sapere che ha frequentato in passato la sorella e il suo giro di fatui gaudenti, ed è anche il padrone della casa occupata dalla combriccola. Il suo nome è Guido, ed è commissario di bordo nei transatlantici. La ragazza gli piace, ma essendo un gentiluomo o, meglio, un uomo d’altri tempi, esplora il terreno. Sergia dice che sì, ha dormito con Fredy, fianco a fianco, tutto qui. «Hai dormito con lui» dice Guido «e vorresti farmi credere che sei… Ma lo sei veramente?». Risponde Sergia, mentendo: «No».
Fredy e Max, riconciliati, vedono Sergia arrivare con Guido che, naturalmente, non è zio di Fredy. I due si scusano per l’intrusione, sono subito perdonati. Guido li invita ad entrare, è paterno con Max, capisce il suo problema, lo invita a non pensare che il mondo intero ce l’abbia con lui. Guido, sull’imbrunire, recita Cardarelli: «Distesa estate, stagione dei densi climi…».[5] Guido e Sergia si piacciono, cercano di non darlo a vedere: però Fredy capisce, Sergia allora gli si avvicina, come per rassicurarlo. Max è a letto con la febbre, per via della pioggia presa sul tetto.
La notte, Fredy dorme, Max è al buio con gli occhi aperti, Guido è sulla spiaggia: vede la luce della cameretta di sopra accesa, rientra, sale da Sergia, la bacia, lei lo accoglie tra le sue braccia. Quando, dopo qualche tempo, lei improvvisamente diventa pensierosa, con la stessa espressione di Francesca nei Dolci inganni, dopo l’amore con l’architetto, Guido le domanda seriamente ed onestamente preoccupato: «Perché oggi non mi hai detto che eri… così? Perché non mi hai detto la verità?». La risposta è «Non lo so. È tanto importante essere come ero prima?».
Scendendo a piano terreno Guido vede Max, che non ha perso l’abitudine di spiare, torvo negli occhi: «Sono sempre tra i piedi, io. Ma se me ne andassi farei un piacere a tutti». Max in effetti scompare, la barca a motore di Fredy non è più all’ancora, nel porticciolo. Fredy dà immediatamente la colpa a Guido: dice che si vede benissimo che ha passato la notte con Sergia, basta guardarli in faccia, tutti e due. Fanno il giro dell’isola sul motoscafo di Guido, vedono la barca a motore alla deriva, poi il corpo di Max su una piattaforma alla base di un’alta scogliera, dalla quale si è precipitato.
Guido e Sergia non si vedranno più, fino al giorno del matrimonio di Liù, la sorella, che si è sistemata con uno dei riccastri gaudenti. È venuto il momento di un chiarimento, forse qualcosa di più, così spera Guido. Vanno al bastione di Saint Remy, Sergia dice di aver sostenuto l’esame d’interprete, forse partirà e aggiunge: «Chissà poi chi ha sbagliato quei due giorni, se io, o Fredy o tu. No, non voglio davvero rimproverarti di niente; ma tu non mi hai dato il tempo di volerti bene». Guido, come l’architetto nei Dolci inganni, come l’ingegnere nella Voglia matta, pensa a un futuro con l’adolescente: «Voglio sposarti, Sergia». La risposta è “no”. Sergia partirà per Bruxelles.

All’inizio di carriera Catherine Spaak è invariabilmente interpellata dai registi (e dalla produzione cinematografica) per svolgere il ruolo della ragazza spigliata, senza fisime e falsi pudori, ma tutt’altro che docile. La ricordiamo nel Sorpasso (1963) di Dino Risi, splendida nel ruolo della figlia dello sbruffone – peraltro bravissimo – Gassman; nella Noia (1963) di Damiano Damiani, film tratto dall’omonimo romanzo di Moravia, anche qui nel ruolo di una fanciulla dolce ma indifferente al turbine di sentimenti che la sua dolcezza può indurre in un uomo. Ma in questi film – bellissimi – la caratterizzazione non è borghese. Anzi, nella Parmigiana (ancora del 1963), di Antonio Pietrangeli, sarà una puttanella di provincia: un tema che lo stesso regista riprenderà, ma con un finale tragico, in Io la conoscevo bene (1965), con Stefania Sandrelli (a differenza del personaggio interpretato dalla Spaak, questo della Sandrelli «prende le scuffie», per gli uomini). E sarà ancora evocatrice di ferale pulsione amorosa nel ruolo di Matelda nell’Armata Brancaleone (1966), di Mario Monicelli. Girerà altri film, non più come adolescente, ovviamente, meno belli; alcuni decisamente brutti. Si riscatterà nel 1988, cominciando a condurre, per più di un decennio, Harem, un programma televisivo di rara eleganza ed intelligenza, oggi godibile su Raiplay (vedi Harem).
L’ideale di bellezza femminile fu da Catherine Spaak liberato dall’ipoteca di una maternità senza problemi, tradizionalmente garantita da fianchi larghi e seno prosperoso: lei decretò il tramonto della maggiorata fisica, lei anticipò la rivoluzione della pillola (che ancora non esisteva), per cui l’amore non ha come sbocco probabile il matrimonio e la maternità. Soprattutto, il tipo impersonato da Catherine Spaak perfezionò la rivoluzione del sentimento amoroso avviata, secondo Ugo Foscolo, da Petrarca, il quale

… amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste.

Se, come scrive Platone nel Simposio, esistono due tipi di amore – quello sublime, al quale presiede Venere urania, cioè, celeste; e quello volgare, al quale presiede Venere pandemia, cioè di tutto il popolo – Petrarca infranse il dogma per cui l’amore sublime possa esistere soltanto tra un adulto e un ragazzo impubere. La donna, grazie a Petrarca, poteva finalmente suscitare l’amore celeste.
Ma il Petrarca era poeta cristiano, non poteva ergersi a difensore di un amore fuggitivo, come quello greco:[6] l’amore, come si dice, era per sempre, e tale fu codificato (anche se raramente praticato) per secoli. Per completare la rivoluzione iniziata dal Petrarca, cioè per dare alla donna, in maniera perfetta, il ruolo che aveva l’adolescente greco nell’amore posto sotto l’egida della Venere celeste, occorreva liberare l’amore dall’ipoteca dell’eternità. Ed è quello, precisamente, che fece il tipo di fanciulla interpretato da Catherine Spaak nell’immaginario cinematografico, dapprima, quindi nell’immaginario degl’italiani.

Chissà come le femministe, principalmente quelle della setta Nussbaumiana, potrebbero accogliere questo ragionamento.


[1] Tuttavia parlare di “lolitismo” in proposito, come pure è stato fatto, è riduttivo, perché l’analogia tra Dolci inganni e Lolita di Nabokov si riduce all’unico elemento della giovane età della fanciulla in rapporto a quella dell’amante; come del resto l’analogia è impropria con riferimento al Ginocchio di Claire, il film di Eric Rohmer al quale accenna la canzone di Clio: «… des filles brunes et bouclées qui préfèrent les hommes plus âgés» (Eric Rohmer est mort: val la pena ascoltarla).

[2] Com’è noto, i talebani del politicamente corretto prevedono la distruzione dei manufatti ritenuti offensivi della loro sensibilità: vedi la decapitazione della statua di Colombo nella pur civilissima Boston; o l’abbattimento della statua di Colombo – sempre lui – nella capitale dell’Ohio, che si chiama Columbus, e che porta il nome del navigatore.

[3] «Non sono quella che un tempo tu amavi, la calda vita?» (U. Saba, Il canzoniere).

[4] Sentiamo quest’espressione nella Cena delle beffe, dove il truce Neri (interpretato da Amedeo Nazzari) dice al vindice Giannetto (interpretato da Osvaldo Valenti) che gli aveva usurpato il possesso della bella cortigiana Ginevra: «Tu l’hai goduta! Tu me l’hai goduta! Maledetto!». Vedi il film, al min. 36:35.

[5] Vedi Poeti d’oggi (1900-1925), Vallecchi, Firenze 1925, p. 599.

[6] Si tenga presente che l’amore tra l’adolescente (ἐρώμενος) e l’uomo adulto (ἐραστής) era necessariamente transitorio, se non altro perché aveva termine con l’ingresso nell’età adulta dell’adolescente, che da ἐρώμενος sarebbe divenuto, a sua volta, ἐραστής.

Fiumelatte: riprenderà la sua attività il giorno dell’Annunciazione?

Il Fiumelatte è un corso d’acqua attivo nel periodo tra il 25 marzo, il giorno dell’Annunciazione, e il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario, perciò è anche detto “il fiume delle due Madonne”. L’acqua che scorre nel suo alveo nasce, in questo periodo, da una grotta poco distante dal centro del Comune di Varenna, tuttavia per il rimanente periodo dell’anno, cioè in autunno e d’inverno, il fiume è in secca. È una conseguenza del fatto, come vedremo, che la sua sorgente è intermittente. Sennonché l’inverno 2021-22 è stato molto avaro di piogge, e di neve: c’è quindi da aspettarsi che il periodo di secca si prolunghi oltre il 25 marzo (2022), chissà per quanto tempo ancora. Verificheremo e riferiremo.
Si dice anche che Fiumelatte sia il fiume più breve d’Italia, ma non è vero: il primato infatti spetta all’Aril che nasce nel territorio di Malcesine, in provincia di Verona, e si butta sul Lago di Garda dopo un percorso di appena 175 m. Il Fiumelatte invece percorre ben 250 metri, prima di sfociare – nella sua stagione, s’intende – sul lago di Como, così precipitosamente che è tutto spumeggiante come latte in bollore, ed è questa la ragione del suo nome. Una visione dall’alto, quella che un tempo si diceva “a volo d’uccello”, registrata da un drone, ci permette di farci un’idea del fiume, sempre che sia corretto chiamarlo fiume, visto che il corso d’acqua non è permanente. Le immagini che vediamo qui sotto sono riprese dal drone di Carmine Galloni, che è un professionista delle riprese aeree (riprese realizzate in 4K, dove “4K” significa “4000 pixel”: indica l’approssimazione della risoluzione orizzontale).

Leonardo da Vinci scrive del Fiumelatte in un appunto steso a Bellagio su una carta raccolta nel foglio 214 del Codice Atlantico:

«Abbellagio. A rischontro abbellagio chasstello [di fronte al castello di Bellagio] è ilfiumelaccio [Fiumelatte], elquale cade daalto più che braccja 100 dalla vena donde nascie a piombo nellago, choninjistinabile strepido erromore [con inestimabile strepito e rumore]. Questa vena versa solamente agosto essettembre».[1]

Particolare di un foglio (214 r-e) del Codice Atlantico (da Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Riprodotto e pubblicato dalla Regia Accademia dei Lincei – Tavole, Hoepli, Milano 1897): immagine rovesciata, per facilitarne la lettura. A metà foglio troviamo menzione del Fiumelatte. Per ottenere un’immagine ingrandita su un’altra scheda, fare clic qui.

Quando scrisse l’appunto che leggiamo nel Codice Atlantico, Leonardo era a Bellagio, ospite del marchese Stanga, nominato da Ludovico il Moro feudatario del borgo. Dobbiamo immaginare che mettesse insieme, come gli capitava sovente, il dovere di consulente “di bello ingegno”, al servizio del Duca di Milano, con la curiosità di scienziato. Fra l’altro, era incaricato di visitare i territori del Ducato, in particolare di esaminarne le fortificazioni, le miniere e le officine del ferro e del rame; inoltre doveva «sopraintendere ai fiumi, ai navigli [cioè alle imbarcazioni], alle muzze [cioè ai canali di irrigazione], ai fossi, alle bocche pubbliche e private» e a tante altre cose ancora.
La villa del marchese Stanga si trovava di fronte al castello di Bellagio, prospiciente alla sorgente del Fiumelatte, sulla sponda opposta, vicino a un baluardo costruito dagli Sforza al tempo delle guerre con la Repubblica veneziana. Ma se Leonardo parla del Fiumelatte nei termini che leggiamo nel Codice Atlantico, è ragionevole pensare che ne avesse già visitato la sorgente: più che altro, da scienziato e libero pensatore. In precedenza infatti si era interessato alla sorgente intermittente di Torno, presso Como, da lui stesso indicata come “fonte pliniana” (vedi le sue notazioni sia nel Codice Atlantico, sia nel Codice Leicester[2]). La sorgente del Fiumelatte destava la sua curiosità perché di caratteristiche analoghe, con la differenza però che l’intermittenza della fonte pliniana per eccellenza, quella descritta dai due Plinii, oggi inglobata nella cosiddetta Villa Pliniana a Torno,[3] sul ramo occidentale del Lago di Como, è un’intermittenza oraria; laddove l’intermittenza del Fiumelatte, sul ramo orientale, è stagionale.
Ecco come il Fiumelatte doveva apparire a Leonardo dal castello di Bellagio (a parte le nuove costruzioni, s’intende):

Vista del borgo di Fiumelatte dal castello di Bellagio. Il solco che vediamo al centro della foto indica l’alveo del Fiumelatte, la cui foce di trova in corrispondenza del ponte stradale a due fornici. Qui sotto, l’ultimo tratto del corso del Fiumelatte, tra due case (foto a sinistra) poste sul ciglio della strada, attraversata la quale il fiume si getta nel lago (foto a destra). Le foto sono scattate il 24 marzo, nel tempo in cui il letto del fiume, la cui sorgente – come si è visto – è intermittente, è asciutto.

Osserviamo per inciso che nel Codice Atlantico numerose sono le testimonianze della conoscenza e degli studi leonardeschi riguardo a parecchi aspetti del territorio lariano e delle sue propaggini, fino in Val Chiavenna e in Valtellina (si veda Itinerari leonardeschi lariani). Tra l’altro, Leonardo studiò la possibilità di realizzare un naviglio che corresse parallelamente a un tratto del medio corso dell’Adda: così sarebbe stata possibile la navigazione dal lago di Como alla Darsena di Milano (si veda Il Naviglio di Paderno. Cenni storici).[4]
Per capire il carattere intermittente del Fiumelatte osserviamo il disegno qui sotto, tracciato dal naturalista Ernesto Capocci, che illustra il “meccanismo a sifone”, valido per tutte le sorgenti intermittenti (Ernesto Capocci, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, era stato incaricato di bonificare l’Agro di Venafro, periodicamente impaludato dall’acqua di una sorgente intermittente stagionale, come quella di Fiumelatte). In generale, le sorgenti intermittenti sono tali, perché scaricano l’acqua da una cavità sotterranea (“cavità carsica”), collegata con la bocca della sorgente  indicata nel disegno con la lettera D, mediante un condotto B-C-D conformato come un sifone, con un gomito cioè posto a quota superiore rispetto al livello dell’acqua del serbatoio: l’acqua si riversa alla fonte allorché il sifone è “innescato”, e ciò avviene quando il livello del serbatoio supera la quota del gomito; l’acqua continua a defluire finché tale livello è superiore alla quota della bocca D.

Meccanismo a sifone di una sorgente intermittente stagionale (tratta dalla memoria di Ernesto Capocci, ‘Sulla sorgente intermittente di Triverno nell’agro venafrano’, p. 316 degli Atti del Reale istituto d’Incoraggiamento alle Scienze naturali di Napoli, VIII, Tipografia del Ministero dell’Interno, Napoli 1855).

Nelle foto qui sotto, scattate il  20 febbraio 2022, vediamo la bocca della sorgente (in questo caso, l’uscita di una grotta) e il greto del fiume nel periodo di siccità. La grotta, visitata in parte dagli speleologi, si dirama in un insieme di gallerie, su diversi livelli, collegate con un sistema carsico che comincia nell’anfiteatro montuoso di Moncodeno, sul versante nord della Grigna settentrionale, a una decina di chilometri di distanza. Dobbiamo pensare che una o più di queste gallerie presentino una conformazione a gomito, con convessità rivolta verso l’alto, la cui estremità “pesca” in un bacino sotterraneo posto a un’altezza tale che il suo fondo si trovi a un livello inferiore alla sorgente, mentre la sommità si trova a un livello superiore (si veda ancora, indicativamente, il disegno). Il serbatoio, o il sistema di serbatoi, non è stato esplorato, e probabilmente non lo sarà mai, dunque non ne conosciamo la conformazione; ma si ha la certezza del collegamento con il sistema carsico della Grigna settentrionale grazie a un esperimento. Un gruppo di speleologi nel 1989 si è calato nell’abisso ‘W le donne’ (si chiama proprio così!), per versare una sostanza tracciante – sono stati immessi 2,4 kg di fluoresceina sodica –, su un corso d’acqua imponente, a 1200 metri di profondità: tracce del liquido sono state rilevate dopo qualche minuto nel Fiumelatte.

Si noti che a poche centinaia di metri dal Fiumelatte scorre un ruscello, la cui portata d’acqua è assai inferiore a quella del Fiumelatte (nel periodo di attività), ma è permanente. Non possiamo escludere, in linea di principio, che l’acqua provenga, anche in questo caso, da un serbatoio sotterraneo che raccoglie l’acqua infiltratasi nelle fenditure della roccia. Ma, essendo il deflusso d’acqua permanente, dobbiamo escludere la presenza di una struttura geologica “a sifone”.

La foce del Fiumelatte e quella del ruscello qui sopra indicato distano appena qualche centinaio di metri. Eppure, con tutto che d’estate il Fiumelatte sia molto più copioso del ruscello, il 20 febbraio e il 24 marzo il letto del Fiumelatte era asciutto, come è documentato dalle foto precedenti, mentre il ruscello non conosce pausa, come mostra la foto qui sotto, scattata il 20 febbraio.

Dopo aver visitato la sorgente del Fiumelatte il 20 febbraio e il 24 marzo, quando ancora non versa acqua, come di norma, torneremo sul posto ad aprile, per verificare se, nonostante l’inverno praticamente senza pioggia, e con pochissima neve, la sorgente tornerà ad essere attiva, almeno un po’. È una passeggiata piacevole, lungo un tratto del Sentiero del viandante, partendo da Varenna, in prossimità del cimitero.

Un tratto del Sentiero del viandante, in prossimità della sorgente del Fiumelatte: sullo sfondo, il borgo di Varenna. In basso, uno scorcio della passeggiata, tornando a Varenna.

Per ottenere un’immagine ingrandita, su un’altra scheda, fare clic qui.

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[1] La trascrizione “diplomatica”, cioè fedele al manoscritto, è riportata in Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Riprodotto e pubblicato dalla Regia Accademia dei Lincei. Trascrizione diplomatica e critica di Giovanni Piumati – Testo, Hoepli, Milano 1894-1904 (vedi).

[2] Codice Leicester, foglio 11, verso: «Come i’ molti lochi si trovano vene d’acqua che sei ore crescano e sei calano: ed io per me n’ho veduto una in sul lago di Como, detta fonte Priniana, la quale fa il predetto crescere e diminuire, in modo che quando versa, macina più mulini, e quando manca, cala sì, ch’egli è come guardare l’acqua ‘n un profondo pozzo».

[3] Edificata dal conte Anguissola nel 1573, era all’inizio una villa fortificata, fu quindi a più riprese rinnovata ed ebbe diversi proprietari, finché fu acquistata nel 1840 dal principe Emilio Barbiano di Belgiojoso, che vi condusse vita ritirata e “scandalosa” con l’amante, figlia del Principe di Wagran. Si veda la scheda nel sito dei Beni culturali della Regione lombarda: La Pliniana – complesso: si veda anche, in questa stessa pagina, La sorgente della Villa Pliniana di Torno.

[4] A Vaprio d’Adda Leonardo era ospite di Gerolamo Melzi, capitano della milizia milanese; il figlio Francesco sarebbe divenuto suo discepolo e pupillo. L’interesse di Leonardo per la navigazione dell’Adda è documentato dal foglio 911 del Codice Atlantico, ma non si hanno notizie che consentano di affermare che avesse ricevuto un incarico specifico.
Il collegamento tra il lago di Como e Milano per via d’acqua, da Lecco a Trezzo lungo l’Adda e di qui a Milano lungo il naviglio della Martesana, che già esisteva al tempo di Leonardo, sarà possibile solo nel 1777, al tempo di Maria Teresa d’Austria, con la costruzione del Naviglio di Paderno.

Il “problema di Delo”, cioè la duplicazione del cubo

Testimonianze sul ruolo di Platone nella soluzione di uno dei tre “problemi impossibili” dell’antichità

La riga e il compasso con i quali tracciamo le figure fondamentali della geometria, le linee rette e i cerchi, erano per i matematici greci gli unici strumenti ammessi, perché una costruzione geometrica potesse definirsi “valida”: con l’avvertenza inoltre – e non è cosa di poco conto – che la riga non sia graduata. Per esempio, con la riga e il compasso possiamo costruire la perpendicolare a una retta, dividere un segmento in un numero qualsiasi di parti uguali, possiamo costruire un quadrato, un triangolo isoscele, un esagono ecc. Ovviamente i Greci conoscevano altri strumenti, utili per la risoluzione di problemi pratici. Ma la geometria non era una disciplina pratica, per i Greci, era un’arte che non tollerava contaminazioni “meccaniche”. Osserviamo inoltre che al tempo dei Greci parecchi problemi che oggi risolviamo con metodo algebrico erano risolti con metodo geometrico.
Può sembrare a noi moderni incredibile, eppure gli antichi geometri (nel senso antico e nobile del termine, non quello di agrimensore) furono in grado di risolvere i problemi della geometria con la sola riga e il compasso: tutti, tranne tre, che vanno sotto il nome dei tre “problemi impossibili” dell’antichità. Essi sono quello della duplicazione del cubo, della trisezione di un angolo e della quadratura del cerchio.
Nel seguito di questo articolo ci occupiamo del primo problema, del quale Platone avrebbe fornito una soluzione che, se è quella che ci ha tramandato il matematico bizantino Eutocio, è tuttavia in contrasto non solo con il postulato di una dimostrazione rigorosa rispettosa del canone della riga e del compasso, ma con gli stessi fondamenti dell’ideologia platonica.
Duplicare un cubo, ovviamente, non significa giustapporre due cubi o costruire un cubo il cui spigolo sia il doppio di quello di un cubo dato: significa costruire un cubo il cui volume sia il doppio del cubo di partenza, come vediamo in questo disegno di Leonardo, che affronta la questione con metodo algebrico.

Nel Codice atlantico (f. 161 r) Leonardo disegna due cubi, l’uno di volume doppio rispetto all’altro e scrive che gli spigoli dei due cubi dovranno essere in rapporto di poco superiore a 5/4. Leggiamo infatti: «Se cubicamente multiplicherai la linea IE e ’l simile farai colla linea AE, tu ti troverai avere composti due cubi de’ quali la quantità dell’uno sia dupla alla quantità dell’altro. Cioè il cubo ABCDEFGH sarà doppio al cubo IKLMENOP. Se la linia IE fussi 4, la linea AE sarebbe 5 e oltre al di questo una certa minuzia indicibile, la quale con comodità si fa e con difficultà si dice».
Leonardo vuol dire che, se il cubo piccolo ha uno spigolo che misura 4 unità e quello grande, di volume doppio, ha uno spigolo che misura 5, elevando al cubo la misura dello spigolo piccolo si ottiene 64, mentre elevando al cubo quella dello spigolo grande si ottiene 125, che è un po’ meno del doppio di 64, cioè di 128. Perché il cubo grande abbia volume doppio del piccolo, il rapporto tra i due spigoli,  dunque, non dovrebbe essere 5/4 = 1,25, ma un po’ superiore («una minuzia indicibile») cioè la radice cubica di 3, pari a 1,26 ca.

Per amore di completezza aggiungiamo che Leonardo affrontò il problema anche con metodo geometrico: ne vediamo la soluzione in un altro foglio del Codice Atlantico, e in un foglio del Codice Foster. È una soluzione (approssimata) ottenuta facendo ricorso a una costruzione geometrica semplificata, ripresa da quella con la quale Apollonio di Perga (262-190 a.C.) escogitò una soluzione esatta, ancorché non praticabile secondo i canoni della geometria con riga e compasso “in purezza”.
Ma torniamo ai Greci e vediamo come il problema sia stato impostato, nei termini più generali, e rigorosi, dal matematico Ippocrate di Chio (470-410 a.C.), e come Eratostene abbia trovato una soluzione approssimata, mediante la costruzione del “mesolabio”.

 

1. Definizione del problema secondo Ippocrate di Chio e soluzione di Eratostene

Nel commento di Eutocio (V-VI sec. d.C.) all’opera di Archimede Sulla sfera e il cilindro[1] leggiamo questa lettera di Eratostene (276 a.C. – 194 a.C.) a Tolomeo III, faraone egizio, dove il matematico di Cirene illustra il suo metodo (strumentale) per risolvere il “problema di Delo” cioè la duplicazione del cubo:

᾿Ως ᾿Ερατοσθένης.
Βασιλεῖ Πτολεμαίῳ ᾿Ερατοσθένης χαίρειν.

[…] ἐζητεῖτο δὲ καὶ παρά τοῖς γεωμέτραις, τίνα ἄν τις τρόπον τὸ δοθέν στερεὸν διαμένον ἐν τῷ αυτῷ σχήματι διπλασιάσειεν. καὶ ἐκαλεῖτο τὸ τοιοῦτον πρόβλημα κύβου διπλασιασμός· ὑποθέμενοι γάρ κύβον ἐζήτουν τοῦτον διπλασιάσαι. πάντων δὲ διαπoρoύντων επὶ πολὺν χρόνον πρῶτος ῾Ιπποκράτης ὁ Χῖος ᾿επενόησεν, ὅτι, ἐὰν εὑρεθῇ δύο εὐθειών γραμμῶν, ὧν ἡ μείζων τῆς ἐλάσσονός έστι διπλασία, δύο μέσας ἀνάλογον λαβεῖν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ, διπλασιασθήσεται ὁ κύβος, ὥστε τὸ απόρημα αὐτού εἰς ἕτερον οὐκ ἔλασσον απόρημα κατέστρεφεν. μετὰ χρόνον δὲ τινὰς φασιν Δηλίους επιβαλλομένους κατὰ χρησμὸν διπλασιάσαι τινὰ τῶν βωμῶν ἐμπεσεῖν εἰς τὸ αυτὸ απόρημα. διαπεμψαμένους δὲ τοὺς παρὰ τῷ Πλάτωνι ἐν ᾿Ακαδημίᾳ γεωμέτρας άξιοῦν αὑτοῖς ἐυρεῖν τὸ ζητούμενον. τῶν δε φιλοπόνως ἐπιδιδόντων ἑαυτούς καὶ ζητούντων δύο τῶν δοθεισῶν δύο μέσας λαβεῖν ᾿Αρχύτας μὲν ῾ο Ταραντῖνος λέγεται διὰ τῶν ἡμικυλίνδρων εὑρηκέναι, Εὔδοξος δὲ διὰ τῶν καλουμένων καμπύλων γραμμῶν. συμβέβηκε δὲ πᾶσιν αὐτοῖς ἀποδεικτικώς γεγραφέναι, χειρουργήσαι δὲ καὶ εἰς χρεῖαν πεσεῖν μὴ δύνασθαι πλὴν επὶ βραχὺ τι τοῦ Μενέχμου καὶ ταῦτα δυσχερῶς. ἐπινενόηται δέ τις ὑφ’ ἡμῶν ὀργανική λῆψις ῥαδία, δι’ ἧς εὑρήσομεν δύο τῶν δοθεισῶν οὐ μόνον δύο μέσας, ἀλλ’ ὅσας ἄν τις ἐπιτάξῃ.

Cioè:

[Soluzione del problema] secondo Eratostene.
Eratostene al re Tolomeo, salute.

[…] Tra i geometri fu agitata la questione in qual modo si potesse duplicare una data figura solida qualunque, conservandone l’aspetto. Era questo il problema cosiddetto della duplicazione del cubo: si trattava, assegnato un cubo, di raddoppiarlo. Esitarono tutti a lungo, finché per primo Ippocrate da Chio trovò che la duplicazione del cubo si ottiene se, dati due segmenti rettilinei, dei quali il maggiore sia doppio del minore, se ne trovano altri due che siano medi proporzionali, in proporzione continua; ma così tradusse una difficoltà in un’altra, non minore. Si narra che in seguito i Delii, per indicazione dell’oracolo, si sforzassero di duplicare un certo altare, imbattendosi nella medesima difficoltà. Incaricarono allora alcuni ambasciatori di andare a chiedere ai geometri che facevano parte dell’Accademia di Platone di trovare una soluzione a questo loro problema. Si dice che il problema fosse affrontato con ogni cura, nell’intento di trovare quei due segmenti medi proporzionali e che Archita[2] di Taranto vi riuscisse ricorrendo a un semicilindro, ed Eudosso, [3] per parte sua, facendo intervenire certe linee curve. E avvenne che tutti arrivassero a formulare dimostrazioni accurate, ma non riuscirono a trovare soluzioni praticabili e rispondenti alla bisogna, a parte forse Menecmo,[4] un po’ tortuosamente. Noi, per parte nostra, abbiamo trovato un metodo idoneo, strumentale, per cui tra due segmenti assegnati siamo in grado di considerare due segmenti medi proporzionali, e non solo di quei due, ma di quanti se ne vogliano porre.

In questa lettera Platone è presentato come direttore dell’Accademia, da lui fondata nel 387 a.C., nella quale si coltivavano le scienze matematiche, com’è noto, ma non come solutore del problema di Delo. Vi leggiamo invece come Eratostene abbia affrontato il problema, mediante il suo “mesolabio”, ma soprattutto abbiamo notizia della geniale intuizione di Ippocrate di Chio, che costituirà la base teorica sulla quale lavoreranno tutti coloro che nell’antichità si cimentarono nel problema della duplicazione del cubo. Afferma in sostanza Ippocrate che il problema sarà risolto se si sarà trovato il modo, come vedremo tra poco, d’inserire due segmenti medi proporzionali tra due segmenti di lunghezza, rispettivamente, a e 2a.
Il mesolabio di Eratostene può essere considerato una sorta di regolo calcolatore per la determinazione di due segmenti x, y, medi proporzionali tra due segmenti dati, a e b (dove b non è necessariamente uguale a 2a), mediante un filo teso sopra tre pannelli graduati e scorrevoli.
Qui sotto vediamo una ricostruzione del mesolabio, presso il Museo di Storia Naturale e della Strumentazione Scientifica dell’Università di Modena e Reggio Emilia: facendo clic sull’immagine è possibile visualizzare una spiegazione del suo funzionamento.

Il contributo di Ippocrate di Chio (470-410 a.C.) – Ippocrate di Chio (da non confondere con l’altro Ippocrate, il medico, che era di un’altra isola dell’Egeo, Coo) imposta il problema affermando che, volendo duplicare un cubo che abbia spigolo a, occorre pensare a un cubo il cui spigolo x sia maggiore  di a secondo una relazione che, espressa in forma algebrica, noi moderni scriviamo così:

Il problema di Delo a questo punto si pone in questi termini: “Come calcolare la radice cubica di un numero, ovvero, poiché i Greci ragionavano in termini geometrici, come determinare il segmento che abbia misura x?”. Ippocrate dice che questo problema, a sua volta, si risolve trovando due medi proporzionali tra a e 2a, tali che:

a : x = x : y = y : 2a

Infatti consideriamo separatamente l’eguaglianza dei primi due rapporti e quella del primo e del terzo, si ha

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2. Risposta di Platone, secondo Plutarco

Anche Plutarco (46 ca. – 125 ca.) fa intervenire Platone nel “problema di Delo”: nel Dèmone di Socrate, un dialogo conviviale che si sarebbe tenuto in occasione dell’anniversario della nascita di Platone, uno dei convitati ricorda che i Delii si erano rivolti a Platone, in quanto esperto di geometria, per risolvere il problema della duplicazione del cubo. Tuttavia Platone, secondo Plutarco, non risolve il problema, ma illustra il significato della singolare richiesta dell’oracolo, quella che abbiamo letto nella lettera di Eratostene, precisando che il dio aveva inteso esortare i Delii e tutti i Greci allo studio delle matematiche, per la loro benefica influenza nell’educazione della mente. Leggiamo nel Dèmone di Socrate (vedi Περί τοῦ Σωκράτους δαιμονίου, 579 b-c):

῾Ημῖν ἀπ᾽ Αἰγύπτου περὶ Καρίαν Δηλίων τινὲς ἀπήντησαν, δεόμενοι Πλάτωνος ὡς γεωμετρικοῦ λῦσαι χρησμὸν αὐτοῖς ἄτοπον ὑπὸ τοῦ θεοῦ προβεβλημένον. ἦν δὲ χρησμὸς, Δηλίοις καὶ τοῖς ἄλλοις Ἕλλησι παῦλαν τῶν παρόντων κακῶν ἔσεσθαι διπλασιάσασι τὸν ἐν Δήλῳ βωμόν. οὔτε δὲ τὴν διάνοιαν ἐκεῖνοι συμβάλλειν δυνάμενοι καὶ περὶ τὴν τοῦ βωμοῦ κατασκευὴν γελοῖα πάσχοντες, ἑκάστης γὰρ τῶν τεσσάρων πλευρῶν διπλασιαζομένης, ἔλαθον τῇ αὐξήσει τόπον στερεὸν ὀκταπλάσιον ἀπεργασάμενοι, δι᾽ ἀπειρίαν ἀναλογίας ἣ τῷ μήκει διπλάσιον παρέχεταἰ, Πλάτωνα τῆς ἀπορίας ἐπεκαλοῦντο βοηθόν. ὁ δὲ τοῦ Αἰγυπτίου μνησθεὶς προσπαίζειν ἔφη τὸν θεὸν Ἕλλησιν ὀλιγωροῦσι παιδείας, οἷον ἐφυβρίζοντα τὴν ἀμαθίαν ἡμῶν καὶ κελεύοντα γεωμετρίας ἅπτεσθαι μὴ παρέργως. οὐ γάρ τοι φαύλης οὐδ᾽ ἀμβλὺ διανοίας ὁρώσης, ἄκρως δὲ τὰς γραμμὰς ἠσκημένης ἔργον εἶναι δυεῖν μέσων ἀνάλογον λῆψιν, μόνῃ διπλασιάζεται σχῆμα κυβικοῦ σώματος ἐκ πάσης ὁμοίως αὐξόμενον διαστάσεως. τοῦτο μὲν οὖν Εὔδοξον αὐτοῖς τὸν Κνίδιον ἢ τὸν Κυζικηνὸν Ἑλίκωνα συντελέσειν: μὴ τοῦτο δ᾽ οἴεσθαι χρῆναι ποθεῖν τὸν θεὸν.

Cioè:

Giunti dall’Egitto in Caria, ci vennero incontro alcuni abitanti di Delo, i quali chiedevano che Platone, in quanto esperto in geometria, spiegasse loro uno strano responso pronunciato dal dio. Ai Delii ed a agli altri Greci l’oracolo prediceva la fine delle presenti sciagure, se avessero costruito un altare di volume doppio rispetto a quello esistente a Delo. Non riuscendo a comprendere l’intenzione del dio e rendendosi ridicoli con la costruzione dell’altare, poiché raddoppiavano ciascuno dei quattro lati, ottennero senza accorgersene un solido otto volte più grande, per ignoranza del rapporto che produce la duplicazione in lunghezza. Dunque chiedevano che Platone li aiutasse a superare tale difficoltà. Ricordandosi dell’Egiziano,[5] egli rispose che il dio quasi deridendo la nostra ignoranza si prendeva gioco dei Greci che non si davano cura dell’istruzione e li esortava a dedicarsi seriamente allo studio della geometria. Disse che occorreva un’intelligenza non certo limitata e dalla vista corta, bensì esperta a fondo nella geometria per trovare l’elemento proporzionale fra due grandezze, il solo mezzo che raddoppia il volume di un corpo cubico con un uguale incremento su ogni dimensione. Aggiunse che questo calcolo avrebbero potuto farlo Eudosso di Cnido oppure Elicone di Cizico: comunque non dovevano credere che il dio volesse questo.

Dunque Platone è presentato da Plutarco come esperto di geometria, ma non come colui che trova la soluzione del problema; inoltre, sempre stando a Plutarco, che ne scrive nelle Dispute conviviali, Platone insiste sulla necessità che la geometria non si contamini con la meccanica, cioè con la costruzione di strumenti idonei a risolvere problemi geometrici, che vanno piuttosto affrontati con l’evocazione di modelli mentali. Si veda Plutarco, Quaestiones convivales VIII, ii, 718ef:

Εὐθὺς ὑπολαβὼν ὁ Τυνδάρης ‘οἴει γάρ’ εἶπεν, ‘ὦ Διογενιανέ, τῶν περιττῶν τι καὶ δυσθεωρήτων αἰνίττεσθαι τὸν λόγον, οὐχ ὅπερ αὐτὸς εἴρηκε καὶ γέγραφεν πολλάκις, ὑμνῶν γεωμετρίαν ὡς ἀποσπῶσαν ἡμᾶς προσισχομένους τῇ αἰσθήσει καὶ ἀποστρέφουσαν ἐπὶ τὴν νοητὴν καὶ ἀίδιον φύσιν, ἧς θέα τέλος ἐστὶ φιλοσοφίας οἷον ἐποπτεία τελετῆς; […] Πᾶσι μὲν οὖν τοῖς καλουμένοις μαθήμασιν, ὥσπερ ἀστραβέσι καὶ λείοις κατόπτροις, ἐμφαίνεται τῆς τῶν νοητῶν ἀληθείας ἴχνη καὶ εἴδωλα· μάλιστα δὲ γεωμετρία κατὰ τὸν Φιλόλαον ἀρχὴ καὶ μητρόπολις οὖσα τῶν ἄλλων ἐπανάγει καὶ στρέφει τὴν διάνοιαν, οἷον ἐκκαθαιρομένην καὶ ἀπολυομένην ἀτρέμα τῆς αἰσθήσεως. διὸ καὶ Πλάτων αὐτὸς ἐμέμψατο τοὺς περὶ Εὔδοξον καὶ Ἀρχύταν καὶ Μέναιχμον εἰς ὀργανικὰς καὶ μηχανικὰς κατασκευὰς τὸν τοῦ στερεοῦ διπλασιασμὸν ἀπάγειν ἐπιχειροῦντας, ὥσπερ πειρωμένους δίχα λόγου δύο μέσας ἀνάλογον, ᾗ παρείκοι, λαβεῖν· ἀπόλλυσθαι γὰρ οὕτω καὶ διαφθείρεσθαι τὸ γεωμετρίας ἀγαθὸν αὖθις ἐπὶ τὰ αἰσθητὰ παλινδρομούσης καὶ μὴ φερομένης ἄνω μηδ’ ἀντιλαμβανομένης τῶν ἀιδίων καὶ ἀσωμάτων εἰκόνων, πρὸς αἷσπερ ὢν ὁ θεὸς ἀεὶ θεός ἐστιν.

Cioè:

Tindare soggiunse immediatamente: «Forse tu credi, o Diogeniano, che questa frase di Platone[6] accenni misteriosamente a qualcosa di prodigioso e oscuro, e non a quello che lui disse e scrisse spesso, quando loda la geometria perché ci distoglie dalle cose sensibili, e ci applica alla natura puramente intellegibile ed eterna, la cui contemplazione è lo scopo della filosofia, come l’epoptia[7] è il fine dell’iniziazione ai sacri misteri? […] Tutte le conoscenze matematiche sono come specchi piani e levigati: riflettono nelle nostre anime i contorni e le immagini delle verità delle cose intellegibili. Ma è soprattutto la geometria quella che, essendo secondo Filolao madre e signora di tutte le conoscenze matematiche, suscita e indirizza il pensiero, purificandolo e distogliendolo insensibilmente dalla vista delle cose sensibili. Perciò lo stesso Platone biasimava coloro che, seguendo l’esempio di Eudosso, Archita e Menecmo pretendono di ridurre la duplicazione di un solido a una procedura strumentale e meccanica, come a voler trovare due medi proporzionali  di un rapporto, facendo a meno del ragionamento.[8] Diceva che così perisce e si guasta tutto ciò che la geometria ha di meglio, facendola retrocedere, invece di innalzarla, senza che possa cogliere quelle immagini eterne ed incorporee alle quali il dio è sempre rivolto, e perciò egli è, appunto, divino».

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3. Teone di Smirne conferma il resoconto di Plutarco

Teone di Smirne (70 ca. – 135 ca.) scrisse un trattato conosciuto come Expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium,[9] inteso a facilitare la lettura dei numerosi riferimenti matematici sparsi nell’opera di Platone. Sul problema di Delo non dice molto, anche perché Platone non vi accenna nella sua opera: riporta tuttavia quanto abbiamo già letto nella lettera di Eratostene a Tolomeo, aggiungendo la ragione per cui i Delii volessero duplicare il cubo, quella stessa esplicitata da Plutarco, suo contemporaneo, come abbiamo visto sopra. La concordanza non desta meraviglia, essendo la fonte di Teone e Plutarco lo stesso Eratostene che circa quattro secoli prima aveva scritto il Platonico, opera per noi perduta, ma non per loro, che si ritiene fosse una sorta di commento filosofico-matematico del Timeo di Platone. Perciò, anche secondo Teone di Smirne, Platone non ha risolto il problema di Delo, ma ha interpretato le parole dell’oracolo come monito perché i Greci si applicassero allo studio delle matematiche.

Ἐρατοσθένης μὲν γὰρ ἐν τῷ ἐπιγραφομένῳ Πλατωνικῷ φησιν ὅτι, Δηλίοις τοῦ θεοῦ χρήσαντος ἐπὶ ἀπαλλαγῇ λοιμοῦ βωμὸν τοῦ ὄντος διπλασίονα κατα|σκευάσαι, πολλὴν ἀρχιτέκτοσιν ἐμπεσεῖν ἀπορίαν ζη|τοῦσιν ὅπως χρὴ στερεὸν στερεοῦ γενέσθαι διπλάσιον, ἀφικέσθαι τε πευσομένους περὶ τούτου Πλάτωνος. τὸν δὲ φάναι αὐτοῖς, ὡς ἄρα οὐ διπλασίου βωμοῦ ὁ θεὸς δεόμενος τοῦτο Δηλίοις ἐμαντεύσατο, προφέ- ρων δὲ καὶ ὀνειδίζων τοῖς Ἕλλησιν ἀμελοῦσι μαθημάτων καὶ γεω|μετρί- ας ὠλιγωρηκόσιν.
ἀκολούθως δὲ τῇ τοῦ Πυθίου παραινέσει πολλὰ καὶ αὐτὸς διέξεισιν ὑπὲρ τοῦ ἐν τοῖς μαθήμασι χρησίμου.

Cioè:

Eratostene, nella sua opera intitolata Platonico, afferma che quando il dio vaticinò ai Delii che per liberarsi dalla peste avrebbero dovuto costruire un altare doppio rispetto a quello già esistente, i progettisti si imbatterono in grandi difficoltà nel cercare in che modo si produce un solido doppio rispetto a un altro, e si recarono perciò da Platone per chiedergli consiglio su questo. Egli rispose loro che il dio non aveva vaticinato in tal modo ai Delii poiché aveva necessità di un altare di dimensioni doppie, ma per sanzionare e richiamare i Greci poiché trascuravano le matematiche e non si curavano della geometria.
In conformità con il monito di Apollo Pizio anche lo stesso Platone tratta spesso del valore delle matematiche.[10]

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4. Platone solutore del problema, secondo Eutocio

Eutocio, come abbiamo visto, non solo ci ha tramandato la lettera di Eratostene a Tolomeo, ma ci presenta la soluzione che Platone avrebbe dato al problema di Delo: ce ne dà conto ancora nel suo commento al trattato di Archimede Sulla sfera e il cilindro.[11] Per la precisione, Eutocio non dice nemmeno che Platone abbia risolto il problema di Delo, ma che ha trovato il modo d’individuare due segmenti medi proporzionali tra due segmenti dati. Il che equivale, in termini algebrici, come abbiamo visto, a trovare la radice cubica di 2. Platone è citato nell’intestazione del problema, e qui soltanto, dopo di che non si fa più parola del filosofo ateniese, perlomeno a questo riguardo. Ecco l’intestazione:

Ως Πλάτων.
Δύο δοθεισῶν εὐθειῶν δύο μέσας ἀνάλογον εὑρείν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ.

Cioè

[Soluzione del problema] secondo Platone.
Date due linee rette[12] trovare due medie proporzionali in proporzione continua.

Segue la descrizione di un telaio regolabile, e del modo di utilizzarlo, dopo aver disposto ortogonalmente i due segmenti dei quali si vogliano trovare due medi proporzionali. Il telaio è regolabile in quanto il listello superiore può essere posto a diverse distanze da quello inferiore, come vediamo nella figura:

Per spiegare come si applichi lo strumento e quale sia il suo principio di funzionamento, ricordiamo il punto di partenza: Dati due segmenti a e b, trovare due segmenti x ed y medi proporzionali in proporzione continua, tali cioè che:

a : x = x : y = y : 2a

Qui di seguito, invece di riportare l’originale greco che, anche tradotto, richiederebbe alle nostre deboli menti uno sforzo eccessivo, ne presentiamo una riformulazione in termini a noi più familiari.
Cominciamo dunque con il disporre i due segmenti a e b = 2a così da formare un angolo retto; quindi tracciamo due linee che ne siano il prolungamento, come mostrato in figura. Poi si prenda un telaietto il cui listello superiore possa essere abbassato rispetto a quello inferiore  e disponiamolo in modo che il bordo interno del listello inferiore sia a contatto con il punto C.

Adesso ruotiamo il telaietto, mantenendo il contatto in C sottoponiamolo a traslazione e abbassiamone il listello superiore quanto basta, procedendo per tentativi, in modo che l’angolo interno inferiore sinistro cada sul prolungamento del segmento a e che il bordo interno del listello mobile passi per il punto A.

I due angoli interni a sinistra del telaietto regolabile individuano i segmenti x e y medi proporzionali tra a e b, come vediamo nella figura qui sotto. Il segmento x costituisce la soluzione del problema.

Infatti, considerando il triangolo rettangolo ADE, vediamo che il segmento x è l’altezza relativa all’ipotenusa: pertanto x, per il secondo teorema di Euclide,[13] risulta medio proporzionale tra le proiezioni dei cateti sull’ipotenusa, a e y, cioè:

a : x = x : y

Analogamente, nel triangolo rettangolo DEC il segmento y è l’altezza relativa all’ipotenusa, pertanto y risulta medio proporzionale tra le proiezioni dei cateti sull’ipotenusa, x e 2a, cioè:

x : y = y : 2a

Combinando le due espressioni qui sopra otteniamo:

a : x = y : 2a

Avendo determinato, con il telaio regolabile, x e y, tali da rispettare la relazione qui sopra, abbiamo realizzato la condizione necessaria e sufficiente perché

x3 = 2a3

Cioè, si è trovata una soluzione al problema di Delo: Eutocio qui non ne fa menzione, ma noi sappiamo che questa è la soluzione.

Qui si pone il dubbio: è mai possibile che Platone abbia escogitato un metodo per risolvere un problema geometrico che preveda l’uso del telaio di Eutocio? Un telaietto che debba essere posizionato per successivi tentativi di traslazione, rotazione e abbassamento del listello superiore appare poco “platonico”.
Il dubbio è legittimo, e non solo per quello che ci dice Plutarco. Nella Repubblica leggiamo dell’importanza delle matematiche nell’educazione della mente dei filosofi che dovranno dirigere lo Stato, perché si abituino a distogliere lo sguardo dalle cose sensibili e a cogliere l’intellegibile. Il pensiero dei matematici, d’altra parte, è – anzi, deve essere – astratto dalle cose materiali, quelle che cadono sotto i sensi, essendo inteso all’intellegibile, che solo può essere “visto” dalla mente. Vedi Repubblica, VI, 510 d:

[…] οὐκοῦν καὶ ὅτι τοῖς ὁρωμένοις εἴδεσι προσχρῶνται καὶ τοὺς λόγους περὶ αὐτῶν ποιοῦνται, οὐ περὶ τούτων διανοούμενοι, ἀλλ᾽ ἐκείνων πέρι οἷς ταῦτα ἔοικε, τοῦ τετραγώνου αὐτοῦ ἕνεκα τοὺς λόγους ποιούμενοι καὶ διαμέτρου αὐτῆς, ἀλλ᾽ οὐ ταύτης ἣν γράφουσιν […]  τούτοις μὲν ὡς εἰκόσιν αὖ χρώμενοι, ζητοῦντες δὲ αὐτὰ ἐκεῖνα ἰδεῖν ἃ οὐκ ἂν ἄλλως ἴδοι τις ἢ τῇ διανοίᾳ.

Cioé

[Tu sai] dunque che [i matematici] fanno ricorso a figure visibili e ne discorrono, eppure non pensano a queste, ma a quelle di cui queste sono copia; ragionano sul quadrato in sé e sulla diagonale in sé, non su quella che disegnano; […] ricorrono, certo, a queste immagini, ma ciò che essi ricercano veramente è la visione di quelle realtà che possono essere viste soltanto dalla mente.

Scrive Gino Loria in un trattato dell’inizio del secolo trascorso, ricco d’informazioni, dimostrazioni matematiche e di cultura, sempre attuale:[14]

Questa soluzione è semplice e non manca di eleganza; essa non è che un’applicazione del teorema “La perpendicolare condotta dal vertice dell’angolo retto di un triangolo rettangolo sull’ipotenusa è media proporzionale tra i segmenti dell’ipotenusa stessa”, teorema che, come sappiamo già, era già noto ad Archita. Nulla si oppone dunque ad ammettere che quella soluzione sia dovuta a Platone; però essa è meccanica, onde sembrerebbe impossibile attribuirla a colui che biasimava chi risolveva con mezzi meccanici i problemi geometrici perché così le prerogative della geometria vengono oscurate e tolte, [essendo] essa ricondotta allo stato pratico, invece di fare come obietti di essa le figure eterne ed incorporee; perciò taluno ritiene apocrifa la soluzione di Platone e trova una conferma di tale congettura nel fatto che il solo Eutocio ne tenga parola, mentre, ad esempio, Eratostene non ne parli affatto nell’epistola storica relativa al problema di Delo. Si può, tuttavia, conciliare il biasimo con la soluzione di Platone, vuoi ammettendo che egli, per screditare le soluzioni meccaniche abbia dimostrato col fatto quanto fosse facile immaginarne [una], vuoi supponendo che Platone siasi limitato a ridurre il problema della costruzione delle due medie fra le rette a, b[15] all’inserzione tra i prolungamenti di queste rette di una retta DE che riesca perpendicolare alle AD e CE.

In altre parole – questo sembra dire Loria, insigne matematico ed accademico Linceo – è come se Platone avesse detto “La soluzione del problema è data da una retta DE che riesca perpendicolare alle rette AD e CE”; poi qualche altro “vile meccanico” avrà inventato il telaio con listello regolabile, e il modo di impiegarlo. Dunque Platone non avrebbe dato la soluzione del problema di Delo, non si è espresso sulla lunghezza dello spigolo del cubo raddoppiato, non ha calcolato niente, si è limitato a dare un’indicazione di metodo. Come Ippocrate di Chio aveva aperto la strada ai matematici successivi, indicando che la soluzione del problema consiste nell’individuare due medi proporzionali tra i segmenti a e 2a, così Platone ha fatto sapere – o avrebbe fatto sapere – ai matematici che il problema della duplicazione del cubo, da Ipparco riformulato nel problema dell’individuazione di due segmenti medi proporzionali tra lo spigolo del cubo dato e un segmento di misura doppia di quello spigolo, può essere a sua volta riformulato individuando il segmento DE. Ma l’individuazione di tale segmento, come sappiamo con il senno del poi, non è possibile rispettando il canone della geometria dimostrata con riga e compasso. In ogni caso, sia Ippocrate di Chio, sia Platone, hanno ragionato “platonicamente”, come si conviene a matematici puri, interessati a cogliere le figure “intellegibili”, contemplabili dalla mente, senza curarsi delle figure “sensibili”, cioè percettibili dai sensi.

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5. Il mito di Platone matematico, secondo Bessarione

Il cardinale Bessarione (1403-1472), umanista bizantino, quand’ancora è arcivescovo ortodosso di Nicea discute in Italia l’unione delle due Chiese, la cattolica e l’ortodossa, così da por fine allo Scisma d’Oriente. In effetti al concilio di Firenze, nel 1439, è proclamata l’unione tra la Chiesa greca e qualla latina. Terminata la sua missione, Bessarione rientra a Bisanzio, ma nel 1440 fa ritorno in Italia, essendo nominato cardinale della Chiesa unificata da Eugenio IV. L’unione delle due Chiese dura però pochi anni, fino alla presa di Costantinopoli (1453): Bessarione rimane in Italia, cardinale della Chiesa cattolica, dove contribuisce a diffondere lo studio del greco e della filosofia platonica.
Bessarione scrisse, tra l’altro, un’opera in difesa del platonismo, contro le tesi di Giorgio di Trebisonda, favorevoli a una convergenza del cristianesimo nell’aristotelismo. L’opera,  intitolata In calumniatorem Platonis, fu scritta in greco, ma ebbe ampia circolazione nella traduzione latina, divisa in quattro libri: a questa facciamo riferimento nel presentare il punto di vista di Bessarione su Platone matematico. In particolare, nel cap. 8 del libro I, Bessarione si propone di dimostrare che Platone fu cultore esimio delle discipline matematiche:

Equidem ita a maioribus nostris traditum accepi Platonem non minus quadripartitam hanc mathematicarum disciplinarum rationem quam aliam quamvis philosophiae partem suis discipulis explicare solitum fuisse ac vestibulo scholae eius hoc epigramma inscriptum extitisse: «Nemo huc geometriae expers introeat».

Cioè:

Ed invero sappiamo dai nostri predecessori che Platone era solito spiegare ai suoi discepoli tale teoria quadripartita delle discipline matematiche non meno di qualsiasi altra parte della filosofia; e sappiamo che all’ingresso della sua scuola si trovava l’iscrizione: «Nessuno entri ignaro di geometria».

In quest’opera manifestamente apologetica Bessarione non si perita di raccogliere tutti gl’indizi e tutte le testimonianze favorevoli alla sua tesi, che cioè tutto quello che c’è di buono in Aristotele si trova già in Platone, che gli fu maestro, e che l’insegnamento di Platone converge meravigliosamente con quello della Chiesa. E per dimostrare l’eccellenza di Platone delle discipline matematiche riprende la notizia che sul frontone dell’Accademia platonica sarebbe stato scritto:

Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω

cioè «Nessuno entri ignaro di geometria». Queste parole sono citate variamente, cioè con qualche variante, in epoca moderna: tra gli altri, da Erasmo, nell’Adagio “2260 – Ἀγεωμέτρητος οὐδεὶς εἰσίτω”; e dall’editore di Copernico, nel talloncino di presentazione dell’edizione di Norimberga (1543) del trattato De revolutionibus orbium coelestium libri VI;[16] tuttavia le testimonianze di epoca antica non sono anteriori al IV sec. d.C. Anzi, “la” testimonianza, quella di Sopatro di Apamea, un retore messo a morte da Costantino I, vissuto dunque circa settecento anni dopo Platone. Scrive infatti in uno scolio a un testo di Publio Elio Aristide:[17]

Ἐπεγέγραπτο ἔμπροσθεν τῆς διατριβῆς τοῦ Πλάτωνος ὅτι ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω· ἀντὶ τοῦ ἄνισος καὶ ἄδικος. ἡ γὰρ γεωμετρία τὴν ἰσότητα καὶ τὴν δικαιοσύνην ζητεῖ.

Cioè

Era scritto nel frontone della scuola di Platone ‘Nessuno entri, che non sappia di geometria’ come per dire ‘se non ha nozione di eguaglianza, di giustizia’: perché la geometria è ricerca dell’eguaglianza e della giustizia.

Dunque secondo questa testimonianza l’iscrizione avrebbe il significato di un monito alla virtù filosofica della giusta misura,[18] come del resto è riportato anche da Bessarione, che però preferisce interpretare l’iscrizione come un monito allo studio della geometria:

Quod imprimis significare videtur eum a sacello philosophiae arcendum esse, qui geometriae disciplina non sit institutus, quamquam illud quoque possit denotare neminem esse intromittendum, qui virtutem ex geometrica mediocritate quaesitam non sit consecutus.

Cioè

Il che in primo luogo sembra voler dire che dal santuario della filosofia va tenuto lontano chi non sia stato istruito nella geometria, per quanto potrebbe anche indicare che nessuno dev’essere ammesso, che non abbia conseguito la virtù che procede dalla giusta misura geometrica.

Naturalmente non manca in Bessarione il riferimento al ruolo di Platone nella soluzione del problema di Delo:

Quamobrem Athenienses, cum aliquandiu ancipites consilii fuissent, ad extremum Platonem adiisse, quem norant mathematicarum rerum esse peritissimum. Consultum igitur Platonem, quid sibi Apollinis oraculum vellet, ita respondisse. Probro dare Atheniensibus Deum, quod Geometriae disciplinam contemnerent. Post haec, ita duplicari cubum, discipulis suis ostendisse. Si duabus lineis rectis, duae mediae rectae proportionales invenirentur. Duabus enim unam mediam proportionalem inveniri compertum iam erat. Sed duabus reperiri posse proportionales, adhuc erat ignotum. Platonem itaque, id primum comperisse, et quod nunc in libris Archimedis legitur, illius esse inventum.

Cioè:

Perciò gli Ateniesi, dopo esser stati alquanto dubbiosi sul da farsi, si recarono finalmente da Platone, che sapevano essere un grande conoscitore delle discipline matematiche. Platone adunque, richiesto del significato dell’oracolo di Apollo, rispose che il dio rimproverava gli Ateniesi di non tenere da conto la disciplina geometrica. Dopo di ciò mostrò ai suoi discepoli che il cubo si duplica trovando, dati due segmenti rettilinei, due segmenti medi proporzionali. Già si sapeva come trovare il segmento medio proporzionale tra due segmenti dati; ma ancora non si sapeva come trovare due medi proporzionali a due dati segmenti. Fu dunque Platone colui che per primo trovò la soluzione: quella che oggi leggiamo nei libri di Archimede è una scoperta di Platone.

Bessarione mette insieme le due versioni del coinvolgimento di Platone nel problema di Delo sopra considerate: sia quella per cui il filosofo ateniese non portò a soluzione il problema, ma si limitò a spiegare la richiesta dell’oracolo come un monito allo studio delle matematiche, sia quella – riportata da Eutocio – per cui Platone sviluppò il calcolo per la determinazione dello spigolo di un cubo di volume doppio. Infine assegna a Platone un merito che non è suo, quello di avere indicato la possibilità di tradurre il problema della duplicazione del cubo nel problema di trovare due segmenti medi proporzionali tra due segmenti dati: ma, come abbiamo visto, il merito di questa intuizione dev’essere attribuito a Ippocrate di Chio.

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[1] Il testo greco e la traduzione latina a fronte della lettera di Eratostene sono riportati in Archimedis opera omnia cum commentariis Eutocii, ed. Heiberg, III, Lipsiae 1881, pp. 102-106.

[2] Archita di Taranto (428-360 a.C.) è un filosofo pitagorico, che Platone conobbe nel suo soggiorno a Taranto, nel corso del primo viaggio a Siracusa, presso il tiranno Dionigi I. La soluzione proposta da Archita è ingegnosa, tanto più in quanto pensata senza ricorso alle coordinate cartesiane: il segmento x è dato dall’intersezione di un cilindro, un cono e un toro (una superficie chiusa a forma di ciambella).

[3] Eudosso di Cnido (408-355 ca. a.C.), discepolo di Platone e di Archita: non conosciamo la soluzione del problema da lui proposta.

[4] Menecmo (380 a.C. ca. – 320 a.C. ca.), amico di Platone, forse discepolo di Eudosso: la soluzione del problema da lui proposta – anch’essa trasmessaci da Eutocio – è data dall’intersezione di una parabola con un’iperbole.

[5] Il sacerdote Conufi, al quale Platone avrebbe chiesto, nel corso del suo viaggio in Egitto, d’interpretare un’iscrizione misteriosa trovata in un villaggio presso Tebe, colpito da una dura carestia. Il sacerdote rispose che quella tavoletta risaliva al tempo del regno di Proteo e che conteneva l’esortazione del dio ai Greci perché vivessero in pace fra loro e rivaleggiassero semmai nella sapienza e nella giustizia. Vedi La tavoletta di Alcmena e la sagacia di Agesilao.

[6] «Il Dio sempre geometrizza».

[7] ᾿Εποπτεία, il massimo grado d’iniziazione ai misteri eleusini.

[8] Il testo greco presenta qualche difficoltà d’interpretazione, che può essere appianata, ma solo in parte, leggendo ἀνάλογον invece di ἀνὰ λόγον (Madvigius), dove ἀνάλογον è avverbio: “in proporzione”. Vedi la lettera di Eratostene, qui sopra citata: «δύο μέσας ἀνάλογον λαβεῖν ἐν συνεχεῖ ἀναλογίᾳ».

[9] Titolo originale: Τὰ κατὰ τὸ μαϑηματικὸν χρήσιμα εἰς τὴν Πλάτωνος ανάγνωσιν.

[10] Trascrizione e traduzione da: Teone di Smirne, Expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium, trad. e cura di F.M. Petrucci, Academia Verlag, Sankt Augustin 2012).

[11] Cfr. Archimedis opera omnia cum commentariis Eutocii, cit., pp. 66-70.

[12] Noi oggi diciamo “segmenti”.

[13] Così diciamo noi moderni. Ma si tenga presente che Euclide viene dopo Platone e che, in ogni caso, questo teorema era già noto ad Archita di Taranto, contemporaneo di Platone.

[14] Gino Loria, Le scienze esatte nell’antica Grecia, Hoepli, Milano 1914.

[15] Abbiamo modificato le notazioni del testo originale, perché sia immediato il riferimento alla costruzione geometrica presentata nelle figure precedenti.

[16] Si veda il frontespizio della prima edizione (1543) dell’opera di Copernico: Nicolai Copernici Torinensis De revolutionibus orbium coelestium libri VI.

[17] Si veda Ἀγεωμέτρητος μηδεὶς εἰσίτω. Une inscription légendaire.

[18] Questa è anche l’interpretazione di Erasmo da Rotterdam.

Un film di Alberto Lattuada, un libro di Piero Chiara: viaggio da Luino ad Esino Lario

Un fermo-immagine del film Venga a prendere il caffè da noi, tratto dal romanzo di Piero Chiara La spartizione: vediamo il protagonista del film, il ragionier Emerenziano Paronzini, impiegato dell’amministrazione pubblica, in navigazione sul lago Maggiore mentre gusta alcune pagine della Fisiologia del piacere di Paolo Mantegazza.
Per vedere il film (in versione integrale) fare clic sull’immagine.

Abbiamo già avuto modo di presentare questo film di Alberto Lattuada, in una precedente pagina di Nusquamia, insieme con altri due suoi film – Dolci inganni e Così come sei – che quell’intelligentona di Michela Murgia metterebbe senza indugio all’indice, e che proprio per questo meritano di essere visti: si veda Tre film di Lattuada. Nel frattempo il film Venga a prendere il caffè da noi era scomparso dalla piattaforma YouTube, alla quale facevamo riferimento; ma – questa è la notizia buona – da circa un mese è nuovamente fruibile. Nessuna meraviglia: la stessa sorte ha subito, più di una volta, Todo modo, il bellissimo film che Elio Petri ha tratto dall’omonimo racconto di Leonardo Sciascia[1].
Il film Venga a prendere il caffè da noi è la trasposizione cinematografica del romanzo La spartizione di Piero Chiara, il quale non solo ha contribuito in prima persona alla stesura della sceneggiatura, ma vi impersona un ruolo minore, quello di un ragioniere squalliduccio: qualcosa di più che un “cammeo”, come si dice. Il film, come del resto il libro dal quale è tratto, è ambientato a Luino, sul Lago Maggiore, teatro di quasi tutti i libri di Piero Chiara («il solo luogo nel quale riesco ad ambientare le mie invenzioni»: così scrive nella prefazione della Spartizione).
Val la pena far presente a chi non lo conoscesse che Piero Chiara fu scrittore popolare, di successo (diciamolo pure), ma sarebbe sbagliato classificare i suoi racconti come letteratura d’evasione. Le sue storie di provincia, come quelle di Simenon (per cui Parigi raramente è il teatro dell’azione) ci invitano a riflettere sui moventi delle azioni, sui condizionamenti sociali, sulle insopprimibili pulsioni individuali. Insomma, se tributiamo affetto ed ammirazione ad Andrea Camilleri, Piero Chiara — si sappia — è degno di non minore stima.

In Svizzera la memoria di Piero Chiara continua ad essere coltivata con affetto. Vediamo qui sopra un fotogramma tratto dal documentario realizzato dalla Radiotelevisione della Svizzera italiana in occasione del centenario della nascita (1913) di Piero Chiara: Piero Chiara: laghi, luoghi e storie di frontiera. Il documentario (fare clic sull’immagine per vederlo) presenta un insieme di testimonianze e interviste: tra l’altro, ad Alberto Lattuada, regista del film tratto dalla Spartizione, e ad Andrea Vitali, che può considerarsi l’erede di Piero Chiara, essendo le sue storie ambientate sul lago, a Bellano per la precisione (ramo di Lecco del Lago di Como).
Qui sotto, Il lago secondo Piero Chiara, documentario diffuso l’anno scorso dalla rete Rai 5, alla ricerca dei luoghi delle storie scritte da Piero Chiara (per vederlo, fare clic sull’immagine).

Vero è che Chiara non faceva parte della schiera dei letterati che un tempo si dicevano “impegnati” (ebbe qualche screzio con il fascismo ma politicamente, se abbiamo capito bene, passava per essere un liberale, nel senso antico del termine, nel senso cioè di “Partito Liberale Italiano”, e non nel senso moderno di “liberal”, kennedyano-progressista): non per questo dovremmo ignorare, o addirittura negare, l’abilità con cui lo scrittore di Luino cesella i suoi racconti, la capacità di notomizzare i personaggi lacustri (largamente ispirati a personaggi veri) nei loro moventi e nelle pieghe del loro animo, l’ironia, il garbo e, infine, cosa che non guasta, la prosa limpida e l’italiano sempre sorvegliato. Nel descrivere le situazioni e i caratteri dei personaggi, Chiara ha la felicità espressiva propria degli “affabulatori” così spesso citati da Dario Fo, il quale è anche lui un laghée, cioè un uomo di lago, nato e cresciuto sulle sponde del Lago Maggiore, a qualche ventina di chilometri da Luino.
Consideriamo in particolare, anche in rapporto al tema che svolgiamo in questa pagina, un episodio descritto nella Spartizione, dove si riferisce di una tabella dei “casi riservati” che ogni bravo confessore dovrebbe conoscere a memoria ma che, ad ogni buon conto, si trovava un tempo affissa all’interno dei confessionali. (I casi riservati sono certi peccati per cui il confessore, essendone venuto a conoscenza, doveva interrompere la somministrazione del sacramento, fino a quando non avesse consultato il suo arcivescovo: eventualmente, la Chiesa avrebbe posto rimedio alle conseguenze del peccato, con discrezione). Ebbene, Chiara presenta la casistica in latino, osando quel che a nessuno scrittore popolare sarebbe oggi permesso (con l’eccezione di Camilleri: vedi per esempio La mossa del cavallo). Ma Chiara sa come fare, e fa digerire il latino anche a chi non lo sa.
Il film di Lattuada non presenta la tabella, ma tutto il contesto è descritto con cura e singolare fedeltà al romanzo, come nella trasposizione televisiva delle storie del commissario Montalbano. Del resto, la scrittura di Chiara – qui vediamo un’altra analogia con Camilleri – procede come la sceneggiatura di un film, impreziosita ovviamente di accorgimenti letterari. Quando uscì nelle sale La stanza del vescovo, che Dino Risi trasse da un suo romanzo, Chiara non ebbe difficoltà ad affermare, in un’intervista, che il protagonista del romanzo, Temistocle Mario Orimbelli, era stato da lui plasmato pensando al carattere rappresentato da Tognazzi in parecchi suoi film: astuto, ma non intelligente, materiale, godereccio. Cioè scrivendo il libro pensava al film, che infatti sarà interpretato da Tognazzi.

Episodio al minuto 48:45 del film Venga a prendere il caffè da noi: Tarsilla introduce Paolino in un ambiente del convento adibito a deposito di materiali. A sinistra vediamo il confessionale alla cui parete interna è affisso il decreto di Carlo Borromeo.

Nella pagina che esaminiamo si racconta quel che succede dopo che Tarsilla, una delle tre sorelle Tettamanzi, decide di dar campo di manovra a Paolino, «un fannullone che stava tutto il giorno seduto davanti alla porta del suo negozio di oggetti casalinghi e pareva aspettasse solo il rientro di Tarsilla per contemplarle il didietro e in particolare le gambe». Tarsilla ha 38 anni, è consapevole della bellezza delle proprie gambe, che compensano egregiamente una poco armoniosa disposizione dei tratti del volto; ma, soprattutto, Tarsilla sente impellente la necessità di dare refrigerio alle proprie scalmane. Paolino, per parte sua, ha un disegno preciso, quello di trarre profitto dagli ardori di Tarsilla per ingravidarla e, grazie a un matrimonio riparatore, rappezzare le proprie disastrate finanze e sistemarsi, una buona volta.
Tarsilla, diventata responsabile della biblioteca parrocchiale, aveva trovato la chiave di una porta, fino ad allora sempre chiusa, che mette in comunicazione la biblioteca con il giardino del convento sconsacrato che ospita la biblioteca; nel muro del giardino c’è una porta, sprangata dall’interno, che dà accesso a un vicoletto poco frequentato. L’appuntamento con Paolino è alle tre del pomeriggio, davanti a quell’ingresso non più praticato, che si aprirà soltanto per Paolino.

La biblioteca apriva alle quattro, ma Tarsilla da qualche giorno ci andava alle due e mezza e si chiudeva dentro per lavorare indisturbata al riordino delle carte e dei libri di Don Basilio. Paolino sarebbe entrato e uscito dal giardino senza neppure apparire in piazza S. Orsola.
Il giorno dopo, alle tre, prese la grossa chiave, aprì la porta e entrò nel convento. Uscita nel giardino andò a smuovere la stanga che bloccava la porta. Paolino era già là che aspettava.
[…] Entrarono anche nella cappella abbandonata, uno stanzone rettangolare dov’era rimasto l’altare sguarnito e un grande confessionale. Era un mobile enorme, tutto di legno scolpito e sovraccarico di colonnine tortili, di angeli svolazzanti inclusi per una coscia negli spigoli, di finti drappi anch’essi scolpiti con le pieghe e le frange di legno ricamate dai tarli. […] Paolino entrò al posto del prete, si sedette e vide una tabella appesa davanti ai suoi occhi. Tirò la tenda per aver luce, ma non gli bastava per leggerla. La staccò allora dal gancio e andò vicino alla finestra. Lessero insieme:

«Casuum reservatorum in Diocesi Mediolanensi
Ex decreto archiepiscopali
30 decembris 1916
I. perjurium in judicio utriusque fori.
II. Injuriosa et gravis percussio parentum.
III. Prostitutio filiae vel uxoris vel pupillae.
IV. Incestus in primo gradu consanguinitatis et affinitatis».

Tarsilla sapeva poco di latino, ma spiegò alla meglio che si trattava di grossi peccati per i quali non poteva essere accordata l’assoluzione, e che la tabella era appesa in tutti i confessionali per decreto delle autorità ecclesiastiche, quindi anche in quelli dei conventi benché non ce ne fosse bisogno, in quanto quei peccati nei conventi non si potevano commettere, ma solo fuori, nelle famiglie o fra la gente.
Paolino non mostrò interesse. Era curioso d’altro, e rientrato nel confessionale fece mettere in ginocchio Tarsilla alla piccola grata.
“Confessami che sei in calore” le soffiò dai buchi.
E uscito subito fuori con un gran svolazzo della tendina che mandò polvere a nubi, balzò sopra Tarsilla che era rimasta in ginocchio, incerta di aver udito bene. Se la trascinò dentro il mobile dov’erano rimasti alcuni vecchi cuscini e la fece sedere sulle sue ginocchia.

Quando lessi questa pagina, qualche anno fa, mi venne in mente di aver già letto quella tabella, nel corso di una giornata trascorsa, molto tempo prima, esplorando le bellezze di un tratto del lago di Como, a Varenna e dintorni. Avevo letto quello stesso decreto, affisso all’interno di un altro confessionale che si trova – perlomeno, allora si trovava – addossato alla controfacciata della chiesa parrocchiale di Esino Lario, che incombe su Varenna a circa 700 m sopra il livello del lago. Poiché le due copie del medesimo decreto si trovano l’una sul Lago Maggiore, l’altra sul lago di Como, per me che leggevo il libro di Chiara e che avevo il ricordo della chiesa di Esino, era come se i due luoghi fossero connessi da un filo, passante per la Svizzera. Mettendo insieme i due ricordi, mi viene in mente, adesso, un viaggio ideale: varchiamo la frontiera dietro Luino e, seguendo il profilo del lago di Lugano, giunti a metà del percorso, poco prima di Oria, che è il primo paese che s’incontra in Italia, attraversiamo la frontiera, quindi proseguiamo fino a Menaggio; imbarchiamo l’auto sul traghetto che porta a Varenna, e saliamo fino ad Esino Lario. Farò come l’Ariosto, il quale diceva: se non viaggio nella realtà, posso però viaggiare con Ptolomeo, cioè consultando le carte geografiche, lasciando che fantasia e memorie facciano il resto.

Chiesa di san Vittore a Esino Lario (760 ab., 960 m s.l.m.): ai lati del portale, i busti in bassorilievo di Pio XI e dell’abate Stoppani.

Giunti ad Esino, poco distante dal centro dell’abitato, troviamo la parrocchiale; vediamo che la sua facciata reca, ad altezza d’uomo, il bassorilievo di Antonio Stoppani; sotto, una lapide ricorda l’importanza di quella sua pubblicazione del 1860, Les Pétrifications d’Ésino, con la quale comincia la «fortuna geologica e turistica d’Esino».[2] Davanti al ritratto in bronzo del principe dei geologi italiani, chissà, forse anche perché assai simile a quello dei ricordi d’infanzia, simile cioè al tondo che figurava nell’etichetta del formaggio ‘Bel paese’, stabilii allora che Esino è un posto bellissimo. Ma lo è anche per altre ragioni, che ho scritto in una precedente pagina di Nusquamia al capitolo “Il caso di Esino Lario”, nell’articolo Profughi in Italia.

Per leggere Il bel paese di Antonio Stoppani, fare clic sull’immagine.

A parte questa notazione deplorevolmente simil-proustiana, confesso di essere un grande ammiratore di Antonio Stoppani e delle sue conversazioni sulle bellezze naturali dell’Italia, raccolte nel libro Il bel paese (1876), immancabilmente presente, all’inizio del secolo scorso, nella biblioteca delle famiglie borghesi, nella scaffalatura delle canoniche e negli armadietti dei maestri e delle maestre d’Italia, il più letto dopo I promessi sposi (1840, se consideriamo la seconda edizione riveduta) del Manzoni e il Cuore (1886) di De Amicis. In questo libro di Stoppani si rimarginava la frattura tra l’Italia risorgimentale, liberale e massonica, e l’Italia cattolica, quella del cattolicesimo compassionevole e solidale, non ancora mediatico, al tempo in cui i preti sapevano di latino, e il cattolicesimo era diverso da quello che conosciamo oggi (spesso, tra l’altro, poco cristiano). Del Bel paese posseggo un’edizione (la quarta) del 1883, che più di una volta mi ha suggerito mete di piacevoli esplorazioni, senza mai deludermi. L’ho comprata a Lecco, naturalmente, nella libreria Cattaneo.
Simmetricamente, dall’altra parte del portale della chiesa, c’è il bassorilievo di Pio XI, anche lui, come Stoppani, alpinista provetto: per entrambi Esino Lario era la base logistica di escursioni al gruppo delle Grigne.
Entrato nella chiesa, vidi che faceva bella figura di sé un bel confessionale, all’antica, in legno intagliato, senza aria condizionata, lucette, pulsantiera elettronica e ammennicoli vari, come quelli che tanto piacciono a certi pretini, più o meno simoniaci, paladini del “nuovo che avanza”. Non ho resistito alla tentazione di guardare l’interno, dove era affisso il decreto che in seguito avrei trovato descritto in quella pagina di Piero Chiara:

«Tabella casuum reservatorum in Diocesi Mediolanensi
ex decreto archiepiscopali
30 Decembris 1916

1. Perjurium in judicio utriusque fori.

2. Injuriosa et gravis percussio parentum.

3. Prostitutio filiae vel uxoris vel pupillae.

4. Incestus in primo gradu consanguinitatis et affinitatis.

Nihil obstat quominus imprimatur.

Mediolani die 5 Aprilis 1917

IMPRIMATVR
In Curia Archiep. Mediolani, die 5 Aprilis 1917.

Sono le parole che abbiamo letto nel libro di Chiara, a parte l’assenza del soggetto della prima frase e del “Nihil obstat” finale: ma questi sono dettagli inessenziali. Possiamo tradurre così: “Tabella dei casi riservati alla Diocesi di Milano, per decreto arcivescovile del 30 dicembre 1916: 1. Giuramento falso in giudizio, nel foro ecclesiastico o in quello civile / 2. Percosse ai genitori gravi e oltraggiose / 3. Prostituzione della figlia o della moglie o di una minorenne / 4. Incesto con parenti di primo grado, consanguinei o acquisiti / Nulla osta a che si stampi. Milano, 5 aprile 1917 / Si stampi / Nella Curia dell’Arcivescovado di Milano, 5 aprile 1917”.
Quando visitai Esino ancora non esistevano gli smartphone ma avevo con me una macchina fotografica compatta, tascabile, come alternativa alla macchina fotografica penzolante sulla pancia, alla maniera dei turisti giapponesi: cosa che ritenevo e tuttora ritengo disdicevole. Era una Kodak Instamatic 60 che montava un mini-rullino di formato cosiddetto “110”: i negativi avevano le dimensioni di 13 mm x 17 mm. Già allora ero consapevole della qualità scadente delle stampe ottenute da un rullino di quel formato, ma ancora non sapevo che perlopiù avrebbero perso il colore, con il passare degli anni. Comunque, sempre meglio che andare in giro bardato come un giapponese. Scattai dunque una foto a Stoppani, una al confessionale, e una al decreto, dentro il confessionale.
Ho cercato le foto di Esino nell’armadio contenente le scatole dei ricordi, qui sotto presento tutto quel che ho trovato; la foto della tabella non c’è: scattata in assenza di flash, doveva essere così brutta, che ritenni opportuno cestinarla, dopo averne trascritto il testo sul foglietto che ho trovato pinzato con un fermaglio alla foto del confessionale. Mi domando se il confessionale sia ancora al suo posto, a distanza di vent’anni (spero di sì), e, soprattutto, se quel decreto si trovi ancora dov’era, e non sia stato invece strappato da qualche prete solerte, uno di quelli che non sanno di latino e di latino non vogliono saperne.

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A questo punto il viaggio ideale che dicevo potrebbe finire qui. Ma poiché ci siamo spostati dal Lago Maggiore a quello di Como, in relazione a un romanzo – La spartizione – e al film che ne è tratto – Venga a prendere il caffè da noi –, grande è la tentazione di proseguire il viaggio verso un terzo lago, il Lago di Ceresio, o Lago di Lugano che dir si voglia, per parlare di un altro romanzo, parimenti ambientato sul lago, Piccolo mondo antico, scritto da Antonio Fogazzaro, e del film che Mario Soldati ne ha ricavato, nel 1941. Sono due capolavori. Portiamoci allora ad Oria, ai piedi della Valsolda, ai confini con la Svizzera (più o meno come Luino). Per arrivare ad Oria da Esino Lario facciamo all’inverso un tratto del viaggio compiuto precedentemente, da Luino ad Esino; ma è un percorso molto più breve, tra l’altro bellissimo a farsi, non solo idealmente: da Esino a Varenna, dove ci imbarchiamo sul traghetto, per approdare a Menaggio, e di qui proseguire al confine con la Svizzera.[3]
Dobbiamo però precisare che un confronto di Piero Chiara con Antonio Fogazzaro è improponibile, l’analogia essendo circoscritta all’ambientazione lacustre delle loro opere. Diversa è l’indole dei due scrittori, diverso quello che un tempo si chiamava l’”impegno”, di vita, prima ancora che sociale, diversa anche l’importanza (gli estimatori di Piero Chiara, quorum ego, non se n’avranno a male). L’importanza del Piccolo mondo antico di Fogazzaro è enorme, sia nel panorama delle lettere italiane, sia nella maturazione di parecchi intellettuali, per cui quel libro fu un romanzo di formazione. Nell’improvvida astrazione del conte Franco Maironi, protagonista del Piccolo mondo antico, c’è qualcosa di eroico, come nella goffaggine del principe Myškin nell’Idiota di Dostoevskij. I moventi della sua azione sono ideali, laddove le azioni che agitano i personaggi di Chiara sono istinti primordiali.

Massimo Serato e Alida Valli nella scena finale del film: Luisa, che dopo la morte di Ombretta era scivolata in un’apatia che sconfina con la follia, raggiunge il marito che dall’Isola Bella, sul Lago Maggiore, si accinge a partire per la guerra contro l’Austria.
Per vedere il film, in versione integrale, fare clic sull’immagine.

Si noti che la scena finale del film di Soldati è ambientata all’Isola Bella, sul Lago Maggiore: così, si direbbe, il cerchio si chiude; siamo partiti dal Lago Maggiore, ci siamo spostati sul ramo di Lecco del Lago di Como, di qui siamo partiti per il lago di Lugano, torniamo infine al Lago Maggiore.
L’interpretazione di Alida Valli è meravigliosa, la tristezza che leggiamo nei suoi occhi, bellissimi, purtroppo è una tristezza reale: lei, che era “la fidanzatina d’Italia” era fidanzata per davvero, con un pilota d’aereo, che conosceva dall’età di 14 anni; il pilota, comasco come comasca di adozione[4] era Alida Valli, morì nel 1941 nel corso di un duello in volo con un aereo inglese. Il 1941 è l’anno in cui si girò il film, al quale Alida Valli prese parte con la morte nel cuore.

Di Oria ho già scritto nell’articolo Erasmo ad Oria, Stendhal ad Oggiono e, soprattutto, nel capitoletto “Viaggio in Valsolda”, all’interno dell’articolo Itinerario culturale, da Laura Antonelli ad Antonio Fogazzaro. Si veda anche Piccolo mondo antico, di Mario Soldati, dove si pone il dilemma: Regno Padano o Italia?

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[1] Del film non esiste Dvd, si è perfino favoleggiato che il negativo sia andato perduto nel corso di un incendio a Cinecittà (forse è bruciato davvero, ma intenzionalmente). Ma a suo tempo, prima del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, il film era passato in televisione, e da molti fu registrato su VHS. Le copie che, con vicende alterne, abbiamo visto su You Tube, derivano da quelle registrazioni. Attualmente Todo modo è nuovamente irreperibile su You Tube (noi però a suo tempo, consapevoli dell’aria che tira, ne abbiamo registrato una copia). Ma perché questo ostracismo? Perché nella versione cinematografica del racconto, il mammasantissima democristiano assume i lineamenti di Aldo Moro, interpretato dal bravissimo Gian Maria Volonté, in chiave tutt’altro che agiografica. La rappresentazione di un Aldo Moro mellifluo, prono al cinismo del potere, è oggi considerata politicamente scorretta.

[2] L’opera, consultabile in rete, contiene la descrizione dei depositi fossiliferi di Esino, datati al triassico superiore.

[3] Questo è anche l’itinerario che Mussolini si era proposto di fare, il 26 aprile 1943, e che fece solo in parte, perché si fermò al Comune di Gràndola e Uniti, dove aveva sede una caserma della milizia confinaria, alloggiata in un albergo requisito; qui fu raggiunto dalla Petacci, ma anche dalla scorta tedesca, che inutilmente aveva cercato di seminare, e che aveva l’ordine di portarlo in Germania. Tornato a Menaggio, proseguì il viaggio con una colonna di soldati della contraerea tedesca in ritirata, lungo la Via Regina, fino a Dongo. Il resto è storia nota.

[4] Figlia di un’istriana e di un trentino, Alida Valli si era trasferita a Como quando al padre fu assegnata la cattedra di filosofia al Liceo scientifico Giovio.